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Susan E. Geroge e Chiara L. Pignaris fanno parte dell’Associazione Italiana per la Partecipazione Pubblica, nata nel 2011 con lo scopo di promuovere la qualità della partecipazione pubblica e della democrazia deliberativa ai diversi livelli, mirando, in particolare, a creare una comunità di pratica tra tutti coloro che ritengono che il coinvolgimento dei cittadini sia requisito essenziale per realizzare scelte più sostenibili e rendere la società più equa e solidale. Aip2 raggruppa oggi in Italia circa sessanta soci e sperimenta una leadership orizzontale e collegiale.

a cura di S.E. George - C.L. Pignaris

COLTIVARE PARTECIPAZIONE

Esperienze e processi partecipativi raccontati da AIP2

coltivare partecipazione

Oggi abbiamo bisogno di tutte le risorse intellettive e immaginative del Paese, non solo quelle degli esperti e dei politici ma di tutti: vecchi e giovani con ruoli, saperi, competenze e desideri diversi. Far convogliare tali embrioniche visioni in concrete proposte condivise è impegnativo, ma è l’ambizione dell’Associazione Italiana per la Partecipazione Pubblica che include tecnici della pubblica amministrazione, amministratori, politici, facilitatori e “semplici” cittadini. Attraverso la costruzione di percorsi partecipativi di qualità, basati su onestà di informazione, si scoprono livelli profondi e trasversali del bene comune mentre si fanno prove di una democrazia dialogica più distribuita. Il libro, scaturito da una riflessione fra soci sulla complessità e criticità dei percorsi partecipativi, testimonia la possibilità di far affiorare e fiorire ricchezze etiche e costruttive di un’Italia capace di apprendere dagli altri, se non racchiusa in barricate ideologiche consumate. Le esperienze raccontate entrano nel vivo delle emozioni dei facilitatori e partecipanti, rivelando difficoltà e imprevisti e dimostrando come l’approccio partecipativo non debba ridursi a una burocratica somma di opinioni, ma essere nutrito da una visione trasformativa della società. Il libro non è un manuale di buone pratiche ma un vibrante dietro le quinte dell’arte di facilitare. Offriamo questi racconti, divisi in quattro aree – beni comuni, sviluppo locale, gestione creativa del conflitto e scuola – a un pubblico desideroso di costruire un’Italia più equa, inclusiva, resiliente.

a cura di Susan E. George Chiara L. Pignaris

ISBN 978-88-6153-788-0 In copertina disegno di Fabio Magnasciutti

Euro 16,00 (I.i.)

edizioni la meridiana p a r t e n z e


a cura di COLTIVARE Susan E. George PARTECIPAZIONE e Chiara L. Pignaris Esperienze e processi

partecipativi raccontati da AIP2 con il prezioso aiuto di Fedele Congedo, Serenella Paci, Chiara Porretta e M. Rosaria Tartarico

edizioni la meridiana

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Indice

Premessa – Partecipare perché? Voci dal campo… di Susan E. George ..................................................... 7 Parte Prima Beni comuni Introduzione di Anna Lisa Pecoriello ..................... 13 Pratiche ................................................................. 19 Il paesaggio degli abitanti di Laura Pommella . 19 Scintille di Chiara Porretta ................................ 22 Preparare il terreno per la rigenerazione dell’ex Convitto del Trotter di Davide Fortini ............. 24 #spoletospaziriaperti: un percorso progressivo di rigenerazione partecipata di Anna Rita Cosso e Alfonso Raus ..................... 27 Ci.Vi.S.M. un circolo virtuoso senza fine di Anna Lisa Pecoriello ....................................... 30 Riflessioni di Alfonso Raus ................................ 33 Parte Seconda Sviluppo territoriale Introduzione di Serenella Paci ............................... 39 Pratiche ................................................................. 45 Sentieri d’idee di Tiziana Squeri........................ 45 ComuniTerrae di Tullio Bagnati ....................... 47 Verso il Contratto di Lago per il Massaciuccoli di Antonella Giunta ........................................... 49 La vicenda di “Porto… le mie idee” di Manlio Marchetta ........................................... 52 La partecipazione, la creatività e l’arte come risorsa per il territorio di Cristiana Verde ............................................... 55 Rendere l’approccio partecipativo nei processi di sviluppo locale una prassi e non una pratica sporadica, estemporanea e “modaiola” di Serenella Paci ....................................................... 58


Parte Terza Conflitti ambientali Introduzione di Anja Corinne Baukloh .................. 65 Pratiche ................................................................. 69 Quando un intero paese si mobilita per valutare vantaggi e svantaggi del biogas di Chiara L. Pignaris ........................................... 69 Sperimentare i processi partecipativi nel contesto aeroportuale di Bergamo di Pasquale Proietti ............................................ 71 Il primo dibattito pubblico regionale toscano sui progetti di riqualificazione e sviluppo del porto di Livorno di Claudia Casini ................... 74 Comunità in dibattito: il dibattito pubblico sull’uso dei gessi per il ripristino di cave a Gavorrano di Anna Lisa Pecoriello.................... 77 Due modalità di valutazione partecipativa di Giandiego Carastro ......................................... 82

Lo studente universitario come esploratore di mondi nuovi di Susan E. George ..................... 107 Sciami sismici. Ricostruire a partire dai bambini una comunità annichilita dalla catastrofe naturale e dalla gestione dell’emergenza di Anna Lisa Pecoriello ..................................... 109 Parte Quinta Il futuro della partecipazione Introduzione ....................................................... 115 Visioni .................................................................. 117 La sfida dei beni comuni di Chiara Porretta ............................................. 117 Il futuro dello sviluppo locale partecipativo di Serenella Paci................................................. 119 La sfida dei conflitti ambientali di Chiara L. Pignaris ......................................... 122 Nuovi orizzonti per la scuola e per la società di Susan E. George ........................................... 125

Parte Quarta Scuola bene comune

Appendice

Introduzione di Susan E. George ........................... 87 Pratiche ................................................................. 91 Costruire una Buona Scuola migliorando i rapporti interni di Chiara L. Pignaris ................ 91 Quanto è difficile contaminare ruoli, saperi, desideri all’interno della scuola di M. Rosaria Tartarico ....................................... 94 Dialogando fra livelli di scuola con giovani disegnatori del futuro di Fedele Congedo ........ 97 Sognare insieme ai ragazzi della scuola media, “pensando” con i piedi e le mani ................. 100

a cura di Lucia Lancerin con il contributo degli autori ............................................................ 131

di M. Rosaria Tartarico

Aprire la scuola alla multiculturalità e al territorio di Tiziana Squeri ........................ 104 Diritti umani e partecipazione sono le parole del cambiamento di Teresa Lapis .................................................. 105

Glossario delle tecniche di facilitazione Carta della partecipazione ................................. 135 Scheda di riflessività sui processi con invito..... 137 Bibliografia .......................................................... 143 Sitografia ............................................................. 144 Gli autori ............................................................. 147


Premessa Partecipare perché? Voci dal campo… di Susan E. George

Gregory Bateson e sua figlia decenne arrivano in cima ad una montagna. Gregory: “Seguiamo percorsi tracciati da altri, poi troviamo il nostro sentiero”. Nora (saltellando): “Lo so”. Gregory: “L’ho detto prima io!”. Nora: “Ma l’ho pensato prima io…”. Gregory (risata profonda e affettuosa): “Già” In questo breve scambio che chiude il film Ecologia della Mente, Nora Bateson dimostra come suo padre Gregory Bateson, cibernetico, antropologo, epistemologo, studioso di schizofrenia e di umorismo, non smetta mai di apprendere da tutto e da tutti, anche da lei bambina. Ci fa vedere come un maestro sa ascoltare l’altro, dare spazio all’altro, anche potenziandolo con delicata ironia. L’Associazione Italiana per la Partecipazione Pubblica, Aip2, promuove un approccio che fa questo in contesti pubblici, cercando di dare spazio all’altro, potenziando tutti gli attori sociali coinvolti in azioni pubbliche. È nata nel 2011 e oggi conta 60 soci distribuiti in diverse regioni: Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Trentino Alto Adige, Umbria e Veneto.

Sito Internet Associazione Italiana per la Partecipazione Pubblica

Dall’inizio siamo sempre stati, come associazione di promozione sociale, un gruppo misto di amministratori, tecnici, facilitatori, insegnanti, cittadini che vogliono aprire spazi fisici alla collettività e spazi “metafisici” alla polis, spazi di una discussione politica pubblica più aperta, trasparente, dialogante, indagante. Questo non vuol dire essere “buonisti”, ma saper costruire giochi a somma positiva. Per spiegare il gioco a somma positiva è più facile descrivere il suo contrario: il gioco a somma negativa dove i partecipanti sono disposti a perdere pur di non far vincere l’altro, senza rendersi conto che così perdono entrambi. È difficile immaginare un atteggiamento più stupido, ma succede spesso. Il gioco a somma positiva, invece, consiste nell’invitare A a portare una proposta A e B una proposta B e nel convertirle insieme in una proposta C che sia vantaggiosa sia per A che per B1. Questo richiede non solo fatica, ma anche immaginazione, tenacia e umiltà, perché è necessario riconoscere che l’altro ha il diritto di esistere e la capacità di contribuire. Un processo di partecipazione non ha successo per le belle intenzioni dei facilitatori e dei partecipanti, ma perché viene costruito in modo inclusivo, con spazi di discussione per ascoltare, interagire e crescere insieme. Realizzare queste condizioni (di solito è il contributo del facilitatore) richiede molto lavoro, ma esse permettono uno scambio generativo e resiliente che può rafforzare il senso di appartenenza di una comunità, portando risultati concreti e duraturi. Un po’ ovunque oggi si trovano tentativi di apertura e sperimentazioni di come arricchire il ter1. Alcuni esempi in Susskind e Sclavi, 2011.

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reno delle discussioni pubbliche. In tre regioni italiane (Toscana, Emilia-Romagna, Puglia) sono state formulate leggi specifiche sulla partecipazione che hanno un sapore e un’esperienza storica molto diversa fra di loro. Non garantiscono necessariamente un fruttuoso rapporto fra cittadinanza e politica. Per avere quello ci vuole in partenza l’apertura mentale da parte di chi ha il potere: la curiosità di sapere cosa possono proporre i partecipanti e la convinzione di non avere già tutte le risposte. La partecipazione pubblica funziona quando politici, tecnici, portatori di interessi specifici e abitanti si confrontano nel rispetto dei ruoli e dei saperi, disposti ad essere sorpresi dalla qualità degli altri, come emerge in molti racconti di questo volume. Ci sono tante forme di partecipazione e diversi livelli di coinvolgimento dei cittadini. Lo Iap2 Spectrum of Public Participation ne riassume alcuni: informare, consultare, coinvolgere, cooperare, potenziare (il termine in inglese è empowerment che viene tradotto spesso in italiano con “capacitazione” perdendo le due accezioni di “dare fiducia” e di “costruire le condizioni che mettano le persone nella condizione di poter fare”).

Sito Internet di Iap2 - Spectrum of Public Participation

L’Aip2 è particolarmente interessata agli ultimi tre gradini. Essendo nata fin dall’inizio come associazione di promozione sociale che coinvolge al suo interno non solo facilitatori ma anche amministratori, tecnici e semplici cittadini, vorrebbe incoraggiare il potenziamento di un triangolo dialogico sia fra questi soggetti attraverso pratiche di co-progettazione e di ascolto reciproco sia fra dirigente, docente, studente, personale Ata all’in-

terno della scuola, le famiglie e il territorio. Siamo convinti che solo perseguendo questa strada potremo ravvivare la nostra democrazia. Solo così il nostro Paese potrà diventare realmente apprendente. Per questa ragione è importante l’empowerment di tutti, poiché rappresenta un arricchimento per l’intero sistema. Promuovere questo indirizzo non è semplice. Spesso aprirsi agli altri viene percepito erroneamente come diminuzione del proprio potere. Per cambiare atteggiamento bisogna non solo capire la complessità di ogni ruolo, ma anche l’interdipendenza fra ruoli e l’importanza di “capacitare” ogni ruolo. I decisori politici devono capire di aver bisogno delle risorse umane, intellettive, economiche del loro territorio, imparando anche a riconoscere quando le resistenze dei tecnici sono giustificate dalla complessità normativa. Allo stesso modo i cittadini e i portatori di interessi hanno bisogno di comprendere le difficoltà del governare. Molte volte i reciproci sospetti possono svanire in un processo di facilitazione ben condotto. Per aiutare la “messa in pratica” di questo approccio Aip2 ha promosso, nel 2014, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu) e l’International Association of Facilitators (Iaf), l’elaborazione partecipata della Carta della partecipazione: un “decalogo di principi” promosso e già adottato da oltre 30 associazioni e comuni italiani, tra cui Milano, Firenze, Ferrara, L’Aquila, Matera, Reggio Emilia, Livorno2. Al percorso di costruzione del documento hanno collaborato una ventina di esperti delle tre associazioni promotrici giungendo a un testo che è stato poi arricchito, condiviso e sottoscritto anche da Cittadinanzattiva, Italia Nostra e Città Civili Onlus. In questo libro vi mostriamo una crescita di consapevolezza delle potenzialità dei vari ruoli 2. La Carta della partecipazione è disponibile nell’Appendice.

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attraverso il racconto di pratiche attuate in Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna e Toscana. Sono pratiche raccontate da soci di Aip2 che hanno avuto ruoli diversi: esperti, docenti, tecnici, dirigenti, cittadini, e soprattutto facilitatori.

Perché questo libro? Il libro nasce da un esercizio di riflessione sui pregi e difetti del lavoro di facilitazione, quando fra soci di Aip2 ci siamo interrogati su ciò che veramente succede durante un percorso partecipativo e su quale sia l’effettivo ruolo del facilitatore. Il nostro intento era migliorare la facilitazione stessa e riflettere sulla formazione di futuri facilitatori. Volevamo capire perché non sempre riuscivamo a far comprendere ai politici l’utilità e la complessità dei processi. Avevamo letto (e scritto) molti resoconti alla fine dei percorsi, ma il tono, quasi sempre neutrale e asettico, non ci permetteva di entrare nella “carne viva” della co-progettazione. Volevamo comprendere le imperfezioni generative del percorso, capire l’importanza della sua struttura, della scelta dei tempi, della gestione dell’imprevisto perché ci sentivamo, e ci sentiamo tuttora, non “professionisti” ma “artigiani della partecipazione” che devono non solo profilare percorsi inediti, ma comprendere chi includere, quanti includere, come includere, la dimensione delle stanze, i tempi, il ritmo della gestione, ecc. Sono tutti aspetti cruciali per la riuscita di una buona facilitazione ma sono considerati dettagli tecnici insignificanti per chi non la pratica. Per questo motivo il consiglio direttivo, composto da Susan E. George, Fedele Congedo, Germana Pignatelli, Chiara Porretta e Alfonso Raus – che aveva il vezzo di chiamarsi i “custodi del dialogo” (le stesse iniziali “cd” non sono casuali)

– ha proposto nel 2017, a ogni socio, di compilare una scheda di riflessione3 per descrivere la sceneggiatura di un processo partecipativo a cui aveva contribuito, in qualità di organizzatore, facilitatore, tecnico, o “semplice” partecipante, rivelando: sorprese e criticità incontrate, quanto appreso, il rispetto o meno del principio espresso dalla Carta della partecipazione. In questo modo speravamo di attivare una riflessione, sia individuale che collettiva fra soci. La ricchezza delle schede ci ha sorpresi, così abbiamo chiesto agli autori di trasformarle in racconti scritti in prima persona che includessero, ove possibile, i sentimenti vissuti. Alcune di queste storie, infatti, traboccano di emozioni, altre sono più parche, ma tutte vibrano e possono ispirare il rinnovamento delle pratiche decisionali. I racconti vengono raccolti in quattro parti: Beni comuni, Sviluppo territoriale, Conflitti ambientali, Scuola. Ogni parte ha un breve inquadramento generale seguito dal racconto delle esperienze. Iniziamo con i beni comuni perché ci obbligano a riflettere sul rapporto fra cittadino e Stato e sulla problematica relazione tra definizione giuridica ed esperienza collettiva. Ci rivelano la difficoltà del ruolo dei tecnici in questo momento “liquido” e l’importanza di riconoscere il loro horror vacui di normative confuse e contraddittorie. Nella Parte Seconda illustriamo l’importanza del potenziamento delle risorse umane ed economiche di un territorio, presentando pratiche partecipative utilizzate nello sviluppo locale sia in contesti piccoli sia a livello regionale, quindi sostenute da fondi regionali per la partecipazione e da fondi europei. A seguire, poiché sappiamo bene quanto la creazione di incontri con plurali portatori di interessi non sia semplice, abbiamo incluso una Parte Terza sulla gestione di Conflitti ambientali mediante 3. La Scheda-guida di riflessività sui processi è consultabile in Appendice.

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diversi strumenti. In questa sezione si osservano le “sorprese” dei facilitatori alle prese con i cambi di posizione da parte degli attori, qualora in modo timido altre in maniera decisa. In questi percorsi emerge l’importanza di un’informazione imparziale e di scelte linguistiche oculate. Concludiamo con la Parte Quarta sulla Scuola bene comune perché è lì che si gioca la prima partita per rinnovare il nostro modo di informare, co-progettare, ascoltare e rispettare le opinioni altrui, imparando a trasformare proposte individuali in soluzioni collettive superiori. Infatti è lì dove si impara a conoscere e praticare i giochi a somma positiva. In questa sezione sono presentati alcuni esempi di creazione di reti dialoganti sia all’interno che all’esterno della scuola. In ogni Parte abbiamo provato a usare un criterio di scala, iniziando dalla dimensione più piccola, per concludere con quella più grande. Il nostro sogno è contribuire a rendere le pratiche di facilitazione una modalità quotidiana delle istituzioni, aiutando tutti a ragionare in modo concreto e non legalistico all’interno di una visione sistemica dei problemi. Il viaggio è lungo, lo sappiamo, ma conosciamo la destinazione e ci arriveremo se la costruzione di giochi a somma positiva diventerà patrimonio comune. Ai nostri lettori chiediamo di aiutarci, inviandoci commenti, suggerimenti, proposte per creare nuove sinergie4. In questo modo potremo diventare concretamente una comunità che apprende dall’esperienza degli altri, condividendo in modo generoso le nostre risorse intellettive, umane, collettive. In questo modo potremo coltivare la partecipazione. Susan E. George Presidente Aip2 2016-2019 4. Potete contattarci all’indirizzo email: info@aip2italia.org.

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Parte Beni Prima comuni


Introduzione di Anna Lisa Pecoriello

I beni comuni non sono: • beni pubblici; • beni privati. Quindi se non sono pubblici (cioè dello Stato), e non sono privati (cioè, nel nostro ordinamento giuridico, tutti gli altri casi), di chi sono i beni comuni?

Di beni comuni si fa un gran parlare da qualche tempo a questa parte, ma molti alla domanda “Cosa sono i beni comuni?” non sanno dare una risposta che non sia vaga o confliggente con quella di altri. Questa indeterminatezza non deve spaventare, poiché rivela un concetto in corso di ridefinizione. Sarebbe bello che tutti potessero partecipare a questo processo. L’Introduzione a questa Parte cercherà di essere più semplice possibile, partendo dalla storia del concetto, che va riletta alla luce della contemporaneità, e dalla geografia dello stesso, poiché diverse sono le declinazioni a seconda del diritto dei vari Paesi. Ne deriva che differenti sono le accezioni e le sfumature maturate nel tempo e nello spazio, anche in conseguenza del progresso e dello sviluppo tecnologico (basti pensare che oggi l’acqua e Internet sono considerati allo stesso modo bene comune). Per cominciare a capire qualcosa in più proviamo a dire cosa non sono i beni comuni, per proseguire con domande successive alle quali non sempre sapremo dare una risposta univoca.

La risposta più intuitiva è che i beni comuni sono della comunità o anche della collettività. Tuttavia l’approccio della proprietà non ci aiuta ad andare molto avanti nel ragionamento. Infatti da questo punto di vista i beni comuni non avrebbero modo di esistere nel nostro ordinamento giuridico (che prevede la distinzione solo tra proprietà pubblica e privata, pur riconoscendo a quest’ultima una funzione sociale che la limita) e non avremmo niente di cui parlare. Ciò che caratterizza i beni comuni non è l’essere di proprietà della comunità ma “ad uso” della comunità. In questo senso la storia ci viene in soccorso fornendoci diversi esempi. La proprietà privata è un processo storico di appropriazione di terre comuni che trova il suo compimento in molti luoghi in un’epoca precisa anche abbastanza recente. Nel passato molte comunità sopravvivevano grazie a sistemi di gestione delle terre non basati sulla proprietà privata ma sull’uso di terre comuni, sulla base di esigenze legate al tipo di economia di sussistenza sviluppata. Pensiamo, ad esempio, alle zone dove era praticata la pastorizia. Le greggi transitavano dalla pianura alla montagna e pascolavano su ampie estensioni di terreno comune, che non avrebbe avuto senso spezzettare in proprietà private. Pensiamo anche alla gestione delle acque: la stessa sorgente, fornita da madre natura, serviva una comunità che si organizzava per la sua gestione e manutenzione. Per tutti l’obiettivo era: garantire la sopravvivenza del gruppo, l’equa distribuzione della risorsa, la sua riproducibilità per le generazioni future. COLTIVANDO LA PARTECIPAZIONE

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Per garantire tutte queste cose le comunità si davano una organizzazione e delle regole. Nel passato, in diversi territori c’erano istituti specifici per la gestione e l’amministrazione collettiva delle risorse comuni: università, partecipanze, regole. Tutte queste pratiche storiche, ormai residuali, sopravvissute solo in luoghi marginali rispetto allo sviluppo urbano, sono chiamate oggi usi civici e una legge nazionale li ha ridefiniti di recente domini collettivi. Nelle epoche in cui sono nati gli usi civici esistevano varie forme di governo sovra-locale: grandi abbazie, feudatari, imperatori, papi e re che tuttavia, in molti casi, riconoscevano alle comunità il diritto all’autogoverno di alcune risorse comuni attraverso regole definite dalla comunità stessa. Ne deriva che i beni comuni sono a uso delle comunità ovvero sono delle categorie di beni che non esistono in sé ma in quanto esiste una comunità di riferimento che ne rivendica la fruizione; queste comunità devono governarli secondo regole condivise affinché il loro uso sia equo e la riproducibilità garantita (oggi useremmo il concetto di sostenibilità). Nell’epoca in cui viviamo soprattutto per i molti che abitano le metropoli come individui separati, dove lo Stato da molto tempo si occupa in modo esclusivo della gestione delle cose comuni, sorge subito un’altra domanda: chi è la comunità (o le comunità) e perché dovrebbe prendersi cura dei beni comuni? Partiamo dal chiederci da chi è costituita la comunità di riferimento di un bene comune: qui ci sono almeno due risposte possibili (tanto per tralasciare considerazioni sul concetto di comunità che riempirebbero una biblioteca). La comunità può essere intesa come: • l’insieme di tutti i cittadini; • alcuni sottogruppi specifici.

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Se per comunità intendiamo tutti i cittadini dello Stato italiano, allora i beni comuni coincidono con i beni pubblici. Non sono forse i beni pubblici di tutti? Quale necessità ha portato alla richiesta di introdurre un nuovo termine tra pubblico e privato? Lo Stato evidentemente non coincide con i cittadini, anche nei regimi democratici; è un apparato che agisce in nome dei cittadini attraverso le sue articolazioni territoriali (nazione, regioni, comuni, quartieri) ed è governato attraverso rappresentanti eletti dal popolo e un apparato burocratico indipendente che opera secondo norme e procedure prestabilite. I rapporti tra queste articolazioni dello Stato sono regolati dal titolo V della Costituzione. Tuttavia nel 2011 una riforma ha introdotto l’articolo 118 sulla cosiddetta sussidiarietà orizzontale, che recita: Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.

Questo articolo in sintesi dice che il benessere collettivo può essere perseguito dallo Stato attraverso tutte le sue articolazioni, delegando a livello inferiore tutto ciò che non richiede il coinvolgimento del livello superiore, fino a coinvolgere il livello dei cittadini stessi (che in un certo senso e a determinate condizioni possono “autogovernarsi”). La sua formulazione, apparentemente innocua, apre molte questioni legate alla ridefinizione del ruolo dello Stato e delle prerogative dei cittadini: come deve cambiare la macchina amministrativa per favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini? Qual è il limite del diritto delle comunità ad autogovernarsi? Come evitare che lo Stato abdichi al proprio ruolo scaricando sui cittadini costi e responsabilità eccessive? Come si ripartiscono queste responsabilità, su quali


soggetti? Come garantire la sostenibilità della gestione dei beni comuni evitando che il mercato veda in essi una nuova nicchia di possibilità per trarre profitti? Tutto questo fa parte di una dialettica ancora balbettante tra lo Stato e i cittadini, i cui ruoli devono ridefinirsi a vicenda, e ha messo in crisi l’apparato normativo che si è rivelato totalmen-

te inadeguato all’impatto del concetto di sussidiarietà e della questione dei beni comuni (che come avrete capito sono collegati, visto che non c’è bene comune senza governo della comunità). Da quando è iniziato questo dibattito sono nate molte sperimentazioni, alcune a livello di pratiche di comunità altre a livello normativo e di procedure amministrative.

In Italia, ad esempio, possiamo ricordare a livello di pratiche di comunità le numerose azioni di presidio, custodia e autogestione di beni comuni: dal Teatro Valle a Roma, all’isola di Poveglia a Venezia, all’azienda agricola di Mondeggi a Firenze, solo per citare i casi più famosi, come pratiche collettive di opposizione all’alienazione da parte di pubbliche amministrazioni di beni di tutti che, dopo essere stati mal gestiti e lasciati all’abbandono, vengono messi in vendita per fare cassa. Sito Internet Teatro Valle

Sito Internet Mondeggi Bene Comune

Sito Internet Poveglia per tutti

Ricordiamo anche le esperienze della rete degli spazi culturali napoletani (spesso grandi complessi nel centro storico, inutilizzati) che hanno, insieme all’amministrazione comunale, sperimentato una procedura innovativa di riconoscimento del diritto all’autogoverno delle comunità che richiama nello spirito gli antichi usi civici, ma li ripropone e attualizza in ambito urbano (sul sito dell’ex Asilo Filangieri di Napoli trovate molte informazioni su questo e altri spazi napoletani e nella sezione “Rete e relazioni” potrete informarvi anche sulla rete nazionale dei beni comuni emergenti di cui fa parte, che comprende esperienze da tutta Italia).

Sito Internet ex Asilo Filangeri Questo avviene attraverso la Dichiarazione di uso civico e collettivo, che viene stilata dall’assemblea di autogoverno dello spazio occupato e riconosciuta con delibera del Consiglio comunale. Si crea così un’inedita forma di collaborazione e di condivisione delle responsabilità che supera i modelli usati finora dell’affidamento in gestione (attraverso bandi, convenzioni, ecc.) a soggetti formalmente costituiti come associazioni o altre forme del privato sociale. In questo nuovo modello, grazie al riconoscimento della comunità di riferimento dello spazio, che ne fa un uso non esclusivo e coincide con tutti coloro che partecipano all’assemblea e alle attività (aperte a tutti), la responsabilità non ricade su un unico rappresentante legale o sul funzionario o amministratore di turno, ma si distribuisce tra molti. Per quanto riguarda l’innovazione normativa ricordiamo a livello nazionale, oltre alla già citata legge sui domini collettivi: • la legge di Iniziativa Popolare sui Beni Comuni promossa da un comitato di giuristi che riprende il testo della Commissione Rodotà proponendo l’introduzione della nuova categoria dei beni comuni nel codice civile per sottrarli alle alienazioni da parte dello Stato o allo sfruttamento privato, ma che utilizza una definizione di beni comuni che si limita ad alcune “categorie” escludendone altre che invece potrebbero essere rivelate dalla percezione che ne hanno e dall’uso che ne fanno le comunità;

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• le proposte della Rete dei beni comuni emergenti (una rete informale auto-costituita che raccoglie tutte le principali esperienze dal basso di gestione di beni comuni attivate in Italia) che alimenta il confronto sulle pratiche e lo scambio di informazioni tra esperienze su procedure amministrative e pratiche gestionali innovative, costruzione di linguaggi comuni, conoscenza di leggi, sentenze e approcci giurisprudenziali e sviluppo di nuove ipotesi normative per fare giurisprudenza e innovazione amministrativa dal basso. La Rete, che si sta costituendo come soggetto autonomo con un proprio strumento di comunicazione all’esterno, sta lavorando anche per l’inserimento della categoria dei beni comuni nelle normative di pianificazione (come definizione nei Piani regolatori e come possibile standard urbanistico). A livello regionale: • i tentativi di normazione in corso della Regione Toscana (che per ora ha approvato solo una legge statutaria) e la nuova legge della Regione Lazio. A livello comunale: • l’adozione da parte di centinaia di città italiane dei regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni (sul modello di quello elaborato da Labsus con il Comune di Bologna e reso disponibile su Internet nel sito dell’associazione). Nati per favorire l’applicazione del principio di sussidiarietà attraverso i cosiddetti “patti di collaborazione” tra amministrazione e cittadini, basati sul presupposto della riorganizzazione della macchina amministrativa per favorire il passaggio da un suo ruolo di gestione e controllo a un ruolo abilitante della libera iniziativa dei cittadini, oggi mostrano la corda soprattutto a causa delle resistenze dell’apparato burocratico e di una tendenza delle pubbliche amministrazioni a interpretare i patti in modo poco favorevole alle reali esigenze dei cittadini. Le resistenze sono dovute sia a motivi politici legati al non riconoscimento di esperienze in atto nate da occupazioni – anche quando di queste sia pubblicamente riconosciuto il valore sociale (che nessuno si occupa di quantificare nei discorsi sulla valorizzazione degli immobili pubblici) – oppure sono dovute alla difficoltà della macchina amministrativa ad accogliere l’innovazione in assenza di un quadro normativo generale congruente. Ciò ha portato a utilizzare i patti soprattutto per piccole esperienze di collaborazione civica temporalmente e spazialmente definite, di gestione e piccola manutenzione, con caratteristiche molto diverse e interessanti.

Sito Internet di Labsus - Patti di collaborazione Per i processi di rigenerazione urbana e riuso di spazi abbandonati lo strumento dei patti di collaborazione, soprattutto nel caso di presidio e custodia di beni comuni già in atto da parte di comunità auto-costituitesi, in conflitto con processi di alienazione, privatizzazione e abbandono preesistenti, si è rivelato insufficiente. Molte amministrazioni e molte reti di cittadinanza attiva hanno sperimentato la rigenerazione urbana di beni comuni al di fuori dei patti di collaborazione con strumenti diversi (vedi la già citata esperienza di Napoli e della Rete dei beni comuni emergenti, il caso #spoletospaziriaperti in questa pubblicazione o le evoluzioni sul tema degli spazi nel comune di Bologna).

Sito Internet Comune di Bologna - Laboratorio Spazi

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Un vero processo di innovazione dovrebbe considerare preziose queste esperienze, monitorarle, valutarle nella loro complessità di impatti, usarle come casi studio, progetti pilota e incubatori per la trasformazione delle politiche e del quadro normativo seguendo l’antica pratica della nascita del diritto dalla consuetudine. Siamo dentro questo processo, per questo non ci vediamo chiaro. Tanti interessi si mescolano a confondere le acque. La crisi economica e del welfare; la continua riduzione di servizi e diritti acquisiti in nome delle esigenze sovra-determinate di pareggio di bilancio; i cittadini che cercano di garantire il benessere di comunità attraverso forme di cura e di auto-organizzazione ma si scontrano con un apparato normativo che potremmo definire kafkiano; lo Stato che cerca di strumentalizzare o inquadrare l’iniziativa autonoma dei cittadini; la comunità che è un concetto difficilmente definibile; il debito pubblico e le casse vuote che vengono usate come scusa per la vendita delle cose di tutti da parte dello Stato come fosse un’azienda qualunque; l’incapacità o la mancanza di volontà di riconoscere e quantificare il valore sociale al pari di quello economico, agendo a scapito del benessere e degli interessi dei cittadini stessi (che nella loro totalità spesso non coincidono con le comunità di coloro che si prendono cura dei beni comuni), che a quelle risorse vorrebbero continuare ad accedere e a fruirne in modo gratuito, libero e autonomo. Qui entrano in gioco visioni diverse di futuri desiderabili dove lo Stato “cede” potere a favore dell’autogoverno delle comunità oppure dove la sussidiarietà orizzontale è intesa come una funzione più accessoria e residuale di cittadini volontari dediti al “maquillage” urbano. Siamo dentro questo processo, ma questo non ci deve spaventare, anzi ci deve rendere ancora più

attivi e collaborativi per provare a costruire una visione comune e lungimirante della posta in gioco e della prospettiva nuova che ci potrebbero aprire i beni comuni. In questa Parte, Laura Pommella ci porta lungo i sentieri e le vie d’acqua delle colline di Camaiore, tradizionalmente manutenuti dalle comunità, poi abbandonati all’incuria (dello Stato) e ora in cerca di nuove forme collaborative di gestione. Chiara Porretta colloca il suo punto di vista dall’interno di un “Urban center”, una struttura comunale che cerca di uscire dalle gabbie della macchina amministrativa per incontrare la realtà dei cittadini, alla vigilia di elezioni amministrative che hanno portato a Ferrara per la prima volta dopo 70 anni un governo di centro-destra. Davide Fortini ci porta nel cuore di Milano a cercare le interazioni tra le nuove e vecchie popolazioni metropolitane, tra processi partecipativi istituzionali e di autopromozione sociale, tra volontariato civico e affidamento in gestione di spazi a start-up. Alfonso Raus e Anna Rita Cosso, invece, ci collocano in un percorso di sussidiarietà e di generazione progressiva di opportunità nella città di Spoleto, promosso da cittadini e organizzazioni, per favorire e attuare pratiche e strategie di riuso e rigenerazione partecipata di beni e spazi inutilizzati o da valorizzare. Anna Lisa Pecoriello, infine, incontra le realtà di cittadini che si prendono cura dei beni comuni in un percorso partecipativo che produce un contesto autonomo di autoapprendimento e coordinamento permanente, il Forum Civism Beni Comuni della città di Firenze, ancora in cerca di un riconoscimento istituzionale. Alfonso Raus aggiunge ulteriori riflessioni sui beni comuni, data la loro importanza per lo sviluppo di un diverso rapporto fa stato e cittadini.

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Pratiche

Il paesaggio degli abitanti di Laura Pommella

Titolo del progetto: Acque, sentieri, beni comuni Promotore: Comune di Camaiore Partecipanti: cittadini, associazioni, gruppi Finalità: manutenzione partecipata del territorio Finanziamento: co-finanziato da Autorità per la Partecipazione Regione Toscana e Comune di Camaiore Periodo di sviluppo: 2015 Ruolo dell’autrice nel progetto: co-progettista, co-conduttrice con Stefania Gatti; collaboratrici: Tania Mattei e Rossana Tognoni Approfondimenti: Sito Internet Open Toscana Partecipa: Acque-Sentieri-Beni comuni

Era la prima volta che conducevo un percorso partecipativo dopo aver frequentato, quasi casualmente, un corso presso la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa che mi aprì al mondo della partecipazione. In precedenza, alla facoltà di architettura, ero venuta a conoscenza delle espe-

rienze portate avanti da architetti del calibro di De Carlo e Piano, ma nel mio immaginario le avevo collocate in una dimensione quasi mitica, destinata ai “grandi” e personalmente me le sentivo precluse. Invece eccomi là, pronta a intraprendere una sfida che condensava elementi che da sempre avevo inseguito, girovagando tra le discipline alla ricerca dell’essenza del ruolo sociale della mia professione. Sono stata fortunata ad iniziare in una comunità così attiva, incline a trasformarsi in un laboratorio di pratiche e progettualità. Lo stesso paesaggio di Camaiore nella sua estensione – dal mare alle Alpi Apuane – presenta una biodiversità e una ricchezza che si rispecchiano nel carattere vivace della partecipazione che è emersa durante questa esperienza: molte le associazioni, i gruppi informali e i singoli che si occupano a vario titolo di questo territorio, in particolare della sentieristica. La loro vitalità a un certo punto si è dovuta confrontare con l’esigenza dell’amministrazione di dare una cornice formale allo “spontaneismo”: fare chiarezza, fissare alcune regole, esplicitare ruoli e responsabilità nella collaborazione tra cittadini ed Ente, per realizzare un modello di custodia attiva del territorio. Il processo si articolò in una serie di attività volte a identificare gruppi di abitanti-custodi che si impegnassero nella cura dei sentieri, condividendo una visione comune e non una somma di interessi specifici. Gli uffici comunali avevano già avviato una ricognizione dei sentieri percorribili in sicurezza prevedendone la riqualificazione e inserendoli nel programma dei lavori pubblici. La coincidenza temporale della progettazione, da parte degli uffici, con il percorso partecipativo, permise di sfruttare al meglio la sinergia: fu così definito l’ordine di priorità per gli interventi grazie alle indicazioni dei partecipanti. La programmazione tecnica del Comune si intrecciò così con la partecipazione attiva dei cittadini.

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Il primo focus group era rivolto a mappare l’operato delle associazioni. L’incontro fu significativo perché si tenne all’indomani di una violenta tempesta che provocò seri danni in tutta la Versilia. Villa Le Pianore – dove avrebbe dovuto tenersi il nostro incontro – era inagibile, il giardino storico fu colpito duramente e assomigliava a un campo di battaglia con decine di alberi abbattuti dalla tempesta. Il vento aveva toccato punte prossime ai 200 km orari, era sceso dalle pendici incanalandosi nelle valli e nelle pieghe tra i monti e le colline, al mattino la geografia del territorio pareva quasi stravolta. Ricordo l’atmosfera di drammatica intensità che aleggiava nella sala consiliare, una sensazione vibrante e indecifrabile di incredulità, impotenza e al tempo stesso la voglia di mettersi subito in azione. Quel pomeriggio condividemmo parole, emozioni e una consapevole importanza della manutenzione del territorio. Le testimonianze furono ascoltate dall’amministrazione che, in quella fase di emergenza, inviò all’incontro alcuni funzionari per raccogliere le segnalazioni. Le informazioni andarono a integrare il quadro conoscitivo istituzionale per programmare gli interventi sul territorio. Dai racconti furono raccolte varie criticità e fu appurato che alcuni sentieri erano ostruiti, il lavoro fu tradotto in una mappa contenente conoscenze utili alla banca dati istituzionale, che difficilmente avrebbe trovato una sua completezza qualitativa senza lo sguardo degli abitanti che quotidianamente vivono e percorrono il territorio. Al di là delle conseguenze dell’evento straordinario il patrimonio materiale della civiltà agro-pastorale che ha forgiato i territori è sempre più soggetto a un rapido degrado; è quasi un paradigma della fragilità della nostra epoca che predilige oggetti economicamente appetibili rispetto a quelli più umili, oggetto della devozione e della memoria popolare e così densi di significato. Nel percorso ho potuto apprendere

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quanto il recupero di un lavatoio, di un tabernacolo, di qualche metro di selciato possa stimolare senso di identità e di appartenenza ai luoghi. Se la co-progettazione di queste azioni manutentive viene svolta da e con gli abitanti, con chi conosce da vicino i bisogni sia propri che del territorio, allora si stimola l’intelligenza collettiva e si possono costruire politiche radicate ed efficaci. Un altro episodio particolarmente intenso fu l’intervista a un abitante-custode, forse troppo sensibile per intervenire negli incontri plenari dove il protagonismo delle associazioni era talvolta esuberante. Aveva qualche sassolino nella scarpa e fu lo stesso sindaco a chiederci di incontrarlo. L’atteggiamento di diffidenza durò solo il tempo in cui lo sfogo lasciò il passo all’ascolto e all’intesa dei nostri sguardi… sì, poteva fidarsi di noi e noi di lui; percepimmo di lavorare con la stessa finalità di intenti. Si aprì mostrandoci il suo personale progetto e una ricca documentazione raccolta con attenzione in una cartellina: stava recuperando in autonomia un tratto di sentiero, se ne era preso cura per anni (lo chiamava il “suo sentiero”) e lì accanto coltivava un orto. Nei mesi a seguire, quando sbocciavano fiori spontanei, ci inviava foto costellate di riflessi e colori. Era un grande conoscitore del territorio e dei suoi angoli più sperduti, che aveva dovuto raggiungere nel corso della sua passata esperienza lavorativa. Un autentico personaggio-chiave, custode di ricordi e aneddoti della comunità. Al suo sentiero si recava tutte le settimane e non mancava di sottolineare l’importanza di quell’azione di cura, come un atto di gentilezza verso il mondo e verso se stesso. Che avvenga per iniziativa di un singolo o per lavoro di un gruppo questi laboratori viventi contribuiscono a potenziare la conoscenza e la cura del territorio, ad attivare il monitoraggio in zone sensibili e, cosa molto importante, a “creare comunità” rinsaldando i legami di cittadinanza: da qui l’importanza di promuovere questo tipo


di progetti, perché le ricadute alla lunga, pur non essendo monetizzabili, fanno risultare attivo il bilancio sociale di una comunità. In quei mesi per me fu davvero sorprendente scoprire quante competenze silenziose e diffuse e quanti microprogetti fiorissero tra le pieghe del tessuto sociale; queste pagine non sono sufficienti per citare tutti quelli che ho sfiorato nel percorso. Il laboratorio di muri a secco mi regalò invece un primo saggio di conflittualità in presa diretta. Fu attivato un piccolo cantiere come occasione di formazione finalizzato all’acquisizione di competenze. Durante il laboratorio ci furono alcuni momenti di tensione per l’irruzione di un privato proprietario che intendeva fermare il nostro laboratorio. La questione bene comune/bene pubblico era più volte scivolata sul delicato crinale che separa il “diritto pubblico” dal “diritto privato”. La stessa impostazione del dipartimento di giurisprudenza indicava la dicitura “beni pubblici”, non rintracciando sufficienti fonti di diritto per il termine “beni comuni”. L’episodio sul campo fu istruttivo, sebbene in quel caso fosse chiara la destinazione pubblica del bene e la legittimità dell’intervento, ma permise di comprendere gli scrupoli dei giuristi nel circoscrivere il regolamento all’ambito dei “beni pubblici” o di dichiarato “uso pubblico”. Nelle discussioni erano già emerse posizioni differenziate, tra i partecipanti non vi era consenso, infatti alcuni ritenevano che il termine beni comuni fosse appropriato ma, al momento, ancora prematuro per il proprio Regolamento. L’aver sperimentato direttamente – in modo imprevisto – la problematica e il conflitto di interessi in quell’ambito delicato di interferenza, comunque la si pensi, accrebbe la consapevolezza di tutti sul tema. L’approccio della sussidiarietà orizzontale spesso ci introduce in un mondo dove incontriamo nuove pratiche (che poi scopriamo avere radici

antiche), messe in atto attraverso gli strumenti della contemporaneità. Queste pratiche, consuete alle comunità tradizionali (auto-costruzione, auto-manutenzione, cura condivisa di spazi pubblici, ecc.), oggi si rivelano estranee ai procedimenti della pubblica amministrazione, quindi distanti dal modus operandi dei suoi dipendenti. In questo e in altri percorsi ho trovato molto stimolante il cercare soluzioni in grado di armonizzare, sotto il profilo giuridico e sociale, aspetti apparentemente contrastanti. Da sempre ho prediletto le “zone margine”, come si chiamano in permacultura: le aree al confine degli ecotoni, in natura, sono quelle più ricche di biodiversità e vi si rintracciano elementi che appartengono sia all’una che all’altra zona. Nella partecipazione ci troviamo continuamente in una zona-margine ed è proprio lì che accadono le cose più interessanti e creative! Di contro gli enti pubblici, per loro natura e ruolo di garanzia nei confronti dei cittadini, si muovono nella zona delle norme consolidate e per questo motivo le sempre più diffuse esperienze collaborative della società civile non possono essere interpretate solo attraverso la lente della macchina amministrativa. La capacità dei cittadini più audaci di rispondere autonomamente ai propri bisogni rischia così di essere depotenziata davanti all’horror vacui da “assenza di procedura” di funzionari e dirigenti. La pubblica amministrazione è chiamata a osare il cambiamento, riconoscendo alla cittadinanza il legittimo ruolo sussidiario nel prendersi cura del bene comune. In questo percorso ho visto una positiva presa di responsabilità da parte dei cittadini e una corrispondente intraprendenza da parte dell’amministrazione nel percorrere la strada della sperimentazione. In definitiva, come è giusto che accada, il processo rimane aperto e gli strumenti raggiunti sono sicuramente perfettibili e in movimento, in sintonia con la comunità che se li è dati.

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Parte Sviluppo Seconda territoriale


Introduzione di Serenella Paci

Quando a fine del 2013 ho letto che un capo del Regolamento europeo recante disposizioni comuni per i fondi strutturali si intitolava “Sviluppo locale di tipo partecipativo”9 ho provato stupore ed emozione! Per la prima volta in un importante documento di programmazione della politica di coesione europea, veniva affiancata la partecipazione allo sviluppo locale, in maniera ufficiale e formale. Era come se per la prima volta fosse chiaro al programmatore europeo che le azioni di sviluppo locale non potessero più essere efficaci senza un’adeguata partecipazione attiva degli attori locali alla costruzione delle azioni stesse. Era come se l’impegno e la passione dei tantissimi innovatori, che per vent’anni avevano sostenuto con pratiche, esperienza, grandi sforzi, che l’unica strada possibile per un reale sviluppo locale sostenibile dei territori fosse attraverso i processi partecipativi, che solo attraverso la partecipazione attiva di tutti gli attori locali dello sviluppo 9. Regolamento Ue n. 1303/2013 del 17 dicembre 2013, Titolo III Programmazione, Capo II.

fosse possibile creare realmente. La nascita dei processi partecipativi, dei processi decisionali inclusivi, rappresenta un’importante innovazione di processo nell’azione delle pubbliche amministrazioni. Ma vado con ordine e provo a tracciare brevemente quelli che a mio avviso sono stati alcuni tra gli indirizzi e gli atti di programmazione, relativi da un lato allo sviluppo locale sostenibile e dall’altro allo sviluppo rurale, che maggiormente negli ultimi decenni hanno condizionato e spinto verso un approccio partecipativo nelle politiche di sviluppo. Per quanto riguarda lo sviluppo locale sostenibile sicuramente il primo grande impulso verso la partecipazione è partito dall’Agenda 21, il programma delle Nazioni Unite per il XXI secolo, siglato a Rio de Janeiro nel 1992 da 178 Paesi del mondo durante la Conferenza Onu su ambiente e sviluppo. Il capitolo 28 dell’Agenda 21 invitava le autorità locali a dialogare con le comunità, ad attivare una consultazione permanente attraverso la costituzione di un Forum, per riconoscere i bisogni, per analizzare le risorse locali, per definire una visione futura e gli obiettivi di sostenibilità, al fine di costruire un programma di azioni concrete e necessarie, un’Agenda 21 Locale, per raggiungere gli obiettivi prefissati, con la definizione degli attori che sarebbero stati responsabili dell’attuazione. Quello che oggi potremmo chiamare un vero e proprio percorso di progettazione partecipata dello sviluppo locale sostenibile. Da allora, a livello locale, sono state attivate tantissime iniziative di percorsi di Agenda 21 per promuovere lo sviluppo sostenibile, in Italia anche grazie a due bandi di finanziamento del Ministero dell’Ambiente. In tanti territori per la prima volta si è iniziato a discutere, confrontarsi

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e costruire iniziative locali di sviluppo sostenibile attraverso processi partecipativi. Negli anni successivi furono tante altre le indicazioni da parte dell’Onu e dell’Unione europea – oltre alle azioni di rete promosse ad esempio dalle Conferenze europee delle città sostenibili con gli Aalborg Commitments, dal Patto dei sindaci con la definizione dei Piani d’azione per l’energia sostenibile e il clima (Paesc) – che proseguivano col sostenere con forza che per creare sviluppo sostenibile, quindi uno sviluppo che integrasse le tre dimensioni economica, ambientale e sociale, fosse fondamentale attivare la partecipazione degli attori locali. Ancora oggi il tema è fortemente attuale e gli impegni sono rinnovati con la strategia, sempre promossa dall’Onu, dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi di 193 Paesi membri. Essa ingloba 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile – Sustainable Development Goals, Sdgs – in un grande programma d’azione con 169 target o traguardi. L’approccio partecipativo e inclusivo delle comunità locali nei processi decisionali di sviluppo è trasversale e presente in tutti gli obiettivi, in particolare negli ultimi due. Sito Internet Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite

Parallelamente, per lo sviluppo rurale, il Programma di Iniziativa Comunitaria (Pic) Leader Liaison Entre Actions de Développement de l’Economie Rurale, attuato a partire dal 1991 e basato sul potenziale endogeno di sviluppo di aree rurali circoscritte e omogenee (place-based), punta su uno sviluppo integrato e multisettoriale. È attuato da partenariati pubblico-privati (Gal – Gruppi di Azione Locale) e si concretizza nella formulazione di Piani di Sviluppo Locale attraverso

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processi partecipativi che promuovono il dialogo e l’interazione costruttiva tra tutti gli attori dello sviluppo (approccio bottom-up). Leader è attuato in Europa da circa 2.600 gruppi di azione locale (Gal), che interessano complessivamente oltre il 54% della popolazione rurale dell’Ue e riuniscono i gruppi di interesse del settore pubblico, privato e della società civile in un dato territorio. È stato riconosciuto come un programma di grande successo così che, nella programmazione comunitaria 2007-2013, il metodo ha fatto mainstreaming nei fondi strutturali, diventando l’approccio della programmazione per lo sviluppo rurale10. Tantissime sono state negli anni le pratiche di successo nei diversi territori europei che hanno dimostrato come uno sviluppo che valorizzi le risorse locali, che passi attraverso il coinvolgimento e la partecipazione attiva di tutti gli attori sia l’unico sviluppo che può portare un cambiamento duraturo nei nostri territori, perché solo creando empowerment negli attori locali, supportando e facilitando da parte della pubblica amministrazione un’azione positiva degli altri attori dello sviluppo, quindi principalmente l’impresa ma anche la comunità, solo attraverso il dialogo e la costruzione di obiettivi comuni a partire dall’analisi dei fabbisogni di un territorio si riesce a costruire le condizioni fondamentali per lo sviluppo. In alcuni territori delle nostre regioni italiane un altro importante contributo nel promuovere la partecipazione nei processi di sviluppo territoriale è stato dato dalle leggi sulla partecipazione nate in Toscana già dal 2007, in Emilia-Romagna nel 2010 e in seguito in Puglia nel 2017. In questi anni sono stati numerosi gli interventi promossi e orientati allo sviluppo territoriale, fino all’attuale Bando Partecipazione 2019 della Regione Emilia-Romagna, che vuole 10. Asse IV dei Programmi di Sviluppo Rurale regionali – Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale Feasr.


mettere al centro della governance territoriale e dello sviluppo di piani di strategia sostenibile la metodologia partecipativa, l’ascolto, la discussione, il pieno coinvolgimento della società civile e dei cittadini

dando premialità per i progetti sugli obiettivi di Agenda 2030 e per la pianificazione strategica dei territori. Una decisiva linea guida orientata dal paradigma della politica di sviluppo intesa come place-based o mirata a luoghi, che si è guadagnato il consenso internazionale nel corso degli ultimi venti anni, è stata fornita con il Rapporto Barca del 2009, di cui si riporta nel Box un breve estratto. Il Rapporto Barca “Un’agenda per la riforma della politica di coesione. Una politica di sviluppo rivolta ai luoghi per rispondere alle sfide e alle aspettative dell’Unione Europea” è un rapporto indipendente predisposto nell’aprile 2009, su richiesta di Danuta Hübner, Commissario europeo alla politica regionale, da Fabrizio Barca. Aspetti essenziali sono la realizzazione di interventi ad hoc messi a punto per specifici contesti territoriali e l’individuazione e l’aggregazione di conoscenze e preferenze degli attori locali. Uno tra i dieci pilastri riguarda il “promuovere la sperimentazione e mobilitare gli attori locali”. È necessario […] favorire una partecipazione democratica ampia alle decisioni, in particolare assicurare i seguenti tre requisiti: • la chiara identificazione degli obiettivi in termini di benessere dei cittadini, misurati da indicatori robusti, che consentano un confronto in merito ai progressi conseguiti e a quanto accade in altri luoghi, capaci di stabilire un punto focale per il dibattito pubblico e per l’azione; • una costante mobilitazione di tutti gli interessati stimolata dall’intervento esogeno, attraverso la produzione continua di informazione sulle azioni e sui risultati e la possibilità

di esprimere proposte alternative e di dare voce al dissenso; • un approccio sperimentale attraverso il quale gli attori collettivi locali possano sperimentare soluzioni esercitando il controllo reciproco; inoltre sia attivato un sistematico processo di apprendimento dove la valutazione di impatto abbia un ruolo di rilievo e i risultati degli interventi passati siano utilizzati per progettarne di nuovi.

Da questa consapevolezza nasce all’inizio della programmazione 2014-2020 il documento di indirizzo di cui ho parlato all’inizio, che finalmente mette al centro delle politiche di sviluppo territoriale lo sviluppo locale partecipativo con lo strumento del Clld – Community Led Local Development. Community Led Local Development. Con il Clld il Regolamento europeo obbliga i territori a continuare a utilizzare l’approccio Leader, l’approccio della partecipazione, per le politiche legate al Feasr , quindi al Fondo Europeo per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale e dà la possibilità, l’opportunità, e non l’obbligo, di utilizzare lo stesso approccio per gli altri fondi strutturali: il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale Fesr, il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca Feamp e il Fondo Sociale Europeo Fse.

Sarebbe interessante oggi fare una valutazione di quanto lo strumento del Clld sia stato effettivamente utilizzato nei territori italiani, perché non tutte le regioni hanno colto questa grande opportunità che la programmazione europea ha dato di integrare i progetti finanziati dai diversi fondi per lo sviluppo per costruire strategie e attuare progetti attraverso pratiche partecipative. Sicuramente ancora non sono prassi comune le politiche pubbliche partecipate per lo sviluppo locale, soprattutto non lo sono in maniera coerente lungo tutto il ciclo di vita del programma/ progetto, come indica il Project Cycle ManageCOLTIVANDO LA PARTECIPAZIONE

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ment11, approccio per la definizione di progetti di qualità orientati ai beneficiari, promosso dalla Commissione europea a partire dagli anni Novanta. Sito Internet European Commission, Project Cycle Management Guidelines, 2004

I motivi, a mio avviso, sono diversi: da un lato ancora una scarsa e inadeguata conoscenza delle pratiche partecipative, delle loro opportunità e della loro “forza”, ma anche una competenza limitata nelle amministrazioni pubbliche nell’attivazione di processi inclusivi di qualità per lo sviluppo locale; dall’altro lato, nella mia esperienza, spesso anche la paura da parte degli amministratori, che governano le politiche pubbliche, di perdere potere nel momento in cui coinvolgono altri attori locali, come le imprese e le associazioni, in genere la comunità nella definizione delle scelte. Ignorando, invece, che i processi partecipativi, se ben progettati, condotti e facilitati, hanno un carattere generativo di dinamiche collaborative, di apprendimento, di co-responsabilizzazione, di nuove forme di organizzazione, di crescita di capitale sociale. In questa Parte Seconda sono illustrati alcuni casi di processi partecipativi per lo sviluppo locale di dimensione territoriale differente: da un quartiere a un singolo territorio comunale a un’area vasta sovracomunale, attivati con differenti risorse economiche, sia da fondi europei sia da fondi provenienti dalle leggi regionali sulla partecipazione. Le esperienze che seguono, raccontate dai soci di Aip2, rappresentano un interessante spaccato della diversità dei processi partecipativi per lo sviluppo locale che si possono attuare nei nostri territori. Si differenziano infatti per l’oggetto e il 11. European Commission, Project Cycle Management Guidelines, 2004.

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tema in discussione, per la dimensione del contesto territoriale coinvolto, per la natura giuridica del soggetto promotore, per le risorse finanziarie che ne hanno permesso l’attivazione, per la durata e per i risultati raggiunti. Tutte le esperienze si caratterizzano però per aver attivato processi partecipativi multi-attore di qualità, con un approccio metodologico strutturato e con il supporto di una consulenza di processo per la facilitazione, permettendo alle comunità locali di portare un contributo attivo e garantendo il raggiungimento di risultati concreti. Tiziana Squeri ci conduce in un comune dell’Appennino emiliano dove la comunità locale ha partecipato con il percorso “Sentieri d’Idee” alla definizione di strategia e azioni per migliorare la qualità dell’offerta turistica, con il contributo della Regione Emilia-Romagna ai sensi della Legge per la Partecipazione, accompagnando la costituzione della prima Cooperativa di Comunità della Città Metropolitana di Bologna. Tullio Bagnati ci accompagna nel territorio del Parco Nazionale della Val Grande a conoscere il progetto “ComuniTerrae”, un’interessante esperienza di comunità che ha permesso, attraverso un processo di facilitazione e con il contributo attivo della comunità locale, la creazione delle mappe di comunità finalizzate alla realizzazione di un ecomuseo. Antonella Giunta ci racconta con emozione un processo partecipativo multi-attore attuato con un interessante strumento per lo sviluppo locale eco-sostenibile che è il “Contratto di Lago per il Massaciuccoli”, promosso in Toscana nell’ambito del Programma europeo di cooperazione Italia-Francia marittimo, con lo sviluppo di un programma di azioni per la tutela e valorizzazione del lago. Manlio Marchetta colloca il suo racconto, da esperto esterno, nella città di Carrara, in Toscana,


con oggetto di confronto il lungomare che fronteggia il Porto di Marina di Carrara, al centro di un processo partecipativo, denominato “Porto... le mie idee”, promosso da un’associazione di cittadini con il contributo della Regione Toscana con la Legge per la Partecipazione. Cristiana Verde ci dimostra, con l’esperienza Leader di un territorio del sud della Sardegna, come l’identità locale possa diventare una risorsa per lo sviluppo rurale con un ampio coinvolgimento della comunità attraverso un processo partecipativo strutturato e un’efficace azione di rete. Serenella Paci ci racconta come nel Sulcis Iglesiente, nel sud-ovest della Sardegna, il Gal abbia colto l’opportunità del Clld e dei fondi europei per costruire e attuare una strategia territoriale plurifondo di sviluppo locale partecipativo, sostenibile, integrata tra rurale e costiero, multisettoriale, con l’attivazione degli attori locali nel processo “Chi partecipa conta!”.

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Susan E. George e Chiara L. Pignaris fanno parte dell’associazione italiana per la partecipazione pubblica, nata nel 2011 con lo scopo di promuovere la qualità della partecipazione pubblica e della democrazia deliberativa ai diversi livelli, mirando, in particolare, a creare una comunità di pratica tra tutti coloro che ritengono che il coinvolgimento dei cittadini sia requisito essenziale per realizzare scelte più sostenibili e rendere la società più equa e solidale. aip2 raggruppa oggi in italia circa sessanta soci e sperimenta una leadership orizzontale e collegiale.

a cura di S.e. George - c.l. pignaris

coltivare partecipazione

esperienze e processi partecipativi raccontati da aip2

coltivare partecipazione

oggi abbiamo bisogno di tutte le risorse intellettive e immaginative del paese, non solo quelle degli esperti e dei politici ma di tutti: vecchi e giovani con ruoli, saperi, competenze e desideri diversi. Far convogliare tali embrioniche visioni in concrete proposte condivise è impegnativo, ma è l’ambizione dell’associazione italiana per la partecipazione pubblica che include tecnici della pubblica amministrazione, amministratori, politici, facilitatori e “semplici” cittadini. attraverso la costruzione di percorsi partecipativi di qualità, basati su onestà di informazione, si scoprono livelli profondi e trasversali del bene comune mentre si fanno prove di una democrazia dialogica più distribuita. Il libro, scaturito da una riflessione fra soci sulla complessità e criticità dei percorsi partecipativi, testimonia la possibilità di far affiorare e fiorire ricchezze etiche e costruttive di un’italia capace di apprendere dagli altri, se non racchiusa in barricate ideologiche consumate. le esperienze raccontate entrano nel vivo delle emozioni dei facilitatori e partecipanti, rivelando difficoltà e imprevisti e dimostrando come l’approccio partecipativo non debba ridursi a una burocratica somma di opinioni, ma essere nutrito da una visione trasformativa della società. il libro non è un manuale di buone pratiche ma un vibrante dietro le quinte dell’arte di facilitare. offriamo questi racconti, divisi in quattro aree – beni comuni, sviluppo locale, gestione creativa del conflitto e scuola – a un pubblico desideroso di costruire un’italia più equa, inclusiva, resiliente.

a cura di Susan e. George chiara l. pignaris

ISBN 978-88-6153-788-0 In copertina disegno di Fabio Magnasciutti

euro 16,00 (i.i.)

edizioni la meridiana p a r t e n z e

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Coltivare partecipazione. Esperienze e processi partecipativi raccontati da AIP 2  

Oggi abbiamo bisogno di tutte le risorse intellettive e immaginative del Paese, non solo quelle degli esperti e dei politici ma di tutti: ve...

Coltivare partecipazione. Esperienze e processi partecipativi raccontati da AIP 2  

Oggi abbiamo bisogno di tutte le risorse intellettive e immaginative del Paese, non solo quelle degli esperti e dei politici ma di tutti: ve...

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