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Indice


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Venezia di carta Serena Maffioletti Le occasioni mancate Alessandra Ferrighi Ritratti di Venezia Juan Luis Trillo de Leyva Saggi e schede Venezia, tra il Regno d’Italia e il Regno Lombardo-Veneto: i piani e le norme per la città Alessandra Ferrighi 1. I primi piani per la città, 1797-1807 (A. Ferrighi) 2. Giardini pubblici a Castello, 1808-1812 (C. Guarneri) 3. Residenza vicereale nell’Orto botanico di S. Giobbe, 1823-1825 (E. Doria) 4. Ampliamento del cimitero nell’isola di S. Cristoforo, 1833 (A. Ferrighi) 5. Ponti votivi (J. L. Trillo de Leyva) 6. Nuovo ponte sul Canal Grande a S. Maria del Giglio, 1838 (A. Ferrighi) 7. Stradale con fabbricato per il mercato del pesce lungo il Canal Grande a Rialto, 1838 (A. Ferrighi)

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Venezia, all’indomani dell’Unità d’Italia: tra rinascita economica e morte annunciata Guido Zucconi

8. Entrepôt commerciale alle Zattere, 1850 (G. Zucconi) 9. Stabilimento balneare in riva degli Schiavoni, 1852-1853 (C. Guarneri) 10. Via pensile e grande arena nautica tra S. Marco e l’isola di S. Elena, 1871 (C. Guarneri) 11. Ampliamento del Fondaco dei Turchi, quale sede del nuovo Museo Civico, 1875 (G. Zucconi) 12. Edificio per l’Esposizione Nazionale Artistica nella Sacca di S. Elena, 1886-1887 (C. Guarneri)


13. Palazzo a uso di albergo da erigersi in riva degli Schiavoni, 1906 (A. Ferrighi)

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Da passeggio pubblico ad area edificabile: i Giardini di Castello nei progetti irrealizzati tra Otto e Novecento Cristiano Guarneri 14. Nuova facciata del Palazzo Pro Arte, 1907-1914 (C. Guarneri) 15. Venezia vestita di guerra, 1915-1918 (J. L. Trillo de Leyva) 16. Una villa per Alexander Moissi al Lido di Venezia, 1923 (G. Cesaro) 17. Concorso per il nuovo ponte dell’Accademia, 1932 (L. Monaco Mazza, M. M. Reina) 18. Nuova sede per il Regio Istituto di Architettura ai Tolentini, 1938 (A. Ferrighi) 19. Concorso per il nuovo albergo Danieli sulla riva degli Schiavoni, 1947 (A. Ferrighi) 20. Restauro e sopralzo di Ca’ Venier dei Leoni per la Galleria di Peggy Guggenheim, 1951 (M. Doimo) 21. Fondazione Masieri, 1952 (J. L. Trillo de Leyva) 22. Nuovi padiglioni per la Biennale ai Giardini, 1953 (C. Guarneri) 23. Padiglione-ponte del Brasile ai Giardini della Biennale, 1958-1959 (C. Guarneri) 24. Nuovo Padiglione Italia ai Giardini della Biennale, 1958-1962 (C. Guarneri)

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Il paradigma Venezia: la città come scuola di architettura Giovanni Marras 25. Concorso nazionale per il quartiere Cep alle Barene di S. Giuliano, 1959 (G. Marras) 26. Concorso per il nuovo Ospedale civile a S. Giobbe, 1963 (G. Marras) 27. Nuovo Ospedale a S. Giobbe, 1963-1965 (J. L. Trillo de Leyva) 28. Progetto Novissime: il concorso per la Sacca del Tronchetto, 1964 (J. L. Trillo de Leyva) 29. Progetti per l’Istituto Universitario di Architettura nel convento dei Tolentini, 1965-1975 (L. Monaco Mazza, M. M. Reina) 30. Acqua alta (J. L. Trillo de Leyva) 31. Palazzo dei congressi ai Giardini della Biennale, 1968-1969 (C. Guarneri) 32. Progetti infrastrutturali per Venezia, 1969 (S. Maffioletti) 33. Sistemazione e ampliamento di S. Sebastiano per la Facoltà di lettere e filosofia di Ca’ Foscari, 1974-1978 (L. Monaco Mazza, M. M. Reina) 34. Macchine della laguna (J. L. Trillo de Leyva) 35. Dieci immagini per Venezia. Progetti per Cannaregio Ovest, 19781980 (G. Marras)


36. Venezia Novissima: la Biennale di Architettura, 1980 (S. Maffioletti) 37. Architetture veneziane alla Biennale di Venezia, 1980-1982 (S. Maffioletti) 38. L’Isola della Scienza a Sacca Sessola, 1982-1985 (G. Zucconi)

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“Opera di natura” e “opera di artefice”: il podio murario come strato archeologico e il tappeto sospeso Martino Doimo 39. Progetto Venezia: Ca’ Venier dei Leoni alla III Biennale di Architettura di Venezia, 1985 (M. Doimo) 40. L’Arsenale riordinato, 1983-1987 (G. Marras) 41. Il nuovo margine nord di Venezia, 1986-1991 (S. Maffioletti) 42. Concorso internazionale per il nuovo Palazzo del Cinema al Lido di Venezia, 1990 (S. Pezzutti) 43. Concorso internazionale Una porta per Venezia a Piazzale Roma, 1991 (S. Pezzutti) 44. Nuova sede delle Università di Venezia a Mestre, 1991 (S. Gravili) 45. Laboratorio prove materiali per l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia a Mestre, 1991 (S. Gravili) 46. Concorso per l’ampliamento del cimitero nell’isola di S. Michele, 1998 (S. Pezzutti) 47. Concorso per una nuova sede Iuav nell’area dei Magazzini Frigoriferi a S. Basilio, 1998 (S. Pezzutti) 48. Padiglione del Portogallo alla XI Biennale di Architettura di Venezia, 2008 (T. García Píriz)

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Lo Iuav come parte di Venezia Serena Maffioletti Apparati

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Note biografiche degli autori Bibliografia Indice dei nomi Crediti fotografici Abbreviazioni


Venezia di carta Serena Maffioletti Responsabile della ricerca

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Serena Maffioletti


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uesto libro nasce dall’accettazione della proposta che il Dipartimento di Architettura, costruzione, conservazione ha rivolto a Juan Luis Trillo del Leyva, professore di Progettazione architettonica alla Escuela técnica superior de Arquitectura de Sevilla, di venire come visiting professor allo Iuav nel 2016: l’invito, che s’iscrive nei pluriennali rapporti tra Trillo de Leyva e lo Iuav, dei quali egli è tra i protagonisti spagnoli fin dagli anni Ottanta, costituisce dunque un’ulteriore occasione per lui d’incontro con la scuola e la città. Redigendolo, il programma di visiting professor appariva quasi un momento di riflessione per Trillo sulle ragioni di questo legame, uno scavo negli strati deposti nel tempo in questi due luoghi, Venezia e Iuav, tra loro uniti da radici indissolubili. Guardando in questo cantiere archeologico, apparivano tutta l’eterogeneità e la molteplicità dei materiali – i progetti e gli scritti, gli ingegneri e gli architetti, le cause e le conseguenze, l’acqua e la luce, la città e la laguna… –, che formano l’eccezionalità costruttiva di questo luogo. E appariva come Venezia fosse una sorgente costante dell’architettura come nessuna altra città al mondo, anche in questo Duemila, il secolo della globalizzazione: la singolarità del paesaggio, l’autonomia della politica, la liberalità della società, il cosmopolitismo della cultura avevano fatto di Venezia un approdo di mondi che, sempre più fluidi e dilatati, trovavano nel suo labirintico spazio-tempo un ancoraggio sicuro, dove tuttora permangono bellezza e storia, cultura e natura. Non casualmente dunque Venezia è sede di due organismi principali della cultura architettonica internazionale, La Biennale di Architettura e l’Università Iuav, per generazioni un riferimento mondiale. È forse un antico costume che consente a Venezia di resistere, così che essa vive d’una contraddizione: intollerante Venezia di carta

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Venezia, tra il Regno d’Italia e il Regno Lombardo-Veneto: i piani e le norme per la città Alessandra Ferrighi

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Alessandra Ferrighi


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ei primi due decenni dell’Ottocento i provvedimenti legislativi, approvati nell’intervallo di tempo del Regno d’Italia tra il 1806 e il 1814, segnarono le premesse per una nuova idea di Venezia. Questo breve periodo, se visto all’interno della storia millenaria della città, va considerato come il momento che diede inizio al nuovo volto della città. Osservando più da vicino i fenomeni, dal punto di vista legislativo, troviamo da un lato i provvedimenti che prescrivevano i controlli severi sulle attività edilizie e sulla conservazione della città con il decreto del 9 gennaio 1807 Decreto portante il regolamento sull’ornato della città che all’art. 1 istituiva anche la Commissione per l’ornato; dall’altro i provvedimenti che portarono al rinnovamento della città con i decreti n. 261 del 7 dicembre 1807, Decreto portante varj provvedimenti a favore della città di Venezia e il n. 77 del 25 aprile 1810 Decreto portante la soppressione delle compagnie, congregazioni, comunie ed associazioni ecclesiastiche. Venezia cominciò in quegli anni a muoversi su un doppio binario. Gli ultimi due decreti prevedevano nuovi indirizzi e progetti, nuove aree di espansione, o la dismissione dei complessi ecclesiastici ridestinandoli a funzioni laiche e la riorganizzazione delle parrocchie con la conseguente demolizione di molte delle chiese parrocchiali. Nello stesso tempo però vi era il suo contraltare attraverso il decreto sull’ornato. Allo slancio verso una città dal volto “moderno” si contrapponeva l’attività della Commissione per l’ornato che controllava le attività edilizie, cercando di frenare le demolizioni e di salvaguardare il decoro della città, approvando progetti giudicati all’altezza della magnificenza della stessa Venezia. Giannatonio Selva visse entrambe queste due posizioni, come artefice del piano per la città e di molti dei progetti innovatori di architetture, molte delle quali Venezia, tra il Regno d’Italia e il Regno Lombardo-Veneto

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I primi piani per la città

1797-1807

La caduta della Repubblica per mano dei francesi nel 1797 segna l’inizio di un nuovo capitolo nella storia millenaria della città di Venezia. La nuova Municipalità comincia a immaginare un nuovo destino, a riorganizzare l’apparato amministrativo e a introdurre alcuni provvedimenti che puntano verso uno stato laico, così come era avvenuto in Francia dopo la Rivoluzione francese. Ciò che meglio esemplifica l’avvio di questo processo, anche dal punto di vista cartografico, sono le due immagini raccolte in questa scheda, redatte durante la prima e la seconda dominazione francese. Nella Pianta della Comune di Venezia divisa in otto sezioni del 5 Annebiatore (26 ottobre) 1797 si disegna la riorganizzazione dei sei Sestieri – la storica divisione della città – in otto aree omogenee per destinazione, secondo un nuovo ordine “democratico” [1]. Le nuove aree prendono i nomi di ciò che più caratterizza quelle porzioni di città: la sezione «I Viveri» comprende il Canal Regio, la più vicina alla Terraferma tramite il canale di S. Secondo; la sezione «II Educazione» include l’insula dei Gesuiti, dove si immagina di concentrare le scuole della città; la sezione «III Marina» comprende l’Arsenale; la sezione «IV Legge» include i palazzi di piazza S. Marco; la sezione «V Spettacoli» riunisce le insulæ con i teatri; la sezione «VI Commercio» comprende la Giudecca e l’isola di S. Giorgio dove verrà creato il Porto Franco e dove si immagina lo sviluppo industriale di Venezia; la sezione «VII Pesca» comprendente quella parte di città verso S. Marta; infine, la sezione «VIII Rivoluzione» ruota intorno a S. Polo e alla zona del mercato di Rialto. Ciò che emerge è la volontà di creare una nuova geografia 34

urbana, determinata dalla conterminazione dei canali, e la riorganizzazione delle parrocchie all’interno delle macro aree con un numero uguale di parrocchiani senza alcuna disparità. La pianta di Ludovico Ughi del 1729 [2] viene riutilizzata dalla Commissione per l’ornato e voluta da Giannatonio Selva, dopo l’insediamento della stessa commissione. Secondo Selva sulla pianta della città avrebbero dovuto essere «tracciati que’ rettifili, ed abbellimenti, che il pubblico decoro, e comodo potranno suggerire» (AMV, 1807 Ornato) finalizzandoli al piano di miglioramento della città. La Commissione, riunitasi per la prima volta il 21 aprile del 1807, formulò un piano disciplinare contro le demolizioni senza autorizzazione di stabili di pregio e il riordino delle attività di mercato vicine ai palazzi delle Procuratie. Alle attività della Commissione si aggiunse il decreto n. 261 del 7 dicembre 1807 che in sessantotto articoli propose le innovazioni per Venezia, dettate da Napoleone. Alessandra Ferrighi

Archivi AMV, 1807 Ornato. Bibliografia Bollettino 1807; Alberti, Cessi 1928; L’emblematicità del caso 1985; Romanelli 1988. Pagina a fianco, in alto: [1] Pianta della Comune di Venezia, 1797 (BMC, Gabinetto di Cartografia, Cl. XLIV, n. 0081); in basso: [2] Ludovico Ughi, Iconografica rappresentazione della inclita città, 1729, stampa con modifiche della Commissione per l’ornato (BMC, Gabinetto di Cartografia, Cl. XLIV, n. 0069).


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Residenza vicereale nell’Orto botanico di S. Giobbe 1823-1825, Emilio Campi-Lanzi, G. Francesconi, Giovanni Alvise Pigazzi Il primo novembre 1811 entrava in funzione un Orto botanico pubblico nell’ex convento dei Frati Minori a S. Giobbe, da poco acquisito dal Demanio dello stato. Il nuovo spazio didattico-sperimentale, concepito secondo i canoni enciclopedici del musée, costituiva un corredo del liceo-convitto e dell’unito cabinet de physique, allestiti nel 1807 nell’ex convento di S. Caterina, nel medesimo sestiere di Cannaregio. In questo modo, esso andava ad accrescere la dotazione di «stabilimenti pubblici» per l’istruzione assegnati al capoluogo-Venezia con l’annessione al Regno d’Italia. Una prima ambiziosa ipotesi di ridisegno del giardino era redatta da Francesco Dupré, professore di botanica e primo direttore dell’Orto di Venezia, sottoposta al parere della Direzione generale della pubblica istruzione con sede nella capitale a Milano (ASM, Fondo Studi, Parte moderna, 1811, b. 1056). Egli aspirava così di introdurre a Venezia, «seconda città del Regno» (Cantù 1858, 227), alcuni caratteri di magnificenza propri del Jardin des Plantes di Parigi e dei progetti - anch’essi irrealizzati - per una Ménagerie a Milano. Al contempo, il “giardino scientifico” doveva collegarsi, oltre al liceo, anche al vicino osservatorio meteorologico nell’isola di S. Giorgio in Alga e al nuovo cimitero cittadino decretato il 7 dicembre 1807, in corso di realizzazione su progetto dell’architetto Giannantonio Selva (Romanelli 1988). Si trattava di aree nel margine settentrionale della città ripensate come nuove centralità urbane, parte di un vagheggiato sistema collettivo del verde e dell’istruzione pubblica che facevano 38

da contrappunto ai giardini selviani per il pubblico passeggio. Dopo il 1817, con la piena investitura di Venezia, al pari di Milano, nel rango di “semi-capitale” lombardo-veneta, maturavano alcuni progetti per trasformare l’Orto botanico lagunare in una residenza del viceré, il quale si alternava ogni sei mesi nelle due città. Una prima soluzione veniva redatta nel 1823 dall’ingegnere Francesconi dell’Ispezione centrale d’acque e strade della Direzione del demanio di Venezia, per la «riduzione di un Fabbricato annesso all’I.R. Giardino Botanico per diversi usi del Giardino medesimo» [1]. Vi compariva una «Stanza a comodo di Sua Altezza il Principe Vice-Re, e di altri distinti Personaggi che visitassero l’I.R. Giardino Botanico», accostata ai locali contenenti le serre e le stufe con minime modifiche distributive e di spesa, secondo finalità prevalentemente conservative. L’anno seguente, il viceré affidava all’ingegnere Campi-Lanzi dell’Ufficio Fabbriche (Gottardi 2001, 159-160) un più ampio «progetto di generale riduzione di quell’Erariale Stabilimento» [2]. In questa soluzione, la stanza per il viceré e per le massime cariche costituiva il perno di un’articolata composizione che interpretava più da vicino le nuove finalità rappresentative volute dal Governo. Nel medesimo edificio si susseguivano una duplice conserva di piante, l’abitazione del giardiniere e un locale di riposo per personaggi ragguardevoli, in una pluralità di temi progettuali raccordati in prospetto da stilemi e ornati di matrice neoclassica. Nel 1825, il governo chiedeva un parere all’ingegnere Pigazzi della Direzione


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Concorso per il nuovo ponte dell’Accademia

1932, Carlo Scarpa

Nell’aprile del 1932 viene indetto il concorso per la sostituzione del vecchio ponte dell’Accademia, ormai in precarie condizioni, costruito nel 1852 da Neville e composto da unica campata orizzontale di 50 metri realizzata interamente in ferro. Alto solo quattro metri sul livello dell’acqua, il ponte rappresentava un impedimento alla navigazione lungo il Canal Grande ed era malvisto dalla popolazione per le sue linee considerate troppo legate alla rivoluzione industriale e inappropriate a Venezia. Furono più di una cinquantina i concorrenti. La commissione giudicò tutti i progetti presentati apprezzabili da un punto di vista tecnico, ma carenti dal punto di vista di adattamento all’ambiente, dimostrando una generale avversione verso linee “moderne” e premiando invece proposte più conservative, con una tradizionale forma ad arco. Tra questi partecipò anche il giovane Carlo Scarpa con un progetto che nelle linee e nella concezione strutturale rivelò per l’epoca tutta la sua modernità, distaccandosi dalla quasi totalità delle altre proposte caratterizzate da linee neogotiche e da una concezione strutturale più tradizionale. Il ponte di Scarpa si componeva di due parti distinte. Sulle rive, due grandi testate in cemento armato protese verso l’acqua formavano le basi sulle quali s’innestano due scalinate che dalla quota della città portano alla sommità del ponte, a 6,5 metri di altezza. Una lama d’acciaio appoggiava sulle estremità e si connetteva orizzontalmente alle rive, creando una piazza sopraelevata dalla quale osservare senza ostacoli e da un punto di vista privilegiato quella parte di città rivolta sul 88

Canal Grande. Il progetto reinterpretava anche l’area circostante. Un leggero basamento, creato nel campiello verso campo S. Stefano e a ridosso delle gallerie dell’Accademia, rendeva più graduale l’avvicinamento al ponte, mentre entrambe le rive del Canal Grande venivano integrate nel progetto e rimodellate in due grandi gradinate avvicinando, ancora di più, la città all’acqua. La realizzazione, organizzata in due fasi, avrebbe previsto, successivamente alla costruzione delle due testate, l’inserimento della parte centrale in acciaio, trasportata lungo il canale e portata in quota grazie all’aiuto dell’alta marea. Né il progetto di Scarpa, né il progetto vincitore del concorso, firmato da Duilio Torres e Ottorino Bisazza, verranno però realizzati: il ponte di Neville sarà infatti sostituito nel 1933 – un mese prima della pubblicazione dei risultati del concorso – da un ponte «provvisorio» in legno su progetto di Eugenio Miozzi, ponte che ancora oggi collega le rive del canale. Leonardo Monaco Mazza, Mara Micol Reina

Bibliografia Brusatin 1972; Dal Co, Mazzariol 1984; Populin 1998. Pagina a fianco, in alto: [1] Carlo Scarpa, Progetto di concorso per il ponte dell’Accademia, vista dal Canal Grande, 1932; in basso: [2] Progetto di concorso per il ponte dell’Accademia, vista di studio, 1932 (ACS, cass. 5, cart. 22).


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Nuova sede per il Regio Istituto di Architettura ai Tolentini 1938, Guido Cirilli Dal 1926, anno d’istituzione della Scuola superiore di architettura di Venezia, al 1938 quando propose i disegni per la facciata dei Tolentini, Guido Cirilli aveva già presentato alcune soluzioni progettuali per dare una nuova sede alla Scuola da lui diretta. Palazzo Giustinian a S. Trovaso, non lontano dall’Accademia di Belle Arti, era sempre meno adatto alle esigenze didattiche della Scuola, che vedeva accrescere di anno in anno il numero dei suoi iscritti. Rimarrà comunque il palazzo designato fino agli anni Sessanta del Novecento quando l’ex convento dei Padri Teatini (Tolentini) sarà riadattato come sede definitiva su progetto di Daniele Calabi (Dalla Costa 1992). A dieci anni dall’apertura della Scuola (che nel frattempo prende il nome di Regio Istituto di Architettura) vi è il progetto del 1936 di un nuovo edificio nell’area della Marinarezza lungo la Riviera, la riva dell’Impero, da poco ultimata che faceva da prolungamento della riva degli Schiavoni verso i Giardini. In un lotto, per il quale si prevedevano alcune demolizioni, Cirilli progettò un edificio in stile moderno per nulla dialogante con il contesto urbano, ma con tutte le caratteristiche per il buon funzionamento della didattica. Fallita questa idea progettuale realizzò lo studio di fattibilità nel 1937, solamente in pianta, per palazzo Vendramin Calergi, in attesa di una destinazione, e del Fondaco dei Turchi, già sede del Museo di storia naturale. Questi progetti, per diverse ragioni, non furono mai portati a termine (Ferrighi 2014). Il recupero dell’ex convento dei Tolentini sembra prendere una piega diversa quando il podestà di Venezia, il conte Giovanni Marcello, decise che in quegli spazi potesse 90

trovare sede l’Istituto, dopo la graduale dismissione da parte dell’Intendenza di Finanza che lo occupava. Cirilli iniziò a elaborare più soluzioni progettuali per offrire una facciata monumentale che caratterizzasse l’ingresso della nuova sede. La facciata fu pensata a lato della chiesa, dove c’era l’ingresso del convento. Si trattava dell’area compresa tra la chiesa, accanto alla scalinata sulla quale si erge il pronao corinzio, il rio dei Tolentini e il campo formatosi dopo le demolizioni delle case poste sul fianco sinistro della chiesa, e la rinnovata calle dei Amai (ex corte dei Amai). Era un’area già ampiamente trasformata a metà Ottocento, prima con la dismissione del convento, trasformato in caserma, e poi con il nuovo asse pedonale che era stato creato tra la zona dei Tolentini e campo S. Rocco, grazie a un nuovo ponte, comportando la ridefinizione degli spazi urbani e nuove dinamiche dei flussi verso i Frari. Dal punto di vista urbano era uno spazio nuovo che si era creato demolendo vecchi edifici, senza una sua particolare connotazione, ma che aveva consentito la messa in luce il fianco sinistro della chiesa, offrendo così una visuale della stessa molto più ampia. Tutti i progetti di facciata di Cirilli colgono questa valenza ed enfatizzano il ruolo del frons scenæ che si sarebbe così potuto creare. Nel corpus dei disegni di Cirilli (AABAV, Fondo Guido Cirilli) ci sono diversi schizzi a lapis che introducono ai due progetti definitivi, acquarellati su cartoncino. Il primo progetto con una facciata breve, in due differenti versioni, non avrebbe comportato modifiche al campiello [1] [2]. Il secondo, sicuramente più oneroso,


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Nuovo Ospedale a S. Giobbe

1963-1965, Le Corbusier

Se fosse stato costruito, il progetto del nuovo ospedale a S. Giobbe avrebbe significato la definitiva integrazione del Movimento Moderno nel divenire delle città. Lo sviluppo che le normative di conservazione del patrimonio hanno avuto nel Novecento e gli assunti stessi dell’architettura moderna hanno impedito che essa fosse presente nei centri storici, come invece era accaduto alla nuova architettura in ogni altra epoca. Solo in modo marginale e timido l’architettura moderna ha potuto intervenire nella città storica: il suo successo e il suo sviluppo sociale hanno impedito che il Movimento Moderno contribuisse, soprattutto nella relazione con la storia e l’architettura del passato, al cambiamento della città occidentale ed europea in modo proporzionale alla sua importanza. La modernità è stata così imprigionata dalla sua struttura teorica, nella sua rottura con la storia, trattenuta nelle periferie e impossibilitata a mostrare alla società i vantaggi che l’architettura delle avanguardie avrebbe potuto apportare ai centri antichi. L’Ospedale di Venezia, l’ultimo progetto di Le Corbusier, che morì il 27 agosto 1965, mentre stava definendo il progetto generale e non ne aveva ancora cominciato l’esecuzione, avrebbe fornito un riferimento architettonico vitale per l’evoluzione della modernità a Venezia e di tutti i centri storici. L’integrazione della pietra moderna – il calcestruzzo armato – con la pietra d’Istria dei palazzi e con i mattoni veneziani sarebbe stata un grande progresso nelle teorie conservative del restauro del Novecento, nella riabilitazione di luoghi ed edifici, nel cambio di mentalità di politici e 130

intellettuali, preoccupati solo dell’apparenza architettonica, della superficialità della materia urbana, impedendo così la spazialità e funzionalità raggiunte dall’architettura moderna. Nel 1962 il sindaco di Venezia, Giovanni Favaretto Fisca, invitò Le Corbusier a partecipare a una conferenza internazionale sulla conservazione e il restauro intitolata Il problema di Venezia, promossa dal Comune e dalla Fondazione Cini. L’invito fu rifiutato da Le Corbusier – aveva 75 anni e non era in buona salute –, che però colse l’occasione d’offrirsi per «la soluzione di un problema generale ben determinato». Era appena stato approvato il Piano regolatore che destinava il settore di S. Giobbe alla costruzione di un nuovo ospedale in sostituzione di quello di SS. Giovanni e Paolo. L’offerta fu accettata e il sindaco gli propose di intervenire per il nuovo ospedale. Fin dalla prima lettera ufficiale inviata dallo studio al Comune, Le Corbusier stabilisce i criteri del progetto, soprattutto circa il dibattito moderno tra antico e nuovo: «Quel che dovete costruire fatelo di un’architettura il più moderna possibile, fate stabilire, da chi ne abbia diritto, degli standard di illuminazione e di aerazione che costituiranno le facciate. Impiegate il cemento armato per costituire questi standard e non cercate di copiare il vecchio mattone fatto a mano della vecchia Venezia» (OCV, Fondo Atti Nuovo Ospedale, 1959-1977, Lettera di Le Corbusier del 3 ottobre 1962). L’invito del sindaco e l’ambizione di Le Corbusier a diffondere nel mondo la sua architettura provocarono un’intensa attività, che s’interruppe bruscamente con la morte dell’architetto. Se non è qui


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Progetti infrastrutturali per Venezia

1969, Costantino Dardi

Entro il sistema bipolare composto da Venezia da un lato e Mestre-Marghera dall’altro, una grande croce è tracciata sul territorio lagunare a sancirne l’unità: un braccio di tale croce è formato dal ponte translagunare ferroviario (1846) e stradale (1931), costituito dal Ponte della Libertà, e l’altro dalle reti territoriali formate dalle Strade Statali 14 (Triestina, tra Venezia e Trieste) e 309 (Romea, tra Ravenna e Mestre). Collocati quasi alle radici del Ponte della Libertà a simboleggiarne il valore territoriale quali porte di accesso di un aggiornato turismo alla città di Venezia, sono due progetti di Costantino Dardi, un Maestro della Scuola di Venezia, l’architetto che più di tutti e prima di tutti in Italia ha colto nelle infrastrutture della mobilità il segno di una nuova scala di costruzione del paesaggio e in esse la sperimentazione di emergenti temi per l’architettura. Disposto all’incontro tra l’A4 TorinoTrieste, la SS309 e la tangenziale di Mestre, il progetto per il Motel Agip a Mestre (con Giovanni Morabito, 1969) dal classico impianto cubico, offre servizi innovativi al viaggiatore, con le camere disposte attorno a un’alta corte risolta come giardino d’inverno e coperta da una leggera struttura reticolare. I piani inferiori sono ampiamente attrezzati da spazi d’accoglienza e da sale al servizio delle attività imprenditoriali di relazione e di comunicazione del viaggiatore; il piano terra è connesso tramite la geometria della pianta con lo spazio esterno in forma di giardino. Frutto del forte impegno produttivo e culturale di Enrico Mattei, guida della grande stagione di Agip, il motel è parte dell’importante sequenza di progetti che Dardi elabora per quella società: evitando 154

tanto i limiti di un approccio esclusivamente ingegneristico così come dell’advertising del prodotto, egli attribuisce ai manufatti previsti da Agip lo status di architettura, che manifesta la propria identità civile e la propria origine urbana nell’espressione della funzione, della forma e della costruzione. Lungo la SS14 Dardi negli stessi anni andava realizzando una stazione di servizio Agip a Mestre-Bazzera (con Ariella Zattera), con la quale approfondiva le proposte vincenti, avanzate in un concorso di progettazione architettonica (1968) bandito da Agip per elaborare l’architettura dei manufatti di servizio autostradale. I lunghi bracci, l’uno a protezione delle vetture durante il rifornimento di carburante l’altro a copertura del bar per il viaggiatori, s’incrociano sotto una cupola cubica in policarbonato retta da travi reticolari. L’opera che esprime nella forma e nella tecnica costruttiva tutta la forza dell’invenzione, può essere iscritta nella Venezia di carta, visto il grave stato di abbandono che ne fa prevedere presto la distruzione. Serena Maffioletti

Archivi AP, Fondo Costantino Dardi. Bibliografia Dardi 1976; Costanzo 2009; Mistura 2016. Pagina a fianco, dall’alto: [1] Costantino Dardi, Progetto di un motel Agip a Mestre, studi preparatori; [2] Pianta dell’attacco a terra, Pianta quota -0.65; [3] Sezione con evidenziato lo spazio interno della grande corte, sezione 2-2 (AP, Fondo Costantino Dardi).


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Venezia Novissima: la Biennale di Architettura

1980

Non è possibile raccontare della Venezia di carta senza segnalare il contributo che la Biennale di Architettura ha dato alla riflessione su Venezia. Se, fin dalla sua costituzione nel 1980, il fine del Settore Architettura della Biennale è il confronto sull’architettura, è da evidenziare il diverso carattere espresso da alcune tra le prime edizioni da quello delle successive: la I Mostra internazionale di Architettura, tenuta nel 1980, è intitolata La Presenza del Passato, direttore è Paolo Portoghesi; la III Mostra internazionale di Architettura, tenuta nel 1985, è intitolata Progetto Venezia, direttore è Aldo Rossi; la V Mostra internazionale di Architettura, tenuta nel 1991, porta l’omonimo titolo, direttore è Francesco Dal Co. Se la seconda edizione è dedicata ai paesi islamici e la quarta a H. Petrus Berlage, le successive avranno come curatori architetti stranieri di fama mondiale e come fine il confronto internazionale rispetto un tema globale, cruciale e rappresentativo dell’attualità del progetto architettonico. Anche la settima edizione, curata dall’italiano Massimiliano Fuksas agisce entro questa linea programmatica. In questo paesaggio la prima, la terza e la quinta edizione si distinguono. Nel 1980, la I Biennale di Architettura inaugura con la Strada Novissima il neocostituito settore, oltre alle mostre intese come omaggi a Ignazio Gardella, Philip Johnson, Mario Ridolfi ed Ernesto Basile, eletti ad antesignani di un’intensa relazione del contemporaneo con il passato. Esprimendo una tesi destinata segnare il percorso dell’architettura del XX secolo, il comunicato stampa recita: «Il tema della manifestazione dal titolo La presenza del 172

passato è il ruolo che oggi torna ad assumere – per un sempre crescente numero di architetti – la riflessione sulla storia come base attiva per progettare. È questa la maniera più immediata con cui si manifesta oggi lo sforzo di uscire dalla crisi del Movimento Moderno e dell’International Style: crisi anche di astinenza dovuta alla troppo saggia (e moralistica) dieta nei confronti dell’intero patrimonio delle opere di architettura. Saranno presenti quegli architetti che con maggior attenzione e coerenza si sono indirizzati in anticipo e con originalità verso questa direzione» (AP, Fondo Costantino Dardi). A segnare quella Biennale è la Strada Novissima, l’eccezionale allestimento che mette in scena la storia anche attraverso l’appropriazione del luogo, le cinquecentesche Corderie dell’Arsenale, ora offerte alla città e al mondo dopo un lungo abbandono. A ciascuno dei venti architetti di fama mondiale selezionati – o che la conquisteranno anche attraverso questa esposizione – è offerta una campata delle Corderie per realizzare tra le sue alte colonne una facciata che dia forma al loro pensiero sul tema cruciale in quegli anni: dietro a essa ognuno presenta in una personale la propria opera. Scelti dalla commissione permanente formata da Costantino Dardi, Rosario Giuffrè, Udo Kultermann, Giuseppe Mazzariol, Roberto Stern, cui sono affiancati Vincent Scully, Christian Norberg-Schulz, Charles Jencks e Kenneth Frampton (che si dimise) sono individuati Frank Gehry, Hans Hollein, Josef Paul Kleihues, Christopher W. Moore, Robert A.M. Stern, Christian de Portzamparc (che ritirerà la propria partecipazione),


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Venezia di carta  

a cura di Alessandra Ferrighi

Venezia di carta  

a cura di Alessandra Ferrighi

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