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L’editoriale Romano Rossi sul suo tavolo di lavoro

Umanità e professionalità La grandezza di Romano La scomparsa di un giornalista esempio per tutte le generazioni di ALBERTO REGGIANI

Per ricordare un gigante dell’informazione come Romano Rossi, scomparso in una triste giornata dello scorso dicembre, contano poco i riconoscimenti postumi, i coccodrilli di rito, le nenie di circostanze. Conta soprattutto portarsi dietro, come un breviario, il testamento ideologico che lui in qualche modo ha lasciato a chiunque abbia incontrato sul suo cammino, compresi gli ultimi fortunati incrociatori, ovvero noi di Numero Zero. Un insegnamento semplice ma essenziale: si possono lasciare grandi impronte su questa terra, percorrendola anche in punta di piedi, senza mai sbatterli per terra, nel rispetto delle persone e del proprio lavoro. Nel momento in cui si deve riavvolgere il nastro, sono i fatti a parlare, non le intenzioni. L’infinito archivio bibliografico e fotografico creato e curato da Romano nei cinquant’anni della sua attività racconta di un uomo di una vitalità professionale impressionante, che ha conservato ogni frammento della sua vita, considerandone e apprezzandone il valore. Come molti di noi non fanno o suppongono di non aver tempo per farlo. Nei mesi in cui è stato, insieme alla

moglie Gianna, una preziosissima fonte di notizie per il nostro giornale, ci siamo confrontati con la profondità di un personaggio che prima di allora avevamo solo tangenzialmente intravisto in alcune circostanze occasionali ma di cui avevamo ampiamente sentito parlare. E ci siamo specchiati nella sua imponente figura professionale e umana. Ci eravamo avvicinati a lui per coinvolgerlo a pieno titolo su un servizio riguardante i pionieri dell’informazione a Latina, di cui era stato una riconosciuta punta di diamante. Ne è nato un rapporto di reciproca simpatia, totalmente genuino da parte sua, forse un po’ troppo ossequioso, almeno inizialmente, da parte nostra. Non fosse stato per la coinvolgente convivialità della signora Gianna, che ci ha sempre fatto sentire a casa con una ospitalità sopra ogni nostro merito, probabilmente ci saremmo lasciati condizionare dal rispetto che abbiamo sempre nutrito verso Romano, e il rapporto non si sarebbe sviluppato con quella naturalezza successiva, che ci ha inorgoglito. Oggi viaggiamo sospesi tra la felicità di averlo potuto conoscere e frequentare e la tristezza di averlo potuto fare solo per pochi mesi. Grazie di tutto veramente.

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#12 // GENNAIO

IN QUESTO NUMERO

DUEMILAQUATTORDICI

16

La commessa è infinita I forsennati ritmi lavorativi delle addette alla vendita

28

Le pietre Migliare

38

Il grande esodo

50

L’area del Quadrato

64

Campi di memoria

76 Magazine mensile di attualità, costume e società DIRETTORE EDITORIALE Marco Tomeo DIRETTORE RESPONSABILE Alberto Reggiani

COLLABORATORI DI REDAZIONE Pasquale De Rosa, Domenico Incollingo, Marco Fiorito, Marco Nardi, Alessia Fratini, Riccardo Angelo Colabattista, Marco Petrone, Chiara Bovolenta, Gianluca Amodio, Patricia Saurini, Stefania Pusterla, Ilaria Castrucci, Francesco Miscioscia, Alessandro Zaffarano

Il dedalo di strade parallele che incrociano l’Appia

84

Il cielo in una stanza

92

Un rullante per amico

L’umanità dei senzatetto ospitati a Via Villafranca

La passione per la musica e i metodi per esprimerla

I racconti dei “tripolini” giunti a Latina nel 1970

Storia e declino del primo nucleo abitativo di Latina

Dall’Enel all’Hotel de la Ville, dove una volta rotolava un pallone

Non solo discarica Borgo Montello e i suoi molteplici problemi irrisolti

50

SIAMO ANCHE ON LINE

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CON IL CONTRIBUTO DI: Santa Pazienza PROGETTO GRAFICO // Giuseppe Cesaro IMPAGINAZIONE E GRAFICA // Giuseppe Cesaro FOTOGRAFIE // Claudia Mastracco EDIZIONE E PUBBLICITÀ CNS - LATINA Via Milazzo - Tel. 327.9713164 STAMPA Tipolitografica C.O.R.E. Via Tre Ponti, sc - Loc. Rezzole - 04022 - Fondi (LT) Registrazione Tribunale concessa

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L’eroe mascherato

La stazione con le barriere Niente ascensori per i disabili L’indignazione di un lettore: “Una vergogna in un paese civile” del SERGENTE GARCIA

‘Caro Zerro se ci sei batti un colpo..’ Si ci siamo… qual è il problema? ‘L’indecenza della stazione di Latina Scalo. Soprattutto le sue barriere architettoniche’. Un nostro nuovo lettore, come da anni purtroppo accade in merito a tale questione, sottolinea le problematiche e le criticità legate alla stazione ferroviaria di Latina Scalo. Un’opera di architettura razionalista che risale ai tempi della bonifica, realizzata in pieno ventennio dalle maestranze del Duce su progetto di Angiolo Mazzoni, ma che nel terzo millennio necessiterebbe urgentemente di una serie di interventi, i più urgenti dei quali quelli legati proprio alle difficoltà che persone con bambini in passeggino ma soprattutto anziani e disabili in carrozzella, hanno a muoversi al suo interno. L’esempio più emblematico di barriera architettonica è quello della mancanza di ascensori in grado di evitare le scale del sottopasso per il passaggio dal secondo al primo binario. “Per un carrozzato o per chi porta un neonato in passeggino, la stazione ferroviaria dello scalo diventa un percorso ad ostacoli. Mi 14 | NUMERO ZERO | 01.2014

domando - aggiunge il nostro lettore che ci segnala la problematica - come sia possibile per un disabile scendere e risalire due rampe di scale poste agli estremi del sottopasso. Non so di chi sia la competenza amministrativa per intervenire e risolvere questa criticità, ma è davvero singolare come in passato si siano spesi dei soldi pubblici per realizzare all’esterno della stazione un infopoint praticamente sotto utilizzato ed invece non si sia pensato di dotare il sottopasso di due ascensori”. Tale operazione dovrebbe spettare alla società RFI anche se il Comune di Latina potrebbe, anzi dovrebbe, farsi portavoce delle istanze dei cittadini, così come i rappresentanti istituzionali pontini alla Pisana, che ad ogni campagna elettorale si ricordano dei problemi dei pendolari. I treni in perenne ritardo, l’indecenza dei bagni, l’inadeguatezza della sala di attesa. Tutti problemi rilevanti ma che passano in secondo piano rispetto a quelle delle barriere architettoniche. “Un paese civile come il nostro – conclude accoratamente il nostro lettore - non può permettersi queste carenze!”. Un momento… ma il nostro è un paese civile!?


La figura professionale pi첫 richiesta nel capoluogo, messa a dura prova dalle malsane abitudini della clientela e da ritmi lavorativi sempre pi첫 serrati

QUELLO CHE LE

commesse NON DICONO


Un campionario di mansioni che vanno oltre la semplice vendita: dalle pulizie allo scarico merci, dal controllo qualità alla riscossione con turnazioni e orari di lavoro spesso modificati di CHIARA BOVOLENTA

“Chiedo scusa, avete mica delle canotte a maniche lunghe?” Potrebbe sembrare una battuta, ma all’insaputa di chi l’ha fatta. È solo una delle tante richieste assurde, improbabili, pittoresche, mossa da una cliente ad una commessa della nostra città. Una cosa è certa: le canotte a manica lunga ancora non sono in produzione.

Questo piccolo aneddoto la dice lunga sulla pazienza e lo spirito di sopportazione che le addette alla vendita devono necessariamente possedere per poter sopravvivere alla giungla dello shopping; è veramente screditante, riduttivo e squalificante il luogo comune della commessa che “vende” e stop. E’ necessario ri-

considerarla come una dea contemporanea dal multiforme ingegno: è temuta, evitata, interpellata, invocata, chiamata in soccorso, inondata di irrazionali richieste. Un riconoscimento che vale per tutta la famiglia della vendita al dettaglio: commesse, addette alle vendite, assistent sales, cassiere.


Il rapporto con i clienti E’ una delle professioni più diffuse del settore commerciale, una di quelle probabilmente più accessibili anche perché tra le più richieste nel mercato del lavoro. Ma è una delle più insidiose, e in pochi lo sanno. Noi siamo abituati a pensarle mentre piegano o sistemano la merce, elaborano il conto, vanno in soccorso del cliente che non trova la sua taglia o il suo prodotto. Ma questa è un’analisi più che superficiale della loro professione. Soprattutto nel periodo dell’approccio invernale, le commesse sono messe a dura prova: prima per gli acquisti natalizi, poi per i saldi, vivono

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Resistenza e nervi messi a dura prova nei due mesi particolari legati alle feste natalizie e ai saldi

due mesi di vero e proprio inferno, alle prese con penitenti di vari gironi danteschi, dai lussuriosi ai superbi, dagli accidiosi agli epicurei: un vero e proprio campionario di improbabili

pretese, arroganza, maleducazione, impazienza duro da sopportare, ma necessario per contratto, per indole professionale. La quale impone il rispetto aprioristico del cliente, che va servito e ringraziato anche quando andrebbe fustigato. Purtroppo il codice comportamentale vale solo per le addette alla vendita, non per gli acquirenti, che spesso all’interno dei negozi spadroneggiano col portafoglio in mano. E Latina, città del millantato credito, dove anche chi non ha i soldi è abile a far credere il contrario, gli atteggiamenti prevaricatori e irrispettosi all’interno dei negozi sono all’ordine del giorno. Ci siamo mai fermati a riflettere sul ruolo della commessa, sull’ontologica educazione e gentilezza congenita alla pro-


fessione e al barbaro contrasto con l’approccio spesso provocatorio dei clienti verso di loro? Salutare, sorridere, accogliere stravaganti richieste, rispondere tutto il giorno a domande banali ed evitabili se solo si facesse più attenzione a cartelli, comunicazioni varie. E’ questo il contrappasso lavorativo delle commesse. A guardarle controluce si può intravedere un’aureola.

La multifunzionalità Latina offre un mercato piuttosto variegato in fatto di tipologie di negozi, sia per specializzazione merceologica che per tipologia di punto vendita e/o attività. Si va dal piccolo negozio al dettaglio, dove magari la commessa è, di fatto, l’unica dipendente e per questo le competono mansioni non strettamente riferite alla sue professionalità (ad esempio la sistemazione del magazzino, la pulizia dei locali, il carico e scarico delle merci, le consegne a domicilio, e, più in generale, tutte quelle mansioni per le quali non esiste nel punto di vendita un addetto specifico), a grandi catene dove l’organigramma è sicuramente più strutturato e organizzato al

Le non competenze - Le commesse non sono state assunte per offrire sostegno psicologico. Se vedere un vestito che piaceva al tuo ex (che ti ha appena mollato) ti fa scoppiare in un pianto greco nel bel mezzo del negozio, è decisamente troppo presto per lo shopping. È piuttosto il caso di restare ancora un po’ di tempo a casa ad abbuffarti di dolci, piangere sul latte versato, rimuginare sui propri cocci. - Non è colpa delle commesse se il tuo lui non conosce i tuoi gusti e tu sei costretta a cambiare il regalo che ti ha fatto. E non sono neanche tenute ad ascoltare la tua triste storia. Prendi qualcosa che ti piace e vai via. - Se chiedi: “di che colore c’è questa georgette”? E ti senti rispondere “nera, bianca e blu”, è inutile proseguire la conversazione con una frase del tipo “ah, gialla no? Neanche verde?” No. I colori sono stati già elencati. Se non è nella lista, fai le tue considerazioni circa l’acquisto e una qualsiasi merce non viene prodotta di quel colore che hai in mente, non è colpa delle commesse. Non sono loro né le stiliste né le manager dell’azienda. - Il magazzino non è un camerino. - Chiedere lo sconto è decisamente di cattivo gusto.

fine di ritagliare specifiche mansioni all’interno del ruolo “addetto alla vendita”. L’addetta alla vendita, o appunto commessa, secondo la definizione più comune, costituisce, insieme al “commerciante”, la diade che si pone alla base del settore terziario, motore che anima l’economia locale, il commercio ed i consumi. In linea di massima, il compito principale dell’addetta alla vendita è quello di sostenere i clienti nel momento dell’ipotetico o auspicato acquisto,

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assistendoli, aiutandoli e stimolandoli, considerando le richieste del consumatore e le sue esigenze da un lato, dall’altro tenendo ben presente la necessità di “vendere” il più possibile, consigliandolo senza tuttavia insistere eccessivamente, ulteriori occasioni di acquisto. Ma è giunta l’ora di sfatare questo luogo comune: le commesse non sono assunte solo per vendere. Tutt’altro. Questo è un mestiere giudicato troppo spesso in maniera frettolosa e approssimativa. Soprattutto all’interno di realtà aziendali importanti, come ad esempio le grandi catene, i franchising, i negozi a marchio, che cominciano a diffondersi nel capoluogo, troviamo altri compiti a responsa-

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Molteplici i compiti richiesti agli addetti: conoscenza della merce, allestire gli scaffali, aggiornare gli ordini e comprendere i clienti bilità dell’addetto alla vendita: essere preparato circa la merce che si vende, e quindi saper fornire tutte le

designazioni necessarie rispetto alla qualità della merce, rispetto alla funzionalità, le sue caratteristiche principali; essere in grado di comprendere le reali esigenze del cliente per poi verificare la rispondenza. Questo sia che si tratti di abbigliamento, che di tecnologia, di arredamento ecc. Inoltre un’addetta alle vendite è tenuta a controllare il corretto andamento dei “movimenti” all’interno del locale: evitare furti, tenere in ordine le merci esposte, riallestire ciclicamente gli scaffali, comunicare tempestivamente al magazzino la necessità di riordino. Qualora non ci fosse una specifica addetta alla cassa, sarà lei ad espletare le operazioni di riscossione e registrazione dell’operazione di


Le quote rosa L’addetto alla vendita rappresenta una delle figure professionali in cui le quote rosa superano quelle maschili: più del 55% degli inquadrati in questo settore sono appunto donne; l’età media di ingresso in questa professione è attestata intorno ai 22 anni circa. Per quanto riguarda le prospettive di carriera, in linea di massima non sono ampie. Diverso è però il discorso se consideriamo la grande distribuzione, dove è possibile entrare come sales assistent per poi, nel caso di particolare talento e predisposizione, è relativamente facile iniziare a scalare la piramide sociale che compone l’organigramma aziendale.

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vendita. Inoltre è appannaggio della commessa collaborare con i vetrinisti nella cura degli spazi espositivi e di vetrina, partecipare e collaborare all’esecuzione dell’inventario dei prodotti di sua competenza, rispondendo personalmente di eventuali non congruità. Successivamente a tutto quello che c’è di pratico e dinamico all’interno del negozio, consideriamo anche tutta la parte amministrativo-statistica: valutazioni periodiche sull’andamento delle vendite e sulla rispondenza alle richieste ed esigenze dei clienti, valutando anche eventuali modifiche circa le qualità ed i prezzi dei prodotti, sulla base dei risultati di vendita direttamente valutati. Soprattutto nei piccoli punti vendita, l’orario di lavoro di solito tende ad essere anche allungato rispetto a quanto previsto dalle norme contrattuali vigenti, ed estremamente “flessibile”, nel senso che il turno di lavoro viene di fatto accomodato alle

esigenze di vendita e non a quelle del dipendente. Questo perché la presenza oltre l’orario di apertura al pubblico fa sì che il commesso si occupi di tutte quelle mansioni alle quali non può adempiere durante l’orario di apertura: la sistemazione della vetrina, delle merci, la pulizia degli ambienti ed altre incombenze di vario tipo. Dietro quelle maschere fatte di sorrisi, quei “buongiorno” “buonasera” sempre pronti ad accoglierci ci sono persone che stanno lavorando, con le loro storie, i loro problemi, che magari hanno appena discusso tra loro, ma che non devono assolutamente far trapelare niente di tutto ciò al cliente, affinché la sua shopping experience sia il più gradevole e rilassante possibile. Ma pensiamo anche noi a rendere la loro giornata lavorativa più gradevole e rilassante possibile. Anche perché, tra l’altro, le canotte a maniche lunghe non esistono.


Il nuovo comandamento del dio del profitto in una società che ha perso gli antichi valori

RICORDATI DI

feste

SCONSACRARE LE

Le misure anticrisi che rivoluzionano abitudini secolari Dopo le aperture domenicali, quelle di Natale e Capodanno E la clientela gradisce di PASQUALE DE ROSA

Anche questo Natale ce lo siamo tolti dalle scatole. La celebre battuta di un cinepanettone, che sintetizza la frustrazione umana nel periodo del pantomimico rituale festivo, fa ridere tutti. Tranne le commesse, che il ciclo natalizio lo hanno passato come statuine del presepe vivente all’interno dei propri negozi. E che l’Epifania, anziché portarsele via, ha riservato loro il macigno dei saldi, il vorticoso shopping del risparmio che ha contagiato la città dei poveri ricchi, con turni massacranti al limite della sopportabilità umana. La vicinanza tra i due eventi clou della stagione delle spese ha messo a dura prova le commesse latinensi, soggiogate alle nuove regolamentazioni comunali su giorni e orari di apertura dei negozi, che hanno di fatto autorizzato il ciclo continuo della vendita in luogo del riposo, del-

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le pause e delle santificazione delle feste. A Latina qualcuno ha fatto alzare le serrande anche il giorno di Natale, quello di Santo Stefano e il primo dell’anno. In nome del profitto, dalla vigilia all’Epifania la catena commerciale di alcuni supermercati non si è mai fermata, e il personale con essa. Così come alcuni negozi di abbigliamento hanno lasciato a commessi e affini giusto il tempo per un panettone. Ma non certo quello per la tombola. Tutto legittimo, per carità, e dal punto di vista di proprietari e gestori addirittura necessario per contrastare lo spettro della crisi o quanto meno ridurne gli effetti negativi anche a vantaggio degli stessi dipendenti e della stabilità del loro posto lavorativo. Ma a volte si può andare sopra le righe, si esaspera il

concetto di sacrificio lavorativo, con inutili vessazioni. “Ho lavorato fino alle otto e mezza della vigilia – ci dice una cassiera di un supermercato latinense avvezzo agli orari ad oltranza – sono tornata a casa per il cenone alle nove passate e chiaramente avevano tutti già iniziato a mangiare. Non è stata una bella sensazione, così come non è stato simpatico alle 8 del giorno dopo, quello di Natale, essere nuovamente davanti la mia cassa a servire una clientela, sorprendentemente numerosa”. Già, saranno stati i cartelli annunciatori dei giorni precedenti o il passaparola, la mattina del Santo Natale molta gente ha preferito fare la spesa piuttosto che andare a messa. “Sembra incredibile ma è così - continua la cassiera – abbiamo aperto dalle otto alle tredici e

molte persone sono venute a comprare anche generi di prima necessità come latte e biscotti ma anche cose superflue. Scherzando abbiamo chiesto ai clienti per quale motivo fossero venuti a fare la spesa il giorno di Natale e loro candidamente ci hanno risposto: se siete aperti, vuol dire che potevamo venire”. Un sillogismo semplice: se il negozio è aperto e il clientela entra, la scelta di aprire è giusta. Il tour de force festivo è terminato con l’impegno più gravoso e pressante, quello che ha generato l’apertura full time del 1 gennaio, con le serrande issate alle 9 di mattina, poco dopo la fine dei bagordi di Capodanno, fino alle 21: dodici ore di fila, un inizio dell’anno degno di Stachanov. Facile immaginare spirito e voglie dei chiamati alle armi. “Io quel giorno fortunatamente non ho

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lavorato – continua la nostra confidente – ma le mie colleghe mi hanno riferito che già all’apertura c’era gente a fare la spesa. Personalmente credo che aprire la mattina del 1 gennaio sia stato eccessivo e anche pericoloso per noi che siamo alla cassa e siamo a contatto con i soldi e con la responsabilità di far quadrare i conti, rimettendoci in proprio in caso di ammanchi. Dopo una serata come quella di Capodanno, che in genere non termina prima delle tre, è difficile essere riposate e concentrate al lavoro il giorno dopo. Sarebbe stato meglio, a mio parere, aprire il pomeriggio. La gente sarebbe venuta lo stesso e noi avremmo riposato di più e lavorato meglio”. Gli straordinari natalizi sono l’apice di un rapporto ideologico sempre più distante tra gestori e impiegati alla vendita, con quest’ultimi relegati a meri esecutori di volontà superiori spesso incomprensibili. “L’ultima regola che ci hanno imposto - si congeda la cassiera – è stata quella di lavorare in piedi e non più seduti. Questo perché, dicono, in piedi si è più rapidi nel gestire il rapporto col cliente. Che ciò comporti per noi problemi di postura e dolori alle articolazioni e ai piedi, a lor signori poco importa”.

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Oltre al personale dei supermercati, i veri straordinari del periodo a cavallo di Capodanno li fanno le commesse dei negozi di abbigliamento, strette nella morsa degli acquisti natalizi e dei successivi saldi invernali. Due mesi di fuoco in cui bisogna mettersi l’anima in pace ed essere disposte a tutto. Da una impiegata in un negozio del centro arriva la conferma che la degenerazione del sistema degli acquisti arriva dall’alto: “I proprietari dei negozi eseguono tutto ciò che viene loro consentito e non si può far loro una colpa. Dalle liberalizzazioni governative hanno avuto carta bianca su giorni e orari di servizio – attacca la commessa – e ognuno di essi si comporta come meglio crede. Il problema a mio giudizio sono proprio queste autorizzazioni sfrenate che hanno cambiato le abitudini di molte famiglie e in un certo senso leso i diritti dei lavoratori. In generale si è perso un valore importante come quello della convivialità, quello del pranzo domenicale che ha sempre rappresentato un momento importante nella società italiana. Questo vale non soltanto per le dipendenti dei negozi ma anche per la clientela, che ormai per abitudine anziché pasteggiare a casa e poi uscire all’aria aperta,

si rinchiude nei negozi e nei centri commerciali per lustrarsi gli occhi e, meno spesso, per comprare con tanto di prole che sicuramente preferirebbe sfogarsi in un parco giochi vero e proprio invece che ripiegare su una corsa slalomando tra gli stendini dei vestiti tra i rimproveri dei genitori e lo sguardo rassegnato degli addetti alle vendite. E vale per gli stessi gestori dei negozi che, in un regime di concorrenza sfrenata, sono quasi costretti a tirare su le serrande per mantenere la competitività con chi non chiude mai” Nel periodo delle pazze corse all’acquisto prima e dopo Natale, in una città come Latina letteralmente rapita dagli eventi, è ovviamente il personale alla vendita il primo a subire il vorticoso aumento del lavoro: “Purtroppo in un momento di crisi, quasi nessun negozio che non sia di grandi marche può permettersi di assumere lavoratori stagionali, ovvero quelli di supporto al personale esistente nei periodi di massima attività. A Latina, dove di negozi del genere ce ne sono pochi e sono quasi tutti a conduzione familiare, nei momenti di criticità si chiedono gli straordinari ai dipendenti già assunti, costretti a turni massacranti senza mai riposare”. Ma la crisi


è una giustificazione o un alibi? “La crisi dovrebbe servire da insegnamento, ma credo che nessuno lo abbia capito. Non è con le aperture straordinarie che si combatte questo periodo nero. Se i soldi non girano, puoi restare aperto anche tutta la notte ma il risultato sarà sempre lo stesso. La ricerca del profitto ad ogni costo, che è una sottocultura molto presente anche a Latina, finisce per ottenere l’effetto contrario. Piuttosto è l’offerta che andrebbe cambiata perché nonostante la crisi la caccia ai saldi c’è stata, perché non appena si sente la parola sconti la gente arriva in massa”. Per la commessa è dura sia quando il negozio è deserto, sia quando è preso d’assalto: “Il nostro è un lavoro stancante sia a livello mentale che fisico perché bisogna stare comunque in piedi per otto ore e fare spesso avanti e indietro dentro il negozio. Gli orari sono pesanti, perché nella giornata tipo si inizia presto e si torna tardi e quando si ha una famiglia è difficile conciliarlo con le esigenze personali. E’ per questo che la maggior parte delle commesse sono persone giovani. In più si lavora il sabato e spesso anche la domenica e nonostante questo gli stipendi sono più bassi rispetto agli impiegati che il week end se ne stanno

a casa”. Ma allora perché a Latina c’è tutta questa domanda e offerta nel settore delle commesse? “Semplice, perché questa è una realtà piccola e spesso non è richiesta né esperienza né specializzazione. Va bene qualsiasi titolo di studio, non si considerano gli ambienti lavorativi precedenti, non è necessario conoscere le lingue come nelle grandi città. In poche parole non si richiede un servizio qualificato, ma brave si diventa sul campo, con la dedizione al lavoro. Del resto è la stessa

clientela che non avverte la necessità di personale specializzato. Qui ci si conosce tutti, ci si fa servire dalla commessa amica, nella speranza di ottenere un trattamento migliore”. La chiosa finale sulla tipologia di compratori: “A Latina si segue la moda locale non quella di avanguardia che non è ancora arrivata, tutti scelgono sempre le stesse cose, non hanno particolari esigenze e si lasciano molto consigliare. Non è poi così difficile capire cosa vuole questo tipo di clientela così poco variegata”.

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Un viaggio tra le numerose vie progressive della campagna pontina che incrociando l’Appia collegano la pianura alle pendici dei Lepini

MILLE MIGLIARE Strade dritte e parallele su cui sono sorte importanti realtà industriali come Plasmon e Mira Lanza, il museo di Piana delle Orme ed anche una emittente televisiva che da una di esse prende il nome

S

ai che bella fantasia chi ha inventato le vie Migliare! Tutte uguali, tutte parallele e tutte tangenziali all’Appia, nel suo lunghissimo tratto di piatto scorrimento in linea retta chiamato “fettuccia di Terracina”. Per tacere della loro denominazione, che prende spunto dalla distanza di circa un miglio che hanno l’una dall’altra, e del numero progressivo che è stato attribuito loro come elemento distintivo, contando anche quelle del mezzo meglio ovvero le gittate intermedie che non trovano sbocchi sulla statale. Finalità e posizione strategica di queste strade di monotona definizione sono però tutt’altro che secondarie tanto che sul loro percorso, nel corso degli anni, si sono sviluppati pezzi importanti della storia della provincia pontina. Innanzitutto, dopo la bonifica dell’agro, rappresentarono il collegamento più diretto dalle montagne alla pianura e solcando nel

di LUCA MORAZZANO

cuore le campagne, hanno svolto il ruolo primario di collegamento tra agricoltori, terre e mercati. Sono un esempio del lavoro umano alla riconquista di territori avversi visto che il loro percorso, per lo più, si snoda su terreni recuperati alla palude nella grande opera di bonifica operata durante il ventennio fascista. Proprio per la loro centralità logistica, nel corso degli anni, hanno visto fiorire realtà che hanno segnato la storia pontina tanto da poter affermare che ogni migliara ha sviluppato una sua peculiarità. Andiamo in ordine crescente in una sorta di itinerario di viaggio, partendo dalla Migliara 40, forse oggi la meno transitata, ma che, parallela allo snodo di congiungimento tra Latina e Latina Scalo, collega l’area industriale di Sermoneta al capoluogo, rappresentando il percorso più breve dal capoluogo ai territori che furono feudo dei Caetani, e pure all’oasi di Ninfa. Un miglio più a sud verso Napoli, c’è la Migliara 41,

usata da molti automobilisti come percorso alternativo alla vecchia 156 fino a Sezze Scalo. Proprio per questa sua funzione di collegamento, in molti ci passano distrattamente, ma lungo il suo percorso, all’intersezione con via del Murillo, che porta a Latina Scalo, costeggia un monumento storico di epoca romana, conosciuto come Archi di San Lidano, testimonianza di un percorso intriso di storia, vecchio più di mille anni. Continuiamo a scendere l’Appia e all’incrocio conosciuto dai più come “La Storta”, nome tristemente attinto dal numero e dalla gravità di incidenti che vi si verificano ogni anno, attraversiamo la ss 156, prolungamento convergente della Migliara 43 che verso il mare taglia nel suo centro Borgo San Michele, un Borgo che deve ad essa il suo sviluppo. La 43 collega dritta i Monti al Mare attraverso Borgo Grappa mentre verso i monti, proprio all’altezza di San Michele, converge nella più famosa ss


156 dei Monti Lepini che taglia in due Sezze Scalo e funge da collegamento più breve da Latina a Frosinone. Nella frazione 43 e mezzo, al termine del tracciato sud ci imbattiamo in Piana delle Orme, l’immenso parco-museo dedicato alla bonifica pontina, uno dei più grandi di Italia nel suo genere. Continuiamo il nostro percorso, superiamo Quartaccio e la 44, arriviamo dall’Appia all’incrocio con la Migliara 45 e svoltiamo a destra scendendo verso mare alla ricerca del civico numero 1 e proprio qui ci ritroviamo davanti un colosso dell’industria nazionale, visto che è proprio quello è il civico dello stabilimento Plasmon, l’azienda leader nei prodotti nutritivi per bambini. Proseguendo verso Borgo Grappa troviamo al civico 164 Villa Meravigliosa, l’incantevole struttura per matrimoni e cerimonie, divenuta negli ultimi anni il punto di riferimento principale per i novelli sposi del territorio. Tornando sulla Mediana, continuiamo da qui a scendere in direzione Napoli, superiamo la Migliara 46 e svoltiamo a sinistra sulla 47, una migliara che

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ha praticamente segnato lo sviluppo di una delle città di fondazione, ovvero Pontinia. Attraverso questa via percorriamo la città costeggiando il suo centro. Continuando questa via, attraversiamo la campagna ancora coltivata e sfociamo verso i monti a Ceriara tra Sezze e Priverno. In direzione opposta, attraversando l’Appia, continuano verso il mare sbuchiamo invece sulla Mediana all’altezza di borgo San Donato a due passi dal Mare. Il suo percorso è completamente dritto con soli un paio di semafori e un paio di autovelox a spezzare il flusso viario tanto che molti che da Latina devono andare a Frosinone, la scelgono come direttrice preferenziali specialmente dopo l’inaugurazione del nuovo tratto di 156 che si imbocca proprio alla rotonda di Ceriara. Un miglio più a sud c’è una Migliara che da il nome ad un’emittente tv storica del panorama pontino, chiaramente richiamata nel nome di SL 48, così denominata dal suo fondatore Sandro Micheli perché la sede sta sul Sinistro Lato della Migliara 48. Rotolando verso sud, attraversiamo un’altra piccola frazione di Pontinia, quella di Mesa, proprio all’intersezione tra via Appia e Migliara 51. All’incrocio successivo invece, quello con la Migliara 52 sx a circa 35 chilometri da Latina, incrociamo un gigante addormentato ed ormai malconcio. Qui, dal 1965 al 1989 ha visto la luce l’immenso stabilimento della Miralanza, dismesso alle porte degli anni 90’ per scelte aziendali nonostante al catasto il sito non risultò mai essere ascritto alla azienda medesima. Oltre agli stabilimenti industriali ospitò anche le abitazioni dei dipendenti ma tutto il complesso è oramai in situazioni fatiscenti e con un progetto di costruzione di un Megastore mai veramente avviato. Nell’attesa, superiamo oltre e giungiamo al capolinea di questo viaggio all’incrocio con la Migliaria 53. Da qui scegliete: verso mare attraverserete Borgo Vodice e poi dritti verso le dune, verso Sabaudia e verso il mare; verso i Monti invece, ci sono da superare un paio di autovelox prima di raggiungere l’area industriale di Mazzocchio tra Pontinia e Priverno e poi proseguendo incontrerete la stazione e l’Abbazia di Fossanova.


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La testimonianza di profughi italiani rimpatriati a Latina dopo essere stati espulsi dalla Libia di Gheddafi nel 1970

BEL SUOL D’AMORE E DI DOLORE Nei tripolini è ancora vivo il dramma del distacco da una terra nella quale erano nati e cresciuti e sulla quale avevano investito tutte le proprie ricchezze, confiscate dal rais di marco petrone

“Era il giorno dell’Epifania, avevo compiuto dieci anni da poco e ricordo bene mia madre costretta ad uscire nonostante l’ora tarda per effettuare le ultime compere per noi bambini e l’intera famiglia. Quello era il periodo del coprifuoco nelle ore notturne e mia madre tardava a rientrare. Improvvisamente la porta si aprì e comparve lei, affannata e visibilmente provata; i

due bustoni pieni di vivande e provviste che aveva con sé erano semidistrutti, bucherellati qua e là come se qualcuno si fosse divertito a giocarci con le dita. La realtà, scoprii più tardi, era molto più cruda: mia madre aveva violato il coprifuoco di qualche minuto ed era dovuta scappare ad un paio di soldati di Gheddafi che avevano tentato di spararle alle gambe, colpendo, per

buona sorte, solo le buste della spesa”. E’ il 1970, rita calvagna sta completando l’ultimo anno delle elementari in una scuola italiana. Nonostante la giovane età nella quale vive quel pericoloso periodo storico i ricordi che conserva sono ancora oggi lucidi e zeppi di dettagli. Nata a Tripoli da una coppia di siciliani, Rita è cullata dalle memorie di un’infanzia spensierata passata a giocare con altri bambini italiani e arabi con i quali sovente il divertimento più grande era arrampicarsi sulla terrazza di casa nell’intento di osservare, restando comunque ben nascosti, i soldati che poco più in là setacciavano di continuo strade e case, lasciando partire neanche troppo raramente qualche colpo di fucile. I genitori di Rita avevano avuto fino a quel momento una condotta di vita atipica rispetto ad altri italiani in Libia: giunti a Tripoli giovanissimi, i due sentivano oramai “quel bel suol d’amore” come casa loro. I progetti erano di investire e costruirsi il futuro proprio in Africa, al contrario di quanti si stavano ar-


Tripoli negli anni Trenta 1938 Bengasi. Sede della Banca d’Italia

ricchendo nel continente caldo con la voglia di tornare quanto prima in patria disponendo di un bel gruzzolo da reinvestire. Doppio colpo basso fu per i Calvagna dover chiudere ed abbandonare dall’oggi al domani l’antica falegnameria di famiglia, nella quale italiani ed arabi avevano sempre lavorato insieme, in sintonia, accompagnati da piccole deliziose abitudini come il thè delle cinque, rigorosamente fatto in casa con noccioline tostate e foglie di menta. Come ogni estate anche in quella del 1970 Rita e il fratellino sono ospitati durante la pausa scolastica da alcuni zii in Italia. I genitori restano a Tripoli per occuparsi della falegnameria ma giunti a settembre, Rita ricorda che invece di fare ritorno in Libia per l’imminente inizio delle lezioni, sono i genitori a raggiungere i figli in Italia. L’esodo ha avuto inizio. I Calvagna si ritrovano improvvisamente senza soldi e senza casa. Gheddafi aveva imposto il divieto di esportare denaro dalla Libia e ovviamente casa e azienda dovevano essere abbandonati senza troppi patemi per non rischiare qualcosa di più. Nel terribile scenario di una Tripoli torrida e

Negli ultimi anni prima dell’espatrio da Tripoli, violare il coprifuoco significava rischiare di essere crivellati di colpi


Il Reduce d’Africa, il mensile dell’Associazione Nazionale Reduci Rimpatriati d’Africa

devastata dal colera che impazzava, Rita ricorda i racconti della madre sopraffatta dal dolore nel descrivere il dramma familiare di dover raccogliere tutto in fretta e furia e dover tagliare le proprie radici. Tredici colli imbarcati per Avellino, dove la famiglia soggiorna per quindici giorni; poi trasferimento a Latina, città che sta vivendo uno sviluppo importante e nella quale in molti avevano investito. Un appartamentino di proprietà era tutto ciò da cui poter ripartire ma la presenza di un affittuario di troppo il nuovo ed insormontabile ostacolo da superare; altre due settimane ospiti all’albergo Italia e infine breve girandola di affitti scomodi e irriverenti prima di stabilirsi in via Giustiniano. Il tutto con tredici cassoni di legno al seguito. La vita lentamente ricomincia, la madre di Rita riesce a riprendere il vecchio lavoro di insegnante mentre il padre

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deve purtroppo fare i conti con l’età avanzata che gli sbarra le più svariate possibilità di lavoro. Si tira avanti, più tardi l’AIRL (Associazione Italiana Rimpatriati dalla Libia) riesce ad ottenere un significativo risarcimento per le famiglie colpite, alleviando difficoltà materiali ma non riuscendo di certo a ricucire uno strappo psicologico indelebile.

Indesiderati ovunque “Mi piacerebbe dare una lettura politica e sociale a ciò che è successo e magari cominciare dalla fine: in linea con lo stile tipicamente italiano che da sempre ci contraddistingue, in merito a questa storia ci sono da sempre due grosse scuole di pensiero. C’è chi pur essendo italiano ragiona proprio come al tempo ragionò Gheddafi e da

quarant’anni non sopporta il fatto che noi tripolini, profughi al pari di quelli che ai nostri giorni sbarcano quotidianamente nel sud Italia, non solo abbiamo commesso il reato di invadere la terra del bel paese (indesiderati in Libia e parassiti in Italia, dove potevamo sentirci a casa?), ma per anni abbiamo tratto giovamento da decisioni governative che ci hanno realmente garantito numerosi benefici a livello di impieghi statali. E poi c’è chi comprende, chi si sofferma ad analizzare gli eventi e riesce forse ad intendere lo sgomento di un padre di famiglia come il mio a cui diedero quarantotto ore di tempo per chiudere tutto e lasciare il paese senza fornire alcuna motivazione; la forza di volontà di due genitori che si ritrovano in Italia senza lavoro e soldi, con tre figli, e invece di gravare sulla società si sono rimboccati le maniche ricominciando a costruirsi un futuro a quasi cinquant’anni”. antonio


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Così il quotidiano Il Tempo trattava l’arrivo dei tripolini a Latina

Cozzolino a Tripoli ci è cresciuto, è arrabbiato con tutti quegli arabi che da un giorno all’altro, con lo scoppio della rivoluzione, hanno cambiato radicalmente modo di comportarsi nei confronti degli italiani, schierandosi con Gheddafi e additandoli come usurpatori del loro territorio. Antonio ritiene che “Indesiderato” sia un aggettivo alquanto generico e la verità sia sempre da ricercare più a fondo. “L’unica spiegazione che con mio padre riuscimmo a darci riguarda il socio di mio padre stesso, con il quale si era investito in un furgone e attrezzature in comproprietà e dal quale mio padre avanzava parecchi soldi; questo signore con lo scoppio della rivoluzione non esitò a schierarsi con l’esercito, probabilmente denunciando mio padre e costringendoci ad abbandonare il paese”. Soldi ovviamente mai più vi-

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sti come quelli affidati ad una “cara” amica di famiglia al momento della partenza per l’Italia con la promessa di una futura restituzione.. “L’espatrio fu un’avventura: avendo a disposizione solo quarantotto ore per lasciare il paese non fummo imbarcati come la maggior parte dei profughi. L’aereo l’unica soluzione e otto valigie il massimo che ci fu consentito portare. Atterrati a Fiumicino soggiornammo due settimane in un albergo a Roma prima di essere spediti nel campo profughi di Tortona. Un mese e mezzo di inferno prima che mio padre riuscisse a trovare lavoro, in Fiat a Torino, anche grazie alla legge sui punteggi delle graduatorie che tutelava noi profughi. Da lì in poi boccate di ossigeno sempre maggiori, il trasferimento in blocco della famiglia finalmente ricongiunta a Latina, dove i Cozzolino avevano com-

prato in passato qualche terreno in via Nascosa, e un posto di lavoro per mio padre alla Fulgorcavi”. Latina scelta perché simile a Tripoli, con un clima mite, il mare a due passi, le numerose palme ed edifici bassi propri del fascio che ricordano quelli lasciati in Africa. “Oggi guardo il bicchiere mezzo pieno rispetto a ciò che ho passato, ma posso affermare che solo chi ha vissuto certe esperienze può giudicare. Essere profughi non è uno scherzo, bisognerebbe riflettere sul significato di certe parole. Al tempo stesso le disavventure passate dalla mia famiglia come da altre ci permettono senza alcun dubbio di cogliere la vera essenza di ciò che oggi abbiamo, possediamo, a partire dai valori morali e affettivi che troppo spesso invece vengono dati per scontati. Un errore, questo, da non commettere mai”.


La storia del rapporto tra Italia e Libia

CENTO ANNI DI AMORE E ODIO 1911 Il 4 ottobre L’Italia di Giolitti conquista la Libia, che diviene una colonia di Roma fino al 1943

1934 Il maresciallo Italo Balbo viene nominato Governatore della Libia e mette fine alla politica di crudeltà delle amministrazioni precedenti, iniziando un processo di normalizzazione in vista delle future migrazioni

1938 Ad Ottobre i primi 20 mila coloni arrivano dall’Italia in Libia

1943 L’Onu dichiara l’indipendenza della Libia. 15 mila coloni italiani rimangono nel paese

1952 Comincia il primo importante esodo di italiani che rientrano in patria

1957

1998

Viene ratificato l’accordo Italo-Libico per chiudere ogni contenzioso tra i due paesi riferito all’epoca della colonizzazione. L’Italia versa alla Libia poco meno di 5 miliardi di lire

Durante il Governo Prodi, il ministro degli esteri Lamberto Dini firma l’accordo con il ministro Muntasser rinunciando a ogni forma di compensazione per i beni confiscati agli italiani nel 1970

1959

1959

Vengono scoperti grossi giacimenti petroliferi in Libia per il cui sfruttamento l’Eni conclude importanti accordi

L’Italia diventa il partner commerciale più importante della Libia, scavalcando la Germania

1970

2008

Il re libico Idriss El Senussi viene spodestato da Muhammar Gheddafi che caccia gli italiani rimasti confiscandone i beni e pretende dall’Italia il risarcimento per i danni della colonizzazione. L’Italia a sua volta chiede il pagamento dei debiti alle aziende italiane e il risarcimento dei coloni espulsi.

Nell’accordo dell’8 agosto a Bengasi l’Italia porge ufficialmente scusa per il passato coloniale e si impegna a stanziare 5 miliardi di euro per compensazione. Contemporaneamente si stabilisce la possibilità di ritorno in Libia dei vecchi profughi italiani per turismo o lavoro e le condizioni del risarcimento per le confische dei beni subite nel 1970, in misura molto ridotta

1986 In rappresaglia per un attentato alla discoteca La Belle di Berlino frequentata da soldati Usa in Germania (2 morti e 250 feriti), gli Usa bombardano Tripoli e Bengasi. Gheddafi risponde lanciando due missili Scud contro Lampedusa, mancando il bersaglio

2011 La sollevazione del Comitato Nazionale di Transizione porta alla destituzione del colonnello Gheddafi e alla sua morte

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IL GIUDIZIO STORICO SULLA COLONIZZAZIONE E LA “LEGITTIMITÀ” DELLE CONFISCHE Nel giudizio storico del professor Luigi Goglia, apparso nel periodico “Italiani d’Africa” a cura dell’AIRL (Associazione Italiana Rimpatriati d’Africa) c’è il sunto delle motivazioni che portarono alla crisi e al rimpatrio dei connazionali presenti a Tripoli e Bengasi. “Gli italiani espulsi dalla Libia nel 1970 - si legge nell’intervento di Goglia - erano in gran parte gli stessi che erano rimasti nel paese nordafricano dopo la perdita della Colonia durante la Seconda Guerra Mondiale nel 1943 e che, con le loro famiglie, avevano continuato a vivere e lavorare nel paese che aveva ormai acquisito l’indipendenza. Quegli italiani, che erano stati i colonizzatori, una volta

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che il dominio coloniale era cessato erano stati accettati dal popolo libico e in quel paese avevano continuato a vivere e lavorare in posizione di parità e non più di privilegio. Fu una prova di maturità e di saggezza politica del popolo libico e dei suoi governanti di allora che non agirono in base alla rivendicazione. Il sentimento di vendetta, quella che venne poi associata all’omonima festa del 7 ottobre, venne invece introdotto con l’ideologia e la propaganda del regime dittatoriale di Gheddafi e diventò l’asse portante dell’azione politica di quel governo…Gli italiani, tornando in patria, sono rimasti sorpresi nel constatare lo scarso interesse per le vicende coloniali nazionali e la

scarsa conoscenza di queste storie. Nella Penisola prevale la considerazione della diversità italiana nell’opera di colonizzazione, quella che fa degli italiani “i colonizzatori costruttori”, che si traduce nella versione ad hoc di “italiani brava gente”. Ma nel tempo, a turbare questa immagine dominante, si è spinta avanti la sagoma dell’italiano massacratore. Entrambe le immagini sono false, retoriche e molto parziali. Dobbiamo essere consapevoli della nostra storia nei suoi aspetti negativi non meno di quelli positivi. L’Italia ha partecipato appieno al fenomeno contemporaneo dell’imperialismo: il rapporto coloniale è un rapporto di dominio e privilegio a vantaggio dei colo-


“TuriRizzo” a Latina, nella centralinissima via Pio VI è da sempre pasticceria, con l’aggiunta possibilmente di “siciliana”. Nel 1957 Salvatore Rizzo, detto “Turi” e Alfredo Bruni detto “Deco”, decisero di aprire un bar pasticceria e gelateria nelle vicinanze delle vecchie autolinee. Insieme cominciarono a sfornare cannoli, cassatine, tegole, biscotti alla mandorla e sfincioni alla crema di ricotta. Negli anni “TuriRizzo” è diventato un punto di riferimento, specialmente la domenica mattina, per tutte le famiglie di Latina. Alla fortuna del locale, hanno contribuito le tre sorelle Rizzo: Adriana, Annita e Pina. Ora, a guidare la conduzione del bar pasticceria, ci sono i due nipoti Bruno e Maurizio Bruni. La foto di Turi Rizzo, il capostipite, campeggia nel locale a testimonianza di una “tradizione viva” che rimane fedele ai principi della pasticceria siciliana di alta qualità, oramai nel novero dei locali storici della città di Latina.

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ni, che spesso si esercita con repressioni delle rivolte come è successo soprattutto nel periodo fascista in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Non è lecito quindi ignorare il volto violento del colonialismo né la sua natura di dominazione né pensare che patimenti e lutti della deportazione e della reclusione di massa siano riscattati ad esempio dalle costruzioni di strade. La repressione e la costruzione sono infatti momenti diversi, ma complementari dell’appropriazione coloniale” Sempre sullo stesso periodico, a firma di Alberto Miele, c’è la ricostruzione di un’altra questione particolarmente sentita dagli italiani rimpatriati: “La confisca dei beni degli italiani in Libia, disposta dal governo libico – si legge – a sollievo di presunti danni di guerra, non riposa su alcun principio ammesso dal diritto internazionale. Basti dire che Italia e Libia non furono mai potenze nemiche, per il semplice fatto che all’epoca del conflitto il nemico dell’Italia era

la Turchia, il trattato di pace concluso con quella potenza era quindi sufficiente a regolare la questione. Al contrario il decreto libico viola in modo grave sia il diritto internazionale generale, il quale prescrive che i beni degli stranieri non possono venire espropriati o nazionalizzati senza indennizzo, sia quello del tratto del 1956 che contiene una esplicita e formale garanzia da parte della Libia, di rispettare il diritto di proprietà degli italiani. La vicenda della confisca dei beni non ha dato origine a nessuna controversia internazionale, a nessun incidente diplomatico. Il governo italiano ha ritenuto di non aprire un contenzioso per l’indennizzo dei beni confiscati benché ciò si potesse agevolmente

fare, senza ricorrere a mezzi violenti, attraverso il civilissimo strumento dell’arbitrato, previsto dalla clausola del trattato. Il governo italiano ha scelto invece la strada di pagare esso stesso i propri cittadini, emanando una serie di leggi che prevedono un parziale indennizzo dei beni espropriati”.

1999: il Senatore Riccardo Pedrizzi conversa con l’On. Vincenzo Zaccheo durante il Convegno AIRL 2000 a Latina. Sullo sfondo Girolamo Eminyan, Elio Caputo e, di spalle, Angelo Boscarino

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Magie e rovine di PIAZZA del QUADRATO Il primo nucleo abitato di Latina, simbolo dell’eroismo dei bonificatori e del lassismo delle recenti amministrazioni

Il fascino di un’oasi architettonica d’invidiabile fattura contaminato da sporcizia, umidità e stato di abbandono

di alessia fratini

P

er assonanza verrebbe da pensare che il suo nome sia legato alla forma quasi quadrangolare, ma la verità, meno banale, è un’altra. Piazza del Quadrato è l’omaggio toponomastico a Cancello di Quadrato, il nucleo originale dell’insediamento di littoria e la prova che, prima ancora della bonifica, un avamposto abitativo s’era insediato a ridosso delle acque paludose, a testimoniare la plurisecolare storia di trasformazione del territorio pontino per mano dell’uomo. Già all’inizio del ‘900 infatti esistevano, dove oggi sorge piazza del Popolo, diversi edifici di un’azienda agraria dei Cae-

tani, proprietari terrieri della zona. Al Quadrato, nato al trivio formato dallo stradone del Principe (verso l’Appia), lo stradone di Fogliano e lo stradone dei Bassianesi (verso Borgo San Michele), passava anche un tratto della ferrovia fatto costruire proprio dai duchi sermonetani. Fino alla data di nascita ufficiale della città, la zona era conosciuta con questo nome, come testimoniano antiche mappe e filmati d’epoca (reperibili su internet). Nell’aprile del 1932 Mussolini venne in visita ufficiale proprio a Cancello di Quadrato ed è qui che il Commissario dell’Opera Nazionale Combattenti, Orsolini Cencelli, gli propose di creare un insediamento organizzato, una città nuova.


i porticati per il mercato Piazza del Quadrato, nata come centro economico-agricolo della città rappresenta il più autentico significato dell’insediamento: il Borgo rurale che si trasforma in città. Tutta l’impostazione  della piazza e  la  struttura degli edifici  riportano a questo cambiamento, dai palazzi bassi ai portici per il mercato agricolo, dagli anelli per legare il bestiame alle statue che ornano gli edifici. Negli anni sono cambiate le attività qui svolte, ma la piazza è rimasta simile a come la progettò l’architetto Oriolo Frezzotti. Posizionata a ovest


Abitazioni Civili (1933)

Palazzi Incis (1936)

Sede dell’ONC (1933)

Viale Italia e sullo sfondo gli uffici di Poste Italiane di Latina Centro

della piazza del Littorio (oggi Piazza del Popolo), sul prolungamento del suo asse longitudinale, è collegata allo storico Palazzo delle Poste da una grande strada trionfale alberata, all’epoca denominata via Principessa di Piemonte, oggi Viale italia. Camminando sotto i pini marittimi (facendo attenzione alla pavimentazione che avrebbe bisogno di manutenzione), si accede alla piazza attraverso l’allargamento delle due quinte laterali, costituite dagli edifici INCIS. Il verde è un elemento dell’arredo urbano particolarmente importante anche in piazza del Quadrato, dove ai pini si affiancano eucalipti e palme (finché hanno resistito al punteruolo rosso!), che ricordano le fasce frangivento interpoderali. All’ombra degli alti alberi, nel giardino centrale della piazza, si trova il Monumento ai Caduti della Bonifica, (progettato da Amedeo Presutti) con Il Genio della Bonifica, la statua in bronzo dello scultore Pasquale Rizzoli, rappresentazione della palude liberata dalle

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Alle spalle del palazzo progettato dall’architetto Oriolo Frezzotti si innalza il grattacielo Torre pontina con un contrasto visivo e urbanistico acque, donata nel 1953 dall’ONC al Comune di Latina. Proprio su questa piazza sorge, infatti, l’edificio che ospitava gli uffici dell’Opera nazionale Combattenti e dell’ispettorato dell’azienda agraria, conosciuto come ex-ONC e oggi sede del Museo della Terra Pontina: cinque sale espositive sulla bonifica ricche di documentazione storica fotografica, cartografica e iconografica. Il palazzo progettato dall’architetto Frezzotti chiude la piazza al di là del-

la circonvallazione, con una facciata decorata dalle due statue di Egisto Caldana, che rappresentano l’allegoria dell’abbondanza. Un nome che beffardamente rimanda alla contrastante mole della Torre Pontina che spunta alle sue spalle come un totem all’incongruenza urbanistica, contaminando una prospettiva visiva di raro fascino architettonico. Nell’area verde alle spalle del palazzo, si trova quel che resta dello “stallino”, l’edificio che ospitava scuderie per cavalli, magazzini, selleria e l’allog-


gio del custode, da anni in attesa di sistemazione Lungo il perimetro della piazza si trovano, infine, i due edifici gemelli che furono le Case dell’azienda agraria: bassi edifici, destinati a residenza e uso commerciale, dotati di portici ad arco sotto i quali era previsto il mercato agricolo. Anche lo stile di queste costruzioni richiama, nella scelta dei colori e nell’uso di alcuni particolari architettonici, l’immagine agreste delle costruzioni tipiche della campagna romana. A sottolineare l’originario carattere di borgo rurale di Littoria anche i due gruppi di statue detti proprio “famiglie rurali”, sempre opera dello scultore Caldana, poste in cima ai due edifici.

Una piazza per ricordare Cancello di Quadrato: il villaggio su cui fondarono Littoria Acquisiti dal Consorzio di Bonifica di Piscinara nel lontano 1918, gli edifici agrari della famiglia Caetani in località Cancello di Quadrato possono considerarsi i primissimi mattoni della futura città di Littoria, la cui prima pietra ufficiale fu benedetta proprio in quell’area il 30 giugno 1932. A testimoniare una frenetica attività umana, il primo tratto della ferrovia che i Caetani aveva fatto costruire nei primi anni del ‘900, per la realizzazione delle reti viarie. Già dal 1891 vi si trovavano due casali (con  forno, pozzo e tettoia) dove, nel 1923, saranno istituiti direzione e  ambulatorio dell’Istituto Nazionale Antimalarico Pontino, insieme a un distaccamento per la scuola  dei contadini dell’Agro Romano e Pontino.  A partire dal 1927 fu proprio dal villaggio del Quadrato che si diramarono i primi interventi di bonifica e di realizzazione della prima rete stradale, di case cantoniere e di nuovi centri abitati di servizio (Sessano, Capograssa, Doganella, Passo Genovese e Casale dei Pini). Il centro aziendale del Quadrato era provvisto di stabili per l’alloggio (dove risiedevano operai, tecnici e alcuni dirigenti del Consorzio di bonifica di Piscinara), officine, magazzini, depositi e un dopolavoro con bar e cinematografo. Ed è proprio qui che il commissario dell’Opera nazionale combattenti, Valentino Orsolini Cencelli, suggerì d’istituire un polo amministrativo. Era il 5 aprile 1932 e Mussolini si trovava in visita ufficiale ai cantieri di bonifica, pochi mesi dopo quel suggerimento quel villaggio smise di essere chiamato Cancello di Quadrato e al suo posto sorse Littoria, il 18 dicembre del 1932.

Veduta del Palazzo delle Poste, viale Italia e Piazza del Quadrato (1933)

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La ferramenta Trivellato, storica attività presente in Piazza del Quadrato dal 1968

le attività resistenti Dal 1968 uno degli edifici progettati come case dei dipendenti dell’ONC è occupato dalla storica ferramenta trivellato. Un negozio d’altri tempi, dove si respira un’aria familiare, tranquilla e colloquiale. Luciana Trivellato, attuale titolare dell’attività che recentemente ha ricevuto il premio “Prima donna di Littoria”, racconta che suo padre acquistò ognuna delle abitazioni dai precedenti proprietari; inizialmente se ne servì come magazzino per il negozio di vendita, in viale Vittorio Veneto. Igino Trivellato, un pioniere della bonifica arrivato da Padova nel 1932, aprì la propria ferramenta nel

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Trivio di Cancello di Quadrato

I portici che costeggiano Piazza del Quadrato

1955, dopo aver lavorato molti anni da Donati, la prima utensileria della città. Sotto i portici dell’altro lato della piazza, da quasi venti anni c’è il bar Notte a Venezia, più conosciuto per il nome del proprietario, Filippo (che lo acquistò dai fratelli Romiti). Meta di comitive all’orario aperitivo o durante la serata (oltre a diversi incalliti scacchisti!), è un ritrovo accogliente sia quando piove, grazie all’ampio porticato, sia nelle belle giornate, durante le quali si approfitta piacevolmente delle panchine in piazza. L’impressione generale è che in questa piazza il tempo si è fermato. Se si passa quando le poche attività commerciali sono chiuse, i portici sembrano in stato di abbandono: sporcizia, scritte sui muri, intonaco cadente, macchie d’umidità e

mattonelle divelte. La piazza, una delle più belle della città, andrebbe completamente rivalutata e valorizzata, includendo anche il restauro delle statue, ormai sporchissime. Servirebbe un po’ di manutenzione all’arredo urbano (illuminazione, panchine, secchi per la spazzatura e marciapiedi sicuri) magari insieme alla sistemazione della pavimentazione in viale Italia. La passeggiata, alberata e larga 40 metri, collega la piazza al centro cittadino passando per piazzale dei Bonificatori, lungo un asse urbano che da Piazza del Quadrato arriva al Tribunale. Si tratta di un percorso con importanti edifici storici e molto verde che creano interessanti prospettive e scorci troppo spesso rovinati dall’incuria e dalle moderne contraddizioni urbanistiche.

Stradone del Principe - Ricordava probabilmente un feudatario locale (forse uno dei Caetani). Partiva dal centro di Cancello del Quadrato e, seguendo più o meno il percorso di Corso Giacomo Matteotti e di Via Epitaffio, incrociava l’Appia prima di arrivare a Sermoneta. Stradone dei Bassianesi - Ricorda la dogana posta dai bassianesi per chiedere un pedaggio ai pastori in transumanza. Partiva dal centro di  Cancello del Quadrato e proseguiva in direzione del Villaggio Capograssa (oggi Borgo San Michele). Inizia in Via Armando Diaz, seguendo poi il percorso di Via Don Torello e la S.S. 156 Monti Lepini, fino a quella che era la Lestra Capograssa. Stradone del Fogliano - Una strada risalente a prima della fondazione conduceva al Lago di Fogliano, partendo dal  centro di Cancello del Quadrato. Corrisponde all’incirca a Corso della Repubblica e poi a Via Isonzo, è conosciuta, nel XIX secolo, anche come Strada dei Pescatori per via degli accampamenti di pescatori sul Lago di Fogliano.

Mappa di Cancello Quadrato

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Il Monumento ai Caduti della Bonifica collocato in Piazza del Quadrato

Il “Genio della Bonifica”, simbolo della palude liberata dalle acque Il Monumento ai Caduti della Bonifica, collocato nel giardino centrale della piazza, è stato progettato dal geometra comunale Amedeo Presutti (lo stesso che ha realizzato lo stemma e il gonfalone del Comune di Latina) in onore “ai caduti per la redenzione della palude pontina”, come recita l’iscrizione posta sulla lastra di pietra alla base della fontana monumentale. A decorazione del monumento dedicato ai pionieri della bonifica, troviamo la statua bronzea dello scultore bolognese Pasquale Rizzoli: Il Genio della Bonifica. L’opera, commissionata da Angelo Verni (geniale ideatore di un

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sistema di bonifica alla fine dell’Ottocento), è stata ideata da Rizzoli intorno al 1920 per la tomba della famiglia di proprietari terrieri e bonificatori, a Cattolica. La statua è una rappresentazione simbolica della palude liberata dalle acque: un operaio nudo, attorniato da fasci di spighe, nell’atto di compiere lo sforzo per aprire la chiusa che permetterà il deflusso delle acque. Considerata la grande forza espressiva della scultura, l’O.N.C. commissionò all’autore una copia per la propria sede centrale di Roma, a simbolo del lavoro svolto dall’Ente nel campo delle bonifiche in Italia. Questo bronzo arredava una sala della sede centrale dell’O.N.C., fino a che, nel 1953, ne fu fatto dono al Comune di Latina e posizionata in piazza del Quadrato. L’originale in gesso si trova a Bologna, nel cortile di via Manzoni; due copie in bronzo si trovano a Latina e Cattolica (tomba della famiglia Verni); altre, realizzate però in ce-

mento, sono a Bologna (nel giardino di casa Rizzoli e nel giardi- no della villa dei conti Sassoli) e a Galliera.


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Museo della Terra Pontina, centro di documentazione dedicato alla bonifica Oggi, nell’edificio che ospitò gli uffici dell’Opera Nazionale Combattenti, ha sede il Museo della terra Pontina, istituito nel 1999 dall’Arsial, Agenzia regionale per lo sviluppo agricolo e tecnologico del Lazio. Questo museo documenta l’evoluzione agricola del territorio pontino e la vita sociale, familiare e artigianale del pioniere nella storia della prima metà del XX secolo. Percorrendo le cinque sale allestite nello storico palazzo (suddivise nelle sezioni: malaria, pre-bonifica, bonifica idraulica, appoderamento e trasformazione agraria), attraverso la ricostruzione di ambienti e interessanti esposizioni, viene illustrato il processo di bonifica e di trasformazione delle tecniche agricole del territorio. Nel giardino sono inoltre esposti strumenti dell’epoca e macchine agricole. Un importante spazio espositivo che dà la possibilità di osservare immagini, fotografie,  documenti,  riproduzioni e cartine ma anche oggetti d’uso comune nella prima meta del ‘900.

L’Opera Nazionale Combattenti, sede del Museo della terra Pontina

Museo della Terra Pontina Entrata gratuita Piazza del Quadrato, 22 Palazzo ex O.N.C Telefono e Fax : 0773/ 400088 Orari di apertura: Mattina Martedì, Giovedì, Venerdì: 10:00 - 13:30 Sabato: 10:00 - 13:00 Pomeriggio Mercoledì, Venerdì: 15:30-17:30 Sabato, su prenotazione Domenica, su Prenotazione Chiuso il Lunedì www.museodellaterrapontina. altervista.org Veduta aerea di Latina del 1937

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Allegorie dell’Abbondanza e FamiglieRurali, le statue di Caldana

Gli edifici sulla piazza sono decorati da gruppi di statue in pasta cementizia, opera dello scultore veneto Egisto Caldana. Due acroteri raffiguranti l’Allegoria dell’Abbondanza e l’Allegoria della Fecondità, il cui significato è sottolineato dai grandi vasi ricolmi di frutta, si stagliano sul fronte dell’edificio ex O.N.C..Le statue sono poste in alto alle due estremità della facciata, mentre all’entrata principale del palazzo due vasi con motivi di frutta e verdure delimitano

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la scalinata d’ingresso. Anche i due edifici a portici che delimitano lateralmente piazza del Quadrato, destinati in origine ad accogliere il mercato agrario nel piano porticato rialzato, sono arricchiti da sculture realizzate sempre dall’artista veneto all’inizio degli anni ‘30. Due diversi gruppi monumentali raffiguranti le “Famiglie Rurali”, abbelliscono la facciata di quelle che furono le case dell’Azienda Agraria della nascente città di Littoria.

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Squadre da comporre a sorte, terreni di gioco improvvisati, pallone di proprietà di un giocatore La romantica storia delle sfide calcistiche dei giovani latinensi negli anni 70-80

VECCHIA GENERAZIONE Dal campetto davanti il Sacro Cuore a quelli dell’Hotel de La Ville Le memorabili partite che hanno segnato un’epoca su spazi ora inghiottiti dal cemento o abbandonati


il campio di calcio di proprietà dell’Arca Enel oggi, teatro di memorabili sfide negli anni 70-80, e oggi abbandonato

di GIANLUCA AMODIO

Un pallone sicuramente. Se dentro casa potevi arrangiarti con una busta di plastica appallottolata che non mettesse a repentaglio mobili e finestre, quando decidevi di sfidarti all’aria aperta con gli amici, il pallone serviva eccome. Negli anni 70/80 impazzava il tango, la sfera di cuoio dal riconoscibilissimo design che aveva sostituito il vecchio Telstar e si sarebbe successivamente imposta come portafortuna azzurro al vittorioso mundial spagnolo. Chi ne possedeva uno e lo portava al campo stabilito per la partita godeva di un rispetto maggiore da parte degli altri giocatori. Guai a farlo arrabbiare, era

capacissimo di riprendersi il pallone e tornarsene piagnucolante a casa, lasciando gli altri contendenti a freddarsi il sudore. Andava così per tutte le miriadi di giovani e meno giovani che nella Latina degli anni ruggenti si dilettava in partite di epica irrilevanza nei campetti improvvisati della città, usucapiti dalla loro voglia di sfidarsi e di emulare gli idoli calcistici di allora. Nel quadriennio 78-82, vissuto in apnea tra i coinvolgenti mondiali di Argentina e Spagna, con gli azzurri assoluti protagonisti, e l’Europeo giocato in casa e sfumato in semifinale, anche i meno dotati si convinsero a buttarsi nelle mischie per non essere tagliati fuori dal giro delle amicizie. Non c’era spazio per altri hobby, prima che sale giochi, asfalto e cemento modificassero la situazione. Negli anni d’oro del grande Real, chi non giocava a pallone rischiava l’emarginazione. Nonostante la dirompente trasformazione urbanistica di quel periodo, resistevano a Latina le zone franche del rimbalzo, quelle dove erba e terra si mischiavano per generare spazi di approssimata regolarità al gioco. La mano dell’uomo era essenziale per darne una forma superficialmente valida alla contesa: legni e traverse posizionati talvolta anche in modo irregolare (sempre meglio dei maglioni utilizzati come pali nelle partite più scadenti) e gli incontri tra amici del quartiere e rivali di altre zone potevano cominciare. Gli orari di inizio cambiavano a seconda della stagione. D’inverno già alle 14 i campetti si popolavano di calciatori e le partite terminavano al sorgere del sole, tre ore più tardi. In primavera ed estate non c’era limite alla provvidenza: magari si iniziava più tardi ma si finiva di giocare quando era ora di cena. Per le sempre più numerose squadre amatoriali il vero problema era quello di andare ad occupare, con largo anticipo rispetto al fischio d’inizio, il campo individuato per la sfida. In genere pagavano dazio i meno dotati tecnicamente, al quale veniva consentito giocare solo dopo essersi immolati all’occupazione del terreno di gioco. La maggior parte dei campetti sparsi per la città erano comunali ovvero di utilizzo pubblico anche se vigevano regole non scritte di opzione da parte dei residenti del quartiere dove ognuno di essi era ubicato, gli stessi che il più delle volte si preoccupavano della

manutenzione e quindi ne rivendicavano quanto meno l’usufrutto o lo sfruttamento prioritario. Ma c’erano anche i campi neutri, primi tra tutti quelli adiacenti l’Hotel de La Ville, oggi sostituiti dal parcheggio dell’Ospedale Santa Maria Goretti, quello davanti la Chiesa del Sacro Cuore, dove oggi c’è la piazza della cattedrale, e più tardi quello di via Amaseno o via Veio che dir si voglia, ancora oggi esistente e inserito in un velleitario parco giochi per bambini. Difficile scovare oggi uomo latinense nella fascia di età tra i trenta e i cinquant’anni che non abbia goduto della libertà di calcare quei campetti spelacchiati e romantici, teatro delle sfide più improbabili e indefinite, memorabili in tutti i suoi sviluppi, dalla conta per formare le squadre, alla regola spesso seguita del calcio di rigore ogni tre angoli, dall’inesistenza del fuorigioco (col giocatore con meno resistenza fisica fisso davanti al portiere avversario), alle linee laterali spesso delimitate dalle tute. Quei campetti e quelle abitudini ora non ci sono più: è tutto sommerso dal tempo, dall’abbandono, dalla crescita di una città che ha razionalizzato e modernizzato anche il gioco del calcio: oggi sono le società ufficiali a reclutare gli appassionati, ci sono gli attrezzatissimi campi di calcetto di nuova generazione a catalizzare l’attenzione dei vari giocatori. Ma vuoi mettere la gioia di un gol in una porta senza rete, con la palla che rotola lontano e chi ha subito il gol la deve anche andare a prendere?


Il racconto di un protagonista di quegli anni di sfide all’ultimo gol sui terreni da occupare un’ora prima per garantirsi la partita

QUEI CAMPETTI DELLA VIA GLUCK di PASQUALE GAGLIARDI

Là dove c’era l’erba (e pali e traverse) oggi ci sono parcheggi, case o semplicemente nulla. C’è una Latina che cominciamo a ricordare in pochi, promettenti o meno calciatori o studenti degli anni 70/80, oggi appesantiti signori di mezz’età. Battevamo tutti gli spazi verdi di una città in evoluzione, campi di calcio spelacchiati e abborracciati, con le porte arrugginite, angoli che a un cittadino di oggi appaiono normali strutture urbane, ma ai nostri occhi sono pezzi di cuore, memoria di ore ed ore passate a rincorrere palloni, facce sudate e infangate, magliette di lana con i colori dell’Inter o della Juve (senza sponsor), spogliatoi a cielo aperto (e all’addiaccio) per la gioia dei passanti. Così per un ragazzo di Latina del 2014 a via Botticelli esiste solo una imponente scuola media adiacente il campo del Coni, ma se noi passiamo di là e chiudiamo gli occhi rivediamo la mitica arena dal fondo argilloso, circondata da campi incolti, sede di infinite sfide pomeridiane, terreno di casa della squadra del leggendario “Signor Lupi”. Quando l’erba sintetica era di là da venire (non c’era neanche la “prima generazione”) il nostro “Olimpico” era il campetto su via Isonzo dietro il distributore Agip, in mezzo alle case, che, chissà perché, si chiamava il “campo dell’Enel”: lì l’eroe eponimo che primeggiava con il pallone tra i cespugli era un certo Enzo De Amicis, che poi sarebbe diventato uno stimato professionista ed esponente politico della città. E ancora campi amatoriali gloriosi erano vicino la chiesa di Santa Chiara a Piazza Moro (oggi sede di un convento), davanti alla chiesa del Sacro Cuore

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nel quartiere Isonzo (oggi è una bella piazza), su via Palermo, su via Amaseno, tutti terreni risucchiati subito dopo dai cantieri di una città allora ancora da scrivere. Se volessimo trovare un simbolo di quegli anni e di questi racconti il posto giusto sono i due campi chiamati “dell’Hotel de la Ville”: pieno centro città, a ridosso dell’ospedale civile, si fa fatica a pensare che in quello che oggi è un

grande parcheggio (con un improbabile mercatino all’interno) confluivano giovani aspiranti calciatori da tutta la città, si giocavano partite a tutte le ore. Era difficile trovarli liberi quei campi, io e il mio inseparabile amico Adriano Zaccheo saltavamo il pranzo e alle 13,30 eravamo lì, a occupare la postazione anche per i nostri compagni. I ragazzi che arrivavano dopo di noi ci guardavano con facce rassegnate:


avrebbero cominciato a giocare verso l’imbrunire, solo quando noi saremmo stati esausti o dopo che il pallone, dopo aver ruzzolato più volte pericolosamente tra le macchine di passaggio, finiva definitivamente nel balcone di una casa o dell’albergo di fronte. Anche quei campi avevamo il loro “genius loci”: all’anagrafe si chiamava Zingarelli, ma per tutti era “Il Fenomeno” (e Ronaldo non era ancora nato), abitava proprio li vicino, veniva da Torino, era un funambolo brevilineo dal

dribbling secco, al di fuori della nostra portata, aggiudicarselo alla conta, quando si formavano le squadre, voleva dire avere la vittoria in tasca, solo che alle 16 in punto doveva lasciarci perché lavorava (era l’unico tra tutti noi studenti) e da allora in poi il risultato si riapriva. Altri ospiti abituali del campo, quasi custodi visto che vivevano nei pressi, erano ragazzi come Giulio Capirci

e Giovanni Malinconico, promotori di una squadretta di giovani intellettuali scapigliati, decisamente poco dotati sul piano calcistico, ma che si sarebbero fatti onore in altri campi, o il povero Fabrizio Petrone, portierone affidabile con grandi guantoni bianchi e con un destino tragico dietro l’angolo. E ancora il possente Gianni “Orso” Zaccheo, la cui famiglia gestiva il “Bar Mini” quasi attaccato ai campi, Stefano Panza, infaticabile organizzatore di tornei improvvisati, il “brasileiro” Vittorio Fusco (autonomia di gioco 5 minuti), il bomber Massimo Valleriani (all’epoca dotato di chioma fluente perduta per cercare il goal di testa), i “fratelli d’arte” come la sgusciante ala Ettore Bossoli e il legnoso difensore Roberto Ibello, la talentuosa mezza punta Massimo Mastrogiacomo, i futuri medici Norberto “sweet foot” Giuliani, Pino Pietrantoni, Pino Pianese, l’occhialuto Sandro D’Erme (di cui si

ricorda una sola memorabile presenza) e poi tanti altri protagonisti, le cui gesta riecheggiano ancora oggi nei ricordi di una intera generazione, anche adesso che quei campi polverosi sono ricoperti di asfalto. Se una città ha un’anima, quei campi sotterrati dal progresso urbano sono parte essenziale dello spirito comunitario di Latina, della sua forza aggregatrice di culture eterogenee, della sua identità, quei campi hanno forgiato amicizie salde, sono stati luoghi dove si sono cementati rapporti, dove si è creato un forte e sano senso di collettività. Non è solo nostalgia o gusto del “vintage”, trovo davvero importante che un giornale come “Numero Zero” vada a squarciare il velo della realtà urbanistica che si presenta agli occhi dei latinensi di oggi, alla scoperta di luoghi piccoli e dimenticati, ma così carichi di significato nella faticosa ricerca delle radici di questa città.

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ANNI 70-80

TUTTO IL CALCIO CAMPETTO PER CAMPETTO I CAMPI PRINCIPALI

15 Zona di Via Isonzo: 1- Campo dell’enel; 2 - Campo dietro l’ex negozio di biciclette Dalla Libera; 3 - Campo posto alle spalle di Via Tommaseo; 4 - Campo adiacente allo stabile conosciuto come palazzo “dei professori” Zona Ospedale: 5 - I due campetti vicino l’Hotel de la Ville Zona Stadio: 6 - Campo posto all’interno del parco San Massimo adiacente la scuola Cor-

VIA PALERMO: Il campo su cui ci si poteva giocare anche in otto contro otto è venuto alla luce nell’autunno del 1984. Prima su quell’area che si affaccia tra via Palermo e via Milano c’era soltanto erba alta. Nel giro di poche settimane furono installate le porte di un insolito colore celeste e poi una rete di recinzione alle spalle per evitare qualche pallonata all’indirizzo delle auto in transito. Ha vissuto momenti di gloria quel piccolo campetto di pozzolana soprattutto verso gli anni Ottanta ma anche a seguire, era frequentato soprattutto il sabato pomeriggio ma anche la domenica mattina. Chi prima arrivava occupava il campo e aveva il diritto a giocare, era questa la regola non scritta ma che è sempre stata applicata.  Da almeno un decennio adesso è completamente abbandonato e delle porte si sono perse le tracce.   VIA GERMANIA: Quello che colpiva chi ha giocato per anni sul campo di via Germania, a poca distanza dal centro meccanografico e dal Parco Europa prima che ancora nascesse, era il terreno di gioco: sabbioso come nessun altro campo della città. Anche qui le porte erano colorate di un verde bottiglia e le dimensioni del terreno di gioco erano notevoli. Non proprio un campo di calcetto ma un campo in un certo senso di mini calcio con un ingresso laterale proprio su via Germania con una rete metallica. Indimenticabili le sfide tra gli adolescenti ma anche tra i ragazzi più grandi del quartiere.  

DOMUS MEA: Nell’area che adesso ospita il Centro Morbella negli anni Ottanta c’era un campo di calcio in terra battuta dal colore chiaro e che ha regalato ginocchia e gomiti sbucciati a generazioni di ragazzini. Era il punto di raccolta dei ragazzi che abitavano ai cosidetti Lotti, i palazzi verdi di via Fiuggi a poca distanza dal complesso scolastico della Domus Mea, prima ancora della nascita a metà degli anni Ottanta di alcuni edifici di via Picasso.  In molti si ricordano di diversi tornei soprattutto in estate tra i ragazzi; le sfide che in estate iniziavano nel tardo pomeriggio finivano quando il sole tramontava e spesso partecipavano  anche i più piccoli. Le partite riguardavano di solito i ragazzi che vivevano tra i Lotti ma poteva esserci anche qualche deroga. Il campo era di dimensioni molto grandi e non aveva una vera e propria rete di recinzione ed era in direzione Nord! , parallelo all›attuale strada che ora costeggia il centro commerciale, quasi di fronte all›attuale edicola. La storia del campo delle Domus alla fine degli anni Ottanta è finita definitivamente.   VIA VEIO - VIA TARQUINIA: Nell’estate del 1988 spunta il campo di via Veio, in linea d’aria alle spalle dell’ex Silos, (ora Obi) all’angolo con via Tarquinia. Anche qui il campo è in pozzolana e le porte sono da calcio a sei (cinque più uno) come si dice. I pali erano bianchi e non c’erano le reti ma alle spalle anche qui per evitare pallonate sulle auto dirette verso via Polusca c’era una rete di recinzione molto alta.

radini

Cuore 13 - Campo tra il mercato e via Tucci 14 - Campo di Via Don Luigi Sturzo

Zona Via del Lido: 7 - Campo di Via Veio, alle spalle dell’ufficio postale 8 - Campo di Via Palermo 9 - Campo a fianco Liceo GB Grassi, attuale parco Replastic 10 - Campo interno palazzi “Arlecchino” Zona Morbella: 11 - Campo di Via Modigliani, vicino Ambra nuoto Zona Mercato del martedì: 12 - Campo di fronte la Chiesa Sacro

Zona Piazza Moro: 15 - Campo alle spalle della Piazza Zona Villaggio Trieste: 16 - Campo all’interno Villaggio Trieste 17 - Campo Via Ezio, vicino l’attuale Asilo Nido Zona Campo Boario: 18 - Campo vicino il Parco di Via Milazzo\Via Giulio Cesare

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Il “Costantino Bovieri” oggi abbandonato, una volta fucina di talenti in erba

QUANDO ALL’ENEL SI ACCENDEVANO I BABY PRODIGIO

di MARCO TOMEO

Il popoloso quartiere della zona Isonzo, i suoi giovani. Intere generazioni che hanno ruotato intorno al campo di calcio di proprietà dell’Enel. Un’epoca ed una epopea, quella del rettangolo perfetto collocato proprio davanti alle palazzine che il colosso nazionale dell’energia elettrica aveva

costruito negli anni 60 per i suoi dipendenti, che ha visto consumarsi tra polvere e sudore sfide memorabili, in particolare negli anni ’70, quando se si voleva rendere felici un ragazzino bastava dargli un pallone e farlo correre libero. Oggi quel campo è un terreno incolto inghiottito dai palazzi che lo circondano. Un pezzo di terra anonimo, dove l’erba alta e l’incuria

sembrano aver cancellato ogni segno e ricordo di un passato straripante di vita; quella dei tanti, tantissimi giovani stakanovisti della partitella. Chi ricorda più di ogni altro il fragoroso entusiasmo che si scatenava in quegli anni sul ‘Bovieri’ è Mario Somma, uno dei tanti ragazzini che ha trascorso la gioventù a calcarlo e che proprio in quel contesto ha at-

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taccato la spina con il pallone, ignaro che non l’avrebbe più staccata. “Quel campo era tutto – commenta l’ex giocatore di Salernitana e Genoa, ed oggi affermato allenatore e commentatore calcistico -. Non solo per noi figli di dipendenti, ma per un quartiere e zone intere di una città giovanissima. Non sarei in grado di quantificare quanti ragazzi, ma anche adulti, hanno trascorso su quella terra giornate interminabili. In inverno non appena si usciva da scuola con le mamme a rincorrere i ragazzini per farli studiare, nella stagione estiva praticamente dalla mattina alla sera nonostante il sole cocente. Vi lascio immaginare, quindi, la valenza sociale di quel campo di calcio e quanto abbia potuto significare per una città e per i suoi giovani figli”. Nato negli anni 70, via via quello che è un campo spartano di periferia, diventa un vero e proprio impianto. Viene intitolato ad Augusto Bovieri, storico presidente del circolo del dopo lavoro Enel, e addirittura dotato di illuminazione per le gare in notturna, di recinzione e di spogliatoi con doccia. La fruizione, come detto, era inizialmente riservata per i figli dei dipendenti, ma bastano pochi anni per trasformare quel campo nel te-

atro di sfide incrociate tra quartieri della città. “La squadra che dettava legge – continua Somma -, era quella delle Gescal. Marco Croatto, Gennaro Ciaramella, Fabio Vita, erano i nomi di spicco di una squadra imbattibile. Le palazzine dell’Enel, invece potevano

contare su due squadre, una formata da ragazzi più grandi, dove ad esempio giocava mio fratello Tonino, e l’altra di ragazzi più giovani dove giocavo io. Poi c’era la squadra dei palazzi Barletta, anche quella molto competitiva, ed infine quella mista, che era formata dai

nelle due foto immagini di una delle tante sfide nei tornei al campo dell’Enel di via Isonzo

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meno bravi, o meglio dai più scarsi che venivano scartati dalle altre squadre. Le partite erano interminabili, e dopo qualche anno si decise di strutturare dei veri e proprio tornei, che avevano un seguito di pubblico impressionate. Chi vinceva quelle sfide, poi, aveva l’onore di giocare sul campetto in erba di via Verdi, un vero gioiellino per i campi dell’epoca e riservato solo ai migliori giocatori”. Un via vai di ragazzi e di partite, trasformano il Bovieri in un luogo di incontro anche per gli addetti ai lavori dell’epoca. Non è raro vedere assistere alle sfide tra ragazzini anche osservatori ed allenatori di società calcistiche come il Latina, la Fulgorcavi e il Pro Cisterna. Uno di questi è Gigi Sitzia, che segnala Mario Somma al responsabile del set-

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tore giovanile del Pro Cisterna Gino Bondioli, il quale di lì a poco spedirà il giovanissimo difensore di Latina al Genoa di Gigi Simoni. “Non fui l’unico ad avere la fortuna di entrare nel calcio che contava dopo aver giocato sul campo dell’Enel. Al Pro Cisterna arrivarono anche mio fratello Tonino e Mimmo Tomeo, mentre alla Fulgorcavi approdò Moreno Ricchi. Inutile aggiungere che furono anni indimenticabili, e di quanto un campetto di periferia segnava la vita in maniera positiva di tantissimi ragazzi”. Negli anni 90 si comincia a regolamentare l’utilizzo del campo. Per giocar ci vogliono circa 1500 lire a giocatore. Le partite sono sempre di meno e il declino definitivo è ormai vicino. L’Enel decide di dismettere i

propri beni, tra cui anche il terreno dove sorge il Bovieri. Il terreno va all’asta e diventa di proprietà privata. L’idea iniziale è quella di riqualificare il vecchio impianto, con la costruzione di nuovi spogliatoi e creare una scuola calcio, ma ben presto l’idea viene accantonata per le dimensioni ridotte del terreno di gioco non contingente con quelle di un campo di calcio a norma. Con buona probabilità, quindi, del glorioso Bovieri resterà solo la targa commemorativa. Quel pezzo si terra dove generazioni di ragazzi hanno rincorso un pallone, è con buona probabilità pronto per essere sostituito da una colata di cemento che vedrà sorgere nuovo palazzi, come accaduto già a tanti altri campetti della città.


Storia e misteri di

BORGO MONTELLO Le origini medievali di un luogo divenuto simbolo delle derive ambientali e sociali del capoluogo Discarica, rom e centri di accoglienza: le difficili convivenze di una comunità in crisi di identità

N

di RICCARDO ANGELO COLABATTISTA

essun borgo come quello di Montello rappresenta la sintesi della vicina Latina. Si parte dalla storia, dalle sue origini medioevali della località Conca, con la sua chiesa ed il suo antico borgo, si arriva fino alle belle storie di Santa Maria Goretti, che ha avuto la sua prima comunione proprio a borgo Montello; si passa per la bonifica integrale degli inizi del ‘900 fino ad arrivare allo sviluppo economico di questi ultimi anni. Agli aspetti storici, religiosi e di sviluppo, si aggiungono, purtroppo situazioni spiacevoli che comunque contribuiscono a caratterizzare i cittadini e la frazione. Dal brutale omicidio di Don Boschin per arrivare alla dura convivenza con i rom presenti nel centro Al Karama per finire con la discarica: un mostro a cielo aperto con cui i cittadini di borgo Montello sono costretti a convivere ormai da decenni. In sintesi è questo borgo Montello. Se i cittadini di Latina, alla pronuncia di “Borgo Montello” associano solamente la discarica,

commettono un peccato mortale di superficialità. Oltre all’immondizia di tutto il comune capoluogo, al Montello c’è molto di più: storia, bellezze e curiosità che la “città” non ha ancora avuto il modo (o l’interesse) di approfondire.


I tempi della bonifica Borgo Montello è nato nel 1932 durante i lavori di bonifica dell’agro pontino. È un luogo di confine per quanto riguarda il territorio del Comune di Latina. In epoca fascista si decise di costruire vicino ad alcuni ruderi già esistenti e risalenti ad epoche diverse (dal 1000 al XVII secolo). Dopo il

fulgore della vita quotidiana presente in epoca medioevale la Località Conca, solo successivamente denominata Borgo Montello, ricadde in disgrazia. All’arrivo dei primi coloni veneti l’antico villaggio era praticamente distrutto e disabitato. C’erano solo alcuni ruderi. Da lì si ripartì per la costruzione di un centro di servizi agrari e di appoderamento. Tra l’antica chiesa dell’Annunziata, le vecchie lestre ed i nuovi edifici di bonifica, Borgo Mon-

tello iniziò a prendere forma e a diventare ciò che è adesso: un importante centro commerciale (specialmente per quanto riguarda il settore del mobile) che sfrutta la sua posizione geografica di vicinanza a due dei maggiori centri abitati della regione, Latina ed Aprilia. Le nuove costruzioni, ormai, la fanno da padrona. Ma, fortunatamente, l’antico centro di Conca è rimasto praticamente intatto. Con le sue bellezze e con il suo fascino antico.


Castrum Concarum Come spesso accade per i diversi borghi presenti nella pianura pontina (vedi Borgo Faiti e Tor Tre Ponti) anche borgo Montello nasce sulle ceneri di un villaggio preesistente. Infatti, già in epoca Medioevale, nell’attuale località di Borgo Montello, sorgeva un centro abitato denominato Località Conca. Il fiume Astura, in quell’epoca, rappresentava un vera e propria risorsa per tutto il territorio, al pari del Tevere. Proprio in località Conca e nella vicina Le Ferriere, nacquero diverse attività direttamente legate al commercio e alla lavorazione del ferro. Il vecchio “borgo” è ancora ben riconoscibile dalle mura e dall’arco d’entrata. Della vecchia “Conca” è ancora presente la Chiesa della Santissima Annunziata (costruita nel XVII secolo). Chiesa che ha ospitato, oltre allo spiacevole episodio di Don Boschin, anche la Prima Comunione della bambina che poi diventò Santa Maria Goretti. Oltre la Chiesa, a rivestire un’importanza storica, c’è l’antico granaio, da pochi anni ristrutturato e ribattezzato “Padiglione del grano”. Una struttura imponente che ci ricorda, una volta entrati a borgo Montello, le origini della pianura pontina e dei borghi rurali.

La Chiesa della Santissima Annunziata di Borgo Montello

Don Cesare Boschin

La sede dell’oratorio “Don Cesare Boschin”

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Non si può parlare di Borgo Montello senza citare l’assassinio di Don Cesare Boschin avvenuto il 29 marzo del 1995 ed ancora avvolto nel mistero. Cesare Boschin nasce a Trebaselenghe (provincia di Padova) l’8 ottobre del 1914. Dopo la seconda guerra mondiale, dopo esser stato ad Anzio e Le Ferriere, si stabilisce presso la chiesa della Santissima Annunziata a Borgo Montello. È qui che troverà la sua morte. Don Cesare Boschin è molto attivo nel territorio per quanto riguarda l’aiuto diretto agli sfollati e alle persone più in difficoltà. Fonda l’Azione Cattolica presso la sua parrocchia. Questo attivismo lo porta a subire diversi attacchi. Nonostante


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ciò Don Boschin decide di rimanere al Montello “per portare con se la propria croce”. La mattina del 30 marzo 1995 il suo cadavere viene trovato con mani e piedi legati ed una corda lungo il collo. All’inizio la magistratura indirizzò le indagini verso il tentativo di rapina ma i soldi nel portafoglio, il crocefisso d’oro ed altri contanti nel cassetto rimasero lì, in canonica, e furono prese solo le due agende dove il Parroco appuntava tutto. Il caso fu chiuso sbrigativamente, ma fu Don Ciotti a chiedere a Giorgio Napolitano la riapertura del caso. Le testimonianze portarono direttamente alla camorra e all’aiuto che Don Boschin stava fornendo agli abitanti di borgo Montello per scoprire il funzionamento della discarica del borgo e della possibile presenza di fusti tossici al suo interno. In quegli anni molte abitazioni, di personaggi vicini al comitato spontaneo, furono prese a pistolettate mentre Don Boschin fu trovato misteriosamente ucciso. Il caso, dopo una seconda chiusura, nel 2012 fu di nuovo aperto. Si spera, questa volta, si possa trovare la verità e non si scada in un finto finale, con dei “finti” rapinatori che uccidono un parroco portandosi via le sue agende e lasciando tutti i denari a casa.

L’attivo parroco venne trovato con mani e piedi legati L’omicidio è rimasto senza responsabili

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Alcuni rilievi sono stati fatti ma, da una parte ci sono gli ambientalisti che lamentano la poca profondità degli scavi, mentre dall’altra c’è lo stesso Schiavone che afferma l’inesattezza geografica dei prelievi. Insomma, gli accertamenti dovrebbero essere rifatti ma la “burocrazia” sembra rallentare questo processo di verità. Intanto è iniziato il lungo iter che dovrebbe portare alla chiusura della discarica. Un auspicio importante per l’amministrazione comunale. Gli abitanti del borgo sperano e, intanto, continuano a convivere con il “mostro” discarica. A pochi metri dalla discarica, negli

Il pentito Schiavone ha parlato di fusti tossici I sondaggi eseguiti sono stati criticati dagli ambientalisti

Tra discarica e centro Al Karama e Valle della Speranza Non è un caso, purtroppo, che il latinense medio alla pronuncia del nome “borgo Montello” associ, in questo preciso ordine: discarica, centro Al Karama e Valle della Speranza. È il destino delle periferie, quello di as-

sorbire gli aspetti meno brillanti del capoluogo. Il primo, sicuramente il più preoccupante, è rappresentato dalla discarica. Un luogo, questo, che accoglie l’immondizia indifferenziata di tutto il territorio pontino che ha rischiato (in un passato recente) di diventare il centro di smaltimenti anche di parte della provincia di Roma. Oltre a ciò, grazie alle dichiarazioni di alcuni pentiti come Carmine Schiavone, sono emerse grosse preoccupazioni sulla possibile presenza di fusti tossici interrati nel territorio della discarica.

anni ’90, nacque il centro di prima accoglienza per immigrati denominato Al Karama (che letteralmente significa dignità). Il centro, negli anni, ha accolto diverse famiglie, prevalentemente di etnia Rom. La convivenza tra questi nuovi cittadini e la popolazione del borgo non è mai stata idilliaca. Da una parte c’era un’escalation di furti mentre dall’altra erano gli stessi Rom a subire atti intimidatori da alcuni abitanti esasperati. Oggi alcune famiglie Rom, nonostante i numerosi arresti avvenuti qualche anno fa, continuano a vivere nei container e a cercare una vita dignitosa nel nostro Paese. Infine c’è la realtà più strutturata del Centro di Accoglienza Valle della Speranza. Un luogo nascosto, posto ancor più in periferia. È qui che vengono accolti tossicodipendenti, alcuni extracomunitari e giovani mamme di diversa etnia. Insomma, una vera e propria Valle della Speranza dimenticata da molti e nascosta agli occhi dei cittadini.

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ZERO liMiti

Il mondo della notte

un inizio spumeggiante Il 25 Gennaio arriva Garko Sarà al fianco della Arcuri ne “Il peccato e la vergogna 2” di mauro bruno

Spediti verso nuovi ed esclusivi appuntamenti. Il 24 apre il nuovo anno nel migliore dei modi e il 2014 sarà contraddistinto dagli ospiti e dalle guest star del piccolo e grande schermo. Già il 2013 ed in particolare il mese di dicembre ha visto protagonisti della nota discoteca di Latina artisti e personaggi famosi che hanno accompagnato il sabato notte degli amanti della buona musica. Un successo che si è rinnovato ogni sabato e che ha visto la notte di capodanno il suo maggiore splendore. Ora, chiuso il capitolo 2013, si viaggia velocemente verso quello che sarà il 2014 del 24 Twentyfour, la discoteca di Rino e Mattia Polverino. Già da questo mese di gennaio e più precisamente sabato 25 ci sarà un’esclusiva serata con l’attore Gabriel Garko. Sarà proprio lui ad aprire il 2014 nei giorni in cui torna sul piccolo schermo con la fiction TV più attesa di telespettatori. Proprio il 10 gennaio e per dieci puntate Gabriel Garko sarà al fianco di Manuela Arcuri nel lavo82 | NUMERO ZERO | 01.2014

ro dal titolo “il peccato e la vergogna 2”. Il signore della fiction di Mediaset, così definito dalla stampa specializzata, sarà a Latina, la città natale di Manuela Arcuri, il 25 gennaio per raccontare cosa succede sul set e soprattutto per scoprire quali saranno i futuri lavori che lo vedranno protagonista. Sarà ancora una volta un grande sabato targato 24 Twentyfour dove oltre alla possibilità di strappare un autografo o una fotografia con l’attore ci si potrà divertire con la consueta musica house, quella di successo e di tendenza che consacra tra i migliori sabato della penisola, il sabato del 24.


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Drammi, consolazioni e servizi del Centro di Accoglienza di via Villafranca

SENZA NZA NZ A NIEN ENT TE La vita di decine di ospiti inghiottiti da povertĂ  e miseria, ricevuti in una struttura tra le piĂš efficienti del Lazio di MARCO PETRONE


“Ho fame, stasera avete qualcosa da mangiare?”. Mancano ancora cinque minuti all’apertura del centro di accoglienza notturno di Latina ma, al cancello d’ingresso, un signore un po’ malconcio si presenta talmente affamato da doversi piegare su se stesso. Si massaggia lo stomaco, lo friziona con le dita per tenerlo caldo, in mancanza d’altro. Non fa scene, si vede che soffre, che i crampi della fame lo perseguitano. E’ dura per Carlo, l’assistente sociale di turno, ammettere che per il momento di cibo non ce n’è: bisogna attendere qualche ora, nella speranza che qualche anima pia porti in dono qualcosa, cibi e bevande non utilizzati, avanzati nei ridondanti cenoni festivi che il più delle volte, come insulto alla miseria, finiscono dritti nella pattumiera, a volte ancora intonsi, addirittura impacchettati. E’ un contrasto da dramma contemporaneo, lo stesso che si avverte nel raggiungere la struttura per gli sfortunati ospiti, adiacente lo Stadio Comunale. In pochi metri si respira da una parte la massima espressione del consumismo, rivelato, come


di consueto, in tutto il suo clamore, nell’ultimo week-end pre-natalizio. Dall’altra eccoci qua, faccia a faccia con la miseria cocente, quella che non permette di bere e mangiare, di avere una casa e soprattutto una famiglia con cui condividere qualcosa, qualunque cosa. Prima dell’apertura agli “ospiti” abbiamo il tempo per un rapido giro del centro: sobrio, pulito, con la direzione e una sala comune a fare da divisorio tra le camerate maschili e femminili con bagni annessi. Le stanze sono da tre o quattro posti, ad ogni letto corrisponde un armadietto personale. C’è la lavanderia, utilizzata quotidianamente dagli ospiti sotto la supervisione degli assistenti sociali, nella quale è possibile lavare ed asciugare i panni sporchi.

Stanze dotate di 3 o 4 posti, armadietti personali e lavanderia Locali televigilati

Alle 19.30 in punto il citofono comincia a suonare e non è difficile capire chi sia a pigiare sui tasti dell’apparecchio. Uno alla volta gli ospiti bussano alla porta della direzione e una volta entrati forniscono a Carlo il numero loro assegnato ricevendo in cambio la chiave di un armadietto e una bottiglietta d’acqua. In pochi minuti capitoliamo in un vortice di emozioni. La fame, il freddo, la sporcizia, l’ubriachezza, la malattia provocano compassione e al tempo stesso rinchiudono dentro l’atroce gabbia dell’impotenza chi è costretto ad assistervi. Entra tanta gente, in un silenzio e con una compostezza quasi surreali. I loro volti, segnati dalla sofferenza, sono inespressivi, quasi spenti, non tradiscono emozioni. Il loro incedere è meccanico, drammaticamente abitudinario. Arriva una

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giovane coppia: romeno lui, romana lei, non superano i trent’anni. Carlo ci mette al corrente della loro storia familiare, che, soffocata comunque da povertà e miseria, racconta di un figlio perso in gravidanza e di un altro portato via dai servizi sociali. Lei è silenziosa, chiusa in una timidezza complessa da scalfire. Lui è deciso a proteggerla da tutto e tutti, orgoglioso nel presentarla agli altri ospiti come sua moglie. Man mano che passa il tempo e il centro si riempie di avventori: un melting pot di personaggi e personalità riscalda un po’ l’atmosfera, dal più introverso allo


stravagante, dall’ubriaco allo scrittore. Adesso che la prima ondata di ospiti ha preso posto è Carlo a darsi da fare con le lavatrici, districandosi spesso tra le bizzarre richieste che gli vengono sottoposte. Facendo due chiacchiere con Fabrizio, direttore della cooperativa “Il Quadrifoglio” che gestisce la struttura, riusciamo a comprendere competenze e responsabilità dei servizi sociali impegnati in un sistema complesso, pieno di insidie disciplinari. Ce ne facciamo un’idea più chiara quando arriva una telefonata quantomeno singolare da un individuo che insiste per ottenere il nome di un eventuale ospite. Il direttore cerca ovviamente di spiegare che per motivi di privacy è impossibile soddisfare la richiesta e ne nasce una rapida discussione. Dall’altra parte della cornetta c’è un animato gestore di un bar che ha subìto il furto nel suo locale ad opera di un uomo romeno datosi immediatamente latitante. Immagina che si sia rifugiato all’interno del centro ma, quand’anche fosse, quella è zona

Gli ospiti si sentono in una zona franca Numerosi gli stranieri Ci sono anche coppie

franca, una sorta di ambasciata dove ci si sente esiliati sociali, dove è impossibile essere riconosciuti e perseguitati dal momento in cui ne viene consentito l’accesso. Ci viene spiegato che in questa struttura chiedono rifugio un po’ tutti, giovani e vecchi, drogati ed ubriaconi, più uomini che donne, molti stranieri; eccezion fatta per qualche caso raro, la sicurezza e le norme comportamentali non sono mai state trasgredite. Gli ospiti

che usufruiscono del centro di accoglienza, infatti, sono quelli a “norma”, residenti a Latina o comunque in possesso di uno speciale permesso concessogli dallo sportello in Via Duca del Mare. I periodi di soggiorno sono medio-lunghi, facile intuire che gli «ospiti» si sentano e si comportino all’interno di queste stanze come fossero a casa propria. Ci si conosce tutti, ognuno ha i propri vezzi e difetti. In Direzione irrompe una signora di colore, muta, moderatamente scoperta a dispetto della stagione invernale; la lamentela riguarda un’altra ospite, rea di non rispettare le norme igieniche che impongono una doccia quotidiana. Il richiamo ufficiale arriva puntuale e dopo qualche tentennamento la signora incriminata cede alle atroci sofferenze di una doccia depurante. Sono quasi le 21.00, una quindicina i presenti, c’è chi gioca a carte in sala e chi già dorme garantendosi il maggior riposo possibile fino alla mattina successiva. La mente viaggia, quasi stesse assistendo ad un documentario sulle vite di queste

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persone. Ma è tutto vero, tridimensionale. Usa un po’ di cinismo Fabrizio nel dover fare delle doverose distinzioni: “Ognuno ha la sua storia, è vero, ma molti di questi senzatetto hanno sperperato fortune nell’alcool o nelle droghe e quindi non meritano la stessa compassione di altri. Noi comunque diamo una mano a tutti, spesso anche a nostre spese”. La conversazione è nuovamente interrotta da colui che alle 19.25 sostava dinnanzi ai cancelli d’ingresso affamato come mai e che si informa nuovamente sull’eventuale presenza di cibo. Fabrizio riceve un’altra telefonata, questa volta da parte di un ospite che avverte di non aspettare per questa sera il suo rientro a “casa”. Qualcosa di strano deve essergli accaduto, pensiamo noi, poiché, come ci spiega Carlo, la giornata tipo del povero non prevede grossi cambiamenti di programma: dopo la cena delle 17.30 alla Caritas, i senzatetto vengono accompagnati nel centro d’emergenza sulla Bassianese, vicino Latina Ambiente, o fanno ritorno con le proprie gambe presso la struttura in cui ci troviamo. Doccia e lavatrice obbligatorie, notte di riposo e colazione offerta dai servizi sociali e per i più intere giornate passate tra piazze e bar vari, cer-

cando riparo nei centri commerciali durante i periodi più freddi. Eppure dal primo febbraio le cose dovrebbero migliorare, con una nuova cooperativa pronta a subentrare con importanti investimenti di tempo e denaro e l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei più sfortunati anche durante il giorno, avvalendosi delle più disparate attività sociali. L’orario di termine per l’ingresso sopraggiunge, fanno in tempo ad entrare gli ultimi tre ragazzi, ripresi veementemente per aver bypassato la direzione prima di recarsi nelle stanze; la paura più grande per gli assistenti è che qualcuno possa portare all’interno della struttura bottiglie di alcolici o droghe di vario genere. E’ anche per questo che nella Direzione è presente un monitor collegato contemporaneamente con tutte le stanze dell’edificio eccetto i bagni. Sono da poco passate le 22.00 quando al cancello esterno si presenta l’equipe di un’ambulanza in versione Babbo Natale: una torta di cipolle è il dono più desiderato dal nostro amico che per primo ad inizio serata avevamo incontrato. Finalmente il digiuno è finito: alla visione della gustosa pietanza, il senzatetto prende una fetta di torta e se la porta nel cortile

esterno, laddove è consentito consumare cibo. Ascoltando quasi sornioni le discussioni che provengono dalla sala captiamo tra gli ospiti i dialetti più disparati e lingue straniere neanche lontanamente intuibili. Sorge spontanea la domanda: ma il Centro non è riservato ai soli “residenti” della zona? La risposta è nel sunto aleatorio dello stesso direttore de “Il Quadrifoglio”: “La maggior parte di queste persone è ovviamente straniera. E’ certo che siano riusciti ad ottenere in qualche modo una residenza fittizia nella nostra città per poter usufruire di molti benefici quali, ad esempio, ospitalità in questa struttura”. Il Centro di Accoglienza di via Duca del Mare può considerarsi una sorta di bengodi rispetto alla miriade di dormitori improvvisati, stracolmi o vetusti sparsi nella regione: “Questo centro ha un anno e mezzo, funziona bene, non è appesantito da centinaia di posti letto e senza dubbio i senzatetto preferiscono star qui piuttosto che in altri posti. Nel Lazio solo a Roma ci sono strutture simili e immagino non sia raro il fatto che tra gli stessi barboni o bisognosi in generale si sia sviluppato un passaparola che consigli a molti di mettersi in viaggio per venire qui”. Terminiamo la nostra visita con la consapevolezza di aver conosciuto un mondo dove pietas, umanità e drammaticità si fondono sotto un unico tetto. Anche chi non ce l’ha può contemplarlo prima di chiudere gli occhi. Ed è un piccola immensa conquista.

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A colloquio con Nino, senza dimora dal giorno del sisma de L’Aquila

LO SCRITTORE CROLLATO COL TERREMOTO Nino lo Scrittore. A notte inoltrata è lì, nell’unica sala in cui resiste un po’ di luce, a scrivere sul suo inseparabile quaderno verde chissà di cosa, chissà di chi. Gli chiediamo se se la sente di fare due chiacchiere con noi e da subito si mostra molto disponibile. “Quanti anni ho? Parecchi, diciamo che ne ho viste molte in vita mia” è la prima battuta, che serve a farcelo apprezzare da subito, così per empatia. “Non è molto tempo che sono ridotto in questo stato, ero un operaio, vivevo a L’Aquila e ho perso tutto con il terremoto. Posso dimostrarlo”. Non c’è bisogno. “A Latina ho un’ ex moglie e una figlia…”, il tono di voce muta vistosamente e decidiamo allora di virare su altri argomenti. Nino è persona colta, lo si nota dalla calligrafia che si intravede sul suo quaderno; si informa, gli piace viaggiare ed essere al passo con gli eventi, specialmente della città in cui vive. E lo fa innervosire proprio il pensiero delle istituzioni pontine, colpevoli di innumerevoli sprechi e mancanze drammatiche nei momenti storici più importanti. Ce l’ha con il sindaco e qualche assessore, rei, a suo dire, di aver sperperato un patrimonio per una struttura come questa che, invece, con molto meno sarebbe potuta essere addirittura migliore. Le cifre che ci sottopone sono quelle esatte: 425.000 euro per la costruzione più 125.000 per gli arredi. Una cifra sconsiderata per “dei muri di cartongesso e quattro brande” dice Nino. E’ arrabbiato con questa amministrazione, convinta ad aprire il dormitorio nel maggio del 2012 “solo dopo una lunga protesta e un’occupazione pacifica mia e di altri senzatetto sotto il palazzo del Comune. Chissà per qua-

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le motivo prima che arrivassimo a tanto rimaneva chiuso?” Trasparenza ed onestà ma anche intransigenza. Nino è uno scrittore, capace di rappresentare i personaggi con il distacco delle grandi penne. Così bolla alcuni assistenti sociali: “sono superficiali, si occupano solo dei problemi più vistosi, ma noi abbiamo bisogno anche di altro, oltre che delle prime necessità”. Ma marchia con l’autodisprezzo anche se stesso: “quelli come me, tutti i barboni, sono rifiuti dell’umanità. Cos’altro siamo?”. Fa riflettere, a suo dire (e come dargli torto), la scelta del Comune di individuare in una zona così prossima allo stadio comunale la struttura giusta per accogliere i senzatetto, specie in questi anni di grandi soddi-

sfazioni calcistiche per la nostra città, che pongono ogni fine settimana Latina ed il suo centro ancora troppo poco valorizzato in primo piano davanti agli occhi di molti tifosi-turisti di altre città. Accompagniamo Nino a fumarsi una sigaretta, scopriamo che prima di stabilirsi a Latina ha trovato spesso rifugio sui treni, coltivando così la sua passione per i viaggi. Perugia e Domodossola le città che preferisce. L’ultima cicca cade in terra, ci salutiamo calorosamente e nell’augurargli la buonanotte la risposta che otteniamo è “Spero che buona questa notte lo sia per te, perché il compagno di camera che oggi mi hanno assegnato è un tossico, sai? Non mi lamento, ma sarà difficile dormire...”


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La

ir che g

MUSICA ai ntorn

Costi e abitudini di una passione che coinvolge centinaia di latinensi

o

di RICCARDO ANGELO COLABATTISTA

“Papà, mi compri una chitarra?”. Sono tanti i bambini che, vedendo un concerto dal vivo o in televisione, si appassionano alla musica. Come i piccoli calciatori vedono nella musica la chiave per il successo, per la fama e per la popolarità. Ma come succede nel calcio solo una piccolissima percentuale può raggiungere il livello di popolarità di Cristiano Ronaldo, la maggior parte degli aspiranti calciatori resta nelle categorie minori, senza fama e senza soldi, ma con una grande passione che pulsa dentro. Così è la musica. Cantanti e strumentisti sognano di calcare il palco dell’Olimpico come hanno fatto questa estate i Depeche Mode o i Muse. In molti, la stragrande maggioranza, resta a suonare nelle cantine, nei locali e, quando si è fortunati, in grandi club. Ma allora ne vale la pena puntare sulla musica in una provincia come Latina? Certo, la passione non cono-


Il complicato mondo delle rock band pontine tra attrezzature, sale prove, locali per le esibizioni e nuove tendenze

sce costi d’investimento né tantomeno algoritmi di rientro finanziario. La passione ha un suo costo (economico) che verrà ricompensato dalla soddisfazione di condividere una birra col compagno, di riuscire a scrivere una propria canzone e di suonare davanti al proprio pubblico (composto anche da 10 persone, tra amici e parenti). A Latina esiste un sottobosco musicale importante, fatto da centinaia di musicisti, sale prove, scuole di musica e locali che offrono la possibilità di suonare dal vivo. Abbiamo provato a scattare una fotografia della nostra città, tra costi ed opportunità, tra nuove mode e vecchie tradizioni ormai scomparse. Né è uscita una realtà viva, attiva, pronta al cambiamento e a restare al passo con i tempi. Una realtà che va avanti grazie alle inclinazioni di molti che continuano a credere nella musica, non come professione, ma come passione pulsante.


Quanto costa fare musica Ogni interesse ha il suo costo. Si più essere appassionati di sport, e allora le proprie spese vengono assorbite da scarpini, biciclette o racchette. Si può essere appassionati di cultura, e allora si spendono i denari per libri, corsi di formazione e DVD. Si può essere appassionati di musica e svuotare il proprio salvadanaio per comprare una chitarra, pagare le sale prove e le nuove corde. Ma quanto costa, effettivamente, fare musica a Latina? Partiamo dallo strumento, senza il quale non si potrebbe proprio iniziare. Per una chitarra elettrica o un basso di qualità accettabile servono circa 300/400 euro. I costi salgono per chi vuole avvicinarsi alla batteria. Qui, un buon set completo, non si compra a meno di 600/700 euro. Oltre alla chitarra o al basso c’è da acquistare un amplificatore che significa almeno 200 euro (utile sia in casa sia nei locali). Infine c’è il cavo che collega lo strumento all’amplificatore; in questo caso ce la caviamo con un 25-30 euro. Alla fine, solo per la strumentazione utile ad iniziare dobbiamo spendere almeno 800 euro, per avere comunque un materiale di medio basso livello (non bassissimo). Una volta comprato lo strumento, però, bisogna prendere qualche lezione per imparare almeno i fondamentali. E qui i costi variano di molto tra privati “senza fattura” e le scuole ben strutturate. Si parte dai 25 euro per un’ora di lezione privata e si arriva fino a 50 euro l’ora per le scuole più strutturate e per gli insegnanti più importanti. I costi, in questo caso, valgono anche per i cantanti che lo strumento lo hanno

Il costo base per una chitarra o un basso si aggira sui 300 euro

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naturale. Adesso abbiamo lo strumento e il nostro insegnante di musica, ci serve aggiungere solamente il costo delle sale prova e la manutenzione dell’attrezzo. Per le prove i costi variano da sala a sala. Si possono fare due ore di prove con 20 euro (da dividere per tutti i componenti della band) fino ad arrivare a 35 euro l’ora (per le sale più attrezzate e più grandi). In molti, però, si attrezzano in maniera nostalgica: nel garage di casa, nella vecchia casa di campagna dei nonni o con strumenti elettrici che si possono suonare anche in appartamento. Insomma, la nostalgia e la tecnologia, in alcuni casi, fanno risparmiare il costo della sala prova. Infine c’è la manutenzione che varia da strumento a strumento. Le corde di una chitarra possono costare dai 7 euro ai 15 euro mentre quelle del basso arrivano a costare fino a 45 euro a pacchetto. La situazione peggiore, però, ce l’hanno come sempre i batteristi che, per cambiare una pelle (per rullante o tom) o per comprarsi un nuovo piatto non spendono mai meno di 50 euro per arrivare, con i pezzi migliori, anche a 500 euro per un solo nuovo piatto.

Sale prova a Latina Obiettivo Musica Via dei Marsi 19 Liceo Musicale Pontino Via Magra 20 Primitive Sound Via Isonzo (C.C. l’Orologio) Anfiteatro Viale Kennedy (C.C. Agora) Crocodile Viale Pier Luigi Nervi, 164 Suono 3d Studio ASP Via Calatafimi 46 Circolo H Piazza Aldo Moro 36 Roll It Via Secchia 36


Le nuove tendenze Questo non è un detto popolare ma sono i fatti. Il tempo passa e le nuove generazioni non amano più muovere i primi fondamentali passi del rock con i classici anni ’60 e ’70. Nessun problema con la musica leggera e con il Pop, ma chi si mette in mano uno strumento lo fa per suonare Rock, Metal, Punk e Grunge. Insomma, generi non troppo popolari. Con il passare del tempo le qualità si affinano e con esse il genere. Si inizia quasi sempre dal Rock e dell’Hard Rock, per passare ad un rock più melodico e per sfociare o nel Pop o nel Jazz e nel Blues (quando si è più bravi e preparati). Il punto di partenza imprescindibile, fino a dieci anni fa, erano 5-6 gruppi, l’ABC del rock: Deep Purple, Led Zeppelin, Rolling Stone, Jimi Hendrix, Pink Floyd, Beatles e Queen. Insomma, era facile immaginare i primi tre accordi di un neo chitarrista, quasi sempre erano le prime tre note di “Smoke on the water” dei Deep Purple. Quello che era un punto fermo

Le scuole di musica a Latina Crocodile Viale Pier Luigi Nervi 164 Musica & Musica Via Pio VI 20 Anfiteatro Viale Kennedy (C.C. Agora) Dimensione Musica Via Quasimodo 23 (B. S. Michele) Vox - Voice Accademy Via Cisterna 3 per diverse generazioni, oggi, non lo è più. I ragazzi si avvicinano alla musica grazie alle band moderne che suonano punk e si avvicinano allo stile Emo. I Thirty Second to Mars, i Paramore ed i My Chemical Romance hanno preso il posto di Jimi Page e John Lennon. Un vero peccato. Oltre a ciò, i gestori delle sale prove, lamentano il fatto

Conservatorio Statale di Musica “O. Respinghi” Via Ezio 32 Liceo Musicale Pontino Via Enea Isdam Viale Pierluigi Nervi 164 e Via Don Luigi Sturzo 48 Musicalmente Largo M. Cesti (C.C. Nascosa Quartiere Q5) Il conservatorio

che i nuovi musicisti mancano di cultura musicale. Prima chi suonava uno strumento comprava Cd, vinili, leggeva libri e comprava DVD dei concerti del passato. Oggi i ragazzi faticano a distinguere John Lennon da Elton John. Per carità, non vogliamo generalizzare, ma le cose sono cambiate. Oltre alla scena Rock e del Metal, però, a Latina è molto attiva quella legata al Rap e all’Hip Pop. Qui, però, non servono strumenti ma è sufficiente una bella base elettronica e tanto fiato per rimare in maniera sincopata le lunghe strofe. Che siate nostalgici o meno questa è la realtà. Via i capelloni e i pantaloni a zampa di elefante, ora lo spazio è stato conquistato da pantaloni larghi, berretti al contrario e frangette nerissime che coprono un solo occhio.

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Damiano Perucino de “La Quinta Armònia”

I locali per le esibizioni Cambiano i generi, cambia la moda e, con la crisi, cambia il modo anche di proporre musica dal vivo nei locali. Fino a 20 e 10 anni fa i locali aprivano le porte alle band di ogni genere per differenziarsi, per offrire qualcosa di diverso e per attirare nuova clientela. Oggi per le band la vita è difficile. I locali, per molteplici motivi, non sono più molto propensi a mettere a disposizione i propri spazi e parte del budget della serata per far suonare una band. E allora, dopo l’investimento iniziale per comprarsi uno strumento, aver studiato e pagato la sala prove, molti ragazzi non hanno gli spazi idonei per esibirsi, per crescere e guadagnare qualche spiccio. I gestori dei locali non sono diventati improvvisamente matti, ma hanno le loro ragioni. Le tasse per fare musica dal vivo incidono su un margine di guadagno già esiguo. Oltre a ciò c’è da aggiungere la SIAE, la strumentazione da mettere a disposizione della band e la paghetta per i musicisti (che

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può andare da zero euro e 400 euro per i gruppetti più esperti). È ormai tramontata l’epoca della musica dal vivo e anche quella delle Cover Band, tanto in voga agli inizi degli anni duemila. Ora Latina è una città che predilige il DJ, perché costa meno e fa più “figo”. I locali che continuano ad avere una programmazione assidua restano il Doolin

ed El Paso. Altri si alternano, con serate spot e saltuarie. Infine c’è l’eterna lotta con i confinanti che vanno avanti a suon di denunce e segnalazioni alla Polizia. Insomma, gli incassi minori, le tasse alte e le denunce sconfortano anche l’amante più puro della musica dal vivo. La vita musicale, nel 2014, è dura, per band e gestori di locali.


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I negozi di musica Duri a morire. Questa è la descrizione migliore per i due negozi di musica, ormai storici per la città di Latina. Stiamo parlando di Musichrome (Via Isonzo – Centro Commerciale l’Orologio) e Sonora (Centro Commerciale Agora). Ma come è possibile che ci siano solo due negozi musicali per centinaia e centinaia di musicisti di Latina e provincia? La risposta, anche in questo caso, viene dal tempo che scorre e dalla tecnologia che ha stravolto le regole del mercato. Oggi, i nuovi e i vecchi musicisti acquistano sempre di più su internet, on line. In questo modo il “pacco” arriva direttamente a casa, senza sforzo, e, nella maggior parte dei casi, si riesce a risparmiare più di qualcosina. Oltre a ciò, su internet, si ha più scelta, di materiali e di prezzi. Insomma, il negozio di musica sopravvive ma internet lo sta schiacciando sempre di più. A Musichrome e a Sonora i ragazzi preferiscono Ebay e MercatinoMusicale.it, oltre a decine di negozi on line specializzati in strumenti musicali. Nostalgici o no, la realtà è questa qui. Come per i libri, i CD e per l’oggettistica, anche per gli strumenti musicali (e relativa attrezzatura: cavo, corde, casse, amplificatore ed altro) la spesa si fa su internet.

Il Montello Festival... quello che manca Chi ha appena varcato la soglia dei 30 anni si ricorda bene l’esperienza positiva del Montello Festival. Una manifestazione partita come una comune festa della birra che, di anno in anno, è cresciuta in maniera esponenziale e positiva. Purtroppo, come spesso accade in questa città, non si è riusciti a trasformare questo evento in opportunità turistica per l’intera provincia. Poteva essere un punto trainante e invece è rientrata, insieme a mille altri progetti, nella cartellina delle occasioni mancate. L’importanza che aveva acquisito, negli anni, questo Festival è testimoniata dagli ospiti venuti a suonare a Latina: da Francesco De Gregori a Carmen Conso-

li, dai Verdena a Max Gazzè, dai Litfiba ai Subsonica. Oggi il Montello Festival è solamente un ricordo. La scorsa estate si sono festeggiati i “20 anni di Montello”. Un evento che ha provato a far ripartire la macchina organizzativa per tornare ai fasti di un tempo. Ad oggi l’unico evento musicale di rilievo (anche se lontano anni luci dal Mon-

tello Festival, sia per quantità che per qualità della musica proposta) è il “Primo Maggio di Latina”. In città manca un festival. Siamo capaci di ospitare il Circo Internazionale e organizzare il Carnevale estivo ma non siamo in grado di mantenere un festival musicale di livello nazionale, come lo era il Montello Festival.

La tecnologia ha stravolto il mercato Strumenti e componenti si acquistano prevalentemente su Internet ma qualche commerciante ancora resiste

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All’interno della scuola di Elo Rini, dove nasce e si coltiva la passione per gli strumenti

LICEO MUSICALE PONTINO

Imparare a suonare uno strumento, confrontarsi con il proprio talento musicale, coltivare una passione fino a farla diventare parte integrante delle proprie aspirazioni, addirittura una ragione di vita. Il rapimento della musica può scattare all’improvviso e bisogna sapersi far catturare, affidarsi alla custodia di esperti maestri che sappiano promuovere ed esaltare le proprie inclinazioni nello scibile del pentagramma. “Quando uno ha talento si vede subito, sin dalle primissime lezioni – dice Elo Rini titolare del Liceo Musicale Pontino di via Magra 20 a Latina - ma il primo ad

accorgersene è proprio chi lo possiede. A noi insegnanti spetta il compito di agevolarne la massima espressione, di perfezionare la dote e la passione che molti allievi hanno già dentro di loro”. E’ una passione che può manifestarsi in qualsiasi momento della propria vita, anche se statisticamente è intorno ai 15-18 anni che scatta il desiderio irrefrenabile di “darsi alla musica”. “Certamente questa è l’età giusta per cominciare, ma c’è sempre tempo per avvicinarsi alla musica. Io personalmente insegno la batteria e ultimamente ho iniziato delle lezioni con un

signore di 43 anni, devo dire anche con buoni risultati. C’è forse un limite oggettivo per i più piccoli. Non metterei mai uno strumento in mano ad un bambino sotto i 10 anni, prima di quell’età si potrebbe solo consigliare la musicoterapia, l’apprendimento delle note sotto forma di gioco”. Il Liceo Musicale Pontino è una scuola privata, che attualmente conta un centinaio di associati tra allievi e sala prove con insegnanti di primo livello, ognuno per uno strumento specifico. “Rispetto alle scuole di musica tradizionali noi privilegiamo gli strumenti del rock quindi batteria, basso


elettrico, chitarra elettrica e acustica, sassofono. Oltre al canto e al piano di accompagnamento. Siamo quindi un po’ meno classici”. Ed è anche una rinomata sala prove, dove vengono a suonare tra gli altri anche i migliori gruppi musicali del territorio, attratti soprattutto dagli ottimi servizi e dalla immediata risoluzione di qualsiasi problema: “Mentre i nostri corsi ad agosto si fermano, la nostra sala prove non chiude mai. Abbiamo molte richieste perché mettiamo a disposizione degli strumentisti la massima attenzione ai particolari, soprattutto per quanto riguarda l’igiene e la pulizia ma anche per l’assistenza al servizio: abbiamo tutte le strumentazioni necessarie, provvediamo subito ad eventuali riparazioni. Insomma ci conoscono soprattutto per la nostra affidabilità” Tornando ai corsi, questi si sviluppano con lezioni individuali di un’ora a settimana per un totale quindi di quattro lezioni mensili. Sufficienti per l’apprendimento? “Sicuramente – risponde Elo – anche perché l’aspirante musicista deve esercitarsi soprattutto a casa. Da noi impara la dottrina base, le fondamenta della tecnica musicale ma poi la pratica si fa solo provando e riprovando da casa. Più ci si esercita e più si cresce. Noi insegnanti siamo attenti all’approccio dell’allievo con lo strumento, col quale sin dalla prima lezione facciamo prendere confidenza senza appesantirlo troppo con la didattica, e seguiamo passo dopo passo il suo percorso di crescita. La più grande soddisfazione per noi è proprio quella di verificare i progressi dei nostri allievi, in alcuni casi veramente prodigiosi. Per non parlare poi della gratificazione che abbiamo quando li vediamo suonare live in qualche locale. Ecco è questo il nostro obiettivo, portarli ad esibirsi dal vivo con qualche band. Per questo forse noi siamo l’unica scuola che non fa saggi di fine anno ma preferisce nel mese di luglio, quello antecedente la pausa, concentrarsi sul laboratorio musicale, in cui tutti i nostri

allievi, che suonano strumenti diversi, si riuniscono per cominciare a suonare in gruppo. E’ una bella esperienza e anche molto formativa”. Non tutti gli apprendisti strumentisti sono uguali, ma ognuno ha i propri tempi e le proprie capacità di apprendimento: “E’ chiaro – conferma Elo – che si iscrivono ai nostri corsi allievi di ogni genere. Quelli che mostrano subito un talento mostruoso e quelli che invece hanno molte più difficoltà e magari dopo qualche lezione si convincono a lasciare. Noi non sviluppiamo mai un discorso selettivo, siamo al servizio di tutti ma ovviamente chi ha talento non lo lasceremo mai andar via, tranne che per suoi problemi personali” Ma in quanto tempo si diventa musicisti completi? Elo Rini non ha dubbi: “ Devo risponderti mai! L’apprendimento e l’affinamento è continuo e dura tutta la vita. Io stesso, che suono la batteria da 25 anni ovvero da quando ne avevo 18, continuo a studiare, ad affinarmi, a cercare di perfezionarmi. Tra l’altro io ho iniziato da autodidatta e solo successivamente mi sono affidato a maestri del calibro di Tony Proia, Davide Pettirossi, Beppe Basile e Carlo Battisti, che mi hanno fatto crescere parecchio. I miei riferimenti sono John Bonham, battersita dei Led Zeppelin, Ian Paice dei Deep Purple e Carmime Appice”. Elo Rini, oltre agli impegni della sua scuola musicale, è oggi un affermatissimo batterista. Suona con i Second Place, una pop original song, i Jail Break, una tribut band dei Thin Lizz e con le Faine, musica originale. Ha inoltre partecipato ad una mini tournèe italiana degli Humana, che Elo definisce senza mezzi termini: “Davvero una bellissima esperienza”.

LICEO MUSICALE PONTINO SCUOLA DI MUSICA batteria - basso - canto sax - piano - chitarra LATINA Via Magra, 20 338.8708983 INSEGNANTI: Elo Rini: batteria Tommaso Tozzi: batteria Francesco Cecchet: basso Mauro di Capua: chitarra Tiziano Ragazzi: chitarra Marco Onorato: sassofono e canto con pianoforte LEZIONI 1 individuale a settimana di 1 ora APERTURA CORSI da settembre a luglio APERTURA SALA PROVE tutto l’anno

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Rubrica medico-scientifica

Come tornare in forma dopo le feste... una dieta senza stress a cura del dr. GIOVANNI FARINA

Le feste sono volate via e già da un  pezzo abbiamo  dato il benvenuto ufficiale al 2014 lavorativo, molto probabilmente, anzi quasi sicuramente, con qualche chiletto in più. Purificare l’organismo dagli eccessi delle tavolate tra parenti ed amici, diventa quindi una necessità impellente per il nostro fisico ed il nostro benessere. Ecco allora qualche semplicissimo consiglio da seguire per tornare in forma senza troppi stress. Come detto, la dieta post Natale più che una scelta è una vera e propria necessità per molti. Quasi tutti infatti abbiamo esagerato almeno una volta durante le vacanze di fine anno con leccornie dolci e salate; chi più e chi meno. Come tornare in forma dopo le feste? Prima di tutto portare in tavola portate a base di  ortaggi e verdure fresche cucinate in modo sano, al vapore e al forno in primis. Scegliere piatti non troppo conditi, carne bianca, magra e pesce, cotti alla griglia o al cartoccio. Un piatto di pasta sulla tavola degli italiani non manca mai, se volete ritornare in piena forma, puntate su salse e sughi freschi, a base di pochi ingredienti scelti e senza burro o troppi grassi. Gli spaghetti al pomodoro fresco per esempio, sono un classico della nostra dieta

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mediterranea, leggeri e sani, perfetti da gustare in questo periodo. Inutile invece saltare i pasti, o puntare su regimi alimentari drastici. Chiedete se potete sempre un consiglio al nutrizionista, gli esperti sanno cucire la dieta in base alle esigenze di ognuno. Bere tanta acqua naturale aiuta sempre a depurare l’organismo; anche le tisane detox sono un valido alleato, al finocchio o alla betulla sono le migliori. Dite addio per un periodo ad alcolici, dolci troppo elaborati e non cadete nella trappola dell’abuso di caffeina da rientro a lavoro. Infine riprendere con l’attività fisica non può che essere un toccasana per il corpo e per la mente; non serve strafare, anche camminare o praticare sport mezz’ora due volte a settimana è sufficiente per riprendersi dai bagordi natalizi e dare il via alla routine del 2014 con il pieno di energia.


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Politica e comunicazione

elezioni si, elezioni no La possibilità di tornare al voto adesso è solo uno spauracchio di francesco miscioscia

Non è passato neanche un anno da quando siamo andati alle urne il 24 e il 25 febbraio scorso, eppure già si parla di votare, di nuovo. Elezioni, ne parlano tutti, da Berlusconi a Renzi fino Grillo, ma nessuno le vuole realmente. Andare al voto adesso è controproducente per tutti, italiani in primis. Al di là dello spreco di danaro pubblico, votare adesso significherebbe restituire al Paese una situazione politica ancora più frammentata di quella che è uscita dal precedente turno e della quale stiamo scontando ancora le conseguenze. Sempre che gli italiani decidano di presentarsi alle urne, perché votando a breve il rischio che si corre è quello di seggi deserti e di una percentuale di astensionismo che sfiorerebbe il 50%. Andare al voto, ma con quale legge elettorale poi? Il Porcellum ormai deve essere cambiato, lo vogliono gli italiani e tutte le parti politiche - anche quelle che lo hanno partorito all’epoca - e lo ha sancito anche la Corte costituzionale. Quindi prima di tutto ci vuole una riforma elettorale e solo dopo si può pensare alle elezioni e, considerando che si parla di cambiare il Porcellum ormai da anni, è abbastanza impensabile che si riesca a fare tutto entro pochi mesi. La discussione sulla riforma è stata avviata, è vero, ma se si vuole votare in contemporanea con le elezioni europee, bisognerà sciogliere le Camere almeno per inizio aprile e quindi licenziare una nuova legge elettorale che metta tutti d’accordo entro marzo. E poi 106 | NUMERO ZERO | 01.2014

bisognerà fare i conti con Re Giorgio, è lui il primo che non vuole portare l’Italia al voto e che conta di mantenere questo governo almeno fino al 2015. Ma in fondo chi non vuole votare sono proprio loro, i diretti interessati: i partiti politici e i leader che usano lo spauracchio del voto ma sono i primi a scongiurare le elezioni nei prossimi mesi. Silvio Berlusconi per il nuovo anno ha rivolto agli italiani un augurio particolare: che possano “imparare a votare” e ha prospettato elezioni nel 2014, ovviamente. Eppure lui è il primo che non trarrebbe vantaggio da un voto imminente. Il Cavaliere ha appena rifondato Forza Italia, di cui ha fatto in tempo a scegliere solo qualche coordinatore regionale, e ancora non ha chiaro i consensi non solo a livello popolare ma anche politico: i vecchi pidiellini sono ancora indecisi e non hanno ben chiaro il progetto. Berlusconi non ha nemmeno ancora scelto la propria successione e rischia in questo modo di presentare alle urne un amarcord di Forza Italia privo di leader e di mordente. Dall’altra parte anche Grillo urla alle elezioni, lui che sa leggere il malcontento popolare e spera che, andando a breve al voto, gli italiani premino con un plebiscito il Movimento 5 Stelle. Addirittura l’ex comico propone di andare al voto con il Mattarellum, “il Parlamento attuale è illegittimo, figlio di legge elettorale illegittima. Illegittimo, quindi non può fare una nuova legge elettorale”. Ma in realtà in cuor suo Grillo sa bene che, così come è organizzato il Movimento e per come ha cominciato a sgretolarsi non appena messo piede in Parlamento, ci vorrà ancora un po’ di rodaggio prima di bissare il successo delle scorse elezioni. E poi c’è Matteo Renzi, il neosegretario del PD sarebbe forse l’unico ad avere interesse in elezioni prossime visto che potrebbe cavalcare il successo delle primarie. Perché che Renzi esca vincitore dalle urne, se si va al voto adesso, lo sanno tutti ed è infatti uno dei motivi principali per cui non le elezioni non saranno indette prima del 2015. Centrodestra, grillini e anche parte del centrosinistra vuole aspettare che il “fenomeno Renzi” si sgonfi, si ridimensioni e arrivi alle elezioni fiacco, senza la verve che ha adesso che è “a mille” su tutto e su tutti. Ma in fondo nemmeno il diretto interessato vuole andare al voto così, adesso, con una campagna elettorale risicata nei tempi e nei modi. Il sindaco di Firenze non vuole vincere e basta, vuole trionfare, vuole una campagna all’americana, di quelle lunghe un anno in tour per l’Italia. Insomma tutti ne parlano ma nessuno le vuole, le elezioni per ora sono un “pericolo” scongiurato. marketicando www.francescomiscioscia.it


Riscaldarsi risparmiando si può! L’evoluzione della Caldaia a Pellet grazie alla tecnologia Froling

I sistemi di riscaldamento domestico a pellet contribuiscono in modo importante alla produzione di energia termica da fonti rinnovabili, partecipando in questo, in maniera significativa, al bilancio energetico nazionale. Romana Pellet, il primo fornitore di pellet e caldaie di qualità nel Lazio, fornisce tutti i servizi e i prodotti per il mondo del riscaldamento ecosostenibile a privati e imprese: caldaie, attrezzature, consulenza e assistenza nella realizzazione del vostro impianto. L’azienda laziale ha selezionato, tra i vari brand nazionali, il marchio Froling, che utilizza l’alta tecnologia austriaca, leader nel settore delle caldaie a pellet. Il pellet è un combustibile naturale ricavato con fonti rinnovabili prodotto con gli scarti della lavorazione del legno. Non è inquinante, a CO2 neutro, realizzato comprimendo ad alta pressione le segature prodotte dalla lavorazione del legno. Questa compressione permette la compattazione delle segature, senza bisogno di collanti o altri materiali agglomerati. Negli ultimi anni l’andamento dei prezzi delle singole fonti energetiche mostra i vantaggi del pellet di legna. Il vantaggio del pellet consiste nel

fatto che ha un’alta resa calorica, è naturale, ecologico, non sporca ed è facile da gestire, in quanto contenuto in pratici sacchi. Nell’acquistare il pellet occorre, però, fare attenzione alla tipologia, ossia bisogna essere sicuri che sia atossico, privo di vernici e di collanti e che sia ricavato da legno garantito e certificato da autorevoli marchi di qualità. In questo ambito Romana Pellet mette a vostra disposizione ben 5 tipi di pellet certificato delle migliori marche. Troviamo un grande assortimento ai prezzi più bassi. Il riscaldamento domestico a pellet ha ormai fidelizzato più di un milione di famiglie che riscaldano le proprie abitazioni con apparecchi termici che utilizzano questa fonte energetica rinnovabile. Un doppio risultato positivo: un significativo risparmio nel budget energetico familiare e un positivo controbuto alla tutela dell’ambiente. I particolari vantaggi offerti dala nuova caldaia a pellet Froling: - Isolamento ramificato per il massimo isolamento termico. - Sistema automatico SOR (sistema di ottimizzazione del rendimento) per massimi rendimenti e la pulizia automatica dello scambiatore

e bruciatore di calore. Rispettare i principi per un riscaldamento ecosostenibile è semplice. Romana Pellet vi assiste nella scelta della caldaia Froling più adatta alle vostre esigenze. Non avete mai pensato a un riscaldamento ecosostenibile? Visitate lo showroom di Romana Pellet a Pomezia e scoprite tutti i prodotti della ditta Froling per un riscaldamento ecosostenibile. Il personale qualificato e specializzato di Romana Pellet, sempre a vostra completa disposizione, vi aiuterà a scegliere i prodotti giusti e farà un sopralluogo a casa vostra per assistervi nella realizzazione dell’impianto di riscaldamento ecosostenibile. 01.2014 | NUMERO ZERO | 107


DISAGIO ZERO

Assistenza e cura degli anziani

l’approccio ai pazienti affetti da demenza La malattia altera il rapporto con le persone che ci circondano a cura della dott.essa Maria Silvaroli

Il cervello è l’organo che ci mette in relazione con il mondo esterno e con gli altri, orientando il nostro comportamento. La demenza, è una malattia che altera il rapporto che abbiamo con le persone che ci circondano. Il modello bio-psico-sociale è un modo di prendersi cura della persona Tale modello può essere applicato con risultati efficaci anche nei disturbi cognitivi, emotivi e comportamentali presenti nelle demenze. Equipe multidisciplinari formate da varie professionalità operano in sinergia con il paziente e la famiglia per individuare necessità e bisogni . I disturbi cognitivi, emozionali e del comportamento associati a demenza possono assumere caratteristiche d’imprevedibilità, cronicità, essere ingravescenti e spesso progressivamente invalidanti. Le modalità di cura tradizionali risultano a volte, ancora inadeguate per questo tipo di pazienti . Il Modello bio-psicosociale è un modello integrato che deve rispondere ai problemi organizzativi, gestionali e assistenziali per le persone affette da demenza ma anche alle ripercussioni che tale assistenza comporta nella vita dei familiari impegnati in questo compito. In quest’ottica è possibile agire attraverso interventi riabilitativi - psicologici sui familiari tesi a ridurre gli effetti negativi prodotti dallo stress sul caregiver. Nella pratica clinica l’approccio di cura 108 | NUMERO ZERO | 01.2014

è caratterizzato da una visione globale dell’individuo e della sua malattia con attenzione verso i bisogni psicologici ed emotivi del paziente e alla qualità della relazione caregiver-utente. L’obiettivo è di attenuare le disfunzioni dei pazienti, potenziare le abilità residue e modificare favorevolmente la disabilità e la qualità di vita degli stessi. Il caregiver è la persona che si occupa dei bisogni del paziente e deve essere aiutata a sostenere questa relazione d’aiuto senza incorrere in problematiche di esaurimento della capacità di assistenza o burn out, utilizzando al meglio le proprie risorse. Intervenire sulla persona di supporto può migliorare la sua qualità di vita e quella del paziente. La malattia del paziente è vissuta dalla famiglia come un momento di “crisi” caratterizzato dalla rottura di un equilibrio precedentemente acquisito; la malattia obbliga il paziente e la sua famiglia a mettere in atto un processo di cambiamento teso a ricercare modalità di funzionamento più efficienti. Affrontare la crisi è dunque necessario per raggiungere un nuovo equilibrio del sistema familiare. Se ciò non avviene, si verifica una crisi della famiglia con un incremento del disagio e dello stress nei care-givers oltre alla messa in atto di modalità disfunzionali di relazione con il paziente . Il Modello bio-psico-sociale sposta l’accento dal concetto di assistenza al malato con demenza al concetto di assistenza alla persona e alla sua qualità di vita


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Sport e tempo libero

Con l’empoli nel mirino Concluso il girone di andata col botto di La Spezia, la squadra di Breda si gode la pausa, in attesa dei toscani di pasquale de rosa

30 con lode. E’ il voto al girone di andata del Latina come i punti conquistati sul campo. Il successo dell’Alberto Picco, contro il temibile La Spezia di mister Devis Mangia, rappresenta l’ultima perla, a detta di molti tifosi ancora più bella di Palermo per il modo spumeggiante in cui è arrivata, dopo un fisiologico periodo di appannamento in seguito alla splendida striscia di 13 risultati utili consecutivi. E ora che succede? Cosa devono aspettarsi la piazza di Latina, i suoi tifosi, dal girone di ritorno? Alla sua prima esperienza in cadetteria il Latina sarà ricordato nei posteri come la matricola terribile che ha fatto saltare il banco. Il primo indicatore sarà indubbiamente il mercato: in entrata ed in uscita. Tante società, anche di categoria superiore, hanno messo gli occhi addosso ai giocatori di maggior valore tra i nerazzurri: Jonathas e Crimi sono i pezzi pregiati del gruppo diretto da mister Breda, ma anche altri elementi si stanno facendo apprezzare dai diversi operatori di mercato che gravitano spesso nei pressi 110 | NUMERO ZERO | 01.2014

di Piazzale Prampolini. In entrata si accostano tanti nomi a Latina, anche di caratura internazionale come Piovaccari, ma non possediamo la palla di vetro ed i conti si potranno effettivamente tirare solamente alla chiusura della sessione invernale. Intanto la società predica calma e mantiene un profilo basso, in linea con le dichiarazioni di inizio stagione da parte della dirigenza: la salvezza rimane l’obiettivo principale assolutamente da conquistare, poi una volta raggiunta la quota di punti necessaria per mantenere la categoria, intorno ai 52 punti dovrebbe essere certa la permanenza in B, si può strizzare l’occhio alla zona play-off. Resta il fatto che in città l’entusiasmo è alle stelle ed alla ripresa delle ostilità, il 25 Gennaio, il Latina riprenderà il suo percorso in campionato con la visita della capolista Empoli: all’andata contro Maccarone e compagni il battesimo in serie B fu traumatico per i nerazzurri con una cocente sconfitta. Questa volta sarà sicuramente diverso con i pontini che tra le mura amiche hanno sempre fornito grandi prestazioni.


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Numero Zero Magazine Gennaio 2014