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Patrizia Marzo, assistente sociale presso il NOT della Prefettura di Bari e antropologa culturale. Si è occupata di segretariato sociale, integrazione socio-sanitaria, probematiche migratorie, educazione alla legalità, sicurezza stradale e conciliazione dei tempi vita-lavoro. Ha realizzato importanti interventi di formazione e progettazione sociale. È docente incaricata di politiche sociali e Tecniche del Servizio sociale presso l’Università di Bari. È consigliera dell’Ordine degli Assistenti sociali di Puglia. Di recente è stata nominata presidente della Fondazione F.I.R.S.S. Con la meridiana ha pubblicato L’assistente sociale 2.0 (2015).

Patrizia Marzo

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ACCOGLIENZE PROVVISORIE

La ricerca presentata in questo volume è fra le prime in Italia ad indagare il rapporto fra il Servizio Sociale professionale ed i fenomeni migratori. Essa nasce dal bisogno di fare il punto sulle prassi, le richieste, le aspettative rivolte al Servizio Sociale dall’emergenza migratoria e assume un punto di osservazione unico, perché indaga tale fenomeno con gli occhi degli assistenti sociali di più aree del Paese che da anni operano in questo particolare ambito del welfare, raccogliendo diversi contributi e risposte che i servizi sono in grado di offrire in Italia. Nel testo non manca lo sguardo internazionale offerto da un’altra ricerca “gemella”. Il lavoro e le molte testimonianze che questo libro raccoglie, documentano uno stato dell’arte ancora profondamente frammentato, improntato all’idea e alle prassi che caratterizzano le emergenze, nonostante siano trascorsi più di 25 anni dai primi arrivi a Brindisi, nel marzo 1991, e a Bari con la nave Vlora, l’8 agosto 1991. I contributi presentati danno conto delle tendenze all’irrigidimento e alla chiusura (alimentate dal virus della paura) e del bisogno di consolidare il collante sociale della fiducia e della solidarietà. Esprimono l’amarezza e la solitudine diffusa di chi è ogni giorno investito dall’emergenza, ma anche di chi all’estero è impegnato su questo fronte. Aprono anche ad ulteriori ed inedite piste conoscitive, mostrando una marcata tendenza alla consapevolezza fra i professionisti dell’aiuto – in particolare fra chi opera in questo ambito da più tempo – delle contraddizioni a cui sinora hanno dato origine le politiche migratorie. Una consapevolezza che, tuttavia, genera la sperimentazione di prassi innovative, inclusive, fondate su approcci comunitari che rifiutano l’approssimazione di risposte prevalentemente contenitive. La lettura di dati fornita conferma anche l’esigenza di interpretare al meglio il ruolo richiesto all’assistente sociale, sempre più di mediazione e costruzione comunitaria, di intervento orientato a produrre amalgama tra le diverse componenti della popolazione, nella consapevolezza di intervenire in un campo in cui le scarse risorse possono indurre semplificazioni xenofobe e reazioni razziste.

ACCOGLIENZE PROVVISORIE Servizio Sociale Professionale e migrazioni

ISBN 978-88-6153-606-7 FOrmazione, INTERVENTO e ricerca per il servizio sociale

Euro 18,50 (I.i.)

9 788861 536067


a cura di Patrizia Marzo

Accoglienze provvisorie Servizio Sociale Professionale e migrazioni


Ringraziamenti Si ringraziano gli assistenti sociali che accolgono i migranti con professionalità e passione.

2017 © edizioni la meridiana via Sergio Fontana 10/C – 70056 Molfetta (BA) – tel. 080/3971945 www.lameridiana.it info@lameridiana.it ISBN 978-88-6153-606-7


Indice Prefazione Fenomeni migratori e Servizio Sociale: oltre il “fai da te”? di Antonio Nappi ................................................................... 7 Le ricerche Servizio Sociale Professionale e migrazioni forzate: riflessioni su un’indagine nazionale di Patrizia Marzo...............................13 Politiche migratorie, sistemi di welfare e minori migranti: una ricerca internazionale di Roberta T. Di Rosa, Gaetano Gucciardo, Gabriella Argento........................................................45 Le Testimonianze Accogliere e fare comunità in Calabria di Antonella Adilardi..............................................................73 Il Servizio Sociale prefettizio: l’esperienza pavese di Laura Anemone..................................................................79 Minori stranieri non accompagnati: sogni e bisogni di Antonella Bacchi................................................................85 Accoglienza e territorio in Sicilia: fare rete oltre l’emergenza di Rita Brischetto....................................................................91 Costruire speranze: essere assistenti sociali a Trieste di Silvia Chmet......................................................................97 Minori stranieri non accompagnati: identità da ricostruire di Gian Carlo Costantini...................................................... 101 Costruire accoglienza: il caso di una Ong a Taranto di Valentina D’Alò................................................................105 Prima accoglienza e formazione: l’università non basta di Erminia De Giglio...........................................................109 Servizio Sociale e accoglienza nella pubblica amministrazione: un dialogo tra centro e periferie di Mariella De Santis........................................................... 113 Accoglienza e territorio: il “Modello Marche” di Michela Moscatelli............................................................ 117 Costruire accoglienza: il caso di una cooperativa a Padova di Irene Pavanello.................................................................121


Il Servizio Sociale prefettizio: l’esperienza leccese di Stefania Ruggeri...............................................................125 Il Servizio Sociale negli enti locali: l’esperienza barese di Silvana Serini..................................................................129 Accoglienza e territorio in Abruzzo: dove i rifugiati diventano cittadini di Valentina Vizzani............................................................133 Il Servizio Sociale prefettizio: quali competenze di Eleonora Zanti.................................................................137 Conclusioni Riflessioni sulle prospettive professionali di Daniele Petrosino.............................................................143 A ppendice Nuove misure in materia di protezione dei minori stranieri non accompagnati di Maria De Donato............................................................ 153 Bibliografia.......................................................................... 161


Prefazione Fenomeni migratori e Servizio Sociale: oltre il “fai da te”? di Antonio Nappi1

La F.i.r.s.s. – Fondazione per la Formazione, l’Intervento e la Ricerca per il Servizio Sociale – è un organismo di recente istituzione. Nata per volontà del Consiglio dell’Ordine degli assistenti sociali della Puglia nel 2013, con l’intento di offrire opportunità, stimoli e supporto alla comunità professionale inserendosi nello scenario del welfare pugliese, di fatto, ha cominciato a operare attivamente solo dal 2015. Per questa ragione, la ricerca che ho il piacere di presentare, costituisce un “segno” efficace della sua vitalità. Ancor di più perché si tratta di una ricerca di carattere nazionale e perché affronta una tematica di indubbia complessità: i fenomeni migratori e le risposte che – nella varietà della geopolitica italiana – i servizi sono in grado di offrire. Peraltro assumendo un punto di osservazione originale, perché indaga tale fenomenologia con gli “occhi” del Servizio Sociale e degli assistenti sociali che operano in questo particolare ambito del welfare. Di sicuro, quindi, si tratta di una ricerca che apporta nuove conoscenze nel panorama degli studi sull’immigrazione, contribuendo – almeno in parte – a disegnare lo scenario delle attività e degli interventi che il Lavoro Sociale Professionale pone in essere in questa area. Se è vero che la nostra conoscenza si sviluppa mediante processi incrementali e per “congetture e confutazioni”, citando Karl Popper, allora questa ricerca ha il merito di spezzare il velo che tradizionalmente circonda il Servizio Sociale, a giusta ragione e per vocazione genetica impegnato a offrire risposte piuttosto che “raccontare” come e quali soluzioni attiva. Il lavoro di ricerca, e le molte testimonianze che questo quaderno raccoglie – tutte di autrici e autori direttamente impegnati nella gestione delle questioni connesse alle migrazioni, come operatori

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e/o studiosi (appassionati non solo e non tanto alla mera conoscenza, ma alla vita dei migranti come destino delle trasformazioni dell’umano e delle società occidentali) – documentano uno stato dell’arte ancora profondamente frammentato, improntato all’idea e alle prassi che caratterizzano le emergenze, benché siano ormai trascorsi più di 25 anni dai primi arrivi shock dei cittadini di una Albania in via di disfacimento: a Brindisi, nel marzo 1991, e a Bari con la nave Vlora, l’8 agosto 1991. Questo limite non può certo essere attribuito alla responsabilità degli assistenti sociali: anzi ai professionisti dell’aiuto deve essere ascritto il merito di adoperarsi e di attrezzarsi, al di là di ogni limite oggettivo (finanziario, istituzionale-organizzativo, di strumentazione e di mezzi, ecc.) esprimendo lo sforzo di uscire dall’impasse della provvisorietà e di una logica emergenziale ormai endemica. Una sorta di trappola paradossale, che tende a trasformare in extra-ordinario il fenomeno di flussi che da decenni caratterizza la “fortezza Europa”. E non manca, anche nell’uso dei termini, la cifra del paradosso: cosa c’è di più continuo e regolare di un flusso? Si vuole allora esaltare il modello particolaristico-localistico italiano fondato sulla regola di un mix, ampiamente diffuso nelle diverse aree del Paese: istituzioni (fragili-indecise-contradditorie) / terzo settore (creativo-accogliente-solidaristico, ma a volte corrotto e arraffone) / mercato (marginale-disinteressato, ma anche pronto a cogliere le opportunità di guadagno e perciò business oriented)? In realtà la ricerca della Fondazione F.i.r.s.s. sembra piuttosto mettere in luce una tendenza – certo virtuosa – al “fai da te”, ma che è anche la raffigurazione di un welfare approssimativo e straccione2, incapace di assumere in sé, “riflessivamente” (P. Donati) le fenomenologie che attraversano la società e la sfidano al cambiamento. Potremmo far risalire al celebre excursus simmeliano sulla figura dello straniero la chiara percezione di questa sfida; una riflessione nella quale uno dei più lucidi fra i padri fondatori della sociologia pone magistralmente il problema della connessione fra “alterità” e “spazialità”: Se il migrare costituisce, in quanto distacco da ogni punto spaziale dato, 8

l’antitesi concettuale alla fissazione in un tale punto, la forma sociologica


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dello “straniero” rappresenta […] l’unità di entrambe le determinazioni – certamente rivelando anche qui che il rapporto con lo spazio è soltanto da un lato la condizione, dall’altro il simbolo dei rapporti con gli uomini. Qui dunque non si intende lo straniero […] come il viandante che oggi viene e domani va, bensì come colui che oggi viene e domani rimane […]. L’unità di vicinanza e di distanza, che ogni rapporto tra uomini comporta, è qui pervenuta a una costellazione che si può formulare […] nei termini seguenti: la distanza nel rapporto significa che il soggetto vicino è lontano, mentre l’essere straniero significa che il soggetto lontano è vicino. […] Lo straniero è un elemento del gruppo stesso, non diversamente dai poveri e dai molteplici “nemici interni” – un elemento la cui posizione immanente e di membro indica contemporaneamente un di fuori e un di fronte3.

Con la chiusura delle frontiere e l’innalzamento di mura e barriere, questa dialettica “alterità/spazialità”, esprimendo un sostanziale rifiuto delle diversità – ormai relegate in categorie/classi linguistiche, vecchie e nuove (tutti extracomunitari, ma: minori stranieri non accompagnati, rifugiati, regolari, irregolari, clandestini, migranti economici, profughi, musulmani, vittime di tratta, diniegati, ecc.) – sembra oggi conoscere nuovi livelli di rigidità e di negazione dei diritti nel ricco Occidente (in particolare Stati Uniti ed Europa). Con l’aggravante di diffondere, come strategia politica, il virus della paura, sentimento antagonista del collante sociale della fiducia e della solidarietà. La ricerca che qui presento dà conto delle (e riflette le) tendenze all’irrigidimento e alla chiusura di questa dialettica; esprime l’amarezza e la solitudine diffusa in tutta Italia, ma anche all’estero (si veda infra l’intervento di Di Rosa, Gucciardo e Argento) di chi è impegnato su questo fronte, ma apre anche a ulteriori ed inedite piste conoscitive, mostrando una marcata tendenza alla consapevolezza fra i professionisti dell’aiuto – in particolare fra chi opera in questo ambito da più tempo – delle contraddizioni a cui sinora hanno dato origine le politiche migratorie. Una consapevolezza che genera la sperimentazione di prassi innovative, inclusive, fondate su approcci comunitari che rifiutano l’approssimazione di risposte prevalentemente contenitive (“Ti accolgo, ti ospito, ma in qualche modo ti ghettizzo, ti rendo passivo”). È fuori dubbio che i margini di manovra e di autonomia del Servizio Sociale e degli altri attori oggi attivi nell’area delle migra-

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Patrizia Marzo

zioni sono limitati, ma forte è la volontà di rendere meno incerta l’azione dell’accoglienza (per parafrasare il titolo di questo libro). Molta strada occorre percorrere sul piano della formazione degli operatori (che esprimono anche in questo caso consapevolezza dei propri limiti), ma indubbiamente vanno ripensate le politiche – in primis europee e, certo, italiane – di inclusione, che devono rivedere radicalmente il sistema di accoglienza, anche ampliando il livello di autonomia e di intervento in questa materia da parte di tutta la rete dei servizi sociali, socio-sanitari e culturali. Grazie ancora alla F.i.r.s.s. e alla curatrice del volume, che ha creduto più di tutti nell’importanza di questa ricerca, e all’intero gruppo di lavoro (ricercatrici e ricercatori) che ha reso possibile questo lavoro, già oggetto di presentazione in occasione delle Conferenze Escapes (Bari, giugno 2016) ed ESPAnet (Macerata, settembre 2016) e della prima Conferenza SocISS (Torino, maggio 2017): un ulteriore merito, in un momento storico in cui è diffusa la difficoltà di sviluppare ed alimentare il ciclo – vitale per i servizi e il welfare – della ricerca sociale4. E grazie per le dense testimonianze, il fondamentale apporto conoscitivo e gli stimoli provenienti da tutti gli assistenti sociali che hanno contribuito alla realizzazione della ricerca. Grazie alle coautrici e ai coautori di questo rapporto – terzo volume di una Collana del nostro Ordine pubblicata con le edizioni la meridiana di Molfetta – per la ricchezza delle loro riflessioni, che impegnano l’Ordine, la F.i.r.s.s. e la comunità professionale degli assistenti sociali a proseguire il cammino su questa strada.

Note 1. Antonio Nappi è presidente C.r.o.a.s. Puglia. 2. Depurata dalla spesa previdenziale e da quella sanitaria, la quota per il welfare locale (legge 328/2000), quello più “sensibile” e soggetto alla pressione dei bisogni espressi dalle comunità degli oltre 8000 comuni italiani, non assomma neanche a 7 miliardi di euro all’anno (fonte Istat). Una cifra che, in percentuale, è inferiore allo 0,5% del Pil nazionale! 3. Simmel, 1998, pp. 580-4. 4. Si veda, da ultimo, Inserra, 2016, pp. 7-16.

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Servizio Sociale Professionale e migrazioni forzate: riflessioni su un’indagine nazionale di Patrizia Marzo1

Premessa Com’è noto da troppo tempo nel nostro Paese il dibattito sui fenomeni migratori è ostaggio di opportunismi demagogici, ideologie populiste e interessi particolari, anziché essere posto al centro di un confronto tecnico-politico il più possibile sereno, serio, approfondito e costruttivo, come la natura del tema richiede. I risultati di tale inconcepibile impostazione del problema sono sotto gli occhi di tutti: una deriva xenofoba sempre più dilagante, di cui sono responsabili, in primis, la politica e i sistemi di comunicazione di massa. Una situazione non più oggettivamente tollerabile, non solo a causa dell’imperativo umano, morale e giuridico di concentrare le proprie energie sulle soluzioni delle inaccettabili stragi dei migranti, ma anche a causa delle infinite diatribe che si susseguono in materia fra l’Italia e l’Unione Europea, alle quali è necessario porre con urgenza una definizione. Il vivace dibattito intellettuale alla ricerca di un “modello italiano di accoglienza e integrazione”, avviato sin dagli anni Ottanta, ha oscillato nella storia contemporanea di questo Paese fra lacune politiche, spontaneismi locali di varia natura, carenze organizzative, cronici disinvestimenti programmatici ed economici. Gli attuali orientamenti verso cui tale dibattito si è avventurato, sono sostanzialmente descritti anche nella recente ricerca condot-

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Patrizia Marzo

ta dalla Fondazione F.i.r.s.s. sul tema “Servizio Sociale Professionale e immigrazioni”, di cui in questa pubblicazione si intende riportare i principali contenuti. Se, da un lato, la cifra costitutiva della ricerca è stata l’osservazione quali-quantitativa delle motivazioni, interpretazioni e approcci professionali degli assistenti sociali operanti nei servizi di accoglienza e integrazione degli immigrati, d’altro canto, attraverso la viva voce dei colleghi è stato possibile delineare un quadro ben più ampio rispetto al funzionamento dei nostri sistemi di accoglienza. Quello che presentiamo nel presente volume è, quindi, un percorso di ricerca e riflessione che travalica gli oggetti stessi dell’indagine, estendendosi dagli aspetti meramente professionali verso orizzonti di critica strutturale ed etica delle categorie fenomenologiche delle attuali immigrazioni.

La ricerca Il progetto di ricerca nazionale “Servizio Sociale Professionale e immigrazione” è stato promosso dalla Fondazione F.i.r.s.s. e realizzato da un’équipe di sei assistenti sociali e un sociologo; il coordinamento e la supervisione scientifica delle attività sono stati affidati a tre assistenti sociali esperti componenti l’équipe, di cui una è specializzata in antropologia culturale; la supervisione della fase di elaborazione dei dati raccolti è stata affidata a un sociologo2. La ricerca ha inteso verificare alcune ipotesi di partenza:

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• l’immigrazione è stata per troppo tempo un fenomeno sottovalutato dalle politiche nazionali. Ancora oggi, anche il Servizio Sociale Professionale lo percepisce come “periferico” rispetto ai settori “classici” di intervento (come l’infanzia e la maternità, la disabilità, la povertà, ecc.). • La mancanza, le lacune, la confusione nelle direttive “dall’alto” spingono, spesso, i colleghi delle realtà locali ad adottare interventi e prassi diversificate ed estemporanee. Ciò comporta una disomogeneità nelle risposte sul territorio nazionale. • Siamo testimoni privilegiati dell’inadeguatezza dei sistemi di accoglienza rispetto alle attuali esigenze.


ACCOGLIENZE PROVVISORIE

• Mentre le altre professioni si stanno ritagliando uno spazio definito all’interno del settore di intervento dell’immigrazione (ad esempio l’avvocato si occupa dei permessi di soggiorno, lo psicologo della mediazione culturale, il medico della salute, ecc.), il lavoro svolto dall’assistente sociale, invece, non è ancora ben riconosciuto nel settore. • La nostra formazione non è ancora adeguata rispetto agli interventi in materia di immigrazione. Sono stati indagati alcuni aspetti basilari del nostro lavoro con le persone immigrate, come, ad esempio: il livello di esperienza maturato dagli assistenti sociali che operano nel settore dell’immigrazione; le convinzioni personali sulle rappresentazioni di opportunità/rischio delle migrazioni attuali; la valutazione soggettiva sull’organizzazione dell’accoglienza; il senso del proprio ruolo all’interno degli enti; le competenze e la formazione maturata, le strategie tecnico-professionali da implementare per affrontare meglio i problemi connessi al proprio lavoro. La prima fase della ricerca si è svolta fra novembre e dicembre 2015, mediante la realizzazione di un sondaggio telefonico nazionale, intervistando 39 colleghi assistenti sociali di diverse regioni e di 13 città, individuati e suddivisi in tre contesti lavorativi: 1. sportelli immigrazione delle prefetture, 2. servizi sociali dei comuni, 3. terzo settore. In particolare, in questa prima fase sono stati intervistati colleghi di: Torino, Como, Pavia, Padova, Trieste, Arezzo, Ancona, Macerata, l’Aquila, Caserta, Benevento, Cosenza e Catania3. Dal sondaggio sono emersi alcuni elementi di particolare interesse, non solo per la categoria professionale, ma anche – indirettamente – per i sistemi di accoglienza del nostro Paese. Fra i principali risultati, infatti, si evidenzia una situazione normativa, amministrativa e organizzativa non sempre coerente e omogenea sul piano etico-deontologico (stanti i diversi carichi di lavoro e i livelli di emergenza), a livello geo-politico (date le differenze fra le diverse politiche regionali e provinciali) e sul piano normativo (stanti le contraddizioni fra i bisogni reali dei gruppi, delle popolazioni e dei professionisti e le risposte politiche poste in essere).

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La Fondazione ha, quindi, ritenuto di proseguire la ricerca in una seconda fase, avviata a gennaio 2016 e conclusasi il 31 maggio, concentrando particolare attenzione al mondo del terzo settore, scarsamente rappresentato nella fase precedente. A tal fine sono state/i intervistate/i le colleghe e i colleghi che operano presso gli enti del terzo settore iscritti (in quel momento) nel “Registro delle associazioni e degli enti che svolgono attività a favore degli immigrati” istituito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione.

Il campione Il campione definitivo risulta, quindi, il seguente: • 13 assistenti sociali su 103 di U.t.g. prefetture, Sportello Unico Immigrazione (12,6%); • 13 assistenti sociali su 118 comuni capoluogo di provincia (11%); • 119 assistenti sociali su 739 enti del terzo settore iscritti nel Registro del Ministero del Lavoro (16,1%); per un totale di 145 assistenti sociali distribuiti in gran parte del territorio nazionale. Sono state coinvolte, infatti, tutte le regioni tranne il Trentino Alto Adige, la Valle d’Aosta, l’Umbria e il Molise, presso i cui enti privati non è stato possibile contattare assistenti sociali. Ai professionisti sono state richieste: • generalità; • sesso; • anzianità di servizio nel settore delle migrazioni; • tipologia e ubicazione dell’Ente di appartenenza; • principali funzioni e mansioni ricoperte all’interno dell’organizzazione di lavoro. Il campione intervistato è risultato essere composto dall’83% di femmine e dal 17% di maschi. 16


ACCOGLIENZE PROVVISORIE

MASCHI 17%

INTERVISTATI PER SESSO

FEMMINE 83%

Le regioni che hanno apportato il maggiore contributo al sondaggio sono state, nell’ordine: Sicilia e Lazio (entrambe con 27 interviste), Lombardia (21), Calabria (16), Campania (10). Le regioni meno coinvolte, invece, sono state la Basilicata, l’Emilia Romagna e la Sardegna (1 intervista per regione). REGIONI COINVOLTE 30

100%

27

27

25 75%

21

20 16

15 10

10 5

4 1

3% 1%

3 7% 1

1% 2%

14% 4%

6 4 1 5% 3% 4% 1%

19% 3

25%

6%

2%

0%

Ab ru Ba zzo sil ic Ca ata lab Ca m ria pa Em nia il Fr ia R iu li V . .G . La zio L Lo igur mb ia ar d M ia ar Pie che m on t Pu e Sa glia rd eg na Sic To ilia sca n Ve a ne to

0

11%

8

7

6 19%

50% N° %

Per quanto concerne l’anzianità di servizio nel settore dell’immigrazione: il 31% del campione risulta impegnato da meno di 5 anni, il 30,3% da 5 a 10 anni e il restante 38,6% lavora da oltre 10 anni, soprattutto nel Centro e nel Sud. 17


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ANNI DI LAVORO CON L’IMMIGRAZIONE / PER TERRITORIO

21.4 34.4

38.6

41.2

41.9

oltre 10 anni 32.1

da 5 a 10 anni

16.1

30.3

43.8

32.4

16.6

19.4

28.6

22.6

17.9

SUD

ISOLE

3-5 anni

11.8

9.4 14.5

12.5

14.7

TOTALE

NORD

CENTRO

0-2 anni

La rilevazione sulla tipologia degli enti di appartenenza ha evidenziato una netta maggioranza di assistenti sociali dipendenti da cooperative sociali (45,5%) e associazioni (22,8%) a fronte di percentuali ben inferiori relative alle prefetture (9%) e ai comuni (8,3)4.

Prefettura 9% Comune 8%

SS ASL 0% ONG 1% Fondazione 3%

Ente di ricerca 1%

Consorzio 5%

Ente religioso 5%

Cooperativa 45% Associazione 23%

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Gli enti locali coinvolti, tuttavia, rappresentano contesti diversificati: dalla città metropolitana alla piccola provincia, dal Nord al Centro e al Sud-isole, dai centri urbani più coinvolti dai flussi immigratori a quelli meno interessati.


ACCOGLIENZE PROVVISORIE

ANNI DI LAVORO SULL’IMMIGRAZIONE DISTINTI PER ENTE DI APPARTENENZA

Ente di ricerca Fondazione ONG SS ASL Prefettura Comune Consorzio Ente Religioso Assoc Coop 0,0

20,0

Coop

Assoc.

Ente religioso

40,0

Consorzio

60,0

Comune

80,0

Prefettura Consorzio

100,0

ONG

Fondazione

Ente di ricerca

0,0

› 2 anni

12,1

24,2

33,3

30,3

8,3

23,1

0,0

0,0

25,0

2-5 anni

21,2

9,1

27,3

42,4

16,7

7,7

0,0

0,0

0,0

0,0

5-10 anni

0,0

14,3

42,9

42,9

8,3

23,1

0,0

100,0

25,0

0,0

› 10 anni

14,3

14,3

57,1

14,3

66,7

46,2

100,0

0,0

50,0

100,0

Fra gli enti del terzo settore figurano, oltre alle cooperative e alle associazioni, anche enti religiosi, consorzi, Ong, fondazioni ed enti di ricerca (benché in misura residuale).

Le migrazioni: opportunità o rischio? Nel dare per scontato l’imperativo etico del “mettere la persona al centro” (della relazione, dell’attenzione, del proprio impegno) che guida l’operato degli assistenti sociali, con questa domanda la ricerca ha provato a sondare il livello motivazionale degli operatori nel lavoro per l’integrazione sociale fra immigrati e comunità locali. I risultati di questa valutazione sono stati decisamente positivi: circa il 72% del campione giudica il fenomeno un’opportunità per tutti, anche se la distribuzione delle risposte positive non è omogenea sul territorio nazionale (si passa dal 61,4% nel Nord, all’84,2% nel Centro e al 74.3% nel Sud/Isole). Le motivazioni espresse per tale giudizio sono sia di ordine “ideale”, come l’arricchimento reciproco derivante dall’integrazione e dagli scambi culturali e il contributo alla soluzione dei problemi

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demografici delle nostre società, sia di tipo più “pratico”, come le grandi opportunità che si aprono per il mercato degli affitti nelle nostre città, la maggiore disponibilità di manodopera per particolari settori produttivi (come le coltivazioni di agrumi, pomodori, ecc., il settore turistico). In alcuni casi è stato osservato che grazie all’immigrazione si è generato un positivo indotto economico anche per le comunità locali, soprattutto nel terziario (scuole, trasporti, commercio locale). Per il 4,5% il fenomeno è un’opportunità solo per i migranti, per l’1,7% è un’opportunità solo per la nostra società. Al contrario, il 9,6% del campione giudica le migrazioni un rischio per tutti, ma anche qui, benché il dato sia molto inferiore rispetto ai precedenti, vi è disomogeneità sul territorio: a fronte del 13,6% delle risposte nel Nord e dell’11,5% circa nel Sud/ Isole, il Centro ha espresso appena il 5,3%. Inoltre, si registra un totale di 8,4% che giudica il fenomeno un rischio solo per i migranti, mentre per il 3,9% è un rischio solo per la nostra società. La percezione del rischio è collegata ai crescenti bisogni di sicurezza/legalità. Sono stati evidenziati, in proposito, diversi problemi: • la notevole differenziazione fra territori in merito alle procedure di identificazione all’ingresso; • l’aggravarsi del fenomeno della tratta degli esseri umani; • l’incerto destino dei minori stranieri non accompagnati (Msna); • l’attuale fase di crisi economica, che non aiuta l’inserimento socio-lavorativo degli immigrati e genera “guerre fra poveri”, soprattutto in certi territori già deprivati; • la mancanza di lavoro che spinge alla clandestinità e a continue fughe dai campi e dalle strutture di accoglienza; • la presenza di organizzazioni criminali, che riescono a trasformare segmenti dei sistemi di accoglienza in fonti di business e sfruttamento, cosa che accade perfino nella gestione di alcuni Cara. In alcune aree del Paese i centri di accoglienza “nascono come funghi”, perché nascondono interessi privati.

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ACCOGLIENZE PROVVISORIE

IMMIGRAZIONE: OPPORTUNITÀ O RISCHIO?

120

100

3,9% 8,4%

80

4,5% 13,6%

9,6% 1,7% 4,5%

2,6% 2,6% 5,3% 2,6% 2,6%

2,6% 5,1% 10,3% 2,6% 5,1%

13,6%

3,8% 3,2% 12,9% 3,2% 6,5%

Un rischio per la nostra società

2,3% 4,5% 60

Un rischio per i migranti

84,2%

40

71,9%

74,4%

74,2%

Un rischio per tutti

61,4% Opportunità solo per la nostra società

Opportunità solo per i migranti

20

Opportunità per tutti

0 TOTALE

NORD

CENTRO

SUD

ISOLE

In generale gli assistenti sociali intervistati hanno manifestato preoccupazione per gli elevatissimi rischi che gli immigrati si assumono quotidianamente, non solo durante le traversate in mare. Infatti, anche dopo l’arrivo, questi soffrono per il divario troppo alto che si crea fra la qualità della vita personale e quella sociale che osservano intorno a loro. È stato spesso osservato che l’incidenza demografica territoriale degli immigrati è giudicata “pesante” in alcuni territori: ciò non garantisce un’adeguata accoglienza, le aspettative si infrangono, il processo di integrazione viene sacrificato e sostituito dall’assistenzialismo e dalla cronicizzazione delle marginalità. Secondo alcuni operatori, ancora oggi esistono nodi critici elementari, come il rilascio del permesso di soggiorno e l’accesso ai servizi sanitari, dovuti anche a pregiudizi di fondo, che limitano l’accoglienza e la riducono a puro assistenzialismo. È stato anche evidenziato che, a dieci anni dalla “Bossi-Fini”, oggi abbiamo i primi “cittadini” riconosciuti dal nostro Paese, ma per molti di loro questo rappresenta solo l’opportunità per andar via dall’Italia e cercare sistemazioni migliori in altri paesi europei. Un altro tema oggetto di rischi, particolarmente sentiti in questo periodo, è rappresentato dalle condizioni delle seconde e terze ge-

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nerazioni: spesso si osservano conflitti interni alle famiglie dovuti al disquilibrio tra i valori acquisiti dai giovani, a scuola e nella società, e i valori culturali tradizionali trasmessi dagli adulti. Va detto che le interviste sono antecedenti alla legge n. 46 del 13 aprile 2017, di conversione del cosiddetto “decreto Minniti”, che ha inteso analizzare e correggere alcuni problemi rilevati. Poiché è prematura una valutazione sull’efficacia degli interventi normativi del nuovo decreto, si deve evidenziare che lo stesso è fortemente contestato da gran parte delle agenzie sociali che si occupano della gestione dei fenomeni migratori.

Valutazioni sull’organizzazione dei sistemi di accoglienza Complessivamente lo sguardo dell’assistente sociale sulla qualità dell’accoglienza risulta positivo. In particolare l’accoglienza è giudicata sufficiente per il 30,3%, buona per il 25,5%, ottima per il 3,4% del campione. Peraltro, le percentuali sono sostanzialmente equivalenti nel Nord, Centro e Sud del Paese, se si esclude il picco del 42,9% del sufficiente relativo alla Sicilia. Resta, tuttavia, un buon 35,9% che giudica mediocre la qualità dell’accoglienza e il 4,8% che la definisce pessima. Più complesso risulta descrivere – anche se brevemente – le motivazioni riferite a tali giudizi, che di seguito si sintetizzano sommariamente in “aspetti negativi” e “aspetti positivi”. ACCOGLIENZA PESSIMA

ISOLE

35,7

SUD

6,5

CENTRO

8,8

NORD TOTALE

22

,0

MEDIOCRE

3,1 4,8

SUFFICIENTE

BUONA

OTTIMA

21,4

42,9 35,5 32,4

37,5 35,9

29,0

25,8

29,4 25,0 30,3

,0 3,2

29,4 28,1

,0 6,3

25,5

3,4


ACCOGLIENZE PROVVISORIE

Gli aspetti negativi dell’accoglienza sono attribuiti prevalentemente agli approcci di “contenimento”, “passivizzazione”, “puro assistenzialismo” e “perenne emergenza” con i quali si continua ad affrontare il fenomeno nel nostro Paese: si pensa troppo a “parcheggiare” le persone immigrate e a offrire loro assistenza, piuttosto che favorire l’autodeterminazione e la valorizzazione delle risorse di cui sono portatrici. La grande accusa mossa alla politica è quella di trascurare la prevenzione. Inoltre, i tempi previsti per i passaggi burocratici (riconoscimenti, permessi, autorizzazioni, ecc.) sono estremamente lunghi e dannosi, anche per la sicurezza e l’incolumità delle persone. Un altro enorme problema è connesso alla disomogeneità territoriale delle risposte fornite ai bisogni dei migranti: risposte che in molti casi cambiano da città a città – se non addirittura nel medesimo contesto urbano – e che, comunque, non sono mai sufficienti per tutti. Gli altri gravi problemi riguardano l’inadeguatezza delle normative nazionali e regionali, i pericoli di infiltrazione delle organizzazioni criminali nei sistemi di accoglienza territoriali, l’impreparazione del personale preposto all’accoglienza, che spesso tratta gli immigrati come “numeri”. Per quanto concerne il settore pubblico, qualche collega (soprattutto del Nord) ha evidenziato comportamenti di chiusura da parte di alcuni comuni, una dannosa mancanza di coordinamento fra le forze dell’ordine, un’attenzione sproporzionata dei media alla “quantità” del fenomeno più che alla qualità degli interventi. Tutto ciò influisce negativamente anche sul progetto educativo individuale (Pei). Altri colleghi (in particolare del Sud) hanno invece evidenziato difformità nei protocolli operativi, che si verificano, ad esempio, in diversi ambulatori sanitari della stessa città. È stata lamentata, inoltre, la mancanza di coordinamento e conoscenza di buone prassi e del Servizio del pronto intervento sociale (Pis). Diversi professionisti – distribuiti uniformemente sul territorio nazionale – hanno operato una netta distinzione fra la qualità della prima e della seconda accoglienza. Alcuni non condividono l’impostazione dell’organizzazione della prima accoglienza, in quanto mera erogazione di vitto e alloggio, giudicandola decisamente più scadente rispetto alla seconda. Altri, al contrario, ritengono positiva

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la prima accoglienza, in quanto caratterizzata da solidarietà spontanea, mentre la seconda, affidata alle istituzioni, è più trascurata: l’esempio più eclatante riguarda i minori stranieri non accompagnati che, al compimento della maggiore età, perdono all’improvviso ogni punto di riferimento socio-assistenziale. Anche su quest’ultimo tema, di recente, il parlamento ha approvato un’altra specifica norma: “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” (legge n. 47 del 7 aprile 2017).

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In riferimento agli aspetti positivi emersi è opportuno premettere che nella gran parte delle interviste ha prevalso il senso della “positività nonostante tutto”: gli operatori, pur consapevoli delle molteplici fragilità dei sistemi di accoglienza, riescono a registrare i progressi, benché minimi5. I punti di forza individuati nei sistemi di accoglienza non sono certo numerosi, eppure rappresentano per il campione intervistato segnali di inequivocabile positività. Una favorevole valutazione è generalmente espressa sui Progetti Sprar: per gli operatori, gli unici interventi che consentono in molti casi interventi personalizzati. In alcuni territori, i contatti fra le persone e le strutture di accoglienza avvengono in tempi anche veloci, grazie soprattutto all’integrazione istituzionale (ad esempio, fra Anci, Prefettura, Regione); in altri sono state avviate soddisfacenti esperienze di Lsu (Lavoro socialmente utile), come i servizi piedibus per le scuole o la collaborazione con il corpo militare degli alpini per l’organizzazione delle feste patronali, che hanno offerto un ottimo riscontro anche sul piano dell’integrazione sociale. Alcuni colleghi hanno evidenziato il senso di “umanità” con il quale reagiscono diverse comunità civili, che consente una pianificazione più serena delle risposte ai problemi dell’accoglienza; altri hanno esaltato il valore del lavoro in rete e interdisciplinare fra operatori, soprattutto nei casi di assistenza socio-sanitaria; altri ancora hanno evidenziato l’importanza della formazione e il ruolo della figura del mediatore interculturale, specie se stabilmente previsto nei servizi. Tuttavia, la motivazione positiva più diffusa è rappresentata dal rispetto personale e professionale delle norme etico-deontologiche previste dal proprio ruolo: il solo fatto di consi-


ACCOGLIENZE PROVVISORIE

derare le persone nella loro complessità e totalità, con i loro bisogni e con le loro risorse, è vissuto dagli operatori come un contributo di per sé già molto utile e spesso determinante nella vita dei migranti che giungono da noi in circostanze drammatiche e traumatiche.

Il rapporto fra i diversi attori dei sistemi di accoglienza La ricerca non ha rilevato una vera e propria contrapposizione fra i servizi generalisti e specialistici, tuttavia il rapporto fra i diversi attori, pubblici e privati, è stato oggetto di alcune importanti riflessioni. Innanzi tutto è stato osservato dalla gran parte degli assistenti sociali del settore pubblico che, a seguito della attuale crisi economica, anche i sistemi di accoglienza risentono di una grave penuria di risorse: troppo spesso i costi ricadono quasi completamente sui comuni, già molto provati dai progressivi gravi tagli al welfare, operati dalla politica. Inoltre, sempre da parte degli operatori del pubblico, si segnala che il personale delle strutture private non è sempre formato e preparato ad affrontare i problemi: ad esempio, molti ospiti lasciano le strutture di accoglienza senza neppure essere in possesso dei documenti necessari per affrontare l’immediato futuro. Anche gli assistenti sociali del terzo settore concordano sulla necessità che vi siano controlli più stringenti e frequenti sulla qualità dell’accoglienza offerta: per alcuni spesso non sono rispettati neppure gli standard qualitativi minimi, si verifica un’“accoglienza al ribasso”; per altri il giudizio è sufficiente in quanto le strutture riescono comunque a erogare il minimo per la sussistenza a tutti. Da parte del privato sociale, inoltre, si denuncia il pubblico per l’esasperante lentezza delle procedure burocratiche relative al riconoscimento dello status di rifugiato, che condiziona anche i tempi per eventuali ricorsi e che lascia, quindi, molte persone nell’indeterminatezza giuridica anche per diversi anni. Anche su questo argomento, viene generalmente ritenuta sufficiente la qualità degli Sprar, mentre per quanto riguarda i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) in capo alle prefetture, i giudizi sono discordanti.

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Patrizia Marzo, assistente sociale presso il NOT della Prefettura di Bari e antropologa culturale. Si è occupata di segretariato sociale, integrazione socio-sanitaria, probematiche migratorie, educazione alla legalità, sicurezza stradale e conciliazione dei tempi vita-lavoro. Ha realizzato importanti interventi di formazione e progettazione sociale. È docente incaricata di politiche sociali e Tecniche del Servizio sociale presso l’Università di Bari. È consigliera dell’Ordine degli Assistenti sociali di Puglia. Di recente è stata nominata presidente della Fondazione F.I.R.S.S. Con la meridiana ha pubblicato L’assistente sociale 2.0 (2015).

Patrizia Marzo

a cura di

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La ricerca presentata in questo volume è fra le prime in Italia ad indagare il rapporto fra il Servizio Sociale professionale ed i fenomeni migratori. Essa nasce dal bisogno di fare il punto sulle prassi, le richieste, le aspettative rivolte al Servizio Sociale dall’emergenza migratoria e assume un punto di osservazione unico, perché indaga tale fenomeno con gli occhi degli assistenti sociali di più aree del Paese che da anni operano in questo particolare ambito del welfare, raccogliendo diversi contributi e risposte che i servizi sono in grado di offrire in Italia. Nel testo non manca lo sguardo internazionale offerto da un’altra ricerca “gemella”. Il lavoro e le molte testimonianze che questo libro raccoglie, documentano uno stato dell’arte ancora profondamente frammentato, improntato all’idea e alle prassi che caratterizzano le emergenze, nonostante siano trascorsi più di 25 anni dai primi arrivi a Brindisi, nel marzo 1991, e a Bari con la nave Vlora, l’8 agosto 1991. I contributi presentati danno conto delle tendenze all’irrigidimento e alla chiusura (alimentate dal virus della paura) e del bisogno di consolidare il collante sociale della fiducia e della solidarietà. Esprimono l’amarezza e la solitudine diffusa di chi è ogni giorno investito dall’emergenza, ma anche di chi all’estero è impegnato su questo fronte. Aprono anche ad ulteriori ed inedite piste conoscitive, mostrando una marcata tendenza alla consapevolezza fra i professionisti dell’aiuto – in particolare fra chi opera in questo ambito da più tempo – delle contraddizioni a cui sinora hanno dato origine le politiche migratorie. Una consapevolezza che, tuttavia, genera la sperimentazione di prassi innovative, inclusive, fondate su approcci comunitari che rifiutano l’approssimazione di risposte prevalentemente contenitive. La lettura di dati fornita conferma anche l’esigenza di interpretare al meglio il ruolo richiesto all’assistente sociale, sempre più di mediazione e costruzione comunitaria, di intervento orientato a produrre amalgama tra le diverse componenti della popolazione, nella consapevolezza di intervenire in un campo in cui le scarse risorse possono indurre semplificazioni xenofobe e reazioni razziste.

ACCOGLIENZE PROVVISORIE Servizio Sociale Professionale e migrazioni

ISBN 978-88-6153-606-7 FOrmazione, INTERVENTO e ricerca per il servizio sociale

Euro 18,50 (I.i.)

9 788861 536067

Accoglienze provvisorie  

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