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Newsletter n° 30 SOMMARIO

Paralleli Istituto Euromediterraneo del Nord­Ovest www.paralleli.org

Responsabile: Marcella Rodino Redazione Italia: Claudio Tocchi Redazione Med: Giuseppe Mancini, Abdellatif Taboubi

Ha collaborato: Ambasciatore Angelo Travaglini ________________________ tel. 011 5229810 newsletter@paralleli.org Per iscriversi alla newsletter cliccare qui.

Con il sostegno di: Rete Camerale Nord Ovest per il Mediterraneo

Scambi Italia­Med

• Turchia ­ Müsiad, conciliare etica islamica e business da Istanbul, Giuseppe Mancini

Med Flash

• “Mission for growth” • L'Italia che resiste alla crisi • Italia­Libia: nasce Apil • Microfinanza in Maghreb • Upm, partnership pubblico­privato necessaria

Crisi ed Economia Mediterranea

• Turchia: la Cina più vicina • Il futuro dell'economia dipende dalla politica • MED: deludono gli investimenti esteri

Sviluppo Partenariato Mediterraneo • Global Building Bridges • Allargamento UE: prossimi passi

Approfondimenti

• Foreign Direct Investments to theMiddle East and North Africa Region: Short and MediumTerm Developments • Che cosa succede in Libano? Rosita di Peri • Osservatorio Mediterraneo n. 6

Palestra Mediterranea

• La crisi iraniana e le convulsioni in Medio Oriente Ambasciatore Angelo Travaglini

Segnalazioni

Le attività dell'Istituto Paralleli sono sostenute da:


SCAMBI ITALIA­MED

Turchia ­ Müsiad, conciliare etica islamica e business

Istanbul – Giuseppe Mancini

DevelopMed ­ Le esportazioni prima di tutto: ma senza dimenticare l'etica, la solidarietà, l'Islam. La commistione virtuosa tra affari e religione, tra bilanci in attivo e rispetto dei valori tradizionali è stata in mostra a Istanbul, dall'11 al 14 ottobre, alla quattordicesima edizione della fiera annuale organizzata dalla Müsiad, l'Associazione degli industriali e degli uomini d'affari indipendenti di rivendicata militanza islamica.

Più di 750 espositori (circa 550 turchi, gli altri stranieri), quarantacinquemila metri quadrati di area fieristica occupati in quattro padiglioni (quasi il doppio rispetto all'edizione precedente), più di cinquemila delegati provenienti da 86 paesi (islamici e non) che hanno partecipato al parallelo International Business Forum (Ibf). Non per niente sono stati definiti, in un rapporto preparato nel 2005 dal centro di ricerca European Stability Initiative, “calvinisti musulmani”; altri preferiscono chiamarli, in virtù dell'area geografica da dove provengono (ma sono attivissimi anche a Istanbul) e per analogia con le economie ruggenti dell'Asia sud­orientale degli anni '90, “tigri anatoliche” (soprattutto dell'Anatolia centrale e orientale: Malatya, Kayseri, Gaziantep, Denizli, Kocaeli, Kahramanmaraş). La Müsiad è stata fondata nel 1990 e oggi raggruppa più di cinquemila imprenditori: gestiscono circa quindicimila piccole e medie imprese in cui operano un milione e duecentomila addetti, aggiungono al Pil turco una quota superiore al 15% frutto in maniera determinante di esportazioni (17 miliardi di dollari nel 2011), possiedono uffici di rappresentanza in ben 46 paesi per tessere e mantenere contatti in permanenza. Il loro orientamento conservatore – etica islamica nell'attività economica e nella condotta individuale – è stato esibito in fiera con decisione e convinzione: nello slogan della manifestazione, “unisci il tuo business al mondo islamico”; nella formula attorno alla quale è stato realizzato il video di presentazione, “il mondo islamico è qui”; nel tema scelto per le conferenze e le tavole rotonde dell'Ibf, “l'era del progresso economico e politico per i paesi dell'Organizzazione per la cooperazione islamica” (Oic); nella recita da parte di un imam di alcuni versetti del Corano sul tema della solidarietà, prima dell'affollatissima cerimonia di apertura; nel discorso inaugurale del presidente dell'associazione Nail Olpak, imperniato sul concetto di “sviluppo giusto”. L'ingegner Olpak da Burdur ha messo in evidenza i cambiamenti repentini nella composizione delle esportazioni della Turchia: nei primi otto mesi del 2012, quelle verso l'Europa sono diminuite dell'8% e quelle verso i membri dell'Oic sono aumentate del 32% fino a raggiungere il 23% delle esportazioni totali (quota raddoppiata rispetto al

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2000); ha invitato ad accrescere ancora l'interscambio tra i paesi islamici grazie a una più incisiva liberalizzazione dei mercati, così da assicurare tassi di crescita del Pil rispettabili; ha rivendicato un ruolo guida per la Müsiad nei confronti degli imprenditori e degli investitori provenienti dai paesi islamici (e in particolare da quelli delle “primavere arabe”), poi condotti in missione nel cuore industriale dell'Anatolia – Kocaeli, Kayseri, Konya – per creare contatti e firmare contratti; ha soprattutto spiegato come il successo negli affari non deve essere misurato solo in termini monetari ma anche nella capacità di costruire una società più giusta, lottando contro le discriminazioni, le disuguaglianze e la povertà. Certo, sarebbe interessante capire fino a che punto i valori annunciati siano poi effettivamente praticati: ma non è questa la sede per farlo

Lo ha seguito sul palco il premier Recep Tayyip Erdoğan: in un trionfo di applausi, di flash professionali e amatoriali, di sorrisi compiaciuti. Il leader dell'Akp ha ringraziato la Müsiad per il contributo rilevantissimo allo sviluppo della Turchia, soprattutto da quando il suo partito – nel 2002 – ha conquistato il potere (l'organizzazione imprenditoriale ha subito penalizzazioni e un pesante ostracismo dopo il colpo di stato militare e anti­islamico del 1997); ha presentato in modo didascalico, ma sempre con trasporto oratorio, i successi economici del suo governo nell'ultimo decennio e anche nell'ultima fase di crisi globale: crescita attorno al 3% con previsioni al rialzo nel 2013 anche grazie all'aumento dell'interscambio coi paesi islamici, conti in ordine, stabilità macroeconomica, riduzione degli squilibri nell'inflazione e nel saldo delle partite correnti provocati da un ritmo di crescita non sostenibile, riduzione della disoccupazione, reddito pro capite triplicato dal 2002 al 2012, incremento delle esportazioni e degli investimenti diretti ricevuti. Soprattutto, Erdoğan ha messo in evidenza come il boom economico ha dato alla Turchia un rinnovato ruolo di leadership nel mondo e i mezzi per provare a riorganizzare le istituzioni internazionali e i rapporti tra popoli: Ankara distribuirà nel 2012 un miliardo e mezzo di dollari di aiuti di ogni tipo, dai generi di prima necessità alle infrastrutture (grazie al lavoro prezioso dell'Agenzia per la cooperazione, la Tika); è diventata in sede Onu il riferimento per i paesi meno sviluppati (Ldc), che verranno coinvolti in un vertice coi paesi del G20 – di cui la Turchia sarà allora presidente – nel 2015; ha creato meccanismi per il dialogo culturale tra Occidente e Islam, dando vita insieme alla Spagna all'Alleanza delle civiltà. L'obiettivo è un mondo più stabile, più ricco, più unito. In sostanza, ha offerto la Turchia come modello di sviluppo per gli altri paesi islamici, come partner privilegiato; ma ha anche ammonito che “per essere forti è necessario risolvere i nostri problemi interni”, superare i deficit di rappresentanza democratica e le diseguaglianze socio­economiche. Nel frattempo, i dati statistici di settembre sono molto eloquenti: gli Emirati arabi uniti sono

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diventati il primo partner commerciale di Ankara scavalcando la Germania, l'Iraq il terzo.

E la Turchia come motore e trascinatore dello sviluppo del mondo islamico era ben evidente negli spazi espositivi veri e propri, in realtà quattro diverse fiere – in altrettanti padiglioni tra loro comunque comunicanti – dedicate all'automazione, alle costruzioni e alla decorazione d'interni, ai tessili, all'industria agro­alimentare: perché colpivano i contenuti tecnologici sempre più avanzati delle produzioni turche, lo sfarzo di alcuni stand e la professionalità plurilingue nell'accoglienza dei potenziali compratori o investitori. In un quinto padiglione, ma senza l'egida della Müsiad, sempre negli stessi giorni si è svolta una fiera parallela: quella dedicata ai prodotti halal (dai cibi agli hotel, ma anche cosmetici e medicina alternativa), con circa 150 espositori e compratori provenienti da 24 paesi. Anche in questo mercato settore ricchissimo (abbigliamento compreso, potenzialmente duemila miliardi di dollari), pur se in ritardo, gli imprenditori turchi si stanno gettando a capofitto: come la Namet, azienda leader nella trasformazione delle carni, che solo quest'anno ha iniziato a esportare e conta nel giro di pochi anni di totalizzare all'estero – paesi islamici e comunità turche dell'emigrazione – il 25% dei propri ricavi (la quota iniziale, in questi primi mesi, è del 2%). Inoltre, la Turchia presiede stabilmente – sin dal 1984 – lo Standing Committee per la cooperazione economica e commerciale dell'Oic: e la ventottesima riunione si è tenuta a Istanbul praticamente in concomitanza dell'expo – dall'8 all'11 ottobre – fondendosi praticamente l'ultimo giorno. Dopo due giorni di riunioni tecniche, la sessione ministeriale e politica del 10 è stata aperta anche in questo caso da Erdoğan con un intervento meno appassionato e più concretamente propositivo: perché ha posto come priorità dell'organizzazione l'adozione integrale della strategia collettiva “Creare un mondo islamico interdipendente”, basata su miglioramenti sensibili alla governance dei singoli paesi e dell'Oic, sulla libera circolazione di merci, persone e idee, sul ruolo decisivo di piccole e medie imprese e del settore privato più in generale, su di una serie di progetti comuni nei settori dell'energia, dei trasporti, del turismo. L'obiettivo più ravvicinato è incrementare l'interscambio tra i paesi membri al 20% del totale dei loro scambi col resto del mondo entro il 2015, dal 17% attuale; quello più a lungo termine è uno sviluppo equilibrato, equamente distribuito.

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MED FLASH

“Mission for growth”

Il Vice Presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, Commissario alle Imprese e all’Industria, dal 26 al 29 novembre 2012 guiderà le “Missioni per la Crescita” in Marocco e in Tunisia. Tali missioni rappresentano lo strumento per presentare la capacità imprenditoriale ed industriale europea nei Paesi Terzi e stabilire una più stretta cooperazione per generare sviluppo e occupazione da entrambe le parti. Le “Missioni per la Crescita” presentano i seguenti obiettivi: • promuovere una crescita sostenibile ed inclusiva nell'Unione europea e nei Paesi visitati; • sostenere le imprese europee, comprese le PMI, per cogliere le opportunità di business nei Paesi interessati, e definire accordi politici adeguati come base per un'ulteriore cooperazione in specifici settori; • promuovere l'industria europea in settori mirati attraverso l'organizzazione di eventi di matchmaking con gli imprenditori locali. La presenza dei singoli imprenditori interessati alla cooperazione con il Marocco e la Tunisia nella delegazione rappresenta la chiave per il successo delle missioni. Il Vice Presidente Tajani ha invitato le principali organizzazioni imprenditoriali dell'UE (Business Europe, UEAPME e Eurochambres) ad accompagnarlo. More info

L'Italia che resiste alla crisi

Secondo uno studio di Confesercenti, nei primi nove mesi del 2012 le imprese individuali con titolari extra­Ue sono cresciute di 13 mila unità. Il Commercio rimane il settore dell’integrazione: il 44% del totale degli imprenditori immigrati ha un’attività commerciale. Tra questi, sei su dieci sono ambulanti, tre con sede fissa. Continua anche se a ritmi meno sostenuti la crescita delle imprese individuali con titolare straniero. In dieci anni il loro peso sul totale delle imprese è passato dal 2% a quasi il 9%, lo stock delle attività si è più che quintuplicato a dispetto di una contrazione tendenziale generale del 3%. Nel terzo trimestre 2012 le imprese individuali registrano un saldo positivo di 5 mila unità di cui l’85% è dato appunto da imprese di immigrati. In sintesi, nei primi nove mesi dell’anno, a un saldo positivo (tra iscrizioni e cessazioni) di 13mila imprese individuali con titolare immigrato ne corrisponde uno negativo di oltre 24,5 mila unità per le restanti. Nel II trimestre 20121 le imprese individuali con titolare immigrato sono circa 300 mila, rispetto allo stesso periodo

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dell’anno passato aumentano di 18 mila, con una variazione tendenziale del +6,6% e una crescita del loro peso sul totale delle imprese individuali di più di mezzo punto percentuale. Oltre le imprese individuali si contano anche circa 120 mila soci stranieri di società di persone. Le imprese gestite da stranieri producono circa il 5,7% della intera ricchezza del nostro paese. Mettendo a confronto il II trimestre 2011 e 2012, tassi di crescita sostenuti delle imprese immigrate si hanno in tutte le ripartizioni geografiche contrariamente a quanto avviane per imprese individuali in generale. Più del 57 per cento delle imprese si concentra in cinque regioni: il 18,6% in Lombardia, il 10,5% in Toscana, il 9,7 circa in Emilia Romagna e Lazio e l’8,6 in Veneto. Il 44% delle imprese individuali straniere svolge attività di commercio, un altro 26% è nel settore delle costruzioni e un 10% nella manifattura. L’80% delle ditte si concentra quindi in soli 3 comparti, dove anche la crescita malgrado la crisi è stata sostenuta. Un +7,3% per le imprese del commercio, + 3% per le imprese edili, e +3,6% per la manifattura (in generale le imprese individuali negli stessi comparti registrano variazioni negative rispettivamente del ­0.5%, ­1.3% e ­2.2%). Da evidenziare anche il comparto dei pubblici esercizi dove le imprese con titolare immigrato crescono di 8.667 unità in un anno, pari a un 11% in più.

Con oltre 98 mila attività il serbatoio principale dell’imprenditoria immigrata è l’Africa; il Marocco si pone in testa alla classifica con 57 mila imprese (cresciute in un anno del 7%) a grande distanza seguono il Senegal (15.851), l’Egitto (1.3023) e la Tunisia (12.348). Gli imprenditori marocchini e senegalesi sono particolarmente dediti all’attività di vendita al dettaglio, gli egiziani alla somministrazione di alimenti e i tunisini nel comparto edile. I Cinesi si collocano al secondo posto per numero di attività (41.623 e una crescita del 6% tra gennaio­giugno 2011­ 2012) prediligendo il comparto della ristorazione e dell’abbigliamento. Al terzo posto le oltre 30 mila imprese albanesi principalmente attive nell’edilizia. Anche la Romania, ha numeri importanti conta infatti oltre 43 mila imprese (di cui oltre il 70% impegnate nell’edilizia). Dalla ripartizione delle collettività per settori emerge un’imprenditorialità fortemente concentrata in specifici ambiti produttivi e un meccanismo di specializzazione etnica. Scarica lo studio

Italia­Libia: nasce Apil

Un asse tra pmi italiane e libiche per la ricostruzione post­ bellica della Libia. Ma, soprattutto, per agevolare l'ingresso delle aziende italiane in un Paese che oggi ''è un'opportunità di affari e lavoro senza precedenti''.

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E' questo il principale obiettivo dell'Associazione Progetto Italia (Apil), sinergia tra imprese italiane e libiche, nata a Roma con il patrocinio della Camera di Commercio italo­ libica e promossa da El Dawlia, tra i principali operatori fieristici libici, e Sme Task Force Nord Est, raggruppamento di oltre 100 imprese dell'Italia nord­orientale già impegnate nella ricostruzione del Paese nordafricano. Con la piattaforma Apil ''vogliamo intensificare un legame esclusivo con l'Italia, che in Libia è vista come eccellenza in tutti i settori'', ha evidenziato Marco Danieli, responsabile per l'Italia di El Dawlia. ''Lo scopo ­ ha proseguito ­ è quindi coinvolgere l'Italia nella promozione di progetti in Libia condivisi con le aziende e le istituzioni dei due Paesi''. Grazie alla nuova associazione ­ ha spiegato Danieli ­ le imprese italiane potranno avere maggiore visibilità nelle principali fiere e conferenze internazionali organizzate in Libia. Dove, in attuazione all'accordo, saranno aperte a Tripoli, Bengasi e Misurata sedi operative dell'associazione. La Libia, ha aggiunto il presidente onorario di El Dawlia, Ahmed Al Ghamini, ''oggi è libera e indipendente, ha avviato programmi in settori come istruzione, sanità, agricoltura e infrastrutture e offre tante opportunità nel privato e nel pubblico''. ''In Libia abbiamo competitor molto aggressivi come Cina e Turchia, ma c'è un rapporto speciale con l'Italia e l'enfasi sul prodotto cinese, a basso costo, sembra stia scemando'', ha aggiunto Gian Franco Damiano, presidente della Camera di Commercio Italia­Libia. A suo avviso, ''le nostre pmi offrono adattabilità e qualità. Ma vanno aiutate e per ora manca un tassello, quello della politica italiana. Ci sono quasi più difficoltà con le istituzione italiane che con quelle libiche e c'è tanto da fare, soprattutto da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, sul piano degli incentivi fiscali''.

Microfinanza in Maghreb

In soli 15 anni, la microfinanza ha raggiunto in Marocco numeri importanti. Attualmente, con 5 miliardi di dirham (circa 447 milioni di euro) di crediti aperti, serve 800mila clienti e da' lavoro, direttamente, a 6 mila persone e indirettamente a un milione. Il governo del Lussemburgo e Banca europea d'investimenti (Bei) hanno appena lanciato un programma da 4 milioni di euro per il sostegno allo sviluppo del settore della microfinanza in Tunisia. Supportato in Marocco da 13 associazioni di micro­credito, il settore punta ad ampliare l'offerta dei servizi finanziari, accrescendo gli importi finanziati e rispondendo alle esigenze del legislatore riguardo le norme sul rischio finanziario.

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"La legge ha bisogno di essere modificata. Oggi non possiamo concedere dei micro­crediti che superino i 50mila dirham (circa 5500 euro). Le microimprese, quindi gli artigiani e i commercianti, hanno bisogno di capitali più importanti per svilupparsi, fra i 50 mila e i 100 mila dirham. Queste microimprese, 3 milioni in Marocco, sono per la maggioranza in nero e non hanno accesso ai finanziamenti classici", spiega Mouncef Kettani, del Consiglio economico e sociale (CES). L'obiettivo, per gli operatori del settore è quello di servire 3 milioni di persone entro il 2020: nel Regno, che conta una popolazione di 32 milioni di abitanti, 12 milioni di persone non hanno accesso ai servizi finanziari formali. Per tale scopo, la quota di crediti aperti dovrà quintuplicare, passando da 5 a 25 miliardi di dirham (circa 2,25 miliardi di euro). "Si tratta di una vera sfida che implica il sostegno delle banche tradizionali e la possibilità di raccogliere dei fondi all'estero", sostiene Tariq Sijilmassi, presidente della Federazione nazionale delle associazioni di microcredito (Fnam).

MicroMed Tunisia

Il governo marocchino si è già mosso in tal senso ed una nuova legge sarà presentata in Parlamento: le associazioni di microcredito potranno trasformarsi in società di finanziamento, sotto il controllo dell banca centrale, Bank Al Maghrib, e diventare azioniste con altri apportatori di fondi marocchini o stranieri. Il governo del Lussemburgo e Banca europea d'investimenti (Bei) hanno appena lanciato un programma da 4 milioni di euro per il sostegno allo sviluppo del settore della microfinanza in Tunisia. MicroMed Tunisia sara' realizzato da Appui au Developpement Autonome (ADA) e durera' un periodo di cinque anni. Il programma è nato dopo la richiesta di assistenza dell'amministrazione tunisina, nel suo intento di sviluppare il settore della microfinanza a seguito della primavera araba. L'obiettivo sarà quello di migliorare le regole e la capacità delle istituzioni del settore di crescere in maniera responsabile, aumentando la trasparenza e facilitando l'avvio di prodotti finanziari importanti, specie per i giovani imprenditori. Questa iniziativa ha ricevuto il sostegno del Femip Trust Fund, creato nel 2004, che ha come principale scopo quello di sostenere lo sviluppo del settore privato nei paesi partner dell'Ue della regione del Mediterraneo.

Upm, partnership pubblico­privato necessaria

La parternship fra pubblico e privato nella regione del Mediterraneo ormai è diventata ''una necessità ''. Lo ha spiegato Allal Ouazzani Touhami, consulente del segretariato dell'Unione per il Mediterraneo, in occasione di un dibattito

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nel corso delle Giornate europee dello sviluppo sostenibile a Bruxelles.

In questo momento difficoltà a livello finanziario ''ci sono a Nord come a Sud'' del bacino e quelle della regione sono ''sfide enormi'', a partire da quella dell'occupazione. Non a caso una delle prossime iniziative del segretariato di Barcellona sarà 'Med 4 jobs', il primo progetto targato Upm dedicato all'emergenza lavoro. Secondo l'esperto del segretariato di Barcellona, per i Paesi della regione ''sarà sempre più importante diversificare le fonti di finanziamento, ma anche la gestione'' di eventuali progetti. E' a questo punto che entra in gioco il ruolo del privato. Le grandi società sono quelle ad avere più possibilità di collaborare con la pubblica amministrazione, ma non bisogna dimenticare le piccole e medie imprese, le più diffuse nell'area euro­mediterranea.L'interesse per tutte è quello di ampliare il proprio mercato.

Perché la collaborazione pubblico­privato dovrebbe funzionare? Secondo Touhami ''tre sono i suoi punti di forza: il trasferimento di competenze da parte del soggetto privato che il settore pubblico non ha; l'ottimizzazione dei risultati; l'assunzione partecipata del rischio''. Perché queste partnership si realizzino nella regione non mancano sfide ed ostacoli. Un fattore rilevante è il diverso livello di autonomia degli enti locali, ''molto differente da un Paese all'altro'' nell'area euro­mediterranea, sottolinea Touhami. ''Una delle sfide ­ racconta l'esperto dell'Upm ­ è lo sviluppo del settore bancario locale, garantire gli investimenti. A volte ci sono Paesi del Sud dove non si possono trasferire soldi perché gli enti locali non hanno diritto ad aprire un conto bancario''. In questo contesto può entrare in gioco la competenza e l'esperienza di altri enti locali della regione euro­mediterranea, specie della sponda Nord. ''Il miglior aiuto ­ conclude Touhami ­ è quello che aiuta a non aver bisogno di aiuto: il Nord quindi aiuti il Sud, ma a diventare autonomo''.

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CRISI ED ECONOMIA MEDITERRANEA

Turchia: la Cina più vicina

Istanbul — Giuseppe Mancini

DevelopMed ­ Seconda puntata della nostra inchiesta sulle imprese italiane che investono in Turchia; o ad alto contenuto di italianità: come la Galata Taşımacılık ve Ticaret, un'azienda che si occupa dal 1997 di logistica ed è partecipata al 50% dalla Albini.

Abbiamo parlato dai risultati attenuti in 15 anni di attività della Galata Trasporti e commercio – che ha preso nome e simbolo di “potere, scienza e magnificenza” dalla torre della colonia genovese di Costantinopoli – e dell'andamento presente e futuro dell'economia turca con un italiano di Turchia, Vittorio Zagaia. Nipote di immigrati italiani, nato a Istanbul e con studi al liceo italiano, attivissimo da sempre nelle organizzazioni imprenditoriali turche come unico “straniero”, amministratore delegato e anima della società, uno che “a differenza di quasi tutti gli altri imprenditori italiani, vive il paese”. I successi sono tutti nei numeri. La Galata ha infatti cominciato con 11 impiegati, oggi sono diventati 240 divisi tra le filiali di Istanbul, Izmir, Adana e Bursa. Recapita merci di ogni tipo – una specializzazione particolarmente importante è il tessile – in 175 paesi di tutti i continenti: per via aerea, terrestre, marittima (13 giorni dalla Turchia a New York, grazie a un sistema ad alta tecnologia per l'immagazzinamento e lo smistamento dei pacchi e dei container); fattura 60 milioni di euro, grazie a oltre centomila spedizioni l'anno.

Vittorio Zagaia ritiene che il boom economico della Turchia – tassi di crescita elevati anche in tempo di crisi globale (8,5% nel 2001, 3% nel 2012) – sia dovuto anche a una posizione geografica invidiabile, a legami storici e culturali intensissimi che sono stati riattivati negli ultimi anni dal governo dell'Akp, che hanno permesso di trovare nuovi sbocchi alle esportazioni per compensare il calo di quelle verso l'Europa: “la Turchia è un mercato di 80 milioni di persone, ma è come se fosse di 300, perché bisogna considerarla un tutt'uno coi paesi limitrofi del Medio Oriente”, di cui deve imparare a sfruttare meglio le risorse naturali e la liquidità. Gli stessi paesi islamici sono fortemente interessati alla Turchia, che considerano “un esempio di performance economica a cui ispirarsi”. Il segreto è nella politica estera, insomma, nella capacità di stringere rapporti di cooperazione con tutti i suoi vicini e non solo con l'Europa. La Turchia deve anche diventare però sempre più simile all'Europa, “deve adattarsi all'Europa”: sia mutando il proprio tessuto produttivo – come già sta avvenendo – privilegiando la componentistica e i semi­lavorati oltre che la produzione di energia, così da affrancarsi dalla dipendenza da costose importazioni; sia promuovendo uno sviluppo a ritmi sostenuti anche delle regioni depresse dell'est. E “lo schema di incentivi introdotto quest'anno dal governo va nella giusta direzione, perché consente di impiantare in quelle zone

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nuove linee produttive”.

L'ad di Galata Taşımacılık ve Ticaret ritiene che sul mercato turco le imprese del nostro paese abbiano grandi chances: “c'è una grande ammirazione per l'italianità, per il know­ how e il design degli italiani”. Ma gli ostacoli che rendono difficoltosa l'attività economica sono ancora molti: “la burocrazia che ancora impone la produzione di migliaia di documenti” (ma i nuovi codici doganali e del commercio “hanno introdotto notevoli semplificazioni”); le periodiche e ricorrenti crisi politiche ed economiche che provocano crolli del Pil – l'ultima volta, nel 2009 – e mettono a rischio gli investimenti; “la geografia che può essere punto di forza ma anche di debolezza”. Basti pensare alle turbolenze – “dannose per gli scambi” – nei rapporti con Iraq, Iran, Israele, Siria e anche Russia. Continuerà in ogni caso a promuovere la Turchia perché il paese è in grado di fare grandi cose, “basti pensare al settore dell'abbigliamento e del tessile che ormai fattura 19 miliardi di euro e migliora a vista d'occhio in qualità, oppure alla penetrazione sui mercati africani grazie alle scelte intelligenti della politica”; perché la Turchia è “la Cina più vicina”.

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CRISI ED ECONOMIA MEDITERRANEA

Il futuro dell'economia dipende dalla politica

La politica come importante fattore per la trasformazione economica, soprattutto in questa fase di ristrutturazione. È questo il pensiero finale che Ahmed Galal, Presidente dell' Economic Research Forum (centro di ricerca con base a Il Cairo membro fondatore del FEMISE) ed ex­collaboratore della Banca Mondiale, ha affidato alla platea in conclusione del suo intervento alla conferenza internazionale “The Arab Awakening – Challenges and Opportunities in a Transforming Region”, organizzata lo scorso 9 ottobre a Milano da PROMOS, Camera di Commercio di Milano e ISPI. Come moltissimi studiosi e analisti hanno sottolineato subito dopo l'inizio delle Primavere arabe, fra situazione economica e rivolte intercorre un legame di doppia natura: se, da una parte, sono state le difficoltà legate all'occupazione e all'impoverimento dei ceti medio­bassi a esacerbare latenti conflitti sociali, le rivoluzioni hanno avuto un fortissimo impatto economico (generalmente negavito) sui vari paesi. “L'economia egiziana, durante la rivoluzione, ha affrontato diverse difficoltà”, ammette Galal, che enumera tre problemi principali: un forte squilibrio nella bilancia dei pagamenti (dovuto principalmente ai mancati introiti di valuta straniera legati al turismo e al crollo degli IDE avvenuto nel 2011), un rallentamento dell'economia e una redistribuzione ineguale della ricchezza. Si tratta di problemi acuiti durante la fase di transizione, ma che il governo dei Fratelli Musulmani ha in buona parte ereditato dal governo precedente, “troppo focalizzato sulla crescita economica e troppo poco su equità e uguaglianza”. Proprio alla luce di queste accresciute difficoltà, le prime misure adottate dal nuovo governo si sono concentrate su una prospettiva di breve termine, rispondendo ai bisogni più immediati della popolazione e focalizzandosi sulla costruzione di istituzioni politiche. Durante i primi 100 giorni del suo governo, il Presidente Morsi ha impiegato molto tempo ed energie per riallacciare i rapporti con i partner internazionali (dalla Cina ai vari paesi dell'Unione Europea, mentre resta ancora aperto il dossier del prestito da parte del FMI), alla ricerca di capitali per risolvere le difficoltà legate alla bilancia dei pagamenti. L'afflusso di capitali stranieri è importante per far tirare il fiato all'economia egiziana ma, come sottolinea Galal, l'aiuto degli attori stranieri “non può essere risolutivo”. Adesso, prosegue l'economista egiziano, “è il momento di concentrarsi su crescita economica e su riforme in grado di portare a più equità all'interno della struttura sociale, come una fiscale, del sistema educativo, della sanità e del welfare”. Si tratta di cambiamenti che non avverranno dall'oggi al domani, ma alcuni segnali positivi fanno ben sperare per il futuro a medio termine, come la nascita di “istituzioni politiche ed economiche più inclusive, migliori

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outcomes economici delle varie politiche e una più equa redistribuzione”. La strategia economica pare essere già tracciata, quindi, ma “è necessario che venga implementata nel modo migliore, e questo farà la differenza”. La pura crescita economica, si è già visto sotto Moubarak, da sola non basta. Al contrario, saranno i successi politici a permettere un avanzamento economico e sociale. L'Egitto, come gli stati arabi, sta “recuperando il terreno perso nei confronti delle altre economie emergenti”. Non resta che aspettare.

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CRISI ED ECONOMIA MEDITERRANEA

MED: deludono gli investimenti esteri

L’Osservatorio Anima­Mipo dà un bilancio piuttosto negativo degli IDE nel Mediterraneo, a livello qualitativo e quantitativo.

L’Osservatorio Anima­Mipo pubblica un rapporto sull’IDE: “Le sfide della transizione" nei paesi MED (Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Autorità palestinese, Siria, Tunisia, Libia e Turchia). Il bilancio del rapporto è deludente. Eccetto in Turchia, in Israele e in Libano, i paesi "attirano relativamente poco gli investimenti", a causa principalmente della crisi economica e della "primavera araba”. Per di più, l'Osservatorio aggiunge che "i progetti di IDE analizzati si concentrano nei settori relativamente poco efficaci in termini di creazione di impiego" e possono aggravare la "pressione ambientale su un litorale già sfruttato all'eccesso".

All'abbassamento degli IDE e dei redditi del turismo si aggiunge una diminuzione delle esportazioni nel 2011 (­16% in Egitto, ­30% in Siria, ­67% in Libia). Anima esorta al ritorno all'investimento privato che risponde "ai bisogni della regione" e invita le differenti parti a prendere in considerazione lo sviluppo sostenibile. Gli investimenti nella regione Med e in Europa nel 2011

In Europa, le imprese europee rimangono in testa e rappresentano ancora circa “la metà (45% nel 2011) degli IDE”. Ma, con solo “12 miliardi di euro annunciati nel 2011, ossia 7 milardi in meno rispetto al 2010, le imprese europee sono al livello più basso dal 2004”. Gli investimenti di alcuni paesi del Sud del Mediterraneo continuano “a precipitare”: in Turchia (con metà del numero di progetti di investimento e di partenariato nei paesi Med), in Egitto (con 6 miliardi di euro in meno rispetto al 2010) e in Siria (2 miliardi di euro in meno rispetto al 2010).

In Libano, "il numero di progetti è stabile, ma l’ammontare è in forte calo (64 milioni di euro, ossia il 10% degli IDE del 2010)", mentre in Giordania "l’abbassamento in rapporto al 2010 è comunque significativo: due volte in meno rispetto ai progetti annunciati". I Territori palestinesi non sono oggetto di alcun progetto di investimento.

In Algeria, gli IDE hanno raddoppiato tra 2012 e 2011 e questo si spiega per il "livello storicamente basso raggiunto nel 2010". Ma il suo portafoglio di progetti appare diversificato "più di prima" nel settore immobiliare, bancario, energetico e farmaceutico. La Tunisia e il Marocco perdono 1 miliardo di euro di IDE tra il 2010 e il 2011 e la Libia vede il suo ammontare di IDE diviso per quattro nel 2011. Solo Israele "raggiunge nel 2011 i livelli record di IDE del

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2005­2006".

Certi indicatori acquietano in parte la delusione dell'Osservatorio con "una leggera ripresa degli IDE negli ultimi trimestri", ma anche l'apparizione "di una certa rotazione settoriale nei progetti di investimento che ha privilegiato i settori più strategici per la regione (agroalimentare, medicinale, industria, distribuzione), e più efficaci in termini di creazione di impiego (logistica, automobile, elettronica, bancario)". Scarica il Rapporto

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SVILUPPO E PARTENARIATO EUROMED

Global Building Bridges

Istanbul – Giuseppe Mancini

Un nuovo programma Ue per creare partnership tra imprenditori europei, turchi e dei paesi della 'sponda sud', che dovrebbe coinvolgere 250 imprenditori “euro­turchi” e 150 imprenditori di tre paesi pilota: Egitto, Tunisia e Palestina.

I negoziati tra Bruxelles e Ankara per l'ingresso della Turchia nell'Unione europea sono in una fase di preoccupante stallo: la posizione ostile di Sarkozy e della Merkel ha creato negli anni danni profondi. La presidenza di turno affidata nel secondo semestre del 2012 alla Repubblica di Cipro ha aggiunto tensioni e incomprensioni e l'ultimo rapporto della Commissione – di pochi giorni fa – pur se mette in evidenza numerosi e sostanziali progressi, esprime anche giudizi negativi e severi sulle necessarie riforme democratiche non ancora attuate. La via d'uscita e di rilancio individuata dall'Ue già lo scorso anno – per superare lo stallo e la reciproca frustrazione – è un pacchetto di iniziative, definito “agenda positiva”, che i commissari Štefan Füle (allargamento e vicinato) e Karel De Gucht (commercio) sono venuti a proporre direttamente a Istanbul nel mese di ottobre: miglioramento dei meccanismi di funzionamento dell'unione doganale, facilitazioni per i visti, cooperazione in materia di immigrazione e di lotta al terrorismo, dialogo rafforzato per la politica estera e dell'energia, rinnovato sostegno alle riforme politiche turche, più ampia partecipazione dei cittadini turchi ai programmi dell'Unione. Un pacchetto che è stato presentato – ripetutamente e con enfasi – come complementare e non alternativo al processo formale di adesione. Unire le forze

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In ogni caso, Bruxelles continua a investire massicciamente in Turchia. La delegazione ad Ankara è dotata di un team di 140 elementi, di 20 centri informativi e di fondi cospicui: 6,9 miliardi di euro nel periodo 2007­2013. La fine a dicembre del mandato dell'ambasciatore Marc Pierini – rappresentante per cinque anni dell'Ue – ha spinto a fare un bilancio: centinaia di progetti per rendere la Turchia più simile all'Europa, dalle riforme costituzionali ai servizi sociali, dai diritti delle donne ai corsi di etica pubblica per i politici, dal sostegno alle imprese allo sviluppo delle zone più svantaggiate del paese – e con un occhio di riguardo per le minoranze etniche e religiose. Nuovi fondi sono già stati stanziati per il periodo 2014­2020: come dire, il processo di avvicinamento non deve arrestarsi. E infatti, il 1° ottobre a Istanbul, il nuovo capo della delegazione Ue Jean­Maurice Ripert – francese come Pierini – ha presentato un nuovo e ambizioso progetto, coordinato insieme al ministero dell'Economia e dalla Tobb (l'Unione delle camere di commercio e delle borse merci): l'iniziativa “Global Business Bridges”, che ha lo scopo di creare partnership trilaterali tra imprenditori provenienti dai 27, imprenditori turchi e


imprenditori degli stati mediterranei in via di sviluppo – in una prima fase: Egitto, Tunisia e Palestina, legati alla Turchia con accordi di libero scambio. Le parole d'ordine di Ripert: “unire le forze”, “win­win­win”, “promuovere lo sviluppo attingendo al potenziale esistente”, “iniettare dinamismo nel processo di adesione”; insomma, ponti in un duplice senso: dalla Turchia all'Europa, dalla Turchia e dall'Europa verso il Medio Oriente e l'Africa settentrionale. “Le catene di valore aggiunto”

La conferenza di Istanbul è servita soprattutto per presentare a rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali, a funzionari ministeriali, a diplomatici, a rarissimi giornalisti la filosofia e la metodologia del progetto: a partire dallo studio realizzato – su commissione – dai centri di ricerca Tepav (turco) e IEMed (spagnolo) per individuare le aree in cui concentrare gli investimenti, attraverso più di 100 interviste con imprenditori egiziani, tunisini e palestinesi e una raccolta ampia di dati soprattutto microeconomici. Gli analisti responsabili del progetto sono stati estremamente chiari nell'esposizione della mattina, anche nei dettagli statistici più ostici, e l'idea di intervenire non in settori merceologici ristretti ma in quelle che sono state definite “catene di valore aggiunto”, individuando in aggiunta le complementarità tra le economie coinvolte. Per l'Egitto le catene sono acquacoltura, industria casearia, maglieria, centri commerciali, energia solare, turismo. Per la Tunisia: olive e olio d'oliva, turismo, abbigliamento. Per la Palestina: cibi e bevande, materiali da costruzione, tessili, tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Non è detto però che le scelte operate abbiano riscontro anche negli imprenditori europei e turchi chiamati a intervenire; e soprattutto, questa insistenza sul “trilateralismo”, su di una separazione tra imprenditori europei e turchi come se appartenessero a mondi diversi – quando invece esiste un'unione doganale dal 1996 – potrebbe creare qualche fastidio e imbarazzo.

Gli step del Programma

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In concreto, il programma prevede il coinvolgimento di 250 imprenditori euro­turchi – chiamiamoli così – e di 150 imprenditori dei tre paesi pilota: gli euro­turchi formeranno le loro partnership già a febbraio ad Antalya, per poi incontrarsi in primavera in Tunisia ed Egitto con le controparti locali (per ovvie ragioni, gli egiziani accoglieranno anche i colleghi palestinesi). Una prima selezione avverrà sulla base delle indicazioni ricevute dalle organizzazioni imprenditoriali, dalle camere di commercio, dagli uffici commerciali delle ambasciate. Solo piccole e medie imprese, in grado di soddisfare criteri piuttosto esigenti che riguardano la volontà di internazionalizzarsi, il potenziale di crescita, la capacità operative. Imprese in rampa di lancio, insomma. Si attendono soprattutto manifestazioni d'interesse per l'Egitto; molto più spazio – così hanno spiegato a Paralleli i funzionari europei – ci sarà per la Tunisia e per la Palestina. Se i primi risultati saranno


positivi, si passerà a fine 2013 ad altri tre stati.

I panel del pomeriggio, in cui sono stati discussi i tre casi da sperimentare da parte di diplomatici e imprenditori, hanno ulteriormente messo in luce due aree critiche: la mancanza allo stato attuale di linee di finanziamento concrete per i progetti, che verranno rese eventualmente disponibili solo in una fase successiva (sono stati menzionati ad esempio possibili fondi dell'Unione per il Mediterraneo, della European Investment Bank, della European Bank for Reconstruction and Development); il cronico deficit di comunicazione da parte delle istituzioni europee, col risultato che sono sempre i meglio introdotti a partecipare. Vale forse la pena di farsi avanti da parte degli imprenditori italiani, magari contattando direttamente la delegazione dell'Ue ad Ankara – o la nostra rappresentanza diplomatica – per ricevere istruzioni.

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SVILUPPO E PARTENARIATO EUROMED

Allargamento UE: prossimi passi

Il 10 ottobre 2012 la Commissione europea ha affermato la propria intenzione di aprire i negoziati di adesione con l'ex Repubblica jugoslava di Macedonia e di concedere lo status di candidato all'UE all’Albania previo adempimento dei punti chiave delle riforme in atto, proponendo la negoziazione di un accordo di stabilizzazione e di associazione (SAA) con il Kosovo.

La Commissione ha inoltre confermato i risultati positivi conseguiti dalla Croazia nell’ambito del processo di adesione. Presentando il Pacchetto annuale sull’Allargamento, il Commissario europeo Stefan Füle ha dichiarato che l’UE pone la regola del diritto al centro del processo di adesione al fine di creare e mantenere un clima di stabilità e prosperità nell'Unione e nei Paesi dell'allargamento. Le recenti raccomandazioni relative ad Albania, Kosovo, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, l'imminente adesione della Croazia, il recente avvio dei negoziati di adesione con il Montenegro e lo status di candidato attribuito alla Serbia dimostrano che l'Unione europea rispetta i suoi impegni: tali sviluppi positivi nei Balcani occidentali rappresentano un forte segnale del potere di trasformazione dell'UE. Per avanzare ulteriormente, la Commissione europea propone di aumentare l’attenzione nei confronti di specifici settori, ossia: il rafforzamento della governance democratica, iniziando ad affrontare la questione dello Stato di diritto ben prima dei negoziati di adesione; il rafforzamento della libertà di espressione e l'indipendenza dei media; la risoluzione delle questioni economiche nelle prime fasi del processo di consolidamento della stabilità economica e finanziaria. Il sostegno attivo alla Turchia, inoltre, e la sua prospettiva europea rimane un elemento positivo per l’UE. Tuttavia, la mancanza di progressi sostanziali verso il pieno adempimento dei criteri politici e la situazione irrisolta in materia di diritti fondamentali sul territorio turco rimane un problema serio. La piena attuazione degli obblighi previsti dall’unione doganale ed il progresso verso la normalizzazione delle relazioni con Cipro rappresentano questioni urgenti.

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APPROFONDIMENTI

Foreign Direct Investments to the Middle East and North Africa Region: Short and Medium Term Developments The current transition phase in the Middle East and North Africa region goes along with relevant social and economic transformations. What will the immediate repercussions on foreign direct investment coming from the main transatlantic countries be? Are there already significant variations? Are we facing a disruption of sorts? Or, on the contrary, are the main actors laying the groundwork for new economic agreements, which will substantially change the existing balance? What will be the role of Brazil, Russia, India, and China in the near future? L'attuale fase di transizione nel Medio Oriente e Nord Africa va di pari passo con importanti trasformazioni economiche e sociali. Quali saranno le immediate ripercussioni sugli investimenti diretti esteri provenienti dai più importanti paesi atlantici? Ci sono già importanti variazioni? Stiamo andando incontro a una stagione di caos o, al contrario, gli attori principali stanno già preparando il terreno per nuovi accordi economici che cambieranno in modo sostanziale la bilancia esistente? Quale sarà il ruolo di Brasile, Russia, India e Cina nel prossimo futuro? English version Italian version

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APPROFONDIMENTI

Che cosa succede in Libano?

Rosita Di Peri*

Il Libano brucia, il Libano nella spirale della violenza siriana, Hezbollah vuole una nuova guerra civile: sono soltanto alcuni dei commenti apparsi in alcune delle analisi sulla situazione libanese dopo l’attentato del 19 ottobre scorso avvenuto nel cuore cristiano di Beirut, il quartiere di Achrafiye.

È indubbio che la guerra civile in Siria abbia delle serie ripercussioni in Libano così come sul riassetto degli equilibri geo­politici regionali (cfr. n° 5 Osservatorio Mediterraneo). È altrettanto vero che Hezbollah è un attore di rilievo nella politica libanese e che le sue scelte (come quella di appoggiare il regime di Damasco) hanno conseguenze ben precise. Tuttavia le reazioni della prima ora da una parte sembrano aver già condannato il paese dei Cedri ad una ennesima escalation, ad una nuova e sanguinosa guerra civile. Dall’altro lato sembrano mostrare una certa sorpresa rispetto alle modalità dell’attentato, alla sua violenza. Ma che cosa succede in Libano? Di seguito proponiamo una lettura di alcuni delle questioni sopra sollevate al fine di mostrare come il Libano viva, certo, un momento difficile che, tuttavia, ha radici lontane, non ricollegabili soltanto ai recenti avvenimenti legati alle rivolte arabe.

1. L’ingerenza siriana in Libano. La crisi del regime siriano sta certamente avendo importanti ripercussioni sul Libano. Nel nord del paese, posto al confine con la Siria e specialmente nei distretti elettorali di Tripoli, Minniyeh/Denniyeh e Akkar la maggioranza della popolazione sunnita è dichiaratamente ostile ad Assad. In seguito all’aggravarsi della situazione in Siria, ci sono stati scontri armati tra i sunniti (sostenitori del Free Syrian Army) e la minoranza alauita della zona, a favore del regime di Assad. Si tratta degli scontri confessionali più rilevanti dal maggio del 2008 (si veda oltre) ma occorre ricordare come la tensione tra sunniti e alauiti in quest’area non sia soltanto legata alla crisi siriana ma sia latente da diverso tempo. Già negli anni ’80, infatti, durante l’occupazione siriana del Libano, i gruppi palestinesi (accompagnati da alcuni gruppi islamisti), si videro sconfitti dalle truppe siriane alleate con alcuni gruppi di alauiti libanesi. Questo elemento va letto insieme alla crescita della competizione tra sunniti e sciiti (in particolare quelli appartenenti ad Hezbollah) specialmente dopo la firma degli accordi di Ta’if (1989) che videro penalizzati questi ultimi nel gioco degli equilibri confessionali. D’altra parte i sunniti del nord del Libano non hanno mai fatto mistero della loro posizione anti­Assad e anti­Hezbollah, ancora prima del ritiro della Siria dal Libano nel 2005, dopo il quale tale posizione è diventata, semmai, ancora più evidente. Nel corso degli anni, è proprio su tali divisioni che si è appoggiata la politica siriana nei confronti del Libano. La Siria ha operato in Libano attraverso canali

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confessionali e lo ha fatto già a partire dal lontano 1976 quando intervenne nella guerra civile libanese. Il regime di Damasco ha sempre utilizzato il territorio libanese per condurre la propria politica estera e la pervasività della sua presenza, soprattutto negli anni ’90 del secolo appena passato e fino al ri­dispiegamento delle sue truppe nel maggio del 2005, è stata tangibile. Con il regime siriano allo sbando e la graduale perdita di influenza sul Libano (nonostante il sostegno di Hezbollah che, tuttavia sta gradualmente rivedendo la sua posizione vista la grave crisi in cui versano Assad e i suoi sostenitori), attentati come quello di venerdì scorso sembrano un disperato tentativo di ristabilire un controllo e una presenza che stanno via via venendo meno. Allo stesso tempo, la polarizzazione delle posizioni confessionali pro o contro il regime di Assad ha accresciuto la tensione in Libano ma, come abbiamo ricordato, si tratta di una tensione già da tempo alimentata da Damasco. 2. Quanto pesa Hezbollah? La situazione politica in Libano è andata via via deteriorandosi a partire dalla fine della guerra dei 33 giorni con Israele del 2006. Dopo la “vittoria divina” che ha portato onori (ma anche oneri) a Hezbollah, fautore della vittoria contro l’esercito israeliano, il paese ha visto una graduale polarizzazione delle posizioni confessionali all’interno dello spettro politico. La spaccatura tra la coalizione dell’8 marzo (comprendente i partiti sciiti Hezbollah e Amal, i cristiani del Free Patriotic Movement di Aoun e diverse personalità pro­siriane) e quella del 14 marzo (che raggruppa la Corrente Future, sunnita, i partiti cristiani della Falange e delle Forze Libanesi e il Partito Socialista Progressista druso) si è fatta più profonda. L’aspetto più controverso è stato relativo alla posizione di ciascuna delle due coalizioni rispetto al Tribunale Speciale per il Libano, istituto dall’ONU nel 2007 per indagare sull’attentato ad Hariri del 2005, e fortemente contestato, soprattutto da Hezbollah. Una delle ragioni dello scontro rispetto al Tribunale, oltre alla sua creazione, è stato relativo al suo finanziamento che proviene direttamente dalle casse dello stato libanese. Altre linee di tensione sono quelle relative alla consegna delle armi da parte di Hezbollah, richiamata da più parti e, soprattutto, la posizione di Hezbollah, a cavallo tra Iran e Siria. Non è possibile pensare a Hezbollah unicamente come proxy di questi due paesi. Negli ultimi dieci anni, Hezbollah ha allargato la sua rete sociale ed educativa, ha lavorato in maniera trasparente ed onesta nei consigli municipali che è stato chiamato a guidare e negli altri incarichi politici affidati ai suoi membri. Si è affermato sulla scena politica libanese come attore autonomo capace di gestire il proprio futuro politico. Se si eccettuano gli avvenimento del maggio del 2008, in cui membri di Hezbollah hanno aperto il fuoco contro l’esercito libanese, possiamo affermare che il “Partito di Dio” non ha lavorato in questi anni per una radicalizzazione della violenza nel paese. Certo, non ha

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esitato a difendere con tutti i mezzi a sua disposizione i propri interessi quando questi sono stati messi in discussione ma non ha mai gettato benzina sul fuoco per alimentare lo scontro confessionale.

3. La ricerca della verità. Il generale ucciso in Libano venerdì scorso, Wissam al Hasan, era una figura poco nota al grande pubblico ed alquanto controversa che operava nell’ambito delle Internal Security Forces (ISF), una branca molto discussa dell’apparato di sicurezza libanese creata all’indomani dell’assassinio di Rafiq Hariri nel 2005. La ISF era sorta proprio in opposizione all’intelligence militare libanese, accusata di essere corrotta a causa delle sue strette relazioni con Damasco. Wissam al Hasan stava gestendo, tra l’altro, il dossier su Michel Samaha, ex Primo Ministro dell’Informazione Libanese, arrestato lo scorso agosto con l’accusa di complottare contro il governo libanese per conto del regime siriano. È impossibile non pensare che dietro molti degli attentati che si sono verificati in Libano dal 2004 ad oggi (26) non ci sia l’ombra del regime di Damasco. Da questo punto di vista è interessante notare che sia Wissam al Hasan, sia Wissam Eid (ucciso nel gennaio del 2008), un ufficiale anch’esso delle ISF, stavano indagando sugli attentati verificatisi in Libano dopo il 2005 e sull’omicidio di Hariri sul quale il Tribunale Speciale per il Libano ha chiaramente indicato una responsabilità siriana. Le modalità dell’assassinio sono state le medesime, autobomba molto potente piazzata in un quartiere cristiano di Beirut e il movente sembra essere quello di eliminare personaggi brillanti e scomodi che cercavano di fare luce su un evento chiave della storia libanese degli ultimi anni. Tuttavia sembra più plausibile che la Siria stia agendo per coprire le proprie tracce e per tutelare i propri interessi in Libano, piuttosto che per provocare un nuovo scontro confessionale nel paese dei Cedri. *Rosita Di Peri ­ ricercatrice in Scienza Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Torino.

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APPROFONDIMENTI

Osservatorio Mediterraneo n. 6 L’autunno dopo le primavere? Molti non mettono nemmeno più il punto interrogativo. Altri prevedono inverni glaciali. Le manifestazioni per l’offesa del film su Maometto sono “furia araba“ e Al Qaeda è ovunque: dalla Libia alla Tunisia. Le società arabe, con le loro complessità, non esistono, al più fanno da sfondo a rappresentazioni il cui copione esige l’avvenimento eclatante: l’eccidio in Siria, la morte dell’ambasciatore americano a Bengasi, i salafiti in Tunisia ed Egitto. Non succede davvero nulla di positivo nella transizione dei paesi della primavera? La via verso sistemi democratici è già bloccata da integralisti di ogni specie e, perché no, da terroristi? C’è stata davvero una primavera? In questo numero dell’Osservatorio si è cercato di raccontare questa complessità, attraverso esempi diretti e avvenimenti. Italian version

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PALESTRA MEDITERRANEA

La crisi iraniana e le convulsioni in Medio Oriente

Ambasciatore Angelo Travaglini

Il dossier relativo al programma nucleare iraniano non ha registrato finora alcun segnale di avvicinamento nel confronto diplomatico in corso tra i tre membri permanenti occidentali del Consiglio di Sicurezza più la Germania e la Repubblica islamica. Al contrario l’Unione europea ha proceduto ultimamente a infliggere ulteriori sanzioni unilaterali all’Iran con le quali si blocca l’importazione anche di gas iraniano da parte dei 27 Paesi membri e si rende praticamente impossibile qualsiasi rilevante transazione con enti economici e finanziari iraniani (banche, società di trasporto, assicurazioni). La ragione di queste aggiuntive misure punitive? Lanciare dei segnali a Israele per indurre la leadership di quel Paese ad astenersi da un catastrofico attacco contro l’Iran.

L’economia dell’Iran tra sanzioni e interferenza della casta militare

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La volontà, condivisa dagli europei e dall’Amministrazione Obama, di riprendere il processo negoziale tra i 5+1 e la Repubblica islamica, esce confermata, anche se nessuna data è stata a tutt’oggi indicata a tale scopo; questo nell’attesa di conoscere il vincitore delle elezioni americane, delle quali si preferisce attendere l’esito prima di ridare avvio all’ennesimo balletto diplomatico che, nel caso Obama (ma forse anche Romney) uscisse vincitore, potrebbe prevedere persino un negoziato diretto Stati Uniti – Iran, se è vero quel che si mormora circa contatti segreti bilaterali svoltisi in questi ultimi mesi. Nonostante le smentite di ambo le parti qualcosa di vero deve esserci se si pensa che gli Stati Uniti hanno confermato la disponibilità a che trattative dirette, sul fronte iraniano ardentemente desiderate dal Presidente Ahmadi­Nejad, abbiano luogo “in futuro”. Nel frattempo il Capo del governo israeliano Netanyahu, bisognoso, in un quadro nazionale composito ed articolato, di una più appagante investitura popolare, prevenendo in tal modo la concorrenza di personalità politiche in grado di contrastare efficacemente la sua leadership, ha deciso di sottoporsi il prossimo gennaio al verdetto anticipato delle urne, fiducioso, auspicio tutt’altro che infondato, di ricevere un mandato elettorale più forte che gli consenta verosimilmente di reggere meglio il confronto o con un riconfermato Obama o col suo rivale repubblicano Mitt Romney. La situazione economica in Iran denota segni di visibile peggioramento. Il potere d’acquisto della popolazione ha registrato un crollo impressionante in queste ultime settimane con una perdita del valore della valuta nazionale, il rial, nell’ordine del 70% negli ultimi diciotto mesi. Le perduranti sanzioni unilateralmente imposte dall’Occidente, volte soprattutto a colpire l’export di petrolio, in grado di coprire il 70% del bilancio statale su base annuale e l’85% delle risorse in valuta, nonché a isolare, assurdamente,


l’intero sistema finanziario iraniano dal volume degli scambi internazionali, cominciano a secernere effetti molto negativi sull’economia reale e conseguentemente sul piano sociale interno. Sanzioni che incontrano l’opposizione russa e cinese in uno iato di incomprensione che non accenna a restringersi. In un quadro dunque già di estrema difficoltà non si può tralasciare altresì il peso di un assetto economico quale quello iraniano caratterizzato da uno statalismo pervicace e da una interferenza in questo campo della casta militare rappresentata dalle Guardie Rivoluzionarie la cui presa sull’economia nazionale non trova alcun analogo riscontro in nessun altro Paese della regione. Neanche di realtà come l’Egitto, la Siria e la Turchia dove i militari svolgono un ruolo tutt’altro che secondario nelle strutture di potere. Ma il livello di condizionamento esercitato dai pasdaran non ha uguali. Esso interessa settori vitali dell’economia che vanno dal comparto energetico alle costruzioni, dal commercio estero all’industria automobilistica (la più importante in Medio Oriente e la 13° in ordine di grandezza al mondo), dalle telecomunicazioni alla ricerca scientifica. Gli effetti di tale stato di cose si manifestano nei loro tratti più negativi quali l’opacità della realtà economica iraniana, la mancanza di apertura verso l’esterno, la riluttanza degli operatori privati a investire e incidere profittevolmente nel mercato nazionale. Se a questo si aggiunge il carattere alquanto discutibile delle scelte di politica economica assunte, e la responsabilità di ciò non può essere addossata interamente, come vorrebbe farsi credere, al Presidente Ahmadi­Nejad, si può capire perché l’economia iraniana va di male in peggio. In questo deprimente contesto l’incidenza delle sanzioni, l’assenza di imprese occidentali e il conseguente grave isolamento dell’Iran dal sistema degli scambi internazionali finiscono paradossalmente per rafforzare l’onnipresenza della potente casta militare, i cui membri non brillano certo per senso di amicizia verso l’Occidente. I giovani e la popolazione civile patiscono in misura crescente a causa delle sanzioni mentre coloro che li opprimono traggono profitti ragguardevoli, in un sistema segnato da un alto livello di corruzione, dalle misure punitive inflitte alla Repubblica islamica. Né potrebbe essere altrimenti in presenza di un assetto economico strutturalmente fragile, mal governato e orientato, tuttora eccessivamente dipendente dall’export di beni primari, petrolio e gas naturale; anche se evidenti sono gli sforzi del governo di Teheran tesi a diversificare gli scambi e valorizzare gli apporti non trascurabili del know­how nazionale, riservando un’attenzione particolare verso le energie rinnovabili, orientando inoltre le esportazioni, anche di manufatti, verso l’Asia centrale, ricreando in mezzo a difficoltà e preclusioni una riedizione della “Via della seta”. Il negativo scenario descritto non pare comunque in grado di portare ai risultati desiderati dagli occidentali. La tenuta del regime non corre pericoli sia perché Teheran continua a esportare, seppure in quantità più ridotte, le proprie

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ricchezze energetiche verso importanti mercati asiatici (Cina, Giappone, India, Corea del Sud), africani (Sud Africa) e medio ­ orientali (Turchia e Dubai), sia perché fino a che il prezzo del petrolio rimarrà attestato oltre i 100 dollari al barile, l’economia iraniana potrà continuare a operare nonostante l’effetto nefasto delle sanzioni. Finché dunque gli asiatici e altri continueranno a comprare e il prezzo del greggio continuerà a essere attestato dove attualmente esso è, ben poche sono le speranze che ulteriori misure sanzionatorie producano quell’indebolimento irreversibile del quadro politico ed economico della Repubblica islamica che gli Stati Uniti e Israele perseguono inflessibilmente da più di un trentennio. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, fonte insospettata, nel suo ultimo rapporto bi­annuale ha dovuto riconoscere che il quadro macroeconomico iraniano non mostra segni del tutto negativi se è vero che nel prossimo anno ­ ad avviso del FMI ­ si dovrebbe registrare un ritorno alla crescita con una diminuzione dell’inflazione e un attivo della bilancia commerciale, dovuto in larga misura ai più cospicui inserimenti nell’ambito produttivo delle imprese nazionali. Nonostante la gravissima svalutazione del rial e l’impennata della disoccupazione, gli aggregati economici continuano a parlare un linguaggio in controtendenza rispetto a quanto asserito da coloro pronti a prevedere in prospettiva un crollo del regime. Sul piano economico­finanziario tale sbocco appare alquanto arduo da conseguire. L’arma militare che non c’è

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Ma anche sul piano politico questa prospettiva appare piuttosto remota al punto da far apparire le superficiali profezie di taluni di un’incombente “Primavera persiana” poco più di una sorta di “wishful thinking”. L’equazione iraniana presenta caratteristiche e variabili ben difformi da quanto rilevabile nel panorama arabo­islamico, dove sussiste un’endemica propensione all’estremismo che coesiste con una pregnanza identitaria e valori condivisi certamente meno profondamente sentiti di quanto sia dato di rilevare nell’universo sciita. La maggioranza degli iraniani approva e sostiene la “confrontation” portata avanti dai vertici politici e religiosi contro l’Occidente a proposito del programma nucleare, considerato un diritto inalienabile di una grande nazione come l’Iran. Il fatto che il clima politico nel Paese si sia oscurato, esibendo tratti di bieco autoritarismo, alimentati dalla forza bruta dell’apparato repressivo, non deve far pensare che la società civile iraniana giudichi positivamente le sanzioni unilaterali inflitte al proprio Paese con il carico di sofferenze che esse comportano per la maggioranza della popolazione. E’ vero il contrario, se si pensa che la recente decisione americana di depennare dalla lista degli agenti del terrore il movimento dei “Mujaheddin­e­ Khalq” (MEK), privo di un reale seguito nella società iraniana, diretto in maniera autocratica da Maryam Rajavi, alleato dell’Iraq nella sanguinosa guerra condotta contro l’Iran negli anni ‘80, ha destato un’ondata di risentito scoramento nelle file dei riformisti iraniani (“Green


Movement”), concordi nel valutare la scelta USA “una prova dell’indifferenza e della scarsa conoscenza della nostra realtà”. Scelta che, sempre a giudizio degli stessi ambienti, si rivelerà controproducente e fornirà argomenti al regime oppressivo interno per accrescere la propria legittimità e credibilità nella società nazionale. La storia della nazione iraniana è del resto ricca di illuminanti esempi di come essa sia riuscita nel corso dei secoli a tener testa alle pressioni esterne; e questo sia nei confronti della detestata Potenza coloniale britannica, sia verso la Russia degli zar prima e l’Unione Sovietica dopo, oggetto di atavica diffidenza, sia ora infine contro quelle Potenze che a giudizio degli iraniani vogliono negare un diritto riconosciuto dal Trattato di non­Proliferazione nucleare, sottoscritto da Teheran fin dagli anni ‘70; diversamente da Israele che, oltre a essere in possesso di un temibile arsenale nucleare a fini militari, continua a essere fuori dal medesimo Trattato e rifiuta agli ispettori dell’Agenzia atomica l’accesso ai propri impianti. La politica di sanzioni sta indubbiamente producendo risultati, anche se il prezzo viene pagato soprattutto dalla massa dei cittadini iraniani piuttosto che dai centri del potere politico, militare e religioso, i quali a tutt’oggi non mostrano cedimenti di fronte alle pressioni occidentali. Né potrebbe essere altrimenti agli occhi di chi abbia una sufficiente conoscenza della realtà iraniana. Al riguardo è interessante rilevare una recente dichiarazione comune finnico ­ svedese con la quale i due governi pongono in rilievo i pericoli della situazione e l’opportunità di un serio approccio negoziale affrancato da quel carico di minacce e toni ultimativi che feriscono la dignità di un popolo. Con il risultato di approdare a sbocchi lontani da quelli perseguiti. Secondo le diplomazie dei due Paesi nordici, quel che si dovrebbe cercare di evitare è creare le condizioni di una mobilitazione generale in Iran suscettibile di dar incontrollato corso a rigurgiti nazionalistici dalle poco rassicuranti conseguenze sul piano interno e regionale. D’altronde quel che emerge dalle analisi realizzate dai centri dell’intelligence dei due Paesi più direttamente coinvolti in quest’area di crisi, Israele e Stati Uniti, è come la decisione di dotarsi dell’arma atomica non sia stata ancora assunta dai vertici iraniani. E questo non solo per il decreto religioso emesso dalla massima autorità sciita, l’ayatollah Khamenei, ma anche per le difficoltà obiettive in termini, se vogliamo, di tecnologia cui Teheran si trova confrontata nel portare avanti il processo di arricchimento dell’uranio. A tal proposito risulta utile richiamarsi a quanto recentemente apparso in un documento pubblicato da un team assolutamente bipartisan composto da figure illustri dell’establishment di sicurezza statunitense (Zbignew Brzezinski, Brent Scowcroft e Richard Armitage, citandone solo alcuni), nel quale gli autori del pregevole “paper” concordano nel ritenere che ci vorrà “un anno o più” perché gli iraniani riescano a dotarsi di uno strumento atomico per uso militare (“military grade weapon”) mentre, una volta

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raggiunta questa soglia, occorreranno “due anni o più” per ottenere una testata nucleare (“warhead”) in grado di essere collocata nell’ogiva di un missile per la sua utilizzazione finale in chiave operativa (“delivery capacity”). Nel leggere tali eloquenti conclusioni, emananti da ambienti certamente non sospettabili di simpatie per il regime degli ayatollah, del resto piuttosto in armonia con quanto sostenuto, seppur in modo più larvato, dagli omologhi israeliani, riesce arduo scorgere elementi di responsabile coerenza politica negli atteggiamenti minacciosi assunti dai vertici politici di Tel Aviv col richiamo all’inevitabilità dell’opzione militare nel caso in cui le famose “red lines” venissero superate. Tanto più sconcertante quando si pensi che l’attuale Primo Ministro israeliano era lo stesso leader politico che nel lontano 1992 asseriva in maniera perentoria che l’Iran avrebbe conseguito la capacità nucleare “nello spazio di tre ­ cinque anni”! Tutto questo spiegherebbe forse la ragione per la quale sia Bush senior (nella prima metà degli anni ‘90) sia l’ex Presidente Clinton che, in maniera più evidente, Obama non hanno mai ritenuto di prendere in seria considerazione le virulente esternazioni, tinte di irrefrenabile populismo, del Capo del governo israeliano, considerate peraltro meno deleterie di quelle profferite in passato dai suoi predecessori Ariel Sharon e Ehud Olmert. E il fatto che il documento sopra menzionato sia stato redatto da personalità che hanno prestato servizio in Amministrazioni di colore politico diverso conferma una certa responsabile coerenza dell’atteggiamento americano nella crisi dei rapporti con l’Iran. Per gli Stati Uniti il pericolo da scongiurare concerne soprattutto la possibilità che Teheran “venga a dotarsi” dell’arma atomica; eventualità, come abbiamo visto, ritenuta ancora di là da venire. E a nostro avviso questo pericolo e le vie da percorrere per porvi rimedio continueranno a essere valutati fondamentalmente in maniera non difforme da chi occuperà la Casa Bianca a partire dal prossimo gennaio, sia che si tratti del riconfermato Obama o del suo rivale repubblicano. Quel che merita in ogni caso di essere apprezzato è la visione di questo delicatissimo dossier da parte degli Stati Uniti, apparentemente inclini a risparmiare al mondo le nefaste conseguenze scaturite dall’aggressione militare all’Iraq che, oltre ad aver comportato un altissimo prezzo di sangue e di risorse, ha spianato la strada alla penetrazione in quel Paese di Al­Qaeda e dei suoi affiliati. Secondo le più recenti stime uno dei risultati, non proprio incoraggianti, dell’attacco del 2003 è stato che le forze del terrore hanno triplicato la loro presenza in Iraq rispetto a prima della decisione di rovesciare il regime di Saddam Hussein, venendo a operare in tutta libertà nei vasti spazi desertici dell’ovest del Paese (uno dei punti di passaggio verso la Siria). Quel che colpisce è l’analogia di questo rattristante sviluppo con quel che conseguì al fallito attacco militare sovietico contro l’Afghanistan alla fine degli anni ‘70 che portò praticamente alla sconfitta di qualsiasi prospettiva di crescita democratica e liberale in una terra divenuta per

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converso un “hub” del terrorismo islamico. Tornando al presente, non si deve comunque far passare in secondo ordine il carattere strategico della relazione tra Washington e Tel Aviv che paradossalmente, con buona pace di Netanyahu, ha fatto registrare sotto la Presidenza Obama, rispetto alla gestione Bush, un considerevole aumento su base annuale dell’aiuto militare USA a Israele. Un accanimento inspiegato

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Alcuni analisti si chiedono per quale ragione Israele non cominci a prendere consapevolezza degli ingenti asset di cui dispone in grado di garantirle una posizione di forza nello scacchiere. Se si pensa agli arsenali militari sui quali lo Stato ebraico può fare affidamento, un numero imprecisato di testate nucleari, frutto della sofisticata tecnologia francese, un efficientissimo sistema di difesa antimissile (“Iron Dome”) fornito dall’alleato americano, una flotta di sottomarini muniti di letali missili di crociera, di produzione germanica, solcante tutti gli spazi marini prospicienti le aree sensibili per la difesa di Israele, nonché un establishment militare di primissimo ordine, ci si potrebbe chiedere quali fattori entrano in gioco di ostacolo a una convivenza pacifica con entità della regione ben più vulnerabili sia sotto il profilo militare sia sotto quello della stabilità interna e dei relativi equilibri di potere. L’Iran rientra sicuramente nel novero dei Paesi alle prese con problemi di sostenibilità politica ed economica. Le tensioni trasversali in seno ai gruppi dominanti tendono ad aggravarsi in uno scenario quanto mai diviso e frastagliato mentre l’economia nazionale, vittima delle sanzioni esterne e di una mala gestione, diviene sempre più fragile. L’obiettivo prioritario della nomenclatura politica e religiosa iraniana resta quello di garantire la presente identità in un percorso di dialettica nazionale tutt’altro che scontato, nonché un’autonoma capacità di orientare la propria diplomazia nel sub ­ sistema di appartenenza. Tutto dovrebbe dunque concorrere a creare le condizioni propizie per una convivenza pacifica tra due Paesi legati da una storia per molti versi comune. In Iran vive una cospicua minoranza ebraica, rappresentata al Majlis, il Parlamento nazionale, la più numerosa nel mondo islamico, libera di praticare il proprio culto religioso nelle varie sinagoghe presenti nella Repubblica islamica (nella sola Teheran ve ne sono diciotto, esistenti anche in altre città del Paese). Ciò dovrebbe rappresentare un elemento meritevole di considerazione per far comprendere come la cultura politica iraniana abbia poco in comune con quanto teorizzato e posto in essere dal terrorismo di Al­Qaeda nelle sue variegate inquietanti proiezioni. E invece, mentre l’Iran continua a essere visto come il nemico principale da abbattere, pur essendo anch’esso esposto in casa propria ai colpi dell’estremismo sunnita, l’Occidente si mostra meno inquieto per l’espandersi delle centrali terroristiche in Medio Oriente e in Nord Africa, dove hanno luogo sviluppi che dovrebbero per converso preoccupare per l’evoluzione che da essi potrebbe


Uno sguardo al Medio Oriente

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conseguire dal punto di vista della nostra sicurezza.

Il Medio Oriente è sottoposto a convulsioni generate da decenni nel corso dei quali i popoli della regione sono risultati assenti nella enucleazione del loro divenire. Regimi autoritari e liberticidi hanno prosperato nel silenzio delle grandi Potenze, interessate a tutelare i loro interessi in un’area del mondo di strategica rilevanza sotto ogni profilo (politico, economico, sicurezza). Tutto questo sembra confluire nel passato della storia in alcuni Paesi mentre anche in altre realtà, tuttora dominate da un sistema in larga misura assolutistico, il movimento emanante dal profondo dell’humus sociale è già iniziato ed i reggitori sono chiamati fin da ora a misurarsi con esso in un confronto destinato a cambiare progressivamente ed irreversibilmente il volto di un universo proteso verso nuove frontiere. A tal proposito la stessa Arabia saudita è percorsa da spinte destabilizzanti, che si tratti della rivolta delle masse sciite nelle sue Province orientali, reclamanti addirittura la secessione dal Regno wahabita e l’unione con i loro fratelli di fede in rivolta anch’essi nel finitimo Bahrein, governato da un’oligarchia sunnita, o dei gravi problemi di successione che si profilano all’orizzonte provocati da un’elite al potere sottoposta all’usura del tempo sotto la quale scalpitano pretendenti meno anziani, mossi da un’irrefrenabile ambizione non sempre accompagnata da una chiara visione di come rispondere alle sfide di un mondo in evoluzione. Né si può omettere di menzionare la spinta rinnovatrice di giovani generazioni, uomini e donne, sulle quali le moderne tecnologie dell’informazione incidono orientandole verso nuovi modi di pensare e di concepire la vita. A partire da questo momento dunque l’interesse della comunità internazionale sarà quello di articolare le rispettive proiezioni di politica estera tenendo conto di una realtà in evidente trasformazione. Il che richiederà un continuo sforzo di interpretazione e di comprensione nella misura in cui ci si dovrà confrontare con interlocutori maggiormente rappresentativi della volontà collettiva o che loro malgrado saranno costretti in ogni caso a tenerne conto. Il futuro di questa area del mondo si presenta difficile ed irto di incognite. I pericoli di un ritorno a forme reazionarie di governo, vuote di contenuti ma determinate ad imporre “sacre verità” in totale distonia con le reali esigenze di emancipazione delle masse, non possono essere sottovalutati. Da qui scaturisce l’esigenza di favorire l’adozione di politiche il più possibile “inclusive” suscettibili di arginare in modo efficace il flagello della povertà e dell’emarginazione, ormai non più tollerato nelle terre dove prevale la religione del Profeta, dal Marocco allo Yemen, e che costituisce la vera fonte di instabilità ed insicurezza. Questo si dovrà cercare di fare se si vorrà evitare di ricadere in un baratro oscurantista dalle nefaste conseguenze. Sarà interessante e ricco di conseguenze l’esito delle elezioni americane. Nonostante il declino della superpotenza USA, dimostrato da una sua minore capacità a condizionare il


corso degli eventi nelle varie aree del mondo, gli Stati Uniti restano il punto di riferimento irrinunciabile nella conduzione delle questioni internazionali. Per questo motivo problemi di estrema importanza per la pace del mondo quali il controverso programma nucleare iraniano e la creazione di un Medio Oriente scevro di armi atomiche rimangono per il momento “on hold” in attesa di conoscere chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Una volta che Obama o Romney avranno assunto le loro funzioni l’attività diplomatica riprenderà in pieno nell’auspicio che il processo negoziale venga a coprire non solo le due questioni sopra menzionate ma anche il corso degli eventi in Siria che da diciannove mesi insanguina, senza che si intravveda una via d’uscita, quel bellissimo Paese, ricco di storia e di tradizioni. A nostro avviso un passaggio importante nell’evoluzione del quadro generale nell’area medio ­ orientale potrebbe essere dato dal positivo svolgimento a fine anno della preannunciata Conferenza di Helsinki su un Medio Oriente “nukefree”. In quella sede, caso piuttosto raro, si dovrebbe avere la partecipazione di tutti i Paesi arabi della regione ed anche della Repubblica islamica dell’Iran nel caso in cui Israele, unica Potenza regionale in possesso di un arsenale nucleare, decidesse di aderirvi. L’evento finnico riveste un indiscutibile rilievo nella misura in cui esso è stato patrocinato dall’Egitto in sinergia con l’Arabia saudita e sponsorizzato dall’Amministrazione Obama in esito alla “Review Conference”, nell’ambito del Trattato di non­Proliferazione nucleare, svoltasi nel maggio 2010 nella sede delle Nazioni Unite a New York. L’emirato del Qatar ha recentemente espresso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il vibrante auspicio che la riunione di Helsinki abbia luogo e, “per la sua importanza”, sia coronata da successo. Un piccolo inciso: Qatar è un’entità minuscola ma con una diplomazia molto attiva. L’emiro Hamad bin Khalifa Al­Thani, personalità dalle idee piuttosto aperte e promotore entro certi limiti di una modernizzazione del Paese, è stato il primo Capo di Stato a recarsi giorni fa in visita ufficiale nella tormentata enclave mediterranea di Gaza dove la sua numerosa delegazione ha avuto contatti estremamente fruttuosi sotto ogni profilo con le locali Autorità appartenenti al movimento palestinese Hamas, ivi al potere dal 2007 e sottoposto da allora al blocco navale israeliano. Ciò facendo il potente emiro, resosi molto popolare per gli sforzi dispiegati per favorire la riconciliazione tra le due formazioni rappresentative delle istanze palestinesi, ha rotto, più che simbolicamente, l’isolamento politico dell’enclave. Ciò detto e concludendo, si assumerà il governo israeliano la responsabilità di far fallire un’occasione (la Conferenza di Helsinki) che vedrebbe riunite tutte le Potenze islamiche della regione e che contribuirebbe ad avvicinare la soglia della pace e della stabilità in Medio Oriente, ancorandola ad ormeggi più sicuri ed affidabili di quelli attuali? Scarse sono purtroppo le speranze di una risposta negativa al suddetto quesito.

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SEGNALAZIONI

“Le nuove relazioni italo­libiche”

L'Istituto Paralleli e la Camera di Commercio di Torino, nell'ambito del progetto Rete Camerale per il Mediterraneo, organizzano l'8 novembre 2012 a Torino un incontro indirizzato a operatori, imprenditori e persone interessate alle relazioni economiche con la Libia. “Le nuove relazioni italo­libiche” 8 novembre 2012 c/o Centro Congressi Torino Incontra ­ Sala Sella Via Nino Costa, Torino, ore 9,30 ­ 13,00

Nell'ambito della sua collaborazione con le Camere di Commercio di Torino, Genova e Milano, e in veste di coordinatore del progetto “Rete Camerale per il Mediterraneo”, Paralleli propone un incontro, che chiuderà i lavori della “Settimana libica”, dedicato agli sviluppi delle relazioni politico economiche tra Italia e Libia. Per proseguire il percorso iniziato con la Tavola Rotonda organizzata da Paralleli il 5 dicembre scorso, “La nuova Libia: rapporti economici e commerciali dopo la caduta di Gheddafi”, l’Istituto propone un nuovo incontro di aggiornamento della situazione, con il coinvolgimento del Consigliere del Ministero degli Affari Esteri Andrea Catalano. Saluti istituzionali

Programma

Alessandro Barberis, Presidente Camera di Commercio di Torino Coordina

Giancarlo Chevallard, Presidente Istituto Paralleli Intervengono

Andrea Catalano, Consigliere di Legazione, Vice Capo Ufficio Maghreb, Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza, Ministero degli Affari esteri Giovanni Pischedda, Camera di Commercio di Torino

Rappresentante Promos/Camera di Commercio di Milano Per partecipare all’incontro è necessaria l’iscrizione Ludovica Baussano – Istituto Paralleli ludovica.baussano@paralleli.org, tel. 0115229837

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FORUM ECONOMICO E FINANZIARIO PER IL MEDITERRANEO

Milano, Palazzo Mezzanotte e Palazzo Turati, 12­13 novembre 2012

Dopo il successo delle prime due edizioni, tenutesi a Milano nel 2009 e 2010, al prossimo Forum sono attesi prestigiosi ospiti da oltre 35 Paesi, esponenti di Governi e Istituzioni, rappresentanti di Istituzioni Finanziarie Nazionali e Internazionali, imprenditori, personalità del mondo politico e della società civile dell’Area Euro­Mediterranea.

Il Forum costituirà un’occasione unica per valutare i processi di profonda trasformazione in atto nell’Area Euro­ Mediterranea, il loro impatto sulle relazioni sociali, economiche e finanziarie e per discutere delle strategie volte ad assicurare la crescita economica e l’inclusione sociale, favorendo nuove opportunità di cooperazione, mobilità dei talenti, imprenditoria giovanile e creazione di posti di lavoro, innovazione e start up. Il Forum rappresenterà infine l’occasione per il lancio del “Centro Euro­Mediterraneo per lo sviluppo delle Micro, Piccole e Medie Imprese”, iniziativa promossa dalla Camera di Commercio di Milano, realizzata con il sostegno del Governo italiano e della Banca europea per gli investimenti, in collaborazione con la Commissione Europea e con il Segretariato dell’Unione per il Mediterraneo. Il Centro mira a stabilire una partnership di successo tra agenzie pubbliche e private a sostegno delle Micro, Piccole e Medie Imprese dell’Area Euro­Mediterranea, per valorizzare le competenze comuni e fornire servizi di sostegno efficaci al fine di incrementare i rapporti economici e finanziari tra le due sponde del Mediterraneo.

Il “Forum Economico e Finanziario per il Mediterraneo” è promosso e organizzato dalla Camera di Commercio di Milano, attraverso Promos, l’Azienda Speciale che opera nel campo dell’internazionalizzazione e del marketing territoriale, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Commissione Europea, della Banca europea per gli investimenti e del Segretariato dell’Unione per il Mediterraneo. More info

Presentazione Rapporto 2012 su "Le relazioni economiche tra l'Italia e il Mediterraneo

Napoli, Banco di Napoli, via Toledo 177 ­ ore 9,00

Il prossimo 20 novembre SRM presenterà a Napoli il Rapporto 2012 su "Le relazioni economiche tra l'Italia e il Mediterraneo".

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Il Convegno, che si terrà presso la Sala delle Assemblee del Banco di Napoli in Via Toledo 177 (ore 9­13), intende approfondire l'analisi della dimensione imprenditoriale, infrastrutturale e finanziaria dell’Area MED. Il Rapporto, alla seconda edizione, sistematizza e sviluppa con contenuti inediti e prospettive di indirizzo i principali lavori di ricerca realizzati dall’Osservatorio SRM­MED. Per info e adesioni compilare il form online.

Incontri d’affari Euro­Mediterranei

Marsiglia, Palais des Congrès ­ 22­23 novembre

“Le energie rinnovabili applicabili nelle costruzioni e le economie d’acqua nelle abitazioni residenziali” sarà la tematica al centro della XII edizione degli “Incontri d’Affari Euro­mediterranei”, organizzata dalla Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia, che si terrà il 22 e 23 novembre prossimo nella città francese, al Palais des Congrès presso il Parc Chanot.

Focus dei seminari e conferenze saranno: l’edilizia/eco­ costruzione, l’efficienza energetica e le attrezzature di misura e gestione dei consumi. Inoltre, nella due giorni di manifestazione, sono previsti più di 500 incontri B2B destinati ai 120 operatori attesi (imprese, laboratori di ricerca, clusters) provenienti da Algeria, Belgio, Egitto, Francia, Germania, Grecia, Israele, Italia, Marocco, Spagna, Svezia, Tunisia e Turchia.

L’evento si svolgerà in parallelo alla IV edizione di “Écobat Méditerranée”, salone professionale sull’eco­costruzione, l’innovazione e la performance energetica nel Mediterraneo, ed è patrocinato dal “Conseil Régional Provence Alpes Côte d’Azur” e dal “Conseil Général des Bouches du Rhône”. More info

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www.paralleli.org Con il sostegno di :

Rete Camerale Nord Ovest per il Mediterraneo

Le attivitĂ  dell'Istituto Paralleli sono sostenute da:


DevelopMed n. 30