Autunno-Inverno 2020 “Quanto sei bigotto?”
“Il problema non è la destra, ma la sinistra”
n.48 “Social Network e cultura dell’odio: come ne usciamo?”
Lanterna
INIZIATIVA REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DEL POLITECNICO DI MILANO
periodico della lista di rappresentanza la terna sinistrorsa
“Ne siamo usciti migliori?”
La Redazione* *Questo numero è pensato per aiutare le persone affette da dislessia: Font come il Verdana, un’ampia interlinea e testo di corpo >10 punti, infatti, è provato facilitino la fruizione. Buona lettura a tutti!
Grazie alla lista di rappresentanza “La Terna Sinistrorsa” Realizzato nell’autunno 2020 con il contributo del Politecnico di Milano A questo numero hanno partecipato: Ada Bacigalupo Marco Dubini Manfredi Schembri Walter Fiore Johnny Shock Giada Martinoia Angelo Boglione Poliedro (Associazione LGBTQ+)
Progetto grafico di Anna Riti e Bruna Lleshi Copertina di Gaetano Dragone
Indice Editoriale..........pg. 3
Politica Il problema non è la destra, ma la sinistra.........pg.5 La fiumana del consenso.........pg.8 A queste cose non pensiamoci solo l’8 marzo!.........pg.11 Società Bigotto è chi bigotto fa.........pg.16 Social Network e cultura dell’odio:come ne usciamo?.........pg.19 Misoginia e religione.........pg.24
Intrattenimento Quanto sei bigotto?.........pg.26
Chi siamo noi? La Terna Sinistrorsa è una lista di rappresentanza studentesca presente da ormai 25 anni al Politecnico di Milano. Terna si propone come luogo di dibattito per lo sviluppo di idee efficaci ed innovative che amplino le possibilità dell’Ateneo, dando a tutti spazio di opinione e confronto in un gruppo aperto a contributi di ogni tipo. Siamo studentesse e studenti certi che la cultura possa essere un efficace strumento di azione sociale e collettiva contro le ingiustizie, azione alla cui base vi sono gli ideali di uguaglianza, libertà e democrazia. La nostra idea condivisa di università è: diritto allo studio, qualità della didattica e vita universitaria. Ed è con il rafforzamento di questi tre concetti che vogliamo continuare a rappresentare gli studenti. Per conoscerci, partecipa alla nostra riunione settimanale che si svolge ogni mercoledì a Leonardo o a Bovisa, alla quale può venire chiunque sia interessato. Oppure contattaci tramite mail a info@ternasinistrorsa.it oppure tramite le nostre pagine Facebook ‘La Terna Sinistrorsa’ o Instagram @la_terna_sinistrorsa
Editoriale
Cronache di una pandemia annunciata Ada Bacigalupo
Sembrava che il mondo dovesse finire e invece eccoci qui, un po’ ammaccati ma così pieni di buoni propositi e di positività – non solo al Covid ma anche dello spirito che nemmeno ci sembra possibile che siano successe per davvero certe cose. Abbiamo visto tante persone (forse più di quante avremmo immaginato) dare il meglio di sé in questi momenti di grande difficoltà, grondando ottimismo da ogni poro, e forse questo ci ha aiutato ad affrontare la situazione sopportando anche momenti di profondo sconforto e timore. Dall’altro lato, però, per sopravvivere alle catastrofi in molti si affidano spesso alla figura che più gli dà sicurezza, che diventa il loro totem. Il problema è che, un po’ per paura e un po’ per ignoranza, si può incappare in entità alquanto discutibili, dall’ideologia misera ma, allo stesso tempo, dalle capacità comunicative subdole e atte a plasmare le menti dei più fragili. Senza escludere che ormai nell’epoca social la visibilità spicciola, il circolare di notizie false e tutti gli altri peggiori mali dell’internet, hanno un terreno estremamente fertile in cui crescere e proliferare, terreno in cui suddetti soggetti hanno gioco facile. Così, in tutta questa situazione in tanti sembrano aver perso il senno, una miriade di Orlandi furiosi che hanno vaneggiato la qualsiasi, e grazie ai social
network che gli hanno fatto da megafono, anche le peggiori imbecillità hanno avuto un boom di popolarità e consensi.
Forse sarebbe il caso ci si rendesse conto che i problemi più grossi sono il populismo dei politici demagoghi che si approfittano di un’evidente carenza di educazione – soprattutto sociale e politica – di buona parte della popolazione. Una volta compreso ciò, si potrebbe allora capire che non ovunque e non sempre l’emergenza sanitaria e l’emergenza economica – dettaglio da non trascurare – sono state gestite al meglio: anzi, sarà difficile dimenticare il collasso della sanità lombarda e il ritardo dello Stato nel prendere provvedimenti per venire incontro a coloro che da un giorno all’altro si sono ritrovati senza avere più nemmeno quanto basta per mettere un piatto sulla tavola, tanto per citare due esempi. Basta guardarsi indietro di pochi mesi per riesumare tanti scheletri nell’armadio, tutti accuratamente nascosti in decenni di crescita e produzione sfrenata senza sosta: un’enorme quantità di cose che ci ha portato alla rovina; ma di tutto questo alla maggior parte della gente sembra non importare minimamente. È molto più facile credere ai complotti dei terrapiattisti e dei no-vax piuttosto che fermarsi un momento a riflettere su ciò che sta accadendo e cercare di
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esaminarne e comprenderne le cause.
D’altro canto, come si può pretendere che le persone comprendano quando non gli vengono forniti né mezzi adatti né tantomeno mezzi sufficienti per poter approfondire i diversi aspetti di questi eventi? I media, dai giornali alla televisione, usano perennemente toni o drammatici – il mondo sta per finire – o minimizzano, senza avvalorare la discussione, anzi tendono solo a giocare con l’emotività del pubblico senza muovere le coscienze e stimolare dei ragionamenti, e in tante occasioni confondono pure. Questo tipo di comunicazione non lancia provocazioni né tantomeno diffonde analisi sulla complessità del circostante. Ci si trova quindi costantemente bombardati da informazioni, spesso anche molto ripetitive, che ci colpiscono passivamente, in un circolo vizioso che tende più a confonderci dandoci una visione distorta della realtà. Riceviamo giornalmente enormi quantità di notizie che ci sfiorano per qualche momento, e che finiscono subito nel dimenticatoio del nostro cervello: lì per lì ci impressionano ma alla fine la cosa che ci rimane più impressa è la loro fugacità.
A conti fatti, da questa pandemia ne siamo usciti migliori? No, e nemmeno ne siamo usciti, se proprio vogliamo dirla tutta. Viviamo su un pianeta dove il denaro e il potere sono sempre al primo posto, di conseguenza pur di ottenerli si preferisce essere ciechi e cedere anche di fronte a scelte per noi molto nocive. E questo circolo vizioso non accenna minimamente
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a fermarsi: dopotutto, ora che siamo riusciti a sopravvivere a questo momento di crisi, ci crederemo ancora più forti e invincibili di prima, e invece di ascoltare i campanelli d’allarme e cambiare rotta, schiacceremo l’acceleratore ancora più forte dritti verso la nostra rovina. Se pensate che sia una visione catastrofica, in questo numero troverete alcuni spunti per dimostravi quanto dalla pandemia ne siamo usciti migliori: dal dilagare della bigotteria fino alla sparizione della sinistra dal panorama politico contemporaneo.
Vi diamo quindi il benvenuto nel magnifico “Paese dei bigotti’’ dell’epoca Covid, dove, tra una constatazione seria e una risata amara, ne vedrete e ne leggerete delle belle.
Politica Il problema non è la destra… ma la sinistra Marco Dubini
Negli scorsi anni la politica italiana ha visto la nascita infausta di una corrente trasversale, incarnata da plurimi partiti, definita da chiunque come populismo. Tale definizione ben si addice agli slogan tanto diffusi che esaltano un presunto popolo italiano depositario della tradizione, oppure un popolino onesto oppresso dalle élites finanziarie. L’ elettorato di destra ha abbandonato progressivamente le proprie posizioni più liberiste, fallite davanti alla crescita esponenziale di mercati dal massiccio intervento statale come quello cinese. Il liberismo di fronte ad una competizione persa in partenza cede il posto al protezionismo e al securitarismo. Questa deriva è assai penosa, vediamo ex liberali che oggi sono costretti a mangiarsi le mani e affidarsi a gente che predicava un glorioso ritorno alla lira fino all’altro ieri. Il panorama politico della destra in Italia è deprimente per lo storico elettore di tale schieramento e non si può che provare una certa tenerezza nei suoi confronti. È meglio stendere un velo pietoso sull’argomento e prendere in considerazione, piuttosto, gli effetti di questo grande successo populista.
Di fronte ad un avversario avvilito al punto da gridare soltanto slogan, la sinistra si è trovata a doversi confrontare con il nulla e questo ha accelerato un processo interno iniziato con i primi governi Berlusconi.
Allora l’opposizione si dedicò ad una intensa campagna antiberlusconiana volta a screditare il leader di coalizione e non l’operato di quest’ultimo. Questa politica fallimentare è stata riportata in auge dal rapido sviluppo del populismo e possiamo dire che, dopo anni di campagne contro la persona piuttosto che le azioni di questo o quel governo, negli ambienti progressisti si siano smarriti non solo gli ideali storici ma qualsiasi tipo di idea. È questa la tragedia; si è giunti al punto in cui il problema è la sinistra.
Gli ultimi anni hanno visto una sinistra che non ha nulla da invidiare, in quanto a cinismo e incompetenza, ai suoi avversari. Il governo Renzi ha portato le posizioni del PD su un centrismo blando ed il governo Gentiloni grazie all’onorevole Minniti ed i suoi accordi con la “guardia costiera” libica, ha definitivamente annullato la distanza che ancora separava il centrosinistra da un qualsiasi partito conservatore.
Il problema non consiste solo nelle sciagurate decisioni prese dagli ultimi governi di “sinistra”. Il pagamento di miliardi di dollari da parte dell’Italia ai guerriglieri libici, in cambio di uno stretto controllo delle partenze, o le attese infinite che le navi delle ONG tuttora devono trascorrere in alto mare sono problemi noti a tutti, ma dopo la
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caduta del governo giallo-verde nessuno ne parla più. Il governo in carica ha addirittura rincarato la dose a luglio, passando una mozione per il rifinanziamento degli interventi in Libia, ma non si è sentito aprire bocca da coloro che avrebbero fatto la rivoluzione ogni volta che Salvini sfoggiava il suo celodurismo leghista. Ed è proprio la coalizione di governo attuale a palesare il deperimento di cui sopra. A settembre i Dem si sono schierati compatti a favore del Sì per il referendum costituzionale, assoggettandosi all’ultimo vano tentativo dei suoi alleati di riconquistare la fama di “quelli contro la casta” in un teatrino grottesco. Sui tragici trascorsi del PD si è già detto ma anche Liberi e Uguali, al momento di trovare una maggioranza nel 2019, ha accettato di allearsi con i grillini. Si sente spesso dire che scendere a patti coi pentastellati si è reso indispensabile per tenere a bada la Lega, come se i 5 Stelle, tra i due, fossero il male minore; ma tra Lega e 5 Stelle sono stati i secondi a sfoggiare la peggiore incompetenza e demagogia. Mentre Salvini vagava, i pentastellati, sotto una maschera di falso ambientalismo, condannavano settori fondamentali per l’economia italiana come quello di estrazione e ricerca di idrocarburi, aumentando fino a venticinque volte i canoni di concessione. Questo provvedimento, come prevedibile, non ha salvato il pianeta ma ha avuto come unico effetto la vendita da parte di Edison della newco Edison Exploration & Production alla greca Energean, con tutte le incertezze per i lavoratori del reparto che ne derivano. I 5 Stelle hanno mostrato il massimo menefreghismo per gli impiegati dell’industria estrattiva e oggi PD e LeU, che per tradizione storica dovrebbero avere un occhio di riguardo verso i lavoratori, governano al loro fianco.
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Ma non sono soltanto questi due partiti il problema della sinistra. Abbiamo un’infinità di partituncoli da +Europa al Partito Comunista di Rizzo che servono solo a non raggiungere nemmeno la soglia di sbarramento. A volte possono tornare utili a partiti più grandi per fare numero in eventuali alleanze ma anche qualora entrino in qualche coalizione di governo sono talmente timidi che si finisce per dimenticarsene.
Questo completo svuotamento ideologico che avvilisce la sinistra, parlamentarista e non, si vede anche nelle questioni più insignificanti. Basti pensare alle dichiarazioni provenienti dagli ambienti progressisti ad apologia di Indro Montanelli, con un Travaglio carichissimo che ci rammenta come il vero razzismo non sia contrarre matrimoni misti, ma vietarli (dimostrando inoltre di aver proprio afferrato il punto della faccenda). Abbiamo poi Fabio Giuffrida che, con boria, su Open si da le pacche sulle spalle da solo dicendosi fiero di «non aver dato la notizia di Silvia Romano che esce di casa per andare dall’estetista» come se ciò non fosse una questione di decenza ma un grande merito. Tuttavia, questa triste deriva non è inesorabile e la sinistra tutta può uscire da un capitolo buio della sua storia, superando i numerosi problemi che oggi la affliggono, ripartendo dalla sua tradizione ma senza nostalgia e storicismi. Le battaglie combattute sin dagli albori dei movimenti socialisti come uguaglianza, antimilitarismo e solidarietà, devono indicare la direzione da seguire nelle sfide odierne e future.
La sinistra potrà portare avanti una seria alternativa, europeista e pragmatica, agli schiamazzi
populisti oppure, se si lascerà trascinare sul loro stesso terreno, di fronte al capitano o la Meloni che giocano in casa, ne sarà schiacciata. Infatti, citando Scanzi: «C’è solo un terreno su cui Salvini è imbattibile: la gara di rutti».
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Politica La fiumana del consenso Manfredi Schembri
“Nelle democrazie, tutte le istituzioni, senza eccezioni, possono affermarsi e prosperare solo se sorrette dal consenso dei cittadini” (Sergio Mattarella, XII Presidente della Repubblica)
La politica è una realtà molto complessa, in certi aspetti complicata, formata da molte componenti che possono anche variare nel tempo, conferendo aspetti più o meno nuovi e controversi. Tuttavia alla base della politica Italiana, in quanto Democratica, si trova sempre il consenso. Quest’ultimo viene inseguito - giustamente - da tutti i partiti e i movimenti che agognano l’ingresso nelle alte istituzioni al fine di portare avanti le proprie idee, i propri principi e la personale visione del mondo. O almeno così era una volta, ai tempi della prima repubblica, dove le ideologie partitiche regnavano sovrane all’interno della società. Si protestava, si lottava, si sabotava… tutto per amore dell’ideologia. Se poi queste lotte avessero portato consensi, tanto meglio ma l’obiettivo era donare se stessi a ciò in cui si credeva. Oggi assistiamo a un genocidio di ideologie: da Destra a Sinistra non c’è un solo singolo partito tanto coraggioso da lottare per le proprie idee, per la
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propria ideologia e visione del mondo. Perché esporsi, oggi, rischiando di perdere quella fiumana di consenso così facilmente suscettibile? Meglio dunque confondersi nella indefinita realtà politica che oramai ci circonda. E’ il consenso che interessa, la percentuale, il numero di seggi, il voto (alcuni parlerebbero di “voto utile”) e dunque per ottenere quella croce in più sulla scheda di voto si cade in basso, sempre più in basso. Si passa dal millantare mezze verità a totali fake news, dall’accusare l’altro di avere una pagliuzza nell’occhio senza però poi notare la trave nel proprio, giocando così a farsi la guerra personale abbandonando qualsiasi promozione di idee, mission e vision.
Se ci fermassimo ad analizzare la realtà politica della legislatura corrente, tuttavia, si potrà notare come questo gioco di guerra interpersonale stia davvero ben funzionando per determinati partiti, entrando in dinamiche molto interessanti. Nel 2018, anno in cui vi furono le elezioni politiche, il Movimento 5 stelle fece incetta di consensi. Era una realtà nuova, la loro, formata da gente nuova e priva di qualsiasi esperienza di governo ma solo di opposizione. Quest’ultima portata avanti forse efficacemente ma sempre in maniera scorretta, bassa e spesso ignorante, priva di una vera e propria
ideologia nonché di una collocazione politica definita. Ricevettero un fiume di consensi in virtù del nuovo, della lotta aspra contro “la casta”, forti di quel becero populismo che diede loro la vita. Il gioco della guerra prevede la vittoria del più forte, non di certo del più “ingenuo” o del più bravo. Alleatosi con la Lega di Matteo Salvini, terzo partito in parlamento, per la formazione di un governo, il M5S assiste al crollo inesorabile - nei sondaggi - dei propri consensi. Nel 2019 la fiumana del consenso, infatti, cambia rotta: svuota le fila dei Cinque Stelle e trova riparo sotto l’ancora più populista e ignorante ala del partito di Salvini. In occasione delle Europee quest’ultimo ottiene il 34% dei voti, fagocitando i propri alleati di governo. Ancora una volta, per il secondo anno di fila, si gioca alla guerra e il più forte vince.
Come si può evincere, il più forte è colui il quale si rende più populista, più menefreghista e sbruffone, un bullo in grado solo di ignorare leggi, norme e trattati, invocando cuori immacolati vari, brandendo in una mano un rosario e nell’altra uno stinco di cinghiale. La guerra non finisce e nel 2020 i sondaggi cambiano. Il movimento cinque stelle, ormai alleato del PD dopo la breccia al Papeete del Mojito Salviniano, cade sempre più in basso. Si rialza il loro alleato di governo ma sprofonda Salvini, il quale mantiene comunque lo status di primo partito, con pochi punti di scarto dal PD. Con grande sorpresa, tuttavia, cresce il partito di Giorgia Meloni, la quale da una parte rosicchia consensi dall’ormai defunta Forza Italia e un po’ dalla Lega. Il fenomeno Meloni passa dal 3%, al 5%, all’8%, giungendo alla vetta del 16%.
Ancora una volta vince il più forte ma l’aria cambia leggermente. All’interno dell’area politica di Destra, Giorgia Meloni ha un ruolo ben diverso da quello di Salvini e Berlusconi. Mentre il primo si atteggia da bullo, senza concludere nulla, affossando se stesso ogni parola pronunciata e mentre Berlusconi ormai è meno influente di Rizzo, Giorgia Meloni assume il ruolo di Leader di Destra, responsabile e populista ma fuori da quel ruolo da bullo Salviniano che ormai ha un retrogusto di stantio. Si potrebbe pensare, in virtù dell’analisi effettuata fin qui, che la Sinistra sia una realtà incapace di populismi e atteggiamenti da bulli, ottenendo da questo i suoi risultati non scarsi ma comunque insufficienti. A riguardo, però, osservando la realtà delle elezioni regionali appena trascorse, anche a Sinistra c’è chi può vantare abili doti da oratore populista, tanto da vincere (De Luca ed Emiliano sono due esempi). Tuttavia la realtà dei partiti di quest’area politica è un po’ diversa.
La Sinistra di oggi è frutto della frantumazione delle due realtà sinistrorse della prima repubblica: Il PCI e il PSI. Il Partito Comunista Italiano di Berlinguer raggiunse risultati ben oltre il 30% ma le loro campagne elettorali non erano una guerra interpersonale dove si cercava di bullizzare Andreotti o Almirante. Di certo per personalità simili non venivano dispensate belle parole tuttavia il PCI era forte d’idee, di ideologia e portava avanti una visione di stato che riusciva a coinvolgere la gente, i proletari e i giusti. Oggi la Sinistra si batte solo sull’incapacità altrui e in parte su questioni sociali, le quali vengono trattate forse con fin troppa superficialità, pensando che magari essere progressisti farà di loro partiti più a Sinistra. No, non basta. Non basta essere progressisti per poter tornare ai fasti del PCI, non basta battersi
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ambiguamente su alcune questioni sociali. Bisogna lottare, scendere tra la gente, prendere posizione e promuovere un’idea di stato, un’idea di gestione, economica, estera, sociale. In questo modo, forse, la fiumana del consenso investirà nuovamente la Sinistra perché alla fine...
… essere di Sinistra è una cosa seria.
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Politica A queste cose non pensiamoci solo l’8 Marzo! Giada Martinoia
Ecco le donne a capo di uno stato o di un governo nel mondo. Immagine di AFP news agency Solo il 6.6% dei capi di Stato o di Governo è donna. In tutto il mondo. Così poche che si possono riassumere in un’immagine. Due osservazioni chiave per poi ragionare su questo dato penoso. Uno. Non supporto in nessun modo la
tesi della superiorità femminile. La parità di genere non deve aver nulla a che fare con la gara a chi si dimostra più valido in ogni ambito della vita in funzione del proprio genere. Purtroppo, penso l’abbiate notato, è comune fare un paragone e tirare le somme per decretare il vincitore.
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Questa “gara” è una riduzione del problema femminista ad una visione dei fatti che vorrebbe vedere realizzato il passaggio dalla teoria dell’invidia del pene, proposta da Freud, alla teoria dell’invidia della clitoride. La situazione attuale non va bene per metà della popolazione, non vedo perché la situazione opposta dovrebbe andare bene a tutti sinceramente. Per molti e molte di voi sto dicendo banalità clamorose, ma ci tenevo comunque a scriverle nero su bianco in caso dei bigotti stiano leggendo l’articolo. Oppure persone con un’idea diversa di rappresentanza di genere dalla parità.
Due. Proprio perché la popolazione femminile è sottorappresentata, le donne attualmente leader non possono rappresentare tutto il genere. Suppongo sia una questione statistica, no? Quante volte si analizza l’operato delle maggiori leader donna al fine di paragonarlo al modello di leader maschile, con tanto di confronto tra le tipiche doti dell’uno e dell’altro genere. È proprio vero che spesso i limiti ce li poniamo da soli. Ormai è ben dimostrato che l’insieme di tratti psico-comportamentali tipici di ciascun genere, sebbene non sia nullo è drasticamente ridotto rispetto a quanti si credeva in passato. Per essere realisti? Milioni di persone in Italia pensano che agli uomini siano associate certe caratteristiche, tra cui la capacità di essere un leader, e alla donna altre, come empatia, il sentimento e il multitasking. Questo non è scientificamente provato, ma è l’esito di analisi che ovviamente non possono scindere tra cultura e tratti psico-comportamentali di ciascun genere. È talmente radicato nella società che le donne non siano per natura
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Fonte: IBM – Donne, Leadership e il paradosso della priorità
(tenetemi ferma) inclini al ruolo di leader, che è comunemente accettata e considerata normale la situazione attuale in tutto il mondo. NON È NORMALE, non vi pare? Altra carne al fuoco. Sebbene le donne rappresentino la maggioranza della forza lavoro nel settore pubblico, non sono che il 14,4% le donne nelle posizioni di vertice. Il dato, secondo l’InfoData del Sole24Ore, scende al 7,6% nelle provincie e città metropolitane e all’8,5% nelle università. Questo aspetto è un trait d’union tra settore pubblico e privato. Consideriamo per esempio un settore di recente sotto i riflettori per ovvi motivi legati all’emergenza sanitaria: la sanità. Sebbene il 63.8% della forza lavoro nella sanità italiana sia donna, solo il 16,7% è in posizione di direttore generale. Non a caso il network “Donne Leader in Sanità” ha creato un Manifesto per promuovere
il talento al femminile in ruoli di Top e Middle Management pubblico e privato in sanità e cercare di arrivare almeno al 40% di donne. Se vi pare normale in una società in cui “i diritti delle donne sono ormai cosa fatta” si debba ricorrere ad un Manifesto da presentare, con firme annesse, al Presidente della Repubblica, perché la leadership rappresenti entrambi i generi, ho il sospetto che dobbiate compilare lo speciale questionario “Quanto sei bigotto?” annesso a questa edizione della Lanterna. La verità è che i dati ormai li sappiamo tutti a memoria. Con un leggerissimo tono polemico aggiungo che ogni 8 marzo le istituzioni, le aziende, gli enti vari e soprattutto i social si riempiono spudoratamente di dati deludenti che inquadrano la situazione attuale delle donne in ogni angolo del mondo. Dal 9 marzo al 7 marzo dell’anno successivo citare questi dati in un qualsiasi dibattito può farti sentire “la femminista di turno che si lamenta senza percepire che la parità di genere è ormai cosa fatta”. Non sto accusando nessuno di preciso, ma in questi casi vi assicuro che l’aroma di indifferenza mista all’inconfondibile fetore di bigottismo beh… sono praticamente tangibili. Un altro piccolo dato tutto dedicato agli studenti del Politecnico dotati di vagina, dicasi “studentesse”.
Le migliori performance accademiche delle donne nell’ambito STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) non sempre sono premiate né a livello occupazionale né a livello salariale in Italia. I dati parlano chiaro. Gli uomini guadagnano circa il 25% in più delle donne, potendo contare su uno stipendio di €1.699 contro €1.375.
(Fonte Osservatorio Talents Venture, 2019 – Il Gender Gap nelle Lauree STEM). Cerchiamo insomma di non scappare tutte all’estero. Nemmeno dopo ‘ics’ allucinanti anni di ingegneria ci salveremo dal gender pay gap, cioè la differenza di stipendio tra uomini e donne per il medesimo lavoro effettuato. Dovunque decideremo di emigrare per evitare il problema, il problema è lì che ci aspetta. Questo perché è in qualche modo assodato, intrinseco, metabolizzato nella società il fatto che non sia poi così urgente annullare la differenza di stipendio tra generi. Insomma, non è una priorità. A favore di questa tesi l’Eurostat (Ufficio Statistico dell’Unione Europea) attesta che in Italia il gender pay gap è solo del 5%. Psss. Ce l’ho con te. Non hai abboccato, vero? Il dato è corretto e sembra una bella notizia, considerando che la media europea si attesta sul 14,6%. Peccato che non tenga conto di alcuni aspetti fondamentali. Per esempio, che nel settore statale, dove è rispettato il sacrosanto principio di equal pay for equal work, c’è una rilevante presenza femminile: nel 2016 il 56,9% del personale pubblico è donna e se si separano i due settori il gender pay gap del pubblico scende a 4,4%, mentre quello del privato sale al 17,9 % secondo l’analisi condotta da Ulrike Sauerwald, responsabile della ricerca per “Valore D”. Dicono sia una caratteristica tutta italiana questa discrepanza. Se non vi siete mai accorti di questi dati, l’ipotesi che potrei avanzare è che non vi siate ancora resi conto di essere penemuniti e dunque di essere davvero avvantaggiati in questa società perché nati e cresciuti con il genere corrispondente a tale organo. Riporto i risultati di un’analisi condotta dalla IBM, che ha posto una domanda cruciale ai suoi impiegati dirigenti.
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Come potete notare, la maggior parte dei dirigenti uomini afferma che essere uomini ha poco a che fare con il loro successo, mentre la maggior parte dei dirigenti donne confessa che avrebbe avuto una possibilità maggiore di essere promossa se fosse nata uomo.
Come possiamo superare questo bellissimo scoglio se in momenti di crisi, come l’indagine di Censis riporta, “il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un “uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 67% tra gli operai)”? Allo stesso modo mi interrogo se chi dice che la leadership in rosa sia migliore abbia qualche preciso scopo nel farlo. In modo che spero sia consapevolmente provocatorio l’Huffington Post riporta in un articolo di aprile le seguenti frasi:
“le donne leader sono più rispettose dei limiti, più attente ai diritti, più cooperative; capaci di rassicurare, meno aggressive, meno inclini alla vanteria; restie a fare il passo più lungo della gamba, ma capaci di gettare il cuore oltre l’ostacolo; e così via, di metafora anatomica in metafora anatomica. Sulle peculiarità della leadership al femminile , forse perché ancora è un esercizio di fantasia in gran parte del mondo, le teorie sono tante.”
Se penso alla leader di un noto partito in ascesa in Italia, non mi immagino certo questo approccio nell’immagine fantasiosa, molto vicina ad un incubo, in cui la vedo gestire l’emergenza sanitaria del 2020 in Italia. Mi immagino più una risposta di questo genere, per proseguire nell’articolo: “La risposta «machista» alla pandemia — negarne la portata, non rassicurare
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nessuno, ostentare fatalismo — adottata dai «leader che non devono chiedere mai» Jair Bolsonaro, Vladimir Putin, Donald Trump, sembra essersi rivelata fallimentare. È donna, ha denunciato a fine 2019 la presidentessa dell’Assemblea Generale dell’Onu, appena il 6,6% dei capi di Stato o di Governo del mondo. Ma al timone dei Paesi dove la risposta anche emotiva alla pandemia sta funzionando meglio ci sono proprio loro.
Il nodo sta nel fatto che, incubi a parte, questa pandemia non è stata che l’ennesimo colpo al genere femminile, più di quanto lo sia stato per il genere maschile, checché se ne dica. Abusi domestici, femminicidi all’ordine del giorno, mamme part-time in situazioni lavorative disastrose, praticamente abbandonate nel gestire i figli a casa spesso sole, settore terziario notoriamente a maggioranza di lavoratrici di sesso femminile a dir poco in picchiata e molti altri problemi che derivano dal nascere vulvomunita di cui spero abbiate letto in questi mesi. Se c’è stato un aspetto del COVID-19 che ha incrinato qualche pregiudizio è stata la sua fatalità nel causare un numero di vittime molto maggiore nel genere maschile. Qualcuno ha riportato in auge a tal proposito il vile concetto di “sesso debole” a tal proposito, per riferirsi al fatto che per questo virus, il sesso debole è quello maschile. Vi lascio commentare in autonomia la vacuità di tali affermazioni e concludo dicendovi che ho volontariamente riportato finora dati che non c onsiderano la questione dell’emergenza perché sono certa le analisi migliori arriveranno poi. C’è sempre tempo per fare osservazioni e discutere, ma forse è anche finito il tempo di dare per assodata la parità di genere che, vi piaccia o meno, non c’è ed è una priorità per tutti quanti.
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Società Bigotto è chi bigotto fa
Walter Fiore, con Poliedro (associazione LGBTQ+ del PoliMi)
Secondo il dizionario online Treccani, si definisce bigotta quella persona che “mostra zelo esagerato più nelle pratiche esterne che nello spirito della religione”. Una sorta di fondamentalista, in altre parole; una persona per cui la cieca osservazione della propria interpretazione della religione si discosta dai valori di amore e inclusione che la religione porta con sé. Il bigottismo può sembrare un concetto vago, difficile da afferrare, ma molti esempi riempiono le nostre giornate. In tal senso è tristemente noto il caso di Maria Paola, ragazza uccisa dal fratello in quanto innamorata di un ragazzo trans, Ciro. Si tratta di un episodio di cronaca che ha inorridito molti italiani, giustamente, ma che temo rispecchi in parte la nostra società. Questa affermazione può sembrare esagerata, poco ponderata, ma prego il lettore di seguirmi ancora per qualche riga. Infatti, per quanto ci piaccia allontanare termini dispregiativi dalle nostre persone, e “bigotto” è uno di questi, non dobbiamo dimenticare che tale atteggiamento lo si declina in vari modi, oltre a delitti carichi di odio. È bigottismo quello a cui si assiste quando il telegiornale nazionale si riferisce a Ciro come a una ragazza ed è bigottismo quello di tanti nostri politici che mal
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vedono l’uguaglianza in ambito di diritti civili, perché ritenuta “innaturale” o “contro i valori cristiani”. E ancora una volta, questi partiti e politici sono eletti da una fetta importante della popolazione; ci rappresentano in toto, non sono una realtà lontana su cui riversare colpe che non crediamo nostre.
Tuttavia, è bene sottolineare quanto ingiusto possa essere accusare il Cristianesimo di tali misfatti. La colpa non risiede nello spirito caritatevole di questa religione, quanto nella personale interpretazione di alcuni suoi credenti. È infatti possibile incontrare sacerdoti che sanno applicare l’insegnamento principe di questa dottrina (“ama il prossimo tuo come te stesso”) anche verso i membri della comunità arcobaleno, persino celebrandone le nozze. Eppure, è indubbio quanto potente sia il gesto di agitare un rosario di fronte a una folla per guadagnarsene il favore. Come è possibile? Una risposta molto gettonata consiste nell’imputare l’origine di questo comportamento all’educazione che le persone hanno ricevuto nel corso delle loro vite. Per quanto condivisibile, per esperienza personale scoraggio chi sta leggendo da addurre alcuna scusante di tale sostanza. Confido che il bigottismo affondi altrove le proprie radici.
Difatti, è facile constatare che, di fronte all’inoppugnabile dimostrazione dell’infondatezza delle loro opinioni, queste persone continuano a battersi per esse. La logica non ha potere e l’educazione è per sua natura sinonimo di studio e ragionamento. In altre parole, queste persone decidono volontariamente di smettere di pensare in maniera razionale. Non è qualcosa che gli capita, è qualcosa che fanno accadere. Volendo adattare la concisa saggezza di Forrest Gump: bigotto è chi il bigotto fa.
Ma non è finita qui. Il bigottismo va a braccetto con un altro losco figuro: il benaltrismo. Il benaltrismo confida che ci siano problemi di altra natura che debbano ricevere maggiore attenzione rispetto a quelli di cui si parla; in altre parole, i miei problemi sono più importanti dei tuoi. Ed ecco che fa la comparsa l’ultimo bieco “-ismo” di questo articolo, ovvero l’egoismo. Tuttavia, questo atteggiamento presenta delle falle. In primis, la discriminazione in questione potrebbe riguardare il figlio del bigotto stesso e mi piace credere che il genitore voglia lasciare un futuro migliore al proprio erede. In secondo luogo, il benaltrismo pecca di solide basi proprio nel cinismo di cui si fa bandiera. Per l’appunto, è provato da innumerevoli studi (citati anche all’interno del MOOC del Politecnico di Milano dal titolo “Embracing Diversity”) che bigottismo e benaltrismo risultano dannosi al bigotto stesso. Intendo chiarire con un semplice esempio: se lo stato finanzia la mia istruzione per decine e centinaia di migliaia di euro, ma le aziende mi impediscono di lavorare a causa della mia sessualità, sono soldi pubblici sprecati.
Inoltre, è storicamente dimostrato che l’inclusione non provoca danni. In Europa si sono susseguiti primi ministri apertamente lgbt e la Finlandia è guidata da una giovane donna cresciuta con due madri. La domanda sorge spontanea: è forse successa l’apocalisse in questi Paesi? La loro economia ha ceduto? Forse è meglio non rispondere, dato che il confronto con la nostra nazione potrebbe risultare impietoso. Soprattutto, vogliamo davvero domandarci se la vita delle persone possa passare in secondo piano rispetto a percentuali irrisorie, nonché immaginarie, di PIL? Nonostante ciò, finalmente un’occasione per cambiare le cose si presenta davanti ai nostri occhi. Dopo decenni di tentativi, il parlamento potrebbe approvare il ddl Zan, legge contro l’omobitransfobia. In tal senso, molte figure istituzionali hanno espresso la necessità di adottare una legge che possa proteggere dalle discriminazioni in base all’identità di genere o all’orientamento sessuale. Parlo del Presidente della Repubblica, del Presidente del Consiglio e della Presidente della Commissione Europea. Che i tempi siano maturi? Di certo non sono tempi facili e probabilmente saranno anche lunghi dati i tentativi di ostruzionismo da parte dei politici bigotti di cui prima. Eppure, rimarco il fatto che i politici sono eletti da comuni cittadini e che nascono o muoiono politicamente sulla base del loro consenso. Risulta quindi chiara l’importanza di informare, se non educare, chi bigotto non è, così da poter tentare di cambiare questo consenso. Restare fermi a guardare non porta da nessuna parte. Allo stesso modo è determinante recarsi alle manifestazioni per supportare la propria opinione, per provare a diminuire l’eccessivo potere detenuto dal bigottismo in Italia. Ancora una volta,
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non si tratta di una realtà lontana che non ci riguarda ed il singolo ha sempre modo di dire la sua e tentare di cambiare le cose. PoliEdro ci sta provando nel suo piccolo. Abbiamo vissuto il bigottismo come singoli individui e come associazione; lo abbiamo subito dai nostri familiari e dai detrattori del PoliMi Pride. Eppure, non demordiamo, continuiamo a credere in un mondo migliore e a batterci anche per chi non è nella condizione di poter affrontare il bigottismo in prima persona. Per questo abitiamo partecipato alla manifestazione in favore del ddl Zan del 10 ottobre organizzata dai Sentinelli di Milano e per questo proseguiremo ad informare gli studenti tramite eventi dedicati.
Siete tutti invitati, abbiamo bisogno della vostra partecipazione. Forse non si può cambiare il bigottismo, ma di certo lo si può combattere.
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Società Social Network e la cultura dell’odio: come ne usciamo? Johnny Shock
La generazione Z, quella dei ragazzi tra i venti e i trent’anni, ha un rapporto particolare con i social network. Siamo la generazione dei nativi digitali ed i nostri genitori ci ripetono continuamente che passiamo tutta la vita con il telefono in mano. Siamo cresciuti su Facebook e bazzichiamo su TikTok. Siamo la generazione che per prima si è approcciata nell’adolescenza a Snapchat ed alle stories di Instagram per raccontarsi.
Ormai, però, la disinformazione e la cultura dell’odio sempre più dilaganti su queste piattaforme hanno raggiunto lo status di piaghe della nostra società. Se da un lato l’estrema democraticità che caratterizza questi spazi ci dà la possibilità di esprimerci al meglio, dall’altro ha lasciato adito anche a gruppi molto ampi di haters, che si scagliano contro le minoranze o contro singoli personaggi pubblici o privati. A questo punto, ha senso chiedersi come si relazioni la nostra generazione con i social e che uso ne faccia per emanciparsi da queste problematiche. Per approfondire il tema, ho intervistato tre miei amici che hanno altrettanti stili
di vita e modi differenti di intendere e rapportarsi ai social, cercando di tracciare una visione che sia il più ampio possibile della visione di molti nostri coetanei.
ANGELO BOGLIONE (23 anni, Milano, Responsabile legale de La Terna Sinistrorsa) Chi sei e cosa fai: descriviti in 140 caratteri o una frase al massimo: Sono un maschio bianco etero basic, appassionato agli sport e sono curioso.
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Che rapporto hai con i social network? Di studio. Non ho nessun social, uso solo Telegram e le mail dell’università. Trovo, però, molto interessante studiare le dinamiche che li regolano. Da una parte perché sono progettati per influenzare le nostre vite nello stesso campo da gioco della ludopatia, dall’altra perché sono diventati la piazza in cui ci confrontiamo. Perché li studi ma non ne hai neanche uno? Perché non sono mai stato abbastanza coraggioso in passato da disubbidire a mia madre che mi disse di non crearmi un profilo Facebook. Una volta cresciuto, poi, non ho mai avuto nessuno stimolo a credere che fosse qualcosa da cui avrei potuto tirare fuori qualcosa di buono, forse perché ero già vecchio. In questi anni sei mai stato curioso di provare? Non come utente. Mi interessa molto capire come funzionano, ma non mi interessa esserne fruitore. Credi che i social abbiano aiutato, direttamente o indirettamente, alla diffusione di una certa cultura dell’odio? Secondo me bisogna tenere a mente perché sono nate queste piattaforme. Il loro scopo è quello di fare soldi vendendo pubblicità, per fare questo hanno bisogno di prendere dati, che ottengono cercando di farti rimanere il più a lungo possibile attaccato allo schermo. Sentimenti come l’odio, la paura e la rabbia sono estremamente redditizi in questo senso e non vi è nessun interesse a smorzarli, tranne in casi palesi in cui si va ad urtare il senso comune. Penso a quando l’assassino di Christchurch ha fatto una diretta Facebook della sua strage. Sostenere che dipende da che uso ne si faccia è
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vero fino ad un certo punto: sicuramente l’utente potrà usarlo in una maniera più propria o meno, ma comunque l’idea è quella di non darti spazio per farti arrivare ad una discussione più profonda. Questo, secondo me, ha permesso indirettamente il proliferare di queste comunità dell’odio Ti è mai capitato di sentirti giudicato perché non avevi i social? O, al contrario, di avere dei pregiudizi verso qualcuno che magari li usava assiduamente? Magari implicitamente mi può essere capitato di giudicare qualcuno, ma per mia etica personale cerco sempre attivamente di evitare di avere dei pregiudizi verso gli altri. A volte, però, mi sono sentito tagliato fuori dagli altri: c’è un’aspettativa generale per cui anche tu dovresti essere dentro determinate dinamiche, soprattutto riguardo agli eventi sociali. E per te è un problema? Marginalmente. Magari c’è qualche evento che mi potrebbe interessare e non lo so, però ho la fortuna di aver incontrato gente gentile e premurosa che poi mi chiama per avvisarmi. Cosa ne pensi di quell’affermazione che ci fanno tanto spesso i vecchi, con accezione dispregiativa, riguardo al fatto che passiamo la maggior parte della nostra vita con il telefono in mano? In un certo senso è vero, però bisogna anche capire che il cellulare è uno strumento con una funzione a metà tra uno strumento di controllo e di lavoro, quindi non possiamo nemmeno più farne a meno. Allo stesso tempo, in maniera aprioristica, viene appiattito l’uso del cellulare come qualcosa di negativo. Un’altra cosa importante è che c’è anche una forma di escapismo nell’uso del cellulare: la nostra società è feroce e
magari andando a ricrearti in una realtà virtuale riesci a trovare uno spazio per esprimere te stesso. Le generazioni più vecchie non riescono minimamente a capirlo e colpevolizzarci non si avvicina a risolvere il problema. Una riflessione per chi ci legge…? Lo spettro di usi che si possono fare dei vari strumenti è limitato. Tra questi, fare una vera critica costruttiva è molto difficile e non ci si può affidare unicamente a queste piazze, ma bisogna trovare altri metodi su internet (come i blog indipendenti) o far succedere le cose nella vita vera.
ARIANNA POLI (21 anni, Ferrara, emergente)
cantautrice
Chi sei e cosa fai: descriviti in 140 caratteri o una frase al massimo. Come faccio a sapere se sono 140? Comunque “Cantautrice emergente” per me è già okay.
Che rapporto hai con i social network? Dipende. A volte mi sembrano necessari per connettermi agli altri in una sfera differente da quella della vita reale ed a volte mi servono per promuovere la mia musica. In altri momenti vorrei togliermi da tutto e farne il minor uso possibile, ma è veramente complicato. Ne fai un uso più per informarti o per promuoverti? Metà e metà. Per quello che faccio io con la musica, non essendo ancora conosciuta oltre al livello locale, li uso per raggiungere le persone. Inoltre, essendo impegnata dal lato politico e associazionistico, mi servono per cercare e condividere notizie. Credi che i social abbiano aiutato in qualche modo alla diffusione di una certa cultura dell’odio o ad una chiusura mentale? Puoi fare qualche esempio? La maggior parte degli essere umani non ha un filtro quando si esprime, quindi è ovvio che certe dinamiche evolvano così. Si vede molto ad oggi in ambito politico: ogni volta che leggo il giornale online di Ferrara su Facebook, la gente che scrive delle cattiverie contro il giornale o i giornalisti è molta di più rispetto a chi si interessa davvero al contenuto dell’articolo. È un’ostentazione di potere da parte di chi non si fa vedere: sono persone che su internet sembrano dei giganti, ma poi dal vivo non direbbero lo stesso e su Instagram succede la stessa cosa. Mi viene in mente un episodio che ha coinvolto Margherita Vicario un paio di settimane fa: aveva espresso la sua opinione su una canzone di Emis Killa, una pagina l’aveva poi ricondivisa e sotto al suo post si è scatenata una bufera di commenti sessisti da parte di ragazzi che erano fan di Emis. Il problema che sta alla base della
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cultura dell’odio è proprio la convinzione di poter fare tutto quello che si vuole su internet senza ripercussioni. Pensi che ci sia una soluzione? Nel breve periodo credo sarà difficile. C’è bisogno di un processo molto ampio che si deve fare nel lungo periodo sul piano educativo. In primis, bisogna educare le persone a non aggredire gli altri senza aver seguito un procedimento razionale, ma bisognerebbe insegnare ad un utilizzo corretto e coscienzioso di internet, che è una risorsa che potenzialmente può dare molto. Quanto sarebbe diversa la tua vita se non avessi mai potuto utilizzare questi strumenti? Ti esporresti ancora in un altro modo? Ti hanno aiutato ad aprirti? Se non postassi sui social quello che penso, lo farei in un altro modo: sono sempre stata molto esposta anche nelle piazze o in altri contesti. I social hanno il vantaggio di essere più immediati, se non ci fossero sarebbe più lungo il processo per poter esprimere la propria opinione pubblicamente. Questa immediatezza ha, ovviamente, dei punti di forza e dei limiti, per tornare alla domanda di prima. Lo stesso discorso vale per la musica: quando mi confermano un concerto, fare un post sui social mi evita di andare a distribuire i volantini per la strada. Una riflessione per chi ci legge…? Per quanto possa essere banale dirlo, bisogna riuscire sempre ad inserirsi nella situazione in cui si sta agendo, ponderare su come porsi ed immaginare le conseguenze delle proprie azioni. Quando stai facendo qualcosa online, devi sempre cercare di capire che riscontri potrebbero avere le tue azioni nel concreto.
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Il problema è che poi molto spesso certe azioni vengono compiute anche dal vivo, con dei riscontri ancora peggiori. Sì, sì, parlo di chi magari non ci pensa. Una persona che non è educata dal vivo, difficilmente lo sarà sui social. C’è anche da considerare che i social hanno l’aggravante che i vari commenti possono avere sfumature di significato differenti e non sai mai con chi stai parlando. Se fai un errore nella vita vera, puoi vedere subito la reazione del tuo interlocutore e, magari, chiedere scusa, sui social è più difficile. In sintesi, se dal vivo dovresti contare fino a dieci prima di parlare, online devi contare almeno fino a cinquanta.
SOFIA VISCARDI (22 anni, Milano, influencer, mente e volto del format online VENTI) Chi sei e cosa fai: descriviti in 140 caratteri o una frase al massimo. Ho 22 anni, non lo so. È impossibile descrivermi e sono felice di non saperlo fare.
Che rapporto hai con i social network? È molto difficile rispondere a questa domanda, perché da un certo punto di vista ho anche una sorta di rifiuto. Se non avessi fatto questo lavoro non so se mi piacerebbe ancora usare i social. Sono delle piattaforme che so utilizzare e che conosco, ma è molto difficile per me immaginare cosa vorrebbe dire approcciarmi ai social solo da utente, non essendomi praticamente mai trovata in quella situazione. Credi che i social abbiano aiutato in qualche modo alla diffusione di una certa cultura dell’odio o ad una chiusura mentale? Penso che, in generale, siano molto pericolosi e dovremmo imparare a vivere la nostra vita sociale anche con un mezzo che non ci insegnano ad usare. Mi è capitato molte volte di leggere delle cattiverie che spero di non sentire mai pronunciate dal vivo e questo mi ha portato a pensare che potrebbe essere bellissimo, ma dobbiamo imparare a gestirli. Roberto Saviano una volta mi ha fatto riflettere su questo: sui social tutte le pagine sono uguali e questo fa sentire ogni persona importante tanto quanto le altre, perché la pagina del Papa è uguale alla tua. Da un lato è figo che sia così democratico, dall’altro non possiamo pensare che una ricercatrice e una ragazzina delle medie possano parlare dello stesso argomento e che la loro opinione valga allo stesso modo. Su internet, molto più che nella vita reale, le persone si sentono legittimate a dire la loro su qualsiasi argomento, ma il fatto che ce ne sia la possibilità non vuol dire che tu sia costretto a farlo. Prima, però, bisogna insegnare alle persone ad avere gli strumenti per capire e ad avere il buon senso, ma internet questo non lo fa.
Questa libertà ci aiuta o ci limita? Credo entrambe. Da una parte ti può aiutare sentirti parte di una comunità che non ti è fisicamente vicina: questo, nel tempo, ha aiutato tutta una serie di persone che si sentivano strane, diverse ed emarginate e che hanno potuto trovare un gruppo di appartenenza vicino a loro e ha aiutato tutte le lotte che stiamo portando avanti. ....Dall’altra, però, ci sono tutte quelle persone che, come mi dicevi prima, ti augurano di morire. Sì, in passato mi è successo di ricevere, per un certo periodo, 250 messaggi in privato al giorno di pazzi che mi scrivevano delle cose irripetibili. Purtroppo esiste questa parte del mondo ed è fortissima. Dall’altra parte, però, c’è anche un’opposizione che spero vinca. Spero che, prima o poi, le persone si renderanno conto che è pericoloso e che non ha senso che una ragazza di 22 anni si trovi invasa da messaggi del genere. E cosa ne pensi di chi decide di non avere i social? Secondo me non è nemmeno più uno strumento che si può demonizzare: il modo per combattere questa situazione non è rifiutare tutto, poi ti manca un pezzo, anche in termini di linguaggio o di umorismo collettivo. Se tu non hai i social, il tuo contributo in questa causa non sta cambiando nulla, perché nessuno se ne accorge. La soluzione, invece, è impegnarsi e fare in modo che possano esistere nel mondo con delle regole che per te siano accettabili. z Pensi che ci sia una soluzione per risolvere questa problematica? Sì, certo. Dalle elementari bisognerebbe dedicare un’ora a settimana all’educazione digitale. Quando vedo il numero di ore che passo al telefono, anche se lo faccio per lavorare, mi
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spavento, quindi se impieghiamo la maggior parte del nostro tempo guardando questo schermo, forse è il caso. È una cosa molto difficile da realizzare, però se piccoli ci insegnano a vivere civilmente con gli altri, sui social nessuno lo fa. Al di là della scuola, l’unica soluzione è l’educazione, come in tutto. Pensi che, per ostacolare la cultura dell’odio e del bigottismo, dovrebbero esistere degli “spazi sicuri” di condivisione e riflessione, come potrebbe essere anche VENTI? Sono importantissimi, credo che dovrebbero esistere solo spazi così. Quello che proviamo a fare con VENTI è creare una community all’interno della quale cerchiamo di sviluppare degli strumenti emotivi. Il nostro obiettivo non è, ad esempio, spiegarti cosa succede quando cambi gli amici a vent’anni, ma è farti capire che ci sono degli strumenti per affrontare quella sensazione nel modo il meno possibile possibile. Non siamo interessati a darti delle risposte, ma a farti fare le domande giuste. E sta funzionando? C’è da dire che abbiamo una community molto sveglia. Chiaramente, per aprire un video di VENTI devi avere voglia di farlo, non sono dei contenuti di puro intrattenimento, però ci sono delle persone che hanno capito che internet può essere utilizzato anche con un fine formativo. Secondo me, è importante che esistano dei luoghi sicuri del genere, se non proprio VENTI, almeno qualcosa che ci assomigli. In generale, mi sembra che ci si stia muovendo in quella direzione. Ce n’è un gran bisogno e spero che succeda.
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È una cosa che ho notato anche io ultimamente, però forse è anche mediata dal fatto che abbiamo degli interessi molto simili su Instagram, quindi entrambi vediamo solo una parte di quello che c’è. Sì, sì, ovviamente. Qui entrano in gioco tutta una serie di algoritmi che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. Il punto, però, è cercare di aggredire questo algoritmo e cercare di parlare sempre con delle persone che non la pensano come noi. Una riflessione per chi ci legge…? Consiglio la mia bio di Instagram, che è stata una mia filosofia di vita per molti anni, soprattutto per sopravvivere ad internet. Ovviamente nasconde un pensiero più profondo, cioè che quello che gli altri dicono di te dice molto di loro e poco di te.
Società Misoginia e religione Giada Martinoia
«Non permetto a nessuna donna d’insegnare, né di dettare legge all’uomo; le donne devono starsene tranquille. Perché? Perché Dio creò per primo Adamo e poi Eva. E non fu Adamo a lasciarsi ingannare da Satana, ma Eva, che si rese colpevole di peccato.» (I Tim. 2:12-14)
stato sollecito di loro; quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiranno, allora non cercate pretesti per maltrattarle, ché Iddio è grande e sublime.» (IV: 34) Corano
«La testa del Cristo è Dio, la testa dell’uomo è il Cristo, la testa della donna è l’uomo» (I Cor. 11: 3)
«Tanto vale spezzare le Tavole della legge piuttosto che spiegargliele» Talmud
Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso.(Ecclesiaste 7, 26) Bibbia «Ho visto che la maggior parte di coloro che sono nel fuoco dell’inferno sono donne… [Poiché] esse sono ingrate verso i loro mariti e deficienti in intelligenza e religione. Esse sono pericolose e impure nei loro corpi e nei loro pensieri. Io non tocco la mano delle donne e bisogna impedire loro d’imparare a scrivere» Profeta Maometto «Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni essere sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle; le donne buone sono dunque devote a Dio e sollecite della propria castità, così come Dio è
Se state pensando che io voglia spiegare la misoginia nel mondo mediante queste citazioni concludendo con un bel “è colpa della religione”, sentitevi un po’ in colpa. Sono ben lontana dall’accusare tutte le persone cristiane, islamiche, ebree e via dicendo dell’attuale condizione del genere femminile su questo pianeta. In realtà, mi rivolgo solo ad una parte di loro: i bigotti. Un credente non misogino che legge certe frasi, identificate come la Parola di Dio e Allah o “Leggi Sacre”, impiega meno di tre secondi per spiegarmi che l’accezione di misoginia che sto attribuendo alle parole sacre non è altro che un’errata interpretazione. Un esempio? “Basta vedere che il Corano dice che la donna ha la metà del valore dell’uomo
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per capire quanto è patriarcale l’Islam. Chi sostiene questa visione – ha detto Lale Akgün rappresentante del SPD al Bundestag ed esperta di Islam– afferma che l’Islam non è una fede ma uno stile di vita. Io sono musulmana, ma per me la religione è qualcosa di privato. Per i fondamentalisti è una ragione di essere e non sono compatibili con il mondo moderno. Il loro credo è legato a un sistema di valori e uno stile di vita nato nel VII secolo nella penisola arabica”. La religione deve sempre essere interpretata. Ed ecco che entra in gioco il bigottismo, la cui definizione è proprio la seguente:
Il bigotto e la bigotta sono coloro che assiduamente e scrupolosamente osservano con zelo esagerato le pratiche esteriori della religione, osservando con ostentazione e pignoleria tutte le regole del culto, senza afferrarne l’intima essenza religiosa. Il problema non è quindi certo la religione, ma chi dopo tutti i cambiamenti sociali e culturali che sono avvenuti negli ultimi dieci secoli o più persevera ciecamente nel voler applicare alla lettera quanto indicato dalla propria religione. Ma chi li legge davvero i testi sacri riga per riga, pagina per pagina, cercando di interpretarli in chiave contemporanea, se non le guide spirituali? Guarda un po’. Le guide spirituali nelle maggiori religioni monoteiste non possono essere donne. Letteralmente non sono autorizzate ad esserlo. Così come in ogni altro ambito della società, il genere femminile non riesce a raggiungere le posizioni più alte della gerarchia. Quelle parole sacre, scritte nero su bianco, sono ancora lì e lì rimarranno anche se ci si appella
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all’interpretazione. Sarebbe un po’ come pretendere che la Costituzione Italiana tra 2000 anni, se mai l’umanità esisterà ancora, rimarrà immutata. Non che le parole abbiano un peso, suvvia. Tanto c’è l’interpretazione. Eppure nell’articolo 3 c’è scritto che tutti i cittadini italiani hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali. Ma con tutte le credenti donna che ci sono, come mai non c’è ancora stata una rivoluzione mi chiedo io da sempre? È così da più di 2000 anni, che cosa costerebbe ammettere che le parole sacre sono, così come interpretate, scritte da esseri umani e quindi possono essere modificate per facilitarne la comprensione ed evitare i numerosi fraintendimenti di cui sopra? Forse il mio ateismo mi limita un po’ in queste considerazioni, lo ammetto. Forse quelle parole insieme a mille altri aspetti mi hanno allontanata allo stesso tempo dalla fede. È evidente che sono bigotta, se le ho prese alla lettera tempo fa. Azzardo un’altra ipotesi. Forse non è bello, per usare un termine semplice, leggere frasi chiaramente ed inequivocabilmente misogine, nel loro significato letterale, quando ti approcci alla religione basandoti sul suo libro guida.
Quanti anni dovranno passare ancora prima di mettere in discussione i significati letterali di quei libri? Davvero il gioco vale la candela? Rispondo a proverbio con proverbio: il gioco è bello quando dura poco.
Intrattenimento Quanto sei bigotto? Il test che, se non ci fosse, andrebbe inventato. Se avete qualche dubbio sulla vostra natura bigotta, mettetevi alla prova e collezionate tutte le risposte per vincere il premio “PoliBigotto” gentilmente offerto dalla Terna: un caloroso invito alle nostre riunioni da qui fino alla vostra laurea.
I ) Sei una studentessa. Cosa rispondi alla domanda “E tu, quando vorresti fare un figlio?” A. Quando e se me la sentirò, dopo aver trovato un uomo di cui mi fido e una volta sposata con un lavoro stabile. B. Scusami ma la domanda giusta è “Quanti figli vorresti?” e la risposta sarebbe “Quanti più posso sfornarne! Perché sono una macchina procreatrice!” C. Non so nemmeno se posso fare figli, sarebbe meglio non chiedessi cose che non ti riguardano. II ) Sei a casa di un tuo amico che, girando in infradito, urta il mignolo e bestemmia per il dolore. Cosa fai? A. Rido a crepapelle. Il mignolino è sempre infame. B. Rido ma poi inizio a pensare “le bestemmie non hanno senso, se sei ateo non dovresti insultare un Dio in cui non credi, rischiando di urtare le persone che hanno fede” C. Sono credente: trovo alquanto offensiva la mancanza di rispetto nei confronti della mia fede da parte del mio amico. Glielo faccio presente. III ) Lavoro di gruppo. La donna
alpha di turno prende le redini in mano e cerca di organizzare tutto. Cosa pensi? A. Finalmente qualcuno che prende le decisioni per tutti. B. Forse è bene partecipare all’organizzazione, per non far fare tutto a lei. Team work! C. Credo dovrebbe fare un passo indietro, sarebbe meglio organizzare tutti insieme, non mi fido troppo. IV ) Siamo a lezione e alla ragazza di fronte si sporcano i pantaloni di sangue proprio lì: A. Panico: che vergogna se fossi in lei! Non riesco nemmeno a dirle che ha ‘quel’ problema. B. Nella prima pausa che facciamo glielo dico. Se non ha l’assorbente spero di poterla aiutare a trovarne uno. C. Anche con qualche macchia di pomodoro, è comunque un gran fondoschiena. V ) “L’uomo forte al potere è quello che ci vorrebbe in situazioni di crisi come questa” A. Non è che la storia dimostri proprio questa tesi. Questa immagine retrograda di politica quando la
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vogliamo eliminare? B. Secondo me ci vorrebbe una donna al potere: i dati dimostrano che hanno qualità di leadership ben più utili sebbene meno sviluppate. C. Ma che storia vi hanno insegnato? Quando c’era lui i treni partivano in orario!
C. Ricambio il saluto e il prossimo viaggio in treno lo passo a cercare di dimenticare l’insolita cosa che ho visto, che devo ammettere mi ha messo a disagio.
VI ) “I giovani di oggi non sono come noi. Sono sempre più viziati e fanno quello che gli pare” A. Forse un po’ è vero. I miei genitori col cavolo che mi facevano fare tutte quelle cose. B. Ci sono sempre stati i viziati e sempre ci saranno. Se guardiamo alle nuove generazioni come le vecchie a noi, non smetteremo mai di colpevolizzare i giovani per ogni dinamica sociale C. Ma che problemi ci sono se i ragazzi di oggi passano 8 ore al giorno su telefoni e tablet o si fanno comprare sempre e solo vestiti firmati? Prima capiscono come gira, meglio è. VII ) Masturbazione: cosa ne pensi? A. Io personalmente non l’ho mai praticata, ma non giudico chi la fa. B. Più ce n’è, meglio è. Ho imparato cosa mi piace e come mi piace. C. Penso sia una cosa un po’ immorale. Dopo una certa età, poi, è pure da pervertiti. VIII ) In stazione vedi due ragazzi che si scambiano effusioni. Ops. Sono due del tuo scaglione, Marco e Guglielmo, che si accorgono del tuo sguardo e ti salutano. Cosa fai? A. Ricambio il saluto, un po’ in imbarazzo perchè beccato a fissare uno scambio di effusioni. Cerco di rimanere sulle mie per evitare altro imbarazzo. B. Li saluto e penso “ah… l’amour, l’amour! Che gioia”
RISULTATI Domanda I) Se hai risposto B, complimenti, sei sulla strada giusta per esser bigotto! Domanda II) C è la risposta per guadagnare un altro punto per la vittoria bigotta Domanda III) Ucci ucci sento odore di risposta C! Altro punto Domanda IV) Rosso è il color della risposta A… per la cronaca si chiamano M-E-S-T-R-U-A-Z-I-O-N-I Domanda V) Ok, se hai risposto C più che bigotto inizi a spaventarmi Domanda VI) Per la A devi segnar se bigotto vuoi diventar Domanda VII) La tocca piano… parlo della risposta C ovviamente, chi è il pervertito ora? Domanda VIII) Consigliamo a chi ha risposto la C di contattare l’associazione Poliedro per discutere del proprio disagio al meglio
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L’ultimo numero Primavera 2020 “Al Nakba: una storia poco narrata”
n.47 “Quanti assorbenti servono per accendere una lampadina?”
“Il cacciatore di record: lo Streak Eagle”
Lanterna
INIZIATIVA REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DEL POLITECNICO DI MILANO
periodico della lista di rappresentanza la terna sinistrorsa
La fiamma continua ad ardere “Se i corpi sono in quarantena, la mente non lo sarà mai.”
Primavera 2020