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“Lasciamo le donne belle agli uomini senza fantasia” Marcel Proust

# 37

Primavera 2012

LANTERNA Periodico dell’associazione studentesca “La Terna Sinistrorsa”

POLITECNICO

Speciale Festa della Donna In foto: Hanne Dahl, danese, alla seduta del Parlamento Europeo il 26 marzo 2009


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EDITORIALE di Elena Argolini

8 MARZO: ET POURQUOI? Di Federico Labriola

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HA ANCORA SENSO ESSERE... Di Stefania Noce

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DONNE E VIDEOGIOCHI... Di Federico Bortot

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“IO MI SONO UNA DONNA” Di Erica Lenzi

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RIMORCHIARE IN PERIODO ESAMI Di Ludovico Signori

Che differenza c’è tra una donna e un uomo? E tra maschile e femminile, tra un bambino e una bambina? Si può essere donne ed essere maschili allo stesso tempo. La differenza esiste oppure la creiamo noi? Ovunque sul globo la vita sociale della razza umana è sempre coinvolta da questa sorta di principio dell’equilibrio, come su una bilancia in cui su un piatto pesano le realtà del mondo “femminile” e su l’altro quelle del mondo “maschile”. Ma l’obiettivo comune qual è? Vogliamo denunciare i soprusi, la violenza fisica come quella psicologica, forse ancora più dura perchè subdola, travestita. Intere generazioni di donne fatte crescere con ideali di “bellezza” ipocriti che non hanno fatto altro che far allontanare dalle nostre menti e dai nostri cuori la vera bellezza, ovvero quella di stare bene con se stessi e cercare di coinvolgersi sempre di più nel mondo usando l’intelletto ed il corpo, indipendentemente dalla taglia di reggiseno e dalla lunghezza dei peli sulle braccia. L’unica vera differenza, per cui il Diritto deve dare risposte concrete, è che a noi cresce la pancia e che da grande non potrò fare il Papa. Per il resto le


03 differenze che vediamo oggi sono gli strascichi del mondo di prima, in cui per uscire di casa ci si doveva sposare e dove si stava con un marito per un’intera vita, inghiottendo gli abusi, le corna e l’assenza. Oggi, molto velocemente, tutto si sta capovolgendo. Arriviamo a 30 anni con già molte esperienze e sposarci non è il primo dei nostri sogni. Il ruolo della donna nella società è cambiato, per fortuna, ma dobbiamo essere uniti per tutelare e aumentare la dignità e i diritti di tutti, uomini, donne e LGBTQI. Impariamo a rispettare noi stessi e potremo iniziare a capire veramente il mondo. In occasione della Giornata Internazionale della Donna, la Terna vi dedica questo numero del Lanterna, in ricordo anche di Stefania Noce, giovane studentessa dell’Università di Catania, interessata da anni al tema dell’uguaglianza sociale la cui vita è stata violentemente interrotta lo scorso Dicembre per mano del suo stesso compagno.

elena.argolini@gmail.com

Potete trovare l’articolo integrale di Stefania sul sito www.movimentostudentesco.org, cercando: “Ha ancora senso essere femministe?” Bansky


04 LA PECORA GRIGIA

8 MARZO: ET POURQUOI? di Federico Labriola Perché una “festa della donna”? C’è forse una “festa dell’uomo”? E’ in fondo, come San Valentino, solo un’occasione per regalare un po’ di fiori e cioccolatini, una cenetta fuori e poi tutti felici (o infelici) come prima? No! E’ tutto - e dico tutto - sbagliato. Partiamo da una premessa fondamentale: se vogliamo dare il giusto nome alle cose, stiamo parlando della Giornata Internazionale della donna, niente feste e pasticcini. Ma certo, potrebbe esclamare qualcuno, l’8 marzo si ricorda la morte di centinaia di operaie nel rogo della fabbrica di camicie Cotton avvenuto nel 1908 a New York. Si, un po’ di popcorn, una bibita gasata e sarebbe veramente un bel film. Peccato che non sia mai esistita una fabbrica Cotton, a New York, nel 1908. Per fortuna che l’8 Marzo 1908, non ci fu nessun rogo. E allora cos’è questo 8 Marzo? 08-03.…mi sa che questa volta i Maya non c’entrano, magari la kaballah ebraica?! No, dai, non scherziamo. Siamo in verità nel 1917, a San Pietroburgo e - avviso i deboli di cuore

Mexico. Le donne delle comunità indigene difendono la loro gente e la loro terra dagli attacchi dei paramilitari, mercenari del governo statale che da anni sostiene questa forma di governo nelle varie regioni del paese (dal Oaxaca al Chiapas). Le donne, a causa dell’ingente fenomeno di immigrazione di uomini nel nord del continente, rimangono a gestire la terra e la comunità.


05 - c’entrano un pochino i comunisti. Le donne della capitale russa guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della prima guerra mondiale: la fiacca reazione dei cosacchi inviati a reprimere la protesta incoraggiò successive manifestazioni che portarono al crollo dello zarismo, ormai completamente screditato e privo anche dell’ap-

poggio delle forze armate. E così l’8 marzo 1917 è rimasto nella storia a indicare l’inizio della «Rivoluzione russa di febbraio» (secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia, eravamo al 23 Febbraio). Per questo motivo, e in modo da fissare un giorno comune a tutti i Paesi, il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale


06 delle donne comuniste, tenuta a Mosca una settimana prima dell’apertura del III congresso dell’Internazionale Comunista, fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia». Non è infatti un caso che la prima giornata internazionale della donna in Italia venne organizzata dal Partito Comunista Italiano, nel 1922. Come non è un caso che pochi anni più tardi, sempre in Italia, venne pubblicato sul periodico ‘Compagna’ una lettera di quel cattivone di Lenin che ricordava l’8 marzo come Giornata internazionale della donna, la quale aveva avuto una parte attiva nelle lotte sociali e nel rovesciamento dello zarismo. Aspetta un attimo, dai, stai correndo troppo! Vorresti dire che ogni anno festeggiamo la “Giornata internazionale dell’operaia” indetta dall’Internazionale Comunista? Vuoi dire che sinistra, centro, destra, su e giù ogni anno si uniscono nelle celebrazioni di una festa comunista? No. Sarebbe stupido e pretenzioso attribuire un tema delicato quale il riconoscimento del ruolo sociale della donna ad un singolo schieramento politico, rendendolo un possesso esclusivo. Probabilmente per questo, insieme alle tragiche conseguenze della seconda guerra mondiale e della divisione del globo, si è “preferito” sorvolare sull’origine storica della celebrazione, per renderla la più universale e condivisibile possibile. Non è di certo per scrivere un apologo del comunismo che ho scritto quest’ar-

ticolo. Non è nemmeno per denunciare manipolazioni storiche, non è il mio campo. Penso però che un elemento sia assolutamente necessario ricordare riguardo l’origine storica della “festa della donna” (spero che ormai possiamo attribuire il giusto significato a questa dicitura che - diciamolo - è nettamente più comoda). La festa della donna non è nata in un salotto di intellettuali. Non è nata dai romanzi rosa, non è nata tra le righe del dolce stil novo. E’ nata in piazza, durante la guerra, tra le truppe schierate pronte a caricare. E’ nata nelle fabbriche, dove era una quotidiana lotta, non solo per iniziare il lavoro, ma anche per finirlo viva. Quindi la festa della donna non è il trionfo del buonismo e del politically correct. Non è una “concessione” del sistema maschilista al sesso debole. E’ stata una conquista, una battaglia, con i suoi morti, i suoi feriti, la sofferenza e la paura. Tra l’altro, non una conquista unicamente dei propri diritti, della propria affermazione sociale, ma una battaglia combattuta - come nell’episodio dell’8 Marzo 1917 - per la vita e la libertà di tutti, uomini e donne, senza distinzione. Quindi, invece di regalare alle donne fiori, cioccolatini, mimose, invece di cercare disperatamente di guadagnarsi un “grazie”, sarebbe forse meglio che fossimo noi uomini a dire, sinceramente: “Grazie!”.

federico.labriola@gmail.com


07 IL LAVORO NON è DONNA di Marco Favino I dati di questa crisi economica che stiamo affrontando ormai da anni parlano chiaro. A pagare le peggiori conseguenze sono le categorie più deboli, ed in particolare le donne. L’occupazione femminile è scesa dello 0,7% su base annua a Gennaio. E le statistiche ci dicono che oltre 800.000 donne incinte sono state allontanate dal posto di lavoro grazie all’incivile pratica delle “dimissioni in bianco”, a cui l’allora governo Prodi aveva provato a dare una soluzione. Ma appena un anno dopo il successivo governo Berlusconi aveva deregolamentato il controllo di questa pratica. Per chi non lo sapesse, le dimissioni in bianco consistono in una lettera di dimissioni senza data fatta firmare dal datore di lavoro nel momento stesso del contratto. Lettera da utilizzare poi al momento più conveniente, e quindi all’inizio della gravidanza della lavoratrice. Oggi per fortuna si torna a discutere di questo argomento, ma sicuramente non può bastare ad arginare il problema. E ad esempio vorrei citare un caso emblematico, quello delle lavoratrici dello stabilimento Omsa di Faenza. Dopo due anni di cassa integrazione

e tante proteste, che hanno avuto anche un certo risalto attraverso i media, le 240 lavoratrici sono state licenziate con un semplice fax lo scorso 27 Dicembre, appena quattro giorni dopo un incontro abbastanza incoraggiante con il Ministero dello Sviluppo. E a loro vanno aggiunte le 400 lavoratrici dello stabilimento Golden Lady di Gissi (Chieti). Un settore, quello dei calzifici, che non è affatto in crisi e che rappresenta un’eccellenza tutta italiana. E nonostante tutto ciò, in un momento in cui altri settori pian piano si avviano verso un inesorabile declino, l’eccellenza produttiva tutta italiana ha deciso di delocalizzare gli stabilimenti in Serbia, per speculare maggiormente sui profitti. In seguito ai licenziamenti è partita una forte


08 protesta organizzata principalmente sui social network ed è stato organizzato un vero e proprio boicottaggio dei prodotti legato al marchio Golden Lady. Boicottaggio a cui hanno aderito 100 mila partecipanti on-line in pochi giorni. Tant’è che l’Omsa è stata costretta a diramare un suo comunicato ufficiale in rete: “la sorte delle lavoratrici e dei lavoratori Omsa, oltre a quella di tutti gli altri dipendenti è tra le priorità del gruppo, che è all’opera con tutti i soggetti preposti per trovare la soluzione più soddisfacente, insieme”. Intanto si aspettano i fatti. Sicuramente però ci sono da fare ancora molti passi avanti a livello culturale e civile. La società deve comprendere l’importanza dell’occupazione femminile. Purtroppo in Italia la disparità di genere è ancora dominante, e ciò è un fattore di distacco e arretramento rispetto al resto d’Europa. E avvenimenti come quelli di Faenza e Gissi non fanno sicuramente ben sperare. La dignità conquistata con il lavoro è una dignità forte e stabile, elemento non solo di emancipazione per la donna, ma di una vera parità nei fatti con l’uomo. Lì dove vien tolto il lavoro viene tolta una possibilità di riscatto e di crescita, non solo per la donna, ma per la società tutta. E pensare, quasi per analogia, che più di duecento anni fa, a metà del ‘700 a San Leucio, paesino alle porte di Caserta, nell’allora Regno di Napoli sorgeva una delle più grandi fabbriche di seta d’Europa. Grazie ad un apposito Statuto, uomini e donne

avevano pari diritti, nella vita sociale e nel lavoro, e l’unico sistema di confronto era la meritocrazia. Una rivoluzione per l’epoca. Oggi invece continue discriminazioni, licenziamenti facili, disparità di trattamento ci fanno apparire obsoleti rispetto ad un sistema pre-unitario che aveva puntato sull’uguaglianza tra uomo e donna e sulla meritocrazia per raggiungere l’eccellenza.

marco.favino@hotmail.it


VOCI DI DONNA

HA ANCORA SENSO ESSERE FEMMINISTE? di Sen (Stefania Noce) Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di

Yoko Ono: My mummy was beautiful

09 lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi non ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare. Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui. Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche, che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.


10 Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora oggi, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perchè legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne. Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza. Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono ovunque le uniche vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione.

VOCI DI DONNA

LA PUPA E L’EMANCIPAZIONE di Roberta Berardi I giorni che precedono la tanto chiacchierata festa della donna sono per me motivo di profondo disagio, un po’ perché non riesco bene a farmi un’idea di quali vette di commercializzazione toccherà ancora una volta questa data simbolica, un po’ perché provo un certo fastidio al pensiero che mi si debba considerare donna solo una volta all’anno o che mi si debba omaggiare per una caratteristica che mi è connaturata e che non ha nulla di fuori dall’ordinario,

Una tra le migliori opere di street art 2011


11 la femminilità. Ma nel nostro bel paese, che ama dichiararsi evoluto, moderno, emancipato, esiste una vera parità dei diritti? Verrebbe da rispondere di sì, perché in fondo cosa manca a noi donne italiane oggi? Abbiamo scrittrici donne, giornaliste donne, ministri donne, giudici donne, poliziotte donne, artiste donne, medici donne, persino militari donne; abbiamo una costituzione che garantisce a uomini e donne gli stessi diritti, abbiamo una televisione in cui se si è donna è persino più facile raggiungere il successo, abbiamo la pupa e il secchi...ops! I conti non tornano. Diceva Simone De Beauvoir ne ‘Il secondo sesso’: “La femminilità è una secrezione delle ovaie o sta congelata sullo sfondo di un

“Le donne non sono una decorazione”

cielo platonico? Basta una sottana per farla scendere in terra?” Domande provocatorie di sicuro, ma che secondo me ben si adattano alla situazione che mi premeva mettere in risalto: la parità dei diritti non è il computo di quanto una donna fa, ma la qualità di ciò che una donna fa nella società. Finché il metro della femminilità coinciderà con le dimensioni di una scollatura o con l’altezza dei tacchi, finché un bel viso vincerà su un bel cervello, finché emancipazione vorrà dire solo trasgressione sessuale; finché un mazzo di mimose basterà a comprare la nostra fiducia, finché avremo bisogno di identificare avvenenza e valore, finché trasformarsi nel sesso forte corrisponderà solo all’assoggettare gli uomini attraverso armi di seduzione, finché avremo bisogno di dipendere dal giudizio o dalla benevolenza di un uomo; finché continueremo a sentirci il sesso debole, o per citare la De Beauvoir, “il secondo sesso”, allora no, al diavolo la costituzione, non potremo affatto dichiarare di avere la parità dei diritti. Pertanto, l’8 marzo, per favore, non sentitevi più donne degli altri giorni dell’anno.


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VOCI DI DONNA

FEMMINISMO: IL PASSAGGIO DI TESTIMONE di Erika Mellone Non riesco a non arrabbiarmi, sentendo come la mentalità di alcuni sia rimasta quella di secoli prima, se ripenso a tutti gli sforzi che sono stati fatti. Soprattutto dovremmo ricordare che la lotta femminile iniziò nel 1905 con il movimento delle «suffragette», quando Christabel e Annie Kenney furono arrestate e incarcerate per aver gridato slogan in favore del diritto di voto durante una riunione del Partito liberale. Seguirono altre manifestazioni e arresti, in carcere le manifestanti attuarono lo sciopero della fame, e grazie a tali gesti molti governi furono messi alla stretta e costretti a concedere alle donne il diritto di voto. E’ grazie a tali donne che da quel momento ebbe inizio un cambiamento socio-culturale all’interno della società, dimostrando che le donne non sono un essere inferiore: non solo riusciamo a mettere insieme ruoli come quello di moglie\madre ma anche quello di donna emancipata e indipendente e come tali dovremmo essere rispettate, non viste come oggetti sessuali. Noi donne dobbiamo ricordarci in primis

che il ruolo che abbiamo ora è il risultato dei sacrifici passati di tante altre e questo non dovremmo mai darlo per scontato. Dobbiamo fare in modo di non perdere mai il rispetto che abbiamo per noi stesse, anche quando altri cercheranno di sminuire la nostra individualità, cercheranno di sottometterci perché pensano erroneamente che il nostro ruolo non si addice ai loro canoni. Ricordiamoci di continuare a combattere per quello in cui crediamo!

mellone.erika@gmail.com

Suffragette


13 DONNE E VIDEGIOCHI: DUE PASSATEMPI COSì LONTANI? di Federico Bortot Si può dire che donne e videogiochi non siano due campi proprio collegati tra di loro: si potrebbe chiudere qui l’articolo con una statistica che vede le donne principalmente attratte dal mercato casual, come i giochi per Wii, in cui la sfida è ridotta a livelli piuttosto bassi e si punta tutto sul divertimento, e finire piuttosto in fretta il discorso. La mia intenzione è invece quella di analizzare le figure presenti nei vari titoli attuali e passati. Si possono sostanzialmente suddividere le donne videoludiche in due categorie: stereotipate o caratterizzate. Nella prima categoria troviamo personaggi come Bayonetta, eroina dell’omonomo gioco, Trish della serie Devil May Cry, la celeberrima Lara Croft di Tomb Raider. Queste esponenti del gentil sesso sono caratterizzate da un tratto caratteriale estremamente superficiale e abbozzato: sono le classiche eroine che si buttano nell’azione per esplorare e

ammazzare, senza motivazioni profonde o ben studiate. Vi sono poi personaggi come Alyx Vance di Half Life 2 e Jade di Beyond Good and Evil (titolo molto sottovalutato, ma consigliatissimo) in cui notiamo tre taglie di seno in meno rispetto alle prima citate, ma godono di uno spessore caratteriale che ha poco da invidiare ai personaggi shakespeariani. Alyx, figlia di Eli Vance, ha dei tratti molto comuni e imperfetti, come lentiggini e capelli corti, ed è stata dichiarata il miglior personaggio femminile mai realizzato in un videogioco, benchè non si tratti di una protagonista; il tempo dedicato alla sua programmazione ha generato un personaggio verosimile, con espressioni facciali curate, animazioni realistiche e un background dettato dal suo ottimo rapporto con il padre. Jade è invece una ragazza che aiuta lo zio adottivo nella gestione di un orfanotrofio, mantenuta da un’attività investigativa. Questa sua predisposizione alle indagini e all’osservazione avrà ripercussioni anche sul gameplay, portandoci a fotografare i vari esseri del pianeta Hillys per studiarne le caratteristiche. Jade è inoltre una rivoltosa che si vuole ribellare al governo assolutistico instaurato dagli alieni sul pianeta in cui vive. Anche nei videogiochi, quindi, la figura femminile si sta scrollando di dosso (pur se permane sempre in alcuni titoli tipicamente orientali) quel tono di femme fatale dall’alto tasso erotico e dalla


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Bayonetta

Alyx Vance di Half Life 2

profondità caratteriale di una pozzanghera. Jade e Alyx sono esempi di come persone comuni ma con tratti caratteriali particolari riescono a instaurare col protagonista un ponte che vada oltre il “mi servi per la missione”: spesso sarà Alyx a tirarci fuori dai guai con qualche semplice trovata e finiremo per affezionarci a lei, tanto da farci sobbalzare dall’apprensione quando si troverà in pericolo. Ci sono anche personaggi femminili che, pur non venendo mai presentate se non tramite discorsi, pareri altrui o notizie, riescono a conquistare un posto nel nostro cuore: un esempio è la Principessa di Braid, di cui veniamo a sapere solo tramite i pensieri e i ricordi del di lei innamorato Tim, protagonista della vicenda. È quindi fondamentale capire come anche il videogioco si stia evolvendo in una direzione molto letteraria, offrendo personaggi originali e ben studiati, abbandonando tanto i classici eroi testosteronici (come i protagonisti di Gears of War) o le classiche eroine formose (come Bayonetta e Lara) in favore di personaggi più comuni: scienziati, madri o persone che si ritrovano loro malgrado in situazioni a cui non sono mai state preparate.

bortot.frankie@gmail.com Jade di Beyond Good and Evil


15 IO MI SONO UNA DONNA di Erica Lenzi

Fermo un attimo, stoppa i tuoi processi mentali per un nanosecondo e permettimi di dirti che hai ragione. Sono d’accordo con te… lo so, lo so, guarda la pensiamo allo stesso modo. In fondo le domande che ti stai facendo: perché pubblicare un numero del Lanterna tutto incentrato sulla “donna” per chiederne l’uguaglianza, quando in realtà così facendo ne potenziamo la discriminazione? Perché parliamo delle ingiustizie sulle donne e mai di quelle sugli uomini? Perché tutto questo vittimismo? Perché credere che ci voglia una festa per pensare che la donna sia un essere umano e non una “cosa”? Sono tutte domande legittime e se al contrario, non ci avevi pensato, ecco, adesso ti spiego perché io invece me le sono posta. C’è una donna che mi ha aiutato a cambiare punto di vista, a comprendere che forse le cose non vanno chieste, ma fatte. Questa donna non è mai stata una suffragetta o una femminista, ma una poetessa: Alda Merini. Come ti sei accorto anche tu il mondo della letteratura, in particolare quello della poesia, da secoli è ambito maschile. Gloriosi i

nomi maschili di poeti. Le ragioni sono molteplici, indicate spesso anche negli articoli che precedono il mio: l’educazione, alle donne, è spesso stata sottratta, per lungo tempo tenute lontano dalle scuole migliori, anzi, in passato neanche mandate, fatte mogli presto e poco altro. Eppure proprio nel bel mezzo del ‘900, età ricca di accadimenti e nuovi stimoli, una donna che ha ricevuto l’educazione italiana tipica della mentalità di allora, conquista l’emancipazione di poetessa all’avanguardia, autrice di poesie memorabili, aforismi che mandano in estasi e una capacità espressiva degna dei migliori studiosi di letteratura. Pensa, non aveva passato neanche l’esame d’italiano per entrare al Liceo Manzoni quando era ancora ragazza. La biografia di questa Grande Donna cela tante sorprese: una vita complessa oltre che una personalità non facile, che la portarono ad essere internata in un manicomio, ad allontanarsi dal marito e dai figli, salvata solo da una fede in Dio al confine con la carnalità dello spirito. Il punto è questo, non bisogna sfiorare la pazzia per diventare una donna artefice del proprio destino, bisogna solo avere il coraggio di seguire la propria natura. Il mondo è pieno di uomini apparentemente realizzati, ma infelici. La donna non si può permettere di perdersi nell’infelicità. Se la sua vocazione è essere madre, che sia; se la sua vocazione è ammazzarsi di lavoro dal mattino alla sera, che sia, se la sua vocazione è


16 inventare un aggeggio, che lo costruisca. All’inizio del mondo nessuno ha detto alla donna di essere una vittima, gliel’hanno fatto credere, e lei non ha voluto dimostrare il contrario. C’è qualcosa che io non voglio ammettere: il potere dell’uomo, perché in realtà non esiste. La situazione della donna è molto eterogenea sia oggi nelle diverse parti del mondo, sia nelle diverse epoche storiche. Gli abitanti Sparta, i Maya, ma non solo, hanno sempre avuto civiltà piuttosto matriarcali. Oppure, per fare un esempio odierno, in Danimarca o in Finlandia le donne non le vedo in difficoltà rispetto agli uomini. Sai cosa spero? Che ci si renda conto che essere donne voglia dire di più che chiedere l’uguaglianza. Che la si pianti con tutti i pregiudizi sulle religioni e ci si metta a risolvere i problemi di cui tutti siamo artefici e vittima al tempo stesso: i condizionamenti dell’esterno. Ciò che tu sei, non è solo biologia, ma molto altro e se non ti accorgi che se qualcosa ti cambia o ti ostacola è solo perché tu gli permetti di farlo, vorrà dire che non potrai mai cambiare il tuo destino, perché la colpa sarà sempre fuori di te e mai in te. Il mondo è imperfetto per tutti, uomini, donne, bambini, anziani, disabili e molte altre creature stupende, ma in fondo, il mondo, lo creiamo noi attraverso le interazioni di ogni giorno. Forse la mia filosofia è eccessiva, odio parlare di

grandi mostri idealizzati, senza faccia, frutto solo di ciò che la sommatoria degli atteggiamenti umani ha avuto l’indecenza di creare. Ringrazio tutte coloro che si sono stancate di molte ingiustizie e mi hanno permesso di avere molti meno ostacoli che avrei dovuto affrontare in prima persona se fossi nata in altri momenti storici. Mia madre non potrebbe leggere quest’articolo, ha militato e portato sempre con se il significato della presa di coscienza femminile degli anni ’70, ma lei mi conosce, sa che la


17 Io mi sono una Donna “Io mi sono una donna che dispera Che non ha pace in nessun luogo mai Che la gente disprezza, che i passanti Guardano con sospetto e con rancore, sono un’anima appesa ad una croce calpestata derisa sputacchiata, mi son rimasti solo gli occhi ormai che io levo nel cielo a te gridando toglimi dal mio grembo ogni dolore.”

Gustav Klimt - Le tre età della donna

Alda Merini Dalla raccolta Lettere al dottor G, Frassinelli, 2008

mia riflessione non toglie nulla di quello che lei e molte altre hanno fatto, prova solo a svilupparla in un’ottica futura. Sa che provo semplicemente a dire: non ti preoccupare della legittimazione che ti danno gli altri, tu comportati esattamente come se il mondo non avesse alcun potere di influenzarti, non perderti nei discorsi di altri, non perderti in ciò che vorresti o sarebbe giusto avere, lavora affinchè questo avvenga.

lenzi.erica@libero.it


18 MANGIARE BENE MANGIARE TUTTI di Alessandro Maretti Vi siete mai chiesti come sia possibile che 1 miliardo di uomini e donne in occidente sia sovra-alimentato, mentre 917 milioni di persone nel mondo soffrano le conseguenze della sotto nutrizione? Io non me l’ero mai chiesto, poi qualcuno mi ha aperto gli occhi. L’efficienza della produzione della carne è infinitesima. Per ottenere un chilo di carne occorrono mediamente 15000 litri d’acqua, mentre produrre la stessa quantità di cereali ne richiede solo 1000; inoltre un animale è capace in media di trasformare in carne solo il 10% del cibo che ingerisce. Se si calcola che su 7 miliardi di abitanti del pianeta terra ci sono oltre 3 miliardi di animali d’allevamento, si scopre che il 50% dei cereali e il 75% della soia prodotti al mondo vanno a alimentare l’industria del macello prima e dei fastfood poi, mentre nel sud del mondo si muore di fame e la foresta Amazzonica viene abbattuta per far posto a terreni agricoli. Ai seguenti ritmi di incremento dei consumi si stima che in soli 50 anni la foresta Amazzonica sarà scomparsa e il problema della scarsità d’acqua dolce sarà la principale causa di guerre

nel mondo. Il vegetarianesimo oggi ha milioni di seguaci nel mondo, in tutti gli ambiti della società: sport, spettacolo, musica, politica. Anche nella storia e nelle religioni di tutto il mondo è forte l’attaccamento a uno stile di vita più rispettoso della natura. Perché dovremmo diventare vegetariani? Io me lo sono chiesto, ma non mi sono fermato lì. Essere vegetariani è prima di tutto una questione di etica: uccideresti mai un animale, se potessi farne a meno, ovvero se non ne sentissi la necessità? Se la risposta è no, come credo che sia, allora perché permettere che qualcuno lo faccia al posto tuo? Non credi che questo sia un modo per lavarsi la coscienza? Tutti gli animali, non soltanto i mammiferi, hanno un elevato livello di consapevolezza, indipendentemente da come esprimono il proprio affetto per l’uomo. Allora perché uccidere un gatto per nutrirsene dovrebbe essere diverso da uccidere una mucca, una gallina o un maiale? Mangeresti il tuo cane o il gatto del tuo vicino solo perché è buono? Non esistono animali di serie A e animali di serie B, ma solo animali diversi. Ma non è solo questo. L’uomo occidentale vede l’animale sostanzialmente come una “macchina di trasformazione”. Gli animali vengono ammassati in grandi allevamenti, rinchiusi in gabbie, imbottiti di cibo, acqua


19 e antibiotici; talvolta subiscono anche delle menomazioni per impedire che, a causa dello stress nello star chiusi nelle gabbie, si facciano del male a vicenda. Quando raggiungono il peso e la dimensione desiderati, essi vengono stipati nei tir, dove viaggiano per molti chilometri fino a raggiungere i luoghi di macello, dove l’uccisione avviene nei modi più crudeli. Dove sta dunque il problema, e dove una possibile soluzione? Il problema è essenzialmente il consumo smodato di carne che contraddistingue la nostra dieta, uno dei peggiori aspetti che abbiamo importato dagli USA e che andiamo esportando a nostra volta nei paesi in via di sviluppo, quali la Cina. Se nel paese con il più alto tasso di crescita al mondo si diffondesse un consumo di carne pari al nostro ci sarebbero presto più animali d’allevamento che uomini, contro ogni tipo di equilibrio dell’ecosistema terrestre. La soluzione,

Protesta vegetariana - Barcellona - 2011

come capirai, vien da sé. Ridurre il consumo di carne o eliminarlo del tutto! Una dieta vegetariana è molto più salutare di una dieta carnivora. La quantità di proteine che assumiamo consumando o ancor peggio abusando della carne è di gran lunga superiore alle nostre necessità, necessità a cui potremmo tranquillamente far fronte, con una dieta bilanciata, assumendo solo proteine vegetali. Gli studi, dai più vecchi fino ai più recenti, confermano inoltre che la popolazione carnivora è mediamente più colpita da patologie quali tumori, obesità e malattie cardiovascolari. Se il mio obiettivo era di metterti la pulce nell’orecchio, ora è tuo dovere informarti e fare delle scelte. Il futuro tuo e dei tuoi figli è nelle tue mani…e nella tua bocca.

alessandro.maretti@gmail.com

Protesta vegetariana - 2009


20 RIMORCHIARE IN PERIODO ESAMI di Ludovico Signori “Il saggio è pieno di ansietà e indecisione nell’intraprendere qualsiasi cosa, e per ciò ha sempre successo”, tu sei saggia. Innocuo dialogo tra uno studente, una ragazza e il Vampiro. T: Forse dovrei riprendere a fumare. Solo se si fuma, si rimorchia in biblioteca. C: E’ una vecchia storia, non dovrebbe stupirti, rientra sempre nei fattori di aggregazione sociale. Hai fatto una cazzata a smettere. Forse vivrai di più e più solo. T: Già cazzo, è limitante in ogni caso. Forse sarebbe meglio fumare, o forse avere la capacità di fare finta. E poi per cosa? Per fare gli attori per qualche minuto, tornare a studiare sperando di aver fatto colpo? Meglio fare gli spettatori muti di un film muto e sperare di alzarsi allo stesso tempo per scomparire a fare l’amore assieme, fuori dai propri corpi, fuori dal tempo e poi tornare sui libri, turbati. C: E tutti quegli sguardi che girano li credi un film muto? No, sono turbinio, ma qualche contatto c’è, onde onde. E’ da un’ora che la guardi, perchè non ti

alzi e la inviti? T: Non posso, non la conosco. Ho la tendenza a respingere prima di essere respinto, un grande risparmio di tempo e soldi. Non ho la forza, se solo fumassi sarebbe così facile, si alza, mi alzo, entriamo nel cortiletto, le offro da accendere, e nascono scintille. C: Dai vai, sembri carico, ora che è distratta e ti sta guardando. Alzati chiedile qualcosa, sorprendila. T: Che fai sabato? A: Occupata, devo suicidarmi. T: Ok non fai per me. Un saluto. T: Incredibile, sembrava così un fiore, deve vivere nella pianura più nebbiosa, è difficile esistere a Milano. Comunque vuole farla finita. Credo avesse un gatto tra l’arancio e il bianco. C: Si chiamava Felix e fumava sigari col


21 boxer del vicino. Mangiava solo rane e non topi, raro amante dei giochi nel traffico. L’ha affettata con i suoi artigli solo perchè ha tentato con successo di salvarlo dalla morsa gomme asfalto, ed era solo un cucciolo. Era meglio lasciarlo morire. E’ stato, per quel che è durato, un signor gattaccio. C: Smettiamola di divagare, togli lo sguardo da quei libri, osserva il silenzio del parlare. Devi crearti l’occasione! Le azioni comportano erezioni. (un’erezione un’erezione un’erezione triste) T: Ho un problema con le relazioni. Tendo ad affezionarmi a delle immagini, frutto di nessun ragionamento, sono solo il continuo scorrere di frammenti di donna, una ninfa. Non parla, non si esprime se non con l’irrazionale, una

figura indefinita che ammalia, strega, dando l’impressione della malinconia del desiderio di afferrarla. E’ l’immagine che si crea di fronte a molte delle ragazze che trovo nelle aule studio. C: E’ bello farsi trasportare dall’immaginazione di quello che potrebbe nascere trascorrendo un pò di tempo fuori dallo spazio con le persone che incontriamo lungo la strada, in metro, in piazza. Ma se non farai la prima mossa, nulla verrà da se. T: Non ho la forza, o mi manca il coraggio. Preferisco farmi accarezzare dell’immagine della ninfa che scorre a rallentatore in testa sapendo che se agissi questa stessa pace sarebbe infranta dalle imperfezioni della realtà: quella che sembrava essere la balia di Dioniso altro non è che una dispettosa foglia secca. Meglio tornare al momento delle immaginifiche scopate sotto gli alberi. C: Così rimarremmo soli, frustrati. Ma non ti accorgi che è solo la paura che uccide e inquina i sentimenti? Tu hai paura. T: Forse. Cosa mi consigli quindi? C: Allora, esci dalla logica convenzionale. La razionalità non è il verso giusto per fare colpo. Meglio dare sfogo alla pazzia; se compresa, sarà divertentissimo! [...]

ludo.signori@gmail.com Continua a leggere il finale del racconto sul nostro sito: www.laternasinistrorsa.it


22 REBUS

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23 REDAZIONE

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Lanterna #37  
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