Iacopo Casadei Saverio Abbruzzese
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Iacopo Casadei
Saverio Abbruzzese
GENITORI vs SUCCESSO EDUCARE AL INSEGNANTI Aiutare figli nella scelta scuoladel superiore Comeiallearsi nella sfidadella educativa Web
EDUCAREvsAL SUCCESSO GENITORI INSEGNANTI
Ha educare al successo? Dasenso alcuni anni nella scuola italiana serpeggia un irragionevole conflitto tra Segenitori non pensiamo alle veline, ai calciatori e ai dei politici, dovremmo rispondere di e insegnanti. Entrambi educatori medesimi ragazzi dovrebbero, sì,secondo senza incertezze. logica, collaborare. Ci sono persone il cui successo è frutto di un lavoro serio e giocoso, e che non Accade sempre più spesso, invece, che si trasformino in avversari, entrando sono diventati col tempo la maschera di se stessi. Tutti sono in grado di individuarli conflitto e giudicando gli uni l’operato degli altri. e in apprezzarli. Quello chea dovrebbe necessario confronto si trasforma in un irrimeIl successo cui puntaessere questoun libro prescinde dalla notorietà, è all’altezza di diabile scontro. tutti, è il frutto di quello che si è fatto o sarà fatto senza scorciatoie, anche con il La passo lento e costante di una situazione è diventata piùlumaca. preoccupante con l’avvento di Internet, per non Inparlare effetti, etimologicamente successo è semplicemente il risultato di ciò che si del telefonino e delil tablet. è Ifatto, nulla di più e nulla dispesso meno. rivelatori di dinamiche grottesche ed esagruppi WhatsApp sono Anche l’esame andato male è un successo, proprio perché è passato e ora non sperate. c’è più e bisogna andare oltre, muoversi, far succedere qualcosa di nuovo non Chi fa le gli spese di errori. questo conflitto, che a volte è sommerso, talvolta esplosivo, ripetendo stessi come sempre, sono i figli-alunni. Essiresponsabilità, si collocano nella terra di nessuno, tra i Il successo è la conseguenza della nostra dell’abilità e dell’impegno due costretti ad assistere a spettacoli spessoofferti indecenti, con cuifronti, abbiamo risposto creativamente agli stimoli dallapronti vita. ad approNon avete tra le mani il solitoinmanuale che vuole far credere che vostro figlio fittare di questa situazione cui le regole latitano. abbia le potenzialità di diventare presidente degli StatieUniti. In queste pagine troverete una rassegna dei pericoli delle insidie del Web ed Alalcune contrario, questo libro, per genitori educatori,fra è uno strumento che offre proposte per sancire un’intesaededucativa genitori e insegnanti, che stimoli, riflessioni, domande da cui prendere spunto per costruire la propria traduca quel versus in verso gli altri e non contro gli altri. risposta personalizzata ai diversi dilemmi educativi. La strada farlo èdi ladiventare condivisione un sistema di regole dadi gePropone alleper famiglie una di palestra educativa, uno approvato spazio libero nitori e insegnanti, partendo da una consapevolezza comune: non possiamo allenamento per genitori e ragazzi, per imparare che l’obiettivo della vita non più le fare a menonon del la Web, ma dobbiamo imparare a difenderci. sono vacanze, permanenza sul divano, maailcontrollarlo movimentoecreativo che mette a frutto i nostri talenti. Per farlo è necessario stringere una forte alleanza. Anche questo libro avrà successo, è fondato su una solida Questo libro prova a tracciare una proprio strada daperché percorrere insieme. esperienza, ricco di indicazioni utili e pratiche e col passaparola sarà trasformato da genitori ed educatori in imprevedibili esperienze di vita.
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Saverio Abbruzzese, psicologo psicoterapeuta, specialista in Criminologia clinica, ha lavorato nei centri d’ascolto di ogni ordine di scuola. Docente di Psicologia nelle scuole seconIacopo Casadei, lavoro, dal 1997 sidell’Adolescenza occupa di formazione nell’area dello darie di secondopsicologo grado, hadel insegnato Psicologia e Psicopedagogia delle sviluppo delle risorse personali, in particolare ambiti della scuola e della sanità. Opera differenze individuali all’Università di Bari;negli è stato giudice onorario del Tribunale per i come consulente anche nel settore dell’orientamento scolastico professionale, sia con Minorenni di Bari. È autore di numerose pubblicazioni. Con la emeridiana ha pubblicato: Un posto per parlare. L’ascolto a scuola (2006), Sulle tracce dei figli. Manuale di sopravvivenza adolescenti che con adulti. È coautore di Felicemente stressati. Vincere lo stress imparando aper genitori troppo buoni (2011), La sindrome di Isacco. I genitori e le “colpe” dei figli (2016). riderne (2013, edizioni la meridiana).
InIncopertina disegno di di Fabio Magnasciutti copertina disegno Fabio Magnasciutti
ISBN 978-88-6153-518-3 ISBN 978-88-6153-759-0
Euro Euro16,00 13,50(I.i.) (I.i.) 99 78 7886 81 6 15 35 53 17 85 39 0
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Silvia Rizzello Saverio Abbruzzese
A SCUOLA IL GENITORI vs CONTA MONDO INSEGNANTI Percorsi e attivitĂ Come allearsi nella di mediazione sfida educativa del Web e comunicazione interculturale
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Indice
Premessa ......................................................... 9 Parte Prima Genitori contro insegnanti Genitori che odiano gli insegnanti ................. 13 Insegnanti che odiano i genitori .................... 21 Parte Seconda L’invasione del Web Nuovi stili comunicativi ................................. 29 Un nuovo modo di fare ricerca ...................... 31 Il maledetto telefonino ................................... 33 La sottrazione del telefonino ......................... 45 Il problema della condivisione ....................... 47 Il registro elettronico, “Grande Fratello” ..... 51 Gruppi virtuali a scuola ................................. 53 Parte Terza Genitori verso insegnanti Una sfida educativa ........................................ 59 Diritti e doveri ................................................ 63 Le “colpe” dei genitori ................................... 65 Bullismo mediatico ......................................... 69 Che fare? ......................................................... 73
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Premessa
L’unica risposta possibile a queste nuove invasioni barbariche è il fronte comune costituito da educatori, genitori o insegnanti che siano, affinché sappiano trovare la necessaria condivisione per offrire ai figli-alunni le stesse direttive. Mai come in questo momento il raccordo scuola-famiglia diventa indispensabile. Genitori e insegnanti devono imparare a confrontarsi e a collaborare, ad andare gli uni “verso” gli altri, non “contro”.
Non è facile affrontare il problema del rapporto fra insegnanti e genitori. Per una serie di motivi. Entrambi dovrebbero essere educatori, avendo a che fare con lo stesso materiale umano. Nella realtà spesso accade che questa funzione non solo non sia svolta adeguatamente, ma anche che i due ruoli si ostacolino a vicenda, con buona pace di una strategia educativa che dovrebbe essere condivisa e approvata. Tuttavia allo stato dei fatti non solo non c’è niente di condiviso, ma spesso gli uni fanno il contrario di ciò che fanno gli altri, ognuno sentendosi il depositario della verità assoluta, pensando di essere l’unico titolare di questa funzione educativa. Quello che dovrebbe essere un necessario confronto spesso si trasforma in un irrimediabile scontro. Chi fa le spese di questo conflitto, che a volte è sommerso, talvolta esplosivo, ovviamente, come sempre, sono i figli-alunni, costretti ad assistere a spettacoli spesso indecenti. La situazione appare ancora più preoccupante quando questi adulti devono cercare di contrastare le invasioni di telefonini, tablet, Internet e così via. Questo libro vuole essere una rassegna della realtà quotidiana filtrata attraverso l’occhio del docente e dell’esperto, ma anche della cronaca (spesso e volentieri scandalistica e poco veritiera). GENITORI VS INSEGNANTI
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Parte Genitori Prima contro insegnanti
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Genitori che odiano gli insegnanti
È più brava la maestra o la mamma? Odio, addirittura! Eppure c’è, l’ho verificato, ne sono stato testimone, l’ho sentito: “Io quella maestra la odio!”, “Quel prof non lo sopporto!”, “Ma quella lì chi si crede di essere!” e così via. Che cosa può scatenare questa avversione? Ci possono essere diverse motivazioni, passiamo in rassegna le più frequenti, con una premessa: nella scuola dell’infanzia e alle elementari la presenza delle insegnanti è di gran lunga superiore a quella degli insegnanti, la cui presenza diventa sempre più consistente col crescere dell’età degli alunni. Non è raro incontrare bambini nella scuola dell’infanzia e primaria che si affezionano tantissimo a un’insegnante. Se poi questa insegnante non solo è brava, ma è anche bella, allora la cosa diventa ancora più insopportabile per tante mamme. Ho visto bambini all’entrata della scuola che non vedevano l’ora di lasciare la mano amorevole della mammina per correre incontro alla loro maestra.
Ho visto bambini che all’uscita da scuola non volevano mollare la maestra, anche se fuori c’erano le mammine con le braccia spalancate ad attenderli. Mi è parso ovvio che questi bambini stavano tentando di sottrarsi alla morsa feroce (o alle amorevoli cure, fate voi) di una mamma apprensiva. Tuttavia sono proprio queste mamme che non sopportano il fatto che i loro figli “preferiscano” la maestra. Improvvisamente queste mamme, che sognavano di avere un figlio per cui essere l’unico punto di riferimento, l’unico faro della loro vita, il pilastro su cui fondare la loro esistenza, si ritrovano spodestate da una maestrina, che non solo ci sa fare, ma riesce addirittura a farsi rispettare da questo bambino capriccioso. Queste mamme apprensive, ansiose, preoccupate, spaventate, ecc., inevitabilmente diventano soffocanti per i figli, li viziano, sono angosciate e oppressive, e i figli non vedono l’ora di sganciarsi, di liberarsene. Sono proprio questi bambini che quando si trovano davanti una maestra in gamba, che non si perde in chiacchiere, che sa essere assertiva, che non è ripetitiva e ridondante come sanno essere le mamme di cui sopra, imparano a rispettarla, capiscono che con questa tizia non c’è tempo da perdere, che le cose si fanno e basta, senza tergiversare. Una bella relazione educativa secca, senza fronzoli, efficace, che manda su tutte le furie una mamma che improvvisamente, da sentirsi un faro per suo figlio, si sente messa da parte, inefficace, insulsa e, diciamolo pure, un po’ stupida. Se poi l’insegnante non è sposata e non ha figli, allora questa rivalità genitoriale diventa ancora più accanita e si passa dal compatimento (“Poverina, non ha figli e prova a fare la mamma con i miei”) al dileggio (“Non mi interessa se non ha figli, lasci in pace i miei!”). Tutto questo può portare all’odio verso l’insegnante? A voi la risposta. GENITORI VS INSEGNANTI
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Bambini inappetenti Se poi succede che una mamma che impiega in media tre ore per far consumare un pasto al figlio recalcitrante, dispettoso, con tante avversioni alimentari, scopre che questo figlio, quando va all’asilo, mangia insieme agli altri bambini senza fare storie e viene addirittura a sapere dal bambino che la maestra gli ha detto: “Se hai fame mangia, altrimenti lascia perdere” (cosa che questa mamma non avrebbe mai osato dire al diletto figlio, perché convinta che sarebbe sicuramente morto di inedia), allora l’odio diventa più profondo, si trasforma in livore. Il figlio, che improvvisamente è diventato un mangione, rischia di farne le spese, perché la mamma gli dirà: “Allora lo fai apposta! Perché all’asilo mangi e a casa mi fai disperare? Ce l’hai con me? Ma che ti ho fatto? Perché con quella mangi e con me no? Non vuoi più bene alla tua mamma? Di mamma ce n’è una sola! Come ti vuole bene la tua mamma non ti vuole bene nessun altro! Devo cambiare la minestrina? Proviamo col brodo di pesce?”. Così il bambino, che finalmente ha cominciato a mangiare per fame, come fanno tutti i suoi compagni di mensa, è assalito dai sensi di colpa perché sta trascurando sua madre. Perché se mangia a casa, allora vuole bene a mamma, ma se mangia all’asilo allora vuol dire che non le vuole bene. Può succedere che se ne lamenti con la maestra, a cui potrebbe anche dire: “Mamma non mi capisce”. Se poi succede che questa maestra incautamente riferisce quella frase alla mammina, invitandola a comprendere le esigenze di suo figlio, che poverino non si sente capito, allora non è escluso che questa mamma pensi di assoldare un killer. Intanto questo bambino ha recepito un assunto: c’è una stretta correlazione fra il mangiare e il voler bene. Di questo assunto farà un buon uso nel corso della sua vita. Se mangio, allora, voglio bene a mamma, se non mangio, allora, vuol dire che non le voglio bene. Questo slittamento dal contesto alimentare a quello affettivo produce effetti 14
pericolosi in adolescenza, allorché si vive il conflitto generazionale. Non è escluso – e infatti accade sempre più frequentemente – che una ragazzina in conflitto con la madre rifiuti di mangiare. Il cibo diventa così l’arma del ricatto. Ricordo una ragazzina che mi disse candidamente: “Se non tocco cibo per un giorno, poi posso chiedere tutto quello che voglio… e mi accontentano!”.
Rivalità genitoriali Vi lascio immaginare che cosa accade se capita che questo figlio, costretto a studiare con sua madre per tante ore, prende dei voti inferiori a quelli del figlio di un’amica di questa mamma, odiata rivale. Allora l’insegnante diventa doppiamente colpevole, perché fa le preferenze, perché non distingue l’impegno vero da quello fasullo, perché il figlio dell’amica è solo un lecchino e a quell’insegnante piace essere adulata. Quanti genitori si rispecchiano nei figli, quanti cercano in loro il riscatto di una vita insoddisfacente? In questo narcisismo genitoriale non si ammettono rivali. Mio figlio deve essere il migliore, come avrei potuto essere io. I figli diventano propaggini, protesi genitoriali. Sono ciò che il genitore vuole che siano. Le rivalità fra le mamme sono una iattura per i figli, costretti ad alimentare questo narcisismo genitoriale, a loro spese.
Quando i figli diventano adolescenti Genitori di questo tipo sono presenti in ogni ordine di scuola, non solo alla scuola primaria.
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Quando i figli diventano adolescenti alcuni genitori scatenano il loro odio contro insegnanti che si sono permessi di rimproverare il povero e indifeso figlioletto. Se poi questi insegnanti osano sbatterlo fuori dalla classe perché “disturba la lezione” o addirittura mettere una nota in condotta, per non parlare della bocciatura o della non ammissione agli esami di Stato, diventa un affare di… Stato. Qualche insegnante mi ha raccontato che ci sono avvocati specializzati nel presentare ricorsi contro questi provvedimenti. Per cui può succedere che un insegnante riprenda più volte una ragazzina di quindici anni che non riesce a staccarsi dal suo telefonino, furiosamente “smanettato” perché chissà quale dramma sentimentale si sta consumando col suo fidanzatino. Se poi tutto questo avviene durante un’ora di lezione e questo insegnante, spazientito, dice alla ragazzina di prendere il suo telefonino e andare fuori dall’aula, allora il dramma si trasforma in tragedia. Perché la ragazzina, utilizzando l’infernale aggeggio, chiamerà la mammina a cui dirà in lacrime: “Il prof mi ha sbattuto fuori” e la mamma si precipiterà a scuola, magari scortata dal marito e dalla nonna, a protestare vibratamente col dirigente scolastico per il trattamento inflitto alla figlia. “Come si è permesso questo prof di sbattere fuori nostra figlia? Siamo ancora a metodi da Medioevo! La bambina (di quindici anni) è rimasta traumatizzata, non vuole più venire a scuola. Se si ritira la colpa sarà la vostra! Dov’è questo prof? Vogliamo parlare con lui! Questa storia deve finire!” Così il povero dirigente, cosa che accade sempre più spesso, deve fare da mediatore in questo conflitto: da un lato questi genitori che odiano profondamente un professore che ha osato sbattere fuori la figlia, dall’altro l’insegnante, che voleva solo educare una ragazzina incurante delle regole.
La portata educativa di questa vicenda, che non è inventata, rimane sullo sfondo, molto distante. Questi genitori, pervasi dall’odio verso chi ha maltrattato la figlioletta, non si rendono conto che in realtà stanno autorizzando la figlia a continuare a usare il telefonino in classe, fregandosene del prof o di chi per lui. Ovviamente questo docente sarà diventato per la ragazzina un “essere odioso”.
Scene di lotta di classe a scuola C’è poi una categoria di genitori che all’odio aggiunge il disprezzo. Mi riferisco ai ricchi signori della borghesia, agli arricchiti parvenu che in occasione dei colloqui con gli insegnanti devono sfoggiare il loro raggiunto benessere con abiti firmatissimi, acconciature improbabili, tacco 12, chilogrammi di gioielli, ecc. Mettersi in fila per parlare con una poveraccia che guadagna un migliaio di euro al mese, loro che quei mille euro li fanno fuori in un pomeriggio di shopping sfrenato alla Pretty woman, beh, è intollerabile. Se poi questa sfigata insegnante si permette di “criticare” il loro pargolo, perché per loro di “critica” si tratta, non di consigli pedagogici o didattici, allora queste mamme superwoman abbozzeranno un sorriso, metteranno in evidenza i loro anellacci accarezzandosi il viso, metteranno in mostra la loro generosa scollatura ingioiellata da qualche decina di collane di vario genere e con una sfacciata dose di ipocrisia diranno: “Certo, ma sa, nostro figlio sta attraversando un periodo difficile…”, e andranno via pensando: “Ma questa chi si crede di essere! Non ha neanche i soldi per campare, indossa abiti comprati al mercato rionale e si permette di criticare mio figlio, ma andasse a…”. Con una punta di disprezzo terranno a proclamare che il GENITORI VS INSEGNANTI
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figlio è seguito da una laureata, mica da una che fa la maestra soltanto con un diploma.
Mamme presenti, papà assenti Ci sono genitori che odiano talmente gli insegnanti che mettono in atto vere e proprie strategie di evitamento. Non si fanno vedere, non partecipano ai colloqui, non rispondono alle convocazioni. A volte succede che alcune mamme mandano in avanscoperta i papà, costretti ad affrontare un insegnante che gli parlerà di un figlio di cui loro non sanno assolutamente nulla. Il papà delegato dalla mamma ad ascoltare l’insegnante rompiscatole è un’altra figura molto interessante del mondo scolastico, perché la dice lunga sul ruolo paterno nella scuola e nella famiglia. La presenza delle mamme è di gran lunga preponderante, la presenza dei padri è direttamente proporzionale all’età dei figli, nel senso che più i figli crescono più i padri sono presenti a scuola. Ma sono sempre e comunque in minoranza, imbarazzati, imbranati, incapaci di riferire ciò che la moglie gli ha detto di esporre compiutamente all’insegnante. Una volta un papà, nel corso di un colloquio, mi disse: “Mia moglie dice che mia figlia studia tantissimo, ma non riesce a rendere per quello che studia…” “E lei cosa dice?”, gli chiesi. “Io? In che senso?” “Mi ha detto ciò che le ha detto di dire sua moglie, ok, ma lei che dice?” “In che senso?”, ribalbettò il padre. “Vabbè, e sua figlia che dice?” “Mia figlia? Che deve dire mia figlia?” “Beh, è lei che studia e non rende…” “Sì, certo, mia figlia…”, farfugliava questo padre disperato, nei cui occhi incominciavo a scorgere lampi di odio nei miei confronti. 16
Sembrava un impostore colto in flagrante. Ma era chiaro che in quella famiglia era la moglie che decideva e aveva stabilito che la figlia studiava troppo ma non rendeva altrettanto, che il marito doveva riferirlo testualmente al prof e che la figlia doveva tacere perché la strategia materna l’avrebbe salvata. Salvata da cosa? Ma dalle insidie che i prof seminano nella scuola, è chiaro.
Il doposcuola e le ansie genitoriali Un’altra eventualità abbastanza frequente riguarda quelle mamme che seguono i figli nello studio, impiegando interi pomeriggi, serate e a volte nottate. Ho visto mamme di bambini che frequentano la scuola primaria che dichiaravano candidamente di “studiare” (una volta si diceva “fare i compiti”) con i figli dalle 15 alle 20-21. E dopo cena si riprendeva per controllare il lavoro svolto. Se una di queste mamme, che si sacrificano, si abnegano, si impegnano fino allo spasimo per far andare a scuola i figli con i compiti perfettamente svolti, si sente dire dalle maestre che il “metodo” è sbagliato, che il bambino ha bisogno di “riposo”, che ha anche il diritto di “giocare”, insomma, che forse tutto quello “studio” è esagerato, sproporzionato, inadeguato, controproducente, perché il bambino “non rende”, allora vi lascio immaginare cosa possa annidarsi nella mente di questa mamma; si aspettava la riconoscenza della maestra per l’enorme mole di lavoro svolta, ma riceve solo critiche. Il rancore diventa smisurato, anche perché questa maledetta maestra non mette i voti giusti al figlio, che è vittima di inenarrabili ingiustizie. A sua volta questo rancore si trasforma in una sor-
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ta di paranoia per procura (trasferire sul figlio la persecutorietà di cui la mamma si sente vittima): “Questa maestra ce l’ha con mio figlio, non riesco a capire cosa le ha fatto, lui studia tantissimo, ma lei dice che non rende. Non è giusto, l’ha preso di mira”. Ancora una volta, tanto per cambiare, la colpa ricade sul figlio, che è diventato il bersaglio preferito di questa sadica maestra. Se i colpevoli sono il figlio e la maestra, la mamma resta innocente. Probabilmente, molto più semplicemente, quella maestra sta solo invitando una madre troppo scrupolosa a rilassarsi e a non “caricare” troppo il figlio, che non rende proprio per questo, ma questa spiegazione è inaccettabile e, soprattutto, ingiusta. La situazione diventa drammatica quando questa mamma si arrende all’evidenza e decide di far seguire il figlio da una dopo-scuolista. Se quest’altra insegnante riesce dove lei ha fallito, se cioè riesce a ottenere dei risultati, allora questa mamma deve ammettere la sua sconfitta. Ma non tutte ci riescono; qualcuna attribuisce il successo al caso, altre al fatto che la maestra di scuola è diventata più comprensiva e non perseguita più il bambino. Non ci crederete, ma a volte sospetto che talune mamme inconsciamente si augurano il fallimento della dopo-scuolista, per salvare la propria autostima e uscire indenni dal confronto. Che cosa succede quando un bambino non riesce a fare i compiti con la mamma e ci riesce benissimo con un’insegnante? Se poi quest’ultima è pure giovane e preparata, l’odio delle mamme si moltiplica. Sì, lo so, state pensando che ci sono tante mamme lavoratrici che benedicono quelle insegnanti a cui affidano i figli nel pomeriggio per fare i compiti, ma ci sono anche mamme che si lasciano libero il pomeriggio per “dedicarsi” ai figli e seguirli scrupolosamente nei compiti. Ma questo scrupolo spesso diventa una vera e propria mania.
Ho visto mamme torturare i figli, costretti a studiare otto ore al giorno. Sto parlando di alunni di scuola primaria. Sono quelle mamme narcisiste che hanno bisogno di far primeggiare i figli, che devono essere i migliori, soprattutto migliori del figlio dell’amica che frequenta la stessa classe. Sono le mamme che chiedono sempre ai figli, immancabilmente, quando tornano da scuola: “Oggi com’è andata? La maestra ti ha interrogato? Che voti hai preso? Il compito è stato corretto? Quanti compiti hai per domani?”. E così via… Non è difficile immaginare l’ansia che generano nei figli, che spesso non hanno neanche il tempo di finire di pranzare che devono subito impegnarsi severamente nello svolgere i compiti alla perfezione, con la mamma che controlla il diario e che è capace di telefonare all’amica per verificare se il figlio ha scritto proprio tutti i compiti da fare o se furbescamente non li ha scritti per evitare la tortura. Alcune mamme mi hanno confessato che urlano in continuazione perché il figlio non ascolta. Quando provo a far capire che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e che forse il bambino è esasperato da tanto stress, allora ci rimangono malissimo. “Ma come, dopo tutto quello che faccio, mi sacrifico per lui, trascuro le mie cose per dedicarmi a mio figlio, a me non ci ha mai pensato nessuno, dovrebbe dirmi grazie…” Insomma, queste mamme si aspettano la gratitudine, ma i figli le ripagano col silenzio e con la “svogliatezza”. Quando provo a dire a questa mamma che probabilmente il figlio ha perso la voglia di studiare perché l’ansia che gli trasmette è insopportabile, risentita esclama: “Adesso va a finire che la colpa è mia!”. Di solito non faccio commenti su questa improvvisa consapevolezza, che paradossalmente viene negata nello stesso momento in cui viene rivelata. È difficile ammettere che il figlio si rifiuta di fare i compiti proprio perché è la mamma apprensiva che ottiene questo risultato, che è esattamente il GENITORI VS INSEGNANTI
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contrario di quello che vorrebbe ottenere. Ma è così, non c’è niente da fare. La prova di questo assunto sta nel fatto che se la mamma si convince ad affidare questo figlio svogliato, apatico, indolente, fannullone, addirittura “ameba” (definizione materna di un bambino di 7 anni che aveva la media del 9,5) a un’insegnante, che segue il bambino a casa sua, magari insieme ad altri bambini, i risultati sono evidenti: il bambino ritrova la voglia di studiare e – pensate un po’ – si diverte pure. La madre entra in una profonda crisi e la brava insegnante, a cui va riconosciuto il merito, viene comunque odiata, perché è il suggello del fallimento materno. Molto spesso ho dovuto consigliare a queste mamme apprensive, che pretendevano che l’insegnante del doposcuola seguisse il figlio a domicilio, di evitare assolutamente che il figlio facesse i compiti a casa e che era meglio che andasse a casa dell’insegnante. Vi lascio immaginare il perché. La madre avrebbe gironzolato attorno a figlio e maestra, avrebbe controllato, sarebbe intervenuta, avrebbe chiesto spiegazioni, insomma, avrebbe rotto le scatole e il figlio sarebbe rimasto preda della morsa materna. Avrebbe, inoltre, impedito anche all’insegnante di fare il suo lavoro, perché avrebbe innervosito anche lei, infastidita dalla ingombrante e indiscreta presenza materna. “Mi lasci lavorare”, avrebbe detto l’insegnante. “Voglio solo aiutarvi”, avrebbe risposto la mamma. Di conseguenza il bambino avrebbe assistito a questo dialogo fra due donne i cui occhi dardeggiavano lampi di odio profondo. Avrebbe dovuto accontentare mamma, che è sempre la mamma, scontentando la maestra, che è così brava, comprensiva e soprattutto tranquilla? Oppure avrebbe dovuto accontentare la maestra brava, facendo un torto a mamma, che si sarebbe sicuramente offesa? Da che parte stare in questo conflitto? Penserete che stia esagerando. Eppure questi piccoli drammi stanno alla base di una serie di disturbi infantili, che vanno dai tic alla balbuzie, 18
dai disturbi della condotta alimentare all’iperattività o a veri e propri atteggiamenti di chiusura, senza contare il calo del profitto scolastico, che tutti, a cominciare dalle insegnanti curriculari, definiscono “inspiegabile”. Già, perché prima quel bambino era bravo, faceva i compiti alla perfezione, era attento in classe, era motivato, aiutava i compagni. Molto probabilmente questo alunno perfetto aveva la mamma che faceva i compiti al posto suo e aveva imparato a comportarsi in un modo fasullo, ma efficace, perché rispondeva alle aspettative di tutti, genitori e insegnanti compresi. In pratica aveva costruito un “falso sé”1.
Scelte di vita Se questa commedia dura a lungo, le conseguenze possono essere drammatiche. Mi sono occupato di adolescenti con un curriculum scolastico eccellente, penosamente crollati all’università, dove dovevano fare i conti con le loro scelte di vita. Improvvisamente si rendevano conto che non avevano fatto nessuna scelta e che stavano recitando un ruolo che era stato loro assegnato dai genitori e a volte anche dai docenti2. Insomma dovevano aderire alle aspettative di tutti, e non avevano idea di quali fossero le proprie aspettative. Non sapevano più che fare, avevano paura del futuro, dicevano di aver sbagliato tutto. Tutto questo, ovviamente, per i genitori era “inspiegabile”.
1. Winnicott D., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1965. 2. “La vita del figlio ha diritto a essere difforme, differente dalla vita e dalle aspettative dei genitori. Il vero dono della genitorialità è amare il figlio nella sua differenza. Troppo facile amare il figlio quando corrisponde alle aspettative”, in Recalcati M., Il segreto del figlio, Feltrinelli, Milano 2017.
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Per non parlare di quei ragazzi che rimangono disorientati dalle aspettative inconciliabili dei genitori: il papà vuole il figlio avvocato, a cui lasciare il suo studio avviato, la madre vuole che quello stesso figlio diventi medico, per assicurarsi una serena vecchiaia. Ma a volte succede che le aspettative dei genitori non coincidano con quelle degli insegnanti. L’insegnante di lettere ha talmente plasmato la sua studentessa prediletta, che questa vuole iscriversi a Lettere all’università, deludendo le aspettative genitoriali che erano di tutt’altro genere. Un altro buon motivo per odiare profondamente quella professoressa che ha condizionato le scelte della figlia. Insomma, ci sono genitori che odiano gli insegnanti e insegnanti che pretendono di sostituirsi ai genitori. Nessuno di loro si preoccupa in realtà di lasciare libero l’adolescente di fare le sue scelte. Tutti rivendicano il diritto di dare “consigli”. Con la differenza che i consigli dati dagli insegnanti nell’ambito dell’orientamento scolastico diventano particolarmente efficaci se l’insegnante è carismatico, mentre quelli dei genitori a volte diventano dei veri e propri diktat. Insomma, è come se ognuno rivendicasse il diritto di condizionare le scelte di un adolescente. Non c’è da meravigliarsi se in seguito questo ragazzo andrà incontro a una profonda crisi di identità e si sentirà “poco autentico”, come mi disse una ragazza che a vent’anni non aveva ancora deciso cosa fare della sua vita, vittima di condizionamenti e aspettative contrastanti da parte dei genitori e dei suoi insegnanti.
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Parte L’invasione del Web Seconda
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Nuovi stili comunicativi
La presenza nella nostra scuola di Internet, dei social network, di WhatsApp, degli smartphone, di Facebook, Instagram, Twitter, ecc. ha provocato una svolta epocale, superiore a qualsiasi riforma ministeriale, dai tempi del ginnasio della Grecia classica all’istituzione della scuola dell’obbligo. È cambiato il modo di comunicare, di fare ricerca, di interagire, di conoscere. In una parola è cambiato il “sapere”. Ricordate quando nei corsi di aggiornamento per docenti si parlava della differenza fra “sapere, saper essere e saper fare”? Bene, tutto è cambiato. A scuola non si possono più fare domande retoriche, proporre dubbi, incertezze, perché immediatamente ti arriva la risposta trovata su Internet. L’arte della maieutica sta assumendo altre forme. Stavo spiegando le regole della comunicazione e invitai gli studenti a farmi domande retoriche. Ne arrivarono a decine, poi scoprii che stavano usando il telefonino. C’è una retorica del Web, per cui ti arrivano immediatamente risposte scontate. Le domande retoriche sono quelle in cui è la stessa domanda a essere scontata. Chiedere a un tale stramazzato per terra se sia caduto, è una domanda retorica; chiedere in una giornata in cui ci sono 40° all’ombra se ti fa caldo è una domanda retorica.
Nei nativi digitali, cioè la generazione nata col Pc, sono le risposte a essere scontate. Ogni domanda ha la sua risposta e si sa benissimo dove trovarla. Fui investito da un profluvio di domande retoriche e mi sono detto che tutto sommato gli studenti avevano capito che cosa fosse una domanda retorica, ma non si erano sforzati per crearne una. Sapevano cosa fosse, ma non avevano saputo formularla. Sapranno utilizzare la retorica o si stanno allenando a una comunicazione esclusivamente letterale? Sapranno cogliere il significato delle metafore? In una parola, sapranno meta-comunicare? O è lo stesso Web una forma di meta-comunicazione? Quando sento parlare i miei studenti rimango estasiato nell’ascoltare i neologismi quali daunlodare, uatsappare, postare, taggare, ecc. Si tratta di un vero e proprio codice, molto articolato. Perdo molto tempo a farmi spiegare come funzionano questi strumenti. Mi spiegano che loro sono in grado di sapere se il loro messaggio è stato letto e da chi. Sono in grado di sapere se la persona che gli interessa sta utilizzando WhatsApp, per cui se il ragazzo non risponde alla ragazza, ma questa sa che il suo ragazzo sta utilizzando l’applicazione, allora significa che sta chattando con un’altra, per cui parte l’inevitabile attacco di gelosia: “Mi deve delle spiegazioni”. Vi dico la verità: non sono ancora riuscito a capire bene come funziona tutta la faccenda, ma so che ci sono matrimoni che entrano in crisi per colpa dei telefonini, storie d’amore che finiscono, tresche scoperte spiando il cellulare, con conseguenti tragedie famigliari. Il trend è inarrestabile.
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Un nuovo modo di fare ricerca
Ma il problema non riguarda soltanto il mondo della comunicazione. Riguarda anche il modo di studiare e di fare ricerca. Le ricerche non si fanno più sulle enciclopedie o in biblioteca, ma al Pc su Wikipedia. Ma soprattutto sono cambiati i tempi del sapere. La curiosità viene immediatamente soddisfatta cliccando sullo smartphone. Non c’è più il differimento della curiosità, il tempo di pensarci, di immaginare un percorso di ricerca. La tecnologia ha abbreviato i tempi della conoscenza. L’attesa, che era il presupposto della riflessione e della ricerca, è stata abolita. Alcune ricerche nelle neuroscienze condotte – pensate un po’ – dalla Microsoft, hanno dimostrato che ultimamente la soglia di attenzione degli adolescenti è calata da una media di 12 secondi nel 2000 a 8 secondi. In compenso, aumenta la capacità di multitasking, cioè di prestare attenzione a più stimoli. C’è da chiedersi cosa rimane nella nostra memoria e cosa riusciamo a imparare con questi livelli di concentrazione e di attenzione: in altri termini, qual è la qualità dell’apprendimento? Non sto insinuando che non si faccia più ricerca, anzi; il fatto di sapere che posso togliermi ogni dubbio in tempo reale, senza andare a scartabellare tomi su tomi, alimenta in qualche modo la curiosità, che diventa onnivora e bulimica. Ma cosa rimane di questo sapere? Possiamo definirlo
sapere o tutto si brucia, si consuma? Come viene metabolizzata questa pletora di informazioni? Spesso ho l’impressione di essere preda di un sapere consumistico. Il mio non è un discorso nostalgico, ci mancherebbe. Tutto questo non si può eliminare, tantomeno criticarlo, bisogna utilizzarlo, dominarlo. Devo dire che, se usato nel modo migliore, il Web può diventare un imbattibile metodo di ricerca. Comunicazione e ricerca ai tempi del Web sono cambiate e dovremmo cominciare seriamente a studiare le nuove modalità di approccio. A volte può essere utile impedire l’uso dello smartphone e del Pc per fare ricerca. Invitare gli studenti a riflettere, senza navigare, provoca una strana reazione. A loro sembra una perdita di tempo, ma bisogna insistere. Non serve la risposta, serve il percorso mentale, non serve la soluzione del problema, ma la definizione del problema, non il risultato, ma il processo che porta a quel risultato. È una sfida, ma può essere divertente. Provate a chiedere a una classe di adolescenti se Adamo aveva l’ombelico e vedete cosa succede. Potrebbe essere un buon inizio di discussione su creazionismo ed evoluzionismo, sulla teoria dell’attaccamento, sul significato di dipendenza ed emancipazione, su come nascono i bambini e così via.
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Parte Genitori Terza verso insegnanti
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Una sfida educativa
Il titolo dato a questo libro, Genitori vs insegnanti, voleva essere provocatorio. Ho voluto porre in primo piano i conflitti, le incomprensioni, le rivalità, l’odio, l’intolleranza. Non credo di esagerare nell’affermare che questi vissuti sono presenti in ogni ordine di scuola. Quel “vs”, che sta per versus, messo fra genitori e insegnanti, sta a indicare che gli uni sono “contro” gli altri, come si usa nello sport. Mi piacerebbe attribuire a questo avverbio il suo significato originale latino, cioè “verso”, “alla volta di”, perché credo stia diventando sempre più necessario che docenti e genitori condividano un progetto educativo che coinvolga i loro alunni-figli. Le nuove generazioni stanno vivendo una realtà virtuale a cui noi genitori e insegnanti non solo non siamo preparati, ma non riusciamo neanche a prevederne gli esiti futuri. Quando noi andavamo a scuola era rarissimo trovare genitori che si lamentavano coi docenti per come veniva trattato il proprio figlio. C’era una fiducia pressoché totale nei confronti dell’istituzione scolastica; i docenti avevano un ruolo quasi sacerdotale, che nessuno metteva in discussione. Adesso, sempre più frequentemente, alcuni genitori assumono il ruolo di difensori d’ufficio dei loro figli, usando toni da rivendicazione sindacale. I genitori non sopportano quei docenti che si danno un sacco di arie e che in qualche modo
prendono il loro posto nella guida dei figli, usurpandone il ruolo con arroganza. Insomma, invece di avvicinarsi e allearsi, spesso genitori e insegnanti si allontanano sempre di più. Siamo di fronte a una sfida educativa che non ha precedenti. Il Web e il telefonino sono strutture potenti e totalizzanti, che assorbono completamente l’attenzione dei nostri figli. Se genitori e docenti non stringono una necessaria alleanza, la situazione potrebbe diventare incontrollabile. Lo smartphone è il feticcio del terzo millennio, oggetto di adorazione e compagno insostituibile, con cui si passa la maggior parte del tempo. Ho visto scene molto tristi di ragazzi al cinema che invece di guardare il film guardavano il loro telefonino. Stesse scene in un museo, a una mostra, durante una visita guidata della scuola. Ho visto tavolate intere di ragazzi seduti al ristorante, ognuno alle prese col proprio telefonino, tutti in silenzio. Ho visto anche famiglie al completo al ristorante, ognuno concentrato sul proprio telefonino. Lo trovo non solo inaccettabile, ma preoccupante. Mi chiedo: quanti genitori riescono a impedire l’uso del cellulare in casa durante il pranzo? Una volta si facevano dibattiti sull’uso e abuso della televisione. Si diceva che la Tv non deve essere accesa quando si pranza, perché il pranzo ha una importantissima funzione rituale nella liturgia famigliare. Ma adesso il posto della Tv è stato preso prepotentemente dal telefonino o dal tablet. E se qualche genitore si arrabbia, impedendone l’uso, il ragazzino si alza e va via senza mangiare. Insomma, una volta andare a letto senza cena era la punizione minacciata dai genitori, adesso sembra sia diventata la minaccia che i figli lanciano ai genitori; a quei genitori che gli impediscono di essere connessi. Andare a letto senza cena, chiudersi in camera, significa continuare a chattare indisturbati. Insomma, fanno quello che vogliono. Ci sono genitori che confessano di sentirsi GENITORI VS INSEGNANTI
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impotenti, altri che non vogliono fare i cattivi, altri ancora vogliono essere “comprensivi”. Ma cosa c’è da comprendere? Su questo punto voglio essere molto chiaro: sappiamo benissimo che l’educazione non funziona se i genitori non riescono a far rispettare le regole. Ma è essenziale che queste regole siano soprattutto concordate fra di loro e che nessuno saboti ciò che sta facendo l’altro. Il rispetto di una regola non può essere un optional, che dipende da quale genitore sia presente. Tanto per fare un esempio: l’orario del rientro non può e non deve cambiare se ad aspettare il figlio c’è papà o mamma. Chiunque sia il genitore presente, il figlio deve rientrare alla stessa ora. Non si discute. E non devono discutere neanche i genitori fra di loro. Soprattutto in presenza del figlio. Le regole relative al telefonino vanno concordate fra i genitori e applicate scrupolosamente. Se si decide che a letto il telefonino non si porta, non si porta, chiunque sia il genitore presente. E se il figlio chiede pietà e comprensione al genitore ritenuto più buono, questi deve essere inflessibile, altrimenti la regola non funziona. Diciamoci la verità, quante volte succede che ogni genitore fa seguire regole del tutto personali. Per cui con mamma funziona in un modo, con papà in un altro modo. Che dire poi quando i genitori sono separati ed entrambi cercano di assecondare il figlio per crearsi un alleato nella furiosa battaglia legale in corso? Figuriamoci se questi genitori possono concordare delle regole relative all’educazione del figlio. I padri separati sono quelli che forniscono il telefonino ai figli perché, spesso, è l’unico modo che hanno per comunicare liberamente con loro, a causa degli ostacoli frapposti dalla mamma. Ci sono genitori separati che litigano anche sull’opportunità che il figlio sia dotato dello strumento. Figuriamoci se possono, poi, condividere come farlo usare. Purtroppo questi stessi problemi li ritroviamo anche a scuola, quando abbiamo a che fare con 60
docenti attenti e scrupolosi e altri lassisti o menefreghisti. C’è chi pretende che il telefonino venga consegnato all’inizio delle lezioni, ma anche chi permette che gli alunni lo tengano tranquillamente sul banco, con la possibilità di controllare messaggi, se non addirittura di rispondere tramite gli auricolari. Non si può andare avanti così. Ci vogliono delle regole. Questa sfida sarà vinta solo se gli adulti riusciranno a mettersi d’accordo, altrimenti sarà una cocente sconfitta e chi ne farà le spese saranno i figli. Non voglio essere profeta di sventure, ma quello a cui assisto nel mio lavoro è sempre più preoccupante e gli adulti mi sembrano del tutto impreparati e impotenti. Cascano letteralmente dalle nuvole quando si rendono conto di che cosa i figli sono capaci di fare col telefonino o col tablet. Si potrebbe correre ai ripari utilizzando programmi che funzionano da filtri che bloccano l’accesso a siti indesiderabili e pericolosi. Ma non tutti i genitori sono sufficientemente preparati per sapere come fare. Vanno informati adeguatamente e la scuola potrebbe svolgere questo importante ruolo di informazione-formazione, perché i genitori vanno seguiti in questo percorso. La scuola, inoltre, potrebbe svolgere un’altra importante funzione: offrire la possibilità di un confronto fra genitori e docenti per la condivisione di un progetto educativo per la gestione degli strumenti che permettono la navigazione sul Web. Insisto sulla necessità della condivisione perché in più di un’occasione mi sono occupato di famiglie in profonda crisi per alcune scelte educative che sono risultate discutibili. Ci sono genitori che lasciano ai figli totale libertà di accesso allo smartphone o al tablet, cosa di cui vanno orgogliosi. Se ne vantano, decantano i prodigiosi progressi del figlio nel dominare lo strumento, salvo accorgersi che in questa totale libertà di manovra, il figlio di 7 anni ha trovato,
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fra i suoi percorsi, materiale pornografico e pedopornografico ed è stato, inoltre, contattato da pedofili in Rete. Così il loro orgoglio per un figlio tecnologicamente avanzato si è trasformato in disperazione, accompagnata dai sensi di colpa, per non essere stati capaci di fare un’opportuna vigilanza sulla navigazione del figlio. Abbiamo già detto che l’omessa vigilanza è un reato ascrivibile ai genitori disattenti qualora i figli utilizzano la Rete per mobbizzare i compagni. Ma io propongo di estendere l’attribuzione di reato anche nei casi in cui i genitori non sono attenti a quello che succede ai loro stessi figli. Dovremmo incominciare a renderci conto che i figli non sono proprietà dei genitori, ma come tutti i minorenni, vanno tutelati. Se necessario, anche dai propri genitori. Un bambino lasciato libero di vagare in Internet non solo corre dei seri pericoli, ma purtroppo può essere pericoloso per altri bambini, convolti in questo gioco. Sia questi bambini, che i loro compagni, vanno tutelati e i genitori non possono permettersi di trascurare il loro comportamento nel Web. Una bambina di quinta elementare si era “fidanzata” con un bambino della stessa classe. I due precoci fidanzatini si erano scambiati anche qualche bacetto, ma un giorno il fidanzatino disse alla fidanzatina che se voleva continuare la relazione, lei avrebbe dovuto mandargli un selfie in cui era nuda. La bambina, innamorata, ma soprattutto ingenua, non ci pensò su due volte. Uscì da scuola, giunse a casa, si appartò e si fece il selfie richiesto inviandolo immediatamente al suo fidanzatino. Aveva paura di perderlo. Il giorno dopo, quando tornò a scuola, notò che tutti la guardavano e ridacchiavano. Si avvicinò alla sua migliore amica per chiederle perché tutti ridevano di lei. L’amica prese il suo telefonino e le mostrò il selfie che la bambina aveva mandato al suo fidanzatino e disse che quel selfie ormai lo avevano ricevuto tutti. Il fidanzatino aveva fatto la carognata di diffonderlo a tutti i compagni della classe collegati in chat, qualcuno lo aveva passato ad altre chat e qualcun altro lo aveva addirittura postato su Facebook: quella foto era diventata “virale”.
La bambina non volle più tornare a scuola e i genitori disperati furono costretti a iscriverla in un’altra scuola. Ma poiché la bambina si rifiutava di andare anche in questa scuola, furono costretti a trasferirsi in un altro paese dove la bambina sperava di sentirsi protetta dall’anonimato e dalla distanza dal luogo del fattaccio. I due fratelli maggiori, adolescenti, si arrabbiarono tantissimo perché non volevano cambiare classe, amici, comitiva, ma i genitori furono costretti ad assecondare la bambina per assicurarsi che frequentasse la scuola.
Insomma un selfie scambiato fra due bambini di 10 anni ha provocato un disastro. Potremmo discutere sull’ingenuità di questa bambina, sulla sua vulnerabilità, sulla sua paura di essere abbandonata, di perdere il suo fidanzatino, ma pensate a quello che ha dovuto sopportare la sua famiglia. Il trasferimento in un altro paese, un’altra casa, i fratelli grandi costretti a cambiare le loro abitudini, la tensione in casa, il rapporto fra questa bambina e i suoi fratelli arrabbiati, il rapporto col suo fidanzatino, il rapporto dei genitori coi genitori del fidanzatino. Tutto questo per un selfie. Ma tutto questo sarebbe successo se i genitori della bambina fossero stati più attenti? Sarebbe successo se anche i genitori del fidanzatino fossero stati più attenti?
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GENITORI vs SUCCESSO EDUCARE AL INSEGNANTI Aiutare figli nella scelta scuoladel superiore Comeiallearsi nella sfidadella educativa Web
EDUCAREvsAL SUCCESSO GENITORI INSEGNANTI
Ha educare al successo? Dasenso alcuni anni nella scuola italiana serpeggia un irragionevole conflitto tra Segenitori non pensiamo alle veline, ai calciatori e ai dei politici, dovremmo rispondere di e insegnanti. Entrambi educatori medesimi ragazzi dovrebbero, sì,secondo senza incertezze. logica, collaborare. Ci sono persone il cui successo è frutto di un lavoro serio e giocoso, e che non Accade sempre più spesso, invece, che si trasformino in avversari, entrando sono diventati col tempo la maschera di se stessi. Tutti sono in grado di individuarli conflitto e giudicando gli uni l’operato degli altri. e in apprezzarli. Quello chea dovrebbe necessario confronto si trasforma in un irrimeIl successo cui puntaessere questoun libro prescinde dalla notorietà, è all’altezza di diabile scontro. tutti, è il frutto di quello che si è fatto o sarà fatto senza scorciatoie, anche con il La passo lento e costante di una situazione è diventata piùlumaca. preoccupante con l’avvento di Internet, per non Inparlare effetti, etimologicamente successo è semplicemente il risultato di ciò che si del telefonino e delil tablet. è Ifatto, nulla di più e nulla dispesso meno. rivelatori di dinamiche grottesche ed esagruppi WhatsApp sono Anche l’esame andato male è un successo, proprio perché è passato e ora non sperate. c’è più e bisogna andare oltre, muoversi, far succedere qualcosa di nuovo non Chi fa le gli spese di errori. questo conflitto, che a volte è sommerso, talvolta esplosivo, ripetendo stessi come sempre, sono i figli-alunni. Essiresponsabilità, si collocano nella terra di nessuno, tra i Il successo è la conseguenza della nostra dell’abilità e dell’impegno due costretti ad assistere a spettacoli spessoofferti indecenti, con cuifronti, abbiamo risposto creativamente agli stimoli dallapronti vita. ad approNon avete tra le mani il solitoinmanuale che vuole far credere che vostro figlio fittare di questa situazione cui le regole latitano. abbia le potenzialità di diventare presidente degli StatieUniti. In queste pagine troverete una rassegna dei pericoli delle insidie del Web ed Alalcune contrario, questo libro, per genitori educatori,fra è uno strumento che offre proposte per sancire un’intesaededucativa genitori e insegnanti, che stimoli, riflessioni, domande da cui prendere spunto per costruire la propria traduca quel versus in verso gli altri e non contro gli altri. risposta personalizzata ai diversi dilemmi educativi. La strada farlo èdi ladiventare condivisione un sistema di regole dadi gePropone alleper famiglie una di palestra educativa, uno approvato spazio libero nitori e insegnanti, partendo da una consapevolezza comune: non possiamo allenamento per genitori e ragazzi, per imparare che l’obiettivo della vita non più le fare a menonon del la Web, ma dobbiamo imparare a difenderci. sono vacanze, permanenza sul divano, maailcontrollarlo movimentoecreativo che mette a frutto i nostri talenti. Per farlo è necessario stringere una forte alleanza. Anche questo libro avrà successo, è fondato su una solida Questo libro prova a tracciare una proprio strada daperché percorrere insieme. esperienza, ricco di indicazioni utili e pratiche e col passaparola sarà trasformato da genitori ed educatori in imprevedibili esperienze di vita.
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Saverio Abbruzzese, psicologo psicoterapeuta, specialista in Criminologia clinica, ha lavorato nei centri d’ascolto di ogni ordine di scuola. Docente di Psicologia nelle scuole seconIacopo Casadei, lavoro, dal 1997 sidell’Adolescenza occupa di formazione nell’area dello darie di secondopsicologo grado, hadel insegnato Psicologia e Psicopedagogia delle sviluppo delle risorse personali, in particolare ambiti della scuola e della sanità. Opera differenze individuali all’Università di Bari;negli è stato giudice onorario del Tribunale per i come consulente anche nel settore dell’orientamento scolastico professionale, sia con Minorenni di Bari. È autore di numerose pubblicazioni. Con la emeridiana ha pubblicato: Un posto per parlare. L’ascolto a scuola (2006), Sulle tracce dei figli. Manuale di sopravvivenza adolescenti che con adulti. È coautore di Felicemente stressati. Vincere lo stress imparando aper genitori troppo buoni (2011), La sindrome di Isacco. I genitori e le “colpe” dei figli (2016). riderne (2013, edizioni la meridiana).
InIncopertina disegno di di Fabio Magnasciutti copertina disegno Fabio Magnasciutti
ISBN 978-88-6153-518-3 ISBN 978-88-6153-759-0
Euro Euro16,00 13,50(I.i.) (I.i.) 99 78 7886 81 6 15 35 53 17 85 39 0
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