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prendimi • free press

giugno - luglio 2014

anno 03

n• 12

Aut. del Tribunale di Firenze n. 5838 del 9 Maggio 2011 - Direttore responsabile Daniel Meyer Proprietario Fabrizio Marco Provinciali • Realizzazione grafica Ilaria Marchi


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19/05/2014

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Care lettrici, cari lettori,

lo sappiamo tutti, lo ripetiamo come un mantra: viviamo in una delle città più belle al mondo. Lo vediamo con i nostri occhi, ce lo dicono tutti, e ce lo ricordano queste giornate che anticipano l’arrivo dell’estate. Ok... Ma quanto possiamo dire davvero di conoscerla? Mi sono fatto un’opinione in proposito e credo di non sbagliarmi se rispondo dicendo: poco. Conosciamo il David, Palazzo Vecchio, Boboli, il Duomo, sappiamo che la sua cupola è stata fatta da Brunelleschi (ma in che anno? E chi sono gli altri artisti coinvolti? Ma non basta: ogni via, ogni palazzo, ogni buchetta del vino, ogni tabernacolo, ogni statua, racchiude una storia interessante e preziosa. Il pensiero mi ronza in testa da quando, passeggiando per Borgo Ognissanti, una via splendida e non abbastanza decantata, ho cominciato a fare caso alle particolarità che mi si paravano davanti: il balcone rovesciato, la casa-galleria Vichi (un palazzo Liberty nel cuore di Firenze!), Palazzo Lenzi, e tante altre meraviglie. Mi sono informato un po’ di più e ho scoperto delle storie davvero uniche... adesso non solo conosco un po’ meglio il passato di Firenze, ma capisco meglio anche il suo presente. Mi sono poi accorto che i miei amici stranieri conoscevano spesso Firenze meglio di noi “bischeracci”, e che vanno al museo più spesso di noi. Perché? Perché vedono Firenze con gli occhi di chi sorprende sempre, di chi non dà mai per scontata la sua bellezza, di chi rinnova ogni giorno la sua scelta di vivere in una città imperfetta, ma che ti resta sempre dentro. E allora, vi lascio con un consiglio: perché per una volta non andate al museo invece che nel solito locale? Perché non usate il vostro prodigioso telefono hi-tech quando vi trovate di fronte a un palazzo, o un monumento che vi colpisce, per scoprire un po’ di più sulla sua storia? Tenete a mente cosa diceva il buon vecchio Dante Alighieri: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

Daniel C. Meyer Aut. del Tribunale di Firenze n. 5838 del 9 Maggio 2011 Direttore responsabile Daniel Meyer Proprietario FMP Realizzazione grafica Ilaria Marchi

Ideazione e coordinamento editoriale Marco Provinciali e Ilaria Marchi Se sei interessato all'acquisto di uno spazio pubblicitario: marco@firenzeurbanlifestyle.com • tel. 392 08 57 675 Se vuoi collaborare con noi ci puoi scrivere agli indirizzi: marco@firenzeurbanlifestyle.com • ilaria@firenzeurbanlifestyle.com visita il nostro sito pagina facebook FUL *firenze urban lifestyle* www.firenzeurbanlifestyle.com

ringraziamenti

Jacopo Naldi, Annalisa Lottini, David Andre Weiss, Leonard Bundu, Raphaelle Macaron, Niccolò Gambassi, MEP, Gulefi Firenze, Michele Chiocciolini, Alessandra Novelli, Stefano Iannaco, Giovambattista Giannangeli, Centro Java, Sergio Leone, Gianvito Alba, Jimi Roos, Cristiano Foderaro, Alessandra Tanteri e ovviamente a tutta la redazione


Piazza dei Ciompi da vivere Estate 2014, Firenze

via pietrapiana, 36 - 40R 50121 - Firenze • tel 055 242081


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Il mondo è tuo

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La creatività al potere

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Invasioni botaniche

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Una scelta poetica: il MEP

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Mappa//partners//punti distribuzione

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Firenze su tela. Autoritratto tra ritrattati

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Agricoltura urbana: ritorno al passato

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Rock ’n’ roll graffiti

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Cuore e passione: ecco i Guelfi Firenze

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Là, sul ring, la luce è forte, abbagliante. I due pugili sono al centro del quadrato, tutti gli occhi sono puntati su di loro. Solo uno vince, e rimane ancora per un po’ sotto i riflettori. Ma poi le luci si spengono anche per lui, e arrivano le ombre, la fatica, la stanchezza, il dubbio, la paura. Lì finisce il pugile, e comincia il campione. è il creativo fiorentino del momento, chi si intende di moda lo tiene d’occhio da un po’: è michele chiocciolini. a firenze è di casa, ma sta per compiere il salto di qualità. il nome di alessia marcuzzi vi dice qualcosa? Piccole isole verdi si fanno spazio qua e là nel grigiore cittadino: sono le “invasioni botaniche”, e stanno cambiando (in meglio) il volto della città. Anche in verticale... misteriosi fogli di carta invadono i muri della città. Segni particolari: una sigla e un timbro rosso come firma. La poesia salverà il mondo?

Pazza idea: fare un affresco della Firenze di oggi attraverso i ritratti di centinaia di fiorentini. È quella che ha avuto Giambaccio, pittore fiorentino che ha trasformato la sua casa-studio in un punto di osservazione privilegiato della città. E il risultato sarà presto in mostra... Frutta e verdura a chilometro zero, prodotti genuini coltivati direttamente sul balcone di casa, od ovunque ci sia uno spazio libero, anche in città. Pura utopia? No, realtà concreta. Quattro giovani fiorentini ci spiegano come è possibile. L’arte può essere tante cose. È mistero, è celebrazione della vita e delle sue bellezze, è fantasia, creatività, fuga dalla realtà. Ed è forse quest’ultimo aspetto che emerge osservando alcune delle opere esposte in città durante l’ultimo Middle East Now, il festival dell’arte mediorientale che si è da poco concluso.

Centro Java: (in)formazione è divertimento

Un’oasi, un’ancora di salvezza: il centro Java è ormai per molti un punto di riferimento. In particolare per i giovani, che qui possono informarsi sugli effetti delle sostanze stupefacenti, stare assieme e dare sfogo alla propria creatività.

p. 29

Rubrica: uno

p. 30

Rubrica: la

straniero a Firenze//un fiorentino all'estero

pagina dell’artista* - Per il numero XII a cura di Niccolò Gambassi


Come disse qualcuno, “Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare…”. Non ho mai sognato, o neppure pensato, di fare il giornalista. è stato il giornalismo che ha trovato me: è come se ci fossimo sempre conosciuti, ma ci siamo incontrati solo grazie ad una serie di coincidenze. Io questo lo chiamo Destino… Viaggiare, conoscere persone interessanti, intrufolarsi dappertutto, soddisfare la propria curiosità, imparare sempre qualcosa di nuovo, dialogare coi lettori, scrivere… che volere di più. •

Mario Puccioni

Paolo Lo Debole

Cristina Battaglini

Tommaso Baroncelli

“Le persone comuni spesso lo ignorano, ma nel nostro mestiere il talento conta moltissimo. Quando ero ragazzo anch'io pensavo che lo scienziato, alla fin fine, fosse soltanto un osservatore attento che mette in ordine i dati. Non è così. Per scoprire qualcosa di nuovo occorre lo stesso talento di un compositore capace di creare nuovi legami tra note e melodie. Nel nostro caso si tratta di connettere aspetti comportamentali apparentemente lontani tra loro” (G. Rizzolatti, 2012). Dalle scienze bisogna uscirne più volte possibile per colmare l'incolmabile differenza che c'è tra la vita reale e la teoria. Psicoanalista e neuroscienziato cognitivo, lavora da tre anni presso l'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. •

Sono nato nel 1964 nella meravigliosa Firenze in un giorno d'estate, precisamente il 21 giugno, ma ho dovuto attendere un sacco di tempo per capire cosa la fotografia significasse per me. Posizionare l'occhio nel mirino e vedere il mondo da una prospettiva diversa, con più angolazione. Oramai ho deciso che questa sarà la mia strada professionale, ogni volta che esco con la mia Nikon il momento diventa importante e il solo pensiero che anche un solo scatto mi soddisfi è gratificante. •

“Tutti sono d’accordo nel riconoscere che nella specie umana sono comprese le femmine, le quali costituiscono oggi come in passato circa mezza umanità del genere umano; e tuttavia ci dicono “la femminilità è in pericolo”; ci esortano: “siate donne, restate donne, divenite donne”. Dunque non è detto che ogni essere umano di genere femminile sia una donna; bisogna che partecipi di quell’essenza velata dal mistero e dal dubbio che è la femminilità”. Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, 1949. •

Firenze, 23 luglio 1979. Nasco pigramente 23 giorni dopo la scadenza del tempo, il primo giorno disponibile del Leone. Sin da piccolissimo rimango per ore incantato ad ascoltare musica e a guardare i dischi girare nel piatto… Colleziono vinili, leggo molto, mi piace cucinare e amo il buon vino. Credo che le belle canzoni aiutino ad essere persone migliori. •

Sandro Bini

Marco provinciali

Alle ore 7 del 13 giugno 1982 sono entrato in contatto con le prime facce umane. Dopo un mese, assieme a Pablito Rossi, Tardelli e tutti gli italiani ero già campione del mondo e il calcio divenne per me una malattia. Mi piace mangiare un po’ tutto, amo il vino e anche la birra… in fondo la condivisione di una tavola è la cosa più bella che ci sia… Mi occupo di comunicazione e collaboro con alcune testate locali e nazionali… FUL mi piace tantissimo. •

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Daniel C. Meyer

Ilaria marchi

Firenze l’è la mia città. La amo e la adoro. Mi piacciono i vicoli stretti, le realtà nascoste. Girarla con la mia vecchia bicicletta era una cosa fantastica, era, perché adesso me l’hanno rubata, mannaggia!!! Non vi dico l’età ma sono una giovane grafica a cui piace respirare la libertà, mangiare cose buone e ridere con gli amici. •

Fotografo, curatore, docente di fotografia, fondatore e Direttore Responsabile dell’Associazione Culturale Deaphoto di Firenze (www.deaphoto.it), mi occupo prevalentemente dell’organizzazione delle attività progettuali didattiche ed espositive di Deaphoto. La mia ricerca fotografica è incentrata soprattutto sull’indagine delle relazioni fra l’uomo e il paesaggio contemporaneo e sulla dialettica critica fra percezione e fruizione dei luoghi, legata alla contestualizzazione della propria esperienza. Dal 2009 sono curatore del Personal Blog “Binitudini / Spazio di riflessioni visive teoriche e pratiche sul gesto fotografico contemporaneo” (http://binitudini.blogspot.it). •


Silvia Brandi

Chiara Tarasco

Jacopo Aiazzi

Annalisa Lottini

“Nata a Firenze Torregalli il 28 settembre 1987 (Bilancia ascendente Sagittario), di residenza isolottiana ma scandiccese d'adozione, a 20 anni decide che ha voglia di farsi qualche giro e passa 3 anni fra Londra, l'Australia e Parigi. Adesso è a Firenze in pianta semi stabile perché nella vita non si può mai dire. Per FUL traduce gli articoli in inglese, vivendo così nella paura che gli articolisti sentano nella traduzione stravolto il significato delle loro parole e l'aspettino sotto casa. Il traduttore è un mestiere duro ma qualcuno deve pur farlo”. •

Nasco a Verona il 10 agosto 1991, attorniata da caldo atroce e ghiaccioli alla frutta. Quattro anni fa mi stacco da casa per vivere a Firenze, dove studio Scienze Politiche. “C” che inspiegabilmente diventano “H” mi rapiscono al punto che le riproduco con un accento nordico, senza troppo successo. È banale: amo viaggiare. Amo fotografare, le espressioni facciali, l’Ikea, la colazione. Diffido dei prodotti in prima fila sugli scaffali del supermercato, dei pomodori. Scrivo per estraniarmi, forse diventerà una professione, forse no, intanto mi appaga. •

Nasco a Fiesole alle 5:30 di mattina del 23 settembre 1985, con una mano sopra la testa e dal peso di 4kg e passa. Più fastidioso di così non potevo essere. Sono nato il giorno in cui è morto Giancarlo Siani, un giovane giornalista di ventisei anni ucciso dalla camorra a Napoli. Oggi ho la sua età e ancora non ho assimilato tutte le sfumature che il giornalismo può assumere. L'unica cosa di cui sono consapevole è il desiderio di coltivare questa conoscenza. Più appassionato della scrittura in quanto tale che dal giornalismo, apprezzo ogni forma di quest'arte. La cosa che più mi codifica come italiano è l'amore per la pastasciutta, con qualsiasi sugo. •

Pisana di nascita e fiorentina di recente adozione, arriva a FUL tramite il tip tap. Ama i libri e il loro mondo, la danza in tutte le sue forme e stare in compagnia. Lavora nell'editoria barcamenandosi tra mille passioni e impegni. Nei ritagli di tempo corregge le bozze di FUL in una attenta e faticosa caccia al refuso.

redazione mobile

Nata a Firenze nel 1991 da genitori liguri, ho imparato ad amare la mia città a poco a poco, quasi da estranea. Ho iniziato a parlare prima di camminare e da lì non ho più smesso. Comunicare è un po' la mia vocazione: in ogni modo, con ogni forma. Adoro fotografare, disegnare, scrivere. Non ho ancora ben capito quale di queste possa essere la mia strada: forse nessuna, magari tutte. Spesso perdo anche quella di casa, di strada; un po' caotica, ma entusiasta, cerco di percorrerle tutte, convinta sempre che alla fine qualcosa di buono ne uscirà. •

La nostra redazione è in completo movimento, composta da fiorentini autentici e da coloro che hanno trovato a Firenze la loro seconda casa. La centrale operativa è nella zona delle Cure ma l’occasione di incontri e riunioni è sempre una buona scusa per approfittare di una visita ai vari gestori di bar o locali che ormai da anni conosciamo. Una redazione mobile che trova nel supporto della rete il collante necessario per la realizzazione di ogni nuovo numero.

Quello della Scapigliatura fu un movimento artistico e letterario sviluppatosi nell’Italia Settentrionale a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento. Gli Scapigliati erano giovani tra i venti e i trentacinque anni, nutriti di ideali e amareggiati dalla realtà, propensi alla dissipazione delle proprie energie vitali. «…tutti amarono l’arte con geniale sfrenatezza; la vita uccise i migliori » (in introduzione, La Scapigliatura e il 6 febbraio, Sonzogno, Milano, 1862). Martina nata nel 1985. Sa leggere la musica, ama scrivere e cantare, è Dottoressa Magistrale in Giurisprudenza. Vive a Firenze col suo adorato Jack Russel Napoleone, di anni 8. •

Beatrice Bianchi1

Martina Scapigliati

Marta Pintus

Inizia a scrivere a 6 anni con una poesia che recitava: “Il mondo è fatato, fatto tutto di gelato, con tante caramelle fatte tutte di frittelle (…)”. Nel corso della vita abbandona la poesia per dedicarsi alla prosa, senza però mai rinnegare la visione infantile. Lavora un anno a Barcellona come giornalista di viaggi, scoprendo che la sua poesia altro non era che un reportage: una descrizione dell’essenziale che, come disse la volpe, è invisibile agli occhi. •

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ful campioni si diventa

Il mondo è tuo Là, sul ring, la luce è forte, abbagliante. I due pugili sono al centro del quadrato, tutti gli occhi sono puntati su di loro. Solo uno vince, e rimane ancora per un po’ sotto i riflettori. Ma poi le luci si spengono anche per lui, e arrivano le ombre, la fatica, la stanchezza , il dubbio, la paura. Lì finisce il pugile, e comincia il campione. A cura di Daniel Meyer, foto David Andre Weiss

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eonard Bundu è un campione, questo è poco ma sicuro: dopo più di venti anni è ancora sul ring, e per lui parlano i titoli, le vittorie macinate una dopo l’altra, le cadute da cui ha saputo rialzarsi. Quest’anno compie quarant’anni, e non sono pochi per chi, come lui, combatte ai più alti livelli e ha vissuto sempre con la massima intensità. «Non so se sarà la vecchiaia, ma sento il cambio delle stagioni...» scherza, anche se in realtà è in grande forma. È nel suo momento migliore: incontro dopo incontro è salito sul tetto d’Europa e a 37 anni, nel 2011, è diventato campione europeo dei pesi welter. Successivamente ha difeso vittoriosamente il titolo per ben quattro volte. Fino ad oggi è stato il punto più alto della sua carriera anche se il ricordo più forte risale al 1993, quando era dilettante – un ragazzino – e vinse il campionato nazionale dei Novizi: «Una bella emozione, paragonabile – forse anche di più – al titolo europeo». Sono passati più di venti anni e da lì la strada è «Ho fatto questo per stata tutta in salita. Adesso la maggior parte gli manca solo una cosa: della mia vita. conquistare il mondiale. «The world is yours» diceva È una passione. Tony Montana in Scarface. È un lavoro» E il mondo per Leonard è .8

vicino, molto vicino, ad un passo: ma deve arrivare il match giusto. Aspettare è difficile e lui scalpita come un leone in gabbia. Adesso si allena a Cisterna di Latina, ma il cuore è rimasto a Firenze. «La considero la mia casa. Sento che la gente mi vuole bene» dice, ed è vero: ormai non può più girare per la città senza essere fermato, è tutto un tripudio di saluti, fotografie, cori da stadio, autografi... Forse, conoscendo la naturale diffidenza dei fiorentini, si può quasi pensare che la battaglia più dura che ha vinto sia stata quella di riuscire a fare breccia nei loro cuori... Adesso è così, ma non è sempre stato così. Non è sempre così. Quando le luci si spengono, bisogna sapere vedere nel buio, mantenere la calma, la motivazione, e non perdere mai di vista l’obiettivo, anche quando sembra non arrivare mai. «La vita del pugile è difficile» ammette. «Certe volte mi chiedo: “Ma chi me lo fa fare?” È tutto un grande sacrificio. Dolore, sudore...». Ma il suo cuore è grande e lui non molla. Anche perché non lotta da solo. Accanto a lui lo storico Maestro Alessandro Boncinelli, che lo ha preso in custodia fin da quando era un giovane leone selvatico e lo ha saputo imbrigliare fino a tirarne fuori il campione che è oggi: «Ha saputo prendermi, ha saputo guidarmi nella giusta direzione, anche coccolarmi: mi ha fatto crescere». E poi c’è la famiglia, che gli dà sempre la carica e lo riempie


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di orgoglio; a cui, come dice lui «devo anche provvedere»: dice proprio così, come un padre di famiglia qualsiasi, che esce di casa e lavora sodo dal mattino alla sera. Ha abbandonato da ragazzino la Sierra Leone, lasciandosi la guerra alle spalle; ha vissuto mille vite ma, se pensa alla scelta che gli ha cambiato la vita, non ha un attimo di esitazione: «Mettere su famiglia», dice senza ombra di dubbio nella voce. «L’età avanzava, ma io non crescevo» racconta, fino a quando è arrivata lei: Giuliana, la sua compagna di vita (che lui scherzando chiama sempre “moglie”, tanto stretto è il rapporto che li lega). Senza di lei non sarebbe arrivato fin lassù: «Mi ha saputo dare nuovi stimoli, tuttora mi incoraggia e mi è molto vicina. Il supporto della famiglia è fondamentale per me». Gran fisico, abilissimo nei colpi da sotto, un montante che abbatte le montagne: la natura è stata generosa con Bundu, ma le qualità che fanno la differenza, e che rendono grande un pugile sono: «Serietà, sacrificio. Dedizione. Passione». «Ho fatto questo per la maggior parte della mia vita. È una passione. È un lavoro». Una strada lunga, lunghissima, e faticosa, dolorosa ma Bundu, a quasi quarant’anni, non è ancora arrivato al traguardo, e, con un po’ di incoscienza, guarda oltre. «Mi considero ancora un ragazzino» dice scherzando. Il suo cuore è davvero quello di un ragazzo che non vuole ancora fermarsi: «Sono arrivato in cima, ma non posso fermarmi: voglio sempre andare avanti, voglio vedere fino a dove posso arrivare, voglio andare ancora più in là». Un sogno lungo una vita: speriamo che Leonard non si svegli ancora e ci faccia continuare a sognare assieme a lui, ancora per un po’. •

Leonard Bundu is a champion, that's for sure. No need to say that he’s still on the ring after more than twenty years, or all the times he was able to rise, after every fall, the many victories and the hard work behind each of them. There is no doubt about that. He’s turning forty this year and has always lived to the utmost intensity. «I don’t know if it’s because of the age, but I feel the changing of the seasons…» he says, but he’s clearly joking. He is in great shape and it’s the best moment of his career. Fight after fight, he became European welterweight champion in 2011 and has successfully defended the title four times. He left Sierra Leone and the war behind when he was only a boy, since then he has lived a thousand lives. After more than twenty years in boxing, there is only one thing left to do: conquer the world. As Tony Montana said in Scarface: «The world is yours». And the conquest of the world for Leonard is near, just one step away, but to get it, he needs the right match. It is not easy to wait… he’s eager to fight, like a lion in a cage. Nowadays he trains in Cisterna di Latina, but his heart remained in Florence. «I consider it my home. I feel that people there love me» he says, and it’s true: he can no longer walk through the city because people stop him. They want to say hello, take a picture, get an autographs. Sometimes they even sing to him as a welcome, as if he was a gladiator. But it’s not always been like that. It’s not always like that. When the lights go out, you have to learn to see in the dark, stay calm and focused, and never lose sight of the goal, although it seems like you never get there. «The life of a boxer is difficult» he admits, but his heart is big and he doesn’t want to give up. Not yet. Especially because he doesn’t fight alone. Next to him, there is his long-time trainer Alessandro Boncinelli, who took care of him since he was a wild, young lion, and made him the champion he is today: «He knew how to treat me, he has been able to guide me in the right direction, even to cuddle me: he made me grow up». And then there’s the family, his hidden and personal resource of energy, that fills him with pride. Giuliana, his life partner, was crucial for him. Without her, he wouldn’t have made it: «She stimulates me, she encourages me, she’s very close to me. The support of my family is all for me». Great physique, terrific body blows, an uppercut that breaks down the mountains: nature has been generous with Bundu, but to become a champion you need: «Commitment. Sacrifice. Dedication. Passion». These are the qualities that according to him make the difference and distinguish a fighter from a great fighter. A really long way to go, exhausting and painful. But Bundu, at almost forty, has not arrived at the finish line and, with a good dose of irrationality, still looks forward. «I am still a kid» he jokes, although it’s easy to see that his heart is really that of a boy: «I arrived at the top, but I can’t stop: I want to go forward, always, I want to see how far I can go and once there, if I can go even further». • 9.


ful of fashion

La creatività al potere

è il creativo fiorentino del momento, chi si intende di moda lo tiene d’occhio da un po’: è michele chiocciolini. a firenze è di casa, ma sta per compiere il salto di qualità. il nome di alessia marcuzzi vi dice qualcosa?

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Testo di Cristina Battaglini, foto di Giacomo Razzolini ono le nostre scelte che ci mostrano chi siamo veramente, molto più delle nostre abilità. J. K. Rowling Michele Chiocciolini, 31 anni, forma mentis architetto, ha trovato nel suo atelier fiorentino in via del Fico 3 il connubio perfetto tra la stravaganza delle sue linee di moda-design e tra l’ordine formale di matrice “brunelleschiana”. Nel 2012 Michele ha vinto il bando di concorso per la Notte Bianca Fiorentina e ha curato l’allestimento del Ponte Vecchio per una serata, con reminescenze cinematografiche da Marie Antoinette. Intanto, come vincitore di Fashion Style, talent di moda andato in onda su La5, sarà lui a vestire Alessia Marcuzzi nell’ultima puntata del Grande Fratello. Il suo atelier è una location ampia e luminosa intrisa di un’atmosfera minimal chic tra teste di cervo e oggetti retrò. Non si sfocia nel kitsch, l’eleganza è tenuta, il bianco nudo e crudo delle pareti domina. È una ex scuderia un tempo intonacata di blu, colore che serviva a stemperare la veemenza di questi animali, a farli stare tranquilli, lo stesso blu che riemerge adesso a tratti nelle pareti, una sorta di cura cromatica affinché l’artista stesso riesca a mantenere un suo equilibrio creativo. Cosa ti ha fatto scegliere Firenze, come sede del tuo atelier, cosa possiede in più (o in meno) rispetto ad altre città, soprattutto dal punto di vista creativo di stimoli e contatti? «Io sono di Firenze, sono nato e cresciuto qua. Credo che il mio lavoro dovesse essere svolto in un luogo che posso considerare “casa”. Da quando ho quattordici anni vivo il quartiere di Sant’Ambrogio come un fortino di emozioni, di esperienze e situazioni, molte delle quali, specialmente le più bizzarre, hanno dato libero sfogo alla mia

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creatività. Per questo, dopo aver fatto un po’ di viaggi soprattutto oltreoceano, ho scelto di vivere qua, a metà tra il nobile e l’austero quartiere di Santa Croce e il colorato e popolare quartiere di Sant’Ambrogio. Il mio atelier è l’emblema di questo binomio. Firenze è una città magica: i suoi colori non sono solo pastelli, camminare in questa città non è solo un’esperienza visiva. Mi perdo a osservare la cupola dal vuoto di Piazza dei Ciompi, la vedo svettare da sopra Orsanmichele quando attraverso Ponte Vecchio, sbucare da Via dei Cerchi quando arrivo da Piazza Signoria. Gli stimoli e gli effetti che ha su di me sono quelli di un viaggio mai terminato…». Senti di aver scelto tra l’architettura e la moda, oppure ritieni che il tuo percorso fino ad adesso sia riuscito a conciliare entrambe le tue passioni? «Ho indubbiamente scelto la strada della moda senza però dimenticare nessuna delle mie esperienze passate, in primis l’architettura. Mi ha insegnato a quantificare gli spazi, a capire il necessario e desiderare il superfluo, a giustificare delle scelte, a procedere per idee; spero che tutto ciò si possa scorgere oggi nelle mie creazioni di moda. Rimane la passione per il design dell’arredo e per la gestione degli spazi con mobili e arredi, mi diverte molto». Come vivi il tuo atelier? È un luogo aperto anche ad altri eventi come mostre, istallazioni, esposizioni fotografiche? «Indubbiamente il mio atelier/studio sarebbe povero di energie se non fosse aperto a mostre, esposizioni e performance. Tutto questo fa parte di ciò che piace a me e a mia sorella Francesca, esperta visual di gran parte di queste attività satellite. La nostra curiosità ci spinge a selezionare artisti che possano entrar a far parte di questo microcosmo fiorentino. Inoltre da un anno l’atelier fa parte di un network, Unusual Florence, che riunisce 17


«Indubbiamente il mio atelier/studio sarebbe povero di energie se non fosse aperto a mostre, esposizioni e performance»

insolite attività fiorentine che hanno fatto rete per promuovere una Firenze diversa, fatta di luoghi con storia, innovazione, arte, cibo, taste, curiosità... tutto insolito, ma dal sapore fiorentino!». Ho letto in un’intervista che hai parlato di New York come la città che ha indirizzato le tue scelte. «Spero un giorno di aprire un piccolissimo atelier Michele Chiocciolini in NYC: sarebbe il mio sogno. Una città incredibile, tutti siamo cittadini di NY! È la città di tutti. Intanto questa estate inauguro un nuovo piccolo atelier nella meravigliosa Marciana Marina». Come si trova il coraggio di mettersi in gioco? «Si fa! Si sente dentro che bisogna smuovere il sistema. Che non c’è bisogno di informarsi più di tanto, che non ci sono controindicazioni o precauzioni varie, si intraprende una

strada che per noi, come per tantissimi altri piccoli creativi o imprenditori fiorentini è stata necessaria, perché qualcosa dentro pulsava. Dobbiamo essere vivi e di conseguenza coraggiosi: oggi dobbiamo lavorare e credere in noi stessi, creare una rete fatta di sinergie come ad esempio abbiamo fatto noi di Unusual Florence». Dunque, osare, usare la nostra energia per creare…! Grazie Michele! •

ENGLISHVERSION>>>> Michele Chiocciolini has accomplished the perfect balance between the extravagance of its fashion and design lines and the formal order inspired by Brunelleschi’s sense for harmonic proportions in his Florentine atelier of via del Fico 3. In 2012, he won the competition for the Notte Bianca Fiorentina, and projected the setup of Ponte Vecchio, in an evening characterized by movie reminiscences. As the winner of the talent show Fashion Style aired on the Italian TV, Alessia Marcuzzi wore one of his dresses on the last episode of the Italian edition of The Big Brother. His studio is a spacious and bright space characterized by a minimal chic atmosphere, with deer heads and retro items. It used to be a stable plastered in blue, for blue was supposed to temper the vehemence of the horses, and that today remains in some spots as a kind of chromatic therapy for the creative balance of the artist himself. What made you choose Florence instead of other cities? «I wanted a place that I could consider “home”. Over the years the neighborhood of Sant’Ambrogio has become a source of emotions, experiences and situations, many of which, especially the most bizarre, gave free rein to my creativity. For this reason, after travelling a little around the world, I chose to live here. Florence is a magical city: its colors are not just crayons, walking in this city is not just a visual experience». You also trained as an architect: do you feel that you had to choose between architecture and fashion?

«I’ve certainly chosen the path of fashion, without forgetting any of my past experiences, primarily architecture. The study of architecture has taught me to measure space, to understand what is needed and to like the superfluous, to justify choices, to follow ideas. I hope that all these elements can be seen today in my creations». How do you live your studio? «Without any doubt, my atelier/studio would lack energy if it were not open to shows, exhibitions and performances. All this pleases me and my sister Francesca, the engine behind most of these activities. In addition to that, my atelier studio is part of a wider network, called Unusual Florence, that promotes a different Florence, between history and innovation... unusual, but with the real Florentine taste». Once you said that New York is the city that has inspired your choices. «One day, I hope I’ll be able to open a tiny Michele Chiocciolini’s studio in NYC: it’s one of my dreams. New York is an incredible city! A city that belongs to everyone. Meanwhile, this summer I will be opening a small atelier in the beautiful Marciana Marina». How do you find the courage to face new challenges? «I just do it! You feel inside that you have to shake up the system. It’s a road that we felt was necessary, as for many other small creative business owners in Florence, because something was pounding inside us. We must be alive, and therefore brave: today, we must work and believe in ourselves». • 11.


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Invasioni botaniche Piccole isole verdi si fanno spazio qua e là nel grigiore cittadino: sono le “invasioni botaniche”, e stanno cambiando (in meglio) il volto della città. Anche in verticale... Testo e foto Beatrice Bianchi

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oglio raccontarvi una storia. La storia di una città ricca di meraviglie, monumenti, parchi e palazzi che vengono sempre più circondati dal grigiore dell’asfalto, dal traffico, l’inquinamento e la fatiscenza. Ma forse anche in questa storia esiste un happy-ending: si tratta di un progetto tutto al naturale, per ritinteggiare la città e restituirle tutta la tavolozza di colori di un tempo. Parliamo delle “invasioni botaniche”: aiuole fiorite inserite nel contesto di strade e piazze, con grande beneficio per l’estetica, ma anche per l’ambiente. L’idea di fondo è quella di ricreare, anche in territorio urbano, la biodiversità perduta. La partenza, nel 2010, è stata un po’ incerta: le piante seccavano, i buoni propositi vacillavano ma i botanici non si sono dati per vinti e hanno perseverato. Ma lasciatemi iniziare un’altra storia, solo apparentemente lontana. È quella di Peter Blanc, un botanico che sognava di diventare pittore e come per magia è riuscito a coniugare le sue due passioni. Il botanico francese ha trasformato muri e palazzi fatiscenti in dipinti silvestri con “pennellate” di vegetazione, è riuscito a costruire veri e propri capolavori che hanno preso il nome di “giardini verticali”. .12

Il suo genio ha ben presto valicato i confini nazionali conquistando le città di tutto il mondo. La tecnica consiste nel far radicare piante specifiche in strati di materiale fibroso ancorato alla parete con un sistema d’irrigazione autonomo. L’effetto è sorprendente, così come i costi. Generalmente queste opere d’arte sono richieste da privati perché la messa in pratica e la manutenzione possono raggiungere cifre esorbitanti (si parla di 70.000 euro per metro quadrato). Belli e impossibili, ma non per Firenze... ed è qui che le due storie si congiungono. Il team del Comune, affascinato dalla tecnica di Blanc, ha iniziato a sperimentare in alcune serre. Un po’ per curiosità, un po’ per divertimento, hanno eretto dei pannelli prototipo che hanno catturato l’attenzione dell’allora sindaco Matteo Renzi, e grazie al suo intervento sono diventati una realtà per la città. I vantaggi apportati dai giardini verticali sono innumerevoli: oltre a quello estetico, riducono l’inquinamento filtrando gli inquinanti, permettono l’abbattimento acustico, hanno un’azione di regolazione termica e mitigano il clima. Unico ostacolo? I prezzi. Ma siamo a Firenze e l’ingegno non è mai mancato. Il team è riuscito a rendere ogni tappa della progettazione “made in Tuscany” in modo da ridurre


I vantaggi apportati dai giardini verticali sono innumerevoli: oltre a quello estetico, riducono l’inquinamento, permettono l’abbattimento acustico e mitigano il clima

notevolmente i costi. Il progetto fiorentino è stato innovativo anche per le scelte stilistiche. Invece di ricoprire la totalità della parete, il lavoro è stato articolato in pannelli di 1 m per 1 m, una sorta di figura scomposta in pixel in cui si alternano piante e superfici metalliche, una soluzione migliore sia in termini di spesa, che di costruzione e manutenzione. Ogni pannello è pre-vegetato, ha un sistema di autoirrigazione e ha innestate varie piante con radici appositamente ridotte, i cui colori cambiano a seconda della stagione a segnalarne il passaggio. Un’ultima peculiarità: gli innesti non sono stati piantati nel terriccio, bensì in un materiale molto leggero e non degradabile ricavato dagli scarti tessili delle fabbriche di Prato, generalmente utilizzato come isolante per le abitazioni, ma ottimo per mantenere l’umidità. Inoltre i pannelli sono totalmente esportabili, in modo da consentire la possibilità di recuperare la parete in caso di nuove iniziative. Il risultato l’avrà apprezzato chiunque passando per Viale Giovine Italia. Un tocco innovativo, dall’aria europea ma dallo stile italiano, e assolutamente eco-friendly! E altri interventi simili sono in programma... La storia che ho voluto raaccontare non è frutto della fantasia, è pura realtà, perché il progresso non è fatto solo di calce e cemento, ma anche di materiali biodegradabili e natura. •

ENGLISHVERSION>>>> I’d like to tell you a story. About a wonderland, that unfortunately is full of grey asphalt, run-down walls, traffic and smog. But if we have to find a happy-ending, so here’s the turning point: a brand new natural project. We’re talking about the “botanic invasions”: blooming flowerbeds along the streets and in the city squares, an aesthetic and environmental revolution. The basic idea is to re-create in the city the biodiversity that nowadays has disappeared. Now I need to interrupt this story to tell you another one. This is the story of a botanist who also wanted to be an artist, a painter, and eventually managed to combine both his aspirations. The protagonist is Peter Blanc, who turned run-down walls and buildings into beautiful pictures: the so-called “vertical gardens”. His talent has soon stretched beyond the French borders spreading worldwide. The result is crazy... as well as the costs of such an operation. Beautiful and impossible: but not for Florence though. The municipality team was fascinated by Blanc’s technique and decided to give it a try. Prototype panels built in municipal greenhouses caught the attention of Matteo Renzi (who was the Major at that time) and thanks to him the project was implemented. The advantages of the vertical gardens are many: beside their obvious aesthetic value, they reduce smog and noise pollution, and they also carry out a thermal regularization effect, mitigating climate. The main obstacle? Costs. But here in Florence, a solution was found. The team managed to keep each production stage “made in Tuscany”, thus reducing consistenly the costs. The result can be seen by everyone along Viale Giovine Italia. A new touch, with European features but Italian style and totally eco-friendly! Other similar projects are in program. This is not fiction, it's reality: because progress is not just made by asphalt and cement, but also by biodegradable materials and nature. • 13.


ful in metrica

Una scelta poetica: il MEP misteriosi fogli di carta invadono i muri della città. Segni particolari: una sigla e un timbro rosso come firma. La poesia salverà il mondo? Testo di Jacopo Aiazzi, foto MEP

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robabilmente il 2008, anno in cui è stato premiato il libro di poesie dell’onorevole Sandro Bondi come pubblicazione poetica più venduta, è stato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, permettendo la nascita del MEP a Firenze. Il Movimento per l’Emancipazione della Poesia (MEP) si presenta come un mezzo per ripristinare il valore della poesia attraverso l’uso degli spazi urbani. Fogli bianchi con spruzzate d’inchiostro che formano versi poetici, una sigla e un timbro rosso come firma: questo è il modo che il MEP ha individuato per riportare in auge una disciplina quanto mai bistrattata. Ed è proprio nel capoluogo toscano che albergano le origini di un movimento che oggi conta venti membri a Firenze e circa novanta in tutt’Italia, da Catania a Milano. Le loro azioni cercano di portare un elemento da sempre considerato elitario in strada, rendendolo così potenzialmente fruibile da tutti. Ma sentiamo direttamente dalla voce dei protagonisti che compongono il movimento – e che preferiscono mantenere l’anonimato – quali sono la loro storia e i loro obbiettivi. Cos’è successo alla poesia per desiderare la sua emancipazione? «La poesia si continua a scrivere, ma nessuno più la legge. Ci siamo interrogati e continuiamo a interrogarci sul perché questo accade. La poesia, oggi, è tristemente relegata in blog onanisti o barbaramente incatenata alle dispotiche leggi dei concorsi letterari e del mercato editoriale, ma non per questo .14

è morta o ha cessato di avere importanza. Il MEP si propone come un canale di divulgazione della poesia contemporanea, avulso da simili logiche e atto a ribadirne la vivida (r) esistenza». Camminando per Firenze è facile notare molte vostre poesie stracciate o imbrattate. Secondo voi perché? «Spesso ci siamo posti questa domanda. Ogni azione prevede più di mille poesie (ad ogni autore viene concesso lo stesso numero di copie), il giorno dopo ne rimangono

«Affiggere una poesia su un muro ha un forte valore simbolico: significa renderla libera da qualsiasi vincolo e potenzialmente fruibile da chiunque»


mediamente i due terzi. Pensiamo sia semplice repulsione verso “l’imbrattatore” che porta a generalizzare e, forse, una consapevole colpa di aver partecipato al tracollo poetico di questo paese. Dalle bestemmie alle offese, le scritte sono delle più disparate e le volgarità vanno per la maggiore ma, a volte, può succedere qualcosa di tanto auspicabile quanto inaspettato: un giorno, sotto una nostra poesia, nello spazio bianco, il foglio è stato integrato con versi in francese. Una bella sensazione». I muri fiorentini sono l’unica vostra piattaforma di pubblicazione? «No, non lo sono. Nello statuto abbiamo scritto che il MEP “intende raggiungere il proprio scopo sfruttando ogni canale ritenuto idoneo”. All’attacchinaggio, infatti, si aggiungono il volantinaggio, la diffusione di poesie in rete, la collaborazione con compagnie teatrali, testate giornalistiche e musicisti, fino all’inserimento illecito delle poesie nei libri in vendita nelle librerie e in prestito nelle biblioteche. Prediligiamo l’attacchinaggio per la sua funzionalità, facendo perno su quella proprietà intrinseca della parola scritta che, in quanto tale, si fa leggere e decodificare nel momento stesso in cui uno sguardo, più o meno ignaro, cade su di essa. Inoltre, affiggere una poesia su un muro ha anche un forte valore simbolico: significa renderla libera da qualsiasi vincolo e potenzialmente fruibile da chiunque». Spesso attaccate i vostri lavori sopra scritte e tag: è un caso o c’è una contestazione dietro? «Nessuna contestazione. Scegliamo di attaccare i nostri testi solo su muri rovinati, con l’intonaco cadente e deturpati da tag o manifesti. Nei riguardi di edifici storici, sculture e ogni altra forma d’arte, inclusi graffiti e murales, nutriamo il massimo rispetto. È capitato spesso di attaccare sopra scritte fatte con la bomboletta, ma si trattava, appunto, di tag o di “scarabocchi”. La scelta degli spazi è sempre a discrezione di chi compie l’azione. Siamo tutti consapevoli dell’importanza di graffiti e murales, mentre le tag sono un dubbio costante».

ENGLISHVERSION>>>> Verse poems on white paper, with three initials and a red stamp as a signature: this is MEP, the movement for the emancipation of poetry. With twenty members in Florence and 90 in the rest of Italy, from Catania to Milan, and one goal: the idea to bring to the streets something which has always been considered elitist, and to make it accessible to everybody. Let’s hear this story from its protagonists, who wish to remain anonymous. What happened to poetry that now you’re working for its emancipation? «People never gave up writing poetry, they gave up reading it. Nowadays, we can only find it confined in blogs or chained to the harsh laws of literary contests, but it isn’t dead.

Qual è l’obiettivo che volete raggiungere e come lo vorreste raggiungere? «Il nostro obiettivo è far riacquistare alla poesia il rispetto che merita, fare sì che occhi e orecchie ricomincino a familiarizzare con il verso poetico. Sul “come”… Beh, per adesso come abbiamo sempre fatto: continuando a regalare un po’ di poesie per la città». •

MEP’s aim is to create a brand new channel of divulgation of contemporary art, far from constrictions, so to reaffirm its resistance». Walking around Florence it is quite common to see your poems stained or ripped to pieces. Why, in your opinion? «We’ve been thinking about that. Maybe it’s a sort of repulsion to the act itself. But sometimes we also have positive responses: once we found that one of our poems had been integrated with French verses. That was really amazing». Are Florentine walls the only publishing platform that you use? «Not really. We collaborate with acting companies, musicians and newspapers, we distribute flyers, and we also illegally insert poems in books sold in bookshops or lent in li-

braries. Posting up poems on wall has a strong symbolic meaning: it frees poems from any restriction and makes them visible to everyone». You usually stick your poems onto writings and tags: is it a coincidence or is a form of protest? «No protest whatsoever. We post our poems only on ruined walls with falling plaster or disfigured by tags and posters. We have the utmost respect for historical buildings, sculptures and any other art form, including graffiti and mural paintings». What’s your goal and how are you trying to achieve it? «We want poetry to gain back the respect it deserves, and we want people to become familiar with it. For the time being we try to do it by sharing poems around Florence». •

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ful of art

Firenze su tela. Autoritratto tra ritrattati Pazza idea: fare un affresco della Firenze di oggi attraverso i ritratti di centinaia di fiorentini. È quella che ha avuto Giambaccio, pittore fiorentino che ha trasformato la sua casa-studio in un punto di osservazione privilegiato della città. E il risultato sarà presto in mostra... Testo di Martina Scapigliati, foto Paolo Lo Debole

«D

roga è tutto ciò che a un certo punto altera il tuo stato mentale e ti dà dipendenza da quello stato mentale. Io sono dipendente dal dimostrare qualche cosa al mondo e a me stesso. E soprattutto cerco un antidoto alla malinconia, alla noia, al pensiero che ti abbatte. E cerco qualcosa che sia fatta tutta d’istinto, di cuore, di entusiasmo e luce». Inizia così Giambaccio – occhi accesi e toni che evocano un suo vecchio Maestro – a parlare della sua ultima fatica, nella sua casa-studio dove per mesi ha accolto, in ragione di un personalissimo delirio estetico e mentale, centinaia di persone per ritrarle. Accade ancora una volta nel girone San Fredianino: è lì infatti che il pittore fiorentino, all’anagrafe incredibilmente Giovambattista Giannangeli, vive il quartiere in quel grande porto che è la sua casa, dove qualunque cosa approda e qualcosa, irrimediabilmente, se ne va: come in una giostra, un capogiro, al centro del mondo e dell’azione, tra arredi che evocano ogni tipo di energie e angeli ispiratori, fiori che mescolano i loro vaghi profumi, specchi, riflessi, tele volumetriche raffiguranti fantasiose epopee di cavalieri, dame e voluttà, e tutto l’approdo di un’umanità con le sue dietrologie, il suo carico e scarico. Un universo sta racchiuso lì, in quella casa che gli somiglia tanto, sostanzialmente curativa dello spleen, antidoto naturale alla depressione. «Questa casa è il mio parco giochi! E ogni notte è frequentata da amici...». Giambaccio ha voluto giocare con loro, e giocare essenzialmente con l’espressione, nella predisposizione mentale che lui stesso definisce di «una favolosa assenza di pensiero», piuttosto dell’irruenza di creare – masticare – vivere: «Il mio lavoro è stato esprimere: non più accademia, gessetti... ma occhi, luci, forze, lotte con figure!». Saranno così ben 400 i volti esposti al Museo Bellini, il 13 giugno 2014 per la nuova mostra dell’artista fiorentino che


«Il mio è un semplice e purissimo gesto di estetica. E la mia è un’estetica sociale»

rimarrà aperta per almeno un mese e avrà come titolo I ritrattati. Fenomeno che grazie a Facebook è diventato del tutto virale: del resto chi non ha usato online il suo ritratto come “immagine di profilo”? E di questo si tratta: «È cominciato perché volevo fare una mostra di volti, poi ho capito che questo progetto poteva diventare qualcosa di molto più ampio. E adesso voglio mettere insieme la mia città! Quella che vivo, che conosco, con la quale posso parlare, che mi fa divertire, in cui posso dimenticarmi di me, oppure ricordarmi di me. Il mio è un semplice e purissimo gesto di estetica. E la mia è un’estetica sociale: c’è lo spacciatore, il presidente degli industriali, il calciatore, il politico, la puttana, il disoccupato...». E così Giambaccio ritrae, col gesto istintivo, per nulla erudito ma quasi infantile e perciò infallibile della sua pittura, creando ritratti come monetine gettate nel pozzo dell’incoscienza. Contano le luci e le atmosfere: ne escono i volti che Giambaccio vede in noi e in cui noi possiamo vederci, o vedere qualcun altro. O vedere lui. L’estetica del progetto è data anche da come si combineranno i quadri nello spazio espositivo: le opere verranno raggruppate tutte assieme, nella rossa sala centrale del Museo, in modo da amplificare l’effetto dirompente delle singolarità di ognuno, come in un sorta di cage aux fauves. «Il Museo Bellini è un posto molto underground perché non è sulle mappe mangia-e-bevi: è un museo privato favoloso, e in qualche modo questo suo essere underground mi piace perché sembra quasi una forma di gelosia verso la sua bellezza». Curiosità: il catalogo sarà edito da Giunti in forma di album di figurine. I quadri si potranno comprare su eBay. Al vernissage del 13 giugno seguiranno grandi festeggiamenti. «In definitiva, cosa c’è di più profondo di un'emozione?... E l’emozione è di chi la guarda! Quindi guardate la mostra, non so cosa ci vedrete. Se non ci vedrete niente vuol dire che non c’è niente. Per me c’è stata l’emozione di vedere un’idea realizzata, il compimento di una grande impresa. Ho vissuto, ho stabilito relazioni, mi sono divertito... questa mostra è stata la vita, è la vita! Rappresentiamo una città, in un posto che è proprio l’epicentro geografico della città, per cui la città l’è nostra! E allora noi si fa icchè si vole! E che si vole fare noi? Bere, mangiare e divertirsi!». •

ENGLISHVERSION>>>> «A drug is anything which alters your mental state so that you become addicted to it. My personal addiction is to prove something to the world and to myself. I'm constantly looking for an antidote to melancholy, boredom and depressing thoughts. I look for something made of instinct, heart, enthusiasm and light». This is how Giambaccio begins to explain his very last work: for months, he’s portrayed in his house/ studio hundreds of people. This takes place, once again, in San Frediano, where this Florentine painter, Giovambattista Giannangeli, known by everyone as Giambaccio, paints relentlessly. On the next 13th of June 400 portraits of Florentines of all kinds made by him will be exposed at Museo Bellini. The exhibition will last for a month and will be entitled I Ritrattati. This frenzy also gave birth to a viral phenomenon: many of the people portrayed by Giambaccio used their image as a profile picture on Facebook. This is what it’s all about: «Everything began because I wanted to expose people’s faces, then I realized this project could become something wider, a portrait of the whole city. The city I live in, the city I know and I talk to, which makes me happy, where I can forget, and remember about myself. This is a pure and simple act of aesthetics. And my aesthetics is definitely social: I portrayed a drug dealer, the President of the industrial Association, a football player, a politician, a whore, an unemployed…». And so Giambaccio paints, in an instinctive and almost childish – infallible – way. Lights and atmospheres: the result is something Giambaccio sees inside the person he’s portraying. We might recognize the same person, or we might not. We might see someone else… him, perhaps. The aesthetics of this project is also created by the combination of the pictures with the exhibition’s area: the painting will be gathered all together in the central Sala Rossa of the Museo Bellini, so to amplify each one’s peculiar effect, in a sort of cage aux fauves. «Museo Bellini is a real underground spot, as it’s not on the maps. It is an amazing private museum and I love it: it looks like it’s jealous of its own beauty». A great party will be held right after the opening on the 13th of June. The catalogue of the exhibition is published as a sticker album by Giunti. Portraits will be available for sale on eBay. •


ful in verde

Agricoltura urbana: ritorno al passato Frutta e verdura a chilometro zero, prodotti genuini coltivati direttamente sul balcone di casa, od ovunque ci sia uno spazio libero, anche in città. Pura utopia? No, realtà concreta. Quattro giovani fiorentini ci spiegano come è possibile. Testo di Marta Pintus, foto Verde Più

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erde+ è un interessante progetto di agricoltura urbana sviluppato da quattro ragazzi fiorentini che hanno partecipato al bando di concorso del MIUR Smart City and Social Innovation. Incontro Leonardo Boganini, Alessandra Carta, Chiara Casazza, e Giulia Sala (tre architetti e una interior designer) al Giardino dell’Orticultura, e mentre passeggiamo nel verde urbano mi raccontano il loro innovativo progetto, e come vedono la città. Che cos’è l’agricoltura urbana? «Agricoltura urbana è tutto ciò che riguarda una produzione agricola fatta nei piccoli spazi della città: dagli orti sociali fino alle coltivazioni sui tetti dei grandi magazzini. Il concetto fondamentale dell’agricoltura urbana è che la produzione sia fatta in città e per la città, ottenendo una filiera corta: un “chilometro zero” a livello cittadino». Come nasce Verde+ e in cosa consiste? «La nostra idea è stata quella di sviluppare dei moduli di varie dimensioni che possano essere collocati in spazi molto piccoli, come una terrazza, fino ad arrivare a situazioni più ampie, come, per esempio il tetto di un condominio, di una scuola o in aree inutilizzate, magari in attesa di permessi comunali Per capirsi, spazi come l’ex-area Longinotti prima della costruzione dell’Università. È proprio in questi moduli che andiamo a sistemare le piante che produrranno i loro frutti: pomodori, insalata, zucchine, ecc… Per conciliare i tempi delle piante con i tempi e le esigenze moderne utilizziamo la coltivazione fuorisuolo, sia con i sistemi più tradizionali che con la tecnologia idroponica, che consente di accelerare la crescita delle piante ed evitare di annaffiarle tutti i giorni. In Italia guardiamo all’idroponico ancora come un metodo

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artificiale, quando in Nord Europa e in Nord America è un sistema considerato sano e utilizzato da decenni». Mi sembra tutto molto interessante, ma ho un dubbio: l’inquinamento delle città non penetra negli alimenti? Non è che in fondo, per produrre un pomodoro sulla terrazza di casa, poi mi mangio qualcosa di nocivo? «Domanda più che legittima, e comunque la risposta è no. L’inquinamento urbano è prevalentemente aereo – e non è una problematica di poco conto – così come in campagna è necessario tenere conto dell’inquinamento del terreno e delle falde acquifere. In città, il problema è legato alle polveri sottili che sono elementi pesanti che tendono a stare in basso. Dunque più in alto posiziono il mio orto, meglio è. Inoltre abbiamo studiato anche possibili coperture, tipo serre, che permettano di proteggere le coltivazioni. Le serre ovviamente non servono a produrre verdure fuori stagione: per noi è fondamentale rispettare la stagionalità delle produzioni». L’aggettivo idroponico deriva dal greco ύδωρ (acqua) + πόνος (lavoro). Per coltivazione idroponica s’intende una delle tecniche di coltivazione fuori suolo: in pratica, la terra è sostituita da un substrato inerte (argilla espansa, perlite, vermiculite, fibra di cocco, lana di roccia, zeolite, ecc.). La pianta viene irrigata con una soluzione nutritiva composta dall’acqua e dai composti (per lo più inorganici) necessari ad apportare tutti gli elementi indispensabili alla normale nutrizione minerale. La coltura idroponica consente produzioni controllate sia dal punto di vista qualitativo sia igienico-sanitario durante tutto l’anno.


Quali sono gli aspetti più importanti dell’agricoltura urbana? «In quanto architetti, il nostro obiettivo è quello di riqualificare lo strato sociale dell’area urbana. In città non c’è terreno, dunque il nostro progetto è quello di trovare un’alternativa alla coltivazione in terra tramite sistemi che possano essere reversibili e leggeri, per riqualificare aree che altrimenti sarebbero inutilizzate. Inoltre, andiamo al di là al concetto del verde estetico, dato che ciò che proponiamo soddisfa un fabbisogno alimentare e genera nuovi spazi sociali. Quello che vorremmo è far ritrovare all’odierno ritmo urbano una parte di quello che è il ritmo naturale, integrando

«Vorremmo far ritrovare all’odierno ritmo urbano una parte di quello che è il ritmo naturale, integrando vecchi metodi di coltivazione sui tempi contemporanei» vecchi metodi di coltivazione sui tempi contemporanei. Riscoprire la natura all’interno della città in maniera propria. Come architetti e designer, agiamo sull’esistente per riqualificarlo. Siamo coscienti che l’utilizzo di questi moduli non soddisferà completamente le esigenze della città, ma creerà nuovi spazi sociali, di incontro tra le persone, di scambio, di coscienza alimentare ed un rinnovato rapporto uomo-natura». •

<<<<ENGLISHVERSION Verde+ is an interesting urban agriculture project developed by four young Florentines who took part to a national contest proclaimed by MIUR Smart City and Social Innovation. I met Leonardo Boganini, Alessandra Carta, Chiara Casazza and Giulia Sala (three architects and an interior designer) in the Giardino dell’Orticultura by via Bolognese, and as we strolled in the park they told me more about their innovative project, and how they see the city. What is urban agriculture? «Urban agriculture is everything related to agricultural production made ​​in small spaces in the city: from municipal gardens to crops on the roofs of department stores. The fundamental concept is that the production is done in the city and for the city, developing a short production chain: a “zero kilometer” philosophy applied to the city». How was Verde+ born, and what is it? «Our idea was to develop modules of various sizes that contains plants and that can be located in a very small space, like a patio, or in larger surfaces, such as the roof of an apartment building, of a school or in unexploited areas. We use both traditional systems and hydroponics, which allows you to accelerate the growth of plants and avoid to water them every day». It all seems very interesting, but I have a doubt: the pollution of the city does not penetrate into the food? «It’s a good question, but the answer is no. In the city, the pollution comes in the form of fine particles, heavy elements that tend to move downward. So, the higher I position my garden, the more I will be able to avoid the problem. In addition, we have also envisaged the realization of covers, such as greenhouses, that protect the crops». What are the most important aspects of urban agriculture? «As architects and designers, we act on the existing environment in order to modify it. We would like to synchronize the urban rhythm with the natural one, to rediscover nature within the city. Perhaps the use of these modules does not fully satisfy the needs of the city, but it will create new spaces of social encounter between people, exchange, food consciousness and a renewed relationship between man and nature». •

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ful comics

Rock ‘n’ roll graffiti L’arte può essere tante cose. È mistero, è celebrazione della vita e delle sue bellezze, è fantasia, creatività, fuga dalla realtà. Ed è forse quest’ultimo aspetto che emerge osservando alcune delle opere esposte in città durante l’ultimo Middle East Now, il festival dell’arte mediorientale che si è da poco concluso.

A cura di Daniel Meyer ENGLISHVERSION>>>> Art can be many things: a celebration of life and its beauty, pure creativity, an escape from reality. And it is perhaps the sense of escape that comes to mind when you see for the first time some of the works exhibited in Florence during the latest Middle Eastern art festival, Middle East Now. Tanya Habjouqa, in her photo exhibition Occupied Pleasures, on display at Aria Art Gallery, has portrayed scenes of “normal” daily life in the Palestinian territories: images that create a paradoxe and remind us, like grass sprouting from the asphalt, that life goes on, always, with a determination that is stronger than everything else. The same thought inspires also the illustrations of Raphaelle Macaron, a young Lebanese artist who has exhibited his works at IED: fresh and colorful images, full of sense of humor and insights. The young artist was born in Lebanon in 1990, at the end of one of the longest and dramatic civil wars of modern history. Her open and intelligent eyes, a little shy, curious and full of life, are those of a girl that could have grown up anywhere else in the world, with the same dreams and the same infatuations. One in particular is evident in her work: a passion for the good old rock ‘n’ roll, a recurrent theme in many of her works. But Raphaelle is not a common fan of rock ‘n’ roll, because... So, how did you end up playing drums with Red Hot Chili Peppers’ drummer, Chad Smith? «It’s a long story but to cut it short: I’ve been a long time fan of the Red Hot Chili Peppers and travelled twice to see them play. On one occasion, while I was waiting in line, I got to meet Dave, their photographer, who is such a cool guy. They eventually came to Beirut to play a show and I got to meet them, thanks to him. Needless to say how happy I was. When I told Chad that I was a drummer he just said: “Hey! Wanna play before the show?” It .22

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anya Habjouqa, con la mostra fotografica Occupied Pleasures, esposta nei giorni del festival ad Aria Art Gallery, ritrae scene di vita “normale”, vissuta con leggera e quasi surreale rassegnazione tra le macerie dei territori palestinesi: donne che fanno yoga, bambini che si tuffano in una piscina di plastica, ragazzi che fanno parkour a Gaza... un paradosso per immagini che ci ricorda, come ciuffi d’erba che spuntano tra le crepe dell’asfalto, che la vita va sempre avanti, che è sempre più forte di tutto. Così come colpiscono le immagini pop e colorate, piene di humor e di spunti di riflessione di Raphaelle Macaron, giovane artista libanese che ha invece esposto le sue opere allo IED di via Bufalini. Il Libano: un paese dalla storia millenaria e complessa, crocevia di commerci ma anche teatro di sanguinari conflitti religiosi. La giovane artista è nata là proprio nel 1990, alla fine di una delle guerre civili più lunghe (1975-1990) e drammatiche della storia moderna. È cresciuta in mezzo alle macerie fisiche e morali di una paese dilaniato, eppure il suo sguardo aperto e intelligente, timido, curioso e pieno di vita – che traspone anche nelle sue opere – è quello di una giovane ragazza che potrebbe essere cresciuta in qualsiasi altra parte del mondo, con gli stessi sogni e le stesse passioni. Una su tutte emerge nei suoi lavori: quella per il buon vecchio, sano rock ‘n’ roll, che ritorna come tema costante in tante sue opere. Ma Raphaelle non è un’appassionata qualsiasi: infatti una volta... Come sei finita a suonare la batteria con il batterista dei Red Hot Chili Peppers, Chad Smith ? «È una lunga storia: sono una fan di lunga data dei Red Hot Chili Peppers e avevo già fatto due viaggi per vederli suonare dal vivo. In una di queste occasioni, mentre facevo la fila per il concerto, ho avuto modo di incontrare Dave, il loro fotografo: un ragazzo molto cool. Lui raccontò alla band di questa ragazza libanese che viaggiava sempre per vederli dal vivo. Alla fine, sono passati da Beirut per uno spettacolo e grazie a lui ho avuto modo di conoscerli. Inutile dire quanto fossi felice... Quando ho detto a Chad che anche io ero una batterista mi propose: “Hey! Vuoi suonare prima dello spettacolo?” E lo abbiamo fatto! È stata l’esperienza più incredibile della mia vita: l’emozione di suonare con qualcuno che mi ha ispirato così tanto è stata davvero travolgente. E Chad è una persona davvero genuina e gentile, sono davvero grata di aver potuto condividere quel momento con lui». Come è nata la tua passione per l’illustrazione e i fumetti? «Disegno da quando ne ho memoria. Ho avuto la fortuna di crescere vicino a un’artista incredibile come mia zia Maya, che mi ha introdotto molto presto a questo mondo. Da lei ho capito che era possibile fare della mia arte anche un mestiere. I fumetti erano sempre in giro per casa mia: mia madre ne ha conservato una vecchia collezione, che quindi era sempre alla mia portata». Quali sono i tuoi temi e le tue fonti di ispirazione preferite? «In realtà non ho un tema ricorrente, ma si può dire con certezza che la musica è molto presente nel mio lavoro. Sono


«Sono appassionata di musica tanto quanto di fumetti, così mi piace mettere in relazione entrambi i mezzi espressivi»

>>> Byritis (Loch Hamdam) - License project illustrating "Sci-fi Beirut" or "Beirut of the future". This project was an illustrated book with 15 illustrations, each one for a specific region in Beirut. This one is Borj Hammoud. (2011)

appassionata di musica tanto quanto di fumetti, così mi piace mettere in relazione entrambi i mezzi espressivi. Mi piace molto l’aspetto visivo degli spettacoli dal vivo. Potrei guardare un video su YouTube di una performance dei Sonic Youth facendo schizzi di Kim Gordon per tutto il giorno, o ascoltare una canzone di Johnny Cash e inventare una pagina a fumetti basata su suoi testi. Cerco sempre di trovare un modo per ritrarre quello che mi piace di un musicista, una band, una canzone, o uno spettacolo nei miei disegni. La mia was the most mind-blowing experience of my life. He is such a genuine, città è anche una grande fonte di ispirazione: Beirut è un nice man and I am so grateful to have shared this moment with him». posto così frenetico, è una miniera d’oro per gli scenari e How did your passion for illustration and comics start? i personaggi in cui ti puoi imbattere». «I’ve been drawing for as far as I can remember. I was lucky enough A quale progetto stai lavorando ora? to have an amazing artist as my aunt Maya, who introduced me very early to this universe. She made me realize that it was possible to make «Ultimamente sono molto ispirata. È difficile per me a carrier out of your art. Comic books were also always around: my concentrarmi su un solo progetto, ho sempre una valanga mom kept her old collection, so it was accessible». di idee e comincio quattro o cinque progetti per volta: è What are your favorite themes and sources of inspiration? molto eccitante! Al momento, ho due progetti personali: «I don’t really have a recurring theme but it’s safe to say that music is sto scrivendo una storia per un episodio a fumetti, e sto very present in my work. My city is also a great source of inspiration: lavorando su un libro di illustrazioni sulla scena musicale Beirut is such a hectic place; it’s a goldmine for scenarios and characdi Beirut. Mi sto divertendo, e spero di avere il tempo di ters!». gestire tutte le cose che voglio fare!» What project are you working at now? Com’è per un artista lavorare a Beirut al giorno d’oggi? La «I’ve been very inspired lately. It’s hard to focus on one project, I always vita sociale e artistica è vitale e dinamica? have a rush of ideas and start four or five projects at the same time: «La scena di Beirut sta crescendo, lentamente ma senza it’s very exciting! At the moment, I have two personal projects: I am sosta. Sento che definirsi una “disegnatrice di fumetti” writing a story for a comic episode and working on an illustration book in Libano oggi è una cosa accettata, anche se mi rivolgo about the local music scene». a un pubblico molto di nicchia. La scena artistica in What is it like for an artist to work in Beirut nowadays? generale è in continua evoluzione: ci sono così tanti «The scene in Beirut is growing, slowly but surely. The art scene in gentalenti a Beirut in attesa di essere scoperti e sono molto eral is constantly evolving, there is so much talent in Beirut, waiting to ottimista su questo processo di evoluzione e felice di be discovered and I am very optimistic about that evolution and glad farne parte». • to be a part of it». • 23.


ful power

Cuore e passione: ecco i Guelfi Firenze Adrenalina, energia, lealtà, spirito di squadra, scontri spettacolari, tanta passione e un pizzico di pazzia: è il football americano. Una disciplina popolarissima negli Stati Uniti, dove è nata, ma che ha un grande seguito anche in Italia: migliaia di tesserati e di appassionati, decine di squadre da tutta Italia, da nord al sud; il campionato si gioca su tre divisioni, e sono presenti anche categorie femminili e juniores dedicate al flag football, dove le regole sono simili ma sono banditi i più violenti (e spettacolari) placcaggi. In un paese “dominato” dalla febbre per il calcio, il football americano è uno sport tutto da scoprire. Spettacolare, ma non violento: le protezioni, il rispetto delle regole, la filosofia di gioco lo rendono adatto a chiunque, non solo ai “superman” che si vedono in tv. Uno sport completo, con allenamenti intensi che scolpiscono il fisico ma allenano anche la testa ad una mentalità vincente. Le regole, che sembrano complesse ma in realtà sono molto intuitive, danno molto risalto alla tattica (attaccanti e difensori fanno allenamenti differenti, e sviluppano differenti caratteristiche di gioco), all’intelligenza e all’organizzazione di gioco, tanto che qualcuno paragona il football americano gli scacchi, dove ogni mossa è calcolata e serve a rubare terreno all’avversario. E anche Firenze ha ovviamente la sua squadra: sono i Guelfi, che giocano in Seconda Divisione e, vestiti (ovviamente!) di viola, bianco e argento tengono alto l’onore della città. Molto in alto: nati nel 2000 grazie ad un gruppo di appassionati, guidati dal presidente Alessandro Dallai, negli anni hanno sempre giocato ai massimi livelli, e soprattutto con una sola filosofia: vincere. Sì, ma non a ogni costo: sempre nel segno della lealtà, del rispetto degli avversari e della crescita umana dei giocatori. “Vincente” qui è chi dà il massimo sforzo per ottenere il risultato, chi continua a imparare e migliorare, “Vincente” è chi dà chi rifiuta che gli errori il massimo sforzo, chi o la paura di sbagliare continua a imparare e lo fermino. migliorare, chi rifiuta Impegno, preparazione, che gli errori o la paura umiltà, voglia di apdi sbagliare lo fermino prendere: i Guelfi gio.24

cano seguendo queste regole, e, vada come vada, è sempre uno spettacolo vederli giocare. Dove? Al Guelfi Stadium, in via del Perugino. Match ad alta intensità, coreografie spettacolari, e squadre che festeggiano assieme al termine della partita: che aspettate? Venite a vedere un match, e resterete conquistati da quello che è più di uno sport. È una filosofia di vita. www.guelfifirenze.it Facebook: Guelfi Firenze


ENGLISHVERSION>>>> Adrenaline, energy, loyalty, team spirit, spectacular crashes, passion and a pinch of madness: this is American football. A discipline that has a large following in Italy: thousands of players and fans, dozens of teams, as well as junior and women's categories dedicated to flag football. A sport to discover, suitable for anyone and complete, with intense workouts that sculpt the body but also trains for a winning mentality. Obviously Florence has its team: the Guelfi, that plays in Second Division and defends the honor of the city. Founded in 2000 by a group of enthusiasts led by President Alessandro Dallai, over the years the Guelfi have always played at the highest levels, with a philosophy: always win. Yes, but not at any cost: always with loyalty, respect for the opponents and attention to the human growth of the players. Here, a winner is someone who gives the maximum effort to get the result, who continues to learn and improve, who rejects the idea to be stopped by mistakes or fear of failure. The Guelfi plays following these rules, and it is always a great event to see them play. Where? At Guelfi Stadium, in Via del Perugino. Highintensity matches, spectacular choreographies, and teams that celebrate together after the game: what are you waiting for? Come and see a game, and you will be enchanted by what is more than a sport: it is a philosophy of life. â&#x20AC;˘


La parola alla difesa

La parola all'attacco

NOME: Christian Petrucci RUOLO: Inside Linebacker NUMERO di MAGLIA: #47

NOME: Jacopo Bardini RUOLO: Wide Receiver NUMERO DI MAGLIA: #1

Il tuo ricordo più bello legato al football? «Le soddisfazioni più grandi per me rimangono quelle legate alle partite in cui con la difesa riuscivamo a fermare o a tenere a zero un attacco avversario particolarmente forte. Inoltre, aggiungerei che è sempre stata una grande soddisfazione finire come prima difesa del campionato, cosa che, per fortuna, è successa diverse volte. Non sembro mica troppo fissato con l’aspetto difensivo, vero?» Qualche momento speciale o aneddoto divertente? «Aneddoti divertenti nell’ambiente del football italico ce ne sono fin troppi, ti basti sapere che io ho visto ritornatori placcati dai membri della propria squadra o running backs che si sono fermati a 10 yard dalla linea di endzone credendo di aver segnato…». Cosa pensi prima di entrare in campo? Come ti prepari alla partita? «La preparazione pre-partita è soprattutto mentale: io però penso molto anche agli errori che posso o possiamo fare in difesa e a come tenere la testa nel gioco fino alla fine». Che ruolo e importanza ha il football nella tua vita? «Credo di essere/essere stato ad un passo dal fanatismo…». Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso? «Le difficoltà ci sono per tutti, e meno male, aggiungerei, visto che ti fanno capire che non sei mai arrivato e devi sempre ricercare qualcosa più in alto». Che rapporto hai con l’altra metà dello spogliatoio, ossia con gli attaccanti? «Come è normale, noi difensori odiamo gli attaccanti e viceversa! Scherzi a parte, nei Guelfi, la rivalità sana (più o meno) tra i due reparti fa crescere la squadra in toto e rende lo scrimmage in allenamento più interessante».

Come ti sei avvicinato al football americano? A che età? «Da piccolino seguivo un programma TV che si chiamava Coast to Coast, nel quale si mostravano immagini di vari sport americani tra cui il football, che mi ha sempre incuriosito ed affascinato. All’età di 16 anni poi sono venuto a sapere che era in atto una leva di reclutamento nella mia città (Livorno), e mi sono avvicinato a questo sport: è stato amore a prima vista ed eccoci qua, quindici anni dopo…». Qual è il tuo metodo di allenamento in campo e in palestra? «In campo cerco sempre di ascoltare i consigli e gli appunti tecnici dei coach, lavorando sulla precisione e il tempismo dei miei movimenti. Per me, che non sono mai stato velocissimo, è fondamentale essere pulito e preciso nelle mie tracce. Cerco poi di integrare il lavoro fatto in campo e da tre-quattro anni ho cambiato alimentazione, per cercare di migliorare laddove è possibile». Che obiettivi individuali hai per questo campionato? «Aiutare la mia squadra a raggiungere l’obiettivo massimo, ovvero vincere l’anello. Essendo però uno dei ragazzi con più esperienza vorrei riuscire a trasmettere un po’ di “sapienza footballistica” ai giocatori più giovani». In cosa ti ha migliorato il football nella vita? «Il football sicuramente mi ha dato struttura ed equilibrio: in campo riesco a essere me stesso e a convogliare tutte le energie nervose, lo stress e le gioie o delusioni della vita quotidiana. Da un paio di anni ho iniziato insieme a una decina di ex compagni di squadra livornesi l’avventura di coach con gli Etruschi Livorno, esperienza entusiasmante perché mi da modo di passare le mie conoscenze a ragazzi giovani e vogliosi di apprendere. Per concludere, faccio fatica a distinguere il football dalla mia vita perché i valori e la fratellanza che questo magnifico sport ti insegna sono la mia vita!».

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IN COLLABORAZIONE CON

Legambiente Toscana Via Giampaolo Orsini 44 – 50126 Firenze Tel. 055.6810330 – Fax: 055.6811620 info@legambientetoscana.it

COMUNE DI CAMPI BISENZIO

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ful (in)forma

Centro Java: (in)formazione è divertimento Un’oasi, un’ancora di salvezza: il centro Java è ormai per molti un punto di riferimento. In particolare per i giovani, che qui possono informarsi sugli effetti delle sostanze stupefacenti, stare assieme e dare sfogo alla propria creatività. Testo e foto Chiara Tarasco

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el cuore di Firenze, in via Pietrapiana, nasce nel 2001 il Centro Java, dalla collaborazione tra il Comune e la Cooperativa Sociale CAT. Un vero e proprio info shop attivo nel campo della prevenzione e della sensibilizzazione sull’utilizzo di sostanze stupefacenti, unico in Italia. È situato in un crocevia di strade con un via vai di gente ininterrotto, e per questo motivo è un punto di incontro fondamentale all’interno del Quartiere Uno. Entrando nello spazio si è accolti innanzitutto da numerose bacheche informative che introducono – sia in italiano che in lingua straniera – da un lato all’attività svolta dal centro giovani in generale, dall’altro agli effetti e ai rischi legati all’assunzione di qualsiasi sostanza stupefacente. Ma di che cosa si occupa principalmente il centro Java? In primo luogo, gli

gli operatori non si propongono di illustrare le motivazioni per le quali

operatori e i professionisti del settore offrono consulenza psicologica e contatti per consulenze legali gratuite a tutti coloro che ne necessitano, in particolare agli adolescenti. Inoltre, organizza percorsi formativi per le scuole superiori fornendo informazioni anche sulle malattie a trasmissione sessuale (MTS) e sulla contraccezione. Il disagio giovanile e l’abuso di sostanze stupefacenti sta diventando un argomento sempre più attuale non solo a Firenze, ma anche in tutta Italia. I luoghi adibiti alla discussione e alla riflessione su queste problematiche sono però davvero pochi e spesso non troppo conosciuti. Per questo è di cruciale importanza l’attività svolta da strutture come il centro Java, che si approccia a questo tema con un occhio diverso. Sì, perché è una realtà davvero innovativa: gli operatori non si propongono di illustrare le motivazioni per le quali non bisognerebbe fare uso di sostanze stupefacenti, ma si concentrano invece sull’informazione preventiva:. Chi lo richiede può avere accesso a tutti i dati riguardanti alcool, droghe e contraccezione, in questo modo si cerca di favorire un approccio consapevole alle droghe e alle loro conseguenze. Inoltre coloro che si rivolgono all’info shop vengono incoraggiati a sviluppare la loro creatività. Ciò che è ritenuto fondamentale è incanalare le energie e l’impegno dei soggetti verso qualcosa di produttivo e costruttivo. Più

non bisognerebbe fare uso di sostanze stupefacenti,

ma si concentrano invece

sull’informazione preventiva .28

nello specifico, è possibile utilizzare lo spazio espositivo gratuito per per eventi, mostre d’arte e/o di fotografia, sculture ed installazioni; ma anche partecipare a laboratori (quale quello di serigrafia) e molto altro ancora. Una novità davvero importante il cui fine è quello di favorire la crescita individuale, le relazioni con gli altri e, allo stesso tempo, la produzione culturale. L’informazione, la prevenzione e la gestione di disturbi legati all’assunzione di sostanze stupefacenti, si svolgono anche di notte e al di fuori dalla sede del centro, quindi durante serate, eventi, feste: occasioni nelle quali viene allestito uno spazio informativo e di chill out. Una chill-out zone, grazie al progetto UAN (Urban After Night), è organizzata anche all’interno del centro Java il venerdì e il sabato notte: un ambiente gratuito e aperto a tutti, nel quale ci si può rilassare e riprendere da eventuali condizioni di malessere causate dall’eccesso di alcol o stupefacenti prima di tornare a casa. A Firenze, così come in tutta Italia, è divenuto facilissimo venire a contatto e procurarsi droghe leggere e/o pesanti; le sostanze stupefacenti e le occasioni di “sballo” sono aumentate in maniera spropositata all’interno delle città, permettendo così di lasciare ampio spazio alla “curiosità di provare” dei giovani. Spesso però in alcune situazioni curiosità e ignoranza sul contenuto delle sostanze vanno “a braccetto”, e ci si lascia trascinare dal luogo in cui ci si trova, dai comportamenti delle


persone che ci circondano o, più semplicemente, dalla voglia di “qualcosa di diverso”. È essenziale quindi avere a disposizione un punto di riferimento e di incontro per approfondire ogni dubbio: e chi se non gli operatori del centro Java? Uno spazio aperto a tutti, per tutti. Prevenire e conoscere, non proibire. • www.sostanze.info/centro-java-firenze

ENGLISHVERSION>>>> Centro Java was born in 2001 in Via Pietrapiana, in the heart of the city, thanks to the cooperation between Florence and Cooperativa Sociale CAT. It is a proper info shop dedicated to drugs’ abuse, prevention and sensitization, one of a kind in Italy. At Centro Java a group of specialists provides counselling and advice to who needs free legal advice, especially teenagers. Youth problems caused by the abuse of drugs have recently increased to unthinkable levels. A plague that is diffused not just in Florence, but in the whole country. That’s why Centro Java’s different approach is crucial. They focus on spreading the knowledge of drugs and their effects, they work on the prevention of their abuse rather than simply discouraging their use. Those who ask may gain access to information not only on drugs but also on alcohol and contraception. Centro Java encourages creativity and cultural production, considered as a good way to direct people’s energy and commitment towards something productive. The centre has a creative space that can be used for free for hosting events, such as photography and art exhibitions, or to attend classes and workshops (serigraphy just to mention one). Information, prevention and management of disorders caused by drugs' abuse take place also during the night both inside and outside Centro Java. A chill-out zone, realized thanks to UAN project (Urban After Night), is set inside the centre every Friday and Saturday night: an area accessible to everyone, where, if you have exceeded with drugs, you can relax and recover before going home. •

uno straniero a firenze /\ un fiorentino all'estero

Nicole

Mi chiamo Nicole Gillet, sono francese con radici franco-italo-portoghesi: la mia famiglia a suo tempo aveva cominciato l’Europa senza saperlo. Non ho la puzza sotto il naso. Vivo a Firenze da 23 anni, sono arrivata qui perché innamorata di un fiorentino, anzi due, ma soprattutto perché ero pazza della campagna toscana. Volevo creare una scuola di disegno e pittura per adulti e bambini, ho fatto tutti i lavori che si possono fare: insegnante di nudo dal vivo in una scuola d’arte, PR per due locali, responsabile di una scuola di recupero scolastico, impiegata in trade-marketing per Yves Saint-Laurent, venditrice di ogni cosa. In questo periodo collaboro nel settore della salute e del benessere, e scrivo romanzi che nessun editore vuole pubblicare. Firenze per me è ancora una città a dimensione umana, dove si scopre sempre qualcosa di nuovo legato al passato, all’arte e alla contemporaneità; in questa città rido tanto e mi diverto. Ogni tanto mi prende la nostalgia del mio paese, mi manca la Bretagna della mia infanzia con l’aria dell’oceano. Cosa porteresti dalla Francia a Firenze? «Una vera “boulangerie” con baguette, croissant e pani al cioccolato fatti secondo tradizione. Porterei anche un po’ di puntualità negli appuntamenti professionali e interpersonali. Una ragnatela immensa di bussini elettrici che partono tutti da piazza della Repubblica verso i viali». Cosa porteresti da Firenze in Francia? «Dante Alighieri per tutti, non solo per gli iniziati intellettuali. La fantasia italiana che è unica tanto nei rapporti interpersonali quanto nel creare». My name’s Nicole Gillet, I’m a French with some Italian and Portuguese blood in my veins: my family started Europe without realizing it. I don’t walk around with my nose in the air. I’ve been living here for 23 years, I came over because I was in love with a Florentine guy, well actually two, but mainly because I loved the Tuscan countryside. I wanted to start a painting school for grown-ups and children, I’ve done every single job one could do: nude painting’s teacher for a school of Arts, PR in two clubs, supervisor in a school, trade-marketing executive for Ives Saint-Laurent. At the moment I work in the health-and-wellness field, and I write books no one wants to publish. I think Florence is a city with a human dimension, where I can always discover something new about the past, arts and contemporaneity; here I laugh a lot and enjoy myself. I do sometimes miss my country, I miss my old Bretagne where I spent my childhood and the ocean’s smell. Q: What would you bring from France to Florence? «A proper boulangerie with baguettes, croissants and pains au chocolat. I’d also bring a bit of punctuality in professional and interpersonal rendez-vous. An enormous web of small electrical buses all leaving from Piazza della Repubblica towards the Viali». Q: And what would you take from Florence to France? «Dante Alighieri for everyone, not just for elites. That unique Italian imagination, in both creating and relating.». •

Nicola

Mi chiamo Nicola Germano, tredici anni fa ho lasciato Firenze per andare a vivere a Londra. Come un po’ tutti quelli che lasciano casa, l’ho fatto per lavoro. Sono partito un po’ alla cieca, nel senso che non conoscevo molto di Londra, vaghi ricordi di quando ero andato in gita estiva da pischello: il Big Ben, il Tamigi, la Regina e poco altro. Non è difficile innamorarsene da subito però. Appena arrivi, ti senti come accolto in un miscuglio frenetico di persone ed entri a farne parte, ti senti coinvolto giorno dopo giorno. Londra ti chiede un contributo, tu spontaneamente ed involontariamente glielo dai, e proprio per questo chi prima e chi dopo tutti se ne vanno. Cosa porterei a Londra da Firenze? «La famiglia, gli affetti e gli amici prima di tutto. Ci sono poi molte altre cose di cui sento la nostalgia quando non sono a casa, e per casa intendo Firenze, perché di casa ce n’è una sola: l’estate, la bistecca con i fagiolini di contorno, l’omino del bar che ti saluta perché ti conosce e non perché si aspetta la mancia, il relax di un pomeriggio in campagna, la semplicità delle cose, un miscelatore per l’acqua

calda e fredda». Cosa porterei a Firenze da Londra? «Non è ovviamente facile paragonare le due città, se non altro per motivi di grandezza, ma se proprio devo trovare qualcosa direi: l’apertura mentale, la voglia di sperimentare ed evolvere continuamente, i parchi, il frescolino di giugno, luglio, i mezzi di trasporto pubblici, e in questo momento soprattutto me stesso». My name is Nicola Germano, I left Florence thirteen years ago to move to London. As pretty much all of those who leave, I did it for work reasons. I left without really knowing much about London – I only had few blurred memories of the Big Ben, the Thames, the Queen and that’s it. It is not difficult to immediately fall in love with London though. When you get there, you feel like you’re welcomed by a chaotic and frenetic mass of people and then you become part of it, you feel more and more involved day by day. London asks you for a contribution, and you spontaneously and involuntarily give it to her, and that’s why pretty much everyone leaves after a while. Q: What would you take to London from Florence? «First of all, family and friends. Then there are many things I miss when I’m not home, and by home I mean Florence: summer, Florentine steak with beans as a side, the barman who says hello to you not because he’s expecting a tip but because he knows you, afternoons spent in the countryside, the simplicity of things, a mixing machine for ho and cold water». Q: And what would you bring to Florence from London? «Obviously it is not easy to compare the two cities, but if I’m to pick something I’d say: mental openness, the wish of experimenting and constantly evolving, parks, June and July’s coolness, public transportation, and in this particular moment mainly myself». •

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la pagina dell'artista* Per il numero XII a cura di Niccolò Gambassi

Niccolò Gambassi Autodidatta, ho sempre avuto la passione per il disegno ed è lo strumento che preferisco per trasmettere la mia immaginazione; per questo vorrei iniziare a produrre fumetti (o graphic novels). Devo ancora affinare lo stile, e collaborazioni come questa mi aiutano a mettermi alla prova verso nuovi esperimenti grafici e concettuali. Tumblr: niccologambassi.tumblr.com A.C.D.C.: niccologambassi.wix.com/acdc Facebook: Nicco Gamba

Self-taught, I have always had a passion for drawing and is the medium that I prefer to spread my imagination; that’s why I would like to start creating comics (or graphic novels). I still need to refine my style, and collaborations such this one help me to put myself to test towards new graphic and conceptual experiments. Tumblr: niccologambassi.tumblr.com A.C.D.C.: niccologambassi.wix.com/acdc Facebook: Nicco Gamba

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Profile for FUL | Firenze Urban Lifestyle

FUL | Firenze Urban Lifestyle #12  

Quanto possiamo dire davvero di conoscere Firenze? Conosciamo il David, Palazzo Vecchio, Boboli, il Duomo, sappiamo che la sua cupola è stat...

FUL | Firenze Urban Lifestyle #12  

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