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12.

Radici

conversazione con Francesco Berto

QUESTA SCUOLA S’HA DA FARE

12.1

Francesco, ho potuto in tanti anni di condivisione umana e professionale imparare a conoscere il “bambino” che è rimasto sempre vivo in te. Quel piccino che, come direbbe il comune amico e maestro Pagliarani, ti ha spinto sempre a cercare di dare voce al puer. Sei un essere curioso, mai sazio di sapere, sempre con gli occhi attenti a scrutare il mondo che ti circonda. Pieno di domande da porre a te stesso e a chi sopporta e gode del mettersi in ricerca. Ti conosco vivace e riflessivo, indomabile e rispettoso. Un maestro di vita tenero e affettuoso con gli onesti quanto inflessibile e implacabile verso chi si presenta sotto vesti ipocrite, false, scorrette. Respingi la presunzione dell’ignoranza, l’arroganza della superiorità, la vanagloria del narcisista quanto ami la fragilità umana, l’incompiutezza esistenziale, la bellezza del puer. Ti chiudi a riccio nell’incontro con i prepotenti per non far loro troppo del male, ma non ti lasci ferire da nessuno senza reagire. In che modo il tuo essere stato un bambino seduto sui banchi di scuola ha contribuito al tuo divenire il maestro che sei? Sono stato un allievo ritenuto bravo, ma anche incapace. Ho quindi vissuto sulla mia pelle sia l’emozione del “lodevolissimo” che l’angoscia del “sei uno studente scarso, dovresti applicarti di più”.

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E ho così capito che entrambe queste posizioni fanno stare male. La mia scuola è stata pertanto una scuola senza giudizi. È stata una scuola dove ogni scolaro dà per quel che è capace e tutto ciò che viene prodotto ha un suo valore. Ho dunque combattuto per l’abolizione delle pagelle e di ogni qual si voglia scheda di valutazione, perché le persone si aiutano non si umiliano con un numero alto o basso. La valutazione poi la si può fare in molti modi al fine di aiutare l’alunno e anche la sua famiglia a capire quali siano gli ostacoli che il bambino vive. La mia è una scuola del dialogo non della sentenza.

Perché ritieni necessario il saper comunicare, qual è la tua esperienza? Il dialogo mi è sempre mancato. Un po’ per la mia timidezza, un po’ per le mie esperienze, un po’ perché mi chiudo di fronte a chi ha pregiudizi. Aborrisco chi predica anziché parlare, chi vuole avere sempre ragione e non ammette i punti di vista dell’altro, chi si arroga il diritto di sapere anche ciò che è e deve fare chi gli è accanto. Perciò la mia scuola è basata sul sapersi parlare. E non sul bla bla bla... E se sai comunicare con passione e con schiettezza i ragazzi seguono il tuo discorso e imparano in diretta qualsiasi materia.

Cosa ricordi di te come alunno? Ricordo i miei primi anni di vita dentro a un edificio scolastico. Avevo solo due anni. E la tata ogni mattina mi accompagnava in questo tetro luogo dall’odore di brodo riscaldato e mele andate a male. Il mio cuore era triste. Lasciavo a casa una mamma con un bambino nuovo sulle braccia. Mi sentivo esiliato, ma accettavo perché nient’altro mi era concesso. Andavo dalle suore in un prestigioso istituto privato. Una particolarità: le altre alunne erano tutte femmine. Suor Teresa mi teneva sempre in gran conto perché ero bravo e bello. Ero biondo con gli occhi azzurri, mi diceva che ero il suo cherubino e mi stringeva tra due tette enormi e due braccia possenti. E lei, che era divenuta sposa di Cristo, voleva che diventassi un ministro del culto. Insisteva così tanto che all’esame di seconda elementare, dove si chiedeva di scrivere cosa farai da grande, mi suggerì, ma anzi mi ordinò di scrivere: il prete. Tutti lodarono il mio componimento, ma io stavo malissimo perché sapevo di aver detto una bugia. E quando anche mia nonna Maria si complimentò 144

inventai un mal di pancia insopportabile e mi infilai a letto per due giorni.


IN CLASSE CON LA TESTA

Con suor Teresa come maestra sono rimasto per tutte le scuole elementari imparando il dolore bruciante di chi deve compiacere. In quegli anni ho giurato a me stesso che appena cresciuto non lo avrei mai più fatto. E la mia scuola è una scuola della libertà d’espressione. Tra quei banchi mi sono anche abituato a considerare l’altro sesso con cameratismo poiché le scorribande sul ghiaccio del fiume, l’andare a pesca con i vermi, l’inventare mille giochi spericolati, erano attività relegate alla vita dopo la scuola. A casa le condividevo con i miei quattro fratelli e i tanti amici che avevo. Così ho imparato nella mia scuola a trattare maschi e femmine nello stesso modo. A godere dell’amicizia degli uni e degli altri. La miglior squadra di calcio che ho messo in piedi è stata, negli anni ’90, di sole femmine. Battevano senza indugio gli ingenui maschi della classe. Le pari opportunità mi erano entrare nel Dna.

Quali esperienze ricordi con più chiarezza, ora che hai uno sguardo che può osservare quegli anni da lontano? Tre esperienze mi hanno segnato profondamente. La guerra. La guerra ha distrutto tutti i documenti del mio percorso scolastico. E ho dovuto rifare gli esami di ammissione. L’esame mi è rimasto associato ai bombardamenti, il peggior incubo della vita. In quegli anni ho assistito impotente al dissolversi di tutto quello che ero. Il sentire di non essere esistito per la realtà esterna, seppur solo burocratica, fu in quegli anni il terribile specchio della vulnerabilità di tutta la mia famiglia. Mi rivedo nell’ampio salone della scuola con quattro maestri che mi interrogano. Mi chiedono: “Cos’è l’ettagono?”. La mia testa è come una zucca svuotata. Non rispondo. Appena finita l’interrogazione e gli esaminatori si allontanano riferisco a madre Lina, che mi aveva preparato per l’ammissione alle medie: “L’ettagono è un poligono di sette lati”. Da allora ho odiato e forse sempre temuto l’esame. Qualsiasi esso fosse. Ho così abolito a scuola le interrogazioni come verifica e nella mia esperienza l’esame è una conversazione intelligente con lo scolaro. Non è mai un quiz. L’altro fatto cruciale della mia storia scolastica è stato scontrarmi con l’ingiustizia dei professori. L’esperienza che ha segnato la mia vita è stata l’incontro con il professor Scuria che, dopo aver letto un mio tema al ginnasio, ha detto davanti a tutta la classe che non l’avevo prodotto io tanto era ben scritto e profondo. Sentenziando che lo avevo copiato mi mette nell’ultimo banco e me lo fa rifare. Esito disastroso. Nessuna idea mi viene in mente se non quella di uccidere il prof. E, per non farlo fuori, ho rinunciato al liceo classico passando

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al magistrale. Ma quel professore, che non credendomi mi ha votato a non capire la differenza tra il dire la verità o negarla, mi ha fatto precipitare in una confusione dalla quale è stato duro uscire. Io ho sempre creduto ai miei alunni anche quando inventavano storielle per giustificarsi o per salvarsi. Erano storie intelligenti che nel loro essere narrate dicevano molte verità su quell’alunno. Infine ricordo ancora con timore i compagni che ti escludono dal gruppo. Il Polesine subisce nel ’51 una disastrosa alluvione. Cavarzere, dove sono nato, va sott’acqua. Adria, dove studiavo, chiude tutte le scuole. Mi trasferiscono a studiare dai padri Scolopi a Firenze. Lì scopro la mia ottima preparazione che mi fa emergere sugli altri alunni. Ricevo encomi, approvazione, stima. Ma ricevo anche l’invidia dei miei compagni. Accettare uno “straniero”, e pure bravo, deve esser stato troppo per loro. Mi escludono dalla squadra di calcio. E il non giocare a pallone, che era la mia vera passione, diventa una insanabile umiliazione. Mi rifaccio con le ragazze. Ma non mi basta. Voglio una palla tra i piedi. Chiedo e richiedo. Nulla di fatto. Finché un giorno, per necessità, tra insulti e minacce, mi fanno entrare. Faccio vincere, anzi stravincere la mia squadra. E un po’ il bullismo che subivo scema. Ma da sempre non ho mai tenuto fuori squadra nessun allievo. Anzi chi era una schiappa con me diventava bravo a forza di allenamenti. E i ragazzi, ma anche le ragazze, me le sono sempre conquistate sporcandomi con loro in campo. Non li ho mai guardati correre dai bordi del prato dove si svolgeva la partita, ma ho sempre giocato da portiere o da attaccante o ancora più spesso da arbitro mescolando il mio con il loro sudore, la mia fatica con la loro gioia. E il fare squadra, il lavorare con la classe, l’apprendimento come processo a cui tutti compartecipano sono i capi saldi del mio lavoro di insegnante.

E dopo cosa è successo? Poi la strada è stata in discesa: diploma, concorso, posto in ruolo sono arrivati con facilità. Ero pronto a fare una scuola che stesse dalla parte dei bambini. Era questo principio che mi guidava nel voler fare il maestro. Far fare agli scolari un’esperienza dove non ci fossero inique valutazioni che creano umiliazione, differenze che emarginano, opinioni che attirano odio. Ricordo Marcello che veniva picchiato con la verga sulle mani e a me invece attaccavano una coccarda di merito. Sentivo, fin da piccolo, che non era giusto. E poi Marcello era più bravo di me a prendere le rane e a scuoiarle 146

per mangiarle. Ma la scuola della vita non dà il voto nessuno.


IN CLASSE CON LA TESTA

Hai qualche ricordo particolare dei tuoi insegnanti? Qualcuno a cui tu ti sia ispirato? Non mi pare che nessun insegnante mi possa essere stato di vero esempio. Apprezzavo il professor Bolzan che aveva una cultura affascinante, che recitava e spiegava Dante e la Divina Commedia come fossimo a teatro. Erano lezioni indimenticabili. Certo ho appreso lì che se si era dei bravi insegnati si amava ciò che si spiegava e gli alunni amavano e capivano la materia di scuola. Ma ho imparato più al negativo. A non esser come quel professore che mi ha messo alla prova perché ero troppo bravo a scrivere, ma lui non ci poteva credere. Una insegnante delle magistrali è rimasta nel mio scenario interiore: la professoressa Lidia. Bella e giovane si era invaghita di me. Oggi, che sono anziano, posso dirlo senza troppo pudore. E non era facile gestire sensualità, paura e cultura. È stata una storia complicata, su cui stendo ora un velo pietoso di pudore, che ha lasciato un segno nel mio costante timore di non essere all’altezza e con questo nel mio sentirmi in colpa. Ma non so se dell’attenzione bramosa di quella professoressa o delle domande a trabocchetto che mi faceva o ancora delle interrogazioni che si protraevano sempre più a lungo del dovuto. So che Lidia ha segnato la mia confusione tra sapere e dimostrare di sapere. Dimostrare che so mi ha fatto sempre sentire esposto e in uno stato di allarme per un rischio non meglio definibile. Credo di aver saputo trasformare questa ansia diffusa in desiderio di rispettare l’altro, i bambini, chi è piccolo e fragile, chi è messo in scacco, chi ha meno risorse. Se sono sempre stato e sempre sarò dalla parte dei piccoli lo devo anche ai suoi modi di fare scorretti. Chi patisce, se ha la fortuna di salvarsi, credo possa entrare più facilmente in empatia con chi sta male. E io ho sempre cercato di non far soffrire i miei alunni. Volevo venissero a scuola con gioia e che piacesse loro stare con me. E soprattutto che non avessero timori ma rispetto, considerazione, ammirazione per quel che proponevo loro. Ho visto negli occhi dei miei alunni la gioia di capire. Ho avuto il privilegio di osservare la loro mente aprirsi. Ed anch’io non vedevo l’ora che venisse il giorno dopo per incontrarli e scoprire le loro menti in evoluzione, la loro capacità di imparare, pensare e sognare. Questo è per me fare scuola.

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13.

Evoluzioni conversazione con Francesco Berto

LA CLASSE, LUOGO DI VITA Ti ho guardato implorante dai vetri dell’aula accanto alla tua mentre, spaventata, non riuscivo a tenere un po’ di disciplina in classe. Ti ho seguito, passo dopo passo, nella crescita professionale divenendo un interlocutore privilegiato alla tua riflessione solitaria. In più di quaranta anni che ho condiviso con te ho ascoltato tanti racconti sulle tue esperienza come maestro. Da quei frammenti di vita tra i banchi di scuola ho imparato molto sui piccoli, sulle famiglie, sul mondo scolastico. Ancora adesso, a volte, prima di entrare in aula con futuri psicoterapeuti o sconosciuti operatori sociali e sanitari ti chiamo al telefono e ti chiedo: “Come inizio?”. La tua risposta, pur nelle diverse declinazioni, è sempre: “Falli parlare e ascoltali, te lo diranno loro che fare!”. Ti ho conosciuto perché mi passavi le tue riflessioni stampate in fragili veline battute a macchina senza aggiungere nessuna parola. Erano brevi e intensi resoconti sulla vita della tua classe. Leggevo curiosa. Capivo che lì dentro c’era tanto da imparare sui bambini, sulla relazione educativa, sul far divenire una classe un gruppo pensante. Pur giovane compresi che insegnare è amare. Divoravo quelle pagine che hanno rappresentato la risposta a tanti miei dubbi sul senso della vita, sul valore dell’amore, sulla potenzialità dell’essere in ricerca.

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Ti ricordi? Ce ne parli? La memoria mi porta lontano nel tempo. Siamo negli anni ’50. Un’aula fredda e umida. Anzi era solo una stanza adiacente a una stalla. La stufa a legna arde scoppiettando e produce tanto fumo e poco calore. La legna arriva con gli alunni. Ognuno con un ceppo in mano. Allora c’erano tanto freddo e tanta miseria nel Polesine, ma la scuola cominciava a diventare un’opportunità per i bambini. Quasi tutti i genitori li facevano frequentare. Era già una grande novità nell’Italia del dopoguerra ancora analfabeta. Poi le prime supplenze lunghe. Agognate, ma anche temute. Ogni volta una classe diversa e la domanda: “Sarò all’altezza?”. Ogni settimana, o poco più, bambini sconosciuti con cui entrare in contatto e l’interrogativo: “Come farmi strada nel loro mondo?”. Ogni cambio di classe gruppi di lavoro sempre diversi e la richiesta: “Cos’è per voi la scuola?”. Errando, molto ho conosciuto e tanto ho capito. La fatica di cambiare ogni volta classe è diventata la possibilità di fare tante esperienze diverse che non mi hanno mai permesso di adagiarmi in programmi prestabiliti, in esercizi pre-pensati, in lezioni stereotipate. Ho così imparato a partire dall’hic et nunc. Ogni volta alla scoperta di un pianeta infanzia nuovo. Ogni volta io un maestro sempre diverso per alunni sempre differenti. Ogni volta per creare un pensiero che prima non c’era su di me, su di loro e sul bisogno di conoscere.

Qual è la classe che hai più in mente di quei primi tempi? Siamo in Località la Botta di Cavarzere. Seduti davanti a me, composti, disciplinati, intimoriti stanno tanti ragazzini di tutte le età. Una pluriclasse vispa e complessa dove il fare gruppo implica tenere insieme bambini di 6 anni con giovanette di più di 13 anni. E le ragazzine, poco più giovani di me, che all’epoca avevo 20 anni, mi mandano affettuosi bigliettini d’invito a uscire, mi chiedono di essere loro amico, mi sollecitano a disertare il mio ruolo. Ancora una volta, dopo suor Teresa e la professoressa Lidia, le vedo colpite dai miei occhi cerulei e dai miei riccioli color oro dovuti a una bisnonna austriaca, dai miei modi eleganti e timorosi dovuti a una famiglia benestante e religiosissima, dal mio modo di fare educato e schivo dovuto a una scuola 150

e una famiglia severe.


IN CLASSE CON LA TESTA

Ed è Ulisse che mi viene in soccorso. Inizia la mia odissea come insegnate assieme alle epiche gesta di chi ha scoperto la vita andando per mari inesplorati. Vincendo tentazioni. Usando furbizie. Narrando se stesso. I miei scolari mi ascoltano incantati e io riesco a trasmettere saperi e conoscenze, ma soprattutto un metodo per andare alla scoperta di ciò che non sanno. Le loro menti si aprono alla cultura e io mi apro ai loro mondi sconosciuti.

È stata una scelta cambiare sempre sede di lavoro o una necessità? Le scuole dove ho insegnato furono molte, sedi disseminate in tutta la provincia veneta. In verità ho fatto una breve gavetta prima di avere il posto fisso nel mio comune di residenza. Posto che però non ho mai occupato. Lo lasciai alla madre dei miei figli in modo da renderle più agevole il viaggio. Io, invece, continuai a passare da una scuola all’altra delle campagne venete. Volle dire alzarsi con il sole ancora sepolto nella notte, entrare in nebbie dense come panna, sopportare rientri a sera inoltrata e poi affrontare interminabili esodi in autobus, treno, bicicletta. Fu faticoso, ma anche arricchente perché incontrai una pluralità di culture, di dialetti, di stili di vita, di umanità. Amavo la mia vita vagabonda perché mi portava sempre nuove sfide, nuovi interrogativi, nuovi bambini da conoscere, nuovi colleghi da portare dalla mia parte, nuove amicizie con cui passare il tempo, nuove famiglie da frequentare.

Ti ricordi anche gli alunni? E dove eri? Siamo a Rottanova. Una scuola da raggiungere in bicicletta qualsiasi fosse il tempo meteorologico. Allora la neve era alta, la bici scivolava, ma andavo avanti. Poi d’estate i sassi delle sterrate, il sudore che faceva grondare e la paura di forare. Non c’erano soldi per le camere d’aria, non c’erano giustificazioni se tardavi, non c’erano genitori a soccorrerti, non c’erano abiti per cambiarsi all’arrivo in classe. Ma la voglia di scherzare con gli alunni non mi mancava mai. I loro volti incantati ripagavano ogni sforzo. Le loro menti che sbocciavano erano una gratificazione impagabile. La bellezza dell’incontro con gli alunni non mi ha mai lasciato. Fu stupendo scoprire il gioco dei pensieri che germinavano. E lo fu fino all’ultimo giorno in classe. Volti segnati da vite stentate si accavallano con visetti ben curati, guance solcate da tenere lentiggini si susseguono a fronti piene di cicatrici, maschi corpulenti mescolati a simpatici monelli, occhi piangenti vicini a sguardi sfidanti... Tutti belli perché tutti veri. Pochi nomi invece sono rimasti impressi nella mia memoria. Solo quelli gridati milioni di volte perché appartenenti a

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scolari bisognosi di attenzioni. O quelli di bambini speciali. Speciali perché più sfortunati e quindi per me sempre i più importanti perché li sapevo bisognosi di incontrare un vero adulto. Mi facevano spolmonare, ma li ho sempre amati di un affetto severo quanto comprensivo.

Hai sempre insegnato nel Polesine o anche altrove? Andai a Marghera, anzi nella sua periferia estrema. Siamo alla Rana località Ca’ Emiliani. L’edificio scolastico è un prefabbricato sorto tra fabbriche intossicanti e case fatiscenti, tra povertà estreme e trascuratezze al limite della violenza. Con me in doppi turni quasi quaranta alunni di prima, ma con età dai 6 ai 10 anni. Certo i ripetenti lì non mancavano. Intere fratrie tutte assieme nella stessa classe perché i fratelli grandi non progredivano e i piccoli li raggiungevano. Tutti stazionavano in prima. Inventarsi un modo per insegnare a realtà così estreme ha per me significato individualizzare l’insegnamento. A ogni bambino la richiesta di superare l’ostacolo che sarebbe stato in grado di affrontare. Uno sguardo alla classe come gruppo che doveva legare e uno a ogni singolo alunno che doveva progredire. Uno sguardo, sia detto con ilarità, complesso. Uno sguardo ecografico visto che in mezzo all’aula sorgevano colonne granitiche che l’occhio doveva attraversare per poter vedere oltre. Il disegno ha sempre supportato il mio lavoro didattico. È espressione spontanea nel bambino. È mezzo per comunicare il suo mondo. È piacere di dare forma a ciò che prima non c’era. E allora disegno libero a volontà. E poi la parola da me scritta sotto affinché ognuno vedesse nella magia di quei strani segni il valore del suo lavoro. Così ognuno volle poter imparare come descrivere da sé la sua istantanea di vita quotidiana. Comparvero sui quadernoni “mamma è felice con me”, “papà mi dà le botte perché ho detto una bugia”, “ questa è la mia casa che si chiama baracca” e così via. La scrittura trovò il suo significato e divenne patrimonio cercato, voluto, appreso. Da tutti.

Sei rimasto molti anni a Ca’ Emiliani? No, anche da lì migrai verso nuove sedi e dovetti allontanarmi molto di più da casa mia. Fu la volta di Jesolo. Da Cavarzere era impossibile raggiungere questa sede. Mi fermo a Venezia in una angusta stanzetta a casa di conoscenti. Fu un errore. Non avevo un momento di pace, di privatezza, di libertà. E poi mi sentii in obbligo con loro per il resto della vita. Proprio per questo l’edificio 152

scolastico divenne rifugio, ma anche occasione per confrontarmi a lungo


IN CLASSE CON LA TESTA

con i colleghi, per preparare materiali didattici per gli alunni, per leggere testi pedagogici, per amare sempre più quel luogo e quei bambini che mi davano affetto e mi mostravano rispetto. Intravedo le loro sagome, una a una. Vedo me stesso che cerco in loro la sicurezza di potermi sentire importante. Ero triste e loro mi rendevano felice. Ero solo e loro mi tenevano compagnia. Ero incompreso e con loro mi sentivo a mio agio. Devo molto ai bambini proprio per la serenità che il contatto con loro mi ha sempre donato. I miei scolari mi hanno fatto sentire capito. Con loro mi sono avvertito essenziale, insostituibile, vero. Io che vivevo sempre appesantito da sensi di colpa, da accuse gratuite, da incomprensioni dilanianti, da ricatti interminabili, sono stato graziato dalla possibilità di condividere con loro la gioia per la libertà. Subito dopo approdo a Prozzolo. Qui mi fermo un po’ di anni. Piccola scuola di campagna. Bambini poco scolarizzati. Siamo negli anni Settanta. L’aria di cambiamento attraversa il mondo della scuola. Sperimentazione, trasformazione, giustizia sociale serpeggiano nel clima culturale. C’è da battersi per i comitati scuola-famiglia. C’è da ottenere la pagella con il voto unico. C’è da sperimentare l’apertura delle classi, i laboratori creativi, l’abolizione dei libri di testo... C’è da lottare! Don Lorenzo Milani ci parla della scuola della legalità sociale. Mi ci butto con tutta la mia professionalità e passione. Sono anni in cui inizio il processo che mi porterà a mettere a punto il metodo della Ricerca. Pongo ai bambini domande sulla loro vita quotidiana. Riflettiamo sulla bugia, sulla colpa, sulle punizioni, sulla libertà, sull’amicizia... Ognuno scrive quel che pensa, ognuno viene valutato a partire da quel che può fare, ognuno è invitato a essere se stesso. E inizia la necessità dentro di me di presentare quei bambini sofferenti, arrabbiati, soli, invisibili ai loro genitori. Mi faccio invitare a casa. Vado da ognuno attraversando campi melmosi e percorrendo strade polverose. Con ogni mamma e papà parlo del loro figlio. Ascolto le difficoltà di queste famiglie. Partecipo a vicende di soprusi. Cerco di coinvolgere nel progetto scuola donne dal volto scavato e uomini abbruttiti dalla fatica affinché diano un destino diverso ai loro figli. Amore e rispetto non sono un binomio conosciuto da queste famiglie e cerco di mostrar loro la possibilità di uscire dai modelli educativi dominati dalla sopraffazione del grande sul piccolo. Conosco così, per la prima volta, la forza della catena generazionale. E provo a spezzarla.

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E i colleghi come ti vedevano? Mi hanno sempre stimato, apprezzato, rispettato anche se guardavano al mio fare scuola con una certa perplessità. Io avevo alunni sempre molto competenti, amanti della lettura, capaci di una buona scrittura e svelti nel far di conto. Bambini molto educati e incredibilmente disciplinati. E andavo a metter calma anche nelle altre classi se mi chiamavano. Così godevo di uno statuto speciale. Un maestro maschio, poi, tra tante insegnati donne, lo statuto speciale lo ha per genere di appartenenza! E i miei occhi azzurri, il mio fisico atletico e la mia passione per la vita facevano da apripista. Arrivano quindi anche le prime soddisfazioni. Con i colleghi psicologi Alberto Regini e Annalisa Busato ci chiudiamo in un albergo in montagna durante le vacanze estive e ricopiamo tutte le frasi dai quaderni dei miei scolari commentandole. Il materiale c’è ancora a testimoniare come il processo di messa a punto del metodo della Ricerca abbia richiesto tempo e impegno. Penso che ho trovato la mia scuola. Ma la vita non mi consente di fermarmi. L’anno successivo riparto vagabondo affinché mia moglie, che ancora non guida, non si trovi nella condizione di non poter tornare a casa in tempo utile per occuparsi dei nostri due figli. Emigro, si può dire proprio così, a Porto Santa Margherita di Caorle. Il mare che lambisce la scuola mi induce a far giocare e studiare i miei scolari all’aria aperta. E l’ambiente diventa lo scenario del nostro scoprire il mondo, lo sfondo per dare nomi alle emozioni che sa suscitarci la vita, lo spazio aperto che fa nascere la forza delle domande che non si esauriscono mai. La scuola è Laboratorio di Ricerca sul proprio essere persone in questo mondo. I quaderni si riempiono di dolci poesie, di colorate illustrazioni, di istantanee scattate qua e là, di componimenti a tema, di commenti su libri letti, di storie raccolte... L’ispettore, durante la visita di valutazione del mio lavoro, rimane affascinato dalla competenza curriculare e dalla ricchezza emotiva delle ricerche. Ed è proprio il suo incoraggiamento che mi permette di pensare di mettere a punto il metodo della Ricerca che vuole poter coniugare la vita vera con la conoscenza scolastica, il mondo dell’apprendimento con il vissuto emotivo, il sapere sugli altri con il conoscere se stessi. 154

I bambini imparano a giocare con i pensieri, con le parole, con i numeri.


IN CLASSE CON LA TESTA

Gli scolari imparano a creare il loro sapere. Nella mia classe dunque non si ripete, ma si scopre. I miei alunni non sono passivi esecutori, ma sono esploratori nel tempo e nello spazio esterno e interno. È questo avventurarsi alla scoperta dell’ignoto che rende piacevole l’apprendimento.

So che hai promosso le prime scuole a tempo pieno. Cosa ti ricordi? Apro alla sperimentazione nella scuola di Camponogara. Esperienza innovativa. E dove c’era la speranza di cambiare, io c’ero. Lì l’anno successivo incontro te. Non eri ancora laureata. Avevi appena vent’anni, ma sapevi già il fatto tuo e volevi imparare. La giovane collega Paola guarda quel che faccio. Silenziosamente. Capisco che cerca di capire. È la prima volta che non incontro “imitatori”, bensì una collega che ascolta, pone domande, cerca di farmi dare una forma comunicabile a come insegno. E per narrarglielo lo narro a me stesso. Il fare, con lei, diventa teoria. La pratica metodo. L’intuizione prassi. L’anno dopo mi trasferisco per mia scelta. Sono convinto che l’utopia di modificare il mondo modificando la scuola sta finendo. Mantengo viva allora l’idea di aiutare chi incontro, siano essi alunni o genitori. Chi sta assieme a me vorrei facesse un’esperienza che gli fosse utile per la vita. La “don Milani” di Campalto diventa la sede di questa impresa. Quartiere degradato della periferia veneziana è luogo di ingiustizia sociale, di piccola malavita, di spaccio al dettaglio, di droga e promiscuità, di abuso sui minori e fragilità familiare. E lì è naturale avviare la Ricerca sulla sessualità. La direttrice, spaventata dalle oscenità che i bambini conoscono, strappa le pagine del quadernone davanti a me e alla mia classe. Paola mi soccorre incontrando bambini e genitori. La Ricerca continua nonostante le minacce istituzionali. Disobbedienza civile? La Ricerca sulla droga mi vede invece minacciato da alcuni genitori che, preoccupati che facendo scrivere ai figli quel che sapevano, potessero imparare quel che non sapevano. Anche qui grazie al collega Nerio Bellemo, che mi appoggia curioso e paziente, arrivo in fondo e avrò la soddisfazione di vedere pubblicate più volte le due Ricerche come buone prassi per la prevenzione del disagio minorile.

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Come finisce questa carriera errante tra la profonda campagna del Polesine, la periferia degradata di Venezia, i posti più sperduti del litorale veneto? È ora di riposare un po’. Il Cep Campalto è bonificato. I bambini ormai cresciuti vanno a vivere altrove. Le classi si dimezzano. Il quartiere è abitato per lo più da anziani. Ultima sede allora in Centro Mestre. Per conoscere il disagio della vita frenetica delle famiglie “bene”. Nuova frontiera per sottrarre i figli da genitori ambiziosi, impauriti che i loro rampolli non abbiano un’istruzione adeguata, che non siano preparati per i licei che li attendono. Incontro, per la prima volta, scolari prepotenti, presuntuosi, sfidanti. Bambini irrequieti e agitati. Alunni bravi, ma senza pensieri autonomi. Scolari ripetitivi e poco creativi. Classi rumorose, bambini con certificazione, alunni provenienti da comunità educative. Oggi si direbbe iperattivi. Io ho sempre pensato scolari in ansia perché non capivano chi erano. Come ridare dignità alle loro menti? Mi devo quindi conquistare la stima delle loro famiglie o degli operatori dei servizi per poter ottenere l’attenzione dei piccoli. E un po’ alla volta spiegando e rispiegando che non s’impara senza collegare ciò che si studia a ciò che interessa, che si sente, che si desidera, conquisto con il metodo della Ricerca grandi e piccini. Le menti dei bambini sono dotate di fervida intelligenza e, una volta superato l’ostacolo della stereotipia, si liberano in alto, molto in alto. Nei componimenti assegnati finiscono le frasi fatte, nei genitori terminano le aspettative codificate, vengono di comune accordo abolite le programmazioni precostituite. Tutto il lavoro scolastico diventa Ricerca. E queste classi abitate da bambini vivaci e impegnati mi offrono tutto il materiale che poi, custodito nei loro quadernoni, diventerà la miniera dalla quale attingo il pensiero dei piccoli sia per le mie pubblicazioni sia per le conferenze a cui partecipo.

Eri arrivato alla tua meta? Sì, ma come arrivai la vidi sfuggirmi. Un giorno mi accorgo della fatica a scendere in campo con i ragazzi e le ragazze per giocare a calcio con loro. Le gambe non mi obbediscono. La coordinazione appare incerta. Il mio corpo mi sta tradendo. Mi sto ammalando. 156

Capisco che è ora di lasciare la scuola.


IN CLASSE CON LA TESTA

La storia finisce con una canna da pesca dono dei miei colleghi e con un archivio di quaderni dei miei alunni. Ma termina lì nell’aula. Non s’arresta, invece, la mia voglia di capire come educare, insegnare, formare che continua applicata a genitori, operatori, docenti. Perché il metodo della Ricerca non muore una volta che lo hai appreso, infatti non puoi che insegnare attraverso questa strategia. Passo il mio sapere a chi lavora nei Centri Età Evolutiva del Comune di Venezia che mi vede prima estensore del progetto per il contrasto al disagio minorile e poi operatore con bambini e adulti. Cerco confronti, suggerimenti, idee da professionisti come Armando Bauleo, Franca Olivetti Manoukian, Gino Pagliarani che sempre hanno valorizzato il mio lavoro. In tempi diversi ottengo conferme da docenti universitari come Guido Petter, Paola Milani e Renzo Vianello. Ricevo pubblico plauso da Daniele Novara che mi nomina tra i Maestri del Novecento e dai colleghi più giovani che mi invitano a essere il loro formatore. La casa editrice “la meridiana” mi vuole tra i suoi autori. Trovo condivisioni nel modo di intendere l’apprendimento nell’associazione psico-socio-analitica “Ariele” a cui negli anni Novanta mi associo. Intanto continuo a mettere a punto la metodologia, grazie a te Paola. Grazie per la tua paziente vicinanza sempre attenta e curiosa e per il tuo generoso sostegno senza mai invidia né rivalità.

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14.

Testimonianze

conversazione con Francesco Berto

DIVENTARE UN MAESTRO Vorrei esplorare la tua esperienza scolastica dal punto di vista professionale. Ho visto nascere il tuo modo di far scuola, ho condiviso la messa a punto della metodologia della Ricerca passando pomeriggi interi a leggere i quadernoni dei tuoi alunni. Ho ragionato, giorno dopo giorno, su come aiutare gli scolari a sentirsi pensatori liberi e ho guardato, a volte non senza paura, alla libertà del tuo pensiero. Sempre fuori dagli schemi. Senza soggezione alcuna. Impavido di fronte agli ostacoli sia intellettivi che relazionali. Tanto determinato nel procedere verso nuove forme di insegnamento quanto allergico a qualsiasi moda. Sensibile a ogni segnale proveniente dagli scolari, recettivo verso i miei spunti, amante del confronto con chi sapeva guardare oltre, chiudevi in faccia le porte a chi voleva competere con te. Tanti colleghi hanno cercato di copiarti, imitarti, derubarti delle tue idee, alcuni hanno cercato di dimostrare che erano migliori di te denigrandoti, pochi hanno saputo imparare interpretando originalmente ciò che andavano scoprendo. Non volevi accanto né cloni né invidiosi, ma volevi come allievi solo liberi pensatori. Per questo non mi hai mai detto cosa dovevo fare, ma mi hai appassionato a quel che facevi. E ancora adesso quando entro in aula sento quella inesauribile passione che mi hai trasmesso. Per questo amo insegnare. Per questo molti miei allievi, anche se sono già degli stimati pro-

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fessionisti, mi riconoscono l’arte di far apprendere. Dicono che dopo le mie lezioni stanno bene, si sentono più leggeri, hanno voglia di imparare ancora. Come sei arrivato a questa scuola che genera benessere? Fare scuola, essere un maestro, vivere con i bambini ha dato un senso alla mia esperienza lavorativa. Nella mia lunga carriera le storie legate alla mia professione sono davvero tante. Sono quelle di una esistenza intensamente vissuta e di un’esperienza sempre in evoluzione. Ora i ricordi fanno affiorare stati d’animo un po’ annebbiati dal trascorrere del tempo, calmati dall’età che avanza, resi indolori dalla morte che preannuncia il suo arrivo. Tuttora però se penso ai miei scolari mi commuovo. Lo sanno bene le persone che mi hanno ascoltato durante degli incontri pubblici. Qualcuno si chiedeva perché le lacrime mi salissero agli occhi. Oggi so, per certo, che il motivo va individuato nel fatto che io sono stato ciascuno dei miei scolari. Quindi ho amato, sofferto, gioito, temuto, odiato, desiderato, patito con ciascuno di loro. Che io sia stato ogni piccino e che ciascun bambino abbia assorbito parti di me è un concetto difficile da spiegare, ma ci provo. Ogni scolaro che ho incontrato, con cui ho dialogato, che mi ha donato i suoi pensieri è entrato dentro di me tanto quanto io sono entrato dentro di lui. Nella nostra esperienza di scambio umano c’è dunque un’area in comune. Quando la rievoco, vi entro dentro, mi ci immergo e non posso disgiungermi dallo stato d’animo che la abita. Questa “stanza condivisa” custodisce l’affetto profondo che ha permesso di far nascere i pensieri dei bambini. Se leggo le loro frasi escono anche i loro sentimenti. Il confine soggettivo sconfina, si scontorna, vibra all’unisono facendomi divenire portavoce dei loro vissuti. Io sono lo scolaro, lo scolaro è me. Nelle nostre vite quotidiane siamo stati ore e ore gli uni accanto agli altri e adesso siamo uniti nel reciproco ricordo. Questo sentimento è rappresentato da forti emozioni di unione e da altrettanto saldi vissuti che marcano la differenza generazionale. Sono Gabriele che vuole essere importante per chi ama. Sono i due gemelli che odiano essere paragonati, confusi, individuati con questo nome generico anziché con il loro nome proprio. Sono Alice, orfana di padre, desiderosa di raggiungerlo all’altro mondo per160

ché ha paura dell’abbandono.


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Sono Mattia, bizzarro pensatore solitario, che vive contro tutti e tutto. Sono Marlene la scolara sempre adeguata, attenta, brava. Sono Maicol che non sta mai fermo e si alza in continuazione, quasi la sedia gli bruciasse sotto il sedere e che, pochi anni dopo la nostra vita in comune, si schianta addosso a un camion trovando la morte. Sono la bambina timida che si vergogna di mostrarsi. Sono il conta balle che narra virtuose storielle per difendersi da chi vuole togliergli la libertà. Sono tutti loro. Stefano Bolognini, illustre psicoanalista e caro amico, nel 1992 nel commentare il mio primo libro Parola di bambino. Imparare a diventare grandi, lo ha espresso al meglio analizzando il tema a lui caro dell’empatia. Empatia, fusione emotiva e dissimetria analitica, o come direi io, educativa. Il mio essere maestro sta tutto in questo movimento emotivo di totale immedesimazione con il sentire infantile e di grande forza d’animo per non restarvi intrappolato in modo da aiutare il bambino a trovare una strada per uscire dalla sua immaturità. Dentro di me è radicata una parte tenera, sensibile, curiosa, delicata, ingenua, piccola che deve sempre evolvere, capire, imparare. Essa ha rappresentato la strada maestra del mio progetto professionale. Io non ho mai saputo insegnare, io ho sempre cercato di insegnare imparando dai miei alunni. E questo continuare ad apprendere ha reso appassionante il mio essere maestro.

Dunque una vita professionale durante la quale hai potuto riformulare tante autobiografie dei bambini? Nell’incontrare così tante esistenze che stavano germogliando il sentimento che mi ha sostenuto nell’esplorare sofferenze, dolori, desideri, paure, gioie, speranze è stata la passione per la verità. Passione sia come tensione verso la scoperta dell’ignoto sia come accettazione della fatica emotiva, che implica continuare a mantenere viva la ricerca di chi sia l’Altro. Ma sia chiaro non per eroismo, bensì per necessità. Cioè io stesso avevo bisogno di quel contatto emotivo. Io, che per i primi quaranta anni della mia vita mi sono sentito un diverso. Spesso intellettualmente solo, sempre didatticamente incompreso e, in alcuni periodi, professionalmente isolato. Ancora una volta non per scelta, ma per destino. Non mi è possibile adattarmi al consueto, al noto, all’abitudinario. Detesto la routine poiché mi annoia e, se mi tedio, non vivo. La mia mente allora si ribella e si mette in ricerca.

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Dove individui le radici di questa capacità umana di contatto emotivo con i tuoi e gli altrui pensieri? Non lo so esattamente, ma penso che tutta la mia vita sia stata un tentativo di uscire dal dolore dell’incomprensione. Figlio primogenito presto scalzato da un nuovo bambino. Marito sempre incompleto. Padre che tanto ha amato rimanendo in disparte. Maestro lasciato ai margini della cultura pedagogica. Per questo ho amato e non avevo da amare che i miei allievi. Per questo volevo con tutto me stesso che si sentissero capiti. Ho cercato perciò di renderli protagonisti del loro apprendere e ho costruito l’azione educativa sulla loro soggettività. E cercando la loro anima ho arricchito la mia tavolozza emotiva. Sono divenuto un uomo completo. Le loro parole, ingenue e profonde, facevano da apripista a pensieri inesplorati che albergavano nel mio mondo interiore. La loro sofferenza è stata la mia, la loro temerarietà è divenuta il mio sprone, la loro capacità di amare il monito a non smettere mai di sperare nell’amore. E come un bimbetto sperduto sperare che ti ami anche chi non ti ama. Così ho accettato la solitudine della Ricerca e la fatica di avventurarmi in territori dell’insegnamento mai prima esplorati. Lontano dal potere delle baronie ho percorso sentieri sconnessi finché l’incontro con te, Paola, mi ha fatto trovare una compagna nel duro cammino verso la conoscenza. Questo dono mi è bastato per non indietreggiare di fronte alle incomprensioni, per non smettere di credere a una scuola diversa nonostante le evidenze contrarie, per non ritirarmi di fronte alla marginalità che mi assegnava il mondo dei docenti che si credono superiori ai bambini. Negli anni Settanta dovevo spiegarti cosa significava insegnare e mi sono dovuto spiegare che maestro volevo essere. Dovevo rendere trasmissibili delle intuizioni. Il tuo attento ascolto è divenuto necessità di trasformare una pratica che mi nasceva spontanea in un pensiero comunicabile e applicabile da altri.

Mi ricordo quanto ti sei dispiaciuto quando ho rinunciato all’insegnamento. Ti ricordi? Certo. Avevo trovato una collega con cui parlare della mia idea di scuola dopo vent’anni di solitario insegnamento. E questa collega preferiva fare altro. Ora posso dire che non mi hai abbandonato, ma allora non lo sapevo. Sentivo di rimanere ancora da solo a combattere affinché i bambini 162

avessero diritto di parola, possibilità di ampliare il pensiero, occasione


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per costruirsi una cultura. Ma tu mi rimanesti a fianco. Ricordo la tua paziente lettura, giorno dopo giorno, delle frasi dei bambini e quel sapere psicologico che stava crescendo in te mi dava suggerimenti per porre la domanda successiva, per capire l’emozione che circolava nel gruppo, per non arrestarmi attraverso l’esercizio grammaticale nel procedere della scoperta dei bambini e del mondo nel quale vivevano. Ogni giorno lavoravo sapendo che poi avremmo letto le pagine dei bambini e così esse stesse erano un prodotto che nasceva dentro a una coppia mentale, professionale, emotiva. I pensieri dei piccoli ricevevano una prima accoglienza in me, che ero mentalmente in contatto con te, e poi lievitavano nel nostro discorrere che li trasformava in un pensiero germinativo. Fino a che il metodo della Ricerca è divenuto chiaro a me stesso. Dopo il piacere comune è stato quello di scoprire il bambino e i suoi stati d’animo.

Quali sono secondo te i punti salienti di questo metodo? Direi che bisogna divertirsi ad andare a scuola. Il piacere dell’incontro genera benessere. Quindi posso dire che ogni mattina ero desideroso di incontrare la classe e iniziare o proseguire una Ricerca. Desideravo scoprire cosa i bambini pensassero e questo atteggiamento ha sempre generato negli alunni il desiderio di pensare. Solo questa tensione relazionale permette di lavorare bene insieme. Entrare in classe, direbbe Wilfred Bion, senza desiderio e senza memoria. Solamente per incontrarsi. La mia è una scuola basata sulla relazione e perciò fondata sull’incontro umano che diventa creazione di un linguaggio simbolico per la necessità di comunicare. È stato però necessario, nel tempo, affinare la capacità di dare voce al clima affettivo della classe. L’emozione che sta circolando va catturata e resa esplicita sotto forma di interrogativo. Quando l’avverto quindi è il saper porre domande il motore della Ricerca. Io sono per una scuola che insegni a porsi dubbi più che per una scuola che saturi la mente con risposte codificate. Dunque la capacità del docente sta nel capire quale quesito è più vicino al sentire della classe e perciò meglio risponda alla prossimità della conoscenza che è necessario andare sviluppando. Questa capacità ovviamente l’ho affinata negli anni. Sono partito dalle domande che riguardavano i comportamenti dei bambini per arrivare a leggere dentro ai loro modi di essere, il loro bisogno di trovare parole per descrivere i loro stati d’animo. Diciamo, per fare un esempio, che se all’inizio era la ricerca sulle punizioni il tema di apertura che andava indagando cosa gli alunni pensassero del modo in cui erano sgridati, successivamente è stato il sentire l’umiliazione che stava vivendo la classe che

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mi permetteva di domandare agli alunni di scrivere cosa pensassero dei grandi che usavano il potere sui piccoli. Le ipotesi della Ricerca, quindi, diventano via via negli anni sempre più collegate al clima emotivo che gira nel campo relazionale, come direbbero i coniugi Baranger. Da questo si deduce che bisogna entrare in classe scevri da decisioni su che cosa si tratterà in quella giornata per sapersi sintonizzare con il vissuto che circola nel gruppo. La Ricerca, dunque, nasce come “interpretazione” del clima emotivo, del punto d’urgenza, del bisogno di esplicitazione che sta caratterizzando la classe. Procede poi finché questa necessità rimane viva. Propongo, attraverso il testo individuale, l’esplorazione dell’interrogativo, continuo con la lettura dei pensieri di ogni allievo e concludo, provvisoriamente, con la frase: “Abbiamo capito che...”. Formula linguistica che o pone fine all’esplorazione o si presta ad aprire un nuovo campo d’indagine. L’argomento viene quindi analizzato finché nascono nuove idee. Se esse cominciano a divenire ripetitive significa che la Ricerca – almeno provvisoriamente – è conclusa. Gli argomenti come i fatti della vita, d’altronde, possono ripresentarsi. Ogni volta però portando al loro interno la conoscenza già acquisita e non solo sul tema, ma anche sulla tecnica culturale che gli fa da vettore. Più si conoscono parole più si può esplorare ed esporre il pensiero. Maggiori sono le abilità tecniche maggiormente ampia è la possibilità di descrivere quello che si vuole dire. Quindi lettura, scrittura, conoscenza del pensiero altrui, capacità logiche diventano le “materie” che sostengono la necessità di sapersi esprimere al meglio per poter esporre, in maniera compiuta, ciò che si sente. Come mi disse un giorno uno scolaro: “Maestro, insegnami a scrivere così ti dico quello che gira nella mia testa”.

Quindi nella tua scuola si impara per necessità? Non credo esista altro modo affinché si fissino nella mente le competenze. È il bisogno di comunicare che rende l’apprendimento dei simboli un’urgenza che, non solo ha connotato dalla notte dei tempi l’umanità, ma che rimane sempre identica al di là delle epoche in cui si vive. E poiché l’uomo ha cominciato questa produzione di segni con i graffiti, io penso che i bambini possano esprimersi con la parola tanto quanto con il disegno. La produzione pittorica quindi ha la stessa dignità di quella linguistica ed entrambe si avvalgono dell’ordine dato dal pensiero logico-matematico. Il mio bagaglio culturale su ognuna delle discipline mi permette di arricchire il sapere dei bambini. E le gesta dei protagonisti delle vicende storiche, piuttosto che la bellezza del dire poetico o ancora la 164

pienezza del pensiero simmetrico dato dalle matematiche, stanno in quel


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vasto repertorio che tiro fuori dalla mia “valigia professionale” a seconda del bisogno. La mia cultura serve a portarmi appresso una varietà di storie narrabili. Esse sono sempre l’occasione di incontro con “qualcuno” che ha pensato, scoperto, documentato un sapere che può fare da complemento alla Ricerca. Sono i diversi autori, dunque, che si mettono al servizio dei bambini e non i bambini che devono far propri i saperi depositati in libri estranei a loro stessi. La cultura diviene allora patrimonio personale, piacere di vedere arricchite le proprie conoscenze, scoperta che altri hanno cercato in quegli ambiti. I libri di studio rappresentano così ottimi compagni del proprio itinerario culturale.

Ma non è stato troppo fuori dell’usuale lavorare in questo modo? Sì lo è stato. Ma io sono un testardo e più mi si contestava più mi impegnavo per mettere a punto il metodo della Ricerca. Ma direi che ho in mente più l’isolamento che la contestazione. Questa infatti non reggeva perché le mie scolaresche erano additate a buon esempio per le capacità di lettura, scrittura e per la ricchezza delle conoscenze acquisite. Nessuno osava contestarmi perché tutti gli alunni erano competenti, molto competenti. Molti ex scolari mi hanno confidato di aver vissuto di “rendita” per gli anni successivi alla quinta classe. La maggioranza dei colleghi mi ignorava, alcuni direttori didattici mi usavano solo se ero utile, qualcuno all’università cercava di appropriarsi di ciò che producevo. Un docente ha anche osato offrirmi del denaro per comperare i miei materiali! E questo non è che non faccia male. Forse alle volte più di un sano conflitto. Se mi avessero contestato avrebbero anche dovuto capire, l’ignorarmi o derubarmi creava invece silenzio attorno al mio fare scuola. Quell’ignorare è stato spesso assordante. Riempito dalla paura che nessuno potesse acquisire questo metodo, che a nessuno interessasse questa metodologia, che a scuola nulla potesse cambiare. Avrei voluto poter far capire che l’inversione del punto di partenza era semplice. Bastava ascoltare i bambini, dare loro la parola, riconoscerli come soggetti attivi nella costruzione delle conoscenze e l’apprendimento sarebbe avvenuto senza sforzi. Ma i colleghi tacevano. Qualcuno affermava sottovoce che lui non poteva applicare il metodo perché le famiglie non avrebbero accettato, qualcun altro che non se la sentiva di lasciare il sentiero solcato dalla programmazione, qualcun altro ancora che non si poteva insegnare senza partire da una rigorosa progressione degli step di verifica. Pochi hanno ammesso che fare scuola con il metodo della Ricerca implicava un mettersi in gioco personalmente che faceva loro paura. Era dunque il timore di non reggere l’impatto emotivo con il sapere e il produrre della

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classe che li induceva a “imbavagliare” gli alunni in componimenti neutri, asettici, ripetitivi. Per questi colleghi le “schede” fotocopiate erano l’ancora di salvezza. Ma se il pre-pensato li esonerava dal dover entrare in contatto con gli alunni, le schede pre-stampate non li hanno mai salvati dalla irrequietezza, sbadataggine, apatia dei loro scolari. È dunque questione di scelta! Senza noia la classe è operosa e attiva, perciò impegnata nel lavoro e non ha tempo né per distrazioni né per risse di alcun tipo. Annoiata cerca stimoli nel suo trasgredire, nell’individuare il capro espiatorio, nel rendere ingestibile il gruppo. È scontato che ho sempre privilegiato una scuola che fosse motivante per gli alunni. Facendoli lavorare finché le mani dolevano per le penne serrate da ore tra le dita. Ma poi bastava un po’ di attività motoria per sgranchirsi, un intervallo aggiuntivo per essere gratificati, una giornata di gioco all’aria aperta o in palestra per defaticarsi. Tutto questo anche senza orari prestabiliti, bensì introdotto a partire dalle esigenze della giornata. La classe, dopo essersi sentita speciale perché l’unica a fare, per esempio, tre intervalli, diventava speciale anche nello scendere le scale dell’edificio scolastico in una fila composta e rispettosa. E anche il personale ausiliario, godendo di tale ordine, permetteva altri disordini! Ma pochi cercavano di capire che mettendosi in gioco emotivamente potevano ottenere di più che urlando, gridando, dando note! Non ho mai scritto cose negative sui bambini da portare a casa perché mai ne ho capito il significato. Se qualcosa non andava per il verso giusto il problema era capire il motivo assieme ai familiari e, quasi sempre, chi era più in difficoltà a scuola subiva maggiori traumi a casa. Perciò tanto valeva che ci provassi in prima persona a risolvere le questioni di disciplina, apprendimento, impegno quando qualche alunno faticava a seguire il ritmo della classe. Il principio secondo il quale se un alunno presentava delle difficoltà non era lui o la sua famiglie a dovermele risolvere, bensì ero io che dovevo trovare una soluzione, non mi ha mai tradito. E in quaranta anni di insegnamento di bambini difficili ne ho incontrati. Pochi per la verità, perché nel metodo della Ricerca, alle volte, le parti più vulnerabili del bambino diventano risorsa per tutto il gruppo. Ma qualche bambino non ce la fa ugualmente.

Allora cosa facevi? Cercavo di inventarmi la scuola che andava bene per quell’alunno. Mi ricordo di Massimiliano dai grandi occhi neri come il carbone spalancati 166

su un mondo per lui incomprensibile.


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Un alunno scacciato da tutte le scuole della città perché “impossibile”. Se trovava la porta sbarrata scappava sui tetti degli edifici scolastici. A scuola non ci voleva rimanere. Stare seduto nel banco, era per lui impossibile. Ascoltare i maestri, un’azione sconosciuta. Imparare prestando attenzione, un evento mai accaduto. I servizi di neuropsichiatria infantile mi cercano e me lo affidano. In contemporanea lo allontanano da casa e lo collocano in una comunità educativa. Come scolarizzare un piccino vissuto in modo selvaggio fino al giorno prima? Un bambino abituato a mangiare in una ciotola sotto la tavola di casa? Mai accompagnato in un letto e fatto addormentare con una carezza? Accetto la sfida, ma detto alcune condizioni. Ottengo una stanza dove stare da solo con Massimiliano, mentre un collega si prende cura, per alcune ore, del resto della classe. Io e Massimiliano, soli, a cercare una nuova civilizzazione e quindi acculturazione. Passo dopo passo per scoprire che nei libri ci sono le nostre storie. Giorno dopo giorno per mostrargli che non temo il suo sfidarmi e che sono più forte, saldo e sicuro di lui. Ore e ore per giocare con il corpo e con la mente. Poi l’avvio della socializzazione. I bambini più competenti entrano nella nostra aula. Entrano affinché Maxi li incontri singolarmente e non lo intimoriscano. Ognuno portando un anelito di incontro, conoscenza, scambio, gioco. La Ricerca si fa tra due, tre, quattro alunni e, nel passare del tempo, tutta la classe viene riversata nell’aula di Massimiliano. Così egli si ricongiunge al gruppo e il suo stare con gli altri può cominciare. Percorso di crescita dentro alla relazione duale materna fino alla dimensione collettiva che implica le regole paterne del vivere civile. Senza questa gradualità la paura delle masse non permetteva a Massimiliano di calmare l’angoscia dell’incontro con lo sconosciuto. E poi il piccolo, esile, fragile Jhonny dal pugno di ferro, dallo sgambetto facile, dalla rissa costante. Il bambino dalle tante mamme. La madre biologica morta o sparita. Le tante donne con cui si accompagna il padre, che via via scompaiono. Morte per Jhonny. E lui, bambino triste e disperato, distrugge ogni serenità accanto a sé. Urla come un forsennato. Scappa dal banco. Esce dall’aula. Non sa né scrivere né leggere quando lo incontro in quarta classe. Al mattino nessuno lo sveglia per venire a scuola. A turno, con il dirigente scolastico, ogni giorno, passiamo nel casermone dove abita, suoniamo a un campanello che non squilla, bussiamo a una porta che è senza spessore. Poco a poco lui capisce che può alzarsi, vestirsi, raggiungerci in aula. Quando vuole, quando ce la fa, quando riesce. E poi polso e affetto hanno fatto il resto. Ha imparato a leggere e scrivere. Pochino, ma ha imparato. E così

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abbiamo saputo del clima di violenza familiare. Troppo per una famiglia ai margini della legalità. Il padre mi minaccia con la pistola se continuo a far scrivere al figlio quelle “bugie” sulla sua famiglia. Non demordo. Lo faccio narrare della sua esistenza impossibile. Allerto i servizi. Condivido un progetto di tutela. Jhonny esce dalla mia aula. La vita poi lo ha risucchiato. Droga, carcere, ancora droga... finché un appello mi giunge dal giovane cappellano di Santa Maria Maggiore. Jhonny chiede di me. Esce dal carcere prima del prestabilito, un’ultima iniezione gli dà la pace. Ancora mi salgono le lacrime agli occhi se penso a lui e a tutti i bambini invisibili che la scuola può intercettare, rendere conoscibili, far parlare. I bambini dell’emarginazione sociale, ma anche i figli delle famiglie frantumate che spezzettano i bambini in tanti pezzi

Quindi con le famiglie come ti regoli? A me i genitori piacciono. Li ho incontrati sempre con immensa curiosità. Era come se ogni volta potessi tornare figlio. E questo mi entusiasmava. Ma mi ha aiutato molto anche la metodologia della Ricerca. I quadernoni tornavano a casa nel fine settimana per essere letti con mamma e papà. I genitori potevano commentare per iscritto cosa pensavano di quello che aveva detto il proprio figlio. Poi, circa ogni mese e mezzo, l’incontro di tutti i genitori per confrontarsi sulla crescita dei bambini, sullo sviluppo cognitivo ed emotivo dei piccoli. Ricordo grandi discussioni, e non su come fanno i figli a scuola, bensì su quel che dicono della vita. Erano confronti dolorosi, appassionati, impegnativi. Ma da cui tutti uscivano arricchiti. Avevano parlato dei bambini veri. E gli alunni che lo sapevano, tramite me mandavano messaggi anche ai loro genitori quando li rimproveravano dei litigi di coppia, delle preferenze per una sorellina da poco nata, di una solitudine incolmabile per le tante ore trascorse senza di loro... La scuola è stata per queste famiglie un tramite per conoscersi, confessarsi, scambiarsi stati d’animo. E poi, a dirla tutta, i loro bambini erano bravissimi scrittori, infaticabili lettori, competenti contabili. E anche le madri più esigenti non potevano non constatarlo. Anche i padri più scolarizzati non potevano non ammirarli. Perciò mi lasciavano fare.

Quindi grande collaborazione tra scuola e famiglia per condividere l’impresa educativa? Non senza intoppi. I genitori si spaventano di fronte a ciò che i figli scrivo168

no. Madri afflitte dal fatto che si sappia come i mariti le maltrattano vengo-


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no a chiedermi riservatezza, padri capaci di dettare regole, ma incapaci di farle rispettare, si vergognano a farlo sapere. Famiglie di religione diversa da quella cattolica, pur apprezzando il mio non portare i bambini in chiesa, mi chiedono di non festeggiare certe ricorrenze. Forse non tutti sanno che un tempo si usava iniziare l’anno scolastico andando a messa e quando negli anni Settanta ho interrotto questa tradizione era una decisone a dir poco scandalosa. Parroco e parrocchiane mi criticarono duramente. Ma della laicità della scuola non ho mai avuto alcun dubbio. Quindi mi sono anche offerto per le materie alternative quando l’ora di religione non fu più obbligatoria. Il primo anno un solo bambino scelse di stare con me. Ma quello che io e Busetto facemmo era davvero così attraente nel suo essere alternativo che l’anno dopo i bambini che optarono per non fare a scuola religione furono cinque per arrivare, l’anno dopo ancora, a una classe intera. Non perché io non abbia un gran rispetto per il mondo cattolico, ma perché credo che la religione si impari in altri luoghi e che la laicità della scuola implichi che nessuna differenza di religione deve essere rimarcata. Ho subito attacchi, critiche, minacce. Ma non è così per chiunque rompa con la tradizione, la consuetudine, con il conosciuto? Perciò penso di aver solamente pagato un prezzo, il prezzo necessario, per l’aver provato a esplorare un modo di insegnare che ponesse il bambino al centro del processo educativo e formativo. Quando lo scolaro diviene protagonista del suo imparare cadono molti privilegi. Quando il piccolo è eletto coautore dell’impresa di acculturazione l’insegnate viene a sua volta giudicato per ciò che sa fare.

Sempre da solo? A scuola sì. Devo dire che ho ricevuto più encomi, appoggi e aiuti dai servizi del territorio che, fin dai primi anni Ottanta, mi chiedono materiali per l’educazione socio-sanitaria, mi offrono l’opportunità di fare conferenze e di scrivere saggi. Il mio modo di lavorare pare attuare il progetto di prevenzione del disagio minorile. Mi mettono in contatto con psicologi, psicoanalisti, psichiatri, psico-socio-analisti, psicosociologi che apprezzano e valorizzano il mio metodo per insegnare. È grazie a loro che conosco anche autori come Enrique Pichon-Rivière e Josè Bleger che immediatamente riconosco come grandi uomini che vedono l’apprendimento nel mio stesso modo. Li studio, mi formo alla psicologia sociale analitica, mi ritrovo in nuove appartenenze professionali. Trasferisco il mio sapere sui bambini mettendo a punto la “consulenza educativa ai genitori” che diventa, negli anni ’90 la mia nuova frontiera di ricerca e di attivazione professionale.

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Sei stato Pollicino nel bosco, quali segni ti sei lasciato alle spalle? Lascio tanti bambini cresciuti. Tanti genitori riconoscenti. Qualche collega significativo. Cedo a te, amica speciale, collega curiosa, allieva intelligente la continuazione della mia opera. Intanto assieme mettiamo a disposizione i tanti scritti da noi redatti per parlare di educazione, di formazione, del prendersi cura della crescita emotiva e cognitiva di grandi e di piccini. Partimmo da Parola di bambino. Imparare a diventare grandi (1992) per raccogliere le Ricerche fatte in classe e siamo adesso giunti a una nuova stesura di Parola di bambino. Il mondo visto con i suoi occhi (2013) per dare voce all’infanzia inascoltata, trasparente, invisibile. La Ricerca ha dato dignità e riconoscimento a ciò che il bambino sa esprimere, alle idee che i miei scolari mi hanno affidato, al loro profondo e travagliato sentire emotivo, a me come maestro in relazione per sempre con questi alunni. Spero e opero affinché il diritto dei bambini a essere istruiti, educati, accuditi non sia solo utopia. Affinché il mio essere maestro non sia stato vano. Affinché tanti insegnanti, educatori, formatori, psicologi, operatori, alle prese con le nuove generazioni e i loro contesti di vita quotidiana, non si sentano privi di punti di riferimento. Affinché il metodo della Ricerca diventi patrimonio di chi osa sfidare l’immobilismo, la sfiducia, la scontentezza e la rassegnazione. Affinché la mia esperienza faccia crescere nuovi progetti.

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Le radici e il maestro. Conversazione con Francesco Berto  

Estratto dal volume "In classe con la testa. Teoria e pratica dell'apprendere in gruppo" di Paola Scalari e Francesco Berto.

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