Issuu on Google+


Newsletter n. 23 - Febbraio 2012 Voci dal Sud

Turchia 1- Africa-Turkey Partnership Ministerial Review Conference dal nostro corrispondente Giuseppe Mancini “Creare una cintura di stabilità, sicurezza e prosperità attorno alla Turchia”, che aspira a diventare “il centro geopolitico della regione afro-eurasiatica”. E' l'obiettivo fondamentale della politica “degli zero problemi” enunciata e applicata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu: come il capo della diplomazia turca ha ribadito – con convinzione e compiacimento – nel discorso introduttivo dell'Africa-Turkey Partnership Ministerial Review Conference, il 16 dicembre nel palazzo imperiale di Dolmabahçe in riva al Bosforo...

Turchia 2 - Il ruolo delle donne nel cambiamento dal nostro corrispondente Giuseppe Mancini Donne e Islam, un binomio controverso; un nodo cruciale da sciogliere per consentire ai paesi musulmani di entrare in modo completo e definitivo nella modernità. Fatma Şahin, ingegnere e deputato, da qualche mese alla guida del neonato ministero della famiglia e delle politiche sociali, ha pensato di proporre la Turchia come sede di un istituto dedicato all'uguaglianza di genere. Per elaborare in modo condiviso il progetto, ha invitato a Istanbul dal 22 al 24 dicembre rappresentanti ufficiali che si occupano di tematiche sociali – quasi esclusivamente donne, ministri o funzionari – provenienti da tutti i paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oci).

Echos de Tunisie: L’élan émancipateur ne semble pas un vain mot dal nostro corrispondente Abdellatif Taboubi Douze mois après le 14 Janvier 201, l’élan émancipateur ne semble pas un vain mot. Toutes les forces vives du pays, le gouvernement, l'assemblée constituante, syndicats, la société politique et société civile, sont unanimes sur l’ampleur des difficultés que traverse le pays, et mobilisent les efforts et les énergies en matières d’entrepreneuriat et d’investissement pour propulser un "Small Business Act" à la tunisienne.

L'inchiesta

A piccoli passi DevelopMed pubblica la sua inchiesta sui servizi piemontesi per l'internazionalizzazione delle MPMI e il potenziale del Mediterraneo. "Allargare la platea dei potenziali investitori dovrebbe diventare la priorità di chi si occupa del benessere economico e sociale del nostro paese".

Brevi dal Mediterraneo

• Il "dialogo dei 10" • Uae: made in Italy halal


• • • • •

Piano per l’internazionalizzazione delle imprese piemontesi Una Politica di Coesione euromediterranea innovativa Ide in Turchia: + 70.3% in un anno Med: le Ppp come chiave di sviluppo Dario dall'Egitto a cura di Elisa Ferrero

Approfondimenti

Quel potentiel de croissance pour les échanges commerciaux dans le Med? FEMISE. La suppression des barrières douanières ne suffit pas pour développer les échanges commerciaux entre l’Union européenne et ses partenaires du sud de la Méditerranée. D’autres paramètres comme la qualité du système logistique, les barrières non tarifaires, l’innovation, l’ouverture aux investissements étrangers ou encore une bonne gouvernance sont des facteurs à prendre en compte.

Palestra delle Idee

ITW con Adeel Malik e Bassem Awadallah – ITA/ENG a cura di Claudio Tocchi Nel loro recente paper “The Economics of the Arab Spring” (CSAE - Oxford University) gli autori Adeel Malik* e Bassem Awadallah* esplorano le basi economiche della Primavera Araba, individuando nel mancato sviluppo di un forte settore privato una delle cause principali per lo scoppio delle rivolte. Un suo sviluppo, d'altra parte, potrebbe costituire un modo per superare la crisi. Develop.Med li ha intervistati per approfondire alcune questioni

Segnalazioni

• • • • •

01-03-2012 A un anno dalla Primavera araba. La transizione difficile Paralleli e CIPMO, in collaborazione con il Forum per i problemi della Pace e della Guerra, organizzano a Torino un Convegno internazionale. 15-03-2012 Global Lectures Osservatorio Mediterraneo n. 3: al centro la Siria Sentenza storica: Italia condannata per i respingimenti verso la Libia Rapporto sulla Siria della Missione degli Osservatori internazionali della Lega Araba

Agenzia speciale della Camera di Commercio di Milano Paralleli - Istituto Euromediterraneo del Nord-Ovest - www.paralleli.org Responsabile: Marcella Rodino Redazione: Claudio Tocchi Hanno Collaborato: Bassem Awadallah, Adeel Malik,Giuseppe Mancini e Abdellatif Taboubi tel. 011 5229810 - newsletter@paralleli.org


Voci dal Sud

27-02-2012 - Turchia 1- Africa-Turkey Partnership Ministerial Review Conference dal nostro corrispondente Giuseppe Mancini “Creare una cintura di stabilità, sicurezza e prosperità attorno alla Turchia”, che aspira a diventare “il centro geopolitico della regione afro-eurasiatica”. E' l'obiettivo fondamentale della politica “degli zero problemi” enunciata e applicata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu: come il capo della diplomazia turca ha ribadito – con convinzione e compiacimento – nel discorso introduttivo dell'Africa-Turkey Partnership Ministerial Review Conference, il 16 dicembre nel palazzo imperiale di Dolmabahçe in riva al Bosforo... “Creare una cintura di stabilità, sicurezza e prosperità attorno alla Turchia”, che aspira a diventare “il centro geopolitico della regione afro-eurasiatica”. E' l'obiettivo fondamentale della politica “degli zero problemi” enunciata e applicata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu: come il capo della diplomazia turca ha ribadito – con convinzione e compiacimento – nel discorso introduttivo dell'Africa-Turkey Partnership Ministerial Review Conference, il 16 dicembre nel palazzo imperiale di Dolmabahçe in riva al Bosforo; un incontro che è servito a ministri degli esteri, ambasciatori e rappresentanti delle organizzazioni regionali africane – insieme ai funzionari turchi – per fare il punto sui legami istituzionali – i meccanismi di followup – avviati con il Turkey-African Cooperation Summit di Istanbul del 2008. Questo summit con la partecipazione dei vertici politici, che verrà riproposto con cadenza quinquennale (il prossimo si terrà nel 2013 in uno stato africano), è il perno di una vera e propria “strategia africana” della Turchia, di cui è utile richiamare le tappe evolutive per illustrarne gli elementi essenziali; una strategia che, come ha evidenziato Davutoğlu, fa parte di un progetto politico di più vasto respiro nell'ambito del quale la Turchia cerca di eliminare il contenzioso coi paesi vicini, di mediare nei conflitti regionali, di esercitare una capillare influenza geopolitica e geoeconomica, di spronare alla creazione di aree di cooperazione politica ed economica. Perché solo creando la “cintura di stabilità, sicurezza e prosperità” auspicata dal professore di relazioni internazionali prestato alla politica – un po' come Henry Kissinger – la Turchia potrà continuare quella fragorosa crescita economica – 8% anche nel 2011 – che la sta rendendo più ricca, moderna e globalizzata. L'interesse della Turchia per l'Africa si è ufficialmente tradotto in iniziativa politica già nel 2005, con l'Anno dell'Africa in Turchia: a cui hanno fatto seguito il Summit di cooperazione nel 2008 e un vastissimo tour diplomatico del presidente Gül (ma altrettanto numerose erano state in precedenza le visite del premier Erdoğan) nel triennio 2009-2011. In più, nel 2010 si è tenuto a Istanbul il primo Turkey-African Cooperation Senior Officials Meeting, che è servito per adottare il Turkey-African Partnership Implementation Plan, 2010-2014; e la Turchia, nel 2011, ha ospitato la quarta conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati, per la maggior parte africani: ha concesso un pacchetto decennale di aiuti che ammonta a tre miliardi di dollari (con l'aggiunta di mille borse di studio), si è proposta come “la voce dell'Africa” in tutti i consessi internazionali di cui fa parte – a partire dal G20 di cui è membro fondatore. Come ha affermato a maggio del 2011 lo stesso presidente Gül in un discorso pubblico, l'approccio della Turchia verso l'Africa “non è economicamente e finanziariamente motivato. Al contrario, perseguiamo una strategia integrata per contribuire alla crescita e allo sviluppo dell'Africa”: come dimostrano le iniziative in molti paesi – sotto la guida della Tika (Agenzia turca per lo sviluppo e la cooperazione) – per migliorare le rese agricole e l'accesso ai servizi sanitari, alla formazione primaria e all'acqua potabile; o la visita di Erdoğan e di molti membri del governo quest'estate in Somalia, dove le ong turche sono particolarmente attive in progetti d'emergenza e a lungo termine. Nel suo intervento inaugurale della Ministerial Review Conference, il capo della diplomazia turca ha offerto i dettagli numerici di questa e di altre dimensioni della cooperazione turcoafricana. Sono stati avviati o già realizzati 113 progetti di assistenza allo sviluppo e 37 campagne d'aiuti umanitari, sono state attivate 30 scuole superiori turche in Africa e concesse 2500 borse di studio a studenti africani nelle università in Turchia; l'interscambio ha raggiunto i 17 miliardi di dollari nel 2011, + 20% rispetto al 2010; la compagnia di bandiera THY ha ormai 17 destinazioni africane e presto ne aggiungerà altre; nello spazio di tre anni le


ambasciate turche nei paesi africani sono passate da 12 a 33, quelle dei paesi africani in Turchia da 14 a 25; e sempre negli ultimi tre anni i vertici politici turchi hanno compiuto 37 visite in Africa, ricevendone a loro volta 76. Numeri eloquenti che evidenziano non solo un incremento quantitativo ma anche un salto qualitativo nei rapporti tra Turchia e Africa. Per il ministro degli esteri di Ankara, che in maniera non troppo velata ha chiesto i voti per l'elezione come membro a rotazione del Consiglio di sicurezza dell'Onu per il biennio 2015-2016, “la Turchia e l'Africa condividono una visione e un approccio simili per il futuro. Noi consideriamo l'Unione africana come uno degli attori internazionali principali nel XXI secolo e desideriamo vedere una più forte influenza africana negli affari mondiali.” Insomma, la Turchia punta decisamente sull'Africa: anche perché “ospita sei tra le dieci economie a più alto tasso di crescita e si stima che nei prossimi 40 anni il suo Pil crescerà nel modo più veloce al mondo, grazie alla sua popolazione dinamica e alle sue risorse naturali”. L'apprezzamento degli stati africani per la strategia turca e per i risultati eccellenti e incoraggianti della partnership turcoafricana sono stati esplicitati nella dichiarazione finale; mentre gli uomini d'affari – 600 turchi e 350 africani – hanno potuto incrementare l'interscambio in tempo reale, nell'ambito del “ponte commerciale” Turchia-Africa organizzato in parallelo e in simbiosi con la Ministerial Review Conference – sempre a Istanbul – dall'associazione imprenditoriale Tuskon. 26-02-2012 - Turchia 2-Il ruolo delle donne nel cambiamento dal nostro corrispondente Giuseppe Mancini Donne e Islam, un binomio controverso; un nodo cruciale da sciogliere per consentire ai paesi musulmani di entrare in modo completo e definitivo nella modernità. Fatma Şahin, ingegnere e deputato, da qualche mese alla guida del neonato ministero della famiglia e delle politiche sociali, ha pensato di proporre la Turchia come sede di un istituto dedicato all'uguaglianza di genere. Per elaborare in modo condiviso il progetto, ha invitato a Istanbul dal 22 al 24 dicembre rappresentanti ufficiali che si occupano di tematiche sociali – quasi esclusivamente donne, ministri o funzionari – provenienti da tutti i paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oci). Fatma Şahin, ingegnere e deputato, da qualche mese alla guida del neonato ministero della famiglia e delle politiche sociali (l'unica donna del governo guidato da Recep Tayyip Erdoğan), ha pensato di proporre la Turchia – che pure ha clamorosi problemi di violenza e di disuguaglianza da superare – come modello per una soluzione possibile e come sede di un istituto dedicato all'uguaglianza di genere. Per elaborare in modo condiviso il progetto, ha invitato a Istanbul dal 22 al 24 dicembre rappresentanti ufficiali che si occupano di tematiche sociali – quasi esclusivamente donne, ministri o funzionari – provenienti da tutti i paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oci). In un centralissimo e prestigioso albergo della sponda europea, la conferenza “Il cambiamento nelle società musulmane e il ruolo delle donne” ha consentito un fitto e inedito dialogo in cui sono stati coinvolti personaggi politici di primo piano, oltre a docenti universitari e membri di organizzazioni non governative – nel corso di sessioni plenarie, tavole rotonde e workshop. Erdoğan ha in effetti rubato la scena. E' stato accolto come una rockstar da una platea dominata da donne di ogni età, l'iPhone in mano per immortalare l'evento; è stato quasi assalito – insieme alla moglie Emine – per una foto-ricordo privilegiata dopo il suo discorso: poi attorniato da chi voleva fargli da vicino gli auguri di pronta guarigione dopo una delicata operazione. Ha parlato a braccio, ha parlato come suo solito in modo coinvolgente e a tratti commovente. Ha salutato le donne della “primavera araba”, le donne Afghanistan, Siria e Iraq, le donne di Palestina e di Gaza, le donne musulmane di tutto il mondo; ha ricordato sua madre da poco scomparsa. Ha sostenuto – questo il succo del suo intervento, prima di prendersela lungamente con Sarkozy e con la legge francese sul genocidio armeno approvata il giorno prima – che “i più importanti cambiamenti sono stati guidati dalle donne: più le donne sono cambiate, più le società sono cambiate; le società dove le donne vengono discriminate sono rimaste indietro, le società che non danno valore alle loro madri, mogli e figlie non sono in grado di raggiungere la pace e la felicità; le nazioni in cui le donne sono private dei diritti e in cui gli uomini abusano le donne non sono in grado di diventare moderne e civilizzate.” Prima del premier si erano alternati sul podio il segretario generale dell'Oci – anch'egli turco – Ekmeleddin Ihsanoğlu e il ministro Şahin. Ihsanoğlu ha ricordato il ruolo essenziale delle


donne nella primavera araba e – anticipando Erdoğan – ha sottolineato l'importanza della partecipazione femminile nei processi politici ed economici per consentire agli stati a maggioranza musulmana di raggiungere livelli apprezzabili di sviluppo e progresso; ha rivendicato l'importanza dei recentemente istituiti Dipartimento della famiglia (in seno al Segretariato generale) e Commissione indipendente e permanente per i diritti umani dell'organizzazione – su 18 membri, 4 sono donne – per superare in modo risolutivo il deficit di diritti anche essenziali per le donne e per estirpare le forme di brutale violenza ancora diffuse. Fatma Şahin ha parlato da donna che ha avuto responsabilità direttive nel suo lavoro e che ne ha adesso nel suo ruolo politico: ha orgogliosamente affermato che le donne vogliono uguaglianza e pienezza di diritti, non carità, gentilezza e sostegno; ha enfatizzato l'importanza determinante dell'istruzione per dare potere di emancipazione alle donne, ha espresso la speranza che la Turchia entro il 2023 – nel centenario della repubblica di Atatürk, data scelta dal governo dell'Akp come misura delle proprie ambizioni trasformative – sarà più libera e democratica, soprattutto in grado di offrire un modello di pieno successo agli altri paesi musulmani. Più tardi, nel corso di una tavola rotonda che ha dato ai delegati l'opportunità di presentare le proprie esperienze nazionali, ha ampliato le sue riflessioni incitando le donne “a essere pioniere e guida del cambiamento nei rispettivi paesi” e gli uomini – con una battuta, ma fino a un certo punto – a mutare radicalmente il proprio modo di percepire le donne: il vero discrimine tra una società rigidamente patriarcale e una società ugualitaria. Nel corso della tavola rotonda ognuno ha rivendicato i propri successi, ma non sono state taciute le difficoltà enormi nel dare concretezza ai diritti ottenuti sulla carta: si è parlato lungamente dei meccanismi introdotti – anche quote e incentivi finanziari – per rafforzare la partecipazione delle donne in politica, con risultati non sempre incoraggianti. Al di là delle discussioni – forse troppo teoriche e accademiche – delle sessioni plenarie e della volontà unanimemente manifestata di cooperare e confrontarsi in modo costante, ad emergere con maggior forza nella giornata conclusiva e nella dichiarazione finale è stata la proposta turca di creare a Istanbul un Istituto regionale per l'uguaglianza di genere (o Centro regionale di conoscenza e informazione): che dovrà avere come compito l'acquisizione e la diffusione di dati sulla partecipazione delle donne ai processi politici ed economici; la realizzazione di progetti per migliorare il dialogo tra i governi e la società civile, di programmi di ricerca e di formazione per le donne; di misurare i progressi ottenuti dalle donne verso l'uguaglianza. Si aspettano novità già nei prossimi mesi.

28-02-2012 - Tunisia. L’élan émancipateur ne semble pas un vain mot dal nostro corrispondente Abdellatif Taboubi Douze mois après le 14 Janvier 201, l’élan émancipateur ne semble pas un vain mot. Toutes les forces vives du pays, le gouvernement, l'assemblée constituante, syndicats, la société politique et société civile, sont unanimes sur l’ampleur des difficultés que traverse le pays, et mobilisent les efforts et les énergies en matières d’entrepreneuriat et d’investissement pour propulser un "Small Business Act" à la tunisienne. Comme la liberté est un acquis qui est besoin d’être préservé, la Tunisie nouvelle, vit au rythme d'une lutte et polémiques, souvent pacifiques entre progressistes qui cherchent à redonner à l’individu son plein droit : ses libertés, et les conservateurs qui tentent à instaurer un modèle social et moral, pour l’intérêt collectif, disent-ils. En Tunisie, dans les places publiques et entre l'enceinte de l'assemblée constituante, nous redécouvrons ces concepts, nous redécouvrons l’élan citoyen émancipateur mais aussi protestateur. Conjoncture difficile oblige. Douze mois après le 14 Janvier 2011, dans les villes comme dans les campagnes du pays, le paysage de jeune transition démocratique tunisienne, est marquée par un mal-être social et une multiplication sans précédente des grèves illégales et légales et autres sit-in. Mais où est donc passé ce remarquable souffle révolutionnaire, celui du rendre possible l’impossible, et d'affranchir tous les obstacles dans un élan commun? Cela s’expliquerait en partie, par l'envergure des frustrations, accumulées des décennies durant, par un développement à plusieurs vitesses. Le corps social n’en finit pas de s'agiter dans les contradictions héritées du système. Le nombre de chômeurs touchant 800 mille


personnes, en grande partie de jeunes diplômés, et est éloquent à plus d'un titre. Le système où l’accès des citoyens aux opportunités génératrices de richesses, par l’emploi, d’une part et la répartition des richesses créées entre les citoyens, via les dispositives budgétaires et les mécanismes de solidarité et d’accompagnement sociales d’autre part, ont été marginalisés par des inégalités aggravées, comme en témoigne le freins du développement régional, notamment dans les régions de l’intérieure du pays dites ‘la Tunisie profonde’. L’élan émancipateur ne semble pas un vain mot, il ne demande qu’à être réactivé. La Tunisie ne recèle-t-elle pas suffisamment de ressources en elle-même ? Il est vrai que dans l’imaginaire collectif, les uns se voient comme un « futur Dubaï » quand d’autres s’imaginent une « nouvelle Suisse ». Pour lors, un plan d'austérité, sorte de mesures de rigueur économiquement partagées, et supportées et par l' État et par la société, et pareil à celle qui prévalait dans les premières années d’indépendance, constituera une volonté qui réaffirmera la lutte contre la précarité et les inégalités. L'économie tunisienne s’inscrire délibérément dans l’avenir Les résultats du quatrième trimestre de l’année 2011, dont les chiffres ne sont pas encore complètement publiés, n’augurent rien de relance souhaitée. Conjugués à un environnement économique mondial fortement dégradé, notamment en Europe, le partenaire historique de la Tunisie, les performances du système de développement tunisien, sont en recul et le déficit budgétaire est en hausse de 3 à 5% , engendré par une productivité dégradée et des investissements directs étrangers en chute. Dans le secteur clé de l’économie tunisienne, à savoir le toursime, la Fédération tunisienne des Agences de voyage et de tourisme (FTAV), déplore une situation précaire au gré des soubresauts géopolitiques qui secouent la région. Le gouvernement, l'assemblée constituante, syndicats, la société politique et société civile, sont unanime quant à l’ampleur de ce risque et ont mobilisé les efforts et les énergies en matières d’entrepreneuriat et d’investissement pour propulser un «Small Business Act» à la tunisienne, soutenue par un nouvel code d’incitation aux investissements efficace et socialement équitable. Le credo est d'inscrire l’économie tunisienne dans l'avenir. Les démarches du gouvernement auprès de G8 qui consistent à négocier un cadre de travail dans le contexte de partenariat de Deauville qui implique non seulement les pays du G8, mais aussi les institutions de financement multilatéraux (BM, Fmi, Bad, Berd...) et tous les pays qui prétendront s’associer à ce partenariat, a pallié à un accord direct avec les pays du G20, dont certains pays demeurent réticents vis à vis le modèle tunisien nouvel. Le G8 a concerté, la fédération des objectifs et les modalités d’action des différents partenaires internationaux en Tunisie (BM, Bei, Bad, Afd) qui ont annoncé leur disposition à monter en puissance dans leur soutien à l’économie tunisienne (une aide au financement de la balance des paiements a été accordée par l’Afd. la Berd a admis la Tunisie comme Etat membre et comme État susceptible de bénéficier de ses financements). D’un autre côté, Christine Lagarde, directrice du Fmi, a tenu à commencer sa tournée du Moyen-Orient par la Tunisie, le 2 février 2012. Elle a déclaré «La dernière fois que j’étais venue, ce fut en tant que ministre des Finances. Depuis les choses ont changé pour vous et moi puisque c’est ma première visite en tant que directrice du Fmi et quand je vois ce qu’a fait la Tunisie avec la révolution de Jasmin et l’effet domino qu’il y a eu pour les autres pays arabes, j’ai envie de vous citer Khalil Gibran: ‘‘Fiez-vous à vos rêves, car en eux est cachée la porte de l’éternité". En effet, fini le temps où la Tunisie était le bon élève du Fonds monétaire internationale (Fmi) pour des performances remarquables de croissance générées et où Dominique Strauss-Kahn, prédécesseur de Mme Lagarde à la tête de cette institution financière internationale, chantonnait, lors de sa visite en 2008, «tout va très bien Madame La Marquise», comme a commenté un journal électronique de la place.


L'Inchiesta

28-02-2012 - L'inchiesta. A piccoli passi DevelopMed pubblica la sua inchiesta sui servizi piemontesi per l'internazionalizzazione delle MPMI e il potenziale del Mediterraneo. "Allargare la platea dei potenziali investitori dovrebbe diventare la priorità di chi si occupa del benessere economico e sociale del nostro paese". A cura di Claudio Tocchi L'ingegner Berkol è un uomo corpulento dai modi gentili e dalla risata facile. Nella sua parlata si individua facilmente un marcato accento straniero, contraddetto però dalla cura con cui sceglie le parole: “dobbiamo impegnarci per far crescere le nostre imprese, per risollevare questa nostra Italia”. Quel “noi”, ripetuto varie volte, si riferisce, oltre alla sua, a tutte le micro, piccole e medie aziende italiane, e sottolinea la consapevolezza delle loro enormi potenzialità, così come delle debolezze che l'intero comparto sta attraversando. Quando discute delle misure per favorire la crescita dell'economia, Berkol, presidente e CEO della Blue Engeneering, sa bene di che cosa parla: l'azienda, con sede a Torino, è a capo del Blue Group, ha sedi in mezza Italia, Francia e, da poco, investimenti in Turchia. È una delle quasi 23.000 imprese italiane con partecipazione di varia natura all'estero, più di 2000 solo in Piemonte.1 A Bursa, il più grande distretto industriale del Medio Oriente, la Blue Engeneering ha cominciato ad operare nel 2009 per assicurarsi un'importante commessa nel settore ferroviario. “Ormai le aziende non si spostano più solo per inseguire processi produttivi meno dispendiosi”. Giovanni Pischedda, responsabile del settore estero dell'area sviluppo e promozione della Camera di Commercio di Torino, spiega così un importante cambiamento avvenuto di recente nelle dinamiche imprenditoriali globali. L'era della delocalizzazione, una delle parole d'ordine del business degli ultimi due decenni, pare tramontata. “Oggigiorno le aziende si spostano principalmente per due motivi: per seguire un partner più grosso come subcontractor, o per mettere piede in nuovi mercati”. In entrambi i casi, i processi di internazionalizzazione rispondono a logiche più articolate e complesse del mero risparmio produttivo (che andava, spesso, a scapito della qualità). L'internazionalizzazione, quindi, come sottolineano vari studi recenti,2 è fortemente legata all'esportazione. Soprattutto per i nostri competitors europei: “uno dei motivi che hanno consentito alla Germania di diventare il terzo, il secondo o il primo (a seconda dei comparti) Paese esportatore al mondo è stata la capacità di espandersi in termini di esportazione e internazionalizzazione nei mercati dell’Est Europa”, ha illustrato Giancarlo Gianna, presidente di SIMEST (Società Italiana per le Imprese all'Estero, azienda controllata al 76% dal Ministero per lo Sviluppo Economico e che si occupa di promuovere lo sviluppo delle aziende italiane all'estero), durante un convegno organizzato da PROMOS, a Milano, lo scorso dicembre. L'incontro sanciva la nascita del Centro Euro-mediterraneo di Sviluppo per le Micro, Piccole e Medie Imprese con la firma dei primi memorandum d'intesa da parte di alcuni partner della sponda sud. Il centro è promosso dalla Camera di Commercio di Milano – Promos, sotto l’egida del Governo italiano, con il sostegno della Commissione Europea e della BEI e in raccordo con il Segretariato di Barcellona dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), e punta proprio a sostenere le imprese italiane nel processo di internazionalizzazione nell'area del Mare Nostrum. Ciò che l'Est Europa è stato per la Germania, passata in poco più di vent'anni da paese in difficoltà a essere la locomotiva industriale del continente, conclude Gianna, potrebbe diventarlo il Mediterraneo per il Belpaese. “Noi dobbiamo ragionare, perché è interesse comune dell’Italia e di tutti i paesi della sponda Sud del Mediterraneo, su di un rapporto di interscambio forte sotto questo profilo”.

1 Dati ICE riferite al 2009. http://actea.ice.it/ide.aspx 2 Fra gli altri, citiamo lo studio realizzato dalla Deutsche Bank nel 2010, Exports versus FDI revisited, e quello di Santi e Wisit Chaisrisawatsuk dell'università di Bangkok nel 2007, Imports, Exports and Foreign Direct

Investments, Interactions and their Effects


PMI e Mediterraneo L'Italia e il Sud del Mediterraneo (la cosiddetta area MENA – Middle East and North Africa), infatti, hanno già ora strettissimi rapporti economici. Il nostro paese è il primo in Europa per interscambio commerciale totale (la somma di import ed export) con questa regione (tale valore è raddoppiato negli ultimi dieci anni, passando da 32 mld. di euro del 2001 a 63 mld nel 2010, con prospettive di crescita a 83 mld entro il 20133), anche se cede il passo ai suoi competitors europei a livello di investimenti diretti esteri e di esportazioni manifatturiere. A fare la parte del leone nell'interscambio commerciale sono, infatti, gli approvvigionamenti energetici (43% del totale nel 2010, 27,4 mld di euro), al netto dei quali l'Italia è solo terza (dietro Germania e Francia) per quantità di beni e servizi commerciati.4 A stupire però è soprattutto il basso livello di investimenti diretti esteri e di internazionalizzazione da parte delle imprese italiane nella regione, in particolare in considerazione del fatto che il tipo di struttura produttiva italiana, basata fondamentalmente su piccole e medie imprese, potrebbe adattarsi a meraviglia ai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Da cosa dipende questo gap fra alto livello di interscambio e bassa quantità di investimenti? E, soprattutto, quali sono le strade che gli attori in campo hanno intrapreso o stanno progettando di intraprendere per colmare tale divario? La domanda si pone con particolare insistenza alla luce degli eventi che hanno scosso – e stanno scuotendo – l'intera regione: nei prossimi mesi molti dei paesi dell'area dovranno decidere che tipo di modello economico-industriale sviluppare e, soprattutto, con che paesi avviare rapporti economici più stretti. Un'occasione imperdibile per le imprese italiane e piemontesi, che proprio per la loro struttura “snella” potrebbero essere avvantaggiate nella competizione con imprese di altri stati europei. “Chi si concentra solo sulle commesse dei gruppi più grossi, infatti, rischia di rimanere fermo lì”, osserva Hamdi Osman, Presidente e CEO della Solitaire Intl, azienda che offre servizi di consulenza economica in tutta la regione MENA. “Chi promuove le piccole imprese, invece, raggiunge spesso risultati più diffusi”. Secondo Osman, ciò che manca alle nostre aziende per ottenere risultati soddisfacenti è riassumibile in due condizioni fondamentali: “La prima è più audacia. Ad alti rischi corrispondono grosse opportunità”. Attendere che la situazione si stabilizzi, quindi, potrebbe essere controproducente, perché si rischia di andare a competere, poi, con attori radicati da più tempo e che hanno avuto il “merito” di investire nel paese in questione in un momento più difficile, e non a giochi fatti. La seconda parola d'ordine, invece, “è maggiore aggressività nel branding del marchio-Italia. I prodotti italiani sono famosi negli USA e in Europa, meno nel caso dei paesi arabi”. Per fare questo, conclude Osman, occorre uno sforzo delle istituzioni, in grado di porsi come capofila solidi e credibili di migliaia di piccole aziende. Il Piano della Regione Scendendo dal livello nazionale a quello regionale, i dati mostrano che i paesi MENA hanno assorbito, nel 2010, il 5,4% delle esportazioni piemontesi (circa 1,86 mld di euro), quasi lo stesso valore (5,5%) dell'Asia Orientale (che comprende la Cina ma non il Giappone).5 Si tratta di numeri importanti, ma anche in questo caso si notano forti scompensi fra esportazioni e livello di penetrazione delle aziende italiane nei paesi in questione: nel 2009 si contavano 70 imprese a capitale italiano nell'area MENA (55 in Nord Africa e 15 in Medio Oriente) contro le 179 in Asia Orientale (comprendendo, in questa statistica, il Giappone) e le quasi 250 dell'America Centrale e Meridionale. Anche l'analisi delle serie storiche mostra i limiti dell'economia regionale piemontese: negli anni 2003-2009, le aziende a capitale piemontese nell'area MENA sono passate da 61 a 70 (+14%). Nello stesso periodo, la regione Lombardia ha incrementato la sua presenza nella stessa regione del 32% (passando da 170 a 223 imprese).6

3 Dati del Rapporto Annuale 2011 sulle relazioni economiche tra l’Italia e il Mediterraneo prodotto da SRM – Intesa San Paolo 4 Dati ISTAT 5 Dati ISTAT 6 Dati ICE (http://actea.ice.it)


Il livello regionale è una delle dimensioni fondamentali per capire e promuovere l'internazionalizzazione: se, infatti, è pur vero che l'internazionalizzazione è l'apertura verso un mercato globale caratterizzato da enormi differenze culturali e grandi distanze, i primi passi vengono sempre e comunque gestiti a livello locale. Soprattutto nel caso di MPMI, il sostegno delle istituzioni e delle associazioni di categoria nel processo di internazionalizzazione è fondamentale. Informazioni, contatti, marketing: tutti fattori indispensabili per avviare un processo di investimento all'estero e che avrebbero costi proibitivi per le singole aziende che dovessero partire da zero. Le imprese piemontesi – e torinesi in particolare – hanno in questo senso un forte aiuto da parte di associazioni di categoria, enti camerali e istituzioni locali. Il mondo politico, soprattutto a livello locale, si sta muovendo con decisione in questa direzione. È di questi giorni la notizia della presentazione del Piano per l'Internazionalizzazione delle Imprese Piemontesi a opera della Regione Piemonte e di Unioncamere. Il progetto prevede un investimento iniziale, nell'arco dei prossimi tre anni, di 20 milioni di euro, equamente suddivisi fra i due partner, e un piano d'intervento su cinque filoni principali: multivoucher (contributo o fondo di garanzia per l'acquisto di beni e servizi), progetti integrati di filiera, progetti integrati di mercato, progetti che coinvolgono singole imprese e ijv (International Joint Venture, NdR) parternship (conclusione di equity partnership e di equity joint venture tra imprese piemontesi e di altre regioni o paesi). I vari tipi di intervento saranno soggetti a concertazione sostanziale e le linee guida dei vari programmi di sostegno alle aziende saranno decise di volta in volta dai soggetti coinvolti. Le prime misure verranno comunicate nelle prossime settimane. Oltre agli investimenti nel settore industriale, un occhio di riguardo verrà dato anche allo sviluppo dell'internazionalizzazione dei servizi, in particolare del turismo. I servizi alle aziende Anche il lavoro di enti camerali e associazioni di categoria è molto attivo nel sostegno alle aziende. La CNA, la Camera di Commercio (soprattutto attraverso il CEIP, il Centro Estero per l'Internazionalizzazione) e l'ormai ex ICE forniscono informazioni sui paesi obiettivo e contatti con istituzioni, partner e professionisti, oltre a veri e propri servizi di accompagnamento in loco e studi di settore o marketing specifici per le singole aziende. Servizi che vengono considerati molto positivamente dagli imprenditori intervistati, soprattutto quelli che forniscono loro occasioni di incontro e contatti. “Per poter avviare un processo di investimento all'estero o anche solo per entrare in un mercato straniero come esportatore, infatti, i contatti sono tutto”, dice Andrea Verri, a.d. della DGC s.r.l., esportatore di caffé con base a Borgo Sesia, Vercelli. “Il ruolo dell'ICE come agevolatore, seppur non indispensabile, si è rivelato molto utile”, conferma anche Franco Angelo Fogliati della Selcorfood, azienda alimentare torinese con una filiale in Marocco. La partecipazione alle fiere o agli incontri collettivi, poi, è altrettanto efficace, soprattutto perché è difficile presentarsi ai partner come degli illustri “signor nessuno”. “Noi siamo arrivati in Turchia grazie all'esperienza di from concept to car, (un progetto promosso dalla Camera di Commercio di Torino e dal CEIP, volto a formare un cluster creativo e produttivo per l'internazionalizzazione delle aziende del settore automotive) presentati dalla Camera di Commercio torinese. Anche se quella esperienza non ci ha portato direttamente nessun contratto, è servita a farci conoscere dai possibili partner”, aggiunge Berkol. Certo, la scelta dei partner non è esente da rischi. Lo conferma Sonia Baldassarre, Business Promoter nel Desk Estero del CEIP: “E’ vero, ci sono capitati problemi con le aziende partner. Soprattutto casi di insoluto in Marocco, e di mancato rispetto dei diritti di proprietà intellettuale in Turchia. Ma non in misura superiore ad altre parti del mondo”. Il servizio di informazione e collegamento potrebbe essere però ulteriormente implementato. È questa l'opinione di Giorgio Gianni, architetto torinese con in ballo alcuni progetti edilizi in Marocco. “Le informazioni e i contatti fornitici dalla Camera di Commercio sono stati utili, senza dubbio. D'altra parte, si potrebbero creare canali più stabili con i vari ordini professionali, italiani e stranieri. Non parlo di liste o nominativi dei vari professionisti attivi in ogni stato, quanto piuttosto di reti stabili in grado di dare informazioni sulle normative, le abilitazioni professionali e, perché no, sui bandi di gara aperti che escono regolarmente. Sarebbe un servizio davvero ottimo”. Aldilà delle possibili migliorie da apportare ai servizi informativi, il livello attuale dei vari istituti che lavorano per l'internazionalizzazione è in molti casi medio-alto. In considerazione degli


intensi scambi commerciali già presenti, quindi, stupisce il basso livello degli investimenti diretti esteri. Se è vero che “generalmente gli imprenditori italiani investono poco all'estero”, come ricorda Sonia Baldassarre del CEIP, l'area mediterranea risulta comunque sottovalutata rispetto ad altre parti del mondo. Fra i vari possibili motivi, tutte le aziende ne sottolineano uno in particolare: le enormi difficoltà nell'accesso al credito. Meno gravi per chi non ha bisogno di grossi capitali iniziali (per esempio per l'apertura di uno studio o di un ufficio professionale), più significative per chi investe in impianti produttivi. Che sia soprattutto il credito locale a dare difficoltà lo confermano sia le aziende che le istituzioni. A dar voce a tali problemi è Barbara Chiavarino che, nel suo ruolo di business development manager della CNA torinese, ha a che fare perlopiù con aziende artigiane micro e piccole: “E’ difficilissimo trovare forme di finanziamento nei paesi MENA. Gli istituti di credito in loco hanno tassi eccessivi e affidarsi al micro-credito è complesso, soprattutto per un'istituzione, perché non si sa in che mani si finisce”. Se è vero che, in parte, il problema del credito è generale e strettamente connesso con l'attuale situazione finanziaria globale, un maggior coordinamento fra istituzioni e istituti di credito può giovare all'attività delle aziende. Iniziative come quella del Mediterranean Partnership Fund (il “Fondo per la Partnership Mediterranea”), promosso su forte pressione dell'Italia e della PROMOS milanese, vogliono affrontare il problema dalla giusta prospettiva: creare uno strumento finanziario ad hoc per la regione che non si concentri sul finanziamento degli stati e dei governi, ma studiato direttamente per le singole imprese, in special modo quelle piccole e medie. I protocolli d'intesa per la creazione del fondo sono stati firmati lo scorso settembre da Massimo d'Aiuto (amministratore delegato di Simest), da Guido Rosa (vicepresidente dell'Abi) e da H. Fattouh (Segretario generale dell'Unione banche arabe), e il fondo dovrebbe diventare operativo nei prossimi mesi. La dimensione culturale Se i problemi finanziari sono in un certo senso strutturali, dipendenti cioè da complesse dinamiche internazionali e dal sistema creditizio dei paesi MENA, un altro fattore, denunciano le istituzioni, è interno al sistema industriale nazionale e alle sue relazioni con i paesi del sud del Mediterraneo, e ne investe la dimensione culturale. Sotto un duplice aspetto: da una parte, infatti, i paesi MENA non godono di un'ottima fama fra gli imprenditori europei, e gli italiani non fanno eccezione. Il fenomeno è in parte legato all'immaginario collettivo, per cui questi paesi non sarebbero appetibili per gli affari. Anche nel business, a volte, si seguono le mode. “Veniamo regolarmente contattati da imprenditori che ci chiedono informazioni per internazionalizzare in Cina o India, paesi sulla cresta dell'onda in cui tutti investono. Magari senza che questo corrisponda al profilo specifico dell'azienda in questione”, racconta Chiara Farri dello SPRINT Piemonte, lo sportello regionale per l'Internazionalizzazione delle Imprese, che si occupa di mettere in relazione le istituzioni (ICE, Finpiemonte, Unioncamere) e gli istituti di credito (SIMEST) e assicurativi (SACE) con le aziende. Anche l'immigrazione gioca un ruolo nella costruzione dell'immagine di un paese, veicolandone spesso una falsa o datata. “Imprenditori che hanno una certa immagine del Marocco come di un paese arretrato rimangono sorpresi nel constatarne la modernità e la professionalità in alcuni settori. A volte gli stessi imprenditori non sono attrezzati a riconoscerla, o ad affrontarla”, sottolinea Baldassarre del CEIP. Altre volte, invece, la conoscenza diretta di immigrati, magari assunti in un'azienda, può servire a mitigare gli stereotipi e instillare interesse nell'imprenditore, in particolare in aziende piccole o artigianali. Per favorire la conoscenza dei paesi in questione, ci sono i workshop, le serate paese, gli incontri o le sempre utilissime fiere. E sono in molti, sia fra gli interlocutori istituzionali sia fra quelli economici, a riconoscerne l'utilità per superare stereotipi e pregiudizi negativi. Il primo passo La scelta del paese giusto per dare l'avvio all'internazionalizzazione, quindi, è un processo difficile e costoso. Occorre ottenere informazioni sul paese più indicato, superare alcuni scogli culturali e linguistici per relazionarsi coi partner, avere contatti con le persone giuste. Spesso, però, il problema principale sta a monte, e l'ostacolo più grosso è fare il primo passo. Organizzare serate paese può servire solo a patto che gli imprenditori vi partecipino – e questo vale, di fatto, per tutti gli altri tipi di servizi forniti dai vari operatori istituzionali e dalle


associazioni di categoria. “L'imprenditore che viene a propormi qualcosa, o a informarsi sul processo di internazionalizzazione, infatti, è qualcuno che già ha un interesse a internazionalizzare”, spiega Barbara Chiavarino, CNA Torino. La difficoltà è attirare tutti gli altri. Sono in molti a non superare una logica produttiva locale o nazionale. Allargare la platea dei potenziali investitori dovrebbe diventare la priorità di chi si occupa del benessere economico e sociale del nostro paese, come ha rilevato Bruno Ermolli, presidente di PROMOS, durante il convegno che sanciva la nascita del Centro Euromediterraneo per le MPMI e commentandone i risvolti politico-sociali: “Se raddoppiassimo il numero di aziende che internazionalizzano, avremmo un successo e tutta un’altra realtà rispetto a quella attuale, perché dove c’è sviluppo economico c’è anche sviluppo sociale”. Crescita degli investimenti all'estero, quindi, equivale a crescita dei posti di lavoro e della ricchezza in entrambi i paesi coinvolti, secondo Ermolli. Strategie d'azione Come realizzare questo allargamento, però, è difficile da teorizzare. In altri paesi europei, i vari ministeri o agenzie per lo sviluppo economico stanno sperimentando da tempo tecniche più “aggressive” per allargare lo spettro delle aziende attive all'estero. A Malta, per esempio, si è cercato di andare incontro alle imprese. Meno burocrazia, servizi più mirati e tarati sulle singole aziende e, soprattutto, la volontà di abbandonare le scrivanie per un po' di lavoro sul campo: per ottenere buoni risultati, sottolinea Marco Abela, a capo dell'ufficio per lo sviluppo della Malta Enterprise Corporation, occorre “sporcarsi le mani”. Una soluzione pensabile (almeno in teoria) in realtà più piccole, ben più difficile su scala nazionale, ma che le associazioni di categoria, ben radicate sul territorio e con conoscenza diretta delle esigenze dei loro associati, potrebbero tentare di applicare ai loro distretti. L'offerta di pacchetti di servizi (allestimento del sito internet secondo standard internazionali, gestione della segreteria multilingue, traduzione dei contratti, partecipazioni collettive alle fiere, ecc.) già pronti all'uso potrebbe essere un modo per abbattere i costi e aumentare l'esposizione internazionale delle micro e piccole aziende senza un eccessivo dispendio di energie o di capitale umano. “Una proposta del genere farebbe la gioia di migliaia di artigiani e piccole aziende, della mia di sicuro”, conferma l’imprenditore vercellese Verri, che riflette da tempo sull'idea di creare questi “pacchetti”. Il vantaggio è che, se realizzati dalle istituzioni, tali pacchetti supererebbero una delle difficoltà maggiori del modello industriale italiano: la cronica incapacità di fare sistema. “Negli altri paesi, casi di reti di aziende che formino una massa critica competitiva sui mercati, sono molti diffusi - sostiene Berkol, presidente e CEO della Blue Engeneering. Penso alla Finlandia, ma non solo. In Italia, invece, esperienze come quelle dei technopark (distretti che raggruppano diversi spazi di ricerca con un chiaro interesse per il business, NdR.) sono ancora minoritarie e da rivedere”. Toccherà anche alle aziende, soprattutto alle aziende, darsi da fare per guadagnare fette di mercato. E su questo sono tutti d'accordo.

Brevi dal Mediterraneo

28-02-2012 - Il "dialogo dei 10" Il dialogo Euro-Mediteranneo riparte da Roma, sotto la spinta propulsiva dell'Italia: a Villa Madama il 20 febbraio scorso si è svolta la riunione del 5+5, il Foro di dialogo che raggruppa, da una parte, Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Malta e, dall'altra, Algeria, Tunisia, Marocco, Libia e Mauritania. Sicurezza regionale, flussi migratori, energia, tutela dell'ambiente, sviluppo, sono temi che i capi delle diplomazie hanno affrontato, in un approccio "concreto ed operativo", così come ha detto il Ministro Giulio Terzi, che ha presieduto insieme al Ministro tunisino Rafik Abdessalem la riunione di dialogo “5+5”. Per agevolare le transizioni in corso nei paesi della Primavera araba, secondo il titolare della Farnesina, "occorre agire in fretta con aiuti concreti e strategie a lungo termine". In questo complesso sistema di interrelazioni, l'Italia intende giocare un ruolo di primo piano: una priorità, quella mediterranea che è un leit-motiv tradizionale della sua politica estera ma che


ora ha un impulso anche maggiore. Il foro di dialogo 5+5 tra paesi della sponda nord e sud del Mediterraneo- ha sottolineato infatti Terzi - ora è divenuto "il dialogo dei 10", a significare una rinnovata unità e comunità di intenti tra i paesi. Dai 10, ha detto Terzi, è venuto "il sostegno alle istituzioni democratiche ed al rilancio economico" dell'area. Il titolare della Farnesina al termine di una "discussione informale" e franca ha sottolineato "l'importanza di accrescere" le politiche di "partenariato" dell'Unione Europea verso la sponda Sud del Mediterraneo, perché si arrivi a un complessivo "riequilibrio". Il Ministro, nel corso della conferenza stampa che si è tenuta a villa Madama, al termine della riunione di dialogo , si è soffermato anche sulle problematiche connesse all’immigrazione: un fenomeno, secondo Terzi - che non riguarda più unicamente la dimensione Sud-Nord maanche la dimensione Sud-Sud, in questa direzione deve muoversi il rafforzamento della partnership tra i Paesi del Dialogo 5+5. Il problema delle migrazioni, ha proseguito Terzi, rappresenta una "chiave che è altrettanto rilevante per i cinque Paesi del Mediterraneo nostri partner, per risolvere i loro problemi sociali che affrontano i Paesi della sponda Sud". "In questo senso - ha detto Terzi - c'é un partenariato sincero e molto voluto tra Paesi europei e della sponda Sud". Terzi ha anche ribadito la necessità di rafforzare il collegamento tra le due sponde del Mediterraneo anche per venire incontro alle aspettative di crescita economica e democratica che accompagnano le “Primavere arabe”. Temi che sono stati al centro dell’interventodel Ministro degli esteri tunisino Rafik Abdessalem. “Servono rapporti più flessibili tra le due sponde”, ha affermato il Ministro tunisino. Flessibilità che passa anche attraverso la questione dei visti, ha proseguito Abdessalem. Necessario facilitarne la concessione, soprattutto per consentire ai giovani di spostarsi e di potere accedere più facilmente agli studi universitari.

28-02-2012 - Uae: made in Italy halal E' Dubai il primo snodo commerciale a dare pieno riconoscimento ad Halal Italia, l'ente di certificazione volontaria per i prodotti made-in-Italy in conformita' alle leggi coraniche. L'ente è stato iscritto all'apposito albo degli enti certificatori riconosciuto presso il ministero dell'Ambiente emiratino aprendo notevoli potenzialità di commercializzazione a prodotti italiani che sappiano coniugare eccellenza e rispetto dei dettami islamici. L'accreditamento a Dubai srotola il tappeto anche verso le altre cinque monarchie petrolifere dell'area - Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrein, Oman - che dipendono tutte, per circa l'80%, da importazioni straniere per soddisfare il loro bisogno alimentare. Ed apre anche verso Est. La certificazione riguarda principalmente i prodotti agro-alimentari, macellazione delle carni comprese, ma anche diverse altre linee come quella cosmetica e sanitaria. Tracce di sostanze proibite potrebbero infatti trovarsi in questi prodotti con conseguente divieto alle esportazioni in paesi musulmani. Il concetto di leicità - questo il significato di halal - va anche oltre, fino ai prodotti finanziari ed assicurativi, espressioni di quella finanza islamica che sta saldamente prendendo piede non solo nei paesi a maggioranza musulmana, ma anche nei templi della finanza occidentale come Londra. La proposta di Halal Italia, tuttavia, non ha un carattere esclusivamente religioso o economico, puntualizza Yahya Sergio Yahe Pallavicini, vice presidente della Co.re.is., la comunita' religiosa islamica italiana. "Ha anche un importante risvolto culturale perché consente di avvicinarsi e capire la religione e la tradizione islamica in modo traducibile, declinabile e non bigotto," spiega. La certificazione infatti comprende anche la formazione degli operatori che acquistano conoscenza e sensibilita' verso il mondo musulmano, sconosciuto o deformato dagli stereotipi. Halal Italia, nata da un progetto pilota nel 2009 tra la Co.re.is e la Camera di commercio di Milano, nel 2010 ha siglato una convenzione con i ministeri degli Esteri, dello Sviluppo Economico, della Sanità e delle Politiche agricole con l'intento di favorire l'internazionalizzazione dei prodotti italiani. Ad oggi sono circa 40 le aziende che hanno ottenuto la certificazione halal.


28-02-2012 - Piano per l’internazionalizzazione delle imprese piemontesi Regione e Unioncamere hanno messo a punto il Piano per l’internazionalizzazione, una strategia triennale finanziata con 20 milioni di euro per rendere le imprese piemontesi sempre più forti sul mercato mondiale ed ottimizzare la capacità di intervento delle istituzioni in favore del sistema produttivo puntando sull’attrazione di risorse esterne. Il Piemonte è una grande regione internazionalizzata: le sue esportazioni totali ammontavano prima della crisi a 38 miliardi di euro, pari a oltre il 10 per cento del totale nazionale. Sono scese durante la crisi fino a 30 miliardi di euro e sono ora in netta risalita (+16 per cento nel 2010 rispetto al 2009). Il tasso di esportazione è pari al 28 per cento del Pil e si confronta con il 23 per cento della media nazionale. Il saldo commerciale, che ha sfiorato i dieci miliardi di euro nel periodo pre-crisi rappresenta un contributo positivo per i conti nazionali, che per questa voce registrano valori negativi dal 2004, con un picco nel 2010, quando la differenza fra esportazioni e importazioni da e per l’Italia ha raggiunto i -29 miliardi di euro. Regione e Unioncamere hanno messo a punto il Piano per l’internazionalizzazione, una strategia triennale finanziata con 20 milioni di euro per rendere le imprese piemontesi sempre più forti sul mercato mondiale ed ottimizzare la capacità di intervento delle istituzioni in favore del sistema produttivo puntando sull’attrazione di risorse esterne. Il Piano - firmato il 17 febbraio a Torino dai presidenti della Regione, Roberto Cota, e di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, presenti gli assessori regionali allo Sviluppo economico, Massimo Giordano, e al Turismo, Alberto Cirio - prevede cinque tipologie di interventi: multivoucher (contributo o fondo di garanzia per l'acquisto di beni e servizi), progetti integrati di filiera, progetti integrati di mercato, progetti che coinvolgono singole imprese e "ijv parternship" (conclusione di equity partnership e di equity joint venture tra imprese piemontesi e di altre regioni o Paesi). Per ciascuno di essi è prevista una concertazione sostanziale per individuare la più opportuna modalità di gestione. Il quadro finanziario complessivo è di 20 milioni, 10 milioni a carico della Regione e 10 del sistema camerale e potrà essere integrato con ulteriori risorse stanziate dai due enti ed anche da altri soggetti esterni. “Il percorso di internazionalizzazione del Piemonte - ha dichiarato il presidente Cota - per quanto storicamente solido, necessita soprattutto in questo momento di difficoltà economica di un deciso aggiornamento. La rafforzata collaborazione con il sistema camerale permetterà di superare i punti di debolezza tuttora esistenti, mettendo a disposizione delle imprese uno strumento nuovo ed efficace. Pur in un contesto mondiale sempre più complicato, con una concorrenza molto più dura del passato, i nostri imprenditori continuano a registrare ottimi dati per quanto riguarda l’export: il nostro piano si prefigge l’obbiettivo di consolidare questo trend”. "Nel campo dell’internazionalizzazione, come in numerosi altri ambiti, continuiamo a dimostrare di essere in grado di creare sinergie importanti con la Regione, mettendo in comune le competenze presenti sul nostro territorio e adottando politiche a lungo termine di programmazione e strategia, politica e tecnica - ha commentato Dardanello - L’attenzione che le Camere di commercio piemontesi rivolgono a questo campo scaturisce dall’osservazione della forte propensione all’export, che storicamente caratterizza le nostre imprese e che rappresenta l’ancora di salvezza più concreta alla quale dobbiamo aggrapparci in questa fase economica così difficile. Dobbiamo offrire alle nostre imprese una dote finanziaria e strumentale in grado di renderle sempre più competitive e dinamiche in modo che possano irrobustirsi e camminare a testa alta nel mondo, portando il made in e le nostre peculiarità al di fuori dei confini italiani”. Per l’assessore Giordano due sono le priorità essenziali: “Aumentare la presenza delle imprese piemontesi già approdate sui mercati esteri, in particolare su quelli con maggiori prospettive di sviluppo, ed aiutare quelle aziende che non hanno ancora esperienza di export a varcare i nostri confini, soprattutto le realtà più piccole e meno attrezzate. Per ottenere questi obiettivi era necessario ottimizzare l’utilizzo delle risorse destinate all’internazionalizzazione, facendo confluire in un unico programma di intervento gli aiuti della Regione e delle Camere di commercio”. L’assessore Cirio ha invece sottolineato che “per il turismo, che rappresenta per il Piemonte un settore in forte espansione ed oggi conta quasi 35.000 aziende e centinaia di migliaia di occupati, è stata inserita una misura specifica, anche perché più del 30% dei nostri turisti


arriva dall’estero ed è fondamentale continuare a potenziare il comparto e il suo indotto in un’ottica di sempre maggiore competitività”. 28-02-2012 - Una Politica di Coesione euromediterranea innovativa Il 30 gennaio 2012, l’Assemblea Regionale e Locale del Mediterraneo (ARLEM) si è riunita nella terza sessione plenaria, dove ha espresso l'intenzione di avviare una nuova Politica di Coesione euromediterranea attraverso un migliore accesso degli enti locali ai fondi messi a disposizione dalla Politica di Vicinato europea e una cooperazione territoriale rafforzata in determinati settori strategici quali la sostenibilità e le infrastrutture energetiche. Il 30 gennaio 2012, l’Assemblea Regionale e Locale del Mediterraneo (ARLEM) si è riunita a Bari nella terza sessione plenaria. L’ARLEM è un progetto comune del Comitato delle Regioni, degli enti regionali e locali delle tre sponde del Mediterraneo e di associazioni internazionali ed europee rappresentative di enti regionali e locali. L’Assemblea è stata creata per istituzionalizzare il ruolo degli enti regionali e locali nell’ambito del partenariato euro mediterraneo con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione interregionale ed è composta da 84 membri provenienti dagli Stati membri dell'Unione europea e dai 16 paesi partner del Mediterraneo. In occasione della sessione plenaria del 30 gennaio, l’ARLEM ha espresso la sua intenzione di avviare una nuova Politica di Coesione euromediterranea attraverso un migliore accesso degli enti locali ai fondi messi a disposizione dalla Politica di Vicinato europea e una cooperazione territoriale rafforzata in determinati settori strategici quali la sostenibilità e le infrastrutture energetiche, e l’estensione del Patto dei Sindaci al Sud del Mediterraneo. Gli sforzi comuni portati avanti per la promozione di una Politica di Coesione che permetta la convergenza dei Paesi del Sud del Mediterraneo verso un modello di sviluppo sostenibile, stanno ora creando nuove opportunità di cooperazione attraverso il sostegno espresso ai Paesi della Primavera araba. In occasione dell’Assemblea, infatti, sono stati firmati due accordi con la European Trading Foundation e con l’Università Euromediterranea (EMUNI) per sostenere i processi di decentramento amministrativo ed un migliore utilizzo dei fondi per la cooperazione. Il sostegno di ARLEM alla transizione democratica dei Paesi della Primavera araba, si somma al sostegno allo sviluppo economico e sociale attraverso nuove opportunità di cooperazione nei settori delle energie rinnovabili e della lotta ai cambiamenti climatici. A tal proposito, l’Assemblea ha adottato la “Relazione sulla desertificazione e i cambiamenti climatici” e la “Relazione sulle energie rinnovabili del Mediterraneo” confermando il proprio impegno nel settore (nel miglioramento dei servizi quali la gestione delle risorse idriche, lo smaltimento dei rifiuti, la gestione delle fonti energetiche nei trasporti urbani, etc…). More info

28-02-2012 - Ide in Turchia: + 70.3% in un anno Gli investimenti diretti esteri in Turchia nei primi 11 mesi del 2011 sono ammontati a 12.084 milioni di dollari, in aumento del 70,3% rispetto al corrispondente periodo del 2010. E' quanto si evince dai dati forniti dal ministero dell'Economia turco e rielaborati dall'Ufficio Ice di Istanbul. Gli investimenti diretti esteri in Turchia nei primi 11 mesi del 2011 sono ammontati a 12.084 milioni di dollari, in aumento del 70,3% rispetto al corrispondente periodo del 2010. E' quanto si evince dai dati forniti dal ministero dell'Economia turco e rielaborati dall'Ufficio Ice di Istanbul. Gli investimenti immobiliari sono diminuiti del 17,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno attestandosi a quota 1.916 milioni di dollari, contro i 2.332 milioni del 2010. Nei primi 11 mesi del 2011 l'Italia ha investito in Turchia 85 milioni di dollari, in aumento (+286,4%) rispetto al 2010. In Turchia sono attive 899 imprese italiane tre delle quali costituite lo scorso novembre. I Paesi che hanno maggiormente investito in Turchia sono: Paesi Bassi (1.294 milioni di dollari); Francia (944 milioni); Regno Unito (769 milioni); Usa (681 milioni); Germania (393 milioni); Paesi del Golfo (140 milioni). In totale sono attive in Turchia 29.298 imprese estere di cui 4.789 tedesche (16,4% del totale); 2.378 britanniche (8,1%); 2.094 iraniane (7,2%); 2.001 olandesi (6,8%); 1.202 statunitensi (4,1%); 1.041 azere


(3,6%); 899 italiane (3,1%); 878 irachene (3,0%); 429 cinesi (1,5%) e 182 sud-coreane (0,6%). Delle 29.298 imprese estere attive in Turchia 16.274 hanno il loro quartier generale ad Istanbul (55,6%), 3.494 ad Antalya (12%), 1.903 ad Ankara (6,5%), 1.665 ad Izmir (5,7%), 1.410 a Mugla (4,8%) e 573 a Bursa (2%). 28-02-2012 - Med: le Ppp come chiave di sviluppo In questa fase di crisi economica, e conseguente contrazione dei bilanci statali, le partnership pubblico-privato (Ppp) possono diventare uno strumento cruciale di sviluppo per i Paesi delle sponde sud ed est del Mediterraneo. Lo sostiene uno studio del think tank francese Ipemed (acronimo di Istituto di prospettiva economica del mondo mediterraneo), che stila anche una lista di consigli per governi e imprese sui metodi per rendere questi accordi il più efficaci possibile. Secondo le stime della Banca europea d'investimento, l'area meridionale e orientale del Mediterraneo ha un bisogno complessivo di investimenti di 300 milioni di euro da qui al 2030. Cifra difficilmente ottenibile pescando nelle casse degli Stati, che spesso hanno debiti pubblici molto ingenti e sono gia' molto sollecitati dalle misure per far fronte alla crisi. Diventa quindi necessario rivolgersi ad attori privati, che intervengano sui singoli progetti, ma allo stesso tempo costituiscano un segmento del percorso di creazione di un'infrastruttura economica che sostenga lo sviluppo, senza obbligarlo ad assumersi il rischio legato all'indebitamento internazionale. Alcuni Paesi, sottolinea l'Ipemed, hanno gia' da tempo compreso l'importanza di questo tipo di intese, mentre altri, in particolare nell'area medioerientale, non hanno ancora fatto passi avanti significativi, per ragioni storiche, macroeconomiche o di contesto politico. Questa apertura ai privati, rileva ancora l'istituto, non puo' pero' procedere in modo disordinato: servono strumenti di gestione e di controllo, da una parte come dall'altra. In particolare, gli Stati devono istituire un quadro legislativo specifico per i Ppp, che sia il piu' possibile omogeneo per tutti i settori di attivita', e garantire un regime giuridico armonizzato su tutela degli investimenti e risoluzione dei contenziosi, meglio se integrato da una serie di garanzie 'a la carte' per gli investitori, che coprano i rischi politici, commerciali e finanziari. Inoltre, e' preferibile creare il piu' rapidamente possibile un processo standard di messa in atto delle partnership, creando un modello riproducibile che risulti chiaro, e quindi attraente, per i potenziali investitori. Procedimenti in cui, precisa l'Ipemed, i governi nazionali devono sempre tenere conto delle esigenze degli enti locali e delle altre realta' del territorio, aziende comprese, fornendo loro tutte le informazioni necessarie ma anche coinvolgendole nei processi decisionali, nella realizzazione e nella gestione. Ulteriori accorgimenti possono inoltre aiutare ad accrescere tramite i Ppp lo sviluppo complessivo dell'area interessata, del Paese e della regione in generale. Per esempio, l'incentivo a finanziare i progetti in valuta locale, dando vita a un mercato obbligazionario nazionale interessante per gli investitori, e dando il la alla modernizzazione del mercato finanziario. Inoltre, la condivisione delle esperienze di successo a livello nazionale e internazionale potrebbe dare vita a circoli virtuosi di emulazione.

19-02-2012 19 febbraio 2012 - cercasi Presidente (news n. 270) Mentre la piazza egiziana - per una volta - è tranquilla, la scena politica è piuttosto movimentata in questi giorni. La ricerca di un candidato alla Presidenza che sia sostenuto da tutte le forze politiche avanza tra mille polemiche. Innanzitutto, è l'idea stessa che non piace... a cura di Elisa Ferrero. Cari amici e amiche, mentre la piazza egiziana - per una volta - è tranquilla, la scena politica è piuttosto movimentata in questi giorni. La ricerca di un candidato alla Presidenza che sia sostenuto da


tutte le forze politiche avanza tra mille polemiche. Innanzitutto, è l'idea stessa che non piace. Infatti si sono ribellati con ugual forza esponenti islamisti e liberali, da Abdel Moneim Abul Futuh a Mohammed el-Baradei. Inoltre, il presunto "prescelto" dai militari e dai Fratelli Musulmani, ovverosia Nabil al-Araby, ha negato ufficialmente di volersi candidare, dunque il dibattito sul suo nome sta volgendo al termine. Tuttavia, ora pare che anche Omar Suleyman, l'ex capo dell'intelligence militare, potrebbe candidarsi alla Presidenza, una voce questa che si ripresenta periodicamente, ma sulla quale le varie fonti sono per ora discordanti. I Fratelli Musulmani, invece, sfumata l'ipotesi Nabil al-Araby, hanno fatto sapere ieri che entro quarantott'ore sceglieranno un proprio candidato. Ma non avevano detto, tanto tempo fa, che non avrebbero mai presentato un proprio candidato alla Presidenza? A proposito di elezioni presidenziali, la Commissione Elettorale ha confermato che la registrazione delle candidature partirà il 10 marzo e continuerà fino all'8 aprile. Tuttavia, non c'è stato l'atteso annuncio della data delle elezioni. Sembra che sia stato il Ministero degli Esteri a chiedere un ritardo dell'annuncio, perché bisogna verificare i tempi del voto all'estero (e naturalmente non si poteva fare prima). Pertanto, per il momento si sa soltanto che le procedure elettorali cominceranno il 10 marzo e che le elezioni si terranno in data imprecisata tra aprile e giugno. Per luglio l'Egitto dovrebbe avere un nuovo Presidente. Oggi, primo giorno della settimana egiziana, sono anche riprese le attività del Parlamento, con un'agenda fitta fitta di discussioni. La prima ha riguardato l'esilio forzato di otto famiglie copte da Sharbat, un paese vicino ad Alessandria. La commissione parlamentare che ha studiato la questione e alcuni legali hanno ordinato il ritorno di cinque famiglie. Non si sa cosa ne sarà delle altre tre, per ora. Inoltre, il Parlamento si ripropone di rivedere, ed eventualmente anche di abolire, tutte le leggi e i decreti di Mubarak e del Consiglio Militare. Il punto dolente è se il Parlamento abbia effettivamente il potere di farlo, o se abbia soltanto quello di suggerire e obbligare moralmente il Consiglio Militare a seguire questi suggerimenti, facendo leva sulla propria legittimità popolare. Nel frattempo, un'altra commissione parlamentare ha visitato l'ospedale della prigione di Tora, in vista del trasferimento di Mubarak. Tuttavia, due dei deputati membri hanno denunciato di aver ricevuto minacce di morte se ciò accadrà davvero. Saranno stati i cosiddetti Figli di Mubarak? Del resto avevano promesso fuoco e fiamme se il loro idolo fosse stato trasferito in carcere. Ma probabilmente la notizia più importante di oggi è stata il richiamo dell'ambasciatore egiziano dalla Siria, in seguito alle nuove, forti proteste davanti all'ambasciata siriana al Cairo, di egiziani e siriani insieme. al-Assad ha risposto subito ricambiando il favore e ora le relazioni diplomatiche tra i due paesi (ad eccezione dell'opposizione siriana) sono interrotte. La seconda notizia importante di oggi, colpevolmente passata in sordina, è stata l'annuncio che il mese prossimo l'Egitto firmerà il prestito del Fondo Monetario Internazionale. Non si sa a quali condizioni, tuttavia si sa che il prestito consisterà in 3,2 miliardi di dollari, dei quali un terzo sarà donato all'Egitto al momento della firma e il resto in sei mesi. L'interesse sarà dell'1,2%. E si sa anche che questi soldi non basteranno a far ripartire l'economia egiziana: ce ne vorranno almeno tre volte tanto secondo il governo. Il tasso di disoccupazione, intanto, è salito al 12,4% (senza tener conto del lavoro nero, però). Il Ministero degli Interni, invece, sembra essere davvero in procinto di riformarsi, ma c'è poco da stare allegri temo. Non si tratta di rieducazione ai diritti umani o di pulizia dagli elementi corrotti. Si dice che i Fratelli Musulmani stiano trattando affinché i propri uomini giungano a occupare il 10% della polizia. Sarà un caso, ma nella polizia sta nascendo un movimento di ufficiali che chiedono di potersi far crescere la barba, per ora vietata dal regolamento. La barba sta purtroppo tornando di moda in molti ambienti. Un caro saluto, Elisa Ferrero

Approfondimenti


28-02-2012 - Quel potentiel de croissance pour les échanges commerciaux dans le Med? FEMISE. La suppression des barrières douanières ne suffit pas pour développer les échanges commerciaux entre l’Union européenne et ses partenaires du sud de la Méditerranée. D’autres paramètres comme la qualité du système logistique, les barrières non tarifaires, l’innovation, l’ouverture aux investissements étrangers ou encore une bonne gouvernance sont des facteurs à prendre en compte. Pont sur le Bosphore à Istanbul en Turquie, l'un des pays du sud de la Méditerranée qui a le plus développé ses échanges avec l'Union européenne (photo ville d'Istanbul). Les statistiques mettent en évidence que les pays du sud de la Méditerranée ne contribuent que faiblement aux exportations mondiales malgré une légère progression sur la décennie 2000/2009, passant de 1,8% à 2,9%. Durant cette même période, les exportations de ces pays vers l’Union européenne sont passées de 2,7% à 3,5%, c’est mieux mais cela reste faible. Si la suppression progressive des barrières douanières contribue à développer le commerce entre l’Union européenne et ses partenaires méditerranéens, y-a-t-il des marges de manœuvre pour accroître les échanges? «Ce n’est pas parce que le niveau des échanges est faible que le potentiel de développement est important» prévient Nicolas Peridy, directeur du «Laboratoire d’économie appliquée au développement» de l’Université du Sud Toulon-Var, il a contribué aux travaux du FEMISE sur cette question souvent débattue. La plupart des analyses classiques réalisées jusqu’ici ont conclu à un réel potentiel de croissance des échanges entre l’UE et ses partenaires du sud de la Méditerranée, estimant que les exportations de ces pays vers l’Europe restent inférieures en moyenne de 10 à 20%, selon les pays concernés, à ce qu’elles pourraient être. «Ce n’est pas notre conclusion» précise Nicolas Peridy. «Nous avons travaillé différemment, en élargissant notre champ d’études pour prendre en compte d’autres variables que les seuls obstacles tarifaires ce qui permet de mieux expliquer ces échanges. Il en ressort que le potentiel de croissance, en l’état actuel, reste limité mais qu’il peut être développé si l’on agit pour modifier ces autres variables». La gouvernance est déterminante Quelles sont ces variables? En premier lieu la qualité des infrastructures et du système logistique. Les pays du sud de la Méditerranée font preuve d’une moindre efficacité logistique comparée aux autres pays émergents, ce qui constitue un véritable handicap. Leurs efforts doivent donc viser à se rapprocher des standards internationaux. Autre point sensible, l’innovation. Peu développée au sud de la Méditerranée, à la différence d’autres régions intégrées comme l’ASEAN (Association des Nations de l'Asie du Sud-est), elle limite à certaines catégories de produits les exportations possibles, le pétrole ou les produits manufacturés à faible valeur ajoutée. Les travaux des économistes du Femise montrent encore que les mouvements migratoires entre les pays du sud de la Méditerranée et l’UE sont aussi facteurs de croissance des échanges commerciaux, tout comme le niveau des investissements directs étrangers, qui, s’ils sont favorisés, peuvent contribuer à changer la donne. Enfin, la gouvernance est déterminante. La corruption et les entraves à la démocratie qui sévissent au sud de la Méditerranée sont autant d’obstacles qui viennent limiter les possibilités d’échanges. A cet égard, le printemps arabe ouvre de nouvelles perspectives. (Fonte: FEMISE) More info

La Palestra delle Idee

27-02-2012 ITW con Adeel Malik e Bassem Awadallah - ITA/ENG Nel loro recente paper “The Economics of the Arab Spring” (CSAE - Oxford University) gli autori Adeel Malik* e Bassem Awadallah* esplorano le basi economiche della Primavera Araba, individuando nel mancato sviluppo di un forte settore privato una delle cause principali per lo


scoppio delle rivolte. Un suo sviluppo, d'altra parte, potrebbe costituire un modo per superare la crisi. Develop.Med li ha intervistati per approfondire alcune questioni.

Il punto principale dell'articolo “The Economics of the Arab Spring” è costituito dalla considerazione che le normali riforme messe in campo per migliorare il clima economico non basteranno a produrre un cambiamento reale nella distribuzione del potere all'interno dei paesi considerati, e che saranno necessarie anche riforme politiche. La natura di tali riforme non viene però meglio specificata nel paper. Che tipo di innovazioni dovranno essere implementate per modificare l'ambiente economico? Nel definire tali misure, Vi riferite in modo particolare alla concezione occidentale di capitalismo e dei rapporti fra società, politica ed economia? O pensate che altri modelli sociali, come quello della Cina (un paese che, fra l'altro, sta investendo enormi quantità di denaro nell'area), molto distante dall'altro nella visione della partecipazione politica ma estremamente efficiente nel campo della crescita economica, potrebbe definire il nuovo modello di stato? Quello che volevamo enfatizzare era che la creazione di un robusto settore privato non è solo una questione tecnica, di quelle che la Banca Mondiale vorrebbe risolvere supportando i governi nell'estensione del credito o nel miglioramento del clima per gli investimenti. Nella misura in cui il settore privato può generare flussi di entrate che sono indipendenti dalle rendite controllate dallo stato, esso viene visto come un potenziale competitore. Il settore privato, generando nuove sacche di ricchezza e nuove fonti di potere economico, può diventare un importante luogo di cambiamento. Per un lungo periodo di tempo, la maggior occupazione dei governi arabi è stata la difesa della loro autonomia dalla società e la prevenzione dell'emergenza di gruppi autonomi con la capacità di “avviare azioni politiche”. In questo ambiente, il settore privato è più temuto che favorito. Un settore privato più forte che generi nuove fonti di reddito ha, già nel passato, introdotto cambiamenti politici di ampio respiro. Le libertà politiche ed economiche in Europa sono state in parte guadagnate da una forte classe mercantile che ha gradatamente sfidato il potere delle élite tradizionali. In un certo senso le classi al potere, europee e non, temono la prospettiva di una nascente élite economica potenzialmente in grado di sfidare il loro potere. Certo, alcuni governanti sono più dipendenti dalle classi commerciali di altri. Gli spazi per lo sviluppo di un settore privato spesso si allargano quando le élite aprono, seguendo il loro stesso interesse, le loro economie. Questo può spiegare perché la Cina, nonostante la sua indifferenza per le libertà politiche, sia più pronta ad aprire la sua economia perché ciò è in linea con gli interessi della sua classe dirigente. La sfida del Medio Oriente consiste nel fatto che, in questi paesi, gli interessi dei governanti sono storicamente rimasti lontani da quelli della classe dei mercanti. Una ragione risiede nella poca dipendenza fiscale dei governi dai mercanti e dalla molto maggiore dipendenza dalle rendite esterne derivanti dal petrolio o dall'aiuto internazionale. Si può dire, infatti, che la scoperta di petrolio nel Golfo abbia modificato fondamentalmente la relazione classi dirigente-ceti commerciali a favore dei primi. Questo ha reso il settore privato dipendente dal clientelismo statale. Pensate che i governi di transizione dei paesi dell'area stiano andando nella direzione auspicata? Più in particolare, cosa ne pensate della situazione nei singoli paesi? Al momento è la Tunisia ad avere più speranze di successo. Anche in questo caso sono le migliori condizioni iniziali ad aver giocato un ruolo: con una popolazione ben istruita, un esercito nemmeno lontanamente potente come quello dei suoi vicini, una lunga esperienza costituzionale e sindacati più forti, la Tunisia ha un futuro promettente. Nella maggior parte degli altri paesi il cambiamento istituzionale si sta rivelando un processo molto complicato. Questo, come mostra la più recente letteratura di economia politica, non dovrebbe sorprenderci: l'inerzia istituzionale è più spesso la regola che non l'eccezione. Storicamente, le rivoluzioni hanno più spesso portato continuità che non cambiamento: è infatti più semplice concedere diritti politici che non modificare la distribuzione effettiva del potere, normalmente in mano a gruppi che controllano l'economia, l'uso della forza, e che hanno una grande abilità


di risolvere problemi di azione collettiva. Questo è uno delle intuizioni centrali nel lavoro di Daron Acemoglu e James Robinson, che hanno reso contributi decisivi alla recente ricerca di economia politica. Tali intuizioni sono particolarmente centrate in Egitto, dove il potere effettivo è in mano ad un esercito che è riluttante a privarsene. In Libia ci sono poche istituzioni statali moderne, e lealtà tribali e familiari definiscono gli schemi di conflitto e cooperazione. In Marocco, infine, le riforme sono state introdotte solo gradualmente ma il loro successo dipenderà, in parte, dalla pressione che la monarchia subirà dalle trasformazioni politiche in altre parti del MO. Questo significa, in pratica, che il cambiamento istituzionale sarà complesso. E che ci sono seri pericoli che assisteremo più ad una continuità che non ad un cambiamento. D'altra parte, va ripetuto che i regimi arabi stanno affrontando una pressione mai vista prima per diminuire il loro potere e darsi da fare su lavoro e giustizia. Questo potrebbe indurre alcuni di questi governi a garantire concessioni strategiche. Come il nostro paper indica, una di queste concessioni dovrebbe riguardare lo smantellamento delle ingombranti barriere non-tariffali e uno sforzo per integrare le economie regionali in modo da produrre una mercato più grande per il settore privato. Cosa pensate che i governi europei possano fare per favorire i cambiamenti di cui sopra? Quale potrebbe essere il ruolo dell'Unione Europea? Pensate che l'attuale politica di vicinato europea (ENPI) potrebbe diventare un importante strumento per sviluppare i cambiamenti politici che ci aspettiamo o andrà completamente e profondamente rivista? È chiaro che i cambiamenti in Nord Africa avranno importanti effetti in Europa. Quello che pensiamo è che la politica europea si sia focalizzata per troppo tempo su obiettivi a breve termine e su misure di liberalizzazione economica. Sforzi genuini sono necessari per premere per impegni economici a lungo termine in quella regione. In questo casi l'Europa, più che concentrarsi su accordi commerciali bilaterali, dovrà impegnarsi per una maggiore apertura economica fra gli stati arabi stessi. I dati provano che la frammentazione economica interna al mondo arabo ha impedito all'Europa stessa di godere appieno dei benefici del commercio con la regione. Finora i governanti arabi hanno affrontato poche pressioni, sia domestiche che internazionali, per unificare i loro mercati. Come il nostro paper suggerisce, la Primavera Araba, innescata da latenti pressioni demografiche, ha creato una nuova finestra d'opportunità in cui la comunità internazionale può spingere per una maggiore integrazione economica dell'area. Sotto questo aspetto l'Europa può promuovere iniziative concrete, sulla falsariga della Nuova Via della Seta (il nuovo piano dell'amministrazione USA per sviluppare l'economia dell'Afganistan ed integrarla con quelle dei vicini asiatici, NdR) che gli Stati Uniti stanno promuovendo nella regione Af-Pak – e che può riportare in vita vecchie rotte commerciali in grado di connettere popoli, mercati e capitali. In questo senso, vista anche la cooperazione economica di lunga data, nessuna regione più dell'Europa è in grado di promuovere la creazione di una tale comunità economica nel mondo arabo. In questo periodo non è solo l'”alta politica” ad occuparsi della regione. La Camera di Commercio di Milano, per esempio, sta dando vita ad un Centro Euro-mediterraneo per l'Internazionalizzazione delle Micro, Piccole e Medie Imprese. Pensate che questo tipo di progetti avrà successo? A che condizioni? Funzionerà meglio o peggio di un eventuale intervento da parte dei governi (che sarebbe macchiato dal supporto precedentemente fornito ai dittatori)? Questo è sicuramente un passo nella direzione giusta. Il settore delle PMI è il più sottosviluppato nel mondo arabo ed è quello con il più alto potenziale per la creazione di posti di lavoro. Troppo a lungo i governi arabi sono stati affascinati da progetti grandiosi dai piccoli risultati. Adesso c'è bisogno di dare libero sfogo al talento imprenditoriale delle imprese mediorientali attraverso la creazione di piccole e medie imprese. Forse un trasferimento di conoscenze dall'Europa nel settore delle PMI potrebbe essere particolarmente utile. Ma, affinché le PMI possano avere successo, è importante avere mercati ben interconnessi che permettano alle aziende di sviluppare un grosso potenziale di crescita attraverso il commercio.


Le PMI hanno anche bisogno di uno spazio economico consistente, la realizzazione del quale richiede essenzialmente lo smantellamento di barriere commerciali e una politica coerente e sicura nell'area. Niente di tutto ciò sarà facile, ma se mai c'è stata una finestra di opportunità, quella è ora. Molti governi sarebbero disponibili ad agire su questo fronte. A parte per la produzione manifatturiera, ci sono altri due importanti settori che potrebbero creare occupazione e mobilità: l'agricoltura e le infrastrutture. Cosa ne pensate di eventuali investimenti in questi due settori? Riguardo gli altri due settori, il potenziale per l'agricoltura è generalmente limitato. Certo, molti paesi nordafricani hanno un buon potenziale agricolo e, in questi casi, una migliore gestione dell'acqua potrebbe dare alcuni risultati. Il settore dei servizi offre invece opportunità di crescita più promettenti. Queste potrebbero essere poi realizzate attraverso una migliore integrazione dei mercati regionali. In conclusione, l'integrazione è per noi l'elemento chiave e la concessione strategicamente più rilevante che i governi arabi potrebbero dare ai loro popoli. Certo, i nuovi governi dovrebbero essere più aperti a implementare nuove connessioni economiche regionali. Nel fare questo, la comunità internazionale può anch'essa giocare un ruolo decisivo, in quanto i governi arabi ascoltano molto seriamente i consigli europei e americani. In molte decisioni cruciali, la Lega Araba ha agito in sintonia con i desideri della comunità internazionale. Un simile supporto e incoraggiamento è necessario in materia di sicurezza umana ed economica. Anche perché, dopo tutto, senza lavoro e giustizia per il popolo arabo, la sicurezza del Medio Oriente e dell'Europa sono entrambe minacciate. *Adeel Malik è Globe Fellow in “Economia delle società islamiche” all'Oxford Centre for Islamic Studies, al St. Peter’s College di Oxford, e lettore in “Economia dello Sviluppo” all'Università di Oxford. *Bassem Awadallah è segretario generale della Camera del Commercio e dell'Industria Islamica ed ex-Ministro delle Finanze e della Pianificazione e Chief of Royal Court del Regno di Giordania.

In their very recent paper “The Economics of the Arab Spring”, CSAE Working Paper WPS/2011_23, authors Adeel Malik and Bassem Awadallah explore the economic underpinning of the Arab Spring, individuating in the failed development of a strong private sector one of the main causes for the flare-up of the revolts. Its development, on the other hand, could represent one of the way out of the crisis. Develop.Med interviewed them to delve into some issues. I think the core and most interesting point of Your article is the statement that, if I correctly understand it, the usual reforms to improve the business climate will not be enough to produce a real change in the power distribution inside the countries, and that political reforms are also needed. However, You do not really specify what kind of political reforms You were thinking about. What kind of political innovations are to be implemented, in order to change and open the economic environment? When listing those measures, did You have in mind particularly the Western form of capitalism and relations between society, politics and economics? Do You think that other models of society, like the Chinese one (a country which is, by the way, investing a huge quantity of money in the area), which has a very different concept of political participation, but is very effective in the field of economic growth, could give the blueprint for the new state model? What we meant to emphasize was that creating a robust private sector is not just a technocratic issue that the World Bank might solve by supporting governments to extend credit or improve investment climate. To the extent that a private sector can generate income streams that are independent of the rent streams controlled by the state, it can be viewed as a potential challenger. The private sector, by generating new pockets of wealth and new sources of economic power, can create an important constituency for change. For a long time, the main


predilection of Arab governments has been to preserve their autonomy from society and to prevent the emergence of autonomous groups with the capacity to “initiate political action”. In this milieu, a private sector may be more feared than favoured. A stronger private sector that generates new sources of wealth has ushered long-term political change in the past. The political and economic freedoms in Europe were partly earned through a stronger merchant class that gradually challenged the power of traditional elites. To some extent, ruling elites in most societies, whether European or non-European, fear the prospects of a nascent economic elite that could potentially challenge their power. But, some rulers are more dependent on merchants than others. The scope for private sector development often widens when elites open the access of their economies purely on the basis of self-interest. This can explain why China, despite its disregard for political freedoms, is more ready to open its economy as it is consistent with the interests of its ruling elites. The challenge in the Middle East is that the interests of rulers have historically not been very well-aligned with that of merchants. One reason has to do with less fiscal dependence on merchants, and more on external rents derived through oil or foreign aid. In fact, the discovery of oil in the Gulf Kingdoms is believed to have fundamentally altered the ruler-merchant relationship firmly in the favour of rulers. This has made the private sector more dependent on state patronage. Do You think that the transition governments of the countries in the area are going in the direction You charted? Specifically, what could You say about the situation in the single countries – Egypt, Tunisia, Libya and Morocco (which, although not directly involved in a revolution, is experiencing some kind of change through a constitutional reform)? So far, the situation in Tunisia offers the most hopeful scenario. But, even here, better initial conditions have a role to play. With a highly educated population, a military that is not nearly as powerful as in other neigbouring countries, long constitutional history and stronger trade unions offer a promising legacy. In most other countries, institutional change is proving to be a messier process. But, as the latest literature in political economy highlights, this is hardly surprising. Institutional persistence is often the norm rather than the exception. Historically, revolutions have frequently brought more continuity than change. This is because it is often easier to grant political rights than to alter the de facto distribution of power, possessed by groups with economic power, control over means of violence and greater ability to solve collective action problems. This is one of the central insights of the recent work of Daron Acemoglu and James Robinson, who have made central contributions to the recent literature on political economy. These insights are particularly relevant in Egypt, where de facto power practically resides with the military and the military is reluctant to relinquish power. In Libya there are few modern state institutions to think of. Tribal and kinship loyalties still define the basis for conflict and cooperation. In Morocco reforms are being introduced only gradually but their success will hinge, in part, on the pressures that the Monarchy will feel from political transformations elsewhere in the Middle East. So, where does this leave us? Institutional change is going to be messy. And, there are serious dangers that we see more persistence than change. But it is fair to conclude that Arab regimes face unprecedented pressures to disperse power and to deliver on jobs and justice. This might force some of these governments to grant strategic concessions. As our paper suggests, one such concession could be the dismantling of cumbersome non-tariff barriers and efforts to integrate the region’s economies to produce a bigger market for the private sector. What do You think the European governments should do to favour the aforementioned change? The Italian Premier Mario Monti is going to visit Libya in the next weeks to discuss economic and political issues – what would be Your suggestions for him? Linked to the last question, what do You think should be the role of the European Union? Do You think the actual European Neighbourhood policies could be an important tool to develop the expected political changes – or should they be deeply re-thought? It is clear that developments in North Africa have important bearings on Europe. We think that European policy has, for too long, focused on short-term objectives and on broader measures of economic liberalization. Genuine efforts need to be undertaken to press for long-term


economic engagement with the region. But, here, rather than simply relying on bilateral trade agreements Europe needs to push for greater regional economic opening among Arab countries. Evidence suggests that economic fragmentation among Arab countries has also prevented Europe from realizing the full benefits of its trade engagement with the region. So far, Arab governments have faced limited pressures, both domestic and external, to connect regional markets. As our paper suggests, the Arab spring, fired by latent demographic pressures, creates a new window of opportunity where the international community can push for greater regional economic integration. In this regard, Europe can push for a concrete initiative—on the lines of, for example, the New Silk Road, which the American administration is spearheading in the Af-pak region and which can revive old trade routes that connected people, markets and capital. In a sense, given its long history of economic cooperation, no region is better placed to push for the creation of such regional economic commons in the Arab world than Europe. In this period, however, not only the “high politics” is engaged in the region. The Chamber of Commerce of Milan, for example, is trying to build up a Mediterranean Centre for the internationalization of the Small and Medium-sized enterprises. Do You think these kinds of projects will be successful? Under which conditions? Will it work better or worse than governmental intervention (which could be tainted by the previous support given to dictators)? There are different economic and industrial systems in Europe – we can grossly divide them between systems based on big industries (alike Germany) and systems based on small and medium enterprises (a là Italy, or France). What do You think would be more suitable for the Northern African states? Which one is likely to favour the rise of the so-called middle-class that seems to be important for the political evolution You wish? A part for the manufacture, there are two important sectors which could provide occupation and mobility: agriculture and infrastructures. What do You think about reforms and investments in those two sectors? This is a step in the right direction, indeed. The SME sector is the most underdeveloped in the Arab world; yet, it has the greatest potential for job creation. For too long, Arab governments have been fascinated by big projects with small returns. There is a need now to unleash the entrepreneurial talent of the Middle East through the creation of small and medium enterprises. Perhaps, some transfer of European knowledge in the SME sector would be particularly useful. But, for the SMEs to succeed, it is important to have well-connected markets that allow these firms a larger potential for growth through trade. They also require an economic level playing field, which essentially requires dismantling of trade barriers and a consistent and predictable policy regime in the Middle East. None of this is going to be easy, but if there ever was an opening for change, it is now. Most governments would be very open to a movement on this front. With regards to other sectors, the potential for agriculture is generally limited. Some North African countries do have better potential in agriculture. Here, better management of water will deliver some pay-offs. The services sector carries great potential. In recent years, tourism, banking and medical services have offered promising opportunities for growth. These could be further solidified through better integration of regional markets. An important limit of the MENA region, remarked by many potential European investors as well as by political analysts, is represented by the smallness of the national markets. Do You think that regional integration is a project worth to be (economically and politically) invested about? Do You think the fall of the old leaders (especially Gaddafi) and the rise of new government systems will give a boost to the integration structures? This is the crux of the matter. As you would have noticed from our responses to your earlier questions, regional integration that, we think, is the most important strategic concession that Arab governments can give to their people. Certainly, the new governments may be more open to fostering regional economic connections. In pursuing this, the international community can also play a very helpful role. On balance, Arab governments do take European and


American advise seriously. In fact, on some of the most crucial security decisions, the Arab League has acted in consonance with the wishes of the international community. A similar support and encouragement is required on matters of economic and human security. After all, without jobs and justice for the Arab people, the security of both the Middle East and Europe are endangered. Adeel Malik is the Globe fellow in the economies of Muslim societies at the Oxford Centre for Islamic Studies, fellow of St. Peter’s College, Oxford, and a lecturer in development economics at the University of Oxford. Bassem Awadallah is the Secretary General of the Islamic Chamber of Commerce and Industry and a former Finance and Planning Minister and Chief of Royal Court of the Hashemite Kingdom of Jordan.

Segnalazioni

01-03-2012 A un anno dalla Primavera araba. La transizione difficile Torino, Circolo dei lettori, via Bogino, 9 - ore 15,00 Paralleli - Istituto Euromediterraneo del Nord-Ovest e CIPMO - Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, in collaborazione con il Forum per i problemi della Pace e della Guerra, sono lieti di invitarvi al Convegno internazionale: A un anno dalla Primavera araba La transizione difficile Torino, 1 marzo 2012 ore 15,00 Circolo dei Lettori, via Bogino 9 Presiedono Janiki Cingoli, Direttore CIPMO Antonio Ferigo, Responsabile Area Economia-società politiche EuroMed di Paralleli Saluti istituzionali Relatori Pier Antonio Panzeri, Presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con i Paesi del Maghreb; Renzo Guolo, Professore di Sociologia dei Processi culturali all’Università degli Studi di Padova e Khalil el-Anani, Ricercatore in Politiche del Medio Oriente alla Durham University (Gran Bretagna), esponente della nuova generazione dei Fratelli Musulmani, interverranno sul ruolo dei diversi partiti islamici che si sono affermati alle elezioni tenutesi nei diversi paesi dell’area; Heliodoro Temprano Arroyo, Capo dell’Unità Assistenza Finanziaria per i Paesi del Vicinato, Direzione Generale Affari Economici e Finanziari della Commissione Europea, interverrà sugli aspetti economici della transizione; Hussam Itani, Editorialista del quotidiano libanese Al Hayat, porterà il suo contributo sul tema della Resistenza dei vecchi poteri, a partire dalla situazione siriana; Sul ruolo delle forze del rinnovamento, dei social network e del movimento delle donne interverranno Sami Ben Gharbia, blogger tunisino, Direttore responsabile di Global Voices (comunità internazionale di blogger) e Shahira Abu Leil, attivista egiziana, portavoce del movimento No to Military Trials for Civilians (No ai Tribunali Militari per i Civili), che lotta contro i processi militari in atto contro migliaia di attivisti egiziani.


L’iniziativa sarà conclusa dal noto politologo francese Olivier Roy, Direttore scientifico del “Programma Mediterraneo” all’Istituto Universitario Europeo di Firenze. IMPORTANTE: dato il limitato numero di posti è necessario iscriversi all’indirizzo: ludovica.baussano@paralleli.org oppure telefonare al numero 011 522 9837 Per scaricare il programma clicca qui

15-03-2012 Global Lectures Torino, Palazzo Venturi, via Verdi 25

31-01-2012 Osservatorio Mediterraneo: al centro la Siria La Siria è al centro di questo terzo numero dell'osservatorio. Paese estremamente complesso da ogni punto di vista: sociale, religioso, politico e geo-strategico. La Siria non è un paese "rentier", non ha materie prime (petrolio, fosfati), ma è comunque determinante negli equilibri della regione: confina con Israele, Libano, Iraq e Turchia. In Siria convivono, o meglio convivevano, sunniti, cristiani, sciiti e alauiti, una corrente minoritaria nell'Islam che detiene il potere politico ed economico. Non è azzardato definire la Siria lo specchio di tutte le contraddizioni del Medio Oriente. Contraddizioni che vanno al di là dei confini del paese e delle forze in gioco. Un cambiamento verso libertà e democrazia sarebbe fondamentale per l'intera regione in cui già si è pagato un prezzo troppo grande di sofferenza e vite umane. Il numero contiene, inoltre, informazioni su Marocco e Egitto. In Marocco è stato formato il primo governo guidato da un rappresentante del partito islamico PJD. Non si faccia tuttavia l'errore di assimilarlo a quello recentemente nominato in Tunisia, sono più le diversità specifiche che gli elementi comuni. In Egitto, infine, si è deciso di renedere omaggio ai giovani di piazza Tahrir dando spazio alle loro espressioni sui muri del Cairo dove, accanto all'incisività delle parole si mescolano colori e fantasia.


Download Osservatorio Mediterraneo n. 3_ITA/English version 23-02-2012 Sentenza storica: Italia condannata per i respingimenti verso la Libia La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ha condannato il 23 febbraio 2012 l’Italia per aver violato la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo nel 2009, intercettando e rinviando in Libia un gruppo di cittadini somali ed eritrei senza esaminare le loro necessità di protezione. Il caso è noto come Hirsi Jamaa e altri contro Italia. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l'Italia per i respingimenti verso la Libia. La Corte ha dato lettura nella mattinata del 23 febbraio della sentenza sul caso "Hirsi e altri contro Italia". Era il 6 maggio 2009 e a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane avevano intercettato una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti erano stati trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati in Libia contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. Non è stato verificato se potessero chiedere asilo politico. Un respingimento frutto degli accordi bilaterali e del trattato di amicizia italo-libico siglati da Berlusconi e Gheddafi. Da qui 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei, rintracciati e assistiti in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati dopo il loro respingimento, hanno presentato un ricorso contro l'Italia alla Corte Europea, attraverso gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani. L'Italia è stata dunque condannata a versare un risarcimento di 15 mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili. La Corte ha pienamente condannato l'Italia per la violazione di 3 principi fondamentali: il divieto di sottoporre a tortura e trattamenti disumani e degradanti (art. 3 CEDU), l'impossibilita' di ricorso (art.13 CEDU) e il divieto di espulsioni collettive (art.4 protocollo aggiungitvo CEDU). La Corte quindi per la prima volta ha equiparato il respingimento collettivo alla frontiera e in alto mare alle espulsioni collettive nei confronti di chi è già nel territorio. La Corte ha ricordato che i diritti dei migranti africani in transito per raggiungere l'Europa sono in Libia sistematicamente violati. Inoltre, la Libia non ha offerto ai richiedenti asilo un'adeguata protezione contro il rischio di essere rimpatriati nei paesi di origine dove possono essere perseguitati o uccisi. “E’ una sentenza storica. Con ripercussioni importanti, non solo a livello italiano", afferma l'avvocato Lana. "La portata storica è proprio questa - prosegue -. Il Governo Monti dovrà innanzitutto provvedere a prendere atto della sentenza e rinegoziare il trattato con la Libia. Ma la vicenda travalica i confini italiani e anche a livello internazionale si dovrà tener conto che i respingimenti collettivi non si possono più fare”. “Questa sentenza costituisce un'importante indicazione per gli stati europei circa la regolamentazione delle misure di controllo delle frontiere e intercettazione”, afferma Laurens Jolles, il Rappresentante dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) per il sud Europa. “Ci auguriamo che rappresenti un punto di svolta per ciò che riguarda le responsabilità degli Stati e la gestione dei flussi migratori”.

08-02-2012 - Rapporto sulla Siria della Missione degli Osservatori internazionali della Lega Araba Peacelink pubblica la traduzione del Rapporto sulla Siria a opera della Missione nel Paese degli Osservatori degli Stati della Lega Araba per verificare l'attuazione delle disposizioni del piano di azione arabo per risolvere la crisi siriana e proteggere i civili siriani. Relazione del capo della Missione degli Osservatori della Lega degli Stati Arabi in Siria per il periodo dal 24 Dicembre 2011 al 18 gennaio 2012 (Per scaricare il rapporto originale in inglese

clicca qui)-


DevelopMed n. 23