Page 1

NotiCum IL VOLTO DELLA MISSIONE

Speciale XIII Incontro interecclesiale delle comunità di base in Brasile

Periodico edito da Fondazione CUM - Lungadige Attiraglio, 45 - Poste Italiane spa - Sped. in Abb. Post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Verona In caso di mancato recapito rinviare all’ufficio postale di Verona, detentore del conto, per la restituzione al mittente che si impegna a pagare la relativa tariffa - Taxe perçue

ANNO 52 - n. 2 - FEBBRAIO 2014

UNA CHIESA IN USCITA editoriale di Crescenzio Moretti

L’

appello di Papa Francesco alle comunità cristiane ad aprire le porte per accogliere e per andare incontro, è dolce musica per noi missionari. La Chiesa Gesù l’ha voluta pellegrina, su tutte le strade del mondo, per dire il suo Messaggio, e ci entusiasma l’avere un Papa così apertamente schierato. Ne siamo convinti: è una triste comunità quella chiusa nel suo piccolo guscio. Spesso sentiamo dire: “È inutile partire, di missione c’è bisogno qui”. Nulla di più errato! Ci interpella il fatto che dalle nostre comunità partano sempre meno missionari e si senta il bisogno di accogliere sacerdoti provenienti dalle giovani Chiese, non in spirito di comunione, che favorirebbe l’arricchimento vicendevole, ma per la riluttanza a rinnovarsi per essere Chiese aperte, meno struttura e più lievito. È una triste comunità quella che crede di sopravvivere pensando solo a se stessa. Il Vangelo è sempre lo stesso, ma non è lo stesso l’uomo da evangelizzare e diversi sono i contesti in cui il Vangelo deve essere annunciato. In tutti i tempi i missionari hanno cercato metodi, parole, atteggiamenti utili a comunicare il Vangelo nella situazione in cui si trovavano. Il mis-

sionario prega, legge i segni dei tempi e fa le scelte che il Signore gli ispira. Oggi, più che mai, le comunità cristiane sono impegnate ad “aggiornare” il loro modo di essere nel mondo e di comunicare il Vangelo. I recenti documenti ecclesiali come il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, la Conferenza di Aparecida, l’Esortazione Evangelii Gaudium, manifestano la ribadita volontà della Chiesa a dire il Vangelo come lo esige il mondo: digitale, globalizzato, consumista, piegato all’interesse di pochi, libero ma incapace di esserlo sul serio, trascinato in una accelerazione che fatica a controllare. Già Paolo VI auspicava una Chiesa pronta ad osare per svolgere la sua missione. …“La Chiesa deve essere sempre viva e sempre giovane anche nelle sue manifestazioni, anche nella sua capacità di rivolgersi agli altri, anche nella sua vitalità moderna. Deve osare!”. L’ ”osare” di Paolo VI, per Giovanni Paolo II divenne pressante appello: “Aprite le porte a Cristo” e chiamata ad una “Nuova evangelizzazione”. “Osare”, per Papa Francesco, è la costante spinta ad usci-

re: “Vorremmo che la Chiesa fosse veramente un segno di speranza per chi la vive più direttamente, per chi la guarda da vicino o da lontano, per chi la rifiuta, per chi la cerca…; una Chiesa che prega, che celebra l’Eucarestia, che annuncia e testimonia il Vangelo, che tiene sempre le porte aperte a tutti… La gioia della salvezza è un dono che non si può tenere solo per se stessi, ma va condiviso (...) Se noi vogliamo tenerlo soltanto per noi stessi, diventeremo cristiani isolati, sterili e ammalati. Non più una Chiesa arroccata, una Chiesa in difesa, ma una Chiesa in “uscita”. “La Chiesa in uscita è la comunità dei discepoli del Signore che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano, che festeggiano” . Uscire, andare verso le periferie del mondo, quelle sociali e quelle geografiche, è sempre stato il modo di essere dei discepoli di Gesù. Uscire è il messaggio di migliaia di missionari: preti e laici, religiose e religiosi che anche oggi, senza paura, senza tanti calcoli, fidandosi di Dio, prendono il largo per dire “tutto il Vangelo a tutto il mondo”. Il missionario, anche oggi, è l’immagine più bella della Chiesa: un’immagine che non deve appannarsi.


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

n.2 - febbraio 2014

primo piano

GIUSTIZIA E PROFEZIA A SERVIZIO DELLA VITA Il XIII incontro delle comunità ecclesiali di base del Brasile di Paolo Annechini

S

i è svolto dal 7 all’11 gennaio scorsi a Juazeiro do Norte in Brasile il XIII incontro delle comunità ecclesiali di base (Cebs), un modo di essere Chiesa in Brasile che sta vivendo con papa Francesco una ventata di vero entusiasmo. 5000 persone hanno partecipato a questo incontro, e tra questi non pochi missionari e missionarie italiani. Papa Francesco ha

I 5000 partecipanti sono stati accolti in altrettante famiglie delle varie parrocchie di Juazeiro, tanto che il momento nella famiglia e nella parrocchia ospitante, di scambio di esperienze, è stato parte integrante del congresso stesso

voluto sottolineare l’importanza di questo modo di essere Chiesa e ha inviato un messaggio che è stato letto con grande emozione nella celebrazione di apertura. Juazeiro do Norte è terra del nord est del Brasile, in naturale sintonia con la proposta ecclesiale portata avanti dalle Cebs. Terra di padre Cicero, beato Josè Lourenço, padre Ibiapina, persone di Chiesa di fine ‘800 profondamente coinvolte con la vita del popolo. Padre Ibiapina è stato l’ideatore del primo sistema di cisterne per raccogliere l’acqua in questa terra, la terra del sertão, tristemente famosa per le ricorrenti siccità (l’ultima ancora in corso) che la caratterizzano. “Giustizia e profezia a servizio della vita” è stato il tema dei 4 giorni di congresso che ha avuto dinamiche tipiche delle comunità ecclesiali di base. I 5000 partecipanti sono stati accolti in altrettante famiglie delle varie parrocchie di Juazeiro, tanto che il momento nella famiglia e nella parrocchia ospitante, di scambio di esperienze, è stato parte integrante del congresso stesso. I 5000 delegati sono arrivati da tutto il Brasile, alcuni di loro dopo 3-4 giorni di viaggio in autobus. Nella terra di padre Cicero, di p. Ibiapina, del beato José Lourenço, in quel sertão che rappresenta una delle parti più povere e sofferte del Brasile le Cebs hanno lanciato un appello pressante al governo e alla Chiesa brasiliana. Al governo brasiliano, ricordando che non esiste solo la Coppa del Mondo e il carnevale e che il Brasile, sesta potenza economica mondiale, ha ancora il 70% delle abitazioni senza un sistema fognario, ha sacche di miseria pari al Bangladesh o al Mozambico. Il senso delle comunità ecclesiali di base è stato espresso da mons. Panìco, vescovo di Juazeiro do Norte, nella celebrazione iniziale, e ribadito nel messaggio dei 72 vescovi presenti al XIII interecclesiale: le comunità ecclesiali di base sono il modo, “o jeito” per dirla con la ricca simbologia brasiliana, di essere Chiesa oggi per il Brasile, basato sulla preghiera e sull’azione, sulla Bibbia e sulla vicinanza alla gente, a partire dai più umili e dagli esclusi, con una accentuata ministerialità che vede i laici protagonisti. La gerarchia nella Chiesa brasiliana in questi ultimi due decenni ha prediletto altre modalità di evangelizzare e di essere vicini alla gente, per questo la profezia delle comunità ecclesiali di base è ancora oggi in parte un sogno da realizzare.

LETTERA DI PAPA FRANCESCO ALLE CEBS

C

arissimi amici e amiche, è con molta allegria che invio questo messaggio a tutti i partecipanti del 13° incontro interecclesiale delle comunità ecclesiali di base, che ha luogo dal 7 all’11 di gennaio 2014 nella città di Juazeiro do Norte, nel Cearà, con il tema “Giustizia e profezia a servizio della vita”. In primo luogo desidero assicurarvi la mia preghiera perché questo incontro sia benedetto dal nostro Padre dei Cieli, con la luce dello Spirito Santo che ci aiuti a vivere con rinnovato ardore le sfide del vangelo di Gesù nella società brasiliana. Di fatto il sottotitolo di questo incontro “Cebs: pellegrini del Regno nel campo e nella città” dev’essere una chiamata perché le Cebs svolgano sempre più il loro importantissimo compito nella missione evangelizzatrice della chiesa. Come ricordava il documento di Aparecida, le Cebs sono uno strumento che permette al popolo “una conoscenza migliore della Paola di Dio, un compromesso sociale in nome del vangelo, una realizzazione di nuovi servizi laicali, e una educazione alla fede degli adulti” (n° 178). E recentemente, rivolgendomi a tutta la chiesa, ho scritto che le comunità ecclesiali di base “traggono un nuovo ardore nell’evangelizzare e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa”, ma, per questo, bisogna che queste “non perdano il contatto con la realtà molto ricca delle parrocchie locali e

2

che si integrino di buon grado nella pastorale organica della Chiesa particolare” (Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 29). Carissimi amici, l’ evangelizzazione è un dovere di tutta la Chiesa, di tutto il popolo di Dio: tutti dobbiamo essere pellegrini, nel campo e nella città, portando l’allegria del vangelo a ogni uomo e ogni donna. Desidero nel profondo del mio cuore che la parola di san Paolo “guai a me se non evangelizzo!“ (1 Cor 9,16) possa fare eco nel cuore di ciascuno di voi! Per questo, chiedendo per i lavori e per i partecipanti del 13° incontro interecclesiale delle comunità ecclesiali di base la protezione di nostra signora Aparecida, invito tutti a viverlo come un incontro di fede e di missione, di discepoli missionari che camminano con Gesù, annunciando e testimoniando con i poveri la profezia dei “nuovi cieli e nuove terre” e concedo la mia benedizione apostolica. Vaticano, 17 dicembre 2014 Francesco (Libera traduzione dal portoghese a cura della redazione Noticum)


UNA CHIESA IN USCITA

NotiCUM n.2 - febbraio 2014

primo piano

NOI VESCOVI ACCOMPAGNEREMO E PROMUOVEREMO LE CEBS Sintesi del Messaggio dei Vescovi presenti al XIII interecclesiale

F

ratelli e sorelle, noi 72 vescovi che abbiamo partecipato al 13° Interecclesiale di Base, come pastori del popolo di Dio, indirizziamo la nostra parola a voi partecipanti delle comunità ecclesiali di base con i propri animatori e animatrici e a tutti quelli che assumono altre responsabilità. Stiamo vedendo come le Cebs, rimanendo radicate alla Parola di Dio, incontrano luci e forza per portare avanti la missione evangelizzatrice vivendo quello che chiede il tema: giustizia e profezia a servizio della vita. In questo modo, ogni comunità ecclesiale va ad essere sale della terra e luce nel mondo, animando i suoi partecipanti a essere testimoni di questo. Ci ha colpito il grido degli esclusi che abbiamo ascoltato in questo 13° interecclesiale: grido di donne e giovani che soffrono la violenza e di tante persone che soffrono le conseguenze dell’agrobusiness, della deforestazione, della costruzione di centrali idroelettriche, dello sfruttamento delle ricchezze naturali del sottosuolo, delle opere per la coppa del mondo, della siccità prolungata nel nord est, del traffico di esseri umani, del lavoro schiavo, delle droghe, della mancanza di una pianificazione urbana che benefici i quartieri poveri, della mancanza di un accompagnamento degno per la salute. Sappiamo delle molte sfide che le comunità di base affrontano nell’area rurale e nell’area urbana (centro e periferia). La nostra parola vuole essere di speranza e di incoraggiamento per le comunità ecclesiali di base che, sperse per tutto il Brasile, per il continente americano e anche in altri continenti rappresentati in questo incontro, vivono la profezia e la lotta per la giustizia a servizio della vita. Desideriamo che siano in modo del tutto chiaro e ancora più forte comunità guidate dalla Parola di Dio, celebranti il mistero pasquale di Gesù Cristo, comunità che accolgono, missionarie, attente e aperte ai segnali di azione dello Spirito di Dio, samaritane e solidali. Riconoscendo nelle Cebs l’atteggiamento antico e nuovo di essere Chiesa, ci rallegrano molto i segnali di profezia e di speranza presenti nella Chiesa e nella società, dei quali le Cebs sono interpreti. Auspichiamo che non ci si stanchi di essere Chiesa dal volto accidentato, ferito e sporco per stare sulle strade e non una Chiesa malata per essersi chiusa e accomodata nelle proprie sicurezze, come ci esorta il caro papa Francesco (EG, 49).

DISCEPOLI-MISSIONARI

N

ell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, leggiamo: “In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto a ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?” (n. 120). Fatta questa importante premessa, ripercorriamo brevemente alcuni passi del Nuovo Testamento, per evidenziare come, pur nel comune impegno di annunciare il vangelo, nella comunità ci sono sempre stati alcuni, che, per grazia di un carisma speciale o per un mandato particolare, si sono coinvolti maggiormente nella missione della chiesa nel proclamare il vangelo alle genti e sono diventati punti di riferimento. Gesù stesso, tra la folla dei suoi discepoli, ne scelse alcuni - quelli che Lui volle - perché avessero un ruolo di guida all’interno della comunità cristiana nascente. I Dodici

Per questo, riconfermiamo, assieme alle Cebs, il nostro impegno di accompagnare, formare e contribuire nella vita di una fede impegnata per la giustizia e con la profezia, alimentata dalla Parola di Dio, dai sacramenti, in una Chiesa missionaria tutta ministeriale, che valorizza e promuove la vocazione e la missione dei cristiani laici nella comunione. Con il cuore pieno di gratitudine e di speranza, implorando la protezione materna della nostra Vergine Madre. Juazeiro, 11 gennaio 2014 (Libera traduzione dal portoghese a cura della redazione Noticum)

Parole di Vangelo di Giandomenico Tamiozzo

sono innegabilmente il nucleo fondante della Chiesa. Quelli che Paolo chiama le colonne della Chiesa di Gerusalemme – Pietro, Giacomo e Giovanni – erano riconosciuti come persone di spicco, a partire dal loro più stretto legame a Cristo. Quando fu radunato il concilio di Gerusalemme, per affrontare lo scabroso argomento della circoncisione, alla fine di quel confronto, per rendere edotte le comunità delle conclusioni di quell’importante raduno ecclesiale, “gli apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli” (cfr. Atti 15,22-27). Nella comunità di Antiochia, dove i credenti in Gesù furono chiamati per la prima volta cristiani, furono scelti Paolo e Barnaba, su ispirazione dello Spirito Santo, per la missione alla quale erano destinati di annunciare cioè il Vangelo alle genti, pur avendo sperimentato loro stessi, gli abitanti di Antiochia, la preziosità del passa parola da credenti senza speciali ruoli. E ancora, una volta fatte nascere piccole comunità di seguaci di Gesù nelle varie città visitate, Paolo e Barnaba ebbero cura di indicare, per ogni gruppo, alcuni responsabili, i cosiddetti presbiteri, per tenere vivo l’annuncio e coordinare le attività della comunità. E, come oggi, anche ai tempi del Nuovo Testamento, grazie alla ricchezza dei doni dello Spirito, alcuni dei credenti che si identificavano per maggior zelo o disponibilità, venivano scelti per degli incarichi particolari. Fu il caso di Tito e Timoteo, due grandi e solerti discepoli di Paolo, ai quali l’apostolo delle genti affidò incarichi di rilevante importanza. Rimane comunque vero quanto scrive ancora papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, quando afferma: “In ogni caso, tutti siamo chiamati a offrire agli altri la testimonianza esplicita dell’amore salvifico del Signore, che al di là delle nostre imperfezioni ci offre la sua vicinanza, la sua Parola, la sua forza, e dà senso alla nostra vita. Il tuo cuore sa che la vita non è la stessa senza di Lui, dunque quello che hai scoperto, quello che ti aiuta a vivere e che ti dà speranza, quello è ciò che devi comunicare agli altri. La nostra imperfezione non dev’essere una scusa; al contrario, la missione è uno stimolo costante per non adagiarsi nella mediocrità e per continuare a crescere” (EG n. 121).

3


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

n.2 - febbraio 2014

primo piano

“NON LASCIAMO CADERE LA PROFEZIA” Sintesi del messaggio finale del XIII interecclesiale

S

orelle e fratelli della camminata, con attitudine di pellegrini, il popolo delle comunità ecclesiali di base di tutto il Brasile si è incamminato rispondendo alla chiamata della diocesi di Crato che ha convocato il 13° interecclesiale. Questa chiamata ha coinvolto anche altre Chiese sorelle evangeliche e di altre religioni. Questa chiamata fu percepita anche in tutta l’Ameria Latina e Caraibi, in Europa, Africa e Asia, che hanno inviato rappresentanti. Il “Cariri”, cuore allegro e forte del nord est brasiliano, è di casa qui a Juazeiro dove si è incontrata la fede profonda del popolo pellegrino, nata dalla testimonianza di padre Ibiapina, di padre Cicero, della beata Maria Maddalena, del beato Zé Lourenço, con una fede incarnata del popolo delle Cebs, nata dal grido profetico per la giustizia e l’utopia del Regno. È stato un incontro tra la religiosità popolare e la spiritualità liberante delle Cebs. Le due riaffermarono la propria sequela di Gesù di Nazaret, vivendo una fede e un compromesso con la giustizia a servizio della vita. Beato il popolo che ha creduto! Con la chitarra e la fisarmomica abbiamo cantato questo nostro credere. Le parole di dom Fernando Panico, vescovo di Crato, nella celebrazione di apertura hanno confermato questo nostro credere, proclamando: “le Cebs sono il modo di essere Chiesa. Le Cebs sono il modo normale di essere Chiesa. Modo normale del popolo di Dio di rispondere oggi alla proposta di Gesù: essere comunità a servizio della vita”. All’ascoltare la proclamazione di questa buona notizia, il ventre del popolo che è venuto in pellegrinaggio a Juazeiro do Norte è rimasto di nuovo gravido di questo sogno, di questa utopia. La speranza è stata rafforzata. La perseveranza e la resistenza nella lotta sono state confermate. Il compromesso con la lotta a servizio del “ben viver” è stato assunto. E la allegria esplose con i fuochi d’artificio e nel mezzo dell’allegria ascoltammo la memoria della voce tanto cara di Helder Camara quando disse: “Non lasciamo cadere la profezia!”. E la profezia non è caduta. La profezia fece eco nelle parole dell’indio Anastacio: “Rubano i nostri frutti, strappano le nostre foglie, tagliano i nostri germogli, bruciano le nostre piante, ma non lasciamo distruggere le nostre radici”. Radici indigene e quilombolas che sono profonde nella memoria degli avi, nel sogno di vivere in terre demarcate, libere per danzare, celebrare e festeggiare la terra che è madre. Emerse la memoria di padre Ibiapina, che già incentivava la costruzione di cisterne per l’acqua fatte con pietra e calce e la coltivazione di piante da frutto, per convivere con la realtà del semiarido, rianimando così la speranza e la dignità del popolo nordestino. Il protagonismo della beata Maria Araujo canalizzò il desiderio più profondo di vita e di vita piena, che inquietò i grandi e la gerarchia ecclesiastica. Padre Cicero e il beato Ze Lourenço continuarono accogliendo gli esclusi nello stesso spirito di p. Ibiapina organizzando la comunità del Caldeirao, mossa dalla fede, dal

lavoro, dalla vicinanza, dalla libertà. Questa forma di convivenza con il semiarido ha continuità nelle Cebs, nelle pastorali e nelle entità compromesse con i poveri. La profezia ebbe eco nell’analisi di congiuntura, che ha portato a costatare che il Brasile ancora deve riconoscere che nel campo e nella città non basta realizzare grandi progetti. Il grande capitale dà priorità all’agro-business, all’idro-business e alle miniere, continuando a espellere popolazione dal mondo rurale per concentrare le persone nelle città, finendo con l’essere oggetto di manipolazione e di sfruttamento, di concezioni di dominio e di vita che producono profonde ingiustizie. Il popolo continua ad essere spogliato della sua dignità: i suoi figli e figlie finiscono nel mercato della droga, nel traffico di persone; la gente è destituita del suo diritto alla salute, alla educazione, all’avere una casa, al riposo. La gioventù è sterminata, senza possibilità di progettarsi un futuro per mancanza di opportunità; persistono ancora molti preconcetti e altre violenze segnano le relazioni tra etnie, colore, età, genere, religione. Percepiamo che trasformare i cittadini e cittadine in consumatori è la minaccia al “ben viver”. Nell’incontro i gruppi di lavoro sono stati spazio di condivisione delle esperienze per cercare di comprendere la società che è il luogo dove le Cebs lottano e vivono. E sui passi di padre Cicero, le Cebs sono state pellegrine nella terra del Cariri, conoscendo realtà e comunità, evidenziando la fermezza dei martiri e dei profeti, sperimentando la condivisione e la festa che il popolo nordestino ha saputo offrire. La saggezza dei patriarchi ci ha accompagnato riscoprendo la memoria e pregando: “solo Dio è grande!”, “amatevi gli uni con gli altri”. La grandezza di Dio si rivela nei pellegrini, popolo sofferente, che nell’assumere l’ organizzazione del pellegrinaggio, nella pratica della solidarietà, nella preghiera e nel canto delle beatitudini sono protagonisti e danno significato alla vita quotidiana. L’amore si manifesta nella profezia delle donne che nel lavoro di tutti i giorni, nella leaderanza caricano nel loro ventre la nostra liberazione; nella profezia che per amore della giustizia si fa ecumenica; in Gesù di Nazaret che per primo visse l’ingiustizia e la profezia a servizio della vita e ci invita ad essere Cebs pellegrine del Regno nel campo e nella città. Il vivere comunitario nel territorio del semiarido ha rinnovato il nostro credere. Abbiamo esultato di allegria come i bambini sussultano di allegria nel ventre delle mamme intravvedendo il nuovo. Il Regno si fece presente in mezzo a noi. I suoi segnali sono presenti nella fratellanza: pregammo e riflettemmo, ravvivammo la nostra fede di fronte al viso dei martiri e dei profeti della camminata, riflettemmo e dibattemmo formando la medesima fila per mangiare insieme il gustoso cibo della terra del Cariri, allo stesso lavatoio lavammo i nostri piatti. Nella circolarità del servizio, del canto, della testimonianza riaffermammo il compromesso di essere Cebs: pellegrine del regno, profeti di giustizia che lottano per la vita, a servizio del “ben viver”, sementi del Regno e della sua giustizia, comunità profetiche di speranza e di allegria del vangelo. I pellegrini e le pellegrine sempre ritornano alla loro terra, pieni di fede e di speranza. Noi pure torniamo come pellegrini e pellegrine gravide di utopia del Regno che è la camminata delle Cebs. Ritorniamo alle nostre terre con un messaggio di papa Francesco, vescovo di Roma e primate nell’ unità. Da lui ricevemmo riconoscimento, incoraggiamento, invito a continuare con passo fermo nella camminata di essere chiesa pellegrina di giustizia e di profezia a servizio della vita. Ci uniamo alla voce di Maria che lodò il Dio della vita che realizza le sue meraviglie con i più umili. Uniamo le nostre voci alla sua perché Maria tolga ai potenti i loro troni e elevi gli umili, lasci i ricchi a mani vuote e riempia di abbondanza la mensa degli impoveriti. Fratelli e sorelle, vi abbracciamo con amore. Amen, axè, auerè, Aleluia! (Libera traduzione dal portoghese a cura della redazione Noticum)

I DATI DEL XIII INTERECCLESIALE

4


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

n.2 - febbraio 2014

primo piano

LA CONGIUNTURA DEL BRASILE OGGI P. Manfredo Araujo de Oliveira, professore universitario

C

redo che nel Brasile di oggi dobbiamo distinguere due cose importanti: la prima, il movimento interno alla Chiesa, e poi nelle società. Nella Chiesa brasiliana si è certamente assistito ad un ritorno su se stessa. Fino agli anni ’80 la Chiesa era molto attenta al popolo, poi è iniziata l’era della “privatizzazione” della fede, vista e vissuta come intimità, non più attenta o compromessa con le grandi vicende dell’uomo. Le Cebs dagli anni ’90 hanno sofferto un certo tipo di isolamento, almeno per alcuni settori di Chiesa più tradizionalisti. La Chiesa oggi torna a voltare pagina, torna nella vita, come ci invita papa Francesco: la fede non può essere una realtà puramente intima della persona ma deve riguardare il mondo dove il Regno si realizza. La Chiesa deve ascoltare la società civile, le grandi questioni all’orizzonte e che sono nell’agenda del popolo brasiliano. A livello politico il governo attuale è frutto di grandi lotte sociali ma anche di alleanze con poteri forti ben determinati (latifondisti, imprenditori nel campo delle miniere) che non consentono alla parte “sindacalista” che è al governo e occupa posti di presidenza di intaccare strutturalmente la disuguaglianza che rimane fortissima nel Paese. Bisogna dire che molto è stato fatto, gli indicatori economici sono migliorati, la povertà è caduta più grazie ad iniziative assistenziali (vedi borsa famiglia) che a un reale sviluppo delle fasce povere della popolazione, ma siamo arrivati ad un punto di svolta del sistema. Così non si può andare avanti: o si prendono iniziative strutturali o il sistema implode. Il Brasile ha urgente bisogno di riforme strutturali per abbattere le disuguaglianze. Un esempio? La riforma tributaria: il Brasile è fiscalmente uno dei paesi più iniqui del mondo: i poveri sono tartassati, i ricchi proporzionalmente pagano molte meno tasse dei poveri. E così l’educazione, la riforma agraria, il diritto alla salute, alla sicurezza, il diritto ad una casa che si possa chiamare con questo nome e non favela. Il Brasile, 6° paese al mondo come produzione di ricchezza, ha una situazione di miseria paragonabile al Bangladesh o al Mozambico. La Chiesa deve apprendere di nuovo come essere profetica: la fede deve provocare la vita, con inevitabili conseguenze sociali. Se seguissimo il Vangelo, non potremmo accettare una struttura societaria come quella brasiliana, dove la grande massa è fuori da ciò che si sta costruendo.

SIAMO SEMENTE Roberto Malvezzi, coordinatore della Pastorale della terra - Cearà

S

La Chiesa deve apprendere di nuovo come essere profetica P. Manfredo Araujo de Oliveira

Le Cebs devono essere semente di miglioramento per la società Roberto Malvezzi

Le comunità ecclesiali di base sono il modo normale di essere Chiesa Tea Frigerio

iamo qui a Juazeiro in una terra che è simbolica per il Brasile. È la terra di p. Cicero, di p. Ibiapina, testimoni nel XIX secolo, uomini di Chiesa impegnati con la gente di questo territorio del nord est, con i loro problemi legati alla fame e alla sete. Il Brasile in questi ultimi 15 anni ha migliorato molto i suoi indici di sviluppo: è caduta la povertà, la mortalità infantile, e questo grazie a delle grandi lotte sociali: le Cebs sono state un po’ la semente di questi movimenti sociali, che oggi hanno preso la loro strada e la loro identità, la loro indipendenza. Le Cebs vivono un momento difficile di Chiesa, non sempre sono state capite dalla gerarchia che le ha viste in questi anni come un’inserzione indipendente all’interno della Chiesa stessa, poco allineate e controllabili. Penso che il compito delle Cebs sia quello di continuare il cammino intrapreso, ovvero di essere semente di miglioramento per la società, ancora troppo ingiusta. Le nostre comunità continuano a partecipare nel sertão alla lotta per l’acqua, partecipano non più sole ma - oggi - assieme al governo e a molte altre istituzioni nel campo dell’educazione, della lotta per la salute pubblica, contro la corruzione. Sono parte della Chiesa, partecipano alle parrocchia, sono catechisti, con una visione comunitaria e ministeriale di Chiesa.

È necessario ritornare alla ministeriale decentrata nelle sue diverse possibilità

Maria Soave Buscemi

POTERE VUOL DIRE SERVIZIO LE CINQUE “C” Maria Soave Buscemi, biblista

S

tiamo vivendo una esperienza unica: 5000 persone riunite a Juazeiro do Norte, terra di padre Cicero, p. Ibiapina, Zé Lourenço. Sono giorni celebrativi, indubbiamente, più che di analisi per affrontare grandi questioni, sono giorni nei quali si celebra la vita nella profezia e nell’impegno di una Chiesa che cammina nella vita del popolo brasiliano. Rimangono dei nodi da sciogliere, in questi giorni solo accennati: per essere profetica la Chiesa deve smettere di essere un potere. Gesù nella sua traiettoria di vita, morte e resurrezione ci indica la strada: il potere inteso come servizio, per tutti, a partire dai più poveri, dagli esclusi. Tutto questo vuol dire iniziare a chiedersi cosa vuol dire la ministerialità dei laici e delle laiche che nelle Cebs trova ossigeno. Oggi c’è un forte accentramento della ministerialità nelle mani dei sacerdoti. Se il sacramento dell’ordine diventa il solo centro della vita ecclesiale, e se la Chiesa, la comunità è vista in senso piramidale dove tutto passa, tutto è a partire dal parroco, è chiaro che il pericolo di soffocare le Cebs diventa reale. Non si discute l’importanza fondamentale del presbitero, necessario e fondamentale. Ma quando questo diventa il centro esclusivo, soffoca qualsiasi altro ministero. È necessario - ed è questo un obiettivo delle Cebs - ritornare alla ministeriale decentrata nelle sue diverse possibilità. Oggi questa rappresenta una sfida enorme.

DELLE COMUNITÀ DI BASE Tea Frigerio, missionaria saveriana

C

ome ha detto il vescovo di Crato dom Panico nella celebrazione iniziale, le comunità ecclesiali di base sono il modo normale di essere Chiesa, perché è stato il modo con il quale Gesù ha vissuto e con il quale si può realizzare la sua proposta nell’oggi della storia non solo in Brasile. Le caratteristiche delle comunità ecclesiali di base si concentrano in cinque “C”: - circoli biblici: studio della Bibbia; - comunità: intesa come relazioni di fraternità; - comunione: intesa come condivisione di ideali e di vita; - compartire: ovvero mettere insieme le risorse e le energie; - compromesso: essere a fianco della gente per la liberazione, a favore del “ben viver”.

5


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

n.2 - febbraio 2014

primo piano

DALLA PASSIVITÀ ALLA PARTECIPAZIONE Dom Egidio Bisol, fidei donum vicentino, vescovo di Afogados da Engazeira

H

o incontrato le Cebs 37 anni fa quando sono arrivato in Brasile come fidei donum di Vicenza. C’era molto impegno con le comunità ecclesiali di base, ho percepito fin da subito quanto questo modo di essere Chiesa può far rivivere la fede nelle persone adulte. Non che la nostra gente nordestina non abbia fede, anzi, ha una grande fede, ma con le Cebs questa fede diventa fermento nella società dove il cristiano vive. E lavorando con le Cebs ho avuto la convinzione che il Dio che dava forza per confortare e superare le difficoltà era il medesimo che chiedeva di darsi da fare per migliorare le condizioni di vita, perché la situazione mutasse. Dalla passività di molti cristiani (che era anch’essa un modo di resistere) con le Cebs si passava alla partecipazione. Questo è stato ed è tuttora il grande lavoro delle Cebs. A me fecero il grande regalo di farmi incontrare la fede con la vita. Oggi le Cebs stanno passando un momento importante: da un lato ci percepisce una certa disaffezione da parte della Chiesa nei loro confronti. Si cerca di far passare l’idea che tutto è pastorale, quindi le Cebs non sono specifiche ma diventano una delle tante pastorali di una parrocchia perdendo il loro compromesso che porta a cambiare le strutture. Questo da un lato è un pericolo, dall’altro è profezia per le Cebs, che sono chiamate a resistere a un’onda individualista che non è solo della Chiesa e della società brasiliana, ma del mondo intero. La profezia delle Cebs oggi è quella di non perdere la loro grande caratteristica di avere i “piedi nella terra” come si dice in Brasile. È molto bello partecipare a incontri come questi, danno sempre tanta speranza: la Chiesa del Brasile non vive sempre momenti belli, un incontro come stiamo vivendo dà molta speranza e fiducia. A me sembra di vedere tanti giovani qui al XIII Interecclesiale, segno profetico per me, di qualcosa che la Chiesa non vuole e non può lasciar cadere.

Le Cebs sono chiamate a resistere a un’onda individualista che non è solo della Chiesa e della società brasiliana, ma del mondo intero Dom Egidio Bisol

Le Cebs non sono frutto di elite che pensano, ma è vita del popolo là dove vive Dom Gabriele Marchesi

UNA VITA DI FEDE VALORIZZATA Dom Gabriele Marchesi, fidei donum di Fiesole, vescovo di Floresta

C

onoscevo le Cebs già in Italia, a Fiesole perché lavoravo con un padre che era stato missionario nel sud del Brasile e là lavora con le Cebs. Posso dire che l’esperienza delle Comunità Ecclesiali di Base mi accompagnò nel mio cammino di prete. Ho percepito la possibilità che questa esperienza ecclesiale di responsabilità per i laici coinvolti potesse essere significativa non solo per il Brasile, ma anche per l’Italia. Arrivai come fidei donum nel Maranhão e le Cebs sono state strumenti importanti perché quel popolo nell’interior, escluso, potesse iniziare a vivere processi di inclusione. Le Cebs non sono frutto di elite che pensano, ma è vita del popolo là dove vive. Questa è la caratteristica delle Cebs, la vita di fede è valorizzata. Non riesco ad immaginare una Chiesa senza Cebs.

NODI SU CUI LAVORARE Don Pierluigi Sartorel, fidei donum di Bolzano

I

n questi giorni a Juazeiro abbiamo percepito la bellezza del condividere la lotta delle comunità ecclesiali di base di tutto il Brasile, durante i lavori di gruppo si è visto come le Cebs sono fatte di persone che uniscono fede e vita, speranza per un mondo migliore. Questo aspetto è importante e dà continuità alle Cebs in Brasile, anche se sono stati lasciati in disparte aspetti che avrebbero dovuto essere approfonditi di più. Non si sono voluti approfondire alcuni aspetti: la relazione con la parrocchia, le comunità sono esperienza ecclesiale ma alle volte dentro una parrocchia possono sentirsi strette, dipendenti dalla volontà del parroco, vivono di libertà per agire in forma evangelica e in relazione con i propri principi. E poi la relazione con il potere interno alla Chiesa: sono tutti aspetti da approfondire lungo questi prossimi mesi e anni. Il documento di Aparecida e l’esortazione di Papa Francesco ci invitano a rivedere certe strutture e certe formule ecclesiastiche, da ricostruire più aderenti al vangelo. Juazeiro certamente è stato un incontro che ha animato e dato speranza a quanti fanno questo cammino di comunità e la maggior parte delle persone con certezza torna a casa con maggiore energia per rinnovare questo cammino con i propri vescovi e sacerdoti.

6

Si è visto come le Cebs siano fatte di persone che uniscono fede e vita, speranza per un mondo migliore Don Pierluigi Sartorel

“IL CALCIO CI UNISCE, LE CHIESE CI DIVIDONO” Dom Francesco Biasin, fidei donum di Padova, vescovo di Volta Redonda

U

n giovane mi disse: “nel nostro bairro il calcio unisce, le scuole uniscono, abbiamo feste in comune, quello che ci divide sono le chiese”. Di fronte a questo cercai in forma spontanea il pastore battista e i responsabili delle altre chiese per iniziare un cammino comune. Il Vaticano II parla di unità, che non è portare persone di altre fedi nella mia fede, l’unità non si realizza per la convergenza di uno nell’altro, ma nella convergenza a Cristo.


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

La miccia, uno scontro armato nelle caserme militari di Juba

SUD SUDAN

Q

uest’anno il Natale in Sud Sudan è stato rattristato da un orribile avvenimento accaduto a Juba verso la metà del mese di Dicembre e che rischia di far ritornare il Paese in piena guerra civile. Lo scorso 15 dicembre lo storico disaccordo all’interno del partito dell’SPLM (che ha guidato il Paese all’ indipendenza di due anni fa e lo governa da allora) è sfociato in uno scontro armato a Juba nelle caserme militari tra le due fazioni (quella del Presidente Salva Kiir e quella del suo ex-vice Riak Machar e di altri 10 ex-ministri e ex governatori che erano stati dismessi dal presidente negli ultimi mesi) che è durato due giorni provocando oltre 500 morti. In questi primi due giorni c’è stata la caccia ai Nuer per ucciderli nelle loro case e quindi con la possibilità che questo incidente diventasse una guerra tribale. Il presidente ha fatto arrestare tutti e 11 oppositori di varie etnie con l’accusa di tentato colpo di stato, ma Riek Machar, che rappresenta la comunità Nuer, è fuggito da Juba e si è attestato col suo esercito a Mongalla (40 km a nord della capitale ) inizialmente ma poi si è spostato verso Bor. Continue voci riportano che i ribelli vorrebbero ritornare in forza per un attacco alla capitale. Intanto forze fedeli a Riek Machar hanno conquistato le citta’ di Bor, Bentiu e Malakal, capitali degli Stati di Jonglei e Unity e Upper Nile. Bor e Malakal sembrano essere state riprese dalle forze governative dopo attacchi continui. Ma le notizie sono continue e altalenanti da una fazione all’altra in questi giorni. Questi tre stati dei 10 della Repubblica del Sud Sudan sono le più importanti zone petrolifere dello stato e anche dove vive la maggioranza dei Nuer, l’etnia che si contrappone a quella del presidente Salva Kiir. Mentre Bentiu è ancora saldamente nelle mani dei ribelli che sono fuoriusciti dall’esercito regolare e si sono schierati dalla parte di Riek Machar e hanno scacciato il governatore dello stato e installato il loro quartier generale militare che secondo loro controlla tutto lo stato dello Unity. Sembra una

23 - 28 giugno CORSO BASE DI GIORNALISMO Corsi per missionari, operatori di Centri Missionari, giornalisti, collaboratori di testate FESMI e settimanali diocesani. 29 giugno – 26 luglio CORSO BASE DI LINGUA ITALIANA PER SACERDOTI E RELIGIOSE/I CORSO A NUMERO CHIUSO. Per informazioni 045 8900329 Per principianti: apprendimento elementi di base della lingua. 27 luglio – 23 agosto CORSO INTERMEDIO DI LINGUA ITALIANA PER SACERDOTI E RELIGIOSE/I CORSO A NUMERO CHIUSO. Per informazioni 045 8900329 Per approfondire la conoscenza dell’italiano. Per accedere al corso è necessario possedere le basi della lingua italiana. 1– 5 luglio CORSO ISLAM NUOVO Corsi per partenti: sacerdoti, religiose/i e laici. 7 – 12 luglio FONDAMENTI BIBLICI E TEOLOGICI DELLA MISSIONE NUOVO Corsi per partenti: sacerdoti, religiose/i e laici. 14 - 19 luglio CORSO DI GIORNALISMO: EDITING, AUDIO VIDEO Corsi per missionari, operatori di Centri Missionari, giornalisti, collaboratori di testate FESMI e settimanali diocesani.

P. Daniele Moschetti Provinciale dei comboniani in Sud Sudan

21 – 26 luglio SCUOLA DI LETTURA POPOLARE DELLA BIBBIA Corso per chi già conosce il metodo della L. P. e cerca maggiori strumenti e contenuti. 28 luglio – 2 agosto SCUOLA DI LETTURA POPOLARE DELLA BIBBIA Corso per chi già conosce il metodo della L. P. e cerca maggiori strumenti e contenuti. 1 – 12 settembre CORSO PER SACERDOTI E RELIGIOSE/I NON ITALIANI CHE OPERANO NELLA CHIESA IN ITALIA - 1° livello Corso rivolto a chi è arrivato da poco in Italia e necessita di un’introduzione alla realtà culturale e sociale del paese e della Chiesa italiana.

Attività 2014

VENTI DI GUERRA PER IL SUD SUDAN

strategia orchestrata per ottenere poi negli eventuali “dialoghi di pace” più forza contrattuale e di potere da parte di Riek Machar. Circa 20.000 sfollati da Bor, per lo più Dinka Bor, hanno già attraversato il Nilo e hanno cercato rifugio nello Stato dei Laghi. In Juba ci sono oltre 25.000 Nuer nei due campi organizzati da UNMISS in situazioni davvero precarie. Sono state trovate due fosse comuni in città contenenti centinaia di corpi non solo di soldati ma anche di bambini e donne. Gli sfollati interni al paese sono già 120.000 e quasi 50.000 quelli nei campi UNMISS sparsi nelle zone dove i ribelli e l’esercito si stanno scontrando. Si contano ormai oltre un migliaio i morti dall’inizio di questo conflitto. La capitale Juba sembra molto calma nell’ultima settimana ed è stata rinforzata di molti altri soldati. Il consiglio di sicurezza dell’ONU ha raddoppiato il contingente dei soldati da 6.000 a 12.000. E vi sono anche soldati del Kenya e dell’Uganda che sono arrivati con l’accordo con il presidente Salva Kiir. Vi sono state sin dall’inizio forti pressioni poste sui due contendenti da parte dell’ONU, dell’ Unione Africana, degli USA, della Comunità Europea e dell’East Africa, IGAD etc., per cercare di convincerli a negoziare ed ad evitare una guerra sempre più aperta coinvolgendo anche altre forze ed etnie. Vi è una grossa e profonda divisione tribale tra i due contendenti da lungo tempo e delle rispettive etnie. È notizia recente che il presidente abbia già liberato alcuni degli ex ministri/governatori incarcerati che il governo considera responsabili insieme a Machar di tradimento e di aver complottato e organizzato il tentativo di colpo di stato. La mediazione internazionale ha portato a questo risultato nella speranza che queste stesse persone appartenenti a etnie diverse possano poi dialogare con il governo e coinvolgere meglio anche Riek Machar per trovare delle soluzioni concrete per il bene della gente. Quasi immediatamente vi sono state molte iniziative da parte delle Chiese per evitare che il conflitto prendesse una linea dura. Con una lettera aperta le Chiese si sono rese disponibili a mediare tra le due parti e con la preghiera che questo conflitto non diventasse tribale. La popolazione ha subito passivamente una situazione di scontro di potere e che ancora non trova la via d’uscita e passi per riconsiderare le loro azioni divisorie. C’è bisogno di grande saggezza e di mettere il bene comune della gente del Sud Sudan davanti allo scontro frontale per il potere nel più giovane paese al mondo nato soltanto due anni fa.

lettere

n.2 - febbraio 2014

7 – 27 settembre 14° CORSO EST EUROPA – 24° CORSO ASIA E OCEANIA Corsi per partenti: sacerdoti, religiose/i e laici. 7 settembre – 11 ottobre 68° CORSO AFRICA E MADAGASCAR - 98° CORSO AMERICA LATINA E CARAIBI Corsi per partenti: sacerdoti, religiose/i e laici. 28 settembre – 4 ottobre CORSO PER SACERDOTI E RELIGIOSE/I NON ITALIANI CHE OPERANO NELLA CHIESA IN ITALIA - 2° livello Corso rivolto a chi già opera da qualche anno nella Chiesa italiana per promuoverne la formazione permanente. 17 – 19 ottobre RIELABORARE L’ESPERIENZA MISSIONARIA - WEEK-END PER LAICI RIENTRATI 2 – 8 novembre CORSO PER MISSIONARI/E RIENTRATI (in collaborazione tra CIMI-CUM-SUAM-USMI) Seminario rivolto a fidei donum, religiose/i e laici.

7


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

n.2 - febbraio 2014

Africa

AFRICA: LINGUE LOCALI E MODERNITÀ La riconquista dell’identità culturale passa anche attraverso tutela delle lingue locali di Ugo Piccoli

‘ ‘

L’

origine della lingua è una realtà avvolta nella nebbia dei millenni, e sappiamo come le relazioni tra le lingue antiche e quelle moderne siano il risultato di secoli di trasformazioni. Secondo le più recenti indagini, sarebbero più di seimila le lingue parlate nel mondo, di cui un migliaio nel solo continente africano. Molte sono in via di estinzione, ma gli studiosi sembrano concordi nell’affermare che, secondo una teoria nota come il “principio di effetto del fondatore” centrato sulla variabilità genetica, la vera culla del primigenio linguaggio sarebbe proprio l’Africa dove resiste una cultura orale che fa della parola un capitale che non ha prezzo, sul quale si fonda tutta la vita sociale della comunità. Durante il periodo coloniale, una delle proibizioni sociali più repressive, su cui tutte le potenze occupanti europee avevano investito come forma di controllo sociale con rarissime possibilità di trasgressione, era legata all’uso delle lingue locali al di fuori della stretta cerchia famigliare, e in molti casi anche in quella. Come è facile immaginare, con la nascita degli Stati indipendenti la questione linguistica ha assunto un’importanza prioritaria perché il rapporto tra lingua e nuove strutture politiche ha dovuto cercare inediti equilibri soprattutto nel campo della formazione. Abbiamo già sottolineato come in un Continente così vasto ed etnicamente frammentato la galassia linguistica sia praticamente infinita; esistono addirittura lingue parlate da un solo villaggio, per cui fare una classificazione dei differenti idiomi risulta un’impresa improba e in continua evoluzione. La classificazione che più resiste nel tempo è quella tracciata dal glottologo Joseph Greenberg, padre degli Universali Linguistici, che suddivideva le lingue africane in tre grandi gruppi: nilo-sahariano, niger-congo-kordofaniano e afro-asiatico. Molte agenzie statali e sovrannazionali sono sorte sul Continente dopo la stagione delle indipendenze e sono ancora oggi molto impegnate su questo versante: ricordiamo tra le altre l’ACALAN, Accademia delle Lingue Africane, fondata nei primi anni del 2000 a Bamako, in Mali; Il CELHTO, Centro di Studi Linguistici e Storici di Niamey, in Niger; il CERDOTOLA per la documentazione delle tradizioni orali e lo sviluppo delle lingue africane, a Youndè in Camerun; il CIDLO di Tananarive in Madagascar e l’EACRONAL che ha sede a Zanzibar, in Tanzania. Dal loro sforzo, spesso fatto in comune, è nato un “Atlante Linguistico dell’Africa” che affonda le sue radici nei primi timidi tentativi di redazione del lontano 1976 quando per la prima volta si teneva a Yaoundè una Conferenza Internazionale sul tema promossa dalla neonata ACCT, Agenzia di Cooperazione Culturale e Tecnica. Da allora in ogni parte del Continente si sono susseguiti incontri e congressi per la “Promozione delle Lingue Nazionali”, fino all’odierna redazione del nuovo statuto di ACALAN, presieduta al mozambicano Francisco Sozinho Matsinhe, che all’articolo 22 obbliga ogni Stato membro dell’Unione Africana a mettere in piedi una Struttura Nazionale delle Lingue. Il dibattito sulle lingue continentali non è nuovo quindi; è una costante di tutte queste organizzazioni, però, la fondata preoccupazione che le lingue nazionali africane vengano sottovalutate e siano poco presenti nelle istituzioni scolastiche continentali e nei circuiti culturali mondiali, forse perché la quotidianità globale in cui tutti siamo immersi le mette a confronto con strumenti tecnologici preordinati e tutto sommato più funzionali ad una sedicente

8

Durante il periodo coloniale, una delle proibizioni sociali più repressive, su cui tutte le potenze occupanti europee avevano investito come forma di controllo sociale, era legata all’uso delle lingue locali al di fuori della stretta cerchia famigliare

È la lingua di un popolo che ne fonda anche l’identità, ed è su questo versante che le lingue africane devono recuperare il tempo perduto dopo la violenza subita dal Continente nero negli ultimi 300 anni

e seducente comunicazione moderna. L’Africa è un mosaico di popoli ancora impegnati in quella che si potrebbe chiamare “la riconquista dell’identità culturale”, un concetto antropologico questo, spesso indecifrabile, che si definisce nel tempo e nello spazio perché i valori che lo determinano hanno un carattere evolutivo e dinamico. È la lingua di un popolo che ne fonda anche l’identità, ed è su questo versante che le lingue africane devono recuperare il tempo perduto dopo la violenza subita dal Continente nero negli ultimi 300 anni. Lo sa bene anche la Chiesa cattolica che per prima in ogni parte del Continente ha messo in valore la cultura locale salvando letteralmente le lingue di alcuni ristretti gruppi sociali altrimenti destinate all’oblio. Quanto hanno fatto i nostri missionari per redigere grammatiche e vocabolari! Per non parlare dei libri stampati in lingua locale per le scuole , dei giornali, dei manuali e dei media in genere. “Il dramma della nostra epoca – diceva profeticamente Paolo VI nel 1964 – è la frattura tra il Vangelo e la cultura. Bisogna lasciare le Chiese locali trovare il proprio volto”. Le sue parole hanno aperto una strada, anche nella liturgia e nella traduzione in lingue africane della Bibbia, “una priorità questa nella vita delle Chiese – gli faceva eco Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Ecclesia in Africa del 1994 - affinché il Vangelo affondi le sue radici nel cuore degli africani”.

AfricaNews di Henry Piccoli

SUD SUDAN Nuovi campi per i rifugiati I responsabili dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite hanno confermato che procederanno alla costruzione di nuovi campi per far fronte al flusso di profughi nelle nazioni confinanti con il Sud Sudan: Uganda, Etiopia e Kenya. Adrian Edwards, portaparola dell’Agenzia onusiana, ha convocato i giornalisti a Ginevra per confermare la notizia e denunciare che sono già 86.000 i rifugiati che hanno varcato le frontiere e che gli arrivi nei campi di raccolta ammontano a 1000 persone al giorno. “Di questo passo avremo a fine giugno una popolazione rifugiata da accogliere che supererà le centomila persone, soprattutto donne e bambini”, ha riferito mister Edwards. Migliaia di rifugiati sono già ammassati a Nimule, in Uganda, e altre centinaia arrivano ogni giorno nelle regioni frontaliere del Kordofan. Secondo le statistiche ufficiali, l’Uganda accoglie già 50.000 rifugiati, mentre altre 20.000 sono fuggite in Etiopia e circa 10.000 in Kenya. Nel nord dell’Uganda, il centro di transito di Dzaipi si deve confrontare ad una drammatica situazione di sovrappopolazione, per questo circa 100.000 persone sono state trasferite a Nyumanzi che però, costruito per circa 500 persone, ne accoglie oggi circa ventimila con evidenti problemi legati all’igiene e alla mancanza d’acqua. “Per questo – dice Edwards – è assolutamente prioritario costruire nuovi centri di accoglienza”.


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

L’HONDURAS SCEGLIE HERNANDEZ Il difficile compito nel Paese più violento al mondo

L

o scorso 24 novembre oltre cinque milioni di honduregni sono stati chiamati a votare per eleggere il presidente della repubblica per un mandato di quattro anni, con inizio dal 27 gennaio, 128 deputati e 298 sindaci. Il candidato del conservatore Partido Nacional, Juan Orlando Hernández, ha vinto le elezioni presidenziali, alle quali avevano partecipato otto candidati. La presidenza si disputava tra tre candidati: oltre a Hernández, tra i favoriti vi erano Xiomara Castro del Partido Libertad y Refundación (Libre), seconda per numero di preferenze e Mauricio Villeda del Partido Liberal. Xiomara Castro, moglie di Manuel Zelaya, presidente destituito da un golpe militare nel 2009, ha contestato il risultato denunciando brogli elettorali, ma il Tribunale Supremo elettorale aveva proclamato vincitore Hernández ancora prima della conclusione dello spoglio delle schede. Il Partito Conservatore, pur avendo conquistato la presidenza, ha però vista ridimensionata la sua maggioranza in Parlamento, scendendo da 71 a 47 deputati, mentre il nuovo Partito Libre ha superato il Partito liberale, con 39 deputati contro 26. Da parte sua, Juan Hernández ha festeggiato la vittoria con i suoi elettori, ringraziando il popolo honduregno per avergli dato la vittoria, affermando che “Honduras ha votato per la pace e la riconciliazione. La voce del popolo è la voce di Dio”. Il nuovo presidente aveva fondato la sua campagna elettorale su un programma basato sul pugno di ferro contro la criminalità e le gang. Il principale problema che dovrà affrontare è proprio quello dell’alto livello di violenza, che colloca l’Honduras come il paese con il più alto numero di omicidi al mondo, con 96,1 morti per ogni 1.000 abitanti, secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e i Delitti. Anche l’Osservatorio della Violenza, dell’Università autonoma dell’Honduras ha confermato il tasso altissimo di violenza, con 7.172 omicidi nel 2012, che corrispondono ad una media di 20 morti violente al giorno. In ottobre ha iniziato ad operare la Polizia Militare per l’Ordine Pubblico, che era stata approvata dal Congresso, presieduto dallo stesso Hernández. Il neo presidente ha affermato che questo organismo militare sarà determinante per il suo governo nella lotta alla delinquenza. In Honduras, dove l’80% dei crimini restano impuniti, i movimenti sociali sono criminalizzati. Lo stato ha costituito strutture repressive che ottengono finanziamenti, anche dalla Banca Interamericana per lo Sviluppo, nel quadro del Piano di Sicurezza Regionale per il Centroamerica. Secondo gli attivisti per i diritti umani, questo è molto preoccupante, perché contribuisce ad aumentare la repressione sociale. Allo stesso modo la Polizia Militare sta agendo come una struttura paramilitare attiva contro i movimenti sociali.

Panoramica

IL VALORE DELLE LINGUE MADRI

I

l 21 febbraio è stato proclamato Giorno internazionale della Lingua Madre dalla Conferenza Generale delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura nel 1999. Dal febbraio 2000 ogni anno si celebra questa giornata per promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo. La data del 21 febbraio commemora gli eventi del 1952, quando alcuni studenti che manifestavano per il riconoscimento del bengalese, loro lingua, come una delle lingue nazionali del Pakistan furono assassinati dalla polizia di Dacca. Per lingua materna o nativa si intende quella che si impara durante l’infanzia, generalmente prima dei tre anni, dai genitori. Per altri invece, la lingua materna è quella che si utilizza in modo prevalente nella vita di un individuo o quella che si conosce meglio. Per ottenere buoni risultati nell’apprendimento, è molto importante l’insegnamento nella lingua materna, che rappresenta un formidabile strumento di lotta contro la discriminazione e una modalità fondamentale per raggiungere coloro che sono emarginati. Questo tema è molto sentito in America Latina, dove sono diffuse e parlate molte lingue indigene. Tra tutte, quella più parlata sarebbe il Guaranì (in Paraguay, Brasile, Bolivia e Argentina), seguito dal Quechua del sud (Perù, Bolivia e Argentina), e dal Quechua parlato in Ecuador e Colombia. Altre lingue importanti per numero di persone che le parlano sono l’Aymara (Perù e Bolivia), il Nahuatl e il Quichè e Maya in Messico e Guatemala. La Dichiarazione universale dei Diritti Indigeni del 2007, approvata da tutti i paesi latinoamericani e convertita in legge per ora solo dalla Bolivia, prevede che per i popoli indigeni il diritto a rivitalizzare, rafforzare e trasmettere alle generazioni future la propria storia, lingua, tradizioni orali, filosofia, sistema di scrittura e letteratura. È compito degli Stati adottare delle misure efficaci per garantire la protezione di questi diritti.

America Latina

n.2 - febbraio 2014

Juan Hernández ha festeggiato la vittoria con i suoi elettori, ringraziando il popolo honduregno per avergli dato la vittoria, affermando che “Honduras ha votato per la pace e la riconciliazione. La voce del popolo è la voce di Dio”

CHIESA - MESSICO

U

no studio elaborato dal Centro Cattolico Multimediale evidenzia come il Messico per il sesto anno consecutivo è il paese più pericoloso per sacerdoti, religiosi e laici in America Latina. Lo studio, che analizza gli ultimi 23 anni di storia, presenta i nomi e le diocesi di coloro che hanno perso la vita a causa della delinquenza comune o del crimine organizzato, e segnala un aumento delle estorsioni e degli attentati ai danni dei sacerdoti, con il rischio anche che perdano la vita nella loro missione di diffondere il Vangelo. Secondo la Diocesi del Messico, negli ultimi 23 anni, ci sono stati 23 omicidi di membri della Chiesa cattolica messicana, un cardinale, 25 sacerdoti, 2 religiosi, 4 laici e una giornalista cattolica. Il femomeno delle estorsioni contro il settore religioso è più alto nelle regioni dove è più diffusa l’insicurezza, come Colima, Michoacán, Durango, Tamaulipas, Veracruz, Tijuana, Guerrero, Tabasco, Città del Messico. Le minacce di morte e le intimidazioni contro i sacerdoti sono aumentate del 119% rispetto al 2010.

AmericaLatinaNews COLOMBIA Ogni sei ore una donna è vittima di stupri a causa del conflitto armato, e 245 ogni giorno sono vittime di vari tipi di violenza, secondo le cifre fornite dal Dossier “Professione Donna: basta violenza”, presentato dall’agenzia presidenziale Acción Social. Tra il 2001 e il 2009 oltre 26.000 donne sono rimaste incinte a seguito di violenza sessuale. Circa due milioni di donne sono sfollate, il 30% ha abbandonato la casa a causa di violenze sessuali. Pochi casi sono stati portati a processo.

ARGENTINA/CILE La compagnia mineraria canadese Barrik Gold ha reso nota la sospensione delle attività di costruzione del progetto Pascua Lama, situato sulla frontiera tra Argentina e Cile, dovuto a condizioni sfavorevoli del mercato. Gli indigeni e gruppi ambientalisti hanno accolto con soddisfazione la notizia, dopo che in aprile una giudice cilena aveva ordinato il blocco delle opere a causa del deterioramento dell’ambiente, in particolare la distruzione dei ghiacciai e l’inquinamento delle acque.

9


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

Asia

n.2 - febbraio 2014

LA BATTAGLIA LINGUISTICA DEI CURDI IN TURCHIA Si combatte anche con la lingua il conflitto che dura da 30 anni e che oggi è forse vicino a una svolta

L

a crisi politica turca potrebbe determinare un brusco rallentamento del dialogo che si era finalmente aperto un anno fa, tra il governo di Ankara Recep Tayyip Erdogan e il Kurdistan turco. Già provato dalle manifestazioni per la difesa di Gezi Park, dove le immagini della violenza della polizia turca nei confronti dei cittadini pacifici hanno fatto il giro del mondo, messo in crisi le relazioni politiche interne e deteriorato il percorso di avvicinamento della Turchia all’Europa; da dicembre Erdogan deve fare i conti con il più grave scandalo di corruzione nella storia del paese, e ha costretto alle dimissioni 10 ministri per salvare il governo e la faccia. Ora però deve affrontare cortei di protesta quotidiani: i cittadini vogliono le sue, di dimissioni. A fare le spese di questo stallo politico purtroppo c’è anche il tavolo di pace con i curdi. Non più tardi del novembre scorso, il primo ministro turco aveva incontrato il presidente curdo del Nord Iraq, l’ex-capo guerrigliero Massud Barzani, in mezzo a una folla festante di curdi nel cuore di Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco. Una visita storica, che segnava un nuovo passo concreto del percorso verso il disgelo tra due nemici giurati, un percorso iniziato timidamente nel dicembre 2012, e confermatosi nel marzo 2013 con l’adesione del Pkk, il partito curdo, alla tregua proposta dal governo di Ankara. L’iniziativa di Erdogan è stata anche duramente contestata

IRAQ

AsiaNews

Siriaco e armeno nuove lingue ufficiali Il 7 gennaio il parlamento iracheno ha riconosciuto anche il siriaco e l’armeno tra le lingue ufficiali del Paese, insieme al curdo e all’arabo. La legge sulle lingue ufficiali è il punto d’arrivo di dieci anni di sforzi e mobilitazioni per far riconoscere a livello legislativo un principio già affermato dalla Costituzione. Le comunità cristiane hanno accolto la notizia con grande soddisfazione: il siriaco è considerata la lingua di Cristo, e la sua affermazione come lingua ufficiale potrà contribuire a tutelare la vita dei fedeli, affermando che l’Iraq è una nazione interetnica e interconfessionale.

SUMATRA Niente chiese per i cristiani Una comunità cristiana che cresce, ma non può costruire chiese. Succede nella provincia indonesiana di Aceh, nel Nord dell’isola di Sumatra, dove i codici civili si ispirano in parte alla sharia, la legge islamica. Secondo il censimento del 2010, i cristiani sono l’1,2% della popolazione, che in totale conta circa 4,5 milioni di abitanti, e risulta in costante crescita. Ottenere le autorizzazioni a costruire luoghi di culto non islamici è praticamente impossibile: la pressione dei gruppi radicali islamici sulle autorità civili lo impedisce, in aperto contrasto con diritto a praticare altre fedi previsto dalla Costituzione indonesiana, Inoltre l’attuale governatore della provincia, Zaini Abdullah, promuove un dichiarato programma di islamizzatone della società. Dalla sua elezione, due anni fa, ha ordinato la chiusura di 26 luoghi di culto buddisti e cristiani.

10

dall’opposizione turca, perché considerata una pura operazione elettorale, nonché un’alleanza spinta anche dagli sconvolgimenti regionali provocati dalla crisi siriana. Resta l’importanza della riapertura di un dialogo necessario: nel Kurdistan turco in 30 anni si contano 30mila morti. Il processo di pacificazione ha subìto, in questo ultimo anno, diverse fase di arresto e di ripresa, con i curdi che chiedono riforme per la loro autonomia, per la liberazione di migliaia di detenuti, e per la tutela dei loro diritti, a partire da quelli culturali. Intellettuali e artisti curdi turchi sono infatti quasi tutti in esilio: in Turchia non possono ancora manifestarsi apertamente nella loro lingua. Dopo il colpo di stato del 1980 l’uso della lingua curda venne proibito in tutto il Paese, e nel 1983 il governo militare emanò una legge che proibiva “la circolazione e la pubblicazione di idee in una lingua che non fosse la prima lingua ufficiale di uno stato riconosciuto da parte della Turchia”. In questo modo si cercava di cancellare ogni traccia della cultura curda nel Paese, dalle pubblicazioni in curdo, all’uso delle lettere che compaiono nell’alfabeto curdo e non in quello turco, come Q, W, X. Ancora oggi rimane vietato utilizzare la lingua curda in Parlamento. Per questo la resistenza curda negli ultimi anni si è concentrata sulla rivendicazione dei diritti linguistici, con manifestazioni nelle scuole mirate a chiedere il diritto all’istruzione nella propria lingua madre.

Panoramica

ASIA: 2000 LINGUE PER UN CONTINENTE

C’

è anche una lingua che si chiama burusciaski, tra le 2000 parlate nel continente asiatico; è usata nel nord del Pakistan e non è classificabile tra le altre famiglie linguistiche: altaica (turco, mongolo e manciù); dravidica (tamil, malayalam); sino-tibetana (cinese, birmano, tibetano); austrasiatica (vietnamita, laotiano, khmer), e infine quelle estinte, le lingue chukchi-kamchadal. Ci sono poi lingue che escono dai confini continentali, e segnano il legame dei popoli nella storia, divisi poi dai confini degli stati. La prima tra tutte è l’arabo, che lega il Medio oriente all’Africa; ma è forte anche il legame con l’Europa, grazie a lingue come il curdo, il farsi, le lingue uraliche. L’Asia è collegata anche all’America, da nord, attraverso la vicinanze delle lingue eschimo-aleutine, e anche all’Oceania, per i legami tra l’indonesiano, il malay, il tagalog o il giavanese. La ricchezza linguistica asiatica non si esaurisce ancora: da queste grandi famiglie restano escluse il giapponese, il coreano, l’ainu, il ghiliak e, appunto, il burusciaski. Per quanto riguarda il numero delle lingue e dei loro parlanti, nel continente asiatico si trovano le situazioni più diverse. Ci sono lingue tenute in vita ormai solo dagli ultimi parlanti, come alcune lingue della Siberia, fino ad alcune tra quelle che hanno il maggior numero di parlanti al mondo, come il cinese o l’hindi. Da osservare che delle cinque lingue con più parlanti al mondo, tre sono asiatiche: il cinese, l’hindi e il bengali. Quanto allo status, in quasi tutti gli stati asiatici le lingue ufficiali sono lingue autoctone. Così molte lingue locali sono minacciate dalla pressione di altre lingue locali e non da lingue coloniali, come succede in genere negli altri continenti. Alcuni stati hanno comunque come lingue ufficiali anche l’inglese o il francese. L’inglese, per esempio, è co-ufficiale in India, Pakistan e Singapore, mentre il francese gode di riconoscimento in stati come la Cambogia o il Vietnam.


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

Ogni notte ci sono dai 15 ai 17 pastori che a turno rispondono al telefono. Si può chiamare dalle 9 di sera alle 6 del mattino. La maggior parte delle telefonate arriva durante la sera, ma quelle più impegnative al mattino presto

Europa

n.2 - febbraio 2014

SVEZIA: L’AMICO TELEFONO L’help line della Chiesa luterana: 69mila chiamate l’anno Tratto da Agensir

“J

ourhavande präst” (sacerdote a disposizione) è un servizio nato nel 1956 per la prevenzione dei suicidi, su iniziativa di un pastore della chiesa luterana a Helsingborg, nella regione più meridionale della Svezia. Erik Bernspång aveva avviato questa attività pastorale sollecitato dall’esperienza di un collega a Londra, che pubblicava su un giornale l’annuncio: “Prima di ucciderti, chiama il…”. A raccontare questa esperienza è Monica Eckerdal, pastore luterana da circa trent’anni e da 22 attiva in questo servizio. “Così Erik pensò che ciò fosse estremamente necessario anche a Helsingborg. E mise il suo annuncio sul giornale. Fu il punto di partenza. Dopo di lui, in altre città furono avviate linee telefoniche di primo aiuto, a cui rispondevano pastori e sacerdoti”. Per Monika Eckerdal “poter rappresentare una differenza per qualcuno che è o si sente in difficoltà è ciò che mi ha fatto cominciare e mi fa restare a lavorare in questo servizio”. Come funziona “Jourhavande präst”? “Dal 1958 il servizio è diventato parte del 90 000, il numero svedese ufficiale per le emergenze, nato anch’esso nel 1956. Era quindi possibile raggiungere le help line dei sacerdoti attraverso il servizio nazionale di emergenza. All’inizio del 1990 c’erano 13 help line gestite dalla chiesa di Svezia, una in ogni diocesi. Ma le statistiche mostravano che non riuscivamo a gestire tutte le chiamate in arrivo, per questo si è deciso di creare un’unica organizzazione nazionale in cui le 13 linee lavorano insieme. Ci sono voluti dieci anni! Ma dal 1° gennaio 2012 lavoriamo attraverso un’unica help line. Ogni notte ci sono dai 15 ai 17 pastori che a turno rispondono al telefono. Si può chiamare dalle 9 di sera alle 6 del mattino. La maggior parte delle telefonate arriva durante la sera, ma quelle più impegnative al mattino presto”. Quante persone chiamano ogni notte? “In media rispondiamo a circa 190 telefonate a notte. Significa che riusciamo a dare al 90% delle persone la possibilità di parlare con un pastore. Lo scorso anno il servizio Jourhavande präst ha risposto a 69mila chiamate”. Che genere di problemi pongono le persone che vi telefonano? “Lo scopo della help line è ancora quello della prevenzione dei suicidi e interventi in casi di crisi, emergenze. Circa il 3% delle chiamate è effettivamente legato al suicidio e un altro 3% a situazioni di crisi. Il 13% delle chiamate riguarda difficoltà nelle relazioni. Tante persone chiamano perché sono malate, mentalmente o fisicamente. Tante chiamano semplicemente perché sono terribilmente sole. Alcune chiamano per chiedere al pastore di pregare per loro o con loro”. Che genere di risposte vengono offerte? “In realtà noi non diamo ‘risposte’. Offriamo un appoggio, attraverso una breve conversazione o una consulenza. Se sei solo, la tua vita è in crisi, fa la differenza se puoi condividere la tua sofferenza con qualcuno. Fa una grande differenza se qualcuno ti ascolta seriamente e ti ‘incontra’ con rispetto. Ci sono persone che chiamano tutte le sere. Non è questo lo scopo del servizio, ma per alcuni questa è l’unica ‘via di salvezza’ quando la notte è troppo buia”.

Che cosa succede dopo la prima telefonata? “Noi non diamo nessun seguito alla chiamata. Non possiamo richiamare il giorno seguente né intervenire chiamando altri tipi di servizi. Il nostro compito è stare al telefono. Offriamo la possibilità di richiamare se la persona si sente ancora male in quella notte o suggeriamo loro se vogliono incontrare il pastore o il diacono della loro parrocchia. Possiamo dare numeri di telefono o indirizzi mail, ma la responsabilità di fare altri passi è rimessa alla persona stessa. Non ci è consentito di continuare il contatto dopo la telefonata. Offriamo anonimità e segreto professionale, una sorta di concordanza attraverso il silenzio, come una stanza protetta che rende possibile alle persone di aprirsi e raccontare le loro storie e anche di confessarsi”.

Panoramica

L’EUROPA E LE LINGUE

P

iù di 60 sono le lingue parlate dagli europei, oltre alle 11 ufficiali. Si tratta di 40 milioni di persone, all’incirca il 10% della popolazione europea, che usano una lingua diversa da quella della maggioranza della popolazione nazionale. Un dato che indica come la diversità socio culturale rappresenti per il nostro continente una ricchezza da non disperdere e uno dei pilastri della costruzione democratica dell’Europa, inserita nell’art. 22 della ‘’Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea’’, che così recita: ‘’L’Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica’’. Una definizione di lingua ‘’minoritaria’’ si può trovare nella ‘’Carta europea per le lingue regionali e minoritarie’’, un trattato internazionale firmato nel 1992 nel quadro del Consiglio d’Europa. Sono ‘’lingue tradizionalmente usate all’interno di un dato territorio di una nazione, da cittadini che formano un gruppo numericamente meno numeroso del resto della popolazione, che parla lingue differenti da quella ufficiale dello stato. Non includono né i dialetti delle lingue ufficiali, né le lingue dei migranti’’. La definizione copre un largo spettro di lingue e di situazioni sociali. Il catalano, ad esempio, è parlato da circa 7 milioni di persone in Spagna, Francia e nella zona di Alghero, in Italia. Il sami, invece, è una famiglia di lingue parlate da popolazioni della Finlandia del nord, Svezia, Norvegia e la penisola di Kola in Russia, dove però è a rischio di estinzione. Lo scopo della Carta del Consiglio d’Europa è quello di proteggere e favorire iniziative di promozione delle lingue minoritarie, riconoscendo alcuni fondamentali diritti, quali l’insegnamento nelle scuole, l’uso nelle pubbliche amministrazioni e nei mass media locali. Per precisare l’entità del fenomeno e, di conseguenza, adottare specifiche misure di salvaguardia, la Commissione a metà degli anni ’90 ha commissionato uno studio approfondito, sfociato poi nel rapporto Euromosaic. In tale documento si sono definite le variabili sociali, economiche, culturali, ma anche istituzionali, che permettono la sopravvivenza e la diffusione di una lingua.

11


NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

SpazioCedor

I

l 21 febbraio, Giornata Internazionale delle Lingue Madri promossa dall’Unesco, invita a riflettere sulla ricchezza di questo patrimonio da comprendere e salvaguardare per il bene dell’umanità e il superamento di pregiudizi e discriminazioni. Proponiamo all’attenzione dei lettori alcuni saggi e testi didattici sull’incontro e la pluralità di lingue e culture. Ngugi wa Thiong’o Spostare il centro del mondo. La lotta per le libertà culturali Roma – Meltemi – 2000 Edizione italiana della raccolta di saggi dell’autore africano che analizza il fenomeno linguistico entro un’analisi dell’ordine economico mondiale. Le lingue vernacolari viste come elementi determinanti per la difesa delle culture locali e l’affermarsi di rapporti economici, politici

e sociali più equi. Ngugi propone il ricongiungimento degli intellettuali alle popolazioni africane, abbandonando l’uso di lingue coloniali, rivalutando le lingue locali e la vita stessa delle comunità rurali e locali. Critica l’universalismo come strumento di potere e sostiene che la ricchezza di una cultura globale comune va espressa nelle particolarità delle diverse lingue e culture. Questi saggi sono validi anche per i Paesi occidentali e non solo per quelli africani, dato che globalizzazione e imperialismo culturale ovunque minacciano la libera espressione delle culture. Rita Di Gregorio, Anna Di Sapio, Camilla Martinenghi Arcipelago mangrovia. Narrativa caraibica e intercultura Bologna – EMI – 2003 Il testo, elaborato con scopi didattici, introduce alla realtà e alla letteratura dei Caraibi in quanto emblematiche dell’incontro tra culture che nel futuro caratterizzerà l’umanità intera. La “creolizzazione” come esempio di identità che emerge come intrecciarsi di diverse radici, senza omologare, senza perdere le radici, ma producendo nuove fondamenta valide per tutti e rispettose delle diversità. Dopo una breve introduzione storico-geografica e riflessioni sull’identità creola e sulle letterature delle Antille, il libro raccoglie un’antologia di 31 scrittori caraibici, per poi chiudersi con la proposta di alcuni percorsi didattici e strumenti per un’educazione interculturale in ambito scolastico. François Laplantine, Alexis Nouss Il pensiero meticcio Milano – Eléuthera – 2006 Testo scritto a quattro mani da un etnologo e un linguista. Presenta il meticciato non come sincretismo e fusione di culture o lingue pure (che secondo gli autori non esistono), ma come incontro, confronto e dialogo tra culture, che crea il nuovo, dove le componenti delle culture che si incontrano mantengono una propria integrità. Gli autori mettono in discussione una certa concezione dell’universalismo, fatta di standardizzazione, di livellamento e di uniformità, che conduce a una banalizzazione dell’esistenza; il meticciato non è fusione, coesione o osmosi, ma confronto e dialogo; non è sincretismo che procede all’abolizione delle differenze attraverso addizioni e aggiunte e assorbe il molteplice appiattendo la ricchezza delle culture. Il meticciato viene qui analizzato dal punto di vista storico, antropologico, linguistico, filosofico, etico ed artistico.

In libreria

UltimaPagina

n.2 - febbraio 2014

Tutto il materiale segnalato è disponibile al prestito presso il “Cedor” - Centro di documentazione della Fondazione Cum

L’opinione

INDULTO E AMNISTIA

O

gni tanto il problema ritorna. Le carceri sono troppo affollate, molti reati potrebbero benissimo non essere puniti con il carcere, si tratta di trovare delle pene alternative. Chi anche solo qualche volta è entrato in un carcere, non può che essere d’accordo con queste affermazioni. Non si tratta, come purtroppo ogni tanto succede, di dichiarare che ciò che una volta era reato adesso non lo è più; un’affermazione che potrebbe innescare dei processi di disprezzo della norma, già sufficientemente disprezzata dopo che l’esempio è venuto dall’alto. Si tratta di trovare, di fronte a certi reati, delle forme alternative di rieducazione e risocializzazione. Il problema però non è tanto di decidere delle amnistie o degli indulti, ma di preparare delle strutture di accoglienza. Infatti, molto spesso chi esce dal carcere non sa dove andare, soprattutto se non ha una famiglia che lo accoglie, o un luogo in cui andare a vivere (non dimentichiamo che molti carcerati non sono italiani). Ora, è proprio su questo piano che la nostra società è fortemente carente. Non si può pensare che suppliscano le varie Caritas o altri organismi assistenziali. Anche gli ostelli per la notte sono in grado di accogliere un numero ridotto di persone, del tutto insufficiente di fronte a un’eventuale liberazione di un numero elevato di “ristretti”. Altrimenti l’amnistia ricorderà l’immagine di una porta girevole, presente negli alberghi e negli aeroporti. Chi esce, fa un piccolo giro, prende un po’ d’aria, e se non

di Maurilio Guasco sta attento si ritrova nello stesso luogo da cui era uscito. D’altra parte, dove potrebbe andare, una volta uscito dal carcere, chi non ha chi lo accolga e lo aiuti? Visto che almeno una volta al giorno tutti mangiano, chi non viene accolto da nessuno sarà costretto a rubare, e quindi tornerà in carcere, dando argomenti a chi ritiene che esista una specie di attitudine al furto, e quindi l’indulto o l’amnistia siano del tutto inutili, visto che chi ne usufruisce tornerà inesorabilmente a delinquere. Sì tratta dunque di studiare le pene alternative al carcere e anche di estendere la cosiddetta semi-libertà. Grazie a questa formula, il soggetto esce dal carcere per andare al lavoro e vi torna la sera. In questo modo ha un posto in cui dormire e nello stesso tempo un lavoro esterno, mentre crea una serie di contatti e rapporti che potranno essergli utili quando la sua pena sarà terminata e sarà un uomo del tutto libero. Purtroppo molti di quelli che parlano di amnistia e indulto lo fanno ignorando le conseguenze di tali benefici. Altri poi sono contrari perché continuano a pensare che il carcere è il luogo in cui vengono puniti quelli che hanno commesso dei reati, non il luogo in cui attraverso la pena si cerca di recuperare le persone che hanno sbagliato. È dal tempo di Beccaria che si discute di pena, castigo, riabilitazione: ma troppo spesso chi parla di questi problemi pensa anche alla sua campagna elettorale, non al bene del carcerato.

RINNOVA IL TUO CONTRIBUTO: LEGGI E DIFFONDI NOTICUM Noticum è un’iniziativa editoriale con la quale il CUM vuole raccontare mensilmente al pubblico italiano la missione, i missionari italiani, la vita del CUM. Attraverso Noticum il Centro Unitario Missionario vuole aiutare anche economicamente i bisogni dei missionari italiani e stranieri che entrano in contatto con questo centro di formazione della Chiesa italiana. Noticum si regge unicamente sulle offerte dei suoi lettori. Noticum viene spedito solo a chi, durante l’anno, invia un’offerta. Se non l’hai già fatto, ti invitiamo a usare il conto corrente allegato per inviare un’offerta a sostegno di Noticum per il 2014 e delle iniziative del CUM a favore dei missionari.

12

Periodico di formazione sulla missione universale e di informazione sulle realtà del sud del mondo Edito dalla Fondazione Cum - Centro Unitario per la cooperazione Missionaria tra le chiese promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana Direttore responsabile Francesco Ceriotti Direttore Crescenzio Moretti Comitato di Redazione Paolo Annechini, Amedeo Cristino, Giandomenico Tamiozzo, Ugo Piccoli, Beppe Magri

Segreteria CInzia Inguanta Redazione e direzione Lungadige Attiraglio, 45 - 37124 Verona Tel. 045 / 8900329 - Fax 045 / 8903199 www.fondazionecum.it e-mail: noticum@fondazionecum.it Impaginazione Francesca Mauli Stampa Stimmgraf - Verona Autorizzazione Tribunale di Verona: N° 1319 del 7/5/1998 Tiratura: 5.000 copie c.c.p.: 18641373


NotiCum n. 2 - 2014  

NotiCum è il mensile della Fondazione CUM (Centro Unitario per la Cooperazione Missionaria fra le Chiese) dedicato al mondo della missione....

Advertisement
Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you