Uljarska (Via delle Pile) 1, RIJEKA - FIUME
e-mail: circolo@net.hr / www.cifiume.com
28 ISSN 1333/0985
NUOVA SERIE - 2017
FOGLIO DELLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI FIUME
Scusate il ritardo . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1 Un quadriennio . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2 La parola al presidente della Giunta esecutiva . 4 Saluto del Console Generale d’Italia . . . . . . . 6 Nazione come valore culturale e umano . . . . 7 Il bilinguismo visivo a Fiume . . . . . . . . . . 9 I fiumani sono l’anima della città . . . . . . . .14 A vent’anni dall’uscita . . . . . . . . . . . . . . 16 Palazzo Modello, la vetrina… . . . . . . . . . .24 “Storia di Fiume” . . . . . . . . . . . . . . . . .26 Il desiderio di saperne di più . . . . . . . . . . 28 VI raduno dei “liceali” . . . . . . . . . . . . . .30 Un dialogo culturale che continua nel tempo 32 Il calore della mia gente . . . . . . . . . . . . . 36 Tornare è come ringiovanire . . . . . . . . . . 38 Il mare che unisce . . . . . . . . . . . . . . . . 40 Alberghi fiumani . . . . . . . . . . . . . . . . .42 “Fiumane belle” . . . . . . . . . . . . . . . . . .44 “La Maria”, tra tombola e carte . . . . . . . . . 45 Il patrimonio ebraico . . . . . . . . . . . . . . 46 “La festa de San Vito” . . . . . . . . . . . . . . 49 Ripristinata l’Aquila . . . . . . . . . . . . . . . 50 Il Collegium Musicum compie trent’anni . . . 54 Una vita passata a comporre . . . . . . . . . . 57 Il riposo del Guerriero . . . . . . . . . . . . . .60 Una donna al comando . . . . . . . . . . . . . 60 Sguardo al Dipartimento di Italianistica . . . .61 La scuola come laboratorio permanente . . . .63
La “Dante” di Fiume. . . . . . . . . . . . . . . 65 “La Battana” lungo un anno . . . . . . . . . . .67 “Altre lettere italiane”: Egidio Milinovich . . . 72 Il Dramma Italiano nel 2017 . . . . . . . . . . 73 Nasceva 150 anni fa: Irma Gramatica . . . . . 75 Aldo Juretich, qualche ricordo . . . . . . . . . 76 Ci hanno lasciato Pile e Nereo . . . . . . . . . 77 Enzo Zadel: “Bruto, lustro e nero” . . . . . . . 78 Rijeka Campione . . . . . . . . . . . . . . . . .86 Un amico fraterno che non c’è più . . . . . . . 88 Ricordo di Valentino Zeichen . . . . . . . . . .90 Suor Maria Pia Dall’Asta . . . . . . . . . . . . .92 Le Comunità degli Italiani della Regione . . . 94
Le foto sono riprese da siti internet, compresi La Voce del Popolo, EDIT Libri e l'archivio di Palazzo Modello. Ricerca iconografica a cura di Igor Kramarsich. Retrocopertina: la Torre civica vista da Dorian Mataija.
ISSN 1333/0985 FOGLIO DELLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI FIUME NUMERO 28 (NUOVA SERIE) - DECEMBRE 2017 REDATTORE RESPONSABILE
Sandro Damiani REDAZIONE
Melita Sciucca, Sandro Damiani, Tullio Iliasich, Gianfranco Miksa
STAMPA
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PREZZO DI VENDITA
Kune 20,00 (IVA inclusa) Euro 4,50 CONTO IN VALUTA
70300000-03418073 IBAN HR6124020061100137331 IL NOSTRO INDIRIZZO
ART DIRECTOR
Daria Vlahov Horvat
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REDAZIONE GRAFICA
Grafika Helvetica d.o.o. Fiume
Redazione “LA TORE”, c/o Comunità degli Italiani Uljarska (Via delle Pile) 1, 51000 Rijeka - Fiume - Croatia Tel.: 051 321 990; Fax: 212 238 e-mail: circolo@net.hr www.cifiume.com
La pubblicazione si avvale del contributo finanziario della Città di Fiume, della Regione litoraneo - montana e del Ministero Italiano degli Affari Esteri per tramite dell’Unione Italiana
Scusate il ritardo Abbiamo rubato il titolo di un famoso film dell’indimenticabile attore napoletano Massimo Troisi, per farci perdonare, appunto, del ritardo con cui esce “La Tore” del 2017. Capita anche nelle migliori famiglie - e noi siamo una buona famiglia - di avere dei contrattempi. Non succederà più. L’arco di tempo che ci separa dal Numero 27, con cui abbiamo celebrato i settant’anni della Comunità, ci ha riservato numerose belle sorprese. Purtroppo, non sono mancati anche momenti tristi, dovuti alla scomparsa di alcuni soci e attivisti. Come si evince dalla confezione del “28”, accanto ai ricordi, le testimonianze, le notizie, le riflessioni relative al nostro mondo, ci sono parecchie interviste. Per certo giornalismo “d’antan”, l’intervista è un
“articolo rubato”, quasi si trattasse di un sotterfugio da parte del giornalista per fare meno fatica... Non è così. L’intervista è invece il modo migliore, più diretto di mettere in relazione la persona/personalità con i lettori, senza mediazioni di sorta. Nel limite del possibile, abbiamo fatto di tutto per non tralasciare nulla di ciò che ci riguarda, quale comunità nazionale, sia per quel che concerne l’attività interna a Palazzo Modello, sia rispetto all’operato dei nostri connazionali in città e oltre. Idem dicasi dell’attività dell’Edit, delle nostre scuole, ivi incluso il Dipartimento di italianistica; del Dramma Italiano, della “Dante”. Abbiamo introdotto qualche novità, come uno spazio fisso dedicato alla società di Studi fiumani di
Roma ed un altro relativo a ciò che avviene nelle C/comunità a noi più vicine. A proposito dell’istituto romano dedicato alla storia di Fiume, con piacere salutiamo la visita fattavi nel mese di novembre dal sindaco, Vojko Obersnel. Galateo “politico” avrebbe voluto che vi si recasse accompagnato dalla presidente della nostra Comunità, poiché questa, intesa come rappresentante della Cni fiumana non è un accidente piovuto dal cielo, né una variabile impazzita, ma parte fondante dell’identità di Fiume. Quando chi di dovere lo capirà, non sarà mai troppo tardi. Il caporedattore Sandro Damiani
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La presidente Orietta Marot tira le somme
Un quadriennio fatto di impegno e senso di appartenenza
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Nel mese di giugno del prossimo anno, scade il Suo mandato quadriennale di presidente della nostra Comunità. Domanda di prammatica: pensa di ricandidarsi? Francamente, penso proprio di no. Ho avuto le mie belle soddisfazioni nell'espletare questo incarico, ma dopo quattro anni credo sia giunto il momento di ritirarmi, per dedicarmi di più alla famiglia e alle mie nipotine. Dirigere una comunità grande e complessa come questa, non è da poco. Richiede un c oi nvol g i m e nto totalizzante; e non solo da parte del presidente, ma di tutti i suoi collaboratori. Inoltre, non dimentichiamo che qui, a Fiume, si trovano le istituzioni più importanti della CNI e che anche per questo a noi, dalla Nazione madre, si guarda con un occhio molto particolare. Dice di avere avuto le Sue "belle soddisfazioni"; me ne elenchi qualcuna.
Prendiamo solo l'ultimo anno. E' stato, un anno importantissimo per il sodalizio e per i connazionali. Si pensi al 70° della Comunità, che si è svolto sotto il patrocinio dei Capi dello stato italiano e croato. In tale ambito la presidente del Consiglio delle minoranze Irene Mestrovich ed io siamo state ricevute dalla presidente Kolinda Grabar Kitarović.
Quindi, abbiamo festeggiato i settant'anni della SAC Fratellanza, il 30° del Collegium Musicum Fluminense, il 25° del Coro Fedeli Fiumani. Su nostra proposta, il Comune ha conferito la Targa d'Oro della Città di Fiume all'allora presidente della Società di Studi fiumani, dottor Amleto Ballarini, per «il suo pluriennale impegno nella promozione del dialogo tra esuli e rimasti, tra gli esuli e l’Amministrazione cittadina e per la promozione dell’immagine di Fiume, sua città natale». Ancora: a giugno è stato ripristinato il simbolo di Fiume, il nostro simbolo, l'Aquila bicipite. Infine, a novembre è stato avviato il dibattito pubblico sul ripristino del bilinguismo, per quanto concerne il quale, non mi pare sia una forzatura affermare che vi si è arrivati anche grazie alla costante e crescente attività di Palazzo Modello, che ha visto una altrettanto crescente partecipazione anche di cittadini non appartenenti alla comunità nazionale. Insomma, siamo una realtà viva, pulsante, non una reliquia; una re-
altà di cui si tiene conto. Vorrei in proposito ricordare che alla cerimonia del ripristino dell'Aquila, due sono stati gli interventi ufficiali, al di là di quelli relativi alle questioni tecniche: quello del Sindaco e quello della Presidente della comunità nazionale italiana di Fiume. Dunque, sarà un congedo all'insegna della soddisfazione professionale e morale. Nessun rimpianto? Qualcosa che si sarebbe potuto o dovuto fare? Uno, soprattutto. Non aver visto nemmeno l'inizio della costruzione del primo asilo nido italiano autonomo, un edificio prescolastico italiano, di cui si erano cominciate a gettare le basi nel 2011 con la "lettera di intenti" sottoscritta da Unione Italiana e Città di Fiume. Ebbene, dopo sei anni dobbiamo constatare che mentre il Comune ha fatto la sua parte, coinvolgendo laddove ve n'era bisogno anche istanze statali (cosa che di recente il Sindaco stesso ha ricordato), da parte nostra si è provveduto soltanto ad assicurare i mezzi per il progetto esecutivo. Qual è l'attuale stato di cose nel settore prescolare? I nostri asili (per bambini dai tre ai sei anni), che oltre tutto sono delle sezioni all'interno di strutture della maggioranza, dispongono di centoventi posti; l'asilo nido (per bimbi da uno a tre anni), di soli quindici. Ne deriva che la stragrande maggioranza dei bambini della più tenera età vengono iscritti a istituti in cui la prima lingua che apprendono e usano non è l'italiano, non è cioé la lingua che naturalmente, spontaneamente, dovrebbe essere la loro. In quale misura e a quale prezzo, dopo i primi due anni di vita trascorsi in un asilo nido croato, potranno integrarsi nella scuola materna italiana, ammesso che i genitori non decidano altrimenti per evitar loro i traumi dovuti al totale cambio di lingua d'uso, ambiente, compagni di giochi? Insomma, ci sono tutte le con-
dizioni per avere ciò di cui abbiamo bisogno e che altre Comunità hanno. Senza nulla voler togliere a nessuno, ma se a Fiume l'italianità non è assicurata sin dalle fondamenta, ne risentirà tutta la CNI. Non ci resta che sperare che la prossima presidenza di Palazzo Modello abbia la fortuna di inaugurare la prima struttura prescolare italiana. La fortuna non casca dal cielo. Per averla, chi guiderà il Sodalizio dovrà impegnarsi al massimo e con grande responsabilità. E questo ci porta a riparlare del prossimo rinnovo delle cariche nell'ambito della CI fiumana. Cosa ci dobbiamo augurare? Due cose, che sono le precondizioni affinché la CI operi con successo. La prima, che a votare ci vada il più alto numero di connazionali, perché più siamo, più dimostriamo di tenere alla nostra comunità e alla nostra identità, più saremo tenuti in considerazione. La seconda, che coloro i quali si candideranno non lo facciano solo per presenziare alle assemblee, ma con la consapevolezza che potrebbero venire prescelti per degli incarichi a cui è necessario dedicare parte del proprio tempo libero. Palazzo Modello ha bisogno di persone che si impegnino a gestirne la complessa attività, ricoprendo gli appositi ruoli. Non dobbiamo trovarci in una situazione come l'attuale in cui, ad esempio, il Comitato dei Garanti è privo del presidente (dimissionario), perché nessuno dei consiglieri è disposto ad assumere tale incarico. Il mio auspicio, dunque, è che si vada a votare in tanti e che si votino le persone per la loro competenza, come pure che ci si candidi per aiutare la collettività nazionale. 28
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La parola al presidente della Giunta esecutiva, Marin Corva
Ipotecare il futuro coinvolgendo i giovani
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È passato poco più di un anno dall'uscita dell'ultimo numero de “La Tore”. Cos’è che vogliamo ricordare, quanto ad attività, eventi, manifestazioni promosse e/o presentate da Palazzo Modello? In primo luogo mi piace ricordare la celebrazione del 70⁰ anniversario della nostra Comunità, con la solenne cerimonia dell’11 novembre del 2016, tenutasi nel Salone della Feste. Una serata bellissima con presenze importanti. Ma non sono state da meno quelle che hanno fatto da corollario: i concerti, gli spettacoli, le mostre: artefici i nostri cori, le filodrammatiche, i minicantanti, la mandolinistica, le sezioni artistiche (ceramica, pittura e batik), attività che si sono concluse con l’inizio della Settimana della Cultura fiumana, nel giugno di quest'anno. In mezzo, la partecipazione al Carnevale fiumano insieme agli amici di Este. Quindi, gli incontri con le istituzioni degli Esuli fiumani, le uscite dei nostri cori e della mandolinistica; il VI raduno degli “ex liceali”, le numerose serate che hanno visto per protagonisti gli alunni e gli studenti delle nostre scuole, le tante presentazioni di libri.
Insomma, c'è di che ringraziare gli attivisti e i responsabili delle varie sezioni. Un plauso particolare va alla professoressa Melita Sciucca che ha organizzato diverse giornate dedicate alle scuole con la presenza
di tutta la “verticale scolastica”. Tutto liscio come l'olio? Beh, non proprio, ma sono una persona che non ama parlare tanto dei problemi che incontra. Per natura, peferisco cercarvi le soluzioni.
Se, tuttavia, devo evidenziare qualcosa, non posso non parlare dei problemi finanziari che abbiamo dovuto superare per azzerare talune spese regresse; a prescindere, in generale sono molto tranquillo, poichè stiamo affrontando le situazioni delicate nel migliore dei modi. Quali sono i progetti per il futuro? Più che “progetti”, si tratta di una scommessa: il coinvolgimento dei nostri giovani, ossia cercare di mettere un’ipoteca sul futuro. Dunque, daremo il via a tutta una serie di iniziative volte a cointeressare e coinvolgere la popolazone in età scolare, come delle ottennali così della media superiore. Tra le priorità, anche le collaborazioni con le istituzioni della CNI, tra le quali ritengo siano della massima importanza quelle tra quante operano a Fiume, senza ovviamente dimenticare il dialogo e la collaborazione con le altre comunità e i rispettivi sodalizi. Inutile aggiungere che mi ci impegnerò al massimo. Voglio concludere il mandato soddisfatto dell'operato, cioè con la certezza di avere fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità.
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Saluto e augurio del Console Generale d’Italia a Fiume, S.E. Paolo Palminteri
Siete portatori di una grande cultura, tenete spalancate le vostre porteǃ
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Saluto con grande piacere l’uscita del nuovo numero de “La Tore”, quest’anno sotto la direzione di uno dei più noti intellettuali fiumani e membro della nostra comunità, Sandro Damiani. Sono ormai entrato nel mio terzo anno di mandato a Fiume e ho dunque imparato a conoscere quanto interesse susciti questa pubblicazione in tutti i fiumani, sia in quelli che hanno la fortuna di vivere nella città natale sia in coloro che risiedono in Italia ed in altre parti del mondo. Ciò grazie all’eccellente livello culturale che “La Tore” ha saputo mantenere negli anni. Colgo l’occasione per complimentarmi anche con la Comunità degli Italiani di Fiume per tutte le iniziative realizzate nel corso dell’ultimo anno. Ai dirigenti della Comunità, a tutti gli attivisti, a tutti
i soci rivolgo un sentito grazie per il loro impegno volto a promuovere l’identità culturale italiana di questa amata città. Fiume si prepara a trasformarsi nel centro culturale europeo, con ambiziosi progetti infrastrutturali ed iniziative artistico-culturali, in vista del 2020, anno in cui sarà la capitale europea della cultura. Questo mi pare sia l’orizzonte verso il quale la Comunità degli Italiani deve guardare. Si tratta infatti di un’occasione storica, da un lato per rileggere con equilibrio la storia della città e dei suoi profondi mutamenti, e dall’altro lato per dare visibilità alla componente culturale italiana. La Comunità degli Italiani può e deve dare un grande contributo in questi ambiti. Del resto, colgo una grande disponibilità da parte dell’amministrazione cittadina, che ha com-
piuto negli anni recenti molti passi verso la nostra comunità. Penso in particolare al Premio della Città conferito ad un fiumano che tanto ha fatto per il dialogo, non solo tra storici ma anche tra le due componenti della stessa comunità italiana, Amleto Ballarini. Ma mi riferisco anche alla volontà di ripristinare alcuni simboli storici di Fiume, l’aquila bicipite, il tricolore e i nomi storici delle vie della Città Vecchia. Si tratta di un’opportunità di accrescere anche la considerazione e la visibilità della Comunità degli Italiani. Quest’ultima, per cogliere tali opportunità, deve abbandonare ogni timore di aprirsi alla maggioranza. Anzi, dovrebbe spalancare le porte a tutti gli amici croati così come a quelli delle altre minoranze della città, per diventare un luogo di scambio culturale ed una vetrina dell’eccellenza italiana in tutti i settori. Noi italiani siamo portatori di una cultura che ha dato un eccezionale contributo al progresso del genere umano. Ne siamo giustamente orgogliosi. E’ nostro compito diffonderla, contribuendo in tal modo al suo stesso sviluppo. Rivolgo un cordialissimo saluto a tutti i lettori, augurando loro di trovare molti spunti in questa interessantissima edizione della nostra “Tore”.
A venticinque anni dalla scomparsa, ricordiamo il professor Antonio Borme con un articolo non firmato che uscì su “Panorama”, all’indomani della sua dipartita
Nazione come valore culturale e umano La morte improvvisa di Antonio Borme oltre che turbamento e disappunto suscita in noi la consapevolezza di una grave perdita, rimediabile nella misura in cui i suoi “eredi” sapranno trarre giovamento da una lezione di vita che si è rispecchiata e fusa nella vicenda collettiva. Il Presidente dell’Unione Italiana infatti non ha soltanto condiviso il destino dei propri connazionali, rimasti nella loro terra, ma in fasi alterne ne ha espresso gli entusiasmi, le illusioni, le rivendicazioni, il disinganno e la volontà di non recedere dalle istanze di legittimità e sviluppo in un periodo tra i più drammatici della storia del territorio istro-quarnerino. Questa costatazione preliminare evidenzia la gravità della perdita e, nell’auspicio - da esprimere subito! - che altri esponenti assumano il ruolo e ne proseguano l’opera, ci obbliga a un primo consuntivo per la prosecuzione con i suoi riporti del calcolo ideale e politico. Insomma, ora che Borme non è più tra noi ed ha già garantito un posto nella nostra storia, dobbiamo fare i conti con lui. Operazione non facile, poiché comporta un pubblico esame di coscienza su circa mezzo secolo di storia vissuta lungo un percorso accidentato col peso di magagne antiche , in compagnia di subdoli viandanti e per traguardi che, tra illusioni e disinganni, sono ancora oltre l’orizzonte. Va anche detto che per le dure leggi della storia si è trattato di un itinerario obbligato, per cui in ultima analisi l’indagine deve rispondere al seguente quesi-
to: nelle condizioni imposte e con i mezzi a disposizione si è riusciti a compiere il percorso con il minor danno possibile (visto che di trionfi non è il caso di parlare per nessuno: né maggioranze o minoranze, né slavi o italiani)? In questa partita nella quale per ciascuno la posta in gioco era la sua stessa esistenza, e quale esito finale il destino collettivo, la condotta del professor Borme è stata di totale coinvolgimento in piena correttezza e assunzione di rischi. Sono stati gli altri a barare, miopemente certi di volta in volta di averla fatta franca, mentre il gioco si avviava all’epilogo disonorevole di una perdita netta e irreparabile
per tutti: come oggi tocchiamo con mano. In questo quadro, due sono i segni rivelatori della personalità di Antonio Borme: la sua tensione ideale e la fierezza nazionale. La prima connotazione non poté prescindere dall’istanza utopica che ha improntato la cultura, la politica, e tout court la vicenda storica della seconda metà del secolo scorso fino a ieri in Europa ed oltre. Aver creduto, operato, lottato e insomma vissuto per quel progetto non è cosa di cui oggi, per l’incapacità di realizzarlo e ancor peggio la viltà di rinnegarlo, bisogna vergognarsi. Nel nostro ambito la fine di quel
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sogno ha significato la sconfitta di una proposta di convivenza civile e di promozione culturale che ricaccia indietro la storia regionale con la necessità di ricercare vie nuove, onde evitare alla nostra terra un “destino balcanico”. Della complessità di tale problematica, il professor Borme è stato pienamente consapevole e, in un duro e lungo scontro con l’insipienza altrui, ha proceduto a una serie di “correzioni di tiro”, cecando di far salve, dopo la presa d’atto del fallimento ideologico, le istanze di salvaguardia e promozione nazionale. La componente etnica, affrancata sia dall’arroganza fascista che dalle forme scomposte di un nazionalismo culturalmente retrogrado, assume in Borme la connotazione di una dignità simpliciter umana che rivendica valori di comune civiltà espressi per il tramite della peculiarità linguistico-culturale. Un discorso lineare e pregnante,
ad alto contenuto etico, che purtroppo nell’angustia della politica locale e a fronte di una strategia presuntemente a più alti livelli, ma nella sostanza regressiva e altezzosa, non ha trovato interlocutori validi. A stento - anche questo va detto - veniva seguito, e non sempre compreso, dai suoi stessi beneficiari: gli appartenenti, ma specie i rappresentanti imposti, del Gruppo nazionale italiano. E’ un capitolo a parte, concernente i rapporti ai vertici dell’Unione, che prima o poi dovrà essere affrontato con cognizione e pacatezza. In ogni caso, si è trattato del tentativo più conseguente di conferire credibilità alla prospettiva socialista di convivenza tra le etnie nella nostra regione; reiterato e difeso con grande vigore, fino alla conferma definitiva che l’alternativa jugosocialista era sempre stata una vacuità truffaldina. E nessuno creda che ora noi si maramaldeggi sul cadavere realsocialista, poiché con altrettanta fermezza sosteniamo che
i suoi eredi sono gli attuali paladini in diversa casacca, di una democrazia di facciata. Era questa anche l’estrema denuncia dell’intellettuale e del politico Antonio Borme. A cui il nostro pensiero torna nel momento degli addii con sentimenti di gratitudine e di stima, nel segno della ferma fiducia sulla validità di un impegno comune che altri sapranno portare avanti quando ciascuno di noi, compiuto il suo tragitto, avrà passato in mani valide il testimone della nostra cultura. Pertanto riteniamo che il più alto omaggio alla memoria dello Scomparso è garantire la prosecuzione dell’opera per la quale esistono, pur tra difficoltà da non sottovalutare, condizioni generali propizie e i soggetti attivi: una generazione che farà onore all’ammaestramento di Antonio Borme.
Il bilinguismo visivo a Fiume Il quattro novembre scorso, Palazzo Modello ha ospitato la tavola rotonda “Il bilinguismo visivo a Fiume”. Vi hanno preso parte la presidente del Sodalizio, signora Orietta Marot, il sindaco Vojko Obersnel, il vicepresidente del Sabor e deputato della CNI, nonchè presidente UI, On. Furio Radin, l’europarlamentare (DDI) Ivan Nino Jakovčić, i giornalisti Ezio Giuricin e Silvije Tomašević e i promotori dell’iniziativa, la dott.ssa Laura Marchig, in veste di moderatrice, e il presidente della Lista per Fiume, Danko Švorinić. Qui di seguito pubblichiamo la relazione di Ezio Giuricin.
I motivi storici e culturali
Bilinguismo a Fiume. Un concetto di grande valenza politica, civile e culturale che, con le sue straordinarie potenzialità, ci indica purtoppo, oggi, con grande desolazione, anche i termini della sua assenza, di una colpevole e disincantata privazione: è un valore e uno strumento di convivenza che non esiste, che è stato ingiustamente e avventatamente cancellato tanti anni fa. Come far rivivere ciò che non esiste? Perché ripristinare il bilinguismo nel Capoluogo quarnerino? Quale bilinguismo è possibile restituire, nelle sue infinite declinazioni, a questa città così come ci appare oggi, alla Fiume - Rijeka che si è andata costruendo, tra le sue infinite contraddizioni e quale luogo di forti e forse irrecuperabili sradicamenti, dal dopoguerra ai giorni nostri? Tentiamo qualche risposta. Perchè il bilinguismo a Fiume? Per una lungua serie di fondati motivi. Vediamo quali.
Fiume è sempre stata, dalle sue origini, e per lunghissimi secoli, una città multiculturale, dove la lingua italiana, o meglio il dialetto fiumano, quale specialissima variante locale del “veneto da mar” è stata sempre presente come lingua d’uso e anche lingua materna di una parte significativa e spesso maggioritaria della popolazione, come lingua di cultura della sua sfera intellettuale, dei suoi scrittori, poeti e artisti, come lingua franca dei commerci e dell’industria, come lingua amministrativa degli organi dell’amministrazione cittadina, di un comune che ha sempre orgogliosamente difeso le sue prerogative di autonomia basandole su un radicato municipalismo che si sostanziava, come “corpus separatum”, rispettando fedelmente l’ordine e le leggi dell’Impero, nel diritto storico di parlare in “fiuman”. Non era la sola lingua, né una lingua esclusiva, infatti è contaminata da continui prestiti, da
una struttura spuria che rivela gli intrecci e i contatti sociali, linguistici, culturali con le altre componenti della città e del territorio; condivideva la sua presenza, in un costante scambio, e su un piano di frequente multiglossia, con gli altri idiomi; in primo luogo con il dialetto ciakavo e il croato. Ma anche con l’ungherese e il tedesco, e poi con il serbo, l’yddish, lo sloveno e, parzialmente, visto il suo ruolo di centro portuale, industriale e di traffici, con le altre lingue del centro-est europeo, con l’inglese e il francese dei marinai e dei porti. Ma era la lingua dell’identità cittadina, della sua peciuliarità municipale, l’espressione della sua soggettività politica e culturale. Nella seconda metà dell’Ottocento, con la progressiva “nazionalizzazione” della società e delle masse, l’italiano, il croato e, in parte, l’ungherese si erano andati gradualmente polarizzando nella vita cittadina costituendo spesso gli strumenti linguistici di fronti politici contrap-
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posti, di un serrato confronto in un contesto municipale in cui l’italiano e il fiumano però hanno sempre continuato a svolgere, sino agli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, una funzione preminente. Lo testimoniano le fonti, gli archivi, le testimonianze, gli studi storici a livello internazionale, i documenti, la stampa dell’ epoca espressa dalle numerose testate storiche in lingua italiana della città, la ricca storia politica, civile, culturale, artistica, scientifica e intellettuale che Fiume, nei secoli, ha lasciato in eredità. Un’eredità che si protrasse sino all’immediato dopoguerra, ben oltre la metà degli anni Cinquanta quando l’italiano nonostante tutto continuava ad essere ancora presente - nonostante l’esodo, le opzioni, il Cominform e le tristi vicende dell’ 8 ottobre del 1953 che, a seguito della Dichiarazione bipartita degli Alleati e della crisi di Trieste, spazzarono in una notte il bilinguismo visivo in città1. 1 L’8 ottobre del 1953 le diplomazie inglese
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ed americana resero nota la Dichiarazione bipartita con cui si prospettava il ritiro delle forze alleate da Trieste e l’assegnazione della Zona A all’amministrazione italiana. La reazione jugoslava fu durissima. La stessa sera ebbero luogo manifestazioni di piazza in tutta la Jugoslavia. La crisi nei rapporti italo-jugoslavi per la questione di Trieste si riflesse immediatamente - con conseguenze estremamente negative - sulla minoranza italiana in Jugoslavia. Le sue strutture ed organizzazioni ufficiali vennero sottoposte ad attacchi e ritorsioni. Furono danneggiate le sedi di vari circoli italiani di cultura. In molte località le scuole italiane dovettero chiudere. I diritti prescritti dalle disposizioni comunali e il bilinguismo furono eliminati o fortemente limitati. Le più gravi ripercussioni si registrarono a Fiume dove, dopo le manifestazioni svoltesi l’8 ottobre (ovvero il giorno stesso della Dichiarazione bipartita), furono divelte quasi tutte le insegne bilingui. Come a Fiume, in quasi tutte le località e le istituzioni pubbliche della regione venne cancellata improvvisamente ogni forma di bilinguismo, sia visivo che parlato. Dopo le durissime reazioni jugoslave alla nota bipartita e gli eccessi dell’ottobre 1953, anche Trieste, un mese più tardi, divenne teatro di manifestazioni, moti di protesta e disordini. Allora gli scontri con la polizia causarono alcuni morti e numerosi feriti. Gli incidenti veri e propri scoppiarono dopo l’ordine del sindaco Gianni Bartoli di esporre il tricolore sulla facciata del Municipio. L’esposizione della bandiera italiana negli edifici pubblici era ritenuta allora in pieno contrasto con le regole del Governo militare alleato, per cui fu ordinato di toglierla immediatamente. Al rifiuto del sindaco di obbedire alle disposizioni del generale Winterton, questi inviò un drappello di soldati per rimuovere la bandiera dal palazzo del Comune. Immediata fu la reazione della popolazione che scese in piazza
Le promesse del governo Già durante la Resistenza, in contrapposizione alle tesi del Movimento autonomista fiumano, lo stesso ministro degli esteri del nuovo Governo di coalizione jugoslavo Josip Smodlaka, ebbe a dichiarare: “L’autonomia amministrativa cittadina di Fiume non può disturbare la nuova Jugoslavia, fondata su basi democratiche, e neppure un’autonomia ancora più larga di quella che aveva Fiume sotto l’Ungheria. per protestare contro la decisione degli anglo-americani. Il 25 ottobre, poi, si verificarono nuove manifestazioni di piazza con la mobilitazione degli studenti locali. Il 5 novembre venne proclamato lo sciopero degli studenti. I manifestanti si riunirono sotto la Prefettura e il Palazzo del Governo. Dalla folla vennero lanciate alcune bombe. I disordini maggiori si verificarono in Piazza S. Antonio, ove gli studenti vennero caricati da reparti dell’esercito inglese e della polizia civile. Gli studenti furono inseguiti sino all’interno della chiesa di S.Antonio. I disordini degenerarono e la polizia civile sparò ad altezza d’uomo provocando le prime vittime: il quindicenne Pierino Addobbati e l’ignaro passante Antonio Zavadil. In serata venne proclamato lo sciopero generale. Le tensioni ed i disordini proseguirono il giorno 6 con nuovi cortei, manifestazioni di massa e altri sanguinosi scontri. Il bilancio finale fu estremamente pesante: 6 morti, 162 feriti, tra i quali 79 agenti di polizia.
In essa la lingua italiana può conservare quel posto che le vuole dare la maggioranza dei cittadini fiumani”. Di questa autonomia, che era anche un’autonomia culturale e linguistica, si fecero interpreti, dopo la “liberazione” jugoslava, i membri di una delegazione cittadina composta dai rappresentanti dei massimi organismi politici della città nel corso di un incontro, avvenuto il 30 giugno del 1945, con il presidente del governo croato Vladimir Bakarić. L’alto esponente politico croato, giunto in visita ufficiale a Sussak, dove incontrò gli esponenti del Fronte Unico Popolare del Litorale croato, fu salutato in quella occasione, a nome della città di Fiume, da Erio Franchi, membro del Fronte Unico Popolare e del Comitato esecutivo dell’UIIF. All’incontro parteciparono, tra gli altri, il presidente del CPL cittadino Pietro Klausberger, il presidente dell’UIIF Dino Faragona, i membri del FULP Bruno Scrobogna e Francesco Kordić, assieme alle altre principali autorità civili e militari della regione.2 Il primo ministro croato in questa circostanza rispose di essere pienamente convinto che il Governo croato “avrebbe rispettato le tradizioni democratiche della città di Fiume e, fedele al suo principio di rispettare le minoranze nazionali, avrebbe concesso a Fiume l’autonomia municipale nell’ambito della Jugoslavia federativa e democratica’. A tale scopo l’interlocutore confermò la volontà di “procedere alla stesura di uno statuto con la collaborazione dei rappresentanti della città”.3 In una intervista concessa al quotidiano “La Voce del Popolo” il 30 ottobre del 1945, Bakarić ribadì nuovamente questa tesi, assicurando che era precisa intenzione del Governo croato “rispettare con il più largo spirito di comprensione le 2 “La Voce del Popolo”, n. 29 del 1 luglio 1945. 3 “La Voce del Popolo”, 1 luglio 1945.
tradizioni dell’autonomia municipale fiumana, che verrà stabilita in pieno accordo con la popolazione di Fiume e sarà un’autonomia culturale, economica e amministrativa nell’ambito dello stato federato della Croazia”. Il Primo ministro croato rilevò inoltre che “gli italiani di Fiume avranno così la più completa garanzia dei loro diritti etnici e culturali che noi, per principio, non intendiamo in alcun modo ostacolare”. Il Governo croato emanò, il 16 agosto 1948, un’ordinanza a firma del premier Vladimir Bakarić, che conteneva precise istruzioni sull’uso obbligatorio della lingua italiana da parte degli organi dell’amministrazione statale, dei loro enti e delle imprese statali nel territorio dell’Istria, di Fiume e di Zara.4 Si tratta delle famose promesse di Bakarić, del governo croato e jugoslavo di mantenere, rispettare ed anzi estendere il bilinguismo a Fiume, che putroppo furono successivamente disattese, ma che confermano ampiamente un dato storico; il riconoscimento dell’identità e della particolarità linguistica, culturale e nazionale di Fiume. 4 “La Voce del Popolo”, 28.VIII.1948, “Ordinanza governativa sull’uso della lingua italiana.”
Il bilinguismo nonostante i “numeri"? Ma perché, qualcuno potrebbe chiedere, si dovrebbe concedere il bilinguismo, oggi a Fiume, in una città completamente mutata nella sua composizione etnica dopo l’esodo e i grandi cambiamenti del dopoguerra, vista anche l’esiguità numerica della comunità italiana “rimasta"; in virtù del rispetto di un “diritto storico”, del riconoscimento e della valorizzazione di un’eredità culturale? Negarlo significherebbe dire che la città è “altro” dalla sua storia; che nel 1945 è stata fondata un’altra città sulle ceneri di quella precedente, che volutamente è stata cancellata e distrutta, significa negare ogni continuità, ogni retaggio storico, culturale e civilie. Si tratterebbe, dal punto di vista morale, di un vero e proprio crimine contro l’umanità, come quelli commessi dai talebani in Afghanistan nei confronti dei monumenti buddisti o delle altre civiltà preesistenti, o dell’Isis in Iraq e in Siria, a Palmira. Sarebbe come dire “prima di me il diluvio”. Ripristinare il bilinguismo significa inoltre ribadire che oggi vi è la volontà di riparare, almeno in parte, un grave “vulnus” inferto ai va-
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lori civili e storici, all’identità della città, allo spirito del suo multiculturalismo e della convivenza. L’esiguita numerica della comunità italiana, che comunque è un fatto, anche rispetto alle altre minoranze oggi presenti in città, non può essere però usata a pretesto del mancato riconoscimento del bilinguismo. I fiumani italiani sono pochi, è vero, ma rappresentano una parte dell’identità originaria e autoctona della città, principio del resto riconosciuto anche dallo Statuto della città di Fiume (articolo 24). Il bilinguismo non è un diritto che va riconosciuto solo a un gruppo di persone, a una minoranza, a una comunità “e questo già basterebbe sul piano del rispetto dei diritti umani e delle nazionalità” ma è un diritto che va riconosciuto alla città, un modo per recuperare, rispettare e valorizzate compiutamente la sua identità passata, presente e futura.
motivi politici, morali, umani e civili del bilinguismo.
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La comunità italiana a Fiume, come dicevamo, non è una minoranza liguistica o nazionale immigrata o trasferitasi in città nel passato, lontano o recente; è il risultato della continuità storica, civile e culturale di una componente originaria, nativa, autoctona di Fiume, come quella croata, ora largamente maggioritaria, quella serbo-ortodossa e, per certi aspetti, quelle ebraica, slovena e ungherese. Mutuando, con molta aprossimazione, la terminologia anglosassone riferita ai nativi del Nord America, potremmo definirla una “Prime o First Nation”. L’autoctonia non è un diritto o un valore da attribuire agli individui, ma a una componente della città, e dunque è un attributo, un tratto distintivo, oltre che di una comunità, della città stessa. Il riconoscimento dell’autoctonia della componente italiana della città è, dunque, un tutt’uno con il riconoscimento del diritto al bilin-
guismo. Il bilinguismo, in qualsiasi forma si voglia gradualmente introdurlo a Fiume è soltanto una delle espressioni del rispetto del multiculturalismo e della convivenza, del principio di “autoctonia”, del radicamento storico e civile delle sue componenti linguistiche e nazionali: le altre espressioni sono il rispetto della toponomastica e della odonomastica, dell’eredità storica, archeologica, culturale, letteraria, artistica, architettonica, civile della città. Il bilinguismo non ha nessun senso se non è accompagnato da questi elementi: non si tratta di tradurre “piazza” in “trg”, ma di ripristinare, accanto ai nomi odierni, i toponimi storici e gli odonimi originari. Vi è dunque anche una rilevante valenza politica, oltre che storica, morale e umana, del bilinguismo; che consiste nell’innalzare il grado di democraticità, di convivenza e, soprattutto, di “coscienza” della città e dei cittadini di Fiume rispetto alle proprie radici, alla propria identità, al “senso” della propria appartenenza civica, dunque, al sentirsi di appartenere realmente a una comunità cittadina. Negare il bilinguismo equivale a negare non solo la storia, l’eredità culturale, ma il senso del proprio rapporto con la città, l’essere e il sentirsi cittadini, oggi, di Fiume. Oltre a quelle squisitamente civili, morali, umane e politiche, vi sono anche delle solide ragioni di opportunità e di immagine politica per ripristinare il bilinguismo. Oggi Fiume ha bisogno di affermare la sua identità multiculturale, che è anche il motivo e la ragione per i quali le è stato attribuito il titolo di “Città europea della cultura nel 2020”. Il ripristino di alcune targhe o cartelli in centro con la denominazione bilingue delle vie e delle piazze, e soprattutto, con l’introduzione, accanto ai nomi attuali delle vie, anche dei toponimi e degli odonimi storici originari non potrebbe
che contribuire a quest’immagine, e sarebbe una conferma della volontà cittadina di valorizzare la sua complessa identità multiculturale, di consolidare lo spirito plurale della sua identità. Sono del tutto assurdi e fuori luogo i timori di rinfocolare le reazioni dei “nazionalisti” di ogni sorta. Fiume non è Vukovar e neanche Zagabria. Oggi la Croazia è saldamente inserita nel tessuto democratico, civile e ordinamentale dell’Unione Europea che fra i suoi principi e valori coltiva fra l’altro anche quello del rispetto delle diversità culturali, nazionali e linguistiche, e soprattutto, dei diritti umani. Ogni reazione avversa non potrebbe che collocare il Paese al di fuori della cornice civile, politica e democratica europea. Vi sono aree, località, spazi sociali e politici in Croazia che soffrono ancora il retaggio di antiche contraddizioni, pregiudizi, divisoni, soprusi e conflitti: Fiume, come ha già fatto da tempo l’Istria, vuole e deve dimostrare di non essere fra questi.
I motivi giuridici del bilinguismo Sono forse i meno importanti e pregnanti dal punto di vista umano e politico, ma, vista la loro importanza e fondatezza come strumenti per l’organizzazione della vita civile
e democratica, non possono essere ignorati, anche perchè in talune circostanza si impongono come un preciso dovere della collettività e un fattore imprescindibile dello stato di diritto. Le norme, le leggi e i trattati da richiamare per richiedere legittimamente il ripristino del bilinguismo a Fiume sono innumerevoli: un vero e proprio panorama normativo che da solo imporrebbe di per sé - per forza di diritto - l’introduzione graduale del bilinguismo visivo e di forme più o meno avanzate di parità linguisica e comunicazione bilingue5.
Il memorandum di intesa tra Croazia, Italia, Slovenia Ma al di là del contesto internazionale ed europeo le norme più pregnanti e cogenti per il ripristino del bilinguismo visivo a Fiume sono quelle previste dai trattati bilaterali che impegnano la Croazia e le stesse norme costituzionali o di valore costituzionale della Croazia. 5 Partiamo dalle norme internazionali, a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, il Patto internazionale sui diritti civili e politici, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966, la Dichiarazione dei diritti delle persone appartenenti alle minoranze nazionali o etniche, religiose e linguistiche (Risoluzione ONU del 1992), la Dichiarazione universale UNESCO sulla diversità culturale del 2001; e le convenzioni europee sui diritti delle minoranze, che sono, oltretutto, anche parte integrante dell’"acquise communautaire” su cui si è basato il processo di adesione e che fondano l’attuale appartenenza della Croazia all’Unione Europea, fra cui la Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali del 1950, la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie nel 1992 (in vigore dal 1998), e la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d’Europa, la Dichiarazione universale sui diritti linguistici di Barcellona, la Dichiarazione sui diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali o etniche, religiose o linguistiche (1992), la Convenzione sulla protezione e la promozione delle diversità nelle espressioni culturali, (Parigi 2005), ma anche la Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società del 2005 (2011) che definisce il concetto di “comunità di eredità”, come “insiemi di persone che attribuiscono valore a degli aspetti specifici dell’eredità culturale che desiderano trasmettere alle generazioni future”, o la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni del 2007.
Ci riferiamo al Memorandum d’intesa tra la Croazia, l’Italia e la Slovenia sulla tutela della minoranza italiana in Croazia e Slovenia del 1992 e, in particolare, al Trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica di Croazia concernente i diritti delle minoranze del 1996. L’articolo 3 del Trattato del ’96 , che essendo un trattato bilaterale ratificato, ovvero una norma internazionale, ha un valore superiore a quello delle leggi ordinarie ed è parte dell’ordinamento giuridico interno della Croazia, prevede “l’uniformità di trattamento della minoranza nel proprio ordinamento giuridico al più alto livello acquisito e l’estensione graduale del trattamento accordato alla minoranza italiana nella ex Zona B (ovvero l’attuale Buiese ove vige il bilinguismo) all’intero territorio della Repubblica di Croazia tradizionalmente abitato dalla minoranza italiana e dai suoi membri”. L’art 12 della Legge costituzionale croata sui diritti delle minoranze stabilisce che il diritto all’uso pubblico e paritetico delle lingue e della scrittura delle minoranze è previsto quando le singole minoranze costituiscono almeno un terzo della popolazione in una determinata località, oppure (secondo comma) quando ciò è previsto da un accordo intestatale (bilaterale o internazionale) che rappresenta parte integrante dell’ordinamento giuridico della Croazia, oppure quando è prescritto dallo Statuto dell’unità dell’autogoverno locale (vedi, a questo proposito, l’ordinamento della Regione e dei comuni Istriani). In altre parole il bilinguismo visivo a Fiume dovrebbe essere già previsto, attuato e applicato, dal 1996, per forza di diritto. Siamo di fronte ad una mancata applicazione delle norme di un trattato interstatale e dello stesso ordinamento giuridico croato. Ora, sappiamo molto bene, che sul piano del rispetto dei diritti umani e delle minoranze, è più im-
portante il clima politico e culturale, il livello di consapevolezza della cittadinanza e della popolazione di maggioranza che lo stesso rispetto delle norme giuridiche cogenti. L’applicazione di diritti o di forme di bilinguismo che dovessero essere imposte per legge, ma che non riflettessero la volontà, il livello di comprensione, tolleranza e convivenza della popolazione di maggioranza non avrebbero vita lunga, e soprattutto, non assolverebbero la funzione per cui sono previste: la condivisione di un patrimonio culturale, civile e linguistico, l’affermazione del multiculturalismo, del dialogo e della convivenza. Le considerazioni fatte finora ci ribadiscono che sono ormai maturi i tempi per il ripristino, a Fiume, del bilinguismo visivo. In che modo? Certamente graduale, nelle forme, con iniziative e strumenti che potrebbero essere proposti da un’apposita commissione del Consiglio cittadino, formata da esponenti dell’amministrazione comunale, urbanisti, studiosi e storici, anche internazionali, esponenti delle istituzioni museali, archivistiche e culturali cittadine, rappresentanti della comunità nazionale italiana (Comunità degli italiani, Unione Italiana, Consiglio cittadino e regionale per la minoranza italiana) e degli esuli fiumani in Italia e
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nel mondo (Società di studi fiumani-Archivio Museo della storia di Fiume e Libero comune di Fiume in esilio). Per quanto attiene la prassi e i modelli da introdurre abbiamo un facile esempio: quello della vicina Regione Istriana e della gran parte dei suoi Comuni a statuto bilingue. Si potrebbe iniziare, per fare un primo passo, con la collocazione di targhe bilingui nel centro storico della città, con la denominazione, accanto al nome bilingue attuale della via, della piazza o del luogo, anche del toponimo o dell’odonimo storico originale, e la collocazione
di targhe che ricordino, nella versione linguistica originale, i nomi di personalità di particolare importanza per la storia civile, culturale, industriale, artistica o scientifica della città. L’introduzione di forme di comunicazione bilingue nel rapporto con l’amministrazione cittadina (dalla modulistica ai procedimenti, dagli inviti agli avvisi, alla comunicazione sui siti web e le forme di e-governement) inoltre, sarebbe oltremodo utile. Ma va chiarito un punto fondamentale: il bilinguismo è un diritto fondamentale della minoranza, un diritto umano, un fattore qualitati-
vo della vita democratica, ma è soprattutto un valore, una conquista per la maggioranza; un’acquisizione di coscienza dell’importanza e dei vantaggi del dialogo interculturale, del multiculturalismo, della convivenza. E’ un traguardo e una sfida non per alcuni, per una parte, ma per l’intera comunità cittadina. Ed è un lascito straordinario che tramandiamo, certi ciascuno della propria identità culturale e della straordinaria complessità delle sue origini, alle giovani generazioni.
La politica e il bilinguismo • di Moreno Vrancich
"I fiumani sono l’anima della città"
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Fiume tornerà bilingue? È questa la grande domanda che si pongono i connazionali della nostra città, ma nonostante i tanti commenti registrati e le altisonanti dichiarazioni dei politici locali, per il momento nessuno sa dare una risposta. Quel che è certo è che c’è una forte volontà da parte di tutta la comunità nazionale italiana affinché ci si arrivi. In occasione della tavola rotonda organizzata dalla Lista per Fiume a Palazzo Modello il sindaco, Vojko Obernsel, ha chiesto: “Che cosa vogliono i fiumani? Vogliono delle tabelle bilingui in cui i nomi delle vie sono gli stessi, ma al posto di ’ulica’ c’è ’via’, oppure vogliono delle tabelle che indichino il nome che quella via aveva durante un precedente periodo storico”? Ebbene questa domanda è ancora oggi senza risposta, per vari motivi. Abbiamo, però, il parere di alcuni esponenti politici. Nikola Ivaniš, presidente ono-
rario dell’Alleanza litoraneo-montana (PGS) e vicesindaco di Fiume, dice: “Avrei preferito una proposta diretta da parte della Comunità degli Italiani di Fiume, perché per come stanno le cose, si rischia di strumentalizzare la questione e di farne un affare politico, mentre non dovrebbe essere così”, aggiungendo che, comunque sia, “i fiumani sono
l’anima di questa città, per la cui storia la cultura italiana è importante quanto quella croata. Comparare gli italiani alle altre minoranze non ha senso, loro sono autoctoni, questa è casa loro. Siamo, dunque, assolutamente a favore del bilinguismo visivo nel centro storico”. Favorevole, pure Lucijan Vuke-
lić, presidente dell’HDZ di Fiume: “Per chi è nato a Fiume e conosce la storia della città, il bilinguismo dovrebbe essere la normalità. La mia generazione è cresciuta frequentando il Circolo e partecipando alle feste organizzate dagli italiani. Pertanto, tutti noi siamo molto ben consapevoli della presenza italiana sul territorio, il bilinguismo dovrebbe essere il passo successivo”. Anche l’indipendente Marinko Koljanin ci ha dato il suo appoggio incondizionato. “Per me le tabelle bilingui a Fiume sarebbero la cosa più normale del mondo, è una questione di identità storica. In città l’italiano è sempre stato parlato, un tempo come lingua ufficiale oggi come lingua del popolo e per moltissimi anni si sono usati i nomi italiani per indicare i rioni della città, le vie e le piazze. Secondo me le tabelle con i nomi storici dei luoghi dovrebbero essere interessanti anche per i croati, perché parlerebbero della storia del luogo in cui vivono”.
Bizzarra, invece, la posizione dell’indipendente Hrvoje Burić, il quale auspica il bilinguismo, ma non come “privilegio esclusivo” della minoranza nazionale italiana: “Se si decidesse di introdurre delle tabelle aggiuntive per i nomi delle vie, sarebbe opportuno farlo anche in tedesco e ungherese, oltre che in italiano”. Se ha senso citare la lingua ungherese, in quanto Fiume è stata effettivamente una città di quello stato per molti anni, risulta se non altro originale, per usare un eufemismo, l’idea delle tabelle in tedesco. Juraj Bukša, presidente dell’HNS di Fiume fino a poche settimane fa, si è detto anche lui favorevole, ma per motivi legati all’immagine della città e al turismo. “Ripristinare i nomi storici delle piazze e delle vie del centro è un’ottima opportunità turistica”, ha dichiarato. Anche Andrej Briščik, presidente dell’Akcija Mladih di Fiume, è sulla stessa lunghezza d’onda. E la posizione del sindaco?
“Personalmente - aveva dichiarato Vojko Obersnel nel corso della tavola rotonda di Palazzo Modello - non ho nulla contro il ripristino del bilinguismo visivo”, accampando tuttavia problemi di natura burocratica e finanziaria. “Per mettere delle tabelle in tutte le vie dei tre rioni menzionati nella proposta della Lista per Fiume - ha detto il Primo cittadino - servono circa 500mila kune e se volete mettere le tabelle bilingui anche a ogni esercizio che ha sede in questi rioni, la cifra sale a 1 milione”. Ovviamente, l’aspetto economico di un’operazione del genere non può essere trascurato ed è compito del sindaco valutarne i costi. Ma un’operazione del genere è qualcosa di più che non un mero “fatto” economico. Riguarda la storia e l’identità della nostra città.
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"Fiume tra storia e leggenda - cronache fiumane d’altri tempi”. Di Giacinto Laszy
A ventʼanni dallʼuscita Sono passati vent’anni da quando l’Edit ha pubblicato questa raccolta di scritti di Giacinto Laszy. Vuoi, perché siamo in presenza di un anniversario bello “tondo”, vuoi perché da qualche tempo si è tornato a parlare della Fiume che fu - si pensi alla messinscena del Dramma Italiano, “Cabaret D’Annunzio” e
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alla discussione su bilinguismo toponomastico e tabellare - abbiamo ritenuto nostro dovere (e piacere) ricordare questa opera, fotocopiandone un capitolo. Non è escluso che in ogni futuro numero de “La Tore” se ne ripropongano altri. Lo decideremo dopo avere sondato il terreno, sentito i pareri dei nostri lettori.
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Palazzo Modello, la vetrina della nostra creatività • di Sandro Damiani
Quando la qualità non sempre è sufficiente A scorrere il calendario degli eventi organizzati o presentati a Palazzo Modello nell’ultimo anno, non voglio dire che venga il “capogiro”, poichè sarebbe un tantino esagerato; certo è che l’attività è tanta. Ma tanta tanta! Con una “offerta” ricca e varia per tutti i palati, le generazioni, i gradi di sensibilità, gli “appetiti culturali”. Ciò nonostante, non possiamo e non dobbiamo tacere del fatto che spesso l’offerta non è stata premiata come avrebbe meritato. Stiamo parlando di mostre, sia di artisti della comunità che esterni e delle sezioni interne al Sodalizio; presentazioni di libri e riviste; serate dedicate a singoli autori (connazionali, italiani e croati), concerti, recital e rassegne musicali, come quella, invero seguitissima, dei minicantanti; spettacoli delle filodrammatiche delle nostre scuole e di complessi professionali; serate danzanti, proiezioni di film, tavole rotonde, cerimonie e festggiamenti e via elencando, ad esclusione delle
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riunioni e delle assemblee interne, che ovviamente coinvolgono i soli attivisti-dirigenti-consiglieri. Una quantità, non di rado di pregevole qualità, che soddisferebbe una comunità di gran lunga superiore ai nostri numeri, tra soci e, diciamo così, “simpatizzanti”. Siamo forse noi a non saper valorizzare e promuovere quanto andiamo proponendo o semplicemente i tempi sono… quelli che sono, per cui l’uscita da casa, a fronte di quanto si ha a portata di mano tra televisione e internet, viene vissuto se non come una perdita di tempo, una occasione poco allettante? Probabilmente, la verità sta nel mezzo. D’altronde, più che annunciare pressoché puntualmente, le singole manifestazioni per il tramite dei nostri media (giornale, periodici, radio), la pubblicazione e distribuzione di volantini e depliant e il “passaparola”, cosa altro si può inventare? Ma forse, ciò che manca o
non è troppo accentuato, è una sorta di “spirito di corpo”, un senso più marcato di appartenenza. Per carità, sappiamo bene che sono rari i connazionali che non rivendichino con autenticità la propria identità, il proprio sentirsi parte fondante e integrante della fiumanità italiana; ma, oggettivamente, non è sufficiente. In un’epoca in cui presenzialismo e visibilità hanno preso il sopravvento (nel nostro caso, naturalmente non ci rifacciamo al significato deleterio dei due termini), il “non esserci” diventa automaticamente assenza, anzi - che oggi è peggio - percezione di assenza. E ciò può rivelarsi pericoloso per le stesse sorti della comunità nazionale italiana fiumana. Faccio un esempio. Messe in un canto disonestà intellettuale e sciovinismo strisciante e malcelato, qual è la “scusa” per cui anche buona parte di quella maggioranza che non ci è avversa, ritiene che in città tutto sommato non ci sia biso-
gno del bilinguismo toponomastico? La scusa è costituita dal nostro numero. “Premalo ima Talijana, da bi dvojezičnost imala svrhe”, dicono. (Lasciamo perdere il fatto che il mancato bilinguismo è un’offesa alla storia di Fiume). E’ vero, siamo in pochi, ma quanta “cultura” riusciamo a produrre, presentare, distribuire in tutti, dico tutti i campi, e non solo umanistici? Tanta! Ma… tutta questa mole di lavoro, di creatività che Palazzo Modello e i connazionali “sfornano” con una media da “mini Centre Pompidou”, da chi viene fruita? Identico destino, quello del Dramma Italiano, il quale tuttavia, grazie alla traduzione sovratitolata si avvale di parecchi spettatori della maggioranza, e in tal modo la scarsa presenza di connazionali viene camuffata. Il rimedio? Mettersi in testa che per continuare ad esserci, godere dei diritti sanciti dai codici civili e conquistarne degli altri, bisogna dare dimostrazione appunto… di esserci. Per parte nostra - scontata la volontà di fare sempre meglio - forse dovremmo inventare un qualcosa per avvicinare soprattutto i giovani, ma non solo come spettatori e ascoltatori una volta a settimana (o la mese, indifferentemente), bensì
durante la settimana, di modo che a poco a poco Palazzo Modello divenga per loro un luogo familiare, un luogo di incontro. Si diceva, una volta: “Vediamoci in Circolo alle sette, pigliamo una birra, poi andiamo al cinema (a teatro, a ballare, ecc.)”. Non mi illudo che si possa “tornare” agli anni Sessanta e Settanta, nemmeno agli Ottanta, tuttavia qualcosa si può e si deve fare. Per esempio, dotarci di un biliardo, di un tavolo da ping-pong e organizzar vi tornei. Non è possibile che i giovani stravedano solo e soltanto per i “social media”. O no? Come il lettore può vedere, abbiamo illustrato questa nota con le locandine relative
ad alcuni importanti appuntamenti culturali e ricreativi, che hanno avuto luogo nel Salone delle Freste. Diciamocelo, non fa una certa impressione - e non desta una punta di orgoglio - constatare quanti e quanto interessanti siano gli eventi di Palazzo Modello?
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Presentato a Palazzo Modello “Storia di Fiume” dello Stelli • di Ilaria Rocchi Rukavina
Un’opera che coniuga accademia e divulgazione
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“Una storia esemplare per l’Europa del futuro”, è stato detto negli incontri in cui il libro di Giovanni Stelli “Storia di Fiume” (Edizione Biblioteca dell’Immagine) è stato presentato finora. “L’Europa prima dell’Europa” era invece il titolo di una mostra che il Consolato generale d’Italia nel capoluogo quarnerino aveva organizzato nella nostra città, focalizzando l’attenzione sulla Modiano, gloriosa fabbrica di carte che produceva anche a Fiume e che a tutt’oggi continua a mantenere relazioni con il Quarnero. E difatti, nell’intricato, complesso, ma allo stesso tempo affascinante groviglio fiumano possiamo scorgere i semi, intesi come valori, dell’odierna Europa unita. Arrivi e partenze di genti, lenta e non sempre facile integrazione dei nuovi arrivati, processi assimilatori, incontri e scontri di civiltà, convivenza e incroci tra etnie diverse, multiculturalità e plurilinguismo...
Ma se è vero che la vicenda fiumana ha appassionato pubblico e studiosi, che hanno concorso alla comprensione del passato della città con contributi storiografici che l’hanno scandagliato sotto vari aspetti, d’altra parte si sentiva la mancanza di un lavoro, sì scientifico, ma con un taglio pubblicistico, che offrisse una sintesi oggettiva, completa e aggiornata; un excursus sintetico e organico; un compendio che contenesse l’analisi delle più recenti fonti - sia archivistiche che bibliografiche -, le scoperte e le nuove chiavi interpretative che si sono affermate grazie all’apporto di ricercatori che si sono accostati alla materia senza pregiudizi, in modo anche innovativo. In verità, negli ultimi anni non sono mancati tentativi in questa direzione - ricorderò la “Breve storia della città di Fiume”, uscita dieci anni fa per i tipi dalla Adamić anche nella versione in lingua italia-
na -, da prendere però con le pinze per le lacune nell’impostazione e le evidenti forzature: in Croazia (ma non è solo un problema croato) la “storia patria” si trasforma spesso in arma di politici o dei nazionalismi che vogliono fare un uso (ideologico) della Storia, del tutto indifferenti al fatto se quello che viene raccontato ha qualche fondamento. Quel che caratterizza il libro di Stelli e lo rende interessante e particolare è appunto il fatto che si colloca al di fuori degli schemi ideologico-nazionalistici. Beninteso, siamo consapevoli che è quasi impossibile arrivare a una cosiddetta verità oggettiva, a un’“imparzialità” asettica, preclusa dai nostri stessi limiti di esseri umani; lo storico può, però, e anche deve, cercare di avvicinarsi a essa, operare come se tale verità fosse attingibile e quindi mettere sempre a distanza critica, tenere a bada le sue idee, le sue preferenze e i suoi sentimenti soggettivi. Stelli ci riesce abbastanza bene - supera i ristretti punti di vista nazionalisti, che contraddistinguono altre opere - anche se qua e là affiora il suo background familiare autonomista e irredentista, che egli correttamente riconosce, “avvisando” in un certo senso il lettore. La sua “Storia di Fiume”, ha il pregio di coniugare in sé termini come “accademia”, “storia” e “divulgazione”, termini che s’incrociano e si mischiano, con una ricostruzione a tutto campo che rimanda un po’ a “Istria nel tempo”, il manuale con riferimenti (in verità assai pochi) anche a Fiume, del Centro di Ricerche
storiche di Rovigno del 2006 (uscito anche in croato e sloveno). Ecco, parafrasando il titolo di questo volume, la monografia di Stelli la potremmo benissimo definire “Fiume nel tempo”, auspicandone sia una sua traduzione in croato che la sua diffusione nelle scuole della città, come testo di “storia patria”, come fonte di conoscenza del passato o base di partenza e spunto per ulteriori approfondimenti. Difatti, l’autore affronta la storia di Fiume con il rigore dello studioso impegnato, ma con la chiarezza di un professore abituato a rendere fruibili concetti anche complessi. Se ne impongono alcuni fondamentali, che fanno da collante alle bimillenarie vicissitudini fiumane: il primo è la coesistenza nella città di diverse componenti etniche; il secondo, una Municipalità che ha sempre messo il bene della comunità davanti a tutto, dimostrando un forte senso di appartenenza alla città (difenderà strenuamente le sue prerogative, l’autonomia - ad esempio, nel 1404 Venezia si rivolge direttamente alla “Comunità della Terra di Fiume”, e non già al signore feudale, il Walsee, per protestare contro atti di violenza compiuti ai danni di sudditi veneti a causa della mancata esazione del dazio sulle navi transitanti nel Quarnaro, esazione che costituiva uno dei privilegi del Comune fiumano); in terzo luogo, la contraddizione tra la posizione geopolitica di sbocco di un entroterra fondamentalmente croato e l’identità culturale italiana prevalente in città da secoli, come attesta, tra gli altri, il dispaccio con il quale vice-conte Josip Bunjevac, che per conto del bano Josip Jelačić aveva occupato la città nell’estate del 1848, il 31 agosto si rivolse ai “fratelli” della “libera città di Fiume” per il tramite del vice-capitano Agostino Tosoni, promettendo che avrebbe conservate intatte le prerogative municipali, nonché le istituzioni cittadine e “considerando quindi
la vostra posizione, vi resterà conservato l’uso della lingua italiana e verrà rispettata ogni nazionalità”, rassicurazioni che saranno calpestate - lettura 1 e 2. Infine, la specifica nazionalità dei fiumani, assai difficile da comprendere e spiegare, tant’è che, ad esempio, il boemo von Littrow (Heinrich), che si stabilì a Fiume nel 1867 e fu ispettore marittimo dal 1873 al 1875, scrive in una sua lirica: “Alla fin fine essi sono semplicemente Liburni amano senz’altro i costumi e le usanze dell’Italia e vogliono essere assolutamente ungheresi purosangue (Vollblut-Ungarian sein)”. E se è vero che viene posta in primo piano l’identità linguistica e culturale di carattere italiano - documentata già nel Medioevo - d’altro lato Stelli sottolinea anche il ruolo svolto da tutte le componenti etniche presenti nella città, innanzitutto e soprattutto di quella croata. A tale proposito, lo Stelli porta a esempio la stamperia glagolitica, o l’opera del sacerdote di origine dalmata Bernardin Nikola Škrivanić, che giunse a Fiume nel 1889, diventò guardiano del convento dei cappuccini, fondò l’istituto editoriale “Kuća dobre štampe”, a cura del quale uscirà, tra l’altro, il settimanale “Il Quarnero”, in croato e in italiano, e dal 1912 al 1914 il primo quotidiano cattolico croato “Riječke novine”. Nel volume - che potrebbe essere definito un “Bignami”, un prontuario tascabile se non fosse che per la sua mole tascabile non è, comprende 330 pagine fitte fitte - c’è poco spazio per l’apparato iconografico, che si compone perlopiù di disegni e tra questi i preziosi scorci di Riccardo Gigante della Cittavecchia, in particolare del castello medievale, distrutto nel 1904 per far posto a un brutto Palazzo di giustizia.
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Come da una “ciacolada” nasce il desiderio di saperne di più • di Tullio Iliassich
La storia nel cassetto
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Per cominciare devo dire che, ricordi che gli vengono in mente dare la foto da suo figlio che la tiene a parer mio e dalle mie esperienze riguardano suo zio Renato Simci- in casa come ricordo e me la presta. personali, il rispetto e l’ attaccamen- ch, morto di tifo nel 1945, che come Qui comincia la ricerca, con i to dei fiumani per la loro città nata- lui era operaio dello stabilimento, a seguenti risultati, che forse, per gli le, si trova su un gradino molto alto quei tempi di fama mondiale. amanti di Fiume potranno risultare nella scala dei valori affettivi. Gli viene in mente una fotogra- interessanti. La maggior parte di noi si porta fia, che suo figlio ha incorniciato, Mi porto a casa la foto, la digitasempre appresso almeno una picco- dove c’è suo zio, assieme ad altre lizzo e la ingrandisco. Sono i piccoli la parte di Fiume. Nei nostri casset- maestranze della fabbrica, riuniti particolari ad aiutarmi a scoprire la ti, cantine e soffitte, ci sono cimeli, in occasione della consegna di un trama nascosta nell’ immagine. “strafanici” che fanno volare la me- siluro. Ci ritornano alla memoria La tecnica fiumana, dell’ epoca, moria verso posti, persone e fatti legati alla nostra città. Fotografie, lettere, pagelle, giocattoli e tante altre piccole cose ci fanno ricordare periodi più o meno belli passati in riva al Quarnero. Sono tema di racconti e di ricordi che passano da generazione a generazione. Tutti questi nostri “ricordini” contribuiscono, (probabilmente sono soggettivo), a rendere così bello il luogo dove si trovano le nostre radici. Queste poche righe fanno da introduzione a un fatto che mi è accaduto. Niente di speciale, sono sicuro che ce ne sono ancora tanti come me che potrebbero raccontare storie simili. Buon divertimento. “Ciacolando” con un amico, come disemo noi fiumani, a parte i Come si vede la foto fu scattata nell’ officina di montaggio del Silurificio. Il siluro, ordinato temi triti e ritriti, saltano fuori, ogni dal Brasile, contrassegnato dalla bandiera della Repubblica del presidente Getulio Vargas. tanto, anche notizie interessanti. girava tutto il mondo, grazie al lale fabbriche di Fiume, che operavaPiccole cose, che però contribuivoro dei nostri operai e ingegneri. no in vari campi con perizia ed alto scono a rinnovare e ad arricchire la Cerco di definire l’ anno di prolivello tecnico. Oggi la tecnologia memoria storica della nostra città. duzione e mi viene in aiuto un parè avanzata e la nostra produzione, Questa volta lo spunto è parti- ormai purtroppo, appartiene alla ticolare. to dal mio amico Giuseppe “Pino” storia. In alto a destra, nella foto, c’è Simcich, fiumano patoco, nato e rePer quanto riguarda la storia di un manifesto con la scritta: “Starasidente tutt’ ora in Montegrappa. Fiume sono un curioso incorreg- ce porta i nostri saluti al Duce”. Il Tutta la sua vita lavorativa l’ ha gibile e mi sento subito stuzzicato cognome mi è sconosciuto, ma lo trascorsa nelle officine della Torpe- dal suo racconto, lo prego, perciò, cerco in rete e lo trovo, finalmente, do, come si chiamava ai suoi tempi, di prestarmi la foto, per vedere se collegato a Fiume, in una pubblicaoppure nel Silurificio Whitehead, riesco a scoprire qualche cosa di in- zione, sul sito della Società di studi nome che portava prima della Se- teressante. fiumani di Roma “Sussidi 12” degli conda guerra mondiale, a quando Archivi di stato Italiani. Molto gentile da parte sua, si fa risaliamo con le nostre ciacole. I
Achille Starace, è stato per otto anni (dal 1931 al 1939) segretario del Partito Nazionale Fascista, presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, commissario
straordinario della Lega navale italiana e luogotenente generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
Gli archivi confermano una sua visita a Fiume nel 1937, ed eccolo in mostra (cerchiato) in prima fila, al centro, dietro al nostro siluro. Attorno a lui vari dirigenti, che forse i vecchi fiumani riusciranno a riconoscere. Per arrivare alla foto-ricordo il nostro siluro ha dovuto passare tutte le prove tecniche richieste. Tra le più importanti, quelle di lancio dai pontili di prova ubicati sul molo davanti alle officine. Lancio in mare, con conseguente recupero che veniva effettuato con l’aiuto e il controllo delle famose zattere, me le ricordo anch’ io, negli anni sessanta erano ancora in mare e un grosso motoscafo con due motori Packard che aveva la sua darsena vicino al confine del Silurificio e i Cantieri riuniti del Quarnaro (al tempo) oggi cantiere 3 Maggio. Non possiedo abbastanza tecnologia nè sapere per poter ingrandire questa foto e vedere chi è la persona con la bandiera di segnalazione, magari il nonno di qualcuno di noi, ai nipoti e ai pronipoti verrà in mente il dato che il loro avo lavorava al Silurificio. Questo particolare non sono riuscito a svelarlo, ma ne ho trovato un altro, che appartiene alla storia di Fiume...
"Caleari Fiume" Altre ricerche su internet e mi salta fuori uno studio fotografico di Genova. “Studio Chiaroscuro”, titolare Fabrizia Caleari. Mi metto in contatto e vengo a sapere che lo studio di Fiume apparteneva a suo bisnonno Rodolfo (Rudy) Caleari. Mi manca solo un piccolo dettaglio. Dove si trovava lo studio del signor Caleari ? In questo momento mi vengono in aiuto gli amici fiumani. Mi forniscono un elenco telefonico di Fiume del 1941 ed ecco apparire “Caleari Rodolfo studio fotografico telefono: 13-19, via Mazzini 1”. Trovato, ma non so dov’ è. Altro aiuto fiumano, sfoglio lo Stradario di Massimo Superina e scopro che via Mazzini 1 corrisponde all’ odierna via Adamić. Anche se con poche speranze, faccio un giro in città, ma non riesco ad individuare con esattezza il posto, in tutti i casi essendo il numero 1 doveva trovarsi vicino all’ odierno Jadranski Trg o piazza Regina Elena del 1937. Questa è la storia nascosta dietro alla fotografia del mio amico, sono sicuro che nei Vostri cassetti ce ne sono ancora molte che potrebbero raccontare altrettante piccole storie che formano il mosaico di vita della nostra cara Fiume. Io mi sono divertito cercando, spero che voi vi siate divertiti leggendo.
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VI Raduno delle Medie Superiori di Fiume • di Rosi Gasparini
Rinverditi i comuni ricordi di gioventù Balli e canti fino alle ore piccole
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Il VI Raduno dei diplomati dell’ex Liceo e delle Scuole Medie Superiori Italiane di Fiume, svoltosi il 10 giugno 2017, ha riunito a Palazzo Modello oltre duecento ex studenti che, a vent’anni dall’ultima rimpatriata, hanno dato vita a una memorabile serata sociale servita a rinverdire in allegria i comuni ricordi di gioventù. Li ha accolti il magnifico Salone delle feste della Comunità degli Italiani, sede storica della vita sociale e culturale dei fiumani. L’atmosfera era spumeggiante da subito, clima da grandi feste. Ed è stato così, una festa grandiosa. A Palazzo modello i convenuti sono di casa; qui hanno recitato, hanno cantato, hanno festeggiato la Maturità, hanno atteso vari Capodanni, si sono lasciati trascinare dalla spensieratezza del Carnevale. La CI per i fiumani è da sempre una seconda casa. Quel 10 giugno 2017 tutti, indistintamente, in quell’ambiente familiare sono tornati con la memo-
ria agli spensierati anni del Liceo e di quelle medie superiori purtroppo eliminate negli anni Cinquanta. Soppresse d’ufficio con un tratto di matita quest’ultime, l’eredità della scolarizzazione in lingua italiana a Fiume è stata raccolta e mantenuta dal Liceo. Negli anni, per effetto di riforme più o meno riuscite, l’istituto scolastico di via Barčić ha cambiato denominazione fino ad assumere l’attuale nome di Scuola Media Superiore Italiana ma per i fiumani di ieri e di oggi e per i connazionali che hanno studiato a Fiume il simbolo dell’istruzione nella madre lingua resta il Liceo. Hanno risposto all’appello il Liceo classico e scientifico, il Centro per l’istruzione in lingua italiana, la Scuola Media Superiore Italiana, le Magistrali, l’Istituto tecnico d’economia, l’Istituto tecnico, l’Istituto nautico, la Scuola Commerciale, la Scuola industriale e la Scuola d’avviamento professionale.
Riuniti nell’ elegante Salone delle feste della Comunità degli Italiani gli ex studenti hanno atteso impazienti che la campanella del Liceo tornasse a scampannellare non più per segnare l’inizio delle lezioni bensì per dare il via a una serata indimenticabile che si è protratta fino alle ore piccole. Incalzati dalla scatenata musica del complessino Melange i convenuti hanno letteralmente occupato senza sosta la pista da ballo; come per magia sono scomparsi anni e rughe, capelli grigi e piedi gonfi nei più anziani, i più giovani hanno approfittato per scambiarsi le esperienze della vita adulta. È stato tutto un “Ti se ricordi”, e via alle memorie liete delle birichinate e al rinvangare di aneddoti mentre affioravano pure i ricordi di quanti non ci sono più, professori e compagni di scuola. La serata è trascorsa in un crescendo d’allegria, di risate e cantate di gruppo. In chiusura non è mancata pure la torta celebrativa gentilmente offerta dalla CI assieme a un ricco catering. Per anni e soprattutto dopo la soppressione del grosso delle scuole medie superiori italiane di Fiume, dicevamo, il Liceo ha rappresentato il fulcro dell’istruzione della popo-
lazione minoritaria, è stato un faro che ha saputo difendere la luminosità dell’italianità in tempi estremamente difficili e la cui eredità è mantenuta egregiamente oggi dalla Scuola Media Superiore Italiana.
Liceo, simbolo della scolarità fiumana Prima della festa c’è stata appunto la visita al superbo edificio dell’ex Liceo, simbolo della scolarizzazione fiumana, con i convenuti felici nel constatare che l’approfondito restauro lo abbia riportato all’antico splendore e orgogliosi che la scuola si presenti oggi come un moderno e attrezzatissimo istituto nel quale nuove generazioni si apprestano ad affrontare la vita con un prezioso bagaglio di nozioni e di cultura. A Fiume, soprattutto negli anni del secondo dopoguerra e fino agli anni Cinquanta le scuole medie superiori italiane erano frequentate non solamente da fiumani bensì anche da studenti provenienti dall’Istria, dalle isole, cioè dal territorio d’insediamento storico della collettività nazionale italiana. Molti di costoro non hanno voluto mancare a questo VI Raduno di ex studenti malgrado abbiano dovuto affrontare più o meno lunghi viaggi; sono venuti dall’Italia, da alcuni altri paesi d’Europa, dall’Istria.
Memorabile riunione di professionisti Per la componente italiana di
queste terre quello del 10 giugno 2017 è stato un appuntamento straordinariamente importante dal punto di vista culturale e sociale: è stata un’occasione eccezionale che ha fatto rivivere lo spirito di comunanza e di appartenenza a un mondo sì minoritario ma solamente in ordine numerico perchè è soprattutto un mondo in cui lingua e cultura italiane hanno spalancato agli appartenenti alla minoranza la strada di meravigliose realtà che hanno permesso loro di raggiungere traguardi di vita di tutto rispetto. Quella sera a Palazzo Modello erano presenti donne e uomini che si sono fatti valere in casa e all’estero: medici, insegnanti, professori, avvocati, ingegneri, musicisti, impiegati, tecnici, giornalisti, attori, in una parola professionisti in tutti i settori dello scibile umano. Tra que-
sti nomi illustri, molti i cui meriti straordinari sono stati riconosciuti a livello internazionale. Sono stati ricordati con affetto tutti coloro che la fiumanità la sentono scorrere nelle vene e che non hanno potuto aggregarsi ai compagni di scuola per rinvigorire i vincoli morali di un’umanità legata a usi e tradizioni che si tramandano nel tempo. Ci sono state generazioni che hanno approfittato del VI Raduno per festeggiare trenta, cinquanta e financo sessant’anni dalla maturità Alla memoria dei professori e dei compagni di scuola scomparsi negli anni una delegazione ha deposto una corona di fiori sull’Ossario del Cimitero monumentale di Cosala, il camposanto che è un museo all’aperto della storia di Fiume, storia in parte firmata anche dai coetanei e dai docenti defunti con i quali gli ex studenti del VI Raduno hanno percorso il tratto più gioioso della vita, quello della gioventù. Il VI Raduno dei licenziati delle scuole medie superiori italiane è stato infine ulteriormente importante perchè ha avuto l’onore di segnare l’inizio della Settimana della cultura fiumana, tradizionalmente organizzata dalla Comunità degli Italiani in onore del patrono della città, San Vito e dei Santi Modesto e Crescenza che ricorre il 15 giugno.
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La Società di Studi fiumani: lettera da Roma • di Marino Micich
Un dialogo culturale che continua nel tempo La Società di Studi fiumani è diventata da molto tempo sinonimo di dialogo, di ricongiungimento della cultura fiumana custodita in esilio per lunghissimi anni con la città di origine: l’odierna Fiume-Rijeka. Sin dagli albori del ritorno culturale a Fiume i partners privilegiati e in un certo senso “naturali” furono individuati nella Comunità degli italiani e nella Scuola Media Superiore Italiana, più nota come il “Liceo”. Le porte di Fiume si aprirono nel lontano 1990 a una delegazione di dirigenti delle associazioni fiumane esuli in Italia tra cui la Società di Studi fiumani con sede a Roma e il Libero Comune di Fiume in esilio con sede a Padova, che all’epoca non poteva per ragioni politiche presentarsi in tale veste ufficiale. Il clima della Guerra fredda durato decenni era terminato dopo il crollo del Muro di Berlino nel
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1989 e si erano quindi aperte nuove prospettive nell’Est europeo. Gli uomini che allora si distinsero nel dare il via al dialogo culturale con Fiume, diventato ormai una solida realtà, erano Oscarre Fabietti, Vasco Lucci e Amleto Ballarini, quest’ultimo doveva diventare il protagonista principale di un progetto che apporterà notevoli risultati sia nel campo della ricerca storica (a tale riguardo ricordo l’opera bilingue italo- croata “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni 1939-1947 portata a termine nel 2002 con l’Istituto Croato per la Storia di Zagabria) sia nella vita culturale di Fiume-Rijeka, che faticosamente cercava nella nuova realtà della Repubblica croata indipendente di ricostituire un’identità che i lunghi anni del comunismo di Tito avevano limitato e rinchiuso, possiamo dirlo oggi con una certa tranquillità di giudizio, in
limiti ideologici piuttosto ristretti. A infondere una svolta culturale in città fu il Convegno internazionale del 1999 “Fiume nel secolo dei grandi mutamenti”, con la partecipazione di studiosi italiani, croati e ungheresi. L’evento fu organizzato dalla Società di Studi fiumani col sostegno del Comune di Fiume-Rijeka, dell’Unione Italiana - Università Popolare di Trieste e della Comunità degli Italiani di Fiume. Un’ iniziativa ben concordata che ottenne il patrocinio del Ministero per i Beni Culturali e del Ministero degli Esteri italiani. Questo breve preambolo storico lo ritengo opportuno per ricordare ai lettori più giovani, l’importanza di antefatti legati a un grande lavoro svolto con molto impegno dai dirigenti del sodalizio presieduto per oltre 25 anni dal fiumano Amleto Ballarini e dal marzo 2017 da un
altro fiumano il professor Giovanni Stelli. Tanto è vero che la stessa Città di Fiume ha voluto, su indicazione della Comunità degli Italiani di Fiume, premiare nel giugno del 2016 con la Targa d’Oro proprio Amleto Ballarini per l’opera culturale svolta in favore della città e per il dialogo culturale che ha portato importanti risultati, impensabili fino a dieci anni fa.
Le recenti attività culturali svolte nel 2016 in Italia, con l’Ambasciata di Croazia a Roma e con la Comunità degli italiani di Fiume e il Comune di Fiume-Rijeka Sin dal mese di gennaio del 2016 la Società di Studi fiumani, grazie al rifinanziamento ottenuto in Parlamento e poi riconfermato dal Ministero per i Beni culturali tramite la legge 92/2004 (Il Giorno del Ricordo), ha potuto svolgere una nuova e articolata serie di iniziative di valore internazionale e sviluppare le collaborazioni con le istituzioni scolastiche in Italia già in corso da più di venti anni. Il 28 gennaio è stata presentata all’Archivio Museo storico di Fiume la rivista bilingue italo-croata “Minoranze/Manjine” (n. 4 dicembre del 2015) diretta dal fiumano Silvije Tomašević, che riporta articoli molto interessanti riguardanti i rapporti culturali ed economici tra Italia e Croazia che si vanno sempre più concretizzando attraverso molte iniziative. Alla presentazione ha partecipato un folto pubblico che ha seguito con interesse gli interventi dei relatori Amleto Ballarini, Giovanni Stelli, Marino Micich (autore di un articolo apparso per l’occasione sulla rivista “Minoranze” dedicato al dialogo culturale intrapreso dalla Società di Studi fiumani con Fiume), l’ambasciatore croato in Italia Damir Grubiša e il senatore Aldo Di Biagio molto vicino ai dialoghi interculturali intrapresi tra Italia e Croazia in questi ultimi anni. L’11 marzo la Società di Studi fiumani
ha patrocinato il concerto “Caleidoscopio musicale - Omaggio a Fiume” eseguito e ideato dal fiumano Francesco Squarcia accompagnato al pianoforte e fisarmonica da Aleksandar Valenčić, un evento organizzato dall’Ambasciata di Croazia in Italia presso l’Accademia d’Ungheria di Roma con il contributo della Città di Fiume-Rijeka. Un pubblico qualificato e numeroso di oltre 150 persone ha seguito con attenzione uno spettacolo che ha saputo coniugare l’aspetto culturale con quello umano. Erano, infatti, presenti in sala croati che vivono a Roma, esuli fiumani, ungheresi e studenti delle scuole romane e laziali interessati al mondo fiumano nella sua complessità. Tra febbraio e marzo la Società di Studi fiumani, con Marino Micich e Giovanni Stelli, ha organizzato incontri e conferenze sulla storia di Fiume e sull’esodo degli italiani dalle terre istriane, fiumane e dalmate avvenuto dopo la Seconda guerra mondiale presso le scuole di Roma, del Lazio e dell’Umbria e il sodalizio ha onorato con Amleto Ballarini presso le massime istituzioni la ricorrenza del “Giorno del Ricordo”, che dal 2004 si celebra ogni 10 febbraio. Il 4 maggio è stata celebrata a Castua la ormai tradizionale Messa per i caduti italiani uccisi da partigiani jugoslavi (fra di essi ricordo il senatore fiumano Riccardo Gigante) senza umana giustizia e sepolti sommariamente in una fossa comune. L’iniziativa fu fortemente voluta sin dal 1999 da Amleto Ballarini in tempi ancora molto difficili. Come è ormai tradizione dal 1999 alla messa celebrata dal parroco della cittadina partecipano i dirigenti della Società di Studi fiumani, del Libero Comune di Fiume in esilio e della Comunità degli italiani di Fiume alla presenza delle autorità consolari italiane presenti in Croazia. Un’ altra collaborazione è sorta nel mese di aprile tra la Società di Studi fiumani e l’Università riguar-
do una mostra dal titolo “Un secolo di ricerche archeologiche a Fiume” esposta in Corso, la quale ha posto in rilievo tra le altre cose anche alcuni saggi pubblicati a suo tempo da Riccardo Gigante in proposito ai ritrovamenti antico romani in Città Vecchia. Un’ altra iniziativa è stata promossa nel marzo 2017 con Art Kino per la proiezione parziale del video prodotto nel 1992 dalla Società di Studi fiumani dal titolo “Fiume: frammenti di storia italiana”, in cui viene raccontata per immagini la Fiume dannunziana e la Fiume degli anni Trenta. Nel mese di giugno sono stati assegnati i premi letterari del Concorso “San Vito” promosso sin dal 1990 dalla Società di Studi fiumani in collaborazione con la Scuola Media Superiore Italiana di Fiume e con il patrocinio dell’Università Popolare di Trieste e dell’Unione Italiana. Le giornate di San Vito del 2016 sono state arricchite, come già ricordato in premessa, dal prestigioso riconoscimento della “Targa d’Oro-Stemma Città di Fiume” ad Amleto Ballarini da parte del Comune. Si è trattato di un evento storico a tutti gli effetti in quanto per la prima volta è stato conferito un premio così importante a un esule fiumano e per di più da un importante ente pubblico croato. Nella sede della Comunità italiana di Fiume è stato poi presentato il 15 giugno il bel volume di Massimo Superina “Stradario di Fiume”, edito dalla Società di Studi fiumani con il contributo della legge 72/2001. Un lavoro veramente pregevole presentato da Orietta Marot, Amleto Ballarini, Ilaria Roccchi, Mario Simonovich con Marino Micich in veste di moderatore davanti a un pubblico molto interessato e numeroso a testimonianza dei rapporti più che consolidati tra gli italiani residenti a Fiume e le organizzazioni degli esuli fiumani. Nel mese di ottobre a Roma nella Sala Conferenze dell’Istituto
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Santa Maria in Aquiro al Senato della Repubblica la Società di Studi fiumani ha partecipato con Amleto Ballarini e Marino Micich all’iniziativa promossa dall’Ambasciata di Croazia a Roma e dal Museo Civico di Fiume-Rijeka dal titolo “Drenig: rapporti culturali italo-croati” una mostra che è stata presentata un paio di anni prima al Museo civico di Fiume-Rijeka e poi a Trieste. Molto applauditi gli interventi degli altri relatori: Ervin Dubrović, curatore della mostra, l’ambasciatore Damir Grubiša promotore dell’evento e dal senatore Aldo Di Biagio che ha moderato il convegno. A novembre una delegazione della Società di Studi fiumani composta da Amleto Ballarini, Giovanni Stelli, Marino Micich, Franco Papetti e Laura Chiarappa ha partecipato alle solenni celebrazioni del 70° anniversario di costituzione della Comunità degli italiani di Fiume dietro invito della presidente Orietta Marot, che ha voluto anche inserire nel programma un saluto di Amleto Ballarini. Una giornata molto significativa e memorabile per tutti i fiumani celebrata alla presenza delle massime autorità governative della Croazia, della minoranza italiana (U.I.) e consolari italiane. La pubblicazione regolare di due numeri semestrali della rivista di studi adriatici “Fiume” e l’apertura annuale al pubblico dei ricercatori e dei visitatori dell’ Archivio Museo storico di Fiume completa questa breve rassegna sulle attività del sodalizio fiumano con sede a Roma nel 2016 . Bisogna anche aggiungere che la Società di Studi fiumani insieme all’ANVGD comitato di Roma gestisce con assunzione di altri oneri, la “Casa del Ricordo”, un prestigioso immobile al centro di Roma, concesso dal Comune per rafforzare le iniziative culturali volte al ricordo delle genti giuliane e dalmate e del loro Esodo.
Iniziative svolte e in programmazione nel 2017. Sviluppi della collaborazione con la Comunità degli Italiani di Fiume. I patrocini del Ministro dei Beni Culturali on. Franceschini. Il dono di un pezzo originale dell’aquila bicipite al Sindaco Obersnel. Il nuovo presidente Giovanni Stelli Come nel 2016 anche il 2017 si è aperto all’insegna di altre numerose iniziative promosse dalla Società di Studi fiumani che hanno riscosso grande interesse sia in Italia che a Fiume. Il 18 gennaio la Società di Studi fiumani ha organizzato la presentazione del libro sullo sport fiumano di Abdon Pamich e Roberto Roberti dal titolo “La Grande avventura dello sport fiumano”, edizioni Aracne. L’evento è stato organizzato nella sede centrale del CONI al Foro italico, alla presenza del presidente del CONI Giovanni Malagò. Gli interventi di Ballarini, di Pamich e di Vanni Loriga sono stati moderati da Marino Micich e Francesco Squarcia che ha voluto dedicare un paio di brani musicali al qualificato pubblico intervenuto. Erano presenti anche due grandi sportivi amici di Pamich: il tennista
Nicola Pietrangeli che per lunghi anni fu campione d’Italia nel doppio con il fiumano Orlando Sirola e l’istriano campione mondiale di boxe Nino Benvenuti. Il 10 febbraio nell’ambito delle celebrazioni del Giorno del Ricordo Amleto Ballarini è intervenuto in Campidoglio con il prof. De Vergottini e la prof.ssa Donatella Schürzel presidente dell’ANVGD di Roma alla presenza del Sindaco Virginia Raggi per ricordare la tragedia delle foibe e dell’esodo da Fiume. Il 15 marzo alla Camera dei Deputati Ballarini e Micich sono intervenuti all’incontro organizzato dall’Università Popolare di Trieste con gli studenti delle scuole in lingua italiana dell’Istria e di Fiume, durante il quale hanno rivolto i loro saluti l’on. Ettore Rosato, il presidente dell’UPT Fabrizio Somma, Il min.pl. Francesco Saverio De Luigi, il presidente dell’U.I. Maurizio Tremul. In tale occasione Il prof. Giuseppe Parlato ha tenuto una lectio magistralis sul Trattato di Pace di Parigi del 1947 che sancì ufficialmente la cessione all’allora Federativa Jugoslava di gran parte della Venezia Giulia e di Zara in Dalmazia, territori in cui si verificò il grande
esodo di oltre 300.000 istriani, fiumani e dalmati verso la penisola italiana. Durante il Giorno del Ricordo la Società di Studi fiumani con il prof. Giovanni Stelli e il Consigliere Franco Papetti è stata, come del resto accade da molti anni, attivamente presente in Umbria, partecipando ad importanti manifestazioni tenutesi a Perugia, Assisi e a Città di Castello. Il 2 marzo c’è stata l’importante presentazione dello “Stradario di Fiume” di Massimo Superina, come ricordato in precedenza, a Roma. L’evento organizzato dalla Società di Studi fiumani in collaborazione con l’Accademia d’Ungheria diretta dal prof. Istvan Puskas ha ottenuto il patrocinio delle Ambasciate di Croazia e di Ungheria e del Ministro per i beni culturali italiano Dario Franceschini. L’iniziativa ha richiamato un numeroso pubblico, tra cui una folta rappresentanza di studenti del Liceo scientifico “Volterra ” di Ciampino. I lavori di presentazione sono stati salutati in apertura dal Sottosegretario del Ministero degli Esteri on. Benedetto Della Vedova e preceduti da un omaggio musicale di Francesco Squarcia alla viola. Molto interessanti le relazioni dell’Ambasciatore Grubiša del Ballarini, di Giovanni Stelli, di Mario Simonovich. In finale sono intervenuti la presidente della Comunità italiana di Fiume Orietta Marot, invitata dalla Società di Studi fiumani, e l’autore Massimo Superina residente a Pisa ma legato da vincolo paterno a Fiume e preci-
samente al rione di Cosala. A Roma, nella Chiesa di Santa Maria in Aquiro, il 4 maggio la Società di Studi fiumani ha fatto celebrare quest’anno la Messa per i caduti italiani a Castua alle quale hanno partecipato importanti autorità politiche: il vice Presidente del Senato Maurizio Gasparri, il Senatore Carlo Amedeo Giovanardi, il Senatore Aldo Di Biagio; per il Sindaco di Roma la dott.ssa Cristiana Paciocco, per il Ministro degli esteri il min. pl. Francesco Saverio De Luigi. Presente anche il Ministero della Difesa con Onorcaduti rappresentata dal Col. Maurizio Masi e la Comunità degli italiani rappresentata da Orietta Marot. Oltre centoventi persone presenti alla cerimonia religiosa con la quale si è inteso sensibilizzare le autorità croate e italiane a dare finalmente il via a una cristiana e dignitosa sepoltura alle vittime che giacciono senza segno distintivo nel bosco della Loza a un paio di chilometri da Castua. Il progetto culturale con le scuole che prevede seminari e conferenze sulle terre istriane, fiumane e dalmate ha coinvolto quest’anno circa 2.000 studenti di scuole di Roma e del Lazio ma anche dell’Umbria e della Lombardia. Molto seguito ha avuto anche la presentazione a Roma del libro di Giovanni Stelli “Storia di Fiume”, che è stata organizzata presso il Senato della Repubblica nella Sala dell’ Istituto Santa Maria in Aquiro. Gli inter-
venti dell’on. Luciano Violante, del prof. Giuseppe Parlato e del dr. Paolo Scandaletti sono stati moderati da Marino Micich, che in conclusione ha lasciato spazio a Stelli per puntualizzare alcuni aspetti topici della storia fiumana poco noti e spesso mistificati dalla storiografia croata. Infine anche quest’anno si sono svolte le iniziative a Fiume durante le festività in onore di San Vito a metà giugno, tra cui la tradizionale cerimonia di premiazione del Concorso letterario “San Vito” presso la Scuola Media Superiore italiana in cui Amleto Ballarini, dopo il passaggio della presidenza del sodalizio fiumano a Giovanni Stelli, è stato omaggiato dal preside della Scuola Michele Scalembra con una targa a nome della scuola per ringraziarlo di tanta attività svolta a favore dell’istituto. Giovanni Stelli ha avuto quindi l’occasione di tenere i primi discorsi ufficiali in qualità di presidente della Società di Studi fiumani alla scuola e in municipio. Alla Comunità italiana nella sede di Palazzo Modello è stato presentata la “Storia di Fiume” di Stelli con la partecipazione di Orietta Marot, Mario Simonovich, Ilaria Rocchi, Gianna Mazzieri-Sanković e Amleto Ballarini. Un’opera che colma finalmente un vuoto storiografico e che stimolerà futuri studi e conferenze su Fiume nel 2020, quando la città sarà Capitale della Cultura Europea.
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A Fiume come a casa • di Rita Mohoratz
Il calore della mia gente
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Vorrei raccontarvi la mia esperienza in questa bellissima città. Mi presento: mi chiamo Rita Mohoratz e sono figlia di due esuli (papà fiumano e mamma polesana). Abito a Genova, dove sono pure nata e, purtroppo, solo da alcuni anni ho avuto l’occasione di conoscere la famosa e tanto decantata “Perla del Carnaro” (decantata soprattutto dai nonni, da mio padre e da Laura Calci, che ho conosciuto e frequentato sin da piccola, insieme a mia sorella Elga, nel suo alberghetto di Genova-Nervi). Per anni ho tenuto dentro di me allo stato latente (senza rendermene conto) un autentico rifiuto a visitare Pola, Fiume, la zona “Istro-Veneta” in generale: la sola idea di mettere piede in Quelle Terre, sia per turismo, sia per pura curiosità - da molti conoscenti sentivo dire che
in Istria e nelle Isole si facevano vacanze da sogno - veniva nel mio inconscio decisamente respinta. Artefici, anche se del tutto involontari, di tale mio atteggiamento proprio i racconti dei miei genitori e, forse, in maggior misura, persino quelli dei nonni, che, immancabilmente, terminavano con un ” … ma xe inutile tambascar: gnanca Fiume xe più quela de ’na volta!”. Si è venuta così a creare, a poco a poco, nella mia mente, l’immagine di una “città idealizzata” che, comunque - proprio perché tale quindi inesistente - sarei stata destinata a non vedere e conoscere mai. L’impatto con Fiume (ma sarebbe ben più esatto dire “l’incontro con i fiumani patochi”) si è trasformato in un appuntamento d’amore a prima vista. Aver conosciuto i fiumani che frequentano la Comunità degli Italiani e, soprattutto, i giovani e giovanissimi, in parole povere la nostra mularia (che ho sempre sentita nominare da mio zio, Padre Sergio Katunarich, seguita dagli aggettivi ’qualificativi’ ludra e sporca de pitura) mi ha fatto sentire “a casa” tanto più trovandomi completamente a mio agio negli ambienti dello splendido, ben tenuto, decoroso e decorato “Palazzo Modello”. Ciò che va sempre tenuto presente è che le seconde e terze generazioni di esuli, sono, spesso, come “pesci fuor d’acqua”. Io, pur essendo nata a Genova, non mi sono mai sentita totalmente integrata, ma, quasi, come una sorta di “ospite” (come, d’altronde, a maggior ragione, deve essere stato per i miei genitori): ciò, anche, a causa del fatto che a casa si parlava esclusivamente il nostro dialetto e, fuori, … veniva notato l’accento decisamente diver-
so, dunque “strano”. Diciamo, poi, che il popolo ligure (a causa, forse, delle numerose invasioni del passato) non è molto espansivo, tendenzialmente diffidente … perlomeno fino a quando, dopo averti pesato in lungo e in largo, non ti accetta nella sua cerchia. Il cognome non certo originario dalla Toscana, ha influito ulteriormente in maniera negativa …. come pure il gran bisogno degli Esuli anziani di portare avanti “il grido di sofferenza” (ignorato se non addirittura soffocato nel silenzio): tutto ciò mi ha pesantemente contraddistinta nella bella Liguria, che amo tanto ed a cui sono assai riconoscente per aver accolto me, i miei genitori ed i miei nonni. A Fiume ho ritrovato il “calore della mia gente”, persone pronte a sorridere, allegre (nonostante i tempi cupi del passato ed i seri problemi attuali) con una voglia di “italianità” straordinaria, pur mantenendo un equilibrato, sano rapporto con la maggioranza croata. Purtroppo per molti esuli non è stato - e per taluni non è tuttora - così: posso comprenderli se hanno ancora del risentimento, tanto che ricordo molto bene l’avversione della nonna Jolanda (da tutti conosciuta come “Jole”) verso la “Jugo” e, con il tempo - ribadisco inconsciamente - l’avevo fatto anche un po’ mio. Sono rimasta invece stupita nel visitare città come Fiume, Pola, Rovigno, Dignano, Parenzo, Montona: TUTTE STUPENDE nella loro tipicità e diversità! Soprattutto di come la gente (specialmente nei paesini) voglia ricordare le proprie origini ed abbia visibilmente piacere di scambiare “quatro ciacole” in italiano o, ancor meglio, in dialetto. Tutti posti ricchi di storia i cui
abitanti ci tengono a far emergere - faticosamente, lentamente, ma di certo costantemente - sia dai racconti, sia dagli scritti dei residenti, anche di quanto a lungo ed a prezzo di quali non indifferenti fatiche, si sia dovuto lottare per mantenere il più possibile integre le proprie tradizioni e la lingua madre. A Fiume, le persone che ho conosciuto, sono state sempre cordiali, aperte, si sono rese oltremodo disponibili, accompagnandomi e facendomi scoprire, a poco a poco, la città, con le sue chiese, le sue piazze e piazzette, i monumenti, gli edifici antichi, i suoi palazzi, gli “scorci” panoramici, la bellezza del Golfo, la Diga Cagni … senza dimenticare i ristoranti, le mitiche gelaterie ed i caffè del Corso, che ho esplorato ad uno ad uno. Sono rimasta così ’colpita’ che il mio entusiasmo mi ha portato ad avvicinarmi persino alla lingua croata, cercando d’imparare alcune parole fondamentali e constatando con meravigliata soddisfazione che non trovo grandi difficoltà nell’apprendimento … a differenza di mio padre che dimentica le parole dopo qualche ora … ma, come lui stesso ammette: “Son un caso disperado. Se penso che mi in tuta la vita no go mai pronunziado ’na sola parola de inglese o de franzese! Conosso ’bastanza ben solo el todesco … per quel che ogi, qua a Fiume, el pol servir. In Dalmazia e intele Isole xe tuto ’n’altro par de manighe: la i lo conosse e i lo parla anca molto ben!”. Tornando a bomba … temo fortemente che, per questa mia decisione di apprendere il croato, i miei nonni si staranno ribaltando nella loro tomba, ma, in cuor mio, so di aver fatto la cosa giusta e mi sento incoraggiata a proseguire anche sorretta dalla compiaciuta approvazione paterna. Ogni volta che torno è una vera vacanza gioiosa: posso incontrarmi con i miei nuovi amici che sono come lontani parenti di famiglia per lungo tempo rimasti sco-
nosciuti e finalmente ritrovati. Non conta nemmeno l’età, anche se la mia posizione di mezzo mi agevola, perché non sono troppo vecchia per i giovani e non sono nemmeno troppo giovane per i vecchi: la caratteristica è proprio la voglia di vivere e di fare, insieme ad altri, progetti vari, con il rammarico di riuscire a concretizzare troppo poco e di non poter recuperare mai più il tempo
passato irrimediabilmente perduto. La cosa bella dei giovani è la loro forza nell’andare avanti, mantenendo un’apertura mentale, perché rimanere prigionieri dei propri sentimenti dei propri dolorosi ricordi e, ahimè, dei risentimenti non permette di andare da alcuna parte e, oltre al resto, logora inutilmente chi ne è schiavo. Questo non significa che si possa cancellare tutto ciò che è accaduto nel passato con un semplice, indolore colpo di spugna, o che si debba passare sopra a sofferenze, disagi, vessazioni o quant’altro avvenuto, perché il popolo Fiumano Istriano Dalmata ha una sua dignità da far rispettare e da difendere, dignità che deve essere fatta propria, tramandata e portata avanti soprattutto dai giovani. La Comunità è la necessaria, direi quasi indispensabile fucina di questi giovani fiumani, che hanno l’onere e l’onore di tenere vive le tradizioni e, in particolare, il dialetto (perché il “vernacolo” è una delle caratteristiche identificative di un popolo con il quale continuare a comunicare con i propri concittadini - come per il passato - mantenendolo, per quanto possibile, fresco e incorrotto anche nel futuro). Da parte mia, sto continuando il lavoro iniziato dai miei genitori, coinvolgendo i miei figli e pure il nipote, che ha già conosciuto Fiume l’anno scorso e ha assaggiato l’acqua del Quarnaro. Aveva solo un anno e mezzo, ma, dopo aver constatato che non si trattava di sciroppo, ma di acqua alquanto salata e manifestato il suo disdegnoso disinteresse, ha continuato beatamente a sguazzare nell’acqua bassa e, inevitabilmente a bere abbondantemente senza eccessive preoccupazioni. E’ vero che ne ha bevuta proprio tanta, ma gli addetti al monitoraggio dello stato di salute del Quarnaro, non nutrono dubbi in proposito: il livello del nostro mare non ha avuto apprezzabili variazioni. Almeno di questo possiamo stare tranquilli!
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Sposati da 58 anni: Mario e Clara Stalzer, una coppia inossidabile • di G. Miksa
Tornare è come ringiovanire
Foto: G. M.
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Mario e Clara Stalzer sono sposati dal 1959. Come tante coppie fiumane hanno dedicato l’intera esistenza alla famiglia affrontando momenti drammatici, specie nel corso del Secondo conflitto bellico, ma anche subito dopo con l’esodo forzato della popolazione italiana dalla città. Mario è nato a Fiume nel 1924, mentre sua moglie, Clara Rubichi, classe 1930, è fiumana d’adozione. È, infatti, arrivata nella città quarnerina a soli tre anni, dopo che il padre trovò impiego nella Ferrovia statale. Si considerano fortunati e felici, soprattutto per aver condiviso tanto tempo insieme. Nonostante l’età e gli acciacchi, sono venuti da Padova, dove vivono, per il concer-
to di Ognissanti, offerto tradizionalmente dal violista connazionale Francesco Squarcia e dal pianista e fisarmonicista Aleksandar Valenčić. Nell’occasione, la presidente della CI, Orietta Marot, ha donato a Mario Stalzer, una ceramica realizzata dalla Sezione arti figurative “Romolo Venucci”, per la sua pluridecennale attività volta al riallacciamento dei rapporti con i connazionali e concittadini rimasti. In esilio, Stalzer ha svolto attività impiegatizia e nell’ambito dell’associazionismo degli esuli ha ricoperto - e tuttora ricopre, sin dal 1991 - la carica di Segretario generale del Libero Comune di Fiume in esilio. E’ stato insignito del Cavalierato della Repubblica italiana nel giugno del 2013. Ha svolto, inoltre, un importante ruolo di “ricerca sul campo”
per recuperare preziose testimonianze, ma anche per localizzare la posizione delle foibe nell’area quarnerina. Grazie alle sue indagini è stata scoperta la fossa nei pressi di Castua, dove le spoglie del senatore Riccardo Gigante, assieme a quelle di altri militari italiani, erano state sepolte dopo essere stati uccisi. Il frutto del lavoro dello Stalzer è quindi divenuto pubblico grazie alle edizioni della Società degli Studi fiumani di Roma. In occasione del concerto/ricevimento alla Comunità, abbiamo incontrato i coniugi Stalzer.
Un fidanzamento segreto “Ci siamo fidanzati di nascosto, quando io avevo 15 anni. Mario ne aveva 21”, esordisce la signora Clara, e prosegue, “però prima di
convalidare la nostra unione sono passati ben 15 anni. Infatti, Mario diciottenne fece il servizio di leva, e successivamente, con il ribaltone del settembre ’43, fu fatto prigioniero, passando il resto degli anni di guerra nei campi di concentramento tedeschi”.
Due anni nei campi di concentramento nazisti “Fui catturato a Trieste e trasferito subito nella Germania nazista dice il 92.enne Mario Stalzer -. Passai i due anni da prigioniero militare, in vari lager nazisti, dalla Lituania alla Polonia, dove fui trattenuto fino al 1945, quando venni liberato dagli Alleati. Compì i miei 19 anni in prigionia. Terminata la II Guerra mondiale, l’unico desiderio che avevo, era quello di ritornare a casa, a Fiume, e riabbracciare la famiglia che non vedevo dall’inizio del conflitto. Mi dissero, invece, che oltre a essere distrutta, la città non era più italiana, e quindi il ritorno non era un’eventualità da prendere in considerazione. Grazie alla Croce Rossa venni a scoprire che i miei avevano abbandonato la città quarnerina e si erano sistemati al Campo profughi di Brescia, dove potei finalmente ricongiungermi a loro. Durante l’in-
tero periodo della guerra i miei non avevano avuto alcuna notizia di me. Fu, quindi, grande stupore misto a tanta gioia quando potemmo riabbracciarci. I miei, inoltre, avevano perso tutto. Gli immobili, come la casa e l’esercizio della cartolibreria, furono confiscati dalle nuove autorità jugoslave. Alla famiglia, una volta scelta la via dell’esodo, non fu permesso di portare via neanche le masserizie. Giunsero al campo profughi che non possedevano assolutamente nulla”. “Ci siamo ritrovati al campo profughi - interviene la signora Clara -, però mio padre era contrario e per sposarci dovemmo aspettare fino al 1959. Nel 2009 il Sindaco del Comune di Padova ha organizzato per noi una cerimonia in cui abbiamo festeggiato i 50 anni di matrimonio. Nel 2017 abbiamo segnato, invece, la soglia dei 58 anni passati insieme come coniugi”.
Il processo “A Fiume la mia famiglia abitava in Braida - prosegue Mario Stalzer -. Mio padre, Francesco, possedeva una cartolibreria in via Parini, in cui vendeva articoli non solamente di cancelleria e libri, ma anche tante altre cose. Ideologicamente era del
Partito Popolare e venne processato dalle autorità jugoslave dopo la conquista di Fiume per aver tramato contro il regime insieme a Mario Dassovich, Oscar Pukinje, Guerrino Minuttti nei primi di agosto 1946. L’accusa era di aver destinato delle bottigliette d’inchiostro per manifesti in cui veniva espressa attività sovversiva contro il regime jugoslavo. Al processo fu condannato a due anni o a una pena pecuniaria di 80mila lire. Per pagarla dovette cedere la cartolibreria alle nuove autorità e solo poi gli permisero di andarsene. Fu così che la famiglia lasciò definitivamente Fiume”.
Il ritorno a Fiume “Ho lavorato come caposcalo al Porto Marghera di Venezia fino al 1982, quando ho concluso il mio rapporto di lavoro andando in pensione. Ritornai a rivedere Fiume per la prima volta dall’inizio della guerra, solamente nel 1974. Fu un’esperienza emozionante. Sia io che Clara non stavamo nella pelle. Rivedere Fiume era una catarsi. Ci passava ogni dolore. Ci pareva di ringiovanire”.
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Il mare che unisce: scatti da Trieste e Fiume • di Rosanna Turcinovich Giuricin
Omaggio agli uomini che hanno reso grande un mondo L’Adriatico nelle carte geografiche e nelle foto esposte al Museo della Civiltà Istriana di via Torino L’avevano prorogata fino al 26 novembre, ben un mese dopo la data prevista inizialmente, la mostra “MARE. Dalla libera navigazione e dai porti franchi, all’attività portuale e di mare in Venezia Giulia e Dalmazia. Immagini 1700-1900”, al pianoterra del Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di via Torino a Trieste, una tappa del grande ciclo che l’IRCI dedica al mare nostrum. A determinarne la decisione, il successo registrato dall’esposizione, con un via vai di visitatori, intenso soprattutto in occasione della Barcolana del cui percorso fece parte siglando la collaborazione con l’organizzazione della regata velica della seconda settimana di ottobre. Sinergie importanti che chi vive sulla riva di un mare che per seco-
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li è stato lo spazio dello scambio e delle contaminazioni, dell’osmosi di civiltà e cultura e tanto altro. Non a caso, uno dei percorsi dell’esposizione, è stato dedicato al lavoro che, insieme alle pagine di storia dell’Adriatico, è il più documentato attraverso una ricerca di mestieri e delle scelte politico-economico di un mondo fatto di cantieristica prima e grandi industrie dopo, da Venezia e fino a Cattaro e all’Albania. E’ quanto si poteva cogliere dalle due ampie sale sui movimenti di merce nei porti, a Fiume in particolare, riportato anche nel ricco catalogo che propone scritti sulla storia, la letteratura, i documenti quali antiche mappe geografiche o editti ed infine la fotografia che attraverso gli scatti riesce a fermare momenti di vita vissuta nei porti, sulle rive delle grandi città, rubata alle storie
familiari. Da un lato la documentazione che parte dal 1400 per arrivare ai settecenteschi porti franchi di Fiume e Trieste, voluti dall’Impero austro-ungarico e alle sfide novecentesche. Realizzata a cura di Piero Delbello, con un’ampia introduzione del Presidente Franco Degrassi, ha registrato grande interesse sin dal giorno della sua inaugurazione. L’esposizione è stata un momento di verifica del rapporto della città con l’IRCI, molti risultano i prestiti da collezioni private, dalla stampa più antica riguardante Parenzo alle foto dei capitani dagli album di famiglia che rivelano lo slancio dei collaboratori verso tutto ciò che contribuisce a raccontare un mondo antico, ancora pieno di incredibile fascino che permette di ricostruire storie minime. Il presidente Degrassi, in varie occasione ha avuto modo di spiegare le motivazioni storiche della mostra stessa, che prendono l’avvio dall’analisi di ciò che fu Venezia per tutta la costa adriatica. Si perde spesso di vista il ruolo che questa ebbe nell’assicurare il passaggio delle merci che avevano nella laguna il loro ultimo e principale rife-
rimento e punto d’approdo: stoffe e spezie, reliquie e pietre preziose ma anche scritture e conoscenza. Fu proprio dalla crisi di un sistema collaudato per secoli, che nacque la “libera navigazione” di stampo moderno, accompagnata dalla realizzazione di un progetto sistematico di regolazione della segnaletica marittima, composto di fari e boe che cambiarono il sistema di navigazione su questi mari. Ma non soltanto, da Venezia, a raggiera sorsero moderni cantieri navali, non più sottoposti all’Arsenale. L’evoluzione era ormai una realtà anche se ci sarebbero voluti due secoli per il consolidamento delle politiche sfociate poi, purtroppo, nella Prima guerra mondiale. Ma lo sviluppo era ormai una realtà e nulla l’avrebbe ostacolato. Una mostra importante anche per l’esperto, il collezionista, l’appassionato di cose adriatiche o per chi poco o niente conosce della vicenda di queste terre.
Oltre a documenti, mappe e fotografie, a completare la mostra ci sono anche oggetti vari di particolare interesse, riferimenti alla pittura ed alla cartellonistica. Da vedere, con calma e il piacere della scoperta. Senza dimenticare che due piani sopra, si sviluppa la mostra permanente sull’esodo che è una vera chicca, un percorso denso d’interesse ed emozione sulla storia di un popolo e sui suoi percorsi. Superando il tempo e lo spazio, la mostra ha esaltato la bellezza, di alcune delle immagini scattate 110 anni fa nel capoluogo quarnerino, sulle sue rive, ai piedi dei suoi splendidi palazzi da Francesco Penco, fotografo triestino. La curiosità dell’artista aveva suggellato pennellate di vera poesia colta nel movimento lento del mare, di un passaggio, di una trama di funi e reti che parlano di tempi andati, ma anche di riacquisizione di un’identità; recuperate da Claudio Ernè, giornalista del quotidiano triestino “Il Piccolo”, che si occupa da sempre an-
che di fotografia, sono state esposte a Trieste e a Fiume e riproposte in questa mostra per cercare un contesto mirato, la vita sulle rive delle suddette due città nell’epoca del grande sviluppo dell’attività portuale. Le capacità compositive dell’autore, l’assoluta qualità dell’obiettivo e lo sviluppo accurato nella camera oscura, permettono oggi di cogliere una quantità enorme di informazioni. Sono perfettamente leggibili i nomi delle navi all’ormeggio, quanto è stampato su minuscole insegne pubblicitarie affisse alle facciate dei palazzi, l’esterno dello studio di uno dei più importanti e noti fotografi fiumani: Ilario Carposio. Vaporetti, piroscafi, velieri, yacht, maone, trabaccoli entrano nelle sue immagini, così come vagoni ferroviari, cavalli da tiro, casse di legno e tanti volti che, nella scelta del curatore, diventano un momento di riflessione per chi guarda e magari riconosce un tratto, una caratteristica del proprio volto, un sintomo di appartenenza.
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Alberghi fiumani • di Kristina Blecich
Nel 1914 erano venti. Oggi sono quattro... “Alberghi fiumani di ieri e di oggi”. S’intitolava così la mostra e la conferenza tenutesi di recente nella Galleria Principij in Cittavecchia. Nato da un’idea di Ingrid Jerković e Borislav Božić, basata sul volume “Riječka gostoljubivost” (L’ospitalità fiumana) dello storico dell’arte Igor Žic, il progetto, realizzato in collaborazione con la Plava laguna, è stato presentato dallo stesso Žic.
a farne un centro di attrazione per le popolazioni che la circondavano. Esse, per ragioni di lavoro e migliori condizioni di vita si trasferivano in città. Se le attività commerciali di Fiume e la speranza di un benessere alettavano gli slavi a stabilirvisi, lo stesso si può dire per gli abitanti del litorale adriatico italiano da Venezia alle Marche (Marca d’Ancona) da dove molti mercanti trapiantarono
e in “terra”. La vecchia Fiume s’era sviluppata in altezza e le case accalcate si affacciavano sulle anguste stradicciole dette venezianamente ’calli’. Il popolo si dedicava alla navigazione, alla pesca, al piccolo commercio, all’artigianato o lavorava nelle industrie; nel ceto borghese si contavano molti armatori, capitani di lungo corso, industriali, professionisti e commercianti.
a Fiume la loro base per acquistare le merci che affluivano dalla Croazia, dalla Carniola. Questi, prima o poi acquistavano la cittadinanza fiumana. La “zitavecia” circondata da una cerchia di case e palazzi moderni, come prima dalle mura, corrisponde alla città medievale e romana, ed alla forma del castro da cui si era trasformata in “civitas”
Il 12 settembre 1919 (notte di Ronchi) la città di Fiume fu occupata da ’volontari italiani’ con alla testa Gabriele D’Annunzio, il quale dopo un anno proclamò la Reggenza del Carnaro. Col Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) fu creato lo Stato libero di Fiume, che però non riuscì a costituirsi formalmente. L’accordo di Roma fra l’Italia e la
Fiume, città con un passato travagliato
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Incuneata in uno splendido golfo racchiuso da una chiostra di isole, quasi a baluardo da incursioni nemiche, posta a cavallo tra oriente e occidente, apertura ideale sull’Adriatico per l’entroterra continentale, Fiume, fin dai primordi, attirò le genti più svariate: levantini, mitteleuropei, slavi del sud, Friulani e Veneti. Erano tutti spinti dal desiderio di dedicarsi al commercio, alla marineria, ai traffici di ogni genere, che la sua posizione ideale favoriva. Fiume ha una storia molto lunga e in questa sede cercheremo di tracciare in breve i fatti che l’hanno resa unica. Dopo l’anno Mille, ai piedi dell’antica città, sorse la Terra Sancti Viti ad flumen (Terra di San Vito al Fiume), l’odierna Fiume. La città è bagnata dall’Eneo (o Fiumara), così chiamato per contrapporlo al croato Rječina, il corso d’acqua che fino al 1945 divideva Fiume dalla Jugoslavia e dalla città di Sušak, sorta sulla riva orientale nel 1800. La felice posizione geografica di Fiume contribuì in modo prevalente al suo sviluppo economico e
Jugoslavia la dichiarò annessa all’Italia.
Nel 1914 venti alberghi In quel periodo la presenza degli alberghi nel capoluogo quarnerino erano il riflesso della sua potenza e grandiosità. Decenni addietro, nella metà del XIX secolo, a Fiume erano attivi alberghi minori. Nel 1874, venne costruito il nuovo “Europa”, cui ha fatto seguito l’Hotel della Ville (nei pressi della stazione ferroviaria). Negli anni Venti e Trenta la città di Fiume disponeva di otto sale cinematografiche; a Fiume entrò in funzione il tram elettrico ben prima di Zagabria (undici anni), il Teatro fiumano venne costruito dieci anni prima rispetto a quello di Zagabria. Il Teatro Fenice, fatto in cemento armato, disponeva di 1.350 posti a sedere; Fiume era collegata a New York mediante la linea navale diretta. Fiume, quale centro europeo, raggiunse l’apice nel 1914, anno in cui disponeva del massimo numero di alberghi ovvero venti.
Da Mlacca fino a Pećine Basti nominare l’“Albergo popolare” (in Cittavecchia, dinanzi alla chiesa di San Vito), il “Quarnero”
(nella località dei grandi magazzini Ri) e “Alla Città di Milano” (Piazza di Santa Barbara), finiti completamente nel dimenticatoio, per capire il grado di magnificenza della città che stiamo descrivendo. L’albergo “Royal” (oggi sede della Regione Litoraneo-montana), dominava il Corso, il “Bonavia” era localizzato in un edificio di dimensioni minori rispetto a quello odierno. Gli alberghi “Deak” (l’odierno edificio che ospita la Casa del sindacato ’Franjo Belulović’), “Bristol” e “Hungaria” (il progetto di una parte dell’edificio è a firma di Emilio Ambrosini) si susseguivano nelle vicinanze della stazione ferroviaria. Il “Lloyd” e l’ “Europa” occupavano gli spazi centralissimi della città. Il maggiore albergo era sicuramente quello degli “Emigranti”, situato in via dell’Industria, a Mlacca. L’albergo, dalla lunghezza di 160 metri, disponeva di 1.500 letti. C’erano poi gli alberghi “Adria” (nell’odierna via della Città di Spalato), gestito negli anni 1914 e 1942 da Tranquillo Negri, e “Alla Marina Mercantile” (in Corso). Diversi, quelli nella parte orientale della città: uno dei migliori alberghi europei all’epoca era il
“Continental”. Non vanno dimenticati “Sušak” e “Klotilda”, a Pećine. Costruito in tecnica supermoderna, nel 1914 è stato inaugurato l’albergo “Jadran”.
Sviluppo delle industrie Negli anni Cinquanta la città di Fiume iniziò a svilupparsi rapidamente in diversi ambiti. Dopo la ricostruzione, Fiume divenne il porto principale della Jugoslavia. Lo sviluppo industriale coinvolse le tradizionali attività fiumane: costruzioni navali, cartiere, raffinerie, produzione di dispositivi e motori navali, impianti tessili, centrali idroelettriche e termoelettriche. La crescita delle compagnie navali e la costruzione di strade verso Zagabria, Lubiana, Trieste, Pola e Zara, oltre alla ferrovia, assicurarono a Fiume un rapido sviluppo nel settore terziario. Con la crescita sociale ed economica aumentò anche il numero degli abitanti. Ma sparirono gli alberghi. Oggi, Fiume ne conta soltanto quattro. Il nostro auspicio è che il capoluogo quarnerino aumenti la propria offerta ricettiva entro il 2020, anno che la vedrà Capitale europea della Cultura.
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“Fiumane belle”, l’ultima sezione nata della CI• di Rosi Gasparini
Il piacere di stare insieme
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Si sono date il nome di “Fiumane belle”, e costituiscono l’ultima sezione registratasi in seno alla Comunità degli Italiani di Fiume. Il fine prefisso non ha niente di pretenzioso; è piuttosto una simpatica forma di incontri settimanali tra donne col solo intento di socializzare, di rinverdire ricordi, tradizioni e usi, di mantenere contatti con chi è ormai costretto a rimanere tra le quattro mura di casa. L’appuntamento è al mercoledì; ad ogni incontro si va alla riscoperta dei tanti piccoli e grandi avvenimenti quotidiani che ruotano intorno al mondo minoritario. La sezione “Fiumane belle” è nata in omaggio a Giulia Šantić, l’instancabile attivista della CI che all’associazionismo fiumano ha dedicato
gran parte del suo tempo libero profondendo allegria a piene mani. Alla sua scomparsa, l’idea di fondo che Giulia non era riuscita a perfezionare, è stata raccolta da Bruna Bernes e Aurelia Klausberger che hanno dato vita ai pomeriggi settimanali per il piacere di stare insieme, di “ciacolare” tra donne, di scambiarsi esperienze e, occasionalmente, di cantare le canzoni
fiumane. D’inverno gli incontri avvengono a Palazzo Modello, d’estate quest’anno si è optato per la terrazza dell’ex stazione radio a Cosala. Sarebbe riduttivo credere che i pomeriggi del mercoledì si esauriscano in sole “ciacole”; l’orizzonte degli interessi delle “Fiumane belle” si è allargato alla partecipazione a gite, passeggiate conoscitive dei dintorni, rimembranze sulla storia di Fiume, mostre e pranzi conviviali conditi da tanta allegria e grandi “cantate”. Fatto importantissimo, che va senz’altro sottolineato, è l’attaccamento di questo nutrito numero di attiviste agli avvenimenti che si svolgono presso la Comunità degli Italiani; costituiscono infatti una fascia non indifferente delle presenze puntuali a ogni manifestazione a Palazzo Modello.
"La Maria”, tra tombola e carte
Nada Mataija, chiamata Maria, tra le “fiumane belle” (o anche “fiumanine”, come ci è stato detto, quale seconda denominazione) è quella che vanta lo status più lungo, in qualità di attivista del Sodalizio. Vi mise piede negli anni Cinquanta; tutt’ora lo tiene la... Per un periodo si occupò pure della cucina, non era ancora l’epoca della cucina quasi ristorante, con Argeo e la mamma della nostra Rita Pavone, la Mariucci, tuttavia riusciva ad accontentare la clientela. Eh sì, una volta, ai tempi del “Circolo” c’era una cucina che, insieme al bar, lavorava a tutto spiano. D’altronde, aveva per chi farlo, poiché non c’era spazio del secondo piano di Palazzo Modello che non fosse occupato da gente dai quindici ai novant’anni: chi giocava
a biliardo e chi a tennistavolo, chi a “calcio balilla” e chi a scacchi e dama. E chi, infine, a carte... E proprio a carte, Maria era ed è rimasta una forte giocatrice, prendendo parte, e vincendo non poche volte ai tornei sociali e intercomunitari. Ed era anche brava al gioco delle bocce. In parecchi soci ci hanno raccontato che spesso metteva in riga anche gli avversari con i pantaloni. “Secondo me, la lasciavate vincere per spirito
di cavalleria”, dissi ad uno degli interlocutori. “Macché cavalleria e cavalleria - fu la risposta - tante volte avrebbe dovuto lei fare “il cavaliere”, per quanto era forte”... Ma Maria è nota soprattutto per il suo apporto dato alla promozione del gioco della tombola. Inizialmente, le giocate si tenevano negli spazi della ex Radio Fiume Cosala, di fianco al Camposanto. La partecipazione delle connazionali non era altissima rispetto alle amiche e conoscenti della maggioranza, quanto bastava però per dare fastidio a qualche sedicente “drugarica” sentirle esprimersi in fiumano. Al che, Maria ebbe la splendida idea di prendere “baracca e burattini” e, con l’assenso di Ettore Mazzieri che all’epoca era uno dei dirigenti del Circolo, approdare in sede e organizzarvi le tombole; ogni lunedì. E’ ovvio, al di là del piacere di passare un’oretta tra numeri e cartelle, le giocate sono sempre state un pretesto per stare insieme, per non perdersi di vista, anche per conoscersi meglio. S.D.
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70º anniversario della ricostituzione della Comunità ebraica a Fiume • di Helena Labus Bačić
Le Giornate del patrimonio ebraico Ospite d’onore, Tobia Ravà
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Gli ebrei sono presenti in questi territori da più di cinque secoli, ma si sono organizzati ufficialmente a Fiume nel 1781. Nel 1947, anno in cui venne consolidata la pace in seguito alla Seconda guerra mondiale, in via Ivan Filipović si ricostituì la Comunità ebraica. Le Giornate del patrimonio ebraico sono state, pertanto, un’occasione per affermare l’importante ruolo della Comunità ebraica nel tessuto cittadino. L’evento centrale della manifestazione, svoltasi in collaborazione con PaRDeS, Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea, e con il patrocinio e il supporto finanziario della Città di Fiume, della Regione litoraneo-montana, dei Consigli della minoranza nazionale italiana della Regione e della Città e della Società “Dante Alighieri”, è stata la mostra di Tobia Ravà, intitolata
“Da’at - I numeri della creazione”, curata da Rina Brumini e Maria Luisa Trevisan. Tobia Ravà si occupa di cultura mistica ebraica (kabbalah e ghematrià), logica matematica e arte contemporanea. È autore della “Congettura di Ravà”, una congettura matematica dimostrata e accolta, sui numeri teosofici della sequenza di Fibonacci, e cofondatore, con Maria Luisa Trevisan, di PaRDeS, Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea. Il percorso espositivo era composto da una quarantina di opere tra quadri e sculture ispirati alla mistica ebraica che sono al centro dell’interesse filosofico, matematico e artistico di Ravà, il quale ne esplora da decenni il significato simbolico. L’autore crea paesaggi e ritratti utilizzando i numeri. Infatti, la kabbalah è un metodo di inter-
pretazione del testo biblico ebraico, sviluppato in Europa tra il XII e il XVII secolo, mentre la ghematrià è una parte della kabbalah che analizza i valori numerici di ogni parola. L’alfabeto ebraico è composto da 22 lettere. Ciascuna lettera ha un corrispettivo numerico e ogni numero ha un riferimento anche oggettuale. Ad esempio, in ebraico, la parola “padre” si dice “av” e ha il valore numerico 3. “Madre” si dice “em” e ha un valore numerico 41. La loro somma dà 44, che è il valore della parola che significa “bambino”. Attraverso il percorso di riduzione teosofica delle lettere, Ravà ha fatto una scoperta matematica nel 2002, chiamata appunto ’congettura di Ravà’, secondo la quale le radici digitali in base 10 (numeri teosofici) della sequenza di Fibonacci sono una sequenza periodica con periodo 24. “Il canone biblico ebraico è in 24 volumi, mentre il nome di Davide, quando è ancora pastore (si scrive ’DVD’ nel testo biblico) vale 14. Quando diventa re DAVID, il suo nome acquista il valore di 24, che corrisponde alla completezza della maturità”, spiega Ravà. “Questi lavori scaturiscono da un percorso di studi. Nello specifico, sono laureato in semiotica all’Università di Bologna, per cui mi sono avvicinato all’arte in maniera diversa da come operavo prima di questi studi. Per questo motivo ero più attento ai diversi livelli di lettura e di significato. Attraverso un percorso di studi legato alla
cultura ebraica, che ho ripreso dal 1997, specificatamente nella mistica ebraica - la kabbalah e la ghematrià - ho voluto costruire questi lavori in modo che abbiano diversi piani di lettura: uno diretto, legato all’immagine, che può essere una farfalla, un pesce o un albero, quello testuale, in quanto si tratta di parole tratte dal testo biblico, per cui utilizzo parole ebraiche molto note e specifiche, mentre il terzo piano di lettura è quello numerico, derivato dal fatto che ogni lettera ebraica è anche un numero, per cui ogni parola ha un valore numerico. La mia ricerca è costruita con parole che hanno lo stesso valore numerico e che sono un po’ la spiegazione l’una dell’altra. Non è necessario conoscere l’ebraico o la matematica che sottende l’opera, l’importante è che l’immagine dia una vibrazione che intervenga in rapporto al fruitore dandogli una scossa, qualcosa che lo porti a ragionare in una maniera diversa”. Ravà spiega che “ogni testo biblico è polisemico, il che vuol dire che può avere diverse traduzioni. Ciò che la kabbalah ci insegna è che la verità non ci è data, bensì dobbiamo scavarla, scoprirla”. Stando a Maria Luisa Trevisan, curatrice dell’allestimento assieme a Rina Brumini, l’opus di Ravà annovera tre componenti principali:
la componente ebraica, quella mitteleuropea e quella veneziana. Per quanto riguarda la componente ebraica, la storia familiare di Ravà è stata segnata, come è stato il caso di tante famiglie ebraiche in Germania negli anni Trenta del XX secolo in Europa, dalle tragiche conseguenze delle leggi razziali. Quattro bisnonni di Ravà finirono nei campi di concentramento Theresienstadt e Auschwitz. La famiglia fuggì dalla Germania e si stabilì a Venezia. “Nei primi tempi in cui si avvicina all’arte, Tobia è un grafico e dimostra un particolare amore per la linea, che si sviluppa in maniera molto con-
A lezione di Ghematrià Il matroneo della sinagoga ha ospitato la mostra di Tobia Ravà. Tra le opere, Ravà si è prestato a condurre gli ospiti attraverso i vari piani di lettura sui quali si articola la sua produzione artistica. Con paziente analisi ha svelato i valori numerici delle lettere rappresentate e il valore teosofico della cifra di ciascuna per affrontare infine anche argomenti più complessi, come la congettura di Ravà, mettendo ancora una volta in relazione il passato e il presente in una città che di ebraismo ha una idea vaga ma nutre nei suoi confronti una curiosità ardente. Quest’ultima è stata in parte tolta ai piedi della scalea del matroneo. Lì le Signore israelite della Comunità (V. Špacapan, A. Kerenji, I. Fišer, T. Eraković, K. Dessardo, e Nadica)
torta - spiega Maria Luisa Trevisan -. I suoi lavori degli anni Ottanta si avvicinano al graffitismo newyorkese. In seguito si concentra sulle parole e sui numeri, basando le sue opere sul rapporto tra i numeri e le lettere dell’alfabeto ebraico. La componente veneziana è data dai soggetti pittorici che riprendono le trifore, ovvero i particolari gotici dei palazzi veneziani e i colori che rimandano all’oriente. E infine, la sua componente mitteleuropea si nota nella sua formazione, dal momento che sua madre lo spronava a leggere autori come Thomas Mann, Kafka e altri”.
hanno allestito un ricco rinfresco fatto di cibi ebraici e vini kassher. Gli ospiti si sono intrattenuti nel cortile della sinagoga prima di entrare nell’ex bagno rituale, le nostre Mikveh, fuori uso dagli anni Quaranta del secolo scorso. Riadattate a spazio sociale, le Mikveh hanno ospitato una mostra sui cinque secoli di presenza ebraica a Fiume (F. Kohn); la proiezione del film “L’amicizia ebraico-nipponica” (V. Špacapan, A. Kerenji, S. Shimitzu) sulle vie di fuga ebraiche attraverso il Giappone durante la Shoah; un’esposizione delle edizioni di comunità e delle riviste ebraiche in Croazia. Alla fine della serata, ad ogni visitatore è stato offerto un souvenir di tematica ebraica, realizzato dalle ceramiste della nostra Comunità degli Italiani, come dono e pegno di rivederci l’anno prossimo, alla Giornata europea della cultura ebraica.
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L’11 settembre, il giorno dopo l’apertura, si è tenuta, invece, la conferenza di Tobia Ravà sulla Ghematrià con un’introduzione biografica della curatrice Maria Luisa Trevisan. Seguito dai media e una folla in platea, Ravà ha rispiegato le origini del proprio pensiero e i riflessi della sua ricerca nella sua produzione, visitabile al piano superiore. Da sottolineare che le due sculture più grandi, Shir Tanin (coccodrillo) e Shalom Darwin (giraffa), che non potevano - causa dimensioni - essere ospitate dalla Comunità, sono state esposte al Museo marittimo di Fiume (Palazzo del governo). Pillole di storia Al fascino delle opere si è aggiunta la curiosità dei visitatori sull’ottima conservazione della sinagoga e sulla storia della Comunità di Fiume. Tra la fondazione della prima comunità ebraica (1781) e l’inaugurazione del Tempio grande (1903), il numero di ebrei a Fiume era lievitato da una dozzina ad oltre due migliaia. Riformati e virtualmente assimilati, gli ebrei di Fiume hanno partecipato anima e corpo alle vicissitudini della città: dall’indipendenza alla Prima guerra mondiale, dal plebiscito ignorato all’impresa dannunziana. Negli anni Venti del secolo scorso, la florida Fiume rappresentava nel panorama ebraico un porto di pace in confronto all’ostilità e alle persecuzioni ad Est. Erano gli anni di massiccia immigrazione ashkenazita di ebrei ortodossi. Giunti a Fiume, dopo un primo assestamento, questi ultimi, mal tollerando l’assimilazione dei correligionari riformati, hanno fondato una Comunità propria, ed eretto una piccola sinagoga che oggi è l’unica rimasta. Questa però, appena inaugurata (1930) ha dovuto già chiudere, vittima della Legge Falco che prevedeva l’accentramento di tutti gli ebrei in una comunità di riferimento. Mai usata da quegli anni, è sopravvissuta deserta agli anni delle Leggi raz-
ziali e al decennio di guerra. A quindici anni dal divieto d’uso, quando l’unico posto “ebraico” della città era la grande sinagoga riformata, il Tempio grande, è finita la guerra. I nazisti in ritirata hanno minato e distrutto il Tempio grande, ignari dell’esistenza di un altro tempio, a duecento metri in linea d’aria. Così la sinagoga di Fiume ha riaperto le porte facendo un triste appello ai sopravvissuti. Diciannove. Ma Fiume, allora, si trovava in un nuovo paese, in cui gli italiani autoctoni si preparavano ad un altro dramma, l’Esodo giuliano-dalmata. La sede della Comunità ebraica di Fiume costituisce oggi una delle tre sinagoghe nella Repubblica di Croazia che, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno mantenuto la propria funzione. Ad essa si associa un cimitero ebraico, porzione del cimitero comunale monumentale di Cosala, con antiche tombe risalenti all’Ottocento. La comunità postbellica si è ricostituita su una base fiumana con apporti di ebrei provenienti da tutta l’ex Jugoslavia arricchendone gli usi, la cucina, le melodie e le lingue parlate. Proprio all’insegna della multiculturalità, la modesta Comunità ebraica di Fiume, con la prestigiosa mostra di Tobia Ravà “Shiv’im - 70”, ha trovato il favore delle istituzioni nella celebrazione del 70° della fondazione. Tra gli sponsor la Città di Fiume, la Regione litoraneo-montana, la casa d’assicurazione Croatia osiguranje d.d., i Consigli della minoranza nazionale italiana della Città e della Regione, il World Jewish Congress. Per l’occasione, l’artista ha donato alla Comunità il prezioso dipinto “Con fusione” realizzato nel 2016 a quattro mani con Abdallah Khaled. Contributo della coordinatrice della mostra, Rina Brumini, in collaborazione con Melita Sciucca
Da “El Fiuman” di Newport, di settembre • di Amelia Resaz
"La festa de San Vito" Eben sì, son andà. Contro ogni prevision ghe la go fata a andar a festegiar San Vito a Fiume. Anche se i ani xe cresiudi, se i sinoci scricola e a volte se rola come un marinaio in libera uscita, se gavemo trovadi in tanti ne la cesa de San Vito per pregar per i vivi e per i morti e dopo ciacolar fin che la gola no se ga sugà. El programa de sto ano era bastanza rico de incontri e manifestazioni, già da una setimana prima. Un concerto de un coro de Trieste, un incontro per la presentazion del libro de Stelli sula storia de Fiume, un altro a la facoltà de filosofia-dipartimento de Italianistica su l’importanza de la lingua e del dialeto, una manifestazione al liceo italiano per la premiazione dei vincitori del concorso su S.Vito, la Santa Mesa celebrada da S.E. el Vescovo emerito de Trieste e altro ancora. Voi dirè “sempre le stese cose” e va ben, ma xe altro che te fa piacer. Te piase che a Fiume, e cinquanta anni fa non se lo potese imaginar, i gaveria dichiarado festa el 15 giugno per el patrono de la cità, con tanto de bandiere in tuto el Corso. Xe anche divertente che el giorno avanti i ga oferto in corso chili e chili de sepioline in umido e de strudel de ceriese, con tanta gente in fila che gaveva portà con sé le scatole dove meter sta roba per portar a casa. Xe anche bel veder tanto verde e fiori tuti curadi, i lampioni in Abazia intorcoladi de piante de rose rosse a sinistra e rose rosa a destra, i lampioni de Fiume con cesti de petunie impicadi a quatro metri de alteza (ma chi li va a bagnar là in alto?).
La pulizia xe asoluta, niente carte o ciche per tera, i filobus funziona e se vede in giro un viavai de autobus. Un giorno gavemo sentido un gran fis’ciar de sirene de polizia che domandava via libera e subito dietro una dozina de machine antiche “d’epoca”. Xe bel veder el panorama: se gavé mai acorto che de matina el mar xe come argento e le isole de Veglia e de Cherso le xe blu, a mezogiorno tuto xe celeste e de dopopranzo tuti i colori se scambia de posto, el mar xe blu scuro e le isole xe celeste palido. De sicuro quando erimo pici non stavimo atenti ai colori ma i muli guardava le mule e viceversa e forsi ghe importava solo la luna se i voleva che qualcheduna se inamorasi de lori. E savé che go scoperto che da Preluca fin a Valsantamarina, che adeso se ciama Mosc’eniza Draga, a intervali regolari xe cipresi, bei grandi e driti, altroché i cipresoni de bolgheri! Non ghe era in giro né mosche né zanzare e i mussati era solo a Cosala, in cimitero. Forse i ga pensado che non valeva la pena de butar velen indove nisun protesta. La cità se slarga e se slunga da tute le parti. Su a Tersato i ga fato una specie de cità universitaria con tute le diverse facoltà, una cosa impresionante. Al liceo, dove i ga fato la premiazion dei aluni che ga partecipado al concorso per San Vito i ragazi ga recitado diverse scenete e ve devo dir che i più pici era i più cocoli, i stava in semicerchio e ogni tanto uno saltava fori de la fila per dir la sua parte: “La mia mama me ga deto...” con acento perfeto.
(...) El coro a San Vito xe sta veramente bravo e ga presentado dei canti novi, ma quando a la fine de la Messa i ga intonado l’Inno al Crocifisso de S. Vito xe sta una vera pugnalada. Te se piega le gambe e te scampa le lagrime. Fori de la cesa già i croati aspeta de entrar perché comincia la Messa per lori. Anche i citadini de ogi vol far onor al santo patrono. Del tuto inaspetada xe la presenza de un grupo de ragazi francesi con telecamere, che vol far ricerche sul fato che gavevimo l’aquila, poi no la gavevimo più e adeso la gavemo de novo. Per lori era un rebus e i voleva informazioni. Par che sta notizia i la gaveva sentido da New York. Per noi contarghe la storia era come un invito a noze, tanto per meter punti e virgole. Carisimi, averio voludo vederve tuti, non trezento, proprio tuti. Visto che no xe posibile, ve go ricordà tuti in mucio, ne la preghiera.
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Ripristinata l’Aquila • di Ilaria Rocchi (Fotoservizio di B. Bontempo)
Le disavventure di un rapace
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L’aquila sulla Torre Civica: un’emozione infinita, dal valore inestimabile. Simbolo passato e presente della città, mutilato dai legionari dannunziani nel 1919 e rimosso dalle autorità jugoslave nel 1949, il suo ripristino, avvenuto il 19 aprile di quest’anno, corona un lungo lavoro, avviato dall’Associazione Stato Libero di Fiume nel 2006, portato a termine dalla Lista za Rijeku/ Lista per Fiume, e rilanciato in occasione del centenario della prima sistemazione dell’aquila sulla Torre Civica nel giugno 2016, di concerto con la Città. L’idea nasce dieci e più anni fa, ma i primi passi concreti avvengono nel 2009, quando l’Amministrazione cittadina si rivolge alla Soprintendenza ai beni culturali per il via libera al progetto. Ottenuto l’ok,
si procede con una perizia tecnica sulla stabilità della Torre, che confermerà la “salute” della costruzione e dunque l’esistenza delle condizione necessarie per poter rimettere la statua in cima alla cupola del monumento. Seguirà nel 2011 uno studio storico-artistico incentrato sulla scultura del 1906, considerata l’intenzione di replicare nel modo più fedele possibile l’originale. Sulla base delle poche fonti disponibili, lo scultore Hrvoje Urumović crea un modellino-replica della statua storica, che poi è stato fuso nella fonderia dell’Accademia di Arti Figurative di Zagabria. La presenza del rapace in cima alla Torre ha una lunga storia, che comincia - in base alle fonti dispo-
nibili - nella seconda metà del Settecento. O, meglio, del Seicento, a quel momento particolare del passato della città in cui l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo le concesse lo stemma civico. Con diploma imperiale rilasciato a Vienna il 6 giugno 1659, il Comune di Fiume aveva ottenuto il seguente “signum”: sopra un fondo azzurro damascato, con contorno d’oro, alla cui base corre un nastro con la scritta “Indeficienter”, nel centro appare uno scudo ovale rosso carminio damascato, racchiuso in una cornice d’oro arabescata, con figura d’aquila, con ali spiegate, composta di due corpi, con le teste, ambedue rivolte a sinistra e sormontate da una corona ducale, rostrate e occhiute d’oro, linguate di rosso, l’artiglio destro è posato su una rupe lambita dall’acqua, mentre
il sinistro afferra un’anfora coricata dalla quale sgorga abbondante l’acqua. Nel secolo XVIII comparve l’aquila monocipite, probabilmente in seguito a un decreto a stampa di Maria Teresa, nel quale si trova lo stemma ungherese con l’aquila fiumana a una testa, e sarà con questo crisma che l’emblema della città comparirà per molto tempo, nel pubblico uso. Non risulta però che il Municipio avesse adottato tale modifica, anche perché il grande sigillo del Comune, composto fra il
1700 e il 1800, porta lo stemma con l’aquila bicipite posta fra i Santi Vito e Modesto. È così che intorno al 1754 un’aquila a una testa, in rame sbalzato, opera del battirame Lodovico Rupani, viene collocata sulla Torre, per rimanervi fino al 1890, anno in cui verrà rimossa per poter procedere con i lavori di restauro della cupola. Terminato l’intervento, per un po’ di tempo la costruzione resterà “calva” (anzi, con il timore che vi venisse issata la bandiera ungherese!) e solo su intercessione dei citta-
dini l’Amministrazione provvederà a completarla. Infatti, nel 1906 fu montata una nuova scultura in metallo, questa volta raffigurante l’aquila bicipite, dono dell’Associazione delle donne fiumane. La scultura era stata fusa nello stabilimento di Matteo Skull dal fonditore Giovanni Legan, su modello di legno di Vittorio De Marco. Questa “creatura” avrà vita serena fino al pomeriggio del 4 novembre 1919, quando i tenenti Guglielmo Barbieri e Alberto Tappari, due dei legionari di Gabriele D’Annunzio, dopo aver ascoltato un discorso che il Vate aveva tenuto alla vigilia delle elezioni amministrative, la sera del 24 ottobre del 1919 a teatro, le mozzarono una delle due sommità. Il rapace, secondo loro, rievocava troppo il simbolo del potere asburgico. Dopo il 1924, anno dell’annessione ufficiale al Regno d’Italia, l’aquila dello stemma perse definitivamente una delle due teste. E così mutilata rimase comunque in cima alla Torre Civica fino al 26 marzo 1949, anno in cui, marcata con l’epiteto di “simbolo antipopolare”, fu fatta a pezzi per disposizione del regime jugoslavo. Concluso il periodo jugoslavo, Fiume riscopre la sua storia e la sua identità (processo peraltro già iniziato alla fine degli anni Ottanta). Il 15 giugno, festività del santo patrono, diventa Giornata della Città, i regionalisti fiumani di Alleanza democratica fiumana (con l’appoggio di qualche social-liberale), propongono il reintegro dello stemma leopoldino. Ma solo nel 1998, grazie al nuovo equilibrio di forze in seno alla coalizione Famiglia (socialdemocratici, social-liberali, popolari, regionalisti) lo stemma storico viene accolto, con una modifica operata dal Ministero dell’Amministrazione: via la corona imperiale e il motto “Indeficienter” (che l’Aquila in cima alla Torre oggi invece conserva, riproducendo fedelmente la versione della statua del 1906).
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Nell’Archivio Museo storico di Fiume a Roma sono conservati tre pezzi dell’aquila bicipte fiumana smantellata nel 1949. Il primo riporta la scritta IND (un frammento del motto Indeficienter?), è di forma quasi rettangolare e misura circa cm 20 di altezza e cm 45 di lunghezza. È stato donato dalla famiglia Skull-Allazetta. Il secondo è di forma più quadrangolare, delle dimensioni di cm 30 x cm 35: reca le scritte spezzate: 1906 / Dono delle donne fium... / alla libera citta di Fiu... / O. Vitt. De Marco / Fus. Legan / Fonderia Matteo Skull. Infine, esiste un terzo pezzo, più piccolo (cm 15 x cm 20), che nel giugno scorso la Società ha donato al sindaco Vojko Obersnel, destinata al Museo Civico di Fiume.
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Nel progetto di ripristino della scultura storica dell’aquila bicipite sulla cupola della Torre è stato investito circa un milione di kune dal bilancio cittadino. La scultura è realizzata in alluminio, pesa circa 270 chili e si trova a 30 metri da terra. L’altezza della scultura è di 255 centimetri, mentre l’apertura alare è di 300 centimetri. La posa dell’aquila sulla cupola fa parte del programma di Capitale europea della cultura promosso a Fiume.
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Il Collegium Musicum Fluminense compie trent’anni • di Gianfranco Miksa
“Iniziammo col solo intento di divertirci...” Ne parliamo con David Stefanutti
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Il Collegium Musicum Fluminense, il prestigioso complesso orchestrale fiumano, festeggia quest’anno trent’anni d’ininterrotta attività. Specializzato in Musica ba-
rocca e antica con strumenti d’epoca, vinse nel 2000 il Premio Promozione al Concorso d’Arte e Cultura - Istria Nobilissima indetto dall’Unione Italiana e dall’Università Po-
polare di Trieste. Tutto ebbe inizio alla fine del 1987, quando Davide Stefanutti laureato in violoncello all’Accademia Musicale di Zagabria e primo violoncellista del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume fondava assieme ad altri quattro musicisti il complesso di musica da camera Collegium Musicum Fluminense. Ovvero la prima compagine in Croazia specializzata nell’esecuzione di Musica antica. Già con l’anno nuovo, ovvero nel gennaio del 1988, il complesso viene incluso tra le sezioni della Società Artistico Culturale “Fratellanza” della Comunità degli Italiani di Fiume. A tre lustri di distanza il Collegium Musicum Fluminense, continua nella sua attività, godendo di ampia autonomia. Tale rispettabile e importante traguardo è stato il pretesto ideale per parlarne con il suo fondatore e direttore artistico, il violoncellista David Stefanutti. “Tutto partì da Aldo Bressan, all’epoca presidente della Comunità degli Italiani, che mi propose di avviare una nuova sezione musicale in seno al sodalizio, cosa che accolsi con grande entusiasmo - esordisce il violoncellista alla domanda di com’è nato il complesso -. Proposi uno specifico genere musicale, quello della Musica antica e barocca, addebita a un caratteristico modo di trasmetterlo al pubblico. Desideravo, infatti, un’impostazione più intima, da camera appunto, dove ciascu-
no dei musicisti diventa in sostanza un solista e quindi doveva possedere notevoli capacità tecniche e interpretative. Condividevo questa passione per l’antica musica da camera settecentesca con l’amico Branimir Rizoniko. Abbiamo unito le nostre idee e da qui è nato il complesso del Collegium Musicum Fluminense”. Come scelse il nome del complesso? “È iniziato con un piacevole modo di socializzare e di fare musica tra amici e colleghi musicisti. E dato che anche noi esattamente come i Collegium Musicum - ovvero le società musicali che sorsero nelle città tedesche durante la riforma protestante - che eseguivano musica vocale e strumentale per puro piacere a scopo d’intrattenimento, optai per questo nome. Però con una piccola aggiunta. Scelsi di attaccare al Collegium Musicum il nome latino di Fiume, Fluminense. Di conseguenza l’intero nominativo del complesso significa Associazione Musicale Fiumana” Come si presentava la compagine originaria? “Inizialmente eravamo in cinque. Del gruppo originario facevano parte la violinista Tea Grubišič Mihalič, il prima menzionato Branimir Rizoniko all’oboe, il cembalista Roberto Haller e la flautista Đeni Trdić. Poi più tardi, si è unito a noi il contrabbassista Valter Veljak. Mentre dal 2000 c’è la soprano, Ingrid Haller. In questa formazione, con strumenti moderni, abbiamo suonato per diversi anni. Successivamente, dopo due anni, grazie all’apporto di Aldo Bressan, e dell’Unione Italiana abbiamo avuto il primo clavicembalo moderno. Strumento
all’epoca unico del genere a Fiume, indispensabile per il genere musicale del barocco. Abbiamo lavorato sempre con molto entusiasmo, che è ancora il nostro stimolo principale. Grazie a questa dedizione il complesso si è fatto apprezzare sia dal pubblico che dalla critica e ha dato numerosi concerti nel Paese e all’estero. Concerti soprattutto in Italia, con diverse incisioni di album discografici e registrazioni televisive”. Poi, però, è arrivata la svolta con l’utilizzo di strumenti storici? “Abbiamo suonato su strumenti moderni fino al 2000 quando grazie alla dedizione e gentilezza del costruttore di strumenti secenteschi, il liutaio abbaziano Marinko Baljak, ai nostri investimenti, siamo riusciti a realizzare il mio sogno: essere il primo complesso a suonare la musica antica su strumenti storici in Croazia. Abbiamo scelto un metodo che per questo genere musicale ci sembrava e continua a sembrare, il più appropriato e più adatto. Ovvero, suonare la Musica antica e
barocca su strumenti per i quali essa è stata concepita. Sono strumenti storici, copie di strumenti barocchi originali, che possiedono una specifica e unica impronta musicale. La nuova veste del Collegium Musicum Fluminense venne presentata al Salone delle Feste del Sodalizio grazie anche all’impegno e appoggio morale e materiale della prof. Silvana Vlahov, allora presidente della SAC ’Fratellanza’. C ontemp oraneamente l’ensemble è stato arricchito di due nuovi membri il violinista Eduard Kraljić e la violoncellista Valeriya Vashchenko”. Poi venne anche un cembalo Giusti? “Venne varato nel 2006. Il cembalo fu un mio investimento personale. È un clavicembalo italiano, copia di uno strumento costruito da Giovanni Battista Giusti a Lucca nel 1681, costruito dal noto cembalaro William Horn che opera in Italia. Con questo acquisto il Collegium Musicum Fluminense poté finalmente essere al completo per quanto riguarda lo strumentario barocco. La presentazione del cembalo fu fatta a Palazzo Modello, in una serata festiva a cui partecipò lo stesso cembalaro William Horn. L’acquisto non ha arricchito solamente il nostro complesso ma anche il contenuto culturale di Fiume che poté avvalersi di un prezioso strumento storico inesistente fino a quel momento nel capoluogo quarnerino” Nel corso di questi tre lustri di attività quali sono i momenti che ricorda con maggiore affetto? “Ci sono tantissimi momenti passati assieme ai miei colleghi e al pubblico che ci segue, che ricordo con tanto affetto. Tuttavia l’allesti-
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mento della ’Regina delle fate’ di Purcell al Teatro Fenice di Fiume è un evento che rievoco con un’emozione particolare anche perché venne ottimamente accolto. Fu un grande avvenimento che vide l’esecuzione su strumenti storici d’epoca barocca, musicisti ospiti dall’Ungheria, all’Italia e dalla capitale croata. La regia e il coro, quello giovanile della Schola Cantorum, vennero curati dalla soprano Ingrid Haller, mentre io dirigevo l’orchestra. Quella sera in veste di solista ha cantato pure la mezzosoprano Diana Haller. Ci fu addirittura anche il balletto. Il tutto fu realizzato con finanziamenti veramente esigui, ma il risultato fu spettacolare. E poi a Mestre al Teatro Toniolo con il ’Concerto per la pace’ del 1992, fino al Concerto ’Canto per la memoria’, in ricordo delle vittime dei campi di sterminio, alla Risiera di San Sabba nel 1996; un’esperienza allucinante. Ricordo, quindi i due CD che abbiamo realizzato. Il primo in uno studio di Zagabria, il secondo come Premio Promozione Istria Nobilissima 2000. Questo album discografico, intitolato ’Dal XVI secolo all’e-
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poca preclassica - Dall’Istria verso l’Europa’, venne inciso nei sotterranei del convento di Tersatto, a motivo della buona acustica, con brani di Andrea da Montona e dei rovignesi Sponga (Sponza), valorizzando in questo modo il patrimonio musicale meno noto sul territorio dell’Istria, nonché brani di Frescobaldi, Vivaldi, Handel, Purcell, Tartini e Luka Sorkočević. Allo stesso modo ricordo con molto affetto il concerto al Festival barocco di Zagabria nel 2004 come pure la serie di concerti alle prestigiose ’Serate Barocche di Varaždin’ nel 2005. Occorre poi nominare i numerosi riconoscimenti che abbiamo ottenuto tra i quali il diploma del prestigioso premio ’Milka Trnina’ nel 2000”. Come saranno festeggiati i 30 anni di vita del Collegium Musicum Fluminense? “Il traguardo dei 30 anni di fondazione, sarà celebrato nel corso del mese di novembre alla Comunità degli Italiani con un concerto dal titolo ’Banchetto Musicale’ con opere e brani di musica Antica che venivano eseguiti durante pranzi e cene solenni. Per l’occasione pre-
senteremo al pubblico un piccolo ringiovanimento della compagnia, il flautista Metod Sironić e le violiniste Maja e Nataša Veljak, queste ultime più volte partecipi assieme al Collegium”. Qual è oggi la situazione del Collegium Musicum Fluminense? “Beh, in tutta sincerità la situazione non è delle migliori, soprattutto a causa di difficoltà finanziarie che interessano non solo il mondo della cultura, ma l’intera nostra società. Sono però dell’avviso che si potrebbe fare molto di più, ma tra gli impegni a Teatro e la scarsa sensibilità per questo tipo di discorso culturale, spesso ci sentiamo marginalizzati. Spero che nella cornice di Fiume Capitale Europea della Cultura 2020, la situazione cambi, migliorando anche per noi. Comunque, a prescindere da tutto noi siamo degli entusiasti; ci piace stare insieme e suonare, comunicare, indagare questi strumenti antichi. C’è davvero ancora tanto da scoprire”.
Intervista a Roberto Haller uno dei più noti e rinomati musicisti fiumani • di G. Miksa
Una vita passata a comporre, dirigere e a suonare il piano
Il cammino di uno tra i più noti e rinomati musicisti fiumani, tra studio e passione, muovendosi tra musica sacra e classica. Ma da una famiglia di artisti come la sua non ci si poteva aspettare certamente di meno. Si presenta così la figura del compositore, pianista, cembalista, organista e pedagogo Roberto Haller. Personaggio di spicco - è stato presidente della Società Artistico Culturale Fratellanza e vanta numerosi premi al Concorso d’Arte e Cultura Istria Nobilissima, appartiene a quella minuta schiera, ma non per questo meno creativa e produttiva, dei compositori di musica classica e sacra della scena fiumana. Tuttavia a causa di particolari cure è stato costretto a lasciare la scena pubblica per ritirarsi a vita privata. Nonostante ciò abbiamo voluto intervistarlo per questo numero de La Tore, per porgli alcune domande su di lui, sui suoi componimenti e sulla sua passione per la musica.
Com’è nata in lei la passione per la musica? “Fin da ragazzino cercavo di trascorrere quanto più tempo ad ascoltare musica classica che a casa dei miei non mancava mai. Ascoltarla mi rendeva particolarmente felice, esattamente come quando i miei genitori mi portavano con loro a seguire concerti e spettacoli teatrali. Ricordo che fu proprio il suono del pianoforte a catturarmi. Ne rimasi impressionato, tanto che iniziai le lezioni private con la prof.ssa Jager all’età di 6 anni. Ho intrapreso poi il classico iter formativo musicale con prima la frequentazione della Scuola di musica Ivan Matetić Ronjgov, nella classe della prof.ssa Nina Kovačić, e poi con il Conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste, dal professor Lorenzo Baldini. In seguito ho ampliato la vocazione al pianoforte con lo Studio di direzione e composizione vocale presso lo stesso Conservatorio triestino, ma nella classe del prof. Martinolli”. Potrebbe riassumere il suo percorso, la sua evoluzione musicale come compositore? “Iniziai a comporre durante il mio percorso formativo alla Scuola di musica. Erano per lo più brevi composizioni. Il debutto lo ebbi a soli 10 anni, quando il Valzer per violino e pianoforte che scrissi, lo presentai nella chiesa di San Girolamo insieme al violinista Daniel Trinajstić. Parallelamente alla Scuola superiore ho iniziato a studiare composizione dal prof. Josip Kaplan e, in quel periodo, sono nate le mie prime serie composizioni per pianoforte e orchestra da camera. Ho
scritto l’Allegro appassionato per il Duo pianistico fiumano, inciso su CD e registrato per la Radio Televisione Croata (HRT). In seguito, ho scritto diverse composizioni vocali. Per il quartetto Vox Caelestis - in cui ’militavo’ suonando l’organo a fianco di mia moglie Ingrid e degli amici e coniugi, Kristina e Robert Kolar, ho composto la Messa a tre voci e organo. Questo componimento nella variante orchestrale è stato presentato pure alle Giornate di Zajc grazie all’Orchestra da camera di Fiume diretta da David Stefanutti. Poi l’Invocazione mattutina del giusto perseguitato per lo stesso quartetto, il Pater Noster per soprano e organo, Tre canzoni per soprano e organo, presentate alle Giornate di Matetić, i canti corali La Primavera e Perché ghe vojo ben al mar e tanti altri componimenti ancora. La più grande opera vocale e strumentale è il Gloria che ho scritto per soprano, mezzosoprano, baritono, coro misto, orchestra e organo. Questo componimento è stato proposto per la prima volta nella Cattedrale fiumana in occasione delle Giornate di San Vito, con l’esecuzione di solisti, coro e orchestra dell’Opera del Teatro Nazionale Croato Ivan de Zajc, diretto del maestro Hauptfeld. All’evento concertistico di quella sera ho suonato l’organo della chiesa. È stata un’emozione speciale e una grande gioia. Ho iniziato a comporre l’oratorio San Vito, ma tuttora è rimasto agli schizzi iniziali. Per le mie composizioni ho ottenuto diversi premi al Concorso d’Arte e Cultura, della nostra realtà comunitaria, Istria Nobilissima”.
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Di tutte le composizioni che ha scritto qual è quella che ricorda con maggiore piacere? “Ho avuto il maggior successo grazie al Gloria, ma ciò non è il motivo principale per cui considero questa composizione particolarmente cara. Durante il periodo della sua scrittura, mia madre venne a mancare. Fu una dipartita che lasciò un segno indelebile nel mio animo. Tanto da influire su tutto ciò che è avvenuto dopo quel difficile e triste momento. Comporre musica mi ha aiutato a superare il periodo di tristezza. Ad affiancarmi è stata mia moglie Ingrid, che non solo ha trascritto la mia calligrafia e preparato la partitura ma ha anche assistito nella realizzazione del componimento, suggerendo piccole correzioni. Ancora oggi, ricordo perfettamente come sapeva intonare i brani per controllare il ritmo e la musicalità delle parti vocali. È sempre più facile e più piacevole lavorare in due”.
Gli anni passati alla SAC Fratellanza come li ricorda? “Il mio inizio alla Fratellanza fu in funzione di cembalista di musica antica del Collegium Musicum Fluminense sotto la guida del mio caro amico e collega, David Stefanutti. Ho diretto quindi il coro della Fratellanza, sia quello maschile che quella misto, e per un anno ho ricoperto pure la carica di presidente della SAC della Comunità degli Italiani di Fiume. Ricordo tanti momenti belli passati a conoscere nuove persone e a viaggiare per i concerti in Italia e addirittura anche in Austria, a Vienna. I momenti meno belli li ho, invece, già dimenticati”. Che cosa ne è in questo momento della Schola Cantorum, la compagine, istituita da lei e da sua moglie, Ingrid Haller, che ha operato in seno alla SAC Fratellanza, fin dalla sua fondazione avvenuta nel mese di marzo del 2008? “Dopo la scissione dalla Fratellanza, la Schola Cantorum ha colla-
borato con il Teatro Nazionale Croato Ivan de Zajc, e ciò con diversi concerti e produzioni liriche. Ora, invece, opera all’interno dell’Associazione Artistico Culturale Dulciana. Il coro è diretto da mia moglie e stanno riscontrando un ottimo successo per la produzione che portano avanti. Si esibiscono in numerosi concerti e nel 2017 hanno vinto pure il Gran Premio al Concorso Internazionale Aurora Cantat di Karlovac. Attualmente è in fase di realizzazione il loro primo CD con brani del compositore croato Branko Starac”. La musica, in questo momento, le è un aiuto? “Ascolto tanta musica. È la mia vita e passione”. Che cosa ascolta? “La scelta iniziale è sempre per la musica barocca, seguita da quella per pianoforte. Esploro anche musica cinematografica, soprattutto quella composta per orchestra sinfonica”.
Quali sono i suoi compositori preferiti? “Per quanto riguarda la musica per pianoforte i miei preferiti sono Chopin, Schumann e Bach, ma amo anche Handel, Rachmaninoff, Mahler e tanti altri. Mi riesce difficile prediligere alcuni da altri”. Che cosa pensa della musica classica contemporanea? “Oggi è piuttosto raro scoprire composizioni che siano allo stesso tempo armoniose e belle. L’incidenza della musica contemporanea tende a comporre di tutto, purtroppo la composizione è spesso d’effetto, senza anima nè bellezza. Ma quelle volte in cui mi riesce di ascoltare musica contemporanea di qualità, mi rende felice”. Compone ancora? “Per il momento no”. Ascolta la propria musica? “Mi capita di farlo saltuariamente”. Le manca il pianoforte? “Purtroppo si”.
Come si è trovato con Nina Kovačić, valente pianista e pedagoga? “Nina Kovačić è una grande amica ed è stata un’ottima insegnante oltre che partner nell’interpretazione della musica. Per me è stato uno speciale onore poter suonare con una tale grande artista nel Duo pianistico fiumano”. Quanto importante era per lei l’attività pedagogica? “Insegnare la conoscenza e trasmettere l’esperienza arricchisce, mentre vedere il successo dello studente rende felici”. Suo padre è stato insegnante di arti figurative. Che ricordo conserva di lui? “Ricordo i bei momenti mentre lavoravamo insieme nel grande salotto della nostra abitazione in via Supilo. Io, impegnato con le esercitazioni al pianoforte per lo studio, e lui, invece, a dipingere. Eravamo fonte d’ispirazione l’uno per l’altro”. Che cosa ne è stato del lascito artistico di suo padre?
“L’amore per l’arte”. Quali sono per lei i valori più importanti nella vita? “La sincerità, l’onestà e l’amore”. Che cosa significa per lei la famiglia? “Tutto. La famiglia è la base di una vita ordinata ed efficace”. Il suo primogenito, Antonio, è un ottimo oboista. Desidererebbe che anche i suoi due figli più piccoli, Emilia ed Eugen, seguissero la strada della musica? “Emilia suona il flauto da diversi anni per sua scelta personale. Eugen, invece, dimostra un udito eccellente e una voce melodiosa. È anche abile nel disegno e possiede un’ottima coordinazione motoria nelle dita. Vedremo se sceglierà di dipingere come il nonno oppure a suonare uno strumento. Sarà comunque lui a scegliere”.
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Dopo quaranta anni, Alessandro Rossit è andato in pensione • di S. Damiani
Il riposo del Guerriero
Non se ne abbia a male il caro amico Alessandro Rossit per questo titolo, di primo acchito scherzoso, ma che nella realtà dei fatti ci sta tutto. Vivaddio, non ha dovuto affrontare scontri da trincea, ma di battaglie, per noi e insieme a noi, ne ha sostenute a bizzeffe. E se siamo qui a parlarne, lo dobbiamo anche a lui, che per ben 39 anni (trentanove!) ci è stato a fianco, non di rado facendosi in quattro. Ed ha affrontato tante di quelle volte il tragitto Trieste-Fiume-Trieste che forse forse corrisponde al giro del mondo! Eh già, nell’anno che ci lasciamo alle spalle, Palazzo Modello e
tutta la nostra comunità nazionale si è vista privata, quanto meno sotto il profilo ufficiale, della costante e oltremodo utile presenza di colui che per noi è stato il sinonimo di UPT-Università Popolare di Trieste. Figlio - degno - di quel Luciano Rossit che a metà degli anni Sessanta ebbe l’intuizione e la costanza di pressare (garbatamente, com’era nello stile dell’Uomo) il Governo italiano affinché si accorgesse della nostra presenza. Con Alessandro ho avuto modo di collaborare fianco a fianco negli anni in cui diressi il Dramma Italiano. E se, insieme al complesso, siamo riusciti a fare non poche cose buone, lo dobbiamo alla sua sensibilità. Va da sé, non sono mancati momenti di attrito, ma non sono mai stati del tipo “muro contro muro”, bensì talvolta di metodo, tal altra di momentanee incomprensioni. Nell’insieme, però, trovarci intorno a un tavolo è sempre stata una sorta di “festa del lavoro": idee, progetti, richieste da una parte; soluzioni da trovare e tempistica da
rispettare e qualche suggerimento, dall’altra. Siamo stati figli di padri seri, generosi, onesti. Il nostro rapporto non avrebbe potuto essere diverso, quanto meno per il grande rispetto che portavamo verso di loro. Da quest’anno - ed ora mi spoglio degli abiti personali, privati non lo vedremo più nei consueti incontri UI-UPT, CI di Fiume-UPT. Sta già avvenendo. E la cosa è molto strana, perché sono incontri in cui già a prima vista si ha la netta impressione che manchi qualcosa, qualcuno. Manca Alessandro, col suo accattivante sorriso, lo sguardo vivissimo, sempre puntato sugli occhi dell’interlocutore. Che poi, questo è il bello, aveva sempre l’aria di stare in disparte, quasi per non disturbare. L’aria... perché, invece, teneva tutto sotto controllo. Caro Alessandro, che dire? Non ti consumare nelle belle passeggiate a Barcola, fai ogni tanto una girata da queste parti. Non credo di esagerare nell’affermare che per noi resterai sempre il più caro dei triestini.
Una donna al comando (era ora)
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Per un amico, perso nella veste di collaboratore, ne abbiamo acquisito uno nuovo. Mi riferisco alla professoressa Cristina Benussi, neopresidente dell’Università Popolare di Trieste. Non conosciamo la Professoressa, se non attraverso interviste e testimonianze. Siamo, però, certi che entreremo in grande sintonia, anche perché, come ha dichiarato recentemente al nostro quotidiano, “la figura femminile serve a smussare i protagonismi”.
E nel nostro operato, fatto di resistenza, crescita e promozione identitaria, uno degli ostacoli maggiori è rappresentato proprio dalla voglia di protagonismo - l’uomo solo al comando - una voglia capace, magari inconsapevolmente, di azzerare rapporti, progetti, conquiste. A lume di naso, ma anche tanta prassi ce lo dice, una donna ai vertici è un’altra cosa: una vittoria. Buon lavoro, Presidente.
Uno sguardo al Dipartimento di Italianistica • di Iva Persić
Al via il settimo anno
Poche settimane fa il Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia di Fiume ha dato il benvenuto a una nuova generazione di studenti - la settima. Durante l’incontro inaugurale con le matricole la capodipartimento, prof.ssa Corinna Gerbaz Giuliano, ha ribadito il valore positivo che ha, per l’insegnamento della lingua, il fatto di poter seguire le lezioni e le (sempre numerose) attività extracurricolari in italiano e dalla voce di docenti di madrelingua italiani; fatto, questo, ancora più importante per l’apprendimento e l’acquisizione di elementi tipici della cultura studiata. L’obiettivo generale dei corsi di laurea - triennale e magistrale - è sempre quello di preparare, quanto più possibile, i futuri laureati alla vita professionale e pratica che li attende alla conclusione dei loro studi. Con l’inizio di quest’anno accademico è stato inaugurato per la prima volta, oltre all’indirizzo formativo del corso di laurea magistrale, anche quello generale. I due percorsi abilitano allo svolgimento
di professioni in diversi settori socio-economici in cui si richiede un alto grado di conoscenza dell’italiano, quali ad es. i mezzi di comunicazione, l’editoria, gli enti culturali e turistici, la diplomazia, la traduzione, ecc. Con la conclusione dell’indirizzo formativo si è abilitati, inoltre, a lavorare nelle scuole elementari e medie in Croazia. Gli studenti iniziano con le loro prime esperienze di pratica scolastica nell’ultimo semestre, durante lo svolgimento del Tirocinio didattico, che li porta direttamente nelle scuole in cui possono osservare e poi mettere in pratica quello che hanno imparato, preparando e tenendo in classe le loro prime lezioni. Le scuole con cui il Dipartimento ha stipulato contratti di collaborazione sono la Scuola elementare Dolac - sessione italiana e sessione croata, la Scuola media superiore italiana e la Prva riječka hrvatska gimnazija. I loro primi corsi di aggiornamento, invece, li possono fare già da studenti partecipando attivamente all’appuntamento del corso d’Italianistica contemporanea: lingua,
comunicazione e cultura italiana. L’aggiornamento per docenti, che si è svolto quest’anno nei mesi di aprile e giugno, ha dato così un’ottima possibilità anche agli studenti di riflettere sulle problematiche relative all’insegnamento della lingua italiana negli asili, sui cambiamenti avvenuti nel Novecento e negli anni Duemila nella competenza linguistica degli italiani, sulle questioni legate allo sviluppo delle competenze di lettura e scrittura, sul pensiero filosofico contemporaneo, nonché sull’impiego delle moderne tecnologie in classe. Tra le attività extracurricolari che vengono sempre proposte non solo agli studenti, ma anche al grande pubblico, possiamo menzionare: la lezione tenuta dal Console Generale d’Italia a Fiume, Paolo Palminteri, sul tema “I caratteri costanti dello Stato italiano"; quella della prof.ssa Patrizia Pitacco, consulente superiore per la minoranza italiana dell’Agenzia per l’educazione e la formazione, intitolata “Apprendere/ insegnare - una sfida/un’opportunità… per che cosa"; l’intervento del chiar.mo prof. Konrad Eisenbichler dell’Università di Toronto sul tema “La lingua del ricordo: il dialetto nella poesia dell’esule fiumano Gianni Angelo Grohovaz”. Il Dipartimento ha ospitato pure la conferenza/giornata di studio su un tema molto attuale, dal titolo “Fare spazio: migranti, esuli, rifugiati di ieri e di oggi - Nuove prospettive di studio sull’Istria e su Fiume nel II dopoguerra”, in cui sono intervenuti i professori Raoul Pupo dell’Università degli Studi di Trieste, Gloria Nemec dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia e Oriet-
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ta Moscarda Oblak del Centro di ricerche storiche di Rovigno, moderati dalla prof.ssa Carla Konta, collaboratrice dell’Italianistica fiumana. In occasione della celebrazione della Giornata della Facoltà di Lettere e Filosofia il Dipartimento ha organizzato la proiezione del film “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, mentre l’ormai tradizionale incontro tra professori e studenti del Dipartimento, i vertici della Facoltà e i rappresentanti del Libero Comune di Fiume in Esilio e della Società di Studi fiumani di Roma si è svolto a giugno nell’ambito dei festeggiamenti della Settimana della cultura fiumana e in occasione della festività di San Vito. Durante l’incontro è stata ricordata l’importanza di continuare la collaborazione che si è dimostrata molto fruttuosa negli anni passati e il cui proseguimento sempre più produttivo si auspica anche negli anni a venire. Il nuovo anno accademico è iniziato, invece, con la Tavola rotonda ospitata dal Dipartimento e organizzata dal Coordinamento Adriatico, dall’Università Popola-
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re di Trieste e dall’Unione Italiana, sul tema “Utopia, utopie. Storia di un’idea, da Francesco Patrizi alla globalizzazione contemporanea"; e con la lezione della chiar.ma prof. ssa Cristina Benussi dell’Università degli Studi di Trieste, intitolata “Pirandello, la scienza, la parola”, che si inserisce tra gli appuntamenti della Settimana della lingua italiana nel mondo e nell’ambito del 150° anniversario della nascita di Luigi Pirandello. La lezione è stata organizzata grazie alla collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria e con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Croazia. Le collaborazioni summenzionate confermano il pluriennale impegno di tutte le istituzioni che vi prendono parte, nella valorizzazione della cultura italiana e nella sua diffusione tra il mondo accademico e il grande pubblico. Le occasioni concesse dall’Europa Unita nell’ambito della mobilità internazionale vengono puntualmente sfruttate dal Dipartimento e dalla Facoltà che ampliano di anno in anno la propria offerta permettendo agli studenti di trascorrere qualche semestre all’estero - in pri-
mis in Italia - con lo scopo di vivere la lingua e la cultura italiane in maniera diretta e di migliorare, in questo modo, le proprie competenze linguistiche. Per mettere quanto più possibile a contatto gli studenti con il patrimonio linguistico-culturale italiano vengono loro offerte pure borse di studio di vari istituti italiani per la frequentazione di corsi e gli abbonamenti agevolati per gli spettacoli del Dramma italiano. Il Dipartimento nell’insieme tende al raggiungimento di una perfetta sintonia tra studenti, dipendenti e collaboratori, mettendo a disposizione tutte le risorse (materiali e intellettuali) di cui dispone, promuovendo le attività collaborative e interdisciplinari e ampliando quanto più possibile la propria offerta formativa. Il tutto con un occhio rivolto sempre, pure, al mondo circostante, alla comunità locale, ai suoi interessi e necessità, cercando di formare persone professionalmente competenti e dotate di senso critico e civico che possano contribuire alla crescita socio-culturale del loro ambiente di vita.
Incontro con il direttore della SMSI, Michele Scalembra • di Patrizia Chiepolo Mihoć
Una scuola come laboratorio permanente L’anno prossimo la Scuola media superiore in lingua italiana di Fiume, celebrerà i suoi 130 anni di vita. Più di un secolo fatto di studio, esperienze, amicizie e successi. Questi ultimi sono ormai di casa tra i ragazzi dell’ex Liceo che continuano a sfornare premi e per l’appunto successi in tutti i campi: lingua, sport, scienza. Ultimo della serie, un riconoscimento per essersi piazzati tra i finalisti del concorso indetto dal Touring Club Italia. Con l’inizio dell’anno scolastico sono già tanti i programmi in corso che vedranno inclusi gli allievi di tutte le classi. Siamo stati a colloquio con il preside, Michele Scalembra, per scoprire quali sono le novità in vista. “Quest’anno abbiamo 41 nuovi studenti nelle prime classi. Un numero più che soddisfacente direi in quanto quello dei ’licenziati’ delle ottave era relativamente basso, ovvero erano in 55. Tutti e tre gli indirizzi quindi, ginnasio, scientifico e turistico, hanno un numero quasi identico di iscritti. Il turistico è quest’anno il più numeroso. Sono molto soddisfatto e posso dire che anche l’anno è iniziato in modo molto positivo con il premio per il filmato con il quale i ragazzi hanno partecipato al concorso del Touring Club Italia. Si trattava di
un concorso patrocinato dal MIUR che prevedeva l’invio di un filmato che avesse come tema il turismo sostenibile. I ragazzi, accompagnati dalle loro mentori, hanno prodotto il filmato e tante foto che poi sono state montate in un video di circa 5 minuti. Hanno presentato Fiume e un’azienda agricola a conduzione famigliare di Fužine. Per quanto riguarda i piani per
quest’anno, possiamo iniziare con due scambi culturali, dei quali uno nuovo. Il primo riguarda la Città di Este. I ragazzi vi sono stati ospitati, nell’ambito della festa europea di Este, che si è svolta poco più di un mese fa, presso le famiglie di una quindicina di liceali. Durante il Carnevale di Fiume i nostri ragazzi a loro volta ospiteranno i liceali estensi. Questo gemellaggio è ormai consolidato da tanti anni ed è quindi la continuazione di una amicizia
che lega le due città. Il secondo gemellaggio invece è una novità che ha preso il via a fine ottobre quando la prof. Mazzieri Sanković è partita con 18 studenti delle seconde classi a Roma. Lo scopo è stato quello di far conoscenza con gli allievi del ’Liceo statale artistico via di Ripetta’. Questo incontro è stato effettuato grazie all’aiuto della prof. Donatella Schurzel con la quale collaboriamo già da anni. I ragazzi di Roma invece verranno da noi in primavera. Il programma al quale hanno preso parte i nostri ragazzi è stato bellissimo e vasto. Hanno visto tutti i monumenti, hanno partecipato al festival del cinema e tant’altro ancora”. Ci sono delle novità per quanto riguarda la SMSI? “Abbiamo due novità. Una è sicura, l’altra invece deve ancora andare in porto. La prima riguarda il nostro sito web che verrà rinnovato completamente. È un progetto che era in programma da tempo, però poi per questioni finanziarie era stato fermato. Ora abbiamo trovato una ditta che si occuperà del design, mentre noi stiamo preparando i contenuti che verranno presentati all’interno del sito. È un fatto molto importante per noi in quanto al giorno d’oggi il sito web è diventato un po’ come un biglietto da visita e quindi deve essere al passo
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con i tempi. Per l’anno scolastico 2018/2019 ci saranno invece forse delle novità a livello di indirizzi, nel senso che abbiamo intenzione di aprirne uno nuovo. Siamo in fase di trattativa con il Ministero, stiamo preparando una richiesta formale e ufficiale e entro la fine del 2017 dovremmo avere una risposta in merito. Per scaramanzia al momento non vorrei dire di più, però potrebbe essere davvero una bella novità”. I progetti non mancano mai e sicuramente sarà così anche quest’anno. “Certamente. Grazie alla collaborazione con l’Unione Italiana ci sarà una bellissima iniziativa. Si tratta di un corso informatico per webmaster della durata di 300 ore scolastiche a titolo gratuito. Al termine i participanti potranno usufruire di un certificato approvato anche dal Ministero. Una bellissima opportunità per i 20 iscritti, ovvero il numero previsto. A dicembre ci sarà una specie di corso abbreviato che si chiamerà ’Start up Super school’. Si tratta di un progetto sociale che cerca di avvicinare i ragazzi alla cultura imprenditoriale e a quella delle start up. Il corso verrà presentato da Andrea Gerrizzo, un 22.enne già famoso in tutto il mondo, in quanto fondatore di “Youtube downloader”. È un ragazzo siciliano che va in giro per il mondo a fare questo tipo di
I numeri delle ottennali • di P. C.M.
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presentazioni. È stato inserito tra i 100 imprenditori giovani più importanti al mondo. Sarà un piccolo evento dedicato ai ragazzi delle III e IV classi. Continueremo anche con la nostra collaborazione con il Dramma Italiano. Ho già avuto modo di parlare con l’attore Mirko Soldano e con la direttrice e attrice Rosanna Bubola e quindi procederanno i laboratori di recitazione che hanno avuto tantissimo successo lo scorso anno”. Nelle vostre attività avete un’ottima collaborazione con la Comunità degli Italiani. “La Comunità ci aiuta tantissimo e abbiamo una bella collaborazione. Infatti, il seminario Start up si svolgerà proprio negli spazi della CI, che ci darà anche un supporto finanziario. Abbiamo avuto anche un supporto a fine ottobre per una gita che si è svolta alle grotte di San Canziano a Duino e Trieste, alla quale hanno preso parte le prime classi”. Non mancano poi i contatti con le SEI di Fiume “Con le quattro scuole ci incontriamo e ci confrontiamo spesso. Devo menzionare anche il contributo del Consiglio regionale delle minoranze che sta lavorando tanto per metterci in contatto e rafforzare la collaborazione tra SMSI, SEI, e la CI”.
Sarà un anno molto impegnativo quindi “Sicuramente. Abbiamo in programma anche numerose uscite. Le quarte sono state da poco a Caporetto, dove hanno visitato e visionato i percorsi della Grande Guerra. Una bellissima gita didattica proposta, promossa e finanziata dal centro culturale Carlo Combi”. Gli alunni della SMSI sono molto attivi anche nelle attività extrascolastiche. Non manca il gruppo del volontariato, guidato dalla prof. Patricia Alberini, che ogni anno attira sempre più ragazzi. Ci sono i gruppi scenici (in italiano e inglese), artistici e tanto altro ancora. Per non parlare dei numerosi concorsi ai quali prendono parte quasi tutti gli studenti nel corso dell’anno scolastico. “Sono molto contento sia dei ragazzi che di tutto il corpo docenti. C’è tutta la verticale che funzione veramente bene e spero si senta anche al di fuori della scuola. C’è una bella collaborazione con le famiglie e in caso di eventuali problemi i capoclasse sono in contatto con i genitori e si cerca sempre di risolvere tutto nella maniera migliore. Queste sono sicuramente le cose più importanti. Sono molto fiducioso anche quando guardo al futuro e spero che tutti i nostri progetti vengano realizzati”.
Sono in tutto 66 i nuovi scolaretti iscritti nelle prime classi delle scuole elementari in lingua italiana di Fiume, ovvero 14 in meno dello scorso anno quando i nuovi iscritti erano 80. Alla San Nicolò a frequentare la prima classe sono 13 alunni (l’anno scorso erano 22). In sensibile discesa quindi il numero che negli ultimi anni non è mai stato inferiore ai 15. Lieve calo anche alla Gelsi, che ha accolto 16 alunni (l’anno scorso 20). La Dolac ne registra 22, 1 in meno dell’anno scorso. La Belvedere invece è frequentata da 15 bambini in prima classe, come anche l’anno scorso. Per quanto riguarda il calendario, l’anno scolastico 2017/18 è inziato il 4 settembre. Il primo semestre terminerà il 22 dicembre. Dato che le festività di Natale e Santo Stefano cadono rispettivamente il lunedì e il martedì, le vacanze invernali di quest’anno pedagogico dureranno complessivamente due giorni in più rispetto allo scorso anno. Il secondo semestre inizierà il 15 gennaio e terminerà il 15 giugno, ovvero il 22 maggio per i maturandi. Le vacanze primaverili invece inizieranno il 29 marzo e termineranno il 6 aprile.
La “Dante” di Fiume • di Ingrid Sever e Melita Sciucca
Nata negli anni Venti, rinasce nel 1993
Il Maestro Giovanni Bellucci al Palazzo del Governo
Il Comitato fiumano della Società “Dante Alighieri” rinasce a Fiume nel 1993 con lo scopo di “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, tenendo alto ovunque il sentimento di italianità, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la maderepatria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana.” (Statuto della Società, art.1). Infatti un primo Comitato fiumano fu costituito negli anni Venti a Fiume, ma si spense negli anni Quaranta per motivi politici. Promosso e voluto in loco dal prof. Corrado Iliassich, preside del Liceo italiano, la ricostituzione del Comitato avviene grazie all’aiuto dei Comitati di Padova e Ferrara.
Dal 1993 al 2013, con alla presidenza la prof.ssa Melita Sciucca, le manifestazioni culturali organizzate sono numerose: mostre, presentazioni di libri, conferenze, rappresentazioni teatrali, incontri vari. Tra i momenti più significativi ricordiamo: la mostra itinerante “Astrazioni mediterranee” nelle sedi di Fiume, Spalato, Zagabria, Pola e Albona con quadri di illustri pittori astrattisti italiani del Novecento: Bruno Munari, Luigi Veronesi, Eduardo Palumbo, Giorgio Pahor, Lucia Caporilli ed altri; la mostra “Mille libri dall’Italia” realizzata grazie al contributo della Sede centrale ed inaugurata dal Presidente, il compianto ambasciatore Bruno Bottai; la mostra su Giaco-
mo Leopardi realizzata dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati; la mostra sul Quattrocento fiorentino e su Piero della Francesca. Ospiti del nostro Comitato sono stati scrittori rinomati come Fulvio Tomizza, Bruno Rombi, Sergio Katunarich, Franco Fornasaro, Pino Trani, Mario Schiavato, Giacomo Scotti. Nell’ attività svolta rientrano pure le serate dedicate al cinema italiano come la Rassegna dei film di Federico Fellini in occasione dell’assegnazione del premio Oscar al grande regista nel 1993. In occasione del Settantaduesimo Congresso della Società tenutosi a Trieste il Comitato di Fiume vi ospita i suoi partecipanti, l’ambasciatore Bottai lo visita per ben tre
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volte, si è ospiti di numerosi convegni. Attualmente il Comitato conta una trentina di soci che partecipano attivamente e permettono l’ esistenza dello stesso fornendo gratuitamente il loro prezioso contributo lavorativo. E’ da segnalare la bellissima collaborazione con la Sede Centrale, con gli altri Comitati in Croazia, Slovenia, Italia, con il Consolato Generale d’Italia a Fiume, con le istituzioni della CNI e tanti altri come risulta dall’ elenco delle attività promosse e segnalate in basso. Rileviamo la relazione relativa all’ uso dell’ italiano a Fiume portata a Ferrara nell’ ottobre 2016 dalla presidente in carica dal 2013, Ingrid Sever, grazie alla collaborazione con la sede ferrarese della “Dante” e l’ ANVGD di Ferrara.. Dal 2006 Fiume ha l’onore di essere Centro Certificatore PLIDA (documenta la competenza in italiano come lingua straniera secondo i sei livelli proposti nel Quadro comune europeo di riferimento per le lingue del Consiglio d’ Europa) ed è guidato fino al 2013 dalla prof. Silvana Vlahov, mentre attualmente è condotto dalla prof. Sciucca. I corsi preparatori erano legati alla Scuola Modello operante presso la Comunità degli Italiani. Tale collaborazione assume quindi un ruolo di estrema importanza per l’ operato di tutto il Comitato e va migliorata e caldeggiata. Per il futuro la “Dante” fiumana conta di ampliare gli eventi organizzati e il numero di soci. Rimaniamo quindi a disposizione per suggerimenti, nuove idee e quant’ altro può aiutarci a crescere e incentivare il nostro operato al fine di promuovere ulteriormente la cultura italiana nella nostra Fiume. 28
Manifestacioni 2013 - 2017 29 novembre 2013 - Dantescamente (Performance Artistico-Teatrale) in collaborazione con l’ As-
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sociazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, La Citta’ di Fiume, La Regione Litoraneo Montana, il Consolato Generale d’ Italia a Fiume, il Duomo di Fiume, la Comunita’ degli Italiani di Fiume e la Comunita’ Turistica del Quarnero. 20 novembre 2014 - Ricordando… LA GRANDE GUERRA, con le foto di guerra del Museo Storico Marittimo del Litorale Croato di Fiume, intervento del prof. Marko Zotich, con le letture della prof. Melita Sciucca da “Il cavallo di cartapesta” di Osvaldo Ramous e la partecipazione del Collegium musicum fluminense. 5 giugno 2015 - Commemorazione nel suo primo centenario della partecipazione dell’ Italia alla Prima Guerra Mondiale. Intervento del Signor Fulvio Mohoratz con la partecipazione del coro della Fratellanza- in collaborazione con la Comunita’ degli Italiani di Fiume. 1 marzo 2016 - La particolarità del Commento di Benvenuto da Imola nei Codici Isolani. Conferenza della dott.ssa Valentina Petaros Jeromela, con introduzione musicale all’ arpa della prof. Diana Grubisic Cikovic - in collaborazione con la “Dante Alighieri”, Comitato di Capodistria, La Biblioteca Centrale di Capodistria, il Museo Storico Marittimo del Litorale Croato di Fiume e il Consiglio della minoran-
za nazionale italiana della Città di Fiume. 24 ottobre 2016 - Lectura Dantis, a cura di Rosanna Bubola, con interventi musicali al violino di Matej Mijalic, della Scuola di Musica di Fiume e le proiezioni delle opere dell’ artista Bruno Paladin- in collaborazione con la Scuola di musica di Fiume e il Consiglio della minoranza nazionale italiana della Città di Fiume. 17 maggio 2017 - Poesia e politica. Tre poetesse senesi a metà Cinquecento: conferenza del prof. Konrad Eisenbichler con l’ introduzione musicale delle allieve della Scuola di Musica Dalia e Alida Cossetto al violino e violoconcello, in collaborazione con il Consiglio della minoranza nazionale italiana della Citta’ di Fiume, il Museo Storico Marittimo del Litorale Croato di Fiume e il Dipartimento di Italianistica della Facolta’ di Lettere e Filosofia dell’ Università degli Studi di Fiume. 29 ottobre 2017 - Appunti di un interprete - Giovanni Bellucci incontra Beethoven: conferenza -concerto del pianista - in collaborazione con il Dramma Italiano del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc e il Museo Storico Marittimo del Litorale Croato di Fiume.
La Battana lungo un anno • acura di Kristina Blecich
Ricordando Gramsci e Toscanini, Matvejević e Brešan Arte, poetica, saggistica e recensioni, sono le tradizionali e nutrite sezioni che costituiscono i numeri 203, 204 e 205 della rivista culturale trimestrale della Comunità Nazionale Italiana, “La battana”, redatta da Corinna Gerbaz Giuliano e pubblicati finora durante il 2017. In apertura del numero 203 troviamo la sezione “Uomini e segni”, che compende due omaggi ad altrettante figure di intellettuali che ci hanno lasciato recentemente. Il primo saggio, a firma di Sanja Roić, dal titolo “Per Predrag Matvejević (Mostar, 1932 ‒ Zagabria, 2017)”, è incentrato sulla figura di Matvejević, uomo di frontiera, autore di libri, intellettuale impegnato, membro della comunità accademica italiana e personaggio che si è inserito a pieno titolo nella vita pubblica italiana attraverso i suoi libri. Come scrive l’autrice del saggio, Matvejević è stato sempre chiaro, aperto; ha sostenuto la causa della pace con tutti i mezzi che aveva a disposizione. È stato questo il suo modo di commentare i fatti, gli eventi e le situazioni nei Balcani in Italia, dove viveva dal 1994, nella comunicazione quotidiana con i suoi studenti all’Università “La Sapienza” di Roma. Nella Città eterna non aveva dimenticato la Comunità degli Italiani in Istria e a Fiume, consigliando al giovane dottorando Christian Eccher di ricercarne i contributi letterari affidandolo al relatore Tullio De Mauro. I saggi di Matvejević pubblicati in Italia e nella Svizzera italiana recano prefazioni o postfazioni curate da scrittori e intellettuali italiani o stranieri e attestano non solo dell’a-
micizia di quegli autori, ma anche il sostegno, l’appoggio e la solidarietà intellettuale nei confronti di questo uomo di cultura di fama europea che non ha mai smesso di sognare. Il secondo contributo dal titolo “Ivo Brešan drammaturgo e scrittore” di Gina Šakić, ricorda la figura e l’opera del noto drammaturgo scomparso a gennaio di quest’anno. Come spiega la caporedattrice della rivista nella Premessa, il saggio è stato estrapolato dalla tesi di laurea in Storia del teatro moderno e contemporaneo discussa da Gina Šakić presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna ‒ Corso di laurea in DAMS nell’anno accademico 2003‒2004 sotto la guida del chiar.mo Prof. Giuseppe Liotta. Ricordiamo che la commedia che ha inaugurato la stagione 2017‒2018 del Dramma Italiano, il 30 settembre scorso, è stato proprio “La rappresentazione dell’Amleto nel villaggio di Merduscia di sotto”,
del Brešan, per la regia di Luca Cortina. Nell’appendice l’autrice riporta l’intervista concessale da Brešan nel settembre del 2003, in cui egli parla di alcuni dei problemi fondamentali della propria opera e in questo modo getta le fondamenta teoriche per la sua comprensione. La seconda parte dell’appendice contiene la biografia di Brešan, con alcuni dati essenziali, e una rassegna dell’opera drammaturgica e romanzesca completa. Molto interessanti le origini della famiglia del drammaturgo. Nell’intervista leggiamo come segue: “Sono nato a Vodice, vicino a Sebenico, anche se i miei vengono da Traù, mio nonno si è trasferito a Vodice. Questa parte della mia famiglia è di origini italiane, mio nonno si firmava come Bressan, con due ’s’. È un cognome veneto, altri lo scrivono Brescian, altri Bressan. Visto che si è trasferito a Vodice dove era circondato da gente croata, anche lui è diventato croato e da Giovanni Bressan è diventato Ivan
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Brešan”. Adriano Bassi dal titolo “Pirandello La sezione Saggi si apre con un e la musica”. In seguito, l’interesse di contributo di Konrad Eisenbichler, Carmen di Stasio, ci porta a rifletillustre italianista canadese e lussi- tere sul libro di Giancarlo Micheli gnano di nascita, gradito ospite del “Romanzo per la mano sinistra”. Il Dipartimento di Italianistica della suo contributo dal titolo “La maFacoltà di Lettere e Filosofia dell’U- ieutica valoriale di un’incessante niversità degli Studi di Fiume, dal narrazione. Riflessioni minime su titolo “Il ponte sull’Eneo: confini ’Romanzo per la mano sinistra’ di politici e confini culturali nella po- Giancarlo Micheli” è un vero e proesia di Gianni Angelo Grohovaz”. prio invito alla Nell’opera l’autore riflette sull’im- lettura. In chiunumero 202 Dainadel Glavočić numero portanza della città natale del poe- sura viene propota Gianni Angelo Grohovaz nato Jacopo a 203 Vigna-Taglianti sta la recensione Fiume nel 1926, esule in Italia nel firmata Giacomo da ScottiMau1945, e poi emigrato in Canada nel 1950, dove muore nel 1988 all’età di rizio Casagrande Pietro Zovattosull’oindaga 62 anni. Eisenbichler propone una che di Marco decina di poesie di Grohovaz scritte pera Enzo Santese in dialetto fiumano, accompagnate Munaro, “Vaso blu Casagrande con narcisi” dalla spiegazione in lingua italiana.Maurizio in “Quaderni del Il lettore viene a conoscenza del fatMargareta Đordić circolo degli artito che per Grohovaz il ricordo non è mera nostalgia che fa da ponte dal sti”. presente ad un passato perduto, ma La rivista riè base per un nuovo ponte di spe- porta in coperranza rivolto al futuro di un Pae- tina e all’interse che, in tanti modi, assomiglia a no le opere del quello d’origine. Nel ricordo nostal- pittore e grafico gico del multiculturalismo fiumano c o n n a z i o n a l e Grohovaz intravvede le dinamiche Gianfranco Mikpossibilità del multiculturalismo sa. Nato a Fiume canadese nel 1944, MiksaEDIT 75,00 e si impegna a sostenerlo. EDIT 17,00 La rivista procede con il contri- affina il proprio buto della serie ideata dal Maestro talento pittorico
con il maestro Romolo Venucci. Sotto il profilo professionale, legherà il suo nome alle pubblicazioni dell’EDIT, di cui sarà grafico e designer. Miksa è stato senz’altro il più interessante esponente di quella che possiamo definire “Scuola venucciana”, da cui uscirono altri tre robusti artisti figurativi: Mauro Stipanov, Bruno Paladin e la compianta prof.ssa Erna Toncinich. Al pari del suo mentore, anche Gianfranco Miksa amava profondamente la propria città che fu fonte di sua perenne ispirazione. Si presenta con una specie di omaggio alla creatività dell’individuo il seguente numero (204) de “La battana”. Come è stato scritto nella Premessa dalla caporedattrice, lo psicologo bielorusso Lev Semenovič Vygotskij affidava un ruolo primario alla creatività. Lo sguardo viene indirizzato all’attività umana concepita come un’operazione in grado di produrre un qualcosa di nuovo e originale. Il presente numero va letto proprio sulla scia del saper produrre qual-
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cosa di nuovo, diverso e originale. 2017. I quattro Sanja Roićsono Articolata tra saggi, poesie, letture racconti e recensioni, l’edizione aprile‒giu- quanto mai atGina Šakić gno si apre con la sezione Saggi. Il tuali: in un mocontributo di Moreno Arland dalKonrad mento di dramEisenbichler titolo “L’Apoxyomenos di Lussino. matica ripresa Storia e fortuna di un giovane venu- diAdriano migrazioni, Bassi to dal mare” si presenta come una di populismi e De Stasio dettagliata analisi tratta dalla Tesi di Carmen di nazionalismi, laurea triennale in ConservazioneMaurizio di “muri” e di Casagrande dei Beni Culturali, redatta dal Dott. fratture, di non Moreno Arland sotto la guida del facili convivenprof. Ludovico Rebaudo, docente di ze tra grandi Archeologia greca e romana presso diversità, affonl’Università degli Studi di Udine. dano le radici L’Apoxyomenos di Lussino viene nella memoria descritto come “una statua venu- di vicende lonta dal mare vecchia più di duemila tane e vicine, in anni, la storia di un naufragio senza cui l’individuaun relitto, le vicende di una scultu- le e il collettivo ra che ha avuto una considerevole paiono fondersi fortuna in antico e alla quale oggi è e testimoniare 75,00 EDIT 17,00 nuova vita e nuovo splenstata data il tormentatoEDIT dore”. destino e la difLa seguente sezione è dedicata ficile identità di all’opera poetica postuma di Livio chi appartiene Rosignano, nato a Pinguente nel alla minoranza nazionale italiana, 1924 e morto a Trieste nel 2013. Il quella dei “rimasti”, in un ambiente saggio dal titolo “Livio Rosignano, particolare come la città di Pola nel poeta nella parola e nel colore. Il dopoguerra. dato della malinconia nella raccolConclude la sezione il contrita postuma”, firmato da Enzo San- buto di Nelida Milani che presenta tese, è incentrato sulla poliedricità la poetessa polese emergente Sara dell’artista che, come sottolinea il Močinić. La brevità di una decina‒ critico triestino, ha fatto della pit- dozzina di versi liberi e asciutti è la tura una delle ragioni di vita e che forma della poesia dell’autrice delconferma nell’opera appena pubbli- la silloge “Expression of existence”, cata la sua capacità di scrittura e la che mette in scena un linguaggio sua ricchezza concettuale. “moderato” nella convinzione che la La sezione Letture propone il lingua poetica sia strumento di evobreve testo in prosa di Angelica cazione piuttosto che di sperimenMontagna dal titolo “Trama e or- tazione. Come è stato scritto dalla dito”. In chiusura della rivista ven- stessa Nelida Milani, la linguista e gono presentate tre recensioni. La scrittrice è venuta a conoscenza delprima, scritta dalla redattrice de “La la produzione di Sara Močinić grabattana”, Elis Deghenghi Olujić, in- zie alla ricerca fatta in Rete. I versi di daga sull’opera di Marco Apollonio, Sara Močinić sono infatti reperibili “Piccoli naufragi prima dell’alba” su internet. Il numero 204 della rinella traduzione in lingua slovena vista riporta in copertina e all’interno le opere dell’artista connazionale di Gašper Malej. Bruno Paladin. Nato a Fiume nel La seconda, di Irene Visintini, 1951, Paladin è presente sulla scena analizza la nuova pubblicazione di artistica nazionale e internazionale Nelida Milani, “Lo spiraglio”, Nardal 1976. Opera come pittore, sculdò - LE, ed. Besa, Salento Books,
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tore, grafico, illustratore, scenografo, creatore di maschere e burattini, ceramista e designer. È membro dell’Associazione degli artisti croati (HDLU) e dell’Associazione nazionale degli artisti autonomi (HZSU). Paladin vanta al suo attivo una settantina di mostre personali e oltre cinquecento mostre collettive. Le sue opere sono presenti in innumerevoli collezioni private, in gallerie e musei d’arte contemporanea sparsi nel mondo. Appena uscito dalle stampe, il numero 205 de “La battana” è un’edizione all’insegna degli anniversari. Articolata tra saggi, poesie e recensioni, la pubblicazione luglio‒settembre si apre con la sezione Saggi. Il contributo “Lettere dal carcere”: ideologia e cultura nel Gramsci intimo” di Gianna Mazzieri - Sanković e Nika Antolović è stato tratto dall’omonima tesi di laurea triennale in Lingua e letteratura italiana, redatta dalla dott.ssa Nika Antolović sotto la guida della prof.ssa Gianna Mazzieri‒Sanković. La tesi è stata discussa lo scorso 7
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settembre presso la Facoltà di Let- più intime ritere e Filosofia dell’Università degli Moreno guardanti Arland arStudi di Fiume. A ottant’anni dal- gomenti di Enzo Santese la scomparsa di Antonio Gramsci svariato genere, (1891-1937), grande intellettuale da quelli perAngelica Montagna del panorama storico‒letterario del sonali a quelli ’900 italiano, l’autrice del saggio politici.Olujić L’autriElis Deghenghi ha voluto ricordare la sua attività, ce ragiona pure Irene Visintini l’impronta che il suo pensiero ha sul ruolo polilasciato nel panorama culturale e tico di Gramsci Nelida Milani nella politica culturale dello Stiva- nell’immediato le. Confrontarsi con la sua strategia dopoguerra e di pensiero e di scrittura avente un sulle influencarattere antidogmatico e quindi ze che hanno mobile e sempre aperto, diviene formato il suo un metodo istruttivo pure oggi, di pensiero e la fronte alle insidie del moderno e di sua personalità un mondo ancor più complesso di dando spazio quello gramsciano. Studiare Gram- alla tesi princisci può avere quindi un’utilità non pale dello scritsolo per ripensare il ruolo del passa- tore relativa al to nel mondo odierno ma anche per ruolo sociale 75,00 incrementare l’uso delle sue idee dell’intellettua-EDIT EDIT 17,00 legate ai concetti di egemonia, di le. Dall’analisi rivoluzione passiva, di senso comu- dei contenuti ne, di società civile e di ideologia. di alcune letLa ricerca di Nika Antolović vuole tere scritte ai approfondire, attraverso l’analisi di familiari e ai suoi amici nei lunghi alcune lettere di Antonio Gramsci anni di prigionia, emerge un uomo tratte dalle “Lettere dal carcere”, l’i- dall’animo curioso, emotivo, semdeologia e la cultura che affiorano pre intellettualmente sveglio e iropure nelle missive di carattere in- nico. timo. Viene rilevato il periodo traLa rivista procede con il saggio scorso in carcere in cui, dopo aver del Maestro Adriano Bassi, che renricevuto il permesso di scrivere, de omaggio ad Arturo Toscanini, l’autore aveva annotato su nume- nel 150.esimo anniversario dalla narosi quaderni le sue considerazioni scita. L’occasione non poteva andare
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perduta, poiché rendere omaggio al grande direttore d’orchestra equivale a ricordare un periodo musicale intenso e ricco di nomi altisonanti, quali Verdi, Puccini, Franchetti, Mascagni ed altri ancora senza dimenticare un periodo storico e politico significativo. Toscanini fu uno dei più acclamati musicisti della fine del XIX e della prima metà del XX secolo, acquisendo fama internazionale anche grazie alle trasmissioni radiofoniche e televisive. Un altro saggio molto interessante è quello scritto da Pietro Zovatto e incentrato sulla figura di “Mons. Luigi Maria Torcoletti storico e italiano di Fiume”. Fiumano, scrittore e storico locale di notevole fecondità e intuito, Luigi Maria Torcoletti (1881-1956), parroco del Duomo dell’Assunta, era ben noto al mondo degli studiosi per le sue appassionate ricerche di storia religiosa locale del territorio circostante e per i suoi sentimenti, - molto palesemente sempre affermati - dell’italianità di Fiume avverso l’autonomismo
zanelliano. Posizione che del resto aveva buon fondamento storico per affermare la sua appartenenza se, con una popolazione di 60 mila abitanti circa, la maggioranza era di lingua e cultura italiane. E da intellettuale quale era, più che dal colore ’clericale’, prendeva le mosse dallo spirito pastorale della sapienza cristiana di carattere agostiniano. Aveva la tendenza di esplorare anche le zone più impervie della letteratura nei meandri della psicologia umana volta al sacro. Mons. Luigi Maria Torcoletti è stato uomo di chiesa e di cultura - scrive l’autore - pensoso della responsabilità degli uomini in missione spirituale, sensibile ai problemi della modernità di una società ormai estranea al richiamo del riferimento religioso per mandato superno; e, insieme, come buon conoscitore e cultore della storia ecclesiastica del territorio del Carnaro. Uno storico locale agguerrito in sintesi con la consapevolezza della modernità del momento attuale, che va affrontata con le esigenze di un aggiornamento anche scientifico con lucida determinazione da parte del clero. Appassionato dell’umana vicenda, fino al punto di essere vittima della storia, che non manca mai nel suo svolgersi di reclamare i suoi drammi e avvolgere e travolgere nel suo percorso anche coloro che per tutta la vita l’hanno amata e coltivata. Terminata la sezione Saggi, si apre l’Angolo della poesia. Sebastiano Aglieco propone una nota critica su “Maurizio Casagrande, Requiem: alcune liriche dalla raccolta inedita Dàssea ’nare (Lasciala andare)”. La poesia di Casagrande sembra attuare una sorta di seconda sepoltura rituale in quanto la parola, riportata all’altezza del suo compito, è costretta a dire con la massima precisione possibile senza divagare né distrarsi. Infine, la sezione delle Recensioni presenta due contributi. Il primo, di Irene Visintini, analizza il nuo-
vo complesso e suggestivo libro di Isabella Flego “Memorie da sopra l’Equatore”, Editore C.A.N., Capodistria 2017 mentre il secondo, di Nelida Milani Kruljac, si sofferma sull’opera “Una scoperta del pensiero e altre fedeltà”, Ronzani ed., Vicenza 2017, di Mauro Sambi. La prima recensione spiega come l’opera di Isabella Flego sia ben lontana dal turismo globalizzato e ’low cost’: la sua opera, narrazione e resoconto di un lungo soggiorno di cinque anni (1973-1978), a Kumasi, nel Ghana, nel cuore dell’ Africa, presenta varie chiavi d’accesso a quel mondo
zione, diario, saggio, documento e testimonianza della complessa, infinita realtà dell’ancora poco conosciuto mondo africano; con le sue pagine intense e profonde, intrise di forte empatia la protagonista scrittrice scandaglia i suoi splendidi ’luoghi’ naturali, i suoi paesaggi, i suoi sconfinati spazi fondandosi su una filosofia che vede la vita in equilibrio con la natura. In conclusione del numero 205 de “La Battana”, Nelida Milani Kruljac, analizzando la rilevante plaquette di dieci poesie esemplari di Mauro Sambi, puntualizza come
lontanissimo dall’Occidente, ai suoi misteri, ai suoi millenari costumi e tradizioni, alla sua luce e alle sue forze cosmiche, alla sua natura, alla sua ’alterità’ e trascendenza. In particolare - scrive Irene Visintini - Isabella comincia ben presto a capire la saggezza ancestrale e la linfa vitale di quella civiltà, la sua essenzialità e profondità, la sua capacità di esprimere il senso della vita, dell’etica e della solidarietà; percepisce anche il coraggio, la gioia, la sofferenza, il dolore, la rabbia del popolo africano che sembrano incarnarsi nei suoni, nella musica, nella danza e in altre suggestive esperienze artistiche. Un libro, insomma, di appassionante lettura, allo stesso tempo, narra-
per l’autore, la poesia è il caso serio della vita, ma anche un’avventura gioiosa e gratificante. Leggere oggi i versi di Mauro Sambi è un modo ed è una sfida per riaprire il discorso sulla condizione umana. Perché i temi quali la morte, la vita, la nascita, il senso della vita, sono temi che appartengono a ogni epoca. Risuona nei suoi versi l’eco, o almeno la nostalgia, dell’invito al viaggio, l’itinerarium mentis baudelairiano, un viaggio verso l’alto, verso un universo armonico. L’opera di Mauro Sambi appare come una fonte cui attingere per orientare la propria vita, nonché una spinta all’azione ed al superamento di sé stessi.
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"Altre lettere italiane” nr. 31: Egidio Milinovich • Lilly Venucci
"Joze che tratien figure strambe de convessità sta sugandose sul fil..."
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ALTRE LETTERE ITALIANE
Joze fiumane
Collana degli autori italiani dell’Istria e del Quarnero
tradizioni, i sentimenti, le persone. della Collana degli autori italiani “La poetica del nostro scrittore di- dell’Istria e del Quarnero ’Altre letlettante - prosegue Blecich - man- tere italiane’, nasce dalla generosità tiene una forma metrica apparte- di Maria Schiavato che ha messo a nente alla consuetudine nostra: di disposizione le carte veline di una prammatica i classici endecasillabi copia artigianale delle poesie di Mie i ben cantilenabili ottonari, propri linovich da lei conservata per tanti della produzione popolare. (…) Il anni lungo il suo percorso profesdialetto è la lingua parlata dal popo- sionale, in cui si è prodigata a tralo, molto più pittoresca che le lingue smetterlo ai giovani a scuola e in scritte, molto più adatta a esprimere Comunità. Inoltre i meriti vanno al i sentimenti familiari, le piccole pe- Centro di Ricerche Storiche di Roripezie della vita, le comicità delle vigno per aver concesso l’autorizsituazioni giornaliere in una parlata zazione a usufruire di “Variazioni molto più acconcia a descrivere il fiumane” (Biblioteca istriana n. 5, popolo come pensa, parla ed agisce. 1982) e al Consiglio per le mino“Per questo motivo la grafia, decli- ranze nazionali della Repubblica di nata in caratteri di stampa, è esente Croazia per il sostegno. da interventi correttivi rispetto alla A illustrare la copertina del neo scrittura di Milinovich, in favore volume, l’espressione figurativa di una forma di ’disordine voluto’ della fiumana Lea Čeč, “No name” molto significativo. È una scelta (2011). intenzionale di libertà dell’Editore perché stigmatizza l’epoca, cioè il dialetto usato settanta-ottanta anni fa, nonché il lascito 31 Collana degli autori italiani dell’Istria e del Quarnero in carta EGIDIO MILINOVICH carbone o stampa, EGIDIO MILINOVICH nacque a Fiume nel 1903 nel rione del Barbacan prodotti da in Cittavecchia, da una modesta coppia di operai. Ebbe un’infanzia difficile in uno stratiseguito alla scomparsa del padre, caduto nella Prima guerra mondiale, che portò la ficato perfamiglia (tre sorelle e la madre) sull’orlo della povertà. Dopo aver terminato le corso di coScuole Industriali tentò la fortuna in mare, soffrendo spesso di solitudine e nostalgia. Rientrato nell’amata Fiume, piatura (e trovò lavoro nella Fabbrica tabacchi e nel silurificio Torpedo. innocente La produzione poetica di Milinovich è da collocare nell’ultimo ventennio della sua storpiatuesistenza, in corrispondenza con gli anni del pensionamento (all’incirca 1960ra). 1981) e rappresenta uno degli ultimi esempi fiumani di poetica sentimentale in vernacolo. La pubblicazione, trentunesiEDIT mo volumeEDIT EGIDIO MILINOVICH
"I dialetti sono testimoni preziosi di storia civile e culturale: sono intrisi dell’intelligenza e della fatica, del sapere intellettuale e delle esperienze culturali delle popolazioni che li hanno parlati e parlano. Conoscere il dialetto è quindi possedere lo strumento per capire il mondo da cui siamo venuti e in cui siamo ancora immersi, non per limitare il nostro orizzonte, ma, al contrario, per collocare i fatti della nostra storia particolare nel quadro più ampio della storia e della cultura nazionale ed europea, che è fatta di tanti contributi particolari che lentamente si sono aggregati e stanno ancora aggregandosi. La presenza del dialetto oggi a Fiume è ancora viva, seppur relegata all’ambito familiare e comunitario e nella comunicazione quotidiana tra gli appartenenti alla minoranza italiana”. Scrive così Kristina Blecich nella prefazione per avvicinare il lettore alla lettura dei versi di Egidio Milinovich, il poeta che per diletto e con grande amore raccontò la sua fiumanità. La casa EGIDIO MILINOVICH editrice EDIT ha effettuato un’azioJoze fiumane ne di recupero dei suoi scritti e ha Egidio Milinovich esprime in versi dialettali di confezionato laimmediato silloge vernacolo impattoin la passione per la città natale, la sua Fiume degli anni Cinquanta e Sessanta del “Joze fiumane”,secolo traendo ispirazione scorso. Le poesie in fiumano cristallizzano valori quali le tradizioni, i sentimenti, le persone che un bagaglio ereditario da tramandare per il titolo da costituiscono uno dei versi dell’audi generazione in generazione. tore. Egidio Milinovich usa parole semplici, di immediata comprensione e coinvolgimento per esternare i sentimenti per la città natale, la sua Fiume degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Le poesie in dialetto fiumano, di ceppo veneto, cristallizzano valori quali le
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Il Dramma Italiano nel 2017 • di G. Miksa
Goldoni, D’Annunzio, Brešan: la ricetta vincente L’omaggio a tre grandi nomi ha caratterizzato la produzione del Dramma Italiano dell’ultimo anno solare. In particolare ci riferiamo a tre allestimenti. Il primo. Un classico goldoniano rivisto in chiave moderna, gioioso ma al tempo stesso cupo, con un’indimenticabile Mirandolina. Stiamo parlando de “La locandiera”, che ha debuttato il 26 novembre del 2016, a settant’anni esatti dall’esordio della nostra compagnia, con il “Il burbero benefico”, per la regia di Emilio della Gatta. La messa in scena dello spettacolo con cui il Dramma ha festeggiato il settimo decennio di attività portava la firma di Paolo Magelli, un regista che non ha bisogno di presentazione, né qui né da nessun’altra parte in Europa. Sul palcoscenico, il complesso fiumano al completo, mentre il ruolo della pro-
tagonista era ricoperto dalla toscana Valentina Banci. Il secondo. “Cabaret D’Annunzio”, una novità assoluta per Fiume e per la scena croata: ma non parliamo del testo di Fabrizio Sinisi (peraltro inedito), messo in scena, bensì della figura del poeta pescarese, ritenuto “controverso” sia a Fiume che in Croazia e in Italia. Controverso e precursore del fascismo. Lo fu? Al regista Giampiero Borgia la risposta non interessa. Egli, per il tramite della forma del cabaret, un genere che permette di coniugare recitazione e danza, canto e sketch, attraverso un impasto fatto di grottesco, burlesque e tragedia,
ci mostra l’uomo. Ha detto il Borgia: “In Italia, D’Annunzio è ridotto a uno scrittore di destra, fascista. In Croazia è percepito come un politico fanfarone, invasore e antesignano del fascismo. Per questo motivo, egli ha molto sostenitori e molti detrattori. Se soltanto una delle due parti, dopo avere assistito alla rappresentazione porrà in dubbio le proprie convinzioni, lo spettacolo avrà raggiunto il suo scopo; se poi a qualcuno verrà voglia di approfondire le conoscenze sul Vate, vorrà dire che avremo fatto un lavoro eccellente”. In effetti, il D’Annunzio che emerge nulla ha a che fare con la consueta agiografia e le mistificazioni dovute alle varie storiografie, un excursus nella sua vita, imprese comprese (e quella fiumana con dovizia di particolari significanti). Piaciuto alla platea fiumana, assai gradito è risultato anche per il pubblico pugliese, dove lo spettacolo è stato rappresentato per un totale di sei repliche. E dove tornerà in futuro.
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Il terzo. “La rappresentazione dell’Amleto nel villaggio di Merduscia di sotto”, del dalmata Ivo Bresan. Calata nella realtà di un villaggio istriano - da qui l’uso del dialetto istroveneto; la “recita” diretta da Luca Cortina riesce a conservare, mutatis mutandis, tutta la carica grottesca del testo originale, la cui vicenda com’è noto, aveva luogo in un villaggio dell’entroterra dalmata nel primo decennio dell’avvento del “socialismo”. Lo spettacolo era divertente, una regia dinamica, con balli e canti. Uno spettacolo corale, in cui più di uno sono i protagonisti. E’ piaciuto molto e la prossima estate aprirà la tradizionale rassegna “Il Festival dell’istroveneto” come pure prenderà parte all’Estate fiumana. La messa in scena ha voluto essere al tempo stesso un omaggio al commediografo dalmata, scomparso proprio lo scorso anno.
Proprio quando stavamo andando in macchina, il Dramma Italiano ha presentato l’ennesima prima teatrale: “Sei donne appassionate”, di Mario Fratti, allestito in collaborazione con Florian Metateatro di Pescara, per la regia di Vincenzo Manna, una piece tra lo scherzoso e l’irriverente (con amore) che il commediografo aquilano di New York dedicò a Federico Fellini e al suo mondo onirico e fanciullesco. 28
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Lo spettacolo, al pari di “Cabaret D’Annunzio” la prossima stagione calcherà anche le scene di alcune città italiane.
Nasceva 150 anni fa la fiumana Irma Gramatica • di S. D.
Una delle più grandi attrici italiane del Novecento Era il 25 novembre del 1867, quando la sarta teatrale fiumana Cristina Bradil, moglie del suggeritore di prosa istriano Domenico Gramatica, dette alla luce, nella nostra città, Maria Francesca, in arte Irma; Irma Gramatica. Calca le scene fin da piccola e, neanche ventenne, recita accanto alla divina Eleonora Duse, a Flavio Andò, a Cesare Rossi ed al Pezzana. Quindi entra nella compagnia di Ermete Zacconi e di lì a poco forma uno dei più famosi complessi del momento, la Compagnia Talli-Gramatica-Calabresi. Ben presto diventa la beniamina di alcuni dei più noti commediografi del momento: è, infatti, protagonista femminile nelle pieces di Giuseppe Giacosa, Giovanni Verga, Gabriele D’Annunzio, Marco Praga, Sem Benelli, Dario Niccodemi. Non prediligeva Pirandello. Nell’unica commedia (“Se non così”) interpretata non piacque al Siciliano (ma nemmeno lui piaceva a lei, e non solo come drammaturgo...). Del Goldoni fece la sola “Locandiera”.
Il suo repertorio fu vastissimo e vario. Ai contemporanei italiani si affiancarono i grandi nomi della drammaturgia e della letteratura mondiali: Shakespeare, Ibsen, Tolstoj, Zola, i Dumas, Schiller, De Beaumarchais, Rostand, G. B. Shaw, per citarne alcuni. In età matura, si divide tra il teatro e il cinema, girando una decina di pellicole, niente affatto memorabili, le quali anzi se vengono ri-
cordate lo si deve al solo fatto che vi recitò lei. E’ in età avanzatissima quando nasce la televisione, e dunque non vi si cimenterà, mentre per la radio, ma appena nel 1953, registrò un solo sceneggiato, “Congedo” di Renato Simoni, diretta dal “mago” della prosa radiofonica, Umberto Benedetto. Dato curioso, del cast fece parte Jolanda Verdirosi, sorella di quel Glauco che per trent’anni lavorerà al Dramma Italiano. Irma Gramatica muore a Tavarnuzze, in provincia di Firenze, il 14 ottobre del 1962. Fiume la ricorda con una targa, esposta sulla parete dell’edificio in cui visse (dietro Palazzo Modello), benché per poco, dato che sin dall’età di sette anni, entrò in arte, con continue tournées in Italia e all’estero. Irma ebbe due sorelle, anch’esse attrici: Emma, con la quale lavorò spesso e Anna, entrambe più giovani
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Un fiumano nel lager in mezzo al mare • di Giacomo Scotti
Aldo Juretich - Qualche ricordo
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Edito a Missaglia (Locarno), autore lo scrittore Umberto De Pace di Monza, è stato presentato alla Comunità degli Italiani di Fiume il libro, “Oltre l’orrore di Goli Otok”, il lager in mezzo al mare del Quarnero sul quale Aldo, fiumano, soffrì per due anni. Alcuni anni dopo il ritorno a casa insieme ad altri concittadini che avevano condiviso le sue sofferenze, come Cossetto, Kmet, Antonelli ed altri, fu costretto a rifugiarsi in Italia, dapprima a Milano e poi a Monza fino alla morte. Il libro di De Pace porta la mia prefazione. Qui aggiungo poche righe, qualche ricordo. Il primo incontro avuto con un eminente membro del Partito comunista italiano, Aldo Juretich lo ebbe a Zagabria dov’era studente universitario alla Facoltà di Medicina. Aveva ventiquattro anni. Incontrò l’inviato speciale del quotidiano “l’Unità”, il noto poeta Alfonso Gatto. Il poeta lo ignorava, ma nei suoi movimenti attraverso la Jugoslavia, veniva pedinato dagli agenti dei servizi segreti, quindi finivano per essere sorvegliate anche le persone con le quali veniva a contatto. Si era verso la fine di giugno del 1948. Da alcuni mesi i rapporti tra
Tito e Stalin, fra il PCJ e il PCUS si erano profondamente guastati portando alla rottura, all’espulsione del PCJ dal Cominform. A quell’epoca ebbi anch’io un incontro con Alfonso Gatto a Fiume, ma non conoscevo Juretich. Vivevo nel capoluogo del Quarnero dalla fine di novembre del 1947, mentre Aldo aveva lasciato Fiume da più di un anno, ma di lui mi parlarono a lungo negli anni seguenti i suoi compagni di internamento, in primis Silverio Cossetto e Gino Kmet, ambedue di Fiume, ma anche suoi compagni croati, sloveni, serbi e montenegrini, che lo avevano conosciuto come “medico” e “dottore” nel malfamato isolotto nudo e pietroso di Goli Otok, dove Aldo era finito prima di terminare la facoltà di medicina. Sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso cercai e trovai finalmente il numero di telefono di Aldo e potemmo parlarci per la prima volta io da Fiume e lui da Monza dove viveva. Con il trascorrere delle settimane i colloqui telefonici si ripeterono più volte; e fu grazie a lui ed ai suoi racconti sul lager in mezzo al mare, aggiunti alle testimonianze di decine di altri compagni deportati per uno o due anni in quell’inferno, che potei scrivere e pubblicare, prima a puntate sul quotidiano “La Voce del Popolo” di Fiume e poi nel 1991 in volume a Trieste, la prima edizione del mio libro Ritorno all’Isola Calva, ampliato nelle successive edizioni con il titolo “Goli Otok, italiani nel gulag di Tito” fino ad arrivare al 2012 con il nuovo libro “Il lager in mezzo al mare”. Quando scrissi il primo libro Aldo si trovava in Italia già da trentadue anni, si era trapiantato a Monza nel gennaio del 1958 dopo
aver sofferto in Jugoslavia la prigione, la deportazione, i lavori forzati, poi la disoccupazione e infinite umiliazioni per circa nove anni. Nel mio libro scrissi: “In Italia si è rifatto una vita, si è costruito una famiglia, ha cercato di seppellire il passato nel silenzio, ma non è riuscito a dimenticare”. I colloqui avuti da Aldo con me - fu lui stesso a confessarmelo - furono la molla che gli fece vuotare il sacco e ribadire i propri ideali. Quanto detto nei colloqui fu arricchito da una testimonianza da lui scritta, una decina di cartelle, che mi spedì fotocopiate, cedendo gli originali a sua moglie Ada, sposata due anni dopo la “fuga” da Fiume, perché conservasse la memoria degli anni terribili vissuti dal marito. Aldo le avrà pure raccontato, nei lunghi anni trascorsi insieme, cose che forse non aveva mai rivelato ad altri: ed è perciò lei la vera custode della vita vissuta da Aldo. Sono andato più volte a Milano ed a Monza, dove ho conosciuto la coraggiosa Addolorata Appruzzese, alias Alda Juretich; lì ho partecipato agli eventi portati sulla scena dal drammaturgo Renato Sarti e dell’attore Elio De Capitani; lì ho conosciuto lo scrittore Umberto De Pace che ha scritto il libro su Juretich uscito dalle stampe nell’ultimo scorcio del 2016; lì la mia amica da decenni Patrizia Zocchio si è data da fare perché si intitolasse ad Aldo Juretich una biblioteca e si tenessero numerosi incontri nel nome dello scomparso fiumano-milanese combattente per l’idea alla quale non voltò mai le spalle fino alla morte. Nonostante gli inquinamenti subiti dal comunismo, o meglio dall’ideale del socialismo che tanti, me compreso, volevano che assumesse il volto umano.
Ci hanno lasciato
Umberto Pillepich “Pile” (1935-2017)
Per chi, da poco o non ancora maggiorenne, a metà degli anni Sessanta, entrò nell gruppo di cantanti che con una certa frequenza prendeva parte agli spettacoli organizzati dal “Circolo”, Lui era il solo della generazione precedente, quella dei Machin, Raccané, Grdadolnik, che, pur non esibendosi più, si intratte-
neva con noi, seguendoci durante le prove, istruiti da un pazientissimo Milo Materljan, pianista di una bravura unica, suonasse Chopin o Gershwin o musica leggera. Robi (chissà perché lo chiamavamo così), che alcuni di noi avevano ascoltato anni prima in “Volare”, “Piove”, pur non avendo una cultura musicale da professionista, sapeva tuttavia dare ottimi consigli, specialmente su come “affascinare” il pubblico, fermandosi con lo sguardo sul maggior numero di spettatori, ma soprattutto spettatrici, quasi a voler dare a intendere che la canzone era dedicata a loro singolarmente. Pile era pervenuto al canto quasi per gioco; anni fa, in un’intervista a “La Tore”, ricordava la prima audizione, di fronte a Fulvio Kriso e Stenio Vrancich; il terzo posto
ottenuto ad una rassegna tenutasi al Teatro Fenice (all’epoca cinema Partizan). Lasciò la sezione “arte varia” quando tra i giovani cominciò a fare breccia lo “ye ye”, mettendo in secondo piano i melodici e i primi urlatori, che lui prediligeva (Latilla, Tajoli, Modugno, Dallara). Passò al Coro della Fratellanza, per nulla intimidito dalla presenza degli Sfiligoj e dei Milavec; infatti non sfigurò mai, grazie alla bella voce baritonale leggera e a una sensibilità, che poi era quella dell’uomo Pile, come sta a dimostrare, per esempio, l’avere donato oltre sessanta volte il sangue: “Ho sempre considerato un obbligo donare il sangue, un’esperienza che mi riempie di felicità e orgoglio”, affermò nell’intervista su citata.
Nereo Superina (1944-2017)
Per ben tredici anni, Nereo si è occupato della biblioteca della Co-
munità, catalogandone gli arrivi di libri e riviste (acquisti e donazioni), sistemandoli con logica e ordine, segnando su un quadernone i prestiti e non di rado, con fare un tantino brusco ma buffo (ai buoni non riesce mai essere severi fino in fondo, gli scappa sempre un mezzo sorriso malcelato), sollecitare restituzioni. Nereo si è pure occupato del tesseramento dei soci, operazione niente affatto onerosa, quando si ha da iscrivere la prima volta un socio, ma assai defatigante quando l’iscrizione va rinnovata: chissà perché, disse una volta, ma la risposta ovviamente la sapeva, è così difficile pagare “il dovuto”... Non sappiamo se, quando nel 2003 Nereo si è fatto carico dei due suddetti compiti, sapesse che non si
sarebbe trattato di un lavoro comodo; di certo, era una persona assai abituata a non tirarsi mai indietro, a rimboccarsi le maniche, spesso molto di più dei coetanei, degli amici e dei conoscenti più stretti. Ciò a seguito di un’esperienza di vita, fin da giovane, non facile, che ne avrebbe potuto indirizzare il carattere in direzioni diciamo così “strane”. Lui invece - ci hanno raccontato gli ex compagni delle elementari e del Liceo, Nadia, Renato, Silvana, Ivo - sebbene appartato e discreto, ha sempre conservato un tratto gentile. Ci manca, entrando in biblioteca, quello sguardo tra l’interrogativo - cosa vorrà costui? - e il contento, di chi ama la solitudine e la discrezione, ma anche scambiare quattro chiacchiere.
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Enzo Zadel, uno dei più genuini prodotti del vivaio di Cantrida, simpatico, loquace, allegro: uno sguardo sul calcio fiumano di ieri e di oggi dall’alto dei suoi 80 anni • testo e foto di Bruno Bontempo
"Bruto, lustro e nero, ti xe come un... bacolo!"
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La prima volta che ho sentito parlare degli Zadel ero ancora alle elementari della scuola italiana Gelsi, in Stranga. “Chi xe le vostre bidele a scola?” mi chiedevano. El signor Bruno, la signora Maria, la Olga e la Palma... “Ah, la Palma Zadel, la mama del Bacolo!” È facile immaginare lo stupore, l’ilarità e la curiosità che un appellativo del genere poteva suscitare in un ragazzino. Per me, Zadel era un illustre sconosciuto, anche perché non ero ancora animato dalla passione per il calcio e per la squadra fiumana di allora. Solo qualche anno più tardi, quando cominciai ad andare a Cantrida alle partite del Rijeka e a leggere gli articoli di Renato Tich ed Ettore Mazzieri su La Voce, imparai a conoscere e a seguire con simpatia quel calciatore dai capelli corvini e la carnagione scura: Enzo Zadel, più noto come Bacolo, il soprannome simpatico e bizzarro che si porta dietro ancora oggi. Quest’anno ha tagliato il prestigioso traguardo degli ottant’anni: quale occasione migliore per convincerlo a dare un’occhiata allo specchietto retrovisore per vedere cosa si è lasciato dietro, per riandare con la mente alla successione di avvenimenti passati, per rifare, ma in senso inverso, il suo lungo e intenso percorso di vita. “Quello di bidella alla Gelsi non era stato il primo impiego di mia madre, che prima aveva lavorato alla Prehrana come responsabile del negozio di alimentari di via Primo Maggio. Le origini della mia fami-
glia? Gli Zadel erano arrivati in città da una località tra Bisterza e Postumia, nella Carniola, quella che a Fiume (ma anche in italiano antico, nda) veniva chiamata Cragno. Papà Giovanni è stato deportato in Germania nel ’42 e non abbiamo avuto più sue notizie. È facile immaginare quanto sia stata travagliata la vita di
nostra madre, che ha dovuto lavorare duro per poter crescere da sola quattro figli, Antonio nato nel ’34, che vive in Australia dal ’60, Elena, classe 1935, morta nel ’92, io del ’37 e Mario - che gestiva un’officina idraulica in città - del ’41, scomparso nel 2008. Fortuna volle che la nonna viveva nella nostra casa e che si è presa cura di noi”.
I ricordi di infanzia per Enzo sono un misto di commozione e tristezza. “La famiglia della mamma, invece, aveva le sue radici a Fiume e tutti noi quattro fratelli siamo nati al numero 1 di Calle dei pipistrelli, nel cuore della Cittavecchia. Da Gomila siamo andati a vivere in Valscurigne, nei pressi dell’ex rimessa dei pullman della Grattoni (l’azienda di autotrasporti che gestiva la prima linea direttissima Fiume-Trieste, nota come Freccia del Carnaro, nda), quindi in Belvedere e infine in un condominio dell’ex via Parini, oggi Fiorello La Guardia, in un bellissimo e grande alloggio. Dopo la mia partenza da Fiume, nel ’64, l’appartamento diventò troppo grande per lei e lo cambiò con questo di Zamet, dove sono tornato a vivere quattro anni fa, al termine del lungo peregrinare, e dove abito tuttora. La mamma ci ha lasciati nel ’75, quando aveva appena 59 anni ed era in pensione da poco. Quando vado a trovarla al cimitero sono colto dal rimorso di non averle dato di più, ma la vita mi ha portato via da casa molto presto, prima per due anni in Bosnia, a Tuzla, poi per quattro stagioni in Turchia, a Smirne, infine per 43 anni in Svizzera”.
Primi calci in Belvedere e al Cellini Quando hai iniziato a frequentare il mondo del calcio? “Fin da piccolo ho sempre e solo voluto giocare a pallone. Alla fine degli anni ’40 siamo andati ad abitare in
Belvedere, nella schiera di case che si affacciano proprio sull’ex campo Cellini e il rettangolo di gioco lo vedevo dal balcone di casa mia. I primi calci li ho tirati in un cortile di quelle case, tentando di emulare i giocatori che ogni giorno andavo a vedere mentre si allenavano, i vari Mrvoš, Legan, Sinosich, affascinato dal loro modo di stoppare il pallone, palleggiare, tirare in porta...” All’epoca la superficie del campo di quella che oggi è via della Gioventù era ricoperta da una sorta di carbonella sminuzzata a livello di terriccio, che richiedeva una costante manutenzione e, specie d’e-
Palma Zadel, mamma di Enzo, che ricordiamo come bidella della scuola italiana Gelsi a partire dalla metà degli anni ’50 (Foto B. Bontempo)
state, la si doveva bagnare prima delle partite della Quarnero. Il Cellini, in quei tempi, non era dotato di un impianto di irrigazione automatico e allora Piero Blasich, guardiano del campo, impegnava tutta la mularia del quartiere per portare dagli spogliatoi al campo, con secchi e taniche, l’acqua necessaria a rendere il terreno di gioco meno aspro e meno polveroso. “Fra questi, ovviamente, c’ero anch’io. E fu proprio Piero Blasich che mi affibbiò il soprannome bacolo. Bruto, lustro e nero come un bacolo, ti xe sempre qua... mi apostrofava fra burbero e scherzoso. E quel nomignolo me lo porto cucito addosso ancora oggi..." Tra i titolari della Quarnero dei primi anni ’50 c’era Zvonko Canjuga, ala sinistra, che formò una celebre coppia d’attacco con Stojan Osojnak. Con più di 40 gol segnati nelle sei stagioni trascorse a Fiume, figura al nono posto tra i migliori cannonieri di tutti i tempi della Quarnero/Rijeka. “Avevo 13-14 anni - ricorda Zadel - quando Canjuga si accorse che ero già bravino con il pallone e che quello che mi riusciva meglio erano i traversoni dalla fascia laterale destra del campo verso l’area di rigore. Lui si appostava in area per esercitare il tiro in porta e io avevo il compito di fargli arrivare dei cross calibrati. E così si andava avanti per un bel po’. Per me erano lezioni da manuale per acquisire familiarità ed assimilare alcuni dei fondamentali di tecnica calcistica. Forse è stata proprio questa la chiave di volta nel mio avvicinamento a uno sport che poi sarebbe diventato la mia professione”. Il primo allenatore di Enzo
Zadel è stato lo zagabrese Nikola Duković, classe 1912, ex attaccante delle squadre zagabresi, che appena appese le scarpette al chiodo (1945) ha intrapreso la carriera di tecnico iniziando proprio dal settore giovanile della Quarnero, che nel giugno del ’54 avrebbe cambiato nome in Rijeka. “Con Duković ho fatto tutta la trafila, mi ha seguito dagli esordi nella seconda e poi nella prima squadra ragazzi, quindi nella giovanile - dove sono venuto dopo Vinicio Zidarich, Icio Brussi, Bruno Persi, due anni più anziani - e infine, nel ’56-’57, nella squadra titolare. Ma al termine di quel campionato mi arrivò la chiamata alle armi e, come Bruno Veselica, non potei far parte della squadra che si guadagnò la storica promozione in prima lega (1958). Da soldato, comunque, ho giocato parecchie partite con il Rijeka in seconda lega, prima che il comando dell’esercito jugoslavo ci togliesse questo diritto, giudicando eccessivo il numero di soldati-giocatori che, a loro giudizio, avevano fatto del calcio un pretesto per sottrarsi al ferreo regime dell’armata jugoslava”.
Soldato Zadel, a rapporto! Ma la vita, sappiamo, riserva sempre tante sorprese e a volte offre occasioni inaspettate. Come quella capitata al soldato Enzo Zadel. Campionato jugoslavo 1958/59: il neopromosso Rijeka ospita l’Hajduk a Cantrida. All’epoca comandante della caserma di Laurana, dove Bacolo stava svolgendo il servizio nella marina militare, era un colonnello spalatino, sfegatato tifoso dell’Hajduk (la squadra che fu di Beara e Vukas era una delle quattro grandi del calcio jugoslavo dell’epoca), che non stava più nella pelle per l’arrivo in regione della sua squadra del cuore. In qualche modo gli riuscì di concordare una partita amichevole tra la formazione della caserma lauranese e il blasonato undici dalmata, da giocarsi il gior-
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no dopo l’incontro di campionato. “Quel lunedì, ovviamente, l’Hajduk mandò in campo le riserve, noi ce la mettemmo tutta e la partita finì con un clamoroso 4-2 per la mia squadra di militari. Io segnai una bella tripletta che non passò inosservata, tanto che già la mattina del giorno dopo venni chiamato a rapporto dal comandante, che senza troppi giri di parole mi propose di andare a giocare nell’Hajduk!? - Zadel rivive quei momenti con trasporto, ma senza rimpianti - Me ga ciapà un meso colpo! La fragorosa proposta dell’Hajduk mi aveva preso alla sprovvista e stentavo a crederci. Era un’occasione di quelle che si presentano una sola volta nella vita, ma per me era difficile decidere così, su due piedi. Ero legato al Rijeka, a Fiume c’era la mia famiglia, era il mio mondo... Cercai di guadagnare tempo e gli spiegai che dovevo pensarci un po’... Poi, come per miracolo, alle due del pomeriggio di quello stesso giorno arrivò precipitosamente in caserma Alfredo Otmarich. Il popolare Bobi, massaggiatore del Rijeka, era stato mandato in missione segreta con il mio contratto da semiprofessionista pronto per la firma (in quei tempi il regime jugoslavo pubblicamente era riluttante nei confronti del professionismo puro nello sport, ma era solo una questione di facciata, nda). Evidentemente a Cantrida
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Con Ćiro Blažević e due ammiratrici, anni ’60
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c’era stata una soffiata del possibile colpo di scena di una mia partenza per Spalato e la società era corsa ai ripari, proponendomi un contratto che per me era una manna dal cielo, anche perché mi metteva in lista paga già durante il servizio militare. Un gran colpo di fortuna, ma devo ammettere che più volte, nella vita, sono stato assistito dalla buona sorte...”
Prima, storica vittoria sull’Hajduk Cerco di mettere ordine nei pensieri e nei ricordi di Bacolo, che si accavallano. Dal ’59 al ’64 Zadel gioca nel Rijeka da mezzala destra, secondo la terminologia in uso all’epoca, ma anche trequartista, oppure, come si direbbe oggi, centrocampista di fascia. Statura non eccelsa, dotato, però, tecnicamente e atleticamente, aveva un vasto repertorio e un bagaglio calcistico di primissimo ordine. Di piede naturale destro, non disdegnava comunque l’uso del sinistro quando le situazioni lo richiedevano. Univa le qualità del fantasista, abile a individuare le traiettorie del passaggio, a quelle del passista dal piede vellutato. Veloce in progressione, instancabile trottolino, dotato di intelligenza tattica, abile negli assist, buon tiratore anche da fuori: per due stagioni Bacolo sarà il tiratore scelto della squadra e in totale realizzerà 22 reti con la maglia del Rijeka, tra
cui una scoppiettante doppietta che ha fatto storia, infilata all’Hajduk il 9 settembre 1962 nella partita vinta dai fiumani con un travolgente 4-0 (Veselica e Lukarić gli autori degli altri due gol, su assist di Zadel!), prima vittoria del Rijeka in una partita ufficiale contro i più blasonati e titolati spalatini. Niente di strano, dunque, che il clamoroso successo sia entrato negli annali della società di Cantrida e che lo si racconti ancora oggi alla stregua di una leggenda. Se poi ci mettiamo l’accesa, turbolenta rivalità che da sempre contraddistingue i derby dell’Adriatico, in campo ma soprattutto sugli spalti, è facile capire quanto sia stata grande la gioia dei fiumani e amara la pillola che hanno dovuto ingoiare i dalmati, letteralmente umiliati sul piano del gioco dai vari Jantoljak, Vranković, Radaković, Brnčić, Lukarić, Zadel, Veselica, Naumović... “Tra i miei compagni di squadra dell’epoca, il primo posto della scala valori è riservato al grande Pero Radaković, giocatore eccezionale, esemplare pure come impegno, correttezza, attaccamento. Eravamo coetanei, molto amici, compagni di stanza nelle trasferte. La sua prematura scomparsa è stata un dolore incommensurabile. Aveva solo 29 anni e si preparava per andare a giocare in Germania. Con la maglia della nazionale jugoslava, nei quarti di finale dei Mondiali del ’62 in Cile, aveva segnato il gol-partita che eliminò i tedeschi...” Quella della storica vittoria sull’Hajduk probabilmente è stata la miglior partita giocata da Zadel tra le file del Rijeka. Ma quel 9 settembre 1962 viene ricordato anche per il gravissimo incidente avvenuto sugli spalti: qualche pietra rotolò lungo la parete sovrastante la tribuna nord, il panico per una possibile frana dalla sovrastante parete rocciosa provocò una calca tra gli spettatori assiepati sulle gradinate sotto la cava e alcune migliaia di tifosi presero d’assalto e fecero crollare la rete di recinzione
per trovare scampo sul terreno di gioco. Il bilancio fu di 96 feriti, una decina i ricoveri all’ospedale, partita interrotta per venti minuti. Poi, passata la paura, l’apoteosi con lo strepitoso e memorabile 4-0.
Rigorista (quasi) infallibile Un’altra partita da lasciare una fetta di cuore, ma per altre ragioni, fu quella giocata contro l’OFK Beograd, nel campionato ’63-’64, che alcune maldicenze (!?) avevano etichettato come un possibile caso di combine. I belgradesi avevano una posizione di classifica tranquilla, il Rijeka aveva bisogno di incamerare almeno un punto per evitare la retrocessione. Una partita “destinata” a finire in parità (si stava viaggiando tranquilli sul risultato di 1-1, che avrebbe accontentato tutti) ebbe una svolta rocambolesca. Chi rischiò di mandare all’aria tutto fu Joško Skoblar, ala sinistra dei belgradesi che poi avrebbe fatto una grande carriera a Marsiglia e che una decina di anni più tardi sarebbe arrivato a Cantrida per chiudere la carriera e iniziare quella di allenatore. Vuoi vedere che ti combina il buon Skoblar? Da quasi metà campo spara un tiraccio senza alcuna pretesa, il pallone prende una traiettoria velenosa, rimbalza davanti all’incolpevole portiere del Rijeka, Jantoljak, e si infila nella sua porta. Eh, ragazzi, non eravamo daccordo altrimenti??? Ma a rimettere le cose al suo posto ci pensò il fischietto lubianese Lado Jakše, oggi 85enne, figura popolarissima per la sua mole imponente, instancabile gourmet, arbitro severo ma anche capace di qualche smaliziata lettura molto personale del regolamento. Insomma, in piena zona Cesarini, il centrocampista del Rijeka Naumović, abilissimo palla a terra, con grande capacità di difendere il pallone, nell’area avversaria provoca l’intervento dell’arbitro che assegna il rigore. Alla battuta c’è il nostro Zadel, che come rigorista era l’incubo dei
Rijeka all’ex Campo Cellini primissimi anni ’60
portieri avversari ed oggi con orgoglio afferma di aver sbagliato un solo penalty in tutta la sua carriera, “ma disgraziatamente risultò decisivo per l’esito di quell’incontro e non me lo perdonarono mai...” “Quella volta non potevo sbagliare, c’era in palio il punto che per noi significava la salvezza - ricorda il simpatico Bacolo, che adesso, sfogliando l’album dei ricordi, ci può anche ridere sopra -. Mi tremavano le gambe di fronte al portiere del Beograd, il famoso Vidinić. Statura alla Lev Yashin, aveva un’apertura alare delle braccia che quasi non mi permetteva di vedere la porta. Unico punto a mio favore, sapevo che tendeva a buttarsi a destra. E così fu, lo spiazzai, finì 2-2, festa in campo e fuori. Però, quanta paura!”
Nemo propheta in patria Talento indiscusso, Zadel però non trovò subito la giusta considerazione e a lungo fu costretto a scaldare la panchina, impiegato senza continuità, più che altro in scampoli di partite. A onor del vero, è stata la sportiva de La Voce del Popolo a spingere per un suo maggiore utilizzo in prima squadra. Renato Tich ed Ettore Mazzieri, autorevoli giornalisti sportivi dell’epoca, avevano capito che Zadel, uno dei più
genuini prodotti del vivaio locale, aveva i numeri e si meritava il posto di titolare. Le due notissime penne de La Voce ingaggiarono una lunga e aspra polemica con gli allenatori della squadra fiumana e Mazzieri, storico curatore della rubrica umoristica dialettale La parola a Pepi Fritola, pubblicò una vignetta che ritraeva Enzo Zadel anziano, con il pelo lungo e bianco: “...a son de aspetar che i lo meti giogar, al Bacolo ghe xe cressù la barba...”, caricatura che Zadel conserva ancora oggi. “Mazzieri e Tich, grandi giornalisti, competenti, coraggiosi, corretti, mi hanno voluto bene e mi hanno aiutato tantissimo”. E così si arrivò al ’64, con il contratto di Zadel in scadenza. Per il rinnovo chiese all’allora presidente della società, Milorad Doričić, di paragonare la sua posizione contrattuale con quella di un giocatore arrivato da poco a Fiume dal Borac di Banja Luka: alloggio e due milioni di dinari, bazzecole se paragonate alle cifre che i club pagano oggi, ma - tanto per dare un’idea efficace del valore di questa cifra -, per un operaio erano circa due anni di paga. Zadel, giustamente, cercava di dare il giusto prezzo al suo valore e invece nisba. Il presidente Doričić, cercò di svicolare, giocando al ri-
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sparmio: Cossa ti pretendi, non te potemo pagar tanto, e po ti ti vivi con la mare... Intanto Ostoja Simić, che pochi anni prima era stato allenatore del Rijeka, chiamò Zadel in Bosnia, dove aveva assunto la conduzione dello Sloboda di Tuzla, squadra di seconda lega jugoslava che puntava alla promozione nel massimo campionato. “Mi offrirono un milione e mezzo per una stagione, accettai. L’anno dopo fu l’Olimpija di Lubiana a cercarmi, con l’ex difensore del Rijeka, Tihomir Mrvoš, nel ruolo di mediatore. Mi portò in taxi a Lubiana e per tutto il viaggio cercò di convincermi a chiedere 10 milioni! - Bacolo prosegue il suo racconto, divertito ma quasi imbarazzato -. Ma quando, durante i colloqui all’albergo Slon della capitale slovena, mi chiesero quanto volevo, non ebbi il coraggio di chiedere 10 milioni, come mi aveva suggerito Mrvoš, mi sembrava una quantità di denaro sproporzionata. Convinto che non se ne sarebbe fatto nulla, sparai una cifra comunque più contenuta, 8 milioni! Accettarono subito ed erano decisi di andare già il giorno dopo a Tuzla per formalizzare il trasferimento. Chiesi che mi lasciassero almeno finire le vacanze. Ma poi ci ripensai. Avevo 28 anni, l’età limite per poter andare a giocare all’estero, e un contratto quadriennale sarebbe stato un grosso ostacolo. Così decisi di restare ancora una stagione allo Sloboda, formazione molto solida, che giocava un buon calcio. Io avevo trovato la giusta collocazione, segnavo a raffica - alla fine saranno 41 gol in due campionati - ed ero il mattatore della squadra. Ricordo una partita contro lo Šibenik, che abbiamo letteralmente strapazzato già nel primo tempo, sommergendolo per 5-0. Io avevo segnato una tripletta e all’uscita dal campo il difensore dei dalmati Stošić mi si rivolse con fare minaccioso: Ti ammazzo!!! Gli chiesi che cosa gli avevo fatto. Ma come, non capisci,
non vedi che cosa ci state facendo? Nella ripresa, non so se sia entrato in gioco l’appagamento o la... paura, il risultato non cambiò... Al termine del campionato mancammo la promozione per un soffio, anche perché la politica ci aveva messo lo zampino ed aveva favorito l’Olimpija di Lubiana, affinché anche la Slovenia potesse avere una sua rappresentante nel massimo campionato jugoslavo. A fine stagione lasciai lo Sloboda”. A titolo di cronaca ricorderemo che due anni dopo, nel ’68, negli spareggi per la promozione nel massimo campionato, la squadra bosniaca affrontò il Rijeka, vincendo la partita di andata per 3-0 ma a Cantrida i fiumani riuscirono a rimontare e con uno strepitoso 4-0
evitarono la retrocessione. Però, ahimè, la capitolazione era stata rimandata soltanto di un anno...
Da Fiume in Bosnia, Turchia, Svizzera Con l’avventura bosniaca, per Zadel si chiudeva il capitolo jugoslavo e si apriva quello turco: “Su sollecitazione di Ostoja Simić, che già avevo avuto come allenatore a Fiume e a Tuzla, andai all’Altinordu Spor Kulübü di Smirne, che militava nella Türkiye 1. Süper Futbol Ligi, la prima divisione del campionato turco. Prima di firmare, giocai una partita di prova contro il fortissimo Dukla di Praga, nel quale giocava il famoso Masopust. Finì 0-0 e superai l’esame. All’Altinordu, squadra di metà classifica,
RIJEKA - PADOVA, amichevole (1961)
rimasi per quattro felici e tranquille stagioni, unico straniero assieme al serbo Sijački, arrivato pure lui dallo Sloboda. Smirne, perla dell’Egeo, in passato chiamata la bella Izmir, è una magnifica città, meta obbligata dei circuiti turistici. Città di porto come Fiume, clima mediterraneo con temperature gradevoli, era un microcosmo davvero variegato, molto aperta rispetto al resto del Paese anche per la presenza di una base NATO che gli conferiva un carattere di internazionalità. Vi lavoravano anche parecchie ragazze dell’ex Jugoslavia e grazie alla loro condiscendenza andavamo lì a fare shopping, scarpe in primis. A contratto scaduto, un’altra società turca, il Galatasaray allenato dal serbo Kaloperović (che in Italia aveva giocato nel Padova, nda), mi offrì un contratto molto più favorevole ma l’Altinordu non voleva lasciarmi partire e dovetti ricorrere a uno stratagemma per ottenere lo svincolo, dopo una precipitosa fuga da Smirne. La società cercò poi di farmi tornare, sommergendomi di telegrammi in quanto non avevano un mio recapito telefonico. I tempi delle mail, degli sms e dei videomessaggi erano ancora lontani... Tornato a Fiume, incontrai Ćiro Blažević, che viveva in Svizzera già da una decina di anni e faceva
l’allenatore. Fu lui a indirizzarmi all’Yverdon, squadra della Svizzera francese che militava nella Divisione nazionale B. Il presidente della società era proprietario di un’officina idraulica, il mestiere che avevo imparato alla scuola di avviamento professionale a Fiume, e figuravo come suo dipendente, in quanto secondo le leggi d’immigrazione si poteva entrare in Svizzera soltanto per ragioni di studio o di lavoro. A ripensarci, era un po’ come i primi anni nel Rijeka, quando chi giocava in prima squadra figurava nella lista paga di qualche azienda cittadina, che nel mio caso era stata prima la Voplin e poi, assieme a Geni Ravnich, la Fabbrica Imballaggi in via Industria. Praticamente si andava in sede solo per ritirare la paga e allora il direttore si lamentava Ma dai, vegnì ogni tanto, almeno che la gente ve vedi... E noi, saltuariamente, lo prendevamo in parola ma eravamo soliti andare in fabbrica durante il turno serale, per fare l’occhietto alle belle ragazze, in quanto il personale del reparto imballaggi era composto quasi totalmente da donne...”
2017, un anno storico per il Rijeka “È stata la vita, quindi, a trovare il suo corso - prosegue Zadel -. In Svizzera ho continuato a giocare fino a 38 anni, nei veterani addirittura fino a 63, in vari ruoli, anche
quello di battitore libero. Lasciato il calcio, mi sono trasferito a Villeneuve, sul Lago di Ginevra, ho ottenuto il diploma all’Istituto alberghiero e assieme alla mia compagna Rosa per una quindicina di anni ho gestito un hotel, facendo un po’ tutti i mestieri e lavorando fino a 16 ore al giorno. Si chiudeva in gennaio e si andava in vacanza ai Caraibi, Guadalupe, Cuba, Martinica... Venuta a mancare Rosa, suo figlio non ha voluto continuare l’attività ed ha preferito vendere. Io ho maturato i requisiti per la pensione e sono tornato a vivere a Fiume, dalla quale, sentimentalmente, non mi ero staccato mai... Qui ho ritrovato vecchie e coltivato nuove amicizie. Il calcio ho continuato a seguirlo assiduamente, alla tv quello internazionale, a Cantrida prima e a Rujevica ora le partite del Rijeka. Devo ammettere che non ero pronto a scommettere che la mia ex squadra ce l’avrebbe fatta a vincere il campionato, e poi anche la Coppa Croazia, credevo che la Dinamo fosse ancora inattaccabile. Invece la stagione del Rijeka è stata esaltante, un’autentica cavalcata, ed ovviamente lo scorso mese di maggio ho fatto festa ed ho gioito per la conquista dello storico titolo. Però c’è ancora un notevole divario tra il livello del campionato croato e quello delle partite delle coppe eu-
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ropee, discorso che vale per tutte le squadre croate, Dinamo compresa. Tuttavia il 2017 resterà scritto a caratteri d’oro negli annali della storia della società e dello sport fiumano. Il calo di quest’anno? C’era da aspettarselo, spesso dopo un successo di questa portata subentra una sorta di svuotamento psicologico, emotivo e agonistico. Per un outsider è difficile ripetere l’exploit. E poi le altre squadre si sono rinforzate e il campionato è più equilibrato. Ma la stagione è ancora lunga... (l’intervista risale al mese di settembre, nda). Comunque il Rijeka in questi ultimi anni ha fatto grandi cose. Un capitolo a parte è la sensibilità che la gestione Mišković, contrariamente a quanto avveniva in passato, sta dimostrando anche nei confronti di noi ex giocatori, che siamo circondati di attenzioni, abbiamo i posti garantiti nella tribuna vip dello stadio e via dicendo. Speriamo che questa bella favola duri nel tempo”.
Da Osojnak e Zicovich al Real di Modrić Torniamo al passato. Chi ricordi in particolare degli anni trascorsi al Rijeka? “Indubbiamente Stojan Osojnak, un mito non solo per il giocatore che è stato ma per l’uomo che era. Aveva 14 anni più di me tuttavia per due stagioni, ’56-’57 e ’58-’59, abbiamo giocato assieme. A carriera finita, nel 1960, da gio-
28 Enzo Zadel sorteggia i vincitori del concorso enigmistico di Panorama, anni ’60
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catore è diventato allenatore e sulla panchina del Rijeka ha fatto coppia con Angelo Zicovich. Nel 1967 si è trasferito in Svizzera dove ci siamo ritrovati qualche anno dopo, al mio arrivo dalla Turchia. Quando sono andato a vivere sul lago di Ginevra, è stato spesso mio ospite. È nata una bellissima e profonda amicizia, durata tutta la vita. Osojnak ci ha lasciati nell’ottobre dello scorso anno e mi manca tanto perché eravamo indissolubilmente legati. Lui era molto attaccato alla natia Abbazia e dintorni, ci tornava ogni estate a trascorrere le vacanze, tanto che le sue ceneri sono state divise, per metà deposte in Svizzera accanto a quelle della consorte Wanda, l’altra metà nel cimitero di Volosca. Qualcuno mi ha chiesto come gli ho potuto essere amico constatando che non aveva fatto niente per farmi restare a Fiume!? Si, è vero, non mi faceva giocare molto perché lui preferiva i giocatori fisicamente forti, mentre io ero piccolino. L’amicizia è un’altra cosa. Poi, a conti fatti, posso dire che in effetti mi ha fatto un favore lasciandomi andare via dal Rijeka, perché sono state le altre tappe della mia carriera, dopo la parentesi fiumana, a garantirmi una discreta tranquillità economica di cui posso godere oggi... Tra gli allenatori, invece, a mio avviso il migliore è stato Angelo Zicovich. Imparziale, giusto, persona molto schietta, quello che aveva da dirti te lo diceva in faccia, contrariamente a tanti altri. Alfredo Bobi Otmarich, massaggiatore terapeutico dalle mani d’oro, per me è stato come un padre, e non solo per me. Ha fatto sempre di tutto per venire incontro alle nostre richieste, anche le più bizzarre. Io, però, non avevo bisogno del massaggio prepartita, che non sostituisce ma affianca la fase di riscaldamento, che ho svolto sempre in maniera soggettiva e personalizzata”. Facciamo un ultimo salto nel presente. Se ti dovessi paragonare
a uno dei grandi giocatori di oggi, a chi potresti assomigliare? “Forse a Modrić, il nazionale croato del Real Madrid. Mi piace molto per il suo tocco di palla, l’ottima visione di gioco, la precisione dei passaggi, la qualità nel tiro, per i continui inserimenti durante le sortite offensive e l’abilità nel servire assist per i compagni, indifferentemente con entrambi i piedi. Oggi, a parte il Rijeka, tifo Real Madrid, anche perché sono innamorato di Modrić e Ronaldo. Qualcuno, poi, mi ha paragonato al francese Tigana, dicendo che gli avevo assomigliato come stile di gioco, anche se la sua statura era decisamente più alta della mia...” Come si rapporta il calcio dei tuoi tempi a quello odierno? “Indubbiamente questo sport ha fatto grandi passi avanti ed è cambiato radicalmente in tutte le sue componenti, spettacolari, tecniche, tattiche. Alcuni aspetti, comunque, non li digerisco. Oggi si parla fin troppo degli arbitri, dei rigori, dei fuorigioco... Errori, sviste, favoritismi ci sono sempre stati. Il calcio è diventato uno dei più grandi business mondiali, con cifre da capogiro che gravitano intorno a calciatori strapagati. È un’esagerazione e per certi versi fa disgusto e crea avversione. Con giocatori sopravvalutati e ingaggi inspiegabili siamo arrivati a un punto di non ritorno. L’attuale crisi economica ha contribuito ad allargare drammaticamente la forbice tra le fasce più ricche e quelle meno abbienti della popolazione. E il calcio non sta certo dando un buon esempio. Credo che la colpa non sia da attribuire ai giocatori, che si limitano a prendere quello che viene loro offerto, ma andrebbe distribuita tra società, federazioni, sponsor... La finanza globale ha trasformato il nostro sport, siamo entrati nel circolo vizioso tra calcio e petrodollari provenienti dal mondo arabo”. È vero, stiamo assistendo ad un
diventata la mia seconda lingua. Si dice che uno dei modi migliori per imparare e non dimenticare una lingua straniera sia quello di guardare film o programmi televisivi. Ed è quello che sto facendo io: alla tv svizzera continuo a seguire un serial che va avanti ormai da quasi quarant’anni..."
Una foto di Osojnak come amuleto
Enzo Zadel nella sua casa di Zamet (foto B. B.)
crescendo incontrollato, ma nell’essenza il calcio prof è stato sempre così... “Sì, anch’io al Rijeka, negli anni ’60, guadagnavo cinque volte più di quanto mia madre portava a casa lavorando alla Prehrana, 1500 dinari contro i suoi 300... Oggi, però, di fronte alla dilagante povertà e alla fame nel mondo, è stato superato ogni limite di moralità e decenza”.
Le avventure “piccanti” di Bobi Otmarich Nell’aneddotica di Enzo Zadel, un posto di rilievo è riservato al massaggiatore-factotum del Rijeka fino a metà anni ’70, Alfredo Bobi Otmarich, ex portiere, classe 1913, scomparso nel 1990. “Buono e bravo, simpaticissimo e allegro, molto spesso Bobi era meta dei nostri scherzi - ricorda Bacolo. Fiumano patoco, masticava a fatica il croato ma noi, nelle trasferte in Bosnia e Serbia, eravamo soliti portarlo davanti a qualche insegna scritta a caratteri cirillici per esortarlo a leggere. Maledeti muli, andè in malora! - replicava. Incapace di arrabbiarsi, buttava tutto sullo scherzo -. Legerio, ma non go i ociai! Uno degli sfottò più pesanti lo inscenammo a Niš, in Serbia. Bobi, carattere genuino, a volte si lasciava andare a racconti piccanti di presunte avventure
amorose che avrebbe avuto nelle varie trasferte al seguito della squadra. A qualcuno di noi giocatori venne l’idea di convincere un bambino del luogo, per una simbolica ricompensa in denaro, di avvicinarlo e dirgli Bongiorno signor Bobi, la mama me ga deto che lei la xe mio pare! Il nostro povero Alfredo, colto di sorpresa, restò di stucco, il suo volto cambiò colore. Ovviamente tutto finì con il nostro mea culpa e una fragorosa risata..."
Bacolo, il poliglotta “Le lingue? A Smirne ho imparato il turco e lo parlavo fluentemente ma oggi il ricordo è sbiadito e trovo grosse difficoltà a seguire i dialoghi delle fiction televisive turche. In Svizzera ho vissuto nelle città francofone e questa parlata è
“Durante le estati trascorse nell’Abbaziano, Stojan Osojnak amava incontrare amici vecchi e nuovi, ex calciatori, giornalisti di tutte le età - dice Zadel -. Qualche anno fa gli avevo fatto conoscere la signora Sonia, sorella di Nini Vlah, un altro ex della nostra squadra, ed erano diventati amici, si sentivano al telefono dopo ogni partita importante”. Ultraottantenne supertifosa, Sonia per nulla al mondo si perderebbe una partita della sua squadra del cuore. Segue le vicende del Rijeka con incredibile partecipazione, trasporto, eccitazione. Grazie alla sua straordinaria vitalità, rappresenta la personificazione del tifo sano, fatto di autentica passione e amore per la squadra. Ebbene, Sonia, ha un suo amuleto portafortuna molto particolare, una foto del compianto Osojnak, che porta in tasca durante le partite. “È depositario dell’energia necessaria che ha fatto vincere i nostri ragazzi”: la signora Sonia spiega così la sua particolare fede “sensoriale”..
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Con Stojan Osojnak e signora in Abbazia, una decina di anni fa
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Rijeka Campione • di Igor Kramarsich
Il sogno è realtà Il 2017 per tutti i tifosi del Rijeka calcio verrà ricordato come l’anno d’oro. Un anno storico che ha portato a Fiume per la prima volta nella storia il titolo di Campione nazionale. Quel titolo sognato da moltissimi anni, sfiorato, ma mai raggiunto. Arrivato, per di più, in anticipo. Il titolo è il frutto di un lavoro continuo, che dura da anni e che la direzione della società ha voluto legare ad un stratega come Matjaž Kek, che nonostante il grande viavai nello spogliatoio è riuscito a formare una squadra senza grandi stelle, ma capace di prevalere contro un dominio costante della Dinamo di Zagabria e a trionfare in un campionato diventato noiosissimo negli anni, avendo visto fin troppo pochi
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vincitori (a parte il solito Hajduk di Spalato, e una sola volta lo Zagreb) e in tante occasioni ha visto assegnare lo scudetto con parecchi turni di anticipo. Era il 27 febbraio del 2013; a Fiume arriva, un po’ a sorpresa, un allenatore straniero. Un certo Matjaž Kek, poco noto, ma con un passato di allenatore di rilievo visto che aveva guidato il Maribor e la nazionale slovena, per ben quattro anni. Però pure reduce da un anno senza allenare, dopo una breve avventura araba. Inizia con una serie di quattro vittorie, facendo ben presto dimenticare il predecessore Elvis Scoria. Presa la squadra al quinto posto, la porta al terzo, davanti all’Haj-
duk e alle spalle della sorprendente Lokomotiva di Zagabria. Alla fine, la stagione 2012/13, si rivelerà la peggiore sotto la guida Kek. Infatti, seguiranno tre secondi posti, e con sempre meno punti di distacco dalla Dinamo. Nella stagione 2016/17, dunque, arriva il tanto sperato e sognato scudetto. Un titolo vinto il scioltezza, con una giornata di anticipo, ma nell’aria da diverse settimane. La sconfitta all’ultimo turno, proprio contro la Dinamo, fu più che altro una distrazione. Pochi giorni dopo arriva la Coppa Croazia: di nuovo contro la Dinamo, a Varaždin, con un comodo 3-1. Storica prima doppia corona per il Rijeka. La vittoria in Coppa
fu la seconda con Kek. Infatti già nella stagione 2013/14 la ottenne, sempre contro la Dinamo vincendo entrambe le finali (1-0 e 2-0). E in quell’estate ci fu pure la vittoria nella Supercoppa di Croazia. Ennesimo scontro con la Dinamo: 2-1 a Cantrida. Ma facciamo qualche passo indietro. La storia del Rijeka calcio è una storia di diversi alti e bassi. Il tutto iniziò per volontà politica. Era il 1946 e a Fiume esistevano parecchie piccole squadre, sorte dopo la fine dell’Italia. Nel caos, i politici seguiti da tanti appassionati sportivi decisero di fondare una nuova società per raccogliere i migliori giocatori. A dare forza a quest’idea, pure la volontà di Belgrado di far partecipare la migliore squadra dell’Istria e di Fiume al primo campionato nazionale della Jugoslavia. Con un po’ di fatica, la compagine fiumana, il Quarnero, vinse la finale, avversaria la US Operaia di Pola. Al termine della prima stagione il team fiumano è nono e viene retrocesso in seconda lega dopo gli spareggi con la Lokomotiva di Zagabria. Nemmeno in seconda lega le cose vanno meglio, tanto che arriva un’ulteriore retrocessione. Per il ritorno ai vertici bisogna aspettare fino alla stagione 1958/59. Sono anni di altri alti e bassi: nel torneo 1967/68 la squadra fiumana è addirittura ultima, però si salva nei play-out superando lo Sloboda di Tuzla: 0-3 in trasferta; 4-0 in casa! Ma era l’anticamera della retrocessione che arriverà l’anno successivo. Il nuovo ritorno in prima lega fu molto sofferto. Nella serie cadetta infatti, rimase per ben cinque anni, vincendo in quattro occasioni il proprio girone, quello Occidentale, ma fallendo i successivi play-off. Alla fine nel 1974 torna nella massima serie. E inizia la sua sca-
lata ai vertici dei campionati nazionali. Fu una salita graduale ma con diversi successi tra i quali un quarto e diversi quinti posti. Ma quello che viene ricordato di più è la vittoria di due Coppe nazionali, nelle stagioni 1977/78 e 1978/79 (e una persa in finale ai rigori contro l’Hajduk nel 1987/88). Grazie alla seconda vittoria, i fiumani giocarono nella Coppe Coppe arrivando al turno primaverile, dove persero contro la Juventus. I tifosi fiumani ovviamente ricordano pure le storiche partite contro il Real Madrid: sconfitta in Spagna e vittoria a Cantrida per 3-1! Quello che magari è poco noto è che il Rijeka ha vinto la Coppa del Balcani nel 1978, giungendo in finale due anni dopo. Conclusasi l’epoca jugoslava, eccoci in quella croata, di cui abbiamo in parte detto. Ribadiamolo. Due coppe vinte prima dell’arrivo di Kek e uno scudetto perso per una bandierina. Giusta o sbagliata che sia lo scudetto è stato perso all’ultimo turno del campionato 1998/99. Il 19 maggio del 1999 il Rijeka batte a Zagabria lo Hrvatski Dragovoljac e grazie al pareggio tra Croatia e Hajduk si porta in testa al campionato. Vince a Spalato poi proprio nel penultimo turno. All’ultimo tutto dipende da lei: deve solo sconfiggere l’Osijek. Il 26 maggio la città è pronta per fare una grande festa. Si rimane però gelati dopo la rete di Bubalo al 42’ che porta gli ospiti in vantaggio. Al 54’ su rigore pareggia Musa e inizia l’assedio alla porta difesa da Galinović. Assedio che culmina con la rete di Admir Hasančić all’89 minuto. Poteva iniziare la festa? No! Non ci si era accorti che il guardalinee Krečak aveva già sollevato la bandierina. Proteste a non finire, in campo e in tribuna. Ma non c’è niente da fare: rete annullata e Rijeka... vicecampione. Perché il grande sogno del 1999 si avveri, bisognerà aspettare 18 lunghi anni.
Però la storia del calcio a Fiume parte da ben più lontano che non dal Rijeka. Si giocava già a cavallo del XIX e XX secolo. Con la trasformazione dell’ex cava in campo di calcio a Cantrida abbiamo l’inizio del vero football, che negli anni si è giocato in vari luoghi che oggi non esistono più, come a Potok dove giocava il Gloria. La storia e i maggiori successi del calcio nostrano “sotto” l’Italia sono legati alla US Fiumana, squadra nata dalla fusione dell’Olympia e del Gloria, che nella stagione 1928/29 disputa la Lega nazionale, il predecessore della Seria A! In quella stagione arrivarono a Fiume squadre importanti come l’Ambrosiana-Inter, il Bologna, la Fiorentina, il Genova 1893 (Genoa), la Lazio, il Napoli e tante altre. Il 14.esimo posto portò alla Serie B. Ci rimase per un solo anno per poi stazionare costantemente in Serie C. Tra i cadetti torna nella stagione 1941/42. Ci resta un solo anno... Ma vanno ricordate pure altre squadre, come la Magazzini generali (in C nel torneo 1942/43) e, una delle più antiche, la CS Fiume sorta negli anni ’20. Ci furono ovviamente pure team minori. In totale, oltre 40, nei vari campionati cittadini e regionali. Ma fu la Fiumana a fare grande la nostra città, portandovi addirittura la Coppa Federale nella stagione 1927/28. Novant’anni fa.
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A due anni dalla morte di Alessandro Damiani (1928-2015) • di Giacomo Scotti
Un amico fraterno che non cʼè più
Da sinistra, con: Loredana Bogliun, Nelida Milani Kruljac e Franco Iuri
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Perdonatemi se dedico poche righe a un amico fraterno che non c’è più. Nascemmo nello stesso anno, nella stessa terra del Mezzogiorno d’Italia. Nello stesso, diciannovenni, varcammo il confine per trasferirci sulle sponde del Quarnero, stabilendoci a Fiume. Portavamo nel cuore le stesse speranze, gli stessi ideali che andarono poi distrutti. Entrambi scegliemmo la strada del-
la poesia e di altri generi letterari. Parlo di Alessandro Damiani, scomparso due anni fa, nel 2015, all’età di 87 anni. Ci lasciò, ma non è scomparso. Questa città e l’intera Piccola Italia devono molto a quel grande intellettuale rimasto per sempre su questa terra alla quale ha lasciato il meglio di sé, la sua creazione letteraria, il fiore all’occhiello degli italiani rimasti.
Nato in Calabria, Damiani ha infatti donato tutto se stesso a questa Fiume, all’Istria e alle genti di questa terra e di questo mare, con le quali condivise per quasi settant’anni speranze, timori e, soprattutto, la tenace volontà di non rinunciare al futuro con la loro presenza, con la loro lingua, con il loro patrimonio storico-culturale e con nuove creazioni. Abbiamo un Dramma Italiano? Ebbene, Damiani ne fece parte come attore fin dagli inizi della sua storia. Alla drammaturgia di lingua italiana ha donato alcune delle migliori creazioni teatrali, da “Album di famiglia” a “Ipotesi”, “Aporie” ed altre. Abbiamo un giornalismo italiano? Certo, e Damiani fu per lunghi anni giornalista eccellente nel quindicinale “Panorama”, collaborò al quotidiano “La Voce del Popolo” e a tutte le altre pubblicazioni Edit, soprattutto con saggi e commenti socio-politici e culturali. Insegnò anche giornalismo nella scuola superiore italiana di Fiume e alla facoltà di Pola. Alcuni dei suoi saggi e interventi apparsi sulle nostre pubblicazioni furono raccolti nel corposo volume “La cultura degli italiani dell’Istria e di Fiume”, apparso nel 1997 e in saggi pubblicati su riviste, opuscoli e almanacchi, come “Storia della cultura italiana a Fiume”, “Scuola e cultura italiana in Istria”, “Jugoslavia: genesi di una mattanza annunciata”. Se la “Piccola Italia” istro-quarnerina ha una fiorente produzione poetica e narrativa lo si deve anche ad Alessandro Damiani, che
nel volume “La letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume dal 1945 ad oggi”, di Christian Eccher (2012) viene definito “il massimo esponente intellettuale della CNI”. In ogni caso, Damiani rimane uno dei più eminenti e autorevoli poeti e romanzieri della letteratura italiana di queste terre, uno di coloro che costituirono la prima generazione postbellica di scrittori e che hanno continuato a produrre a fianco delle successive generazioni fino alla morte. Lo dimostrano i numerosi volumi di poesia susseguitisi dal 1967 a “Il fiore gelido”, uscito nel 2013, una vera e propria antologia della lirica di Damiani. Lo dimostrano ancora i romanzi “Ed ebbero la luna”, “La torre del borgo”. Giornalista, critico letterario e teatrale, saggista, ma soprattutto drammaturgo, poeta e romanziere, Alessandro Damiani sarà dunque ricordato e resterà nella nostra storia come autore enciclopedico che ha saputo spaziare tra generi diversi sempre con alti risultati, creando un opus interamente e profondamente “memore di una cultura classica”,
immersa tuttavia sempre nella realtà delle varie fasi storiche che, insieme a noi, Damiani ha attraversato nella sua lunga e feconda vita. No, non è morto. Egli lascia orme incancellabili. E non a caso al suo nome sono intitolati ben tre capitoli della storia della nostra letteratura e cultura raccontata nei corposi volumi de “Le parole rimaste”: la storia della letteratura dell’Istria e del Quarnero del secondo Novecento. Nell’intera seconda metà di quel secolo e nel primo decennio del nuovo Millennio, Alessandro Damiani è stato non soltanto “un lucido testimone” della nostra epoca, ma soprattutto un protagonista che ha coerentemente lottato dalla parte dell’uomo, nel caso nostro degli italiani rimasti e della non facile convivenza con le altre popolazioni di un paese che ha forse scritto troppa storia turbolenta. A spegnere il corpo di Damiani sono stati la caduta dei miti e delle idealità, le amarezze causate dal tradimento della storia e delle ideologie. Ci ha lasciato la sua poesia che,
già nella silloge “Note di viaggio” del 2001, “diede un malinconico addio ai propri sogni e alla vita”, come ha scritto Eccher. Da allora, Damiani non uscì quasi più dalla sua casa, ma - dice ancora Eccher - “il titanico sforzo di comprendere il mondo” fatto da Damiani sarà “diffuso come fulgido esempio di dialogo, di analisi, di lotta”. Aggiungerò che, pur restando isolato in casa in attesa della morte della quale egli mi parlava inevitabilmente ogni volta che gli telefonavo o andavo a trovarlo, non restò mai inerte. Certo, “il gigante era stanco”, come dice Eccher, ma continuò pur sempre a dialogare col mare senza confini al di là del Quarnero, dialogando in sostanza coll’infinito. Sarebbe bello - è appena una proposta, la mia - che le nostre istituzioni facessero immurare una lapide all’ingresso dell’edificio di via Dezman n.3 per ricordare che lì visse, scrisse e si spense Alessandro Damiani. Sarebbe bello ricordarlo anche nell’atrio del Teatro, Sarebbe bello davvero.
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Da sinistra: Giacomo Scotti, Ilaria Rocchi, Antonio Pellizzer, Alessandro Damiani, Bruno Majer
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Ricordo di Valentino Zeichen (1938-2016) • di Diego Zandel
Moravia definì la sua poesia “un’eco di Marziale nella Roma conteporanea”
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Ci teneva alla sua identità fiumana, il poeta Valentino Zeichen, nato a Fiume, appunto, nel 1938 e poi arrivato profugo in Italia con il padre, prima al campo di Parma, poi a Roma, l’animo straziato dalla morte della madre Evelina per tisi a Fiume. C’è uno struggente ricordo di Valentino della madre, di quando l’ha vista per l’ultima volta. Si trovava in colonia a Cantrida e lei lo venne a trovare, parlarono un po’ prima di abbracciarsi per quello che lei sapeva essere l’ultimo saluto. Di quell’addio è rimasta una poesia bellissima. Fiume, così, anche se si definiva un successore del romano Marziale, era diventata per lui una città profondamente interiore, uno scrigno che si teneva dentro e di cui
parlava con pochi amici. Io ero uno di questi. Lo andavo a trovare, soprattutto negli anni in cui lavoravo vicino a dove abitava, nella sua baracca al Borghetto Flaminio, per pranzare insieme. Era un cuoco sopraffino, ci teneva. E, mentre preparava e mangiavamo, parlavamo. In dialetto fiumano, naturalmente. Credo di essere stato l’unico con cui gli capitava questa possibilità. Gli argomenti svariavano, ma dominava la letteratura e poi, sì, il discorso cadeva sulla nostra città. Ero una fonte di notizie per lui, per le mie frequentazioni di Fiume da una parte, e quindi dei Rimasti, e dei profughi qui a Roma. Un po’ ce l’aveva con i profughi, dai quali non era mai stato preso in
considerazione. Ma neppure i Rimasti, se è per quello. Non credo che sia gli uni che gli altri abbiano scritto di lui, lo abbiano invitato. Eppure era uno dei più grandi poeti italiani. Ed era famoso per i suoi recital, per quella forte impronta di attore che aveva, per la personalità della sua voce, che sapeva attrarre l’uditorio, farlo proprio, talvolta travolgendo (resta negli annali il grande recital che fece a Castel Porziano nel 1979, una tre giorni teatrale en plein air, con tanti poeti di tutto il mondo, compresi i mostri sacri della Beat generation americana: Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs). I libri di poesia di Valentino Zeichen non possono prescindere dalla storia della
letteratura. I grandi editori se ne erano subito accorti. Valga però per tutti Mondadori, che gli ha dedicato un Oscar “Tutte le poesie”, con i testi scritti negli anni: “Area di rigore” (Cooperativa Scrittori 1974), “Museo interiore” (Guanda 1987), “Passeggiate romane” (Fazi 2004), “Neomarziale” (Mondadori 2006), “Aforismi d’autunno” (Fazi 2010), “Casa di rieducazione” (Mondadori 2011). Ha scritto anche un romanzo “La sumera”, pubblicato da Fazi, lo stesso anno in cui è morto, un rifacimento di un romanzo che tanti anni prima aveva pubblicato con il titolo “Tana per tutti”. Si dava quasi per scontato che sarebbe stato uno dei finalisti allo Strega, invece ne fu escluso e, questo, credo non sia stato del tutto estraneo all’accidente, un ictus, che lo ha colpito e che dopo alcune settimane lo avrebbe condotto alla morte. Valentino aveva un carattere non facile. Non era addomesticabile. Aveva le sue idee, alcune delle quali molto rigide. Sicuramente
aveva antipatie, anche razziali, molto forti. Antipatie che, ad esempio, anche per via del ricordo della madre, sepolta così lontano da lui, gli impedivano di tornare a Fiume. Anche se, a un certo momento, l’idea di fare insieme, noi due un viaggio - sognava un po’ Abbazia, dove suo padre aveva fatto il giardiniere - lo aveva preso. Soprattutto dopo che, sempre insieme, avevamo partecipato alla commemorazione del Giorno del Ricordo a Servigliano, la cittadina in cui esiste il campo profughi che mi aveva visto nascere. Andammo a parlare nelle scuole, portando la nostra testimonianza, lui quella più diretta della mia, per essersene andato via da Fiume che aveva già quasi 10 anni. Con gli scolari avemmo un approccio diverso, io più diplomatico, mentre Valentino non esitò a mostrare il suo entusiasmo per i bombardamenti americani che c’erano stati su Belgrado, per la devastazione della Jugoslavia, il paese che gli aveva portato via tutto, compresa soprattutto la possibilità di portare un fiore sulla tomba di sua madre.
A Evelina, mia madre Dove saranno finiti la veduta marina, il secchiello e la paletta, e i granelli di sabbia che l’istantaneo prodigio tramutò in attimi fuggenti, travisandoli dal nulla in un altro nulla? Dove sarà finito l’ovale di mia madre che fu il suo volto e che il tempo ha reso medaglia? Perché non mi sfiora più con le sue labbra, dove sarà volato quel soffio che raffreddava la mia minestrina? Dove le impronte di quel lesto e disordinato sparire delle cose? In quale prigione di numeri è rinchiuso il tempo? Rispondimi! Dolore sapiente, autorità senza voce.
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A 96 anni si è spenta a Senigallia, ma non ha mai dimenticato la “sua” Fiume • di Bruno Bontempo
Suor Maria Pia DallʼAsta, generosa e umile; forse lʼultima benedettina di Podmurvice
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"La suora benedettina Madre Maria Pia Dall’Asta è stata religiosa umile e generosa, in gioventù dedita con passione soprattutto alla sua missione di educatrice delle ragazze e delle giovani. Nonostante la sua breve permanenza a Fiume, ha lasciato segni indelebili tanto per la sua grande fede quanto per l’accoglienza tenera e compassionevole di quanti si rivolgevano a lei ed è per questo che la ricorderemo con rispetto, affetto e riconoscenza”. La nostra connazionale Katia Jerković Starčević, attivista di lunga data presso il Gruppo di ceramisti della Società artistico culturale “Fratellanza”, ricorda così suor Maria Pia Dall’Asta, che aveva conosciuto quando, appena bambina, aveva frequentato l’asilo e mosso i primi passi da scolara nell’ex Convento di via Trieste, in zona Podmurvice. Nel triste frangente della scomparsa dell’indimenticabile suora benedettina, spentasi serenamente il 12 agosto scorso a Senigallia alla veneranda età di 96 anni, più che mai tornano vivi i ricordi della sua opera caritatevole svolta anche dopo che aveva lasciato Fiume, impegno che assunse particolare rilievo nei primi Anni ’90, quando in queste terre tornò l’orrore della guerra e per molti lo spettro dell’esodo e della povertà. Nata a Parma nel 1921, Maria Pia Dall’Asta scelse la vita monastica che la portò a Fiume, dove prese
Madre Maria Pia Dall’Asta i voti nel Convento di Podmurvice, un complesso ampio, elegante e modernissimo che comprendeva cenobio, collegio, scuola e chiesa. Una costruzione a forma di lettera E, nella cui parte occidentale aveva trovato posto l’edificio conventuale, nel lato orientale era sistemata la scuola mentre l’ala centrale era il luogo di culto. Opera degli architetti Traxler di Graz e Celligoi di Fiume (che soltanto due mesi prima erano saliti agli onori della cronaca per l’apertura del Teatro Fenice, una delle opere d’avanguardia per l’Europa del tempo), fu inaugurato nel 1914, per prendere il posto dell’ormai inadeguata sede che, sempre in zona Podmurvice, aveva ospitato questa congregazione di suore dal 1908.
Il complesso benedettino era parte integrante di un più vasto progetto urbanistico per il sottocomune di Plasse, destinato a cambiare il volto della parte alta dell’ex via Trieste: progetto molto ambizioso, comprendeva pure l’ex Caserma Diaz e altri spazi che, verso sud, erano previsti per la nascente nuova zona industriale. I lavori del monastero, iniziati nel 1912, furono portati a termine nell’arco di due anni ma ritardò invece la costruzione della chiesa parrocchiale, realizzata appena nel 1929 e - intitolata a San Giuseppe - consacrata nel 1931. La presenza a Fiume delle religiose che nella loro dottrina spirituale prendono come norma di vita la regola dell’Ordine di San Benedetto, come risulta dal Kobler, risale al 1663. Ricevuta la necessaria bolla pontificia e il sovrano indulto, fu decretato che per fondare il convento benedettino (la municipalità dispose di assegnare per uso del convento un’edificio adiacente la chiesa di S. Rocco, nei pressi del Duomo) era necessario trasferire a Fiume tre monache da Trieste ed una da Arbe. Furono introdotte nella formale clausura il 20 di luglio e “due giorni dopo vi entrarono in noviziato otto zitelle fiumane, che portarono in dote ciascuna 300 ducati... Per lo spazio di più di 100 anni continuarono a entrare in questo convento zitelle,
per lo più di famiglie distinte, che vi portarono una dote non minore di 300 ducati, spesso maggiore...” Provenivano dalla città e dai dintorni, ma soprattutto dai territori di Italia, Croazia, Slovenia, Austria... Al di là delle vicissitudini finanziarie, non sempre brillanti per questo ordine monacale, le Benedettine hanno lasciato una traccia profonda nella città di San Vito, essendo state, tutto fa credere, promotrici della prima opera di istruzione femminile in città. Gli orientamenti e le strategie dell’istituto religioso delle Benedettine erano basati su un forte impegno in ambito educativo, d’istruzione e formazione della popolazione femminile, che si affiancava all’assistenza e ovviamente all’attività di catechesi. La scuola delle monache di Podmurvice era aperta a tutte le ragazze, senza distinzioni, e per oltre trent’anni è stata un’autentica fucina per intere generazioni di giovani fiumane. “Come tantissime ragazze della nostra città, anch’io ho frequentato l’asilo e l’inizio della scuola presso le Benedettine, per continuare poi dai Salesiani e infine alla scuola ottennale Gelsi - i pensieri di Katia Jerković Starčević volano ai primi anni ’40 del secolo scorso e i ricordi d’infanzia si fanno presente. Tra le altre, c’erano Lore-
dana (Loli) Valenčić Gašparović e le compiante Erna Toncinich, Sonia Lizzul e Irenea Barbieri Vrancich, mentre Tea Turina (all’epoca Donato o Donaggio) era ospitata nel collegio. Eravamo accudite e seguite dalla giovane suora Maria Pia: addetta all’asilo e alla scuola, è stata quasi una seconda madre per tutte noi. Oltre allo studio delle materie scolastiche, c’era anche il tempo per le preghiere e per apprendere nozioni di canto, musica (pianoforte), lingue straniere - tra cui il latino come pure per i lavori manuali..." A guerra finita, il complesso benedettino fu chiuso, gli edifici (esclusa la chiesa di S. Giuseppe) nazionalizzati e trasformati in Casa dello studente. Nel 1948 le suore furono rimandate in Italia, fatta eccezione per la “leggendaria” badessa, la Madre Superiora Giuseppina. Di origini dalmate, robusta, energica, burbera ma dal cuore grande, decise di restare a Fiume, dove visse fino a tarda età nella Casa delle Suore del Sacro Cuore. Si racconta che affrontò e sfidò più volte con coraggio i druzi della nuova amministrazione per difendere la causa e la dignità delle sue sorelle. Lasciata Fiume, Madre Maria Pia fu ospitata nel monastero di San Daniele ad Abano Terme, in provincia di Padova, da dove fu chia-
mata a servire la Comunità di Santa Cristina a Senigallia, nelle Marche, come abbadessa, ruolo che rivestì con amore, abnegazione ed umiltà. Da Senigallia continuò a mantenere stretti rapporti con molte famiglie fiumane. La signora Katia riuscì a rintracciare suor Maria Pia appena negli anni ’80, dopo lunghe ricerche, prima nelle chiese di Fiume e poi in vari conventi in Italia. Ristabilito il legame, tra loro si installò un bellissimo rapporto di vicinanza e amicizia che si intensificò negli anni della guerra in Croazia. Nel ruolo di Madre badessa del Monastero “S. Cristina”, madre Maria Pia fu benefattrice anonima, ma sempre con l’aiuto e l’appoggio della sua Comunità monastica continuò la sua generosa missione organizzando ripetutamente, tramite una rete di volontari italiani, l’invio di contingenti di aiuti umanitari destinati a famiglie bisognose, asili, scuole e chiese di Fiume, con la signora Katia a fare da punto di riferimento. Inoltre, tese la mano a giovani studenti di Fiume, anche di nazionalità croata, che le si rivolgevano per avere un supporto durante la formazione sacerdotale in Italia e che ormai da lunghi anni prestano servizio nelle chiese di Fiume e in altre località della Croazia. Abbassa Emerita del monastero delle Benedettine di S. Cristina a Senigallia, “buona e semplice, ha varcato la soglia di questa vita in punta di piedi, ricca di tutto il bene, spirituale e materiale, da lei seminati a larghe mani. Donna di grande cuore, monaca di alta spiritualità e virtù, di cultura religiosa ed umana, ha saputo tenere nascoste tutte queste virtù da un velo di accogliente semplicità e dal rifuggire di emergere. E noi siamo stati fortunati di averla avuta vicina e di aver potuto condividere con lei una parte della nostra vita”, ha concluso la signora Katia Jerković Starčević.
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L’ex monastero delle benedettine di Podmurvice con la chiesa di S. Giuseppe
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Carrellata delle attività svolte dalle Comunità degli italiani della regione • a cura di G. Miksa Nel 2017, come negli anni precedenti, nelle Comunità degli Italiani della Regione si è data grande importanza alla collaborazione culturale, alla tolleranza, alla convivenza con gli altri popoli, al mantenimento e all’affermazione dei valori della cultura italiana e alla diffusione della lingua italiana sul territorio della nostra realtà comunitaria. Abbiamo chiesto ai sodalizi di riepilogare le attività svolte. Ecco le più significative.
COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI ABBAZIA
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• Da febbraio ad aprile, ha avuto luogo nella sede, il corso di arti figurative, dietro la direzione della professoressa Laura Varljen Herceg, con il risultato finale della Mostra collettiva che si svolgerà in dicembre. Tra primavera ed estate sono stati organizzati i seguenti appuntamenti: • Conferenza di Rikard Savelli con tema “Insegniamo ai giovani e ai pensionati l’arte dell’artigianato”. • Conferenza di Patrizia Crespi con tema “I prodotti tipici del Friuli Venezia Giulia” dove è stata illustrata la memoria storica delle abitudini alimentari del FGV. • Concerto di Maria Iveković dedicato a Sergio Endrigo • Collaborazione con la Scuola di musica “Mirković”. Esibizione del concerto degli alunni dell’istituto scolastico in Villa Antonio. • Visita degli abitanti di Castel San Pietro Terme che sono in gemellaggio con la Città di Abbazia. • Presentazione del volume ’Dolce Époque - Ricette dal Quarnero nelle ville d’élite di Abbazia e Laurana (1910 - 1941)” di Marlene Prischich, scritto in 3 lingue. • Conferenza di Diego Brumini sul tema “Prevenzione e cura del cancro; missione possibile” • Concerto della Camerata Strumentale Italiana “Le 8 stagioni di A.Vivaldi e di A.Piazzola” • Alla fine di agosto si è svolta la Mostra interna-
zionale Mandracchio 2017 di cui la Comunità è compartecipe della manifestazione assieme alla Città di Abbazia. L’organizzazione del “Piccolo Mandracchio” dei bambini dai 5 ai 14 anni è stata, invece, affidata pienamente alla CI di Abbazia con l’assegnazione dei premi, e ogni bambino ha ricevuto in dono una berettina ricordo e l’attestato di partecipazione alla mostra. Attività autunnali, queste si sono così divise: • Nell’ambito delle Giornate dedicate alla lingua e alla cultura italiana si è svolto il laboratorio intitolato “Vegetariando” che prende spunto dalla tradizione culinaria italiana. • Le pittrici hanno esposto i quadri alla Mostra Internazionale di Grisignana. • Conferenzw di Giovanni Oliviero Panzetta: “Vivremo 100 anni, come arrivarci in buona salute” e “Vegetarianesimo, le ragioni del sì e le ragioni del no”.
RECITAL DEL MAESTRO FRANCESCO SQUARCIA IN OCCASIONE DEL 70° ANNIVERSARIO DELLA COMUNITÀ DEGLI ITLAIANI DI ABBAZIA
• Presentazione del libro Loris Dilena “Il frutto riscoperto. Antiche coltivazioni da frutto, vite ed olivo della Venezia Giulia e Zara” • L’Associazione Internazionale dell’Operetta di Trieste in collaborazione con la Città di Abbazia, con la Comunità degli italiani di Abbazia e il Festival di Abbazia ha presentato il “Gala dell’Operetta” con i soprani Marzia Postogna e Ilaria Zanetti, il tenore Andrea Binetti, il baritono Nicolò Ceriani e con Corrado Gulin al pianoforte. • Nel mese di ottobre al Palazzetto dello sport si è svolto il 40.esimo Torneo dell’Amicizia di briscola e tressette che riunisce i rappresentanti delle Comunità Italiane dell’Istria e di Fiume, i massimi esponenti della Comunità Nazionale Italiana e i rappresentanti del Consolato Italiano e dell’UPT. La CI di Abbazia tradizionalmente organizza questa manifestazione con la partecipazione di squadre femminili e maschili. Per un complessivo di 200 persone circa, tra giocatori, accompagnatori, ospiti d’onore, dirigenti UI, UPT, rappresentanti del Consolato, del sodalizio Comunale, della ditta Modiano e dei mass media. Nel periodo natalizio la CI ha presentato: • In occasione di San Nicolò e delle feste Natalizie, e con il supporto del Consiglio della Minoranza Nazionale Italiana, è stata proposta la rappresentazione scenica prescolare dei bambini dell’asilo di Abbazia e Laurana, che seguono il programma scolastico della CNI, il gruppo di lingua italiana di Mattuglie e dell’asilo musicale “Girotondo” di Abbazia. • Mostra delle pittrici dirette da Laura Varljen Herceg, allestita al Centro Gervais. La mostra è stata accompagnata da un intervento musicale di canzoni italiane, realizzate dal coro musicale “Camelia” e della pianista Maria Iveković. Presentatrice della mostra Laura Marchig.
• Conferenza di Juraj Sepčić con tema “Migrena”. • Torneo di briscola a Strugnano. • Incontro annuale dei soci della CI - festa e ballo in maschera. • Torneo Carnevalesco di briscola e tresette alla CI. • Ludoteche per bambini in lingua italiana - Festa della donna, l’8 marzo. • Ludoteca per bambini in lingua italiana - festeggiando Pasqua • Academia Agricola sul tema della coltivazione degli ulivi e della prevenzione di malattie sugli ulivi. • Incontro in Comunità-SEI Edmondo de Amicis di Buie “Ponte dell’amicizia”. • Partecipazione all’incontro delle minoranze nazionali della Regione Litoraneo-montana a Fiume. • Partecipazione al XXVI Incontro sportivo delle Comunità degli Italiani a Parenzo • Torneo di briscola e tresette a Buie • Torneo di briscola e tresette ad Abbazia • Visita della Compagnia dei Camini alla CI di Cherso • Convegno sul tema “Da Francesco Patrizio alla globalizzazione contemporanea” e mostra fotografica “Da Trieste a Cattaro sulle ali della Bora nel ruggito del Leone sulla rotta di Venezia” di Leonardo Bellaspiga. • Incontro coordinativo con i rappresentanti dell’Unione Italiana di Fiume.
COMUNITA DEGLI ITALIANI DI DRAGA DI MOSCHIENA
COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI CHERSO
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Corso lingua italiana (marzo - ottobre). Tavola rotonda sul carnevale (febbraio). Sezione musica (maggio - settembre). Sezione recitazione e teatro (maggio - settembre). B&D Blues Festival (fine luglio).
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• 20 concerti di musica jazz, Bar “La terrazza” sede della Comunità (giugno, luglio, agosto). • Italia in arte e cultura (agosto). • 10 mostre d’arte nella galleria “La cisterna”. • Raduno dei cori (luglio). • Gita a Vicenza e Verona. Viaggio interamente finanziato da membri (novembre). • Concerto natalizio (dicembre).
COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI LUSSINPICCOLO
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• Gioco della Tombola nel tempo di Carnevale. • Gita dei soci alla Fiera Orto Giardino di Pordenone. • Laboratorio di pergamano (carta pizzo). • Mostra di pergamano. • Gita dei soci a Zagorje. • Presentazione laboratorio e degustazione “La vita e l’alimentazione al tempo dell’Apoxyómenos, in occasione del primo anniversario del bronzo al Museo. I cibi sono stati preparati dallo chef lussignano Adriano Nikolić. • Visita della CI di Sissano e scambio culturale. • Al Teatro Vladimir Nazor, Giornata dello sport a cui hanno partecipato gli alunni dei corsi e il gruppo di ginnastica adulti • Corso di lingua italiana per adulti. Insegnante Doretta Martinoli di Trieste • Visita della banda della Comunità degli Italiani di Buie. • Spettacolo di fine anno scolastico presentato da-
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gli alunni dei corsi e consegna attestati nella sala di Villa Perla. La CI “Pasquale Besenghi degli Ughi” di Isola ha presentato la commedia “Isola mia”, nell’anfiteatro estivo della Biblioteca civica. Il Coro “Vittorio Craglietto” della CI di Lussinpiccolo ha partecipato al Concerto Corale San Giovanni Battista di Cavaion Veronese (Italia). La Compagnia teatrale del CRUT di Trieste ha presentato al Teatro Vladimir Nazor, lo spettacolo “La signora è volata in cielo”. Alla Giornata del pane gli attivisti hanno presentato uno stand con pane e dolci da loro preparati. Gita dei soci delle CI Lussinpiccolo e Cherso al Museo del Mare di Trieste con rinfresco offerto dalla Comunità dei lussignani non più residenti. Da Trieste proseguimento per Trento con visita del centro storico e cattedrale e Castelletto di Brenzone con visita al Lago di Garda - Sirmione, Salò e Garda. Partecipazione al Torneo dell’Amicizia Briscola e tressette, ad Abbazia, dove la squadra femminile si è aggiudicata il 3 posto. Presentazione della tesi magistrale “Lussino tra storia e memorie - Dal fascismo alle guerre jugoslave” di Caterina Della Giustina di Belluno residente a Trieste. Caterina Della Giustina assieme ai genitori e a un gruppo di amici, ha voluto offrire un rinfresco per festeggiare la laurea e ringraziare le persone che aveva intervistato. Il Coro “Vittorio Craglietto” della CI di Lussinpiccolo si è esibito a Lussino per la seduta solenne in occasione di San Martino patrono della Città. Il Coro ha partecipato anche al concerto umanitario organizzato dal Rotary Club, al concerto umanitario organizzato dall’Associazione dei pensionati, al Concerto dei cori e gruppi vocali organizzato dal Settore Cultura dell’UI ad Abbazia, e al tradizionale Concerto “Nadal Lussignan”. A quest’ultimo evento hanno parte tutte le coriste anche quelle che non sono più attive. Gita per i soci a Trieste per visitare la Fiera di San Nicolò e shopping natalizio.