Skip to main content

Lanterna #46

Page 1

Dicembre 2019 “Svergognatevi!”

n.46 “Il mio viaggio in Giappone”

“Facciamo bene i Conti”

Lanterna

REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL POLITECNICO DI MILANO

periodico della lista di rappresentanza la terna sinistrorsa

Ricomincia la luce dopo il buio “Dopo anni di silenzio riprende fiato il periodico che ha fatto la storia della Terna Sinistrorsa.”


La Redazione

Grazie alla lista di rappresentanza “La Terna Sinistrorsa” Realizzato nell’ottobre 2019 Stampato nel novembre 2019 con il contributo del Politecnico di Milano A questo numero hanno partecipato: Ada Bacigalupo Marco Barbaro Angelo Boglione Amedeo Carbone Tommaso Cigognetti Filippo Elgoni Filippo Martinelli Poliedro (Associazione LGBTQ+) Anna Riti Manfredi Schembri Progetto grafico di Anna Riti Copertina di Daniele Spini


Indice Editoriale......pg. 3 Politica Svergognatevi!......pg.4 Facciamo bene i conti......pg.6 Si cresce dal basso......pg.9 SocietĂ Women + STEM: Hedy Lamarr......pg.12 Il coming out......pg.14 Travel Viaggio in Giappone......pg.18 Interazione di fondo......pg.24 Intrattenimento Ad Astra......pg.30 Cosa non dire ad una revisione di Architettura.....pg.32 Finito un Cineforum se ne fa un altro......pg.34 Retromania......pg.36


Editoriale

Ritorna il Lanterna! Ada Bacigalupo, Amedeo Carbone Dopo anni di silenzio riprende fiato il periodico che ha fatto la storia della Terna Sinistrorsa. Si potrebbe dire che appartiene alla storia della Terna così come vi appartiene la tradizione della riunione del mercoledì, che si ripete così com'è tutt’oggi dal 1995. D'altronde sia la riunione del mercoledì sia il Lanterna racchiudono in sé la stessa idea che abbiamo di vita universitaria e di rappresentanza, ovvero il dialogo, il confronto di pensieri e di proposte. Come nella riunione, dal ‘’Terno’’ che c'è da sempre al nuovo arrivato, chiunque ha diritto a presentare la propria opinione e ha il dovere di arricchire la discussione. Sul Lanterna tutti troveranno uno spazio, una piazza dove esprimersi, narrare una storia, analizzare una situazione, dare inchiostro alla propria voce. Il frutto di questo lavoro è un insieme di tanti contributi: a partire dalle collaborazioni con associazioni del Politecnico fino agli articoli di studenti appassionati. Ognuno ha donato una sua ‘’storia’’, trattando campi diversi, affinché il giornale rappresentasse le tante sfumature degli studenti che vivono la nostra università. Questo mostra come il nostro Ateneo sia ricco di cultura e necessiti di più luoghi dove esprimerla.

Viviamo un periodo di profonda crisi globale, che va dall’economia ai disastri ambientali, e in tutto ciò a risentirne è anche la cultura stessa. Innanzitutto, la cultura della parola, degli ideali politici e del dialogo. Ciò che facciamo con Lanterna è andare contro corrente: riaffermare il valore della carta stampata sulla volatilità del dibattito pubblico, rivalutare il dialogo civile rispetto al becero spettacolo televisivo, e - perché no - sconfiggere l’ansia dell’università alleggerendo la quotidianità. In tempi dove tutti possono gridare le proprie parole al vento scrivendole sui social, spesso annientandone il valore, qui si vuole restituire dignità e importanza ai temi che noi giovani viviamo in prima persona: dimostriamo quanto potenziale abbia questa generazione. Ci teniamo infine a ringraziare tutti coloro che hanno preso parte alla realizzazione di questo progetto, che vede alla propria base l’unione delle parti, parti che singolarmente sarebbero perse nel mare di parole quotidiane, ma che ritrovano un senso organico se messe insieme. Senza di loro il Lanterna sarebbe solo un bel ricordo.

‘’Ognuno di noi deve dare qualcosa per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto’’

3


Politica

Svergognatevi! di Marco Barbaro O perché il Pride non vi piacerà mai.

a chiave la porta della nostra camera?

La vergogna è stata definita come emozione dell’autoconsapevolezza, emozione sociale o interpersonale, al pari di senso di colpa e orgoglio. Questo perché riguarda una presa di coscienza del giudizio altrui su di sé:

Sotto un’altra luce, infatti, la vergogna è in qualche modo simile alla paura: ho paura del buio perché qualcosa che non vedo potrebbe farmi male, quindi mi proteggo accendendo la luce. La vergogna ci spinge a non avere atteggiamenti anormali, a seguire il pensiero dominante e a sopprimere gli impulsi che spiccherebbero rispetto alla comunità e che potrebbero portare ad essere discriminati, ovvero ci permette di aggregarci, di fare gregge.

Non si prova vergogna a cantare Taylor Swift da soli nella propria camera, ma la si proverebbe se il nostro coinquilino entrasse mentre stoniamo l’acuto di “Shake It Off”. In questo senso la vergogna è successiva a uno smascheramento, ad una esposizione delle proprie impotenze (o dei propri gusti musicali discutibili). Ma la potremmo anche vedere come un’emozione preventiva, altrimenti perché mentre ci sentiamo sul palco dei VMAs 2014 chiudiamo

4

Potremmo considerarla parte dello spirito di conservazione che ha permesso alla vita sulla terra di perdurare così a lungo, tanto che molteplici studi (in particolare cito “Crosscultural invariances in the architecture of shame”, Daniel Sznycer) avvalorano la tesi dell’universalità della vergogna, che quindi risulterebbe innata, almeno nella sua struttura portante.

Se ci pensate aggregarsi, e quindi vergognarsi, è fondamentale in una società primitiva in cui essere esclusi vuol dire non ricevere la propria razione di cibo, non essere protetti dal resto della comunità, non essere coinvolti nelle attività sociali, insomma: morire (soli) in un paio di giorni. Sarebbe anche l’ora di notare, però, che la nostra società ha avuto qualche centinaio di migliaia di anni per evolversi.

È ancora così fondamentale la vergogna? Andiamo al punto: il Pride. Spesso è tacciato di essere osceno, fuori luogo, una vetrina del disagio, una passerella per mettersi in mostra con tutte quelle parrucche e quegli strani travestimenti in eco-pelle. Beh, tutto vero, forse, ma probabilmente non è chiaro che il Pride non è fatto per compiacere; il Pride è solo ciò che dovrebbe essere. É un faro che punta la sua luce su tutti quei desideri,


quelle tendenze e quegli allineamenti che scansano la normalità, e ci fa vedere che è molto più facile per chi non li ha tollerarli negli altri che non per chi li ha sopprimerli in se stessi. Per rispondere all’ultima domanda, quindi: sì, la vergogna continua ad essere fondamentale in quanto connaturata all’uomo, ma allo stesso tempo è fonte di ormai inutile e sterile mortificazione per chi non riesce a divincolarsi dalla sua stretta.

E se pensano che una volta svergognatici il Pride diventerà più sobrio si sbagliano: il Pride sarà sempre osceno, fuori luogo, disagiato, strano, perché altrimenti non ce ne sarebbe bisogno.

Il Pride ci insegna che dobbiamo smettere di porre al primo posto il decoro, concetto costruito e per questo non necessario, a discapito della serenità di chi per indole ne vivrebbe fuori. In questo modo ci libereremo delle vergogne di cui ci vogliamo liberare e ci terremo quelle che ci vogliamo tenere, indipendentemente da quanto ciò possa piacere agli altri.

5


Politica

Facciamo bene i Conti di Manfredi Schembri Una Repubblica di Governi “non eletti”. Sono trascorsi ormai diversi anni, precisamente dallo scacco ad Enrico Letta da parte di Matteo Renzi (#EnricoStaiSereno), da quando la Destra Italiana ha aggiunto all’interno del proprio repertorio da costante campagna elettorale l’espressione di “Governi non eletti”. Un concetto e un’onda che ha ben cavalcato nel tempo anche l’ormai tramontante Movimento 5 Stelle. Hanno gridato allo scandalo, all’ingiustizia, agli intrighi di palazzo. Questo con Renzi, con Gentiloni, ancora prima con Monti (dopo averne votato la fiducia…) e oggi la melodia si ripete con il Governo Conte Bis, o Governo Conte Due. Dallo sguardo lascivo di consenso, i maggiori esponenti dei partiti di Destra, ormai estremisti e sovranisti, invadono le piazze d’Italia e raggirano le folle con altisonanti discorsi in realtà rozzi e carichi di una retorica spicciola che restituisce

6

a chi li ascolta una narrazione della realtà distorta e lontana da ciò che in verità è. Ma il popolo Italiano, ahimè, si trova spesso ad ignorare non la realtà delle cose bensì i mezzi utili a comprendere tale realtà. Lo strumento più potente che un cittadino può brandire con fierezza è la Costituzione e in essa si ritrovano tutti quegli elementi che, se conosciuti e studiati, portano alla luce la disonestà intellettuale che certi politici incarnano pienamente.

“Lei, presidente, è un collega… anche lei, come me, è un Premier non eletto dal popolo.” (Un ironico Matteo Renzi durante il voto di fiducia al Governo Conte Uno) Con queste parole l’ex Senatore del Partito Democratico, oggi Senatore di Italia Viva, comunicava al Senato l’intenzione di non votare la fiducia al Governo Conte Uno, a nome del PD.

L’ex Premier Fiorentino ha combattuto a lungo contro le accuse di essere un presidente non eletto e ancora oggi viene considerato tra i più abusivi avuti negli ultimi governi. Eppure le accuse a lui rivolte inerenti la sua Non-elezione per la carica che ricopriva, erano avvolte da una fitta aura di ignoranza e voluta manipolazione di realtà, contenuti e regolamenti. Ma procediamo con ordine. La Costituzione Italiana, nata nel 1948 successivamente alla Liberazione dell’Italia dalla sanguinosa ombra del fascismo, pone le proprie basi su principi di Libertà, Giustizia, Uguaglianza ma il suo obiettivo principale era quello di fare in modo che non potesse mai più essere ripetuto, in modo alcuno, un periodo di tremenda dittatura come quello all’epoca appena conclusosi. Evitare dunque una Repubblica Presidenziale a favore di una Repubblica Parlamentare era un ottimo modo per far sì che chiunque andasse


al governo potesse non avere concentrati in sé tutti i poteri dello stato. Possedere un’impostazione della Repubblica di tipo Parlamentare vuol dire dunque che, attraverso una Legge elettorale Proporzionale, Maggioritaria o mista, di volta in volta votata alle camere, i cittadini possano votare partiti e singoli candidati i quali andranno a formare Parlamento e Senato, organi dello stato che rappresentano i cittadini con idee, proposte e mozioni. Una volta determinati i partiti più folti all’interno di Parlamento e Senato, il Presidente della Repubblica (eletto ogni sette anni da Camera e Senato) procede con delle consultazioni con delegazioni di ogni partito e indaga su possibili maggioranze presenti, alle quali affidare la formazione di un nuovo governo. Le maggioranze, tuttavia, non sono mai Monopartitiche, in quanto la presenza di una molteplicità di

partiti non permette il raggiungimento di una quota pari o superiore al 51% da parte di un solo Partito politico. Ciò comporta la necessità di tessere alleanze e siglare accordi o patti politici che permettano a due schieramenti vicini ma non identici, di poter condividere un programma di Governo e governare assieme. Per quanto riguarda la carica di Presidente del Consiglio dei ministri, il partito o i partiti incaricati di formare il Governo propongono delle personalità che rappresentino l’essenza stessa del Governo che andrà a formarsi. Il Presidente della Repubblica, agendo da garante della Costituzione, si accerterà della validità della personalità proposta come Premier e valuterà anche la lista dei ministri presentata. A seguito di tale spiegazione, va da sé che Costituzionalmente è impossibile eleggere in maniera diretta il Presidente del consiglio, in quanto l’Italia vanta una

Repubblica Parlamentare e non Presidenziale. Tutto ciò che abbiamo fin qui spiegato, tuttavia, riguarda situazioni regolari, dove un governo ricopre l’intera durata di una legislatura, ovvero cinque anni. Ci sono condizioni, ovvero crisi di governo o scandali importanti, che possono portare ad una fine prematura del governo, come avvenuto per il Governo Conte Uno, il quale è stato improvvisamente fermato da un Leader della Lega inebriato dai sondaggi a lui favorevoli dei quali voleva renderne concrete le previsioni, passando così dal 17% al 33% con immediate elezioni. Quest’ultime non sono mai avvenute, in quanto un inaspettato accordo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle ha portato alla formazione di un Governo Conte Bis (o Governo Conte Due).

“Hanno privato voi cittadini del diritto di votare!” (Giorgia Meloni, Leader di Fratelli d’Italia)

7


Non ha esattamente ragione Giorgia Meloni quando addita i propri avversari politici di aver privato del diritto del voto i cittadini. Chiediamoci: cosa prevede la Costituzione nei casi in cui si presenta una crisi di governo come quella innescata da Matteo Salvini? La risposta a tale domanda risiede nella figura del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Garante della costituzione, il presidente deve svolgere delle consultazioni con delle delegazioni dei partiti e comprendere se, all’interno di Camera e Senato, sia possibile trovare maggioranze differenti da quella del Governo appena sfumato. Se tali maggioranze sono presenti, si forma un governo che durerà tanto quanto gli anni residui della corrente Legislatura, altrimenti Mattarella può sciogliere le camere e procedere con nuove elezioni. Il Governo Conte Bis può piacere o meno ma sicuramente si tratta di un

8

governo legittimo, il quale non ha privato i cittadini del diritto del voto (il quale si esercita ogni cinque anni, da costituzione). Ma informazione ben più importante è comprendere la differenza tra Repubblica Parlamentare e Repubblica Presidenziale, per disinnescare le erronee informazioni che una destra populista divulga pur di cavalcare l’onda del consenso.

La conoscenza ci salva dal baratro del regresso.


Politica

Si cresce dal basso di Angelo Boglione Molti di noi vogliono risolvere le crisi che affliggono la nostra società: disoccupazione, ingiustizia, povertà. Ciò in cui ognuno di noi, o i gruppi in cui ci identifichiamo, tipicamente si differenzia è il “come” voler risolvere tali problematiche. E nello scriverne oggi vorrei non tanto proporre delle ricette specifiche, ma esplicare quale debba essere la squadra di cuochi chiamata a cucinarle. Perché il punto cruciale nell’affrontare le sfide del nostro secolo non sono solo le proposte di risoluzione, ma ancor prima - inscindibilmente da queste perché funzionale alla loro riuscita - è il capire quale sia la dimensione sociale con la quale queste soluzioni debbano essere portate avanti. Un esempio calzante è quello della raccolta differenziata da parte di noi singoli cittadini. Differenziare i rifiuti per riciclarli ha un impatto decisamente positivo sulla società: sia da un punto di vista ecologico, perchè si

inquina di meno, sia da un punto di vista economico, poichè l’industria del riciclo genera un indotto pari a 23 miliardi di euro [1]. La pratica della raccolta differenziata dei singoli, tuttavia, non solo diventa di impatto irrilevante se non raggiunge una massa critica - cioè una fetta molto ampia della popolazione che la esegue puntigliosamente - ma viene anche neutralizzata negli effetti positivi se questa attitudine non trova un corrispettivo nelle pratiche eseguite ad un livello superiore dei privati cittadini, che sia quello aziendale oppure quello statale. Per quanto i cittadini siano determinati, nella loro sfera privata, a ridurre il loro impatto ambientale, poco potranno per spostare la bilancia della sostenibilità se, per esempio, non venissero opportunamente monitorati i livelli e le metodologie di smaltimento dei lubrificanti industriali [2], monitoraggio che per forza di cose deve essere eseguito dallo stato o da un ente delegato. Esempio ulteriore è quello della questua da parte di un passante.

Io non sono la causa diretta di colui che mi sta chiedendo l’elemosina e non ne sono responsabile personalmente, anche nella misura in cui non posso essergli, nel mio camminare per strada, radicalmente di aiuto, poiché le sue necessità sono ben più profonde di una piccola somma di denaro. La responsabilità è, però, mia in quanto cittadino europeo e italiano, piccolo mattone di un’entità, l’Europa, lei sì direttamente responsabile. Di conseguenza ciò significa che io debbo agire per rimediare a queste crisi come Comunità Europea, non solamente come individuo. La buona pratica dei singoli, per essere efficace, deve quindi espandersi e coinvolgere orizzontalmente - sempre più cittadini devono fare la raccolta differenziata, e quest’ultimi devono riconoscersi moltitudine, comunità e come tali influenzare, fare pressione e portare le loro istanze alle strutture che stanno sopra di loro, politicamente ed economicamente.

9


L’atteggiamento virtuoso del singolo deve essere propedeutico a un cambiamento radicale collettivo. Togliersi dalla testa questa dimensione dell’agire “al singolare” aiuta prima di tutto ad affrancarsi da un senso di colpa tanto sfuggente quanto velenoso: quello che scaturisce dal fallimento dovuto al ritenersi unici responsabili, e ancor più importante, essere unici risolutori possibili, del problema che si vuole affrontare. Continuando a vedere i nostri tentativi fallire, (riprendendo l’esempio di prima, il questuante sarà nella stessa condizione il mattino seguente dopo aver concesso a lui due euro), ci avvieremo pericolosamente verso lo sconforto e il conseguente disimpegno: una soluzione non è stata trovata né una nuova verrà cercata o adottata. Una delle cause che impedisce il passaggio dal restare solitari all’agire in gruppo, in maniera concertata, è riassunto

10

nella frase “non sono bravo abbastanza”; frase insidiosa perché mischia a qualcosa di vero un prolungamento di falsità, rendendo anche la parte non vera credibile. Nell’approcciarmi a scrivere questo articolo continuavo a ripetermi “non sono bravo”. E in effetti non sono un giornalista, né ho un talento peculiare per la scrittura; ma per scrivere su un giornale universitario, con il principale obiettivo di aprire un sano confronto su temi non immediati o banali, per quello sono “abbastanza”. Sotto le ipotesi di onestà intellettuale e di impiego delle proprie capacità di critica e autocritica, ognuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo e a non squalificarsi in partenza. Un esempio di tale atteggiamento partecipativo virtuoso è stato quello dei gruppi di indagine indipendenti del G8 di Genova. Accomunati dalla convinzione che ingiustizia fosse stata fatta, senza particolari competenze ai blocchi di partenza, questa “comunità” ha incominciato a documentarsi, fare errori,

confrontarsi e ad ottenere risultati. Per fare un esempio soltanto - non per sminuire o semplificare il loro operato, ma anzi per invitare ad approfondire - tali gruppi riuscirono a dimostrare che la foto dell’appuntato e Carlo Giuliani con l’estintore in mano, usata dalla maggioranza dei giornali per riportare la notizia, falsava la prospettiva dell’accadimento, facendo risultare Giuliani molto più vicino alla camionetta di quanto fosse in realtà. [3]. Questa presa di coscienza del pensare e agire collettivo è necessaria, ma purtroppo non sufficiente; scrivo financo un’ovvietà nel sottolineare che questa comunità bisogna anche farla funzionare. Le differenze di vedute, o la semplice difficoltà ad organizzarsi, possono far naufragare qualsiasi progetto. Su questo tema trovo che il principale ostacolo siano le mancanze del sistema scolastico. La scuola italiana non fornisce sistematicamente strumenti utili a lavorare


In alto: Questa è la foto tipicamente usata nei giornali per descrivere il caso Giuliani; In basso: Stessi attimi, prospettiva differente: si riesce a cogliere la distanza dalla jeep e la posizione non offensiva con cui teneva l’estintore

in gruppo, ma demanda la formazione di queste competenze e abilità alla buona iniziativa dei singoli insegnanti. Ma non solo; anche la scelta dei canali informativi e comunicativi gioca un ruolo cruciale. Strumenti quale Facebook o Twitter difficilmente permettono un sano scambio di opinioni che possa portare ad un compromesso che sia anche sintesi delle istanze riportate dai vari “fronti”. O meglio, tali strumenti possono essere un fiume di informazioni ma se il greto, cioè i valori fondanti del gruppo/movimento, sono già stati posti. E questi atti fondativi, questa

impalcatura che possa reggere tutti i successivi confronti, vanno ricercati primariamente nelle discussioni visu a visu, nelle piazze (o nelle aule). Non nego che certe comunità possano nascere in maniera positiva direttamente su internet, ma sempre se riescono ad ancorarsi a valori e metodi messi a punto nel mondo reale. Un esempio di questo tipo di genesi feconda è la galassia facente capo a Giap, che ha partorito, tra gli altri, i collettivi Nicoletta Bourbaki e Alpinismo molotov, ma sempre grazie ai propri forti valori e metodologie.

Una volta stabilito un primo, anche faticoso, ma reale contatto, quanto si vuole portare avanti può realmente cominciare a crescere, dal basso verso l’alto. Ritengo che questa pratica collettiva sia fondamentale per infrangere l’orizzonte delle possibilità che la nostra società ci impone, immaginare nuove prospettive e riuscire a concretizzarle. Dovremo noi per primi, senza aspettare che qualcun altro intervenga al posto nostro, reclutare la miglior ciurma possibile e prendere il largo, con tutti i rischi che ne conseguono.

[1] tg24.sky.it/scienze/approfondimenti/raccolta-differenziata-riciclo-benefici-vantaggi.html, consultato in data 4/11; [2] www.laborsecurity.it/metalmeccanica-i-rischi-professionali-dei-fluidi-lubrorefrigeranti/, consultato in data 4/11; [3] www.ilsudonline.it/carlo-giuliani-foto-nasconde-la-verita/, consultato in data 4/11; Per approfondimenti ulteriori consigliamo la lettura del post e relativi commenti su: www.wumingfoundation.com/giap/2012/07/tu-che-straparli-di-carlo-giuliani-conosci-lorrore-di-piazza-alimonda/, consultato in data 4/11;

11


Società

Women + STEM: Hedy Lamarr di Anna Riti

“Any girl can be glamorous. All you have to do is stand still and look stupid.” In questa citazione dell’inventrice e attrice hollywoodiana Hedy Lamarr non c’è tanto il rancore verso la bellezza femminile, quanto l’amarezza del dover constatare che l’unica caratteristica interessante delle donne, “glamorous”, da esibire in società e di cui andare fiere, fosse la propria avvenenza. Ciò era particolarmente vero nel suo periodo d’attività, tra gli anni ‘30 e gli anni ‘60, durante i quali è passata dall’essere una ragazza sfruttata dai produttori cinematografici per girare scene provocanti all’essere la moglie-trofeo di un imprenditore con simpatie naziste (lei che era ebrea austriaca) fino allo sbarco in America e alla carriera da diva di Hollywood.

12

Proprio durante questa parte della sua vita avverrà l’incontro che cambierà le carte in tavola, rendendola nota al pubblico solo molti anni più tardi come “L’inventrice del Wi-Fi”. Ma procediamo con ordine: Hedy (nome d’arte di Hedwig Eva Kiesler) nasce in Austria nel 1919 e negli anni ‘30, dopo una carriera da attrice in Europa culminata con lo scandaloso film “Estasi” nel quale appare nel primo nudo integrale della storia del cinema, diventa la moglie di Fritz Mandl, un commerciante di munizioni e suo fan, che tuttavia la maltratta e dal quale si separerà presto. Hedy viene relegata al ruolo di bella statuina da salotto durante le riunioni di Mandl e dei suoi amici, tra i quali figurano alcuni membri dell’esercito tedesco, del Partito Nazista e altri commercianti d’armi. Durante queste riunioni Hedy viene a conoscenza dei progetti che la ispireranno negli anni

successivi. Quando ottiene il divorzio scappa negli USA alcuni anni dopo, nel 1937, passando per Londra, dove grazie alla conoscenza di un influente produttore degli MGM Studios diventa l’astro nascente di Hollywood, la cui bellezza esotica viene celebrata in molte pellicole. Hedy tuttavia ha un passato accademico brillante: ha interrotto gli studi di ingegneria per dedicarsi alla recitazione, ma la sua curiosità non si è mai spenta. Capace di inventare un nuovo modello di ala di aeroplano ispirandosi alla forma delle ali dell’uccello più veloce e delle pinne del pesce più veloce al mondo, stupì con il suo genio il pilota Howard Huges, al quale rispose con umiltà:

“Improving things comes naturally to me.” (Migliorare le cose

mi viene naturale).

Al momento dell’entrata in guerra degli USA inizia a domandarsi come possa contribuire concretamente


allo sforzo bellico, e non soltanto attraverso donazioni di denaro, come molte star già fanno. Durante una serata di gala nel 1940 conosce l’eclettico scrittore e compositore George Antheil, con il quale discute sul da farsi. Dopo il suo matrimonio con Mandl, Hedy conosce bene infatti le munizioni e le varie armi che l’esercito tedesco aveva a disposizione. I due inventano così un nuovo straordinario sistema di comunicazione da usare per guidare i siluri verso i propri obiettivi. Il sistema prevede l’uso del “salto di frequenza” (FHSS, frequency hopping) tra le onde radio, con il trasmettitore e il ricevitore

che saltano insieme a nuove frequenze. Ciò impediva l’intercettazione delle onde radio, permettendo così al siluro di trovare il bersaglio previsto. Dopo la sua creazione, Lamarr e Antheil cercano di ottenere un brevetto e il supporto militare americano. Ottengono il brevetto USA n. 2.292.387 nell’agosto del 1942, ma la Marina decide di non implementare la loro nuova tecnologia. Lamarr non ottenne alcun riconoscimento per la sua invenzione fino agli ultimi anni della sua vita. La Electronic Frontier Foundation ha assegnato a Lamarr e Antheil il premio Pioneer soltanto nel 1997. Lamarr è diventata anche la prima donna a ricevere

il Bulbie Gnass Spirit of Achievement Award. Sebbene sia morta nel 2000, è stata introdotta nella National Inventors Hall of Fame per lo sviluppo della tecnologia a salto di frequenza nel 2014.

Tale successo l’hanno portata a essere chiamata “la madre del Wi-Fi” e di altre comunicazioni wireless come GPS e Bluetooth, dato che proprio il “frequency hopping” ne è alla base.

13


Società

Coming out

con Poliedro, associazione LGBTQ+ Il coming out (letteralmente ‘uscire allo scoperto’ o ‘uscir fuori’) per molte persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ è molto importante in quanto per la prima volta ci presentiamo al mondo per come siamo, senza una maschera. Questo gesto tuttavia si può considerare più “un’azione politica” in quanto noi personalmente non abbiamo dei veri e propri benefici ma ci rendiamo visibili e facciamo vedere sia al mondo, sia ad altre persone che magari stanno avendo problemi ad accettarsi, chi siamo. Proprio per questo il coming out non è obbligatorio e molte persone non lo fanno semplicemente perché non ne sentono la necessità. Noi di PoliEdro iniziamo sempre l’anno con un incontro in cui chi vuole può parlare del proprio coming out e di come lo ha affrontato. Di seguito ho riportato alcune storie di membri dell’associazione.

“

Quando ho fatto coming out con mia mamma, l’avevo preparata. Avevamo parlato di sessualità e dei diversi tipi di orientamenti che esistono, e di quanto sia importante il Pride. Sapevo che sarebbe stata tranquilla, ma l’ansia c’era lo stesso. È sempre facile dire “Non ho problemi con le persone LGBT!” finché non si tratta di qualcuno vicino a te, o almeno così pensavo. Mi ricordo anche la data, era il 21 Marzo 2015 ed eravamo in macchina. L’ho guardata e con tutta la calma che riuscivo a tirare fuori in me in quel momento le ho detto:

“Comunque, per pura informazione, sono pansessuale”, lei mi ha sorriso e mi ha detto “Okay, cosa vuoi per cena? Dobbiamo festeggiare”.

14

“

Non mi sono mai sentita così fiera di me stessa e di lei.


“

Dopo essermi iscritta al Politecnico stavo cercando casa e dopo una lunga ricerca ho trovato un appartamento con una camera doppia libera. Quando sono andata a vederlo ho conosciuto la figlia della proprietaria che viveva proprio lì. Fin da subito ci siamo trovate molto bene l’una con l’altra. Inoltre, l’appartamento era proprio quello che cercavo così ho deciso di firmare il contratto. Qualche giorno dopo la proprietaria mi ha fatto sapere che avevano trovato la persona con cui avrei condiviso la stanza e non molto dopo ho ricevuto una telefonata proprio da lei. Parliamo per un po’ e mi sembra tutto a posto così ho deciso di dirle subito che ero lesbica per evitare problemi. Quando gliel’ho detto questa ragazza mi ha risposto:

“No guarda, io preferisco cercare casa da un’altra parte. Io vengo dall’Abruzzo e lì abbiamo una mentalità diversa”. Molto sinceramente non mi sono fatta tanti problemi perché alla fine era un problema suo e non mio però dopo qualche giorno ho ricevuto una telefonata dalla proprietaria dell’appartamento che mi ha detto che preferivano togliere a me il contratto perché “Queste cose bisognava dirle prima” per poi dirmi che “Me le dovevo tenere per me”. Alla fine è stato reciso a me il contratto e mi sono trovata senza una casa dopo aver speso tantissimo tempo per cercane una. Per fortuna, dopo tutto quello che è successo, sono riuscita a trovare un appartamento e una coinquilina che non aveva problemi con la mia sessualità.

“

“Oppure una morosa, come preferisci tu”. È stato fantastico.

“

“

Il coming out con mia nonna è stato stranissimo. Avevo 13 anni e avevo appena capito di essere bisessuale, ma sentivo il bisogno di dirlo a qualcuno, quindi le ho detto quello che sentivo, un po’ di getto, senza pensarci troppo. La sua risposta è stata “sei troppo piccola, non puoi sapere queste cose, se quando avrai 18 o 20 anni ti sentirai ancora così, ti supporterò”. Non ero pronta per un rifiuto, e secondo me il suo discorso non aveva senso, quindi mi sono arrabbiata, e le ho detto che avrebbe avuto 3 anni per accettare la cosa, se no tagliavo ogni rapporto con lei, perché non avevo bisogno di persone che non mi supportassero nella mia vita. Tre anni dopo, per fortuna, è venuta a casa mia e mi ha chiesto quando saremmo andate a ballare insieme, così mi trovavo un moroso. Ha fatto una breve pausa e mi ha detto:

15


“

Fin da piccolo sapevo di non essere come tutti gli altri ragazzi ma solo a sedici anni ho avuto il coraggio di fare coming out con i miei genitori. Certi miei amici lo sapevano già ma sono stato sempre attento a non far sospettare di me nessuno della mia famiglia. Una domenica dopo aver passato il giorno ad aiutare mia madre a fare giardinaggio le ho detto:

“Mamma…penso di essere bisessuale” lei subito si è messa a piangere e mi ha detto di non dirlo a nessuno perché avrei perso tutti i miei amici e sarei stato solo per sempre. Dopo quello che mi ha detto mi sono subito sentito molto male in quanto avevo un rapporto molto bello con lei. Dopo quel giorno continuava a mandarmi delle “ricerche scientifiche” che dicevano che la mia era solo una fase e che sarei tornato normale. Questo periodo lo considero tuttora il peggiore della mia vita perché non mi sentivo per niente bene con me stesso. Dopo un paio di anni di profonda riflessione interna e dopo aver capito di essere gay ho deciso di fare coming out anche con mio padre così gli ho scritto una lettera in cui gli spiegavo tutto. Lui la prese molto meglio e mi disse che finche io ero felice lo era anche lui e si sorprese molto della reazione di mia madre. Tuttora molte volte litigo con mia madre, che mi ha addirittura mandato da uno psicologo perché secondo lei io non posso capire da solo di essere gay, ma ormai non mi faccio più abbattere dalla mia situazione e anzi cerco di far capire a mia madre che non sono io ad essere sbagliato.

“

“

Più o meno dopo sei anni di incertezza ho capito di essere bisessuale e ho deciso di dirlo ai miei genitori. L’ho detto prima a mia madre. Un giorno ero a pranzo da sola con lei e ci siamo messi un po’ a parlare. Tra una cosa e l’altra mi chiede “Ma con i ragazzi come va?” e le ho risposto “Nessuna novità; però c’è questa cosa che so da un po’ ma che non ti ho mai detto…son bisessuale”.

Dopo la mia risposta è rimasta in silenzio per qualche minuto poi mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Ma sai che penso di esserlo anch’io…” Ci sono rimasta veramente malissimo! Dopo mi ha spiegato che non ha mai esplorato appieno la sua sessualità ma che ha sempre sentito un’attrazione nei confronti delle sue amiche e che ha anche avuto delle cotte per delle ragazze. Il giorno dopo ho detto la stessa cosa anche a mio padre che mi ha semplicemente detto “Per me non c’è nessun problema”. È stata un’esperienza particolare!

“

16


Non ho mai davvero fatto coming out con mio padre. Ormai tutti lo sanno, compresa la mia famiglia e le mie cugine di 10 e 7 anni, ma lui non si è mai sentito dire “Papà, sono bisessuale”. Dopo aver fatto coming out con il mondo intero praticamente, non sentivo più il bisogno di nascondere chi fossi, ma non mi sentivo pronta a dirlo direttamente a lui, perché ha sempre avuto idee un po’ controverse a riguardo. Una volta mi ha perfino detto che i bisessuali possono esserlo sono finché si “divertono”, poi scelgono se essere etero o gay, quindi ho sempre evitato la cosa. Pian piano però ho iniziato ad andare ai pride e dirglielo, ho addirittura un tatuaggio arcobaleno sul braccio, e lui ha iniziato a capirlo.

Non abbiamo mai affrontato l’argomento, tranne qualche settimana fa, quando mi ha fatto vedere un meme che parlava di un ragazzo che era innamorato sia di una ragazza che di un ragazzo, e mi ha detto “Quando sei bisessuale”. Io gli ho risposto “Mood” e lui mi ha chiesto se fossi bisessuale, e a quel punto gli ho detto, presa dal panico, “A volte”. Non abbiamo sviluppato l’argomento, ma sicuramente l’ha presa bene perché ogni volta che parla di un potenziale partner parla di “Fidanzato…oppure fidanzata”, quindi penso che l’abbia presa bene, o almeno che mi supporti.

“

“

PoliEdro è l'associazione del Politecnico di Milano che tratta le tematiche LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender) a livello socio-culturale, tramite conferenze, cineforum, dibattiti, etc. Si astiene da uno schieramento politico uniformato. Creata da studenti LGBT e rivolta a tutti gli studenti, vuole essere un riferimento per chiunque cerchi un confronto sui temi proposti. Inoltre si impegna ad aiutare a livello non professionale, ma basandosi sull'esperienza personale dei membri dell'associazione, i ragazzi e le ragazze che, nell'ambito universitario, riscontrano problemi legati all'orientamento sessuale.

17


Traveling

Viaggio in Giappone di Filippo Martinelli Una terra di contraddizioni, un mondo da scoprire Devo ammettere che, prima di partire per questo viaggio, non avessi ben chiaro a cosa stessi andando in contro. Sì sapevo che il Giappone è una delle grandi potenze economiche del mondo, luogo dove le persone adorano manga e anime (che a me personalmente non sono mai piaciuti) e che scrivono con degli strani caratteri incomprensibili. In effetti non ricordo bene come mai ho optato per il Giappone visto che verso il mondo asiatico ho sempre dimostrato ben poco interesse e gli unici collegamenti che avevo con tale cultura era l’aver praticato per diversi anni un’arte marziale giapponese (che ho poi scoperto che là nessuno conosceva tra l’altro) e l’amore per il sushi. La mie due motivazioni erano quindi “è un must see e visto che ho l’occasione, ci vado” e “mangerò tanto sushi”. E

18

così sono partito verso il Paese del Sol Levante. A tutti quelli che mi chiedono “Allora com’è stato il Giappone?” rispondo sempre “me l’aspettavo diverso”. Non intendo che non mi è piaciuto o che sono partito con delle aspettative troppo alte e ne sono rimasto deluso. Sono effettivamente andato con una certa (vaga) idea su quel paese che si è confermata quasi del tutto sbagliata.

Mi piace definire il Giappone come un ossimoro: un paese in cui coesistono cose che non ti aspetteresti. La lingua è stato il mio primo motivo di grande sconcerto: sono partito carico di entusiasmo per questo exchange perché da lì a sei mesi avrei avuto la possibilità di parlare inglese e migliorare il mio speaking che è sempre stato un po’ carente. Già la prima sera però mi sono dovuto ricredere e ho

capito che con l’inglese non sarei andato molto lontano. Ebbene sì, il giapponese medio non lo parla. Ma nemmeno lo studente medio riesce a reggere una normale conversazione in inglese. Riesci a farti capire, ma oltre non puoi spingerti perché, appena divaghi, lui impiega dieci minuti a formulare una frase in inglese e tu nel mentre hai completamente perso la voglia di chiacchierare. Il Giappone è il mondo dove la tecnologia e le persone convivono allegramente: spesso da noi ci si chiede “i robot ci ruberanno il lavoro?”. I giapponesi sembrano invece non curarsi di questo problema e, anzi, pare abbiano un’avversione verso l’automatizzazione. Prima di partire mi immaginavo che il Giappone, paese dove hanno sede molte delle aziende più all’avanguardia del mondo, fosse un mondo completamente automatizzato, dove la presenza umana è ridotta allo stretto necessario. Invece è tutt’altro che automatizzato.


Scorcio della Kyoto tradizionale

La tecnologia è presente, e in gran quantità (ovviamente tutto made in Japan), ma sempre gestita dall’uomo. La metro non va da sola stile M5 a Milano. Anzi ci sono persino due guidatori per convoglio, uno davanti che guida e uno in fondo che scende per aprire le barriere e per dare l’ok al conducente di partire. Per molte delle cose che noi faremmo online (come ad esempio comprare i biglietti del treno), là si è costretti a passare per un ufficio o uno sportello.

Ma non immaginatevi code infinite tipo Poste Italiane: una cosa che ho apprezzato di questo paese è l’efficienza. Non ho mai ben capito quale fosse il loro segreto, ma riescono sempre a gestire code infinite di persone in tempi relativamente brevi. E non perché cerchino di liquidarti in fretta o di trattarti freddamente per ridurre al minimo indispensabile il tempo di interazione. Anzi, dimostrano sempre grande attenzione, disponibilità e rispetto nei confronti del cliente. Semplicemente, sono molto efficienti. Sempre per rimanere in tema, un altro epiteto

con cui definire il Giappone è il “paese delle file”. Si vedono file dappertutto. Sembra che i giapponesi abbiano una predisposizione naturale per mettersi in fila e avanzare in maniera ordinata. Alla banchina della metro, li vedi sempre uno dietro l’altro davanti alle porte del treno (ovviamente leggermente spostati di lato per lasciar scendere i passeggeri). Anche alla fermata del taxi o del bus ero solito vedere file di venti o trenta giapponesi ad aspettare. Fuori da ogni ristorante a Tokyo o nelle grandi città, stessa situazione. Dopo l’ennesima attesa al ristorante, ho chiesto

19


alla mia amica giapponese se non fossero stufi di far la fila ogni volta per mangiare. La sua risposta è stata:

“No, we like queuing. The queue means that the food is good”. Anche l’università a Tokyo mi ha lasciato alquanto sorpreso. Vista la fama dei giapponesi di essere grandi stacanovisti e di avere orari di lavoro disumani (mito che purtroppo non ho sfatato), mi aspettavo che l’università fosse più o meno uguale. In realtà, la vita era abbastanza rilassata (poi essendo

abituato ai ritmi del Poli, per me è stata una vacanza). I corsi erano meno nozionistici, più applicativi. Per la maggior parte di loro non c’era l’esamone finale, ma la valutazione si basava su homework o mini-test fatti di tanto in tanto. La vita universitaria poi era più o meno in stile americano: c’erano un sacco di associazioni studentesche di tutti i tipi, nei weekend si tenevano le partite di baseball o football contro le altre università, con le cheerleader che animavano i momenti di pausa. Insomma non si andava in università solo per le lezioni, ma anche per il piacere di farlo.

Alla fine la cosa più sorprendente di tutto questo viaggio è stato rendersi conto che si torna diversi da come si è partiti. Sono consapevole che questa è la frase più inflazionata per un’esperienza come la mia, ma mi sono anche reso conto che la capisce appieno soltanto quando si sperimenta veramente.

Il mondo asiatico per me è stata una piacevole scoperta e questa esperienza ha superato notevolmente le mie aspettative iniziali.

Giapponesi in fila per entrare ad un tempio il primo giorno della nuova era. La fila era lunga circa 3 km.

20


Vivere in uno stato culturalmente distante dall’Europa, mi ha fatto capire che il mondo non è tutto occidentale ed è bello così. Quando sono arrivato continuavo a chiedermi perché si ostinassero ad usare quel loro alfabeto scomodo e incomprensibile e non adottassero il nostro alfabeto latino, molto più pratico.

Dopo un po’ ho capito che la presunta praticità derivava solo dal fatto che noi siamo abituati al nostro alfabeto e che il loro rappresentava un lato della loro cultura che li caratterizza ed è importante preservare

parlavano inglese molto fluentemente e che mi hanno fatto scoprire quei lati della cultura che non trovi scritti sui libri e che da solo non noteresti mai.

Come dico sempre, il Giappone è stato bello, ma non ci vivrei mai. L’esperienza mi è piaciuta e se tornassi indietro la rifarei cento volte. Sono cresciuto e sono diventato più consapevole di me, di quali sono le cose che mi piacciono e di quali invece mi disturbano, sia del loro mondo che del nostro. Forse è questa scoperta il più grande guadagno che mi porto dietro.

e comunque i loro caratteri da leggere sono più comodi ed immediati del nostro alfabeto. Per me quindi, ad un certo punto, la sfida è diventata ‘entrare’ quanto più a fondo nella loro mentalità e cercare di capire tutto di quel paese. Una delle grandi fortune che ho avuto da questo punto di vista, è stata trovare dei ragazzi giapponesi che Dall’alto verso il basso: Dontonburi, quartiere della movida di Osaka Sotto: Tempio poco fuori da Tokyo e completamente immerso nella natura

21


Sopra: A Nara i cervi, considerati sacri, vivono liberi per la città e il suo immenso parco. Si possono acquistare dei biscotti con cui sfamarli. In basso a partire da sinistra: Giornata delle associazioni alla Keio University. L’ “Izakaya” cioè il tipico locale giapponese. Compleanni, cene aziendali, meeting di laboratorio con il prof...tutte attività che si svolgevano in un Izakaya.

22


A sinistra: Albero di ciliegio in fioritura. In basso: Nonostante Tokyo sia una metropoli con molti grattacieli, non mancano gli spazi verdi e parchi. Molti di questi si tingono completamente di rosa durante la fioritura degli alberi di ciliegio

23


Traveling

Interazione di fondo di Filippo Elgorni In fisica si sente spesso parlare di sistemi non interagenti: nel

considerare una moltitudine di corpi li si immagina incapaci di interagire fra di loro ed incapaci di interagire con l’ambiente, il fondo. Non il più piccolo scambio di informazione, non il più piccolo cambio di traiettoria. Mi sporgo sul ballatoio del mio appartamento. Un relatore ha regalato al suo tesista un fiore che ha dovuto sopportare le peggiori piogge olandesi. Di fianco arriva l’odore di qualche spezia indiana e penso che fra poco arriverà il mio vicino settantenne a parlare di come Skype abbia cambiato tutto. La nebbia incomincia pian piano ad avvolgere la cupola del reattore nucleare, dalla quale i ricercatori escono come credenti dopo la messa. La foresta di palazzine resta accesa ancora per un po’.

24

Tante interazioni di fondo, piccole, singolari e complesse, si perdono ogni giorno. Eppure, nella narrazione della vita, sono le meno trascurabili.


Bio: Filippo Elgorni studia Engineering Physics @ polimi. Ama passare il tempo libero tra lavori e progetti visivi di ogni tipo. Foto scattate a Delftt. Instagram @turkey0guz | www.filippoelgorni.com

28


Finora ti è piaciuto quello che hai letto? Vorresti vedere pubblicati i tuoi lavori nel prossimo numero? Contattaci attraverso i nostri canali social! La rivista è aperta alla pubblicazione di qualsiasi contenuto proposto, anche una tantum senza impegno Fb: La Terna Sinistrorsa Instagram: la_terna_sinistrorsa Mail: info@ternasinistrorsa.it Telegram: t.me/ternasx Whatsapp: +3314351432 29


Ad Astra di Anna Riti

30


sogno che l’orbita dei pianeti si inverta e un giorno passi oltre la gioia e il timore della luce di un’anima che risplende. da una lontana fascia di asteroidi saluto l’inguaribile cesura che separa i nostri mondi con le dita tese a catturare le eco dei sonar che vibrano di richiami e rompono la quiete dell’universo assopito nella sua pace profonda. le stelle osservano, placide, l’esplodere del caos parallelamente in mille eventi dispersi che già ora un rigo dopo ai loro occhi non sono più né sono stati. 31


Intrattenimento

Cosa non dire ad una revisione di architettura di Tommaso Cigognetti Ciao, siamo studenti di architettura, non con tanta esperienza alle spalle, ma, abbiamo avuto modo di frequentare qualche laboratorio. Qui cercheremo, con tanta modestia, di darvi qualche consiglio su quei lunghi, interminabili e mai sufficienti confronti con i professori e con i vostri compagni di gruppo. Di solito nella fase euristica, lo studente comincia con la tipica frase:

“Ho deciso di creare….” e frasi da ostetrico del genere. Ebbene si, l’ho detto anche io. Ma ciò dà l’idea, all’aspirante architetto, di aver la possibilità di creare dal nulla; come se fosse il grande Creatore, e questo

32

credo sia eccessivo. Non avere la presunzione di conoscere tutto, ma prendi tutto come se fosse nuovo. Ovviamente, se il professore ti chiede chi è R. Piano, e tu lo conosci, non fare la faccia sorpresa ma cerca di cogliere tutte le altre opinioni e prospettive (un libro interessante è “Esercizi di stile” di Raymond Queneau.)

[dopo aver proposto un’idea al professore] “Però non so...” È vero, a volte neppure noi siamo davvero convinti delle soluzioni progettuali che ci sono passate per il cervello e che abbiamo provato a suggerire al professore. Tuttavia è importante ricordare che l’unico modo per non farsi cassare dal professore un’idea potenzialmente buona è di essere sicuri di se stessi ed essere in grado

di argomentare le proprie scelte. Anche se queste, a prima vista, non rispondono a ciò che il docente pensa potrebbe essere il vostro progetto. E ricordate, non esiste un solo modo per risolvere un problema, andate pure contro ciò che pensa il professore, a volte l’indipendenza potrebbe essere apprezzata se riuscite a sviluppare al meglio la vostra di idea!

“È bello”, “Mi piace”, “Si giustifica secondo caratteri estetici”; L’architettura, deve rispondeSre alle necessità della committenza, del fruitore futuro, deve trasmettere l’idea che la ha generato, deve essere coerente con questa idea e solamente alla fine piacere a noi. Colui che utilizzerà ciò che viene pensato dalle nostre menti e poi


Le Corbusier dipinge un affresco completamente nudo nella villa E-1027 di Eileen Gray (Estate 1939)

costruito, valuterà in base alla rispondenza ai propri bisogni e in base alle sensazioni che riusciremo a generare in lui, poco importerà se al progettista il progetto piaceva. Pensare che qualcosa si possa proporre perché “è bello”, ossia perché piace a noi, è puro soggettivismo.

Solo quando riuscirete a rispondere a tutte le richieste implicite delle persone che avranno a che fare con il vostro progetto, e vi sarete interrogati sulle emozioni che gli spazi, i materiali e le forme dovranno comunicare, sarete sulla strada giusta per realizzare un buon lavoro!

33


Intrattenimento

Finito un Cineforum se ne fa un altro di Ada Bacigalupo Cineforum: ciclo di incontri, a carattere culturale, in cui alla proiezione di un film fa seguito un dibattito. Un’attività che solo i veri amanti del rischio hanno la prodezza di organizzare, un salto nel vuoto dove devi fare i conti con il fatto che potresti proporre film che nessuno apprezza, potrebbe non presentarsi alcuna persona alle serate, potrebbe scoppiare una rissa durante il dibattito, ma peggio ancora, potrebbe non volare una mosca e tu, moderatore, non avendo nulla da moderare, rimarresti lì a fissare il vuoto sentendoti come la GIF di John Travolta in Pulp Fiction che a ripetizione si gira da un lato all’altro, chiedendoti: << Cosa ho fatto di male per meritarti tutto questo?! >>. Ma dopotutto non si può nascondere il divertimento masochistico che si prova nell’aver a che fare con il meraviglioso mondo della

34

burocrazia: vestito dei tuoi sorrisi migliori affronti gli uffici e, con le parole più cortesi e ossequiose, contatti un elenco indefinito di impiegati che ti rimbalzano da un indirizzo altro. Finalmente dopo due esaurimenti nervosi e un monumento erto al ‘Acquirente più affezionato’ da parte dell’industria dello Xanax, riesci ad ottenere tutti i permessi per poter procedere con quella che, dal punto di vista organizzativo, pensavi fosse la regina delle banalità,

perché, dai, cosa sarà mai mettere su un dvd e accendere un proiettore? Povera illusa che ero ai tempi. Ma nonostante tutto, anche se può sembrare grottesco, il vero motivo per cui ne vale la pena fino all’ultima goccia di sudore, è proporre un’attività culturale gratuita, che ospiti arte ricercata e di qualità. E poi è come andare in palestra senza pagare

l’abbonamento: correre dalla sede della SIAE fino a lezione, durante l’unico buco che hai tra un corso e l’altro, è un toccasana per il fisico, altro che tapis roulant. Chi ha detto che noi studenti universitari siamo sedentari? Inoltre a spingerti c’è la passione sconfinata per il cinema, un mondo di espressione così unico e così ricco, un mondo eclettico che racchiude tanti altri mondi al suo interno. Il cinema è qualcosa di immortale. Questo suo essere così estemporaneo, lo rende suggestivo, e soprattutto fornisce la cura a tutti gli esaurienti sopracitati. Dopotutto cosa sarà mai una crepa sullo schermo del computer dopo un piccolissimo attacco d’ira quando per un film stai facendo la decima telefonata alla casa di distribuzione che ti ha consigliato di contattare i loro partner con sede a Dušanbe - se ve lo state chiedendo si trova in Tagikistan - i quali ti rispondono, per miracolo,


La celebre sequenza del ballo ipnotico di Maria nel film di fanstascienza “Metropolis” di Fritz Lang (1927) di recitare un’antica poesia vietnamita, invocare tutti i gli dei celtici, fare un giro su te stesso, battere tre volte a terra il piede sinistro e avere tanta fiducia.

Alla fine bastava mandare una mail. Quindi che dire, anche questo cineforum autunnale è terminato, ma si spera che con lui non finisca anche la voglia di scoprire cose nuove e di mettersi in gioco portando la propria visione dei fatti. Volendo scrivere un articolo pomposamente noioso, probabilmente inizierei a tirare le somme di questa attività e del complessivo successo/insuccesso che ha avuto in questo suo semestre di svolgimento. La verità, è che tanto al Cineforum vengono i radical chic, i sinistroidi e gli intellettuali pieni di sé, ma se adesso hai avuto voglia di leggere questo articolo, non credo che del bilancio finale ti importi qualcosa, più che giustamente dato che questo articolo poteva

tranquillamente intitolarsi ‘’Cineforum, o le incredibili disavventure di una giovane apprendista cinefila’’. ll cineforum nasce dal confronto di idee e dal superamento di luoghi comuni e preconcetti, se davvero pensi che sia un’attività della ‘’Kasta’’ o da ‘’zecche rosse’’, ti invito caldamente a venire a scoprirlo l’anno prossimo.

Vivi la tua serata di catarsi dalla vita quotidiana con un bel film. Ti aspettiamo!

35


Intrattenimento

Retromania di Manfredi Schembri Quando il videogioco diventa un cult. Reboot, Remade, Remake. Negli ultimi anni queste tre parole Inglesi hanno invaso la nostra quotidianità ma nello specifico dominano il mondo dell’intrattenimento, dal cinema ai videogiochi. Chi non immagina, alla parola “Remake”, il ritorno sul grande schermo de “Il Re Leone”? O de “La Bella e la Bestia” o ancora “Hellboy” o “Godzilla”? E chi, appassionato del mondo dei videogiochi, non viaggia con la mente, attraverso quelle tre parole, fino a giungere a titoli come Crash Bandicoot, Spyro, Final Fantasy e Medievil? Si potrebbe affermare come ancora oggi si abbia voglia di assaporare pilastri del passato, più o meno restituiti in chiave moderna, per poter magari rivivere tutte quelle forti emozioni che da piccini si sono vissute innanzi ad una grafica a pochi bit, a pochi pixel o con i primi poligoni.

36

All’interno del mondo videoludico, tuttavia, si fa spesso confusione sul significato che ognuno dei tre termini possiede.

I Reboot spesso riguardano nuove aziende, nuovi brand che raccolgono l’operato passato di un’altra azienda o della stessa, per poterne sfruttare la potenzialità e realizzare così una nuova opera che, fedele ai tratti iconici del gioco originale, alla sua brand identity, si pone come una tappa di trasformazione del titolo in questione e si fa carica anche del lancio della nuova azienda o del nuovo Brand. Si hanno dunque contesti di gioco differenti al passato, si hanno gameplay anch’essi modificati, restando invariati tutt’al più personaggi e caratterizzazione principale. Possiamo citare come Reboot Crash of the titans, sviluppato da Radical Entertainment la quale raccolse la grande

eredità di Naughty Dog, artefice dei primissimi tre titoli per PSX di Crash.

Il Remade consiste, invece, in un’operazione di prima rinascita di un gioco del passato. Non prevedere un restiling completo del gioco con una modernizzazione di tutto l’apparato ludico, bensì i Remade riportano in auge dei giochi con piccole correzioni di sviluppo e miglioramenti della grafica, mantenendo tuttavia quest’ultima press’a poco invariata. Possiamo citare Final Fantasy 8 che, pubblicato su PsX, ad oggi viene riproposto un Remade dove la grafica subisce un lieve upgrade, per quanto alcuni elementi grafici del gioco siano stati sì migliorati ma anche variati.

Quando parliamo di Remake, tocchiamo un mondo molto


deve rimasterizzare ma si deve modernizzare, rendere contemporaneo e adattarlo alla nuova avanguardia. Si ha dunque una creazione ex novo di ogni singola parte del gioco: dagli scenari ai personaggi, dalle musiche ai suoni, dagli effetti alle caratterizzazioni.

Un grande lavoro complesso e articolato, soprattutto delicato.

Il protagonista di Medievil nel videogioco originale del 1998 e nel remake del 2019

vasto complesso, più di un Remade e più di un Reboot. L’azienda che si accinge con lo sviluppo di un Remake del gioco sa che deve prendere il titolo originale non come una fonte di ispirazione ma come un diktat da seguire nella maniera più stretta possibile. C’è chi nella realizzazione del Remake

si concede licenze poetiche che modificano elementi passati ma il più delle aziende sa bene quanto questa sia un’operazione invisa ai giocatori e si tende sempre ad un Remake pixel perfect, ovvero più fedele possibile all’opera originale. Si ricrea un gioco a partire da zero: non si deve rilanciare con un nuovo titolo, non si

Operazioni effettuate con Crash Bandicoot, di cui un Remake è stato pubblicato sui tre titoli di Naughty Dog, i più amati dai fan del marsupiale arancione. Final Fantasy 7 e Spyro hanno subito la stessa florida sorte e così Medievil, gioco rimasto nel cuore di molti dei giocatori che hanno davvero vissuto l’epoca della nascita e dello sviluppo di Playstation e che da tempo attendevano un Remake di questo magico titolo medioevale. La poetica dei Remake, dei Remade e dei Reboot

37


è davvero forte. Si fa leva su titoli cult della piattaforma specifica e si vuole colpire le emozioni e i sentimenti di tutti quei videogiocatori che avrebbero fatto di tutto pur di tornare a vestire i panni del folle marsupiale, del draghetto viola, del “coraggioso” sir Daniel Fortesque; avrebbero firmato carte false per sprofondare nei complessi e affascinanti mondi di Final Fantasy 7 e 8. Riportare in auge pietre miliari del passato vuol dire far riemergere emozioni provate, ricordi delle notti passate ad affrontare livelli difficilissimi e ad abbattere boss davvero tremendi che ti portavano, in momenti di sconforto, quasi a dannarti. Forse è questo ciò che rende i Remake un grande successo, ciò che crea attorno ad essi un’aura di sacralità immensa e bellissima. E’ confortante rendersi conto come nel coinvolgere i sentimenti, le emozioni e i ricordi dei veterani dei videogiochi, si possa allo stesso tempo far conoscere

38

dei bellissimi giochi alla nuova generazione di utenza videoludica che, per cause anagrafiche, avrebbe perso dei titoli davvero meritevoli e coinvolgenti che nessun gioco dell’epoca contemporanea riuscirebbe mai ad eguagliare.

Insomma, una pratica, quella del Remake, che carica di significato la storia dei videogiochi e che è in grado, ancora un volta, sempre meglio, di suscitare forti emozioni e coinvolgimenti.


Bello eh? Vorresti vedere pubblicati i tuoi lavori nel prossimo numero? Contattaci attraverso i nostri canali social! La rivista è aperta alla pubblicazione di qualsiasi contenuto proposto, anche una tantum senza impegno Fb: La Terna Sinistrorsa Instagram: la_terna_sinistrorsa Mail: info@ternasinistrorsa.it Telegram: t.me/ternasx Whatsapp: +3314351432


Lâ&#x20AC;&#x2122;ultimo numero storico

Primavera 2014


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Lanterna #46 by Redazione Lanterna - Issuu