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Paola Scalari è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista ed esercita a Venezia. Docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia e supervisore alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG Istituto di Milano e di Tecniche di conduzione del gruppo operativo nella consociata ARIELE Psicoterapia di Brescia. Nel 2001 nella 1a giornata dello psicologo è stata insignita dall’Ordine Psicologi del Veneto del primo premio per l’attività professionale svolta e, nel 2014, del riconoscimento di Eccellenza Professionale dalla città di Mestre-Venezia. Da anni è consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe di associazioni, enti ed istituzioni che operano nei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico. Ha pubblicato per le edizioni la meridiana A scuola con le emozioni (2012) e, con Francesco Berto, Divieto di transito (2005), Adesso basta. Ascoltami! (2004), Fuggiaschi (2005), ConTatto (2008), Padri che amano troppo (2009), Mal d’Amore (2011), Il codice psicosocioeducativo (2013); Parola di bambino (2013) Fili spezzati (2a edizione, 2016), In classe con la testa (2016).

ISBN 978-88-6153-654-8

Euro 18,00 (I.i.)

9 788861 536548

scalari

P aola

Paola Scalari

L’ascolto del

L’ascolto del Paziente

Il fascino della psicoterapia ad orientamento analitico riguarda il viaggio che la mente compie, di seduta in seduta, in territori psichici vergini. Un itinerario che diventa avvincente quando, passo dopo passo, si aprono panorami mentali inediti, luoghi preconsci affascinanti, aree emotive sconosciute. L’analisi dunque è il viaggio e non la meta. Un viaggio in cui il paziente deve però avvertire che questa esplorazione non la fa da solo, ma con l’analista che, immergendosi con lui nel viaggio più sorprendente che nella vita si possa fare, è desideroso di mostrargli quel che lui non scorge. Il testo, nato dall’esperienza diretta dell’Autrice, spiega come si possa ascoltare un paziente mettendosi in gioco con molta teoria e pratica alle spalle, ma liberi di adoperare la propria mente così come essa, se ascoltata, sa suggerirci, sollecitarci e comunicarci. L’autenticità alla base di ogni buona relazione, quindi, anche di quella professionale tra uno psicoterapeuta e un paziente. È di questa identità personale che il libro tratta e di come usarla, affinarla e arricchirla attraverso il sapere tecnico e metodologico che conduce ad occuparsi della sofferenza psichica altrui. Chi cura si cura lavorando e chi è in cura è sia il paziente qualsiasi, sia lo psicoanalista che mantiene in esercizio la sua mente prima facendosi analizzare e poi auto-analizzandosi. Il testo è arricchito di piccoli incisi clinici, brevi storie di uomini e di donne, di ragazzi e ragazze con cui l’Autrice ha trascorso ore ed ore, alle volte per anni e anni, in quel rituale appuntamento che ha permesso, seduta dopo seduta, di scoprirne la realtà interna. È così che si sono intrecciati l’essere ascoltata, l’ascoltarsi e l’ascoltare portando verso quell’ascoltandoci che conclude il libro e che rappresenta la conquista inalienabile di chi pratica la professione di psicoterapeuta. Ascoltare, riflettere, rielaborare, sognare, cercare e ricercare, per trovare il proprio modo di operare, divengono dunque il filo conduttore di tutto il testo.

Paziente

Uno sguardo interiore


Paola Scalari

L’ASCOLTO DEL PAZIENTE Uno sguardo interiore


Indice Introduzione ........................................................................... 9 PARTE I – Essere ascoltati 1. Scelte cruciali....................................................................17 2. Conoscere l’inconscio.......................................................25 3. Leggersi dentro ................................................................31 4. Costruire menti pensanti..................................................35 5. Un divano per tutti.......................................................... 43 6. Incontri trasformativi........................................................49 7. Desideri espressi e inespressi .............................................57 PARTE II – Ascoltarsi 8. Rotture interiori ...............................................................65 9. Dialoghi gruppali.............................................................75 10. Menti corali .....................................................................81 11. Sapersi osservare................................................................89 12. Dentro ad una cornice..................................................... 97 PARTE III – Ascoltare 13. Interpretazioni................................................................109 14. Scenari............................................................................ 119 15. Immaginazioni...............................................................125 16. Trame possibili ...............................................................131 17. Rappresentazioni.............................................................137 PARTE IV – Ascoltandoci 18. Frequentazioni................................................................147 19. Interruzioni..................................................................... 155 20. Limitazioni.....................................................................165 21. Trasformazioni................................................................171 Bibliografia............................................................................179


Introduzione

Conoscere i principi fondamentali della psicoanalisi e del metodo che con una sua tecnica ha lo scopo di promuovere variazioni interne ed esterne nella persona credo sia importante non solo per gli psicoanalisti, ma anche per i medici in generale, per gli educatori, e per tutti quelli che in qualche modo “esercitano la psicologia” come ad esempio devono fare i genitori. (Heinrich Racker, Studi sulla tecnica della psicoanalisi, Armando, Roma 1970) La scelta di scrivere L’ascolto del paziente è il risultato della spinta di un coro di voci che mi hanno sollecitata a mettere nero su bianco quanto andavo raccontando nelle lezioni e supervisioni alla scuola di specializzazione in psicoterapia della Coirag1, nei diversi seminari dedicati a psicoterapeuti e psico-socio-analisti, nei colloqui con studenti che dovevano scegliere la scuola di specializzazione, nelle sedute di supervisione individuale o gruppale, negli scambi con docenti universitari amichevolmente curiosi. Le domande, gli errori, le paure, i desideri e gli smarrimenti di chi ho potuto accompagnare nella visione clinica sono stati dunque come i sassi di Pollicino che mi hanno condotto a declinare cosa sia per me l’ascolto analitico. Il testo quindi nasce dalla mia esperienza di come si possa ascoltare un paziente se si è in grado di mettersi in gioco con molta teoria e pratica alle spalle, ma liberi di adoperare la propria mente così come essa, se ascoltata, sa suggerirci, sollecitarci e comunicarci. Per me il principio inalienabile riguarda il fatto che ogni analista deve essere quello che è, grazie al fatto che la sua identità è forgiata anche dalla sua esperienza di studio e di pratica analitica. L’autenticità sta dunque alla base di ogni buona relazione, anche

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di quella professionale tra uno psicoterapeuta e un paziente. Alle volte cura di più l’essenza umana del terapeuta che la sua conoscenza del mestiere. È dunque di questa identità personale che questo libro tratta e di come usarla, affinarla e arricchirla attraverso il sapere tecnico e metodologico che conduce ad occuparsi della sofferenza psichica altrui. Nel testo i confini tra chi pratica l’arte della psicoanalisi e chi ne usufruisce si scontornano e confondono poiché credo non vi sia davvero una netta divisione. Chi cura si cura lavorando e chi è in cura è sia il paziente qualsiasi sia lo psicoanalista che mantiene in esercizio la sua mente prima facendosi analizzare e poi auto-analizzandosi. Vorrei narrare pertanto di un metodo che, a partire dalle teorie psicoanalitiche e fondandosi sulla psicologia sociale analitica, ho messo a punto grazie all’apporto di preziose letture sull’inconscio, avvincenti esperienze con pazienti trattati individualmente o riuniti in collettivi e di incessanti rielaborazioni di tante e tante ore di incontri clinici avvenuti in una pluralità di setting. La psicoanalisi si evolve perché cambiano i contesti umani dove le persone vivono ed operano. L’accelerazione della velocità nella comunicazione che contraddistingue il terzo millennio, connotato sempre di più da una iperconnessione, pone dunque nuovi interrogativi sullo sviluppo della mente e richiede coraggiose ed innovative scelte operative per aiutare le persone a maturare, crescere, evolvere e stare bene. Per questo chi di mestiere ha a che fare con l’umano è chiamato a comprendere più di altri come costruire spazi di pensiero che scandaglino in profondità la vita psichica degli individui, dei gruppi, delle istituzioni e delle comunità. Sono queste delle realtà che oggi sono completamente immerse in una rivoluzionaria trasformazione che porta con sé incertezze, paure e crisi. Sono menti individuali e collettive che però, se sostenute ed analizzate, possono attivare opportunità, evoluzioni e cambiamenti positivi. In questo processo di ricerca sulla salute psichica ho avuto molti compagni di viaggio che mi hanno sollecitata a raccontare, sostenuta a capire e stimolata a sperimentare. Li ringrazio tutti, uno ad uno. Anche la scrittura mi è stata amica fedele accompagnandomi, per anni ed anni, a riflettere su ciò che osservavo divenendo uno dei piaceri della mia vita e mettendo ordine nelle mie conoscenze. Il condividerla molte volte con Francesco Berto l’ha resa anche prezioso esercizio di un tollerante quanto produttivo sapersi ascolta-


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re. È così che in me si sono intrecciati l’essere ascoltata, l’ascoltarsi e l’ascoltare portandomi verso quell’ascoltandoci che conclude il libro quale conquista inalienabile di chi pratica la professione di psicoterapeuta. Ascoltare, riflettere, rielaborare, sognare, cercare e ricercare, per trovare il proprio modo di operare, divengono dunque il filo conduttore di tutto il testo. Tenendo conto di quelli che mi sembravano i presupposti fondamentali ho cercato un filo narrativo che potesse divenire interessante sia per gli psicoterapeuti sia per chi, operatore socio-sanitario, educatore, insegnante o anche potenziale paziente, fosse curioso di sapere qualcosa su come si viva dentro alla stanza d’analisi. Se l’esperienza analitica non è raccontabile perché è ciò che è come lo sono l’aroma del caffè o il gusto del cioccolato, come ci suggerisce Thomas Ogden, vorrei che la lettura fosse di per sé un assaggio della sua essenza. Non importa cosa si imparerà, l’importante è lasciarsi andare, pagina dopo pagina, permettendo che il testo, così come ogni esperienza onirica, possa essere vissuto affettivamente, emotivamente e passionalmente. L’arcano si trova nelle rappresentazioni che, insistenti, prima volteggiano nel campo bipersonale o multipersonale e poi si rivelano, chiare e forti, nella mente dell’analista per essere comunicate, con grande delicatezza, al paziente. L’alchimia indescrivibile è in quella sensazione di compenetrazione tra menti che si può provare solo essendo ascoltati da un esperto dell’inconscio. Nella stanza d’analisi lo psicoterapeuta articola parole scelte, pensate, meditate, elaborate, soppesate dopo aver a lungo ascoltato. Sono frasi pronunciate non a vanvera in un periodo storico che è infestato dai bla bla bla di persone spesso terribilmente sorde. Prendono quindi vita idee che nascono dal mettere a disposizione se stessi senza la paura di soffrire ascoltando il proprio interlocutore. Divengono pertanto dialoghi generati da un ascolto speciale, unico, profondo che non si arresta di fronte alle resistenze dell’altro. Si pronunciano infine affermazioni che sono la traduzione dell’inconscio che abita l’essere umano poiché si desidera conoscerlo. Questa copula generativa tra due o più menti è un’arte. Perciò ogni lettura non può che darne un resoconto impreciso poiché, senza l’esperienza di cosa sia la psico-socio-analisi, disciplina che

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contempla gli interventi con i singoli e con i gruppi, è impossibile capire cosa succeda per davvero nella relazione analitica. Sensazioni e intuizioni accompagnano le sedute che, una dopo l’altra in una raffinata tessitura di nuovi pensieri, portano ogni persona a godere della sua capacità di produrre idee veritiere su di sé. Il paziente allora, quando è ascoltato, fa esperienza del sollievo emotivo, della dolorosa consapevolezza, della liberante comprensione, della bellezza nata da audaci collegamenti, della tranquillità che scaturisce da ricostruzioni storiche, del piacere che si prova di fronte a insight sulla propria vita. Egli non teme la regressione e non rinuncia alla sua maturazione accettando di immergersi nei suoi stati d’animo. Per trovare una strada che permetta di far vivere delle emozioni ho scelto di arricchire il testo con dei piccoli incisi clinici. Sono queste delle brevi storie di uomini e di donne, di ragazzi e ragazze2 con cui ho trascorso ore ed ore, alle volte per anni ed anni, in quel rituale appuntamento che ci ha permesso, seduta dopo seduta, di scoprire la realtà interna. Ho fatto entrare il lettore perciò nel mio piccolo studio dominato da un rosso bordeaux dove una comoda poltrona dietro ad un basso lettino e una poltroncina posta davanti per i colloqui sono al centro della stanza mentre una piccola scrivania per le questioni burocratiche sta a ridosso del muro, infine alle pareti una riproduzione del primo Monet su tela, due stampe veneziane e una libreria completano l’arredo. Una cascata di fiori posti su un trespolo di legno ereditato da mia nonna sta davanti ad una grande finestra dando un tocco di leggerezza. Lì ricevo i pazienti e passo molti giorni della settimana ad ascoltare le sofferenze umane, i travagli psichici, le speranze delle persone che cercano di lottare contro i loro tormenti interiori. A queste persone devo molto di quello che sono perché ascoltandole ho imparato molto sulla vita e ho attraversato giornalmente come, se non la si prende per il verso giusto, ci si ammala. Devo molto però anche all’analista della Società Psicoanalitica Italiana che mi ha accompagnata pazientemente a comprendermi e quindi ad affinare l’ascolto di me stessa e allo psicoanalista argentino che mi ha introdotta alla concezione operativa su cui si fonda la psicologia sociale analitica che è divenuta la mia matrice teorica. Dopo di loro sono seguiti i miei diversi supervisori, siano stati psicoanalisti delle Società psicoanalitiche italiana, spagnola, argentina, francese e inglese o esperti della concezione operativa,


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che mi hanno sostenuta nel compito analitico che andavo svolgendo con gli individui, i gruppi e le istituzioni. Nella mia mente si affollano ricordi di una me stessa giovane psicoterapeuta in cerca di suggerimenti per poter lavorare meglio e, immediatamente, entro in uno stato di empatia con quei colleghi che, con pazienza e dedizione, si sono appoggiati a me per mettere a punto i loro strumenti di lavoro. Un particolare stimolo mi è venuto soprattutto dal gruppo di psicoterapeuti di Parma che incontro da molti anni in supervisioni gruppali e individuali. Un gruppo vivace, intelligente e stimolante che mi ha permesso di mettere a fuoco la difficoltà di mantenere sempre e comunque un atteggiamento analitico, cioè interpretativo, sia che si lavori privatamente sia che si operi nei servizi pubblici, sia che si lavori con il singolo che nei contesti collettivi. Su tutte le stimolazioni però una mi ha davvero convinto a scrivere di quale possano essere gli esiti dell’ascolto di un paziente ed è quella di un’Assistente Sociale che mi chiese se davvero la psicoterapia facesse stare meglio le persone. Allora la guardai stupita poiché, le dissi, non si poteva chiedere all’oste se il vino era buono, ma poi riflettei sull’ignoranza – in senso etimologico – sull’argomento. Forse, mi dissi, i testi sul tema sono spesso troppo specialistici e complessi perché scritti per gli addetti ai lavori che hanno già acquisito un linguaggio analitico e una conoscenza in questo campo. L’ascolto del paziente vuole invece poter parlare a tutti quelli che sono interessati a capire come l’incontro tra un esploratore dell’inconscio e delle persone psichicamente sofferenti possa modificare la mente, aiutare a vivere meglio, allentare conflitti e portar fuori da mondi terrificanti.

Note 1. Confederazione di organizzazioni italiane per la ricerca analitica sui gruppi. 2. Le storie e i nomi sono stati modificati in modo da non rendere riconoscibili i pazienti. Solo loro, sicuramente, si potrebbero riconoscere nel meccanismo psichico che li ha caratterizzati. Se ciò avvenisse spero che siano contenti di poter aiutare altre persone a comprendere come si muova la vita psichica. A loro quindi un grazie speciale.

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PARTE I

Essere ascoltati

La psicoanalisi è un’esperienza emotiva vissuta. In quanto tale non può essere tradotta, trascritta, registrata, spiegata, compresa o espressa in parole. È ciò che è. (Thomas H. Ogden, L’arte della psicoanalisi, Cortina, Milano 2008)


1. Scelte cruciali Comprendere l’alchimia affettiva di ogni relazione è complesso e, talvolta, è proprio impossibile. La relazione è magia che fa stare bene tanto quanto è legame che fa ammalare. La relazione è costruzione di un rapporto tra chi ascolta e chi parla. Decifrare come l’incontro tra psicoterapeuta e paziente aiuti le persone che soffrono psichicamente è spesso ancora difficile. Ed è misterioso non solo per chi non conosce questi ambiti professionali, ma anche per chi li studia e li pratica poiché in questo campo c’è sempre da rimettere ordine nelle proprie conoscenze. La domanda che attraversa ogni paziente ed ogni psicoterapeuta è: “Il rapporto tra estranei può portare fuori dalle tenebre del dolore mentale?”. Proprio perché la potenza della trasformazione psichica dell’incontro tra terapeuta e paziente è indecifrabile molte immagini svalutanti, come quella dello “strizzacervelli” o del “dottore dei matti”, hanno colmato insidiose lacune culturali e strutturato atavici pregiudizi storici. Eppure sapere, conoscere, comprendere come funzioni l’incontro terapeutico può far diminuire resistenze e paure permettendo alle persone di avvicinarsi fiduciosamente al processo psichico che “cura i pensieri”. Andare dallo specialista della mente non significa essere folli, ma anelare il diventare padroni a casa propria. La trasformazione di pensieri disturbanti e bugiardi in pensieri creativi e veritieri porta armonia dentro alla mente. L’incontro tra colui che ha studiato la struttura della vita psichica e la persona sofferente comporta, da parte del paziente il discorrere liberamente di sé e, da parte dello psicoterapeuta, il saper ascoltare liberamente – direbbero Sigmund Freud con un’attenzione fluttuante e Wilfred R. Bion senza desiderio e senza memoria –. Questa libertà reciproca nel far affiorare i pensieri attraverso un’intensa e incomparabile narrazione va costituendo un vincolo

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speciale che fonda e rimodella la capacità relazionale. È questo un risultato che viene perseguito da molte teorie psicologiche, ma solo il processo psicoanalitico si fonda proprio su quella libertà di circolazione del pensiero che va a creare vincoli, interdipendenze e mondi emotivi condivisi. Sia il paziente che l’analista lavorano nel loro mondo inconscio. Qui sta la differenza con altre terapie molto più direttive, asimmetriche, qualche volta esercitanti un forte potere di persuasione. Nella teoria psicoanalitica il terapeuta si è curato e si continua a curare mentre cura. Una tendenza a non assumersi responsabilità verso se stessi sembra però il sintomo sociale che caratterizza i nostri tempi. Oggi si stanno sempre più evidenziando i danni creati dall’idea che libertà significhi assenza di legami poiché questa estremizzata affermazione individuale e questa esasperata realizzazione soggettiva hanno creato un mondo privo di solidarietà tra le generazioni, tra i popoli, tra i familiari, tra i colleghi e tra tutti gli individui. Le persone vagano solitarie verso il nulla poiché non sanno come mantenere una relazione nemmeno con se stesse. Cercano allora soddisfazione nel consumo sfrenato di cose, ma nessun oggetto concreto riesce a dare sollievo alla paura interiore. Timori attanaglianti, angosce senza tregua, fobie di ogni tipo, ansie immotivate, crolli mentali, ritiri depressivi, disordini sessuali, aggressività violente, ossessioni insistenti dominano la vita quotidiana rendendola molto difficile se non un vero e proprio dramma. A un contesto sociale disumanizzante corrisponde quindi una sofferenza psichica dilagante. L’uso degli psicofarmaci infatti aumenta in modo esponenziale e, nel frattempo, diminuisce la capacità delle persone di stare dentro ad un percorso psicoterapeutico portandolo a termine secondo le regole da esso richieste. Si cercano “guarigioni” immediate e il dedicare tempo e affetti alla cura della propria vita psichica sembra svilente per chi ha eletto a modello di comportamento un narcisismo esasperato e distruttivo. In un mondo del “tutto e subito” un procedere psicoanalitico lento e profondo alle volte sembra non avere più posto mettendo in crisi gli stessi psicoanalisti che temono di perdere pazienti a beneficio di chi offre soluzioni e strategie di immediata e facile applicazione. L’atteggiamento autoreferenziale delle persone ammalate di “fuga dalla verità” rende loro difficile affidarsi ad un esperto della men-


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te per un tempo significativo. Seguono allora terapie che offrono sconti di fatica, proposte a buon prezzo, occasioni in svendita, promesse allettanti, soluzioni rapide, indicazioni sbalorditive. Eppure continuano a stare male. L’offerta infatti è ampia e se ad essa si vanno aggiungendo sedicenti coach, impavidi counselor e rassicuranti predicatori, ma anche maghi mistificatori e astrologi improvvisati, la scelta di conoscersi attraverso un’esperienza ad orientamento analitico non è per nulla semplice. Scegliere una terapia analitica, infatti, implica un tempo imprecisabile da dedicare alla scoperta di se stessi poiché è necessario lavorare, con pazienza, sui tempi della vita ricollocando gli eventi nel passato e nel presente per dare una nuova possibilità al futuro. Sarà la conoscenza di sé nelle varie epoche dell’esistenza che aiuterà infine a vivere meglio. Ma per imparare ad ascoltarsi e comprendersi ci vogliono tempi lunghi in quanto stabilire una relazione con se stessi, dopo che ci si era persi di vista, non è impresa né veloce né indolore. Quando si vive male è però arrivato il momento per recuperare l’idea che libertà è relazione e che la relazione richiede tempo, dedizione, onestà, sincerità e rigorosità. Anche quella con l’analista. In un’epoca del facile consumo, dell’usa e getta, del primato del successo sull’impegno, per poter comprendere e vivere il valore dei rapporti umani è necessario che qualcuno aiuti a sperimentare la loro bellezza. Questa figura, che costruendo una relazione profonda con il paziente lo aiuta ad entrare in rapporto con se stesso, potrebbe essere proprio lo psicoterapeuta ad orientamento analitico. L’epopea della libertà come slegamento ha reso infatti non solo le persone sempre più fragili, ma ha anche determinato l’impossibilità di dare un aiuto professionale a chi è in questo stato di vulnerabilità. Le persone più soffrono, maggiormente non vorrebbero, non sanno o non riescono a legarsi a nessuno né tantomeno ad un estraneo che si vuole occupare della loro mente. Gli individui sono resi emotivamente instabili dai più disparati sintomi: non vanno d’accordo con se stessi, evitano molte situazioni, si alienano dall’esistenza comune, rischiano di perdere la potestà sui figli, vedono i loro matrimoni andare a rotoli, si impegnano in interminabili guerre legali per l’affidamento dei minori, sono prigionieri di vecchie e nuove dipendenze, vivono con gran-

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di patimenti il lavoro mentre il rapporto con i colleghi è fonte di ansia, ma rifiutano l’aiuto di uno psico-socio-analista. Una persona sofferente, per la verità, prova a parlare con lo specialista della psiche e, di fatto, nessuno psicoanalista è senza clienti anche se per lavorare ha dovuto riaggiustarsi adeguandosi ai tempi, per esempio sul numero di sedute da proporre al paziente. Una mancata autenticità nella scelta analitica però ben presto si può evidenziare attraverso l’immediata richiesta di fare pochi incontri, modificare continuamente gli orari, sospendere per svariati motivi il trattamento, variare il numero delle sedute e, infine, affermare o che si sta benissimo o che si sta malissimo. Lo sanno molto bene soprattutto i professionisti che devono operare attraverso un mandato del Tribunale o su sollecitazione di altri servizi o che, pur offrendo trattamenti gratuiti, si vedono ingaggiati e mollati con grande superficialità. Tutte le persone oggi sono davvero in difficoltà a fermarsi il tempo necessario per portare a termine il processo analitico. Questo nuovo sintomo culturale espresso dal paziente instabile ci rivela lo sfondo sociale che sta facendo ammalare gli individui. I pazienti singoli hanno fretta, quelli riuniti in gruppi vedono assottigliarsi i percorsi, le istituzioni investono poco e male su se stesse. Si divora il tempo, lo si consuma bulimicamente e non se ne ha mai per poter pensare. Questa mancanza fa ammalare e la cura consisterebbe nel darsi il tempo per digerire e produrre pensieri, ma non sempre il paziente ci sta. Se il professionista che si prende cura della mente non sa però resistere all’assedio della mancanza di tempo per parlarsi e ascoltarsi diviene complice di una concezione di vita che fa degenerare l’umanità. La tentazione di lavorare al ribasso quindi istiga anche i migliori psicoanalisti ed è per questo che, prima di tutti proprio loro, devono scegliere di contrapporsi allo sfilacciamento delle relazioni mantenendo saldi alcuni principi del loro modo di ascoltare il paziente. Bisogna divenire testimoni credibili della necessità di educare il mondo al piacere dell’incontro. Per questo la proposta di un’attività clinica va pensata non solo dentro la stanza d’analisi, ma va promossa anche in tutti i contesti dove le persone vivono. La figura dello psico-socio-analista3 è quella che potrebbe dare


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una risposta alla necessità di recuperare il senso della costruzione di rapporti significativi nella propria casa interiore, nella vita domestica e lavorativa, nella comunità e nella Pólis. Tenere con regolarità e rigorosità un tempo per il dialogo analitico è dunque oggi un’azione controcorrente che va proposta in diversi setting poiché è urgente avvicinare molti individui alla necessità di incontrare i propri pensieri. Resistere alla superficialità è un dovere etico affinché le persone non arrivino a correre sempre più velocemente per fare esperienze che devono durare poco in quanto tutto ciò che è vincolante viene vissuto come attacco alla propria autoaffermazione. Rendere stabile lo spazio dove parlarsi e ascoltarsi diviene dunque un’azione necessaria ed imprescindibile affinché anche chi cura la mente non contribuisca a farla ammalare. Ma le agende di tutti gli psicoterapeuti sono in continua riorganizzazione poiché divengono flessibili gli orari di lavoro, insicuri i tempi dedicati alle persone da curare, variabili alle volte anche i guadagni. Nella stanza d’analisi si sta profilando una nuova patologia sociale che rende incerti su chi occuperà o lascerà vuoto lo spazio a lui dedicato. I pazienti, infatti, con insistenza e per cause di forza maggiore, chiedono spostamenti di orario, vogliono ridurre il numero delle sedute, pretendono di essere loro a decidere il ritmo degli incontri. Non stanno fermi nel loro spazio e tempo richiedendo agli analisti nuovi equilibrismi tra continuità e discontinuità. I pazienti del terzo millennio faticano a tenere una costante regolarità e non conoscono il rigore dell’impegno assunto. Luca, altissimo e allampanato signore è un affermato avvocato cinquantenne tormentato da una moglie sedicente che non vuole separarsi da lui perché afferma che nella vita non c’è di meglio. Lo accusa di essere lamentoso e si dedica con passione alla sua vita mondana mentre il marito si tormenta, giorno dopo giorno, sul senso di falsità della sua insoddisfacente esistenza. Luca, sempre più depresso, inizia una psicoterapia. Dopo poche sedute decide di avviare la pratica di separazione dalla moglie che, da qui in poi, lo deruberà di tutto quello che potrà senza che Luca riesca a salvaguardarsi. Egli infatti non può essere che “buono”. Di conseguenza si sente costretto a lavorare sempre di più per poter far fronte al mantenimento della ex moglie e dei due figli che, seppur adulti, ancora non lavorano poiché stanno tentando da tempo l’esame di Stato per divenire, a loro volta, avvocati. Il lavoro di Luca aumenta e non c’è sera, pausa pranzo o mattina presto che non sia prima o poi occupata. Luca salta sedute su sedute e, seppur tenti di recuperarle, non sempre gli è possibile. Poi un

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colpo di fortuna per lui. Un processo di grande rilevanza nazionale lo porta a difendere un personaggio di spicco che ha giocato a distribuire e prendere tangenti. L’accusato però vede bene di andarsi a rifugiare all’estero e cominciano così le trasferte al di là dell’Oceano. Le sedute utilizzate diventano ancora più rare. Luca si tiene il posto, ma non lo occupa. Un giorno racconta che nulla nella giustizia arriva a conclusione tra rinvii e appelli, errori nelle procedure e gradi diversi. Esclama tra l’irritato e l’impotente: “Tutto è sempre rinviato”. L’analista capisce che il paziente sta parlando anche delle sue sedute che, ripetutamente negoziate, gli danno la sensazione di non approdare a nessun risultato. Il terapeuta apre quindi con lui un confronto sul senso di questo suo rimandare prima la separazione e adesso l’analisi. Il processo quindi riprende forma attraverso il rigore dell’analista che non asseconda il va e vieni del paziente. Si struttura così, poco a poco, anche la determinazione in Luca a dire no e da questa capacità “di essere cattivo” nasce la sua possibilità di salvaguardare lo spazio analitico quando viene invaso da altri impegni.

Questo attacco alla presenza che dà forma alla relazione richiede, da parte dell’analista, una rinnovata capacità di tenere fermo il metodo di lavoro. Se oggi, a causa di un mondo precario e in continuo prosciugamento dello spazio privato, la cornice non può essere fermamente stabile è ancora più urgente rendere inalienabile il metodo con cui condurre gli incontri terapeutici. Per farlo, senza rigidità, ma con consapevolezza, è necessario comprendere come i movimenti continui dei pazienti siano solo dei disturbi all’ascolto e quindi parte del sintomo soggettivo che trova la sua formazione in una realtà sociale divenuta incapace di fermarsi per ascoltarsi. Si è ovunque per non essere mai da nessuna parte. La capacità di fondare e leggere la relazione terapeutica ha le sue radici sulla competenza umana e professionale che lo specialista ha di ascoltare cosa passi tra sé e il paziente. Va allora costituendo in modo invisibile, ma concreto, il vincolo transferale (dal paziente al terapeuta) e controtransferale (dal terapeuta al paziente) che, modificando le modalità di ascolto prima tra chi soffre e chi lo deve aiutare e poi di chi sta male con se stesso, fa sconfiggere il dolore mentale. Uno psicoterapeuta può però ascoltare il vissuto emotivo di un paziente, sia esso un individuo, una coppia, un nucleo familiare, un gruppo o un’istituzione solamente se è stato ascoltato come paziente. 22


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Note 1. Psico-socio-analista è una definizione che assumono, grazie ad una specifica preparazione nella concezione operativa, i professionisti che utilizzano il metodo psicoanalitico applicandolo non solo al paziente singolo, ma anche ai gruppi e alle istituzioni.

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Paola Scalari è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista ed esercita a Venezia. Docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia e supervisore alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG Istituto di Milano e di Tecniche di conduzione del gruppo operativo nella consociata ARIELE Psicoterapia di Brescia. Nel 2001 nella 1a giornata dello psicologo è stata insignita dall’Ordine Psicologi del Veneto del primo premio per l’attività professionale svolta e, nel 2014, del riconoscimento di Eccellenza Professionale dalla città di Mestre-Venezia. Da anni è consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe di associazioni, enti ed istituzioni che operano nei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico. Ha pubblicato per le edizioni la meridiana A scuola con le emozioni (2012) e, con Francesco Berto, Divieto di transito (2005), Adesso basta. Ascoltami! (2004), Fuggiaschi (2005), ConTatto (2008), Padri che amano troppo (2009), Mal d’Amore (2011), Il codice psicosocioeducativo (2013); Parola di bambino (2013) Fili spezzati (2a edizione, 2016), In classe con la testa (2016).

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L’ascolto del

L’ascolto del Paziente

Il fascino della psicoterapia ad orientamento analitico riguarda il viaggio che la mente compie, di seduta in seduta, in territori psichici vergini. Un itinerario che diventa avvincente quando, passo dopo passo, si aprono panorami mentali inediti, luoghi preconsci affascinanti, aree emotive sconosciute. L’analisi dunque è il viaggio e non la meta. Un viaggio in cui il paziente deve però avvertire che questa esplorazione non la fa da solo, ma con l’analista che, immergendosi con lui nel viaggio più sorprendente che nella vita si possa fare, è desideroso di mostrargli quel che lui non scorge. Il testo, nato dall’esperienza diretta dell’Autrice, spiega come si possa ascoltare un paziente mettendosi in gioco con molta teoria e pratica alle spalle, ma liberi di adoperare la propria mente così come essa, se ascoltata, sa suggerirci, sollecitarci e comunicarci. L’autenticità alla base di ogni buona relazione, quindi, anche di quella professionale tra uno psicoterapeuta e un paziente. È di questa identità personale che il libro tratta e di come usarla, affinarla e arricchirla attraverso il sapere tecnico e metodologico che conduce ad occuparsi della sofferenza psichica altrui. Chi cura si cura lavorando e chi è in cura è sia il paziente qualsiasi, sia lo psicoanalista che mantiene in esercizio la sua mente prima facendosi analizzare e poi auto-analizzandosi. Il testo è arricchito di piccoli incisi clinici, brevi storie di uomini e di donne, di ragazzi e ragazze con cui l’Autrice ha trascorso ore ed ore, alle volte per anni e anni, in quel rituale appuntamento che ha permesso, seduta dopo seduta, di scoprirne la realtà interna. È così che si sono intrecciati l’essere ascoltata, l’ascoltarsi e l’ascoltare portando verso quell’ascoltandoci che conclude il libro e che rappresenta la conquista inalienabile di chi pratica la professione di psicoterapeuta. Ascoltare, riflettere, rielaborare, sognare, cercare e ricercare, per trovare il proprio modo di operare, divengono dunque il filo conduttore di tutto il testo.

Paziente

Uno sguardo interiore

L'ASCOLTO DEL PAZIENTE  

Il fascino della psicoterapia ad orientamento analitico riguarda il viaggio che la mente compie, di seduta in seduta, in territori psichici...

L'ASCOLTO DEL PAZIENTE  

Il fascino della psicoterapia ad orientamento analitico riguarda il viaggio che la mente compie, di seduta in seduta, in territori psichici...

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