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Newsletter n° 31 SOMMARIO

Paralleli Istituto Euromediterraneo del Nord-Ovest www.paralleli.org Responsabile: Marcella Rodino Redazione Italia: Claudio Tocchi Redazione Med: Giuseppe Mancini, Abdellatif Taboubi, Ambasciatore Angelo Travaglini ________________________ tel. 011 5229810 newsletter@paralleli.org Per iscriversi alla newsletter cliccare qui.

Con il sostegno di: Rete Camerale Nord Ovest per il Mediterraneo

Scambi Italia-Med • Turchia - La penisola delle pipelines Istanbul - Giuseppe Mancini • La Tunisia un anno dopo le elezioni. Transizione democratica o disillusione? Tunisi - Abdellatif Taboubi

Med Flash • Torino - 2015, congresso mondiale delle Camere di commercio • Conti correnti intestati a imprenditori immigrati. In un anno +25% • L’Agenzia ICE guarda ai territori palestinesi • Start up: l'Italia dà un segnale di fiducia • Formazione per giovani imprenditori euromed

Crisi ed Economia Mediterranea • Turchia - Intesa San Paolo: prossima l'apertura di una filiale a Istanbul • Libia: chance per l’Italia, non solo idrocarburi • La crescita del consumatore africano

Sviluppo Partenariato Mediterraneo • Nasce a Milano il Centro Euro-Mediterraneo per le Pmi • Unione per Mediterraneo: un nuovo tentativo di rilancio • Commissione Ue: nuovi programmi per investimenti euromed

Approfondimenti • L’imprenditoria immigrata in Italia: un fenomeno sotto analisi • La governance aziendale nelle banche islamiche • Italia: la prima per interscambio economico con il Mediterraneo • La Libia dalla guerra a oggi - Video atti

Palestra Mediterranea Le attività dell'Istituto Paralleli sono sostenute da:

• Turchia e Iran: due realtà interconnesse nel turbolento scenario medio-orientale Ambasciatore Angelo Travaglini

Segnalazioni


SCAMBI ITALIA-MED

Turchia - La penisola delle pipelines Istanbul - Giuseppe Mancini Un grande pannello della Botaş, l'azienda statale turca competente, ne indicava con lucine colorate i percorsi – attivati o progettati – attraverso l'Anatolia: la grande attrazione, nello spazio allestito per gli sponsor, della quarta edizione dell'Energy and Economic Summit organizzato dall'Atlantic Council a I stanbul, il 15 e 16 novembre scorsi. Per sostenere il proprio boom economico e stili di vita pienamente moderni, la Turchia deve assicurarsi fonti energetiche in quantità sempre maggiore: il nucleare e le rinnovabili per il futuro, petrolio e gas naturale nell'immediato; il trasporto dagli stati confinanti a est avviene e avverrà in larghissima parte attraverso oleodotti e gasdotti: e l'obiettivo della Turchia è quello di trasformarsi in hub, in zona di smistamento – così da intascare royalties strada facendo – verso l'Europa. Anche per questo motivo, praticamente ogni volta che intervengono in consessi internazionali, le autorità di Ankara si rammaricano della mancata apertura da parte dell'Unione europea – a causa di miopi veti, specialmente in un periodo di crisi – del capitolo negoziale sull'energia: gli interessi sono comuni, una strategia comune sarebbe nell'interesse di tutti. Lo ha detto anche il ministro dell'energia e delle risorse naturali, Taner Yıldız, durante la cerimonia di apertura del summit. I n riva al Bosforo si sono dati appuntamento ministri, ambasciatori, analisti strategici, capitani d'industria, finanziatori: pochi lunghi discorsi, molti scambi serrati e ad alto ritmo; i corridoi e le sale private, poi, hanno testimoniato incontri politici e d'affari: la soddisfazione era stampata sul volto di molti, i profitti continuano ad avere molti zeri. I l leitmotiv del forum può essere infatti riassunto in “più pipelines per tutti”: perché la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e dei percorsi per il trasferimento verso ovest (in alcuni casi verso est e sud, Cina e I ndocina) è la miglior garanzia per prezzi equilibrati e quantitativi soddisfacenti; sono tutte benvenute: Tanap, Nabucco West, South Stream, l'oleodotto Samsun-Ceyhan per evitare il passaggio delle petroliere sul Bosforo. Ma anche Robert Blake, sottosegretario americano con responsabilità per l'Asia centrale e meridionale, ha lanciato una frase ad effetto (amichevolmente rubata al ministro degli esteri del Kazakistan): dal great game al great gain, dal grande gioco delle grandi potenze (Russia e Gran Bretagna, poi Urss e Usa) per conquistare influenza geopolitica in Asia centrale al “grande guadagno”. Di tutti, per l'appunto. Nelle numerose sessioni durante i due giorni di lavori si è parlato di Asia centrale, Afghanistan e Turkmenistan, I raq e I ran, ovviamente Russia, ma anche Cina e Stati Uniti, Africa e Mediterraneo – con un occhio di riguardo agli sviluppi

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tecnologici previsti nei prossimi decenni. E proprio il panel dedicato a quelli che in Turchia vengono chiamati il mar Nero e il mar Bianco (cioè, il Mediterraneo) – e alle risorse di gas naturale – ha dato vita a una delle discussioni di maggior rilevanza, economica e politica: perché il dialogo tra Amit Mor, israeliano e amministratore delegato dell'israeliana Eco Energy, e Mithat Rende, turco e direttore generale per gli affari economici multilaterali e l'energia al ministero degli esteri (non ha partecipato al panel, è però ripetutamente intervenuto durante la sessione delle domande dal “pubblico”), ha richiamato l'attenzione sul triangolo I sraeleCipro-Turchia – un triangolo di instabilità o di prosperità nel mediterraneo orientale, a seconda dell'evoluzione che avranno i rapporti tra gli attuali contendenti. Mor è partito richiamando le tre grandi scoperte degli ultimi anni, tutte opera dell'americana Noble: il giacimento Tamar, 90 chilometri al largo delle coste israeliane di Haifa, che dovrebbe contenere 250 miliardi di metri cubi di gas (e in grado di soddisfare per 20 anni il fabbisogno di I sraele); il gigantesco Leviathan, sempre a largo di Haifa e con risorse addirittura superiori, circa 450 miliardi di metri cubi; e infine Aphrodite, ancora più a largo e già nella zona economica esclusiva della Repubblica di Cipro, con 200 miliardi di metri cubi di gas e qualche miliardo di barili di petrolio. Le opportunità di sfruttamento ed esportazioni sono enormi, le complicazioni anche. I n primo luogo, c'è la guerra permanente israelo- palestinese: e le piattaforme, i gasdotti e gli altri impianti necessari rappresenteranno un obiettivo particolarmente allettante; in secondo luogo, la mancata riunificazione di Cipro e i rapporti burrascosi tra I sraele e Turchia rendono al momento improbabile uno sfruttamento congiunto. Ma, come Rende ha sottolineato riprendendo le considerazioni del ministro Yıldız il giorno prima (“dovremmo usare le risorse in idrocarburi per migliorare la cooperazione regionale”), è proprio un progetto condiviso – cioè, una pipeline che si congiunge alla rete turca e di conseguenza a quella europea – il modo economicamente più conveniente di operare. Ha difeso la posizione della Turchia nei confronti di I sraele, che si è irrigidita dopo l'assalto alla Mavi Marmara nel maggio 2010 (nove attiviti turchi uccisi dai commandos israeliani) e non cambierà di tono fino a quando non arriveranno scuse formali, risarcimenti e la fine del blocco di Gaza; ha ribadito quella nei confronti della situazione a Cipro: difesa degli interessi dei turco-ciprioti attivando esplorazioni autonome (difese da navi da guerra) ed escludendo dal mercato turco quelle aziende – è coinvolta anche l'Eni, ad esempio – che operano nell'area contesa in assenza di un accordo su come dividere i profitti tra le due comunità cipriote. Ha concluso dicendo che auspica per il futuro una soluzione complessiva del contenzioso affinché “il gas naturale del Mediterraneo orientale possa essere sfruttato come un sistema integrato, sostenuto dalle banche e commercialmente realizzabile”.

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La Tunisia un anno dopo le elezioni. Transizione democratica o disillusione? Tunisi - Abdellatif Taboubi La Tunisia, all'incrocio delle strade della storia e della ricostruzione dello stato della seconda repubblica, negozia non senza difficoltà le sue grandi scelte, in particolare il modello di società, di sviluppo e il regime politico. La stanchezza popolare si esprime sovente negli stadi. I l 21 ottobre 2012, in effetti, una parte del pubblico tunisino dello Stadio di Rades (periferia Sud di Tunisi) ha scandito con forza un canto inneggiante l’ex-dittatore decaduto Zine El Abidine Ben Ali - in fuga dopo il 14 gennaio 2011 in Arabia Saudita - all’arrivo nello stadio di Mustapha Ben J aâfar, presidente dell’Assemblea nazionale costituente (ANC). Un atto politico per eccellenza. Un altro episodio significativo ha avuto luogo durante una famosa trasmissione radio, il 29 ottobre 2012. Un ascoltatore, originario di una città dell’interno della Tunisia, dopo aver augurato telefonicamente buona festa a tutto il mondo, ha parlato del suo villaggio… Ma al momento dei saluti finali, ha domandato di poter fare una dedica. La conduttrice gli ha risposto se avesse voluto dedicare una canzone romantica alla sua dolce metà, ma lo spettatore ha risposto: “Sei un’ingrata! Voglio dedicarla a Rached Ghannouchi (capo del movimento islamista Ennahdha, partito al potere, ndr)”. Silenzio in studio, ma lo spettatore ha insistito dicendo: “Noi abbiamo votato per lui, ma lui ci ha delusi, lui intendo J ebali (Capo del Governo, ndr) e Ennahdha”. La canzone è passata. Questo è stato un momento alto di libertà di espressione post rivoluzione. La dimostrazione magistrale del potere di libertà d’espressione, ma anche un modo di sfidare queste personalità politiche prestigiose tunisine, che dopo aver raggiunto il potere alla vigilia della rivoluzione, hanno tardato a realizzarne gli obiettivi di libertà e dignità del popolo. Questi fatti esprimono anche la delusione che un gran numero di tunisini provano rispetto alla situazione generale e alla prestazione della nuova squadra al potere. La maggioranza dei tunisini non è pienamente soddisfatta dell’azione del governo. I rimproveri non mancano, per esempio sulle condizioni di vita, che non sono migliorate, la disoccupazione non è diminuita, le prestazioni pubbliche della sanità, dei trasporti. Rumori, vibrazioni mediatiche e brusii di corridoio si moltiplicano a proposito di alcuni membri della Troika al potere e dell’Assemblea nazionale costituente, che non raggiungono sempre consenso sul sistema di governo, sull'agenda che dovrebbe portare al completamento dell'elaborazione della costituzione e all’organizzazione delle prossime elezioni, indispensabili per

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la nascita delle istituzioni della seconda repubblica. La Tunisia sembra congelata all’incrocio dei cammini della storia e della ricostruzione dello Stato, dell’economia e della società. E’ al rallentatore. L’economia non è al meglio della sua forma. I l rapporto Doing Business 2013 “Regolamentazioni intelligenti per le piccole e medie imprese”, appena pubblicato dall’I FC e dalla Banca mondiale, classifica la Tunisia al 50° posto. Perde quattro posti rispetto all’edizione precedente. La Tunisia è al 1° posto nel Maghreb e al 6° a livello dell’Africa del Nord e il Medio Oriente. Per il secondo anno consecutivo, e nonostante la rivoluzione, la Tunisia non ha operato nessun cambiamento. Questo genera un sentimento di frustrazione e allo stesso tempo di disillusione presso numerosi tunisini, senza contare l’inquietudine degli ambiti economici, degli investitori locali e stranieri, così come dei partner stranieri. Quali cambiamenti...

Un anno dopo le elezioni del 23 ottobre 2011, che hanno visto il partito islamico Ennahdha imporsi e costituire il primo governo democraticamente eletto, le autorità attuali, molto male ispirate dal partito maggioritario, hanno finito per condurre il paese in strade senza uscita, ha indicato I yadh Ben Achour, anziano presidente dell'Alta I stanza per la Realizzazione degli Obiettivi della Rivoluzione in una dichiarazione ad Africanmanager. “Noi abbiamo perso un tempo infinitamente prezioso su questioni periferiche e ideologiche”. Ben Achour aggiunge che un certo numero di deputati all’Assemblea nazionale costituente, come alcuni della classe politica, sono animati solamente dall’esca del guadagno - parola incendiaria -, dalla foga della visibilità e del sensazionale. “Fino a ora, si sono moltiplicate le mansioni e indennità ministeriali (quasi un centinaio di funzioni di ministri e segretari di stato) così come gli stipendi dei deputati”, ha affermato Ben Achour. Così i preamboli della rivoluzione e altri grandi affari del nostro paese (la crescita economica, lo sviluppo dei settori sensibili dell’economia – il turismo – la crescita dei prezzi, la questione della disoccupazione, la giustizia di transizione, il problema della sicurezza e la riforma fiscale) sono stati relegati alle calende greche, secondo la maggioranza degli osservatori. Questi fattori spiegano le difficoltà che impediscono la fluidità della transizione democratica. Se per la prima volta, dopo l’indipendenza della Tunisia, l’equilibrio tra i poteri presidenziali esecutivi e legislativi va verso la presidenza del governo, c’è da notare che il governo attuale è dominato da una corrente politica d’ispirazione religiosa, Ennahdha, che esercita un ruolo essenziale nella coalizione governativa ed è tacciata dall’opposizione di

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influire sul cammino degli affari del paese e degli ingranaggi dello stato. Secondo gli oppositori al governo in carica, la bozza della Costituzione conteneva delle disposizioni attentatrici alla libertà di convinzione e di espressione ed apriva così la via alla tirannide teocratica. Alcuni deputati hanno preso l’iniziativa e sono impegnati attualmente alla revisione di questo progetto. I l presidente dell’Associazione Tunisina per l’I ntegrità e la Democrazia delle Elezioni (ATI DE) ha dichiarato recentemente, in occasione di una conferenza stampa, che c’è stato molto dilettantismo nella redazione del progetto di legge relativo alla creazione di un organismo indipendente per le elezioni. Secondo l’associazione, questo progetto presenta lacune mettendo in pericolo il principio d’indipendenza, di neutralità e dì integrità dell’I nstance Supérieure I ndépendante pour les Elections (I SI E) e del processo elettorale. Approfittando del lassismo di questo governo provvisorio, i salafiti sembrano beneficiare di una impunità totale che ha portato ad azioni violente che riguardano più che mai la cronaca, soprattutto a seguito della confusione creata da Ghannouchi, affermando che questi salafiti sono “nostri figli, non vengono dalla luna. Bisognerà ascoltarli. I l dialogo è la sola soluzione”.

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MED FLASH

Torino - 2015, congresso mondiale delle Camere di commercio Torino si è aggiudicata l'organizzazione del World Chamber meeting. Vinta la concorrenza di Liverpool, Ginevra e Belfast. Un successo della diplomazia di Barberis, attuale presidente europeo. Alla fine Torino ce l'ha fatta. Nel 2015 organizzerà la nona edizione del congresso mondiale delle Camere di commercio che farà tappa in Europa. Ha battuto la concorrenza di Ginevra, Liverpool e Belfast. Attesi oltre 2mila partecipanti da 120 paesi. "I l Congresso mondiale delle Camere di commercio è l'unico forum dedicato agli alti funzionari camerali di tutto il mondo - sottolinea Alessandro Barberis Una prestigiosa occasione per scambiare buone prassi, sviluppare nuove reti di contatti e conoscere progetti innovativi, sfruttando le esperienze di altre Camere di commercio che si trovano di fronte alla sfida di rappresentare un valore aggiunto per le imprese della propria regione". La Camera di commercio di Torino aveva partecipato al Wcf Congress del 2009 a Kuala Lampur (Malesia), dove era stata premiata per il progetto di internazionalizzazione dedicato al settore automotive "From concept to car", risultato il miglior progetto internazionale. L'esperienza malese è stata l'occasione per apprezzare il valore del WCF Congress come evento di networking internazionale e importante momento di visibilità per la città ospitante. "Abbiamo deciso di candidarci per ospitare l'edizione 2015 del Congresso - spiega Barberis - per continuare l'attività di promozione di Torino come destinazione di eventi prestigiosi, in particolare come città che crea nuove opportunità commerciali per operatori economici qualificati. Sarà quindi un modo per continuare a dare visibilità alla creatività, all'innovazione e alle tradizioni di Torino attraverso le sue eccellenze produttive".

Conti correnti intestati a imprenditori immigrati. In un anno +25% Cresciuti del 25% in un anno i conti correnti intestati a imprenditori immigrati. Se nel 2009 sul totale dei cittadini immigrati correntisti delle banche italiane, i clienti small business erano il 3,2% del totale, nel 2010 sono saliti al 4,2% , per un totale di 37.330. Sono i dati emersi dal primo rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’inclusione finanziaria degli immigrati, presentato a Roma il 12 novembre scorso. Prima esperienza nel panorama italiano ed europeo, l’Osservatorio sull’inclusione finanziaria degli immigrati è un progetto pluriennale, è nato dalla collaborazione fra l’Associazione bancaria italiana e il Ministero dell’interno. I l progetto,

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finanziato dalla Commissione europea e dal Ministero dell’interno (Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di Paesi terzi), è stato assegnato sulla base di una gara pubblica al CeSPI (Centro studi di politica internazionale)”. I l panorama imprenditoriale legato all’immigrazione nel nostro Paese è composito, con un marcato rapporto con il territorio e comportamenti finanziari molto diversificati in base alla nazionalità. Nel segmento small business, in termini di distribuzione geografica, si conferma una maggiore concentrazione di conti correnti presso le banche nel Nord I talia, pari al 67% ; il 34% sono concentrati nel Centro, il 5% al Sud. Cinesi, egiziane, albanesi, macedoni e pakistane le comunità di imprenditori più vivaci nel rapporto con le banche. Quasi un terzo dei conti correnti del segmento small business - migranti (il 28% ) è intestato ad un’imprenditrice donna. Percentuale che supera il 50% nel caso delle imprese filippine, ucraine, polacche e moldave. Le imprese il cui titolare è un migrante sono relativamente giovani (hanno quasi tutte meno di dieci anni), e il fenomeno ha iniziato a mostrare segni di pro-attività e livelli di integrazione socio-economici tali da permettere l’avvio di attività economiche imprenditoriali di maggiore complessità. Secondo l’Osservatorio, il suo rafforzamento potrebbe costituire un’opportunità anche in termini di contributo alla ripresa e al processo di internazionalizzazione del sistema economico del Paese. Scarica il Rapporto

L’Agenzia ICE guarda ai territori palestinesi Si è tenuta venerdì scorso, 23 novembre, a Roma, presso la Sala delle Conferenze I nternazionali del Ministero degli Affari Esteri, la Country Presentation Territori Palestinesi. L'evento, promosso dal Ministero degli Affari Esteri, realizzato con la collaborazione dell'I CE Agenzia per la promozione all’estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane, è stato organizzato in occasione della visita in I talia della delegazione del Primo Ministro dell'Autorità Nazionale Palestinese, Salam Fayyad. La presentazione ha costituito un’occasione per far conoscere alle aziende italiane, direttamente dalle Autorità palestinesi, i piani di sviluppo del Paese. Ciò anche alla luce dei programmi di sostegno all'economia promossi dall'Unione Europea in generale, e dall’I talia in particolare con la linea di credito della Cooperazione del Ministero degli Affari Esteri per il Paese. Ad aprire i lavori il Ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, seguito dal suo omologo palestinese, Riyad al Malki e da J wad Naji, Ministro dell’Economia palestinese. È stato proprio il Ministro Terzi a sottolineare che questo

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appuntamento è servito per "delineare l'impulso che vogliamo dare a tutto campo, con un'enfasi sulla collaborazione economica per un vero partenariato tra imprese". Dal canto suo, Malki ha ringraziato l'I talia per questa occasione di incontro che “apre alla possibilità di espandere la cooperazione, allargandola a nuovi ambiti”. La rinnovata collaborazione tra I talia e Anp si è concretizzata nella firma di otto accordi nei settori del turismo archeologico-culturale, dell'università e ricerca, della giustizia e dei rapporti commerciali. A seguire, sono stati presentati alcuni casi di successo palestinesi e poi la sessione dedicata agli strumenti italiani a sostegno del settore privato palestinese, nella quale è intervenuto tra gli altri il Presidente dell’Agenzia I CE, Riccardo Monti. I n tale occasione, è stata inoltre confermata l'apertura di un'antenna dell'I CE a Ramallah. I l convegno si è focalizzato principalmente su settori quali agroindustria, costruzioni e infrastrutture, farmaceutica, elettronica, meccanica strumentale, telecomunicazioni, settore bancario-finanziario, arredamento, turismo. Tra gli accordi siglati, un Protocollo d’I ntesa che rinnova l'accordo biennale firmato il 4 marzo 2010 stipulato tra l’Agenzia I CE e PalTrade-Palestine Trade Center, l'organismo locale di promozione del commercio, con la finalità di facilitare le relazioni commerciali tra i due Paesi. “Con questo Protocollo - ha dichiarato il Presidente dell’Agenzia I CE, Riccardo Monti - ci proponiamo di sviluppare azioni specifiche per favorire gli investimenti attraverso l’identificazione di settori e progetti che possano essere di interesse reciproco e favorire tutte le azioni tese a migliorare la cooperazione economica e commerciale tra gli operatori dei due Paesi, inclusa la creazione di partenariati privati e pubblici in settori quali l’agricoltura, le infrastrutture, l’acqua, l’I CT, la meccanica e le energie rinnovabili”. I nfatti, mentre da un lato l’Agenzia- I CE sviluppa la internazionalizzazione delle imprese italiane e la commercializzazione dei beni e dei servizi italiani nei mercati internazionali e promuove l’immagine del prodotto italiano nel mondo, dall’altro, PalTrade ha il compito di guidare lo sviluppo delle esportazioni palestinesi come elemento trainante per la crescita sostenibile dell’economia nazionale. Come l’Organizzazione Nazionale per la Promozione e lo Sviluppo delle Esportazioni (NEPDO) e con un numero di oltre 330 aziende palestinesi tra le più rappresentative in campo economico, PalTrade supporta lo sviluppo di un ambiente favorevole alla crescita economica e di un sistema imprenditoriale efficiente e competitivo che attraverso la promozione delle esportazioni favorisca il potenziamento delle capacità imprenditoriali.

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Start up: l'Italia dà un segnale di fiducia Marcella Rodino I l Consiglio dei ministri ha approvato lo scorso 18 ottobre il decreto "Crescita 2.0", dando un nuovo segnale di fiducia alle start-up innovative italiane. Un primo passo importante rivolto a chi ha il coraggio di investire su un'idea innovativa. Negli ultimi dieci anni, negli Stati Uniti, le startup hanno creato tre milioni di posti di lavoro. Dopo il lancio da parte del presidente Obama di Startup America, il settore privato statunitense ha sviluppato un partenariato tra imprenditori, multinazionali, università, fondazioni, leader di varia natura capace di mobilitare in meno di un anno l’equivalente di un miliardo di dollari in business service a disposizione di un network nazionale che offrirà servizi a centomila startup nei prossimi tre anni. Perché lo fanno? Perché sono consapevoli che il 40% della ricchezza americana di oggi è prodotta da imprese che trent’anni fa non esistevano nemmeno. Dopo aver lanciato nel 1993 il programma Yozma a favore delle startup, I sraele è diventato in pochi anni il Paese con il più alto numero disocietà quotate al Nasdaq e di brevetti pro capite high-technel settore medicale. I n Gran Bretagna, doveuna legislazione economica snella e chiara, un mercato del lavoro flessibile e specializzato, politiche fiscali che incentivano gli investimenti, e un’eccellente rete di infrastrutture e telecomunicazioni agevolano già l’imprenditoria, nel 2011 è stata lanciata StartUp Britain, una grande campagna nazionale patrocinata dal governo ma concepita e finanziata da imprenditori, con il fine di fare leva sull’esperienza e la passione di questi ultimi per promuovere e accelerare la diffusione di nuove imprese innovative. Anche l’I talia nel 2012 ha approvato un decreto per agevolare la nascita e lo sviluppo di imprese innovative, le cosidette start-up. I l decreto approvato dal Cdm lo scorso 18 ottobre 2012 ha dato un nuovo segnale di fiducia alla nascita e allo sviluppo delle start-up innovative italiane. I nnanzitutto le ha definite come “società di capitali, non quotate e residenti o soggette a tassazione in I talia, che soddisfano i seguenti criteri: sono detenute direttamente e almeno al 51% da persone fisiche, anche in termini di diritti di voto; svolgono attività di impresa da non più di 48 mesi; non hanno fatturato – ovvero hanno un fatturato, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato, non superiore ai 5 milioni di euro; non distribuiscono utili; hanno quale oggetto sociale lo sviluppo di prodotti o servizi innovativi, ad alto valore tecnologico; si avvalgono di una contabilità trasparente che non prevede l’uso di una cassa contanti, fatte salve le spese legate ai rimborsi”. Lo scorso 13 novembre a Milano, in occasione del Forum economico e finanziario del Mediterraneo molta attenzione è stata data al ruolo delle start-up nella crescita economica

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dell’area mediterranea. Portando ad esempio il caso positivo di I sraele, la constatazione è che manca in generale la “mentalità del fare”, quello spirito imprenditoriale pronto a scommettere su un’idea, come del resto è poco sviluppata la cultura del “rischio”. La cultura imprenditoriale quindi è un punto debole della formazione dei giovani, quasi completamente assente nei percorsi scolastici dei giovani europei e mediterraneo.

Formazione per giovani imprenditori euromed La Fondazione Cassa di Risparmio di Torino ospiterà, dall’11 al 15 febbraio 2013, venti giovani imprenditori dell’area euro-mediterranea per un corso di formazione teoricopratico sugli strumenti e i modi di avviare un’impresa sociale nel loro paese di origine. Nel tentativo di contribuire a offrire concrete opportunità di lavoro ai giovani dei paesi dell’Europa e del nord Africa che si aprono sul Mediterraneo, , la Fondazione CRT, in partenariato con l’Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite (UNAoC) e il Ministero degli Affari Esteri I taliano, lancia un progetto pilota per formare venti giovani provenienti da quest’area. I l corso vuole fornire a giovani imprenditori o aspiranti tali gli strumenti per sviluppare la propria impresa sociale, ricercare finanziamenti a livello nazionale e internazionale ed affrontare le sfide interculturali insite nel contesto sociale in cui opereranno. I formatori saranno professionisti di alto livello reclutati attraverso il network internazionale delle Nazioni Unite. Massimo Lapucci, Segretario Generale della Fondazione CRT, ha dichiarato: “Crediamo fortemente in questo tipo di iniziative, intraprese grazie ai costanti rapporti di collaborazione che ci legano alle Nazioni Unite e al Ministero degli Esteri italiano e che hanno come protagonisti i giovani, da sempre ritenuti asset strategico dalla nostra Fondazione.” Per Marc Scheuer, Direttore del Segretariato dell’Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite: “I l Mediterraneo si configura sempre più come un ponte per il dialogo interculturale e noi vogliamo continuare a promuovere iniziative che rafforzino la coesione sociale nella regione. A oltre un anno dagli eventi che hanno cambiato il volto di molti paesi nordafricani, una delle sfide principali di governi, organizzazioni internazionali, entità non profit e imprese private è rappresentata dagli sforzi comuni di fornire tutto il sostegno necessario alle giovani istituzioni democratiche e di non permettere che la crisi economica mini il percorso intrapreso fino a oggi.”

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CRISI ED ECONOMIA MEDITERRANEA

Intesa San Paolo: prossima l'apertura di una filiale a Istanbul Istanbul - Giuseppe Mancini Prosegue l'inchiesta sulle imprese italiane che investono nell'area Med con l'intervista a Ferdinando Angeletti, general manager della filiale hub di I ntesa San Paolo di Dubai e responsabile per l’area Medio Oriente, Nord Africa e Turchia, che racconta a DevelopMed dell'aiuto fornito da I ntesa San Paolo alle PMI che vogliano investire in Turchia. Le relazioni di I ntesa Sanpaolo con la Turchia sono più che consolidate; la prima presenza del gruppo nel paese risale addirittura al 1919, quando l’allora Banca commerciale italiana aprì il suo primo ufficio di rappresentanza ad Ankara. Oggi, si propone come sostegno alle piccole e medie imprese italiane che in Turchia si sono insediate o sono in procinto di farlo; ne abbiamo parlato con Ferdinando Angeletti, general manager della filiale hub di I ntesa Sanpaolo di Dubai e responsabile per l’area Medio Oriente, Nord Africa e Turchia. Come valuta l’andamento dell’economia turca? Per il gruppo I ntesa Sanpaolo la Turchia, insieme a I ndia, Brasile e Polonia, rappresenta uno dei “nuovi mercati” in cui la clientela può trovare quella crescita che è sempre più difficile trovare in I talia e nell'eurozona in generale; dopo la contrazione del 2009, la Turchia è tornata infatti a una crescita del PI L tra le più alte delle grandi economie mondiali, con un 9.2% nel 2010 e un 8.5% nel 2011. Anche se nel periodo 2012-2013 il ritmo dovesse attestarsi su un livello più moderato – stimato tra un 3 e un 5% – parliamo pur sempre di una delle migliori performance tra le grandi economie. Oggi, oltre a molte delle principali multinazionali, hanno una sede in Turchia numerose aziende italiane. Naturalmente anche la Turchia presenta fattori di vulnerabilità. Tra questi, il più rilevante è sicuramente rappresentato dall’elevato disavanzo della bilancia commerciale e dal conseguente indebitamento estero. Va ricordato, tuttavia, che il disavanzo e il debito sono essenzialmente frutto di un formidabile processo di modernizzazione e industrializzazione, che ha richiesto e continua a richiedere grandi investimenti in infrastrutture e stabilimenti industriali. I n un paese trasformatore e povero di materie prime, ciò non può che tradursi in un deficit delle partite correnti e nella necessità di attrarre investimenti e finanziamenti esteri. Allo stesso tempo, la solida crescita dell’economia, il trend positivo di tutte le variabili macroeconomiche e la credibilità che il paese ha costruito nei confronti della comunità internazionale hanno fatto sì che, in un periodo in cui molte delle economie con un livello di debito elevato sono state fortemente penalizzate in termini di costo del debito, i famigerati CDS – o spread sul debito turco – siano andati progressivamente migliorando –

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in piena controtendenza dall’Europa mediterranea.

con

quanto

sperimentato

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell'investire in Turchia? La Turchia è un paese aperto e accogliente nei confronti degli investitori esteri, che non sono soggetti a particolari restrizioni in termini di attività. Le società costituite in Turchia da investitori stranieri hanno esattamente gli stessi diritti e godono degli stessi trattamenti di quelle locali. L’apparato amministrativo è molto efficiente (occorre meno di una settimana per registrare una società) e i Free Trade Agreements in essere con 20 paesi – oltre all’unione doganale con l'Ue (che copre anche l’I talia) – ne fanno un’ottima base per il commercio estero e sono alcune delle molte ragioni per considerare con attenzione un investimento in questo paese. La Turchia esprime anche un’ottima classe manageriale, giovane, ben preparata e con disponibilità e vocazione a esperienze internazionali; per posizione geografica e tradizione, può rappresentare un’eccellente piattaforma per sviluppare una serie di mercati tradizionalmente meno vicini all’I talia, come ad esempio Azerbaigian, Turkmenistan, Armenia, regione autonoma del Kurdistan iracheno. Naturalmente ciò non significa che la Turchia sia un mercato “facile” da penetrare: è un paese di grandi tradizioni, con una cultura forte e un grande orgoglio nazionale; è molto importante approcciarla con la giusta apertura, capirla ed essere pronti ad adeguarsi, senza pretendere di volervi replicare in maniera acritica le strutture e i modelli di business di casa nostra. Per investire in Turchia è fondamentale avere idee chiare, identificare bene i propri punti di forza e i propri obiettivi e affrontare il mercato con convinzione e con risorse adeguate: è un paese da avvicinare con serietà se si vogliono ottenere buoni risultati anche perché non va dimenticato che le aziende Turche sono moderne, aggressive, ben organizzate e sono concorrenti estremamente agguerriti. La Turchia non è un paese a cui guardare con l’obiettivo di delocalizzare la produzione alla ricerca di bassi costi o di vantaggi fiscali; è un grande mercato e un ponte naturale verso regioni del mondo in grande crescita, che va approcciato in un’ottica strategica di sviluppo. Qual è il ruolo di I ntesa San Paolo in Turchia? I ntesa Sanpaolo può fornire un aiuto determinante alle aziende che guardano alla Turchia. La lunga presenza del gruppo nel paese ha consolidato ottime relazioni sia con le principali banche turche sia con molti dei principali grandi gruppi industriali locali. I noltre, la significativa esposizione – superiore a €2 miliardi – che I ntesa Sanpaolo ha verso il paese è ulteriore testimonianza del rapporto di fiducia

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reciproco. L’Ufficio di rappresentanza di I stanbul è perfettamente attrezzato per sostenere i clienti, sia aiutandoli nell’organizzare incontri con enti governativi sia offrendo informazioni su potenziali partner locali, oltre a facilitare l’ottenimento di finanziamenti da parte delle banche turche dietro garanzia del gruppo. Quali sono i vostri programmi per il futuro? Al fine di rafforzare la propria presenza nel paese, I ntesa Sanpaolo ha in programma l’apertura di una filiale dedicata al servizio della propria clientela Corporate e PMI italiane. Proprio l’apertura della filiale, prevista nella seconda metà del prossimo anno, consentirà di ampliare notevolmente la gamma di servizi a favore dei clienti. Sarà allora possibile offrire direttamente finanziamenti ed emettere garanzie sia in valuta sia in lire turche, gestire incassi e pagamenti sia domestici sia per operazioni di importazione ed esportazione effettuate dalla Turchia, oltre a numerosi altri servizi, così come già avviene in I talia e negli altri paesi dove la banca è presente con unità operative. La futura filiale di I stanbul sarà in grado di fornire un ampio sostegno a tutta la nostra clientela interessata a investire e crescere in Turchia, clientela che comunque già oggi può contare sulla profonda conoscenza del mercato del nostro Ufficio di rappresentanza, sull’assistenza e la consulenza dei nostri specialisti esteri sui territori e sul servizio dedicato all’internazionalizzazione delle imprese, nonché sulle strutture di finanziamento che il gruppo I ntesa Sanpaolo può offrire, sia tramite le consolidate e pluriennali relazioni con le banche corrispondenti turche sia direttamente attraverso le proprie strutture. Per accompagnare lo sbocco sui mercati esteri della propria clientela, I ntesa Sanpaolo ha costituito al proprio interno una struttura specializzata, il servizio I nternazionalizzazione I mprese, che opera sull’intero territorio nazionale in stretta sinergia con i gestori imprese di filiale e che accompagna l’azienda in ogni fase del processo di internazionalizzazione, sostenendola sia nell’operatività ordinaria sia nelle decisioni strategiche. Le aziende possono così accedere ai prodotti e ai servizi delle strutture internazionali del gruppo senza doversi necessariamente recare all’estero, ma rivolgendosi direttamente alle filiali italiane dove opera una rete costituita da oltre 500 specialisti.

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CRISI ED ECONOMIA MEDITERRANEA

Libia: chance per l’Italia, non solo idrocarburi Marcella Rodino L'8 novembre a Torino, l'I stituto Paralleli e la Camera di Commercio di Torino hanno organizzato un incontro dal titolo "Le nuove relazioni economiche italo-libiche", un'occasione per approfondire con Andrea Catalano, consigliere del Ministero degli Affari esteri, la situazione dei rapporti presenti e futuri tra I talia-Libia. L’incontro con Andrea Catalano, organizzato a Torino dall’I stituto Paralleli l’8 novembre scorso in occasione dell'iniziativa I nside Libya, una settimana di eventi legati alla Libia, è avvenuto a due giorni dalla visita del Ministro Terzi in Libia. Andrea Catalano è Consigliere di Legazione, Vice Capo Ufficio Maghreb, Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza presso il Ministero degli Affari esteri. “La visita di Terzi, a pochi giorni della formazione del nuovo governo in Libia, ha voluto dare un segno di vicinanza con il popolo libico, di amicizia e disponibilità a continuare a dare sostegno agli sforzi principalmente volti alla stabilità democratica del paese”, afferma Andrea Catalano, descrivendo poi una situazione politica e di sicurezza interna del paese ancora molto instabile. La Libia rimane per l’I talia un paese di indubbia rilevanza strategica sia per la vicinanza geografica sia per i rapporti storici e di amicizia che ci legano con il popolo libico, nonostante un passato anche complesso di rapporti con il regime di Gheddafi. L’episodio dell’uccisione dell’ambasciatore americano, amico del popolo libico, Stevens come del resto altri episodi legati agli scontri tra milizie indicano che la Libia è ancora lontana da una completa stabilizzazione. Secondo Andrea Catalano, seppur con fatica, il processo politico sta andando avanti nella direzione giusta: “La Libia è oggi un paese che esce da una rivoluzione traumatica che si innesta sulle ceneri di 40 anni di un regime che aveva annullato l’opinione pubblica, annullato ogni forma di partecipazione politica. Un paese che sta inventando una nuova forma di democrazia e che avrà bisogno di tempo, aiuto fraterno della comunità internazionale, a sostegno della direzione in cui intende andare autonomamente”. Le elezioni del 7 luglio, avvenute in un contesto molto complesso, sono riconosciute a livello internazionale tra le migliori mai osservate, sottolinea Catalano. I l congresso si è insediato i primi di agosto, con tempi dilatati anche dal Ramadan, i primi di settembre è stato nominato il primo ministro designato. E’ fallito il tentativo di formare una squadra di governo accettabile a tutte le componenti del Congresso nazionale. E’ stato poi affidato l’incarico ad Ali Zidan, che il 31 di ottobre ha ottenuto la fiducia, nonostante alcune criticità. I l giorno 14 novembre si è insediato il primo governo legittimato dal voto popolare, si spera “con la forza necessaria per assumere quelle decisioni, spesso difficili e

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impopolari, per portare avanti il processo di transizione e mettere in sicurezza il paese”. I l governo, tiene a ricordare Catalano, è ancora transitorio, e ha nell’agenda diversi passi importanti nel processo di transizione: deve dotare il paese di una Costituzione, dovrà fare un referendum sulla Costituzione, elezioni generali per formare la compagine parlamentare. “I l percorso è ancora lungo e difficile – afferma il dottor Catalano - ed è per questo che l’I talia ha voluto rinnovare, con la visita del Ministro Terzi, la sua vicinanza al Paese”. L’I talia, poi, continua ad avere un ruolo di pungolo all’interno dell’Unione europea e delle Nazioni Unite a sostegno della Libia. Prima della rivoluzione l’I talia era il primo partner commerciale della Libia. C’è stata un’evidente battuta d’arresto nei mesi della rivoluzione, quando l’intero paese era tagliato fuori dal commercio. Nelle statistiche ufficiali si vede l’I talia sopravanzata da Egitto e Tunisia e da altri paesi limitrofi. Le prospettive di rilancio ci sono. “Noi riteniamo – afferma Catalano - che già con le statistiche 2012 e metà 2013 l’I talia potrà tornare il primo fornitore commerciale della Libia rimanendo primo cliente. Grazie agli sforzi di Eni e grazie al fatto che non sono stati danneggiati gli apparati petroliferi, già nell’autunno 2011 la fornitura di petrolio e di gas è ripartita e a metà di quest’anno ha raggiunto le cifre pre-rivoluzione”. Aspetti economici

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Prima della rivoluzione, così come oggi, il comparto no-oil era pressoché inesistente. “Non c’era uno spirito imprenditoriale – racconta Catalano -, c’era una minima, quasi inesistente classe imprenditoriale privata”. Erano in atto durante gli ultimi anni del regime tentativi di riforma per privatizzare l’economia e per lo sviluppo di un mercato non petrolifero. I l paese viveva e vive unicamente sugli idrocarburi. E’ questo il motivo che rende la Libia, paese di soli 6 milioni di abitanti, una realtà ricca di opportunità perché, salvo l’eccezione del comparto siderurgico, non produce nulla. “La Libia vive sulle importazioni dall’estero – afferma Catalano -. Per l’I talia ci sono importanti opportunità nell’intera filiera agroalimentare. Compresa la filiera ittica. A questo proposito Andrea Catalano ricorda che ci sono ancora a Bengasi due pescherecci di Mazara del Vallo ed è ancora in corso un contenzioso. “Sarebbe necessario avviare trattati con l’Unione europea anche per sviluppare il comparto ittico e facilitare la nascita di joint venture con i libici”. Le modalità più convenienti per entrambe le parti sono la creazione di partnership commerciali o imprenditoriali con le parti libiche. “Era un modello già avviato con le riforme degli ultimi anni del regime di Gheddafi – ricorda Catalano -. Stavano iniziando a funzionare, con difficoltà nell’individuazione di partner, siccome non esisteva e non esiste una classe imprenditoriale privata”. Anche se, grazie


all’aiuto dell’Ambasciata e del Centro del commercio estero, è possibile provarci. I tempi però non sono ancora così maturi. I n Libia è stata recentemente riformata una normativa sugli investimenti con l’estero, che impone però un tetto alla quota estera del 49% , ciò che crea non poche difficoltà ai libici, considerata la loro scarsa liquidità, e agli investitori stranieri per la mancanza di controllo dell’investimento. “Bisogna pensare ai bassi livelli di conoscenze manageriali dei libici – sottolinea Catalano - che non danno garanzie sufficienti agli investitori esteri”. I l processo che dovrà avvenire non si concluderà nel breve periodo. “Ci vorranno due o tre generazioni – afferma Catalano – perché il popolo libico entri in un’ottica imprenditoriale abbandonando quella assistenziale. Si spera che con il tempo vengano acquisiti le skills opportuni e che il nuovo Governo riveda la normativa sugli investimenti esteri”. La costruzione di uno stato che non esiste

I l paese non è stato distrutto dalla rivoluzione, non necessità di una ricostruzione fisica, ma della costruzione da zero di uno stato che non esiste. “Vi saranno importanti progetti infrastrutturali – afferma Catalano - dove ci saranno spazi per ill settore italiano delle costruzioni, facendo attenzione alla concorrenza che già stavamo patendo di cinesi, turchi e coreani. All’I talia d’altro canto è riconosciuto l’alto livello di specializzazione, non solo nella realizzazione di beni di lusso, ma anche nelle costruzioni”. Rimane ancora aperto il problema dei crediti, dei danni e dei contratti sospesi a causa della rivoluzione. Circa un centinaio di imprese italiane operavano in Libia nel febbraio 2011 in diversi settori. Tutti i loro contratti sono stati sospesi così come i pagamenti. Con comprensibili difficoltà delle aziende. “E’ un tema che abbiamo affrontato subito con i libici – afferma Catalano -, ripreso nuovamente martedì da Terzi. E’ stata dimostrata la massima disponibilità. Si dovrà riunire tempestivamente un gruppo per sbloccare i pagamenti e riavviare i contratti”. “I n questa fase l’approccio alla Libia dev’essere cauto – conclude Catalano - . E’ importante andarsi a fare vedere, così come suggerito dal ministro libico alle imprese italiane. Manifestarsi per non perdere il vantaggio che l’I talia ha sempre avuto in Libia, grazie ai rapporti che aveva e ha con il Paese”.

Il paese visto da sotto la Mole

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“Guardandola da questa sponda del Mediterraneo dobbiamo prendere in considerazione la salute del nostro export e le capacità delle nostre imprese di stare sul mercato internazionale”, afferma nel suo intervento Giovanni Pischedda, responsabile del settore estero dell’area Promozione e sviluppo del territorio della Camera di Commercio di Torino. L’Area del Mediterraneo per lungo tempo ha rappresentato per l’internazionalizzazione delle


imprese italiane una sorta di area felice, dove per decenni si è registrato un incremento continuo. “I fatti che sono accaduti nell’ultimo triennio hanno determinato un cambio di trend – spiega Pischedda -, nel senso che se andiamo a prendere oggi i dati degli operatori italiani che lavorano per macro aree nel Mondo, l’Area del Nord Africa e Africa settentrionale figurano al 7° posto”. Probabilmente uno dei fattori che hanno scatenato questa inversione del trend non è stata solamente l’instabilità politica. I n realtà era già da qualche tempo che tutta l’area del Nord Africa pativa la competizione con altri territori, come quelli asiatici e americani. Anche una volta che sarà diventata più stabile la situazione geopolitica, secondo Pischedda ci troveremo a fare i conti con difficoltà di carattere strutturale. “E’ chiaro che la Libia – prosegue -, come altri paesi, devono poter offrire alle imprese che vogliono esportare e che si vogliono posizionare su questi mercati, un quadro economico non solo stabile dal punto di vista politico, ma che sappia anche offrire opportunità che non siano semplicemente quelle del ‘mordi e fuggi’”. Oggi l’internazionalizzazione delle imprese sta andando sempre di più verso una dimensione che non è solo quella dell’export sporadico, ma si va a ricercare proprio la capacità di inserirsi in un mercato in maniera stabile. “Superare il mordi e fuggi è quello che auspichiamo tutti – sottolinea Andrea Catalano -, ed è quello che potrebbe aiutare la Libia a costituirsi e svilupparsi, con ipotesi di imprese miste che possano servire quale canale di trasferimento di know how, di esperienza imprenditoriale e dare sviluppo a nuove filiere”. Se poi andiamo sul terreno Libia, si tratta di un mercato locale non grande in dimensioni, ma secondo il responsabile esteri della Camera di Commercio il fatto che il Paese importasse pressoché tutti i beni di consumo, questo ha sempre fatto della Libia un mercato appetibile per l’export italiano. “Guardando alle dimensioni delle imprese italiane, soprattutto quelle con propensione all’export in vari settori, permane una grande capacità a esportare macchinari e utensili. Nella costruzione produttiva della Libia, quindi, le imprese italiane potrebbero trovare una buona collocazione”, afferma Pischedda. Anche a livello turistico la Libia potrebbe investire. “Le risorse del paese sono tante – sostiene Pischedda -. La Libia ha tutte le caratteristiche degli stati del Golfo Persico che hanno costruito la loro fortuna su un doppio binario: le grandi risorse energetiche e minerarie a supporto dell’economia e la capacità di attirare turismo da tutto il mondo semplicemente affidandosi alla buona qualità delle infrastrutture e delle risorse turistiche e alberghiere”. I l ruolo che le imprese italiane potranno avere sarà influenzato dalla capacità di supporto che le istituzioni italiane daranno, da quelle centrali a quelle periferiche, al

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mondo delle Camere di Commercio. “Noi registriamo, nelle attività di tutti i giorni – spiega Pischedda -, che la maggiore capacità di penetrazione di determinati paesi è legata alla presenza di interlocutori locali che sappiano aiutare le imprese. Credo che l’ufficio I ce sia ancora aperto a Tripoli, ma potrebbe chiudere i battenti considerata la situazione di incertezza in cui versa”. Non esiste poi una Camera di commercio italiana in loco, e secondo il responsabile esteri della Camera di Commercio di Torino, non è sufficiente la presenza di quella mista, I talia-Libia.

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CRISI ED ECONOMIA MEDITERRANEA

La crescita del consumatore africano Claudio Tocchi Con un tasso di sviluppo del 5% , il continente africano potrebbe diventare, in breve tempo, una delle locomotive dell'economia globale. Molto più recente è invece l'interesse delle aziende per una classe media e un mercato di beni e servizi in crescita costante. Nel suo recentissimpo studio “The Rise of the African Consumer”, la società di consulenza McKensey cerca di fare luce sulle opportunità di accesso a questo mercato attraverso un'indagine approfondita dei gusti e delle preferenze dei consumatori dell'intero continente. Che l'Africa sia un continente in crescita e con grandi opportunità economiche non è nulla di nuovo: con un tasso di sviluppo del 5% (e con punte, in alcuni paesi, superiori al 7% ), il continente potrebbe diventare, in breve tempo, una delle locomotive dell'economia globale. Molto più recente è invece l'interesse delle aziende per una classe media e un mercato di beni e servizi in crescita costante. Nel suo recentissimpo studio “The Rise of the African Consumer”, la società di consulenza McKensey cerca di fare luce sulle opportunità di accesso a questo mercato attraverso un'indagine approfondita dei gusti e delle preferenze dei consumatori dell'intero continente. Che l'Africa abbia un enorme potenziale economico non è notizia di oggi. I n primis per le materie prime di cui dispone in abbondanza: a minerali preziosi, terre rare e idrocarburi si è recentemente aggiunta la terra, il cui “grabbing” da parte degli stati più ricchi è solo l'ultimo esempio di uno sfruttamento di risorse naturali che va avanti da secoli. Altrettanto grande è l'interesse per le risorse umane: negli ultimi decenni abbiamo assistito a un incremento di investimenti e delocalizzazioni di imprese provenienti da paesi industrializzati volti a risparmiare sui costi del lavoro e produrre beni a costi inferiori. Molto più recente, invece, è il cambio di prospettiva che vede nell'Africa un possible mercato di vendita di beni e servizi, con un potenziale di crescita tale da far impallidire gli asfittici mercati occidentali, strozzati da una crisi ormai entrata nel suo quinto anno di vita. Secondo stime della World Bank e dell'I MF, l'Africa subsahariana nel suo complesso crescerà di quasi il 5% nel 2012 (una percentuale praticamente invariata rispetto al 2011), con un terzo dei paesi che che raggiungerà picchi del 6% e oltre. Ma è soprattutto l'incremento del reddito medio (statistica da utilizzare con attenzione perché non calcola la distribuzione del reddito) che sta portando, nel Continente, alla nascita di un vero e proprio ceto medio con caratteristiche di consumo simili alle controparti occidentali e che offre, quindi, interessanti possibilità economiche. Possibilità che andranno però adeguatamente sfruttate

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attraverso un'attenta strategia. Una realtà così dinamica, infatti, può essere difficile da interpretare per le aziende: con 53 stati (e altrettante legislazioni, tariffe doganali, certificazioni) e più di 2.000 dialetti è quasi inutile parlare di “Africa” come di un mercato unico. Per poter entrare in modo competitivo in un mercato del genere, sono necessari strumenti d'azione adeguati. È in quest'ottica che la società di consulenze McKensey, attiva in tutto il mondo, ha realizzato uno studio di ampio respiro “The Rise of the African Consumer” sulle preferenze dei consumatori africani. Secondo lo studio, infatti, il mercato di beni e servizi nel continente, già ora più alto che in Russia o in I ndia, crescerà di oltre 400 miliardi di dollari entro il 2020, creando enormi possibilità di investimento e profitto. Lo studio, realizzato intervistando 13.000 persone da 15 città da 10 stati in tutto il continente, mostra gli africani sono consumatori ottimisti e attenti, contemporaneamente interessati alla moda e al portafoglio. Da quanto emerge, l'Africa non può più essere il mercato di secondo livello in cui promuovere prodotti già vecchi; servono prodotti di qualità e una forte attenzione ai brand. Esiste però una forte divisione interna al continente: il Nord Africa occupa infatti un posto riservato nello studio perché si differenzia notevolmente. I ntanto, per le potenzialità, notevolmente alte: fra gli undici paesi individuati come “locomotiva” del continente, infatti, ben quattro sono nordafricani (Egitto, Algeria, Marocco, Tunisia). Nella regione si trovano inoltre una serie di città di medie dimensioni (come Rabat, Karthoum, Algeri) in cui McKensey invita ad investire in quanto meno congestionate e con una concorrenza meno spietata rispetto a megalopoli come I l Cairo o J ohannesburg. Anche il consumatore medio nordafricano appare diverso da quello del resto del continente, sia per prospettive che per gusti. I consumatori nordafricani risultano meno ottimisti della media – probabilmente per i recenti avvenimenti politici. Sono contemporaneamente attratti dai brand internazionali (per cui, a differenza delle controparti subsahariane, sono disposti a pagare di più) ma anche più attenti alle offerte speciali che alla lealtà a una marca; il consumatore medio nordafricano, inoltre, si fida molto più dei contatti personali che di pubblicità e offerte: il ruolo del passaparola è tre volte più importante che non in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Agli investitori stranieri, in generale, si consigliano una strategia accorta e ben tarata sulle realtà specifiche. I l mercato africano risulta tanto complesso quanto pieno di opportunità e risorse – ma chi riuscirà a raccogliere e vincere la sfida avrà sicuramente una marcia in più nella competizione globale dei prossimi decenni.

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SVILUPPO E PARTENARIATO EUROMED

Nasce a Milano il Centro Euro-Mediterraneo per le Pmi I l 12 novembre, in occasione dell'apertura del Forum economico e finanziario del Mediterraneo, è stato lanciato a Milano il Centro Euro-Mediterraneo per le Pmi, promosso dalla Camera di Commercio di Milano e realizzato con il sostegno del Governo italiano e della Banca europea per gli investimenti. "Sono onorato di presenziare al lancio ufficiale dello strumento per il rafforzamento competitivo delle micro, piccole e medie imprese euro mediterranee. Nato da una proposta italiana, questo centro rappresenta un eccellente esempio di collaborazione tra il pubblico e i privati per fornire servizi a supporto della nascita di startup imprenditoriali innovative ed è questa la vera concretezza di quella che altrimenti potrebbe sembrare la retorica delle collaborazioni". Sono le parole pronunciate il 12 novembre da Mario Monti, nel suo intervento al Forum economico e finanziario del Mediterraneo organizzato da Promos, l'agenzia per l'internazionalizzazione della Camera di Commercio di Milano. "Dalla sponda sud del Mediterraneo ci viene una richiesta di collaborazione per la promozione della sicurezza, per la formazione, per il dialogo interculturale", aggiunge Mario Monti, sottolineando come "sviluppare questi settori allontana i rischi di radicalismo" mentre creare sviluppo nella sponda sud "attenua anche il problema dell'immigrazione clandestina". Nell'attuale situazione economica, ha detto Monti nel suo intervento, per raggiungere questi obiettivi è necessaria "una forte interazione tra pubblico e privato, per ottimizzare le risorse disponibili". I n ogni caso "noi vogliamo essere interlocutori privilegiati", ha ribadito il premier, ricordando come "nell'anno di governo appena trascorso, benché le urgenze domestiche non mancassero, ho incontrato a rafforzamento del dialogo le leadership dei Paesi attraversati dalle primavere arabe e in più di un caso i nuovi leader hanno scelto l'I talia come prima destinazione occidentale nei loro viaggi all'estero". A conferma dell'interesse italiano per i Paesi della sponda sud e le loro enormi potenzialità economiche è stato lanciato nel primo giorno del Forum di Milano, il Centro EuroMediterraneo per le Pmi, promosso dalla Camera di Commercio di Milano e realizzato con il sostegno del Governo italiano e della Banca europea per gli investimenti. Le micro, piccole e medie imprese rappresentano il 99% del tessuto imprenditoriale nella sponda sud ed est del Mediterraneo, sono oltre 14 milioni e occupano circa i due terzi dell'intera forza lavoro. I l centro punta a stabilire una partnership tra agenzie pubbliche e private a sostegno di queste imprese e fornire servizi per incrementare i rapporti

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economici e finanziari tra le due sponde. Si trattarĂ  di servizi, spiega il presidente della Camera di Commercio di Milano, Carlo Sangalli, "di consulenza, assistenza specializzata, formazione e accesso ai finanziamenti con una particolare attenzione a tema innovazione". Ad oggi sono giĂ  stati siglati 17 accordi di partenariato che vedono coinvolti dieci Paesi dell'area. "I l Centro - sottolinea Bruno Ermolli, presidente di Promos, l'agenzia per l'internazionalizzazione della Camera di Commercio - ha raccolto l'entusiasmo e l'impegno di numerosi Paesi, ci auguriamo che rappresenti non solo un elemento propulsore per la crescita economica e sociale dei nostri Paesi ma la pietra angolare di un'area euro mediterranea realmente integrata".

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SVILUPPO E PARTENARIATO EUROMED

Unione per Mediterraneo: un nuovo tentativo di rilancio L'I ncontro a Bruxelles il 16 novembre scorso tra Schulz, Ashton, il ministro degli esteri giordano Nasser J udeh e Fathallah Sijilmassi, Segretario Generale dell'Unione, ha voluto rilanciare l'Unione per il Mediterraneo con indicazioni di progetti concreti. Dall'autostrada transmagreb all'imprenditorialità femminile. ''L'Unione per il Mediterraneo è un progetto essenziale per assicurare pace, stabilità e progresso nel mondo mediterraneo''. I l Presidente del Parlamento Ue, Martin Schulz, benedice con enfasi l'incontro tenutosi a Bruxelles con l'Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Catherine Ashton, il ministro degli esteri giordano Nasser J udeh e Fathallah Sijilmassi, Segretario Generale dell'Unione. ''E' stata una riunione simbolica ma dalla grande importanza per le nostre orgranizzazioni'', ha affermato ancora Schulz. L'incontro puntava a rilanciare questo foro di cooperazione nato nel 2008 sulle ceneri di un altro fallimento, quello del Processo di Barcellona istituito nel 1995. ''E' stata una riunione fruttuosa - ha sottolineato Ashton - con l'indicazione di progetti concreti e tangibili per rispondere alle sfide a lungo termine per la popolazione dei Mediterraneo''. ''Vogliamo ridare vita al processo euromediterraneo, se riusciremo la riunione sarà più che simbolica'', ha affermato invece J udeh. Per superare lo stallo in cui ormai da quasi due decenni vegeta la cooperazione tra nord e sud del Mediterraneo, Sijilmassi ricorda l'impegno ''ad alto livello preso oggi a Bruxelles'' e ''l'elemento nuovo'' dettato dai recenti sviluppi politici nell'area che ''impongono un rilancio della copperazione regionale''. A questo incontro al Parlamento Ue faranno seguito una serie di riunioni a livello ministeriale nel settore dei trasporti, dell'energia e per affrontare il ruolo donne. Tra i progetti concreti già messi a cantiere o progettati, ma per i quali non è stata indicata la cifra degli investimenti totali ed europei, c'è il programma di desalinizzazione a Gaza, l'autostrada transmagreb, il programma 'job for Med', quello per rafforzare l'imprenditorialità femminile e quello per la cooperazione tra università.

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SVILUPPO E PARTENARIATO EUROMED

Commissione Ue: nuovi programmi per investimenti euromed Nuovi programmi in arrivo dalla Commissione europea per rilanciare gli investimenti privati nei Paesi partner mediterranei. I l primo programma a sostegno della regione è l'I SMED (I nvestment Security in the Mediterranean Region), che sarà attuato insieme all'Ocse e potrà contare su 1,5 milioni di euro. I SMED si occuperà di condurre valutazioni sul livello della protezione degli investimenti fornito dalle autorità locali, identifica le carenze e formula raccomandazioni per affrontarle. Una parte dei 220 milioni di euro di sovvenzioni previste dal Neighbourhood I nvestment facility (Nif) fino alla fine del 2013 servirà a lanciare il kit sulla condivisione dei costi e del rischio (Risk and Cost Sharing Toolkit) di I SMED. Queste iniziative potrebbero portare almeno due miliardi di euro di risorse dalle istituzioni finanziarie europee in diversi progetti di infrastrutture nei paesi vicini dell'Ue. ''Questi strumenti innovativi - ha commentato il commisario Ue alla politica di vicinato, Stefan Fule - sono disegnati per aiutare i nostri paesi partner ad attirare in maniera più efficace investimenti necessari per il settore privato, destinati a grandi infrastrutture'', con un impatto positivo su ''crescita, posti di lavoro e vita quotidiana per le persone nella regione''.

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APPROFONDIMENTI

L’imprenditoria immigrata in Italia: un fenomeno sotto analisi Marcella Rodino Developmed pubblica un articolo in cui riprende i dati emersi da due rapporti di ricerca sul tema dell’imprenditoria straniera presentati a Torino nel mese di novembre, pubblicati da I res Lucia Morosini e Camera di Commercio di Torino-Fieri. Secondo i criteri adottati a livello nazionale da UnionCamere, l’universo di imprese straniere registrate in I talia ammonta al 31 dicembre 2011 a 440.145 unità, quasi tutte a controllo esclusivo, laddove quindi alla forma giuridica corrisponde direttamente la persona fisica alla guida dell’azienda. I n generale, queste attività imprenditoriali sono costituite da soggetti che si cimentano per la prima volta con la disciplina del mercato e tendono a concentrarsi soprattutto in settori quali i servizi (il 56,9% del totale) e l’edilizia (il 27,6% del totale). Sono i dati emersi dalla ricerca “Associazionismo migratorio ed efficacia dei processi di integrazione sociale dei migranti in Piemonte”, presentata da I res Lucia Morosini il 10 novembre scorso a Torino. I nteressante è l’analisi dei dati attraverso l’indicatore della “propensione degli stranieri all’imprenditoria”. L’indicatore, costruito sui dati elaborati dal Dossier Caritas/ Migrantes 2012, misura il rapporto tra il numero di imprese con almeno un socio straniero e il numero complessivo di imprese sul territorio. I l numero complessivo di imprese immigrate misura sia le nuove imprese che vengono avviate nel corso dell’anno, sia le imprese avviate negli anni precedenti e ancora in attività. La tendenza storica che evidenzia un saldo decisamente positivo suggerisce che nel prossimo futuro il numero di imprese immigrate nel nostro Paese continuerà a crescere, sia in termini assoluti sia in rapporto al numero totale delle imprese sul territorio. Nel 2005, gli stranieri iscritti nei registri delle imprese delle Camere di Commercio italiane quali titolari e soci d’impresa erano inferiori alle 300 mila unità: lo sviluppo complessivo nel corso di sei anni, quindi, è stato del 48,7% , pari a un tasso medio annuo dell’8,1% . Tale tasso è rimasto relativamente costante anche negli anni della crisi economica iniziata nel 2008, che non ha quindi rallentato la crescita dell’imprenditoria immigrata. Con riferimento all’anno 2011, l’indicatore ‘Propensione alla partecipazione imprenditoriale” si attesta sul 7,4% a livello nazionale. Utilizzando l’indicatore a livello regionale, si rileva come il Piemonte presenti una propensione all’imprenditoria immigrata leggermente superiore a quella nazionale, attestandosi sull’8,2% . La provincia di Torino: non solo braccia

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Nella provincia di Torino opera circa il 5% del totale degli imprenditori stranieri attivi in I talia, quota che la colloca in terza posizione alle spalle delle province di Milano e Roma, aree in cui risiede complessivamente un quinto del totale


nazionale. Sono i dati emersi dal rapporto “Non solo braccia. il lavoro immigrato nelle imprese del torinese”, realizzato dalla Camera di commercio di Torino e da FI ERI , in collaborazione con l’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Torino, e presentato lo scorso 20 novembre. Secondo il Rapporto, a fine 2011 in provincia di Torino risultavano 31.235 posizioni imprenditoriali intestate a stranieri, con un incremento del +3,7% rispetto al 2010 e del +118% dal 2002 a oggi. Oltre la metà delle posizioni imprenditoriali straniere si riferisce ad imprese individuali cui fan seguito le società di persone e quelle di capitale. Grazie ad un archivio costruito ad-hoc da parte dell’Osservatorio sul Mercato del Lavoro della Provincia di Torino, è stato possibile guardare agli avviamenti fatti nel periodo 2008 2011: ne è risultato che 15.756 ditte individuali con titolare straniero hanno effettuato avviamenti per 15mila lavoratori (una media di un lavoratore per impresa). Circa il 64% degli stranieri che ricoprono cariche imprenditoriali ha un’età compresa fra i 30 ed i 49 anni; le donne rappresentano il 26% del totale, mentre la stessa percentuale, per le sole posizioni intestate a I taliani, supera il 30% . Oltre la metà (59,2% ) delle posizioni imprenditoriali straniere si riferisce ad imprese individuali cui seguono le società di persone (26,3% ) e quelle di capitale (12,4% ). L’analisi della Camera di commercio di Torino-Fieri tiene conto delle sole imprese individuali - per il ruolo sostanziale che ancora rivestono nell’ambito del sistema imprenditoriale straniero - al netto degli imprenditori nati nell’Unione Europea dei 15, nei principali Paesi industrializzati, e nei Paesi del Sud America destinatari della passata emigrazione italiana e piemontese. Dall’universo delle 31.235 posizioni imprenditoriali presenti in provincia di Torino, si passa a considerare un insieme di 15.756 imprenditori individuali stranieri, attivi a fine 2011. Si conferma la leadership della Romania, stato di nascita del 35% degli imprenditori stranieri (pari al 77% del totale Est europeo), segue il Marocco (il 22% del totale, e il 79% della macro-area) e la Cina (il 7% del totale e il 67% del totale asiatico). I settori più gettonati dagli stranieri che avviano un’impresa individuale sul nostro territorio sono di gran lunga quello delle costruzioni (il 42,4% del totale, contro il 22,3% italiano) e il commercio (il 35,6% contro il 32,2% nazionale), soprattutto al dettaglio. Si rilevano inoltre alcune specializzazioni lavorative collegate alla provenienza geografica, e dovute spesso a catene migratorie e alla creazione di reti di supporto nel territorio all’interno delle comunità nazionali. Così i cittadini dell’Est Europa, e in particolare i romeni, sono molto attivi nell’avvio di imprese di costruzioni (il 74% opera in questo campo), oltre la metà degli asiatici e degli africani opera nel commercio (rispettivamente il 59,6% e il 76,8% e 58,2% per l’Africa centro-meridionale e mediterranea). I

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Sudamericani invece, hanno una distribuzione meno polarizzata tra i diversi settori di attività e operano per il 37,5% nelle costruzioni e per il 22,8% nel commercio. Nel corso degli ultimi anni, invece, si assiste a un fenomeno di stabilizzazione sul territorio delle imprese straniere: al termine del 2011 solo il 13,7% delle imprese selezionate risultava attiva da meno di un anno, mentre un quarto di esse operava da almeno 7 anni. Non deve stupire la scarsa importanza numerica rivestita dalle imprese in vita da oltre 12 anni (il 3,1% ): considerata la maggiore stabilità socioeconomica che le comunità migratorie stanno sviluppando, è auspicabile e altamente probabile che negli anni a venire si assisterà a un consolidamento dell’imprenditoria straniera e a una sua strutturazione in forme societarie più complesse. Quando le imprese straniere assumono

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Gli imprenditori stranieri nella provincia di Torino hanno avviato al lavoro principalmente lavoratori maschi e giovani: l’80% degli avviamenti effettuati ha riguardato uomini, un quarto ha coinvolto un giovane sotto i 25 anni, mentre quelli relativi a lavoratori oltre i 40 anni hanno rappresentato solo il 20% del totale. Sono soprattutto gli imprenditori asiatici e quelli dell’Europa dell’Est che hanno avviato al lavoro giovani lavoratori, mentre la quota maggiore di over 40 è stata avviata da imprenditori dell’America Latina. Gli imprenditori stranieri assumono principalmente lavoratori stranieri, soprattutto se il titolare è asiatico o magrebino. Tra gli stranieri assunti, come prevedibile e come teorizzato da ampia parte della letteratura sull’impresa etnica vengono privilegiati quelli della stessa nazionalità dell’imprenditore. I l legame di provenienza tra imprenditore e lavoratori dipendenti è meno pronunciato se l’imprenditore è originario dell’Europa dell’Est, mentre è molto forte se l’imprenditore è asiatico. Scendendo nel dettaglio delle singole nazionalità, il primo posto quanto a preferenza di origine è occupato dagli imprenditori cinesi, mentre sono gli imprenditori albanesi quelli più “multiculturali” dal punto di vista degli avviamenti. Questo risultato porta un ulteriore elemento a conferma della bassa apertura alle altre comunità mostrata dagli imprenditori cinesi.


APPROFONDIMENTI

La governance aziendale nelle banche islamiche di Hamadi Matoussi* and Rihab Grassa** Un'analisi comparata fra gli istituti dei paesi del Golfo e quelli del Sud-est asiatico, pubblicata dall'Economic Research Forum. Abstract Le banche islamiche sono istituti finanziari particolari che affrontano tipi diversi di problematiche legate alla loro governance. I l presente studio esamina la governance aziendale negli istituti di finanzia islamica nei paesi del Golfo (vengono considerati i sei stati appartenenti al Gulf Cooperation Council: Arabia Saudita, Bahrein, EAU, Kuwait, Oman, Qatar) e in quelli del Sud-est asiatico (Malesia e I ndonesia); in particolare, verranno dapprima individuate le variabili di governance ritenute rilevanti da studiosi e addetti ai lavori e, in un secondo momento, verranno evidenziate differenze e similitudini sia nei confronti delle banche convenzionali che fra i due gruppi di paesi. Questo paper analizzaerĂ  inoltre l'impatto di tali variabili sulle performance delle banche islamiche. L'indagine si basa su un camione di 90 grandi banche islamiche nel periodo 2000-2009. I risultati ottenuti mostrano che ci sono diverse differenze nella governance aziendale sia fra banche islamiche e banche tradizionali che fra le banche islamiche nei paesi del Golfo e quelle degli stati del Sud-est asiatico. I noltre lo studio mostra che, mentre le remunerazioni dei consiglieri d'amministrazione, la CEO duality (l'identitĂ  fra il direttore generale e il presidente del consiglio d'amministrazione) e l'etĂ  del direttore generale influenzano in modo positivo la performance delle banche islamiche, le caratteristiche del Comitato di supervisione della Sharia non hanno effetto rilevante. Per scaricare lo studio, clicca qui. * ricercatore e analista presso il KPMG a Dubai, Emirati Arabi Uniti * * Professore di Finanza presso l'I SCAE (I nstitut Superieur de Commerce et d'Administration des Entreprises)

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APPROFONDIMENTI

Italia: la prima per interscambio economico con il Mediterraneo Claudio Tocchi I nterscambio commerciale, transazioni finanziarie, infrastrutture ed energia. Sono questi i temi principali analizzati nel nuovo rapporto SRM sulle relazioni economiche I talia-Med, presentato il mese scorso. Un'ampia e dettagliata sintesi sullo stato dei nostri rapporti con il Mare Nostrum nel quale, però, l'I talia sembra giocare ancora un ruolo meno forte di quanto potrebbe. È stato pubblicato lo scorso novembre la nuova edizione del rapporto annuale su “Le relazioni economiche tra l'I talia e il Mediterraneo” a cura dell'Osservatorio SR-M, Studi e Ricerche sul Mezzogiorno, con il sostegno dalla Compagnia di San Paolo. I l rapporto, giunto al suo secondo anno di vita, mira a sintetizzare la situazione delle relazioni economiche fra l'I talia (con un occhio di riguardo alla macroregione del Mezzogiorno) e i paesi del Mediterraneo extra-Ue. I l rapporto riprende, nella sua articolazione, la struttura dello studio dell'anno procedente, dividendosi in tre sezioni principali, dedicata ognuna a un aspetto particolare delle relazioni economiche: gli scambi commerciali, le transazioni finanziarie e la rete infrastrutturale del Mediterraneo; in aggiunta, l'edizione 2012 presenta un focus speciale sulla Turchia in quanto paese economicamente fondamentale nell'area. I n generale, lo studio conferma la straordinaria importanza dell'area mediterranea per l'economia del Belpaese: l'I talia risulta infatti il primo paese per interscambio economico davanti a Germania e Francia e le stime indicano un mantenimento della posizione di leadership anche fino al 2014. La crescita dell’interscambio italiano nel primo semestre del 2012 (+8,1% tendenziale), e le previsioni di crescita del Pil dei paesi dell’area (+8,6% medio nel 2012) indicano chiaramente il definitivo superamento della fase di impasse delle economie di questi paesi, dovuta agli accadimenti delle Primavere Arabe. Tuttavia, al netto dei prodotti energetici e petroliferi, il nostro Paese slitta al terzo posto per interscambio scontando un significativo gap con la Germania. Anche per quanto riguarda i rapporti finanziari, il Mediterraneo si conferma uno spazio importantissimo: i Fondi Sovrani dei paesi del Sud-Med trovano nell’Europa una delle aree privilegiate per l’investimento delle loro ingenti risorse. Nel rapporto viene indicato che gli investimenti dei Fondi Sovrani dell’area MENA diretti verso l’Europa potrebbero raggiungere, entro cinque anni, i 20 miliardi di euro annui, con una quota destinata all’I talia compresa tra 1 e 1,5 miliardi di euro. I nfine, il Mediterraneo rappresenta uno spazio fondamentale anche da un punto di vista infrastrutturale: nel Mare Nostrum transita il 19% del traffico marittimo mondiale.

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L’obiettivo del rilancio dell’I talia quale asse strategico dei traffici all’interno del Mediterraneo è possibile perché vi sono i presupposti, non solo geografici ma soprattutto commerciali; basti pensare ad esempio che il 70% dell’interscambio commerciale con l’Area Med avviene attraverso le “vie del mare” (oltre 40md€). I ngenti saranno anche gli sviluppi delle infrastrutture energetiche, soprattutto nell'ambito delle energie rinnovabili. La “geografia” del nostro Paese, insieme alla sua storia, hanno da sempre alimentato la vocazione di essere un “ponte” tra le due sponde del Mediterraneo. Una vocazione che potrà ulteriormente essere valorizzata in futuro. Nonostante le gravi incertezze legate al futuro dell’Europa e dell'euro e lo sviluppo dei processi di democratizzazione e le attuali tensioni politiche e sociali, infatti, il Mediterraneo sarà per l'I talia sempre più importante e investirvi (capitali, energie, risorse) sempre più necessario. Per scaricare il rapporto è necessario registrasi al sito di SRM, clicca qui.

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APPROFONDIMENTI

La Libia dalla guerra a oggi - Video atti I l 30 ottobre 2012 l'I stituto Paralleli, nell'ambito dell'iniziativa "I nside Libya", ha organizzato la tavola rotonda "La Libia dalla guerra a oggi". Di seguito i video atti:

Intervento di Farid Adly, giornalista libico

Intervento di Arturo Varvelli, ricercatore Ispi

Interventi di Fabio Bucciarelli e Mimmo Candito, reporters di guerra

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PALESTRA MEDITERRANEA

Turchia e Iran: due realtà interconnesse nel turbolento scenario medio - orientale Ambasciatore Angelo Travaglini Anche in Turchia possiamo costatare effetti gravidi di conseguenze derivanti dal maremoto provocato dalla Primavera araba, dallo scoppio del conflitto in Siria e dai devastanti eventi di questi giorni nella striscia di Gaza, mentre le tensioni sul programma nucleare iraniano sono piuttosto scemate in queste ultime settimane a causa delle elezioni americane, dell’annunciato intendimento di Netanyahu di sottoporsi allo scrutinio elettorale del prossimo gennaio e del quadro tumultuoso esistente al momento in altre aree medio-orientali. Difficoltà turche

Anche in Turchia possiamo costatare effetti gravidi di conseguenze derivanti dal maremoto provocato dalla Primavera araba, dallo scoppio del conflitto in Siria e dai devastanti eventi di questi giorni nella striscia di Gaza. La “zero-problem diplomacy” portata avanti dal governo di Ankara fino a dopo il rovesciamento del regime di Gheddafi in Libia aveva fatto della Turchia un punto di riferimento imprescindibile per la maggior parte dei Paesi della regione, compreso l’I ran, desiderosi di pervenire ad equilibri di pace, stabilità e progresso in Medio– Oriente. Emblematico era apparso al riguardo lo sforzo di mediazione prodigato dalla diplomazia turca, unitamente al Brasile, per una soluzione negoziata del dossier iraniano sfociato nel maggio 2010 a Teheran con la dichiarazione trilaterale con la quale si annunciava il raggiungimento di un accordo molto simile alla soluzione proposta dagli Stati Uniti nell’ottobre dell’anno precedente e respinta, contro la volontà dello stesso Presidente Ahmadi-Nejad, da tutto lo schieramento politico e religioso iraniano. Lo sforzo di mediazione turco - brasiliano, come si ricorderà, non fu coronato da successo per l’immediata perentoria opposizione americana ma esso rappresentò tuttavia un momento saliente nel processo di ascesa di Potenze emergenti quali Ankara e Brasilia nello scenario internazionale. Tale sbocco costituiva del resto una sorta di conferma del ruolo importante che la Turchia svolgeva nel sub-sistema nel perseguimento della succitata azione diplomatica. La leadership di Erdogan, coerentemente sostenuta dal Ministro degli esteri Davutoglu, figura di grande spessore politico e culturale, godeva in quel momento di grande prestigio nella regione, e ad essa le Potenze regionali, in primis la Siria, l’I raq e l’I ran, guardavano come un prezioso tramite a fronte di crisi e difficoltà crescenti. L’esempio sopra riportato costituì la traduzione in termini d’immagine e di sostanza del rilievo che Ankara era venuta assumendo nelle sue relazioni con i partner medio - orientali. All’indomani dell’attacco anglo-francese alla Libia la posizione turca si manifestò in evidente armonia con quanto

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sopra descritto, mettendo in guardia contro i pericoli derivanti da un’impresa militare mal concepita e mal preparata, osteggiata negli Stati Uniti dagli stessi ambienti del Pentagono. Fu dopo l’eliminazione fisica di Gheddafi e l’istituzione dei primi organi poco rappresentativi della nuova realtà libica che gli orientamenti di Ankara subirono un deciso mutamento d’indirizzo, allineandosi in maniera visibile con l’Occidente e tessendo nell’area di appartenenza sostanziose connivenze con le altre Potenze sunnite, in particolare l’Arabia saudita e Qatar. I n tal modo la diplomazia turca procedette ad una revisione della propria azione diplomatica, venendo a privilegiare gli imperativi di ordine religioso, erigendosi in una sorta di Grande Fratello in seno alla Umma sunnita, chiamato a liberare i propri correligionari sottoposti all’oppressivo regime alauita al potere a Damasco. I richiami emananti dalle monarchie del Golfo, per converso meno ascoltati dalla leadership islamica egiziana, tendevano per l’appunto a questo, nel perseguimento di un disegno volto a indebolire la posizione dell’I ran nella regione colpendo il suo alleato strategico, la Siria di Bachar al Assad. Lo scoppio della guerra civile siriana ha dunque costituito la manifestazione più impattante di come la diplomazia di Ankara ha inteso rivedere il suo ruolo nello scacchiere, infliggendo un colpo forse irreversibile alla “zero-problem diplomacy” nella misura in cui le sue relazioni non solo con la Siria ma anche con l’I raq e l’I ran hanno finito per deteriorarsi considerevolmente, ponendo la Turchia in una situazione di obiettiva difficoltà. I n effetti, l’erigersi a difensore delle comunità sunnite, conferendo alla propria azione diplomatica un’impronta dichiaratamente religiosa, ha costituito la fonte di problemi crescenti, spingendo la diplomazia turca verso direzioni poco sostenibili, conseguentemente intaccando la sua immagine e la sua stessa credibilità nella regione. Lo scoppio della guerra civile siriana ha significato la scomparsa di quel punto di riferimento per i Paesi arabi che la Turchia, affrancata del rapporto di alleanza con I sraele, era venuto assumendo all’indomani dei sommovimenti che prima in Tunisia e poi in Egitto hanno dato vita alla Primavera araba.. Aver risposto alla crisi siriana accendendo la valvola dell’irredentismo sunnita, del quale si è altresì sottovalutata l’endemica propensione all’estremismo, si è rivelata una scelta non produttiva da parte di un governo che, una volta confrontato all’inattesa non preventivata resistenza del regime di Damasco, ha ritenuto di chiedere il sostegno della NATO, portando ad una militarizzazione della frontiera turco-siriana, mal vista dalla Russia per i pericoli insiti in un possibile coinvolgimento dell’Alleanza in una confrontation militare in Medio Oriente. I n definitiva conciliare l’ambizione di svolgere un ruolo di leadership nella regione, in un momento in cui questa è

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percorsa da trasformazioni irreversibili, con l’essere parte attiva di una struttura mal considerata nell’universo arabo – islamico per l’obiettiva non dissimulata contiguità che essa presenta con I sraele e la sua intransigente politica nei confronti dei palestinesi, appare un esercizio di problematica realizzazione, che non contribuisce a diradare dubbi e perplessità sulle finalità ultime perseguite dalla diplomazia turca in questo delicatissimo frangente. Tali incongruenze hanno avuto modo di manifestarsi e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. I l colpo alla propria immagine in un momento di profonde tensioni, come quello che si sta vivendo nella regione, si è rivelato tutt’altro che trascurabile, confermato da una recente indagine demoscopica condotta da un autorevole istituto turco, dalla quale è emerso il visibile calo di percezione positiva della Turchia presso le opinioni pubbliche dei Paesi arabi. Anche sul piano interno il nuovo approccio ha germinato problemi, riaccendendo il sanguinoso pluridecennale scontro con la comunità curda, parte della nazione senza Stato più numerosa del Medio Oriente; sviluppo facilitato dal crearsi sul versante siriano di un’area territoriale in via di estensione, gestita in tutta autonomia dagli schieramenti curdi, che continuano a manifestare un’estraneità e in alcuni casi aperta ostilità verso il frastagliato movimento di ribellione in Siria. Alla minoranza curda il regime siriano consente una sorta d’indipendenza di fatto; minoranza che fruisce di un prezioso sostegno da parte del Kurdistan iracheno, diretto da Massoud Barzani, figura carismatica, seppur controversa, dell’irredentismo curdo, in proficui rapporti di business con la Turchia, attualmente in aperto contrasto per la forza delle spinte autonomiste con l’autorità centrale a Baghdad, applicazione del vecchio assioma secondo cui il nemico (la Turchia) del mio nemico (l’I raq) è mio amico. Non si ha difficoltà a comprendere l’effetto che tali sviluppi possono aver comportato sulle formazioni curde nel Sud-est turco, mai definitivamente sconfitte e sempre pronte a riprendere le armi contro il governo di Ankara. La rivolta del PKK, (“Kurdistan Workers’ Party), politicamente molto vicino alla principale forza politica curda siriana, il PYD (“Party of Democratic Union”), è dunque riesplosa, a conferma del fatto che ogni volta che in queste realtà si accende la miccia dello scontro settario e tribale, le conseguenze si rivelano di una violenza estrema e del tutto imprevedibili. Tale conseguenza ha portato a sua volta ad un irrigidimento ulteriore della posizione turca sulla guerra in corso in Siria. La questione curda continuerà a far pesare i propri destabilizzanti effetti sul quadro politico turco e i più recenti sviluppi non lasciano presagire miglioramenti di sorta su questo fronte.

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L’assetto etnico - religioso nel grande Paese anatolico presenta anch’esso aspetti di problematicità che possono spiegare la comprensibile riluttanza turca a un pericoloso diretto coinvolgimento nella guerra civile in corso in Siria. E’ bene ricordare che all’interno della Turchia, oltre che ad una numericamente trascurabile comunità alauita, vive una cospicua minoranza mussulmana di culto alavi, (più di 10 milioni di anime), la cui matrice religiosa è riconducibile al sufismo, portatrice di valori islamici moderati e tolleranti, non del tutto estranea al credo alauita, seppur da esso differenziata in alcuni tratti fondanti. Tale minoranza vedrebbe con ostilità un aperto impegno militare turco a fianco di jihadisti sunniti in Siria, il cui numero non fa che aumentare, sviluppo che sarebbe mal visto anche da quella frangia laica nel Paese che continua rumorosamente a far sentire la sua voce nel quadro politico interno e che non perde occasione di contestare l’approccio islamizzante della leadership di Tayyip Erdogan, responsabile agli occhi degli stessi ambienti, di “aver violato” il retaggio del Padre storico della Turchia,, Kemal Ataturk, per il quale religione e politica dovevano appartenere a due dimensioni, ben separate e distinte. Tentativo di esegesi di un mutato approccio

Quali le possibili ragioni del repentino cambiamento di Ankara dopo l’insorgere della Primavera araba ed il cruento sbocco della crisi libica? Divergenti tesi in questo campo non sono mancate ma a nostro avviso un elemento merita di essere considerato: ovverossia il desiderio di una ritrovata “assertiveness” turca come conseguenza di un quadro libico dove la penetrazione economica di Paesi alleati e rivali, Francia e Gran Bretagna soprattutto, è avvenuta troppo velocemente per non colpire una leadership turca molto interessata a quel mercato e ivi, anche per ragioni storiche, ben presente. L’insorgere di un processo in Siria ritenuto analogo a quello libico ha probabilmente indotto Ankara a procedere ad una revisione dei metri di giudizio. Quel che era accaduto in Libia non poteva dunque ripetersi in una realtà siriana, dove gli interessi anatolici, oltre a rivestire una caratura economica come in Libia, comportavano più evidenti coinvolgimenti sul piano geopolitico. Da tale avvertita esigenza è verosimilmente scaturita la decisione di Erdogan e Davutoglu di sostenere il movimento di ribellione, divenendo la Turchia, nell’estrinsecazione di un “rivisitato” ruolo di Potenza regionale, punto di riferimento strategico in una lotta di liberazione volta a rovesciare un sistema dispotico tacciato dai turchi, a nostro avviso in maniera troppo ostentata, come “un regime di oppressione da parte della minoranza alauita”. I n tal modo si è acceso uno scontro dai tratti settari, che dura ormai da circa venti mesi e che ha comportato un deragliamento dai binari originari, il cui punto di arrivo per i siriani era rappresentato da un approdo più appagante in termini di democrazia rispetto al dispotico

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autoritarismo del regime di Assad. “L’errore è nei dettagli”, secondo un’espressione molto in uso nella lingua inglese. Esso può aver riguardato una visione del problema che non ha tenuto conto delle profonde difformità con il quadro libico, rilevabili sia sul piano interno siriano, in merito al quale Ankara ha dato una valutazione della sostenibilità del regime di Assad, rivelatasi alla prova dei fatti fallace, sia su quello delle ramificazioni, ben più profonde rispetto allo scenario libico, esistenti nello scacchiere regionale ed internazionale, se si considera la relazione strategica tra la Siria da una parte e l’I ran e la Russia dall’altra; senza trascurare l’ostilità con cui anche l’I raq, governato da una leadership sciita, con la quale il governo di Ankara intrattiene rapporti tutt’altro che idilliaci, ha visto l’ostentato supporto fornito dai turchi all’opposizione siriana. I l rifiuto russo-cinese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di avallare tre risoluzioni mirate a creare i presupposti per un cambio di regime in Siria, secondo un copione già visto in Libia, ha complicato enormemente le aspettative di Ankara di un rapido mutamento politico nel Paese finitimo. La storia non si è ripetuta e l’inattesa resistenza del regime, dovuta al dettaglio, tutt’altro che secondario, che segmenti importanti della società siriana non accettano di sostenere un movimento di ribellione troppo diviso e composito per essere considerato come un’ autentica forza di liberazione, ha posto la diplomazia turca in una situazione delicata. Né si può trascurare la diffidenza covante nel profondo dell’anima araba verso la nazione turca, erede di un passato ottomano definito da alcuni commentatori della regione come “la fonte storica dei mali arabi”. I l mal dissimulato richiamo a tale passato da parte di taluni esponenti politici turchi non ha certamente giovato a una migliore comprensione degli obiettivi perseguiti dalla diplomazia di Ankara nell’abbordare una crisi in merito alla quale non si riesce a reperire una “exit strategy”. Le divergenze che separano la posizione turca da quella della maggior parte dei Paesi arabi (fatta naturalmente eccezione per le monarchie del Golfo) in merito alla migliore strategia da seguire per una via d’uscita dal dramma siriano si sono del resto ultimamente confermate in occasione del Quinto Foro turcoarabo, svoltosi ad I stanbul, dove l’approccio interventista di Ankara non ha raccolto l’adesione del Presidente di turno della Lega araba e Ministro degli esteri libanese Adnan Mansour. Ad avviso di quest’ultimo solo il dialogo può costituire una valida speranza che si riesca a porre termine all’orrendo bagno di sangue cui si assiste da quasi un anno. Può apparire inoltre interessante ricordare che la Turchia è stata ammessa nel giugno di quest’anno, in qualità di “Dialogue Partner”, nella “Shanghai Cooperation Organization”, struttura regionale formatasi nel 2001, con

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finalità di contrasto all’Occidente sul piano della sicurezza e degli interessi, di cui fanno parte come membri a pieno titolo, oltre alla Russia ed alla Cina, tutte le Repubbliche islamiche ex-sovietiche dell’Asia centrale, fatta eccezione per il Turkmenistan, mentre l’I ran, il Pakistan e l’I ndia assicurano la propria presenza in qualità di “Stati osservatori”. Quali le principali ragioni di tale scelta che in questo caso denota scarsi tratti di vocazione religiosa? Una di queste ha sicuramente attinenza sia con l’allettante prospettiva di poter operare più agevolmente nei mercati asiatici, inserendosi in commesse e iniziative economiche del valore di miliardi di dollari, sia con l’essere parte di un processo di integrazione sotto il profilo politico, economico e della sicurezza dalle importanti ricadute per un Paese aspirante ad un ruolo di primo piano nel contesto eurasiatico. E l’intensa rete di cooperazione economica tra la Turchia e la Russia, che sopravanza le divergenze politiche sulla crisi siriana, fa verosimilmente parte di questo quadro di crescenti sinergie. Una matrice per molti versi analoga è riscontrabile nell’adesione turca, in questo caso a titolo di membro fondatore, unitamente all’I ran ed al Pakistan, alla “Economic Cooperation Organization”, organismo regionale di integrazione economica, creatosi nel 1985, di cui fanno parte tutte le Repubbliche islamiche ex-sovietiche, oltre all’Afghanistan. I n tale quadro il governo di Erdogan svolge un ruolo di primo piano, approfondendo le relazioni, anche politiche, con i Paesi partner; il che fornisce anche spiegazione del perché la Turchia, nonostante l’appartenenza alla NATO e le gravi divergenze con Teheran in merito alla questione siriana, mantiene proficui rapporti con l’I ran, con il quale per converso Ankara interagisce in seno ai due organismi regionali descritti. Le ragioni di una certa diffidenza araba verso il vicino anatolico non sono dunque del tutto prive di fondamento quando si pensi che la Turchia, membro a pieno titolo della NATO, promuove una “real politik” che suona conferma delle ambizioni di Ankara di ridare vita sotto mutate spoglie a riedizioni di esperienze storiche passate che, se suscitano aneliti positivi in ambienti dell’establishment turco, sono per converso recepiti in maniera difforme presso i vicini arabi. I n questa luce la decisione di Erdogan di cavalcare la tigre religiosa nella guerra civile siriana potrebbe trovare una sua “raison d’etre” anche nel desiderio di far fruttare il legame con l’Occidente, in particolare con gli Stati Uniti; Occidente dal quale beninteso la Turchia non può prescindere se vuole dare concretezza al suo disegno eurasiatico. Ma la recrudescenza dello scontro senza fine con i curdi, l’acuirsi dei dissapori con attori imprescindibili quali l’I raq e l’I ran, le difficoltà crescenti a far fronte alle conseguenze della guerra civile siriana unitamente alla richiesta alla NATO di istallare un sistema di difesa antimissile nonché il persistere di una

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certa “distanza” con l’Unione europea, testimoniato dal mancato invito a rappresentanti UE a presenziare al congresso del partito al governo, l’AKP, sono fatti che denotano un quadro di disagio cui la Turchia è ora esposta ed al quale cerca di porre rimedio. Né l’irreversibile rottura del rapporto con I sraele, definito da Erdogan, in conseguenza degli attacchi contro l’enclave di Gaza, “Stato terrorista”, in perfetta sintonia con la posizione iraniana di totale appoggio alle aspirazioni palestinesi, ha apportato quel “ritorno” in termini d’immagine che ad Ankara ci si poteva attendere. A nostro avviso l’atteggiamento di distacco verso l’Europa, che peraltro trova un riscontro nell’humus profondo della società turca, va contro gli interessi della patria di Ataturk. Se la Turchia è vista come un modello da seguire in Medio Oriente è anche perché ha tratto beneficio da una relazione fruttuosa con il nostro Continente. Quel patrimonio in termini di democrazia, libertà e conquiste civili, di cui Ankara può vantarsi a giusto titolo nella sua interazione con i partner arabi si è potuto formare e sviluppare grazie anche e soprattutto al contatto con l’UE. E tutto questo non può essere ora sottovalutato in un momento in cui i sommovimenti nella regione consiglierebbero alla Turchia un atteggiamento di maggiore prudenza ed equilibrio, unitamente ad un meno palpabile grado di velleitario populismo religioso, che non trova del resto riscontro nella complessa composita realtà di quel grande Paese. A parere di taluni la stessa Entente cordiale sbocciata tra Ankara e la leadership islamista egiziana, motivata essenzialmente dal disperato bisogno di assistenza economica dell’Egitto, difficilmente potrà assurgere a legame strategico sia per le difficoltà interne cui i due governi devono attualmente confrontarsi sia ove si considerino le resistenze che all’interno dei due Paesi farebbero ostacolo ad un approfondimento della relazione. I nfatti, mentre in Turchia le resistenze della consistente comunità laica a un’evoluzione in tal senso si farebbero sentire per la comprensibile diffidenza verso un Paese governato dai Fratelli mussulmani, in Egitto per converso ambienti, soprattutto religiosi, creerebbero difficoltà ad un avvicinamento con una realtà turca considerata da molti nel mondo arabo come “non autenticamente islamica”, legata ad un sistema di alleanza, la NATO, visto dagli islamisti in una luce tutt’altro che favorevole. I l quadro dei rapporti turco-egiziani non prescinde inoltre da una rivalità covante che, in forme molto defilate, ha modo di manifestarsi a fronte del riaccendersi del conflitto arabo israeliano. La diminutio turca, in termini di sostenibilità del ruolo agognato, sta avendo una conferma sul campo nella misura in cui l’Egitto, e non la Turchia, è risultato quale prime actor nella tela diplomatica approntata per evitare una escalation militare a Gaza dalle pericolosissime

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conseguenze. L’interlocutore degli Stati Uniti e dell’ONU nella delicata fattispecie è stato il governo islamista al Cairo mentre da parte del movimento palestinese nel suo complesso (Hamas e Al-Fatah) si guarda alla capitale egiziana come canale di comunicazione primario. Che le virulente esternazioni di Erdogan contro le Nazioni Unite e gli accenti inopinatamente critici verso l’Occidente, accusato di parzialità nell’atteggiamento verso i mussulmani, risentano anche del cruccio provato a causa di sviluppi sul piano diplomatico mal digeriti, non si ha grande difficoltà a crederlo. Questo interviene all’indomani dell’intendimento manifestato dall’opposizione siriana di fissare il proprio quartier generale al Cairo e non in Turchia, nonostante la presenza sul suolo turco di una moltitudine di rifugiati siriani. Certo quel che era iniziato come un nuovo capitolo nei rapporti di Ankara col mondo arabo ha subito un’inattesa battuta d’arresto, ponendo la Turchia in uno dei momenti più travagliati della sua storia, iniziata, come si ricorderà, nel 1923 in esito al Trattato di Losanna stipulato con le Potenze vincitrici della Prima guerra mondiale. Le problematiche che agitano lo scenario turco sia sul piano interno, dove, al fine di evitare dolorose lacerazioni, si dovrà pervenire ad un nuovo equilibrio che tenga conto della diversificata realtà politica ed etnico-religiosa del Paese, sia nella sua proiezione esterna in uno scacchiere percorso da processi dagli sbocchi tuttora non definiti ma sicuramente ben diversi dalle basi di partenza da cui sono scaturiti, mostrano una entità alle prese con nuove sfide e con traguardi ambiziosi. Essi risentono in ogni caso dell’aspirazione, tinta in buona misura di un certo velleitarismo, a svolgere un ruolo affrancato il più possibile da ogni dipendenza e portato ad essere più “assertive” nello scenario internazionale. Quel che resta da misurare è la distanza che separa tali finalità dal contesto reale dal quale la leadership turca non può prescindere nel perseguimento di questi obiettivi. Evoluzione della crisi iraniana

Le tensioni sul programma nucleare iraniano sono piuttosto scemate in queste ultime settimane a causa delle elezioni americane, dell’annunciato intendimento di Netanyahu di sottoporsi allo scrutinio elettorale del prossimo gennaio e del quadro tumultuoso esistente al momento in altre aree medio-orientali. I l perdurare della guerra civile siriana, per la quale fino ad ora ogni tentativo di mediazione si è rivelato avaro di risultati, e la fragilità della tregua nell’enclave di Gaza ottenuta grazie alla mediazione americana ed al legame profondo tra il governo egiziano e Hamas, hanno portato ad una pausa, invero più apparente che reale, nella incessante confrontation che caratterizza la relazione tra l’I ran da una parte ed I sraele e l’Occidente dall’altra. Ciò non significa che il conflitto, seppur in forme poco appariscenti e indirette, non continui con il verificarsi di episodi che testimoniano come la distanza che separa i due

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schieramenti e l’acrimonia del confronto perdurano nella stessa maniera. Il bombardamento, verosimilmente israeliano, del complesso militare di Yarmouk, situato nei pressi della capitale sudanese di Khartoum, sospettato di contenere armi e materiale sensibile, presumibilmente di provenienza iraniana, destinati verso Gaza, ha costituito l’ultimo esempio di come il livello di guardia dello Stato ebraico non si sia abbassato all’indomani dell’incursione di un drone, non armato, nello spazio aereo israeliano, abbattuto nel deserto del Negev a pochi chilometri dall’imperscrutabile centrale atomica di Dimona. Tale impattante impresa è stata rivendicata dal movimento libanese filo-iraniano degli Hezbollah, gongolante nel mostrare al mondo la capacità a perforare “con facilità” la munitissima fortezza israeliana. Né la “cyberwar” ingaggiata dagli iraniani nel Golfo contro i sistemi elettronici di difesa delle raffinerie saudite e degli altri stati dell’area né le azioni di difesa degli iraniani contro i droni USA sorvolanti al largo della costa iraniana possono risultare rassicuranti circa il clima impietosamente “confrontational” che continua a contraddistinguere le relazioni tra la Repubblica islamica e l’Occidente. Tutto questo avviene mentre nella Repubblica islamica i cittadini ordinari, principali vittime di tale avvelenato contesto, continuano a patire gli effetti deleteri di sanzioni unilaterali occidentali pesantissime che, oltre a complicare il perseguimento del presunto programma nucleare da parte degli ayatollah, seminano morte, miseria e disperazione nella vita degli strati più esposti della società iraniana (donne, bambini, giovani). Nella misura in cui si intende di fatto paralizzare l’economia di quel Paese isolandola dagli scambi internazionali e rendendo proibitiva ogni transazione commerciale, anche di beni di prima necessità quali prodotti alimentari, medicinali e consimili, le conseguenze non possono non colpire soprattutto, per non dire esclusivamente, i comuni cittadini. I l quadro che ne deriva apparirebbe, secondo autorevoli testimonianze, talmente allarmante che ormai da taluni osservatori non si esita più a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul pericolo incombente di “una catastrofe umanitaria” in I ran. Questo si accompagna con il peggioramento dello status e delle aspirazioni di vita dell’elemento femminile, il quale, in un Paese all’avanguardia nel mondo islamico in tema di coinvolgimento delle donne nell’istruzione e nella cultura, si vede precludere l’accesso ad alcune facoltà universitarie ritenute “troppo maschili”; ciò allo scopo di evitare comportamenti “non islamici” quali la contiguità fisica tra uomini e donne. Altro segno del clima di oscurantismo che nella prova di forza ingaggiata con l’Occidente sta investendo la società iraniana dove le forze più retrive traggono obiettivamente vantaggio dal muro contro muro con “il nemico satanico”.

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Forse è anche per questo motivo che all’indomani del successo elettorale di Obama gli appelli di parte sia occidentale sia iraniana per una ripresa del negoziato hanno ripreso a manifestarsi mentre l’eventualità che si possa giungere ad un confronto diplomatico diretto tra Teheran e Washington appare sempre più verosimile, anzi quasi auspicata da parte americana e non esclusa da parte iraniana. I dentico suono di campane al livello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica di Vienna che ha indicato per metà dicembre il periodo nel quale i contatti con la controparte iraniana saranno ripresi. Nel suo ultimo rapporto lo stesso organismo non si è discostato dalla posizione dubitativa, più volte assunta in materia, facente stato dell’impossibilità per l’Agenzia di escludere che le operazioni di arricchimento dell’uranio e la messa in opera delle centrifughe nelle centrali iraniane non siano per intero finalizzate ad un uso pacifico dell’energia sfruttata. L’aleatorietà del clima politico generale in Medio Oriente, dove ormai nessun Paese sembra in grado di sottrarsi a processi di turbolenta trasformazione e di “remise en cause” di un ordine che sembrava immutabile e che ora è scosso nelle fondamenta (ultimo esempio di ciò è dato dalla Giordania, dove perfino la stessa figura del re viene ora apertamente contestata), il riposizionarsi dell’interesse strategico americano in direzione dell’Estremo Oriente in funzione anticinese nonché il “regain” di attualità della crisi arabo-israeliana sono tutti elementi che indubbiamente facilitano il maturare della consapevolezza che solamente attraverso il dialogo e l’arma, mai spuntata, della diplomazia si possa giungere ad una via d’uscita da un tunnel dal quale non si è più vista alcuna luce da più di trent’anni. Aggiungiamo a questo, anche se con una certa circospezione, che un’altra consapevolezza forse comincia a manifestarsi ovverossia che qualsiasi strategia mirante a piegare la volontà della leadership iraniana attraverso sanzioni sempre più deleterie, cercando di provocare dall’esterno un cambio di regime in I ran, ripercorrendo il sentiero che ha portato a sbocchi inquietanti prima in Afghanistan ed in I raq e poi in Libia, appare destinata ad un inevitabile insuccesso. A tal proposito non è inutile ricordare che il programma di utilizzo dell’energia nucleare in I ran beneficia del sostegno delle varie movenze politiche nazionali, essendo esso ritenuto un diritto inalienabile del Paese, e che assolutamente minoritari appaiono essere quegli schieramenti inclini a mettere in discussione i tratti fondanti della Repubblica islamica inerenti alla preservazione dell’identità sciita. La lotta politica in I ran concerne altri campi inerenti alle contrastanti visioni vertenti sul modello di democrazia islamica, all’interno in ogni caso di un sistema di valori nel quale la grande maggioranza crede profondamente.

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Tenendo quindi presenti i due aspetti sopra indicati si può altresì comprendere come la possibilità che dopo il formale conferimento ad Obama il prossimo gennaio di un nuovo mandato quadriennale un dialogo diplomatico diretto con gli Stati Uniti, occultamente già in essere, auspicato dal Presidente Ahmadi-Nejad e da autorevoli figure pragmatiche e moderate quali l’ayatollah Rafsanjani, venga favorevolmente considerata in I ran nella misura in cui questo passaggio costituirebbe in una certa maniera una sorta di assicurazione per la Repubblica islamica che il perseguimento della strategia del “regime change” verrebbe finalmente a cessare. Questo potrebbe essere il punto di approdo suscettibile di avvicinare le parti conferendo al processo negoziale quei tratti, che dovrebbero essergli propri, i soli in grado di portare ad uno sbocco concreto, capaci di far germogliare quell’atmosfera di fiducia e di reciproca comprensione a tutt’oggi inesistente. Le sanzioni, in effetti, non possono continuare a vivere in una dimensione che prescinde dalla realtà del confronto, un qualcosa d’ intangibile che da solo dovrà produrre i desiderati risultati. Al contrario esse sono parte integrante dell’iter negoziale e devono servire come strumento attraverso cui strappare alla controparte quel che si vuole ottenere, nell’ottica di un graduale processo di avvicinamento delle rispettive posizioni. Si tratterebbe in estrema sintesi di questo: la fissazione di un limite nel programma nucleare iraniano in cambio di un progressivo allentamento delle sanzioni suscettibile di attenuare il loro micidiale peso sulle condizioni di vita della popolazione iraniana. Tale processo si rivelerà difficile e tortuoso, per i condizionamenti che inevitabilmente verrebbe a subire da ambienti iraniani, israeliani, americani ed anche delle monarchie del Golfo, interessati al mantenimento di un clima di tensione; ma esso è il solo che potrebbe portare al graduale superamento del muro di diffidenza ed incomunicabilità che separa l’I ran dall’Occidente. D’altronde anche in ambienti occidentali ci si rende conto che il “possesso” dell’arma atomica da parte dell’I ran si rivelerebbe per il Paese un vantaggio di breve durata suscettibile di mutarsi a più lungo termine in una vera e propria posizione di vulnerabilità. Tale sviluppo sarebbe mal valutato anche da alleati obiettivi quali la Russia e la Cina e ciò rappresenterebbe un colpo mortale per uno Stato desideroso di mantenere rapporti e contatti col mondo esterno attraverso cui accedere alla tecnologia e ad uno sviluppo in linea con i tempi. La Repubblica islamica non potrebbe mai ritrovarsi in un quadro di ghettizzazione ed emarginazione simile a quello in cui si trova la Corea del Nord, viste le ramificazioni e sinergie nella regione di appartenenza nelle quali l’I ran è ontologicamente inserita. Si vedrà quel che seguirà. I ndubbiamente il successo di

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Obama sembra aver soddisfatto la condizione principale perché un’evoluzione del genere abbia finalmente inizio, del resto unanimemente avallata dagli europei. Nel frattempo i pericoli di uno sbocco cruento paiono al momento allontanarsi nell’attesa dello svolgimento delle imminenti elezioni politiche in I sraele, il cui esito a questo punto potrebbe risentire anche del risultato prodottosi oltreAtlantico, apparentemente poco propiziante per Netanyahu. Forti pressioni sono esercitate dalla Russia, interessata ad una penetrazione economica in tutta l’area medio-orientale, perché il momento negoziale riprenda il suo corso, attraverso contatti diretti che Mosca ha avuto con la parte iraniana, finalizzati a persuadere gli iraniani dell’esigenza di riavviare in questo momento il dialogo diplomatico. Né potrebbe essere altrimenti considerando le difficoltà cui Mosca si trova confrontata, alle prese con una guerra civile siriana ormai fuori controllo; i cui sbocchi costituiscono peraltro motivi di apprensione anche per gli Stati Uniti, vista la miriade di formazioni jihadiste, sempre più cospicua sul campo, i cui obiettivi ben poco hanno a che vedere con le aspirazioni di libertà e democrazia emananti dalla variegata realtà politica siriana. Quadro economico in Iran

L’economia iraniana mostra grande difficoltà a far fronte all’impatto delle sanzioni. I l costo sociale come abbiamo visto si rivela altissimo mentre l’andamento di alcuni macroaggregati denota sviluppi negativi. I l deficit ragguardevole della bilancia dei pagamenti, il crollo del valore della valuta nazionale, il rial, la forte contrazione delle vendite di petrolio determinata in larga misura dall’embargo deciso dall’UE lo scorso luglio nonché l’aumento considerevole dell’inflazione collocantesi al di sopra della temibile soglia del 25% con le prevedibili conseguenze sullo standard di vita della popolazione, hanno inferto un colpo gravissimo alla complessiva sostenibilità dell’economia nazionale. I n controtendenza rispetto a tale inquietante quadro sono apparse le più recenti proiezioni fornite dal Fondo monetario internazionale secondo cui si sarebbe registrata una contrazione del Prodotto interno lordo iraniano per l’anno in corso di poco meno del 1% per cento cui dovrebbe per converso seguire per il 2013 una crescita dell’ordine dello 0,8% . Quest’ultimo andamento sarebbe determinato dal positivo andamento degli altri comparti del sistema economico iraniano che - secondo l’organismo di Washington – presenta elementi di diversificazione strutturale maggiori rispetto ad altri Paesi esportatori di petrolio.. I nfatti, secondo quanto riferito dal FMI , la contrazione del PI L registratasi quest’anno terrebbe conto del considerevole calo dell’export di prodotti energetici, calo peraltro attenuato dal positivo andamento di altri comparti del sistema economico, in particolare dell’agricoltura. I n effetti, il settore agricolo costituisce nell’economia iraniana una percentuale

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non trascurabile collocantesi intorno al 10% , a conferma del grado di diversificazione cui si accennava in precedenza. I n tale ambito è altresì utile rilevare come i servizi interessino la metà dell’assetto produttivo iraniano mentre le attività industriali, includendovi la produzione di petrolio e gas, come evidenziato nell’ultimo rapporto del Fondo monetario, non supererebbero il 40% . Come si può notare l’intendimento delle autorità di Teheran di approfondire il livello di diversificazione dell’economia iraniana affonda le sue radici in un assetto di per sé già abbastanza articolato, ove lo si voglia comparare con altre consimili realtà. I n tale ambito il settore delle energie rinnovabili tende ad espandersi se si pensa che già fin da ora l’I ran vanta in questo campo la più grande capacità ricettiva in tutto il Medio Oriente. Certo la penuria di valuta, generata dalle ultime pesantissime sanzioni occidentali e la paralisi del sistema finanziario con il conseguente crollo del valore del rial e l’innalzamento del tasso di inflazione, tutti sviluppi successivi alle proiezioni sopra riportate, comporteranno verosimilmente un peggioramento del quadro complessivo degli aggregati, suscettibile di determinare una performance meno positiva del sistema economico con una revisione al ribasso delle ultime previsioni riportate dall’FMI ; anche se lo sprone conferito alle unità produttive locali nel perseguimento della cosiddetta “economia di resistenza” sembra secernere, seppur in un contesto alquanto precario, inattese positive ricadute sotto il profilo dello sviluppo del mercato locale. Molto dunque dipenderà dal peso che le sanzioni unilaterali occidentali eserciteranno sull’economia iraniana, anche se tradizionali correnti di scambi, quali quelli con i principali partner asiatici, sembrano, seppur contraendosi, non inaridirsi, continuando a produrre effetti benefici per l’export iraniano. Né va sottovalutato il particolare che l’I ran è profittevolmente inserito nelle più importanti organizzazioni regionali asiatiche (Shanghai Cooperation Organisation, Economic Cooperation Organisation, D8) la cui finalità è di promuovere e facilitare, in un quadro di accresciuta sicurezza, gli scambi commerciali e gli investimenti nella regione. I n tale quadro la Turchia svolge un ruolo di grande rilievo sì da essere considerata uno dei principali snodi del commercio estero della Repubblica islamica. Un numero considerevole di imprese iraniane ha visto recentemente la luce nel grande Paese anatolico grazie anche alle facilitazioni concesse dal governo di Ankara ai cittadini iraniani, cui non è fatto obbligo del visto, di entrare ed aprire attività commerciali in Turchia. I l valore globale dell’interscambio turco-iraniano ha raggiunto nel 2011 la rispettabile soglia di 15 miliardi di dollari mentre l’export, soprattutto di gas iraniano, verso la

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Turchia è destinato, perlomeno in un futuro non remoto, a non scemare a dispetto delle pressioni americane. Nonostante il divieto di esportare oro in I ran come conseguenza dell’embargo deciso dall’Unione europea, le esportazioni di oro turco hanno registrato un aumento ragguardevole nel primo semestre del 2012, questo anche perché la Turchia, non essendo membro dell’UE, può tranquillamente ignorare le sanzioni europee, guardando esclusivamente ai propri interessi. I l rilevante import in I ran del prezioso metallo attraverso sia il tradizionale canale di Dubai sia di quello, meno pubblicizzato, della Svizzera, sopperisce, seppur parzialmente, alle difficoltà prodotte dalla scarsità di valuta, facilitando le vendite di petrolio e gas naturale iraniani nonché il mantenimento di correnti di scambio con quei Paesi e quelle unità produttive, anche europee, riluttanti a “scaricare” un mercato delle dimensioni di quello iraniano; approfittando in ciò delle scappatoie consentite da misure europee di embargo formulate in maniera abbastanza nebulosa da consentire deroghe o vie di uscita. Quel che è certo è che ancora una volta il cammino delle sanzioni non appare il sentiero migliore per determinare un mutamento di indirizzo dei vertici iraniani che al contrario traggono linfa e sprone dal cavalcare l’onda dell’orgoglio nazionale e della capacità del loro Paese a resistere alle pressioni di Potenze con le quali l’I ran non ha perso l’abitudine di confrontarsi se si getta uno sguardo indietro nei meandri della storia passata. La stessa economia iraniana mostra segni di grande vitalità, in possesso di “atout” non riscontrabili in altre simili realtà, mentre le contestazioni ed il malessere sociale ora prevalenti in I ran non giungono fino al punto di dar vita a connivenze e collusioni con chi umilia il senso di grandezza della nazione iraniana. Uno sbocco militare apparirebbe un salto verso il disastro, se si considera che anche un oppositore di lunga data del regime degli ayatollah, quale Abolhassan Bani Sadr, primo Capo del governo iraniano dopo l’avvento della rivoluzione islamica, ha recentemente espresso l’avviso che la strada più appropriata perché l’I ran percorra il pericoloso sentiero del Pakistan sarebbe appunto quella, intransigente, auspicata dall’attuale leadership politica israeliana, osteggiata e, parrebbe, perfino bloccata in passato da quegli stessi settori dello Stato ebraico chiamati a porla in essere. La gravissima crisi nell’enclave di Gaza ed il successo della diplomazia palestinese alle Nazioni Unite, che hanno rappresentato il primo vero test cui I sraele è stato chiamato a far fronte dopo l’insorgere della Primavera araba, si riveleranno un passaggio di notevole importanza ai fini delle incidenze sul confronto elettorale israeliano dove peraltro

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voci autorevoli discordanti si levano contro le scelte intransigenti di Netanyhau. Non prive di fondamento appaiono per converso le speranze di una positiva maturazione del dossier iraniano che, nel presente tumultuoso scenario medio-orientale, potrebbe al contrario rivelarsi un contributo preziosissimo al miglioramento del clima complessivo in Medio Oriente. Ogni problema ed ogni questione appaiono interconnessi in un’area dove, in mancanza di nuove visioni e della presa in considerazione di legittime esigenze finora ignorate e represse, l’incedere del tempo finirà per orientarsi verso direzioni fatalmente contrarie agli interessi di I sraele. Nel frattempo un’ulteriore occasione di incontro e di dialogo è andata persa: la prevista riunione di Helsinki di fine anno finalizzata all’esame delle politiche miranti al conseguimento di un Medio Oriente scevro di armi atomiche non avrà più luogo alla data fissata per il rifiuto di I sraele di prendervi parte; a fronte della disponibilità, manifestata da tutti i Paesi islamici della regione, compreso l’I ran, ad assicurare la partecipazione all’evento, contemplato dalla “Review Conference” di New York della primavera 2010, all’interno del quadro normativo del Trattato di non-Proliferazione nucleare, caldamente sponsorizzato dall’Amministrazione Obama. L’auspicio da formulare in proposito è che tale rinvio faciliti invece di complicare lo svolgimento di un incontro di capitale importanza ai fini di un futuro di pace e stabilità reali in questa parte del mondo.

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SEGNALAZIONI

Quanto dev'essere grande il cimitero di Lampedusa? Pubblichiamo l'appello lanciato dal nuovo sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, contro il silenzio dell'I talia e dell'Europa circa le morti di persone innocenti in cerca di una vita migliore . Dal mese della sua elezione, avvenuta a maggio 2012, al 3 di novembre le sono stati cosegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa. Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio 2012, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola? Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce. Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. I n tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a

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Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche. Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza". Giusi Nicolini

Stati generali dell'Europa sui diritti umani TORINO, Centro Congressi Torino Incontra, via Nino Costa 8 - ore 09,00 - 13 e 14 dicembre La Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, presieduta da Pietro Marcenaro, ha svolto nei mesi scorsi un ciclo di audizioni, poi raccolte in una pubblicazione, sul tema "Diritti umani e politica estera". Alle audizioni hanno partecipato personalità che hanno o hanno avuto responsabilità di governo in I talia e in Europa, rappresentanti della diplomazia italiana portatori di esperienze particolarmente significative, studiosi e esponenti della cultura e della società civile. Negli stessi mesi ha affrontato il tema la Commissione affari politici e democrazia dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, presieduta dallo stesso Pietro Marcenaro, e lo scorso ottobre sono state approvate dall'Assemblea una risoluzione e una raccomandazione. I n considerazione dell'interesse suscitato, si è ritenuto utile organizzare una conferenza internazionale il prossimo 13 dicembre a Torino nel Centro Congressi Torino I ncontra di via Nino Costa 8, in margine della riunione della Commissione affari politici e democrazia dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. "Riconoscere e discutere la tensione strutturale tra principi e realpolitik - ha sottolineato Pietro Marcenaro- , tra valori e interessi, in politica estera è la condizione perché principi e valori non restino relegati nelle belle parole delle dichiarazioni ma conquistino invece uno spazio sempre maggiore nella prassi delle relazioni internazionali. Per questo credo che questi primi Stati Generali dell'Europa sui diritti umani, siano un'occasione importante. Sarà una riunione di alto livello alla quale parteciperanno, insieme agli

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oltre cento parlamentari dei 47 paesi del Consiglio d'Europa, alcuni degli esponenti europei più significativi dell'azione per i diritti umani nel campo delle istituzioni e in quello della società civile. Sono contento e orgoglioso che questi Stati Generali si svolgano a Torino che è stata, e vuole continuare ad essere, una capitale europea della democrazia". Nel corso degli ultimi anni la questione dei diritti umani si è generalmente presentata nella forma dell'emergenza umanitaria e spesso ha dovuto affrontare il dilemma tra ricorrere alla forza e all'azione militare o assistere impotenti a crimini contro l?umanità o a veri e propri genocidi. "A Torino, 51 anni fa, fu firmata la Carta Sociale Europea del Consiglio d'Europa - , ha evidenziato il Sindaco Piero Fassino. Un documento equivalente, in materia di diritti economici e sociali, alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, con cui condivide un cammino comune in quanto esiste sempre più un intreccio dei diritti sociali con i diritti umani, in un contesto di globalizzazione. Torino è una città che ogni giorno attraverso le sue istituzioni, i suoi atenei, le sue imprese, i suoi enti culturali dialoga con il mondo ed è abituata a confrontarsi a livello internazionale anche su questioni complesse, come quella dei diritti umani in tempi di globalizzazione. Le questioni dell'immigrazione in generale, non necessariamente per motivi politici, rappresentano problemi di grandi dimensioni ed è fondamentale che questi argomenti siano sul tavolo delle organizzazioni sopranazionali: penso che i destini di ogni nazione siano sempre più indissolubilmente legati alle dinamiche della globalizzazione e della sovranazionalità e non c'è tema di un qualche rilievo che possa essere rinchiuso nella sola dimensione nazionale, e ancor meno locale". E' possibile che i diritti umani divengano un aspetto strutturale e sistematico della politica estera che, senza ignorare le emergenze ricorrenti, guardi al medio e lungo periodo e si proponga di prevenire con l'azione politica il ricorso alla forza? E questo cosa comporterebbe nella definizione delle strategie generali di politica estera e nelle stesse direttive alla nostra struttura diplomatica? E quali sono le possibilità di concreti passi in avanti su questo terreno nelle grandi organizzazioni internazionali e nella stessa Unione Europea? Come si può affrontare la contraddizione che sovente si manifesta tra principi e interessi, e come si può ricercare un equilibrio più convincente tra realpolitik e valori? Che relazione esiste tra difesa dei diritti umani e affermazione dello stato di diritto e della democrazia e quali sono le possibilità e i limiti di azione in questo campo? Queste sono solo alcune delle domande di cui si discuterà nel corso della conferenza internazionale del 13 dicembre a Torino che vedrà la partecipazione di rappresentanti delle

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istituzioni europee e parlamentari delle Commissioni diritti umani ed esteri di tutti i 47 paesi dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa alla quale prenderanno parte, tra gli altri, il presidente dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa M. J ean-Claude Mignon, il ministro del Lavoro e delle politiche sociali del Governo I talianoElsa Fornero, il presidente della Commissione esteri del Senato Lamberto Dini, la segretaria generale aggiunta del CdE Mme Gabriella Battaini-Dragoni, il rappresentante speciale per i diritti umani dell'unione Europea M. Stavros Lambrinidis, il ministro degli affari esteri della Romania M. Tiuts Corl??ean, il direttore del Bureau presso le istituzioni europee di Amnesty I nternational M. Nicolas J . Beger, il gesuita italiano fondatore del monastero Mate Dei a Musa in Siria Padre Paolo Dall'Oglio. Scarica il programma

“Mediterranean Networking: step one Lampedusa� Torino, Istituto Paralleli, via La Salle 17 - ore 17,00

Scarica la locandina

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www.paralleli.org Con il sostegno di : Rete Camerale Nord Ovest per il Mediterraneo

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