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AUTORIZZAZIONE SANITARIA ALL’ESERCIZIO N°168 DEL 12/12/2008 RIL DAL COMUNE DI LATINA DIRETTORE SANITARIO Dott. Antonio TRANQUILLI Specializzato in Patologia Generale, iscritto all’Ordine dei Medici della provincia di Latina dal 08/06/1979 con n° Ordine 1130

RIABILITAZIONE F I S I O T E R A P I A S A L U S

DirettoreSanitario Sanitario Direttore

Dr. COTRONE Dott.RAFFELE RAFFAELE COTRONE Iscr. di LATINA Iscr.Albo AlboMedici MediciChiurghi Chirurghi di LATINA Nr. Nr.3062 3062

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L’editoriale

Sei di Latina tra ricordi e banalità No alle parate virtuali, sì alla partecipazione civile di SANTA PAZIENZA

Sei di Latina se..... Sei di Latina se. Sei di Latina se: Sei di Baia e Latina se... Sei di Latina Mare/Sabotino NON SEI DI LATINA SE.... Sono i nomi dei gruppi, punteggiatura compresa, esplosi su uno dei social network più affollati della rete. E’ come se Facebook avesse avuto una funzione catalizzatrice innescando un fenomeno scomposto ma unificatore. Riconoscersi nei luoghi, negli eventi, nei personaggi e nelle frasi tipiche di una determinata città o paese è un modo per ricreare un sentimento di comunità, di orgoglio di appartenenza. La piazza virtuale si è rivelata un moltiplicatore di opinioni, emozioni, riflessioni, battute e ostentazioni. Le quattro chiacchiere che ci si scambiava solitamente al bar di persona, ora sono condivise in un ambito tutto nuovo e con regole diverse. O meglio a quanto pare senza regole, se è vero che nei gruppi confluisce un po’ di tutto, anche inutili banalità. Infatti, se da una parte viene onorato lo spirito civico e vengono valorizzate le radici culturali, anche attraverso un sano svago e una meticolosa ricerca fotografica, dall’altra è anche una prepotente vetrina per chi ama farsi notare, sbeffeggiare e spostare in questa sede la

non voglia di fare. E’ l’aspetto deteriore degli ambienti di massa, dove ognuno può dire ed evidenziare ciò che vuole, a prescindere dal buon senso che è a discrezione di ogni persona. Sembrerà una considerazione snob, poco popolare e supponente, ma parte da un presupposto logico. Tutta l’energia, la passione e l’interesse che gli appartenenti ai gruppi hanno manifestato è molto positiva, ma sarebbe più fruttuosa se, nel risvegliare la coscienza dei cittadini, fosse finalizzata anche a migliorare il luogo in cui si vive. Il divertimento e l’intrattenimento non sono da condannare, anzi. E Facebook è stato un valido strumento di socializzazione grazie al quale molte persone si sono rincontrate anche dopo anni. Ma sarebbe altrettanto bello vedere un movimento di massa più organizzato per questioni che riguardano la quotidianità. Iniziative che promuovano il territorio e che, attraverso la fertilità e la diffusione mediatica, attraggano il maggior numero di persone con benefici per la vita sociale ed economica. Che segnalino anche disservizi e storture. I social hanno dimostrato di essere potenti ed efficienti mezzi di comunicazione, una risorsa da sfruttare con intelligenza. Vuoi bene a Latina se...

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#14 // MARZO

IN QUESTO NUMERO

DUEMILAQUATTORDICI

16

Capoluogo Comune

28

Fuori corso

38

Campo magnetico

Il controverso rapporto tra Latina e la sua provincia

DIRETTORE EDITORIALE Marco Tomeo DIRETTORE RESPONSABILE Alberto Reggiani

COLLABORATORI DI REDAZIONE Pasquale De Rosa, Domenico Incollingo, Marco Fiorito, Marco Nardi, Alessia Fratini, Riccardo Angelo Colabattista, Marco Petrone, Chiara Bovolenta, Gianluca Amodio, Patricia Saurini, Stefania Pusterla, Ilaria Castrucci, Francesco Miscioscia, Alessandro Zaffarano, Silvia Petrianni

Le idee di rilancio dell’ex Foro Boario

50

Il giorno più corto

62

Fabbrica di sogni

74 Magazine mensile di attualità, costume e società

Eccellenze e crepe del Polo Universitario pontino

La vita a intermittenza della domenica latinense

84

Cina città

90

In consolle

La presenza orientale nel tessuto sociale del territorio

La storia dei primi deejay tra disco e radio locali

100 In tutti i laghi

Il viaggio sulla Litoranea, la strada dei due Parchi

112

Un anno patinato L’almanacco dei Fatti 2013 di Ego Edizioni

90

Quando fare l’operaio era sinonimo di benessere

Canal grande La navigabilità della rete idrica sorta con la bonifica

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CON IL CONTRIBUTO DI: Santa Pazienza PROGETTO GRAFICO // Giuseppe Cesaro IMPAGINAZIONE E GRAFICA // Giuseppe Cesaro FOTOGRAFIE // Claudia Mastracco EDIZIONE E PUBBLICITÀ CNS - LATINA Via Milazzo - Tel. 327.9713164 STAMPA Tipolitografica C.O.R.E. Via Tre Ponti, sc - Loc. Rezzole - 04022 - Fondi (LT) Registrazione Tribunale concessa

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LISTA ZERO

Politica e comunicazione

Tutti pazzi per Peppa Pig di francesco miscioscia

Anche chi non ha bambini piccoli, in questo momento non può non sapere chi sia Peppa Pig, la maialina protagonista del cartone animato che spopola fra i bimbi dai due ai sei anni. Oltre alla televisione, fra giocattoli, gadget, libri, dolciumi e qualsivoglia cosa commercializzabile, Peppa e il suo fratellino George hanno invaso non solo le nostre case, ma anche negozi, edicole, librerie, bar, perfino tabaccai. Dal punto di vista commerciale, tanto di cappello a ideatori, autori e produttori inglesi, che in pochi anni sono riusciti a creare un fenomeno planetario, il cui successo non sembra conoscere limiti e confini. Va detto che il cartone è costruito molto bene, dai colori pastello alle storie semplici che non durano più di cinque minuti, fino ai jingle che non si levano dalla testa e alle risate coinvolgenti dei protagonisti. I bimbi quando vedono Peppa sono come ipnotizzati, non rispondono se li chiami, rapiti in quel mondo privo delle tensioni e delle bruttezze della vita reale. Perché la verità, guardando il cartone da un punto di vista educativo e sociologico, è che rispetto ad altri programmi per i più piccoli la produzione britannica non solo è fatta bene, ma convince anche i genitori, con un messaggio educativo senza inutili moralismi e un punto di vista contemporaneo sulla vita. Insomma Peppa piace anche ai grandi e si hanno meno scrupoli a lasciare i propri figli davanti al piccolo schermo. Intanto le storie non presentano in nessun modo aspetti angoscianti o che impauriscono, ogni episodio ha un messaggio di fondo educativo in senso sempre positivo, propositivo per il bimbo, con un modo che stimola i piccoli a essere curiosi, a voler

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imparare, a stare insieme agli altri. In più la famiglia di Peppa non è per nulla perfetta, ha genitori anche pasticcioni, ma tutti si vogliono bene, sono sempre pronti ad aiutarsi e sanno divertirsi con poco. Insomma Peppa è qualcosa di finalmente diverso rispetto a mostri, auto e protagonisti dai poteri speciali e, per una volta, ha il merito di mettere d’accordo il piacere dei piccoli con la tranquillità dei grandi. Il problema, piuttosto, è del “fenomeno” e se il fatto di non lasciare i propri figli davanti al televisore per ore deve essere cura dei genitori, certamente la programmazione onnipresente del cartone lascia qualche perplessità. Soprattutto perché a trasmettere a ogni ora del giorno serie da cinque o dieci episodi non è un canale commerciale, ma Rai Yoyo, la rete pubblica dedicata al target dei più piccoli. Non che dalla nostra rete pubblica ci si aspetti più intenti pedagogici, ma certamente che il canale rivolto ai bambini in età per lo più prescolastica, di fatto subappalti a Peppa Pig la propria linea culturale ed educativa qualche domanda la fa sorgere. In più, guardando al bel cartone inglese, viene una certa malinconia nel constatare che uno dei pochi prodotti italiani che ha ancora un buon seguito fra i bimbi di quella età, sia l’immortale Pimpa di Altan, cartone nato ormai diverse decine di anni fa. Anche in questo settore creativo, la verve italiana sembra essersi esaurita e i nostri produttori non sembrano essere in grado di presidiare questo segmento di mercato che, come detto, oltre a offrire grandi occasioni commerciali, meriterebbe una grande attenzione per il ruolo che, inevitabilmente, riveste nella prima educazione delle giovanissime generazioni. E come se non bastasse l’imperversare del noto cartone raggiunge limiti di follia tanto che a Saronno stanno pensando di far fuori il centro sociale e di dedicare un’area a Peppa Pig. È questa l’idea messa in campo dal presidente del comitato saronno 2015, Luciano silighini Garagnani, lo scopritore di Nicole Minetti, per conquistare i cuori e i voti dei cittadini in vista delle amministrative del 2015. In una delle aree più grandi della città (la ex cemsa) da cinque anni è attivo il centro sociale  Telos, fondato da un collettivo di giovani che lo utilizza come  spazio autogestito. Un tema su cui il candidato  in pectore  ha deciso di fare leva, solleticando l’immaginario dei benpensanti: “Non si può continuare a portare avanti questa situazione di illegalità e insicurezza – ha detto – Via il centro sociale, al suo posto i maialini di Peppa Pig”. Al suo posto, con l’aiuto di un’azienda inglese, vorrebbe riconvertire l’area in un parco a tema dedicato al popolare cartone per bambini.  Marketicando


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La bonifica fascista e il ruolo usurpatore di Littoria, alla base degli annosi contrasti tra il capoluogo e le roccaforti rosse della provincia

C’ERAVAMO

TANTO ODIATI L’avversione lepina negli anni del Regime e l’integrazione durante il boom economico, i caratteri dominanti del rapporto L’autonomia del Sud pontino di ALBERTO REGGIANI

F

osse stato per l’onorevole Carlo De Angelis di Terracina, deputato socialista confinato nel 1921, Littoria sarebbe dovuta essere “distrutta” all’indomani del crollo del Regime. Un decennio più tardi un tale Marcantonio Tibaldi, giornalista e avvocato di SS Cosma e Damiano noto negli anni a venire anche per il suo impegno antinuclearista, si sarebbe accontentato di staccare idealmente il sud pontino e consegnarlo alla giurisdizione di Cassino per la nascita di una nuova Provincia facente capo alla Città Martire. Consideriamoli solo due esempi, neanche tra i più eclatanti, dell’atavico ed epidermico rancore di buona parte dei Comuni della provincia pontina nei confronti del capoluogo designato, represso per convenienza e impossibilità di esternazione nei giorni della fatale investitura, esploso in tutto il suo fragore in quelli seguenti la liberazione, quando la conditio fascista era stata abrogata. Fioccarono subito, a Guerra terminata, rivendicazioni ed ipotesi di destituzione nei confronti della pupilla del Duce, usurpatrice della sovranità storica e culturale di gran parte delle realtà provinciali (ad eccezione di quelle sorte con identico spirito e datazione come Pontinia, Sabaudia ed Aprilia) e portatrice quindi di un peccato battesimale difficilmente espiabile. Non potendola radere al suolo, nonostante i Barbarossa di turno, si pensò di privarla seduta stante del suo ruolo egemone nel contesto territoriale, derubricandola a semplice città di nuova fondazione e cassando la stessa denominazione provinciale. Si concretizzarono, proponendole a nuovi capoluoghi, le candidature di Velletri


(che era stato il centro principale della provincia marittima dello Stato Pontificio), di Gaeta (Sottoprefettura d’Italia fino al 1927 e in precedenza mandamento amministrativo borbonico) e della stessa Terracina (sotto la spinta del succitato onorevole De Angelis e dello storico Arturo Bianchini). Che non fosse una semplice boutade, lo testimonia un rapporto della Prefettura al Ministero dell’Interno dell’epoca, siamo nell’immediato Dopoguerra, in cui si dà notizia di una riunione del Comitato di Liberazione Nazionale che mise a votazione la soppressione della provincia di Littoria, nel frattempo divenuta Latina, ottenendo la maggioranza dei consensi (9 favorevoli, 5 contrari, 7 astenuti). Soltanto la mirabile opera di mediazione orchestrata dai notabili latinensi di quel periodo, primo fra tutti l’avvocato Leone Zeppieri, scongiurò il ribaltone, di fatto abiurando la correlazione con l’ingombrante passato. De facto e de iure, la Provincia di Latina resettò quella di Littoria. Del resto, nella visione opportunistica che convinse tutti in seconda votazione ad esprimersi compatti per la conferma della governance latinense, molto concorse la consapevolezza che la condivisione territoriale sotto l’egida della città nata dalla bonifica aveva apportato parecchi benefici alle comunità che ne facevano parte, con miglioramenti infrastrutturali e socioeconomici non indifferenti. Costava caro ammetterlo, ma il fasci-

Un articolo de “Il Tempo” del 9 aprile 1955


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smo, soprattutto per l’intercessione dei suoi caporioni locali, aveva sferzato non poco la vivibilità e lo sfruttamento delle risorse interne, fino ad allora inutilizzate o poco considerate. Nel sud pontino ad esempio l’interessamento del professor Pietro Fedele, ministro della Pubblica Istruzione nel periodo del Ventennio, fu funzionale alla decisione di immettere la Stazione di Minturno nel percorso ferroviario delle principali tratte, agevolando l’approdo dei villeggianti nella spiaggia di Scauri e rilanciando prepotentemente il turismo balneare della zona. Identica situazione si registrò a Formia, con i favori del podestà Felice Tonetti, che oltre ai treni portò in loco anche il Carro di Tespi, quello del teatro da strada. Da Cisterna a Gaeta, passando per Terracina, non c’è paese che non debba riconoscere il proprio accresciuto standard nei primi anni della nuova provincia, sia nei servizi primari come il miglioramento delle condizioni igieniche delle popolazioni, sia in

quelli infrastrutturali: in quest’ultimo caso basti pensare al caso dell’Appia, molto spesso allagata prima della bonifica e resa intonsa dalle acque dall’imponente intervento idrovoro. In più, proprio in questo periodo si ravvivarono il folclore e le tradizioni popolari in molti centri territoriali: il Carosello Storico di Cori, la sagra

dell’Arancio a Fondi, quella delle Regne a Minturno, delle Torce a Sonnino e dell’Uva a Terracina, più la festa del Mare a Gaeta. Tutte queste considerazioni, ovviamente, sono al netto delle nefandezze che comunque si protrassero in quelle zone nel periodo dell’autarchica prosperità.

La strada della Via Appia al Quadrato allagata nel febbraio del 1928

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La questione lepina Gli effetti della redenzione dell’Agro furono avvertiti in maniera più diretta dalle popolazioni limitrofe all’ex palude, quelle tra l’altro più coinvolte nelle operazioni di prosciugamento e disboscamento. I paesi lepini giocarono un ruolo particolare nel progetto bonificatore ma i contadini da lì provenienti vissero con animo controverso le vicende della Grande Opera, inizialmente diffidando della “calata” delle genti italiche nelle vicinanze del loro territorio, successivamente rivendicando appoderamenti e case coloniche che essi stessi avevano contribuito a realizzare. Non solo: la nascita delle giurisdizioni di Littoria, Sabaudia, Pontinia e Aprilia sottrasse terreni ai paesi dell’arco lepino, riducendone i confini e quindi il potenziale economico della loro principale attività, quella contadina. L’insofferenza della gente di Sezze, Priverno, Sermoneta, Cori, Bassiano e Norma, non solo verso l’attività di bonifica e quindi della città da essa sbocciata ma anche nei confronti del Regime Fascista, si giustifica nel fatto che essa si vide privata anche dei migliori terreni coltivabili, che da sempre aveva avuto a disposizione e con i quali aveva campato per secoli in maniera dignitosa. Questa avversione, che aveva anche una matrice politica essendo i lepini una storica roccaforte comunista, fu testimoniata dal fatto che per anni le popolazioni collinari continuarono a chiamare sprezzantemente “palude” l’agro redento e addirittura il sindaco di Sezze Alessandro Di Trapano usò il termine “malifica” per definire la bonifica. Anche gli allevamenti vennero stravolti dalla disponibilità di nuovi spazi e diminuirono sensibilmente i capi di bestiame storicamente stabulati tra Campoverde e Terracina. Eppure, il Regime Fascista, che nei suoi principi cardini perseguiva l’obiettivo di non scontentare alcuna delle sue popolazioni considerandole tutte propedeutiche al proprio disegno nazionalista, non restò insensibile ai bisogni e alle rivendicazioni delle comunità lepine. Sul piano par-

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Una manifestazione a Sezze negli anni ‘50

tecipativo, incluse numerosi operai di Sezze nella formazione del Battaglione Littoria che fu spedito in Africa del 1935 per la guerra coloniale e che fu ribattezzato per questo Battaglione Butteri. A molti di essi fu offerto lavoro nelle prime industrie create sul territorio, come lo Zuccherificio di Latina Scalo e lo stesso Consorzio di Bonifica, oltre che nelle crescenti imprese edili attivissime in quel periodo. Sul fronte amministrativo, emanò nel 1937 la risarcitoria “Legge Speciale Integrativa” che in qualche modo favoriva il risanamento dei comuni che erano stati penalizzati territorialmente con la bonifica e gli appoderamenti in favore delle famiglie provenienti dai Monti Lepini. In essa era stabilita la ripartizione dei circa 10 mila ettari di terreno risanati e la

costruzione di 460 case coloniche, in parte da destinare alle “leghe lepine”. Questa legge, tra l’altro, pur essendo considerata “fascista” negli anni seguenti la Guerra subì gli ammiccamenti delle amministrazioni di sinistra, valutati gli effetti benefici che poteva recare alle disastrate casse comunali. Giuseppe Cerina, storico giornalista de Il Tempo, di tradizione anticomunista, portò avanti per anni sulle colonne del giornale romano un’inchiesta sulle condizioni dei paesi di montagna della provincia pontina, ripescando proprio questa “Legge Speciale” ed offrendola all’attenzione dei sindaci lepini, invitandoli a considerarne gli aspetti vantaggiosi. Una crociata che non superò il muro di diffidenza congenito nella mentalità locale dei paesi collinari.


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Quali impegni avete preso, per l’anno in corso, nei confronti del mercato e dei vostri clienti? “L’obbiettivo che ci siamo posti quest’anno, nei confronti dei nostri clienti acquirenti, è di ottimizzare il nostro portafoglio offerte al punto di avere il maggior numero di incarichi a prezzo. Partendo da questo importante presupposto e fatta un’analisi approfondita dei requisiti, tendiamo a fare solo appuntamenti mirati, così da evitare un dispendio di energie inutili. Quanto si risparmia, in termini di tempo e di stress, rivolgendosi ad un’agenzia che, oltre a lavorare seriamente, tutela l’acquirente anche sotto l’aspetto giuridico e documentale? L’impegno nei confronti dei nostri clienti venditori, invece, è di portare in casa solo persone pre-qualificate, ovvero con le quali si sia fatto, a monte, un lavoro di screening e di analisi dei requisiti. Quanto è fastidioso accogliere in casa persone che poi si rivelano essere solo curiose? Quanto è demoralizzante scoprire che chi inizialmente si dimostra interessato all’acquisto della casa non può, poi, avere accesso al credito? “Un tempo eravamo venditori di case, oggi siamo venditori di servizi!”. Rif: 293

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Il dopoguerra Se l’idillio tra il capoluogo e i paesi limitrofi non sbocciò negli anni della propaganda e dell’esaltazione dei mirabili prodigi colonici, figuriamoci quando, a cannoni spenti e con la conta dei danni persino non quantificabile, trovarono terreno fertile ripicche e rivendicazioni, in special modo delle popolazioni che si erano sentite vessate dall’ingerenza dei bonificatori e dell’apparato politico che li aveva sostenuti. In un clima di confusione ed autarchia generato dalle devastazioni della guerra, i contadini di Sezze, insieme a quelli di Roccagorga, Priverno, Sonnino e Monte San Biagio, proclamarono lo “sciopero al contrario”, occupando con tanto di bandiera rossa come vessillo di legittimità, le terre e i possedimenti dell’ONC, molti dei quali appartenenti all’aristocrazia nera, e riproponendone la coltivazione. Non furono i soli: anche i braccianti e i “giobbaroli” di Le Castella di Cisterna, Fondi, Terracina e Itri si segnalarono per casi di occupazione delle terre, in un omogeneo scenario di ribellione all’ordine precostituito. Fino agli arresti degli occupanti dell’Antignana (la vallata tra Bassiano e Sezze) nel settembre 1946 la pratica delle invasioni divenne routine. Latina si fece piccola. Additata come la causa scatenante delle mutate

Operai della squadra Stefanelli (veneti) al lavoro allacciante Astura il 12-05-35

condizioni economico-sociali, visse qualche anno in trincea mentre rimbombava il coro assordante delle richieste di danni soprattutto dei paesi collinari. I quali, oltre a pensare al passato e alle conseguenze che l’isolamento in cui si erano trovati aveva comportato, cominciarono a preoccuparsi anche del futuro. In questo senso, Latina, risparmiata dalla go-

Un articolo de “Il Tempo” del 12 gennaio 1957

gna della privazione del titolo di capoluogo, faceva ancora più paura, perché si capì presto che quella zona nuova, pianeggiante e climaticamente favorevole, avrebbe avuto anche sul piano pratico un ruolo altamente egemone e che avrebbe attirato l’attenzione di un numero sempre crescente di genti, a scapito della retrograda cultura produttiva collinare. Appena per Latina fu possibile inserirsi nel libero mercato economico, oltre che finalmente in quello dell’attività politica, le distanze tra essa e buona parte dei centri provinciali cominciarono a dilatarsi. Il capoluogo, insieme ad Aprilia, registrò progressi vertiginosi nello sviluppo produttivo, affiancando quello industriale e del terziario a quello agricolo. Ciò favorì un incremento demografico impressionante, che fece scopa con lo spopolamento delle colline lepino-ausone e con l’impoverimento delle economie locali di quest’ultime. Il sud pontino reagì in maniera diversa e, pur perdendo l’attrazione militare di Gaeta, trovò in Fondi e Formia due centri di nevralgico impeto agrario, edilizio e turistico.

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Integrazione e campanilismo Soltanto dagli Anni Cinquanta in poi, quando Latina diventò il vertice del triangolo industriale insieme ad Aprilia e Cisterna, si sviluppò il processo di integrazione tra le genti circostanti e quelle del capoluogo. Dai piccoli impianti di trasformazione dell’anteguerra (i Molini Agro Pontino, lo Zuccherificio, le Cartiere di Conca), nella piana bonificata aprirono ben ventisette stabilimenti industriali, che divennero ben presto il centro di reclutamento di lavoratori provenienti da ogni parte della provincia, specialmente dai Monti Lepini. La grande crescita commerciale, con l’apertura di aziende come la Standa, l’istituzione del mercato del martedì e il proliferare delle banche, richiamò popolazioni da Bassiano, Cisterna, Maenza, Norma, Pontinia, Priverno, Roccagorga, Roccasecca, Sabaudia, Sermoneta, Sonnino e Sezze. La città, forse per redimere totalmente le ipotetiche colpe del passato, si mostrò ben disposta ad ospitare l’approdo in massa del vicinato, che veniva per darsi da fare ed aiutarla a crescere, avendo tra l’altro spazi e superfici a disposizione per farlo. Se i primi arrivi nella zona dell’attuale capoluogo si registrarono addirittura nei primi anni del secolo, in particolar modo dei contadini

Negli anni 50 a Borgo Sabotino apre la Centrale Nucleare, Latina diventa un polo industriale di alto livello

sermonetani che si insediarono nelle zone di Piccarello e Borgo San Donato, dagli Anni Cinquanta si verificò un piccolo esodo da tutta la provincia: da Castelforte e Minturno, ma un po’ da tutta la provincia, 135 famiglie di profughi occuparono il campo della caserma ex 82, altri si stanziarono nel quartiere del Foro Boario. Stesso destino emigrante seguirono molti braccianti lepini, rimasti disoccupati e che trovarono lavoro e dimora nel capoluogo. La commistione di genti non fu un problema per Latina, abituata sin dalla fondazione alla convivenza di popoli ed etnie di diversa provenienza. Caso mai il disagio lo accusarono le comunità in entrata,

Lo zuccherifico di Latina Scalo, uno dei primi stabilimenti della neonata provincia

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specie quelle portatrici di una propria e incontrovertibile cultura, di difficile plasmabilità, e del proprio innato campanilismo. Fino a quando il ceppo latinense, dagli anni 70 in poi, non cominciò a formarsi integralmente (quando cominciarono cioè a nascere bambini con genitori nati a Latina) il melting pot di residenti nel capoluogo non generò particolari discussioni di merito. Successivamente, quando anche il latinense si riconobbe tout court appartenente al suo territorio, emerse o si rinfocolò una rivalità con buona parte dei paesi circostanti. Nelle scuole, negli uffici, nello sport, in tutto il tessuto sociale ed economico, la relazione tra il capoluogo e gli altri paesi della provincia visse e vive tuttora di un contrasto molto più marcato rispetto a quello delle origini. Latina ha pagato dazio al suo peccato di fondazione e nel manifestare la propria predominanza amministrativa ed economica torna a confrontarsi con chi rivendica quella storica e culturale. Un episodio di una decina di anni fa fotografa bene questo concetto. La squadra di calcio del Latina, diretta da un presidente di Giulianello, Antonio Sciarretta, indossò delle magliette con la scritta “Lepinia” sul retro e “Cori città d’arte” nella parte dello sponsor. Più che l’omaggio ad un movimento culturale di recupero di verità storiche, sembrò un oltraggio alla città che venne su senza chiedere il permesso a nessuno.


Il giorno dell’inaugurazione

IL SOLE SULLA PROVINCIA

Spuntò il sole, quasi come un miraggio, dopo settimane di piogge quasi alluvionali. Il 18 dicembre 1934 è consegnato alla storia come uno dei giorni più prolifici per l’espansione del progetto fascista e della relativa propaganda. Nel corso di essa, infatti, un Duce quanto mai in forma presiedette alla inaugurazione della Provincia di Littoria e alla posa della prima pietra di Pontinia, terza città di fondazione dopo Sabaudia e il capoluogo, battezzata l’anno seguente. In quella giornata ci fu spazio anche per l’inaugurazione di nuovi uffici come quello della Direzione provinciale delle Poste, composta da Cassa Principale, Ufficio Vaglia e Risparmi, il Telegrafo, l’Ufficio Corrispondenza e Pacchi In occasione della costituzione della 93° Provincia del Regno d’Italia, Mussolini pronunciò – dal balcone

semicircolare del Palazzo del Governo – il famoso discorso dell’aratro e della spada (“è l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”). In quello stesso palazzo, progettato da Oriolo Frezzotti e ornato di bassorilievi bronzei, molti operai avevano lavorato alacremente per tutta la giornata precedente per sistemare gli ultimi ritocchi, sapendo che lo stesso Duce vi avrebbe pernottato nella notte tra il 18 e il 19. Mussolini sentiva propria l’intuizione della nuova Provincia, forse ancor più della nascita di Littoria. Due anni prima, quando la città non era ancora stata battezzata, in una lettera dell’11 maggio egli invitò il Ministro delle Comunicazioni, Costanzo Ciano, a procedere alla fondazione di quella che avrebbe voluto chiamare “nuova provincia pontinia” e di edificare un edificio che raccogliesse tutti i servizi postelegrafonici.

Dopo la fondazione di Pontinia, Aprilia e Sabaudia, la provincia di Littoria contava 245.177 abitanti ed era divisa in cinque grandi gruppi: la pianura pontina (Littoria, Cisterna, Sabaudia, San Felice Circeo, Terracina), la pianura meridionale (Fondi, Sperlonga, Gaeta e Formia), la zona montanocollinosa dei lepini (Rocca Massima, Cori, Norma, Sermoneta, Bassiano, Sezze, Maenza, Priverno, Prossedi, Sonnino, Roccasecca dei Volsci, Roccagorga); la zona montano-collinosa degli Aurunci e degli Ausoni (Monte San Biagio, Lenola, Minturno, Castelforte, Itri, Spigno Saturnia e Campodimele), la zona insulare (Ponza e Ventotene). Ad eccezione delle due isole, strappate alla provincia di Napoli, tutti gli altri comuni appartenevano a quella di Roma, la quale riuscì a mantenere Nettuno, sebbene dovette cedere le contrade di Acciarella e Le Ferriere.

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ZERO POSITIVO

Rubrica medico-scientifica

Allergia respiratoria

Terapia low dose di regolazione in pazienti pediatrici e adulti a cura del dr. GIOVANNI FARINA

Le manifestazioni allergiche si esprimono con una varietà di sintomi che coinvolgono la cute, gli organi dell’Apparato respiratorio(rinite, asma), alcuni organi dell’Apparato gastrointestinale (diarrea) e le reazioni anafilattiche. Si ritiene che il 25% della popolazione soffra di allergie o intolleranze alimentari. L’allergia consegue ad una reazione “abnorme” del Sistema immunitario che sfocia nella iperproduzione di anticorpi (IgE) contro organismi (allergeni/antigeni) normalmente presenti nell’ambiente, che vengono riconosciuti come estranei e dannosi. Le infezioni delle vie respiratorie giocano un ruolo importante nell’insorgenza allergica; la mancanza di sufficienti contatti con virus e batteri nei primi anni di vita determina la riduzione dei linfociti Th1 ed il conseguente aumento dei linfociti Th2.L’eccessiva igiene produce il medesimo effetto. Particolari abitudini alimentari possono maggiormente predisporre all’asma; l’eccessivo uso di farmaci (es. antibiotici), il ricorso continuo a vaccinazioni, il fumo di tabacco sono condizioni che possono aumentare l’incidenza di questa patologia. I Th1 si attivano ed aumentano nelle infezioni virali, batteriche, nelle malattie degenerative ed auto-immuni. Determinano la produzione di anticorpi da parte dei linfociti B ed attivano i macrofagi ad attività anticorpo-

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dipendente. I Th2 entrano in gioco quando la tolleranza immunitaria verso gli allergeni è deficitaria, avviando la reazione allergica: produzione di vari anticorpi (tra cui le IgE) che, liberano mediatori come istamina, leucotreni, bradichinine, responsabili di gran parte della sintomatologia allergica. Gli individui che presentano elevati livelli di intossicazione della matrice extra-cellulare (ECM) manifestano un maggior numero di episodi allergici. La terapia low dose di regolazione agisce proprio su questi fattori: drenaggio della matrice e bilanciamento della risposta immunitaria che nel soggetto allergico è spostata verso la iperproduzione di linfociti Th2. A questo proposito è consigliato il rimedio Galium-heel per il drenaggio di tossine ed Engystol come antivirale e per potenziare le difese immunitarie: nel bambino: Galium-Heel, ½-1 fiala, 2 volte/settimana x 45 gg; Engystol, 1 cps x 5gg/settimana x 20 gg/mese x 120 gg. Negli adulti Galium-Heel, 20 gtt x 2/die x 45 gg; Engystol, 1 cps x 5 gg/settimana x 20gg/mese x 120 gg; Si consiglia comunque sempre di consultarsi con medici e farmacisti specializzati prima di intraprendere qualsiasi iniziativa personale al fine di non assumere farmaci allopatici o omeopatici non adatti alle proprie esigenze.


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Il Polo Universitario di Latina sempre più ricercato, anche dagli studenti fuori sede, per la preparazione dei docenti e l’assenza di burocrazia Ma con annosi problemi strutturali

BACINO

ACCADEMICO Il boom di Medicina, a cui va l’oscar per la migliore facoltà Difficoltà logistiche per le Professioni Sanitarie


di MARCO PETRONE

“Il prossimo è Mario”. Un ragazzo si alza e si avvicina alla cattedra. Rasato, scarpe fucsia, molteplici piercing e abbigliamento bizzarro. L’esame ha inizio e alla fine dei conti possiamo affermarlo: nel duemilaquattordici l’abito non fa più il monaco. Ventotto strameritato e tutti a festeggiare. E’ uno spaccato della realtà universitaria di Latina, che si sviluppa tra i corridoi delle facoltà di Ingegneria, Medicina ed Economia, tra le vie del centro di Latina. Ed è anche un voto che suggella la crescita continua e graduale dell’istituto, con strutture che lentamente cercano di portarsi al passo con i tempi e docenti sorprendentemente preparati, abili a mettere al servizio dell’ateneo esperienza e conoscenze. Siamo in periodo di esami, le aule sono semivuote ma riempite dall’ansia degli studenti in odor di chiamata. Come si dice in gergo, è pura accademia: nei corridoi c’è chi aspetta il proprio turno e chi ha appena terminato il proprio esame, chi piange e chi gode. In aula si sviluppano le storie tese delle opposte fazioni: per qualcuno il diciotto è un miracolo, per altri è come l’omonimo amaro, si manda giù per digerire la frustrazione. Ma che voto dare al Polo Universitario di Latina? Senza sbilanciarsi con le lodi, l’ateneo pontino supera pienamente il giudizio di merito. In poco più di un decennio la città sta imparando ad apprezzare i vantaggi


di avere una realtà del genere a portata di mano e si cominciano ad intravedere i frutti di una esperienza autoctona di discreta rilevanza. Dopo anni vissuti all’ombra della capitale, il capoluogo pontino inizia ad essere una città ricercata da un numero sempre maggiore di studenti, attratti dalla rapidità delle ammissioni, dalle comodità logistiche e dalla facilità burocratica con cui si dipanano lezioni ed esami. Una piattaforma strutturale ricca e ben articolata, condivisa non solo dagli studenti di Latina ma anche da numerosi fuori sede che, in massa, cercano e trovano una valida alternativa alla realtà complicata e affollata di Roma. “La Sapienza” è una garanzia, da sempre; avere il privilegio di poterla frequentare significa ancora qualcosa. La piacevole sensazione di non essere solo un numero di matricola, come spesso accade nella centrale sede romana, soddisfa appieno studenti e studentesse, come Nunzia, che, dopo anni di sacrifici, riconosce i vantaggi di essere seguita con scrupolo ed attenzione nel suo

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La crescita delle iscrizioni non è stata accompagnata dall’adeguamento dei servizi come mensa e trasporti anche per raggiungere l’Icot percorso studentesco, grazie a classi numericamente ridotte, in stile liceale più che universitario. “Frequento la facoltà di Medicina da diversi anni e posso garantire che la crescita del nostro polo merita un plauso. E’ vero anche che il nostro è un caso particolare, Medicina è il fiore all’occhiello di Latina, mentre nelle altre facoltà ci sono diversi problemi”. I numeri del resto parlano chiaro, sono cinquecento circa gli studenti di Medicina, neanche mille il totale tra coloro iscritti ai molteplici corsi di Ingegneria ed

Economia. Un’ulteriore distinzione, inoltre, va fatta tra il corso di Medicina e quelli che rientrano nel ramo delle Professione Sanitarie. Matteo traccia un quadro chiarissimo: “Noi studenti di Fisioterapia non abbiamo certamente gli stessi comfort dei futuri medici. Le strutture sono inadeguate, per seguire molte lezioni siamo costretti ad appoggiarci alle aule della sede di Economia”. E qui si scoperchia il vaso di Pandora: emergono i limiti infrastrutturali e di recettività di una città cresciuta


troppo in fretta, a cominciare dalla biblioteca comunale che non garantisce un numero di spazi e posti a sedere idoneo a soddisfare la richiesta. Le università fanno quel che possono, cercando di colmare le lacune con un’offerta formativa qualitativamente impeccabile. “I professori sono davvero la nota positiva” continua Nunzia “molti sono qui perché Roma è intasata da decani che non si arrendono al passare degli anni, altri sono ricercatori appassionati che fanno apprezzare quello che si sta studiando”. Ottima preparazione dunque, a controbilanciare le carenze strutturali e l’improbabilità dei collegamenti territoriali. “Io sono di Latina” ci informa Matteo “sono automunito e non trovo particolari problemi nello spostarmi quotidianamente da un luogo ad un altro. Per quanto mi riguarda, i fastidi ci sono mensilmente quando sono costretto a pagarmi l’abbonamento per il parcheggio dell’Ospedale. Mettendomi invece nei panni dei fuori sede, quasi sempre non automuniti, immagino sia dura dover sempre ricercare mezzi di fortuna per trasferirsi dal centro città all’Icot per il tirocinio”. Roma, da questo punto di vista, resta senza dubbio un miraggio con la Città Universitaria, mezzi e sedi varie raggiungibili in pochi minuti. Per fare un raffronto basta pensare ai poveri studenti

Apprezzata l’opera dei docenti di lunga esperienza fuggiti da Roma o ricercatori che destano interesse alla materia studiata impegnati in Chirurgia a Latina che sono costretti ad emigrare a Terracina per portare avanti il tirocinio obbligatorio. E poi le segreterie, in massima parte ancora “romane” e dunque non proprio dietro l’angolo. Vantaggi e svantaggi della realtà di provincia, confinata ai margini e costretta di riflesso a risentire di problematiche istituzionali delle quali sarebbe impossibili farsi carico. Emblematica in questo caso la situazioni della Casa dello Studente, così come l’assenza di una mensa per gli studenti è un dettaglio non trascurabile. Sfaccettature di un sistema complesso come quello universitario che una piccola realtà come Latina deve cercare di migliorare. Con l’aiuto di tutti, Comune in primis, che attraverso piccoli accorgimenti po-

trebbe illuminare splendidamente il panorama culturale pontino. I mezzi scarseggiano, i fuorisede aumentano. Dettagli che fanno riflettere perché, se l’incremento è reale, deve esserci obbligatoriamente una crescita parallela da parte di tutti. Crogiolarsi sulla preparazione di giovani docenti romani che con facilità riscuotono i favori degli studenti è un rischio pericoloso da correre, inutile ed evitabile per non incappare nell’ennesima brutta figura da parte delle istituzioni locali. La presenza di un dipartimento in città è un punto di partenza, i rapporti tra Regione e Comune potrebbero far sbocciare definitivamente fior di laureati pronti a fare da spot in giro per l’Italia. Un ciclo vincente, difficile da avviare ma non impossibile da coltivare.

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Il contenzioso tra Ater e Laziodisu e lo sfratto dei laureandi

LO STUDENTE CACCIATO DI CASA

Situazione incresciosa quella che sta vivendo La Casa dello Studente, con lavoratori e studenti che vivono alla giornata in attesa che qualcun altro decida per loro. La scintilla scatenante è la diatriba tra Ater (proprietaria del terreno e dell’immobile) e Laziodisu (l’ente che gestisce il tutto), con la prima creditrice nei confronti della seconda. Un edificio nuovissimo, funzionante e soprattutto pubblico, che rischia di chiudere per questioni economiche, risolvibilissime a parere di uno dei portieri: “A pensar male si fa presto, ma se le cifre rese note in seguito al bando vinto dal Residence Victoria sono vere, allora proprio non capisco. Nel contenzioso tra Ater e Laziodisu ballano poche migliaia di euro e sicuramente basterebbe poco per ri-

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mettere a posto le cose. Sono certo che con una tavola rotonda tra Comune, Regione e Enti la questione si risolverebbe in poco tempo”. Il riscontro purtroppo è un altro, con le sole parti interessate pronte a scendere in campo per far valere i propri interessi mentre Sindaco e Comune restano a guardare, probabilmente poco allettati dallo scarso guadagno prospettato. A farne le spese potrebbero essere quarantotto studenti e sei lavoratori, sfrattati o licenziati da un giorno all’altro. “Non ci vuole uno scienziato per trovare le possibili soluzioni” continua il portiere “la più semplice farebbe risparmiare quei soldi che sono nella differenza spesa tra l’attuale Casa dello Studente e il Residence Vic-

toria: basterebbe che Ater non chiedesse più l’affitto alla consanguinea Laziodisu, prendendo invece l’appalto per la gestione, evitando lunghe e dispendiose trasferte ai colleghi romani”. E ancora, sfruttare locali vuoti di Ater presenti nel quartiere Q4, valorizzare la Casa dello Studente stessa con iniziative sociali e culturali utilizzando qualche sala poco usata del piano terra. Le soluzioni ci sarebbero, insomma, ma la sensazione è che si stia lasciando inesorabilmente cadere nel baratro una struttura nata proprio per ospitare studenti, favorendo interessi di privati che risolleverebbero le proprie sorti, sfruttando appoggi senza dubbio più importanti rispetto a quelli che può garantire una piccola struttura pubblica.


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Santo Domingo, perla dei Caraibi La capitale della Repubblica Dominicana è il luogo ideale per rilassarsi di PASQUALE DE ROSA

Per il secondo appuntamento con la rubrica “Zero Vacanze” la meta prescelta per i lettori di Zero è l’isola di Santo Domingo: capitale della Repubblica Dominicana è una perla che si affaccia sullo splendido Mar dei Caraibi. Il nostro esperto di viaggi, Angelo Massa titolare dell’Agenzia Vivere e Viaggiare, consiglia questo magnifico per le sue bellezze naturali e per le sue tantissime attrattive. Santo Domingo è il luogo ideale per rilassarsi con la famiglia e godersi un mare cristallino, ma non manca allo stesso tempo di tanti divertimenti ed attrazioni che ne fanno una vacanza per chi ama la vita notturna. Santo Domingo, la “città coloniale”, è

considerata dall’Unesco patrimonio mondiale dell’Umanità per la sua bellezza ed importanza storica, artistica ed architettonica. Intorno all’isola ci sono diversi posti incantevoli che meritano almeno una visita, a cominciare da Bayahibe, tipico villaggio di pescatori caraibico nella parte sud dell’isola, con una vegetazione circostante praticamente incontaminata che permette di trovare relax, pace e tranquillità. Bayahibe è famosa per le sue suggestive spiagge dove le immersioni e lo snorkeling ti permettono di ammirare fondali ricchi di colori e di vita. Allo stesso modo Punta Cana, che si trova sull’estremità orientale dell’isola, gode di paesaggi naturalistici straordinari ed è un continuo di spiagge mozzafia-

to, con la sua costa che si protrae interrotta per kilometri e permette lunghe passeggiate in massima rilassatezza e tranquillità. Poco distante da Punta Cana ci sono due atolli incantevoli ed incontaminati, Saona e Catalina, che meritano una visita e danno un piccolo assaggio di come era la vita nell’epoca pre-ispanica. La spiaggia più famosa di Santo Domingo è Boca Chica che si fa molto apprezzare per il suo divertimento notturno, grazie a discoteche, pub, locali di ogni genere e frequenti party aperti in spiaggia a tutti. Santo Domingo offre servizi per tutti i gusti ed il suo ampio ventaglio di opzioni ne fanno una meta tra le più scelte e preferite per le vacanze.

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Dai Ventosari alla recente riqualificazione La storia del quartiere piĂš isolato della cittĂ , in cerca del rilancio totale

CAMPO BOARIO

Anno Zero

La parabola del Rione Shangai e la dismissione delle piccole industrie, il preludio a decenni di emarginazione e abusivismo Ma i recenti interventi e i futuri progetti lasciano ben sperare di alessia fratini


C

ampo Boario, bronx latinense, Shangai, o Quartiere dei Ventosari. Diversi nomi che hanno indicato, in periodi differenti e per diversi motivi, la stessa zona: il quartiere popolare che si sviluppa intorno a Piazza Enrico Berlinguer, fra le Autolinee e il quartiere Gionchetto. L’area, situata alla periferia nord della città, è passata da campo agricolo a zona industriale e, poi, quartiere popolare, in meno di settant’anni. Una storia breve ma piena di continue trasformazioni, quella di Campo Boario, quartiere sorto spontaneamente negli anni ‘50 che risente ancora fortemente della sua origine abusiva, nonostante i recenti interventi. Campo Boario deve il nome proprio al campo sperimentale per l’allevamento del bestiame (istituito nella seconda metà degli anni ‘30) e all’importante mercato bovino che si tenne qui fino all’inizio della II Guerra Modiale. Nell’immediato dopoguerra, contemporaneamente all’arrivo degli sfollati di Ventosa (una frazione del comune di Santi Cosma

e Damiano), la struttura di commercializzazione del bestiame venne dismessa e sostituita da un diffuso insediamento produttivo. Fu il periodo in cui sorsero attività di artigianato e piccole industrie che hanno fatto la storia del territorio (come il Calzificio del Mezzogiorno, l’Industria Jannicola, le metalmeccaniche Orsal e Catis, tra le più note). Tutt’intorno, l’abitudine di costruirsi la casa vicino al posto di lavoro, industria o laboratorio, e la mancanza di una pianificazione urbanistica determinarono una proliferazione incontrollata di abitazioni. Con le politiche sostenute dalla Cassa per il Mezzogiorno e dal Consorzio industriale di Roma-Latina si decise di trasferire le attività produttive industriali in apposite zone, esterne all’area. Questa dismissione comportò un ulterirore impoverimento economico di Campo Boario, creando inoltre problemi collegati al recupero e alla riconversione degli stabilimenti industriali e artigianali. Il caotico sviluppo del capoluogo pontino nei decenni a seguire ha solamente accentuato tali problematiche.


Abusivismo, siti industriali abbandonati, isolamento e degrado hanno caratterizzato per molto tempo questo quartiere periferico. Il bronx, chiamato anche così a causa di una scritta sul muro, era come escluso dal resto della città. Campo Boario è stato per lungo tempo associato al campo nomadi nei pressi di via Tagliamento: un ciglio stradale concesso dal Comune per oltre 20 anni ad alcune famiglie di giostrai Sinti. Sui giornali appariva solo nelle pagine cronaca o, al massimo, tra le notizie sportive. Povero di servizi e attrattive, era frequentato solo da chi ci abitava, mentre per tutti gli altri era semplicemente un luogo di passaggio. Campo Boario è chiuso a nord dal canale delle Acque Medie e a ovest da campagne fino alla stazione delle autolinee. L’angolo di Latina formato da via Milazzo e via Giulio Cesare, lungo il quale si sviluppa il quartiere, aveva sbocco solo su corso G. Matteotti e via E. Filiberto, fino all’apertura di via Pionieri della Bonifica. Prima della realizzazione del ponte sul canale delle Acque Medie, per esempio, per raggiungere Gionchetto (poche centinaia di metri a nord in linea d’aria) bisognava percorrere molti chilometri e passare per via Epitaffio. Lo smantellamento dei vecchi capannoni, sostituiti da nuovi palazzi, ha completamento modificato il quartiere di Campo Boario, soprattutto nell’area più prossima alla circonvallazione, dove sono state finalmente collegate delle strade prima senza uscita. Insieme ai palazzi e ai nuovi abitanti molte attività commerciali hanno aperto in zona. Lungo via Milazzo, invece, le piccole – a volte fatiscenti - costruzioni che si susseguono su entrambi i lati della strada sono – ancora - in maggior parte quelle costruite negli anni ‘50 e ‘60. Piccole abitazioni, segnate dall’umidità, e minuscoli cortili con colorati alberi di agrumi ancora resistono tra i palazzi di nuova costruzione. Il dedalo di viuzze sul lato del canale prosegue fino all’angolo con via Giulio Cesare, dove sembra proprio di essere in un’altra città. Oltrepassato il campo di calcio di Campo Boario, le strade sono strette come poche altre a La-

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tina e le decorazioni di alcune case sono – a dir poco - fantasiose. La toponomastica delle vie in zona è molto varia, storici e condottieri dell’antica Roma, nomi di fiumi o di luoghi che commemorano importanti battaglie, e personaggi pontini da ricordare. Come il piazzale, intitolato a Giuliano Carturan (pompiere morto in servizio durante il terremoto del Belice nel 1968), che – non a caso - ospita la sede del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco. Via del Metano, analogamente, deve il proprio nome agli stabilimenti Italgas lungo la via. La grande piazza all’incrocio tra via Milazzo e via Giulio Cesare è, invece, intitolata a Enrico Berlinguer. Nel 1979 il piazzale è stato oggetto di interventi di riqualificazione progettati dall’architetto Pietro Cefaly, lo stesso che pochi anni prima si era occupato di Piazza A. Moro. In entrambe le piazze sono stati demoliti i manufatti presenti, divenuti pericolosi dopo anni di mancate opere di

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manutenzione, non potendo affrontare l’onerosa spesa per la messa in sicurezza strutturale. Nel 2008 altri interventi di sistemazione (150mila euro) hanno finalmente messo fine al degrado che rendeva questo spazio praticamente inutilizzabile. Oggi l’ampia piazza è in sicurezza, ma mostra ancora i segni di una manutenzione carente: l’erba è alta e gli alberi non sono potati. È abbastanza frequentata, ci sono panchine, illuminazione e secchi per la spazzatura; non si vedono più cavalli legati agli alberi come accadeva un tempo, ma ci sono molte persone che passeggiano con i cani. Tutta l’area nord della città - Campo Boario, Gionchetto e Pantanaccio sarà interessata dagli interventi previsti nei contratti di quartiere, atti a migliorarne la vivibilità e, soprattutto, a collegarli meglio al resto della città. Queste zone periferiche sono - storicamente - meta dei flussi migratori in città, la popolazione risulta quindi molto eterogenea da questo

punto di vista. Durante gli anni del boom economico in molti arrivarono da diverse aree geografiche d’Italia (per lo più dalle regioni meridionali), oggi vivono qui molti abitanti che provengono da altri paesi (Romania, Moldavia e Maghreb). Col passare degli anni e con la costruzione di molti edifici residenziali, il numero degli abitanti in zona è, quindi, aumentato. Quasi tutti gli spazi vuoti sono stati occupati dai nuovi palazzi e altri continuano a prendere il posto delle vecchie casette. Finalmente Campo Boario non è più una città nella città, desolata nel degrado tra costruzioni fatiscenti e strade senza uscita, ma un popoloso quartiere in via di sviluppo che avrebbe, però, bisogno di spazi verdi adeguati e curati. Perché non realizzare un grande parco nella sola area vuota rimasta in zona (alle spalle delle autolinee), prima che a qualcuno venga in mente di costruirci un altro centro commerciale?


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Campo Boario di Littoria Qualche anno dopo la fondazione di Littoria, percorrendo Corso Vittorio Emanuele III (oggi diviso in Corso G. Marconi, Corso della Repubblica, corso Giuliano Carturan), che passava dove oggi c’è la madonnina a Piazzale Carturan, si arrivava al Campo Boario. Questa vasta area a nord della città, era stata destinata a campo sperimentale per l’allevamento bovino nel 1935 e, già allora, era indicata come zona da riqualificare nel piano regolatore generale. Qui si svolse il mercato del bestiame fino agli anni ‘40 e l’importante “Mostra del prodotto Pontino”. Un breve filmato dell’istituto LUCE mostra immagini dell’epoca sottolineando il ruolo di Campo Boario per «potenziare la zootecnica per una più sicura conquista economica e agricola della regione». (www.youtube.com/watch?v=2ekTX4 nhehk)

Gli abitanti sfollati dalla frazione situata lungo la Linea Gustav trovarono rifugio a Latina Subirono bombardamenti e vessazioni

Shangai, ovvero il quartiere dei Ventosari Nel dopoguerra Campo Boario diventò meta dei profughi di Ventosa, una frazione medievale del Comune di Santi Cosma e Damiano, proprio sulla Linea Gustav. Sotto l’occupazione dei tedeschi e con le truppe Anglo-Franco-Americane che si avvicinavano a sud, la popolazione fu sfollata.

Molte persone trovarono alloggio in baracche ai margini del centro cittadino, tanto che Campo Boario, in quel periodo, fu chiamato “Quartiere dei Ventosari”. Tra le baracche, le costruzioni abusive e le attività artigianali in dismissione, negli anni seguenti la zona si popolò anche di piccoli banchi, tra i quali si poteva trovare po’ di tutto, quasi un mercato cinese. E così, per un periodo, Campo Boario, più precisamente l’area dalla madonnina e alla circonvallazione, venne anche chiamata Shangai.

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La storia calcistica dei Forti e Liberi, la squadra simbolo del quartiere Centinaia di ragazzi tolti dalla strada, successi e delusioni dalla Terza Categoria alla Promozione Dietro un pallone il riscatto di una comunità

Gli anni d’oro del

CAMPONE

E’ il 1980 quando un manipolo di amici decide di fondare la prima società calcistica del proprio quartiere. I pionieri sono Giovanni Brighenti, Massimo Loi, Elio Calabresi, Gildo Barborini, Peppe Novella, Domenico Prezioso, Romano Polvere e Domenico Marelli. Da quel gruppo di appassionati nasce la U.S. Forti e Liberi Campo Boario che muove i primi passi in III categoria ma impiega poco per affermarsi come una delle realtà più vivaci del calcio pontino. Lo stemma è un toro e i colori sono il nero ed il blu. La prima squadra è affidata alle cure di Pasquale Celso mentre come responsabile del settore giovanile c’è Pierino Purificato. I risultati non tardano ad arrivare e già nella stagione 82-83 gli Allievi allenati da Nello Mastracci vincono il campionato gettando le basi per un futuro ricco soddisfazioni. Arriva anche il titolo di Terza Categoria ma le soddisfazioni più grandi le regalano i ragazzi dell’under 18. “Quella fu la squadra che mi diede più soddisfazioni” ricorda il presidente Giovanni Brighenti: “non arrivarono titoli, ma i ragazzi crearono un gruppo coeso che lottava in campo e si rispettava fuori diventando un esempio per tutta la società”. Il Campo Boario cresce moltissimo nel corso degli anni, grazie anche ad un settore giovanile particolarmente frizzante che non richiama solamente i ragazzi del quartiere, ma giovani da tutta la provincia. Basti pensare che negli ultimi anni della presidenza Brighenti gravitano in via Coriolano più di 350 ragazzini per un totale di 10 squadre giovanili. Una mole di lavoro

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L’Under 18 del Campo Boario nella stagione 1982-1983

inimmaginabile per una piccola società di quartiere che però va in difficoltà quando cominciano a mancare le risorse necessarie. Il Presidente da solo non riusce più a gestire serenamente la società e così si conclude un’avventura che in tredici anni ha tolto dalla strada centinaia di ragazzini, creando amicizie e legami forti che durano tutt’ora. E’ la stagione 92-93. Nella prima metà degli anni 90 si apre il secondo capitolo della storia nerazzurra. Gianluca Tuma e Costantino Di Silvio subentrano formalmente al comando della U.S. Campo Boario Forti e Liberi. La squadra inizialmente si muove nel campionato di seconda categoria ma ben presto comincia a crescere e a strutturarsi sempre meglio anche grazie all’apporto di personaggi come Nicola Deodato, Aldo e Gianfranco Man-

narelli, Maurizio Ghio, Marco Ghirotto, Vincenzo Pimpinella, Roberto Noce, Miro Ciavardini, Gerardo Bocchino e tanti altri. E’ proprio con Bocchino che cominciano ad arrivare le prime soddisfazioni. Nella stagione 99-00 i nerazzurri vincono il campionato di Seconda Categoria, conquistando una meritatissima promozione e sempre nello stesso anno si sfiora l’impresa quando i pontini conquistano la finale di coppa Lazio contro i romani del Selva Candida. La gara di andata a Roma viene vinta dal “Campone” per 1-0 ma nel ritorno al Francioni il Selva Candida si impone per 2-1 conquistando la coppa e lasciando i padroni di casa a bocca asciutta. Tra i protagonisti di quel periodo ricordiamo Facco, Gencarelli, Loi, Noce, De Rossi, Camozzi, Falanga, Stellato, De Cesaris, Gargano e molti altri


che riescono nell’impresa di centrare il record di 12 vittorie consecutive. Anche il settore giovanile diretto dall’indimenticato Giovanbattista Di Pofi regala soddisfazioni alla società ben figurando nei vari campionati provinciali. Successivamente i nerazzurri partecipano anche al campionato di promozione ma la storia dello squadrone pontino finisce nel 2004 quando alla penultima giornata del campionato di prima si gioca Samagor - Campo Boario. A due giornate dalla fine del campionato si sfidano al Ceccarelli i padroni di casa primi in classifica contro la seconda squadra del girone. La partita viene sospesa perché alcuni tesserati ospiti, nel protestare contro l’arbitro per un’ingiusta decisione, lo affrontano in maniera decisa provocando di fatto la fine della gara e la successiva perdita a tavolino della stessa. In settimana poi la stangata. Per i fatti del “Ceccarelli” il Campo Boario venne radiato dai campionati provinciali. La sanzione appare subito sproporzionata rispetto agli episodi realmente accaduti ma nonostante i vari ricorsi la situazione non cambia, sancendo la fine dell’avventura di un gruppo che per una decina di anni ha rappresentato ciò che di meglio poteva esserci nel capoluogo pontino. Dopo la radiazione si apre la parentesi della fusione con la squadra setina di Bucciarelli, nasce così il Sezze-Latina ma siamo quasi alla fine del secondo capitolo della nostra storia. Dopo l’esperienza Sezze-Latina si apre il terzo capitolo della storia e a firmarlo stavolta ci sono Giampiero Di Pofi e Gino Grenga a nome della società, Massimetto Banin e successivamente Giuseppe Mallardo come guide tecniche. L’avventura parte sotto il nuovo nome A.S. Campo Boario Forti e Liberi e nel primo anno di attività la squadra si ritrova a disputare sia la terza categoria, sia il campionato amatori sfiorando l’impresa di vincere il titolo con una clamorosa rimonta. Negli anni successivi a guidare la squadra venne chiamato Giuseppe Mallardo che porta con se da Cisterna alcuni fedelissimi che non impiegano molto per integrarsi nel gruppo dei ragazzi di Latina. Il campionato è sempre quello della Terza Categoria e i ragazzi cominciano a crescere e a fare esperienza sui campi polverosi della provincia. Dopo la parentesi di Mister Renzaglia (2009/2010) la squadra fu riaffidata a Mister Banin e qui ci scapparono i titoli. Il record del

Dall’alto, la Terza Categoria nella stagione 1983-1984, l’Under 18 nel torneo del 1984-1985 e nel riquadro la vittoria nella Coppa Provincia nel 2010-2011

campone di Bocchino di 12 vittorie è polverizzato grazie ai 18 sigilli consecutivi centrati da Capitan Patriarca e soci che, grazie anche ad un girone di ritorno incredibile, riusconi a portarsi a casa il titolo proprio all’ultima giornata di campionato ai danni di un Cos Latina sempre primo durante l’anno ma beffato al fotofinish dai nerazzurri. Tra i protagonisti di quest’avventura non possiamo non citare Francesco Costantino, Roberto Patriarca, Nilo Santucci, Roberto “Cobra” Cacciotti, Gianmarco Bruni, Stefano Valle, Alessandro Pussini, Stefano Facco, Marco Nardi, Daniele Melotto, Giuseppe Mallardo, Simone Farelli, Alessandro Carbonari, Silvio Vinci, Alessandro Arcese, Vittorio Fer-

rari, Nello Natella, Fabrizio Gargano Angelo Tomaselli e Fabio Bosi. Dopo il titolo di terza categoria lo squadrone nerazzurro conquista anche la finale della coppa provinciale che si disputa a Terracina contro il Real Spigno entrando di diritto nella storia della società. L’anno successivo registra una salvezza tranquilla in seconda categoria mentre dal 2012/2013 si apre il quarto capitolo della vicenda nerazzurra con la fusione con il Bassiano e la partecipazione al campionato di Promozione agli ordini di Mister Stefanini. Del gruppo precedente non rimane più nessuno, la squadra viene ricostruita ed attrezzata per affrontare al meglio il nuovo campionato…il resto è attualità.

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Estate 2014 Non aspeeare... prenota prima e risparmia!!!


Riceviamo e pubblichiamo dall’ideatore del monumento che sorge sulla rotatoria di via Bruxelles

Largo deLL’aviatore La rotonda che visse due volte di euro rossi

“De gustibus non est disputandum” è una nota locuzione latina che sta a significare sull’inutilità di discutere sui gusti delle persone. E’ infatti assodato che ciò che è bello per qualcuno può essere brutto per qualcun altro perché le sensibilità sono proprie di ciascun essere. Per quanto sopra ritengo inutile discutere sulla bellezza o meno del monumento all’Aviatore nella considerazione che sarebbe tempo perso. Infatti, non ho deciso di scrivere queste righe per provare a convincere qualcuno che l’opera ha pregi architettonici e strutturali non indifferenti, ma per correggere quanto scritto nel Numero Zero precedente proprio in merito a quello che, volenti o nolenti, è ormai diventato uno dei biglietti da visita della città. In effetti, essendo l’ideatore e promotore dell’iniziativa, potrei a ragione essere tacciato di imparzialità manifesta, mentre senza tema di smentita posso affermare che ho le conoscenze e competenze per dirimere qualsiasi dubbio, rettificare errate affermazioni e smontare teorie sbagliate. Proprio per fare chiarezza ho scritto addirittura un libro dal titolo “Il Monumento inaugurato 2 volte 19972009” (Herald Editore - collana Per non dimenticare) e mi dolgo di non essere riuscito nell’intento; molto probabilmente nessuno sapeva della sua esistenza o nessuno lo ha comprato. Tale libro fu scritto, su input del Comune e degli ultimi sponsor, dopo la seconda inaugurazione dell’opera e descrive tutti i passaggi che hanno portato alla sua realizzazione, elenca tutte le lettere ed i documenti prodotti, le testimonianze ed i calcoli dei progettisti ed infine riporta una carrellata di fotografie che ne descrivono passo dopo passo l’avanzamento dei lavori. Ciò significa che in esso il lettore potrà appagare la sua curiosità per sapere perché e in che modo è stato realizzato, come si è arrivati a tale risultato, quanto è

venuto a costare, chi lo ha pagato e perché è stato inaugurato una seconda volta. Vengono anche forniti elementi di studio e riflessione agli studenti di ingegneria perché vi sono riportati i calcoli effettuati nel corso di riunioni che si possono definire, senza tema di smentita, antesignane di una forma di collaborazione tra un ingegnere civile ed uno aeronautico, mai sperimentata prima. Per non parlare poi dei poco noti cenni storici che giustificano la sua realizzazione. “… Documentandomi in corso d’opera - ha scritto l’arc. Maurizio Guercio Assessore alla Qualità Urbana nella sua prefazione all’anzidetto libro - compresi come Latina doveva un monumento all’Arma Azzurra, a suggello di un legame forte, nato nel lontano 1938 con la realizzazione dell’aeroporto intitolato al trasvolatore oceanico e medaglia d’oro alla memoria, Capitano Pilota Enrico Comani. Un legame sempre vivo nella realtà sociale ed economica della comunità pontina.” Proprio quest’anno verrà festeggiato in città il 75° anniversario dell’arrivo del primo reparto di volo al Comani:

la Scuola di Volo Senza Visibilità. Comunque e in breve, non potendo soddisfare tutte le curiosità anzidette, mi limito a confutare le affermazioni dell’articolista. Relativamente a “… le risorse ad esso destinate …” queste non potevano essere utilizzate per fini diversi. Infatti nulla è stato a carico dell’Amministrazione Comunale ma sono stati utilizzati fondi pervenuti grazie a sponsorizzazioni di ditte e donazioni di privati cittadini (in gran parte di ex aeronautici e pervenute da tutta Italia) e all’impegno disinteressato di un gruppo di persone i cui nomi, così come quelli degli sponsor, sono scolpiti nel marmo ai piedi del monumento. Disinteressato significa senza nessun compenso, e questo è bene sottolinearlo. Vi è anche una risposta plausibile al fatto che la rotatoria va spesso sotto l’acqua quando piove con veemenza. La rotonda di via Bruxelles all’incrocio con via Nervi si allaga perché realizzata in depressione rispetto al piano stradale. Il motivo è dovuto al fatto che in un precedente piano regolatore tale rotatoria doveva essere attraversata da un cavalcavia. Per gli increduli ho a disposizione la planimetria riportata a corredo del progetto per il Monumento all’Aviatore presentato ed approvato in Comune nel 1995. Infine, pur comprendendo la vena umoristica dell’articolista quando suggerisce l’uso di un idrovolante, concludo affermando che anche la scelta del velivolo che svetta alla sommità della stele ha ragion d’essere perché è un velivolo che è stato utilizzato dalle scuole di volo dell’Aeronautica Militare e con esse anche da quella che opera al Comani. Non potendo abusare oltre dello spazio concessomi concludo citando un proverbio cinese che sintetizza il modus operandi di tutti gli umani e che ben si attaglia al caso: “Allorquando si fa qualcosa si hanno contro tutti coloro che fanno la stessa cosa, tutti coloro che fanno il contrario, tutti coloro che non fanno niente”.


Domenica

La

Il giorno meno vissuto dai latinensi, in una città che fatica a svegliarsi

BESTIALE

Gli unici sussulti per il calcio o per la pasta al forno Le passeggiate in centro o al Fogliano solo per i volenterosi di chiara bovolenta

C

ome recitava Susan Ertz, “Sono milioni quelli che desiderano l’immortalità, e poi non sanno che fare la domenica pomeriggio se piove.” In effetti, è un interessante spunto di riflessione. Perché, siamo onesti, il “mood” della domenica è tendenzialmente uno: ozio, ozio e ancora ozio, allo stato puro, mentale, ontologico. Senza sveglia. Al di là delle variabili diastratiche, di base la parola d’ordi-

ne da inseguire è relax, ritmi rallentati, tempo libero, hobbies. D’altronde lo recita anche la Genesi “e il settimo giorno Dio si riposò”. Senza dubbio il culto della domenica differisce da generazione a generazione, età, sesso, abitudini. Ad esempio, l’adulto medio. Settimana lavorativa intensa, sabato di commissioni accumulate (spesa, bollette, pulizie casalinghe), magari un po’ di cura personale come l’appuntamento dal parrucchiere o barbiere, estetista, la visita a casa dei

genitori. Per la sera organizza una cenetta in compagnia, che sia fuori o all’interno delle mura domestiche, magari in compagnia della famiglia o di qualche amico. E poi si va a dormire, rilassati già dal fatto che il giorno dopo nessun beep, nessuna canzone scaricata dopo attenta riflessione per investire al meglio l’ingrato compito di strapparci dalle braccia di Morfeo cavalcherà le onde sonore fino ai nostri timpani. Niente di tutto ciò, la domenica mattina si dorme! Che


poi, ad essere onesti, è più una dolce illusione che un’effettiva realtà. L’orologio biologico spesso e volentieri gioca brutti scherzi: giustamente, se cinque giorni su sette ci svegliamo intorno alle 7-7.30, va bene che il sabato siamo andati a dormire un po’ più tardi ma non per questo è matematica la lunga fino a mezzogiorno. A vent’anni ogni scusa è buona per svegliarsi direttamente con il profumo della pasta al forno che si insinua tra le lenzuola che ci avvolgono; dai trenta in su il registro cambia. Ma ciò non toglie che un naturale risveglio intorno alle 8.30-9 comunque garantisce una ricarica notevole rispetto ai giorni lavorativi. Altro che caffè al volo mentre mi preparo la borsa, trenta secondi per il biscotto, novanta secondi per lavarsi i denti e via di corsa per raggiungere il posto di lavoro. Per un giorno svestiamo i panni del ragionier Fantozzi, abbandoniamo il dentifricio mentolato e le preoccupazioni circa l’orario di timbratura del cartellino. E in base a come viviamo la domenica, soprattutto la domenica mattina, possiamo senz’altro rinvenire diversi modus operandi che la dicono lunga sulla nostra personalità. Ad esempio, lo stile “domenica bestiale”, il più dinamico. In piedi comunque relativamente presto, si prepara per uscire. Tuta, scarpe da ginnastica, occhiale da sole, colazione al bar, quattro passi per le vie del centro, due chiacchiere qui e lì, sfogliata al quotidiano. Oppure passeggiata al mare: soprattutto da questo periodo dell’anno in poi, con l’arrivo della tanto attesa bella stagione, ecco riuscire dal letargo,

Il settimo giorno in città h. 8.00

Per le vie della città regna la calma più totale. Le pochissime macchine che si incrociano probabilmente sono quelle dei lavoratori, qualche sportivo che si reca all’appuntamento per la trasferta o gara di turno, qualcuno che torna da un after degno di nota. La città tutto sommato ancora non si è svegliata.

h. 9.00

I più mattinieri sono attivi e pronti per la colazione al bar. Anche se le espressioni facciali non sono le più esuberanti che riusciamo ad immaginare, per qualche strano motivo preferiscono uscire di casa. Abbastanza in là con l’età, tutti i bar del centro città, dei centri commerciali, dei punti nevralgici della vita sociale di Latina iniziano a riempirsi. Nad, Poeta, Valery, Mimì, Turirizzo, Caffè degli artisti, Friuli, Cifra, Cappuccino e Cornetto, As, San Felipe, Farina; inoltre tutti i bar in corrispondenza di chiese e campi sportivi, le attività lungo il litorale, iniziano a riaprire i battenti ed a riaccendere i motori a colpi di cappuccini e croissant. Ma è un ottimo orario anche per fare la spesa della settimana con notevole calma e tranquillità, considerando che tutti i supermercati sono aperti.

h. 10

Si rinnova la clientela delle suddette attività: scende l’età media del frequentatore medio, tanti sono arrivati in bici o a piedi, sfruttando l’occasione per fare un po’ di moto e stare più in sintonia con l’ambiente circostante, eco sunday insomma. Soprattutto la prima settimana del mese, giornata in cui Piazza del Popolo e la zona immediatamente circostante è chiusa al traffico in quanto ospita il mercatino, da quest’ora in poi la città si anima di amatori di vario genere: musicisti in cerca di vinili da collezione, artigiani in cerca del pezzo da collezione, genitori a passeggio con i figli che aspettano lo zucchero filato.

h. 11

Senza giri di parole: direzione mare. La rotonda di via del Lido raccoglie tutti i non casalinghi, già in giro da un po’. E soprattutto lungo la pista ciclabile parte la sfilata: in bici, ai pattini, a piedi, di corsa, purché in compagnia. Amici, parenti, mp3, cani, tutti insieme allegramente a sgranchire le gambe (o le zampe).

h. 12

Iniziamo a tornare verso casa, ma non prima di aver fatto tappa nelle pasticcerie della città per l’immancabile vassoio di paste, mignon, girelle, che accompagna il pranzo della domenica, da tenere nascosto in frigo fino al momento del caffè, affinché nessun ingordo (ce ne è uno in ogni famiglia) non tenti furtivamente di scartarlo e assaporare in anticipo una delle tante delizie che contiene.

h. 13 - pomeriggio inoltrato

Pranzo, campionato, chiacchiere, pettegolezzi. L’abitudine inderogabile è il pranzo a casa. Pochissimi i ristoranti aperti in centro città, su tutti lo storico Ristorante Impero e la sempre più gettonata Osteria Giorgione. I locali più affollati intorno all’ora di pranzo sono invece le agenzie di scommesse. Gli orari caldi: dalle 12:00 alle 13:30 e dalle 14:00 alle 14:55 ci sono delle file non indifferenti alle casse mentre nel pomeriggio si procede alla spicciolata.

h. 19

I più giovani si preparano per uscire, magari un film al cinema, un aperitivo leggero. I più grandi iniziano a fare mente locale sulla settimana entrante.

h. 20.30

Per la sera la pizza è un must...tutte le pizzerie sono aperte e prese d’assalto, sia al taglio che tonde. Spesso l’alternativa alla pizza è il McDonald’s. Adolescenti e famiglie in file chilometriche sia all’interno, sia al Mc-Drive. Ovviamente anche il cinema, solitamente dopo la pizzetta, è la meta preferita dai latinensi anche se ormai il giorno più caldo è il mercoledì, quando si risparmia sul prezzo del biglietto.


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probabilmente rispolverate da garage e cantine, biciclette, pattini, runners e podisti improvvisati che popolano la via del mare. Ma anche per le vie del centro non si scherza: non si trova bar che non abbia una bella fila al bancone, o i pochi negozi aperti che non pullulino di clienti. Per non parlare dei centri commerciali, che dalle 10-10.30 in poi iniziano a riempirsi di famigliole che si intrattengono allegramente tra panchine, gelati, figurine e Peppa Pig in ogni forma e dimensione. A Latina Fiori o al Centro Commerciale Agora, per disposizione del direttivo, tutti gli esercizi sono aperti ad orario continuato, mentre il Centro Morbella aderisce all’apertura solo con il supermercato presente all’interno. I più poltroni invece avranno sicuramente acquistato il vassoio da colazione a letto Ikea, per gustarsi il primo pasto della giornata nel comfort più sfrenato, della serie “resto in “Latina? Se si svegliasse prima, si sveglierebbero anche i suoi abitanti” (Cit.)

pigiama finché decenza non ci separi”. La loro colonna sonora sarebbe probabilmente “Sunday Morning” dei Velvet Underground, le cui note riecheggerebbero nella stanza in sottofondo, provenienti dal cellulare sul comodino (non sia mai che tocca alzarsi per accendere lo stereo!). Forte è la possibilità che i suddetti perpetrino il momento della colazione fino al pranzo, saltando la grande abbuffata e riattivandosi probabilmente per le 15 davanti alla TV per il campionato. Al massimo dello sprint, potrebbero andare a vedere le partire a casa di qualche amico o invitarlo a casa propria. Birretta, patatine e commenti di dubbia profondità. Conclusiva partitina alla play per scaricare l’adrenalina. Versione femminile: in alternativa a divano e partita, un tempo per sé e per il proprio corpo. Chiuse in bagno, al via scrub, impacchi per capelli, maschere ristrutturanti. Oppure caffè

con una o più amiche. Magari un giretto per negozi sfruttando la calma dell’immediato post pranzo, evitando così lo stress delle chilometriche file dal camerino alla cassa. Qualche acquisto in tranquillità e via a casa, a carburare piano piano al pensiero del lunedì che incombe. Eh si, questa tendenza accomuna un po’ tutti: siamo più leopardiani di quanto pensiamo, invece di goderci la domenica sera nella sua interezza già siamo tutti con la mente al lunedì mattina e alla settimana entrante. Puro pessimismo cosmico. Che cosa ci aspetta a lavoro, cosa indossare, avvantaggiarci con il pranzo e con l’organizzazione della settimana in generale. Soprattutto per le donne, matriarche, single, giovani o mature, la domenica sera inizia a farsi strada nelle loro menti la lista mentale di tutti gli appuntamenti/impegni che i giorni a venire coinvolgeranno il proprio nucleo familiare. Bentornata routine. L’inizio di Via del Lido alle 8 di mattina

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E i leoni e le leonesse del sabato sera? La loro sarà senz’altro una “domenica lunatica”. I postumi si fanno sentire, e non c’è pisolino pomeridiano che possa vagamente concorrere a sostituire la sana veglia notturna. Ma va bene così, ogni tanto si può anche fare. Anche perché poi finiscono i tempi delle uscite spensierate, si cresce e si cambiano le prospettive. Basta aperitivi, cocktail e movida. Largo a cervicale, stanchezza cronica, lavatrici da stendere e figli da accompagnare qua e là. Ma la domenica non è solo la giornata del bradipo. Gli sportivi, ad esempio, di solito hanno appuntamento con la partita, il match, la gara del momento. I campi di calcetto della città ospitano tornei di vario tipo, pullman per le trasferte che si muovono tra le strade latinensi. Annesse fidanzate o mogli al seguito, o a sbrigare faccende personali, ognuno nei

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Ci si alza senza il trauma della sveglia ma il riposo è diverso per ognuno Moto per gli sportivi, letto per i pigri Cura del corpo e shopping (anche visivo) per le donne già col pensiero al lunedì propri spazi insomma. Rita Pavone e la sua “domenica di pallone” ha fatto il suo tempo, ecco. Ma una delle pietre miliari della tradizione italiana è sicuramente il pranzo della domenica. Per le famiglie più abbienti sicuramente la domenica è un’occasione per pranzare tutti insieme al ristorante; per la maggior parte è il pranzo da nonna.

Generazioni a confronto, abitudini, slang, mentalità e stili diversi, ma tutti concordi nell’assurgere a mito il menù tipico della domenica. Cascasse il mondo, ma massimo alle 14 anche i più giovani e dormiglioni si siedono a tavola, a gustare fior di pietanze che potrebbero sfamare tranquillamente il doppio delle persone effettivamente convenute a mensa.


Gli itinerari fuori porta La primavera è alle porte, il suo profumo già nell’aria, è ora di uscire dal letargo invernale e sfruttare le domeniche per organizzare gite fuori porta o passeggiate in città e Latina, grazie alla sua strategica posizione, offre molte possibilità per trascorrere piacevoli giornate di svago. Ecco dei piccoli suggerimenti per rispondere alla fatidica domanda della domenica mattina di sole: “ Dove andiamo con questa bella giornata?” Ovviamente la prima risposta che passa per la mente è al mare. Pochi minuti di macchina et voilà, eccoci alla rotonda di Capoportiere. Caffè, seduti sulla terrazza di uno dei bar del lungomare di destra, passeggiata sulla spiaggia e pranzo alla friggitoria. Seconda meta vicina e molto gettonata il Parco del Fogliano. La passeggiata sulla riva del lago è incantevole e per pranzo si può organizzare un divertente pic nic sul prato ben curato o sfruttando i tavoli a disposizione. Se ci si sposta invece verso i monti, si può raggiungere Sermoneta, passeggiare per le vie del borgo medievale,

In alto un’immagine del Lago di Fogliano e in basso una bella foto di Sermoneta

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Perucino Sacchetti

s.n.c.

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pranzare in uno dei ristoranti tipici e visitare il suo castello, oppure scegliere Norma, camminare per le rovine del parco dell’Antica Norba, con puntatina gustosa al Museo del cioccolato. Sempre in quella zona c’è il romantico e suggestivo Giardino di Ninfa per passeggiare tra viali di lavanda, cespugli di rose e specie vegetali rarissime. Si può pranzare al sacco nel prato adiacente ma non è il massimo visto che è adibito anche a parcheggio, meglio scegliere una bella trattoria nelle vicinanze. Attenzione però, perché è aperto solo il primo Sabato e la prima Domenica di ogni mese da Aprile a Ottobre. Nella zona di Priverno la meta più frequentata è l’Abbazia di Fossanova,

Difficile smaltire i postumi di un sabato sera da leoni Ma l’appuntamento tradizionale è a tavola con la famiglia Con la bella stagione gite nei dintorni

si può pranzare nel ristorantino proprio dietro la Chiesa e poi svagarsi nel parco del Castello di San Martinoo, grande e attrezzato con giochi per bambini ed aree pic nic. Ritornando verso il mare, per chi ha voglia di spostarsi un pò di più, ci sono San Felice, Terracina, Sperlonga e Gaeta, tutti paesi bellissimi per passeggiare nelle viette caratteristiche, mangiare ottimo pesce e giocare sulla spiaggia.

In alto la Torre Truglia a Sperlonga mentre in basso uno scorcio splendido dei Giardini di Ninfa

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Menù tipico del pranzo domenicale latinense Antipasto vario, comprensivo di: affettati, salumi (rigorosamente acquistati dal negoziante di fiducia, tutto fresco e genuino), mozzarelline, fritti vari, verdure grigliate, sottaceti e/o sottoli, bruschette, variegate file di salsine da spalmare sul pane appena sfornato. Primi piatti: must del menù è la pasta fatta in casa, spesso presentata in più versioni per assecondare i gusti di tutti i nipoti, diretti e acquisiti. Per cui largo a, lungarelli, ravioli, tortellini, pasta al forno, cannelloni, fettuccine. Spazio alla fantasia e varietà: bianco, rosso, con verdure. Chi più ne ha più ne metta. Secondi: due o tre tipi di carne, arrosto, pollo al forno con patate, spezzatino, cotolette per i più piccini, polpettone, arista, carne alla brace (stagione o balcone permettendo). Contorni: le patate del pollo, insalate varie, carote con la besciamella al forno, carciofi alla romana, peperoni

e/o zucchine ripieni, parmigiana, verdure ripassate con svariati soffritti. Dolci: c’è sempre qualcuno che, per non presentarsi a mani vuote, nonostante la confidenza, porta il vassoio di paste o pasticceria secca. Ma non finisce certo qua: crostate varie e ciambellone per iniziare. Ma basta il sentore di una festività in lontananza che non può mancare il riferimento temporale alla tradizione di turno (struffoli, castagnole e frappe, pastiera, torrone con le nocciole, panettone e pandoro). Frutta: sempre leggermente penalizzata, di solito si attinge all’enorme centrotavola contenente tutte le specialità di frutta che la stagione offre. Giro interminabile di caffè, ammazzacaffè, amari, “rasentin”

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Sentiti auguri di una buona digestione a tutti. La digestione: certo poi dopo un pranzo del genere attivarsi è d’obbligo, una qualsiasi attività che esuli dal pisolino sul divano per arrivare sani e salvi all’ora di cena, possibilmente restando leggeri visto l’enorme apporto calorico assunto qualche ora prima. Un film al cinema, una piacevole lettura tra le mura domestiche o su qualche panchina della città, qualche foto a Fogliano. Per i più giovani, un salto in qualche locale che dedica alla domenica una serata a tema e via, si ricomincia. Lunedì: lavoro, studio, lezioni, scuola, università, faccende. Ma senza lunedì non avrebbe senso la domenica.


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I mercatini Appuntamento fisso per i latinensi più attivi è il mercato domenicale di Monticchio, sotto Sermoneta, tra i più grandi e ricchi della provincia pontina. I numerosi banchi esposti propongono un po’ di tutto, dal settore merceologico all’abbigliamento e calzature, dall’alimentare all’ittico. Attualmente il mercato, che si svolge tutte le domeniche dalle ore 6 alle ore 14 nell’area mercato chiamata Piedimonte, conta 132 posti di cui circa il 50% occupati dal settore alimentare, nello spirito della filiera corta produttore-consumatore. La città di Latina risponde con due appuntamenti quindicinali, la seconda e la quarta domenica del mese con il mercato americano che richiama alle prime ore del mattino centinaia di persone che si accalcano per accaparrasi il pezzo griffato a pochi euro nella centralissima Piazza del Popolo.

La domenica: primo o ultimo giorno della settimana? Probabilmente non è sapere comune il fatto che in realtà l’origine del riposo domenicale risiede nella cultura pagana piuttosto che in quella cristiana. Fu l’imperatore Costantino che, il 7 marzo 321 (ancora seguace del Sol Invictus), proclamò il giorno del Sole, il primo della settimana, come dedicato al riposo (dies Solis). In Italia, in generale in quasi tutta l’Europa ed in America latina la domenica viene considerata come l’ultimo giorno della settimana. Nei paesi anglosassoni invece, Gran Bretagna, Stati Uniti, in Giappone, Brasile e Portogallo rappresenta il primo. Con la diffusione del cristianesimo, (siglata ufficialmente il 27 febbraio 380 dall’Editto di Tessalonica), il 3 novembre del 383 il dies solis fu ribattezzato dies domenicus, il Giorno del Signore.

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Ascesa e declino del lavoratore in fabbrica, dai fasti degli anni Settanta alla crisi di fine secolo

La classe

operaia è tornata sulla terra Il collasso del sistema industriale pontino scaturito dalla chiusura della Cassa del Mezzogiorno e il fuggi fuggi delle multinazionali dal territorio Massey Ferguson e Goodyear i casi più eclatanti di SILVIA PETRIANNI

M

entre i fisici di tutto il mondo si interrogano e sperimentano sull’esistenza di universi paralleli al nostro, nella piccola provincia latinense si continua a combattere contro i mulini a vento, a cercare di capire cosa sia un semplice rapporto causa-effetto, senza riuscire a sciogliere la matassa imbrogliata da interventi economici sconsiderati e carenti di un’idea progettuale a lungo termine. Ci riferiamo al modo in cui è stata gestita l’industrializzazione in questo territorio e al “declino” della vita dell’operaio pontino, che a partire dagli anni ‘60 sembrava aver trovato l’America, o almeno scorgeva all’orizzonte il Nord Italia. In questo senso, per quanto Latina sgomiti per stare al Centro e per essere almeno la sorellastra inferiore di

Roma, viene tirata giù puntualmente dalle mani tozze dello Stato, aiutato dalla mancanza di polso dell’amministrazione locale. La storia degli operai dell’Agro Pontino è simile a quella di tutti gli altri del Sud più profondo del paese. Capire come è cambiata la vita degli operai di questo luogo, aiuta a collocare meglio Latina e dintorni nella storia e nella geopolitica. Nonostante si ponga come un capoluogo del Centro-Italia, resta per molti aspetti uno dei capoluoghi più a nord del Sud. D’altronde, proprio la situazione economicamente sfavorevole della porzione inferiore dello Stivale ha determinato un fenomeno apparentemente paradossale: secondo dati Istat, la percentuale maggiore di superlaureati, anche chiamati “cervelloni” (iscritti all’università a 19 anni e laureati a 23), risiede nelle regioni

del Sud Italia. In termini assoluti le tre principali regioni sono Campania, Lazio e la nordica Lombardia. La mancanza di uno sbocco lavorativo immediato è un motivo in più per proseguire gli studi e specializzarsi. Questa situazione statica è indicativa del persistere di una cattiva tradizione italiana: l’inesistenza di rapporto tra istruzione e mondo del lavoro. Il fatto che i laureati non trovino impieghi appropriati, una volta completati gli studi, è emblematico delle modalità con cui un’economia venga pianificata e degli obiettivi a lungo termine che vengono posti. Tutto questo influenza in maniera diretta anche la classe economica operaia e quella pontina non fa eccezione. Ma quando tutto ebbe inizio, probabilmente solo pochi “illuminati” riuscirono a prevedere gli sviluppi nefasti e, perché fuori dal coro, non vennero presi sul serio.


Da grande voglio fare l’operaio! “Quando eravamo giovani noi, il lavoro veniva a cercarci.” È la frase emblema di chi è entrato in fabbrica come operaio, a Latina e provincia, negli anni Sessanta. A riempire la gran parte degli stabilimenti sorti sul territorio erano gli abitanti dei Monti Lepini, dove ancora oggi, esistono intere famiglie operaie, che hanno costruito il proprio benessere grazie alla “industrializzazione” dell’Agro Pontino. All’epoca era possibile entrare nel mondo del lavoro molto prima, all’età di 16 anni. È per questo che – messa da parte la solita polemica sulle pensioni facili assicurate dopo solo quindici anni di contributi dalla Democrazia Cristiana – molti di loro sono andati in pensione prima dei sessant’anni. Oggi, nella maggior parte dei casi, si privilegia l’istruzione scolastica. Di fronte agli occhi dell’operaio dell’epoca, si prospettava un futuro pieno di speranza, e nel tempo quella speranza è stata soddisfatta. Con una sola persona inserita nel mondo del lavoro, quelle famiglie hanno avuto la possibilità di costruirsi una o più case, han-

Gli operai della Fulgorcavi nella mensa durante la pausa pranzo

Intere generazioni hanno costruito il proprio benessere economico grazie al posto in fabbrica Molti in pensione prima dei 60 anni no mandato a scuola e all’università i propri figli. I sacrifici non sono mancati – parliamo di generazioni in cui lo spirito di sacrificio era molto più inculcato rispetto a quelle odierne – ma non è questo l’unico motivo per cui potevano permettersi quella vacanza all’anno. Si tratta notoriamente di un periodo di benessere, che aumentava in ogni nucleo se anche la donna lavorava, e così è stato in tanti casi. A dare un piccolo aiuto in più, qualche lavoretto in nero per cui si veniva sempre cercati, ma che non giustifica il fatto

che ci si riuscisse ad assicurare ogni mese una quota discreta del salario da mettere a risparmio. Attorno a queste donne e questi uomini un mondo in trasformazione, ancora caratterizzato da un paesaggio in cui la natura viveva in armonia con l’essere umano. Anche se, proprio in questo periodo ha inizio la rottura di questo legame fondato sul rispetto. La maggior parte degli operai erano impiegati nel settore elettronico e tessile, di cui Latina era polo principale. Le contestazioni di questo periodo, a cui gli operai par-

tecipavano, riguardavano la conquista dei diritti dei lavoratori. Ma non pensate a una mentalità omogenea. Il lavoro conferiva l’indipendenza ma anche lo status sociale; si aveva, inoltre, una vera e propria aspirazione a fare l’operaio, impiego nel quale si trovava soddisfazione personale e come cittadino, permetteva di essere inserito nella nuova società appena nata. Il benessere economico che tutto ciò determinava era senza precedenti anche se il contesto lavorativo della comunità da cui si proveniva spesso era molto duro. Nonostante questo, molti erano disposti ad accettare straordinari fuori dalla norma, che andassero oltre le dure ore, senza lamentarsi troppo. Quello che chiamano Miracolo economico, è dovuto anche al fatto che persone, soprattutto del sud, che erano state catapultate nel mondo industrializzato, non avevano ancora piena coscienza dei propri diritti. Resta il fatto che si entrava nella fabbrica da giovani e, a parte alcuni casi, se ne usciva con la pensione.

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Di padre in figlio Come per molti lavori e professioni in Italia, spesso, il figlio dell’operaio prendeva il posto del genitore una volta che questi aveva raggiunto l’età pensionabile. Era un evento “naturale” ma determinato anche dalla correttezza e la lena con cui il padre aveva lavorato per tanti anni all’interno della fabbrica. Eppure, con l’arrivo dei figli degli operai all’interno della fabbrica, le cose stavano cambiando. Si iniziava a fare i conti con un’insicurezza che non aveva caratterizzato la generazione precedente e che fu dovuta alla prima crisi dell’industria pontina – termine che aiuta a localizzare il territorio su cui sono sorte le fabbriche ma che non ha niente a che fare con un rapporto di identità tra azienda e territorio. L’operaio pontino degli anni ‘80, per quanto ancora in grado di affrontare gli sforzi economici maggiori per far vivere la propria famiglia nel benessere, difficilmente può “farsi casa” da solo. L’aumentare del costo della vita, l’effettiva crisi dell’industria che vede andare via dal territorio le prime multinazionali, non sono le uniche cause. Uno dei fattori che aveva permesso alle generazioni precedenti di costruirsi una casa era rappresentato dall’atteggiamento dello Stato assieme all’applicazione delle sue leggi, dei suoi regolamenti e della sua burocrazia. Uno Stato che, ancora

L’entrata dismessa della Mistral in un’immagine odierna

negli anni ‘70, permetteva di gestire la “vita privata” da sé, forse anche per non far insorgere quelle masse di persone che ancora non avevano dimenticato il modello di vita comunitaria precedente a quello della società industrializzata. Ancora nel decennio scorso, la pratica del passaggio del lavoro da padre in figlio all’interno della fabbrica

Un magazzino della Molini Conselvan Mario, poi ereditato dalla Svar

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funzionava ma le possibilità di vita già non erano più le stesse, per questo il lavoro di operaio è diventato più un ripiego che un’ambizione. A partire dagli ultimissimi anni Novanta viene introdotta la formula del contratto di tre mesi che viene rinnovato per anni, fino, per i più fortunati, all’assunzione a posto fisso; un posto fisso, sempre che la multinazionale non decida per motivazioni aziendali di delocalizzare e lasciare tutti a piedi. Oggi questi operai, in particolare i giovani, non hanno colto l’opportunità del lavoro per rendersi indipendenti, ma restano a casa con i genitori per non rinunciare al benessere. Forse anche perché tra il benessere della casa dei genitori e i sacrifici di una vita adulta oggi non esiste più una via di mezzo. Chi decide comunque di mettere su famiglia, fa molti sacrifici e il mutuo che negli anni ‘80 serviva per comprare casa, oggi serve per la ristrutturazione dell’abitazione che i genitori hanno donato e che sono stati capaci di costruire trent’anni prima.


Due immagini datate del Tabacchificio e in alto a destra una foto aerea di tutto il comprensorio della Fulgorcavi

Le battute d’arresto inferte dal ‘78 Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 l’industria pontina viene attraversata dalla prima grande crisi, che coinvolge tutto il paese ma che fa saltare le industrie in particolare al Sud. Il motivo è semplice: il Sud, e con esso la provincia di Latina, è sempre stato il laboratorio-officina da sfruttare, la testa è sempre stata da un’altra parte, da qui la facilità con cui le multinazionali hanno fatto le valigie e se ne sono andate da un giorno all’altro. Il settore più colpito in quegli anni è quello della componentistica elettronica. Insieme a esso vengono coinvolte anche altre aziende. Nel ‘78 la situazione è destabi-

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lizzante: sia le piccole sia le grandi aziende come Mistral, Avion Interiors, Fulgorcavi e Mial rischiano di dover mettere in cassa integrazione e di licenziare i dipendenti. La Filatura di Priverno licenza 70 operai e lo stabilimento della Cirio di Sezze rischia di diventare solo un grande magazzino. Iniziano le occupazioni e le proteste da parte dei Consigli di Fabbrica affiancati dai sindacati. La situazione della Mial è particolare, perché la sua amministrazione verrà messa sotto controllo della Prefettura per il mancato rispetto del Piano di Lavoro. Gli operai della fabbrica passeranno il Natale di quell’anno all’interno della struttura ormai occupata. Tanti anche i disordini alla Mistral. Le battaglie degli operai non porteranno a nulla. La Messey Ferguson, ad esempio, se ne andrà dichiarando l’impossibilità a proseguire la produ-

zione per il costo del lavoro del lavoro troppo alto. Tutte queste multinazionali sposteranno la loro produzione verso l’est. Anche l’industria tessile si ridurrà alla produzione dei macchinari da vendere ai mercati internazionali asiatici, dove la manodopera ha un bassissimo prezzo. Gli anni d’oro sono già finiti e lo stato d’animo dell’operaio pontino è totalmente cambiato, si trova solo davanti alle multinazionali e al libero mercato in cui queste sguazzano, abbandonato dallo Stato, che avrebbe dovuto pensare prima ai vincoli a cui sottoporle, e sfiduciati nei confronti dei sindacati che, a parte le accuse di combutta con i vertici delle aziende, non hanno più alcun potere nel contesto di regole dell’economia vigente. L’unica certezza: la famiglia a cui bisogna garantire di andare avanti.


In alto da destra due immagini dello Zuccherificio di Latina Scalo. In basso da destra La Mira Lanza e i Molini Conselvan Mario

Il capolinea degli anni ‘90 La crisi degli anni Novanta è dovuta principalmente alla fine dei finanziamenti previsti dalla Cassa del Mezzogiorno e, in particolare degli sgravi fiscali che favorivano le industrie. Una volta terminata questo tipo di politica, le multinazionali hanno fatto due scelte: alzare i tacchi e andarsene come erano venute, oppure vendere. Fatto è che del sistema industriale, se sistema vogliamo chiamarlo, vista la facilità con cui si sono dileguate le multinazionali, non è rimasto quasi più nulla. Dal punto di vista delle lotte, quella che ha segnato questo territorio

tanto da portare alla realizzazione di un film, è stata l’occupazione di due mesi della Goodyear da parte dei dipendenti. Un’occupazione che ha fatto molto riflettere, in primo luogo perché a posteriori appare davvero come una lotta contro i mulini a vento, ma anche perché ha creato diverse tensioni tra gli stessi operai in lotta e tra questi e i sindacati. La calma e la razionalità dei segretari probabilmente ha collimato poco con lo stato d’animo di persone che hanno visto perdere la sicurezza di un lavoro. Si può affermare che contro la decisione della Goodyear non si poteva fare nulla. D’altronde, l’azienda ha nettamente dichiarato di andare via, ancora una volta, per il costo del lavoro troppo elevato. Il fatto che abbia sfruttato fino all’ultima goccia que-

sto lavoro, dato che, dopo una serie di ristrutturazioni, nell’ultimo periodo veniva lavorato solo il prodotto più grezzo dell’azienda, è un dettaglio . Il mulino a vento contro cui hanno lottato gli operai della Goodyear è il libero mercato. La Cassa del Mezzogiorno, così come è stata gestita, non è servita a risollevare le sorti del Sud Italia. Non è servita a creare i presupposti per un’industrializzazione del Sud ma ha dato solo agli imprenditori la possibilità di sfruttare della manodopera, senza nessuna intenzione di creare un prodotto locale, nel nostro caso pontino, per il quale è necessario che non solo gambe e braccia lavorino in loco ma che sia presente anche la testa ideatrice. Restano poche fabbriche, lavoratori insicuri e senza progetti di vita a lungo termine. E danni ambientali.

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I cinquecentoquarantatre giorni di lotta di Rosa Giancola & C.

EX TACCONI SUD

Quando la vittoria è donna E poi ci sono anche le storie a lieto fine. È il caso delle vicissitudini attraversate dalle 29 operaie dello stabilimento tessile dell’ex Tacconi Sud, che il il 22 Dicembre del 2010 hanno visto recapitarsi la lettera di licenziamento. Dopo vent’anni di lavoro in una fabbrica, è difficile mandare giù un boccone tanto amaro, per questo, capitanate da Rosa Giancola, hanno iniziato una lotta che non solo le ha fatte entrare nella storia, si tratta infatti della più lunga occupazione femminile in Italia, 543 giorni e 543 notti, ma le ha condotte verso una grande vittoria: la riconversione dello stabilimento. La ex Tacconi Sud era un’azienda tessile di qualità, produceva divise per i Corpi di Stato e il Gorotex ed è l’ultima fabbrica costruita a Latina grazie alla Cassa del Mezzogiorno. Le difficoltà delle lavoratrici iniziano negli anni ‘90, quando tutte le aziende in Italia iniziano a delocalizzare e a spostarsi verso l’est, così accade anche per lo stabilimento di Latina. La “lettera natalizia” arriva dopo anni di cassa integrazione e ritardi nel pagamento degli stipendi. Durante tutto il periodo dell’occupazione – iniziato dopo che l’imprenditore alza i tacchi e se ne va senza neanche occuparsi della documentazione per la cassaintegrazione – Rosa e le altre si sono prese letteralmente cura della struttura, dei suoi macchinari, facendo da sentinelle notturne per evitare che chiunque si permettesse di portare via qualcosa dallo stabilimento, come fosse una “cosa” loro. Il 23 Luglio del 2012, grazie anche al sostegno della Femca-Cisl, si riesce a trovare un imprenditore disposto ad affittare lo stabilimento per tre anni, si tratta della Comp Tech Europe,

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azienda operante nel settore ferroviario, nautico e aereo. Questa vittoria provoca una gioia incompleta. Se 29 operaie irremovibili sono riuscite a ottenere questo, lo Stato è davvero così debole come vuole sembrare di fronte alle decisioni che vengono prese seguendo logiche esclusivamente di mercato, come se tutti dovessimo chinare il capo e rassegnarci a un destino ineluttabile, al caso, o alla sfortuna? In un’intervista all’Espresso, Rosa Giancola – intervistata per l’uscita del documentario Atlantis che nel 2013 è sbarcato a New York dando voce, attraverso la storia dell’azienda pontina, alla crisi del sistema industriale italiano – è stata molto chiara in merito: “Quello che è sbagliato è che in questi anni in Italia si è sempre

intervenuti sul lavoro in fase terminale, e bisogna finirla. Bisogna puntare sulle risorse umane, sui lavoratori, e sulla formazione continua. Io per esempio vorrei abolire la questione dell’età dal percorso di lavoro. Oggi hai il contratto di apprendistato fino ai 29 anni, puoi fare la start-up fino ai 35 e devi lavorare per 40 anni. Ma se perdi il lavoro a 25, 35 o 55 anni è uguale: comunque non hai un futuro, e questo è un fatto.” L’amore per se stessi passa anche per l’amore per il luogo in cui si vive. Se qualcuno è ospite in casa nostra, ci può portare allegria, ma ha anche dei vincoli di buona educazione da rispettare. Basterebbe fare un primo passo e riportare su larga scala, nazionale, questa piccola regola di civiltà.


I COLOSSI INDUSTRIALI CROLLATI CON LA CRISI SVAR

Era una azienda di Milano che produceva cartellonistica stradale e che nel 1965 rilevò lo stabilimento dell’azienda Molini Conselvan Mario (specializzata nel betacarotene) lungo Via Piave, all’altezza dell’incrocio con Via Piattella, ma dal lato di via Persicara. Falli a metà degli anni 90, lasciando al curatore fallimentare, l’avvocato Angelo Pietrosanti, una serie di gatte da pelare, prima su tutte lo smaltimento dei materiali inquinanti. Il sito è stato successivamente demolito nel 2009.

ROSSI SUD

Era una fabbrica tessile situata sulla Via dei Monti Lepini, la succursale meridionale del cotonificio Rossi di Vicenza. Lo stabilimento è costruito nel 1961, ma già ne 1978 la società è messa in amministrazione controllata straordinaria statale. Nel 1983 la legge Prodi ne consente la messa in liquidazione e nel 1985 l’ex opificio viene comprato all’asta dalla Provincia per 5,1 miliardi di lire. Ora l’area dell’ex Rossi Sud è stata riconvertita in Polo Fieristico.

ZUCCHERIFICIO

Inaugurato in pompa magna nel 1936 dalla Società Italiana Zuccheri Roma - Genova, ha costituito un caposaldo industriale e occupazionale del capoluogo pontino per quasi sessant’anni, fino a quando la SFIR, l’ultima società a gestire lo stabile, decise di chiudere i battenti per la crisi del settore agricolo della barbabietola. Lo stabilimento era situato all’incrocio di via del Murillo e via della Stazione ed era destinato ad accogliere il centro intermodale dopo essere stato affidato ad una società partecipata del Comune. Ma con scarsi risultati.

GOODYEAR

È una multinazionale produttrice di pmeumatici da strada ed è presente sul territorio dal 1965. Dopo un trentennio di attività produttiva – scandito da diverse ristrutturazioni e diminuzioni di personale – nel 1999 annunciò la chiusura. La lotta degli operai – caratterizzata da un’occupazione dello stabilmento della durata di due mesi – è stata durissima. Nel contesto di libero mercato, inter-

vengono i sindacati e anche il Governo con un’azione di mediazione che risulta inutile. Dopo la chiusura, verrà aperto un processo per le morti per tumore degli operai del reparto Bambury, dovute all’ulitilizzo nelle fasi di produzione del materiale amianto. All’inizio del 2013 è arrivata la condanna in secondo grado di giudizio per uno dei dirigenti. Le famiglie degli operai continuano a chiedere giustizia.

MASSEY FERGUSON

Nel 1968 la multinazionale canadese Messey Ferguson, specializzata nella produzione di trattori agricoli acquisice l’azienda italiana Landini e apre un moderno stabilimento ad Aprilia. Con la crisi generale dell’industria, iniziata nel 1978, la società si muove tra cassa integrazione e licenziamenti. Nel 1985 chiuderà definitivamente i battenti senza nessuna possibilità di contrattazione sindacale.

FULGORCAVI - NEXANS

Fiore all’occhiello dell’industria latinense, la Fulgorcavi, azienda genovese, aprì i battenti a Borgo Piave il 27 giugno 1965. In poco tempo assorbì circa 1200 operai e visse stagioni di grande attività economica e produttiva prima del lento declino e delle continue modificazioni dell’assetto societario che portarono al sovrapporsi di nuove realtà come Moduli, Alcatel ed infine Nexans, con la totale dismissione del sito avvenuta nel 2010, dopo mesi di lotta sindacale e il licenziamento di 300 persone

PFIZER

La Pfizer arriva a Latina nel 1957. Lo stabilimento pontino è dedicato alla produzione di farmaci a uso umano e veterinario. Con la scadenza dei brevetti, nel febbraio del 2009 la mutinazionale vende lo stabilimento alla società tedesca Haupt-Pharma che lavora per conto di terzi e che apre la mobilità. Gli oltre 450 dipendenti, assieme alle risorse tecnologiche, passano alla nuova azienda, che mette in mobilità i lavoratori.

MIRA LANZA

Favorita dal boom economico degli anni Sessanta, e da quello degli elettrodomestici in particolare, la fabbrica di detersivi

e saponi veneziana aprì lo stabilimento in provincia di Latina nel 1965 lungo la S.S. 7 Appia in località Mesa di Pontinia, per dismetterlo nel 1989. L’imponente impianto è da anni un ricettacolo di rifiuti chimici, e le idee di trasformarlo in un centro commerciale non sono state ancora attuate.

POZZI GINORI

Dell’imponente impianto appartenuto alle fonderie genovesi e situato a Borgo Piave, dopo il fallimento sono rimaste solo le polemiche per lo smaltimento dei rifiuti tossici e per la riconversione del sito, con la solita idea di trasformarlo nell’ennesimo centro commerciale.

NUOVA MISTRAL

Nel 1998 l’azienda di semiconduttori e componenti elettronici di Latina Scalo, rilevò dal fallimento la Mistral per tentarne il rilancio in grande stile. Ma già nel 2003 la mobilità di 35 dipendenti fu il preludio alla chiusura totale del sito

MANIFATTURE DEL CIRCEO CIRCEO FILATI

L’imponente fabbrica di produzione tessile sulla S.S. Pontina è fallita nel 1995 e, nonostante i tentativi di rinascita sotto il marchio della Circeo Filati del Dottor Gamba, che la prese in affitto, durò meno di un decennio e nel 2004 fu decretato il fallimento con annessa cassa integrazione e poi mobilità di 200 dipendenti.


Il ricordo e le rivelazioni di Giuliano Moretto, per più di trent’anni operaio alla Fulgorcavi

fabbrica “ La la nostra grande

famiglia Gli anni felici alla catena di montaggio nel periodo del boom industriale: “C’era grande fratellanza tra di noi, e quello stipendio era un tesoro” “Il lavoro era tanto e gli straordinari quasi una consuetudine” “Abbiamo sottovalutato i rischi, in troppi sono morti di tumore”

Quando in “Tempi moderni” Charlie Chaplin torna a casa e continua a ripetere i gesti meccanici della catena di montaggio, il dettaglio principale non sono le mani che si muovono ma il suo sguardo. Quella della catena di montaggio è solo una scusa per comunicare una profezia. In effetti, la fabbrica con le sue regole e i suoi tempi, non può causare da sola l’alienazione completa, non può bastare ad allontanare l’operaio da se stesso e dalla sua comunità, qualunque essa sia, interna o esterna agli stabilimenti. Il lavoro da fare per raggiungere questo obiettivo deve essere più complesso e deve essere svolto meticolosamente in tutti gli spazi della vita associata, finché magari questa scompaia. Contrariamente non si spiegherebbe il fatto che chi è diventato operaio negli anni Sessanta, a prescindere dal

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colore politico, utilizza spesso parole come fratellanza e unione e manifesta ancora una grande passione. Da dove avrà “pescato” questi termini? Il signor Giuliano Moretto, che oggi ha 63 anni, ha lavorato alla Fulgorcavi, poi Alcatel, poi Nexans, poi nulla, per 38 anni. Abbiamo tentato di capire con lui cosa sia l’alienazione dell’operaio e non l’abbiamo trovata nello stabilimento in cui lavorava. Può essere, allora, che la tenerezza di cui ci parla solo alla fine dell’intervista che segue sia la maschera dietro cui si cela l’alienazione? In che anno è entrato alla Fulgorcavi? Sono stato assunto il 6 Febbraio del 1967, ma prima ho fatto sei mesi di tirocinio esternamente insieme ad altre due persone: facevo il guardiano al campo sportivo, piccole manutenzioni,

tagliavo l’erba, gonfiavo i palloni. Noi eravamo dei ragazzi che giocavano a calcio per la Fulgorcavi e si aspettava il momento adatto per essere assunti in fabbrica. Da che tipo di contesto sociale proveniva? Quale tipo di famiglia? La mia famiglia era di origine veneta. Allora c’era molta povertà. A dieci anni, capitava che non andavo a scuola e aiutavo la latteria a vendere il latte per le case. Che lavoro svolgevano i suoi genitori? Mio padre era un operaio, muratore. Dopo, con l’arrivo delle industrie, è entrato a lavorare per le Fonderie Genovesi.


Com’era l’ambiente della fabbrica? Noi eravamo una famiglia. La Fulgorcavi è stata costruita nel ‘62 e nel ‘64 è entrata a pieno regime con la produzione di cavi. Eravamo 1236 operai, ma se consideriamo le nostre famiglie, 5.000 persone mangiavano con quegli stipendi. Inoltre, c’era anche l’indotto della falegnameria, delle officine meccaniche, chi portava i pezzi di ricambio, ecc. Dapelo è stato un grande industriale e a Latina ha portato una ricchezza enorme. Era veramente una persona in gamba. La sua mansione specifica all’interno della fabbrica qual era? Lavoravo sulle linee ma c’era un affiatamento impressionante, quindi c’era elasticità, perché c’era fratellanza. Si correva e ci si aiutava appena qualcuno si trovava in difficoltà. Poi, c’è da dire che ci pagavano tanto, anche perché facevamo tante ore di straordinario. Mi è capitato di attaccare a lavoro alle due del pomeriggio e di rientrare a casa alle quattro di notte. Mia madre mi aspettava sulla porta e mi diceva “Sei stato a divertirti?”, le rispondevo che ero stato a lavoro ma lei non ci credeva tanto. Non era legale fare tutti quegli straordinari... Sì, sì ma si facevano quattro o cinque ore di straordinario al giorno perché il lavoro era tanto. C’erano richieste dall’Enel, dall’estero. Non era un sacrificio fare tutte quelle ore in più? Non la vivevate come un’ingiustizia? Il mio primo stipendio è stato di 27.000 lire al mese che corrisponde a 1.300 euro di oggi. Il mese successivo ho preso 54.000 lire, perché abbiamo fatto il doppio delle ore di lavoro. L’unico rammarico che ho è che ho visto morire duecentocinquanta persone di tumore ai polmoni, al fegato, allo stomaco. Noi respiravamo sostanze nocive. Lavoravamo con l’amianto e con fibre volatili che facevano parte delle componenti per fare la gomma. Non c’erano delle misure di sicurezza? Il signor Dapelo ci dava il latte, le vitamine. Non utilizzavate le mascherine? Sì le utilizzavamo. Però, c’era anche ignoranza e tanti non gli davano tanto peso. Comunque, penso che se sono qui

è solo perché ho avuto tanta fortuna. Tanti non ce l’hanno fatta. Venivate tutti da un mondo agricolo. Non ci ha detto qual è stato l’impatto con la struttura della fabbrica? Ho fatto il mio primo lavoro a 14 anni, stavo imparando a fare il fabbro. È durato un anno, poi per altri due anni ho fatto il commesso, ma avendo sperimentato il lavoro del fabbro, per me il lavoro di fabbrica era quasi un passatempo. Dopo una settimana, infatti, mi sono ritrovato al turno di notte. All’epoca, durante il turno di notte faceva freddo, non c’erano i riscaldamenti di adesso, ci si riscaldava con un bidone della legna. E il freddo di oggi non è il freddo di allora. Per quanto riguarda i rapporti, eravamo tutti sullo stesso piano, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista culturale. Ho fatto trentotto anni alla Fulgorcavi, due anni me l’hanno dati per l’amianto, anche se me ne spettavano di più. Quando sono arrivate le prime avvisaglie della crisi industriale? La prima avvisaglia c’è stata nel 1979. La Fulgorcavi voleva licenziare dai 200 ai 400 operai, non ce la faceva a pagare gli stipendi perché i costi erano troppo alti. Siamo andati avanti per altri due anni, fino a che nell’81 è successo il patatrac. Come avete affronatato la crisi? Siamo andati avanti tra scioperi e un po’ di lavoro. Nell’81, poi, è subentrata la Gepi (ente statale) e da un milione e

trecentomila lire ci riportarono a settecentomila lire. In realtà, la Gepi ci ha messo di fronte a una scelta: o ridursi lo stipendio a settecentomila lire o essere licenziati. La maggior parte di noi è rimasta ma tanti se ne sono anche andati. C’è chi si è messo a fare il muratore, chi il cameriere, il benzianio, chi si è imbarcato. Io non avevo scelta, perché non avevo più i genitori, e in effetti c’è chi poi si è pentito di aver accettato il licenziamento. In ogni caso, la Fulgorcavi è passata da un imprenditore all’altro. Quindi siete passati dalla “terra dell’oro” a momenti di incertezza. Come avete vissuto queste fasi? È vero, è stato come scoprire l’oro. Grazie alla Fulgorcavi tanti hanno potuto comprare casa e dopo è stato un dramma, è arrivata tanta amarezza. Sono andato via nel 2000. quando me ne sono andato ho chiamato i figli dei colleghi, che erano entrati al posto dei genitori e mi sono raccomandato perché mi sembravano troppo teneri. La Fulgorcavi è passata all’Alcatel e poi alla Nexans. La Nexans ha portato via i macchinari ma se ci fossimo stati ancora noi, la nostra generazione, dallo stabilimento non avremmo fatto uscire neanche uno spillo. Eravamo tutti uniti, quello era il nostro pane, quindi dovevamo lottare fino alla morte. In loro non ho visto questo. Adesso, quando guardo i sessanta ettari di stabilimento inutilizzati mi sembra di vedere un Polifemo che dorme.

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La storia dei collettori idrici sorti con la bonifica e i progetti di navigabilitĂ 

CAMBIO

CANALE Idee e tentativi di sfruttamento di una risorsa naturale, frenati da inerzia e secolari divieti di riccardo angelo colabattista


A

lla fine dei lavori di bonifica il “bollettino” parlava chiaro: erano stati scavati 1.820 chilometri di canali in tutta la pianura pontina. Un’impresa titanica, epica. Un progetto grandioso di bonifica che prevedeva la costruzione di tre condotti principali per far defluire le acque a mare: i collettori delle Acque Alte, delle Acque Medie e delle Acque Basse. A questi tre canali principali, però, si devono aggiungere anche quelli secondari e terziari, tutti quelli di scoline ed i maestosi impianti idrovori. Le infinite risorse umane e materiali, impegnate nell’eroico lavoro di prosciugamento della palude, ridisegnarono l’idrografia della piana pontina, consegnando alle generazioni future il possibile sfruttamento dei canali, compresa la loro navigabilità. Un secolo dopo, quasi all’improvviso, Latina sembra voler riscoprire le potenzialità di quelle grandi opere, per lungo tempo consegnate all’oblio.


la struttura a più livelli dei canali acque alte Il primo bacino, quello delle Acque Alte, racchiude in sé tutti quei corsi d’acqua che provengono dalle montagne e che defluiscono verso il mare sfruttando il dislivello e acquisendo velocità grazie alla pendenza del terreno. Tra i canali presenti nella fascia delle “Acque Alte” troviamo proprio il Canale delle Acque Alte, o più comunemente chiamato canale Mussolini. Il Canale delle Acque Alte trova origine dal Rio Sermoneta e attraversa il nord della pianura intersecandosi ai corsi d’acqua  naturali provenienti dai Monti Lepini  e dai  Colli Albani tramite il torrente Teppia e i fossi Cisterna e Moscarello e aumentando così lo spessore idrico per sfociare direttamente a mare in località Foce Verde, nel comune di Latina, dopo 37 chilometri. Il canale delle Acque Alte segna il confine, per gran parte del suo percorso, tra i comuni di Latina e quello di Cisterna di Latina e, attraverso un allacciante di 13 chilometri intercetta anche l’apporto del fiume Astura.

acque Medie Alle Acque Medie, appartengono quei bacini dove ristagnano le acque presenti sopra il livello del mare ma che, privi una pendenza importante, non hanno l’inerzia di defluire a mare in maniera naturale a causa delle altimetrie delle dune costiere. Il  canali  principale di tale bacino è quello delle Acque Medie, che ha origine dalle sorgenti del Ninfa e nel tratto finale assume il nome di  Rio Martino, sfociando a mare tra i Laghi di Fogliano e quello dei Monaci dopo circa 32 chilometri, segnando il confine tra il Comune di Latina e quello di Sabaudia. Sempre in questo bacino si trovano altri due grandi canali,

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Un’immagine del Canale delle Acque Medie

Il mare è il riferimento che differenzia la posizione e le funzioni dei corsi d’acqua che alternano catini stagnanti a corridoi di deflusso diramandosi per migliaia di chilometri scavati già nel tentativo di bonifica dei Papi del Seicento e nel Settecento, e ripresi nelle vittoriose operazioni di bonifica del primo Novecento: il  Canale Sisto  che defluisce a mare tra  Terracina  e il  Circeo, ed il  Linea Pio VI, che accompagna per la quasi totalità del suo tracciato l’Appia per poi defluire a mare a Terracina.

acque basse L’ultimo bacino è rappresentato dalle Acque Basse. Sono così chiamate perché sono canali che intercettano le acque presenti sotto il livello del mare e quindi impossibilitate, in maniera naturale, a defluire nel mare. Questi sono i canali che hanno avuto il compito di togliere le acque

stagnanti e farle arrivare in mare. In questo caso è il mezzo meccanico a consentire il deflusso delle acque attraverso il sollevamento realizzato da idrovore elettriche. Il più grande di questi impianti di assorbimento, tra i maggiori in Europa, è quello di Mazzocchio che deraglia il corso dell’Ufente nel collettore del Linea Pio VI nei pressi di Borgo Hermada. Oltre a questo ce ne sono altri minori, quasi tutti utilizzati per confluire nel Linea Pio VI. Il principale canale delle Acque Basse trae origine dal fosso Truglio nei pressi della località denominata Cupido a ridosso della linea ferroviaria Roma –Napoli e, dopo essersi congiunto col fiume Ninfa-Sisto, sfocia a mare presso Torre Olevola.


Le Escavatrici a tazze Tosi Negli anni trenta erano considerati dei veri e propri mostri e contribuirono, in maniera fondamentale, ad accelerare il processo di costruzione dei canali di bonifica. Le escavatrici a tazze Tosi, infatti, avevano la funzione di modellare gli argini. Mentre le scoline ed i canali minori furono scavati a mano, con il solo contributo della forza umana e delle pale, i collettori più importanti (come il canale Mussolini per esempio) furono costruiti grazie all’ausilio di queste macchine altamente innovative. Con i loro bracci allungabili e le loro tazze che scorrevano su nastri, avevano la capacità di prendere la terra dal basso e portarla fino al di là del letto del canale, così da scavare al centro ed innalzare le sponde. La macchina era posizionata proprio sulle rive del canale su di una rotaia, in modo da avanzare lentamente per uniformare gli argini del canale. Binari, motori, rulli, tazze: l’innovazione meccanica a supporto di un progetto grandioso i cui risultati si possono apprezzare anche a cento anni di distanza.

Personale dell’escavatore Tosi n.3 (06-05-1935). In alto il cunettone centrale dell’allacciante Astura in costruzione (07-05-1935)

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Il Progetto di Pianura Blu Il passato è rappresentato dalla bonifica integrale dell’Agro pontino ed il futuro? Il futuro dovrebbe essere rappresentato da due progetti: Pianura Blu e Bonifica 2.0. Entrambi i programmi, con delle sfumature diverse, si pongono l’obiettivo di rendere di nuovo navigabili i canali ed i fiumi presenti nel territorio di Latina. Un progetto “grandioso” se andasse in porto. Il Progetto Pianura Blu, sponsorizzato dalla Camera di Commercio di Latina con Officine Pennacchi, prevede non solo il recupero delle tratte navigabili fin dall’antichità e andate perdute (recuperabili con pochi accorgimenti), ma anche l’escavazione di nuovi brevi corsi d’acqua con lo scopo di collegare direttamente le principali tratte fluviali. Il risultato è una globale rete di corsi d’acqua a struttura venerea che collegherebbe l’intero territorio. Una mappatura avveniristica e naturalistica al tempo stesso, un’alternativa alla sempre più congestionata rete

stradale, sicuramente più suggestiva ed attrattiva dal punto di vista turistico. Insomma, riscoprire un qualcosa di già esistente. Infatti nel I Secolo d.C. erano navigabili il Fiume Astura, Fiume Sisto, il Linea Pio, Fiume Cavata, l’Amaseno e l’Ufente. Questi, inoltre, erano collegati ai laghi costieri (Fogliano, Monaci, Caprolace e

Paola) tramite il Fosso Mastropietro, Rio Martino, Fiume Colmata, Fossa Papale e Fiume Olevola. Oggi, infine, sarebbero già navigabili numerosi fiumi e canali come il Fiume Cavata stesso, il linea Pio, il Fiume Sisto, il Canale delle Acque Medie (nel tratto da Latina Centro alla Litoranea), il Fiume Amaseno ed il Fiume Ufente.

Il percorso navigabile da Monticchio a Foro Appio dell’Associazione Fiume Cavata

Quel Regio Decreto che spegne tutti i sogni Il fiume Cavata è un corso d’acqua che nasce sotto Sermoneta e giunge fino al Foro Appio (Borgo Faiti) per poi scorrere lungo il canale di navigazione Pio VI e proseguire fino a Terracina costeggiando l’Appia. Proprio dal nome di questo fiume nasce l’associazione Cavata, “capitanata” da Saverio D’Ottavi, sognatore ed instancabile navigatore di fiumi, canali e laghi pontini. “Il fiume Cavata, insieme ad altri canali di Latina – afferma Saverio D’Ottavi sono tutti navigabili o potenzialmente navigabili. Purtroppo oggi tutti i progetti sono fermi a causa di una lettera diramata dal Consorzio di Bonifica in cui si tirava fuori un Regio decreto del 1904 in cui si vietava la navigazione dei canali di Latina”.

Un vero peccato. Perché chi ha avuto la fortuna di navigare con Saverio ha apprezzato le bellezze naturalistiche e storiche del territorio. Chi si vuole addentrare in questo bellissimo “sogno”, viene condotto lungo il corso del fiume, attraversando un paesaggio selvaggio, ricco di testimonianze medioevali, suggestivo ma noto anche per la sua “utilità” passata, per essere cioè stato utilizzato come approdo fluviale e via d’acqua per l’antico borgo di Sermoneta. Il percorso si sviluppa dalla sorgente detta dell’“Acqua Turchina”, in località Monticchio-Sermoneta e prosegue, in direzione di confluenza del Cavata con il canale Pio VI. Oggi, purtroppo, è tutto fermo, o quasi, ed il primo a dispiacersi di ciò è proprio Saverio D’Ottavi.

“Non ci possiamo più permettere di stare fermi ed attendere la burocrazia politica. In 10 anni non so quante riunioni ho fatto. Ma come sempre si parla e basta, si fanno incontri e conferenze stampa ma non di fatti nemmeno l’ombra. Lavoravo in banca, ma mi sono licenziato per seguire questo sogno perché amo la natura ed il mio territorio”. Saverio, nonostante il Regio Decreto continua a navigare il fiume Cavata e a far scoprire ai suoi appassionati l’antichissimo mulino, detto Mola di Santa Maria, risalente al XII secolo, la sorgente dell’“Acqua Regina”, il Foro Appio e a spiegare tutta la ricchezza della vegetazione e della fauna presente nel nostro territorio ma “nascosta” da una legge vecchia di cento anni.

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Via Francigena Accanto ai progetti per la navigabilità dei canali e dei fiumi della bonifica nel 2013 si è messo in piedi un programma di pedonalizzazione degli argini della pianura pontina. I lavori sono partiti lo scorso anno ed hanno interessato le sponde del canale Linea Pio VI, quello che costeggia tutta l’Appia, da Latina fino a Terracina. Il progetto è quello di rifar rivivere la vecchia via Francigena, strada che collegava l’antica Roma a Brindisi. Soprassedendo sull’originalità del cammino (infatti la vera via Francigena passa da Cori a Sezze per finire a Fossanova, Sonnino e Fondi per proseguire fino a Brindisi senza passare per l’allora paludosa pianura pontina) il progetto è stato finanziato dal comune di Latina e dalla Regione Lazio per un importo totale di 478 mila euro (il 70% finanziato dalla Regione ed il 30% dal comune di Latina). Ad oggi i lavori sono fermi, l’opera è stata lasciata a metà e ciò che di buono è stato fatto durante lo scorso anno (con la pulizia degli argini e la posa a terra del brecciolino) rischia di perdersi. Ad oggi, infatti, nel bel mezzo del percorso stanno ricrescendo erbacce e canne da fiume che stanno praticamente cancellando quel poco che si era fatto. Un vero peccato sia per l’economia della provincia sia per il quasi mezzo milione di euro buttato all’aria con i soldi pubblici di Regione e Comune.

Sono iniziati e mai conclusi i lavori di costruzione di sentieri pedonali lungo il canale Linea Pio VI che costeggia l’Appia fino a Terracina Progetto costato finora 478 mila euro

Da “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi “Noi comunque arrivammo che il Canale era stato scavato solo a metà. La prima parte delle Paludi Pontine però – Piscinara – era già tutta bella prosciugata, con soli i casali dei poderi appena costruiti a punteggiare il paesaggio, e i borghi di servizio e sullo sfondo i cantieri della nuova città di Littoria in costruzione, con la torre del municipio già abbastanza alta. È stata un’impresa titanica, me lo lasci dire. Fino al 1926 non esisteva una mappa quotata di tutta la zona – una carta geografica precisa – e c’erano punti in cui non era mai entrato nessuno. Solo pantani, melma e sabbie mobili. Chi ci cadeva, ci crepava e basta.

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Mio zio Benassi, quello che poi si sposò mia zia Santapace Peruzzi, raccontava che mentre stavano disboscando la zona dei Pantani da Basso e lui era di servizio a una motrice Powler sulla sponda del canale – noi le chiamavamo anche Favole ed erano macchine enormi a vapore, che a forza d’argano riuscivano a trainare qualunque cosa – a un certo punto la Flower fuorviò dall’impiantito di tavole che le era stato costruito apposta sopra la melma per non farla affondare. Prima s’inclinò pian piano e poi affondò tutta e non riuscirono più a ripescarla. Sta ancora là sotto. Come il camion sotto la fontana della Palla in piazza del Popolo a Latina”.


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La colonia cinese del capoluogo, omertosa e crescente a dispetto dei dati ufficiali

MISTER

Mandarino Ristoranti, centri benessere e negozi di vario genere, le attività più diffuse gestite dagli orientali: “Noi ci sentiamo italiani” l’unica dichiarazione in un silenzio tombale di FRANCO GRASSI

攻守同盟. Indecifrabile vero? La traduzione semplificata di questo misterioso insieme di segni è “omertà”. L’aggettivo più adatto per descrivere una comunità protagonista ormai da anni delle più diversificate attività pontine. Un popolo orientale, quello cinese, ancorato alle proprie origini, ai propri valori, in maniera quasi maniacale. Un numero sempre crescente di persone che, in cerca di fortuna o semplicemente nuovi orizzonti, abbandonano il proprio Paese natale alla ricerca di nuovi lidi dove insediarsi. Silenziosamente e quasi senza disturbare, fino a quando ci si accorge d’un tratto che Latina stessa è oggi invasa dalle più svariate attività commerciali made in China. Negli ultimi quindici anni si è assistito, inermi, diffidenti, e senza dubbio incuriositi, al fenomeno di “cine-


sizzazione”, rivelatosi con impeto attraverso ristoranti prima, negozi, parrucchieri e centri benessere poi. Denominatore comune: convenienza nell’offerta fuori dal comune. Poco importa se di tanto in tanto si legge di intossicazioni, bruciature da acido a causa di giocattoli per bambini non a norma, tinte ustionanti e massaggi rilassanti che talvolta sfociano in altro. Il diktat in tempi di crisi è uno solo: risparmiare. E l’effetto sorpresa, negativo o positivo che sia, diventa quasi stuzzicante. E allora, soprattutto i meno sofisticati, danno il benvenuto a questi cinesi. A patto che si dimostrino gentili, socievoli, disponibili verso chi li ospita e ne garantisce la sopravvivenza.

Una passeggiata come tante tra le vie del centro, partendo dalla zona del Piccarello fino all’opposta via della circonvallazione, ci ha illuminati; nulla importano differenze di età, sesso o conoscenza della nostra lingua. Nel momento di doversi concedere ai nostri taccuini il “no” è categorico da parte di questi simpatici e fugaci amici dagli occhi a mandorla: “No no no! Io penso solo famiglia e lavoro!” taglia corto il titolare del negozio Full. “Non parlo bene italiano” afferma un ragazzo del Centro Convenienza vicino al Tribunale, pur sfoderando proprietà dialettiche da far invidia a tanti italiani. E via discorrendo, Grande Muraglia o negozi di abbigliamento in centro non fanno

differenza, al nostro apparire gli occhi si sgranano in quanto potenziali clienti; al primo approccio la diffidenza è scontata e mediamente dopo venti secondi veniamo spediti fuori o abbandonati drammaticamente a noi stessi, agonizzanti nei nostri stessi interrogativi. Che paura c’è nel raccontare la propria storia con la garanzia di poter restare nell’anonimato? In fin dei conti sono storie di vita da apprezzare, finanche da lodare. Ci vuole un bel coraggio nel lasciare tutto da giovanissimi e volare dalla parte opposta del mondo. E perché scegliere Latina? Perché una città provinciale che poco ha da offrire rispetto ad una qualità della vita sempre più lontana dall’esser


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Nel 2011 i cittadini cinesi residenti in provincia di Latina erano 632, la metà registrati nel territorio comunale ma il dato sembra smentito dalla realtà definita gratificante? Domande lasciate senza risposta, che, sommate al silenzio in salsa gialla, sfociano in dubbi ulteriori, ben più profondi e pericolosi. Nel duemilaundici erano 632 i cittadini cinesi residenti nella provincia di Latina, 301 quelli registrati nel comune capoluogo. L’interrogativo nasce spontaneo: o le nostre maestre di matematica non ci hanno insegnato molto oppure qualcosa non torna. Numeri irrisori questi, rispetto a quelli che si annusano quotidianamente senza neanche prestare troppa attenzione ai dettagli. Cinesi silenziosi, forse obbligati ad esserlo, per evitare di rischiar grosso. E’ a questo punto che cominciamo a comprendere le battute veloci e fu-

gaci che il proprietario del ristorante «Bella Cina» ci concede, nel marasma della contabilità di una cassa. Un continuo ribadire la propria italianità, la propria presenza nel nostro Paese che dura da ben ventisei anni, con la gioia di un figlio appena maggiorenne nato proprio a Latina. Del rapporto con i suoi connazionali traspare poco o nulla, quasi indifferenza, forse compassione. Ci dice che la crisi è tangibile ma lui è felice qui. Un sorriso pieno, sincero, che ci frastorna al punto da farci tornare in mente gli occhi timidi, preoccupati, impauriti di chissà quante centinaia di immigrati cinesi che vivono ogni giorno nel totale anonimato.

Numeri Gialli Secondo i dati Istat al 31 dicembre 2010 i cinesi residenti in Italia erano 209.934, ovvero lo 0,34% del totale della popolazione. Al netto delle presenze illegali sul territorio italiano, rappresentano la quarta comunità dietro quella romena, albanese e marocchina. La città con più cinesi residenti è Milano con 18.918 abitanti, seguita da Rona con 12.013 e da Prato con 11.013. Nel capoluogo toscano, importante centro dell’industria tessile, si registra la maggiore incidenza sul totale della popolazione straniera (39%) Gli imprenditori cinesi sono 56.000 e costituiscono il 9,5% del totale degli imprenditori stranieri. Le attività maggiormente gestite dai cinesi sono il commercio all’ingrosso e al dettaglio (40%), le attività manifatturiere (30%) e ristorazione (20%)

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Gli storici deejay di Latina, molti dei quali ancora sulla breccia dopo aver fatto ballare intere generazioni di giovani

UNA

VITA IN

consolle di alessandro zaffarano

Quando arrivò la grande onda, in pochi si misero in salvo. Quasi tutti si fecero travolgere, lasciandosi trasportare dal divertimento più spensierato. Sulla cresta di quell’onda spuntarono loro, i deejay, a cavalcarla con un surf fatto di piatti, vinili, luci stroboscopiche ed effetti fumo. Erano gli Anni Settanta, la libertà era una bandiera, la trasgressione l’inevitabile conseguenza di esprimerla nel modo meno conformista possibile. Le sale da ballo in stile balera, contenute, luminose e felliniane, cedettero il passo alle discoteche, soffusi container insonorizzati dove la musica esplodeva e dove i giovani trovavano il loro ambiente naturale per sfogare la propria vitalità. Nel decennio della ribellione mondiale, la musica rappresentò il mezzo più vigoroso e deciso per esprimere il disagio verso

l’ordine costituito. Chi la proponeva, in primis gli artisti che la mettevano in scena, esprimevano questa insofferenza verso le primordiali tendenze globalizzatrici. Ma quando si trattava di ballarla, di alzare il ritmo per affogare nel movimento sfrenato i pensieri rivoluzionari, i deejay diventavono una figura fondamentale. A loro spettava il compito di diffondere il messaggio musicale, erano loro i traduttori ufficiali della passione sonora, coloro che avevano il compito di riempire le piste e cadenzare il divertimento in sala. Addirittura per la scatenata band degli Indeep erano coloro che “salvavano le vite” come recita il sempreverde “Last night a dj saved my life”, canzone cult degli anni ruggenti delle discoteche Chi ha messo i pantaloni a zampa e si è cimentato con gli strumenti del mestiere, non è mai sceso dalla con-

solle. Da quella malattia non si guarisce, anzi rovesciando la medaglia, la passione per la musica per molti è l’unico antitodo naturale all’invecchiamento. Ecco quindi che tanti deejay che nei Settanta-Ottanta impazzavano per le discoteche di Latina (e che spesso per meriti acqusiti sconfinavano anche nelle tentacolari notti romane) sono ancora li in servizio, a trentacinque anni e passa di distanza dal primo reclutamento. Ma anche quelli che non esercitano più, appartengono ancora al club, per meriti acquisiti sono soci onorari. La passione non va mai in pensione. Ripercorrere le gesta di questi storici conduttori musicali rappresenta il meritato tributo verso chi ha fatto scatenare diverse generazioni di dancers pontini, regalando loro la spensieratezza, il divertimento, la libertà.


Corrado Coronella Un viaggio nel passato delle discoteche più famose in provincia di Latina, ci porta dritti al Noa Noa, per far emergere la figura di uno dei primi deejay nella storia cittadina, Corrado Coronella, il più piccolo della famiglia che gestiva il locale “Ho iniziato presto suonando nelle orchestre nei locali pubblici – ricorda oggi Corrado - come dj iniziai poi al Cannetto, quando avevo 19 anni insieme ai miei fratelli Amleto e Antonietta prendemmo il Noa Noa, e iniziai così il mio lungo percorso musicale. Il mio genere preferito era la funky, la soul music e il blues, insomma la musica “nera” anche se non ho mai disdegnato la pura dance music, quella che faceva divertire con un motivetto, quella che come si diceva allora “martellava”. Ma non era solamente la musica la mia passione, la cura dell’impianto audio era un’altra mia fissa, doveva “pompare” e dare emozioni a livello di vibrazioni sul corpo, cuore e mente. Qualche anno dopo arrivò l’esperienza del Coliseum ma non tralasciammo il Noa Noa dove Bortolotto e De Stefani iniziarono il loro percorso musicale.” L’amore per la musica è nella maggior parte dei casi

Corrado Coronella

ereditario: “I miei figli hanno la mia stessa passione. Valerio in particolare suona la chitarra, spesso mi stupisce per la sua straordinaria conoscenza della musica rock che caratterizzò i nostri anni con gruppi storici come i Pink Floid e i Genesis”. Questione di geni, probabilmente.

francesco dimar Non solo discoteca. Qualcuno nasce artisticamente nelle radio private, altra grande novità di quegli anni ruggenti, e successivamente passa all’esercizio nelle sale da ballo. Tra questi Francesco Dimar, in arte  DJ Dimar, nel 1986 inizia ad esplorare il mondo della musica  prima come speaker radiofonico all’interno di Radio Città Nord dove predica e propone la black music e quella funky. Tutti i suoi dj set, house, deep o revival, sono sempre accompagnati da un ambient black/funky. Successivamente inizia a collaborare con diverse agenzie di moda e spettacolo iniziando a girare l’Italia proponendo la sua musica accompagnata da una coinvolgente animazione.


Cristian Maio Un anno dopo l’esordio di Dimar, più precisamente nel 1987, un giovanissimo Cristian Maio inizia a girare i primi piatti al Coliseum. Ha solo 17 anni ma il ragazzo dimostra subito di avere stoffa. Le sue proposte svariano dal genere commerciale alla musica 70/80, fino ad approdare la techno nel 1992, tenendo conto anche delle tendenze di quegli anni e dell’evoluzione in fatto di gusti e nuove sonorità. Sempre in quella stagione partecipa all’International Exhibition of Equipment for Discotheques and Dance Halls “SIB” di Rimini con “Mix Up”, uno dei primi negozi di vendita di dischi esclusivamente per dj a Roma. Per un certo periodo si trasferisce nella Capitale partecipando a diverse manifestazioni, la prima delle quali quella organizzata all’Ippodromo Capannelle denominata “Fiesta”, esperienza che dura ben quattro stagione. Successivamente si sposta di qualche chilometro al “Cinecittà Village”. Completa il suo curriculum una fortificante esperienza in una emittente privata, Radio Centro Suono, durata quattro anni.

Angelo Iozzia

Cristian Maio

angelo iozzia Quelli in esame, sono gli anni spensierati nei quali l’amicizia è un elemento fondamentale e la solidarietà tra colleghi non manca. Angelo Iozzia in arte dj Joan inizia la sua esperienza musicale affiancato dai veterani dell’epoca. Per lui, le luci della ribalta si accendono quasi per caso e quasi per deformazione professionale. Lui infatti inizia a collaborare al Felix di Latina come lighting, ovvero addetto alle luci, ma “folgorato” dalla musica comuncia a far girare i piatti. Nella discoteca di via Don Torello conosce e collabora con Albertino DJ e capisce che la sua passione può diventare un’arte. Il suo maestro però è l’indimenticato Daniele Foscaro Vellani, un amico dal quale attinge non solo i rudimenti del mestiere ma intorno al quale si sviluppa un sincero e consolidato rapporto lavorativo, il cui ricordo è indelebile ancora oggi.

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Roberto De Stefano

roberto de stefano Dottor Jekyll e Mister Hyde. Roberto De Stefano nonostante i suoi cinquant’anni compiuti continua a mantenersi giovane con la musica facendo ballare generazioni di persone. E’ sicuramente uno dei veterani ancora sulla cresta dell’onda come d’altronde molti suoi colleghi, nonostante l’incalzare delle nuove leve. Da trentasei, dal battesimo avvenuto a soli 16 anni quando si ritrova per caso a sostituire il dj titolare del Ritrovo di Borgo Carso fuori causa per un malore improvviso, la sua passione sono i locali notturni, dove esprime tutto il suo conclamato repertorio. E diverse generazioni di tribù danzanti ringraziano.

ilario battistella Ilario Battistella, più comunemente conosciuto come Lallo, tra tutti i dj emergenti degli anni ’80, è l’unico figlio d’arte. Suo padre, il grande Tony Still, era l’apprezzato cantante che imperversava con la sua band nelle balere alla fine degli anni ’60. Inizia giovanissimo anche lui, prestando particolare attenzione alla tradizioIlario Battistella

L’inno dei deejay ne Rhythm and blues, soul black anni 60/70 da Stevie Wonder in poi. Con l’avvento della disco music intorno alla metà degli anni Settanta, la passione per la musica si trasforma in quella per il mixaggio, l’arte del deejay. L’anno è il 1977, quello del debutto della prima discoteca di Latina city, il Boeing, e Ilario ne prende pian piano i comandi. In quel periodo

Last night a DJ saved my life (INDEEP)

But when I turned on my radio Found out all I needed to know Check it out Hey listen up to your local DJ You better hear what he’s got to say There’s not a problem that I can’t fix ‘Cause I can do it in the mix And if your man gives you trouble, just move out on a double And you don’t let it trouble your brain ‘Cause away goes trouble down the drain I said away goes trouble down the drain Last night a DJ saved my life Last night a DJ saved my life from a broken heart Last night a DJ saved my life Last night a DJ saved my life with a song Last night a DJ saved my life

traduzione

Ma quando ho acceso la radio Ho scoperto cosa c’era da sapere Senti un po’ Hey ascolta il DJ della tua radio locale Meglio che ascolti ciò che ha da dire Non c’è nessun problema che io non possa aggiustare Perché posso farlo nel mix E se il tuo uomo ti da problemi, semplicemente passa ad un altro E non lasciare che ti incasini la mente Perché il problema finisce nello scarico Ho detto il problema finisce nello scarico Ieri notte un DJ mi ha salvato la vita Ieri notte un DJ ha salvato la mia vita da un cuore spezzato Ieri notte un DJ mi ha salvato la vita Ieri notte un DJ mi ha salvato la vita con una canzone Ieri notte un DJ mi ha salvato la vita

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vanno di moda anche le feste private, si cercano i luoghi più disparati dove organizzare raduni a ritmo di musica, ma per decretarne il successo servono i migliori interpreti nelle improvvisate consolle e il dj Lallo è tra i più ricercati. Poliedrico e attento osservatore dei tempi che cambiano, esordisce sull’etere con Musica Radio e poco più tardi apre il Music Bazar, il primo negozio di dischi di importazione, meta dei deejay di tutta la provincia (e non solo) alla ricerca di materiale fresco da esibire proveniente soprattutto da oltreoceano, patria della dance e del funky. Nel 1984 si trasferisce a Radio Luna continuando sempre e comunque a lavorare nei locali. Nella generazione dei pionieri è sicuramente quello che ha avuto più esperienze radiofoniche, cambiando frequenza nuovamente nel 1990 a Radio Immagine e approdando anche in Rai, prima di concludere la sua carriera a

RPM come direttore artistico. Anche per Ilario, Daniele Foscaro Vellani fu un amico e maestro, “per me fu un vero e proprio genio di quel periodo” – dice senza mezze misure.

alberto franco Anche se non proprio di Latina, Alberto Franco fa parte a pieno titolo del gruppo dei disc jockey pontini. Da Sabaudia quasi tutti i giorni la sua mèta è il capoluogo dove oltre ad incontrare colleghi, programma rapporti di lavoro serali. La sua esperienza però inizia nel 1975 nella capitale al Charlie Club dove rimane fino all’80. Grande amante della music Funky, Albertino dj (così si faceva chiamare), suona in tutte le discoteche in voga di quel periodo lasciando, come d’altronde anche tutti i suoi colleghi, un ricordo indelebile nelle persone. Nella sua pluriennale esperienza al Felix, dove lavora dal 1988 al 2000, Alberto Franco

l’aneddoto più simpatico è legato ai primissimi anni, al tempo in cui impazza la Lambada, il suadente ballo brasiliano che in breve tempo diventa un tormentone mondiale. Una sera all’ennesima richiesta di mettere la Lambada, Albertino prende il vinile, lo spezza in più parti e lo lancia in mezzo alla pista, raccogliendo un fragoroso applauso.

Dove hanno suonato Coronella Corrado: Noa Noa, Coliseum francesco dimar: Coliseum Disco, Noa Noa, Canneto, Dada, Insomnia, Felix,Bird Live,  Notti Romane, On Air, Village Gate, Papillon, Enea Club Disco, Disco River,  La Cicala, Smile Disco, Ku Club, Charlie Brown, La Bussola, La Stiva, Tenda A Strisce (Roma), La Cantina Del Re (Si), Il Mosquito (Pg) Loffishina Disco Cristian Maio: Coliseum, Noa Noa, Dada, Insomia, Buio, Jona, Ku, Papillon, Exotica, Egon, Red Rock, Piper, Lola, Alibi. angelo iozzia: Canneto, Noa Noa, La Mela, Bussola, Papillo, Executive. roberto de stefano: Ritrovo, Canneto, Insomnia, Papillon, Borsalino, Atlantis, Bussola, Smaila, Disco Bamba, Il Sonbrero, Giona, Noa Noa, Coliseum, Bogard, Felix, Jambè, Duke, Seven Sky, Bandana, Blanco, Atlantis, Bussola, ilario battistella: Boeing, Capanno, Canneto, Imsomnia, Atlantis ,Bussola Noa Noa, Felix, Coliseum, La Stiva, Bogart, Papillon, Gigolò, Pierrot. alberto franco: Felix, Noa Noa, Atlantis, Open Ice, Seven Sky, La Bussola, 24.000 Baci, Doing, Cancun, Dada, La Stiva.

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Un uomo solo al microfono di GianMaUrizio foderaro

L’esser nato nel 1960 mi ha agevolato molto nel calcolo dell’età: da piccolissimo già sapevo che nell’80 avrei avuto 20 anni, nel 2000 40 e così via! Tralasciando la mia infanzia e parte dell’adolescenza, il primo incontro con un microfono ed un giradischi avvenne nel ‘77 in una piccolissima radio calabrese: complice il gran caldo mi spacciai per un esperto di cantautori italiani e di programmi radiofonici, venni ingaggiato all’istante e lasciato solo davanti ad un mixer improvvisato a parlar di cantautori ed affini... Il momento era tragico: o mi inventavo qualcosa da dire mentre provavo a mettere in onda un’altra canzone oppure tutti avrebbero saputo della mia bugia: un microfono non l’avevo mai visto! Da quel lontano Agosto 1977 ad oggi microfoni, dischi, cuffie etc hanno accompagnato la mia vita prima insieme a Platone e Kant, poi tra un libro di Diritto Romano ed uno di Procedura Civile. Le radio locali, le prime reti regionali (Radio Subasio) e gli studi di registrazione ed infine i network nazionali (Dimensione Suono) sono state tappe importanti che,

La sua carriera

insieme alla mia attività di giornalista ed autore pubblicitario, hanno fortemente influenzato la mia preparazione professionale. La mia prima trasmissione per Radio Rai nel 1983 con RaiStereo 2 e da allora ogni anno nuove esperienze: Stereo Sport, Stereo Estate, Radio Verde Rai, Radio 2 Time , Isoradio, la Notte dei Misteri, in Tv con il Cciss viaggiare informati e naturalmente Radio 1 con Radio1 musica... Raccontare più di 20 anni

radio private locali Radio Pontina 1977 (Latina) Erre 4 Stereo (Cisterna di Latina) 78/80 Radio Meridien (San Felice Circeo) 78 Radio Luna 1980-2003 Radio Emme 100 Stereo (Roma) 82/85 Radio Centro Suono 85/87 Radio Subasio Radio Dimensione Suono   rai : Stereo2, Radio Verde Rai, Isoradio, Radio 1. Tv: Rai 1-2-3- 5 di radio in poche righe è difficile ma forse è meglio così: sono ancora convinto che la mia trasmissione più bella ancora deve arrivare, l’intervista migliore ancora essere realizzata, insomma probabilmente a 54 anni mi piace l’idea di mettere a disposizione oltre alla mia voce anche un pizzico di esperienza e di uno smisurato amore per la Radio!!!

Il globetrotter del microfono, dalle emittenze ai locali da ballo

Il lungo volo del Condor Appollaiato su una sedia con il sedere attaccato allo schienale e il busto dritto. Il Condor aspettava così il momento di andare in onda dagli studi di Radio Pontina, tra le prime emittenti libere di Latina. Quella postura, che gli ha regalato il fortunato pseudonimo con cui ha furoreggiato per decenni in studi radiotelevisivi e sale da ballo della provincia, era anche una chiara allusione al suo istinto predatore. Impossibile lasciare libero un microfono se nelle vicinanze si aggi-

rava il Condor, in un attimo era suo, martellato dal suo inconfondibile e cadenzato ritmo vocale. Il Deejay Condor oggi è tra i fondatori del gruppo “Quelli del Noa Noa” che sta rivitalizzando la generazione degli ex ragazzi terribili del periodo anni Settanta – Ottanta, facendo leva sulla voglia sempreverde di rivivere le magiche atmosfere passate con appuntamenti settimanali nelle discoteche o nei locali del capoluogo. Nei trentacinque anni di carriera il Condor ha fatto il globetrotter tra le radio e

le televisioni locali, passando per Radio Latina, Radio Pontina, Erre 6 Radio (che poi sarebbe diventata Radio Luna) e per Tele Lazio, Antenna Uno, Tele Etere, Lazio Tv, Tele Universo e Tele In. Ovunque esibendosi in programmi di intrattenimento, con grandi ascolti e seguito. Ma la vera passione è sempre stata la consolle, soprattutto quella del Noa Noa, ma anche quelle del Seven Sky, del Duke e del Blu Up. Dovunque è andato il Condor ha lasciato il segno.

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Il boom della Techno e i party semiclandestini nella provincia pontina

GLI ANNI ‘90 E L’IPNOSI DEL

RAVE

L’influenza romana su Latina e Aprilia, attratte dalla musica alternativa del “Viruz” di pablo brillante

“Quando il virus diventa malattia, voi ne pagate le conseguenze”. Con questo manifesto apparentemente brutale, ma semplicemente insito di un riferimento identificativo, veniva decodificato un percorso musicale alternativo per la generazione adolescenziale degli anni ’90. Saturi di ascoltare frequentemente le consuete proposte che il panorama delle radio e delle discoteche proponeva già da almeno un ventennio, come il rock stile Rolling Stones, il reggae derivante dal retaggio storico di Bob

Marley o il punk allineato soltanto ad una cassa di risonanza ristretta e particolare, tanti giovani incentrarono la loro spirale energica in una nuova tendenza discografica creata ad arte da alcuni Dj che lanciarono ciò che oggi è rimasto un cult di quell’epoca. La techno. Un’innovativa forma di ricerca di suoni concepiti dalla drum machine, dai sintetizzatori e dalle tastiere che incubavano il dj set ed estrapolavano quei cosiddetti “rumori” vibrazionali che incatenavano la scena e muovevano la folla in un rit-

mo incessante. Nonostante la base di numerosi pezzi provenienti da questo nuovo filone musicale sia stata successivamente utilizzata in diversi film, soprattutto di carattere fantascientifico, i luoghi di ritrovo per gli amanti di questo genere musicale divennero ben presto illegali, con l’organizzazione dei raves che fu bandita ed immediatamente dipinta come un covo di drogati, esaltati e criminali allo sbaraglio. Ma rappresentava, al contrario, una libertà di sfogo che raccoglieva trasversalmente la new


age politica del tempo, sia essa di destra che di sinistra, un contenitore sociologico che apriva le porte a chiunque, non intralciando minimamente la provenienza, l’estrazione culturale e le idee dei propri seguaci. Avendo, però, questa etichetta intrisa d’illegalità doveva costruirsi un mondo quasi spettrale alle sue spalle, lanciando una sorta di messaggi subliminali con il supporto delle radio che si occupavano del tema e con dei semplici volantini recapitati alle masse che frequentavano la piazza. Nacque così il “Viruz”, l’icona techno degli albori di questa musica, identificato nel suono di Roma dove fu composto anche l’inno con una traccia dei Defcon3 e nella frase “E lo saiz”, coniata dal dj capitolino Alessio Armeni, meglio conosciuto come Freddy K di chiara ispirazione cinematografica horror. Inizialmente, tramite Mondo Radio di Roma, si creò una mitologia della techno, tra frasi ad effetto, composizione di ulteriori brani e remix di ogni tipo, ripresa poi da Radio Dj a carattere nazionale in una trasmissione pomeridiana che fece storia, con Molella e Prezioso a farla da padrone. Una forte influenza della progressive fu percepita anche a Latina, dove l’eredità romana del genere ebbe un impatto notevole, avendo la possibilità di ascoltare le medesime frequenze della Capitale e capace di generare un nuovo assetto di fuga dalle zone ormai considerate pericolose ed individuabili per la

Storia della Techno in Italia 1991 Sbarco della Techno in Italia con serate all’Alien, al Brancaleone ed al Palladium di Roma 1993 Aprile, primo programma radiofonico su Effetto Radio Uno a Roma 1993 Le discoteche di Latina producono la Techno House con serate evento 1994 Nascono i primi rave illegali tra Roma, Aprilia e Latina 1995 Freddy K introduce il virus o suono di Roma su Mondo Radio 1996 Le radio di Latina trasmettono la musica progressive quotidianamente 1996 Radio DJ crea il programma pomeridiano basato sulla techno “la bambina nel tombino” con Molella e Prezioso 1997 Il fenomeno si espande anche all’estero tra Amsterdam, Londra e Zurigo

Freddy K

La lista delle 30 tracce Techno progressive più ballate negli anni ’90

creazione di eventi inerenti a questa innovativa dance music. Latina, insieme ad Aprilia, divenne l’epicentro di molti rave – party strutturati in capannoni industriali abbandonati, lontano da occhi indiscreti e dal timore di ingressi indesiderati che avrebbero potuto far cessare l’attesa serata. Le particolarità che questo movimento, ribattezzato anche acid house, produsse, erano legate ai nomi dei disc jockey che ne perseguivano le orme, nomi storici rimasti inalterati nella memoria dei “discotecari” di quel periodo, come Ricky Le Roi, lo stesso Freddy K, Mario Più, Franchino, il Principe Bismarck, Lory D, “Zerla Zerletti” e Leo Anibaldi, che insieme ai nostri rappresentanti Bortolotto, Coccoluto e Tiziano Torre, alimentavano musicalmente sia le discoteche ufficiali, come il Felix ed il Coliseum nel capoluogo pontino, sia tutta l’area connessa allo stile elettronico. Oltre tutto la fantasia si accendeva anche nei titoli dei raves, come i sei eventi denominati Bresaola, passando per l’Ombrellaro, “Sott’antreno” ed in versione bissata “Arisott’antreno”, che compivano il loro tragitto itinerante dal Quasar di Perugia all’Arabesk di Civitacastellana, giungendo fino alle sponde tirreniche latinensi. Città e paesi dove la generazione dei followers pontini si incontrava, in attesa di vivere notti più limitrofe, partendo in lunghe trasferte per non perdersi l’occasione di tuffarsi in quei parti-

1) Mystic Force - Psichic Harmony 2) Dj Panda - It’s A Dream 3) Jens - Loops And Things 4) Komakino - Outface 5) Rexanthony - Capturing Matrix 6) Dj Tiesto - Insomnia 7) Interactive - Koma 8) Sosa - Wave 9) Sunbeam - Outside World 10) Sacro Cosmico - Sacro Cosmico 11) Quench - Dreams 12) Capricorn - Wake Up 13) Speedy J. - Pullover 14) Jam & Spoon - The Age Of Love 15) Interactive - Who Is Elvis 16) Modular Expansion - Cubes 17) Ramirez - Orgasmico 18) Storm - Storm 19) L.A. Style - James Brown Is Dead 20) Human Resource - Dominator 21) Cosmic Gate - Exploration Space 22) Prezioso - Feel The Rhytm 23) Emmanuel Top - Acid Phase 24) Gianni Parrini - Oasis 25) Defcon3 – Altitude 26) Panoramic - Dreammission 27) Ramirez - Terapia 28) Carl Cox - Carmina Burana 29) Digital Boy - Crossover 30) Dj Quicksilver - Bellissima

colari giochi di luce provenienti dai laser che caratterizzavano e stupivano la gente fino ad allora non abituata a quel contesto. Vennero fondati gruppi con molti adepti anche della nostra città, affiliati al Roma Terror Klan o ad altre sigle simili. Fu un modo nettamente diverso per diversificarsi dalle canoniche entrate eleganti richieste dalle discoteche, quando era d’obbligo vestirsi con la giacca e senza le scarpe da tennis per accedervi, un periodo dove i padiglioni auricolari erano messi a dura prova ma dove soprattutto i giovani potevano collocarsi in una scena musicale fuori dalle tematiche comuni. Roma, con Latina a rimorchio, divenne la capitale della techno europea in fermento, duplicata più tardi da Berlino e Londra, dove ancora oggi si riuniscono tanti ragazzi per ballare a ritmo sfrenato con il suono devastante della techno. Anche se il fenomeno durò appena dieci anni, gli anni ’90 a Latina rievocano quei ricordi, i ricordi di quella sorprendente musica che mutò radicalmente e rivoluzionò le versioni classiche del pop facendo pulsare il corpo, in una travolgente scia ipnotica dove era impossibile restare inchiodati.


DISAGIO ZERO

Assistenza e cura degli anziani

Ristorante Vineria

Le cadute dell’anziano a cura della dott.essa MARIA SILVAROLI

Le cadute nell’anziano sono più frequenti di quanto non si creda. Bisogna porre sempre la giusta importanza a questo evento per due motivi: per le conseguenze traumatiche da esse derivate e perché spesso sono un campanello di allarme per alcune condizioni patologiche celate. Circa il 40-50% delle cadute è attribuibile a fattori ambientali evitabili; mentre il rimanente 50-60% potrebbe essere evitato se il paziente si sottoponesse ad un’adeguata valutazione medica e ad un trattamento specifico delle eventuali condizioni patologiche. Per caduta si intende una perdita dell’equilibrio e della stabilità senza perdita di coscienza. A causa del rallentamento dei riflessi l’anziano non è in grado di correggere repentinamente gli squilibri provocati da repentini movimenti del corpo. inoltre, la diminuita efficienza dell’apparato visivo, uditivo e muscolo-scheletrico rendono meno sicura l’andatura e più precario l’equilibrio. Infine, una dieta poco equilibrata e povera di calcio e vitamina D può causare astenia muscolare, dolori al dorso e agli arti inferiori con effetti dannosi. Le conseguenze delle cadute possono essere delle banali contusioni o ferite superficiali ma per il 4-5% dei casi è rappresentato da fratture. Le ossa maggiormente interessate in ordine di frequenza sono il femore, il polso e l’omero. Anche quando non ci sono complicanze fisiche in seguito a questo 98 | NUMERO ZERO | 03.2014

evento l’anziano subisce delle modificazioni psichiche e comportamentali, si deprime e la paura di cadere nuovamente lo porta a limitare sempre più il suo campo d’azione, diventando sempre meno attivo. Le strategie preventive per questo fenomeno sono indirizzate a diminuire l’ipocinesia e la sedentarietà attraverso una moderata attività fisica per migliorare la forza muscolare, la flessibilità articolare nonché l’equilibrio, la coordinazione neuro-muscolare e i tempi di reazione. La polipatologia è un altro importante fenomeno che spesso affligge l’anziano e al quale deve essere rivolta una particolare attenzione. Nella polipatologia vanno riconosciuti tempestivamente i potenziali fattori responsabili delle cadute, e verificati gli effetti dei farmaci somministrati che sono in stretta relazione con le cadute stesse. Infine grande importanza è rivolta verso i fattori di rischio ambientali che possono minare l’incolumità dell’anziano fragile: adeguata illuminazione delle stanze, istallazione di corrimano, tappetini antiscivolo, corretta manutenzione e pulizia dei pavimenti, rimozione di ostacoli, letti e sedute ad un’adeguata altezza rispetto al pavimento. È altresì importante indossare un abbigliamento adeguato come ad esempio, l’utilizzo di scarpe chiuse. Ultimo, ma non meno importante, è il ricorso ad ausili (deambulatori, tripodi, bastoni) in quanto è stato constatato che riducono di circa il 30% la possibilità di cadute.

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Il lungo viaggio della Litoranea, da Torre Astura al Promontorio del Circeo

ali del parco

Tra le

Storia e natura nei quaranta chilometri che costeggiano antichissimi abitati e le campagne lacustri

di ALESSIA FRATINI


L

’originale struttura viaria del territorio pontino è caratterizzata da una serie di strade trasversali rispetto al mare, le Migliare, solcate da tre importanti arterie longitudinali: Appia, SS148/Pontina e Litoranea. Tra le tre, è sicuramente percorrendo la Strada Litoranea che si può godere il paesaggio migliore, anche per via del minor traffico (che però aumenta in estate) e del passaggio attraverso il Parco Nazionale del Circeo. Viaggiando da Latina verso il promontorio del Circeo, prima i monti Lepini, poi gli Ausoni, fanno da panorama sulla sinistra, mentre a destra campi coltivati e i quattro laghi costieri col mare all’orizzonte. Percorrere i circa 40 chilometri di Litoranea è come un viaggio nel tempo, si vede scorrere la storia del territorio pontino. Dalla selva originaria nel Parco, con i pantani e i laghi, passando per i borghi costruiti durante

la bonifica, tra canali e campagna, si attraversano luoghi abitati fin dalla preistoria, resti d’epoca romana e dei villaggi ottocenteschi, insieme a residence e lottizzazioni sorti a ridosso della strada in tempi recenti. La retorica della bonifica racconta di una strada costruita praticamente nel nulla. In realtà sono state collegate – non senza difficoltà - località già note, alcune tenute dei Caetani, sostituendo poi i vecchi toponimi, che testimoniavano la presenza d’insediamenti precedenti alla bonifica, con i nomi dei luoghi simbolo della I Guerra Mondiale. Iniziamo l’itinerario lungo la direttrice viaria nota col nome di Litoranea, partendo dal confine tra i comuni di Latina e Nettuno, nei pressi del Poligono Militare e Torre Astura. La SP 42 costeggiando la recinzione dell’ex-centrale nucleare arriva a Borgo Sabotino, già Passo dei Genovesi, dove si trova il Procoio, l’edificio ottocentesco che oggi ospita l’Anti-


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10 11 12 13 quarium comunale (con reperti archeologici rinvenuti durante i lavori di bonifica). L’area compresa tra Borgo Sabotino, Borgo Grappa e il mare, sarà oggetto d’interventi previsti dal progetto Marina PLUS, con la realizzazione di percorsi ciclopedonali (sul Lungomare e le vie d’accesso alla spiaggia: via Foceverde, via Casilina, via del Lido e via del Mare), che porteranno benefici anche alla Litoranea, pur essendo solo parzialmente interessata dai lavori. Dalla rotonda, che collega Foceverde a Borgo Piave, si continua lungo la SP 50, passando l’incrocio con via Casilina, e si procede sotto l’ombra intermittente dei pini fino a via del Lido, dove si comincia a intravedere il lago di Fogliano. A destra, infatti, inizia il Parco Nazionale del Circeo che si mostra in tutta la sua bellezza dopo solo un paio di chilometri. Ar-

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rivati ai Pantani di Cicerchia si può godere di un suggestivo panorama, tipicamente pontino: canneti, canali, campagna inondata con le bufale che pascolano tra una moltitudine di uccelli diversi; all’orizzonte le acque del lago e del mare separate dal profilo scuro delle dune. Dall’altro lato, ancora canali e campi lavorati con filari di vitigni che salgono sul piccolo colle. Poco dopo l’accesso dei Pantani di Cicerchia, che permette di raggiungere i sentieri lungo il lago, all’incrocio con via Isonzo, si trova l’entrata principale al Borgo di Villa Fogliano. L’area, d’importante valenza naturalistica, ha restituito testimonianze della presenza umana fin dalla preistoria, di epoca romana e medievale; risalgono, però, alla fine dell’Ottocento la maggior parte degli edifici e l’impostazione del parco, per opera della famiglia Caetani.

LITORANEA PONTINA SP 42 Alta (5 Km) SP 50 B. Sabotino - Fogliano (9 Km) SP 46 Litoranea (24 Km)

1 - Poligono Nettuno (Torre Astura) 2 - Centrale Nucleare 3 - Borgo Sabotino 4 - Pantani Cicerchia 5 - Fogliano, Lago e Borgo 6 - Borgo Grappa 7 - Rio Martino 8 - Bella Farnia 9 - Bosco Cerasella - Parco Nazionale

Circeo 10 - Sabaudia 11 - Molella 12 - Fonte di Locullo 13 - Mezzomonte, Circeo


Qui ha inizio la Strada Provinciale Litoranea (SP46), che prosegue verso Borgo Grappa. Passato l’autovelox s’incontra prima l’incrocio con via Zì Maria, la strada dedicata a una pioniera della bonifica, poi la rotonda che da accesso all’ultimo tratto del litorale di Latina, verso il portocanale Rio Martino. La successiva rotatoria collega Litoranea e Migliara 45, verso la SS148 fino all’Appia. Il piccolo borgo è al confine del comune di Latina, attraversato il ponte su Rio Martino, imponente e antico canale, si entra nel territorio comunale di Sabaudia. Il monotono susseguirsi dei pini, campi coltivati, serre e alberi nei giardini, dopo l’incrocio con la Strada Bella Farnia, è stato stravolto pochi mesi fa da una tromba d’aria che ha lasciato un paesaggio desolato per centinaia di metri. Il tratto compreso tra Borgo Grappa e via della Lavorazione è il percorso percorribile in auto più vicino alla costa, da quando è crollata la Strada Lungomare tra Rio Martino e la Bufalara. A seguire il piccolo centro di Bella Farnia, all’incrocio con la Migliara 47 che prosegue verso Pontinia e i Lepini. È lo stesso toponimo - farnia è un tipo di quercia – a introdurre il cambio del paesaggio che si presenta oltre. Passati i residence turistici e l’incrocio con la strada del Diversivo Nocchia, diminuiscono i pini, le valli si fanno più profonde i canali diventano meno regolari, ci avviciniamo alla Selva di Circe. Oltre la Migliara 49, infatti, ha inizio il bosco risparmiato dalle opere di bonifica integrale, l’unico superstite di quella che fu la grande Selva di Terracina. L’intricata foresta e lo scuro sottobosco accompagnano i viaggiatori che percorrono la Litoranea per un totale di 10 chilometri prima su un lato e poi sull’altro. Unico esempio di foresta di pianura rimasto in Italia, l’area ha molti sentieri e aree pic-nic, nel caso si volesse fare una piacevole sosta immergendosi nell’ambiente che dominava questo territorio prima della bonifica, tra grandi alberi, piscine e lestre. Si attraversano quindi le località Sacramento e Sant’Andrea, con le omonime strade che conducono a

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Il comprensorio offre punti di interesse naturalistico e storico che sono un valido richiamo turistico da supportare con attività integrate

mare, e poi l’incrocio con la Migliara 53, che tagliando il bosco congiunge Sabaudia a Fossanova. Dalla Litoranea si scorge il profilo della “città razionalista” caratterizzato dalle due bianche torri (Comune e Chiesa) e, purtroppo, le palazzine che sono ormai arrivate a lambire la strada e i confini del vicino bosco, fagocitando i terreni che furono un tempo destinati all’agricoltura. Passata la Migliara 54, sulla sinistra si scorgono

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i monti Ausoni all’orizzonte, mentre la sagoma del Circeo appare sempre più imponente dinanzi, tutt’intorno, piccole abitazioni e terra rossa, sabbiosa, ordinatamente coltivata. Le frazioni che si susseguono sono piccoli borghi che vivono di agricoltura, come dimostrano i lenti trattori e i tanti lavoratori indiani che s’incontrano in bici lungo le strade del territorio, e di turismo… o almeno ci provano. Nonostante la vicinanza al

mare e i tanti punti d’interesse il Parco Nazionale offre in zona, infatti, le attività turistiche potrebbero essere supportate meglio, magari con interventi pubblici tesi a migliorare l’intero comprensorio e non solo le zone a ridosso del litorale. Tra la Migliara 56, ultimo accesso per il mare prima del Circeo, e la Migliara 58 (verso Terracina), sulla destra continua il bosco, con agevoli sentieri che portano alle sponde del Lago di Paola, dove si trova anche il Centro Visitatori del Parco; a sinistra, la frazione chiamata Quattro Stagioni. A seguire si passa la località Molella, con la graziosa chiesetta in pietra e l’antica sughereta, ultima superstite dell’originaria selva (insieme a quella di Selva Piana). Pericolosi dossi, piste ciclabili a intermittenza e siti archeologici poco valorizzati – se non abbandonati – caratterizzano, purtroppo, l’ambiente che la Litoranea attraversa. Prima di arrivare a Mezzomonte, ultima tappa del viaggio lungo questa suggestiva arteria pontina, s’incontra la cosiddetta Fonte di Locullo, una grotta artificiale d’epoca romana che conteneva una sorgente d’acqua, ormai in stato d’abbandono. Al termine della Strada Litoranea, ai piedi del monte Circeo si può raggiungere il litorale di Sabaudia, oltrepassando il canale romano di Torre Paola, oppure dirigersi verso il mare di San Felice Circeo. La strada partita da Torre Astura finisce sotto al promontorio del Circeo, attraversando ambienti di rara bellezza. Tra le vie che solcano il territorio pontino, è la Litoranea che più di tutte potrebbe essere valorizzata come ossatura portante di un turismo ecosostenibile, data anche la vicinanza alla costa e ai piccoli centri abitati (sono circa dieci le vie che incrociandola portano sul lungomare). Una pista ciclabile collegata ai vari tronconi già presenti, oltre a rendere più sicura la strada, porterebbe anche benefici economici. Le peculiari caratteristiche del territorio dovrebbero essere valorizzate e messe al servizio di uno sviluppo previdente, in grado di migliorare i luoghi in cui viviamo. Le opportunità ci sono, speriamo non manchi la volontà.


LA STORIA – Dall’epoca preromana all’impronta dei Caetani

Lunga e diritta correva la strada Il progetto di bonifica del 1929 prevedeva una lunga strada, chiamata Litoranea, che avrebbe collegato, con una serie di rettifili, la località Passo dei Genovesi, nei pressi di Foceverde, con il promontorio del Circeo, attraverso la Selva di Terracina, a ridosso dei pantani e dei laghi litoranei. Il lavoro iniziò dalle due estremità della strada e i due tronchi furono uniti nel 1931 nei pressi di Sabaudia. Partendo da nord, il primo villaggio operaio di bonifica che lavorò alla costruzione della Litoranea sorse in una località nota da secoli come Passo dei Genovesi (anticamente attraccavano nei pressi di Foceverde per rifornirsi di legname d’alto fusto), in seguito rinominata Borgo Sabotino. Nel 1929 iniziò la costruzione del villaggio, che era una base di appoggio per i lavori da eseguire nella zona, tra cui la realizzazione del primo tratto della Litoranea. Si decise di collocare il borgo di servizio sulla strada appena realizzata adeguando la preesistente carrareccia che, collegando Cisterna a Foceverde, passava per Passo Barabino (Borgo Piave). Quando arrivò il binario della ferrovia per il rifornimento dei materiali da costruzione, erano già presenti alcuni vecchi casali e il Procoio fatti costruire dal duca Caetani. Il percorso della nuova Strada Litoranea, con filari di pini marittimi su entrambi i lati, incrociava un altro stradello costruito dai Caetani, in località Segheria di Fogliano. La strada dei Pescatori partiva dal Quadrato (nucleo originario di Latina) e arrivava al Borgo di Villa Fogliano, una delle riserve di caccia preferite dai nobili proprietari, seguendo grossomodo il tragitto di via Isonzo. Da qui la Litoranea raggiungeva un’altra tenuta dei Caetani chiamata Casal dei Pini (oggi Borgo Grappa), località, ricca di testimonianze di epoca romana, che prima ancora era conosciuta come Porcareccia di San Donato. Pare che fu la duchessa Ada Caetani a imporre il nuovo nome al

Un’immagine della Litoranea in costruzione

casale (alloggio per i guardiani del bestiame), ordinando di mettere a dimora quattro alberi di pino intorno al vecchio edificio, ma il toponimo cambiò nuovamente nel 1933, diventando Borgo Grappa. L’antica località nota allora come Casal dei Pini (risale al 1931 il prolungamento della via settecentesca Migliara 45) prese il nome della nuova Azienda Agraria Pontina del Grappa, i cui fabbricati erano stati costruiti dall’O.N.C. solo nel 1932, intorno all’incrocio tra la Litoranea e la Strada Zì Maria. Fu molto laborioso aprire il tracciato della Strada Litoranea nel rettifilo, di oltre tre chilometri, che da Fogliano giungeva a Casal dei Pini, in prossimità del Rio Martino. All’inizio del

‘900 bisognava percorrere prima la carraia che rasentava il parco della villa, poi serpeggiare per evitare la fitta boscaglia della Vozza a sinistra e i terreni acquitrinosi a destra. Questo tratto di Litoranea attraversava la Macchia della Vozza che, essendo ricoperta da bosco ceduo, sembrava pianeggiante mentre in realtà presentava avvallamenti, con insidiose piscine e acquitrini. Per eseguire il tracciato si procedette per tentativi e facendo uso di fumate: bruciando della legna alla Segheria di Fogliano e, osservando da Rio Martino, per indirizzare gli operai disboscatori su un tragitto approssimativamente rettilineo. Fu così aperto lo sfilo (un varco nella macchia)

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e delineato l’esatto tracciato della strada; successivamente al rilievo altimetrico, si costruirono i piani rialzati in terra. I dicioccatori attraversarono il bosco utilizzando scuri, fiamme e anche esplosivi per liberare il suolo dal groviglio di tenaci radici che sorreggevano le enormi querce. Inoltre, sul terreno giacevano ancora gli alberi di alto fusto abbattuti durante la I Guerra Mondiale e poi non più utilizzati: con la fine del conflitto il prezzo del legname era sceso così i tronchi furono abbandonati sul luogo e lasciati imputridire. Oltrepassato il vecchio casale, si scendeva al guado attraverso Rio Martino. L’antichissimo canale pre-romano, all’epoca intasato dagli interramenti e dalla vegetazione accumulati nel corso dei secoli, era soltanto una lunga piscina, dove le acque ristagnavano per tutto l’anno. Per attraversarlo, senza rimanere impantanati nel fango, bisognava farsi guidare dai butteri del luogo, soprattutto nei periodi piovosi.

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Dopo il guado di Casal dei Pini, il futuro tracciato della Strada Litoranea lasciava il bosco ceduo per inoltrarsi nella macchia bassa, nei pressi Bella Farnia. Da qui in poi, il terreno diveniva sabbioso e la carraia, battuta dal passaggio del bestiame nel tempo, era tanto incassata sotto piano di campagna che sembrava un largo fossato. Il passaggio era comunque più agevole d’inverno, poiché il terreno bagnato e compatto offriva un appoggio solido alle vetture, mentre durante la buona stagione le ruote sprofondavano nella sabbia rovente, costringendo i viaggiatori a difficili manovre di spinta. Durante gli anni 1930 e 1931, gli operai del Cantiere di Casal dei Pini, al lavoro per costruire la Strada Litoranea, avanzavano nella Selva di Terracina, superando i profondi valloni del Rio di Nocchia, del Fosso di S. Giuseppe e del Fosso di Capodomo, che ora scorrono dal bosco di Cerasella (Selva di Circe), nei pressi delle

località Sacramento e Sant’Andrea, verso il litorale. Nel frattempo, un altro Reparto aveva iniziato i lavori per il tratto di Litoranea che, dal Circeo in direzione nord, attraversa le odierne frazioni di Mezzomonte e Molella. In tutta la zona sono stati rinvenuti reperti archeologici di epoca romana, lungo la Litoranea si trova anche la cosiddetta Fonte di Locullo e, poco distante, i resti della famosa Villa dell’imperatore Domiziano. I due tronchi dei nuovi rialzati stradali furono uniti nell’ottobre del 1931, vicino a Sabaudia, determinando un ampliamento dell’attività del Consorzio di Bonifica a partire dall’anno successivo. Dopo l’Appia e la Mediana, un’altra via attraversava da nord a sud l’Agro Pontino: la nuova Strada Litoranea, correndo a pochi chilometri dalla linea di costa, separata dal mare solo da laghi, pantani e dune, collegava ora il promontorio del Circeo alla valle del fiume Astura, unendo i vari borghi costruiti lungo il suo percorso.


LA SICUREZZA - Sbandate e attraversamento animali i pericoli maggiori

L’alto tasso di incidentalità La Litoranea corrisponde alla Strada Provinciale 46, che partendo da Fogliano attraversa i comuni di Latina e Sabaudia segnando il confine amministrativo con San Felice Circeo, lunga quasi 30 chilometri. In generale, però, con questo termine s’intende la lunga direttrice che corre lungo la costa, dal confine nord della Provincia pontina sino al promontorio del Circeo. La SP 42 Alta, appena 5 chilometri tra Torre Astura a Borgo Sabotino, e la SP 50, che dal borgo raggiunge Fogliano in poco più di 8 chilometri, sono considerate comunemente parte della Litoranea, essendo in sostanza un’unica strada. Questa lunga via è caratterizzata da

un aumento del traffico nel periodo estivo ed è un’alternativa alla SS 148 Pontina bloccata a causa d’incidenti o traffico. La Litoranea, intervallata da insediamenti abitativi discontinui, è segnalata come ad “alta incidentalità”: 25% degli incidenti, classificati come “fuoriuscita/sbandamento”, sono probabilmente dovuti alla geometria rettilinea dell’asse viario e all’eccessiva velocità dei veicoli; 25% i casi di “scontro frontale/laterale”, imputabili forse all’elevata quantità di accessi privati e d’intersezioni stradali presenti lungo la strada; ben il 5% riguarda, purtroppo, l’“investimento animali”, dato che un lungo tratto di strada attraversa il Parco Nazionale del Circeo.

La strada soffre, come il resto del sistema viario, di una manutenzione carente (segnaletica poco visibile e asfalto sconnesso, tra buche e radici sporgenti) ed è percorsa da ogni tipo di mezzo: da trattori e grandi camion ai ciclisti, che spesso lavorano nelle aziende agricole della zona. Per diminuirne la pericolosità sono stati installati nelle vicinanze dei centri abitati dei dossi per l’attraversamento pedonale, realizzate delle rotatorie, posizionati due autovelox nei pressi di Borgo Grappa e sono frequenti i controlli delle forze dell’ordine, soprattutto in estate. Nonostante questi deterrenti rimane pressoché costante il numero d’incidenti che si verificano ogni anno.

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ZERO LIMITI

Il mondo della notte

Riccardo Scamarcio e Marco Bocci le prossime “guest star” di MAURO BRUNO

Ci sono volute settimane di lavoro, incontri, telefonate, richieste e soprattutto tanta caparbietà. Ed alla fine la data è stata fissata. Da fermare nel calendario per non prendere altri impegni: Marco Bocci il 22 marzo sarà ospite del 24 twentyfour, la discoteca di Rino e Mattia Polverino. Lo avevo promesso il patron della discoteca tra le più conosciute in Italia ed alla fine è riuscito a mantenere l’impegno. Una prima grande prova del valore degli attori di Squadra Antimafia c’è stato lo scorso mese di dicembre quando nei locali di via dei Cappuccini sono arrivati nell’ordine Andrea Sartoretti e Giulia Michelini. Per loro un bagno di folla ad accompagnare i protagonisti della grande serie televisa di canale 5 campione di ascolti. Ma il personaggio più richiesto in assoluto era proprio lui, il commissario Calcaterra. Ad ogni ospite che arrivava al 24 la domanda era sempre la stessa, ma Bocci? Quando arriverà? Chiedeva il pubblico femminile, mai paco dei tanti personaggi che si

sono alternati per tante settimane. Ed alla fine eccolo accontentato. Il 22 marzo è prossimo e sarà lui a consacrare questa speciale stagione del 24. Già la scorsa settimana la festa della donna ha visto protagonista un altro bello del cinema e della televisione. Sul palco a regalare sorrisi, strette di mano ed autografi Luca Argentero, protagonista di un nuovo film con Raoul Bova e soprattutto personaggio TV apprezzato. Per lui fortunata la terza serie del grande fratello che lo ha reso protagonista. Era il 2003, undici anni fa, quando Luca Argentero si faceva chiudere nella casa per rimanervi fino al termine. Fu l’anno di Floriana Secondi vincitrice assoluta del reality che ha visto Argentero qualificarsi al terzo posto. Da quel momento per lui si sono aperte le porte del

cinema e della televisione, dopo aver lavorato come barman in discoteca ed essersi laureato nel 2004 in economia e commercio. Ma anche sabato 15 marzo sarà specialissima serata al 24. Ancora guest star protagonisti del sabato notte: sul palco l’attore cinematografico Riccardo Scamarcio. 03.2014 | NUMERO ZERO | 109


ZERO ARTE

Cultura, fotografia e pittura

L’ otto Marzo a laranarossa Woman tra arte e poesia di PATRICIA SAURINI

laranarossaGallery ha proposto sabato 8 marzo 2014 “2WOMAN”,  collettiva dedicata al mondo delle donne giunta alla seconda edizione. Durante il vernissage un reading di poesie di Bianca Madeccia “A tutte le donne del mondo” “Woman” è un brano di John Lennon scritto per la moglie Yoko Ono ma dedicabile a tutte le donne del mondo. I riferimenti sono molto chiari. Lennon, infatti, introduce il brano citando un proverbio cinese

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appena sussurrato: “You’re the other half of the sky …” (Sei l’altra metà del cielo..), un pensiero d’amore, un omaggio dedicato all’ universo femminile, quello che laranarossa, grazie alle opere selezionate, vorrà diffondere con questa collettiva. La donna è stata la partenza e l’approdo di un’affascinante viaggio artistico: Dodici gli Artisti partecipanti, personalità diverse tra loro per eredità di pensiero, per appartenenza geografica, per evoluzioni artistiche e percorsi creativi. Margherita Baratta, Giovanni Bet, Erica Calardo, Dino Catalano, Meri Ciuchi, Gino Drusin, Loretta Isotton, Bianca Madeccia, Alfonso Marino, Davide Robert Ross, Ersilia Sarrecchia, Patrick Tatcheda, ci hanno offerto varie letture contemporanee che vertono verso un unico soggetto-oggetto, per manifestare un’entusiasmante panoramica, ora intima, ora indagatrice, di una dimensione etereamente femminea. La donna sospesa tra figurazione e astrazione, tra palpitante cognizione semiotica e visionaria significazione. E’ stato un grande evento dalla duplice valenza: ogni Artista aderente ha proposto alcune opere ispirate dall’essere donna e dalle mille sfaccettature che compongono l’universo femminile, una delle quali è stata battuta all’asta e venduta nell’imme-

diato. L’asta era a favore del centro Donna Lilith di Latina, un’associazione di volontariato che opera sul territorio comunale e provinciale dal 1986, e che annovera, tra gli scopi principali, la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne ed i minori, fornendo loro accoglienza, difesa, sostegno psicologico e ospitalità.    L’Arte è chiamata di nuovo a svolgere un importante lavoro di sensibilizzazione rivolta a questioni drammaticamente attuali e gli artisti a fornire la loro importante presenza morale e artistica. La mostra che si è inaugurata l’8 Marzo proseguirà fino al 4 Aprile 2014.


ALMANACCO LATINA 2013 Un Almanacco che cadenza fatti e protagonisti accaduti nell’anno appena trascorso in provincia di Latina. Un’opera da collezionare e che non può mancare nelle biblioteche delle famiglie pontine di CLAUDIO PANFILI

Un libro che molti hanno sempre cercato in edicola. E che forse hanno trovato – temporaneamente- in quelle pagine che i quotidiani dedicano a cavallo tra l’anno vecchio e quello nuovo nei consuntivi obbligati prima del 31 dicembre. Un libro che forse oggi non può mancare nelle librerie domestiche delle famiglie pontine. Un anno fissato, il 2013, in un Almanacco che scandisce fatti e misfatti, abbraccia i personaggi e i protagonisti della vita attiva della nostra provincia in oltre 170 pagine intera-

mente a colori. Fa un certo effetto sfogliare tutto quello che è accaduto in provincia di Latina nel 2013, racchiuso in un Almanacco e rivivere ogni tipo di cronaca che ha scandito un anno intero. L’Almanacco, edito da Ego edizioni, in edicola dagli inizi di marzo, si divide in due parti: nove sono le sezioni principali che riassumono i temi di maggiore attualità del territorio (dalla sanità alla cronaca, dalla politica alla cultura, passando per l’economia, lo sport, lo spettacolo, il costume, l’ambiente), poi ecco l’Al-

manacco vero e proprio con i mesi scanditi giorno per giorno, con fatti e protagonisti che trattano la notizia in forma sintetica ma esaustiva. Sono tanti gli avvenimenti che sono accaduti in provincia nel 2013, forse non sono sufficienti 170 pagine per abbracciarli tutti con alcuni che restano indelebili. “Erano anni che pensavo di pubblicare un Almanacco –dice Gian Luca Campagna, giornalista e scrittore, ideatore di manifestazioni culturali come il festival Giallolatino e della rassegna Libri da scoprire, oggi deus ex


machina di questa iniziativa editoriale-, un libro che seguisse anno dopo anno tutto quello che accade nel nostro territorio, che fosse capace di rinnovarsi automaticamente con le vecchie notizie che lasciano spazio alle nuove o agli aggiornamenti, dando però spazio alle notizie in maniera secca e tradizionale, scevre da fronzoli e commenti, che però in parte sono presenti all’interno delle sezioni iniziali, quelle trattate genericamente. In un momento in cui l’informazione è assoggettata a chiunque si senta in diritto di esprimersi e in dovere di manifestarsi, tornare alle origini mi è sembrata una soluzione quasi istintiva, concedendo alla notizia stessa una dignità primordiale, pronta per essere letta, anzi riletta, da chi sfoglia l’Almanacco”. Ma veniamo all’Almanacco, ripercorrendo insieme il 2013. L’anno apre col maggiore crac della storia con la vicenda Midal, che fallendo ha trascinato nel suo vortice critico 300 dipendenti e 20 consorelle, assurgendo a simbolo di uno stato di crisi occupazionale perdurante nel territorio provinciale, che ha visto aumentare le ore di cassa integrazione a discapito dei posti di lavoro. Ma è un anno che ricorderemo anche per i numerosi sequestri ai clan camorristi, segno che la criminalità organizzata su questo territorio ha investito e fa parte del tessuto sociale; conferma che è arrivata dalla confessio-

POLITICA

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Un presidente per tutte le stagioni legge Severino ma Berlusconi Cusani viene sospeso dal prefetto per la non parla più centrodestra lo candida alle Europee. Intanto la provincia È stato un anno particolare questo della politica in terra pontina. Dopo anni di dominio da consenso bulgaro, il centrodestra vera macchina da guerra elettorale si ingolfa. E non soltanto nelle competizioni elettorali ma anche nella frammentazione che a cascata dal nazionale arriva anche nella terra che era considerata il laboratorio naturale della destra italiana. Ma si assiste anche alla sospensione per effetto della legge Severino di uno degli amministratori pubblici più brillanti di sempre, quell’Armando Cusani che da sindaco di Sperlonga aveva trasformato un villaggio di pescatori in una delle più ambite perle del Tirreno, e che da presidente della Provincia aveva scommesso sulle azioni di buon governo attraverso una serie

di azioni incisive, dalle infrastrutture alla cultura. Ma incappa in un paio di condanne per abuso d’ufficio (a luglio 2012, per la vicenda dell’hotel di cui è socio e a fine ottobre per la querelle con il suo ex capo della municipale). È un atto di sospensione quello che gli formalizza il prefetto Antonio D’Acunto, cui Cusani si scaglia con una mozione anti, che di fatto esaurisce i rapporti con gli alleati di sempre, l’Udc. E se la Provincia, intesa come ente, è comunque destinata al suo svuotamento come voluto dal Governo per la spending review che colpisce anche la p.a., è il leader della (ri)nascente Forza Italia Silvio Berlusconi a candidare Cusani alle prossime Europee. Il caos politico vissuto in assise provinciale nella parte finale dell’anno

Aprilia, e arrivò il Ministero dell’interno I dati dell’Osservatorio regionale sulla sicurezza sono inequivocabili: ad Aprilia si consumano 3.421 reati all’anno. Un dato impressionante. Subiscono anche gli uomini legati alla p.a.: il consigliere di maggioranza Pasquale De Maio subisce un’aggressione mentre l’assessore alle finanze Chiusolo è il bersaglio preferito. La matrice va ricercata verso le chiusure ad alcune aziende disposte dalla giunta Terra? Sarà lo stesso ministero dell’interno a interessarsi al caso Aprilia.

SPETTACOLO

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CCO ALMANACCO ALMANA

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caso di Aprilia, dove non è stata è stato invece una costante all’inter- il nemmeno la candidatura no del palazzo di piazza del Popolo proposta scambi di polemiche tra gli di Latina, dove le divisioni tra i partiti dopo Certo, analizzando il voto che compongono la maggioranza esponenti. giorno dopo, si acquisisce un dato: ha generato solo frizioni interne e il detta più legge il centrodestra, accuse per accasarsi su una poltro- non il 30% formato dal popolo dei na: il sindaco Di Giorgi abbraccia con e con una robusta pervotanti non NuoCittà di Fratelli d’Italia, la destra che affida potere e goverve dopo il flop regionale scompare, centuale alle persone delle liste civiche e si riaffaccia Forza Italia e poi soprag- no agli uomini di partito. giunge in extremis anche la compo- non nuove città a rimbaldue Saranno Una nente del Nuovo Centrodestra. sugli onori della cronaca: a Fordivisione che paradossalmente raf- zare scoppia il caso Giovanni Valeforza il sindaco del capoluogo e lo mia (consigliere della maggioranza), affranca dalle strategie del dominus rio viene a conoinformalmente che del segretario il di questa provincia: di un procedimento a suo Pdl Claudio Fazzone, in procinto di scenza per una storia di terreni sendivenire coordinatore regionale di Fi. carico alle indagini della Procura visto Intanto le elezioni nazionali sono te- sibili coinvolgimento di un clan diretto il di movimento del stimoni dell’exploit ad Aprilia invece si assiste Grillo, che incassa ben tre parlamen- criminale; una escalation di violenze inauditari, mentre Fazzone e Moscardelli a che testimoniano come sia divevengono nominati in Commissione te, la città più pericolosa dell’area antimafia e Sesa Amici sottosegreta- nuta per crimini e violenze: subirio al governo Letta: tanta provincia pontina scono queste angherie il consigliere pontina in seno al governo Letta. maggioranza Pasquale De Maio In Regione si assiste nel centrodestra di l’assessore Chiusolo, oggetto di un alla lotta appassionante tra Enrico e incendiario alla sua auto Tiero e Giuseppe Simeone e nel cen- attentato poi di un avvertimento con bossoli. trosinistra tra Enrico Forte e Giorgio e invece, al di là degli sconGaeta, A De Marchis per entrare alla Pisana: fisici tra consiglieri (Accetta e Mase viene data per scontata la vitto- tri la giunta di Cosimo Mitrano ria del centrosinistra con candidato tarazzo), prova a rilanciare la Zingaretti, altrettanto non può certo (centrodestra) territoriale più preziosa che dirsi per i deputati, che si arricchiran- risorsa il mare. E così il porto, vino anche di un assessore esterno, possiede: come un futuro crocevia dato Sonia Ricci, e di Rosa Giancola, l’e- sto il forte potenziamento di altri roina del presidio alla Tacconi Sud, anche che si affacciano sul mar Meinserita dal presidente regionale di- centri diterraneo. rettamente nel listino. Terracina non si registrano violenA maggio, poi, si vota in 8 centri: ad A ma il dibattito è acceso e serrato Aprilia, terza città del Lazio, trionfa ze corte del sindaco Nicola Proancora una civica, a Priverno vince alla il giovane primo cittadino un candidato di Sel, a Sabaudia si caccini: la sua prima esperienza ammiassiste a un ballottaggio fratricida vive in continua tensione, consiall’interno del centrodestra, a For- nistrativa i giri di valzer che avvengono derati Bartolodi mia l’ennesimo ritorno suo esecutivo, ripetendosi fino meo (Pd), a Sonnino si sperimenta nel monotonia e alla commedia con successo una civica bipartisan. alla equivoci i repentini cambi di Se alle politiche si era registrato il degli le minacce di dimissioni e 76% dei votanti, alle amministrative si casacca, nomina di assessori esterni. Un auscende al 70%, ma nelle urne comu- la caos che paralizza l’attività nali l’appeal per il Movimento 5 Stel- tentico della città. le è fallimentare, con emblematico amministrativa

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POLITICA

La sinistra al potere in una terra di destra È l’alternanza. In Regione Lazio funziona così. Dopo il governo di centrodestra della giunta Polverini (terminato con le dimissioni in seguito allo scandalo dei rimborsi aperto con Franco Fiorito) è il turno della controparte: Nicola Zingaretti nella competizione elettorale non ha rivali e conquista la poltrona di presidente con oltre il 40% dei consensi distaccando Francesco Storace di oltre 12 punti. Per la prima volta c’è anche un assessore donna di matrice pontina, è Sonia Ricci, delegata all’agricoltura, settore strategico per il territorio. La Ricci apre l’esaltante stagione di Sezze al governo, dato che anche l’onorevole Sesa Amici – eletta alla Camera- viene nominata sottosegretario ai rapporti col Parlamento dal premier Letta. Alle amministrative di maggio, Formia torna ad essere del centrosinistra in quella sfida infinita tra Sandro Bartolomeo e Michele Forte, che però abdica a favore di un suo fedele poi cedendo soltanto al ballottaggio; invece a Priverno dopo i 10 anni di Umberto Macci il governo cittadino torna in mano al centrosinistra con l’uomo nuovo Delogu.

SPETTACOLO

una storia «che non è solo di lotta tecnici) la stagione sindacale, ma anche una storia co, con cabarettis di Palco Comiumana» ha sottolineato ti provenienti dai Ferrari. fortunati Zelig, Colorado I festival: anche Ventotene e Made fa la sua in Sud. È sempre parte con il Film Festival, Paola Sangiorgi a affrontan- condurre la direzione artistica del Tedo l’ambiente, premiand Sbarca in America Fairytale, o il regista atro Fellini di Pontinia con spettacoli il film Mihaileanu (quello del geniale di Ascanio Malgarini. Il Train che variano dalla film, prodotde vie), organizzando incontri, commedia alla to nel 2012 da Onemore pro- musica alla poesia; Pictures e iezioni il Teatro e dibattiti Paone di sull’isola. Continua Formia Rai Cinema, diretto da invece conta nella stagione Malgarini a ruggire Inventa un film con Christian Bisceglia, di Ermete 2012/13 la è uscito il 21 presenza di 20mila spetLabbadia, giunto alla giugno nelle sale american sedicesim e col titoedizione: a Lenola 950 cortometr a tatori per i 100 eventi calendarizzati, lo The haunting of Helena. ag- tra pièce, musica L’horror, gi giunti da 65 Paesi diversi, e danza. A Latina girato interamente a Latina per bat- va in scena con un Quando la moglie è in tagliare sul tema Nel cuore. budget in economia, è Sforna vacanza: è l’attrice di stato diffuso qualità e si presenta come Sermoneta in Gran Bretagna, Corea, un con- Elena Santarelli Giappoa battezzare il nuotenitore di eventi anche ne, Turchia, Australia e Colombia il Festival vo cartellone con Massimo Ghini in pontino del cortometr cevendo lusinghieri apprezzam , riaggio, che un’antepr ima nazionale. E il Teatro enti. sposta la sua proiezione La trama: Sophia e sua a giugno. Cafaro diviene figlia Helena invece una casa Cinque giorni di manifesta si sono appena trasferite zione con per le famiglie a Latina, e oltre 500 spettatori per 300 le scuole quando città austera e silenziosa corti: è il va in scena che le acil Teatro Ragazzi (ideabilancio lusinghiero di Visioni coglie in un momento delicato Corte to vent’anni fa in cui da Daniela Remiddi, – Rassegna internazionale la loro vita rischia di trasforma del cor- Noemi Castrucci rsi in un tometraggio indipende e Lina Monaco), incubo. Dopo aver perso nte, svoltasi affiancato un dente, da due a ottobre a Minturno, Helena aspetta con organizzata mente Pernarella stagioni da Cletrepidazione dall’assoc , che cercherà iazione Il Sogno di Ulisse: di ideare l’arrivo della fatina dei denti, figura anche produzioni, come ospite speciale Vladimir magica di una storiella Luxuria, che quella relativa che ha aca Canale Mussolini ha presentato il suo nuovo compagnato migliaia di libro L’I- di Pennacchi. bambini e Chi talia non Migliore. Ma ci sono anche si risparmia è tramandata di generazio le anche Gianluca Cassandra ne in geproduzion , che col i. Esordio per nerazione. Nessuno l’ha un lungome- suo Teatro mai vista o Moderno sforna cartelloni traggio per Sebastian Maulucci, incontrata, nessuno sa che in ogni stagione se la fatina gira La terra e il vento, (compresa quella sia una vecchia strega un film dove estiva) di o un angelo alta qualità, aprendo anal centro insiste il territorio buono ma la sua misteriosa e la poesia che a borse presendi studio e a un’Accache evoca, suggellata in za fa lentamente scivolare un casola- demia pubblica Helena in re toscano dove vivono di teatro. Merito un incubo senza fine che due fratelli a Giancarlo arriva da Loffarelli che interprediversi tra loro. È un road molto lontano… movie di- tando Aldo Moro in Se ci fosse luce namico invece il nuovo film di Luigi (produzion e de Le Colonne di GianCecinelli: Niente può fermarci si av- luigi Polisena) vince vale anche dell’attore il premio come Gerard De- migliore attore al Festival di Pesaro. pardieu, genitore di uno dei ragazzi Contestua lmente si assiste alla fine che fuggono dalla casa di cura per del cinema Augustus a Sabaudia, recarsi a Ibiza. che dopo rinvii e polemiche Tra le attrici continua il , chiugrande mo- de i battenti, con l’incognita delle mento artistico di Manuela Arcu- finalità dell’intero ri, che a giugno torna stabile che si afsu Canale nella fiction Pupetta, interpreta 5 faccia sulla piazza del Comune. Per ndo il secondo anno consecuti Assunta Pupetta Maresca, vo anche donna l’area archeolog ica di Minturno ridi camorra omicida per vendicare nuncia alla sua stagione teatrale, il marito: la storia affonda in un fat- mancando un intervento di 5mila to di sangue reale, degli anni ’50, euro sul palco. Vive (finalmente) di quando Pupetta, incinta del marito luce propria anche l’Auditorium VitPasquale Simonetti, uccide il presun- torio Foa in via Spaventola a Formia: to mandante dell’omici dio. il 20 ottobre viene inaugurat Ad Aprilia al Teatro Europa o il te(che schia la chiusura per inconveni ri- atro (800 mq, 280 poltrone) con un enti concerto di musica classica.

Fairtaly, da Latina con profondo orrore

Spettacoli con licenza di

stupire

La provincia si conferma vera fucina di talenti nel cinema e nel teatro. Produzioni, festival, rasseg ne più premiazioni e ricono scimenti

Cinema e teatro. Quando la cultu- presente, giovinezza ra diviene spettacolo Latina e miti: dopo rispon- la vittoria al Festival de. E risponde bene. A di Torino (finalivolte con sta anche al Nastro d’Argento e ad arroganza e presunzion e, altre con Annecy), la vera acclamazione eleganza e leggerezza, in ma sempre casa con gli attori Balsamo e Guido cercando di promuove re la qualità Gabrielli. Continua così la grande insita nelle sue produzion i artistiche. tradizione della docufiction pontiCerto, poi ci sono le stagioni teatrali na dopo il successo con i suoi cartelloni che ormai datato contengo- di Gianfranc o Pannone con Latina/ no pièce nazionali e nomi di facile Littoria. E su questa linea si snoda richiamo, ma spesso andiamo in- anche Atlantis, di contro a produzioni made Massimo Ferrari, in terra che ha girato i drammatici 550 giorpontina che hanno il solo torto, a ni della pasionaria volte, di orbitare vicino Rosa Giancola a Roma e all’interno dell’industria Tacconi Sud, quindi, non potendo uscire dal cir- quando la futura cuito territoriale, sbrigativa consigliera regiomente nale decise di presidiare l’azienda, indicate come provincial i nel senso evitando di fatto il suo svuotamento riduttivo del termine. È l’anno del e la sua chiusura definitiva: il film ha regista Mario Balsamo e del suo Noi vinto al Workers Unite Film Festival di non siamo come James Bond, una New York e si è aggiudicato un prestoria d’amicizia forte che vive tra mio speciale a Cortona, narrando

ne bis del pentito Carmine Schiavone, che ad agosto ha amplificato il concetto ‘Latina provincia di Casale’, generando psicosi per le sue rivelazioni in merito all’interramento in ogni dove di rifiuti tossici. Nella politica, tra beghe di partito e accuse di stampo condominiale, viene applicata la legge Severino per il presidente della Provincia Armando Cusani, sospeso dalle sue cariche amministrative. Si è

chiuso anche uno dei processi più drammatici al Tribunale di Latina: il verdetto di condanna al gruppo trasformato in branco che ha ucciso Matteo Vaccaro rende giustizia ma non restituisce la vita a un ragazzo né può offrire riscatto a giovanissimi che forse troppo tardi hanno compreso che la vita non è il set di Romanzo criminale. Dopo un anno di indagini ha un volto il pirata della strada che ha


investito Alessia Calvani, ma anche qui una sentenza di condanna non potrà placare la sete di giustizia di chi ha visto scippare della vita una ragazza all’interno di un quadro animato da attori disperati e sghembi. Forse ha ragione Gian Luca Campagna quando, terminando la presentazione del ‘suo’ Almanacco, sottolinea che in questo territorio “per trovare un sorriso non resta che assistere al Francioni al primo storico campionato di serie B del Latina. È un modo come un altro per guardare al domani. Forse”. Non resta che andare in edicola e arricchire la propria personale biblioteca di un’opera che non può certo mancare.

Ego edizioni, l’agenzia di comunicazione che ha lanciato il marchio di Giallolatino Ego edizioni nasce nel novembre 1999 quando confeziona e pubblica una rivista che aprirà un profondo solco nella storia dell’editoria di Latina e provincia: ego, il mensile di costume e società di cui Gian Luca Campagna è stato ininterrottamente direttore fino a novembre 2013, data dell’ultimo numero della testata. La rivista entrava direttamente nell’io dei protagonisti della vita sociale del territorio pontino, presentando i personaggi in un’ottica confidenziale e intima. Campagna poi ha battuto altri sentieri: s’inventa insieme a Fabrizio Forte la rassegna della piccola e media editoria ‘Libri da scoprire’, che oggi soffia su dieci candeline, portando i grandi nomi della saggistica e

della narrativa in piazza del Popolo; seguendo i suoi istinti e gusti narrativi, ha poi ideato il festival nazionale del giallo e del noir ‘Giallolatino’, che si ricava lusinghieri attestati a livello nazionale per il modus operandi, la formula del festival (big ed emergenti oltre che un premio di narrativa che esalta il marketing territoriale) e la qualità degli autori presenti. Campagna è anche attivo come scrittore: l’ultima sua produzione letteraria è la cura della raccolta antologica ‘Ramblas negras’, dedicata al suo mito letterario, il catalano Manuel Vàzquez Montalbàn (inventore del detective privato Pepe Carvalho), di cui nel 2013 sono stati celebrati i 10 anni della scomparsa. (Claudio Panfili)


la clinica dei sergi Musica live e artisti locali

L’unica cura è il Rock’n’Roll Il punto di riferimento per gli artisti emergenti a cura de LA CLINICA DEI SERGI

Più sarcastici di Scrubs, più irriverenti del Dott. House, più competenti di “un medico in famiglia”… questa è “La Clinica dei Sergi”, i dottori più pazzi dell’etere e non solo. Nati per proporre una valida alternativa nell’ambiente musicale che vede quest’ultimo sempre più spesso privo di carattere e qualità. Vandalli, Frustalupi, Pastella, De Lolli, Oompa Loompa, questi sono i nomi dei dottori che hanno invaso il web con inadeguatezza e smargiasseria, curando i malanni degli ascoltatori con pure iniezioni di rock, arte (con la supervisione dell’artista EMMEU) e cenni storici sulla musica “del diavolo”. Dalla radio agli eventi live il passo è stato breve, infatti, dopo circa due mesi di attività (dall’8 luglio 2013), gli Esimi, hanno organizzato la “Domenica dei Sergi” (video disponibile su Youtube), 12 ore di piscina, live music, birra e tanto divertimento. A fronte delle difficoltà economiche la web radio si è vista obbligata a chiudere battenti, lasciando senza “voce” la Clinica. Senza perdersi d’animo i Sergi hanno intrapreso l’avventura di organizzatori di eventi, supportati dalle band più datate ed esperte del capoluogo, che annoverano tra le loro fila mu116 | nUMerO ZerO | 03.2014

sicisti di livello. Dati i successi dei vari eventi presentati e i numerosi feedback positivi ottenuti, in quasi un anno di attività, è palese che una parte degli appassionati di buona musica, da troppo tempo assopiti, sono stati risvegliati dall’energia di questi ragazzi carichi di passione per la buona musica e amore per la propria città. L’intento è quello di diventare un punto di riferimento degli artisti emergenti e non, visti i buoni e numerosi contatti in tutto il territorio nazionale, col fine ultimo di divertirsi e far conoscere chi il talento ce l’ha nel sangue, senza fini di lucro, anzi utilizzando le proprie risorse e l’ausilio di piccoli grandi sponsor/ amici che credono fermamente nelle potenzialità di questo progetto. L’organizzazione abbraccia tutta la buona musica (NO SALSA NO NEOMELODICA N.d.R.) e, dal mese prossimo, questo spazio concesso parlerà di musica live con interviste alle band e agli artisti locali con l’innata inadeguatezza nel fare sarcasmo che contraddistingue la Clinica dei Sergi; oltre agli articoli su NUMERO ZERO potrete seguire gli aggiornamenti attraverso il profilo e la pagina ufficiale di Facebook (La Clinica Dei Sergi) e sul canale Youtube (laclinicadeisergi). Daje Sergi – cit.


Le ricette esclusive LA LOCANDA DEL GUSTO

SEZZE SCALO (LT) Via Napoli, 11 Tel. 0773.877230 - Cell. 327.1124308

Crudo di gamberi rossi Mazara del Vallo Chef Massimiliano Sena Ingredienti per 2 persone: 8 gamberi rossi Mazara del Vallo Mango fresco 1 pezzo Yogurt Magro 30 ml Frutti di bosco freschi misti gr.200, Zenzero gr. 10 Lime 1 pezzo Crumble ai pistacchi gr.80 (farina pistacchi gr.75, farina tipo “00” gr. 75, zucchero semolato gr.90, cioccolato bianco gr. 90, sale gr. 2, cannella gr.1) Asparagi verdi gr.120 Olio extratravergine Sale Maldon q.b Menta fresca Timo fresco Zucchero di canna

Preparazione Sgusciare i gamberi rossi lasciando integra la testa e terminale della coda, eviscerarli lasciando il corallo (parte pregiata del crostaceo), marinarli con olio extravergine, zenzero, lime, timo al limone e zucchero di canna. Lasciare i gamberi in frigo per circa 2 ore. Mondare e lavare bene gli asparagi, cuocerli a vapore per 2 minuti e poi raffreddarli in acqua e ghiaccio. Incidere gli asparagi con un taglio losange, condirli con olio e sale e farli riposare. Mondare il mango e ricavarne una concassè e una salsa per accompagnare la composizione del piatto. Cuocere il crumble ai pistacchi per 6 minuti a 160°.

porire bene il tutto e aggiungere acqua fino a copertura della carne. Lasciar cuorere 2 ore circa e aggiungere il sale.

AL COLONIAL

LATINA Via Terenzio, 38 Tel. 329.7992124

Lo stufato Colonial A cura del nostro chef Ingredienti: Carne di  scottona, Sedano, Carote, Cipolle, Olio, Vino bianco, Sale, Acqua,

Preparazione: Tagliare la carne a bocconcini e farla rosolare in una pentola con bordi alti. Sfumare con vino bianco.Aggiungere  un fine trito di sedano carote e cipolle  far insa-

IL BOCCIODROMO

LATINA Via del Podere, 1 - Tel. 0773.240888 Antonio 333.6022675 - Rita 348.2836576

Lasagne ai carciofi di Mamma Elena Ingredienti: Sfoglie di pasta fresche, Carciofi di stagione Mentuccia, Aglio, Prezzemolo Mozzarella, Parmigiano

Preparazione: Cucinare i carciofi con un battuto di mentuccia aglio, sale e prezzemolo. Adagiare in una pirofila una sfoglia di pasta fresca, aggiungere i carciofi,con qualche pezzetto

di mozzarella e una spruzzata di parmigiano. Ripetere lo stesso procedimento per vari strati. Sull’ultimo strato abbondare con la mozzarella e il parmigiano in modo che in cottura si formi una bella crosticina. Cuocere al forno per una trentina di minuti: e voilà il piatto è pronto.


Le proposte gastronomiche della ristorazione latinense

OSTERIA D’ER CAZZABUGLIO

LATINA Viale IV Novembre, 102 Tel. 0773.690656

Grocco di mamma alla trevigiana Ingredienti: Gnocco di patate, Radicchio, Speack, Parmigiano, Panna.

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sale, rucola quanto basta

NEW BIRD

LATINA Corso Matteotti, 155 Tel. 328 146 1337 - 380.6829093

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Sandwich di branzino con bufala,

pomodorini confit e julienne di zucchine

Ingredienti per due persone: 2 branzini, 4 fette di mozzarella di bufala, 1 zucchina romanesca 500g di pomodori datterini

olio extravergine, 1/2 cipollotto fresco, 1 cucchiaino di zucchero di canna, la buccia di 1/2 limone basilico, pepe nero di mulinello

L’ARCO

LATINA Via Camillo Benso Cavour, 16 Tel. 0773.666278 - seguici su facebook

Spaghetti intaganati piatto tipico siciliano Ingredienti: Sarde, Pangrattato tostato, Aglio, Prezzemolo, Pomodorini, Olio, Sale, Pepe.

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BUON GUSTO

BORGO SANTA MARIA (LT) Strada Macchia Grande, 55 - Tel. 0773.644066

Tagliolini sarde e pecorino Ricetta di Daniele Franchini Ingredienti: 4 sarde, Pecorino romano, 6 Pomodoro tipo pachino Sale qb, Pepe qb, Peperoncini qb Aglio 1 spicchio, Pan grattato Preparazione: Preparare le sarde da mettere sopra , mettere carta

da forno su una teglia adagiate sopra le sarde pulite e aperte condire con sale olio peperoncino ed infornate a 160° per 5 minuti. Preparare la padella con il soffritto di olio peperoncino e aglio , far soffriggere e aggiungere le sarde spezzettate  fino a farle quasi sciogliere , aggiungere i pachino e sfumare con vino bianco .

Mettere la pasta al dente preferibilmente fatta in casa , aggiungere pan grattato e amalgamare il tutto fino ad ottenere una Cremina. Impiattare il tutto una bella spolverata di pecorino e adagiarci sopra le sarde intere  un filo d olio a crudo e buon appetito.


L’eroe mascherato

Il Lungomare di Latina Le bellezze della Polonia

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Buongiorno, In merito all’articolo “Un tesoro buttato al mare” pubblicato su numero zero a febbraio 2014 tengo a precisare che ritengo sia altamente offensivo e discriminatorio fare riferimento ai cittadini rumeni e polacchi quali unici fruitori e bagnanti di una litoranea inquinata, abbandonata a livello sociale e di conseguenza, a parere del Sig. Marco Petrone, adatta solo ad una “cerchia di serie B”. Personalmente, avendo vissuto e lavorato in Polonia, credo che i lettori e comunque tutti coloro che non l’hanno visitata, non abbiano neanche la più   pallida idea di quanto siano curate le loro coste (piste ciclabili, passeggiate per i turisti che arrivano dalla Germania e da tanti altri stati, verde e quant’altro). Credo che il Sig. Marco Petrone debba fare quantomeno marcia indietro e chiedere scusa a tutti i cittadini onesti polacchi e rumeni che abitano nella

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nostra terra e che sono emigrati qui come hanno fatto i nostri nonni nel dopoguerra. Scrivendo e cito testuali parole “(...) che il mare di Latina è sconosciuto a molti connazionali, figuriamoci agli stranieri (che non siano rumeni o polacchi ovviamente)” credo che non si faccia altro che offendere una nazione, come quella polacca, la quale, dopo tanti anni di guerra, di invasioni e dominio straniero si è quasi del tutto risollevata accingendosi a diventare uno dei paesi europei più all’avanguardia. In particolare, con riferimento alle coste, basta fare un breve viaggio in Polonia per rendersi conto di quanto queste siano curate e preservate a differenza di quanto si possa invece immaginare.  Si può dire lo stesso del nostro paesaggio costiero? Mauro Vista 

Gentile signor Vista Ha già avuto modo di chiarirsi privatamente con Marco Petrone, circa il contenuto dell’articolo che lei ritiene “altamente offensivo e discriminatorio” nei confronti di cittadini polacchi. Al di là delle interpretazioni di ciò che si legge, che spesso sono soggettive, mi sembra di riscontrare una discreta dose di esagerazione nella sua reprimenda partendo dal fatto acclarato che l’ultima cosa che possiamo sognare di fare sulle colonne di questo

giornale aperto a tutti è discriminare ed offendere non una comunità, ma una singola persona. Nel caso specifico rileggendo attentamente il servizio e pur volendo forzatamente estrapolare la frase incriminata che l’ha così tanto disturbata per trovarci la causale della sua accusa, mi scusi, ma non riesco proprio a metterla a fuoco. Il riferimento agli stranieri, rumeni e polacchi, che conoscono il nostro litorale non era collegato al degrado del lungomare ma semplicemente al fatto che, a parte queste due comunità che invece lo frequentano assiduamente, non v’è traccia di altri europei stabili o villeggianti sulle coste latinensi. Ma altro non è che una associazione statistica. Cito l’ultimo dato a disposizione, anno 2011: gli stranieri polacchi residenti a Latina sono 704, al terzo posto dopo rumeni e ucraini, un numero superiore alla somma di inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi, russi e albanesi messi insieme. Questo era il senso di quella frase, di quell’“ovviamente” che l’ha fatta adirare. Lei ha voluto tirare in ballo l’onestà di tanti cittadini rumeni e polacchi, la bellezza delle coste polacche e la forza di reazione di un popolo che si è risollevato dalla miseria delle guerre con grande dignità. Non possiamo che condividere ed apprezzare che lo abbia ricordato, ci dispiace solo che ce lo voglia quasi addebitare. Alberto Reggiani



Numero Zero Magazine Marzo 2014