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L’editoriale di ALBERTO REGGIANI

Quella passione svanita I primi giornalisti e gli eredi snaturati Il 18 dicembre 1982, il presidente della Repubblica Sandro Pertini giunge a Latina per il Cinquantenario della fondazione della città. E’ una giornata piovosa ma ciò non impedisce alla gente di accorrere in massa per porgere un caloroso saluto al più amato Capo di Stato italiano. Pertini ama il contatto con la gente, preferisce percorrere a piedi il tragitto transennato che separa i Palazzi istituzionali in cui è invitato a presenziare, per abbracciare fisicamente la folla che lo acclama. Accanto a lui un imponente sistema di sicurezza. Ad un tratto una transenna viene giù, una giovane giornalista, sospinta da coraggio, volontà ed incoscienza, sfida le guardie del corpo del presidente e si presenta davanti a Pertini, microfono alla mano, per rivolgergli delle domande. E’ un attimo: i corazzieri bloccano bruscamente l’impavida ragazza, impedendole di avvicinarsi all’ex partigiano. Lei prova a dimenarsi, a protestare fino a quando lo stesso Presidente invita energicamente i suoi uomini a lasciarla libera di fare il proprio mestiere e le concede brevissime ma significative battute prima di salutarla. Quella giornalista era Rita Calicchia, scomparsa il mese scorso. Una cronista di razza ma fuori schema, trasversale e universale, una delle ultime pasionarie della notizia, cronologicamente a metà tra le prime eroiche leve dell’informazione di Latina, di cui narriamo in questa edizione di Numero Zero, e le attuali generazioni di accomodati tecnoreporter. Si è spezzato un anello tra due epoche distinte, antitetiche, il vertice di una parabola inesorabile di una professione che sta trascendendo per inflazione e degenerazione.

Il giornalismo che era passione, quello della lettera 32, della coccoina, del fuorisacco e del VHS, il giornalismo che era missione, oggi è risibile esibizione e teatrale imitazione. Con le dovute fulgide eccezioni.

Magazine mensile di attualità, costume e società

DIRETTORE EDITORIALE Marco Tomeo DIRETTORE RESPONSABILE Alberto Reggiani HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Alessandro Zaffarano, Luca Morazzano, Pasquale De Rosa, Riccardo Angelo Colabattista, Gianluca Amodio, Giacomo Reggiani, Stefania Pusterla, Ivan Eotvos, Patricia Saurini, Gianmarco Valenza, Francesco Miscioscia, Marco Nardi CON IL CONTRIBUTO DI: Santa Pazienza PROGETTO GRAFICO // Giuseppe Cesaro IMPAGINAZIONE E GRAFICA // Giuseppe Cesaro e Paola Nardi FOTOGRAFIE Claudia Mastracco EDIZIONE E PUBBLICITÀ Pubblieditoriale srl - Via Sardegna 69 - 00197 - ROMA UFFICI Pubblieditoriale srl Via Tagliamento, 9 - 04100 - LATINA Tel. 0773.660382 - Fax 0773.405629 INFO E PUBBLICITÀ Tel. 328.1380545 – 328.8226893 numerozeromagazine@gmail.com STAMPA Printer Group Italia Corso Vittorio Emanuele, 42 - Castellammare di Stabia (NA) Testi, foto e ogni altri materiale, anche se non pubblicati, non verranno restituiti. I materiali pervenuti e le collaborazioni prestate, si intendono esclusivamente a titolo gratuito

Chiuso in redazione il 31 Luglio 2013 Registrazione del Tribunale di Latina 308/13 SFOGLIA LE COPIE ARRETRATE SUL NOSTRO SITO www.numerozeromagazine.it 08.2013 | NUMERO ZERO | 09


La stagione dei venditori ambulanti sul lungomare di Latina

IN QUESTO NUMERO #7 // AGOSTO DUEMILATREDICI

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Vicini di birra

24

Ossessione zanzara

32

Carta e penna

44

Affari in spiaggia

57

Visite gradite

69

Villa meraviglia

80

Borgo Grappa

86

Fil rouge

94

Tutti in sella

100

Mercatissimo

La difficile convivenza tra i gestori di pub e residenti

Città bersaglio: dalla malaria alle attuali invasioni estive Pochi mezzi e tanto impegno agli albori del giornalismo

Le varie tipologie dei venditori ambulanti del Lungomare I soggiorni latinensi dei personaggi illustri, dai Papi a Pertini Lo splendido scenario del Fogliano e le sue secolari frequentazioni

Dalla difficile bonifica al sogno del porto di Rio Martino Quando Latina sfiorò la vittoria ai Giochi Senza Frontiere Il sogno possibile di una città a misura di bicicletta Gli affaroni dell’estate tra le bancarelle di via Cisterna

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Errata Corrige

Precisazioni sul processo del delitto Angelico RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO Questi giorni in palestra sta girando il vostro numero con l’articolo sul delitto Angelico, forse la mia opinione non sarà tanto importante, ma io quella vicenda la ricordo e la ricordo bene nonostante fossi molto piccola e mi rimase così impressa che più tardi mi informai bene sui fatti, mi dispiace constatare che non avete verificato la veridicità dell’articolo

prima di pubblicarlo e soprattutto che abbiate chiamato Rossella con ben due nomi diversi... questo mi ha fatto male perché pensando a lei come un’amica, una sorella era doveroso farci caso. Spero possiate in futuro essere più attenti.

La mail di Francesca riassume in poche righe il risentimento personale provato da familiari e conoscenti di Rossella Angelico dopo la lettura dell’articolo riguardante il processo ai tre suoi assassini che sconvolse la comunità latinense a metà degli anni Ottanta. Ci corre il dovere di scusarci con loro e con i nostri lettori in ordine a due diverse categorie di errore: il primo per aver più volte chiamato Rossella con un altro nome – per quanta buona fede ci sia in refusi di questo genere rimane la super-

ficialità nel commetterli – il secondo per aver travisato realtà e dati di fatto. Nell’articolo, si ravvisano errori su date e luoghi, come ad esempio quello di provenienza dei tre omicida, che non era il quartiere Gescal, zona nella quale invece si trova la parrocchia di Santa Rita, e che Rossella frequentava quale membro del gruppo di azione cattolica “San Massimo”, ma quello nella zona di via Nascosa. Per questa ed altre inesattezze rinnoviamo le nostre scuse.

I processi più eclatanti del Tribunale di Latina

SCANDALI A CORTE di ALBERTO REGGIANI e IVAN EOTVOS

I mostri del Circeo Il drammatico caso del Massacro del Circeo, a detta di molti giuristi, segnò un’epoca. Sia per l’efferatezza del delitto, con i molteplici capi di imputazione che inchiodarono i colpevoli, sia per la risonanza socioculturale che quel fatto di sangue così brutale e gratuito scatenò sull’opinione pubblica italiana. Il Processo verso i tre re-

sponsabili della carneficina si svolse presso la Corte d’Assise di Latina nel luglio 1976, quasi un anno dopo le tragiche 36 ore che stravolsero la vita di due ragazze della borgata romana. Oltre mille pagine di istruttoria ricostruirono i ben noti fatti: il pomeriggio del 29 settembre 1975 due ragazzi della Roma bene, Gianni Guido e Angelo Izzo si incontrano presso il ristorante Il Fungo all’Eur con Rosaria Lopez e Daniela Colasanti convincendole a salire sulla loro Fiat 127 bianca per una serata presso un loro amico a San Felice Circeo. Giunti a Villa Moresca, di proprietà della famiglia di Andrea Ghi-

ra, il terzo della banda che si aggiunge ai due, le intenzioni dei ragazzi diventano palesi e per le due giovani scoppia l’inferno: vengono dapprima molestate e invitate a rapporti sessuali poi, dopo le loro resistenze e i loro rifiuti, vengono rinchiuse in bagno e poi a turno torturate e seviziate. Dopo 36 ore di infinite umiliazioni morali, fisiche e sessuali Guido, Izzo e Ghira, tutti gravitanti negli ambiente eversivi della destra romana, decidono di sbarazzarsi delle due ragazze: Rosaria Lopez viene affogata brutalmente nella vasca da bagno e muore, Daniela Colasanti viene colpita ripetutamente alla testa da Izzo e Guido e ritenuta morta. I tre assassini, a quel punto, tornano a Roma per sbarazzarsi dei cadaveri e, dopo aver lasciato l’auto in via Pola vicino l’abitazione di

Grazie e Buona Giornata Francesca

Guido, vanno a mangiare, nell’attesa che alcuni amici del Fronte della Gioventù li raggiungano per aiutarli a far sparire i corpi delle due sventurate. Ma la Colasanti è ancora viva e, dal bagagliaio della 127, riesce a richiamare l’attenzione di una guardia notturna e a salvarsi. Per due dei tre responsabili non c’è scampo, Guido e Izzo vengono catturati nel giro di poche ore, Andrea Ghira invece riesce a fuggire grazie ad una soffiata e non verrà mai preso, cominciando una latitanza misteriosa che si conclude con la sua accertata morte nel 1994 a Melilla, dove si era arruolato presso la Legione Straniera La condanna dell’opinione pubblica sul massacro del Circeo fu unanime. Su molti giornali autorevoli firme della cultura italiana cercarono di capire le motivazioni di quella mattanza così brutale e se Italo Calvino sul Corriere della Sera individuò il movente nel consumismo e nella superficialità dell’apparato borghese, dalle colonne del Mondo Pier Paolo Pasolini replicò sottolineando che alla base di questi gesti non ci fosse una distinzione di classe ma che il malessere fosse diffuso e che la violenza si generasse sempre da una voglia repressa di riscatto sociale. Un anno dopo i drammatici fatti, nel luglio 1976, in un clima di forte sollevazione emotiva creato soprattutto dalle associazioni femministe, iniziò il processo in Corte d’Assise a Latina; presenti in aula solo Izzo e Guido. I capi d’accusa furono: omicidio volontario, tentato omicidio, ratto a fine di libidine, violenza carnale continuata, detenzione di arma da fuoco. Il processo andò avanti per un mese, tra le drammatiche e raccapriccianti deposizioni di Daniela Colasanti e le

La protesta delle associazioni femministe durante il processo del Circeo

pesanti controrepliche della difesa degli imputati che tentarono in tutti i modi di screditarla. La sentenza arrivò dopo sette ore di camera di consiglio: ergastolo per i tre imputati Izzo, Guido e Ghira (latitante). Nel gennaio del 1977 Gianni Guido e Angelo Izzo cercarono di evadere dal carcere di Latina, dove erano detenuti, prendendo in ostaggio una guardia carceraria, ma il tentativo fallì. Il 27 ottobre 1980, il processo d’appello, al termine di otto ore di camera di consiglio, confermò l’ergastolo per Andrea Ghira, sempre latitante, e per Angelo Izzo, e cambiò la pena per Gianni Guido dall’ergastolo a 30 anni (più 3 di libertà vigilata). Nella

Donella Colasanti (a sinistra) a colloquio con Tina Lagostena Bassi

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decisione pesò la rinuncia dei familiari di Rosaria Lopez a costituirsi in giudizio parte civile dopo aver accettato cento milioni dalla famiglia di Guido a titolo di risarcimento. Nel settembre 1983, la Suprema Corte di Cassazione, respinse i ricorsi di Ghira, Guido e Izzo, e confermò le pene. Tutte le fasi dell’istruttoria processuale hanno fatto storia, anche per la presenza di illustri avvocati che crearono ad arte, intorno al caso giudiziario, un clima di rivolta sociale, di forte contrapposizione civile. La Colasanti fu rappresentata dall’Avvocato Tina Lagostena Bassi, icona delle associazioni femministe, molte delle quali si costituirono parte civile e urlarono di tutto contro gli stupratori. La giurista milanese era nota nei tribunali italiani come uno dei principali e più agguerriti avvocati per la difesa dei diritti delle donne. Celeberrime le sue arringhe in cui, con termini asettici e crudi, descriveva la violenza subita dalle sue assistite, rompendo così il muro di omertà che esisteva nella società dell’epoca sulla questione della violenza sessuale. Tra gli avvocati di parte civile c’era un giovane Nino Marazzita, che anni dopo si sarebbe specializzato nella difesa dei “mostri”, da Pacciani e Donato Bilancia, ma che in quella circostanza era tra gli accusatori dei bruti e della loro selvaggia e omicida ossessione. “Il Processo ai mostri del Circeo – ha dichiarato in seguito lo stesso Marazzita - ebbe il merito di sensibilizzare l’opinione pubblica e il legislatore su un reato gravissimo, quello della violenza carnale, che una volta era considerato come delitto contro l’onore sessuale. Si


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RING DEI PUB di IVAN EOTVOS


Gestori dei locali contro residenti L’annosa sfida nella zona cruciale della movida latinense

La difficile convivenza tra chi lavora per campare e chi deve sopportare gli eccessi della vita notturna e la violazione delle regole Denunce, sanzioni e comitati spontanei non risolvono i problemi

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enza che si offendano i milanesi, potremmo ribattezzarlo il quadrilatero della Movida. Via Neghelli, via Adua, via Saffi e via Cesare Battisti: nello spazio di pochissime stradine del centro di Latina, è nata quasi spontaneamente nel tempo la cosiddetta “zona dei pub”, il ritrovo prescelto dalla gioventù latinense per le frenesie della vita notturna. Questo quartiere, però, è da sempre una zona residenziale dove circa duecento vicini hanno formato un comitato altrettanto spontaneo presieduto dal signor Patrizio Cianfoni. Da una parte, ci sono i gestori dei locali, che devono affrontare i problemi peculiari della loro attività, che richiedono maggiore spazio e attenzione da parte delle autorità. Il loro è un lavoro difficile, con molte spese e responsabilità. Operando però nel campo del divertimento, coinvolgono e attirano un gran numero di ragazzi, ogni sera. Una quantità di clientela che garantisce buoni affari ai molti locali, che infatti non fanno che aumentare, ma che sta mettendo in crisi la pazienza dei residenti, già molto provata. Infatti, dall’altra parte ci sono loro, che devono sopportare schiamazzi notturni e una situazione non proprio tra le più comode in cui vivere. Le aspirazioni di queste due categorie sembrano in netta contrapposizione. A sanare la diatriba ci dovrebbe pensare l’amministrazione pubblica, che però non sembra avere ancora un piano chiaro sul da farsi, preferendo non schierarsi apertamente per non scontentare nessuno ma limitandosi a richiamare tutti al rispetto delle ordinanze e delle norme, cosa se non altro pleonastica. Situazione delicata e complicata che certamente sfugge agli avventori dei locali: chi passa le serate allo Stella Artois, al Babouche o all’Enologico, non ha la cognizione esatta dei problemi di relazione che sorgono tra i gestori e i residenti e di quanto sia difficile e congestionata di problemi la questione della zona pub.


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Vista dai gestori Bisogna subito premettere che la gestione di un pub non è affatto un lavoro semplice. Molti dei proprietari o dei gestori sono ragazzi giovani, spesso addirittura sotto i trent’anni, che si sono esposti al rischio di dover ripagare debiti per molti anni avvenire pur di poter coronare il sogno di aprire un proprio locale. Da questo punto di vista, la città di Latina è stata generosa con questi gestori, perché gli ha fornito uno spazio ristretto dove la clientela non manca quasi mai e dove gli affari hanno una buona probabilità di andare bene. Certo, il lavoro non manca, e nemmeno le spese. I responsabili che abbiamo sentito confermano che, in media, un pub costa in termini di gestione circa 10 mila euro al mese, tra tasse, personale, spese di fornitura e altre voci varie. E’ un’approssimazione ragionevole, sebbene alcuni spendano molto meno e altri molto di più. Il perché si voglia tanto aprire un pub è evidente, come ci spiega il proprietario di uno dei bistrot più affermati del centro “ho realizzato il mio sogno, ogni sera io metto tutto me stesso dentro questo locale. Non solo nell’arredamento, nella scelta delle cose da servire, ma tutto parla di noi qui. E’ la mia casa, la mia vera casa”. Pertanto, c’è più di un semplice lavoro in gioco per chi apre un locale, molto spesso. Verso il centro, nella parte che si affaccia in piazza Roma ci sono dei veri e propri ristoranti o wine bar, con elaborati estivi all’aperto, musica lounge e un pubblico più tranquillo. Gli avventori sono un po’ più adulti, molte famiglie, anche fino a sera tarda. Poi ci sono i bar, quelli che sono aperti anche di giorno e che di sera si trasformano in locali con musica. I pub puri e semplici invece stanno più verso l’interno, in quella che Patrizio Cianfoni, presidente del comitato spontaneo dei residenti della zona pub, chiama “Il bronx” tra via Neghelli e Largo Ascianghi. Ma ovviamente sono delimitazioni approssimative, perché i locali sono sparsi senza un criterio apparente. Un giro di sera, in un così ristretto spazio con così

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tanta scelta di locali, fa effetto, visto che al nostro sguardo si alterneranno locali in stile orientale, tipici pub inglesi, irlandesi e belgi, temi di foresta, locali eleganti, strane composizioni di lampade rosse e giganteschi divani a forma di cuore. Insomma, i pub fanno di tutto per mostrare personalità, ma oltre all’arredamento, non possono fare molto altro. Si è istituita una zona ZTL nei giorni di grande afflusso e comunque non ci sarebbe spazio per le macchine visto che nei momenti di piena non c’è nemmeno posto per camminare. In quelle sere è la Protezione Civile a vigilare i varchi mentre sono sempre rare le divise della polizia o dei vigili urbani. Questa è una delle principali preoccupazioni dei gestori. “Non dovrebbe essere così - ci spiega il gestore di un pub - noi facciamo ristorazione, cerchiamo di far divertire la gente, ma in molti si aspettano che noi forniamo anche una sorta di controllo e di sicurezza verso coloro che vengono”. La cronaca delle serate è quasi un quotidiano resoconto di risse, di disordini, interventi delle volanti della polizia e a volte qualche arresto per spaccio. Ma secondo i gestori bisognerebbe fare molto di più. “Qui lo spaccio avviene, specialmente quando c’è molta gente. Noi spesso segnaliamo, ma non possiamo fare molto di più. Per quanto riguarda i disordini, segnaliamo che i ragazzi, specialmente quando bevono qualche birra e sono in compagnia, non tendono ad avere molto rispetto per i vigili urbani”. Del resto, un vigile urbano over 50 o un gruppo di vigilesse addette per lo più a fare contravvenzioni di tipo amministrativo non hanno certo il “fisico” per intimorire i ragazzi del sabato sera. Alcuni ci raccontano di come hanno visto ragazzi vantarsi di aver sottratto le radio o altri oggetti alla polizia municipale nel loro controllo serale, come trofei per le loro bravate. Non sappiamo se queste storie siano vere ma, in caso lo fossero, sarebbero una dimostrazione della scarsa efficacia dei controlli della Polizia Municipale in quel contesto. “Dovrebbe venire la polizia in presidio fisso quando qui ci sono migliaia di ra-

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I proprietari tra sogni e realtà «Siamo una delle poche attività che ancora rende. Paghiamo le tasse ma non siamo tutelati»

gazzi” affermano in coro i titolari dei locali. Ma questo non è un problema che può risolvere il Comune. Le altre problematiche peculiari, che sono implicite nella gestione di un locale nella zona pub di Latina, sono legate a questioni ammini-

strative e alle tante restrizioni che i regolamenti comportano. “Ormai abbiamo rinunciato a fare ogni genere di attività che abbia una qualsiasi valenza culturale e artistica - spiega il proprietario di un altro pub - anche in presenza della ZTL


non si rende conto del fatto che noi siamo una delle poche attività che ancora rende. Che diamo lavoro e paghiamo le tasse come e più di altri”. La tensione tra alcuni locali e i residenti dei piani alti del quartiere a volte è sfociata in denunce reciproche, ma non solo. “Alcune sere ci hanno lanciato uova e arance dai balconi e altri appena arrivano le due si mettono a spruzzare acqua con una canna da giardino, mentre noi abbiamo la chiusura alle due ma in realtà possiamo rimanere aperti fino

alle tre”. Una situazione davvero difficile “il dialogo con certa gente non è possibile - spiegano altri, anche se in realtà non sembrano totalmente chiusi al confronto noi capiamo che non è facile, che anche noi possiamo arrecare dei disturbi di notte. Però abbiamo sempre offerto la nostra collaborazione e siamo intervenuti in mille e più modi per migliorare la situazione. A volte ci vorrebbe solo un po’ più di pazienza reciproca e di certo potremmo trovare delle buone soluzioni per tutti”.

siamo comunque limitati, sia per gli orari che per l’intrattenimento. Siamo solo costretti ad aprire la serranda e sperare che la gente entri. Non possiamo fare una vera animazione, non possiamo offrire più servizi, il che ci limita nella clientela. A volte prendiamo solo quelli che vogliono bere e basta fino a notte fonda, il che è triste, perché in alcune rare occasioni siamo stati capaci di fare di questa zona un bel posto anche per le famiglie, ma ce l’hanno subito fatta pagare”. Alcuni gestori sono più arrabbiati di altri, e non usano mezzi termini nei confronti dei residenti, che definiscono uno dei principali problemi della zona pub di Latina. “E’ gente che non ha niente da fare, che

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Vista dai residenti Il presidente del comitato spontaneo dei residenti della zona pub, Patrizio Cianfoni, è molto noto tra i proprietari dei locali. Si tratta di un dipendente del Comune di Latina che in passato aveva svolto servizio presso alcuni settori dell’ufficio commercio e conosce bene le norme. Durante i nostri giri tra i proprietari dei pub, il suo nome ricorreva spesso e facendo una passeggiata con lui in una normale serata di apertura si capisce il perché. Mentre cammina si ferma a chiedere spiegazioni sul perché ci sia un carrello della spesa appoggiato in un muretto vicino al locale. Il giovane proprietario esce dal locale e lascia spiegazioni come farebbe un automobilista a rischio di contravvenzione “non è nostro, non ce lo abbiamo portato noi” -

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Cianfoni, presidente del comitato di quartiere «Segnalo e denuncio ogni irregolarità. Perchè non dovrei? Viviamo in una marea di disagi» assicura. Patrizio Cianfoni afferma che il comitato da lui presieduto nei giorni di grande affluenza ha istituito una ronda che vigila sul decoro delle strade, sul rispetto delle norme della zona pub. Visto che il suo comitato è “spontaneo” e da quel che sembra sprovvisto di uno Statuto o di una riconoscibilità ufficiale, c’è da presumere che anche questa ronda sia puramente formale e non riconoscibile. Per questo alcuni residenti si aggirano

nella zona pub sostanzialmente in incognito e sono in grado di segnalare ogni sorta di irregolarità. “Perché non dovrei denunciare?” dice Cianfoni, che ammette di aver sporto denunce presso molti organi di controlli e istituzioni locali. “Ho mandato i controlli sanitari, le forze dell’ordine, sono stato all’Arpa Lazio, ai Nas e ho segnalato anche irregolarità nei confronti delle norme SIAE presso locali che non rispettavano le norme. Le regole


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LE RAGIONI DEI GESTORI Lavoriamo per campare Diamo lavoro ad altre persone Paghiamo le tasse Rispettiamo le regole Ci gestiamo da soli la sicurezza

LE RAGIONI DEI RESIDENTI La nostra zona è tra le meno sicure Molti locali non rispettano le regole I clienti dei locali sporcano le nostre strade Non dormiamo più e siamo meno efficienti Le nostre abitazioni si sono deprezzate

ci sono e sono fatte per essere rispettate”. Il comitato presieduto da Cianfoni conterebbe, almeno secondo quanto dichiarato dallo stesso, circa 200 residenti. Un bel numero di persone agguerrite che denunciano tre principali problemi nella coesistenza con i pub della zona. “Il nostro comitato è nato nel 95, e da allora abbiamo sempre detto che il principale nostro problema era la musica alta, che negli anni scorsi raggiungeva livelli intollerabili. Oggi la situazione è un po’ cambiata in meglio, ma ci fa patire ancora molto. Il secondo problema in termini di importanza - prosegue - è la sporcizia. Non solo l’immondizia che ci troviamo per le strade. Qui la gente fa di

tutto, vomito, orina per le strade e non le dico che altro combina. Senza contare che abbiamo fatto togliere delle dependance estive ad alcuni locali perché sotto le pedane abbiamo trovato ogni razza di sporcizia. Infine - conclude Cianfoni - la sicurezza. Qui si sono fatte corse di macchine e di moto, ci sono le risse, lo spaccio e la Polizia Municipale non sembra adatta da sola a svolgere questo compito di controllo e prevenzione”. Problemi non da poco, che secondo Cianfoni, hanno portato notevoli disagi alla gente che vive in quelle zone: “disagi di tipo materiale, perché basta guardarsi intorno per capire cosa voglia dire vivere qui ormai. Ma anche di tipo fisico, visto che

in molti dormiamo molto poco e questo non ci fa bene. Vivere in una zona poco sicura non è bello per nessuno credo, nemmeno per coloro che hanno i locali qui. Ma abbiamo subito anche un danno di tipo economico. Le nostre case non valgono più nulla, nessuno vorrebbe venire ad abitare qui. Quelli che sono proprietari non possono né affittarla, perché una famiglia non verrebbe mai ad abitare qui, né venderla. E gli inquilini se ne vanno ad un ritmo sempre più alto” Queste motivazioni stanno spingendo il comitato verso una forma di intervento molto plateale. “Stiamo raccogliendo le firme per citare il Comune di Latina per danni, visto che riteniamo siano gli artefici di questa situazione. Abbiamo più volte chiesto interventi ma quello che abbiamo ottenuto non ci ha mai soddisfatto. Come comitato abbiamo richiesto incontri con il Sindaco che ha preferito mandarci dei suoi subalterni che, sia in sede di incontro che attraverso la stampa, non hanno fatto altro che dire delle ovvietà senza fare nulla di concreto” afferma Cianfoni mostrando un articolo in cui l’assessore Picca richiama tutti al rispetto delle regole. “Le regole ci sono, ma sono loro che devono farle rispettare” conclude il presidente del comitato spontaneo.

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Distribuzione del chinino mentre nel riquadro il ciclo biologico dei plasmodi della malaria illustrato in base al ciclo di P. falciparum

Dai portatori della malaria agli attuali aggressivi esemplari, storia della difficile convivenza con gli insetti simbolo della pianura pontina

Il regno della zanzara Usate come arma di rappresaglia, studiate da illustri scienziati, immortalate dai pittori: quando un parassita diventa una star di IVAN EOTVOS

Autunno 1943. Un convoglio tedesco attraversa l’Europa in fiamme. Le sorti della guerra sono irrimediabilmente piegate verso la sconfitta del Reich. Mentre Hitler sempre più spesso vaneggia di possibili riprese dell’offensiva, di difesa elastica

e di contrattacchi strategici, nella primavera del ‘44 molti gerarchi pensano a come arginare il più possibile l’avanzata degli alleati a sud e ovest, e dei russi ad est. Tra i tanti piani, come la creazione di linee fortificate mobili, piani di resistenza e di aggiramento, c’è n’è


anche uno del tutto differente. In un convoglio che attraversa i paesi devastati dai bombardamenti si trova uno scienziato che si dirige in Italia, verso la profondità meridionale del nostro paese, oltre Roma. Costui è un protetto del gerarca nazista Himmler, è un importante studioso della malaria e conosce alla perfezione il territorio presso cui è diretto. Il professore Erich Martini, medico del Reich, è diretto nell’Agro Pontino “redento” da Mussolini. Il suo obiettivo è mefistofelico: farà allagare i campi coltivati, disporrà la distruzione delle idrovore, farà sparire la maggior parte delle scorte di chinino occultandole a Volterra, sequestrerà i battelli che si occupavano della pulizia delle acque. Secondo alcuni, arriverà a far fisicamente reintrodurre le larve di zanzare negli stagni, consapevole del fatto che una particolare razza di questi animali è l’unica a sopravvivere agli elevati gradi di salinità, disporrà inversione del flusso di depurazione delle acque, infestando tutto il territorio dell’avvenuta bonifica con acque salmastre maleodoranti. Probabilmente una delle prime armi chimiche della storia. La muraglia infettiva, generata dalla malaria, sarebbe servita ad arrestare l’avanzata degli alleati e contemporaneamente a vendicarsi degli italiani, considerati traditori dai tedeschi. Una rappresaglia atta a far sprofondare di nuovo Littoria e tutta la sua provincia nel suo ambiente naturale fatto di paludi e di acque stagnanti, il regno delle zanzare. Le conseguenze di queste azioni sarebbero state pesanti. I casi di

Prelevamento di sangue ai malarici

malaria, che ormai veniva controllata da un gruppo di scienziati stabilmente impegnati sul problema, sarebbero passati da poco più di mille a decine di migliaia, si dice addirittura centomila. Un disastro. Questa versione della storia è stata presentata dal professor Snowden dell’università di Yale. E’ lo stesso professore a spiegare le conseguenze di questo evento storico scoperto durante i suoi studi: “Le conseguenze per la popolazione civile italiana furono tragiche - spiega Snowden - Nel 1944 la nuova provincia di Latina aveva una popolazione di 250.000 abitanti di cui almeno 100.000 soffrivano la malaria (l’anno prima i casi registrati furono 1.217, ndr). E la campagna antimalarica non riuscì a stroncare l’epidemia prima del 1946. Questa fu davvero una delle più intense epidemie malariche di tutta la storia d’Italia”. Le teorie del professore sono

controverse, in molti le avversano parlando di esagerazioni o addirittura di plateali inesattezze. Molti dati sono andati perduti, ma un unico fatto emerge da questa ultima recrudescenza del fenomeno malarico nella provincia pontina: la zanzara della malaria ha sempre imperversato in queste terre, ma sarà l’invenzione di un composto noto come DDT e la tenacia di un altro scienziato a sradicare del tutto il fenomeno.

L’anofelica della bonifica Anopheles labranchiae, questo il nome del mortale nemico che i tedeschi, secondo la versione del professor Snowden, volevano usare in gran quantità contro le forze alleate. Questo esemplare si è adattato nel tempo a vivere nelle difficili condizioni della palude, a dimostrazione che in natura nessuno spazio, per quanto nocivo possa essere, rimane vuoto. Nei secoli che precedettero la bonifica integrale dell’Agro Pontino, le zanzare e le altre terribili insidie della palude, rendevano tutta la valle un luogo inabitabile, sopratutto in estate. Le persone si spostavano in alto, nei monti, dando vita a comunità che rimanevano a lungo isolate tra loro. Le zanzare non potevano arrivare a quelle quote, pertanto dai villaggi sui Monti Lepini, si poteva vedere sicuramente uno spettacolo di ineguagliabile e al contempo tremenda bellezza. In quella valle, solo avventurieri e fuggitivi si addentravano, e nella stragrande maggioranza dei casi non ne uscivano più. Per molti secoli la causa della malaria è stata sostanzialmente ignota. E’ stata una sciagura talmente endemica da modificare addirittura il corso dell’evoluzio-


ne umana. Per esempio, nelle zone dove la malaria imperversava maggiormente, alcuni individui affetti dalla cosiddetta “Anemia Mediterranea” avevano un elevato livello di immunità all’agente responsabile della malaria, il “Plasmodio”, che trova molte difficoltà a contagiare il sangue delle persone con questa particolare patologia. La conseguenza di ciò è stata che intere generazioni sono sopravvissute, divenendo quasi una particolarità territoriale. Le zanzare, in particolare, sono un elemento quasi distintivo della provincia di Latina. Tutte le zone paludose hanno rappresentato una grande sfida per chi era deputato a combatterla. Il professor Alberto Missiroli, che per anni ha cercato ogni tipo di soluzione al problema, si dispiaceva di non aver potuto usare il petrolio come era stato fatto nella bonifica di Panama. Nel suo rapporto sulla lotta “anti-anofelica”, il professore lodava però l’uso di un agente chimico le cui proprietà insetticide erano state da poco portate alla luce anche se era stato inventato molti anni prima. Il para-diclorodifeniltricloroetano, più noto come DDT riscosse un grande successo. Non si conosceva o si sottovalutava l’impatto ambientale di questa sostanza ed erano state sottovalutate probabilmente anche le capacità di adattamento della zanzara. In seguito, infatti, il DDT si dimostrerà inefficace nel tentativo di estirpare la zanzara da zone malariche africane e se ne dovranno usare dosi sempre maggiori, tanto da portare tutti i paesi evoluti a bandire la sostanza e a cercare nuovi rimedi. Il professor Missiroli svolse le sue sperimentazioni per circa un anno, dopo aver escluso tutte le forme di intervento possibili. Si è tentato di fare la guerra alle uova e alle larve di questo insetto, oppure di trovare una cura efficace per l’agente malarico una volta che si fossero presentati i sintomi. Si era cercato di proteggere le case, le lestre e i luoghi dove l’uomo viveva. Si era studiato e sezionato il problema. Ma alla fine, almeno nell’agro pontino, la malaria è stata debellata, sebbene ancora nel 2009 a Fondi se ne registrassero alcuni sporadici casi.

La tigre pontina Oggi, una nuova specie di zanzara infesta il nostro territorio. A differenza delle anofele portatrici della malaria, attacca di giorno ed è estremamente aggressiva. La sua capacità di adattamento è impressionante ed è anch’essa portatrice di agenti patogeni potenzialmente pericolosi, seppure molto raramente. L’Aedes albopictus, è nota come “Zanzara Tigre” per via delle striature tigrate bianche che solcano il suo corpo scuro, ma anche per la grande irruenza che la contraddistingue. Si è diffusa in Europa negli anni Novanta e da allora è diventata un vero problema. Potenzialmente pericolosa per l’uomo, questa specie originaria del sud est asiatico ha sfruttato le rotte commerciali per diffondersi in molte parti del mondo. E’ veicolo di alcune rare patologie per l’uomo che vengono costantemente monitorate dagli organi di controllo. Particolarmente stringente deve essere invece la profilassi per i nostri amici a quattro zampe, perché la zanzara tigre è la portatrice della dirofilariosi, una malattia dovuta ad un parassita pericoloso per cani e gatti. Specialmente in estate si deve stare molto attenti, anche se la Zanzara Tigre sta dimostrando grande capacità di adattamento anche in inverno, sopratutto in presenza di microclimi protetti.

La zanzara ha assunto un particolare valore nel nostro territorio, anche a livello iconografico. Del resto la propaganda fascista faceva largo uso di manifesti e di suggestioni inserendo di fatto la zanzara tra i nemici del progresso italico. Un pittore locale, Antonio Taormina, ne ha fatto un tratto distintivo del proprio lavoro, creando un logo noto nella nostra città come “Zanzara Pontina”, che sembra emerso da un mondo immaginario in cui i metalli e gli elementi del più sfrenato futurismo prendono vita in un mondo colorato e assurdo. La zanzara quindi ha una grande importanza nella nostra storia e nell’immaginario collettivo, sembra una parte integrante della narrazione della nostra città. Non ci sono testi letterari, teatrali o storici che non la citino in quanto minaccia per la sopravvivenza in queste terre difficili. Per un’ultima volta, nel periodo della guerra, la nostra Provincia è tornata ad essere il suo regno indiscusso. Per comprendere quanto sia stato difficile combatterla, si potrebbe andare al museo della Terra Pontina che si trova a Piazza del Quadrato, dove si possono trovare elementi di un vero laboratorio di ricerca in cui gli scienziati hanno per decenni cercato la soluzione di questa difficilissima problematica. Anni di sacrifici e di dubbi, di minuziose ricerche per strappare un lembo di terra in più a beneficio della civiltà.

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Sede originale dell’Istituto Antimalarico, in Piazza A. Celli

La lunga battaglia contro la malattia parassitaria

Il ventennio antimalarico La malaria, detta anche paludismo per via delle condizioni ambientali in cui trova maggiore diffusione, è una malattia causata da parassiti e trasmessa da zanzare del genere Anopheles. Essa si manifesta con stati febbrili acuti degenerativi con gravità che variano a seconda della specie infettante. Può portare anche alla morte. La lotta alla malaria rappresentò il primo obiettivo nell’opera di bonifica della pianura pontina. Essa era così virulenta che le paludi pontine erano ritenute il peggior ambiente italiano se non d’Europa. Erano presenti quasi tutte le forme della malaria: letargica, colerica, algida, eclamptica e la morte poteva arrivare a colpire anche un 30% dei malati. Un triste primato. Per debellarla avevano tentato la lotta biologica introducen-

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do negli stagni un predatore delle larve, la “gambusia”, ma poi questa trovò di meglio di cui cibarsi e cambiò dieta. I primi interventi sanitari antimalarici furono effettuati dalla Croce Rossa Italiana ad inizio del Novecento: si trattava in realtà di palliative campagne di sensibilizzazione al problema, volte a contrastare la rassegnazione degli abitanti delle lestre, convinti dell’incurabilità della malattia e ai quali venivano forniti medicinali e anestetici per combattere i dolori, oltre a viveri e generi di prima necessità. La vera battaglia contro la malaria nella zone paludose del basso Lazio ebbe inizio in realtà nel 1921, quando la Società per le Bonifiche Pontine creò l’Istituto Antimalarico Pontino, predispo-

sto a fronteggiare e a risolvere il problema che maggiormente allontanava braccianti e lavoratori da quei terreni acquitrinosi, impendendo qualsiasi tentativo di utilizzo a fini agricoli, compreso quello della piantagione di riso o di trasformazione fondiaria. La malaria era un ostacolo davvero troppo insidioso e diffuso che puntualmente colpiva chi cercava di superarlo. Protagonista assoluto nell’opera di debellamento della malaria, fu il dottor Vincenzo Rossetti chiamato il 7 febbraio 1927 a dirigere l’ambulatorio sorto in zona Quadrato, dove alloggiavano sia i dirigenti e i dipendenti della società di bonifica, i braccianti e i cursori medici predisposti a raggiungere i malati cronici. I maggiori problemi, in questa fase di prebonifi-


ca, erano creati dalle difficoltà di spostamento delle unità mediche verso la popolazione della palude, restia a farsi visitare e curare e quindi destinata inevitabilmente ad ammalarsi Nel 1928 la cosiddetta Legge Mussolini sulla “bonifica integrale” mise fine agli indugi. La lotta alla malaria si combattè su più fronti con un accerchiamento combinato di tre diversi tipi di bonifica: quella idraulica, quella agricola e quella igienica. Attraverso il prosciugamento delle paludi malariche, le successive coltivazioni dei terreni redenti e soprattutto attraverso l’opera di profilassi con il chinino e la schermatura delle nuove case coloniche, si arrivò a creare un sistema immunitario che avrebbe dato nel giro di un decennio risultati di vittoria quasi schiacciante. Nel periodo a ridosso della fondazione si registrò il picco dei casi di morbilità, dovuto all’intensificarsi dei lavori e all’aumento della popolazione, soprattutto nelle zone costiere dove era più difficile l’opera di prevenzione. Subito dopo l’inaugurazione di Littoria, ad inizio 1933 la Croce Rossa Italiana prese il posto dell’Istituto Antimalarico Pontino e diede vita ad un potenziamento

Dati della mortalità malarica dal 1930 al 1937 Anno 1930 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937

Popolazione 5.500 5.500 14.106 41.026 62.078 59.877 51.483 37.331

dei servizi igienico-sanitari oltre a quelli divulgativi attraverso opuscoli informativi che avvertissero la popolazione residente sulle regole igieniche e di profilassi da eseguire per evitare il contagio. I quattro milioni messi a disposizione per fronteggiare e risolvere il problema, furono utilizzati dalla CRI essenzialmente per la creazione di condotte mediche e strutture di prevenzione. Uno degli interventi di maggior rilievo fu la lotta antilarvale nella campagna antimalarica del 1934 che venne

Prof. Alberto Missiroli e Prof. Giuseppe Saccà - 1949 - Deposito insetticidi

Casi 2.625 1.450 11.628 11.507 10.137 1.888 1.263 44

Morti 4 0 47 14 12 0 1 0

svolta su una superficie più che doppia rispetto a quella degli anni precedenti. Nel 1935, con Decreto Prefettizio del 18 gennaio fu costituito il Comitato provinciale Antimalarico di Littoria che prevedeva anche stazioni sanitarie ubicate in varie località della Provincia. Nello stesso anno venne aperto anche l’Ufficio di Igiene presso il Comune di Littoria, coordinato sempre dal dottor Vincenzo Rossetti Il 31 gennaio 1937 la Croce Rossa considerò ultimata l’opera di assistenza e rimase sul campo solo come dispensatrice di antianofelici. Le affezioni malariche erano diminuite sensibilmente anche grazie all’insorgere di nuovi medicinali che sostituirono il chinino, come l’Atebrina e la Plasmochina, più rapidi ed efficaci. Nel 1938 con metodi trionfalistici e propagandistici la lotta alla malaria nelle palude pontina venne considerata vinta e i casi di malattia scomparvero. Focolai di ritorno si manifestarono sporadicamente durante la Seconda Guerra Mondiale con il caso più clamoroso che fu fatale ad Alessandro Poeta, proprietario del bar più conosciuto della città, nel 1945. Una febbre malarica curata in maniera approssimativa lo portò via nell’ottobre di quell’anno, nonostante il trasferimento al Forlanini di Roma. Fu quello l’ultimo caso accertato di malaria mortale nella provincia di Latina.

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ZERO POSITIVO

Rubrica medico-scientifica a cura del dr. GIOVANNI FARINA

Viaggiare in assoluta sicurezza Cosa mettere nella valigetta del Pronto Soccorso prima di partire Finalmente si parte (chi può) e in valigia oltre ai vestiti è opportuno ricordare di portarsi il necessario per non dover ricorrere a farmaci non reperibili o peggio rincorrere un medico o una farmacia in un paese straniero. Con un po’ di accortezza e organizzazione tutto ciò si può evitare. Innanzitutto iniziare ad assumere fermenti lattici da un paio di giorni prima della partenza. Cambiamenti climatici, aria condizionata, alimentazione sregolata causano spesso più fastidi gastrointestinali rispetto al virus tanto temuto. Sul posto, in seguito, se l’acqua corrente non è potabile, evitare di mangiare frutta non sbucciata, verdura non cotta, ghiaccio nelle bevande e attenzione quando ci si lava i denti. Nella valigetta del pronto soccorso non può mancare quindi la loperamide come antidiarroico (Imodium e simili), il paracetamolo (tachipirina) come antinfiammatorio e antipiretico, un antinfiammatorio più specifico per dolori mestruali, articolari e cervicali (ibuprofene, ketoprofene..etc), un pratico mucolitico in bustine o compresse, uno spray o caramelle per il mal di gola e la tosse, gocce per il mal d’orecchio specialmente se si viaggia con bambini (otalgan, anauran o similari), un antibiotico a largo spettro e specifico gastro-intestinale soprattutto se si sta fuori parecchi giorni (farmaci con obbligo di ricetta del medico curante). E’ buona norma per soggetti particolarmente reattivi o allergici non dimenticare un antistaminico per via orale oltre che in cre30 | NUMERO ZERO | 08.2013

ma, una crema a basso dosaggio di cortisone, repellenti per insetti e zanzare e lenitivi per alleviare i fastidi dei pizzichi. Ovviamente creme solari ad alto filtro protettivo se si va al mare, un disinfettante per ferite (esistono anche fazzolettini medicati) cerotti misti e cerotti specifici per le vesciche. Da precisare che i preparati in crema una volta aperte durano circa sei mesi, lo stesso per le soluzioni alcoliche,soprattutto se c’è l’estate di mezzo mentre le so-

luzioni acquose vanno usate per non più di un mese. Le compresse e capsule invece, se ben blisterate, possono essere assunte fino a scadenza indicata se ben conservate in luoghi non esposti al sole e a temperature non superiori a 25 o 30 gradi (da verificare sulla scatola del farmaco) Concludo augurando a tutti buone ferie e buone vacanze e ovviamente di riportare a casa tutti i farmaci intatti e non usati. Come si dice... prevenire è meglio che curare.


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I pionieri dell’informazione latinense, nella difficile realtà del dopoguerra

Romano Rossi, Giuseppe Cerina e il tipografo Ezio Fiorletta, tino antesignani del giornalismo pon

ifuoriclasse delfuorisacco Maulucci, Rossi, Cerina e i cronisti di Messaggero e Tempo che hanno segnato la storia giornalistica nel capoluogo pontino di ALBERTO REGGIANI

U

na penna, una macchina da scrivere, un telefono. Poi passione, spirito di sacrificio e capacità di adattamento. I pionieri del giornalismo latinense non avevano altro. Perché altro non serviva. Erano tempi di tregenda informativa, Latina usciva dal black out culturale della guerra, dall’isolamento che il regime si era procurato nella propaganda e nella diffusione delle cronache nazionali e locali. Non fu facile rial-


linearsi alla logica dell’obiettività, del libero pensiero, all’assenza di condizionamento. Tutti virtuosi contesti confinati dalla dittatura, riemersi improvvisamente una volta cessate le ostilità belliche e introdotto l’ordine democratico. Per la città fondata dal Duce era una novità: Littoria non aveva mai conosciuto la stampa libera, era nata essa stessa come espressione dell’apostolato fascista e, finché non cambiò nome, fu assoggettata alla divulgazione unilaterale promossa dagli strumenti del PNF. Le prime cronache dall’agro redento portano le firme di Settimio Camillacci del Giornale d’Italia, di Giuseppe Bortolotti del Messaggero, di Arturo Roner del Tribuna e di Ferdinando Padovano del Popolo di Roma, tutte penne guidate, più o meno inconsapevolmente, da una mano invisibile. Oltre ai quotidiani, distribuiti dalla prima edicola di Renato Savioli in piazza del Comune (di fronte la norcineria Benedetti), negli anni del regime fascista circolavano per Littoria anche periodici di pura propaganda come “La conquista della Terra”, un condensato di cronache e analisi tecniche ed economiche della piana bonificata, “Il Pioniere”, un quindicinale nato nel 1938 e diretto da Giorda-

no Gattamorta, “Il Solco”, organo della federazione dei fasci e diretto da Alfredo Garisto e “Agro Pontino”, la rivista dell’ONC diretta dal prof. Nallo Mazzocchi Alemanni. Il crollo del fascismo e la svolta culturale che ne seguì, provocò conseguenze immediate e ineluttabili nel campo dell’informazione, anche quella a carattere cittadino. Per Latina, abiurati il nome e la genìa mussoliniana, fu uno shock doppio. Se nel ’43, nell’interregno della Repubblica Sociale, la popolazione aveva manifestato una fedeltà istintiva verso il suo fondatore (Il Popolo di Roma titolò “Nessun tricolore ha sventolato a Littoria sino al 28 luglio” parlando nell’occhiello di “caccia dei fascisti verso coloro i quali si erano affrettati a liberare il petto per sempre dagli emblemi dell’impero”), nel ‘45 le cose andarono velocemente in maniera diversa. Sebbene intrisa di retorica trionfalistica e stagnante, l’informazione nazionale e locale tornò a manifestarsi liberamente, potendo esprimersi senza timori di censura e sanzioni disciplinari. A Latina cominciò un nuovo corso, comparvero le prime personalità giornalistiche autoctone di rilievo, le doti professionali presero il sopravvento sul cameratismo.

La Voce di Latina Il 18 febbraio 1947, al costo di 15 lire, esce in edicola, stampato dalla tipografia Ferrazza, la Voce di Latina, il primo settimanale indipendente della città. A dirigerlo è Mario Borghese, il direttore responsabile Renato Leuci, redattori valide penne come Luigi Piccaro, Teresa Donati, Aldo Lazzari e Filippo Avagliano. E’ un giornale semplice e schematico ma che già nell’editoriale di presentazione rivendica il carattere innovativo nell’esposizione e di rottura con le precedenti pubblicazioni. “La Provincia di Latina – si legge in prima pagina a firma dell’intera redazione - che abbraccia pianure verdeggianti, riscattate dal lavoro e dalla volontà degli uomini, coste ridenti, laghi e monti, così varia nella configurazione geografica e nelle culture, non ha avuto, fino ad oggi, un suo giornale; non ha fatto sentire la sua voce nel corso della stampa, ha taciuto aspettando e sperando. Oggi un gruppo di giovani reduci, nell’anelito di ricostruzione che palpita in tutta Italia, vuole che anche Latina faccia sentire la sua voce, perché purtroppo chi


tace viene dimenticato, e non è giusto, né possibile, dimenticare questa Provincia così duramente colpita dalla guerra e così pronta alla rinascita ed alla ricostruzione”. Nel primo numero il giornale fa appello allo spirito combattivo della gente pontina: “Questa città nacque dalla volontà e dalla fatica dei combattenti e non può avere peccati di origine”. La Voce di Latina è un giornale pungente: accanto a notizie di utilità pubblica riguardanti le categorie sociali più bisognose, tra cui reduci di guerra, partigiani e

combattenti, operai ed artigiani, si cimenta in articoli sarcastici e finemente invettivi, trincerati dietro pseudonimi come “L’incredulo” o “Zanzarone”: “Si dice che al Cinema Corso il prezzo d’ingresso sia di Lire 23,60 – si legge nella rubrica Sarà…ma non ci credo – Strano perché non ce n’eravamo mai accorti: infatti il pubblico continua sempre a pagare Lire 25. Pensiamo che la direzione abbia stabilito di non dare il resto agli spettatori per non procurare un fastidio alla cassiera, oppure ipotesi più probabile, perché

Terminata la propaganda fascista, i giornali a Latina tornano liberi da condizionamenti Il settimanale La Voce incarna lo spirito di rivalsa di una popolazione che vuole tornare a sdrammatizzare

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quelle lirette, sommandosi l’una alle altre, assumano una forma più consistente”. Insomma non si andava troppo per il sottile, così come nella satira politica, finalmente libera di potersi esprimere. “A Latina – si legge in un’altra rubrica scanzonata a firma dell’Incredulo – si sono registrate varie giornate di pioggia continua, che ha prodotto molti allagamenti e costretto i cittadini a tapparsi in casa. Tuttavia c’è chi asserisce di aver veduto il Sindaco di questa Città girare in Piazza, tenendo il cappello capovolto tra le mani, per raccogliervi acqua. E a chi gli ha chiesto il perché di tale assurdo comportamento, sembra abbia risposto che, come primo cittadino di Latina, aveva il dovere di insegnare ai propri concittadini l’unico modo per portare un po’ di acqua in casa”. Siamo nel 1947 e sebbene al Supercinema, come annuncia proprio il giornale, stiano per uscire film come “Umanità” con Roldano Lupi e “Angoscia” con Ingrid Bergman, c’è voglia di sdrammatizzare e di ripartire.


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Un’immagine emblematica di Sebastiano Maulucci, carismatico caporedattore de “Il Messaggero” dal 1946

Il decano Maulucci Fino al 1988 (anno in cui è comparso Latina Oggi) Latina ha sempre avuto due sole testate di riferimento nel campo dell’informazione quotidiana, Il Messaggero e Il Tempo, le cui redazioni locali hanno scandito per decenni notizie e vicende della provincia pontina. I due giornali hanno avuto alterne fortune nell’anno precedente la fine della Guerra. Nel 1944, cinque giorni prima che Il Messaggero, come la maggior parte dei giornali italiani, venga censurato dagli Alleati per l’attività di fiancheggiamento del fascismo e dell’occupante tedesco, esce in edicola Il Tempo il cui titolo di apertura del primo numero è invece un inno alla liberazione: “Le truppe anglo-americane sono entrate ieri in Roma” si legge in prima pagina a caratteri cubitali. L’embargo dura un paio d’anni, sufficienti al Tempo per imporsi come quotidiano leader a Roma e nel Lazio, di accattivarsi le sim-

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patie di una buona parte della borghesia capitolina e, una volta firmati tutti gli armistizi, di ricevere i favori di molti nostalgici del regime, propensi a recuperarne almeno dottrinalmente i valori e i meriti riconosciuti in formato universale. Il boom di vendite si ha infatti quando la testata fondata da Renato Angiolillo pubblica in esclusiva i diari esclusivi di Gian Galeazzo Ciano, manifestando così la sua anima conservatrice. Nel 1946, in occasione del Natale di Roma (21 aprile) torna alle stampe Il Messaggero. E’ un giornale che ha una tradizione quasi settantennale (fu fondato nel 1878) e, prima dello stop imposto dagli alleati, era arrivato a tirare 240.000 copie diventando il quinto quotidiano d’Italia. Il primo corrispondente da Latina, alla riapertura delle rotative, è Sebastiano Maulucci, da tutti considerato come il decano dei giornalisti latinensi, dotato di professionalità, carisma e umanità tali da rimanere per molte generazioni future un punto di riferimento essenziale nel campo dell’informazione loca-

le. Classe 1914 (era nato il 2 agosto), Maulucci si era fatto le ossa come giornalista di guerra, seguendo da vicino gli sviluppi della colonizzazione della Libia. Nel periodo di massima espansione del protettorato fascista in Cirenaica e Tripolitania, aveva scritto su giornali locali in lingua italiana a Bengasi e Tripoli, laddove la popolazione di emigrati dal Belpaese raggiungeva le 35.000 persone. Tornato in Italia nel 1944, due anni dopo diventa corrispondente da Latina per Il Messaggero. E’ un incarico importante: sebbene alla cronaca dal capoluogo pontino inizialmente sia dedicata una sola pagina, Maulucci rappresenta per tutta la popolazione latinense del dopoguerra la prima voce libera dell’informazione, colui attraverso il quale divulgare le enormi difficoltà della ricostruzione di una città uscita a pezzi dal conflitto perso. I suoi primi servizi sono però un inno alla laboriosità e al sacrificio dei pionieri dell’agro redento, quasi a voler consacrare il principio per cui i bonificatori, che ave-


vano permesso con il loro sangue e il loro sudore la nascita della città, non appartenessero ad alcuno schieramento sociale o politico ma fossero solo l’espressione della generosità e dell’abnegazione italica in anni di durissima condizione. Accanto al recupero delle verità storiche, c’è però la cronaca locale quotidiana, quella da seguire giornalmente per informare all’indomani un numero sempre crescente di lettori. Maulucci, come la maggior parte dei giornalisti che lo seguiranno per decenni, ha nel giornalismo un secondo lavoro, al quale si dedica soprattutto nel pomeriggio fino a tarda notte. La mattina è un dipendente dell’Inps e deve attendere la fine del turno per iniziare a cimentarsi nel ruolo di cronista. Che si sviluppa secon-

Tempo e Messaggero monopolizzano l’informazione locale della provincia I cronisti hanno il doppio lavoro e si dedicano al giornalismo nel pomeriggio fino a tarda notte, dopo la telefonata “fissa”

do metodi semplici ma redditizi: dopo il pranzo comincia il cosiddetto “giro di cronaca” (termine ancora oggi in uso nelle redazioni moderne), cioè il rosario di visite o telefonate nei punti nevralgici del reclutamento delle notizie: questura, caserma dei carabinieri,

La segnalazione di Maulucci per l’assunzione di Rossi al Messaggero

ospedale. Una volta accumulate le informazioni su cui basare gli articoli da dare alle stampe, il tutto viene elaborato su carta e inviato, in genere verso le 18, alla redazione centrale di Roma tramite il fuorisacco, ossia il sistema postale addetto al trasporto di materiale giornalistico (articoli e pubblicità) chiamato così perché, per differenziarsi dalla posta ordinaria, rimane fuori dalla cassetta e viene prelevato dal corriere di turno. Piccolo inciso: non esistono ancora le redazioni decentrate, intese come uffici a disposizione dei corrispondenti locali. Il luogo fisico dove materialmente si sviluppa il lavoro è in genere l’abitazione del caporedattore. Casa Maulucci, al Palazzo della Previdenza Sociale, rimarrà per anni la redazione latinense del Messaggero. Maulucci è un giornalista molto affabile e cortese, quasi mai sopra le righe, ma ogni tanto si lascia andare ad attacchi al vetriolo: «La volta che più di tutte suscitò scalpore – ricorda oggi il figlio Mauro, corrispondente Rai da Latina – fu quando attaccò la Giunta comunale e in particolar modo l’assessore all’Agricoltura, scrivendo testualmente che non sapeva distinguere una mozzarella da un pomodoro». Fino a tutti gli anni Sessanta, Maulucci continua a lavorare al Messaggero, promuovendo e formando nuove schiere di giornalisti, che a lui devono molto, tra i quali Annibale Folchi e più tardi Emilio Drudi (che lo sostituirà nel 1970) e Piergiacomo Sottoriva, ma soprattutto Romano Rossi, il suo allievo prediletto per il quale si spende non poco con i dirigenti di Roma per averlo con sé in redazione già nel 1950.

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Il poliedrico Romano Rossi Se a Maulucci spetta la palma del decano, a Romano Rossi va quella del più longevo e poliedrico, oltre a quella del più corteggiato dalle redazioni delle due principali testate a forte penetrazione regionale, Messaggero e Tempo, che se lo sono conteso a più riprese, avendone individuato professionalità e caratura morale sopra la media. Nato a Cisterna nel 1929, figlio del cassiere del consorzio di bonifica, Rossi rimane orfano di padre a soli 18 anni, appena diplomato all’Istituto Tecnico Vittorio Veneto. Ciò ne tempra il carattere e ne rinforza lo spirito di per sé già ampiamente avvezzo al sacrificio e al senso del dovere, formatosi da ragazzo quando accompagnava il padre in giro per le cantoniere. Dopo lavori saltuari di estrema fatica (arriva anche a piantare i pini sulla Semprevisa), si dedica alle sue due principali passioni che sono l’arbitraggio – diventando una delle giacchette nere più richieste per gli incontri più importanti e delicati, sotto l’egida di Memmo Francioni, con cui aveva lavorato alla Previdenza Sociale – e soprattutto

Romano Rossi sul suo tavolo di lavoro

il giornalismo. Per la sua assunzione come collaboratore al Messaggero, datata 1950, è fondamentale la segnalazione di Maulucci, che in lui riconosce un cronista di grande spessore e lo fa arruolare nella sua squadra. Il ragazzo fa strada in fretta, inizialmente scrive di sport

Il trio arbitrale della Latina anni ‘50. Da sinistra Rossi, Francioni e Rocca

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di cui è grande appassionato (oltre al calcio, ama pugilato e ciclismo), poi passa alla cronaca. Impara presto le malizie di un mestiere in cui la sveltezza e la perspicacia sono essenziali per imporsi e per evitare buche dai colleghi e per decenni si afferma come una delle penne più affidabili e professionali del giornalismo pontino. Dopo dieci anni di grande lavoro al Messaggero, nel 1959 – anno in cui nasce il primo figlio Renzo - Romano passa al Tempo di cui diventerà il caporedattore per anni. A convincerlo al grande salto è il capo delle Province del Tempo, Palmieri, che un giorno lo aspetta per lungo tempo sotto casa e al suo arrivo gli propone il ruolo di capo della redazione di Latina. Accettato l’incarico, come vuole la consuetudine, trasforma la sua casa in via Bixio nel nuovo ufficio decentrato a disposizione dei giornalisti e dei collaboratori. Inizia una nuova storia che si concluderà nel 1988. Raggiunto oggi nella sua casa di Latina, è lo stesso Romano, in compagnia della moglie Gianna sposata nel 1958, ad aprire il cassetto della memoria (non solo metaforicamente) e a riavvolgere il nastro della sua pregevole car-


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Romano Rossi in compagnia di Gianni Letta

riera professionale. Cominciando quasi dalla fine, con un aneddoto particolare “Vede questo tavolo – ci dice la signora Gianna mentre ci fa accomodare - è proprio qui intorno che nell’88 è stato concepito Latina Oggi. C’erano Romano, Paolo Brunori e Luigi Cardarelli e gettarono le basi per la nascita di un giornale interamente dedicato alla provincia di Latina”. Durante la chiacchierata spunta fuori un vero e proprio archivio personale di articoli di giornali e caterve di fotografie, tutte dedicate agli anni lavorativi, oltre a quelle in cui Romano compare in divisa da arbitro in compagnia di Francioni. Tra tutte ce n’è una che viene prescelta come rappresentativa: ritrae Rossi con Sebastiano Maulucci: “E’ la persona a cui devo il mio ingresso nel mondo del giornalismo – confida – un grande giornalista ma soprattutto una persona speciale con cui ho avuto sempre un ottimo rapporto, ho an-

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che fatto da padrino al figlio Mauro. Lui ci teneva molto ai rapporti personali, lavorava sullo spirito di gruppo, invitava spesso i suoi collaboratori alle cene, li faceva sentire parte integrante della redazione. Erano altri tempi, oggi non credo che ci siano ancora queste usanze” . Ed era diverso anche il modo di intendere il mestiere: “Senz’altro – conferma Romano – ai nostri tempi, soprattutto agli inizi, le notizie andavano cercate con mezzi molto limitati e con maggiore difficoltà. Tutti quanti noi eravamo impiegati la mattina e lavoravamo nelle redazioni di pomeriggio fino a tarda notte. I giornali, all’epoca si chiudevano anche alle due, anche se la telefonata alla redazione centrale, la cosiddetta “fissa” si faceva intorno alle dieci e il fuorisacco partiva prima di sera. Noi stavamo in giro fino a tardi, facendo la spola tra Questura e caserma dei Carabinieri, usando molto il telefono. Avevamo un solo fotografo, Lendero, che chiamavamo quando avevamo necessità”. Gli anni come caporedattore del Tempo sono quelli che più stimolano la memoria: “La nostra casa era sempre piena di giornalisti e collaboratori – ricorda - Anche quando

Rossi con al centro i giudici Oliveri e Pancaldi ai Giochi senza Frontiere del 1962


ci siamo trasferiti a via Ferrucci, si spostarono anche gli uffici. Venivano tutti lì, da ogni parte, da Zomparelli a Forte fino ai giovani che si occupavano di giudiziaria come il futuro sindaco Delio Redi, Gino Minà e Bruno. Solo quando i nostri due figli sono cresciuti abbiamo sentito il bisogno di avere più spazio e la redazione fu collocata in via Pio VI”. Anche con i colleghi degli altri giornali c’era un ottimo rapporto: “Anche di più – sottolinea Rossi – ci consideravamo tutti fratelli, con Folchi, Drudi, Ruotolo c’era molto rispetto e una vera amicizia”. “C’era spirito di emulazione – puntualizza la signora Gianna – tutti volevano dare il buco ai colleghi, fare lo scoop perché avevano qualcosa dentro, che forse oggi non tutti hanno. E poi ogni giornalista aveva il suo rito: Romano, ad esempio, tutti i Capodanno raggiungeva l’Appia a mezzanotte e fermava i camionisti per porgere loro gli au-

“Il rapporto tra colleghi era ottimo, ci consideravamo fratelli e tra noi c’era molto rispetto. Anche con la redazione centrale la stima era reciproca”

guri”. Oltre al legame con i propri collaboratori, c’era da tessere quello con la redazione di Roma, con un gigante del giornalismo come Gianni Letta: “Con lui c’è sempre stata una grande stima reciproca – dice orgoglioso Romano – Letta rispettava molto le persone e il lavoro. Veniva spesso a trovarmi a Latina, anche a casa. Non ho mai avuto alcun problema, anche perché all’epoca c’era un costante

contatto con la redazione centrale, anche con Mino Damato e Pino Rauti”. Prima di congedarci spunta una raccolta di un giornale settimanale degli anni 70, la Gazzetta di Latina: “Fu un’altra bella iniziativa, durata quindici anni, e che ha avuto un buon successo. Si stampava a Napoli ed aveva un taglio giornalistico particolare. E’ proprio qui che ha cominciato la carriera Luigi Cardarelli”.

Foto di gruppo della redazione latinense de “Il Tempo”

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Le memorie di Giuseppe Cerina In un libro, dato alle stampe nel 1987, ha riassunto orgogliosamente le tappe della sua brillante carriera giornalistica. Ne “I Federali” – titolo che richiama all’associazionismo proteso a difendere gli interessi collettivi piuttosto che alla sopraffazione ideologica delle libertà individuali – i trent’anni di professione presso il Tempo di Giuseppe Cerina sono condensati in una raccolta di articoli sui principali temi di interesse che hanno caratterizzato Latina da metà anni Cinquanta in poi. Giuseppe Cerina è un giovane reduce dai campi di concentramento quando, accompagnato da Ajmone Finestra, altro superstite delle battaglie in Jugoslavia, sbarca alla sede romana del Tempo per il colloquio introduttivo con Egidio Sterpa, redattore capo del quotidiano. Il futuro senatore, che Cerina aveva aiutato nella stesura illustrativa del proprio libro autobiografico “E’ passata senza fermarsi”, è ben introdotto negli ambienti giornalistici romani: oltre a Sterpa conosce anche firme del calibro di Francobaldo Chiocci, Baldo Moro, Vittorio Zingone e Ugo D’Andrea. Quell’incontro è poco più di una formalità per quanto riguarda il buon esito dell’assunzione, viste le ottime referenze, ma diventa fondamentale per le parole con il quale Sterpa lo catechizza al nuovo compito: “Ti prendo senza condizioni se non quella che questo giornale è un organo di informazione libero, indipendente, a nessuno soggetto se non alla verità della notizia. Il nostro giornale è fatto e scritto da uomini liberi che non tremano per le angherie dei prepotenti”. La guerra è finita da poco, l’enfasi del linguaggio è giustificata dall’eco ancora rimbombante delle circonvenzioni dittatoriali. Ma quell’ouverture al nuovo compito, quell’invito alla verità della notizia, rimane nella testa di Cerina per i tre decenni in cui svolge

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Un’immagine di Giuseppe Cerina tratta dal suo libro “I Federali”

con grande spirito professionale il suo lavoro presso la redazione di Latina, tanto da meritarsi gli elogi del fondatore Renato Angiolillo, visto che le pagine della provincia pontina erano tra le più seguite dell’intero giornale. In tutta la sua carriera al Tempo, Cerina confeziona articoli di grande spessore, centrando sempre le tematiche più attuali e favorevoli all’attenzione dei lettori. Nel periodo dell’immediato dopoguerra, ad esempio, il problema dello sminamento e della bonifica dei residuati bellici è un argomento di estrema considerazione. E per Cerina lo è ancora di più, visto che aveva perso un amico saltato in aria su una mina, per cui sulla questione ritorna più volte, quasi ad avvertire sistematicamente la popolazione sul pericolo sempre imminente. Durante i suoi anni al Tempo, Cerina si occupa un po’ di tutto con accenti spesso critici: dalla crescita urbanistica della città, mal gestita dai piani regolatori, all’inchiesta sulle roccaforti rosse dei paesi collinari, che suscita le interessate attenzioni del missi-

no Rauti. Dalle contrapposizioni politiche interne alle varie correnti partitiche, in primis quelle democristiane, agli aspetti dell’industrializzazione del territorio e delle tematiche economiche. Fino agli anni Settanta quando sorgono nuove tematiche, attualissime anche oggi, come l’Università, l’aeroporto e l’Isola Pedonale. Per anni Cerina cura una rubrica quotidiana dal titolo “In giro per Latina” in cui, a ventaglio, evidenzia carenze, storture e contraddizioni di una città che si ingrandisce troppo in fretta. Chi ha dovuto testimoniare questa crescita così rapida e disordinata, partendo dal caos e dalla depressione postbellica per arrivare alle trasformazioni epocali dei decenni successivi, ha avuto senz’altro il merito di non lasciarsi condizionare dal cambiamento ideologico e strumentale che ha depotenziato le capacità umane e la passione per un lavoro bisognoso invece di stimoli e sfide continue. Una volta c’era il fuorisacco, custode geloso delle idee e delle capacità giornalistiche. Oggi la notizia non fa più notizia.


Cerina col maestro Renato Guttuso

Il ricordo di Emilio Drudi, storica firma del Messaggero

Quando tiravano i giornali politici di GIANLUCA AMODIO

Una testimonianza utile per ripercorrere gli “anta” dei giornali a Latina è quella di Emilio Drudi. Entrato nella redazione di Latina del Messaggero nel 1967, Drudi diventa redattore capo della stessa nel 1973 e fino al 1991 è lui che dirige la redazione pontina. Tanti sono i suoi ricordi, e molto è il tempo che dedica ancora nel cercare tracce di giornali dei tempi passati: “A Latina nel dopoguerra e per una quarantina di anni la parola giornali significava Messaggero e Tempo. Le due storiche testate romane hanno avuto sempre un rapporto stretto con la nostra storia. Le redazioni locali, aperte sin dal dopoguerra, sono una testimonianza dell’interesse per una città e una provincia che iniziava a vedere un po’ di luce anche nell’editoria”. Drudi ripercorre anche le prime iniziative di periodici destinati a “fare” opinione.

“Nel 1955 il Partito Comunista (locale) edita Il Riscatto, un quindicinale di quattro pagine diretto da Ernesto Pucci. Enorme il successo e le vendite di questo periodico toccano anche le 1500 copie. A collaborare sono personaggi conosciuti e stimati: Mario Berti, Antonio Amodio, Luigi Marafini e Vincenzo Granato”. Il traino è la movimentata e appassionante politica locale. “Dopo un paio di anni di vita Il Riscatto lascia spazio ad un nuovo quindicinale di chiara espressione : Lotta Socialista, a dirigerlo è Marcello Di Vito”. Tiratura? Oltre 3000 copie a pubblicazione, numeri che farebbero invidia anche a giornali, periodici e mensili che hanno invaso il mercato a partire dagli anni ’90. Pronta la risposta della Democrazia Cristiana. Drudi torna alla fine degli cinquanta. “Nel 1958 la Democrazia Cristiana editò Il Popolo di Latina. Fondato da Vittorio Cer-

vone, la direzione di questo quindicinale fu affidata a Mario Ferrarese. Poco dopo anche la corrente andreottiana presente nel nostro territorio propose un suo periodico. Il nome fu un presagio: Palude Pontina. Direttore Giuseppe Fabbri”. La spinta di questi periodici dimostrava una vivacità editoriale notevole. Il comune denominatore era la politica. Emilio Drudi è stato diretto testimone negli anni della sua conduzione della redazione del Messaggero. “Oggi la dialettica politica non permetterebbe la nascita di tali periodici. Gli anni passati anche per questi fenomeni editoriali, che sarebbero da prendere ad esempio”. Drudi, in pensione dal 2010, è ancora oggi ricordato come uno dei giornalisti che ha dato maggior pregio alla nostra città per l’impegno e la passione con cui ha raccontato quaranta anni di storia.

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di PASQUALE DE ROSA


B

asta uno sguardo, anche distratto, per essere oggetto di approccio. Basta una parola sussurrata a mezza bocca e li ritrovi davanti al tuo ombrellone. In un batter d’occhio sono ai tuoi piedi, quasi sempre con educazione e rispetto. Pronti a venderti qualsiasi cosa della loro mercanzia, a volte spicciola, del misero valore di qualche euro o anche meno, come bracciali e cianfrusaglie varie. Poco importa del reale prezzo dell’oggetto in questione, fanno il loro mestiere con umiltà e sorriso sulle labbra. Anche quando se ne vanno a mani vuote. E succede la maggior parte delle volte. Non ci facciamo caso o non gli diamo il giusto peso, ma è più facile scorgere il sorriso sul volto di un vu cumprà che su quello della commessa del negozio in centro. Eppure in quel preciso istante, il differente valore della vendita è identificativo di due persone agli estremi per possibilità e condizione sociale. Sono proprio loro, i vu cumprà, termine fortunatamente in disuso e dal significato generalmente dispregiativo che sostituiremo con quello generico di venditori. Nel nostro caso di venditori da spiaggia.

I tempi degli ambulanti balneari Senegal, Tunisia, Marocco, India, Sri Lanka, Bangladesh. Vengono da ogni angolo del mondo, da quel Terzo Mondo che rimane ancora ai margini della normale vivibilità e li costringe a cercare fortuna altrove. E tutte le estati puntualmente le spiagge italiane sono frequentate dalle due antitetiche rappresentanze: i vacanzieri da una parte e i mercanti balneari dall’altra. Il lungomare pontino non è da meno, la città si svuota per il caldo soffocante e i cittadini si spostano sul lido. Ad aspettarli, oltre alla tintarella ed un bel bagno rilassante, ci sono loro, i piazzisti della sabbia. Chi va al mare al mattino presto difficilmente li incontra, i primi ambulanti cominciano a spuntare tra gli ombrelloni, solo dopo le dieci. Ma non per pigrizia o sonno arretrato: la scelta dell’orario è programmata, aspettano volutamente che la spiaggia si riempia per accrescere la percentuale di vendita. Una semplice proporzione economica, logica e funzionale: maggiore è l’affluenza di bagnan-

ti, più possibilità e modi ci sono di guadagnare. Neanche la scelta della zona da battere è casuale: il grosso dei venditori si riversa nel tratto di spiaggia Capo Portiere – Foce Verde. Il maggior numero di parcheggi e di zone ricettive rispetto al lato di Rio Martino, limitato nei posti macchina, spinge molti a scegliere quel tratto di mare, dove stabilimenti in serie e un gran numero di ombrelloni anche nella spiaggia libera, facilita il contatto con i possibili acquirenti che favoriti dal relax magari sono anche ben disposti a comprare. Tre o quattro ore di lavoro macinando chilometri sulla spiaggia con l’obiettivo di vendere e guadagnare il più possibile. Approfittando del pranzo dei bagnanti e del loro riposo nel primo pomeriggio, durante gli orari più caldi della giornata, i venditori possono prendersi una pausa e trovare a loro volta refrigerio in qualche angolo all’ombra sul lungomare. Dopo le tre, al massimo le quattro, si riparte con il percorso all’inverso, a caccia di nuovi clienti fino alla sera quando si tirano le somme di quello che è stato il frutto della giornata. E il giorno dopo si ricomincia, sempre alla stessa maniera, più o meno meccanicamente.


Le tipologie di venditori Ognuno ha il suo approccio, utilizza una propria tecnica di trattativa, molto spesso riconducibile alla nazionalità di appartenenza e al prodotto da proporre. Tutto sommato diventano sempre di meno quelli che vengono a disturbarti direttamente sotto l’ombrellone, spesso passano dritti, ti cercano con lo sguardo e anche solo un cenno non voluto del potenziale cliente diventa un appiglio per provare a vendere. Ormai sulle spiagge ci sono venditori di tutti i tipi e possiedono gli oggetti più disparati: dall’accessorio futile e molto estivo come il braccialetto, dalla collanina a pezzi lavorati che raccontano la storia dell’Africa. I più abili giocano con le parole: slang romani e partenopei che hanno imparato in Italia per accattivarsi la simpatia dei clienti.

Marchi e griffe contraffatte Fred Perry, Moncler, Burberry, Luj Jo, Adidas: i marchi contraffatti, perfettamente falsificati, sono tra i più gettonati lungo le rive del mare. I clienti, pur di avere il prodotto griffato falso, sono disposti a spendere cifre importanti, anche 30 euro per una borsa. Sulla spiaggia sono pochi i venditori ad avere gli oggetti più trendy, principalmente sono i senegalesi ad avere in mano questo mercato. E sono gli ossi più duri: consapevoli di possedere i prodotti in voga al momento, quando c’è una trattativa difficilmente scendono sotto il prezzo richiesto, tirano dritti consapevoli che qualcuno più avanti o nel corso della giornata sarà disposto a sborsare la cifra richiesta. La loro forza deriva dal fatto che sono venditori ambulanti veri e propri, dei professionisti nel mercanteggiare: nei mesi caldi sono in riva al mare, durante il resto dell’anno sviluppano i loro affari nella Capitale, dove comprano direttamente dai grossisti. Portano poche cose al seguito, più che altro

borse, ma se gli chiedi un prodotto particolare, come jeans e scarpe, provano a fartelo avere in qualche giorno. La sera si spostano nella piazzetta di Foce Verde dove circola più gente. Tra i venditori sono quelli che guadagnano meglio.

Carichi di accessori fuori moda Foulard, ciondoli, collane, braccialetti, mollettoni di colori sgargianti, di tutte le forme. Marocchini e tunisini viaggiano zaino in spalla e bacheca

in mano stracarica di accessori. Rimangono ancora tra quelli che si avvicinano con maggiore assiduità agli ombrelloni, consci del fatto di avere derrate poco remunerative. Lavorano sulla quantità e con pochi euro sono disposti a darti più merce, pur di vendere qualcosa. I loro oggetti fanno sempre meno presa sulla clientela, principalmente sulle donne, che trovano ormai desueti i loro bijoux che si trovano nei centri commerciali praticamente agli stessi prezzi e ad una qualità superiore. Alla resa dei conti sono quelli che trovano maggiore difficoltà a guadagnarsi la giornata: gli affari non vanno più come una volta.

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Gli intramontabili carretti Chi riesce ancora bene a ritagliarsi una sua fetta di mercato sul lungomare sono i venditori che spingono carretti pieni di costumi e di giocattoli da mare. Fanno una fatica immensa per spingere avanti ed indietro il loro carretto, ma è uno sforzo spesso premiato, il loro chiosco ambulante porta quasi sempre i frutti sperati. Si fermano con il loro carico di prodotti sul bagnasciuga e aspettano le signore incuriosite che si avvicinano per provare il due pezzi al quale sono interessate. La molteplicità di modelli, la scelta variegata di colori e il prezzo sono punti di forza del loro successo. Con 10 euro accontentano le signore che il giorno dopo possono sfoggiare al mare un nuovo costume. Lo stesso discorso vale per i giocattoli da mare, qui si punta sulla presa diretta che fanno sui bambini attratti dalla ciambella di Peppa Pig o dallo Spiderman gonfiabile. Racchettoni e canotti delle più svariate misure completano il resto del carretto. Sono pochi i genitori che resistono alla tentazione di accontentare il figlio e il più delle volte cedono di fronte alle richieste dei bambini facendo anche la gioia dei venditori.

Mercato in declino per occhiali e cd Qualche anno fa erano tra gli oggetti più richiesti e venduti, oggi gli ambulanti da spiaggia fanno sempre più fatica a piazzarli tra i bagnanti e infatti sono sempre di meno quelli che si muovono con questi prodotti sul lungomare. Stiamo parlando di occhiali e cd. La tecnologia e soprattutto internet ha dato la mazzata definitiva a questo mercato: ormai i giovani si attrezzano da soli, scaricano musica in altri modi e non hanno bisogno del venditore di turno per rimanere aggiornati con la hit del momento.

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Antonio... da Fuorigrotta “Coccobello...cocco fresco...” E’ lo slogan che riecheggia al passaggio in riva al mare di Antonio. E’ lui l’unico italiano in mezzo ad una flotta di stranieri. E’ sempre lui il solo a fregiarsi dell’esclusiva di vendere il cocco sulle spiagge latinensi. Un euro al pezzo e soddisfa le esigenze dei bagnanti che gradiscono un frutto tipicamente estivo sotto il sole cocente. Antonio arriva da Fuorigrotta, quartiere napoletano, meglio conosciuto come la sede dello stadio

San Paolo, e da oltre vent’anni cammina su e giù per il lungomare di Latina. Due volte al giorno, una alla mattina e l’altra verso pomeriggio/sera. Inconfondibile il suo timbro di voce, sempre lo stesso negli anni il suo abbigliamento: occhiale nero a coprire gli occhi dal sole, tshirt bianca arrotolata nelle maniche all’altezza delle spalle, pantaloncino e marsupio legato in vita. In una mano la cesta di vimini con il cocco tagliato a pezzi, nell’altra il secchio con dentro la borraccia termica piena d’acqua. Una rinfrescata e il cocco è servito ai bagnanti. Antonio incarna la napoletanità tipica delle sue zone,


quell’arte dell’arrangiarsi celebre nel mondo partenopeo. Autista di pulmini privati d’inverno nella sua città, al servizio delle famiglie che gli affidano i bambini per portarli ed andarli a riprendere a scuola, venditore di cocco d’estate. Una doppia vita per mandare avanti, con la massima dignità possibile, una famiglia di quattro figli. A fine serata la giornata esce sempre fuori, ma le ristrettezze economiche di oggi si risentono anche nella sua attività. Non più di qualche anno fa a luglio e agosto lavorava tutti i giorni, ora ad agosto si ferma per tutto il mese, mentre a luglio viene sul litorale solo per il weekend.

Le risposte dei bagnanti “No, grazie” è la risposta più frequente che si sentono ripetere i venditori da spiaggia. E’ una frase con la quale hanno imparato a convivere, la accettano con serenità e sanno perfettamente che fa parte del loro ingrato mestiere di girare tra gli ombrelloni. La loro presenza sul lungomare pontino è ormai una consuetudine che è parte integrante delle estati dei bagnanti. In qualche modo hanno imparato a convivere con il loro passaggio. Tutto sommato non danno problemi, sono veramente pochi quelli che provano a venderti assolutamente qualcosa, con metodi al limite della tollerabilità. Non è il loro modo di fare e questo la gente lo apprezza o quantomeno lo capisce. Le persone sono ormai abituate a questo viavai e tante volte non ci fanno nemmeno caso. Almeno dalle nostre parti funziona così perchè in altre zone d’Italia l’ostracismo è a un livello molto più alto: in Versilia, per scoraggiare gli immigrati nella vendita abusiva, sono stati bloccati con una rete metallica tutti gli accessi e i passaggi sotto il pontile di Forte dei Marmi che permettevano agli ambulanti stranieri di godersi un po’ d’ombra dopo aver camminato per chilometri lungo la spiaggia. Succede anche questo nella dura vita dei vu cumprà.

I primi “Vu cumprà” in Italia Nei primi anni settanta sono apparsi sui litorali italiani i primi immigrati, principalmente africani, a caccia di quell’Eldorado che in pochi hanno poi effettivamente conquistato. Lasciare la propria terra e la propria famiglia d’origine con la voglia e l’ambizione di avere un futuro migliore è il leit-motiv di ogni singolo straniero che arriva in Italia. Tante speranze che presto lasciano il posto alla scatola di cartone allacciata sulle spalle con dentro accendini, orologi, fazzoletti e tanti altri piccoli accessori da vendere per poche lire. L’inverno trascorso a girovagare per le grandi città, principalmente Roma, Torino e Milano in cerca di qualcuno pronto a comprare qualche oggetto in cambio di qualche euro. Il più delle volte sono acquisti fatti per pietà e generosità della gente che legge negli occhi di queste persone la disperazione per una vita difficile. Soli, scarsa conoscenza della lingua e senza un regolare permesso di soggiorno si arrangiano con po-

chi soldi, si aiutano tra di loro e con mille sacrifici vanno avanti spinti dal sogno di cambiare in meglio la loro condizione sociale. La solidarietà della gente non manca, si comportano bene e lentamente si integrano grazie ad una sempre migliore conoscenza dell’italiano. Durante la bella stagione, si spostano sui lidi dove c’è più gente e anche gli oggetti da vendere sono di maggiore valore e danno più profitti: asciugamani, lenzuola, coperte e vestitini riscuotono grande successo tra i bagnanti. Decine di chilometri percorsi lungo la spiaggia giornalmente con il caldo soffocante sono ben ripagati da guadagni anche importanti. L’inverno ritornano nelle grandi città. La prima legge in materia d’immigrazione, varata nel 1986, e la conseguente regolarizzazione delle presenze straniere, ha consentito a quei pochi che ci hanno creduto e resistito a mille difficoltà, di farsi una vita in Italia e essere oggi parte integrante della popolazione “indigena”.

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Na Pizzetta… e non solo! Sul litorale un locale tutto nuovo tra eventi, divertimento, servizi ai bagnanti… e buona cucina! Da maggio sul lungomare di Latina ha fatto il suo esordio ‘Na Pizzetta’ , un locale che vanta un’offerta a 360 gradi, che oltre ad essere l’unica pizzeria romana su tutto il litorale, è anche bar, pub, surf shop, rimessaggio kite e noleggio lettini. Un pacchetto completo insomma, per bagnanti, turisti, e nottambuli, con apertura dalle otto del mattino sino a tarda notte. Ma ‘Na pizzetta’ non si ferma a tutto questo! I gestori del locale, infatti, hanno deciso di dare un tocco di originalità in più alle serate, ed in riva al mare, proprio di fronte al locale, si consumerà un calendario fitto di eventi. Tra le iniziative più coinvolgenti e assolutamente da non perdere per trascorrere momenti all’insegna del divertimento, ‘Man vs Food’ e il ‘Torneo di Calciobalilla’. Nel

primo evento il titolo parla chiaro: una sfida tra uomo e cibo e nella fattispecie in un tempo massimo di venti minuti i partecipanti dovranno cercare di divorare un panino della bellezza di 1,5 chilogrammi! Il torneo di calciobalilla, invece, si preannuncia all’insegna della grande competizione; gare serrate nelle quali non è da escludere la presenza di coppie professioniste. Ma agosto, comunque, sarà all’insegna di molte altre iniziative; basta dare un’occhiata al calendario nella pagine di fianco. Insomma, ‘Na Pizzetta’ porta una ventata di novità nel panorama di locali sul lungomare di Latina. Novità tutte da gustare, tra un’ottima pizza alla romana unica nella zona e appuntamenti imperdibili, pronti ad offrire sempre un’alternativa alle serate d’estate!

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SOTTOZERO

La nota stonata del mese di MARCO NARDI

Acqua nera, acqua scura Le quattro cause dell’inquinamento del mare latinense Quali sono le cause dell’inquinamento delle nostre acque costiere? I problemi che affliggono la marina latinense sono per lo più conseguenza di anni di disattenzione e abbandono rispetto ad analisi ed interventi strutturali volti a migliorare il sistema fognario e depurativo, e di conseguenza la qualità delle acque. Per cercare di risolvere il problema, la prima cosa da fare, rispetto al passato, è affrontare la questione inquinamento delle acque con un approccio diverso, seguendo per la prima volta un metodo che da un analisi globale e reale dell’inquinamento, ne individui e ne analizzi le cause e per ognuna di esse ne studi e ne progetti la risoluzione. Per l’analisi, il settore ambiente dell’amministrazione comunale si è avvalso del progetto LIFE (finanziamento dalla Comunità Europea) attraverso i cui studi, in questi mesi, si sono potute individuare le varie cause dell’inquinamento delle nostre acque nel territorio costiero. La realtà che è emersa, è che ci troviamo di fronte a una serie di gravi problemi strutturali che riguardano: 1) LA DEPURAZIONE L’impianto di Borgo Sabotino (Foce Verde) è obsoleto, insufficiente, inadeguato ed è rimasto tale da dieci anni, nonostante i finanziamenti persi per cercare di trasferirlo, in quanto ostacolo ad un progetto di porto che non ha mai visto una fase concreta di realizzazione. 2) LA RETE FOGNANTE E’ solo parzialmente esistente e nell’ambito di quella esistente solo una parte è funzionante (l’altra è quella tristemente famosa perché è stata realizzata, pagata e mai fatta funzionare in quanto fatiscente e struttural52 | NUMERO ZERO | 08.2013

mente non funzionante). 3) LO STATO DI INQUINAMENTO dei Canali Colmata e Mastropietro (quelli che corrono paralleli al Lago di Fogliano e al lungomare di Latina – lato Foce Verde). Qui l’inquinamento è legato in buona parte ai nuclei abusivi sanati che ancora non sono in condizione di avere allacci in fogna e si servono di pozzi neri e fosse imof i cui liquami, nel tempo, drenano inevitabilmente nei due canali in questione. 4) LA QUALITA’ DELLE ACQUE (PESSIMA) di Rio Martino a sud e del Fosso del Moscarello (Foce Verde) a nord, dovuta in parte dai Comuni posti a monte della nostra Marina ed in parte alla carenza di alcuni nostri depuratori caricati dalla immensa mole di costruzioni realizzate negli ultimi dieci anni. Individuate le problematiche ora ci si trova di fronte ad una grande sfida. Una sfida sul piano del fare che non ha bisogno di polemiche superficiali e demagogiche che rischiano di portare l’attenzione più sul livello della contrapposizione e quindi della confusione che su quello tecnico amministrativo


Ottica Davoli, il tuo centro di fiducia “Sono sempre stato portato per i lavori manuali e di precisione, da ragazzo avevo deciso di fare l’orafo, poi ho scelto la scuola di ottica. Ora sono convinto di aver fatto la scelta giusta, visto che il mio mestiere non è soltanto commercio.” Queste sono le parole di Aldo Davoli, oggi titolare di due punti vendita di ottica nella nostra provincia che possono vantare più di un fiore all’occhiello: primi in provincia ad occuparsi dell’applicazione di lenti a contatto semirigide per cheratocono e lenti specifiche per ortocheratologia notturna (ovvero la correzione della miopia fino a sei diottrie attraverso l’applicazione di lenti durante il sonno); primi ad usare l’I-profiler Zeiss che consente di poter costruire lenti individuali “I-scription” al centesimo di grado, aumentando così nelle miopie e negli alti astigmatismi il contrasto, soprattutto in presenza di scarsa luminosità. La sua carriera di ottico è iniziata diversi anni fa quando, studente ancora sedicenne, ebbe la fortuna di fare il suo apprendistato presso una vera e propria istituzione in questo settore: l’ottica “La Barbera” di via del Corso nel cuore di Roma; una gavetta dura ma ricca di soddisfazioni perchè, pieno di passione e buona volontà, riesce a fare suoi i trucchi e i piccoli segreti di questo mestiere che si fonda principalmente sull’abilità di artigiano e la cura per i dettagli. In seguito trova impiego presso l’ottica “Vi.La.Ba” situata in p.zza del Parlamento dove si fregia di realizzare gli occhiali di ben due presidenti della Repubblica: gli onorevoli Oscar Luigi Scalfaro e Francesco Cossiga, oltre ad altri personaggi politici e addirittura dello spettacolo (suoi i celebri occhiali del ragionier Filini in “Fantozzi” e quelli della splendida Ornella Muti in”Bonnie&Clide all’italiana”). Seguono altri impieghi, prima in un negozio di via Veneto poi per “Ottica Romani” sempre nella Capitale. Qui, vista la sua esperienza e professionalità, gli viene affidato, nel

Nel 2012 riceve il riconoscimento di Centro Eccellenza Carl Zeiss Vision 1999, il ruolo di direttore del punto vendita presso il C.C.Morbella di Latina. Aldo vi rimane fino al 2003 poi, sicuro di poter contare sulle sue capacità, decide che è giunto il momento di camminare sulle proprie gambe. Nasce così l’Ottica Davoli dove, finalmente, può mettere a frutto autonomamente tutte le nozioni apprese e il proprio bagaglio d’esperienza. Unico negozio a Latina con laboratorio interno, apparecchiature all’avanguardia, personale qualificato, ma soprattutto la stessa passione e l’immutata caparbietà acquisite negli anni di apprendistato. Nel 2012, grazie ai risultati conseguiti, riceve il riconoscimento di CENTRO ECCELLEN-

Unico negozio a Latina con laboratorio interno ZA Carl Zeiss Vision, uno dei principali produttori di lenti oftalmiche ed apparecchiature tecniche del settore, un’enorme soddisfazione per chi opera in questo campo. Ogni passaggio per la realizzazione di un’occhiale presso l’ottica Davoli, è come l’ingranaggio di un precisissimo orologio: si comincia dalla vendita assistita per poter consigliare il cliente nella scelta della montatura perfetta per le sue esigenze visive ed estetiche, le lenti giuste per ogni deficit visivo, il montaggio dell’occhiale, la consegna con i necessari accorgimenti ed infine il post-vendita, essenziale per garantire la tranquillità del cliente e la continuità di un rapporto basato sulla fiducia e la trasparenza. Una strategia che ripaga quotidianamente l’impegno di Aldo, mantiene vivo il suo entusiasmo, la sua voglia di fare sempre meglio e che lo contraddistinguono fin dal primo giorno di lavoro.

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Il vanto di aver realizzato gli occhiali a Cossiga, Scalfaro e…al ragionier Filini

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RASATI A ZERO

L’angolo del parrucchiere di MASSIMO SAI

Un’acconciatura per l’estate Le evoluzioni estetiche proposte dall’hair style pontino legate alla bella stagione Dopo un inizio di stagione estiva non troppo esaltante, basse le temperature, frequenti le piogge, il caldo, fortunatamente non troppo eccessivo, e’ comunque arrivato. Nel numero scorso di “ Zero “ consigliammo l’utilizzo di prodotti solari professionali per idratare e proteggere nel modo giusto i nostri capelli esposti al sole per molte ore al mare o in alta montagna. Non avevamo pero’ consigliato come sistemarli o come pettinarli in maniera veloce e agevole, dopo una giornata trascorsa al mare per esempio. Mentre gli uomini con l’applicazione di gel solari, che oltre a proteggere ed idratare, riescono ad acconciare le loro chiome in un batter d’occhio, le donne, specialmente quelle che hanno capelli con lunghezze considerevoli, ad avere i maggiori problemi di sistemazione. Si , perche’ sarebbe un vero peccato non sistemare nel modo piu’ giusto i capelli, dopo

essere stati bravi a proteggerli ed idratarli con degli ottimi solari. Sembrerebbe quasi di non aver fatto nulla di buono per la propria chioma, vedendola spettinata e disordinata dopo il mare. Non si puo’ certo pensare tutti i giorni dopo il mare di andare dal parrucchiere, soprattutto per mancanza di tempo.Noi prendendo spunto dai colori e dai profumi della stagione estiva, e seguendo il trendy e le abitudini di attrici e modelle

famose,abbiamo consigliato alle nostre clienti delle semplici e veloci pettinate che riescono sia nel tempo ed anche nell’originalita’ad ottenere dei risultati importanti. Le acconciature che vedete nelle foto, sono riuscite ad accattivare le simpatie di tante che impegnate nel lavoro o con poco tempo a disposizione, hanno risolto i loro problemi con pochi colpi di spazzola. Con i nostri prodotti solari e con l’ausilio di fiori veri e dalle diverse colorazioni, siamo riusciti a raggiungere diversi stili che proponiamo tra gli altri in questa pagina. Idee originali e soprattutto veloci, valide per una serata estiva o cerimonia piu’ importante. La chioma viene impreziosita attraverso i colori e le diverse forme dei fiori, il volto di ogni donna viene illuminato. L’aroma profumato floreale regala una sensazione di benessere diffuso a chi ci e’ vicino. Dona una sensazione di piacevole freschezza, creando uno stile anni ’40 prezioso ed elegante al tempo stesso.

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La vostra vacanza a cavallo immersi nella natura Il centro ippico Del Principe organizza ad agosto tre giorni di escursioni in Abruzzo Ancora aperte le prenotazioni

Una splendida tre giorni a contatto con la natura, passeggiando a cavallo tra sentieri e boschi, immersi nello splendido scenario dei monti Ernici al confine tra il Lazio e l’Abruzzo. Chi ancora non aveva le idee

escursione della durata di tre giorni, alla quale in pochi, tra gli appassionati di natura e di cavalli, potranno rinunciare. Alla presenza di guide professioniste, sarà possibile percorrere in sella al cavallo tre distinti itinerari in tre giorni diversi, che si snoderanno nel verde intenso dei Monti Ernici. La base di partenza sarà Vico nel Lazio, ed ogni giorno sarà raggiunto un campo base, presso il quale il gruppo pernotterà in tende e sacchi a pelo. L’organizzazione del centro ippico Del Principe metterà a disposizione i propri cavalli ed il trasporto da Latina per tutti i partecipanti, nonché, con il supporto dell’agriturismo ‘I Monti Ernici’, provvederà a fornire il vitto sia per il pranzo che per la cena. Una tre giorni che si preannuncia indimenticabile e che il Centro Ippico Del Principe offre a soli 299 euro. Le prenotazioni sono già partite nel mese di luglio ma restano ancora posti disponibili. I cavalli e la natura in tutta la loro bellezza, vi aspettano.

chiare su come trascorrere le proprie vacanze, ha a portata di mano una soluzione low coast a dir poco accattivante. A partire dal 22 e fino al 25 di agosto, il centro ippico Del Principe di Latina, organizza una

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Le visite illustri a Latina Giorni di festa e di propaganda

cortesie per gli ospiti Da Mussolini a Giovanni Paolo II, le personalità giunte in via ufficiale nel capoluogo pontino tra l’accoglienza trionfale della popolazione di IVAN EOTVOS

L

atina è nata in un giorno di festa e di entusiasmo in cui fu la visita del Duce, Benito Mussolini, acclamato come un eroe in quei giorni, a rappresentarne l’evento solenne. Si potrebbe quasi dire che Latina (allora Littoria) sia nata proprio per celebrare quella giornata tanto attesa e quel momento storico, culminato nel discorso dal balcone del Municipio. “Solo tre anni fa - diceva Mussolini durante la sua visita alla piazza in festa - in questa zona regnava la mortifera palude” e non esagerava. In quel periodo, moltissimi capi di Stato e personaggi importanti vennero a fare visita alla nuova Provincia del Regno d’Italia. Non solo per “toccare con mano” come recita ancora oggi con un certo orgoglio il sito ufficiale del Comune di Latina, ma anche per dovere storico, visto che, in effetti, i lavori svolti nella fondazione di una città nata dalla palude erano di grande esempio per tutti e l’ammirazione fu internazionalmente unanime. Anche questo era Littoria, una grande operazione di marketing istituzionale - oltre che economico e sociale naturalmente - per dimo-


strare ai grandi paesi che contavano nel gioco degli equilibri mondiali che l’Italia era in grado di fare grandi cose, e di dire la sua. Anche se non era nata per questo scopo - Mussolini era contrario al progetto della fondazione di grandi città ma voleva dei comprensori esclusivamente rurali - Littoria si rivelò un formidabile asso nella manica per la propaganda e Mussolini cambiò i suoi piani, presenziando alla cerimonia di inaugurazione che avvenne il 18 dicembre del 1932. Dopo quell’esposizione reclamizzata, dove però il Duce più che da ospite si comportò da padrone di casa, il suolo dell’agro redento nelle cinte della città simbolo è stato calcato negli anni seguenti da tante personalità, politiche, imprenditoriali, religiose e di spettacolo. Abbiamo voluto ricordare visite e presenze ufficiali più significative negli ottanta anni di vita della città.

Dopo l’inaugurazione con il Duce la città di fondazione fu pellegrinaggio di diplomatici e meta di Vittorio Emanuele III

Se è vero che la visita del Duce è stata narrata in mille e più occasioni nella storia, è anche vero che altre visite, anch’esse molto importanti avvenivano numerose in quel periodo. Dal sito del Comune di Latina, che nella sua pagina storica, non senza un briciolo di retorico orgoglio, vengono così presentate: “A pochi mesi dall’inaugurazione di Littoria - si legge nel sito - la zona pontina diviene la meta di un vero e proprio “pellegrinaggio” di politici e tecnici interessati e pronti ad

esaminare la nuova situazione creata dal Fascismo. Dopo la Grande Bonifica, infatti, i posti di lavoro erano aumentati e la situazione economica era effettivamente florida e orientata verso un aumento del benessere di chi ci viveva”. Ovviamente, la situazione economica non poteva che essere più florida degli anni precedenti, visto che prima non c’erano grandi città in quella valle. Secondo le fonti del Comune in quegli anni venne in visita Vittorio Emanuele III per vedere con i propri occhi la città

Il battesimo del Duce e la risonanza mondiale Della visita inaugurale di Benito Mussolini si è molto scritto. Giornalisti, storici e saggisti hanno speso fiumi di inchiostro per descrivere la cerimonia ufficiale che vide la luce della città di Littoria. Una delle ultime descrizioni, quella di Antonio Pennacchi, racconta la ormai celebre storia del camion che sarebbe affondato nel punto esatto in cui oggi c’è la fontana e che sarebbe stato tappato di gran fretta solo la notte prima dell’arrivo del Duce. Di certo, e le immagini dei cinegiornali dell’epoca lo testimoniano, fu una grande manifestazione popolare, un bagno di folla in cui Mussolini - all’apice del successo e della popolarità - tenne uno dei suoi discorsi più roboanti, e fa sicuramente effetto rivedere le immagini e sentire i suoni che si riverberano nelle pareti bianche dei Palazzi a noi tanto familiari, e che solo pochi anni dopo saranno crivellati dai colpi della guerra, nella grande avanzata degli Alleati.

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Mussolini dal balcone della Prefettura in occasione dell’inaugurazione di Littoria


Il Reich a San Marco

Joseph Goebbels all’interno della cattedrale di San Marco

del nuovo secolo. In seguito, figure di importanti diplomatici e uomini di Stato si alternarono a Littoria, come si cita nel sito istituzionale del Comune venne anche “la delegazione argentina e il cancelliere federale austriaco Von Papen. Maksim Litvinov, esperto diplomatico sovietico, membro del comitato centrale del partito comunista e commissario del popolo per gli affari esteri dell’Urss”. Molte importanti delegazioni vennero nelle terre redente non solo per motivi diplomatici, ma anche scientifici. Come la famiglia reale del Siam. Mancando ulteriori informazioni in merito a questa visita, la fantasia può certamente volare, visto l’esotico contesto da cui proveniva la famiglia reale in questione. Pare di vederli aggirarsi tra le meraviglie naturali e le nuove architetture della nostra città appena nata (secondo il sito del comune la visita sarebbe avvenuta nel 1937) mentre scienziati, etologi ed architetti prendono note, fanno disegni e for-

mulano osservazioni, allo sguardo del giovane imperatore del Siam (oggi Thailandia) da poco insediato. In realtà, probabilmente Ananda Mahidol (imperatore del Siam da giovanissimo) non giunse mai nella landa bonificata, anche perché in quella data questa lontana terra viveva un periodo di reggenza temporanea da parte di un colonnello. Più che una visita pittoresca, fatta di sfarzosi abiti in stile orientale e stravaganze che possono venire in mente, si deve essere trattato di una tranquilla comitiva di famigliari dell’imperatore, scienziati e osservatori in abiti occidentali, magari del tutto simili ai moderni turisti di alto livello. Non ci risultano testi o particolari rilievi scientifici emersi da questa visita per il secolare regno del Siam, ma di certo l’esperimento di Littoria aveva attirato l’attenzione di molti regnanti in tutto il mondo. L’operazione sotto il profilo della propaganda era riuscita perfettamente.

Particolare menzione merita la visita a Littoria, della quale circola qualche foto, di uno dei personaggi più drammaticamente rappresentativi del verticistico apparato nazista. Si tratta del ministro della propaganda del Reich di Adolf Hitler, Joseph Goebbels, a tal punto legato al suo Fhurer da decidere di suicidarsi insieme a tutta la sua famiglia il giorno della disfatta totale della Germania. Questi giorni però erano lontani quando Goebbels visitava la città. Nelle foto viene ritratto con degli operai, probabilmente, mentre visita la cattedrale di S.Marco, segno che probabilmente le immagini fanno riferimento al 1933 quando avvenne una importante visita da parte del Ministro tedesco che non fu senza conseguenze, anzi lasciò il segno. Di lì a poco infatti, Mussolini cancellò l’Ufficio Stampa del Governo per sostituirlo con un sottosegretariato in seno al Ministero della Cultura Popolare nominando sottosegretario alla Propaganda e alla Stampa Galeazzo Ciano, ambasciatore, politico e diplomatico, poi ministro e genero di Mussolini. L’aver inserito la parola “propaganda” in un’istituzione fascista segnava un rinnovamento della comunicazione del Duce, che si avvicinava verso quella tedesca. Si sostiene che lo stesso Goebbels abbia incoraggiato questa svolta per l’amministrazione del consenso in Italia in quel periodo. In quel viaggio, il Ministro del Reich ebbe colloqui non solo con Mussolini ma con lo stesso Ciano, e chissà se proprio con le immagini della nuova città emersa dalla palude negli occhi, il Ministro tedesco non abbia dedicato parole di infuocato entusiasmo verso questa impresa, suggerendo magari come sfruttarla al meglio a livello comunicativo. Nelle immagini il Ministro non è in divisa ma è in borghese, segno che la sua visita sebbene non potesse perdere i profili istituzionali dovuti alla sua importanza, veniva considerata più informale. Una visita insomma, forse una deviazione dai palazzi romani, ghiotta occasione per il Duce di capitalizzare al meglio la scommessa, seppure tardiva, fatta su Littoria come esempio dell’efficienza italiana.

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Il trionfo di Pertini di ALBERTO REGGIANI

18 dicembre 1982, una giornata di pioggia esattamente come cinquant’anni prima. Anzi forse più violenta, a tratti tempestosa. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, il più amato e celebrato dagli italiani, giunge a Latina per il Cinquantenario della fondazione della città. E’ la prima volta che un Capo di Stato visita in via ufficiale il capoluogo dell’agro redento, le prime e ultime personalità istituzionali ad affacciarsi dal balcone del Municipio erano state Mussolini e il Re Vittorio Emanuele III. Ma quella era Littoria, il fortino del regime contro il quale lo stesso Pertini aveva lottato per anni, scontando anni di galera e confino politico nelle isole pontine. Dopo mezzo secolo quella stessa città che lo aveva avversato e irriso (nel 1940 scontate le condanne, il prefetto di Littoria Vittorelli propose un prolungamento della pena considerandolo un “pericoloso socialista”), lo accoglie trionfalmente fronteggiando freddo, vento e grandine. E’ un Presidente coraggioso, Pertini, che sfida il protocollo e le misure di sicurezza, tuffandosi nella folla

Il sogno nucleare di Enrico Mattei Enrico Mattei guardava in prospettiva, e da anni stava seguendo lo sviluppo del nucleare in campo energetico quando nel 1957 decise di fare la sua mossa in merito. E come spesso gli capitava, si trattava di una scommessa di forte impatto: costruire una potente centrale nucleare in Italia. A tale scopo, fondò una nuova compagnia, di cui il 75% dei fondi iniziali erano dell’Eni e il restante 25% dell’Iri, che fu chiamata SIMEA (Società Italiana Meridionale per l’Energia Atomica) facendola condurre a Gino Martinoli. Dal

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e abbracciando quante più persone possibili, sorridendo e scambiando battute con chiunque, percorrendo a piedi tutto il corridoio transennato da Piazza della Libertà fino a Piazza del Popolo passando per via Diaz. Giunto nel Palazzo Comunale, il Presidente partigiano riceve l’omaggio delle istituzioni locali, sindaco, pre-

fetto, amministratori, politici, operatori commerciali e associazioni. In più si ferma a colloquio con una rappresentanza della Massey Ferguson, la multinazionale con sede ad Aprilia, la cui crisi ha appena generato il licenziamento di 1137 operai: “Salva tu il nostro lavoro, presidente e compagno Pertini, Solo tu puoi far-

canto suo Mattei si mise a capo di un comparto dell’Eni che si occupava del nucleare e con questa struttura societaria individuò in Borgo Sabotino il luogo ideale per una centrale nucleare di grandissimo peso energetico. Acquistato dagli inglesi nel 1957, il reattore di Latina era in grado di sviluppare fino a 210 MW, uno dei più potenti dell’epoca. Costruire una centrale nucleare è un lavoro estremamente lungo, una grande scommessa. Mattei era presente alla cerimonia della prima pietra, posata il 1 novembre del 1958 e in diverse occasioni visitò il cantiere in cerimonie molto meno ufficiali. Ma non fece in tempo a vedere la sua creatura in funzione.

Il primo test del reattore avvenne solo il 27 dicembre 1962 (due mesi precisi dopo la morte dell’ingegnere che avvenne in un incidente aereo il 27 ottobre dello stesso anno) ed entrò in funzione l’anno successivo, essendo ancora uno dei più potenti reattori nucleari del mondo. Se una visita e una idea di sviluppo hanno lasciato il segno nella storia latinense, sicuramente è quella di Mattei, che mise la sua attenzione nel territorio cambiandolo per sempre, lasciando un segno quasi indelebile di una storia passata che a molti non piace di certo, ma che fa indissolubilmente parte di noi, e come le sue conseguenze, non si può smaltire facilmente.


Cinquantenario di Latina: la riscossa del Presidente partigiano dopo gli anni di confino durante il regime fascista lo! – c’è scritto nel messaggio fatto recapitare al Capo di Stato. Pertini non pronuncia discorsi ufficiali, si limita ad ascoltare quelli dei politici locali, in primis l’orazione del sindaco Delio Redi, preferendo un rapporto diretto e informale con la gente che incontra per strada, nei corridoi dei palazzi, nelle mostre. Quando prende la parola il primo cittadino di Latina si rivolge proprio a lui nel tentativo di spiegare il significato storico del traguardo raggiunto: “Questo 18 dicembre – dice il sindaco – è importante non solo per la coincidenza nominalistica o numerica, ma perché per la prima volta nella sua breve storia, questa città si è interrogata, ha scrutato con occhi maturi nel suo passato, ha cercato di sapere, di dare un senso comune alla sua gente, di individuare un elemento che unificasse i dialetti, le provenienze, le abitudini di cittadini tanto diversi. Ed ha scoperto che dietro le nebbie del trionfalismo, c’è un’epoca grandiosa, che non è patrimonio di un regime, perché è parte importante della storia degli uomini”. In pratica un atto di dolore postumo e di formali scuse con l’illustre ospite, per il trattamento subito nell’anteguerra. La visita di Pertini a Latina, costel-

lata di impegni ufficiali come l’inaugurazione della Mostra sul Parco Archeologico di Satricum o la presenza al Convegno Economico presieduto da Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, è rimasta però nella memoria collettiva di chi vi ha partecipato, come l’incontro spontaneo e caloroso tra un Capo di Stato e la sua gente. Le immagini che rimangono im-

presse nella mente sono quelle di Pertini che ondeggia da una parte all’altra delle transenne a stringere mani, ad abbracciare persone, a scambiare parole con la gente più disparata. Un rapporto fisico con giovani e anziani cercato e ottenuto, per far sentire la sua vicinanza, per manifestare la sua profonda umanità.

Paolo VI a Fossanova

teva che fare grande impressione e naturalmente essere trattata come un grande evento dalle istituzioni ecclesiastiche locali. Ancora oggi, la visita è ricordata con una targa che mette in particolare risalto

l’arrivo del Papa “disceso in questo luogo in elicottero” come Vicario di Cristo per rendere omaggio alla memoria del santo e benedire “le masse in festa accorse in questa terra”.

Non solo Latina. Anche nei dintorni del capoluogo negli anni si sono registrate importanti presenze. Il 14 settembre 1974, in occasione del VII centenario della morte di S. Tommaso D’Aquino fece visita a Fossanova papa Paolo VI. Nel piccolo borgo si riversarono in pochissime ore una massa di fedeli e di curiosi, facendo di quella giornata una data storica per la splendida abbazia che è ancora oggi orgoglio e cuore di quella zona. Sebbene la visita non fosse prettamente pensata per la diocesi pontina, non po-

Il principe dell’energia seguì la costruzione dell’innovativo reattore di Borgo Sabotino Due i pontefici che incontrarono i fedeli e resero omaggio a San Tommaso e Santa Maria Goretti

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Lo splendido tramonto di Wojtyla Il 29 novembre del 1962, un vescovo si reca in visita nella Provincia Pontina per sostare in un luogo che per lui ha un particolare rilievo spirituale: la casa del martirio di Santa Maria Goretti. Compila diligentemente il libro delle visite apponendo la sua firma, la data e una dedica alla santa Patrona “dell’invitta castità”. Ha modo di osservare le stanze, di respirare l’aria pulita e di concentrarsi sul silenzio di quella campagna ancora oggi quasi incontaminata che sembra proprio quella di cui si nutriva lo sguardo dei personaggi della storia di martirio della Santa più rappresentativa della terra pontina. Si era fermato a pregare e si dice che abbia lasciato un ultimo, lungo sguardo alla casa prima di andare via. Quel Vescovo sarebbe tornato in quello stesso luogo molti anni

dopo, il 29 settembre 1991, per confermare l’importanza di quel simbolo religioso, rappresentato, dal punto di vista della Chiesa, in quella negazione del peccato e di quella semplicità che ancora oggi, con maggiore vigore, si cerca di ispirare nel cuore delle nuove generazioni. Quel vescovo era Karol Józef Wojtyła che in seguito verrà conosciuto da tutti come Giovanni Paolo II. Arriverà anche lui in elicottero, attirando l’attenzione di moltissime persone nel piccolo borgo rurale. Ma poi sposterà la sua parola nella chiesa di S.Marco, dove un fiume di gente lo aspettava e poi, addirittura allo stadio. Così raccontava quel momento uno dei principali artefici di questa visita, il vescovo Domenico Pecile, che con quella visita papale compì il capolavoro della sua lunga carriera: “Non era mai successo. Tra le tante cose accadute per la prima volta questo doveva rimanere l’evento culminante. Il grande stadio comunale trasformato in un immenso cena-

colo a cielo aperto, per diventare come d’incanto, il cuore palpitante dell’intera Chiesa Pontina”. La data fu importante per molti motivi. Il numero 100 ricorre due volte perché si trattava del centenario della Santa, a cui il Papa aveva più volte dedicato pensieri ed elogi durante il suo pontificato, e anche perché si trattava del centesimo viaggio di Giovanni Paolo II. Fu un evento carico di molti significati, piccoli e grandi, perché la Chiesa Pontina veniva da un processo di unificazione cominciato alla fine degli anni Ottanta e la visita avvenne in un contesto storico complicato, con il vento di guerra che arrivava da est e che si fece sentire, negli annunci del Santo Padre. Comunque la si pensi, fu una data storica e un grande momento di gloria per la città di Latina, riassunto nel libro della giornalista Rita Calicchia, recentemente scomparsa. “Grazie per questo splendido tramonto”, il titolo dell’opera, ispirato alla frase con cui il Pontefice si congedò dalla terra pontina.

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sezzeweb.it

Il numero zero di Vasco Nel 2004, Vasco Rossi toccava il prato dello stadio Francioni con il suo tour. Nel 2007 l’operazione venne ripetuta. Una data di preparazione o come si dice in termine tecnico, una “data zero” in cui Vasco, in un certo senso, faceva le prove generali in uno spazio per lui ridotto come lo Stadio Comunale per le sue oceaniche coreografie umane a cui ci ha abituati da tempo. L’evento, culminato con il concerto del 14 giugno 2007, fu di grande impatto a livello musicale, per la città. Se non altro perché il risuonare delle casse da battaglia campale di Vasco Rossi si potevano sentire forse anche nei più remoti borghi. Sorprendentemente

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i latinensi reagirono in maniera matura a quell’evento, senza dare sfoggio eccessivo di provincialismi, anzi, mostrando una propensione temperata per questo genere di situazioni, quasi una naturalezza innata. Ma le dichiarazioni rilasciate da alcuni politici in merito all’importanza del concertone qualcosa di provinciale forse lo lasciarono pur trasparire: “Se nel 2004 l’arrivo di Vasco Rossi a Latina fu una sorpresa, oggi è la conferma che questa città è entrata prepotentemente in un circuito di eventi a carattere nazionale ed internazionale. Il nostro impegno per la crescita della città è sotto gli occhi di tutti” così sobriamente annunciava l’allora Sindaco di Latina Vincenzo Zaccheo alla stampa. “. Insomma, l’evento musicale era certamente importante e la visita

di Vasco Rossi come “data zero” è stata una grande occasione per Latina, almeno per una sera. E i cittadini l’hanno presa proprio come tale, una bella serata, con il sold out che un evento del genere meritava e con l’assenza di disordini nelle ore antecedenti e successive all’esibizione del rocker di Zocca. L’entusiasmo istituzionale dimostrato allora invece faceva pensare più alle compassate passeggiate dei regnanti del Siam o di Vittorio Emanuele III tra gli edifici di nuova costruzione, la gioia creata dalla visita di Pertini o l’emozione di una visita papale. Forse era solo segno che il tempo stava cambiando o che più passa il tempo e più c’è voglia di meraviglia. In attesa che questa città, nata in un giorno di festa, ritrovi altre prestigiose feste da ricordare.


LISTA ZERO

Politica e comunicazione di FRANCESCO MISCIOSCIA

La comunicazione del terrore che condiziona le nostre vite Ci sono movimenti della comunicazione globale che condizionano pesantemente le nostre vite: determinano politiche economiche, favoriscono la nascita o la fine di movimenti di pensiero e di azione, indirizzano stili di vita, incidono addirittura sui nostri umori, sulle relazioni sociali, sulle nostre scelte. Personalmente non inseguo con questo ragionamento teorie complottiste e non credo che questa capacità di veicolare su scala globale l’informazione abbia una regia unica, padri e padrini che riuniti in lussuosi salotti decidano i destini del mondo. Piuttosto, da uomo di comunicazione, sono consapevole che realtà con profonde conoscenze delle dinamiche che servono ad attivare e moltiplicare l’ascolto di un’informazione, e con le risorse e le relazioni necessarie per favorire l’esplosione di una news, possano riuscire a veicolare un proprio messaggio su scala internazionale. A maggior ragione nel caso di grandi gruppi industriali, lobby politiche ed economiche, quando non addirittura Stati o apparati in qualche forma istituzionali. Questo tipo di utilizzo della comunicazione su scala globale per assecondare interessi e volontà di realtà specifiche, negli ultimi anni, anche per la completa e matura globalizzazione del sistema dell’informazione, ha vissuto una vera e propria esplosione, tanto che ciascuno di noi, nel leggere una notizia di valenza “mondiale” si chiede spesso da dove nasca, quale sia la fonte, perché sia ripresa sulla fiducia nelle diverse Nazioni, a chi giovi. In più, in 66 | NUMERO ZERO | 08.2013

alcuni, casi di più ampia portata, questo flusso eterodiretto di comunicazione ha assunto chiaramente una sistematicità, strutturandosi sul lungo periodo, mostrando una strategia di fondo e obiettivi non sempre di facile identificazione. In questo caso, l’esempio sicuramente più importante per l’incidenza sulla politica mondiale, ma anche in un certo senso il più studiato e reso palese nel suo disegno strategico, è quello che riguarda la comunicazione del terrore impostata dagli Stati Uniti dopo l’attacco alle Twin Towers, con un modo di agire e di determinare la comunicazione su scala globale nato sotto la Presidenza Bush, ma solo in parte modificato da Obama. E’ nella stessa attribuzione del termine terrorismo che si è rivol-

tato lo sguardo dell’opinione pubblica, non solo occidentale, sulla politica mondiale. Con un processo di comunicazione che ha preparato il campo e reso “condivise” nuove guerre, e che più in generale ha posto in una nuova prospettiva i diversi conflitti mondiali: basti pensare a come questo “atteggiarsi” dell’informazione globale ha influito sul giudizio, e conseguentemente sulle diverse azioni messe in campo, rispetto a situazioni come quella palestinese, al processo eterogeneo della “primavera araba”, ma anche al conflitto in atto in Cecenia. L’attribuzione di terrorista, spesso indirizzata a movimenti che ancora pochi anni fa si sarebbero considerati di liberazione e resistenza, sta di fatto condizionando l’intera politica mondiale. Questo assoggettamento non


dichiarato della comunicazione riguarda molti settori, a partire da quello economico o, verrebbe da dire seguendo il vecchio adagio che per trovare soluzioni a fatti poco chiari bisogna seguire la pista dei soldi, riguarda unicamente il settore economico, nelle sue diverse declinazioni. D’altra parte, tornando a casa nostra, la crisi, prima che diventasse evidente nelle tasche degli italiani, è stata annunciata, preparata e fatta metabolizzare da una martellante campagna di stampa, basti citare l’ossessiva insistenza sullo spread. La comunicazione al riguardo ha fatto tanto, determinando atteggiamenti e propensioni al consumo degli italiani, per non dire delle scelte politiche con un Governo di larghe intese che non sarebbe mai nato in Italia, senza che prima i cittadini fossero stati annichiliti da un messaggio unico sulla necessità di questa soluzione, previa baratro per il nostro Paese. E qui, per ovvie ragioni di spazio, non mi dilungherò su analisi più approfondite e su come, ad esempio, certe comunicazioni e, per dire, il ruolo decisivo attribuito dalla stampa alle società di rating e in generale alla finanza, abbiano favorito alcuni Paesi e realtà a discapito di altri. Per dire come questo tipo di processi condizioni su più livelli la

nostra vita, voglio anche sottolineare quanto invasive siano state negli ultimi anni le informazioni circa vere o presunte epidemie. Dopo mesi di terrore circa l’apocalittico diffondersi dell’aviaria, solo per fare un esempio fra i tanti pericoli da virus che ci vengono imposti con cadenza almeno annuale, ho scoperto che questa malattia ha prodotto qualcosa come venti morti in tutta la Cina: insomma, probabilmente, meno delle vittime di fulmini nella nostra bella Italia, o magari lo stesso numero degli sfortunati americani sopraffatti da frammenti di meteoriti. Resta la domanda più complica-

ta, su come un cittadino possa difendersi da questo tipo di comunicazione invasiva e spesso falsificatrice. Ovviamente non c’è risposta se non la capacità di ognuno di atteggiarsi all’informazione con spirito critico, di porsi domande, diversificare i canali dove ci approvvigiona di notizie, immaginare l’informazione sempre come un processo, che ha fonti, veicolatori, media e che spesso cela interessi anche poco legittimi. Insomma cercare di essere sempre lettori e ascoltatori attivi, che agiscono la comunicazione e non la subiscono. Marketicando francescomiscioscia.it

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L’incantodel

Fogliano Equilibrio perfetto tra uomo e natura di RICCARDO ANGELO COLABATTISTA

“Lago di Fogliano grazioso specchio sulle cui rive ondeggiano ricurve ombrelle di palmizi annosi” Francesco Brombin

U

n luogo dove l’opera dell’uomo e una natura indefinita hanno trovato un equilibrio. Dove l’incanto del verde si fonde con la storia e la calma delle acque è rotta dal respiro delle fronde. Villa Fogliano è un esempio di rispetto. Rispetto verso l’ambiente preesistente, con interventi strutturali non invadenti, ma funzionali. Splendido scenario per eventi ma anche per semplici passeggiate romantiche, ideale per set cinematografici e per chi ama fare sport, chi si immerge nell’area del Fogliano ripercorre contemporaneamente secoli di vita. Dall’opera dei romani nel III secolo d.C. a quella degli Annibaldi nel X secolo, passando per la famiglia Caetani fino all’attuale gestione del Parco Nazionale del Circeo. Un’oasi sulla terra a pochi passi dal mare.


Le primavere del villaggio L’area di Fogliano, con il lago e il villaggio, nei secoli ha attraversato momenti di splendore alternati a periodi bui. Le prime testimonianze di insediamenti risalgono all’epoca romana quando vennero costruiti vivai artificiali per sfruttare al massimo il terreno e i laghi costieri. Proprio dall’influenza romana deriva il nome di Fogliano che, molto probabilmente, arriva dalla scorretta trascrizione da parte di Ceionio Kamenio che scrisse Fuliano invece di Juliano. Nel medioevo, infatti, la zona veniva chiamata Navis Fulgiani, Folianus e Fulgianus. Tutti nomi che ricordano l’origine romana del luogo. Medioevo che per Fogliano rappresenta la seconda stagione d’oro. Periodo di grande rigoglio naturale, quello intorno al 1300, quando tutta la zona compresa tra il lago di Fogliano e Caprolace costituiva un unico e importante possedimento di Papa Bonifacio VII (Benedetto Caetani) che trasformò l’area lacustre in un piccolo gioiello. Proprio in questo periodo tutta la zona fu affidata alla famiglia Caetani che, con le nuove piantumazioni e le costruzioni divenute caratteristiche, diede un’impronta precisa all’umido territorio. L’ultimo passaggio di consegne è avvenuto abbastanza di recente. Infatti, era il 6 settembre del 1985 quando lo Stato italiano, terminando la sua azione espropriativa dell’intera zona, donò la gestione e le competenze al Parco Nazionale del Circeo. Ora il borgo antico di Fogliano è riconosciuto come riserva della biosfera dell’Unesco ed è tra i siti d’importanza comunitaria dell’Unione Europea.

Le strutture dell’antico borgo L’eterna bellezza di Fogliano è rappresentata senza alcun dubbio dalla potenza e dalla poesia della natura. Un assetto naturale che bene si è rapportato con l’intrusione dell’uomo. Ad oggi, quindi, Villa Fogliano è caratterizzata anche dalle numerose costruzioni che dal

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Tenuta di Fogliano; da sinistra: Leone, Giovannella, Roffredo, Gelasio (in piedi),Michelangelo (seduto per terra), Livio e Ada


Tenuta di Fogliano: la regina Margherita di Savoia (al centro) con alcuni membri della famiglia Caetani e altri amici. Tra i Caetani riconosciamo donna Ada (in piedi), Don Roffredo e Don Onorato seduti rispettivamente a sinistra e a destra della regina

l’abitazione è divisa su due piani: nel primo c’erano tutti monolocali adatti a viaggiatori, lavoratori e servi della famiglia nobile; mentre al piano terra, composto da enormi stanzoni, vi alloggiavano le famiglie delle persone che lavoravano periodicamente al servizio dei Caetani.

Le origini del lago 1700 in poi hanno contraddistinto questo borgo nato nella palude e sulle sponde del lago. Una delle strutture più antiche dell’agglomerato è il Casino di caccia costruito nel 1742. Una struttura completamente in muratura utilizzata esclusivamente dai Caetani durante le stagioni venatorie. Altre costruzioni rappresentative della realtà quotidiana di Fogliano, sono la Palazzina costruita nel 1877, la Chiesa rurale del 1899 e, forse la struttura più distintiva, la Casina Inglese (1890) che accoglie moli visitatori. Una dimora in stile tipicamente britannico in evidente contrasto con il vicino allevamento di bufale. La cosiddetta Casina inglese, in realtà, non ospitava direttamente la famiglia Caetani, proprietaria del terreno, ma la servitù, i lavoratori, i pescatori e i viaggiatori. Infatti,

Il lago di Fogliano, come quelli presenti su tutto il litorale di Latina e Sabaudia, ha un’origine marina. Inizialmente c’era un’unica e immensa laguna. Con la formazione naturale del cordone di dune, la laguna si trasformò presto in lago. Il lago di Fogliano, come quello dei Monaci, di Caprolace e di Sa-

baudia, è salmastro con un’acqua salata che, almeno nel passato, veniva contaminata in maniera importante anche da acque dolci. Questa singolare caratteristica ha contribuito a far nascere numerose specie ittiche.

Il ricco orto botanico L’orto botanico di Villa Fogliano nacque come giardino esotico alla fine del 1800 per volontà di Ada Wilbraham, moglie di Onorato Caetani, che introdusse numerose piante esotiche, tra cui le numerosissime palme ormai andate perse a causa degli attacchi di un terribile parassita, il punteruolo rosso. La famiglia Caetani, sul finire del XIX secolo, abbandonò la manutenzio-

Un lago marino utilizzato da secoli: dall’epoca romana a quella dei Caetani passando per gli sfarzi medievali degli Annibaldi

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ne dell’orto botanico per impegnarsi anima e corpo nella costruzione dei Giardini di Ninfa. Questo “abbandono” diede vita ad una evoluzione insolita dell’orto di Fogliano. Infatti, negli anni in cui la manutenzione e le nuove piantumazioni furono scarse, ci fu un’inaspettata evoluzione con la nascita di piante tipicamente mediterranee che ora condividono gli spazi con piante evidentemente di natura esotica, come le palme, gli eucalyptus e le araucarie. Le particolari condizioni climatiche fanno in modo che le specie si moltiplichino in maniera veloce, arricchendo continuamente la varietà e la bellezza dell’orto botanico di Fogliano. Tra le specie raccolte nella mappa esplicativa dell’orto, emerge la presenza di più di quaranta tipi provenienti da tutti e cinque i continenti. Dall’America del Nord all’Asia, dall’Australia all’America del Sud per finire con la vecchia Europa. Dalla Magnolia nord americana alle palme tipi-

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che del Sud America, dalle mimose e dagli eucalyptus australiani ai bambù asiatici. Tutto il mondo attorno ad un lago a due passi da Latina.

Scenario per film e matrimoni Un posto incantevole. Un paesaggio fuori dal tempo che rappresenta uno scenario naturale di una rilevanza poetica quasi unica. Lo sanno i numerosi fotografi e cameraman che decidono di utilizzare i giardini, le strutture e il lago come scenografia naturale per matrimoni e cerimonie. Ma il Fogliano ha saputo catturare anche l’interesse di registi di fama nazionale e internazionale che hanno scelto proprio il giardino sul lago per le riprese di film e lungometraggi. La lista è lunghissima e ogni film ha la sua storia. Non si può non cominciare dalla pellicola più bla-

sonata: Ben Hur. Il film, diretto da William Wylered interpretato da Charlton Heston, Stephen Boyd, Haya Harareet, Hugh Griffith e Martha Scott, è uscito nel lontano 1959. Il lago di Fogliano fu scelto come ambientazione ideale per riprodurre un pezzo d’Africa. In quell’occasione, la produzione statunitense sfruttò al massimo l’opera dei Caetani che, nei decenni precedenti, piantarono centinaia di palme. Proprio all’interno del giardino botanico di Fogliano, Charlton Heston girò una lunghissima sequenza. Oggi, a distanza di quasi 50 anni dalle riprese del colossal più importante del dopoguerra, le palme che fecero da sfondo non ci sono più, sconfitte dal punteruolo rosso. Altre pellicole cinematografiche sono ancora precedenti. Già in epoca fascista, il regime decise di girare qualche scena di Scipione l’Africano proprio sulle sponde del lago. Furono, invece, le pittoresche costruzioni


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in legno ad attirare l’attenzione di Comencini. Proprio sotto la regia di Luigi Comencini, Fogliano fu utilizzato per girare alcune scene nelle lestre e nelle costruzioni in legno presenti nei giardini e a bordo lago. Era il 1972, anno in cui furono girate le Avventure di Pinocchio, sei puntate destinate alla televisione. A volte, il set del Fogliano è stato scelto per ripiego. È il caso della pellicola Rocco e i suoi fratelli. Il regista, Luchino Visconti, infatti, aveva deciso di girare alcune scene all’idroscalo di Milano, ma ebbe dei problemi con l’amministrazione meneghina che gli impedì di portare le telecamere all’interno dei luoghi prescelti. Allora, Visconti e tutta la squadra di operatori, si trasferirono momentaneamente a Fogliano dove cercarono di nascondere il più possibile dune e palme per riproporre il cartello “Idroscalo di Milano” e proseguire così il film senza dover cambiare il copione. Una scena del film Rocco e i suoi fratelli. Qui in basso Ben Hur e nel riquadro uno stralcio di Zombie 2

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Le sponde del Fogliano come set cinematografico: Ben Hur, Pinocchio e Zombie tra le palme del villaggio

Colossal, film storici e anche horror. L’ambientazione del Fogliano, infatti, fu scelta nel 1979 per girare alcune scene del film Zombi 2. Le riprese del film iniziarono l’11 giugno 1979, con il titolo di lavorazione “Gli ultimi zombi”, e terminarono il 6 luglio dello stesso anno. Il budget ammontava a circa 410 milioni di lire. Il film fu girato anche a New York, a Santo Domingo e a Roma. Gli interni dell’ospedale e la villa dei Manard furono

ricostruiti proprio a Fogliano. Una delle ultime pellicole a trovare “casa” a Fogliano è stata quella di Antonio Albanese per il suo Tutto tutto, niente niente. Dopo il successo di Qualunquemente, Antonio Albanese, l’anno scorso, ha girato il sequel. E così tra i prati, le palme e il silenzio quasi assordante dell’oasi del Fogliano, il comico ha ambientato l’abitazione di Frengo Stoppato, uno dei tre esilaranti personaggi del film.


Mussolini, caccia alle folaghe “La battuta di caccia sul Lago di Fogliano, una delle più belle plaghe per bellezza di paesaggio e ricchezze di selvaggina fu organizzata in onore di 15 dipartimenti venatori francesi. Un tempo magnifico ha favorito i cacciatori che, alla fine della giornata, ebbero la lieta sorpresa di constatare che i loro ben diretti colpi avevano compiuto una vera e propria strage. Infatti, il numero delle folaghe uccise, raggiunse la bella cifra di 2500, senza tener in calcolo di moltissima altra selvaggina”. Questo il commento del giornale dell’Istituto Luce del 25 novembre 1932 che commentava la visita di Benito Mussolini sul lago di Fogliano per la caccia alle folaghe, uccelli acquatici che nel lago hanno il loro habitat. In questo servizio Fogliano appare nel pieno della sua bellezza per numero di piante e per stato di conservazione delle costruzioni e dell’ambiente.

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Il nostro parco di generazione, che comprende impianti sia termoelettrici sia da fonti rinnovabili, complessivamente registra livelli di emissioni di


CO2 inferiori di oltre il 20% rispetto alla media nazionale (elaborazione ultimi dati pubblicati da Terna). Per saperne di pi첫 vai su www.sorgenia.it


ZERO LIMITI

Il mondo della notte di MAURO BRUNO

Una discoteca più sicura Mentre imperversa il Bambo si pensa alla nuova stagione Mentre l’estate imperversa e il Bamboo Cult Club regala gli ultimi sabato d’agosto, l’organizzazione del 24 Twentyfour lavora già a quella che sarà la prossima stagione invernale della struttura con a capo Rino e Mattia Polverino. Sarà una stagione che vorrà rappresentare il nuovo modo di pensare la discoteca, con un’offerta diversificata e a 360 gradi. Già dal nome pensato “24 twentyfour Global Village” e dai lavori in corso che regaleranno una sala ristorante tutta nuova, si capisce quella che sarà la nuova filosofia che verrà perseguita a partire già dalla prossima stagione. Un’apertura anticipata alle 21,00 con l’ingresso omaggio fino alle ore 24,00 e un costo del biglietto che varia dai 10,00 per entrate dopo le ore 24 e fino alle ore 02,00 e di 15 euro per l’ingresso dalle ore 02,00 in poi, proprio per invogliare i giovani ad anticipare l’entrata nel locale. E non solo, al fianco della musica la gastronomia di rinomati chef. Questi saranno proprio i punti forti della nuova stagione, per andare incontro alle famiglie ed ai teen agers. “Vogliamo in questo modo – spiega Rino Polverino – assecondare la richiesta che arriva dalle famiglie. Noi quando eravamo giovani avevamo l’abitudine di andare in discoteca il pomeriggio. Oggi quella abitudine si è persa e a 16 e 17 anni non si può pensare di entrare in un locale alle due di notte. Proprio per questo interpretando il bisogno dei giovani apriremo prima ed affiancheremo alla nostra principale attività, la discoteca, la gastronomia con un ristorante per una cena completa o dei ricchi aperitivo – cena. Già dalle 21,00 78 | NUMERO ZERO | 08.2013

comunque la musica sarà “on air” e si potrà ballare o cantare grazie anche alla sala dedicata al karaoke”. Il 24, quindi, sarà un vero villaggio dove entrare anticipatamente e divertirsi fin da subito. Infatti ci saranno più sale con vari generi musicali e altra novità importante della prossima stagione sarà anche l’angolo caffetteria, per chi ai consueti alcolici e analcolici tipici delle discoteche, preferisce un te, un caffè, un cioccolata calda servita con croissant e gustosi dolci. Una nuova sfida, pertanto, alla quale già si lavora da tempo e soprattutto alcune anticipazioni c’erano già state nel passato. Nella piena convinzione che in questo modo si anticipa l’entrata, si spende di meno e ci si diverte di più e prima.


L’artrosi e le protesi in Italia L’Italia è un paese in continuo invecchiamento la popolazione over 65 attualmente rappresenta il 20,3% della popolazione generale e quella degli over 85 il 2,8%(2° posto mondiale dopo il Giappone). E’ stimato che nel 2051 questi valori subiranno un notevole incremento raggiungendo rispettivamente il 33,2% e il 6,8%. A fronte di questi dati l’Organizzazione Mondiale della Sanità(OMS) si è pronunciata dicendo che “invecchiare è un privilegio, ma anche una sfida, che ha un impatto su tutti gli aspetti della società del XXI secolo…”. L’artrosi è una malattia degenerativa articolare a carattere evolutivo che colpisce l’80% dei soggetti over 60 ed è considerata la prima causa di disabilità nel paziente anziano ne consegue che inevitabilmente aumenterà anche il numero di interventi chirurgici di protesizzazione articolare a cui tali pazienti saranno costretti a sottoporsi per migliorare la propria qualità di vita. Le articolazioni più colpite sono quelle sottoposte a carico, parliamo di anca e ginocchio, è meno frequente la chirurgia protesica della spalla ed ancor più rara quella della caviglia. E’ sempre più frequente visitare pazienti che si lamentano di dolori articolari, anche abbastanza giovani, affetti da gradi importanti di artrosi, in cui è necessario impiantare una protesi. La protesi serve a risolvere anzitutto il dolore invalidante il movimento e il carico, può migliorare la qualità di vita del soggetto artrosico,

permette quindi ai pazienti di tornare alle proprie abitudini quotidiane e di relazione, ma per quanto riguardano le aspettative di attività sportiva ci sono comunque delle limitazioni importanti. I pazienti di fronte alla prospettiva di un intervento protesico cercano trattamenti alternativi, purtroppo non ce ne sono, le infiltrazioni di acido ialuronico spesso rappresentano palliativi temporanei, non a lungo termine, in alcuni casi possono essere utilizzate, soprattutto in situazioni di danno articolare lieve o in soggetti che non possono essere operati. Il nostro compito è rassicurarli su ciò a cui andranno incontro preparandoli ad ogni evenienza, considerando che le complicanze di cui tutti hanno timore esistono ma hanno una frequenza comunque molto bassa. I successi rappresentano quasi il 90% che è un valore altissimo e molto confortante. Negli ultimi anni proprio in relazione alla necessità di impiantare protesi in pazienti giovani con lunga aspettativa di vita si è sviluppata una chirurgia mininvasiva, il più possibile risparmiosa dei tessuti sia ossei che molli, questo per migliorare e velocizzare il recupero post-operatorio ma anche e soprattutto, dare la possibilità di una chirurgia di revisione a distanza di anni come se fosse un primo impianto. Le protesi di ginocchio ed anca durano in me-

dia 15-18 anni, dopodichè si dovrà intervenire di nuovo eseguendo quella che viene definita chirurgia di revisione. Considerando l’aumento dell’età media nei prossimi anni saremmo costretti a compiere numerosi interventi di questo tipo che sono comunque molto più invasivi del primo impianto protesico. Le complicanze sono quelle legate a tutti gli interventi di chirurgia maggiore ortopedica, infezioni, rigidità postoperatorie, trombosi venosa profonda, embolia polmonare, deiscenza della ferita. Alcune di queste possono anche essere molto gravi, invalidanti o addirittura fatali, ma fortunatamente rappresentano una percentuale esigua. Il recupero funzionale varia ovviamente da soggetto a soggetto, comunque generalmente siamo sull’ordine dei 40-45 giorni dall’atto chirurgico. Infatti, dopo il tempo di ospedalizzazione che in genere è di 5-7 giorni, inizia il programma di riabilitazione che dura dai 30 ai 60 giorni. Inizialmente si cammina con due bastoni canadesi, poi con uno solo e nel giro di 30-40 giorni si deambula autonomamente.

Dott. Gianluca Martini Specialista ortopedico

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Dove la bonifica fu pi첫 dura, oggi sorge un centro abitato con molte aspirazioni

Borgo Grappa Dal primo podere al sogno del porto di RICCARDO ANGELO COLABATTISTA


Porcareccia di San Donato. Con questo nome, nel 1700, veniva chiamata la zona in cui oggi sorge l’attuale Borgo Grappa. Anche in questo lembo di terra, a pochi chilometri dal mare, la storia e le radici del territorio si devono cercare ben prima della bonifica del 1700. Come accaduto in altre occasioni (vedi Borgo Faiti, Borgo Sabotino e Tor Tre Ponti) la storia pontina ci riserva delle grandi sorprese ed un background storico di inestimabile valore. Una storia fatta di sacrifici, reperti ma anche di curiosità interessanti da riportare alla luce e da far vivere ancora per centinaia di anni. Borgo Grappa, con la sua chiesa, la sua torre idrica, il canale di Rio Martino ed il podere numero 1, rappresenta uno dei villaggi più curiosi ed interessanti da scoprire. La rotonda di Borgo Grappa, importante snodo della via Litoranea. Nel riquadro la torre tra le prime costruzioni della contrada

Da Porcareccia a Borgo Grappa I nomi, molte volte, raccontano bene l’evoluzione di un luogo. Quello di Porcareccia deriva dall’usanza di utilizzare questo lembo di terra per un allevamento allo stato brado dei maiali della zona. I molti reperti venuti alla luce negli anni testimoniano come, già in epoca romana, questa terra rivestisse una certa rilevanza per quanto riguarda la sua spiccata propensione turistica. A contribuire in maniera decisiva al cambio del nome ci pensò la Duchessa Caetani che, dopo aver costruito un casale per l’alloggio dei guardiani del bestiame ed aver piantato davanti ad esso dei pini, ordinò il cambio del nome dell’intera zona. Da questo momento in poi la località perse il suo nome dispregiativo di Porcareccia e divenne Casal dei Pini. L’attuale nome identificativo di Borgo Grappa, invece, fu dato subito dopo la costruzione dell’insediamento abitativo durante le opere di bonifica. Il Monte Grappa fu uno dei simboli più significativi della Prima Guerra mondiale. Fu proprio sul massiccio montuoso

presente tra il Brenta e il Piave che si è eretto l’ultimo baluardo a difesa della pianura padana. Epica fu la battaglia di Vittorio Veneto.

I pericoli della bonifica Il giudizio degli storici è unanime: la zona di Borgo Grappa fu una delle più difficili da bonificare, per due essenziali motivi: l’assenza di un collettore che potesse buttare a mare l’acqua stagnante e la presenza di numerosissimi arbusti. La prima difficoltà fu superata costruendo Rio Martino (il cui letto era già presente per un precedente tentativo di bonifica fallito), mentre la seconda criticità fu superata con numerose esplosioni atte a far saltare in area arbusti e radici. La durezza del territorio è testimoniata anche dai dati dell’Istituto Antimalarico: nel 1932 ci furono, solo a borgo Grappa, 4000 casi accertati di malaria di cui circa 50 seguiti da morte. La frequenza dei casi di malaria fece sì che la media permanenza degli operai al lavoro fosse per questo reparto di appena due mesi, cosicché nel corso del 1932 furono ben 18.000 circa gli uomini che si avvicendarono nei cantieri, mantenendovi una media giornaliera di appena 3.000 unità circa.

Nel 1932 vennero accertati 4 mila casi di malaria, cinquanta furono mortali

Il primo Podere ONC Borgo Grappa fu il terzo borgo a sorgere dalle paludi pontine (dopo borgo Podgora e borgo Sabotino) ma fu il primo ad ospitare un podere ONC. Infatti il podere numero 1, primo dei 4.000 e più costruiti nell’Agro Pontino, sorse li nel 1932. Il centro storico di borgo Grappa era composto anche dalla Casa del Capo Azienda con annesso fabbricato rustico, la casa del medico con annesso ambulatorio e fabbricato rustico, la casa per i guardiani idraulici con annesso fabbricato rustico, la dispensa, l’ufficio postale e il salone per il dopolavoro con annessi alloggi, il forno con alloggio e annesso rustico, la caserma dei Carabinieri, la scuola e la torre idrica.


Direzione Rio Martino Nomi che raccontano la storia, storia che ci insegna da dove veniamo. Quante volte abbiamo detto: “vado al mare a Rio Martino”, “stanno costruendo il porto di Rio Martino”, oppure, “andiamo a pescare a Rio Martino”. Ma chi era Martino? Il Canale, costruito agli inizi del 1900 su una base già esistente, prende il nome da Papa Martino V (1417-1431) che nella storia del regno pontificio ebbe il merito di promuovere i primi lavori di bonifica delle paludi pontine. Scritti precedenti documentano già l’esistenza di Rio Martino, così come del Canale Portatore, almeno dal piano di bonifica attuato sotto il regno di Teodorico (493 – 520) e costituivano le principali opere idrauliche di “drenaggio”. Oggi Rio Martino è al centro di un restyling che dovrebbe trasformarlo da porto canale a porto turistico. Almeno questa è l’intenzione dell’attuale maggioranza. Un progetto alternativo rispetto a quello del porto a Foce Verde. Anche Rio Martino, come tutta la zona di borgo Grappa, viene ricordato con nomignoli dispregiativi che ne ricordano la durezza del paesaggio. In due punti precisi veniva identificato con il “Passo del Malconsiglio” (fra Casale dei Pini e la sommità della duna) e “Passo del Tradimento” (a metà percorso dello sgrondo verso il fiume Sisto).

In alto la chiesa di San Giuseppe mentre in basso un’immagine del 19 Luglio del 1931 nella quale si nota la torre, la chiesa e la scuola

Il mistero della testa di pietra Tutti i borghi hanno delle loro leggende. Quella di Borgo Grappa è legata alla testa scolpita nella pietra ritrovata durante i lavori per la costruzione di una strada che portava verso il mare. Infatti, durante gli scavi fu ritrovata, ben conservata, una testa scolpita nella pietra calcare. Essa, a differenza di altri ritrovamenti, non fu posta nelle bacheche private dalla famiglia Caetani nel Casal dei Pini, ma fu prelevata di persona dal professor Jacopi che, una volta inserita in un sacco scuro, la prese e se la portò a Roma, perché sicuro di aver trovato una scultura dell’epoca domiziana. Ad oggi il mistero ancora rimane mentre la testa non ha fatto più ritorno nel suo territorio.

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TAGLIA ZERO Moda e tendenze

di STEFANIA PUSTERLA

Polo per ogni occasione Un capo evergreen nato come sportivo e reinventato per qualsiasi circostanza

Modelli di polo disponibili da Mancinelli Uomo (Latina, C.so della Repubblica)

La polo nasce nel diciannovesimo secolo grazie al campione di tennis Rene’ Lacoste che, stanco di giocare con giacca e cravatta troppo scomode, disegna e inventa questo nuovo capo di abbigliamento. Tutti sappiamo come la storia si è conclusa, cioè con il ritiro del nostro Renè dal tennis e la nascita del marchio di polo più famoso al mondo. Oggi questo capo viene realizzato da numerosi brands e stilisti che lo reinterpretano e lo ripropongono per diverse 84 | NUMERO ZERO | 08.2013

occasioni d’uso. Colletto e tre bottoni, manica corta o lunga, non è formale come una camicia ma è più stilosa di una semplice t-shirt. Di certo non è un capo formale, ciò non toglie che può essere indossato anche al lavoro magari abbinato ad una maglia rasata o a un blazer. Sicuramente è un ottimo capo da vacanza che si porta dalla mattina in spiaggia sopra al costume, al tardo pomeriggio durante un aperitivo e, perché no, anche ad una cena non particolarmente convenzionale, optando per colori sobri tinta unita o il classico intramontabile bianco. Ci sono due regole di base da tenere in considerazione per indossare la polo. Regola n.1: la Polo non deve essere troppo stretta. Se non è possibile infilare il dito tra la manica della vostra maglietta Polo ed il bicipite

significa che è troppo stretta. Regola n.2: la Polo non deve essere troppo lunga, deve oltrepassare il fianco di non più di 3 cm. Quando questo capo deve necessariamente essere indossato? Sul campo da golf. Questo sport esclusivo ha fatto della polo la sua divisa consacrandola tra quegli indumenti che non possono mancare nel guardaroba di una persona veramente elegante.


L’emozionante partecipazione di Latina ai Giochi Senza Frontiere del 1995

ATTENTION TROIS DEUX UN...

LATINA!

Al Velodromo di Brno la squadra allestita dal professor Gianni Pappone sfiorò la vittoria, conquistando la piazza d’onore di MARCO TOMEO e PASQUALE DE ROSA


M

ilioni di Italiani incollati davanti alla televisione, sintonizzati sulla prima rete della Rai, indifferenti persino alla calura delle sere d’estate. Giochi Senza Frontiere, non era un semplice programma televisivo, ma un evento attesissimo, quasi alla stregua di una manifestazione sportiva ufficiale, come un’olimpiade o un campionato mondiale. “Giochi senza Frontiere” non poteva essere considerata una trasmissione televisiva, così come era stata concepita, perché le telecamere, la diretta, il presentatore e la presentatrice, erano agli occhi dello spettatore elementi marginali rispetto alla gara ed alla competizione cui davano vita i paesi partecipanti. In una Europa divisa ancora in due blocchi contrapposti e poi alla ricerca di una identità collettiva dopo la caduta del muro di Berlino e del comunismo, quei giochi così pittoreschi, caricatura perfetta dello sciovinismo nazionalista, furono a sorpresa il vero tramite per unire e far sentire gli italiani, i portoghesi, gli inglesi, gli sloveni, non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini europei. La voglia di esserci, di rappresentare, la propria città e quindi la propria nazione, aveva più di un valore simbo-

La rappresentativa di Latina che ha partecipato ai “Giochi senza Frontiere”

lico: significava ritagliarsi un piccolo pezzo di gloria davanti a milioni di europei. E il privilegio di prendere parte a quell’evento che ogni estate si consumava in maniera itinerante in tutto il vecchio continente, riuscì ad averlo anche Latina. Era l’8 luglio 1995 quando la Rai trasmise la seconda tappa della trasmissione dei mitici giudici Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri (quelli del mitico conto alla rovescia prima di ogni gara: attention: trois, deux, un…e fischio), disputata a Brno, città della Cecoslovacchia. Nel Velodromo moravo la rappresentanza

pontina andò oltre ogni più rosea aspettativa centrando un clamoroso secondo posto, alle spalle proprio dei padroni di casa. A testimoniare la straordinarietà del risultato, il fatto che i cechi si aggiudicarono la finalissima tra le vincitrici il 30 settembre dello stesso anno. L’idea della partecipazione di Latina a Giochi senza Frontiere venne al consigliere comunale Luigi Cardamone che propose al sindaco Ajmone Finestra la candidatura della città per un evento che poteva dare una visibilità eccezionale in tutta Europa per far scoprire le bellezze dei nostri luoghi. Esportare in eurovisione il nostro turismo era il motivo principale di quella partecipazione, trarne dei vantaggi e dei benefici dal punto di vista dell’immagine il concetto di base, ma per quei ragazzi che hanno avuto la fortuna di gareggiare a Brno rappresentava il regalo di un’esperienza unica da vivere e raccontare ancora a distanza di tantissimi anni. Lo scetticismo iniziale fu presto superato da parte della cittadinanza quando alle selezioni condotte dal professore Gianni Pappone e dal responsabile tecnico Tony Napoleoni si presentarono numerosissime persone pronte a rappresentare Latina per quell’occasione unica. I test furono durissimi e dopo un’attenta scrematura vennero scelti i dieci elementi pronti per quell’avventura. Le doti atletiche e fisiche erano la condizione necessaria per venire scelti e la squadra pontina uscì ben rappresentata sotto questo aspetto visto che il gruppo era formato tutto da giovani sportivi. Prima della partenza per Brno ci furono anche degli allenamenti di squadra per cementare il gruppo, anche se non si conoscevano le prove da affrontare in terra ceca. E così a metà Giugno, qualche giorno prima della partenza per Brno come in un vero e proprio cerimoniere, fu presentata ai Giardi-


ni Comunali di Latina, alla presenza dell’allora assessore allo sport Fabrizio Cirilli, la squadra pontina pronta a difendere i colori italiani nella seconda puntata di quell’edizione. Forse in pochi lo sanno ancora a distanza di quasi vent’anni, ma quelle magnifiche puntate che andavano in onda su Rai 1 il sabato sera, con l’effervescente conduzione di Ettore Andenna e Simona Tagli, erano registrate e non avvenivano in diretta come qualcuno poteva pensare. I giornali locali avevano già dato da alcune settimane la notizia della grande prestazione dei pontini secondi dietro i cechi, ma la risonanza dell’evento fu tale che in città, a cura del Comune, fu allestito un maxischermo per seguire la trasmissione all’interno dello stadio di Piazzale Prampolini dove si stava svolgendo la rassegna “Estate insieme giovani”. In ogni puntata di Giochi senza Frontiere l’organizzazione sceglieva un tema caratteristico intorno al quale si improntavano tutte le prove e l’ambientazione esterna. Anche i costumi dei partecipanti erano studiati in ogni minimo dettaglio per descrivere la situazione specifica nella quale si stava svolgendo la prova. Per quell’occasione il tema dedicato erano “Le vecchie tradizioni” inteso come i mestieri manuali caratteristici dell’agricoltura e della terra. I giovani pontini

partirono in sordina e chiusero al quinto posto la prima prova, ma l’emozione salì subito alle stelle pochi minuti dopo quando il primo servizio, che raccontava una breve storia delle città partecipanti, riguardava proprio Latina. Piazza del Popolo, l’ingresso dello stadio dove proprio in quel momento tanta gente stava con la testa all’insù guardando il maxischermo, la duna costiera e per concludere il Lago Fogliano, con la sua villa inglese, erano stato scelti come rappresentativi di una città che si apriva all’Europa e ne mostrava il suo lato paesaggistico migliore. Il risultato sportivo finale fu sorprendente con i giovani pontini che finirono secondi dietro ad una squadra ceca irraggiungibile nel punteggio e sempre padrona del suo destino. Poco importò come era andata a finire la gara, Latina si era ritagliata il suo piccolo spazio in un programma che ha incollato davanti agli schermi televisivi generazioni di persone. “Nonostante i giovani di Brno conoscessero da almeno un mese le prove da affrontare – commentò a fine gara Stefano Gori, ambasciatore del Comune di Latina ai Giochi – la nostra squadra si è comportata ottimamente. Tutti hanno saputo adeguarsia giochi fatti di astuzia, destrezza, abilità, concentrazione mentale. Pensavamo a prove basate sulla forza fisica ma non è stato così”.

LA MAGNIFICA SQUADRA I partecipanti latinensi, a quel tempo erano tutti sportivi professionistici e semiprofessionistici: FABIOLA MONTICO (atleta di eptatlon) LOREDANA BIONDI (giocatrice di basket) SIMONA ZANCONATO (atleta di pattinaggio artistico su rotelle) CLAUDIA PISANO (atleta di salto in lungo ed eptatlon) SONIA LUNGO (giocatrice di pallavolo) ROBERTO PISTILLI (atleta di triathlon) MARCO LORETI (ostacolista) MAURO TOSCHI (istruttore di ginnastica artistica) PATRICK NICOSIA (velocista) ELIO FARAH (atleta di full contact - riserva) DANIELA ZULIANI (giocatrice di basket - riserva) TONY NAPOLEONI (capitano, non giocatore) LUIGI CARDAMONE (dirigente accompagnatore) Le prove principali di quella seconda puntata - Nel gioco delle tessitrici, le concorrenti mascherate da galline, devono formare la trama e l’ordito di un tessuto trasportando gli enormi rocchetti di filo. - Nel gioco dei bottai, invece, i concorrenti, mascherati da capre, issano delle botti lungo un piano inclinato e scivoloso. - Nel gioco dei fornai, infine, i concorrenti, travestiti da topi, recuperano un sacco di farina. Per Latina fu l’unica apparizione a Giochi senza Frontiere, ma la nostra provincia vanta diverse partecipazioni nel corso della sua storia: Gaeta 1974, San Felice Circeo 1981, Terracina 1968 e 1972, Sermoneta 1972

CLASSIFICA FINALE 2 PUNTATA (BRNO) EDIZIONE 1995

1 Brno (Repubblica Ceca) 76 punti 2 Latina ( Italia) 62 punti 3 Pacos de Ferreira ( Portogallo) 55 punti 4 Biasca (Svizzera) 51 punti 5 Batsi (Grecia) e San Lorenzo (Malta) 46 punti 7 Satoraljaujhely (Ungheria) 37 punti

La squadra di Sermoneta che partecipò ai Giochi senza Frontiere nel 1972

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Igerslatina e Agenda Latina insieme per una grande opera fotografica “Social” Un grande obiettivo comune: rendere finalmente giustizia alle bellezze del territorio pontino gridando a tutti gli italiani (e non solo) che Latina c›è. Nasce così «SCATTI PONTINI», iniziativa frutto del sodalizio tra Igerslatina, la prima Social Community della provincia di Latina, e la storica Agenda Latina, con il contributo e la supervisione tecnica di Roberto Gabriele, tra i fotografi più noti e af-

fermati a Latina. Scatti Pontini è una innovativa manifestazione fotografica che, grazie ai numerosi nostri concittadini presenti sui social network, si prefigge l’obiettivo di realizzare un “manifesto della bellezza di Latina e della sua provincia” attraverso un’opera fotografica realizzata interamente dalla nostra gente: chiunque, non solo fotografi e appassionati di fotografia, può partecipare all’iniziativa e vedere pubbli-

cati i propri scatti su Agenda Latina 2014. Come funziona? Proviamo a capirlo con alcune  parole chiave, o “keywords” per i nativi digitali. AGENDALATINA2014.  Non ha bisogno di molte presentazioni: tutti conoscono la famosa Agenda-Guida  che  dal 1990 a oggi ha scritto la storia del nostro territorio raccontando ogni singolo comune della provincia e i suoi personaggi,


È partita il 20 luglio l’iniziativa “SCATTI PONTINI” aperta a tutti con tanto di auguri e foto stampati su ogni giorno dell’anno. È di gran lunga la più diffusa e identitaria della nostra provincia, e per il suo 25° compleanno ha deciso di farsi portatrice di cultura innovativa strizzando l’occhio alle nuove tendenze digitali per rinnovare i propri contenuti e rilanciare ancora, ma stavolta con il supporto della viralità dei Social Network, il nostro territorio e la sua gente. #agendalatina2014 è l’hashtag ufficiale dell’iniziativa. Cos’è un hashtag?. È il tipo di  tag  utilizzato ormai da tutti i social network  (da poco anche su Facebook) per creare delle “etichette” a un post. Essi sono formati da parole o combinazioni di parole concatenate precedute dal simbolo  #  (cancelletto, in  inglese  hash) inseriti come commenti alle immagini. IGERSLATINA. Igerslatina è il diminutivo di “Instagramers Latina”, e identifica la community locale del movimento “Instagramers”, fondato da Philippe Gonzalez in Spagna poco dopo la nascita del Social Network fotografico “Instagram” (oltre 100 milioni di utenti dell’App iPhone e Android) e diffusosi rapidamente in tutto il mondo con oltre 300 gruppi nazionali di “Igers” attivi. Il movimento in Italia conta oltre decine di migliaia di follwer (seguaci, ndr) e a Latina si appresta a tagliare il traguardo dei 1.000 “Igerspontini”. Igerslatina, nata a settembre del 2012, si è dimostrata tra le più innovative comunità del movimento in Italia, con una presenza attiva e dinamica sia su Facebook sia su Instagram, integrando il meglio dei due Social Network e mettendo la propria piattaforma al servizio del territorio e di chiunque abbia voglia di svilupparne le potenzialità.

PARTECIPAZIONE. Grazie ai social network e alle nuove tecnologie tutti possono partecipare in modo semplice e immediato alla realizzazione dell’opera Agenda Latina 2014: basta scattare o avere già scattato foto di paesaggi, chiese, monumenti, strade, piazze, etc. ubicati nei 33 comuni della provincia. Si pubblica una o più foto (non ci sono limiti) su Facebook o su Instagram inserendo nella didascalia l’hashtag #agendalatina2014. Per i dettagli basta andare sulla pagina Facebook “Igerslatina” e leggere il semplice regolamento. SFIDA. Tutte le fotografie pubblicate sui social e contrassegnate con

l’hashtag #agendalatina2014 parteciperanno alle selezioni della giuria presieduta da Roberto Gabriele. Le foto selezionate si daranno battaglia in una serie di sfide (i cosiddetti “Challenge” di Igerslatina) e a successive selezioni di una giuria speciale che porteranno alla pubblicazione delle foto dei partecipanti su Agenda Latina 2014. A questo punto invitiamo anche a voi, cari lettori, a partecipare numerosi all’iniziativa e contribuire alla creazione di questa grande opera “Social”. Aspettiamo le vostre foto! Francesco Montefusco


Tunué apre «Le Ali»: la prima collana di graphic novel a un prezzo da urlo! «Le Ali» è la nuova collana della Tunué che porta in libreria e fumetteria grandi  graphic novel  a un  prezzo leggero. In tempi di crisi comprare un libro è diventato un vero e proprio investimento su cui riflettere bene; Le Ali nasce per non penalizzare la curiosità del lettore, la voglia di scoperta e la libertà di scommettere su una storia nuova. Quali sono le caratteristiche della collana? Prezzo contenuto: graphic novel a partire da € 7,90 per venire incontro alle esigenze dei lettori, che, giovani o meno, sono costretti a scegliere a misura delle loro tasche. Grande qualità: dal progetto grafico alla scelta della carta, ogni volume conserva intatto il valore estetico e artistico proprio di un prodotto tipografico di alto livello. Vasto assortimento di titoli: dai capolavori delle grandi firme del fumetto

alle sperimentazioni di giovani esordienti, la collana offre al pubblico l’orizzonte di scelta più ampio possibile, preservando quelle caratteristiche che da sempre distinguono il piano editoriale degli Editori dell’immaginario. Formato 15x21: libri più maneggevoli, perfettamente leggibili. «Le Ali» sono fatte a misura di lettore: il progetto, ispirato alle istanze del pubblico, raccolte attraverso un questionario cui hanno risposto migliaia di persone, è stato pensato per chi ama leggere ma non può dedicare a questa passione tutte le risorse economiche che vorrebbe. Per la realizzazione Tunué si è avvalsa del lavoro di:  Fabrizio Verrocchi  per il progetto grafico,  Marco Cherubini  e  Alessandro Polia  per la comunicazione istituzionale. Il  primo titolo  della collana «Le Ali» è  Rughe, il capolavoro di Paco Roca, disponibi-

le da maggio in libreria e fumetteria e in anteprima al Napoli COMICON 2013, al prezzo irresistibile di € 7,90. I titoli di prossima uscita sono: Il cadavere e il sofà di Tony Sandoval, un’avventura surreale e malinconica sulla seduzione  dell’amore e il mistero della morte. Sottobosco  di Isaak Friedl, una proiezione inquietante e insieme ammaliante di un passato misteriosamente rimosso. L’inverno del disegnatore  di Paco Roca, una testimonianza della difficile condizione dei più importanti autori di fumetti durante la dittatura di Franco in Spagna. Passato prossimo  di Emanuele Rosso, un  paranormal romance  dedicato agli amori di gioventù. Le strade di sabbia di Paco Roca, una metafora dei labirinti quotidiani da cui è quasi impossibile uscire.


Il potenziamento delle piste e l’abbattimento di vetuste imposte per lanciare la città verso le nuove frontiere di sfruttamento del territorio

La via d’uscita è ciclabile I progetti dell’amministrazione comunale ed il “sogno” dell’associazione Latina in Bicicletta: “Il Sentiero della Bonifica” di MARCO TOMEO


Sette cittadini su dieci a Latina, scelgono come mezzo per la mobilità urbana la propria automobile. Un dato a dir poco allarmante, se non inquietante, se si considera soprattutto che la nostra città, nasce e si sviluppa su una pianura, e quindi presenta tutte le caratteristiche per essere invasa dal mezzo di trasporto più amato in assoluto: la bicicletta. La salute, precaria, di cui gode l’eco sistema urbano del capoluogo, ancora una volta non è altro che lo specchio di una carenza culturale, che così come sotto altri aspetti incide anche sull’approccio dei cittadini a forme di mobilità alternative e decisamente più sostenibile dell’automobile. L’attuale amministrazione sembra aver recepito questo messaggio, approvando e finanziando chilometri di percorsi ciclabili che cercheranno di ridisegnare il volto della città. Tre saranno le piste ciclabili finanziate con le risorse del bando Plus, con le rispettive gare di appalto pubblicate proprio lo scorso mese e che interesseranno sempre la Marina di Latina, altre due delibere approvate in giunta comunale, prevedono invece la realizzazione di un anello ciclabile in centro ed un collegamento con Latina Scalo, mentre stanno già per partire i lavori che collegheranno tramite l’attraversamento di Via Nascosa e lo snodamento lungo il canale cicerchia, l’oasi verde che sorge nei quartieri Q4 e Q5, con la pista ci-

Tre piste saranno finanziate con le risorse del bando plus. La Giunta Comunale favorevole all’anello ciclabile in centro. Altri lavori in Q4 e Q5

clabile di Via del Lido, con quest’ultima, è bene ricordarlo, che verrà raddoppiata sempre grazie al finanziamento Plus. Insomma uno scenario che dovrebbe cominciare a delinearsi positivamente. Ed in effetti basta guardare i quattro congestionati chilometri di pista ciclabile che da via del lido arrivano fino al lungomare, per capire che puntare sulle piste ciclabili equivale realmente a dare un primo forte segnale ed un servizio, che a costi decisamente contenuti e perfettamente contingente alla morfologia del nostro territorio, non solo potrebbe determinare una svolta a livello culturale nell’ambito della mobilità sostenibile e del miglioramento dell’ecosistema urbano, ma soprattutto contribuire a rilanciare lo sviluppo turistico di cui tanto si parla. E proprio questo tema rientra negli obiettivi dell’associazione “Latina in Bicicletta”, un movimento che negli ultimi anni si è posto all’at-

tenzione cittadina come gruppo di pressione proprio rispetto alla tematica legata alla mobilità su due ruote e conseguente alla possibilità di aumentare i chilometri a fruizione esclusiva delle bici. Non solo proprio da ‘Latina in Bicicletta’, nasce l’idea del “Sentiero della Bonifica”, un progetto che ha un sogno, assolutamente realizzabile: “Non ci siamo inventati nulla di particolare – spiegano Dario Bellini e Jessica Brighenti in rappresentanza dell’associazione Latina in Bicicletta -. Il Sentiero della Bonifica è un progetto semplice da immaginare, ma soprattutto da realizzare e sul quale in molti come noi da troppi anni fantasticano. In altre parti d’Italia l’hanno realizzato e le ricadute anche economiche sul territorio sono state immediate. Si tratta di un percorso per ciclisti, podisti, sportivi, amanti della natura, nonché turisti ovviamente, lungo trentadue chilometri che utilizzando l’argine del canale delle Acque


Medie, collegherebbe le due perle del nostro territorio: i giardini di Ninfa ed il lago di Fogliano”. Realizzabile, assolutamente si, salvo intoppi di natura burocratica, a dir poco anacronistici che rischiano di tenere ingessata questa ed ogni altra iniziativa nell’ambito della ciclabilità a contatto con la natura. “Il 21 Ottobre 2012, la nostra associazione organizzò una biciclettata dal nome ‘argini in bici’, che, come facciamo sempre per incentivare i nostri concittadini all’uso delle due ruote a pedali, promuovemmo anche sui giornali. Con un centinaio di amici ciclisti percorremmo gli argini del canale Colmata. Fu una passeggiata bellissima, ricca di forti contrasti: da una parte un territorio meraviglioso e ricco di potenzialità inespresse, dall’altra un continuo susseguirsi di abusi di ogni genere. Poco tempo dopo quella escursione, però, l’amara sorpresa: siamo stati destinatari di una raccomandata da parte del Consorzio di Bonifica di Latina il quale, citando espressamente il Regio Decreto n. 368 del 1904, vietava espressamente a chiunque, salvo onerosissima autorizzazione (oltre 700 euro anche solo per una passeggiata), rilasciata dalla Provincia con parere tecnico del Consorzio stesso, di compiere qualsiasi tipo di attività lungo gli argini dei canali di bonifica”. La frittata era fatta. Chiaro che quella lettera, pur se richiamandosi legittimamente ad una vec-

chia legge del 1904, fece nascere in molti cittadini un senso di frustrazione che ha messo in moto tutta una serie di attività volte a superare un divieto incomprensibile soprattutto se messo in relazione con ciò che in merito si sta facendo ormai da tempo in altre regioni italiane come il Piemonte, la Lombardia, la Toscana per esempio, dove si è data vita ad una legislazione più moderna. Successivamente a quell’episodio è nato

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quindi il Comitato Argini del quale Latina in Bicicletta fa parte, che si prefigge appunto, tra le finalità, di risolvere la questione normativa burocratica relativa all’utilizzo degli argini e dei canali dell’agro pontino (www.facebook.com/ ComitatoArgini?fref=ts). “Per dare maggior peso ad un’istanza che muove dal basso abbiamo attivato una petizione online che ha già raccolto numerose firme e l’adesione di moltissime associazioni, organizzazioni, imprese del nostro territorio (http://chn. ge/15suudH). Siamo convinti che l’introduzione di questo modello possa rappresentare una chiave di volta per l’intera città, possa divenire quell’esempio che se replicato sul territorio regionale, farebbe partire una spirale virtuosa che garantirebbe sviluppo sostenibile per tanti. Guardare al territorio non come ad una risorsa da consumare ma come ad una creatura da far crescere e tutelare, questa è la direzione di marcia che l’Europa ha indicato per i prossimi decenni e questo è ciò che a più riprese abbiamo chiesto ai nostri interlocutori politici a livello locale e regionale. Abbiamo presentato questo progetto all’Assessore regionale Sonia Ricci, ai Consiglieri regionali Rosa Giancola (la quale si è impegnata ad inserire parte del

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nostro progetto nel finanziamento regionale per Bonifica 2.0) e Enrico Forte, al Delegato alla mobilità del Sindaco di Latina Alberto Pansera. Il Presidente del Consiglio Regionale Daniele Leodori ha messo più volte specificatamente questo progetto all’ordine del giorno, ha preso l’impegno per l’approvazione di una nuova legge regionale che dia modo di scavalcare il Regio Decreto del 1904. La “congiuntura astrale” stavolta sembra proprio quella giusta, difficilmente infatti vedremo tornare su questo territorio le grandi industrie multinazionali che tanto lavoro, ricchezza,

sfruttamento del territorio, hanno portato nella nostra comunità, ma abbiamo comunque tutte le potenzialità per crescere, per uscire da questa crisi che pare senza fondo. Questo progetto rappresenta l’unico modo sostenibile per farlo. Crediamo fermamente che questa terra sia il nostro west, la nostra frontiera, luogo di possibilità e occasioni, basta crederci un po’ di più tutti quanti e contribuire ognuno per il suo a liberare le energie esistenti, mollare una volta e per tutte le aggrinzite briglie degli impauriti poteri costituiti e credere che sia possibile andare avanti”.


Buon Gusto

RISTORANTE

PIZZERIA

Il ristorante Buon Gusto, grazie ai suoi proprietari, assume caratteristiche di simpatia e di tradizione gastronomica curata, offrendo specialità marinare, di carne, primi piatti e pizze. In estate, è possibile mangiare all'aperto a bordo piscina. Il ristorante dispone di un ambiente caldo e accogliente a conduzione familiare specializzato in ricevimenti nuziali, pranzi di battesimo, comunioni, cresime e ogni tipo di cerimonia.

www.ristorantebuongusto.it

LATINA Borgo Santa Maria - Strada Macchia Grande, 55 Tel. 0773.644066 - tizianofranchini@alice.it


mercato

Un giorno tra le bancarelle di via Cisterna, nel periodo delle massime occasioni

al

dei

Vestiti e bigiotteria sottoprezzo sfidando caos, parcheggio e tentazioni di STEFANIA PUSTERLA

Chi ha ragioni da vendere le porti al mercato. Dino Basili, Amici amici, 1989


I

saldi nei negozi della città sono iniziati ormai da molto e chiunque abbia una buona esperienza nel campo dello shopping sa che bisogna approfittarne i primi giorni per trovare quei capi costosi sognati durante la stagione ad un prezzo più abbordabile, oppure gli ultimi per frugare tra le rimanenze a costi davvero stracciati. Dove comprare dunque in questo periodo di mezzo dove l’estate ancora impera ma non si sa per quanto

metteremo costumi e abitini leggeri e dove l’inverno, per fortuna, è ancora lontano? Dove possono andare tre shopping addicts a praticare il loro sport preferito senza però dare fondo a tutta la quattordicesima? Visto che è martedì andiamo a caccia di affari al mercato! Per prima cosa organizziamo un piano d’attacco: il mercato è grande, assolato ed affollato; bisogna andarci preparate altrimenti si rischia di fallire la missione.

Punto primo ABBIGLIAMENTO Quando si fa shopping al mercato il problema maggiore è dove provare gli abiti. Spesso i venditori ambulanti improvvisano camerini nei camion della merce che d’estate sono veri e propri forni. E comunque non tutti li hanno. Dunque è opportuno scegliere dei vestiti che ci permettano di infilarci sotto o sopra degli altri: no ai vestiti interi e si a canotta sopra e gonnellina sotto. Le scarpe devono essere comode e facili da mettere e togliere e la borsa grande e leggera per radunare tutti gli acquisti. Meglio portarne anche una pieghevole, non si sa mai che compriamo più del previsto!

Punto secondo MACCHINA

Hot pants e bikini

Incontriamoci e andiamo con una macchina sola, è veramente un’impresa trovare parcheggio vicino alla zona bancarelle.

Punto terzo PERCORSO Borse fashion

Perline colorate da 0,25 cent.

Bottoni da 0,40 cent. a 25 euro

Cappelli

Total white per gli abiti mondani da 15 a 45 euro

Entriamo da via Cisterna e facciamo a serpente tutte le traverse a sinistra della via principale che sono dedicate per lo più all’abbigliamento e, arrivate in fondo, facciamo solo la via delle scarpe nella parte destra. La parte degli stracci la evitiamo, non perché non sia interessante, anzi, ma perché dovremmo dedicare una mattinata solo a quella per frugare bene dappertutto!

Di tendenza il look per ogni occasione con prezzi dai 10 ai 40 euro


ore 9: si parte! Di macchine ce ne sono, ma la situazione parcheggio non ci sembra delle più ostiche. Una signora piena di sacchetti si avvicina all’auto e ci lascia un posto davvero vicino, bene la fortuna è dalla nostra! Entriamo in questo reticolo di bancarelle straripanti di merci, venditori di ogni provenienza che gridano per attirare clienti e gente come noi che passeggia buttando l’occhio ovunque a caccia di affari. Già il primo banco ci attira, è zeppo di costumi, pantaloncini e tute colorate, i cartelli con i prezzi ci rassicurano, possiamo acquistare i nostri ultimi pezzi per il mare senza svenarci e noi non ci lasciamo sfuggire l’occasione. Procediamo di pochi passi e siamo di nuovo ferme, un banco di borse ci attira. E’ uno di quelli dove si vede che la merce è vali-

da, dunque temiamo che le borse in paglia che abbiamo adocchiato, vero must have della stagione, siano un po’ troppo care ma chiediamo senza troppi scrupoli. In fondo al mercato ci si sente più liberi di fare domande, prendere in mano le cose - e dire anche no grazie - rispetto ad un negozio vero e proprio. La borsa non è proprio regalata ma si vede che è ben fatta, ne vale la pena. Vediamo anche delle pochette carinissime che in questa stagione di matrimoni tornano sempre utili e altri simpatici modelli colorati e modaioli. “Vera pelle tutto made in Italy” ci assicurano! La caccia continua e troviamo qua e là pezzi basici e altri più fashion a prezzi davvero bassissimi, forse non avranno tessuti pregiati e rifiniture sartoriali ma per quello che costano possono durare anche solo una stagione. Proseguendo, incontriamo anche banchi con vestiti più ricercati con bei tagli e tessuti, ovviamen-

ROCK Total look a 4,99 euro

LINEE PULITE per la busta made in Italy in nappa e vernice ideale per le cerimonie a 25 euro

VINTAGE Borsa in paglia con grande fiocco a 25 euro

Sandalo bijoux a 10 euro FATTE A MANO Borse in paglia con applicazioni Pezzi unici da 20 euro

PER IL PARTY Sandali con strass e borchie a 15 euro

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GLAM Orecchino con maxi boules a 1 euro


DA PIN-UP Hot pants in denim con micro pois a 10 euro

STOCK PER UOMINI Abiti formali e casual a 1/3 del prezzo di cartellino

Esprime l’amore per la musica la t-shirt con maxi stampa a 3,50 euro

te sono più cari ma con i saldi i prezzi scendono anche qui e qualche sfizio ce lo possiamo togliere. Altro pezzo forte del mercato, oltre all’abbigliamento, sono i bijoux. Ce ne sono di tutti i colori e modelli e costano per lo più solo un euro, è il caso di fare scorta, almeno uno per colore scegliendo anche quelli stravaganti. Tanto a queste cifre! E se non troviamo ciò che ci soddisfa e vogliamo dare sfogo alla nostra creatività possiamo comprare fili e perline e realizzarceli da sole. Fruga fruga, troviamo delle bancarelle di stock che vendono merce firmata ad un terzo del prezzo del cartellino, se aggiungiamo poi il saldo del periodo il grande affare è assicurato e noi l’ abbiamo trovato! A questo punto siamo a più di metà percorso, le borse sono tante e ci lasciano i segni sui polsi, il caldo ci attanaglia, è ormai mezzogiorno e qualche banco di

EFFETTO RETRÒ Con l’abito in pizzo nero a 10 euro

stracci sta già sbaraccando. Ci manca il corridoio delle scarpe, ci accingiamo ad affrontarlo, certe che ripagherà le nostre fatiche. Infatti: sandalo gioiello e sandalo animalier a 5 e 10 euro, zeppe in pelle a 25 e sandali da gran soirè a 15, ma chi ce li da! Compriamo tutto naturalmente e super soddisfatte torniamo verso casa a riguardare gli acquisti e a pensare a come abbinarli e in quali circostanze poterli indossare. Se sapremo mixare questi capi con altri più ricercati che già possediamo e arricchirli con i giusti accessori faremo un figurone e quando le amiche ci chiederanno dove li abbiamo comprati sarà difficile fargli credere che provengono dal mercato. Un’unica nota dolente: è vero che abbiamo comprato pezzi economici ma con la scusa di “tanto costa poco” ne abbiamo presi talmente tanti che la quattordicesima è comunque finita! COME UN FOULARD La camicia impalpabile a 29 euro

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DONNA MAD MUSEO“AL FEMMINILE” d’ARTE DIFFUSA di FABIO D’ACHILLE

Dal 4 settembre al Forte San Gallo alla BIENNALE 2013 di Anzio e Nettuno SHINGLE22J MAD Museo d’Arte Diffusa avrà un intero padiglione dedicato al progetto espositivo al femminile. Nell’edizione 2013 MAD testimonia in questo spazio che gli è stato dedicato, il rapporto che c’è tra l’arte e il territorio del Lazio costiero, attaccato a Roma alla sua provincia, da Pomezia a Latina, da Ardea al Circeo, che solca Aprilia, è bagnato dal Mare Mediterraneo e fino ai Monti Lepini. In questo spazio opera MAD, una Rassegna d’arte contemporanea che ha iniziato il suo percorso espositivo con una formula esplicita intorno al suo acronimo: Museo d’Arte Diffusa. Infatti, l’associazione nel 2005 ha iniziato il suo viaggio incessante con l’obiettivo di far crescere la discussione sul “fenomeno” delle arti visive. Ci siamo accorti subito che c’era una questione “politica” prima e culturale poi… risorse umane e investimenti erano a zero! Gli spazi espositivi pubblici chiusi, sigillati, dimenticati! Gli operatori, i protagonisti, gli artisti, i critici? E i galleristi stessi, quasi estinti! Riprendere un cammino, significava anche spianare la strada, riaprire e ricostruire i rapporti tra individui, tra l’artista e la città, il quartiere, il borgo… prima attraverso un approccio privato, al limite dell’individuale, poi “privatamente” pubblico fino alla riappropriazione degli spazi collettivi… il sogno di MAD e di chi ama l’arte mira però al desiderio di fare rete ed eccoci ad un passo da questo sogno! Per parlare di numeri, negli ul-

timi due anni si sono organizzate e allestite otre 160 mostre (quasi 100 solo nel 2012 con oltre novanta artiste/i), di qui la decisione nel 2013 di parlare finalmente di Museo d’Arte Diffusa. Sono numerose le iniziative che hanno visto protagoniste le artiste donne come quella “ribattezzata” ARTE CONTEMPORANEA AL FEMMINILE. Abbiamo nella nostra faretra tante frecce che parlano un linguaggio di genere e questo è stato il frutto di numerose scelte che hanno esplicitamente privilegiato le artiste, in una società che ha sempre visto la donna “mai” al pari con l’uomo nelle opportunità (anche nell’arte?)… e quindi scagliati i dardi, abbiamo organizzato in una grande esposizione, che è MAD Donna, l’appuntamento annuale a Sabaudia nello spazio espositivo del Museo Emilio Greco e in questa Biennale grazie a SHINGLE22J un abbondante assaggio. Sono di sette donne artiste i lavori in mostra: la giovane Jamila Campagna con l’installazione Ope Constitutionis “spazia” tra fotografie e disegni che raccontano di una lotta contro la chiusura di una fabbrica tessile in provincia di Latina, una dismissione industriale fatta “sulla pelle” delle operaie della Tacconi Sud e sulla “stessa pelle” sono stati scritti e dipinti gli articoli della Costituzione Italiana; la performer e video artista Francesca Fini espone LITTLE PILL BLUES #2 un’opera mixed media su tavola il cui oggetto principale è una maschera di coniglio completamente rivestita di ritagli di giornale e fissata grazie ad una ragnatela di filo di lana rossa; la pittrice iperrealista Marianna Galati rappresenta

nelle sue tele espressioni di grande emotività sui temi della violenza di genere innestando un dialogo intenso con lo spettatore al quale sussurra una leggera quanto intrigante femminilità da un lato donne alle prese con la loro esplicita volontà di bellezza estetica, dall’altro disperazione, rabbia e reazione ai soprusi di cui quotidianamente sono vittime; la body-artist Inanna Trillis (Giorgia Gioia) propone - a Villa Pamphili - la performance “LA SCRITTURA DEL FEMMINILE” per la quale “ha selezionato alcune pagine dei libri a lei più cari, strappandole per metterle a disposizione dei fruitori, come fossero un dono, un ponte simpatetico, che introduca all’opera attraverso il sacrificio, da parte dell’artista, di un oggetto affettivo” (cit. Jamila Campagna); le grandi fotografie incorniciate campeggiano nel padiglione, “quella degli scatti di Marella Montemurro è una natura che non si fonde con l’individuo, non lo rappresenta, non riguarda la quotidianità e, soprattutto, non può essere raggiunta davvero. Certo, è lì, si vede, quasi la si potrebbe toccare, ma non è mai concreta” (cit. Alberto Dalla Libera); la pittrice e scultrice AnnaLaura Patanè, “le sue opere danno vita a una visione del mondo, eterna e suggestiva, dapprima con un attento studio sui fossili, i quali saranno elemento portante della sua ricerca artistica e sempre al centro del suo lavoro, per poi passare a temi più attuali, dando vita a una serie di opere che parlano di figure e volti e sono visione di un mondo costantemente minacciato e sospeso nell’incertezza, dove l’uomo disconosce sempre


Performance di Inanna Trillis e Jamila Campagna foto Giangiacomo Montemurro

ANCORA UNA VOLTA LA DONNA S’IMPEGNA IN UNA SUBLIMAZIONE

DELL’ESSERE E DEL FARE CHE RIESCE A SCAVALCARE OGNI OSTACOLO, OLTRE LA CONTINGENZA DEL REALE” Valeria Conticiani

con maggior frequenza le sue origini” (cit. Fabrizio Ballerini); infine l’artista francese Nordine Sajot che nella “serie di fotografie CULTURA FISICA presenta diversi protagonisti a tavola e s’interessa ai gesti e alle emozioni che emergono da ognuno mentre si mangia. Nelle foto non ci sono più né oggetti né cibi, rimangono solo i movimenti sospesi dei modelli che evocano il nostro rapporto col mondo” (cit. Olga Gambari). Sette artiste che hanno interpretato con il loro linguaggio uno spaccato estremamente simbolico dell’ARTE AL FEMMINILE attraverso predisposizione, studio, professionalità, istinto, passione, sensibilità e grande intelligenza. Le artiste attraversano una generazione di donne e si confrontano tutte con una realtà che non vuole sfuggire alla loro testimonianza, come figlie, sorelle, madri, mogli, separate, fidanzate e poi studentesse, lavoratrici, artiste, interpreti insomma di un’esistenza che le permea, le contiene e ne fa esplodere la creatività nei loro lavori siano

essi fotografie, disegni, quadri, performance, vessilli di un linguaggio così caratteristico che non può non interessare, non coinvolgerci, farci sentire parte della loro esperienza, come se noi tutti (anche uomini) la potessimo finalmente sfiorare, sentire - magari solo per un secondo o di più - percepire, ascoltare e indagare! L’arte diventa un ponte, uno strumento con il quale attraversiamo un fiume in piena, possiamo fermarci a metà di quel ponte, sentire l’odore di quell’acqua, e vedere quello che ne scorre dentro; possiamo, attraversare le due sponde “generazionali”, perfino immaginare di tuffarci idealmente in quell’acqua che alla sorgente è limpidissima, ma dovremmo risalirlo tutto il fiume, oppure sul ponte a metà di quel cammino essere testimone non solo oculare del percorso artistico e di vita di sei donne che tracciano nitidamente un solco nel territorio e scelgono che sia l’arte a raccontarne gioie e dolori, amori e abbandoni, quotidianità e straordinarietà.

L’installazione di Nordine Sajot

AnnaLaura Patané foto Giangiacomo Montemurro

Jamila Campagna foto Giangiacomo Montemurro Performance di Francesca Fini

“E

Opera di Marianna Galati


ZENZERO

Rubrica di cucina di PASQUALE DE ROSA

Estate, voglia di... dolce Una gustosa alternativa al classico gelato Non conosce stagioni la voglia di dolci delle persone. E se il gelato rimane il must per eccellenza delle calde serate estive, sicuramente le alternative non mancano per i più golosi. Dopo una bella cena non può mancare sulla nostra tavola un buon dolce per concludere degnamente la serata. La nostra proposta del mese è una crostata fredda cocco e cioccolato, facilissima e semplice da preparare nella sua procedura. Ci siamo affidati all’esperienza ventennale di Mario, titolare dell’Olimpo della Birra, sempre più specializzato in dolci

Crostata fredda cocco e cioccolato Ingredienti Base (Frolla al cioccolato) 150 gr burro 100 gr zucchero 450 gr farina 00 50 gr cacao amaro 3 uova Ripieno 250 ml panna fresca 75 gr mascarpone 50 gr zucchero a velo 50 gr gocce di cioccolato 50 gr cocco grattugiato

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che ci ha fornito la sua ricetta personale e ci ha consigliato un buon vino da accompagnarci insieme. E visto il successo che riscuote la sua torta siamo convinti che susciterete altrettanta soddisfazione nel palato dei vostri conviviali. Per la frolla al cioccolato impastate insieme la farina, lo zucchero, le uova, il burro e il cacao amaro. Fate riposare in frigorifero per circa un’ora. Foderate uno stampo da 24 cm con la frolla e cucinate in forno a 160° per 15 minuti. Sfornate e fate raffreddare. Per il ripieno montate insieme la panna fresca, il mascarpone e lo zucchero a velo. Aggiungete il cocco e le gocce di cioccolato. Con il ripieno farcite lo stampo di frolla. Fate raffreddare per circa 2 ore. ABBINAMENTO Si consiglia il vino Moscato d’Asti. (Ricetta di Mario Zago, proprietario Olimpo della Birra)


Garanzia di buona tavola L’estate è definitivamente esplosa ed è tempo di vacanze e di un meritato riposo per la gran parte delle famiglie pontine. La classica gita fuori porta si trasforma nell’occasione giusta per trascorrere in compagnia di amici e parenti una piacevole giornata lontano dal caldo torrido e dall’afa della nostra città. Quale occasione migliore per approfittare di un pranzo o di una cena alla Trattoria – Ristorante La Pigna immersi nel verde di Cori, paese dei Monti Lepini ricco di una storia centenaria a pochissimi kilometri da Latina. La nuova gestione della famiglia Zanella, i fratelli Simone e Francesca sono i nuovi proprietari del locale, ha voluto mantenere viva la tradizione culinaria di chi li ha preceduti nella conduzione dell’attività. I piatti proposti alla clientela sono sempre composti da ingredienti di prima scelta, con prodotti provenienti esclusivamente dal nostro territorio in base alla stagionalità del periodo. Le due

Nella giornata di Ferragosto i clienti avranno modo di scegliere il loro piatto preferito alla carta, con un largo ventaglio di opzioni tra i menu di mare e montagna sempre pronti per accontentare le vostre richieste

SABATO 10 AGOSTO Vi aspettiamo per la notte di San Lorenzo per una serata danzante in compagnia della musica dal vivo del gruppo THE BLU VELVETS

MENÙ

Antipasto di Montagna Risotto alla Pigna Penne alla Montanara Arrosto con Funghi e Piselli Patate al Forno Macedonia Acqua, Vino, Caffè e Amaro

PREZZO SPECIALE € 20,00

NOVITÀ

È GRADITA LA PRENOTAZIONE sale godono di ampio spazio ed il giardino esterno, ben curato nella sua vegetazione floreale, si presta bene per un pranzo o una cena all’aria aperta. L’eccezionale rapporto tra la qualità dei prodotti ed il giusto prezzo garantiscono a questo posto una soddisfazione importante tra i clienti che lo scelgono per la prima volta. Tra le piacevoli novità della nuova gestione c’è l’introduzione della Pizza in modo da dare un ventaglio completo di scelta alla clientela. Il gusto del saper mangiare e del buon bere sono momenti unici ed importanti per una persona e saperli apprezzare insieme è il modo migliore per svolgere con passione il nostro lavoro.

Ristorante Trattoria

“La Pigna”

CORI Via delle Grazie 9 Per info: 345.5741141

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ZERO TITULI

Sport e tempo libero di PASQUALE DE ROSA

L’importanza del dodicesimo uomo Il presidente Cavicchi: “Pisa da modello, in B fondamentale l’apporto del pubblico” “L’obbiettivo l’abbiamo raggiunto, ora mi auguro che la serie B venga accolta come merita dalla città, che per la prima volta potrà calcare un tale palcoscenico”. Il presidente del Latina, Paola Cavicchi, a meno di un mese dall’inizio del campionato che partirà il 23 agosto con l’anticipo della prima giornata, scende in campo perché “in questa stagione per noi nuova e sicuramente ricca di insidie avremo bisogno del pubblico – ha continuato il presidente del Latina – è giusto che lo stadio venga riempito sul modello di quanto successo nella finale playoff contro il Pisa, quella era sì una partita storica ma lo saranno anche tutte quelle del prossimo campionato visto che Latina in serie B non c’è mai stata prima. Noi dal canto nostro stiamo facendo ulteriori sacrifici. Il mercato finora ha portato nel capoluogo giovani di grande valore e senior importanti, ma sicuramente non ci fermeremo. Il mister, dopo la prima fase di preparazione svoltasi a Norcia, sta valutando bene la rosa finora a sua disposizione e in seguito alle sue indicazioni vedremo cosa altro serve, quali reparti vanno sistemati e in che modo. Nel complesso abbiamo in mente, comunque, di intervenire sulla rosa con altri giocatori di categoria sia a centrocampo che in avanti e si tratta di gente di assoluto valore in grado di fare la differenza. Sicuramente non è nostra intenzione fare la cenerentola della serie B, siamo matricola è vero ma non per questo ci mettiamo paura anzi: siamo stimolati dallo spirito di chi ha tanta voglia di continuare a crescere e farsi conoscere in un ambiente nuovo. Spero che questo spirito alimenti anche la gente di Latina perché nella serie cadetta ci 110 | NUMERO ZERO | 08.2013

siamo andati non per noi stessi, non per pochi intimi, ma per una città intera che adesso dovrà farci sentire il suo apporto. La campagna abbonamenti sta andando un po’ a rilento, magari pian piano prenderà un ritmo diverso: io ne sono convinta perché non voglio credere che la città possa restare inerme a quanto tra qualche settimana accadrà al Francioni. Potremo farci conoscere in una realtà nuova e affascinante, noi

della società come tutti i nostri tifosi: è il momento che la gente dimostri l’amore per i colori nerazzurri. Noi, dal canto nostro, stiamo lavorando giorno e notte per dare a Latina un gruppo di giocatori che possa regalarci ulteriori soddisfazioni. E sono convinta che anche stavolta ci riusciremo. Spero di farlo insieme al maggior numero possibile di tifosi”.


ZERO CULT

Film e libri del mese di ELENA ROCCA

Amore, passione, morte e suspance! Ci vuole buon libro per viaggiare con la fantasia restando sdraiati sotto l’ombrellone

IL CLUB DEI FILOSOFI DILETTANTI di Alexander McCall Smith (TEA)

Primo libro di una serie di quattro, che includono “Amici, amanti, cioccolato”, “Il piacere sottile della pioggia”, e “L’uso sapiente delle buona maniere”, racconta della vita e della passione investigativa di Isabel Dalhousie, raffinata nuova Miss Marple di Edimburgo. In tutta la serie rimangono fissi accanto a lei i personaggi chiave della nipote Cat, dell’ironica e sagace governante Grace, e dell’ex fidanzato di Cat, Jamie. I casi investigativi di cui la protagonista si occupa, per passione, sono abbastanza semplici e lineari, infatti l’atmosfera complessiva ci fa appassionare più alle vicende dei protagonisti che agli enigmi polizieschi via via raccontati nella serie. Anche perché, imprevedibilmente, uno dei personaggi principali cambierà improvvisamente ruolo… Libri semplici e puliti, adatti sotto l’ombrellone, ma scritti in una prosa elegante e con un lessico raffinato che li colloca all’interno della buona letteratura.

UNA RAGAZZA DA TIFFANY di Susan Vreeland (Neri Pozza)

L’autrice di squisita fattura che ci ha regalato capolavori quali “La Vita Moderna” e “La Passione di Artemisia” torna a narrarci una storia vera attraverso la sua prosa fluida, che ci avvolge e ci coinvolge al punto da farci sentire personaggi all’interno del quadro. Con questo romanzo ci racconta che esisteva un Tiffany molto prima di Audrey Hepburn e della sua colazione, un Tiffany che prima di produrre gioielli si occupava della lavorazione del vetro, e dalle cui fabbriche, grazie alle mani sapienti di operaie/artiste, uscivano alcuni dei più splendidi capolavori dell’Art Nouveau del tempo, che andavano a fondersi e ad arredare la New York fervente e trepidante come solo quella della fine dell’800 poteva essere. Il romanzo è una grande storia d’amore, quella di e per la protagonista, Clara, quella per una professione, quella per una città, ma soprattutto la storia d’amore che l’uomo ha da più tempo nella storia: quella per la bellezza.

scoperta del vero amore dedicandosi all’amante con tutta se stessa. Alla fine della vacanza Denise scopre che Ives è un nobile che con la guerra ha perso tut“Gli innamorati immaginano sempre di te le sue fortune ed è costretto a fare un aver fatto un cattivo affare, a vantaggio lavoro frustrante e a condurre una vita che lo umilia. esclusivo dell’altro”. Denise, donna dell’alta società parigina, Ives dall’amore di Denise non cerca la conosce in vacanza Yves, giovane aitan- passione travolgente che lei si ostina a te e raffinato. Credendolo ricco come il dargli, ma il riposo e la tranquillità che marito, intraprende con lui un’intensa non ha. Cronaca molto attuale dell’amorelazione amorosa che la porterà alla re tra due egoisti.

IL MALINTESO di Irene Nemirovsky (Adelphi)

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UN GIORNO DI GLORIA PER MISS PETTIGREW

di Winifred Watson (Neri Pozza)

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che si svolge all’interno di una sola giornata, ma una di quelle giornate che possono cambiare la vita, soprattutto ad un donna timida, un po’ dimessa, che nel corso della sua esistenza ha avuto poche gioie, e che improvvisamente si ritrova accanto ad una creatura fugace, splendente, vivace, che catalizza l’attenzione di chiunque le stia accanto, una di quelle creature arcobaleno in grado di tirare fuori i colori da chi le sta vicino. Un romanzo che narra della differenza di tra chi ama la vita e chi ne ha paura, tra il grigio e lo sfavillio, e di come a un certo punto un vortice ti può travolgere e ti può far scoprire che la vita, comunque, è impossibile non amarla…e che anche il grigio nasconde sotto di se un turbinio di colori!

LA VITA ASSASSINA di Felix Vallotton (1908)

Jacque Verdier e’ costantemente accompagnato dall’ombra del male ma certamente non la vuole.E’ un giovane di provincia che ,trasferitosi a Parigi,fa successo come critico d’arte.La sua vita e il suo aspetto sono semplici,monotoni e rassicuranti,ma in realta’ il male e’ sempre con lui e si manifesta su tutti quelli che vi entrano in contatto. Una sinistra ironia impregna ogni situazione mischiando amore e morte. Solo il lettore ed il protagonista percepiscono la situazione e insieme ne traggono le conclusioni.


di GUIDO PIANO

Il caso del “Signor Rossi” Le responsabilità della politica nel crack di Latina Ambiente Che il matrimonio tra pubblico e privato sia stato un fallimento totale su scala nazionale, è cosa risaputa. Così come lo è stato nella sua intrinseca natura un modello societario che da subito ha dimostrato di essere un meccanismo inceppato, quasi impossibilitato nel portare servizi efficienti e poco onerosi per i cittadini nell’ambito delle gestioni di rifiuti e acqua, proprio a causa della ‘delicata’ convivenza tra parte pubblica e privata. Con la prima incapace di imporre alla seconda politiche societarie effettivamente rivolte a beneficio della collettività, e con l’altra, la parte privata, troppo avvezza a concedersi come strumento congeniale per l’esercizio, per certi versi chirurgico se non spudorato, del clientelismo della politica, ma con il tornaconto di poter fare il bello ed il cattivo tempo nella gestione del servizio. La Latina Ambiente non si è sottratta a questa spirale perver-

sa. Nata sotto i migliori auspici, addirittura per portare guadagni al Comune di Latina, ha finito per diventare una sorta di ‘sceriffo di Nottingham’ per cittadini e commercianti, vessati da errori su tariffe e da criteri di calcolo che di equo non avevano nulla, e una zavorra per quel palazzo, che quando ha deciso, finalmente, di vederci chiaro, (vedi la diligence di controllo con tanto di CDA pubblico di nomina tecnica imposto dalla nuova amministrazione Di Giorgi), ha praticamente messo la parte privata nell’unica condizione di portare i libri contabili in tribunale. E’ chiaro dunque come ancora una volta la politica si sia ricordata troppo tardi di fare il proprio dovere. Il passato è tutto da dimenticare infatti. Dalla gestione poco trasparente avvenuta sotto l’amministrazione Zaccheo, sino all’incredibile, ma vero, caso del Signor Rossi, o meglio dell’ex alto magistrato della Corte dei Conti Giovanni Rossi. Nominato dal commissario prefettizio Nardone come rappresentate pubblico nel CDA della Latina Ambiente dopo la caduta della giunta Zaccheo, Rossi, al momento dell’insediamento della giunta Di Giorgi e quindi della nomina del nuovo CDA di parte pubblica, è passato dall’altra parte del tavolo, ovvero è entrato a far parte del CDA di parte privata. Tradotto: chi fino al giorno prima aveva fatto gli interessi del pubblico ora fa quelli del privato. Un caso emblematico che forse non dice nulla, o che forse invece spiega tutto, su come funzionassero i rapporti tra pubblico e privato nella partecipata di Via dei Monti Lepini. 08.2013 | NUMERO ZERO | 113


COMMA ZERO

Consulenza legale e contabile di PASQUALE DE ROSA

Focus sul licenziamento Lo Studio Muzio è leader in diritto del lavoro Lo Studio Legale Associato Marchionne & Muzio ha esperienza e professionalità maturate nel corso degli anni anche attraverso specializzazioni acquisite con masters e corsi di alta formazione nelle seguenti materie: - diritto del lavoro, con particolare riferimento agli istituti del licenziamento nelle varie forme che l’ordinamento giuridico italiano consente al datore di lavoro di adottare (quali ad es., il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, soggettivo, disciplinare, per giusta causa), della impugnativa dello stesso, della retribuzione del lavoratore, dei rapporti di lavoro privati e della pubblica amministrazione; alla gestione del personale dipendente e non: con particolare riferimento al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro nei confronti del proprio prestatore di lavoro nell’ambito dell’attività di impresa. Assiste le società nell’ambito di procedure per licenziamento collettivo e di trasferimento d’azienda, approfondendo la conoscenza degli ammortizzatori sociali, quali la cassa integrazione guadagni. Si occupa di diritti e rapporti sindacali all’interno dell’azienda e nei luoghi di lavoro, intrattenendo relazioni con delegati delle organizzazioni sindacali rappresentative nel territorio nazionale. Ha avuto modo di approfondire la struttura degli enti bilaterali con particolare riferimento alla mutualizzazione degli obblighi retributivi, alla formazione professionale, alla sicurezza del lavoro alla lotta alle discriminazioni ed alle prestazioni previdenziali e assistenziali. E’ stato studio fiduciario del Patronato EPAS – Ente di Patronato e di Assistenza Sociale, con particolare riferimento alla assistenza e tutela 114 | NUMERO ZERO | 08.2013

legale utile al riconoscimento dei trattamenti pensionistici di invalidità delle persone ipovedenti. - diritto civile e societario, svolge attività di consulenza ed assistenza giuridica in favore di società e di associazioni non riconosciute, onlus; è impegnato in attività stragiudiziale inerente le problematiche aziendali connesse al governo dell’impresa (governance, codici etici), - diritto assicurativo, svolge attività di assistenza e consulenza con riferimento ai contratti di assicurazioni, ai rapporti agenziali. - arbitrati, rituali ed irrituali, per il rilievo della figura dell’Arbitro d’Equità e di Diritto. Alla luce della recente disciplina della mediazione, lo Studio annovera, all’interno della propria struttura, anche la figura del mediatore professionista, iscritto all’albo dei mediatori - diritto amministrativo e disciplinare del lavoro dei pubblici dipendenti per enti del parastato aventi come attività statutaria il controllo delle libere professioni; per enti locali, organizzazioni non governative, società che hanno rapporti con enti locali in relazione ad appalti di servizi, occupandosi altresì dell’ordinamento economico degli enti locali.


Numero Zero Magazine Agosto 2013  

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