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Silvia Rizzello Silvia Rizzello Silvia Rizzello è giornalista freelance, mediatrice interculturale e docente in didattica dell’italiano per stranieri. Laureata in Comunicazione, collabora con le scuole nella realizzazione di progetti di intercultura ed educazione ai media. È ricercatrice per il Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico Immigrazione. Per un breve periodo ha vissuto in Canada dove ha seguito l’attività dell’Istituto interculturale di Montreal. È referente per l’Italia dell’organizzazione “Kyempapu” che garantisce istruzione, benessere e sport a bambini e giovani ugandesi. Nel 2015 ha vinto il premio “Giornalista di Puglia Michele Campione” per la cronaca. Sui temi dell’accoglienza e “il gusto delle differenze” ha già pubblicato Favola agrodolce di riso fuorisede (Kurumuny, 2016).

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A SCUOLA IL MONDO CONTA Percorsi e attività di mediazione e comunicazione interculturale

A SCUOLA IL MONDO CONTA

Nella stesura di questo lavoro c’è un solo punto di partenza: lo sguardo, sempre diverso ma vivo, di tanti bambini, giovani e adulti eredi di una o più culture in movimento nel Belpaese. Un transito di saperi, questo, che produce inizialmente un senso di “stranierità”, il primo step di un processo in cui l’entrare in contatto con una persona di origine straniera, sconosciuta, obbliga al “confronto/scontro” tra menti diverse. I disagi che ciò comporta coinvolgono tutti (autoctoni, vecchi e nuovi arrivati), senza alcuna distinzione di sorta: studenti, dirigenti, insegnanti, personale ausiliario, amministrativo, esperti esterni, incluso lo stesso mediatore interculturale. Quanto accade nella Scuola è lo specchio fedele di ciò che avviene fuori, nella vita di tutti i giorni. Le radici culturali, che devono pur restare quale tratto distintivo dell’identità di ciascun individuo, dovrebbero essere considerate una delle tante tonalità di una tavolozza di colori da cui tutta la collettività possa attingere e trarne giovamento, con l’obiettivo di cogliere il meglio di ogni singola cultura per una società interconnessa in cui ognuno possa occupare un posto, rivestire una funzione per la realizzazione del bene comune. Meglio educare alle sfumature, insegnando che nelle diversità c’è più gusto. Il metodo proposto in queste pagine prepara il terreno a diventare fertile in una realtà sempre più plurale, a misura di differenze e in un mondo “networkizzato” dove i confini spazio-temporali stanno scomparendo. Nella mediazione interculturale ciò che conta non è il risultato ma quello che succede dal basso, in maniera orizzontale, tra i banchi di scuola.

Silvia SilviaRizzello Rizzello

ISBN 978-88-6153-676-0 ISBN 978-88-6153-676-0

9 788861 536760 9 788861 536760

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Silvia Rizzello

A SCUOLA IL MONDO CONTA Percorsi e attivitĂ di mediazione e comunicazione interculturale


Indice

Introduzione..................................................... 11 Parte Prima I concetti chiave Pre-scriptum.................................................... 17 Definizione sulla carta del mediatore culturale e mediatore interculturale........................... 17 Una questione in termini: multiculturale, interculturale, transculturale....................... 18 Un po’ di storia............................................ 19 L’ambiguità sul campo................................. 20 Lavorare negli interstizi: la motivazione di una mediatrice interculturale............................. 23 Provenienza vs Competenza: quanto conta l’esperienza.................................................. 24 Il valore della complementarità................... 29 Parte Seconda Quel che accade Il contesto scuola............................................. 33 Ordine e disordine....................................... 33 Mediazione interculturale e scuola............. 34 Tra norme, circolari e prassi........................ 34 L’arrivo e le differenze................................. 37 L’idea di un mestiere con la bacchetta magica.......................................................... 38 In classe............................................................ 41 L’efficacia delle in-certezze diverse............. 41 Mediatore/Insegnante................................. 44 Il benvenuto in classe.................................. 45 Ruoli e modelli............................................. 49 Dall’accoglienza ai banchi: dal mio Paese all’Italia................................. 51 Alcuni ritratti............................................... 55


Parte Terza La palestra delle differenze Idee e proposte didattiche Il senso della media education Educare all’informazione come nuova frontiera interculturale................................ 65 Istruzioni per l’uso....................................... 66 Attrezzi e consigli........................................ 66 La palestra delle differenze............................. 69 Eco-idee (da ri-prendere) al volo…............ 94 Appendice Utilità Webgrafia – Vademecum in Rete................ 99 Impronte........................................................ 103 Bibliografia...................................................... 55 Documenti................................................. 107 Libri........................................................... 108 Manuali...................................................... 109 Riviste nazionali......................................... 109 Riviste internazionali................................. 109

Sebbene la mediazione interculturale sia prevalentemente al femminile, per non appesantire la lettura del testo, come da convenzione nella lingua italiana, utilizziamo la forma al maschile per riferirci in modo generale non solo al mediatore interculturale, ma anche ad alunni, studenti, ragazzi e professori. Pertanto è sottinteso che concettualmente includiamo le mediatrici interculturali, le ragazze e tutte le donne che incarnano i relativi ruoli a cui si fa riferimento nel testo.


Introduzione

inevitabilmente un confronto/scontro fra tutte queste menti e, che piaccia oppure no, bisogna prenderne atto a prescindere da come la si pensi sui temi dell’accoglienza, dell’alterità e dell’immigrazione. In sintesi vuol dire che nelle dinamiche di relazione che avvengono sia dentro sia fuori la scuola esiste, prima di tutto, un raffronto tra una moltitudine di rappresentazioni sociali e riferimenti identitari distinti; a loro volta suddivisi in altrettanti sottogruppi/sottocategorie a seconda degli aspetti culturali, linguistici, religiosi, di genere, ecc. che li caratterizzano.

Nella stesura di questo lavoro c’è un solo punto di partenza. È lo sguardo, sempre diverso ma vivo, che mi è apparso spesso smarrito e infelice, talvolta anche gioioso e positivo, di tanti bambini, giovani e adulti eredi di una o più culture in movimento nel Belpaese e incontrati al di là dei muri di un edificio scolastico. Mi riferisco a chi è venuto alla luce in Italia con uno o entrambi i genitori di un’altra cultura, ma anche a coloro che sono nati in un’altra nazione e poi si sono trasferiti con o senza famiglia nelle nostre città e paesi. Non escludo neanche gli “autoctoni” italiani coinvolti, direttamente o indirettamente, in questo andirivieni di culture dovuto proprio al transito di “menti straniere” nella quotidianità di tutti i giorni – oggi molto più presente e scontato rispetto al passato – e dato soprattutto da una mobilità reale e virtuale più facile ed immediata. Questo transito produce, non solo in Italia ma in qualsiasi luogo in cui sussistano le condizioni di cui sopra, stranierità ovvero il primo step di un processo più lungo per cui l’entrare in contatto con una persona di origine straniera, nel senso di sconosciuta, differente, implica necessariamente un confronto spontaneo quanto obbligato tra più menti; ossia fra menti di persone che già vivono in una città o paese con menti “straniere”, menti altre, di persone che nella città o paese in questione ci sono arrivate portandosi dietro vari background culturali, sociali, di vita, ecc. C’è

L’insieme di questi sguardi diversi mi ha raccontato di volta in volta punti di vista interessanti, altre angolazioni con cui vivere nel mondo; più semplicemente l’esistenza. Tra i banchi di scuola, in particolare, mi hanno dis-velato soprattutto le difficoltà e le incomprensioni, che sono evidente conseguenza dell’adattamento all’inedito contesto costituito, al contempo, da plurali differenze e singolari realtà di classe. Ciò significa, per esempio, che in un istituto in cui ci sono classi con caratteristiche multiculturali simili, tipo studenti provenienti dagli stessi Paesi, si potrebbero sviluppare dinamiche relazionali completamente diverse, a volte anche agli antipodi, proprio perché in ogni situazione di stranierità, quindi multiculturale, il passaggio ad una realtà interculturale non è né automatico né scontato e dipende da altrettante variabili quali: il carattere dei singoli alunni, la loro educazione, l’ambiente familiare e sociale in cui vivono, l’affiatamento del gruppo classe nel suo complesso e tanto altro, senza tralasciare il fondamentale ruolo dei docenti. I disagi coinvolgono tutti, autoctoni, vecchi e nuovi arrivati, senza alcuna distinzione di sorta: studenti, dirigente, insegnanti, personale ausiliario, amministrativo, esperti esterni, incluso lo stesso mediatore interculturale. Quanto accade nella scuola è lo specchio fedele di ciò che avviene fuori, nella vita di tutti i giorni. In un tempo in cui non possiamo permetterci più A SCUOLA IL MONDO CONTA

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di parlare in termini né di immigrazione, né di situazione straordinaria, di emergenza, possiamo invece ritenere che le esperienze vissute nell’ambiente scolastico, più che in qualsiasi altro luogo, sono quella lente di ingrandimento che ci dà la possibilità di capire in maniera più chiara come stanno mutando le maglie del tessuto socio-culturale del nostro Paese e, più in generale, come e dove va la società. La lente di ingrandimento-scuola dunque ci aiuta a zoomare su un’ampia casistica di circostanze e dettagli, interstizi relazionali ed interculturali tipici della convivenza fra persone di culture diverse in un presente dove dovremmo considerarci non più come italiani, marocchini, cinesi, indiani, argentini, statunitensi, afgani in riferimento al Paese d’origine; ma cittadini del mondo – e non è retorica – in quanto persone che fanno parte di un’unica collettività che si sposta di continuo ed in ogni direzione del globo, che è un tutt’uno. Non possiamo permetterci più di essere ancora razzisti e fare guerre. L’umanità ha beghe più importanti da sbrigare. Le catastrofi naturali stanno colpendo la quotidianità di tutti i popoli e costituiscono pertanto la sfida più grande da affrontare da qui al futuro. Le nostre radici culturali, che devono pur restare quale tratto distintivo dell’identità di ciascun individuo, dovrebbero essere considerate una delle tante sfumature di una tavolozza di colori da cui tutta la collettività possa attingere e trarne giovamento. Dalle differenze invece ci sarebbe da cogliere il meglio di ogni cultura per costruire una civiltà, una società interconnessa e sostenibile dove, come in una centrale operativa, ogni cultura possa occupare un posto, rivestire una funzione, quella più consona alle proprie caratteristiche, attitudini ed esperienze, per la realizzazione del bene comune. Probabilmente, in un presente così carico di violenza e cattiveria, quest’idea è un’utopia, ma è pur vero che insieme a queste realtà negative convivono tante altre storie di buone pratiche che compensano tali défaillance e andrebbero prese a modello. 12

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Dovremmo perciò cominciare a coltivarle utilizzando un’educazione, una modalità, dall’approccio positivo che miri alla gratitudine e alla bellezza in quanto “essere raffinato e gentile”, che trovi la sua massima espressione tra i banchi di scuola oltre che, si spererebbe, in ogni famiglia. Tuttavia, proprio perché il focolare domestico è spesso fonte ed arena di conflitti, disagi, purtroppo anche reiterati abusi fisici e psicologici, non può che essere la scuola il punto di partenza, il luogo deputato per antonomasia all’educazione positiva. La scuola, come fa la bussola, dovrebbe indicare la rotta verso cui andare a seconda del tipo di situazione. Del resto qualsiasi migrazione, e quindi anche quella umana, non si può fermare né indirizzare. Meglio invece educare alle sfumature, alla pluralità, insegnare che nelle diversità c’è più gusto. In un mondo così networkizzato, dove i confini spazio-temporali stanno scomparendo, dovremmo definirci soltanto persone e non più emigranti, immigrati, migranti e via con le definizioni. Questo lavoro non si prefigge di dare nulla per assoluto, assodato; al contrario, punta alla relatività delle cose e delle circostanze, accoglie il dubbio perché vorrebbe soltanto lasciar traccia di alcune esperienze – comprese dei sassolini umani su cui si inciampa; delle cadute, delle incertezze, degli errori che magari io stessa ho commesso inconsapevolmente – del variegato e squilibrato mondo che è la mediazione interculturale, zona franca, canotto comune su cui galleggiare, per chi arriva e per chi c’è già. L’approccio alla materia che troverete in queste pagine è da italiana che vive nel Paese dove è nata e cresciuta la maggior parte della sua vita seppur con alcune piccole “parentesi” in altri Paesi. Pertanto, il mio approccio da “autoctona” potrebbe non corrispondere per esempio a quello di una mediatrice di origine straniera, che vive in Italia da tanto o poco tempo. Le motivazioni che sono alla base della scelta di svolgere questa professione, infat-


ti, nascono da esigenze, aspirazioni, formazione e vissuti differenti. Di conseguenza le sfumature culturali, valoriali e di forma mentis costituiscono i punti più ostici sui quali la mediatrice/il mediatore deve lavorare non solo sugli altri, ma anche e soprattutto su se stessa/stesso. È possibile, dunque, che molto di quanto verrà descritto possa non corrispondere del tutto al percorso professionale di molti mediatori-uomini così come, pur rivestendo lo stesso ruolo al femminile, non sia similare alle storie di altre mediatrici culturali o interculturali con un vissuto di migrazione. Al di là di tutto, resta il fatto che il metodo adottato è da intendersi come un preparare il terreno a diventare fertile in una realtà sempre più plurale, a misura di differenze. Perché nella mediazione interculturale ciò che conta non è il risultato, come dall’alto di una cattedra ci hanno insegnato, ma quello che accade proprio dal basso, in maniera orizzontale; appunto, tra i banchi di scuola.

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Parte I concetti chiave Prima

Il punto cruciale non è un nuovo dogma, e neppure una grande idea: è l’incontro tra esseri umani reali a tutti i livelli del pensare, sentire, e dell’essere. Questo è ciò che la Fine della storia dovrebbe significare più direttamente per noi: la fine della presunzione che una singola cultura possieda l’intera storia. Scott Eastham


Pre-scriptum

Anche se la figura del mediatore interculturale è impiegata in diversi ambiti, in queste pagine si vuole raccontare una delle tante esperienze di interculturalità nell’educazione e formazione scolastica. Si farà riferimento solo a questo contesto senza tuttavia escludere eventuali riflessioni che possano rientrare in un discorso più ampio. In principio era solo il mediatore linguistico-culturale, talvolta abbreviato con la dicitura mediatore culturale dove l’aspetto linguistico si dà per scontato; poi diventò anche interculturale e qui venne il giorno. Si aprirono cieli con fulmini e saette, e sentieri di dubbi, equivoci, complicazioni perché nacque anche un dilemma: dobbiamo parlare di mediatore culturale o interculturale? E, se c’è una differenza, qual è? In un domani molto lontano e ancora da scoprire forse sentiremo chiamare in appello il mediatore transculturale. Al momento se ne parla in ambito sanitario poiché il suo intervento di mediazione implica la presa in considerazione dell’approccio di ogni singola cultura rispetto alla cura della persona che, in un campo come quello della salute, è prioritario già dal primo soccorso. Chiusa questa piccola parentesi vediamo cosa è successo, dagli albori ad oggi, intorno al tema della mediazione interculturale; verso dove va, dovrebbe o potrebbe andare, tra pregi e limiti attuali.

Il mediatore linguistico-culturale Si tende a specificare la dicitura linguistico-culturale soprattutto negli annunci di lavoro quando l’aspetto della lingua è di primaria importanza nella mediazione perché gli utenti in questione non parlano italiano. Tuttavia, pur concentrandosi sull’aspetto linguistico, la cultura non va trascurata. Spesso si tratta di lingue “più rare” o dialetti di uso quotidiano presenti solo in un determinato Paese o area geografica (ad esempio: il farsi, il persiano, lingua ufficiale dell’Iran, è parlato con varianti linguistiche anche in Uzbekistan, Tagikistan, Afghanistan e Paesi vicini; e l’urdu in Asia Meridionale, compresa l’India).

Definizione sulla carta del mediatore culturale e mediatore interculturale Duccio Demetrio, pedagogista, saggista, mentore e pioniere storico dell’argomento, alla lettera M della sua Agenda Interculturale (Meltemi, 1997) definisce, in senso generale, il mediatore come un facilitatore di incontri che si preoccupa: a) di creare le condizioni adatte alla relazione b) di individuare le motivazioni, l’interesse, il tornaconto reciproco perché le due o più persone si rendano disponibili a stare insieme c) di scegliere un contenuto (un argomento, un problema, un’attività) rispetto al quale eserciterà un intervento.

È pur vero, come afferma Demetrio, che l’educazione è sempre una mediazione e quindi un raccontare che tiene conto dell’interlocutore: e chiunque svolga funzioni educative (dal genitore all’insegnante) non può sottrarsi al compito e alla responsabilità di “stare nel mezzo” attirando l’attenzione su di sé. Mediatore è chi infatti fa da traA SCUOLA IL MONDO CONTA

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mite tra una persona e un’altra affinché una delle due possa capire l’altra (se lo scopo della mediazione è la comunicazione) o, meglio ancora, affinché entrambe possano interloquire di più e meglio.

Riprendendo la domanda iniziale: c’è differenza tra il mediatore culturale e interculturale? La risposta è sì. È necessario perciò distinguere i due ruoli chiarendo come sono nati e perché; ovvero come la primordiale figura del mediatore culturale sia convogliata spontaneamente nella pratica, in maniera più generica, in quella del mediatore interculturale sebbene si debba fare una distinzione sottile quanto opportuna tra le due. Il mediatore culturale appartiene ad una determinata cultura nazionale o locale – come specifica Demetrio – e fa da ponte per la divulgazione e la spiegazione della propria cultura, grande o piccola che sia, perché alcune abitudini potrebbero andare in conflitto con le proprie e dovrebbero quindi essere chiarite e approfondite affinché chi non le conosce possa comprendere anche come funzionano. Il mediatore interculturale, invece, pur rappresentando una specifica cultura sulla base di quelle che sono le sue origini, e potendo essere definito implicitamente come mediatore culturale, si fa promotore dei valori della comunicazione fra culture per favorire un sano incontro tra le persone che le rappresentano a prescindere da quella a cui egli stesso appartiene. Nessun insegnante o educatore – prosegue Demetrio – a meno che non sia cresciuto al contempo in due culture, non sia ovviamente bilingue, orgoglioso di questa sua ricchezza bi-identitaria – può a ragion veduta assumersi la responsabilità di dire più di tanto, rispetto a un’altra cultura che avrà conosciuto, tutt’al più, leggendo, viaggiando, frequentandone i rappresentanti. Mentre i mediatori interculturali saranno senz’altro autorizzati a definirsi tutti coloro che, in qualche modo, partecipano al comune progetto di educare bambini e ragazzi di ogni nazionalità alla condivisione dei valori dell’interculturalismo o transculturalità. Il che significa che l’insegnante italiano e il mediatore straniero che entra in classe per parlare di sé, della propria 18

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storia, delle proprie tradizioni religiose, artistiche, letterarie sono entrambi mediatori nel momento in cui, dimenticando le rispettive origini, presentano agli studenti le ragioni comuni per le quali vale la pena di non mostrarsi diversi più di tanto. La mediazione, in tal caso, diventa anch’essa un valore, dal momento che insegna a ricercare quella terra di nessuno – oltre ogni distinzione etnica – che valorizzi soprattutto la cultura umana nelle sue manifestazioni ed espressioni universali. Non soltanto quella dei diritti alla vita, alla felicità, alla libertà di parola, ma anche quella che sottolinea l’esistenza di caratteri senza frontiere solitamente chiamati bisogni e sensibilità, aspirazioni e urgenze.

Una questione in termini: multiculturale, interculturale, transculturale Entrambi i mediatori lavorano in contesti multiculturali e oggi non c’è luogo nel mondo che non lo sia, a qualsiasi latitudine. Le relazioni tra persone di culture diverse sono più che in ogni altra epoca all’ordine del giorno. La facile mobilità con la quale ci spostiamo ci permette non solo di raggiungere anche l’angolo più sperduto della Terra, ma di interagire con gli altri in una pluralità di varianti umane. Per “multiculturale”, è bene sottolinearlo, intendiamo una realtà dove sono presenti culture diverse, ognuna con peculiarità e carattere propri ed autonomi, che non implicano alcun processo di inter-azione, mescolanza o dialogo con le altre. Quando invece le culture si parlano e provano a capirsi attraverso, appunto, l’inter-azione, la mescolanza, il dialogo, ecco che “una neutrale realtà multiculturale diventa una relativa realtà interculturale” dove tutto è mutevole, provvisorio, anche dinamico perché, come dice la parola stessa, sta a metà strada, nel mezzo, tra culture umane, in quanto le culture sono fatte dalle e di persone.


È in questo cruciale passaggio che si colloca la comunicazione interculturale, meglio ancora la competenza comunicativa interculturale, l’abilità principe che, per una realtà così interconnessa come la nostra, dovrebbero avere in molti soprattutto nel mondo educativo, e non soltanto chi fa mediazione interculturale di professione. Si tratta di essere e “lavorare” dentro le relazioni umane con quell’attitudine che ti permette di cogliere “il gusto delle differenze”, nei suoi pro e nei suoi contro. Se non si è capaci, se questa abilità non appartiene al nostro percorso o alla nostra indole, dobbiamo comunque imparare a metterla in pratica, in campo, perché, dopo anni e anni che “lo straniero è venuto a casa nostra”, sapere dove due o più culture “si toccano” nelle loro diversità ci serve come la matematica: per fare i conti, i conti con il vivere quotidiano nelle nostre città o paesi che siano. Chissà in quante situazioni in apparenza banali, tipo la ricreazione che in queste dinamiche di inter-azione è uno dei momenti clou, ogni giorno, insegnanti o collaboratori scolastici si trovano concretamente, più che nella teoria astratta dell’interculturalità, a dover fare da tramite, punto di incontro e raccordo, spesso scontro, tra più umanità. Da questo punto di vista il fatto che i giovani di oggi siano “nativi digitali”, in quanto figli di un tempo immediato, simultaneo e social immerso in una miriade di mezzi di comunicazione, fa di loro il target ideale da cui partire e a cui affidare la mediazione con gli adulti più reticenti o razzisti, talvolta gli stessi genitori, affinché accolgano l’ABC delle prassi interculturali. E quale miglior opportunità se non la scuola per favorire una realtà e un’educazione transculturale? Perché – riprendendo i suggerimenti di Duccio Demetrio dalla sua Agenda Interculturale è il reciproco sguardo umano a contare ben oltre ogni sofisticato ragionamento. Per educazione transculturale dobbiamo intendere ciò che riusciamo “a mettere in mezzo al tavolo” per quanto concerne aspetti dell’identità che non conoscono differenze

e frontiere. È transculturale tutto ciò – dalle idee ai sentimenti, dalle emozioni alle forme della creatività – che ci appartiene come specie umana (…) affinché ci si possa riconoscere come individui che – indipendentemente dalle ragioni di provenienza – sognano, soffrono, gioiscono, desiderano. La mente, i sentimenti, le fantasticherie – che in lingue diverse diventano parole, frasi, proverbi, racconti – sono uno straordinario veicolo per imparare a stare insieme soprattutto come esseri umani. Quando il razzismo è riuscito a cancellare, e cancella ancora, nelle forme più subdole e impensabili, tutto questo, e talvolta all’insegna del “rispetto delle differenze”, ha sempre vinto e vincerà.

L’Agenda interculturale di Duccio Demetrio è un prezioso “luogo non-luogo delle idee” da tenere a portata di mano come fosse un breviario, un Moleskine. Utile non solo per chi si occupa di mediazione, ma indispensabile anche per insegnanti, educatori e chiunque abbia domande, perplessità. Pubblicato nel 1997, resta a tutt’oggi quanto mai all’avanguardia e attuale. Al momento come periodo storico dovremmo essere nella fase interculturale seppur, a dirla tutta, non totalmente piena se ci basiamo su certi fatti della cronaca; quella transculturale sembra ancora lontana. Il sottotitolo del libro è “Quotidianità e immigrazione a scuola. Idee per chi inizia”. Il mio cammino è partito proprio da qui.

Un po’ di storia Come documentato nella ricerca “Mediazione e mediatori in Italia” (2004) a cura del Creifos (Centro di Ricerca sull’Educazione Interculturale e la Formazione allo Sviluppo) dell’Università Roma Tre, il primo corso per mediatori linguistico-culturali viene realizzato nel 1990 dall’associazione Naga di Milano. Finalizzato alla formazione di “15 intermediari linguistico-culturali” serve a soddisfare le nuove esigenze sorte nel sistema sanitario lombardo. Questa figura nasce A SCUOLA IL MONDO CONTA

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dunque da bisogni reali dettati dall’inizio di un’epoca: l’arrivo in Italia di persone provenienti da diversi Paesi e portatrici di culture altre la cui esistenza nel contesto italiano diventa, d’ora in poi, familiare e quotidiana. Le storie che sino ad ora tutti hanno conosciuto con la geografia, i viaggi, i libri, la tv, o al massimo qualcuno le ha incrociate in circostanze della vita, diventavano parte integrante dell’Italia; e della presenza di culture, abitudini e lingue sconosciute non si può che prenderne atto. La figura del mediatore culturale dovrebbe servire ad agevolare il modo di veicolare tutto questo non solo con le istituzioni, ma anche a supporto delle grandi organizzazioni (Protezione Civile, Croce Rossa, Caritas, Acnur, ecc.) per gestire le situazioni di accoglienza straordinaria e di emergenza in continuo aumento nel Paese. Il mediatore culturale garantisce traduzione linguistica, interpretazione e chiarimento del significato di messaggi che potrebbero essere fraintesi, o non compresi affatto, per la diversità di forma mentis, percezioni culturali e sistemi simbolici tra italiani e nuovi arrivati. E chi, se non questi ultimi, possono mediare al meglio per far recepire la propria cultura, a ragione del fatto che anche loro non conoscono lingua e costumi locali? In merito alla scelta di cittadini di origine straniera come mediatori, il report della ricerca “Il mediatore culturale in sei Paesi europei” del Piano straordinario Isfol 20052007 specifica che questa figura fu promossa da Ong e associazioni (laiche e cattoliche) che offrivano assistenza agli immigrati e che, in un primo momento, i corsisti potevano essere solo italiani. In seguito si rese palese la necessità di includere o addirittura “privilegiare” l’accesso a questi corsi agli immigrati. Dopo l’esperienza Naga, altre associazioni in varie regioni avviano esperienze di formazione di mediatori culturali destinate anche ad altri ambiti come quello socio-educativo. A fronte di questa premessa vale la pena annotare un’interessante riflessione “evergreen” di Concetta Sirna, pedagogista e docente universitaria: 20

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L’opera di mediazione culturale mira a facilitare la comunicazione e, implicitamente, risulta orientata alla difesa dei diritti di chi si trova in una situazione di minorità o di marginalità (advocacy). Tuttavia essa deve essere finalizzata alla costruzione di atteggiamenti di autonomia e di autoaiuto (empowerment), evitando cioè che il sostegno e l’assistenza diventino motivo di dipendenza dell’interlocutore e blocco della sua crescita personale e sociale.

L’ambiguità sul campo Se il vocabolo mediatore culturale è entrato di diritto nel nostro linguaggio in un processo di “mediazione spontanea”, lo stesso non si può dire del termine mediatore interculturale. Seppur menzionato da subito in campo legislativo con la cosiddetta legge Turco-Napolitano (L. 40/98 sull’Immigrazione), la sua dicitura lascia a tutt’oggi margini di ambiguità ed interpretazioni per motivi di tipo: • Linguistico È una parola difficile: lunga e composta. Rispetto al semplice aggettivo culturale, il suffisso inter- rende più complessa – non immediata – la comprensione, anche perché il suo significato semantico non appartiene al linguaggio comune e alla forma mentis della cultura italiana. È un termine quasi esclusivo degli addetti ai lavori del mondo dell’immigrazione/ sociale. L’aggettivo “interculturale” è usato per lo più nella sua accezione di “ponte/dialogo tra le culture” quando parliamo in termini di branca/prassi (educazione, pedagogia, comunicazione interculturale, e se vogliamo la stessa mediazione) e non di ruolo, mediatore/ trice interculturale appunto. Tra l’altro il suo significato (contenuto), dato da un significante (la parola nel suo aspetto grafico e fonetico)


articolato, sarà ancora più incomprensibile per una famiglia di origine straniera appena arrivata in Italia che non conosce la lingua e che potrebbe dover interagire con un mediatore interculturale. Questa parola sarebbe quindi di dubbia assimilazione e stonata rispetto alle altre presenti nell’elementare vocabolario di uso quotidiano di neoarrivati di origine straniera. • Socio-professionale Nella prassi spesso non si distingue tra mediatore culturale, linguistico-culturale e interculturale. I tre termini sono usati uno come sinonimo dell’altro; tuttavia mentre i primi due in qualche modo potrebbero esserlo, interculturale no. Una figura vale l’altra sia a livello di definizione sia di impiego. Anche sul dizionario Treccani alla voce mediatore si legge: “culturale (o interculturale)”. Questa consuetudine è tipica di selezioni e concorsi dove, talvolta, per il posto richiesto non si tiene conto delle specificità del singolo ruolo. Di conseguenza non si valuta che, a seconda degli obiettivi che l’ente in questione si propone, la figura del mediatore interculturale possa essere più idonea rispetto a quella del mediatore culturale e viceversa. Si tratta di un’abitudine non chiaramente esplicitata e pertanto non sempre riconoscibile. I requisiti richiesti in molti concorsi in materia di politiche sociali e immigrazione, infatti, restano abbastanza generici; che vuol dire validi per entrambe le figure. Un esempio potrebbe essere il bando di una scuola in cui venga richiesto l’intervento di un mediatore interculturale per sensibilizzare tutti (studenti, docenti, personale ed, eventualmente, anche genitori) all’interculturalità e non per facilitare l’inserimento di alunni di una o più determinate culture. Tra i requisiti generali ci saranno: qualifica professionale di mediatore (le due sono equipollenti perché la formazione è simile), esperienza lavorativa legata alle po-

litiche dell’immigrazione o inclusione sociale senza circoscriverla all’ambito della scuola che magari verrà menzionata tra i titoli specifici o preferenziali insieme alle attività laboratoriali svolte. Con questi parametri, per prassi italiana, potrebbe essere selezionato non solo il mediatore interculturale come richiesto dal bando, ma anche un mediatore culturale (o linguistico-culturale) seppur con formazione e percorsi di mediazione differenti e/o non del tutto attinenti al settore didattico/laboratoriale. Le due figure diventano così intercambiabili solo perché la professione di ciascuno si basa sugli stessi assunti, quale per esempio il saper cogliere nei propri interlocutori le diverse “sfaccettature” culturali ed emotive. • Politico-legislativo L’assenza di una legislazione nazionale ad hoc che distingua e riconosca le singole figure (mediatore linguistico-culturale, più sinteticamente culturale, e interculturale) o le racchiuda in un’unica di riferimento con più competenze e specifica formazione, ha creato maggior confusione. A livello regionale, il vuoto normativo ha portato al proliferare di una miriade di leggi, delibere e circolari sull’argomento con un’ulteriore frammentazione di profili, compiti e percorsi formativi. Per alcune regioni si parla in termini di mediatore culturale, per altre interculturale. D’altra parte già nella legge Turco-Napolitano, che per la prima volta menziona le due figure, sussiste quest’ambiguità linguistica. Nell’art. 36, “Istruzione degli stranieri. Educazione interculturale” si parla di mediatori culturali; nell’art. 40, dal titolo “Misure di integrazione sociale”, si specifica interculturali. Benché in tutti e due i casi il fine sia creare un ponte tra istituzioni italiane e cittadini provenienti da altri Paesi, l’utilizzo di entrambi gli aggettivi lascia spazio a due interpretazioni: A SCUOLA IL MONDO CONTA

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Parte Quel che accade

Seconda

La vita è uno schizzo che tutti cerchiamo di tracciare Raimon Panikkar

Il valore degli occhi lo capisce meglio un cieco Proverbio afgano


Il contesto scuola

Para ser un buen maestro hace falta ser ignorante Fernando Savater

Ordine e disordine Ho voluto mettere su carta alcune riflessioni intorno al mondo dell’istruzione per le persone che come me, a scuola, pur varcando la stessa porta dei docenti, non entrano – per convenzione sociale – né con l’autorevolezza né con l’aureola di un professore. Seppur con bagagli, titoli e gavette al seguito, siamo visti e restiamo giocatori da panchina. Spesso siamo solo di passaggio; nella maggior parte dei casi, purtroppo, per periodi brevi, un tempo troppo corto per poter aver contezza di successi o non-risultati tali da permetterci di valutare punti deboli da rivedere e rafforzare così come i forti da mantenere. Quando si è titolati come esperti esterni e si prende parte ad un progetto scolastico, bisogna mettere in conto che il 90% di quello che si è programmato di fare non andrà in porto e che questa variabile dipende soprattutto da due tipi di risorse: • umane e talentuose, che si riferiscono alla disponibilità del dirigente e dello staff tutto ad

accogliere idee nuove affidandosi ad uno o più professionisti esterni, spesso estranei alla realtà dell’istituto, di cui non conoscono i meccanismi; • materiali che, nella maggior parte dei casi, mancano. Infatti il DSGA di turno, il più delle volte, sta lì a ricordarti che non ci sono soldi e bisogna arrangiarsi. Si deve partire dal presupposto che la scuola in Italia è ovunque un/in disordine. Ce n’è di due tipi. Abbiamo la scuola dal disordine organizzato dove, pur nella confusione delle carte e dei protocolli da firmare, si riesce a lavorare con spirito collaborativo, e quella dal disordine disorganizzato dove si fa molta fatica anche solo a mediare per se stessi perché il caos regna sovrano e la comunicazione tra i vari reparti e referenti è del tutto assente. Ci sarebbe una terza tipologia, quella dell’ordine disorganizzato dato da un eccessivo zelo da parte del dirigente e/o del suo entourage nel voler rispettare tempi e modalità delle procedure, quale può essere la compilazione di un registro secondo un determinato schema invece che un altro. Si tratta di quella burocrazia inutile che rallenta e spesso ostacola la metodologia didattica pianificata dall’esperto esterno che ha poche ore per attuarla. Come in tutte le cose la verità sta nel mezzo ed è proprio in questo intermezzo che noi giocatori da panchina disputiamo la nostra partita, riuscendo anche a segnare qualche gol. Ci nutriamo così di: • pazienza; • flessibilità; • spirito di adattamento. Ogni volta che si entra in un istituto scolastico, con l’incarico vinto per titoli a capo di una graduatoria, questo dovrebbe essere l’atteggiamento per affrontare qualsiasi realtà educativa. Nel caso della mediatrice/mediatore interculturale, questi deve sciogliere non solo nodi di A SCUOLA IL MONDO CONTA

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natura professionale, legati cioè al lavoro di mediazione quale strumento per attenuare le incomprensioni date dall’incontro/scontro tra persone di culture diverse, ma anche di natura burocratica. La mediatrice/il mediatore, così come molti esperti esterni, in quel tot di ore in cui deve realizzare e portare a termine il proprio progetto deve anche: avere ben a mente il tempo che c’è a sua disposizione; capire con chi è meglio interloquire e con chi tagliar corto; che tipo di comunicazione adottare, in particolare come coinvolgere appieno dirigente scolastico e alunni perché, alla fine di tutto, sono questi due soggetti che decidono le sorti del programma attuato. Paradossalmente capita spesso che in una realtà come la scuola, che già di suo dovrebbe essere coesa, tocchi proprio alla mediatrice interculturale, giocatrice in panchina, infondere spirito di squadra, ancor prima che agli alunni, agli adulti: dirigente, docenti, personale amministrativo e ausiliario, genitori.

Mediazione interculturale e scuola La parola chiave della mediazione interculturale è “relatività”; quella della scuola italiana, invece, si chiama “sistema”. Così il primo scoglio per lo svolgimento delle attività didattiche di mediazione interculturale è proprio la scuola nella sua sistematizzazione di norme, gerarchie, registri da compilare e burocrazia da rispettare. Quest’ultima sovente ostacola la didattica creativa (e opportuna) di molti dirigenti, docenti, quando poi si aggiunge anche quella degli esperti esterni, animare la vita scolastica può diventare complesso, a tratti estenuante. Il compito della mediazione interculturale è di smussare gli angoli, eppure spesso è difficile arrotondare gli spigoli dei banchi di scuola; la relatività della mediazione cozza 34

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con la rigidità della forma mentis-scuola, che è la stessa di molte persone che ci lavorano. Per fortuna non tutte. Ho visto portare avanti piccole rivoluzioni creative da parte di molti insegnanti, sacrificare il proprio privato, rimetterci salute, risorse materiali e finanziarie pur di salvaguardare e preferire al protocollo il bene dei ragazzi, la semina del saper sapere e della loro cultura. La mediazione interculturale lavora e si sposta in maniera orizzontale, appunto tra i banchi; la scuola, invece, lo fa in modo verticale con direttive e pratiche impartite dall’alto. La mediazione interculturale si muove a piccoli passi, in silenzio, non fa rumore; la scuola spesso fa chiasso con l’invidia tra docenti, con dirigenti dispotici o troppo democratici, vittime di un entourage agguerrito e pronto a vedere la pagliuzza nell’occhio altrui, a criticare invece di rimboccarsi le maniche e lavorare tutti insieme. In questo contrasto di approcci tra mediazione interculturale e scuola c’è comunque un punto d’incontro. Entrambe sono collettività, pluralità e ricchezza umana. Perciò basterebbe abbattere i problemi di forma, snellire la burocrazia e badare di più alla sostanza perché la scuola è comune e aperta a tutti. È chance, possibilità, opportunità.

Tra norme, circolari e prassi La figura della mediatrice/mediatore interculturale, seppur regolamentata qua e là a livello legislativo in vari ambiti ha, all’epoca in cui si scrive, molti vuoti da colmare per ciò che riguarda la formazione, lo svolgimento delle proprie mansioni, la retribuzione e il lavoro d’équipe/confronto tra noi che apparteniamo alla professione. Quest’ultimo aspetto, quasi del tutto assente, è quanto mai opportuno in ambito scolastico dove il dialogo costante non soltanto tra pari – mediatrici e mediatori – ma con professori, dirigenti, personale degli uffici scolastici, a livello locale e


regionale, Miur, sarebbe prioritario per raccogliere informazioni, problematiche, riflessioni, dubbi, ma anche successi di chi la scuola la vive ad ogni livello e secondo angolature più nette o sfocate. Una pratica che sarebbe quanto mai auspicabile visto che l’approccio della mediazione interculturale si basa su una pluralità di punti di vista finalizzata ad una equilibrata visione di insieme che possa non tanto soddisfare tutti quanto riuscire a riservare a ciascuno il suo spazio. In questa professione si lavora “a chiamata” per progetti o necessità contingenti, e ciò vale non solo per il settore scuola. È un mestiere che non gode completamente della conoscenza – chi è e cosa fa – del riconoscimento a pieno titolo da parte dell’opinione pubblica, della massa. L’immagine del mediatore/mediatrice interculturale, infatti, non è entrata appieno nel linguaggio del quotidiano, nell’agenda-setting di media e social media. Manca di autorevolezza perché non c’è stata, a tutt’oggi, un’investitura al ruolo data dall’alto. Necessita di una deontologia. Manca un riscontro nel tempo, sul lungo periodo, anche perché si tratta sempre di interventi di breve durata. Al momento, oltre che in ambito scolastico, la conoscenza di questa figura rimane relegata agli ambienti degli addetti ai lavori: politiche sociali e dell’immigrazione. Per citarne alcuni si tratta di centri, biblioteche ed associazioni interculturali che promuovono eventi ed iniziative “al gusto delle differenze”, oltre che Prefettura, Questura, Autorità portuali, Assessorati, Centri di Prima Accoglienza, Sprar, Cara, Cas, Cpr (ex Cie), tribunali per il riconoscimento di status di rifugiato, richiedente asilo o per motivi umanitari, anche se in questi contesti si parla per lo più in termini di mediatori linguistico-culturali. C’è poi una questione di tempi fisiologici necessari a far sedimentare nella vita di tutti i giorni, e quindi di una lingua, parole nuove nate dall’evoluzione socio-culturale dell’Italia, che da Paese di partenze è diventato meta o, meglio, punto di snodo. Pertanto è normale che soltanto adesso che le dina-

miche di relazione tra persone di culture diverse sono diventate pane quotidiano in ogni paese, città, famiglia, scuola, ecc., il ruolo del mediatore/mediatrice interculturale inizi ad acquisire maggiore visibilità ed una particolare attenzione da parte delle Istituzioni. Ad oggi in ambito scolastico esistono un’infinità di documenti redatti dal Miur che parlano di mediazione, educazione, pedagogia e scuola interculturale. Si tratta di circolari, comunicazioni, adeguamenti, riferimenti a direttive europee, altrettanto all’avanguardia, anche statistiche, buone pratiche e progetti di lunga data, diffusi alle scuole e reperibili su Internet, ai quali dirigenti e docenti dovrebbero e potrebbero attingere. In tal senso, vale ricordare alcuni passaggi di questi testi: L’educazione interculturale non è una disciplina aggiuntiva, ma una dimensione trasversale, uno sfondo che accomuna tutti gli insegnanti e gli operatori scolastici. Il pluralismo culturale e la complessità del nostro tempo richiedono necessariamente una continua crescita professionale di tutto il personale della scuola. Diventa, quindi, prioritario il tema della formazione, iniziale e in servizio, e della formazione universitaria dei docenti3. La scuola italiana sceglie di adottare la prospettiva interculturale – ovvero la promozione del dialogo e del confronto tra le culture – per tutti gli alunni e a tutti i livelli: insegnamento, curricoli, didattica, discipline, relazioni, vita della classe. Scegliere l’ottica interculturale significa, quindi, non limitarsi a mere strategie di integrazione degli alunni immigrati, né a misure compensatorie di carattere speciale. Si tratta, invece, di assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola nel pluralismo, come occasione per aprire l’intero sistema a tutte le differenze (di provenienza, genere, livello sociale, storia scolastica). Tale approccio si basa su una concezione dinamica della cultura, che evita sia la chiusura degli alunni/studenti in una prigione culturale, sia gli stereotipi o la folklorizzazione. Prendere coscienza della relatività delle culture, infatti, non significa approdare ad un relativismo as3. Circolare 24/2006 Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione di alunni stranieri.

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soluto, che postula la neutralità nei loro confronti e ne impedisce, quindi, le relazioni. Le strategie interculturali evitano di separare gli individui in mondi culturali autonomi ed impermeabili, promuovendo invece il confronto, il dialogo ed anche la reciproca trasformazione, per rendere possibile la convivenza ed affrontare i conflitti che ne derivano. La via italiana all’intercultura unisce alla capacità di conoscere ed apprezzare le differenze, la ricerca della coesione sociale, in una nuova visione di cittadinanza adatta al pluralismo attuale, in cui si dia particolare attenzione a costruire la convergenza verso valori comuni4.

Viene da chiedersi perché, sebbene ci sia tutto questo materiale divulgativo a livello ministeriale, all’atto pratico, quando si devono realizzare progetti, attività didattiche su questo tema, buona parte di dirigenti, professori “cadono dal pero”? È responsabilità loro, che magari non si informano abbastanza o, vista la miriade di informazioni che quotidianamente arrivano nelle direzioni scolastiche, l’onere non sia proprio di chi dall’alto emana le carte senza che queste siano promosse da una efficace comunicazione interna supportata magari da eventuali momenti di confronto, o corsi ad hoc, prassi alla quale gli insegnanti sono già abituati? Se parte delle conoscenze che si chiedono ai mediatori fossero già presenti negli istituti scolastici, non solo nel lavoro di docenti e dirigente, ma degli operatori tutti che ne fanno parte, spesso ignari del bagaglio culturale, esistenziale ed esperienziale degli studenti di origine straniera e delle loro famiglie, quante altre storie belle potrebbe raccontare la Scuola nei pro e nei contro di una convivenza intrisa di diversità? Non mi riferisco solo a quelle culturali, ma anche ad abilità psico-fisiche e ai talenti. Se l’istruzione in Italia punta a fare dell’approccio interculturale la sua bandiera o, sarebbe il caso di dire, tante bandiere, potrebbe essere questa una delle chiavi di volta della questione. 4. Documento “La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri” dell’Osservatorio Nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’educazione interculturale, Ottobre 2007.

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Del resto l’attuale geografia del nostro sistema scolastico ci dice che sono molti gli istituti dove ogni giorno le culture si sfiorano, si arrabbiano, discutono, si scoprono accompagnando i diversi protagonisti (docenti, dirigente, personale, alunni, genitori, parenti) a vivere, inconsapevolmente, una realtà a misura di mondo e non più di nazione. Tuttavia, non sempre da parte di tutti questi c’è apertura di pensiero, curiosità e voglia di mettersi in discussione. E se anche non fossero d’accordo con tale idea, ciò accadrebbe comunque, a prescindere dalla loro volontà. Allora che si fa? Si rifiuta il fenomeno? Meglio collaborare per limitare i danni e trarne benefici. Inoltre, proprio il verificarsi di queste situazioni “a colori” potrebbe debellare, laddove sussista, lo spirito campanilistico di molti. E quanto può fare la scuola in questo senso? Tanto. In tali circostanze sarebbe opportuno: • pianificare un percorso di formazione e informazione continua per insegnanti, dirigente, personale amministrativo e ATA, differenziandolo, se necessario, in base all’ambito di appartenenza (es. corso per docenti, corso per personale amministrativo, ecc.), che vedrebbe anche la partecipazione della mediatrice/mediatore che lavora nella scuola in questione o di più mediatori qualora ci fosse questo privilegio; • avere a disposizione un kit di informazioni sulla scuola e modulistica in varie lingue come guida per le famiglie e gli stessi alunni di origine straniera. A tal proposito, c’è da dire che questo materiale è già a disposizione degli istituti visto che nel 2013 il Miur ha realizzato il progetto “Parlo la tua lingua” che prevedeva la messa a punto, in diverse lingue, dei modelli più utilizzati per le comunicazioni scuola-famiglia oltre che di quelli specifici per l’accoglienza di studenti di origine straniera, ma anche la possibilità di una formazione ad hoc per lo stesso personale ATA che avrebbe dovuto utilizzarli;


La palestra delle differenze

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Letture di casa loro a casa nostra

Destinatari I, II, III media Iniziare con un dialogo è sempre meglio che autoraccontarsi soltanto con un monologo […] basta soltanto un buon narratore che abbia voglia di raccontare catturando l’interesse altrui e che quindi abbia imparato per primo a sperimentare su di sé quanto magica sia la forza delle storie. Capaci di far breccia, qualche volta, anche in chi si ostina a guardare da un’altra parte; e si cura soltanto le proprie senza stancarsi mai, senza crescere mai10.

Modalità di inter-azione Fase 1 A seconda del target di riferimento (I, II o III media), chiediamo ai nostri studenti di portare in classe una fiaba, un libro, un racconto, una storia che appartenga alla tradizione popolare del proprio Paese oppure di un altro, come preferiscono. La scelta, oltre che del singolo, potrebbe essere il risultato di un confronto fatto a coppia o in piccoli gruppi, a casa o a scuola, che permetterebbe loro di decidere non solo sulla base di più opinioni, gusti, interessi, esperienze, ma anche di eventuali diversità culturali presenti che potrebbero stimolare gli studenti a raccontare qualcosa di sé o della propria biografia e che gli altri non conoscono. Fase 2 Una volta deciso il testo, diamo ai ragazzi il tempo per prepararsi nella lettura (dieci minuti, un’ora, un giorno, una settimana, ecc.), sottolineando l’importanza della sua drammatizzazione nel senso di espressività ed interpretazione del testo. Lasciamo che siano loro a decidere se il narratore deve essere uno o più. Se abbiamo esperienza teatrale o ce la sentiamo, mettiamo in pratica le nostre doti attoriali; altrimenti affidiamoci a professionisti del teatro, colleghi docenti o esperti esterni, se ce ne fosse la possibilità. Qualora nessuna di queste soluzioni fosse attuabile, ascoltiamo e guardiamo insieme il materiale che avremo raccolto sul tema, anche preso da Internet. Se in classe ci fossero studenti che fanno recitazione sarebbero un’ottima guida per i compagni. Per l’interpretazione della lettura abbiamo due possibilità. La farà: • il singolo, la coppia, il gruppo che ha scelto il testo • un altro compagno, coppia, gruppo scelti in maniera casuale oppure sulla base delle nostre finalità didattiche. Fase 3 (a piacere) • Registrazione audio delle letture e messa online su: a) un blog che potremo creare appositamente per il nostro percorso didattico b) in uno spazio dedicato sul sito della scuola o come programma registrato della web-radio esistente 10. Demetrio, 2001.

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del nostro Istituto o da realizzare. In ogni caso potremo scegliere un nome da dare al prodotto realizzato, come il titolo dell’attività “Letture di casa loro a casa nostra”, oppure “Parole dal mondo” (audio-letture), “Letture in viaggio”, ecc. • Con le stesse modalità di promozione social delle audio-letture, possiamo realizzare una versione video • Creazione di un booklet cartaceo e/o online con tutte le letture. Obiettivi • Educare all’ascolto e attraverso l’ascolto (saper ascoltare e farsi ascoltare) • Essere credibile grazie alla condivisione di una storia, di un’esperienza • Facilitare e moltiplicare le relazioni sociali • Interpretare un testo nella sua drammatizzazione • Rafforzare l’identità propria e collettiva attraverso la narrazione • Raccontare la realtà nelle sue diversità culturali e/o linguistiche • Trasformare un singolo testo in una narrazione comune e plurale • Valorizzare il piacere della lettura Suggerimenti & Creatività • Potremmo indirizzare la scelta dei ragazzi distribuendo per ogni coppia o piccolo gruppo diversi libri presi dalla biblioteca della scuola in modo che possano sfogliarli, confrontarsi e decidere quale lettura proporre • Se abbiamo a disposizione l’aula multimediale con le varie postazioni di computer, i ragazzi (singoli, in coppia o gruppo) potranno selezionare il loro testo preferito usando Internet • Se in classe ci sono alunni che padroneggiano più lingue proponiamogli di optare per un testo che sia tradotto in due o più lingue oppure potrebbero essere loro stessi a tradurre l’originale nella lingua di cui sono madrelingua. Questa variante di attività sarebbe molto interessante nella drammatizzazione • Con gli alunni più grandi, di II o III media, potremmo proporre l’attività con la lettura di articoli scelti da giornali di vario genere (in versione cartacea e/o online) rispettando tutte o parte delle fasi di questo laboratorio. Altre possibilità: scegliere pezzi nella lingua madre dei nostri studenti di origine straniera; prediligere vari temi oppure uno che avremo deciso prima. Tra gli obiettivi, oltre a quelli già elencati, ce ne saranno degli altri come: educare all’uso e alla comprensione consapevole dell’informazione; approfondire uno o più argomenti in modo da far venir fuori e mettere a confronto differenze culturali e/o linguistiche; verificare veridicità di fonti e fatti • Durante l’attività di lettura, la musica di sottofondo potrebbe abbellire la narrazione e rendere più performante l’interpretazione dei ragazzi. Si potrebbe utilizzare anche come esercizio per accelerare o rallentare il ritmo della lettura a seconda di ciò che viene raccontato.

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Consigli per la lettura 1 I bambini delle diverse nazioni a casa loro di Emma Perodi Un testo di letteratura per ragazzi che potremmo adottare a supporto dei nostri laboratori è I bambini delle diverse nazioni a casa loro11. Si tratta di un antico gioiellino di grande originalità in cui, con lo stile del reportage, l’autrice racconta culture, popoli e Paesi di un tempo passato. Ci permette così di fare un confronto con la Storia presente e di comprenderne i cambiamenti. Per quel “a casa loro” il titolo è quanto mai attuale nel nostro contesto quale portabandiera di un concetto molto più profondo. Il libro è una riedizione dell’omonima opera firmata dall’eclettica giornalista toscana con lo pseudonimo “L’Amico dei bambini” e pubblicata a puntate, tra il 20 marzo 1884 e il 22 ottobre 1885, sul “Giornale per i bambini”, fondato e diretto (poi anche da lei) da Ferdinando Martini. Nel 1890 l’editore Roberto Bemporad & Figlio raccoglie questi racconti in un volume, che porta lo stesso titolo, integrandolo di nuove storie da altri angoli del mondo e trentuno vignette di Enrico Mazzanti, l’illustratore del Pinocchio di Collodi. Al di là del nome del libro che potrebbe indurre a credere che sia destinato soltanto ai bambini, queste pagine offrono spunti di riflessione per lettori di ogni età. In maniera intrigante e naturale, la giornalista fa un’attenta descrizione di ogni singola cultura di cui parla: usi, costumi, identità sociale e territoriale; valori e metodi dell’educazione e dell’istruzione (con rilevanti distinguo tra bambini di famiglie ricche e povere, tra bimbi e bimbe). Ne tratteggia particolarità umane, popolari, artistiche e paesaggistiche utilizzando anche termini delle varie lingue straniere. Spesso usa parole ed espressioni che oggi suonerebbero discriminatorie o comunque non appropriate a descrivere alcuni contesti tipo “bambini selvaggi” per indicare “i bambini di Paesi lontani” per i quali l’autrice intende eschimesi, africani, indiani d’America e musulmani. Tuttavia, la scelta di questo linguaggio non è data da un sentire razzista quanto dalla visione etnocentrica tipica dell’epoca. Ci sono anche dettagli di cronaca non più attuali, ma interessanti perché documentano la Storia: come il dominio inglese sull’India oppure i nomi di alcuni oggetti e località. L’intreccio esistente tra studio pedagogico, antropologico e sociologico pone l’accento su una dimensione interculturale che promuove le differenze in nome di sentimenti, valori e comportamenti universali che permettono ai bambini di presentarsi “a casa loro”. Per una questione di spazio, riportiamo soltanto un estratto dell’Introduzione con la quale la Perodi si rivolge ai suoi piccoli lettori:

Con queste narrazioni ho voluto far nascere nel vostro animo la simpatia e l’affetto per i bimbi, che sono sparsi sulla superficie della terra, ho voluto mostrarvi che certe virtù sono stimate ovunque, che certi difetti ovunque sono riprovati, e che al Polo Nord come nei Paesi equatoriali il cuore delle mamme è egualmente buono e affettuoso per le creature cui esse hanno dato vita.

11. Perodi, 2010.

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Consigli per la lettura 2 Imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero di Kossy Komla-Ebri Il sottotitolo di Imbarazzismi12 dice tutto sul contenuto di questo prezioso prontuario che educa alle differenze. Kossy Komla-Ebri ci racconta con esempi “di colore” quanto la nostra quotidianità sia così amaramente piena di razzismo da sembrarci normale. Ecco qui due estratti.

Etnocentrismo Un giorno in classe, durante un incontro sull’interculturalità, chiesi ai ragazzi di darmi una definizione del termine “razzismo”. Subito, il più sveglio esclamò: – Il razzista è il bianco che non ama il nero! – Bene! – dissi – E il nero che non ama il bianco? Mi guardarono tutti stupiti e increduli con l’espressione tipo: “Come può un nero permettersi di non amare un bianco?” Sindrome da “vu cumprà” Tornando da scuola, Gratus passò per il centro per comprare dei quaderni in una cartoleria. Appena lui con il suo borsone entrò nel negozio, il commerciante gli venne incontro con mani e palmi aperte con: – No grazie, non compriamo niente! – Ok! – disse Gratus – Ma io posso comprare dei quaderni?

12. Komla-Ebri, 2002.

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Sfogliamo il “quotidiano” Lettura consapevole dell’informazione

Destinatari I, II, III media Modalità di inter-azione Portiamo in classe i giornali (quotidiani e/o riviste di settore) e diciamo anche ai ragazzi di farlo. Leggiamo insieme le notizie, in particolare quelle che si occupano di “temi sensibili” quali immigrazione, differenza di genere, bullismo, diversamente abili ed altro. La variante è leggere le news su Internet, tuttavia meglio se una modalità non escluda l’altra. Se abbiamo tempo a disposizione potremmo farlo lo stesso giorno, altrimenti in due giornate diverse dedicando ad una la lettura di articoli in versione cartacea e all’altra quelli online. Ora domandiamoci e discutiamo insieme: quanto è corretto, appropriato e attento il linguaggio dei cronisti nel descrivere i fatti senza che dia adito a stereotipi, xenofobia e luoghi comuni? Un buon punto di partenza sono i titoli, soprattutto quelli in prima pagina. Obiettivi • Abbattere stereotipi e luoghi comuni su “temi sensibili” • Analizzare il lessico e il modo di dare la notizia in un giornale o servizio tg • Informare, coinvolgere e sensibilizzare i ragazzi su temi come: immigrazione, differenza di genere, politica internazionale, diritti umani, cyberbullismo, guerra e pace, violenze, ecc. • Leggere e scrivere notizie “sensibili” • Utilizzare in modo consapevole l’informazione, saper distinguere le notizie ethically correct (eticamente corrette) da quelle che non lo sono Suggerimenti & Creatività Creazione di un booklet di good practice sul lavoro svolto per un’informazione più ethically correct. Si potrebbe realizzare sia in formato cartaceo, da distribuire e conservare, sia in versione ebook scaricabile dal sito della nostra scuola. Nota Bene È possibile unire le finalità didattiche di questa attività con quelle della n. 2 “Riflettiamo… la storia di Jerry Masslo” e la n. 8 “Il vocabolese”.

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Silvia Rizzello Silvia Rizzello Silvia Rizzello è giornalista freelance, mediatrice interculturale e docente in didattica dell’italiano per stranieri. Laureata in Comunicazione, collabora con le scuole nella realizzazione di progetti di intercultura ed educazione ai media. È ricercatrice per il Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico Immigrazione. Per un breve periodo ha vissuto in Canada dove ha seguito l’attività dell’Istituto interculturale di Montreal. È referente per l’Italia dell’organizzazione “Kyempapu” che garantisce istruzione, benessere e sport a bambini e giovani ugandesi. Nel 2015 ha vinto il premio “Giornalista di Puglia Michele Campione” per la cronaca. Sui temi dell’accoglienza e “il gusto delle differenze” ha già pubblicato Favola agrodolce di riso fuorisede (Kurumuny, 2016).

In In copertina disegno di di Fabio Magnasciutti copertina disegno Fabio Magnasciutti

Euro Euro14,50 14,50(I.i.) (I.i.)

A SCUOLA IL MONDO CONTA Percorsi e attività di mediazione e comunicazione interculturale

A SCUOLA IL MONDO CONTA

Nella stesura di questo lavoro c’è un solo punto di partenza: lo sguardo, sempre diverso ma vivo, di tanti bambini, giovani e adulti eredi di una o più culture in movimento nel Belpaese. Un transito di saperi, questo, che produce inizialmente un senso di “stranierità”, il primo step di un processo in cui l’entrare in contatto con una persona di origine straniera, sconosciuta, obbliga al “confronto/scontro” tra menti diverse. I disagi che ciò comporta coinvolgono tutti (autoctoni, vecchi e nuovi arrivati), senza alcuna distinzione di sorta: studenti, dirigenti, insegnanti, personale ausiliario, amministrativo, esperti esterni, incluso lo stesso mediatore interculturale. Quanto accade nella Scuola è lo specchio fedele di ciò che avviene fuori, nella vita di tutti i giorni. Le radici culturali, che devono pur restare quale tratto distintivo dell’identità di ciascun individuo, dovrebbero essere considerate una delle tante tonalità di una tavolozza di colori da cui tutta la collettività possa attingere e trarne giovamento, con l’obiettivo di cogliere il meglio di ogni singola cultura per una società interconnessa in cui ognuno possa occupare un posto, rivestire una funzione per la realizzazione del bene comune. Meglio educare alle sfumature, insegnando che nelle diversità c’è più gusto. Il metodo proposto in queste pagine prepara il terreno a diventare fertile in una realtà sempre più plurale, a misura di differenze e in un mondo “networkizzato” dove i confini spazio-temporali stanno scomparendo. Nella mediazione interculturale ciò che conta non è il risultato ma quello che succede dal basso, in maniera orizzontale, tra i banchi di scuola.

Silvia SilviaRizzello Rizzello

ISBN 978-88-6153-676-0 ISBN 978-88-6153-676-0

9 788861 536760 9 788861 536760

edizioni edizionilalameridiana meridiana p p a a r r t t e e nn z z e e

A scuola il mondo conta  

Nella stesura di questo lavoro c’è un solo punto di partenza: lo sguardo, sempre diverso ma vivo, di tanti bambini, giovani e adulti eredi d...

A scuola il mondo conta  

Nella stesura di questo lavoro c’è un solo punto di partenza: lo sguardo, sempre diverso ma vivo, di tanti bambini, giovani e adulti eredi d...

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