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ISBN 978-88-6153-711-8

Euro 15,50 (I.i.) 9 788861 537118

Giuseppe Daconto

nazzo (Bari), vive a Roma. Laureato in Economia all’Università Aldo Moro di Bari e alla Federico Caffè di Roma 3, si dedica anche allo scoutismo cattolico e al volontariato politico, tra la Puglia e Roma. Attualmente è economista presso Fondosviluppo, il fondo mutualistico di Confcooperative, all’interno del Centro Studi. Si occupa principalmente di economia cooperativa, sviluppo e politiche della coesione. Nel 2018, l’amore lo porta alcuni mesi in Senegal: da questa esperienza nasce il libro.

PENSIERI SOSTENIBILI AI PIEDI DI UN BAOBAB

Giuseppe Daconto, originario di Giovi-

Non si tratta di un taccuino di viaggio, di un reportage giornalistico, di un racconto romanzato di incontri. Non è un saggio di politica o di economia sull’Africa, sulla sua cultura, né un libro sullo sviluppo sostenibile. Ma è un po’ tutto questo. Queste pagine sono un melting pot di emozioni e riflessioni che l’autore fa scoprendo che in quel pezzo di mondo, rappresentato nelle cartoline dai baobab, come nel nostro, come in tutti i sud della terra, c’è ancora tanto da fare, tanto da costruire, tanto da migliorare. In filigrana il libro contiene considerazioni che essenzialmente riguardano noi europei, racchiuse in una domanda provocatoria: non è che ci stiamo “africanizzando”? Se è vero che quei luoghi pongono domande stringenti sul futuro, proprio dal confronto tra noi e loro, Senegal e Italia, sicuramente nemmeno troppo lontani e pur sempre dello stesso pianeta, sorge un dubbio: verso dove stiamo andando? Ed ecco che guardare e raccontare un pezzetto dell’Africa, il Senegal, può servire a parametrare meglio il nostro futuro, come umanità, senza distinzioni di sorta, partendo da alcune immagini forti come “chiavistelli metaforici” per entrare in questa porzione di continente e rapportarla al nostro.

GIUSEPPE DACONTO

PENSIERI SOSTENIBILI AI PIEDI DI UN BAOBAB


Giuseppe Daconto

Pensieri

sostenibili ai piedi di un baobab


INDICE Prefazione 11 L’Africa (dapprima) per me 17 Dakar: la punta occidentale dell’Africa 25 Ti hanno inventato il mare 35 Un continente rosa 47 A piedi scalzi 59 L’acqua: casta, utile e preziosa 71 Passate quella palla 81 Lavorare con lentezza 89 Nel buio, accendi un telefonino 101 In coda alla rotonda 115 Dalla capanna al grattacielo tra i baobab 129 Postfazione. L’economia del senso di colpa 143 Appendice politica. Gli obiettivi dello sviluppo sostenibile (SDGs 2030) 157 Ringraziamenti 159 Bibliografia 161


PREFAZIONE

L’acqua che non ha fatto in cielo sta! Si tratta di un proverbio delle mie parti. Probabilmente c’è ancora qualche vecchietto che lo bisbiglia con una punta di esclamazione finale, seduto su una panchina della piazza centrale, commentando un fatto o un avvenimento particolare con il suo compare. E gli occhi rivolti verso il cielo. Nella saggezza popolare risiedono molte chiavi di lettura per leggere, interpretare o addirittura affrontare la vita propria come quella degli altri1. Il concetto di “mentalità convenzionale”, dell’economista J.K. Galbraith, ci ricorda, ad esempio, come sia possibile che i fenomeni sociali ed economici possano essere interpretati liberamente attraverso idee accettabili, condivise e approvate dai più, anche momentaneamente e senza eccessiva dose di scientificità. E ciò, ovviamente, non è detto che sia sempre un bene. L’acqua che non ha fatto in cielo sta! indica un po’ la temporaneità delle cose: il fatto che oggi non piove ma che domani potrà, che oggi siamo in una situazione e domani in un’altra, che il meglio o il peggio sono sempre sopra le nostre teste. C’è sempre qualcosa che accade e non dipende da noi, in fondo, come ad esempio in quale parte di mondo nasciamo. E il lettore dovrà già da questo momento sentirsi abbastanza privilegiato perché probabilmente è nella parte di mondo fortunata. Risiede, sicuramente, nel proverbio anche una bella fetta di senso di precarietà dell’esistenza: spesso il presente non 1 

Cfr. J.K. Galbraith, La società opulenta, Edizioni di Comunità, Roma 2014. 11


è meglio del passato e non è detto che il futuro sia sempre migliore dell’oggi, anzi. Tuttavia, in una cultura contadina, come quella, ad esempio, del meridione d’Italia, che sperimenta ogni giorno mille difficoltà, anche climatiche, l’acqua è un fattore determinante per la vita ed è importante anche non disperarsi dei momenti di siccità. Prima o poi le cose accadono. E qualcosa di buono e di migliore c’è e può accadere. In altre parole, l’annata di questo raccolto magari non sarà la migliore, ma non perdiamoci d’animo: forse andrà meglio l’anno nuovo. E, come la storia delle donne, degli uomini e dei territori dei Sud del mondo spesso dimostra, dopo una caduta c’è sempre una risalita. Perciò, la fatica non manca e il sudore dalla fronte non si risparmia. Per di più, l’attesa dell’arrivo dell’acqua non è un rito inutile, se nel frattempo si prepara il terreno, si organizza la raccolta dell’acqua, si fa tesoro di quello che si ha e si fa scienza di come utilizzarlo al meglio. Sembra un po’ il senso generativo della vita: prepararsi, nell’attesa, ad aggiungere e produrre valore in più, una nascita, con coscienza e discernimento, sapendo che quel valore in più, il/la bambino/a, va poi “lasciato andare via”. Con un limite, d’altronde, che non si può escludere e che è facile ritrovare: l’attesa che dal cielo cali la manna salvifica può indurre ad un atteggiamento passivo, ovviamente da scongiurare. Ad esempio, l’attesa che arrivi qualcosa o qualcuno che cambi definitivamente il corso della storia, la vita, il benessere, sia esso un politico o un’impresa, genera di per sé un clima non proattivo e di sviluppo, semmai di depressione. Un fatalismo da scongiurare. Perciò, l’idea dell’acqua che prima o poi scende sembra abbastanza ben ritagliata per parlare di un pezzetto di Africa e contemporaneamente parlare a noi e di noi. Nessuna ambizione particolare, nessun intento ostentatamente velleitario ma solo la volontà di raccontare, a partire da ciò che ho osservato nei primi mesi del 2018 in Senegal, alcune sfumature e contorni di questo pezzo di mondo, di come 12


cambia e di come stiamo cambiando noi per converso, a qualche migliaio di chilometri di distanza, per la precisione oltre 5mila. Perciò, nella realtà, le immagini e i racconti che seguiranno, contestualizzati con qualche dettaglio e qualche riflessione socio-economica, non vogliono rappresentare altro che un piccolo contributo ad una visione del mondo diversa, che prova a capovolgere le lenti dei nostri binocoli, solitamente orientate secondo una lettura che va dal più forte verso il più debole, ingrandendo ciò che più conviene in senso pressoché univoco2. Non sono un africanista, non sono esperto di Africa, non mi ritengo esperto di politica, economia o sociologia, anzi tendenzialmente direi di non essere esperto di nulla. L’approccio socratico del “so di non sapere nulla” è sempre molto efficace. C’è una famosa canzone di Sam Cooke, uno dei padri della soul music, icona black e delle battaglie per i diritti civili della comunità dei neri in America negli anni Cinquanta, che s’intitola (What a) Wonderful World, che dice sostanzialmente: non ne so molto di storia, di algebra, di biologia, di francese, di geografia, di trigonometria… ma l’unica cosa che so è che se ci amassimo che mondo meraviglioso sarebbe! Ecco, cuore e curiosità non mi mancano. Guardo, osservo, segno, appunto, mi informo, chiedo, provo ad approfondire e scrivo. Attacco la “chiacchiera” con chiunque, senza grandi distinzioni. Ovviamente, però, non posso e non riesco a mettere da parte le lenti deformate di un osservatore “economista”. L’idea è, quindi, di lasciare un ricordo di questo viaggio che possa servire a raccontare una parte dell’Africa, a riportare impressioni, emozioni, immagini che un toubab (i bianchi in Africa dell’ovest e in wolof, lingua del Senegal) come me può percepire. Si tratta di diversità evidenti, per carità, lampanti, facilmente individuabili che però, tuttavia, non 2 

Cfr. A.M. Gentili, Il leone e il cacciatore, Carocci, Roma 2008. 13


sono, come si vedrà, incomparabili o eccessivamente distanti dal nostro vissuto. Anzi, guardare e raccontare un pezzetto dell’Africa di oggi può servire a parametrare meglio il nostro futuro, come umanità senza distinzioni di sorta, partendo da alcune immagini forti come “chiavistelli metaforici” per entrare in questo pezzo di “continente nero” e rapportarlo a quello “bianco”, e il contrario. Perciò, non si tratta di un taccuino di viaggio, non è un reportage giornalistico, non è un racconto romanzato di incontri, non è un saggio di politica o di economia, men che mai scientifico, sull’Africa, la sua cultura, il suo sviluppo, né un testo sullo sviluppo sostenibile, quello che dovrebbe mirare a soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere quelli delle generazioni future3, o sull’Agenda 2030 dell’ONU e gli obiettivi dello sviluppo sostenibile (SDGs)4 – che sembrano entrare nelle teste dei governi, delle associazioni d’impresa, del mondo sociale e imprenditoriale –, che pure restano sullo sfondo, o sulla cooperazione internazionale. Men che meno si tratta di un libro che elenca solo quante “sfighe” hanno (e abbiamo) e quante potenzialità abbiamo (e hanno). Nulla di tutto ciò ma un po’ di tutto questo. Un melting pot di emozioni e riflessioni a cuore aperto per scoprire che in questo pezzo di mondo, come nel nostro, come in tutti i Sud del mondo, abbiamo ancora tanta strada da fare, tanto da costruire, tanto da migliorare e per esclamare in fin dei conti che: l’acqua c’è, è lì, più su, e cadrà. E poi, in filigrana il libro contiene alcune considerazioni che essenzialmente riguardano noi. O meglio, una domanda provocatoria: non è che ci stiaRapporto Brundtland, “Our common future”, Report of the World Commission on Environment and Development, United Nations 1987. 4  L’Agenda 2030 dell’ONU per lo sviluppo sostenibile, approvata a fine 2015 dai 193 Paesi delle Nazioni Unite, contempla 17 obiettivi e 169 target che indicano le azioni per orientare le politiche di governi e stakeholders fino al 2030. L’agenda contiene anche un sistema di indicatori condivisi per monitorarne l’attuazione e valutare l’efficacia e l’impatto delle politiche in corso www.un.org/sustainabledevelopment/ 3 

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mo “africanizzando”? Se è vero che questi luoghi ci pongono domande stringenti sul nostro futuro, proprio dal confronto con questi mondi, sicuramente nemmeno troppo lontani e pur sempre dello stesso pianeta, sorge un dubbio: verso dove stiamo andando? Un dubbio alla Totò nel film Totò, Peppino e la malafemmina, della serie “per andare dove dobbiamo andare da dove dobbiamo andare?”. Quando si guarda al processo di generazione e redistribuzione della ricchezza, alle forti disuguaglianze, che sono nel reddito ma anche nell’accesso ai servizi pubblici; se si pensa al processo di urbanizzazione, alla polarizzazione nei centri urbani della popolazione, dei servizi e dello sviluppo economico, a discapito delle zone rurali o delle periferie; se si pensa alla gestione di alcuni servizi che si stanno sacrificando nell’ottica di ricette privatizzanti che non tutelano le comunità; se si pensa alle migrazioni costanti e continue, spesso dei cervelli migliori; se si pensa a quanto le democrazie americane ed europee siano sempre più minacciate da interessi individuali, opportunistici, di pochi e familistici, in una situazione in cui i meccanismi democratici sono sempre più semplificati e messi in crisi da ignoranza, disillusione e rancore – la storia recente di alcuni stati africani lo insegna bene; se si pensa a quanto scempio si fa quotidianamente del territorio, della natura, della biodiversità, per esempio. Ecco, mi sorge un dubbio, un po’ provocatorio: non è che stiamo “interiorizzando” problemi che ritenevamo di “altri”? Magari, per semplificare, degli “africani”? Le statistiche probabilmente non mi supporteranno con precisione ma l’intuizione ha la sua parte nel percepire i prodromi del futuro. Anche perché siamo un po’ tutti africani agli occhi di qualcun altro. O meglio, c’è sempre qualcuno che guarda sottosopra nella storia, perciò la luce va ribaltata. E allora, la colpa non può essere di qualcuno né sentirsi inferiore o sentirsi in colpa può essere il viatico per gene15


rare sviluppo, ma si producono così solo scelte politiche ed economiche che si ripetono come delle porte girevoli all’ingresso degli hotel di lusso, autoproducendo se stesse, come in parte si vedrà nel corso del libro. Invece, la consapevolezza di poter contare su se stessi, sulle proprie potenzialità, in un contesto economico e sociale che mira a questo e che lo consente, depurato delle storture dei nostri tempi, dovrebbe rappresentare la chiave di volta di uno sviluppo generativo e sostenibile. Questo è il piccolo insegnamento che il presente libro consegna, innanzitutto a me, per arrivare agli amici senegalesi e a tutti coloro che hanno minori opportunità di sviluppo. Nessuna scusa, nessuna colpa ma credere in se stessi, come persone, come popoli, come Paesi. E generare brecce di sviluppo, anche laddove sembra impossibile. Come canta il poeta e cantautore Leonard Cohen, nella sua celebre canzone Anthem: Ring the bells that still can ring Forget your perfect offering There is a crack in everything. That’s how the light gets in “Suona le campane che possono ancora suonare Dimentica la tua offerta perfetta C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce” E Jërëjëf (“grazie” in wolof).

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L’AFRICA (DAPPRIMA) PER ME

Come si sa, le mappe spesso ingannano se non ci si accorda a priori sulla scala di misura da usare, così le giuste proporzioni dell’Africa sfumano spesso nel gioco geopolitico dell’uomo. L’Africa è un continente gigante, che contiene probabilmente in estensione Europa e Stati Uniti messi assieme (e altro ancora), eppure conta nello scacchiere mondiale, oggi, meno di quanto dovrebbe. È un pezzo di mondo che da sempre sembra, e lo è stato enormemente nell’epoca colonialista e dello schiavismo, bistrattato dal resto del mondo. Un continente di cui si sente tanto parlare, sempre, ma che difficilmente si ha la fortuna di incontrare di persona e di calpestare fisicamente. Da piccolo, i ricordi dei missionari e gli oggetti in vendita all’ingresso della Chiesa hanno rappresentato per me il primo contatto diretto con l’Africa. E chi se le scorda, ad esempio, le statuette di legno, dai colori e dalle forme molto differenti da quelle presenti nelle nostre vetrine, così semplici da incuriosirti ma tanto semplici da rattristarti allo stesso tempo? Il presepe africano era un vero must. Il rimando ad un mondo così lontano appariva molto facile ma era ancora acerbo. Poi, arrivò il tempo dei documentari naturalistici sull’Africa con le immagini delle piante e degli animali che “solo lì stanno”: i famosi big five, i cinque animali più pericolosi al mondo, ossia elefante, leone, leopardo, rinoceronte e bufalo. Prima ho scoperto il fascino per un mondo diverso e lontano, poi ho scoperto il fascino della natura tanto bella quanto pericolosa. E vedere, in seguito, il rinoceronte che 17


dorme tranquillo con la sua tonnellata di massa corporea, sapendo che può investirti raggiungendo tranquillamente 50 chilometri orari, mi ha molto rasserenato. Oppure, più tardi, arrivò il tempo dei film ambientati in Africa, mandati in onda, soprattutto, nei palinsesti mattutini o del primo pomeriggio durante l’estate. E quando il mare era agitato a Giovinazzo, erano d’obbligo. Da buon appassionato di film di Bud Spencer e Terence Hill, avrò visto più volte Io sto con gli ippopotami. Girato in Sudafrica, ricordo la battuta durante la scena all’interno del Casinò in cui, alla lamentela di un bianco per l’ingresso di una coppia di colore, il maître risponde: “Signore, il mondo non si divide tra bianchi e neri, ma tra ricchi e poveri”. Oppure Banana Joe, che poi in realtà è girato in Colombia, sempre di Bud Spencer, dall’indimenticabile colonna sonora iniziale, che offre uno spaccato simpatico e un po’ caricaturale del colonialismo: il commercio delle banane come unica ricchezza, la burocrazia corrotta, i faccendieri bianchi. E Bud Spencer, Banana Joe, che difende il suo villaggio, comunità e banane, a suon di sganassoni, risse, ceffoni e sedie spaccate in testa, tipiche di quella comicità. Così, nell’adolescenza iniziai a scoprire l’Africa con i suoi contorni più neri: le terre martoriate, gli ultimi, i bimbi scalzi e malnutriti, le epidemie, le baraccopoli senza servizi (slum è il termine in inglese, che già dal suono è stomachevole), con le fogne a cielo aperto e stracolme di immondizia, dove gli “scarti” di umanità continuamente rovistano alla ricerca di qualche avanzo di cibo o di cose da rivendere o da riciclare in qualche maniera. Immagini che lasciano ferite troppe volte rimosse. Ricordo i video e i racconti di padre Alex Zanotelli da Korogocho, nella periferia di Nairobi in Kenya, pezzi essenziali di una tipica formazione da “catto-comunista” come la mia. Poi, durante gli studi universitari diventò solo un continente da bassifondi delle statistiche. I ranking della Banca Mondiale sono spesso impietosi. Eppure, il professore 18


di Economia internazionale ci raccontava che all’ingresso del quartiere generale della Banca Mondiale a Washington campeggia la scritta, credo tuttora, “Our Dream is a world free of poverty”, “Il nostro sogno è un mondo libero dalla povertà”. Ciononostante, gli Stati africani sono sostanzialmente lì, nelle parti basse delle classifiche, quasi come se fosse una dannazione. Lo sarà mai? Qualcosa si è mosso nel recente passato per alcuni, si parla sempre più intensamente di alcuni Paesi africani e della loro crescita, ad esempio l’Egitto, il Marocco, il Sudafrica, la Costa d’Avorio, l’Etiopia, la Nigeria, il Ghana, il Ruanda, tuttavia sembra che i tassi medi di crescita del PIL (Prodotto interno lordo – Gross domestic product, la somma del valore aggiunto di beni e servizi prodotti dai residenti di un Paese, al lordo degli ammortamenti) non bastino a inserirli dentro la scia dello sviluppo dei Paesi emergenti. Se ciò bastasse per lo sviluppo, ne parleremo dopo. Di tanto in tanto, forum e convegni in Italia raccontano di un’Africa in crescita, in movimento, di prospettive di sviluppo, di business a portata di mano, e non si aspetta altro, d’altronde. Per certi versi c’è del vero: le prospettive di sviluppo ci sono, eppure le classifiche, quelle semplicisticamente fatte per PIL pro capite, non raccontano di miracoli. E ci si chiedeva spesso, ai tempi dell’università, come mai proprio le istituzioni mondiali dedicate a combattere la povertà nel mondo (e in Africa) non funzionassero al meglio, sbagliando politiche, reiterando e propugnando ricette economiche ideologiche e inefficaci. Le ricette economiche del “Washington consensus” erano, in soldoni: globalizzazione e mercato senza regole, privatizzazioni, governi deboli e riduzione dei diritti sociali per gli ultimi5. Uno dei tanti temi del movimento no global, cui, più o meno, parte della Cfr. J.E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino 2002. 5 

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mia generazione ha partecipato a cavallo degli anni Duemila. A quasi venti anni di distanza, la globalizzazione sembra essere un concetto “lontano”. Da un lato, sembra che la globalizzazione non sia più un “titolo” costante da giornale o meglio sembra un concetto passato, già storia, dall’altro, sembra esaurita la sua spinta “propulsiva e di progresso” per il mondo intero. Invece, è evidente, oggi più che mai, il suo “lascito”: semplicemente il solco creato tra i vinti, quelli che dalla globalizzazione ci hanno perso e non hanno avuto nessuna protezione, e i vincitori, quelli che se ne sono avvantaggiati – principalmente alcuni Paesi asiatici – e arricchiti, in maniera esclusiva, “estrattiva”, speculativa, individualistica e opportunistica. Un concetto, insomma, mutato e forse meno di moda. Tuttavia, la “globalizzazione” non è per nulla scomparsa dai radar della politica. I dazi di Trump verso la Cina, imposti nel corso di quest’anno, che hanno scatenato una guerra commerciale, con alti e bassi, sembrano minare le fondamenta della globalizzazione mettendone in discussione l’architrave mercantilista, basata sul fatto che la liberalizzazione del commercio internazionale e l’assenza di regole stringenti verso mercati, imprese e governi avrebbero aumentato il benessere e il progresso per tutti. Invece, viviamo in un mondo meno isolato di prima ma paradossalmente dove le spinte a chiudersi nei propri recinti e confini sono aumentate. E l’isolazionismo è il contrario della globalizzazione. Viviamo ancora contraddizioni e conseguenze di una certa globalizzazione, questo sì. Ne viviamo effetti differenti nei diversi luoghi del mondo. Sembra che stiamo entrando in un’altra epoca ma non è chiaro ancora di che tipo sia. Nell’edizione internazionale di aprile-maggio del 2018, l’“Harvard Business review”6, proprio al proposito, titolava La fin de la Globalization?– e la cosa mi colpisce, perché sembra appunto rinvitare a tavola un convitato di pietra. Quasi un anno dopo, l’“Economist” 6 

Cfr. “Harvard Business Review”, Francia, aprile-maggio 2018. 20


conia il termine “Slowbalisation” proprio per indicare una globalizzazione a ritmo ridotto, diversa dal passato7. Comunque sia, gli effetti della globalizzazione sono sotto gli occhi di tutti. E poi ci sono stati i racconti dei rifugiati politici o degli immigrati di altra natura, i cosiddetti migranti economici, che ho incontrato nelle attività di volontariato. Nelle loro parole, in un italiano approssimativo, nei loro gesti, spesso nelle loro lacrime, c’erano il racconto e tutto il carico dell’Africa di oggi. E dopo aver parlato, giocato e riso con te ti abbracciavano e ti stringevano forte senza lasciarti. Conservo nel cuore gli abbracci affettuosi di saluto di William, figlio più piccolo di una famiglia scappata dal Sudan, e la esse con cui pronunciava il mio nome, così poco marcata, tanto delicata quanto simpatica, diceva “Sciussseppe”. Così arriva anche l’immagine dell’Africa delle guerre, degli Stati spesso divisi dalle lotte etniche interne perché creati a tavolino, dei politici corrotti e dei dittatori, delle fiumane di gente che scappano per mesi nella speranza di approdare in un luogo di pace, prima ancora che di sviluppo, come sono le nostre terre ai loro occhi. Rispetto ai racconti di venti anni fa, alcuni Stati hanno raggiunto una situazione “più pacifica”, come, ad esempio, il Sudafrica, il Ruanda, il Kenya, il Marocco, l’Egitto, il Ghana, l’Etiopia, la Nigeria, anche se poi compaiono i terroristi islamici di Boko Haram, i jihadisti saheliani, le guerre civili, e la storia si ripete nelle sue parti peggiori. E poi c’è stata l’Africa della musica e del reggae. Nell’Africa occidentale a spopolare è Alpha Blondy, cantante ivoriano, celebre la sua canzone Jerusalem, inno reggae pacifista e per la tolleranza religiosa. Musiche di pace, d’a7  Cfr. “The Economist”, 24 gennaio 2019 The steam has gone out of globalisation, www.economist.com/leaders/2019/01/24/the-steam-has-goneout-of-globalisation e Globalisation has faltered, www.economist.com/briefing/2019/01/24/globalisation-has-faltered

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more, del ritorno alla terra d’origine, della redenzione e, in particolar modo, della fine dello schiavismo. Soprattutto, l’Africa dei bonghi: il tom tom lo chiamano in Senegal ed è uno strumento semi-sacro usato nelle cerimonie più tradizionali, mi raccontano, ad esempio, durante la festa nuziale e per festeggiare la prima notte di nozze. Questo per me è nei ricordi: un continente che avrei voluto scrutare dalla punta della Sicilia, tanto vicino quanto difficile da raggiungere e, forse, da comprendere. Distante, ma parte di noi, della nostra umanità. Che poi non è altro che la distanza della fortuna: tra chi non ce l’ha e chi ce l’ha solo perché nasce al di qua o al di là di un confine, più o meno geografico. Sia un deserto o un mare a fare da divisore del destino, questo poco importa. La voglia di superarlo in ogni caso prevale. E poi c’è l’Africa poco prima di partire per qualche mese. Quella che incroci per lavoro o nei dibattiti politici ed economici dell’oggi, ossia l’Africa principale “produttrice” dell’immigrazione: quella che riempie i barconi prima, per qualche migliaio di euro, e poi i campi agricoli o i magazzini, alle volte anche per qualche euro l’ora. Quella che aggiusta le statistiche delle nostre pensioni, del fisco, del debito pubblico, della natalità, quella che approvvigiona di manodopera alcuni settori economici, ma che spaventa l’opinione pubblica, sempre alla ricerca dell’Uomo Nero come colpevole di ogni sorta di male, dalla mancanza di lavoro alla riduzione dei diritti sociali, all’insicurezza delle periferie, alla diffusione della droga, alle minacce alla nostra identità culturale e sociale, religiosa – quale poi? – e tanto altro. La perenne ricerca del “mostro” che non è altro che un “nostro”, per citare l’efficace gioco di parole di don Tonino Bello, pronunciato nell’omelia a proposito dell’assassino del sindaco di Molfetta agli inizi degli anni Novanta8. 8 

Assassinio che in quella omelia viene visto come segno di malessere 22


Tutte considerazioni che sappiamo essere frutto in Italia, e in parte in Europa, della percezione del fenomeno migratorio piuttosto che della cognizione reale dei fatti. Perché non c’è un’emergenza, non c’è un’invasione, abbiamo meno stranieri di altri Paesi nostri pari e via discorrendo9. Poi c’è l’Africa che, a due passi dall’Europa, da tempo beneficia di aiuti economici ma su cui s’investe meno di quanto si dovrebbe, anche in attenzione mediatica. Per dare qualche cifra, in Africa, l’Europa nel suo complesso investe circa 300 miliardi, il 40% degli investimenti diretti esteri nel continente (IDE o FDI – Foreign Direct Investiment, flusso di investimenti effettuati da imprese estere attraverso partecipazioni, fusioni, acquisizioni di imprese o apertura di filiali all’estero), 23 miliardi di aiuti allo sviluppo ed ha annunciato nel corso del 2018 un piano Marshall di circa 50 miliardi di euro di aiuti, praticamente il 3% del PIL italiano, “new Africa-Europe Alliance for Sustainable Investment and Jobs”10. Tanto o poco? Sembrano briciole a confronto della quantità di problemi. Due aneddoti alla fine. Poco prima di partire per il Senegal, a fine dicembre 2017, il centro studi di Confindustria organizzava proprio una conferenza dal titolo “Africa decisiva: opportunità e criticità”, con tanto di relatori internazionali e approfondimenti sull’Africa, con la volontà di rappresentare le opportunità economiche del continente per il nostro Paese e per le imprese italiane, visto che l’Italia è il settimo partner commerciale del continente, complessivamente il terzo investitore europeo al mondo in Africa e terzo a livello “esplosivo” dei tempi e non semplicemente come gesto di un singolo. Cfr. A. Bello, Sud a caro prezzo. Il cambiamento come sfida, edizioni la meridiana, Molfetta 2003. 9  Cfr. mio contributo su “Q code magazine”, www.qcodemag.it/indice/interventi/limmigrazione-guardando-alleconomia/ 10  Cfr. Commissione Europea, “Reflection Paper towards as sustainable Europe by 2030”, gennaio 2019, https://ec.europa.eu/commission/sites/ beta-political/files/rp_sustainable_europe_30-01_en_web.pdf 23


mondiale per investimenti ex novo, in apertura di filiali di imprese italiane (IDE, greenfield). E visto che l’Africa è un continente oggi più pacifico di vent’anni fa, che aumenta la popolazione a ritmi vertiginosi e il cui PIL cresce del 5% medio annuo. Bene, penso. Nel frattempo, appena arrivato a Dakar, usciva nelle sale di tutto il mondo, comprese quelle africane, il primo film “americano” – della Marvel – con un supereroe nero da fumetto che salva il mondo: Black Panther. Il film è stato campione d’incassi11 anche in Africa ed è stato visto, per molti, come un segno di orgoglio, fierezza e riscatto culturale dell’Africa, riscatto che il continente merita ed avrebbe se guardato da vicino. Altro segnale positivo. Insomma, dalla cultura all’economia, la voglia di guardare il bicchiere mezzo pieno non manca.

Cfr. “Jeune Afrique”, Pourquoi l’Afrique est-elle si fière?, edizione 25-31 marzo 2018. 11 

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ISBN 978-88-6153-711-8

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Non si tratta di un taccuino di viaggio, di un reportage giornalistico, di un racconto romanzato di incontri. Non è un saggio di politica o di economia sull’Africa, sulla sua cultura, né un libro sullo sviluppo sostenibile. Ma è un po’ tutto questo. Queste pagine sono un melting pot di emozioni e riflessioni che l’autore fa scoprendo che in quel pezzo di mondo, rappresentato nelle cartoline dai baobab, come nel nostro, come in tutti i sud della terra, c’è ancora tanto da fare, tanto da costruire, tanto da migliorare. In filigrana il libro contiene considerazioni che essenzialmente riguardano noi europei, racchiuse in una domanda provocatoria: non è che ci stiamo “africanizzando”? Se è vero che quei luoghi pongono domande stringenti sul futuro, proprio dal confronto tra noi e loro, Senegal e Italia, sicuramente nemmeno troppo lontani e pur sempre dello stesso pianeta, sorge un dubbio: verso dove stiamo andando? Ed ecco che guardare e raccontare un pezzetto dell’Africa, il Senegal, può servire a parametrare meglio il nostro futuro, come umanità, senza distinzioni di sorta, partendo da alcune immagini forti come “chiavistelli metaforici” per entrare in questa porzione di continente e rapportarla al nostro.

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Pensieri sostenibili ai piedi di un baobab  

Non si tratta di un taccuino di viaggio, di un reportage giornalistico, di un racconto romanzato di incontri. Non è un saggio di politica o...

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Non si tratta di un taccuino di viaggio, di un reportage giornalistico, di un racconto romanzato di incontri. Non è un saggio di politica o...

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