Lanterna #47

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Primavera 2020 “Al Nakba: una storia poco narrata”

n.47 “Quanti assorbenti servono per accendere una lampadina?”

“Il cacciatore di record: lo Streak Eagle”

Lanterna

INIZIATIVA REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DEL POLITECNICO DI MILANO

periodico della lista di rappresentanza la terna sinistrorsa

La fiamma continua ad ardere “Se i corpi sono in quarantena, la mente non lo sarà mai.”


La Redazione* *Questo numero è pensato per aiutare le persone affette da dislessia: Font come il Verdana, un’ampia interlinea e testo di corpo >10 punti, infatti, è provato facilitino la fruizione. Buona lettura a tutti!

Grazie alla lista di rappresentanza “La Terna Sinistrorsa” Realizzato nella primavera 2020 con il contributo del Politecnico di Milano A questo numero hanno partecipato: Ada Bacigalupo Marco Barbaro Marta Barbieri Angelo Boglione Amedeo Carbone Federico Citterio Giada Martinoia Poliedro (Associazione LGBTQ+) Manfredi Schembri Francesco Stassi Progetto grafico di Anna Riti Copertina di Daniele Spini


Indice Editoriale..........pg. 3

Politica Sinistra, dì qualcosa di sinistra!.........pg.5 Al-Nakba: una storia poco narrata.........pg.9 Il Futuro Passato.........pg.14 Quanti assorbenti servono per accendere una lampadina .........pg.16 L’importanza di sentirsi determinanti.........pg.20

Società Cronache di uno stupro.........pg.23 Il cacciatore di record: lo Streak Eagle.........pg.26 La rivolta di Stonewall e l’importanza del Pride.........pg.30

Intrattenimento I tesori dell’uomo nel corso della Storia.........pg.32 Commedia in tre fermi.........pg.36 Baudelaire aveva ragione?.........pg.40 Bojack Horseman: chi è il colpevole?.........pg.48


Chi siamo noi? La Terna Sinistrorsa è una lista di rappresentanza studentesca presente da ormai 25 anni al Politecnico di Milano. Terna si propone come luogo di dibattito per lo sviluppo di idee efficaci ed innovative che amplino le possibilità dell’Ateneo, dando a tutti spazio di opinione e confronto in un gruppo aperto a contributi di ogni tipo. Siamo studentesse e studenti certi che la cultura possa essere un efficace strumento di azione sociale e collettiva contro le ingiustizie, azione alla cui base vi sono gli ideali di uguaglianza, libertà e democrazia. La nostra idea condivisa di università è: diritto allo studio, qualità della didattica e vita universitaria. Ed è con il rafforzamento di questi tre concetti che vogliamo continuare a rappresentare gli studenti. Per conoscerci, partecipa alla nostra riunione settimanale che si svolge ogni mercoledì a Leonardo o a Bovisa, alla quale può venire chiunque sia interessato. Oppure contattaci tramite mail a info@ternasinistrorsa.it oppure tramite le nostre pagine Facebook ‘La Terna Sinistrorsa’ o Instagram @la_terna_sinistrorsa


Editoriale

Cambiare tutto per non cambiare niente Ada Bacigalupo

Inizia il 2020. Negli stessi giorni in cui si manifesta nel ricordo di Giulio Regeni, ricercatore italiano brutalmente assassinato in Egitto nel 2016 per il quale si sta ancora lottando affinché giustizia sia fatta, la cronaca ci informa su un nuovo aberrante caso:

Patrick Zaki, studente e attivista egiziano in Erasmus presso l’università di Bologna, è stato arrestato non appena è atterrato in patria per trascorrere alcuni giorni di vacanza. L’accusa è di istigazione alla violenza e ai crimini terroristici, diffusione di notizie false, incitamento alla protesta. Tutte accuse faziose mosse dal governo, macabramente celebre per essere un forte repressore dei diritti umani, diritti per i quali Patrick si sta battendo. Nei giorni successivi all’incarcerazione preventiva di Patrick, si vengono a sapere nuovi particolari: infatti oltre ad essere stato imprigionato, il ragazzo subisce torture ed è costretto a passare svariati giorni in una cella sovraffollata senza alcun rispetto di spazi vitali e di igiene. La vicenda nel frattempo si evolve e Patrick si ritrova segregato nel carcere di massima sicurezza di Tora, luogo dal quale, è risaputo, è praticamente impossibile uscire; qui sono imprigionati molti oppositori politici e giornalisti. Non

si può negare che dopo quest’ultima notizia, la speranza inizia a vacillare. Sembra un caso che questa vicenda abbia inizio negli stessi giorni dell’anno durante i quali si era svolta quella di Giulio, eppure pare quasi che sia una sorta di segno del destino che vuole spronarci a ripartire da qui per non lasciare che queste barbarie progrediscano indisturbate. Di fronte a tutto questo non si può rimanere indifferenti, un’altra volta. Bisogna fare il massimo per ottenere giustizia; è così che si dimostra la piccolezza e la debolezza di una politica - quella italiana - che preferisce fare il gioco di un regime repressivo pur di ottenere accordi che giustifichino l‘incapacità nel gestire, correttamente nel tempo, le politiche internazionali, a partire dalla gestione dei flussi migratori, e purtroppo tale incompetenza la si vede in moltissime altre situazioni. Dobbiamo pretendere che i nostri diritti fondamentali vengano rispettati sempre e ovunque perché è inaccettabile che le persone possano venire torturate e ammazzate, il tutto con il tacito consenso di un governo che non solo se ne compiace ma sostiene queste barbarie – si noti che il governo egiziano è accusato di aver compiuto almeno 4 depistaggi sulle indagini del caso Regeni. L’Italia avrebbe dovuto sostenere la causa fin dal primo momento; invece i nostri politici si sono piegati al ricatto

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del governo di Al-sisi, trovando nuovi accordi con il paese che ha trucidato un nostro giovane ricercatore. È vergognoso tornare a relazioni diplomatiche normali, come se nulla fosse accaduto, di fronte ad un fatto grave come l’omicidio, e non solo, di fronte ad uno stato che ha sempre cercato di nascondere la verità e si è dimostrato un pessimo collaboratore durante le indagini – e purtroppo non c’è da stupirsi in quanto si ritiene che i mandanti dell’omicidio siano stati i servizi segreti egiziani stessi.

Patrik Zaky non è un cittadino italiano ma è uno studente come tutti noi che ha scelto di studiare nel nostro paese: c’è quindi un’estrema necessità di fare luce su questo caso per fare in modo che atrocità come ciò che è accaduto a Giulio nel 2016 non si verifichino mai più. Lo pretendiamo non solo come persone, ma soprattutto come studenti che si battono per maggiore giustizia. Le istituzioni dei paesi da cui proveniamo dovrebbero essere i maggiori organi di difesa nei nostri confronti, è quindi impensabile che essi diventino i nostri maggiori oppressori. È ora di lanciare un segnale forte dimostrando che i giovani contano, che sono un tassello fondamentale del paese, che senza politiche che li tutelano e che tutelano le loro idee non gli sarà mai data la giusta rilevanza nel sistema economico-sociale contemporaneo. Si deve comprendere l’enorme importanza che l’istruzione riveste nella nostra società, perché è ciò che dà

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un’occasione di riscatto ai giovani, e non solo: è anche ciò che gli dona coscienza sia su loro stessi sia sul circostante. In un periodo storico, considerato il più progredito ed evoluto di sempre, ci ritroviamo ancora a dover affrontare dittature, violenza, razzismo e intolleranze di ogni genere, questo perché siamo ancora molto, troppo, lontani da un mondo in cui ognuno ha diritto d’accesso all’istruzione e alla cultura, chiavi fondamentali per vivere liberi in un mondo libero. Siamo stanchi di vedere che non viene fatto abbastanza, che ci sono sempre cose più importanti da risolvere prima di queste, che tanto sono storie scomode che vengono fatte scivolare volontariamente in secondo piano, nella speranza che finiscano nel dimenticatoio. Non lo dobbiamo permettere. Dobbiamo continuare a chiedere giustizia non solo per Giulio e per Patrick, dobbiamo farlo per tutti noi, perché se abbiamo lasciato campo libero alle ingiustizie ieri e glielo lasciamo anche oggi, domani sarà molto più difficile lottare per un mondo dove ognuno potrà godere di diritti e libertà di parola ed opinione.


Politica Sinistra, dì una cosa di Sinistra Manfredi Schembri

Nell’attuale situazione storica e politica è innegabile come l’intera Sinistra si stia scontrando con numerose difficoltà che la portano sempre più verso un declino per nulla positivo per la società, a prescindere dalla fazione politica di appartenenza. La Storia e il passato dovrebbero insegnarci a vivere meglio e ad affrontare problemi e inconvenienti. Mai più di adesso si dovrebbe guardare al passato per far riemergere, finalmente, la vera identità della Sinistra. “Sono di Sinistra se, di fronte alla solitudine di un’anziana malata, mi accorgo che anche la mia vita perde qualcosa; sono di Sinistra se le rinunce di una famiglia di quattro persone rendono la mia più povera; sono di Sinistra se vedo un bambino che muore di fame e in quel momento è mio figlio, mio fratello piccolo”. Queste le parole del fondatore del Partito Democratico, Walter Veltroni, intento a divulgare la sua idea di Sinistra, a far comprendere cosa rendeva una persona, un cittadino, più vicino alla Sinistra che non ad altre fazioni politiche. L’ormai scrittore di gialli affermava anche come essere di Sinistra non fosse

“Appartenere ad un partito di quell’area ma quello per cui mi batto. Ciò per cui mi batto mi descrive più di ogni altra cosa.” Ad oggi possiamo vedere come questa idea di appartenenza politica, da Destra a Sinistra, sia ormai compromessa.

Il cittadino e anche il politico, interiorizza un’appartenenza politica rispetto al Partito di cui prende parte e non più, come invero dovrebbe essere, sulla base delle proprie reali idee e posizioni. Un esempio ormai usurato può essere quello del Senatore e Leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che pur essendo una personalità di Centro/Centro-Destra, con politiche simili a quelle portate avanti da un partito come Forza Italia, fece carriera nel Partito Democratico pur non essendo “Uomo di Sinistra” ma semplicemente un progressista. Condizioni simili tendono a minare la stabilità dei partiti ma soprattutto danneggiano la fiducia che il cittadino dovrebbe riporre nella politica e che ad oggi possiamo considerare davvero bassa. La scalata al potere di Renzi all’interno del già citato PD ha portato quest’ultimo a staccarsi dai valori della Sinistra e soprattutto dall’animo popolare che questa fazione politica ha sempre posseduto. Possiamo dunque considerare questo uno dei tasselli per i quali la Sinistra ha avuto un forte declino negli anni, dal quale sembra riprendersi, anche se non abbastanza, solamente in questi mesi. A Sinistra, tuttavia, non esiste solo il PD e l’analisi della Sinistra, delle sue possibilità, del suo riscatto e della sua storia non può riguardare certo solo il Partito Democratico e Matteo Renzi. Addentriamoci in un’analisi storicopolitica. Durante la Prima Repubblica

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il maggiore partito di Sinistra veniva identificato nel Partito Comunista Italiano, nato nel 1921 a Livorno. Esistevano anche altri partiti come Democrazia Proletaria, di Sinistra Radicale e partiti filo-socialisti di Centro-Sinistra ma il PCI, soprattutto sotto la segreteria di Enrico Berlinguer, possedeva largo consenso tra il popolo: nelle elezioni del 1976 raggiunse il picco percentuale con il 34%, attestandosi secondo partito dietro la Democrazia Cristiana giunta quasi al 39%. L’azione del Partito Comunista, in grado di raccogliere così tanti consensi, risiedeva nella sua capacità di dedicare la giusta attenzione ad ogni problema e malessere vissuto dal popolo. I lavoratori, i proletari, venivano presi per mano e accompagnati, fianco a fianco, nelle loro lotte per i diritti. Non si trascurava, però, neanche la politica interna, così come l’istruzione, i diritti civili e soprattutto la politica internazionale: il PCI prese addirittura le distanze dall’allora Unione Sovietica, al tempo punto di riferimento del Comunismo Occidentale. Il popolo anti-borghese, proletario, a favore di uno stato sociale e progressista, trovava in Berlinguer e nel Partito Comunista un perno, un punto di riferimento. Solo chi apparteneva a fazioni più radicali o più moderate si esentava dal voto al partito in analisi, preferendo partiti extraparlamentari e radicali oppure il Partito Socialista. Con la morte di Berlinguer, salvo nelle Europee appena successive in cui avviene il “Sorpasso Storico” del PCI sulla DC, il Partito ha registrato un calo progressivo dei consensi, giungendo al suo discioglimento nel 1991 sotto la segreteria di Achille Occhetto. Da allora e dunque dal posttangentopoli, il PCI ha vissuto la scena politica diviso tra Rifondazione Comunista e il Partito Democratico della Sinistra. Passati alla Seconda Repubblica, il cui periodo va dalla fine di Mani Pulite sin

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ai giorni nostri, la Sinistra ha registrato una serie di vittorie ma da qualche anno si ritrova in un inesorabile declino nel quale è possibile registrare una lieve e insufficiente ripresa. L’ala di Sinistra della nostra politica attuale oggi si vede estremamente frammentata e distaccata sia dalla realtà del paese che dai propri valori storici. Un’eccessiva quantità di micropartiti, inoltre, renderà pure più democratico lo scenario politico, garantendo una larga rappresentatività sul territorio ma provoca anche una tale dispersione dei consensi che non permette a molti partiti di superare la soglia di sbarramento e di entrare all’interno di Parlamento e Senato, mentre ad altri partiti più grandi viene reso impossibile proporre governi o porsi come pilastri delle camere. I vari partiti politici della Sinistra di oggi è anche raro che partecipino a mobilitazioni popolari, che fiancheggino i proletari e i lavoratori di ogni categoria nelle loro lotte, che vadano “Casa per Casa, Piazza per Piazza”, che portino avanti delle proposte che siano non solo progressiste ma anche e soprattutto sociali, di Sinistra.

Quali sarebbero, dunque, le azioni da intraprendere per fa riconciliare la vera anima di Sinistra con il popolo? Sicuramente la Sinistra dovrebbe compattarsi e non distruggersi da sola. I numerosi partiti esistenti sarebbe bene mettessero da parte asti e rancori stupidi e immaturi, per guardare non tanto a ciò che divide l’uno dall’altro ma ciò che li rende simili e parte di una stessa fazione. Creare, così, un’entità unica di Sinistra che raccolga in sé più anime e un’entità unica di una Sinistra radicale che a sua volta raccolga tutte le realtà che si identificano in politiche di Sinistra ma radicali. In questo modo,


per entrambe le formazioni, sarebbe più efficiente e semplice agire sul territorio e presentarsi durante le elezioni politiche. Spostando il focus su azioni che non siano mera strategia politica, la Sinistra tutta dovrebbe in massa occupare le piazze, andare tra le strade, incontrare la gente e di questa ottenere la fiducia, mostrarsi e dimostrarsi fratelli, amici, compagni di lotta. Ad oggi, i “luoghi del popolo” sono nelle mani della Destra, tra Salvini e Meloni, che scendono spesso in piazza e tra la gente, mostrandosi però come Capitani coraggiosi, uomini forti che invero incarnano la più squallida inefficienza, la più devastante incompetenza e la più profonda ignoranza: ignorano regole, trattati, fatti storici e scientifici, ignorano modus operandi opportuni rischiando di cadere in situazioni assai spiacevoli per l’intero paese. Infine, i diritti i civili e le conquiste di questo tipo sono molto importanti e vanno a gran voce richieste ed ottenute. Tuttavia, la Sinistra non può essere solo progressista, non può pensare di fondare la propria azione politica solo su questo. Servono investimenti sulla Sanità, sull’Istruzione, serve generare lavoro, aiutare le imprese ad assumere, serve attivare la popolazione per ottenere una crescita, tutelando al massimo il popolo attraverso l’introduzione di un salario minimo dignitoso, di un aiuto per i meno ricchi che non sia solo di tipo monetario ma anche lavorativo. Insomma, serve una forte idea di Stato nella sua totalità che ad oggi è assente da Destra a Sinistra.

(Sandro Pertini, messaggio di fine anno agli Italiani, 1981) In queste parole di Pertini la Sinistra di oggi dovrebbe trovare il nucleo del proprio programma elettorale e dunque di governo. La Sinistra deve tornare al popolo, dare agli Italiani un lavoro, una casa, la certezza di una cura per la propria salute e quella delle persone amate. Diritti inalienabili che vanno garantiti e rispettati. Ma attenzione: bisogna non pensare solo al popolo più anziano e già cresciuto, bisogna concentrarsi soprattutto sui giovani, oggi privi di prospettive, senza la possibilità sociale, per molti, di costruirsi un futuro, di ottenere una casa propria e poter vivere serenamente la propria vita professionale, sociale ed affettiva. Se la Sinistra sarà in grado di far rivivere se stessa attraverso Pertini e Berlinguer, per l’Italia saranno gloriosi tempi d’oro. Per giovani, adulti e anziani.

Grazie Sandro, Grazie Enrico, Amici, Fratelli, Compagni, Padri e Nonni di tutti noi.

“Io credo nel Popolo Italiano. È un popolo generoso, laborioso, non chiede che lavoro, una casa e di poter curare la salute dei suoi cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo”.

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Estranei a casa nostra: le nostre città trasfigurate a causa dell’emergenza. In questo progetto collettivo che trovate sparso tra le pagine della rivista fotografiamo i nostri luoghi di casa che in questi giorni ci risultano come corpi estranei: luoghi in cui eravamo accolti e che ora ci sono preclusi. Foto di Tommaso Cigognetti

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Politica Al-Nakba: Una storia poco narrata Amedeo Carbone

Come tanti miei coetanei, sono un assiduo lettore del giornale online The Vision, e alle volte mi capita di imbattermi in articoli che riescono a catturare la mia attenzione. Per esempio, tempo fa, in occasione della Giornata della Memoria, hanno pubblicato questo articolo1 che, sebbene un po’ flusso di coscienza, ha avuto il merito di introdurmi ad un argomento abbastanza ricorrente sui giornali, ma di cui ben poco sapevo circa le cause e il contesto storico che hanno portato alla situazione attuale.

Parliamo di al-Nakba, “catastrofe”, termine con il quale i palestinesi indicano l’esilio senza ritorno dai loro territori, ossia l’esodo avvenuto durante la guerra civile del ‘47 — ‘48, scoppiata a seguito della fondazione dello Stato d’Israele. L’articolo che io ho letto fa partire la narrazione dal ‘48, ma ho scoperto che la storia comincia ben prima e affonda le radici nella situazione esistente in Palestina poco meno di un secolo fa quando era protettorato britannico. Nel 1915 i britannici avevano promesso la Palestina agli arabi, in cambio dell’aiuto ricevuto contro l’impero Turco Ottomano con la Rivolta Araba. Alla fine della Grande Guerra, il regno britannico riceve dalla Società delle

Nazioni il mandato sulla Palestina, con il compito di esercitare provvisoriamente assistenza amministrativa fino a quando la popolazione soggetta a mandato non fosse stata in grado di governarsi da sola. Qui si ha una prima contraddizione: al termine della prima guerra mondiale, la Gran Bretagna (con la dichiarazione di Balfour) esprime l’intenzione di creare in Palestina un “focolare nazionale” (national home) che possa dare asilo non soltanto ai pochi ebrei di Palestina che già vi abitavano da secoli (Yishuv2), ma anche agli ebrei dispersi nelle altre nazioni. In storiografia, la dichiarazione di Balfour costituisce il primo contatto di alto livello tra gli Inglesi e la leadership dell’Organizzazione Sionista3, il cui referente era Lord Rothschild, ed è uno dei motivi per cui la posizione della Gran Bretagna si fa più ambigua. Nonostante queste premesse, e nonostante l’opposizione della maggioranza araba al movimento sionista (vero promotore di uno stato ebraico in Palestina4), la Gran Bretagna nel luglio del 1922 assume dalla Società delle Nazioni (antesignana dell’odierna ONU) il mandato sulla Palestina. Da quel momento si assiste ad un massiccio aumento della popolazione ebraica in Palestina5, tramite un’immigrazione prima legale e poi,

(1) https://thevision.com/attualita/genocidio-palestinese-memoria/ (2) http://www.treccani.it/enciclopedia/yishuv_%28Dizionario-di-Storia%29/ (3) Mark Levene, The Balfour Declaration: A Case of Mistaken Identity, The English Historical Review, Vol. 107, No. 422 (Jan., 1992), pp. 54-77. https://bit.ly/2UKrYSK (4) https://bit.ly/2vJYRGH (5) Da poco più di 80’000 abitanti si passa ai circa 610’000 del 1947.

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dopo il 1939 e le limitazioni imposte dal Libro Bianco, illegale. Gli arabo-palestinesi temono che questa massiccia immigrazione ebraica li riduca a minoranza in quello che ritengono il loro territorio, e questo, insieme alla reciproca intolleranza, fa degenerare la situazione in diverse rivolte generalizzate, in particolare nella grande rivolta araba del ‘36-’39, per cui i britannici si trovano a un certo punto costretti a limitare questo fenomeno migratorio, proprio attraverso il Libro Bianco6. Dopo i primi moti arabi, la leadership ebraica decide che i suoi insediamenti hanno bisogno di protezione: ciò determina la nascita delle prime milizie clandestine di auto-difesa degli ebrei di Palestina, la principale delle quali è l’Haganah (“difesa”). L’Haganah crescerà negli anni fino a diventare un vero e proprio esercito, contando tra le sue fila decine di migliaia di componenti

effettivi. Secondo gli storici, l’esplodere delle rivolte risulta essere un momento cruciale che porterà la popolazione ebraico-palestinese a rendersi sempre più indipendente e in grado di autosostentarsi7. Arriviamo così a un punto di svolta nell’intera storia: la seconda guerra mondiale. In questo periodo la maggior parte dei gruppi ebraici si schierano, per ovvi motivi, con gli Alleati, mentre molti gruppi arabi guardano con interesse all’Asse, nella speranza che una sua vittoria serva a liberarli dalla presenza britannica. Al termine della seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite nominano una commissione (UNSCOP) per gestire la situazione in Palestina, nel frattempo diventata sempre più instabile, e in previsione di crescenti flussi di immigrazione. Il suo scopo è quello di creare un Piano di Partizione della Palestina che serva a dare dei confini al suo territorio e risolva i conflitti fra

(6) British White Paper of 1939, Sezione II Immigration, https://bit.ly/3ajJIuY (7) Benny Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict, 1881-1998, Vintage Books, 2001, pag. 160

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arabi e israeliani. La soluzione che alla fine viene trovata, la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è la creazione di due Stati divisi: uno ebraico e uno arabo, e Gerusalemme sotto controllo internazionale. Lo Stato ebraico proposto è, però, sensibilmente più ampio (56%) di quello arabo - anche se per larga parte è occupato dal territorio arido del deserto del Negev (40%). La parte essenziale delle terre costiere coltivabili sono comunque di pertinenza dello stato ebraico, al quale in totale viene assegnato circa il 55% del territorio totale, l’80% dei terreni coltivati e il 40% dell’industria della Palestina. I motivi che portano la commissione all’assegnazione della maggioranza del territorio ai coloni ebrei sono la previsione di una massiccia immigrazione dall’Europa da parte degli ebrei sfuggiti ai campi di sterminio nazisti, e la volontà di radunare sotto il

futuro stato ebraico tutte le zone dove i coloni ebrei sono presenti in numero significativo (seppur nella maggior parte dei casi etnia di minoranza, come mostrato nelle figure)10. Si viene così al paradosso per il quale tantissimi cittadini arabo-palestinesi si ritrovano cittadini di uno stato “straniero” soltanto perché una minoranza ebraica è presente nel proprio abitato. Com’è prevedibile, gran parte degli arabi che vivono in Palestina e la totalità degli Stati arabi già indipendenti respingono il Piano11, mentre la maggioranza degli ebrei di Palestina accetta la partizione, e c’è addirittura opposizione da parte dei nazionalisti più accesi (tra cui coloro che diverranno i maggiori esponenti del futuro Likud12), che avrebbero voluto una Palestina indivisa, tutta per il popolo israeliano13. Grandi promotori della Risoluzione sono URSS (con la prospettiva di creare un nuovo Stato comunista14) e USA.

(8) https://bit.ly/2UcKHaK (9) https://bit.ly/3ac28h8 (10) United Nations Special Committee on Palestine: Report to the General Assembly: Volume 1, 1947, p. 51, https://bit.ly/2wCMUTN (11) Contrari alla suddivisione del territorio e alla creazione di uno stato ebraico, fecero ricorso alla Corte internazionale di giustizia, ma questo fu respinto. (12) Il partito, tra l’altro, dell’attuale premier israeliano “Bibi” Netanyahu. (13) Palestine Inside Out: An Everyday Occupation, Saree Makdisi, Norton & Co, 2010, pag. (14) https://thevision.com/cultura/kibbutz-amos-oz/

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Questi ultimi subiscono forti pressioni dal movimento Sionista, a partire dal Partito Democratico15, di cui fa parte l’allora presidente USA Truman, fino a giungere a esercitare pressioni su altri stati16. Ad esempio, la Francia viene minacciata di vedersi tagliare gli aiuti statunitensi per la ricostruzione se non vota a favore17. Per parte loro, gli Stati arabi (in particolare Egitto e Iraq) tentano di far valere il loro peso, minacciando da un lato di perseguitare o espellere gli ebrei dai loro territori, dall’altro di imporre embarghi o allinearsi col blocco sovietico18. La decisione delle Nazioni Unite passa comunque con larga maggioranza, e viene seguita da un’ondata di violenze senza precedenti, sia da parte dei gruppi militari e paramilitari sionisti, sia da parte dei gruppi paramilitari arabi. Il giorno seguente l’adozione da parte delle Nazioni Unite della Risoluzione 181, sette ebrei vengono uccisi da arabi in Palestina in tre separati incidenti: inizia ufficialmente così la guerra arabo-israeliana, al-Nakba. Una volta ritiratisi i britannici, il Consiglio Nazionale Sionista dichiara costituito lo Stato Ebraico, e uno dei primi atti del neonato governo è quello di abrogare le limitazioni all’immigrazione imposte dai britannici. Dal canto loro, gli arabi palestinesi non proclamano il proprio stato e gli stati arabi cominciarono apertamente le ostilità contro Israele. Da un lato, dunque, si rafforza la presenza armata araba in Palestina, ma dall’altro si va costituendo anche la forza militare d’Israele, grazie soprattutto all’apporto di una massiccia immigrazione, tra cui parecchi veterani di guerra. La grande forza militare dell’Haganah confluisce nell’esercito del nuovo stato, mentre altri gruppi paramilitari di matrice estremista

vengono dissolti, come l’Irgun (definito dalle autorità della Gran Bretagna e dalla maggior parte delle stesse organizzazioni ebraiche come un’entità terroristica) che si trasforma in un partito politico, poi confluito nel Likud. L’ONU si frappone come mediatore e nel 1949 Israele firma i primi armistizi e ritraccia i propri confini, arrivando a comprendere il 78% della Palestina mandataria, circa il 50% in più di quanto le concedeva il Piano di partizione dell’ONU (proprio quello votato dall’ONU un anno prima). Tali linee di cessate-il-fuoco diventano più tardi note come la “Green Line” (Linea Verde), mentre la Striscia di Gaza e la Cisgiordania vengono occupate rispettivamente da Egitto e Transgiordania. Da questo momento prenderanno forma quei confini che possiamo vedere ancora oggi. Prima di iniziare a documentarmi per la stesura dell’articolo, ero partito da posizioni nettamente pro-Palestinesi: non credo si possa prescindere dal proprio lato umano che di per sé ci sprona a prendere le parti di un popolo che è innegabilmente inerme di fronte a un paese capace di una forza militare devastante come Israele. Ai giorni nostri difatti quando si parla di questione palestinese non si può non pensare subito ai continui attacchi da entrambe le parti (quelle separate dal muro nella foto). La cosa che secondo me maggiormente differenzia Israele dai palestinesi è che gli attacchi operati da organizzazioni palestinesi, come l’OLP e Hamas, sono di matrice terrorista, mentre nel primo caso si tratta di uno Stato democraticamente eletto e membro dell’ONU. Non posso dire che il lavoro che ho compiuto per questo articolo mi abbia fatto rivedere questa mia posizione, ma ha contribuito a minare alcune mie certezze, a rispondere ad alcuni dubbi e a farne nascere molti altri. La conclusione è

(15) John J. Mearsheimer, Stephen M. Walt, The Israel Lobby and US Foreign Policy, Penguin Books, 2008, p.371, n.8. (16) Qui (https://bit.ly/39haPFK) una analisi più dettagliata. (17) James Barr, A Line in the Sand: Britain, France and the struggle that shaped the Middle East, Simon and Schuster, 2011, pag. 219220, https://bit.ly/3doDcor (18) Benny Morris, 1948: a history of the first Arab-Israeli war, Yale University Press, 2008, pagg. 61-62

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che si tratta di una questione veramente complessa, e ciò che si può fare è parlarne, informarsi e soprattutto non smettere di farsi domande. Innanzitutto, domande sul perché sia una questione ancora irrisolta; sul perché tanta gente abbia tanto sofferto e ancora soffra, in particolare la popolazione araba costretta alla povertà e alla miseria, non soltanto nella striscia di Gaza in tutta la regione; sul perché due popoli possano arrivare a una tale escalation di odio e violenza, da spingere la più forte a innalzare arbitrariamente un muro per difendersi da eventuali attacchi terroristici19; sul perché pare ancora che nessuno faccia abbastanza per favorire l’unica soluzione possibile, cioè quella diplomatica. Io credo che una grande responsabilità sia delle nazioni occidentali, dell’ONU e in particolare degli Stati Uniti, come anche della lega araba che continua ad armare i gruppi terroristici. Ad oggi gli Stati Uniti sono il più grande paese che continua

ad appoggiare le richieste e i soprusi di Israele, come l’occupazione violenta di suolo palestinese e la rivendicazione di Gerusalemme, nonostante tutte le decisioni contrarie del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Foto presa da un viaggio in Palestina: si tratta della Barriera (West Bank) dalle parti di Gerusalemme, vista dal lato palestinese.Concludo con questa citazione dell’articolo iniziale: “La guerra civile, scoppiata in seguito all’adozione del piano e poi culminata nel conflitto tra Israele e la coalizione araba, costrinse un nuovo popolo a mettersi in marcia: quello palestinese. Sebbene la risoluzione 194 dell’11 dicembre 1948 garantisse il diritto dei profughi palestinesi a tornare nelle proprie case, al termine della guerra 800.000 palestinesi furono espulsi dalle proprie abitazioni e obbligati a lasciare la propria terra natia.”

(19) Quello stesso muro che si vede nella foto , e che, con i suoi 465 km di lunghezza (ad ora, ma arriverà a 730) invade parte dei territori palestinesi (vedi https://bit.ly/2UsBpaH) e «separa comunità, l’accesso delle persone ai servizi, mezzi di sostentamento e servizi religiosi e culturali» (The Humanitarian Impact of the West Bank Barrier on Palestinian Communities, rapporto ONU del 2005).

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Politica Il Futuro Passato: Rigurgiti dalle fogne Manfredi Schembri “Forse il Fascismo non è mai esistito”, diceva un ignoto. O forse, più semplicemente, speriamo costantemente trattarsi solo di un brutto sogno, un orrido racconto tramandato per intimorirci, per mantenere buoni i bambini più indisciplinati e meno ubbidienti. Eppure così non è. L’immensa quantità di vittime di cui fu complice, peggio, co-autore; le azioni largamente liberticide; la distruzione del potere dello stato, al di fuori della persona sola al comando; il bando dei partiti; il censimento degli iscritti, dei non iscritti, di Italiani e Rom, di Ebrei e Omosessuali, di “storpi” e donne “folli” ma quest’ultime solo audaci personalità ribelli: ribelli ad una dittatura vergognosa (come se ne esistessero di dignitose), ribelli di una società che le voleva (e ahimè le reclama ancor tutt’oggi) mogli e madri. In un simile contesto assume un forte significato la frase di Ciceroniana memoria: “Historia Magistra Vitae”. Italiani, Tedeschi, Europei e cittadini del mondo dovremmo tutti trarre insegnamento da queste buie pagine della storia ricolme di regimi totalitari, impregnati del culto del capo, dell’uomo singolo al comando, con una totale castrazione della Libertà comune. Eppure ci ritroviamo a vivere in un contesto storico assai lontano da quello

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che i nostri nonni, i nostri Partigiani e guerrieri della Libertà si sarebbero aspettati.

“Ma adesso, dimme ‘npo’, il popolo… comanna?” così recitava Gigi Proietti in un eccelso monologo sul tema dei Partigiani, dei caduti della Liberazione. Una domanda che costantemente ci poniamo e la cui risposta è perennemente populista. Ebbene, il popolo comanda. Il popolo comanda, il popolo è realmente sovrano: un sovrano che non sa tuttavia di esserlo. Esercita la propria sovranità con l’anima da servo. Addita chi per lui è carnefice del loro potere, si affida invece alle fallaci braccia di chi promette loro una reale sovranità, un governo sovrano, un regime Sovranista. Ci si lascia abbindolare da chi millanta la morte di libertà, di chi addita gli avversari di privare i cittadini dei loro diritti ma che a sua volta priverebbe gli stessi delle Libertà più comuni e ancora peggio, priverebbe un’intera Nazione di un Futuro. O quantomeno, di un futuro dignitoso e umano. I colpevoli di un tale impatto raccolgono in eredità dalla storia le mani tinte di sangue scarlatto che copioso ancor oggi scorre, per loro bestiale responsabilità. Partiti politici, movimenti, associazioni


ma anche singole personalità: una “community” sociale che in Italia e in tutto il mondo cavalca l’onda dell’odio e della paura, alimentando quest’ultimi per far lievitare i propri consensi. Nulla unisce più di un nemico comune, di un male assoluto, fonte di ogni disgrazia. Anche quando, quel nemico comune, quel male assoluto, altro non sono se non specchi per le allodole, Armi di distrazione di massa.

Al finire del mese di Ottobre, tra gli scranni del Senato Italiano, si è votata una Mozione che vantava come prima firmataria la Senatrice a vita Liliana Segre. Si trattava di una mozione la quale, all’interno di uno stato civile, avrebbe ricevuto un voto unanime. Tuttavia, perché seguire la via della decenza e divenire impopolari? La Destra ( Lega, Fratelli di Italia e Forza Italia ) ha dunque deciso non di votare contro ( Perché esporsi nel proprio squallore? ) ma di astenersi, giustificando ciò come un’azione atta a difendere la Libertà comune. Parole condivisibili, quelle della Destra. Peccato, tuttavia, che la mozione non votata da loro e assimilata come liberticida, riguardasse l’istituzione di una commissione straordinaria contro l’odio, il razzismo, l’antisemitismo e qualsiasi altra discriminazione di natura etnica e religiosa. La libertà difesa dai partiti che, stando ai sondaggi, oggi regnano tra il consenso del popolo, è la libertà di odiare, di promuovere atti di violenza e di promulgazione di odio. Come si può, alle porte del 2020, votare a sfavore o astenersi riguardo una mozione in senato che lotta contro chi cavalca l’onda dell’odio e della violenza, contro chi ancora prosegue la via della discriminazione, dell’antisemitismo? Soprattutto se una tale mozione viene

promossa da chi l’ha vissuto sulla propria pelle, l’antisemitismo. Ad Auschwitz. Ma dopotutto, come può essere possibile che nel 2020, ormai ad una distanza di quasi un secolo, esistano ancora associazioni e partiti apertamente neofascisti malgrado una legge che prevede sanzioni, reclusione e scioglimento delle associazioni per apologia al fascismo? E ancora, com’è possibile che 3.000 persone si organizzino senza alcun impedimento per commemorare la marcia su Roma, marciando a Predappio, là dove il loro vergognoso mentore può addirittura vantare una tomba? Il mondo di oggi ha un urgente bisogno dell’anima ribelle dei nostri nonni, di coloro che dei monti fecero la propria casa, che diedero la vita per la libertà perché non c’è cosa più bella di essere liberi. Liberi come uomini. A chi, oggi, vi ride in faccia quando parlate di fascismo, quando sottolineate la natura fascista di partiti come Lega e Fratelli d’Italia, sorridete e alzate il pugno in aria. Invitate al silenzio, perché la storia ci ha già dato ragione e se ve ne sarà la necessità rinfrescherà a tutti la memoria.

Mala tempora currunt… ma noi, per fortuna, non ci arrendiamo.

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Politica Quanti assorbenti servono per accendere una lampadina? Giada Martinoia “Cosa accadrebbe se all’improvviso, magicamente, gli uomini potessero avere le mestruazioni e le donne no? Le mestruazioni diventerebbero un evento maschile invidiabile, degno di orgoglio. Gli uomini si vanterebbero della loro durata e del loro flusso. I giovani ragazzi ne parlerebbero come l’inizio invidiato della virilità. Regali, cerimonie religiose, cene di famiglia e feste segnerebbero quel giorno. Il Congresso finanzierebbe l’Istituto Nazionale di Dismenorrea. Le forniture sanitarie sarebbero finanziate dal governo e gratuite.” 1986, USA: Gloria Steinem pubblica “Outrageous Acts and Everyday Rebellions” immaginando questo mondo alla rovescia, non senza una certa dose di ironia. Nell’ultima frase citata è stata in grado di racchiudere, e per questo la ringrazio, tutto quello che mi serve per iniziare a riflettere sulla questione. Se non fosse ancora chiaro, infatti, l’intento di questo articolo è di convincere il maggior numero di persone di quanto sia ingiusta e allo stesso tempo invisibile la Tampon Tax, ossia la tassazione di assorbenti e altri prodotti per l’igiene intima mestruali al pari di un qualsiasi

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From taboo to activism - Hazel Mead

altro bene non necessario, o di lusso come spesso si dice. Come se avere le mestruazioni fosse un lusso. Partiamo dalle origini: questa battaglia di diritti nasce nel 2004 in Kenya, dove il governo, per contrastare l’abbandono scolastico dovuto all’impossibilità di andare a scuola nei giorni del ciclo, riduce significativamente l’imposta fiscale sugli assorbenti, fino ad annullarla completamente nel 2011. Negli anni successivi molti Paesi seguono queste


orme, principalmente diminuendo la tampon tax: Regno Unito, Canada, Francia, Stato di New York, l’Illinois, India, Australia, Sudafrica, Colombia, Malesia… è chiaro che la campagna ha raggiunto i cinque continenti. Purtroppo, in Italia la cassa di risonanza della questione non è ancora diventata paragonabile ai paesi citati, dove evidentemente si stanno muovendo sempre più donne e uomini in suo favore. Non perché questi ultimi abbiano le mestruazioni, come immaginava la Steinem, ma perché probabilmente alcuni di loro hanno realizzato che gli assorbenti dovrebbero essere tassati come un bene di prima necessità, esattamente come lo sono pane, latte, carta igienica, libri, giornali, occhiali e lamette da barba. Per chi come me prima di imbattermi nell’argomento non avesse la minima idea di come sia classificata l’imposta in Italia, riporto quanto scritto nella Dataroom del Corriere della Sera, redatta da Milena Gabanelli: “L’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto), applicata sui prodotti di largo consumo, è stabilita per legge. La tassa ricade interamente sul consumatore finale. La classificazione dei prodotti in commercio in Italia suddivisa per fasce di imposta dipende da un Decreto del Presidente della Repubblica del 1972. La norma indica i beni che possono essere considerati imprescindibili o essenziali ad una tassazione agevolata. Lasciando che ogni altro prodotto rientri nel più ampio calderone con l’Iva al 22%.” Ricapitolando: sul consumatore gravano in forma ridotta le aliquote sui beni di prima necessità (quelli che ho elencato nel paragrafo precedente) e grava la massima imposta su beni di lusso, automobili, tecnologia, abbigliamento e… assorbenti. Non so voi, ma quando per la prima volta ho

Dataroom del Corriere della Sera

realizzato questo fatto, ho pensato: ma chi diavolo ce li ha messi lì? A me pare così ovvio, limpido, chiaro come la luce del sole, che gli assorbenti siano una necessità di base, come lo sono la carta igienica e l’acqua. Cercherò però di spiegare la cosa nel modo più obiettivo possibile. Sto parlando di quei dispositivi prodotti con le ali e senza ali, interni o esterni, per il giorno o per la notte, di cotone o più spesso di composizione ignota, al profumo di lavanda, muschio bianco, fiori d’avorio, dedicati alla mamma, alla zia e a soreta. Assorbenti con tante caratteristiche che ormai ti sembra di acquistare un accessorio da abbinare all’outfit da aperitivo. Ma lo ripeto ancora una volta, perché repetita iuvant: non stiamo parlando di un accessorio. Non c’è donna al mondo in grado di scegliere di non avere le mestruazioni con la sola propria forza di volontà. Dal 2007, perfino le norme europee si

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sono aggiornate in merito alla questione, permettendo agli Stati membri di ridurre l’IVA applicata ai prodotti igienici femminili. Per chi se ne fosse accorto, dall’1 gennaio 2020 in Italia l’aliquota IVA è stata ridotta al 5% per i prodotti per l’igiene intima biodegradabili, compostabili o lavabili e per le coppette mestruali. Vittoria epocale, annunci trionfali sui social media. Decido volontariamente di tralasciare l’ondata di commenti sessisti contro la proposta del governo e proseguo chiedendomi che cosa sia successo. Ogni anno in Italia vengono venduti 2,6 miliardi di salviettine igieniche di ogni tipologia, ma secondo i dati forniti dall’associazione ginecologi AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani), i prodotti su cui è stata ridotta l’IVA rappresentano meno dell’1% del totale. Inoltre, tali prodotti risultano piuttosto difficili da trovare, come ben analizzato da un articolo di Silvia Bia sul Fatto quotidiano. In conclusione, la proposta è pari ad una singola definizione di tutto il vocabolario che c’è da scrivere in merito. Moltissime associazioni italiane a favore della campagna hanno evidenziato questo aspetto, e molti hanno risposto dicendo che non si può essere in piazza a manifestare contro l’inquinamento il giorno prima e sostenere il giorno dopo maggiore fruibilità di tutti i tipi di assorbenti. Molti, tra cui anche qualche deputato, hanno sostenuto che dovremmo imparare ad utilizzare di più le coppette mestruali e gli assorbenti lavabili, se davvero ci teniamo alla causa e all’ambiente. Punto primo: nessunoha il diritto di dire una parola sulla gestione dell’involontaria fuoriuscita di fluidi corporei di qualcun altro. Scusate la brutalità, ma farei notare a queste persone che cerotti, fazzoletti e carta igienica hanno un’aliquota ridotta. Punto secondo: nessuna di noi sarebbe comunque salva dall’imbarazzo della

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situazione di eventuale “sovraccarico”, per essere delicata, dei dispositivi citati. In assenza di amiche a cui chiedere un assorbente, più o meno gli eventi seguono il seguente flusso, per stare in tema: si corre al bagno pregando da un lato di non aver già sporcato i pantaloni e dall’altro che la carta igienica non sia finita. Si fabbrica con quest’ultima l’assorbente più incapace di sempre raccogliendo le abilità di bricolage sviluppate con la nonna e rimanendo comunque coscienti del fatto che l’ora successiva sarà un incubo. Mediamente il pensiero nella testa di tutte è una frase tipo “Dea del mestruo, ti prego, fa che io oggi non mi sporchi”. Ragazze se non vi è mai successo nella vita, beate voi. Dunque? Povere donne, creature traumatizzate dal proprio corpo che ricorrono ai prodotti più facilmente reperibili sul mercato perché non hanno sufficientemente a cuore l’ambiente. Gloria Steinem direbbe che queste creature vivono in un mondo in cui sono le donne ad avere il ciclo ma sono gli


uomini a fare le leggi. Anche le scoperte scientifiche sull’anatomia femminile, le quali testimoniano che le mestruazioni sono una cosa naturale e in quanto tale non dovrebbero essere fonte di discriminazione, vergogna e disagi per metà o più degli umani di questa terra, sono opera di uomini. Se ci fosse stato un briciolo di coerenza tra politica e scienza, se si fosse considerata con serietà la parità di genere negli anni ‘70, perché di questo stiamo parlando, allora quando le imposte sulle lamette da barba e sulla carta igienica furono ridotte al 4%, lo stesso sarebbe dovuto avvenire per gli assorbenti.

biologico di così grande rilievo nella normalità femminile è molto comune anche nelle donne, perfino oggi. Per i più curiosi, l’origine di tali percezioni è da ricercare nei secoli che vanno dal XVI al XVII, in cui gradualmente un certo numero di regole venne introdotto nell’educazione: “entrambi i sessi” sempre citando Crawford “debbono essere in grado di controllare le proprie maniere e le proprie funzioni naturali, quali tossire, starnutire, recarsi alla toilette e simili. Ovviamente un adulto che non è in grado di controllare i propri fluidi non può che essere incapace ed è quindi considerato inferiore”. Sai che novità a quei tempi.

Un commento radicale sosterrebbe ora che “la logica non ha nulla a che fare con l’oppressione”: gli uomini erano nell’Italia degli anni ‘70 dotati di molto più potere decisionale rispetto alle donne in ogni organismo politico. Perfino oggi generalmente gli uomini non capiscono che cosa siano le mestruazioni o, se anche lo sanno, non gli importa che gli assorbenti siano necessità biologiche. Le percezioni maschili delle mestruazioni non sono basate sulla realtà del corpo femminile e in certi casi sembrano consistere nel terrore di un’inondazione di proporzioni bibliche. Come riporta Bridget J. Crawford in “Tampon Taxes, Discrimination and Human Rights”, un certo grado di ignoranza e disagio riguardo il corpo femminile lo hanno dimostrato gli ingegneri della NASA quando hanno chiesto a Sally Ride, la prima astronauta donna, se un centinaio di assorbenti fossero sufficienti per la sua settimana di viaggio nella capsula spaziale.

In secondo luogo, proprio perché non viviamo nel diciassettesimo secolo, noi donne avremmo almeno dovuto tentare di portare la questione ai più alti livelli politici già da un decennio. Magari anche con l’aiuto di qualche uomo, dopo avergli assicurato di essere ben lontane dal possedere la capacità di inondare una stanza. Non è ignorando il problema che ogni donna potrà comprare gli assorbenti con aliquota ridotta. Non è ignorando il problema che ogni donna potrà permettersi di dimenticarsi per una volta l’assorbente di scorta, senza doverlo chiedere a sconosciute o addirittura fabbricarselo con la carta igienica… sempre se n’è rimasta. Se non fossi ancora riuscita a convincerti, c’è solo un’ultima cosa che posso fare, cioè invitarti ad informarti e parlarne. Pensare che l’Italia sarebbe un paese più equo se la tampon tax venisse ridotta dovrebbe essere normale, quantomeno per metà della popolazione italiana.

Aneddoti a parte, sarebbe troppo facile biasimare l’attuale errore legale di classificazione dei prodotti dell’igiene mestruale considerando che gli uomini hanno fatto le leggi. Per due motivi. In primo luogo perché la confusione e il disinteresse maschile per un fenomeno

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Politica L’importanza di sentirsi determinanti Francesco Stassi “Perché lo fai?” è una domanda che spesso, inconsciamente, mi pongo. Sembra strano, ma tale domanda mi si presenta anche dopo essermi risposto altre mille volte (sia a parole sia coi fatti). Sembra strano perché credevo che le soddisfazioni personali e collettive servissero a zittire quella voce che puntualmente prova a metterti in crisi. A quanto pare, però, non è così: non è bastato portare a casa risultati e soddisfazioni, c’è bisogno di altro, perché il timore di fare una scelta sbagliata, di usare male il proprio tempo e di dedicarsi a qualcosa che non porta a risultati purtroppo c’è, c’è sempre stato e credo che sempre ci sarà.

Eppure, con una prontezza del tutto inaspettata, puntualmente arriva la risposta: “Perché mi sento utile, vivo, partecipe, e so che, insieme agli altri, possiamo risultare determinanti.” È da 4 anni che va avanti così, da quando ho iniziato ad impegnarmi [per il bene collettivo] anche a Milano, senza avere bene in mente cosa potessi fare e come, ma con un fine ben chiaro: mettermi a disposizione per migliorare, insieme ad altri, il mondo circostante, partendo dall’Università. Avevo una frase scolpita sulla mia mente: “ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per

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uno”. Ovviamente, per chi si portava con sé questo insegnamento di Enrico Berlinguer, la lista con cui impegnarsi non poteva che essere La Terna [Sx]. In questi 4 anni di militanza insieme a tanti compagni di viaggio abbiamo condiviso la voglia di migliorare il presente e costruire un futuro migliore per chi verrà. Al Poli non sempre siamo riusciti ad ottenere quello che volevamo, eppure ci siamo sentiti determinanti: è anche per questo che non abbiamo mai mollato nonostante le mille difficoltà. Ovviamente le conquiste in questi 4 anni ci sono state, probabilmente di minore impatto rispetto a quelle ottenute nei due decenni precedenti, ma vi assicuro che sentirsi dire “Grazie per quello che avete fatto/state facendo” regala una soddisfazione immensa, vuol dire che siamo sulla giusta strada e che dobbiamo continuare ad impegnarci. La soddisfazione più grande, però, è relativa ad un risultato che a molti di voi, a prima lettura, può sembrare insignificante: aver informato e sensibilizzato studentesse e studenti sull’importanza della rappresentanza studentesca e del voto. Credetemi, non è stato facile fermarvi per 3 minuti per farci ascoltare o anche solo per darvi un volantino, non è stato facile riprendere ad impegnarci dopo un vostro “No grazie, non mi interessa”. Più o meno dal 2011 è diminuita la partecipazione attiva dei giovani alla “cosa pubblica”, i fattori che


hanno influito sono stati tanti, ma credo che la “rassegnazione in partenza” sia stata tra i principali: effettivamente il “tanto non cambia nulla, inutile che lo faccio” è un pensiero che ti blocca, difficile da toglierti dalla testa se non hai qualcosa o qualcuno che ti faccia sentire importante. E questo pensiero di unisce al “non mi interessa” che abbiamo sentito varie volte: non mi interessa l’impegno, non mi interessa andare a votare, non mi interessa quello che fai, non mi interessa se riguarda pure me. Ci hanno infatti fatto credere che le cose sono immutabili, che è inutile impegnarci perché le decisioni le prendono i grandi, e non abbiamo spesso gettato la spugna, senza provare ad informarci e ad interessarci per davvero.

pubblica” serve. Non è vero che le cose sono immutabili e che è inutile provare a cambiarle, non è vero che è solo una perdita di tempo o che non possiamo aiutare/contribuire in nessun modo.

Le cose ca mbia no se, insieme, ci impegnia mo per ca mbia rle. Insieme, a ppunto. Dunque impegniamoci, in primis a risvegliare in noi e negli altri l’innata esigenza di sentirsi importanti, o meglio, determinanti.

Fortunatamente per alcuni di noi c’è stato qualcosa o qualcuno che ci ha fatto risvegliare dall’assopimento: abbiamo iniziato ad interessarci, ad informarci con spirito critico, a partecipare attivamente. Non siamo in tanti, però, ad impegnarci, dubito sia solo per “paura” di perdere tempo, suppongo sia più per il timore di non sentirsi ripagati. Credo che la questione sia proprio questa: <<ma quello che faccio, serve? Se sì, lo faccio, sennò evito>>. E allora informiamo i nostri coetanei, sensibilizziamoli sull’importanza di impegnarsi e agire per la comunità, perché il loro impegno (anche minimo) serve, il loro interesse per la “cosa

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Estranei a casa nostra: le nostre città trasfigurate a causa dell’emergenza. I lati positivi della quarantena: grazie all’inquinamento luminoso ridotto è possibile osservare le stelle dal proprio balcone. In alto: Cassiopea; in basso: la cintura di Orione. Foto di Alessandro Rognoni

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Società Cronache di uno stupro Angelo Boglione

Una serata come le altre. Anzi, meglio delle altre: il condominio si riunisce a cena, lieto evento di socializzazione. Verso la fine del pasto, senza curarsi di avere l’attenzione di tutti e guardando nessuno in particolare, Rachele racconta la sua storia. Racconta di aver lavorato come cameriera al bar sotto casa; un lavoro duro, ma a lei necessario. Riesce a trovare un impiego migliore, cambia casa e lascia il nostro condominio. Capita che una sera è emotivamente affranta - il ragazzo l’ha lasciata - e torna nel bar in cui ha lavorato. Il barista, ex collega di lavoro, inizia a offrirle da bere. Ai tempi le sue avances avevano ricevuto un chiaro, inequivocabile diniego. Rachele continua a bere, o così suppone, perché non ricorda tutto, no, non in modo chiaro. Ricorda però di essersi sentita male e che l’ex collega l’ha portata in bagno: ha abusato sessualmente di lei. È uno stupro. “Ecco perché avevi citofonato alle quattro di notte!”” Sì”. Il suo viso perde una gradazione di tensione, un passo importante deve essere avvenuto. Racconta di aver pensato a un processo d’accusa. Gli estremi vi erano tutti, poiché il consenso non c’era stato ed eventuali

esami tossicologici avrebbero, senza dubbio, provato la sua incapacità momentanea. E non lo avrebbe fatto per sé, no. Per lei era stato già un indicibile trauma, superato grazie alla sua forza di volontà e alle persone che le erano state vicine. Lo avrebbe fatto per le altre. Le potenziali vittime che potrebbero subire la medesima violenza. E che forse, grazie al suo intervento, si potrebbero salvare. Ma così non è stato, un’accusa non è stata portata avanti.

La vita è feroce: bisogna mettere insieme i cocci e trovare un altro lavoro. Correre. Sopravvivere. E tornare a contemplare la voragine dentro di sé è insostenibile, non in queste condizioni. Rachele ha raccontato la sua storia. Siamo disorientati, comprendiamo l’importanza e la sofferenza della confessione che ci è stata affidata, ma non sappiamo come muoverci oltre. Il tempo passa, senza una vera e propria rielaborazione ci facciamo testimoni di quanto raccontatoci nella maniera più semplice possibile: a chi ci fa i complimenti per la bellezza del condominio, della zona e soprattutto di quel bel bar sotto casa, narriamo semplicemente quello che sappiamo.

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In maniera diretta, asciutta, senza nasconderci ma faticando di volta in volta a dire: “uno stupro è avvenuto”. E di persona in persona ci si scambia opinioni e si affronta, in obliquo, il tema. Fino a quando:” Zio! La mia exragazza e una sua amica sono andate in quel pub: appena entrate arrivano al tavolo due birre offerte dalla casa. Le consumano e se ne vanno. Non avevano bevuto nient’altro ed erano a stomaco pieno, ma nonostante ciò si sono sentite malissimo. Si sentivano il cervello completamente slogato. Non poteva essere solo l’alcol delle birre”.

Un interruttore deflagra in noi. Il cuneo che fino a quel momento raschiava la nostra coscienza affonda appieno dentro la nostra consapevolezza. Ci si palesa tutta l’infamia del gesto compiuto. Perché uno stupro colpisce due volte: la prima durante la perpetrazione dell’atto, la seconda attraverso una miasmatica mistura di sensi di colpa e pressione sociale. Una pressione che raramente porta ad affrontare il torto subito nelle preposte sedi - quelle dei tribunali - proprio per il timore di finire di nuovo sotto accusa e di sottoporsi nuovamente a un’ingiusta sofferenza. E questa pressione l’abbiamo subita anche noi, semplici testimoni indiretti, minimamente coinvolti. L’abbiamo subita nel cercare di esprimerci, quando un venefico e mendace senso del pudore ci impediva di usare le corrette parole. Stupro. Violenza sessuale. Abuso. Ci sembravano parole proibite, sbagliate e volgari, laddove erano semplicemente (1) https://www.cadmi.org/contatti/

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quelle necessarie. Premettevamo fin da subito, senza neanche ce lo chiedessero, che la notizia era di prima mano, che in prima persona avevamo raccolto la testimonianza della violenza. Ci sentivamo come a raccontare il nonvero, un incubo inventato. Un’insidiosa nebbia ci ostacolava la via del giusto cammino: aiutare Rachele a denunciare. Ma come un sasso che inizia a rotolare abbiamo preso forza e così abbiamo chiesto aiuto per aiutare. Per tentativi, chiamate ed errori abbiamo capito che l’organizzazione migliore a cui rivolgersi era la “Casa delle donne di Milano”1, istituto in grado di offrire il sostegno necessario, legale e psicologico, per casi come questo. Non sappiamo se abbiamo trovato le parole giuste per narrare questa storia, sappiamo solo che doveva essere raccontata.


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Società Il cacciatore di record: lo Streak Eagle Federico Citterio

Nel corso della Guerra Fredda, le due superpotenze in gioco trovarono occasione di scontro in ogni campo, meno quello diretto militare (per nostra fortuna). Non faceva eccezione, ed anzi era uno dei più accesi, quello aeronautico: la sfida consisteva nell’essere sempre forniti meglio del nemico in fatto di radar, motori, avionica, missilistica, materiali compositi, eccetera. L’obiettivo ovviamente era garantire a se stessi ed alla propria alleanza una forza aerea che, in caso di guerra, avrebbe avuto la possibilità di avere la meglio sull’altra. Come confrontarsi, però, evitando uno scontro diretto? Avveniva principalmente in due modi: il primo nel corso delle cosiddette “proxy wars”, ossia le guerre combattute in

altri paesi, in cui le fazioni belligeranti erano supportare da una superpotenza. Un esempio può essere il Vietnam, dove si scontrarono per la prima volta l’F-4 Phantom II americano e il Mig-21 sovietico (pilotato da piloti nordvietnamiti), entrambi caccia che al tempo venivano considerati di ultima generazione. Il secondo modo era lo stabilire record aeronautici, ed è proprio questo che andremo ad approfondire. Era il 1975. Nella gelida Grand Forks Air Force Base, nel North Dakota, una piccola squadra con personale proveniente dalla Air Force, McDonnell Douglas, e dalla Pratt & Whitney si preparava a rompere otto record di tempo di salita in quota. Si dividevano

L'impianto propulsivo: F-100 PW-100,

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Lo Streak Eagle in volo su St. Louis. Si noti come l’assenza di vernice lasci il metallo a vista. in quote comprese fra i 3000 e i 30.000 metri. I tre record più alti erano stati conquistati dai sovietici due anni prima, con il loro Mig-25 “Foxbat”. I restanti, invece, appartenevano all’ F-4 Phantom II, che li fissò nel 1962. Il velivolo sul quale stavano lavorando era, al tempo, il caccia di ultima generazione americano: l’F-15 Eagle. Nato dalle lezioni imparate in Vietnam e progettato in risposta agli ultimi sviluppi sovietici (ci si riferisce al Mig-25 e al Mig-23), questo caccia aveva come obiettivo la superiorità aerea e vantava prestazioni eccellenti, soprattutto in campo di impianto propulsivo e di relativa leggerezza complessiva. Proprio queste specifiche, unite all’occasione di poter dimostrare al mondo per la prima volta le prestazioni del velivolo, ne

resero la scelta ovvia. L’F-15 al tempo era talmente nuovo che venne usato il diciassettesimo modello di pre-produzione, con la produzione vera e propria e la conseguente messa in servizio che sarebbero avvenute solo l’anno successivo. Parliamo qui della prima versione, la A, mentre le versioni operative utilizzate oggi sono successive ad essa (addirittura l’ultima, la E, è in produzione tutt’ora). La preparazione consistette sostanzialmente nel rimuovere più peso possibile, togliendo tutto ciò che fosse considerato inutile o ridondante. Vennero eliminati il gancio di arresto e la scaletta per accedere al cockpit, così come sparirono gli attuatori dell’aerofreno e dei flap, il cannone, la strumentazione di puntamento e tiro e la vernice esterna. La rimozione delle ridondanze

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fece sì che la pressurizzazione e l’idraulica venissero fornite da un motore solo (L’F-15 è bimotore). Infine, sebbene normalmente sia di notevole importanza, venne rimossa anche la strumentazione per la navigazione, limitando così il volo solo a condizioni diurne e di bel tempo. L’aereo venne denominato “Streak Eagle”. Il risultato fu un risparmio di 1270 Kg sui complessivi 20.200 Kg del velivolo in condizione “pulita”. Avendo come impianto propulsivo due F-100-PW-100, che insieme erogavano una spinta di circa 212kN1 (con postbruciatore inserito), il risultante rapporto spinta/peso superava decisamente l’unità: ciò vuol dire che lo Streak Eagle era in grado di accelerare sulla verticale. La scelta della base di Grand Forks era stata dettata dalla necessità di avere basse temperature, per migliorare le prestazioni dei motori. Prima dell’attività a Grand Forks, però, i cinque piloti scelti

per la missione si esercitarono presso la famosa base di Edwards, nel deserto della California del sud. Vennero condotti più di 30 voli atti ad esercitarsi sulle procedure di emergenza peculiari alla missione: alla quota massima di 30.000 metri infatti, i motori si sarebbero spenti (il termine tecnico in questo caso è “flameout”) ed il piano ne prevedeva la riaccensione una volta raggiunta una quota adeguata. Nel caso di mancata riaccensione, il pilota avrebbe dovuto atterrare in modalità “dead stick”, cioè senza motore, con i comandi idraulici alimentati da una batteria di emergenza. I piloti, inoltre, familiarizzarono con i profili di volo richiesti per le varie quote e si abituarono alla manovra di accelerazione iniziale, che prevedeva il raggiungimento di 800 Km/h ad una quota tra i 6 ed i 10 metri dalla pista. L’obiettivo del tempo minimo di salita richiedeva un profilo di volo diverso

(1) Equivalente a 21618 Kgf , quindi approssimando circa 21.6 tonnellate di spinta.

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Quota [m] 3000

Tempo [s] 25.57

Tempo record precedente [s] 34.47

Differenza [s] 6.9

Detentore record precedente F-4 Phantom II

6000

39.33

48.83

9.5

F-4 Phantom II

9000

48.86

61.66

12.8

F-4 Phantom II

12000

59.38

77.08

17.7

F-4 Phantom II

15000

77.02

114.52

37.5

Mig-25 Foxbat

20000

122.94

169.74

48.6

Mig-25 Foxbat

30000

207.80

243.90

36.1

Mig-25 Foxbat

In tabella sono elencati i record ottenuti e paragonati a quelli precedenti. per ogni quota (illustrati di seguito). La partenza avveniva con lo Streak Eagle ancorato in testa alla pista, con entrambi i postbruciatori inseriti. Successivamente, un bullone esplosivo rompeva l’ancoraggio ed il velivolo cominciava ad accelerare. In media, dopo circa tre secondi era già in volo. Le variazioni di peso massimo al decollo (Takeoff Gross Weight) e di rapporto spinta/peso (Thrust to Weight Ratio) sono dovuti al quantitativo di carburante imbarcato: ne veniva, infatti, caricato il minimo quantitativo necessario per ogni profilo. Come si nota dagli schemi, le ultime due quote richiesero un profilo di volo diverso. In esse “Immelmann” sta ad indicare una manovra acrobatica che permette di compiere un completo cambio di direzione, guadagnando quota allo stesso tempo. Si effettua con un mezzo loop, seguito da un colpo di alettoni per “raddrizzare” il velivolo sull’orizzontale.

corso del secondo tentativo per i 30.000 metri, il velivolo si trovò a Mach 2.22 ed a 34 chilometri di distanza in linea d’aria dall’aeroporto, il tutto a due minuti dal decollo. In un video promozionale della U.S Air Force realizzato in seguito, si dichiarò come, all’ apice di questo particolare tentativo, l’F-15 si portò su una traiettoria di volo quasi balistica3. Tra il 16 Gennaio e il primo Febbraio del 1975 vennero portati a termine più di 60 voli, con i record che vennero rotti in ordine ascendente. Nel corso del 16 Gennaio caddero i primi 5, con tre di essi (6000, 9000 e 12.000) in un unico volo. Questi risultati furono notevoli e servirono a dimostrare al mondo le capacità dell’F-15 e del suo impianto propulsivo. I record, però, non sono durati in eterno: nel 1986 un velivolo sovietico, il P-42 (prototipo del celebre Su-27 “Flanker”), ruppe tutti i record americani.

C’è un dato che può rendere bene l’idea di quanto fosse potente lo Streak Eagle: una volta completato l’Immelmann, nel (2) Il Mach è un unità di misura relativa alla velocità del suono. Mach = 1 indica tale velocità ad una determinata quota. (3) La condizione di “moto balistico ideale” indica il moto di un corpo al quale è stata impressa una velocità iniziale, soggetto solo alla forza di gravità; per fare un esempio celebre il colpo di un cannone, o il moto di un missile balistico intercontinentale. Nel nostro caso, data la rarefazione dell’aria a quelle quote, la velocità con cui ci arrivava il velivolo e il fatto che all’apice della traiettoria i motori fossero spenti, possiamo affermare come l’ F-15 seguisse una traiettoria di volo “quasi balistica”.

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Società La Rivolta di Stonewall e l’importanza del Pride PoliEdro

Il Pride è una delle più celebri ricorrenze della comunità arcobaleno e vede ogni anno marciare persone da tutto il mondo per ribadire la propria esistenza e la fame di diritti. Questa manifestazione nasce nel 1969, a New York. In questi anni le incursioni della polizia nei bar gay e nei night club facevano regolarmente parte della vita gay. Le autorità architettavano ogni scusa per giustificare un arresto con accuse di “indecenza”, tra cui baciarsi, tenersi per mano, indossare abiti del sesso opposto o anche il semplice essersi trovati nel bar al momento dell’irruzione.

Nella sera del 27 giugno di quell’anno, la polizia irruppe nello Stonewall Inn, un bar gay nel distretto di Manhattan; gli avventori dello Stonewall erano abituati a queste retate e il personale era generalmente in grado di riaprire il bar nella notte stessa o in quella seguente, ma quel giorno fu diverso…la comunità decise di ribellarsi. I possibili motivi che condussero a questa rivolta sono due: Il primo riguarda il periodo storico.

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Infatti, a seguito della crescita del movimento anti-autoritario e di protesta del Sessantotto, specialmente contro la guerra del Vietnam, si diffondeva sempre più l’idea che le minoranze avessero il diritto di rivendicare una loro dignità. Il secondo motivo, molto più popolare e meno storicamente accurato, collega la ribellione con la morte, avvenuta una settimana prima, di Judy Garland, un’importante icona culturale con cui si identificavano molti appartenenti alla comunità gay. Il lutto per la sua perdita culminò nel suo funerale, proprio il 27 giugno, a cui parteciparono 22.000 persone, di cui si stima 12.000 fossero gay. Pertanto, molti frequentatori dello Stonewall sarebbero stati ancora provati emotivamente durante la notte dell’irruzione. Secondo molte fonti la rivolta iniziò quando Sylvia Rivera, una donna transessuale, lanciò una bottiglia contro un poliziotto dopo essere stata colpita da un manganello, divenendo presto il simbolo della manifestazione. Gli scontri continuarono per più giorni e videro circa 2.000 dimostranti combattere, scagliando bottiglie e pietre e scandendo lo slogan “Gay Power!”, contro oltre 400 poliziotti. Cinque giorni dopo la retata allo Stonewall Inn 1.000 persone si radunarono al bar per protestare distribuendo volantini


con la scritta “Via la mafia e gli sbirri dai bar gay!”. Un anno dopo fu organizzata una marcia per commemorare le vittime dei moti di Stonewall e da quel momento ogni anno viene organizzato il Pride per lottare per i diritti della comunità.

Oggi il Pride rappresenta l’eredità di una battaglia cominciata ben prima di 51 anni fa, un posto in cui sentirsi al sicuro e accettati, un modo per donare visibilità alla comunità LGBTQIA+ e per far sentire la nostra voce, perché c’è ancora tanta strada da fare. È una lotta contro le discriminazioni subite sia da chi raccoglie il proprio coraggio per marciare a viso scoperto sia da chi non può mostrarsi, costretto a isolarsi per timore di ripercussioni. Inoltre, è importante lottare anche per tutti quei Paesi in cui la diversità è reato,

punibile anche con la pena di morte. Per tutti questi motivi PoliEdro scende in strada a manifestare, ma non siamo soli. Dal 2017 il Politecnico patrocina il Milano Pride su richiesta di PoliEdro, e ogni anno sfiliamo con PoliMi Pride insieme ai nostri colleghi e allo staff universitario per i nostri diritti e per un mondo privo di discriminazioni.

PoliEdro è un gruppo di studenti del Politecnico decisi a sensibilizzare sulle tematiche riguardanti le realtà LGBTI+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Intersessuali, e tutte le altre sfumature), attraverso l’organizzazione di eventi, conferenze, dibattiti e riunioni a riguardo, oltre che accogliere chi, all’interno dell’ambiente universitario, si sente discriminato.

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Vignetta Gaetano Dragone

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“Il Carrefour sotto casa mia l’ho sempre disprezzato: piccolo e stretto, con poca scelta e commessi scorbutici (non tutti). Adesso per varie ragioni è inaspettatamente diventato l’oggetto del desiderio, tanto da doverci trascorrere fino a un’ora di fila davanti. Credo di non essere l’unico ad averlo rivalutato.” Foto di Amedeo Carbone

“Una sedia che utlizzo di solito per vestiti e zaino ma che in questo periodo strano è diventata il luogo di raccolta di libri e documenti relativi ad Erasmus, consiglio comunale e le altre attività che mi interessano cancellate. Nell’attesa di tornare alla normalità la raccolta cresce ed è come se tante opportunità scemassero ogni giorno che passa per accumularsi li.” Foto di Giada Martinoia Estranei a casa nostra: le nostre città trasfigurate a causa dell’emergenza.

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Intrattenimento Commedia in tre fermi Angelo Boglione

Porto antico, Genova. I giochi della mia infanzia. Ho passato i miei pomeriggi in questo posto dai due ai dodici anni: l’edificio retrostante è il mio asilo nido e la zona expo è una delle poche in piano dove poter giocare dell’intero quartiere. In realtà in quell’edificio ho anche preso botte per due intensi mesi della mia vita. Mia madre1 mi aveva iscritto a sette anni ad un corso di lotta libera. Per fortuna mi sono rotto un braccio in tempi brevi e sono evaso. Quella sera, oltre il nastro rosso buttato a caso, a rendere il luogo ancora più ostile e alieno ci ha pensato la volante dei carabinieri. Mi ha seguito per un po’. Quando mi sono

fermato per scattare la foto a questo preciso soggetto, un barbuto e pelato ufficiale dei carabinieri2 mi ha intimato di togliermi le cuffie. Ascoltavo ‘Lead poisoning’ di Tom Morello34. • Lei lo sa cosa sta facendo qua in giro? • Sì: corro. • Quale è il suo domicilio? • PIAZZA… DE… MARINI… UNO, qua dietro. • So dove è. Senta lei al porto non ci può andare. Deve rimanere vicino a casa. • Ma sono vicino a casa. • Non faccia storie, in questa

(1) Dopo quell’episodio capì perché suo marito mi chiamava ‘Sgorbiattolo’, efficace crasi di scoiattolo, cerbiatto e sgorbio. (2) Immaginatevi Kratos di God of War (cit. Zerocalcare) (3) https://invidio.us/watch?v=tqQd8TkTE4w (4) https://genius.com/Tom-morello-lead-poisoning-lyrics

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situazione ci vuole buon senso da entrambe le parti. Se tutti andassero a correre sarebbe un macello. Non mi faccia fare un verbale da 400€. Lei al porto non ci può andare. • Grazie agente, buonasera e buon lavoro. Ho continuato a correre, rimbalzando angustamente avanti e indietro, sempre più vicino a casa. Si avvicina una volante della guardia di finanza. Mi taglia la strada e dal posto del passeggero un uomo grigio, mascherina munito, mi chiede: • Ma lei lo sa cosa sta facendo con quello che c’è in giro? • Sì: corro. • Domicilio? • Piazzademariniuno, se gira quest’ angolo vede il palazzo. È giallo. • Lei non può correre qua. • Mi scusi: ma sono vicino a casa. Inoltre i suoi colleghi carabinieri, che mi hanno fermato là, mi hanno detto che qua posso correre. • No, lei qua non può correre. Arenili e zone balneari sono precluse. • Quindi per questa zona valgono regole supplettive?5 Mi faccia capire: al di là della sopraelevata posso correre? • Senta lei qua non può correre. Mi dia il documento. • Non lo ho. • Perché? • Beh, perché non ho le tasche nei pantaloni e perché non è obbligatorio averlo. • Certo che è obbligatorio. • È obbligatorio declinare le proprie generalità, cosa che non mi sono mai rifiutato di fare, non essere sprovvisti di documento.6 • E dove lo ha letto? • Su internet. • Lasci stare internet: guardi che la posso portare in caserma per accertamenti. • Capisco agente. Se vuole portarmi in caserma mi ci porti, mi fido del suo giudizio: è lei la forza dell’ordine.

• Lei qua non può stare: vada a correre di là. • [inchino] Grazie agente, buonasera e buon lavoro. Continuo a correre per mezz’ora, un ritmo sostenuto ma decisamente non eccelso. Viste le ristrettezze spaziali però, mi ritrovo a girare intorno a due macchine della guardia di finanza, con relativi finanziatori assembrati. Devo aver fatto il giro intorno a loro almeno otto volte e sono abbastanza sicuro mi abbiano visto, perché avevo un’oscena felpa ciano, satura come un pugno nello stomaco. Oramai stanco e prossimo al ritiro, mi fermo e faccio una foto alla piazza. Decisamente, le fdo sono parte e causa primaria dello stravolgimento di quel luogo, e rientrano perfettamente nella cornice di senso che la foto vorrebbe avere. Tempo trenta secondi di jogging rilassato e un’auto della guardia di finanza tira un’importante frenata, a metà strada tra le mie gambe e un pilone di cemento armato. • [poliziotto cattivo7, fuoricampo] Adesso questo capisce con chi ha a che fare. • [polizioto buono8] Buongiorno, si sente bene?9 • Sì grazie. È solo un po’ di asma da sforzo, per la corsa. • E lei, con tutto quello che succede e con l’asma, in queste condizioni, lei va a correre? • Sì. • Domicilio? • Beh, come ho detto al suo collega… ehm… lei, giusto? Hanno tutti la mascherina e non vorrei confonderli. Dicevo, abito in quella casa, si vede il terrazzo. Piazza-de-marini-uno. Se guarda bene riesce a vederla. È gialla. • Lei ci ha fatto delle foto. • No. • Sì, ci ha fatto le foto. Ci dia il cellulare e le elimini. • No, agente, non le do il mio cellulare.

(5) Sono persuaso che sia stata la parola ‘supplettive’ a farlo incazzare. (6) https://www.laleggepertutti.it/42413_non-fornire-le-proprie-generalita-ad-un-pubblico-ufficiale-e-reato (7) Le forze dell’ordine hanno l’obbligo di identificarsi nel caso in cui siano in borghese, ma non se sono in divisa. Ho dovuto pertanto usare degli alias. (8) Credo in ogni caso si chiamasse ‘Enzo’. (9) In effetti quando corro con l’asma sembro prossimo all’infarto.

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• Mi dimostri che non ha foto nostre. • Mi scusi agente, al massimo è lei che deve dimostrare che io ho delle sue foto. Esiste la presunzione di non colpevolezza. • La possiamo portare in caserma. Lei può stare in caserma per dodici ore. • Se lei lo ritiene opportuno mi può sequestrare il cellulare. Chiede alla polizia postale e ottiene quanto di dovere. Io di mia sponte non glielo consegno. • Lei lo sa quanto dista casa sua? • Non saprei agente. • Su forza, me lo dica. • Mah, così, una stima eh… non sono bravo… direi… al massimo duecento. • Cosa? • Metri. • Questo ha letto. • Vabbeneallorafacciamocosì: io cammino sino a là e verifico se sono duecento metri, va bene? • Va bene. •… •… • Documenti? • Non li ho. • Come non li ha? È obbligatorio. La possiamo portare in caserma. • Come ho spiegato al suo collega, mi fido del suo giudizio e se vuole le declino le mie generalità. • E come faccio a sapere se dice il vero? Ci vuole il documento. • Le dico la verità. È come l’autocertificazione, se vuole fa accertamenti in un secondo momento e se ho mentito mi persegue penalmente. • Ma se io dicessi che mi chiamo mario rossi, come farebbe a saperlo? • Mi fiderei. È una forza dell’ordine. • No intedevo, se lo dicesse lei? • Io non ho mai detto di chiamarmi mario rossi. •… •… • Ha dei familiari che possano

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portarle i documenti? • Sì. • Li chiami. •… •… • Che cosa fanno i suoi genitori? • Mia madre… artigiano. Mio padre… … avvocato. • Ah. • Già. • Lei da quanto vive là? • Allora: ho la residenza a Genova da 22 anni, dal duemilaesedici ho il domicilio a Milano, perché studio là. • Ah. E perché se lei vive qua da sempre ha voluto fare una foto a questo posto? • Stiamo facendo un reportage fotografico. Il soggetto sono i posti di casa, che un tempo era nostri, ci erano familiari, e che ora, per tutto quello che lei può intuire essere successo, sono a noi estranei. •… •… • Quello è suo padre? • Non so, non ho gli occhiali. Ha i capelli grigi? • Sì. • Allora probabilmente è lui. Come è come non è, han verificato che dicessi il vero. Che mi chiamassi boglione angelo eccetteraecceterone. Han provato a compilare un non so quale modulo sul loro ipad. Modulo che non avevano idea di come si compilasse, perché il cazzabubbolo continuava a gemere un ‘compilare tutto il modulo’. Han provato a farmi la ramanzina, dicendo che non mi volevano fare la ramanzina. Parlando, amichevolmente, con mio padre si dicevano dispiaciuti che non fossi stato più gentile. Ci han tenuto a dirmi che sarei potuto essere loro figlio, anche se loro di figli ne avevano di più piccoli. • Buonasera agenti, e buon lavoro.


Genova, città medaglia d’oro al valor militare10

Tutto quello che è stato scritto è frutto di vita vissuta e nulla è stato inventato. Ma davvero, nulla. Ho cercato in tutti i modi di riportare quello che ho vissuto. Stessi giri di parole. Gesù, è stato più surreale di quella volta che mi ha chiamato mio nonno e “Pronto, chi parla?” “Angelo” “eh, sì, chi parla?” “Angelo Boglione!” “Eh, appunto! con chi parlo!?”...

(10) https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/18376

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Intrattenimento Baudelaire aveva ragione? Marta Barbieri

Mi trovavo a Vienna a inizio marzo, a divorare con gli occhi le opere d’arte appese alle pareti della galleria del Belvedere, ancora ignara delle impervie sventure che avrei dovuto affrontare pochi giorni dopo per valicare il confine e tornare a casa. Aspettavo, passando tra le stanze del secondo piano, di trovarmi ad un certo punto davanti ad un bivio, come un Ercole posto tra la Virtù e la Voluttà, segnato da un cartello di cui avevo spesso sentito parlare: «KISS Selfie Point» «Original KISS». La celebre tela di Gustav Klimt in una stanza, una riproduzione a grandezza naturale per potercisi fotografare davanti in un’altra. Un livello aggiunto, inedito in un museo, a quello delle riproduzioni kitsch su tazze, borse, magliette, cartoline acquistabili nello «shop» alla fine della visita. Purtroppo il cartello non c’era, perché l’affluenza dei visitatori era di gran lunga minore rispetto alla norma e non si presentava il rischio di ammassamento di persone protese con il cellulare in mano davanti alla star attrattiva del museo. Delusa per la mia analisi sociologica mancata, mi tornarono in mente le voci delle guardie, «no photo, please», echeggianti a ripetizione davanti alla Guernica di Picasso, all’interno della Cappella Sistina, nel Museo del Prado, fino al pellegrinaggio di milioni di turisti che ogni anno in coda nella sale del Louvre guardano distrattamente le opere tra le più preziose al mondo, in attesa di potersi

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accalcare a più di tre metri di distanza davanti a un quadro di 77x53 centimetri, davanti a il quadro per eccellenza, per poi andarsene velocemente, delusi, con una fotografia da aggiungere alla propria galleria virtuale di ricordi dimenticati. Tornata a Milano, persa nel piacere di ritrovare tempo e silenzio, tornai a riflettere sulla funzione sociale dell’arte, sul mio ruolo in quanto studiosa di storia dell’arte, sull’incontrollabile impulso dell’uomo contemporaneo a cercare di fruire il bello attraverso uno schermo, a volerlo fare proprio attraverso uno scatto uguale a milioni di altri. Una riflessione, quella del rapporto tra vero e apparenza, che risale alla prima storia della filosofia e della ricerca di una definizione di arte, a Platone e al concetto di mimesis, e che dal 1936, con il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin, ha posto solide basi per capire il rapporto tra fotografia e arte. Il 1839 è l’anno con cui, ufficialmente, si fa risalire la nascita della fotografia, quando lo studioso e deputato François Arago spiegò all’Accademia di Francia la dagherrotipia, invenzione messa a punto da Louis Daguerre. Già vent’anni più tardi il poeta francese Charles Baudelaire, in occasione del Salon, l’annuale esposizione ufficiale di quadri dell’Accademia di Parigi, scriveva dure parole di condanna verso la nuova invenzione:


«Un Dio vindice ha esaudito i voti di questa moltitudine. Daguerre fu il suo Messia. E allora essa disse tra sé: «Giacché la fotografia ci dà tutte le garanzie d’esattezza che si possono desiderare (credono questo, gli insensati!) l’arte è la fotografia». Da quel momento, l’immonda compagnia si precipitò, come un solo Narciso, a contemplare la propria triviale immagine sul metallo. Una follia, uno straordinario fanatismo s’impadronì di tutti questi nuovi adoratori del sole. […] L’arte ha sempre meno il rispetto di se stessa, si prosterna davanti alla realtà esteriore, e il pittore si fa sempre più incline a dipingere, non già quello che sogna, ma quello che vede. […] Affermerà l’osservatore in buona fede che l’invasione della fotografia e la grande follia industriale sono assolutamente estranee a questo deplorevole risultato? È permesso supporre che un popolo i cui occhi si abituino a considerare i risultati d’una scienza materiale come prodotti del bello, dopo un certo tempo si trovi con la facoltà di giudicare e sentire ciò che vi è di più etereo e di più immateriale singolarmente attenuata?» Baudelaire, in parte, si sbagliava: la fotografia divenne infine una nuova arte, a tratti distinta, a tratti mescolata alle arti per eccellenza, pittura, scultura e architettura. E alla fotografia fece seguito il cinema, anch’esso presto fagocitato nel sistema delle arti e dal mercato che inevitabilmente se ne nascondeva dietro. Poi con un salto in avanti di centoquindici anni, nel 2010, è nato Instagram e un nuovo schermo è stato invaso da un turbinio di immagini, video, creazioni, finzioni, sfornate e impacchettate per essere messe in mostra in un infinito catalogo.

Se il poeta francese si sbagliava nel considerare i fotografi come «tutti i pittori mancati, scarsamente dotati o troppo pigri per compiere i loro studi», le sue parole mi appaiono come un’anacronistica profezia di quello che è il potere della fotografia e di quello che può fare il potere, di gran lunga superiore, della «grande follia industriale», del sistema neoliberista contemporaneo. Da una parte un accesso, mai avuto prima e in tale estensione, alla possibilità di viaggiare, assaliti da un business del turismo che impone quale opera d’arte, museo, attrazione debba essere vista, e accaparrarsi ciò che si è visto tramite migliaia di immagini ottenute premendo una, due, tre, illimitate volte un tasto; dall’altra un sistema di vendita e fruizione dell’arte che si autolegittima sempre più come elitario, inaccessibile, barricato nelle grandi case d’aste – Christie’s e Sotheby’s in vetta – e nelle collezioni dei milionari di tutto il mondo. Da una parte le masse accalcate davanti alla Gioconda, dall’altra un Salvator Mundi, attribuibile con parecchi dubbi a Leonardo da Vinci, venduto a 450,3 milioni di dollari al Dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi nel 2017 e ad oggi chiuso in qualche cassaforte non rintracciabile. Da una parte l’illusione di una democratizzazione dell’arte, dall’altra un mercato che detta le leggi per alzare esponenzialmente i costi delle opere, in una corsa alla vendita e all’acquisto interminabile. L’arte si prostra davanti al dio Denaro. Creata alle origini come strumento di culto e devozione religiosa – con un valore cultuale, seguendo la definizione di Benjamin – e trasformatasi, nel corso dei secoli, in un simbolo di potere e di status sociale predominante, l’arte ha subito dall’inizio del Novecento un’evoluzione rapidissima, entrando in un flusso di ricerca continua del superamento di se stessa e delle proprie leggi, un flusso sempre più concentrato sul proprio linguaggio formale,, spesso

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Dal luglio all’ottobre 2019 la Gioconda era stata sposata nella Galerie de Médicis per permettere la ristrutturazione della Salle des États in vista della mostra dedicata a Leonardo Da Vinci

estraneo alla storia sociale e politica. La culla di legittimazione della nuova arte si è spostata, definitivamente nel secondo dopoguerra, da Parigi a New York. I parametri di bellezza e perizia tecnica adatti a leggere l’arte fino a prima delle avanguardie non sono più risultati efficaci. E più l’artista si proclama indipendente nel proprio modo di fare e intendere l’arte, tutto intento a rincorrere il nuovo, ad avvilupparsi nelle proprie sofisticate riflessioni, più il «sistema dell’arte» – una collettività competente di artisti, galleristi, critici, curatori di mostre e musei, case d’aste, secondo una definizione del critico Lawrence Alloway nel 1972, ovvero: chi stabilisce quale oggetto possa essere definito arte, esposto in un museo o venduto a cifre sempre più alte, e quale nome tra centinaia possa emergere, essere venerato come «artista» e far fruttare milioni – lo fagocita nei propri

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criteri economici. La fama e la notorietà di un artista si possono vincere, come si vince scommettendo sul cavallo vincente alle corse: il pubblicitario e collezionista Charles Saatchi ha vinto promuovendo Damien Hirst, la gallerista Erica Brausen vinse diventando l’agente di Francis Bacon, Leo Castelli con la Pop Art fu il primo grande maestro dell’«arte di vendere arte». La storia si ripete – si pensi a Tiziano Vecellio nel Cinquecento, la cui notorietà era esplosa a seguito delle innumerevoli commissioni di Carlo V e Filippo II di Spagna, o a Gian Lorenzo Bernini nel Seicento barocco grazie a papa Urbano VIII – ma al centro non vi è più lo scopo di far realizzare un’opera per il suo valore espositivo, per il suo potere di legittimare o confermare un’autorità secolare o religiosa, bensì la volontà di inserire a posteriori l’artista nel «sistema», far crescere i prezzi delle sue opere – facendole acquistare a privati o, ancor meglio, ai musei


– e ottenerne il guadagno maggiore possibile. L’acquisto di una tela o una scultura, contemporanee e non, è un investimento estremamente sicuro: è difficile che un’opera venduta sul mercato a un determinato prezzo perda il suo valore (economico). Il suo valore espositivo-culturale è determinato dal prezzo a cui è stata venduta, o stimata, senza che apparentemente esista uno spirito o gusto della nostra epoca ad elevarlo o diminuirlo in base a parametri estetici o ideologici: un Caravaggio resterà un Caravaggio perché il mercato non ha alcun interesse ad abbassarne il valore. Non a caso, tra i maggiori detentori delle grandi collezioni non pubbliche, vi sono le banche: tra i primi in Europa il Gruppo Intesa Sanpaolo con oltre trentamila opere da un valore complessivo attuale di circa 271 milioni di euro, in parte esposte nelle Gallerie d’Italia di proprietà dello stesso aventi sede a Milano, Napoli e Vicenza. Quando le gallerie dei grandi monarchi e magnati aristocratici iniziarono ad essere aperte al pubblico – per primo il palazzo del Louvre, trasformato nel 1793 in Musée Francais come simbolo della nuova nazione rivoluzionaria e repubblicana – diventando grandi musei nazionali, tra le funzioni principali vi erano la didattica e la democratizzazione dell’arte: il voler mostrare al popolo l’identità della nazione e farlo sentire parte di essa, sulla base di correnti di pensiero dapprima illuministe e poi nazionaliste, se non addirittura totalitariste. La sensazione che si prova solitamente quando si visita per la prima volta (ma anche per le volte successive) un museo di arte contemporanea, non è propriamente quella di trovarsi davanti ad un racconto del nostro presente, storico e sociale. Ci si allontana dai classici e famosi quadri a olio su tela e ci si immerge in una serie di correnti artistiche, classificate secondo molteplici definizioni solitamente terminanti in ismo (neodadaismo, postmodernismo, neoespressionismo – la lista è molto lunga) o create dalla parola arte unita a un

aggettivo (arte cinetica, arte concettuale, arte povera, arte informale ecc.). Questa immersione, che solitamente avviene all’interno di grandi sale bianchissime e spaziosissime di un’architettura che definiamo genericamente come «moderna», provoca solitamente tipi di reazione diverse: in primo luogo non comprensione davanti a un oggetto – pensiamo ad esempio alla provocatoria Merda d’artista di Piero Manzoni del 1961 – che, essendo stato posto nel museo, è stato elevato ad opera d’arte e lo si deve considerare tale. Dalla non comprensione derivano solitamente un senso di «inferiorità intellettuale» o «ignoranza culturale», oppure la repulsione: negare che quello che si ha davanti sia veramente considerabile come «arte», disprezzarne il sistema, constatare con se stessi la morte dell’arte, rubando in senso improprio l’espressione hegeliana. Eppure già Giorgio Vasari, assistendo alla morte dei grandi artisti del Rinascimento – da ultimo il suo amato Michelangelo, nel 1564 – viveva l’arte del suo tempo come prossima alla decadenza: «non c’è mai stata un’epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, moderna, e non abbia creduto di essere immediatamente davanti a un abisso. La lucida coscienza disperata di stare nel mezzo di una crisi decisiva è qualcosa di cronico nell’umanità», affermava Walter Benjamin nel 1955. È possibile però, tornando all’esplorazione del museo di arte contemporanea, che si instauri un terzo tipo di rapporto con l’opera, quello dell’indifferenza: il pensiero, o meglio non-pensiero, per cui se l’oggetto si trova nel museo e intorno a te altre persone lo guardano, anche solo distrattamente per passare rapidi alla sala successiva, allora anche tu lo devi guardare, spendendo probabilmente più tempo a leggere il cartellino indicante il nome dell’artista (spesso a te sconosciuto), il titolo (spesso reboante, filosofeggiante, dal sapore esistenzialista o – ancora meglio – privo di qualsiasi tentativo di esplicazione: senza titolo) e la data, che

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a guardare l’opera in sé. Un esempio: Museo del Novecento, penultima sala, corrente dell’arte povera. Autore: Jannis Kounellis. Titolo: Senza titolo. Data: 1988. Materiali: acciaio dolce, juta, travertino, limonite. Descrizione: Pietre e putrelle schiacciano sacchi colmi di terra ferrosa, le lastre d’appoggio conservano le dimensioni quotidiane del letto o della porta, la centralità è su peso e povertà di materiali. “Il peso polarizza lo spazio. È una qualità. Un’indicazione per voler riscoprire qualcosa di concreto” (Kounellis). Ti fermi, leggi, ti allontani, guardi. Guardi le due travi di acciaio verticali che schiacciano ognuna tre sacchi di juta marrone – sembrano sacchi per il commercio dello zucchero, richiamo ad Alberti Burri – con sopra dei grossi blocchi di pietra. Guardi, sbadigli, stanco e felice di essere giunto alla fine della visita, provi a porti qualche domanda ma non trovi risposte: provi a chiederti come dare un senso a quello che guardi, perché quest’insieme di materia sia posto in una composizione armonica all’interno di un museo milanese e non in una fabbrica, provi a chiederti la funzione sociale e reale di un’arte che si definisce concreta. Certamente esistono opere d’arte contemporanee avvolgenti, immersive, mastodontiche nel loro fascino, nella loro impenetrabilità, nel messaggio estetico o concettuale che esplicitano o custodiscono gelosamente. Certamente esistono anche opere d’arte contemporanee concepite per denunciare, per urlare messaggi alla realtà storica e politica, opere per il sociale, come quelle di Banksy, sicuramente tra i più mainstream, anch’egli in fretta divorato e assoggettato dalle quotazioni, dalle vendite d’asta, dalle istituzioni museali. Certamente per poter capire e fruire un’opera contemporanea è necessario un sistema di riferimento e un preciso retroterra culturale, lo studio e la conoscenza del contesto e

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della storia: «comprendere l’evoluzione dell’arte è più interessante che piegare sull’idea che sia morta», afferma Angela Vettese in Capire l’arte contemporanea, un libro caldamente consigliato per un primo approccio all’arte dal secondo dopoguerra in avanti. È necessario conoscere, è necessario studiare la storia dell’arte – cosa che raramente avviene nel contesto educativo scolastico, in cui la materia è declassata tra quelle «minori», quasi ricreatorie – nella realtà neoliberale odierna che plasma e permea ogni ambito culturale. E i motivi principali sono due: per acquisire la consapevolezza che la fruizione dell’arte non è univoca, puramente estetica ed emozionale-soggettiva, e avere gli strumenti utili e fondamentali per imparare a guardare e, soprattutto, per non cadere nella trappola del marketing sterile del turismo e dell’«industria della cultura». La verità è che, come afferma il grande storico dell’arte Federico Zeri in Oltre l’immagine, crediamo di avere assai più dimestichezza con l’arte antica di quanto non accada davvero; di fronte a scene sacre, mitologiche o biografiche, non sappiamo cosa guardiamo e pensiamo di riceverne un’emozione solo perché siamo stati educati a questo. È facile fermarsi davanti alla Nascita di Venere di Botticelli e guardarla perché la si considera bella, armonica, il capolavoro del Rinascimento italiano. L’arte è ormai intrattenimento – turistico e da viaggio: ci si fionda dentro gli Uffizi dopo code interminabili ma chissà quanti milanesi hanno visitato la Pinacoteca di Brera – da vedere, più che comprendere. L’obbiettivo del museo o della mostra è vendere più biglietti possibili, per accaparrarsi il titolo di «museo più visitato» (ma più invivibile da vedere), e a questo fine si cerca spesso l’«effetto shock» che trasformi tutto in meraviglia.


Jannis Kounellis, 1988, Senza titolo, Milano, Museo del Novecento

Con l’arte contemporanea è più difficile creare guadagno tramite l’opera pop: essa non nasce per l’intrattenimento e non procura il piacere immediato delle opere dei pittori impressionisti, del martoriato Van Gogh, dei tormentati Egon Schiele o Edvard Munch di turno. Da un lato i luoghi dell’arte sono sempre più frequentati, dall’altro le opere in sé sono capite e amate sempre meno, fotografate velocemente per volgere lo sguardo all’attrazione successiva. La verità è che all’arte non dobbiamo chiedere di essere comprensibile a prima vista e nemmeno di fornici un’emozione immediata, impacchettata e pronta all’uso grazie al breve cartellino posto accanto al quadro, all’audioguida o al numero di persone che le si accavallano davanti. E questo vale davanti a un Leonardo, all’Apollo del Belvedere o a una Brillo Box di Andy Warhol. Bisogna davvero imparare ad avere una

disposizione mentale e spirituale davanti all’opera, sia essa più contemporanea o meno? Sì. È difficile trovare il tempo di fermarsi, riflettere, guardare. È difficile parlare di arte e scriverne. È difficile non cedere allo scetticismo e al cinismo. È difficile saper fare una distinzione critica tra un valido storico o critico d’arte e un divulgatore rumoroso, tra una mostra culturalmente ricca e allestita in modo accurato e una che grida grandi nomi di artisti e invade la città di cartelloni pubblicitari, tra un museo che valorizza le proprie collezioni e uno che punta agli ingressi da record. Il capitalismo ha divorato anche l’arte. La consapevolezza storica e sociale e un giudizio critico sono necessari per attribuire un valore all’opera che si ha davanti indipendentemente da un suo potenziale o già realizzato valore economico.

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Quale ruolo ha la fotografia in questo processo? Quante ore di attesa può valere una fotografia scattata alla Gioconda? Forse Baudelaire aveva ragione nel 1839: «Se si concede alla fotografia di sostituire l’arte in qualcuna delle sue funzioni, essa presto la soppianterà o la corromperà del tutto, grazie alla alleanza naturale che troverà nell’idiozia della moltitudine. […] Ma se le si concede di usurpare il dominio dell’impalpabile e dell’immaginario, e di tutto quello che vale solo per quel tanto d’anima che l’uomo vi mette, allora poveri noi! So bene che parecchi mi diranno: «La malattia che siete venuto spiegando è quella degli imbecilli. Qual uomo, degno del nome d’artista, o che ami veramente l’arte, ha mai confuso l’arte con l’industria?». Lo so, eppure chiederò loro, a mia volta, se credono al contagio del bene e del male, all’azione delle folle sugli individui e all’obbedienza involontaria, forzata, dell’individuo alla folla». E forse Baudelaire inorridirebbe davanti alla consumazione attuale dell’arte più di quanto non facesse recandosi ai Salon di Parigi davanti all’arte del suo tempo. Forse una sua condanna attuale si eleverebbe carica di denuncia tra quello che a me appare come un silenzio indifferente e rassegnato. Forse un giorno finiranno le code interminabili all’ingresso delle Gallerie dell’Accademia di Firenze per fotografare il David e si scopriranno gli affreschi di Beato Angelico nel convento

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di San Marco, la Deposizione di Pontormo nella chiesa di Santa Felicita, il Crocifisso di Giotto in Santa Trinita, le innumerevoli bellezze di un passato e un presente lontano dalle cartoline e dalle guide tascabili dai colori sgargianti e zeppe di immagini.


Estranei a casa nostra: le nostre città trasfigurate a causa dell’emergenza.

La Scuola Primaria Leonardo da Vinci, di fronte al Politecnico. Per cinque anni ho passato più tempo lì dentro che a casa mia. Con quella scuola ho un rapporto forte, nel senso che ogni volta mi capiti di rientrarci provo un'emozione immensa, profonda, quasi atavica. La mia famiglia è legata da lungo tempo a quella scuola, che ha visto così tante generazioni di Milanesi crescere. Vederla così, vuota, genera in me enorme tristezza; e penso anche a tutto quello che i bambini si stanno perdendo. Viva sempre la Leonardo da Vinci: forza!

La foto unisce il luogo del desiderio (sì, desidero molto tornare in aula...) e la realtà che me lo impedisce e che ci viene ricordata dall'appello della Regione. Mi ricorda il senso per cui oggi dobbiamo compiere sacrifici, che diventano quasi più leggeri se si pensa al bene che se ne può trarre. Foto di Andrea Collini

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Intrattenimento Bojack Horseman: Chi è il colpevole? Marco Barbaro

Negli anni ‘90 andava in onda Horsin’ Around, una family sitcom melensa e holliwoodiana su un cavallo e i suoi tre figli adottivi, che giornalmente ci insegnava a fronteggiare gli ostacoli, saltando con tutti noi stessi per superarli. Fast forward di circa trent’anni e il suo attore protagonista, BoJack Horseman, non ha ancora colto questo insegnamento, nonostante passi le sue giornate a riguardare gli episodi del suo show. In effetti dalla fine di Horsin’ Around, BoJack non ha fatto nulla di produttivo, ma conta di cambiare le cose con l’autobiografia che sta scrivendo per una casa editrice in rovina… letteralmente, gli uffici sono fatiscenti. Peccato che, come detto, non lo stia facendo affatto, perché that’s too much, man. Gli viene quindi affiancata una ghost writer, Diane Nguyen, ragazza così ricca di contraddizioni che descriverla brevemente è impossibile, a cui un po’ riluttante comincia a raccontare la sua storia. Così si apre BoJack Horseman, una serie animata statunitense, creata da Raphael Bob-Waksberg e disegnata dalla sua compagna di scuola e fumettista Lisa Hanawalt (grazie Wikipedia), che nelle sue sei stagioni racconta, con grande umorismo, brillantezza e maturità, di un mondo in cui esseri umani e animali antropomorfi convivono, satirizzando su una Hollywood sgargiante e spietata, e sul culto della notorietà che, nella società bojackiana come nella nostra,

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smuove gli animi e indirizza le masse. Il vero fulcro della serie, comunque, si poggia sull’evoluzione dei personaggi, e del protagonista in particolare: BoJack è un’egocentrico, mercantesco, subdolo, codardo pezzo di melma col vizio di crogiolarsi nella sua depressione (e dell’alcol), che scarica le sue mancanze sulle contingenze della sua vita: da suo padre proviene la sua superbia, da sua madre la tendenza a bastonare gli altri con i sensi di colpa, dal fallimento della sua


carriera l’attaccamento morboso verso il passato, e via dicendo. Ciò di cui non si rende conto, però, è che se anche la colpa del suo stare male può effettivamente essere ricondotta a migliaia di fattori fuori di lui, la responsabilità di stare bene è tutta sua. Ed è questo ciò che lui vorrebbe, stare bene, come in Horsin’ Around, ma non ha capito che qui le vicende non si risolvono da sole in ventidue sitcomodi minuti, c’è bisogno di responsabilità. BoJack, al contrario, aspetta karmicamente che ciò che gli è stato sottratto gli venga restituito, e mentre cammina pigramente attraverso i suoi anni punta il dito contro gli ostacoli che gli si parano davanti, dimenticandosi anche solo di provare a saltarli. Finita, come da contratto, la parte spoiler free (e per chi non ha visto la serie, andatelo a farlo e poi tornate, tanto da qui in poi capireste poco), mi getterei direttamente sul cuore della questione: chi è colpevole? Parlo della serie, ma non solo, parlo anche in generale: quello che ci succede è colpa nostra? Vi dico subito, e vi avevo avvisato degli spoiler, che una risposta io non ve la posso dare. Ciò che posso fare è spostare i riflettori su ciò che questa serie ha da mostrarci al riguardo, e partirei dalla battuta più celebre dello zio Ben (ma che c’entra? Eddai, fidatevi un attimo): da grandi responsabilità deriva un grande potere... Ehm almeno credo che sia questa. Più ci accolliamo la responsabilità delle cose che ci succedono, più potere abbiamo di cambiarle a nostro piacimento. Responsabilità, in effetti, vuol dire rispondere, vuol dire riconoscere che l’unica cosa su cui abbiamo influenza sono le nostre azioni, e che noi siamo gli unici ad avere questa influenza. È un atto faticoso e spesso non gratificante come vorremmo, ma è l’unico apice del nostro agire. Con questo in mente, torniamo ai cavalli. La prima storia che vorrei raccontarvi è quella di Secretariat, cavallo da corsa suicida, dal manto rosso e gli

zoccoli veloci. L’idolo dell’infanzia di BoJack a cui egli scrisse anche una lettera per una trasmissione televisiva:

«What do you do when you get sad?» Ed è ironico che un litigio dei genitori di BoJack nella stanza accanto gli impedisca di sentire la risposta:

«BoJack, when I was your age I got sad. A lot. But one day I started running, and that seemed to make sense, so then I just kept running. Don’t you stop running and don’t you ever look behind you. There’s nothing for you behind you, all that exist is ahead». Ed è ancora più ironico che decenni dopo BoJack si ritrovi a recitare la parte di Secretariat nel film sulla sua vita, nonostante non ne abbia mai recepito i principi. La tristezza di cui parla infantilmente BoJack, che Sartre chiamerebbe nausea (e se c’è qualcuno che ne capisce veramente di filosofia ora mi vorrà bastonare, ma vi prego di aspettare un attimo), è il sintomo di un malessere molto ampio e profondo che egli prova da sempre, un sentimento connaturato all’uomo, e tanto struggente nella sua incessantezza ed inspiegabiltà, quanto fondamentale per ogni percorso di crescita. Essa infatti fornisce un fastidioso sottofondo che ci fa capire che qualcosa non va, uno stimolo, il più semplice di tutto: stiamo male, e che invece vogliamo stare bene. La via con cui raggiungere questo obiettivo, però è lunga ed impervia, e soprattutto non è affatto chiaro quale sia. Ma Secretariat ci dà un ottimo suggerimento: corri. «Tutto ciò che mi accade è mio», scrive Sartre ne L’essere e il nulla: l’unico comportamento che ci permette di tirare fuori la testa da questa melma è

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la libertà, la responsabilità, o in termini equini, la corsa. Quella della corsa è un’immagine che tornerà spesso, quindi non ve la scordate, come tornerà anche l’idea del non guardare indietro, che non è da intendere come un “non riflettere sull’accaduto”, dal passato si può apprendere moltissimo. Ma il passato non si può cambiare. Girarsi per verso gli ostacoli che abbiamo buttato giù non ha aiutato mai nessun atleta, e non aiuterà di certo noi. Al contrario, è il focus verso gli ostacoli che devono ancora arrivare che ci permette di superarli, e di mettere in pratica il nostro potere, la nostra responsabilità. Facendo un salto degno di Andrew Howe ci spostiamo in avanti di quasi due stagioni per parlare di un altro personaggio chiave, Era lì sul set di Horsin’ Around, per poi passare dai palchi più grandi e dalle copertine più patinate, ed infine la troviamo nella sua casa letteralmente fatta di droga, in attesa di poter interrompere la farsa della sua sobrietà. Sì, sto parlando di Sarah Lynn. Sarah Lynn era la piccola Sabrina in Horsin’Around, con l’ingenuo sogno di diventare un architetto, ma con un futuro progettato per lei probabilmente prima ancora della sua nascita: un fiore sbocciato alla luce dei riflettori e alla brezza dell’aria condizionata. La sua testimonianza mette in luce un’altra tematica, molto ampia e complessa, cioè quella della responsabilità in un contesto in cui le nostre azioni sono imposte dall’esterno: che sia in un determinismo ontologico, o solo de facto (come nel caso di Sarah Lynn), se non abbiamo scelta, non abbiamo responsabilità. Ora, non ho la pretesa di sciogliere la diatriba sul determinismo in queste pagine, ma scendendo dal piano metafisico e calandoci un po’ più in quello sociale, si può dire che immaginarci incapaci di prendere decisioni non funziona. Ed è così che (idealmente) si regola la società, non con quello che è vero, né con quello che è giusto, ma con quello che funziona per farci essere utili e produttivi, per farci

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vivere sereni, per farci sentire accettati, tutelati, stimolati, partecipi, liberi. Darci le responsabilità delle nostre azioni ci rende liberi, in quanto ci sradica dalla mentalità deterministica, e ci fa diventare soggetti delle nostre esperienze, dandoci il potere di salire sopra le circostanze. Al contrario, privarci di essa vuol dire fare a meno di una grossa parte della nostra identità, in quanto rinunceremmo al merito di ogni successo e fallimento, ammettendo di essere solo il risultato delle contingenze. Anche l’ultimo dialogo tra Sarah Lynn e BoJack può essere visto in quest’ottica:

«We are not doomed» dice lui. Non siamo spacciati, o, letteralmente, non siamo destinati. A niente. E per quanto nichilistica, questa interpretazione ha in sé un significato molto positivo: se la nostra vita non è un disegno di un qualche architetto intelligente, se non ha, quindi, valore in sé, possiamo essere noi gli architetti e progettare la nostra esistenza attribuendole il valore che vogliamo o di cui sentiamo il bisogno (a tal proposito vi consiglio di vedere Optimistic Nihilism di Kurzgesagt). Ricollegandomi al Sartre di cui sopra, «l’uomo è condannato ad essere libero», ed io aggiungerei, per fortuna. Probabilmente sto dando alle parole di BoJack un significato del tutto fuori dal personaggio, ma a conti fatti questo è il mio articolo, non il suo.

«The only thing that matters is right now, this moment, this one spectacular moment we are sharing together. Right Sarah Lynn? Sarah Lynn? ... Sarah Lynn» Proprio all’inizio vi ho nominato Diane, ma ho subito ritirato la mano, per paura di non renderle giustizia, o di spaventarvi immediatamente con il personaggio


più traumatico della serie. Ora, però, è arrivato il momento di parlarne, e per farlo bisogna toccare alcuni punti fondamentali della sua storia. Partiamo dall’episodio della missione in Cordovia, ma prima un minimo di contesto. Nella seconda stagione i personaggi si sentono spaesati: tutti si chiedono perché stiano lì a combinare quello che stanno combinando e perché le cose sembrino così fuori posto e perché non mi riconosco più nel mio ruolo e cosa ci faccio qui.

«What are you doing here?» è una battuta di Secretariat che egli pronuncia in un momento di drammatica epifania, ma che BoJack non riesce a interpretare. Ma è anche un motto che risuona per tutta la stagione. Un esempio? Cosa di fai in Cordovia, Diane? Sei partita per seguire e scrivere del filantropo Sebastian St. Clair, in missione in un paese distrutto dalla guerra per aiutare i bambini malati, costruire una biblioteca, ergere una statua di sé mentre costruisce la biblioteca eccetera. Ma perché ci sei andata? Probabilmente per colpa della tua maledizione, che ti porta a ripararti dietro la retorica del “voglio lasciare un segno” per non ammettere che anche tu hai bisogno di semplicità, o che almeno ne avresti voglia; no, tu sei Diane, impegnata, tormentata, risoluta. in Cordovia non ci sono ripari per proteggersi dalle bombe, figurati dalle fesserie. Non ritrovandoti più nella persona che credevi di essere sei dovuta fuggire, e ti sei andata a spiaggiare a casa di BoJack, un posto in cui non ti saresti dovuta mettere in discussione. E non ti biasimo, Diane, mettersi in discussione è sempre molto difficile, ma è di sicuro un passaggio fondamentale. La maledizione di cui parlavo prima è probabilmente il tratto fondamentale del personaggio di Diane: la rende spesso antipatica ed incomprensibile anche e soprattutto a se stessa, ma la rende

fondamentale, poiché incarna un quesito che tutti si pongono: che senso ha? Che senso ha il mio dolore? Che senso hanno i miei successi ed i miei fallimenti? Che senso ha il mio sforzo? La accompagna, e noi con lei, per tutta la serie, e non la lascia nemmeno quando finisce a Chicago, con il suo nuovo fidanzato Guy (sì, un toro a Chicago). Qui, lei vorrebbe scrivere un libro di personal essays, in cui, ancora una volta, lacerare il lettore con la propria penna. Purtroppo non ci riesce per colpa della depressione che la schiaccia sul pavimento, e poi per colpa degli antidepressivi che offuscano le parti di se di cui vorrebbe scrivere. Forse, però, il motivo per cui questo libro non viene fuori é che in realtà non ti va di lasciare un segno, non ti è mai andato. Non quando eri a Boston dai tuoi, né a Los Angeles, né in Cordovia, né adesso a Chicago. E ci è voluto Mr Peanutbutter per farti aprire gli occhi (incredibile, lo so, ma i Labrador hanno un ottimo fiuto).

«I feel like if we met eachother as the people we are now, things would be totally different with us». «Yeah, but if we hadn’t met each other until now, we wouldn’t be the people we are now». Vedi, Diane, così come non esistono persone intrinsecamente buone o cattive, non esistono nemmeno traumi positivi o negativi. I traumi sono come le mani di un abile tornaio, che deformano il loro blocco di argilla, stringendo il collo e spingendo in fondo, lì dove fa più male. Poi, le stesse mani prendono la carcassa del loro lavoro, e la sbattono in forno, dove resterà per i successivi giorni. Infine, sempre quelle mani nascondono le ferite che hanno provocato con una bella patina di colore, e mettono il risultato in bella mostra. Ciò che viene fuori è uno splendido vaso, un’opera di unica arte. Sì è vero, forse la metafora del kintsugi funziona meglio, ma evidentemente era già presa. I traumi

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sono ciò che ci plasma, ed è questo il loro intrinseco ed enorme valore. Superarli, a confronto, non vale nulla. Con questa riflessione i n mente spostiamoci su BoJack, che uscito dal centro di riabilitazione si sposta dalla sua ritrovata sorella Hollyhock, in Connecticut, dove trova un posto come professore di recitazione alla Wesleyan. Eccolo, il BoJack che avremmo sempre voluto vedere, il BoJack che vedevamo da qualche spiraglio aperto sulla sua vita subito prima di Horsin’ Around, quando con il suo amico Herb si divertiva a fare battute e costruire il loro futuro, il BoJack che vedevamo riflesso negli occhi di Hollyhock, quando la aiutava a cercare chi la avesse messa al mondo, il BoJack. che si mette in gioco, che fa le cose liberamente e propositivamente, che si assume le responsabilità di essere il protagonista di se stesso. E mi piacerebbe finire così l’articolo, su un tratto di parabola crescente... anzi, sai cosa? Lo finirò proprio così. Dopotutto non mi mancheranno i due reporter che rincorrono il passato di BoJack, davvero poco interessanti e a mio gusto anche molto antipatici. Non mi mancherà ripensare a quella strega di Angela, la vecchia produttrice di Horsin’ Around. E non mi mancherà di sicuro parlare di Horny

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Unicorn. L’unica cosa che mi dispiace, ma con cui ho dovuto far pace dall’inizio dell’articolo è il fatto che non posso raccontarvi di tutto quello che questa serie mi ha lasciato, la soddisfazione nel vedere ripagato l’ardore di Princess Carolyn, la rabbia e l’impensabile empatia che proviamo verso Beatrice Sugarman, la speranza per l’entrata di Hollyhock nella vita di BoJack e l’angoscia per la sua uscita. Ma per capire di cosa sto parlando, la cosa migliore che potete fare è riguardarvela. Vi lascio allora con una battuta di Todd di non so quale episodio, ma tanto ciò che dice questo ragazzo è talmente scollegato da ciò che ha intorno, che fa il giro come l’Hockey Pockey e diventa un pensiero profondo e universale:

«The only way out is through». L’unico modo per andare avanti è passare attraverso le cose. Passare attraverso il dolore, oltre gli ostacoli. Questi ci temprano e ci stimolano. Ci obbligano a correre per prendere la rincorsa. Ci impediscono di voltarci o abbassare lo sguardo. Ci concedono nuove occasioni per impegnarci e prenderci la responsabilità di andare avanti. E allora grazie, ostacoli. Vi odio, ma vi ringrazio, perché siete ciò che ci tiene in vita.


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Estranei a casa nostra: le nostre città trasfigurate a causa dell’emergenza. Paragone parigino pieno / vuoto: due foto scattate nella stessa stazione della metropolitana prima e dopo il lockdown causato dalla pandemia Foto di Laura Rossetta

Essendovi l’obbligo di stare a casa, non posso godere del bel tempo, che per altro è anche abbastanza raro a Milano (non me ne vogliano i milanesi). Lo spazio che mi è precluso è più che altro uno spazio mentale di benessere dato dal meraviglioso mix di sole, cielo limpido e una pseudo-impressione di aria molto più pulita.

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Foto di Ada Bacigalupo


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