Page 1

Quaderni di sanitĂ campana Primary Care

Quaderni di sanitĂ campana

I Livelli essenziali di assistenza nel 2015

https://www.quadernidisanitacampana.com


blogsanità.com

I Lea 2015 in Campania Pubblicato il 28 ottobre 2017

L’intesa Stato-Regioni del 23 marzo 2005 affida l’esame degli adempimenti, a cui sono chiamate le Regioni per l’assistenza sanitaria, al Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), onde valutare le condizioni di appropriatezza ed efficace utilizzo delle risorse, anche al fine di poter accedere alla quota di finanziamento aggiuntiva del 3% delle somme dovute a titolo di contribuzione. La verifica avviene attraverso l’utilizzo di un definito panel di indicatori, ripartiti tra l’attività di assistenza negli ambienti di vita e di lavoro, l’assistenza distrettuale e l’assistenza ospedaliera, raccolti in una griglia (griglia LEA). La griglia

consente di conoscere le diversità e disomogeneità nei singoli ambiti territoriali.

L’aggiornamento annuale del set di indicatori rende flessibile la griglia ed in grado di adattarsi ai nuovi indirizzi politico-sociali e programmatori, di cogliere gli aspetti più rilevanti per l’erogazione dei LEA, anche relativamente a nuovi bisogni e nuove domande emergenti. I 21 indicatori individuati spaziano dagli interventi di Prevenzione

(coperture

vaccinali

pediatriche,

antiinfluenzale, interventi di screening, esame degli stili di vita, sicurezza degli alimenti) all’assistenza distrettuale; dagli anziani alla spesa farmaceutica; dai livelli di attività della

specialistica

ambulatoriale

all’assistenza

degli

ammalati psichiatrici; infine dagli interventi di emergenza all’assistenza ospedaliera. Ogni anno tutte le Regioni, ad eccezione di quelle a Statuto autonomo e delle Province Autonome di Trento e Bolzano, vengono sottoposte alla valutazione delle griglie LEA, al fine di riscontrare la condizione di attuazione dei livelli di assistenza e il trend in corso, nella valutazione pluriennale. Le risultanze della valutazione, recentemente pubblicate e relative all’ultimo anno in esame (2015), sono riportate nella successiva tabella, ripresa dal report di valutazione. Come si rileva, anche nel 2015, la Regione Campania si ritrova fanalino di coda nel ranking delle Regioni italiane, consolidando un primato negativo che la vede, ormai da un po’, fra le ultime posizioni per l’erogazione dell’assistenza. Ciò, per una serie di motivi che di seguito cercheremo di esaminare, almeno in parte più approfonditamente, anche ampliando il discorso su alcuni aspetti di salute in Campania. Tanto, anche alla luce del fatto che la notizia non sembra aver avuta nella pubblica opinione, nei mass media, nelle autorità politiche e negli addetti ai lavori il giusto risalto ed il necessario studio e approfondimento. Occorre preliminarmente premettere che la Sanità Regionale campana proviene da un lungo periodo di Commissariamento. Infatti nel 2012, a seguito del grave deficit finanziario, la sanità regionale è stata commissariata dal Governo, prima con i Presidenti della Regione pro tempore e successivamente con Commissari ministeriali, designati di concerto dal Ministero della Salute e dell’Economia. In questo lungo periodo di Commissariamento i finanziamenti ed i tagli alle risorse (economiche, di personale, di


apparecchiature, logistiche e di tutti i beni e servizi), dettati dalle esigenze finanziarie, sono stati rilevanti ed hanno colpito,di

fatto

in

modo

lineare

ed

in

maniera

indifferenziata, tutte le voci di spesa sanitaria. In questo lungo lasso di tempo

l’azione dei Commissari ha

scarsamente inciso nei setting assistenziali, né l’azione di governo è stata accompagnata da una funzione di coordinamento, di monitoraggio continuo, di vigilanza e controllo,

di

affiancamento

programmatorie

e

attuative,

e

supporto

per

il

alle

scelte

riequilibrio

ed

uniformità delle prestazioni sul territorio. Questa funzione, non burocratica, di coordinamento e controllo poteva essere svolta solo da una Direzione Regionale della Sanità, assente in Campania. L’effetto finale prodotto è una profonda disuguaglianza sia nel territorio sia, in termini di salute più in generale, rispetto alla popolazione italiana. https://fermindin.blogspot.it/2017/05/gli-screening-deitumori-in-campania.html Tornando ai risultati della valutazione, la prospettiva che maggiormente preoccupa dall’esame dei dati, è che il differenziale rispetto alla prima Regione (Toscana) è molto ampio e che anche rispetto alla penultima (Calabria) il divario non è piccolo. Infine, ed è la cosa più rimarchevole, anche rispetto al 2013 e 2014 vi è stato un notevole arretramento, fino a totalizzare nel 2015 il peggior risultato in assoluto. Le aree di maggiore criticità, in Campania, si ritrovano in particolar modo nelle vaccinazioni pediatriche reclutamento

ed

antinfluenzali,

nel

ridotto

dei cittadini per gli screening di

prevenzione, negli stili di vita ed abitudini non igienicamente

corretti,

nelle

gravi

carenze

dell’assistenza alla popolazione anziana e disabile, nella ridotta attivazione degli interventi di assistenza domiciliare, nel maggior ricorso ai ricoveri ospedalieri e nella minore appropriatezza dell’assistenza ospedaliera pubblica e privata (a.e. parti cesarei). Di seguito esaminiamo più specificamente alcuni singoli capitoli: Coperture vaccinali pediatriche Le coperture vaccinali nei bambini 0-24 mesi per le 3 dosi esavalente completate in Campania raggiungono il livello di circa il 91% (v. s. > 95%), valore pressoché uguale sia per la Polio,che per Difterite, Pertosse, Tetano, epatiteB, Hib. Il valore risulta fra i più bassi in assoluto rispetto alle altre Regioni (esclusa prov. autonoma di Bolzano). Analogo è il discorso per la vaccinazione MPR (Morbillo-Parotite -Rosolia) che mostra anche qui livelli molto bassi di copertura. La Regione Campania, con delibera n.2 del 2015 ha recepito il Piano nazionale vaccini, con il


quale sono stati fissati i target e le modalità del raggiungimento degli obiettivi, che prevedono un’intensa azione di recupero, anche mediante campagne

informative

e

pubblicitarie

di

sensibilizzazione. Purtroppo i risultati non sono favorevoli o non lo sono ancora. Dal 2013 al 2015 si manifesta una marcata riduzione dei bambini vaccinati, in misura tale da far temere fra i soggetti non vaccinati, la possibilità di un manifestarsi dei veri e propri focolai epidemici, come risulta già dai dati di quest’anno (2017) del sistema di sorveglianza europeo (Eurosurveillance): Tra il 1° gennaio 2017 ed il 31/8/2017 sono stati segnalati in Italia focolai epidemici con 4477 casi di morbillo notificati al sistema di sorveglanza europeo di cui 3.417 (76,3%) confermati in laboratorio (v. successivo grafico).

Copertura vaccinale antiinfluenzale

Per la vaccinazione antiinfluenzale vi è stato una progressiva e sostanziale riduzione della platea dei soggetti di 65 anni ed oltre eleggibili, che si è assottigliata sempre più, anche per la costanti polemiche che spesso accompagnano le campagne vaccinali ed in particolare nell’anno 2016, in cui si è ulteriormente ridotto il numero dei soggetti di 65 anni ed oltre che hanno praticato la vaccinazione.

Naturalmente la mortalità in Italia nel periodo,sia nel 2015 che nel successivo 2016 e, come sembra dai primi dati anche nel 2017, ha avuto un vero e proprio boom, soprattutto fra gli ultrasessantacinquenni. La scarsa diffusione del vaccino tra gli anziani ed un’influenza molto aggressiva hanno modificato pesantemente il quadro epidemiologico. Infatti nell’intero Paese c’è stato il 15% in più di morti di ultra sessantacinquenni, rispetto agli standard attesi e cioè circa 3 mila decessi imprevisti nelle 19 città campione, come dal successivo grafico del network europeo Euromomo.


Su base nazionale tra 15.000 e 20.000 morti. Occorre anche dire che già nel 2015, anno buio per il numero di morti dell’intera Europa, in Italia vi furono 54.000 decessi in più. Anche se altre cause avranno probabilmente influito sull’incremento dei decessi, sicuramente la parte maggiore è legata alle complicanze di patologie, causate dalla mancata copertura data dalla vaccinazione antiinfluenzale. I suddetti risultati collocano l’Italia nel 2016, in condizioni ancora peggiori piazzandola all’ultimo posto fra i 19 Paesi osservati in Europa. Gli screening Relativamente ai test di screening di primo livello, dai risultati riscontrati, come nella successiva tabella, ripresa sempre dal report di valutazione LEA, la proporzione fra le persone che hanno effettuato uno screening di primo livello e la popolazione totale in Regione Campania è al di sotto della soglia critica (score non accettabile 0-4):


I programmi organizzati di screening rappresentano una delle esperienze piÚ valide utili ed efficaci. Negli ultimi anni vi è stata una progressiva espansione dei vari test di screening, maggiormente radicati al Centro ed al Nord del Paese. Invece al Sud gli interventi non sempre hanno avuto un riscontro favorevole nella popolazione, rimanendo lontani dalle percentuali raggiunte al Centro nord.

In tutti e 3 gli screening Cervice,Mammella e Colon retto le percentuali di adesione al Sud ed in particolare in Regione Campania risultano molto bassi sia per tradizione storico culturale, sia per condizioni sociali, sia per scarsa conoscenza, promozione e pubblicizzazione, sia, causa non ultima, per le differenti sensibilitĂ individuali. https://fermindin.blogspot.it/2017/05/gli-screening-dei-tumori-in-campania.html


Le abitudini e gli stili di vita Il Fumo Fra le abitudini ed i comportamenti non corretti, che incidono negativamente quali determinanti di salute, vi sono certamente: l’abitudine al fumo, il consumo di alcol, la dieta e l’alimentazione, le condizioni di sovrappeso e l’attività fisica. Il fumo delle sigarette è naturalmente fra le abitudini di vita quella potenzialmente più pericolosa per la salute delle persone. L’elenco delle malattie causate dal tabacco è sempre più lungo. Secondo i dati OMS l’epidemia di tabacco uccide quasi 6.000.000 di persone ogni anno,di cui 600.000 per fumo passivo. In Italia sono attribuibili al fumo di tabacco 90.000 morti all’anno di cui 1/4 di soggetti compresi fra 35 e 65 anni,quindi nel periodo più produttivo della vita. La mortalità tra i fumatori è oggi già 2-3 volte superiore rispetto a quella di chi non ha mai consumato tabacco e i tabagisti hanno una probabilità di morte per cancro al polmone 20 volte superiore. Inoltre i fumatori in media muoiono 10 anni prima per le molte malattie nel cui determinismo interviene il fumo di sigaretta. In Italia più d 11 milioni di persone fumano regolarmente, circa 6 milioni di uomini e 5 milioni di donne (Studio PASSI 2012-2015). I tabagisti rappresentano oltre il 20% della popolazione con più 15 anni e la maggioranza fuma in media dalle 10 alle 14 sigarette al giorno. A questi vanno aggiunti i fumatori passivi (15.000.000 in tutto),molti dei quali giovanissimi.Nel periodo di osservazioni non vi sono state particolari modifiche nell’abitudine al fumo nella popolazione italiana ed in Campania.Nella rilevazione si è però osservato che la Regione Campania conserva i primi posti fra le Regioni italiane per il consumo di sigarette. L’Alcol Nel 2014, dati Istat, il 63% della popolazione di 11 anni e più ha consumato almeno

una bevanda alcolica

nell’anno,in leggero calo dal 63,9% del 2013.Tra il 2005 ed il 2014 la percentuale di consumatori giornalieri di bevande alcoliche scende dal 31% al 22,1%.

Aumenta invece la quota di quanti consumano alcol occasionalmente (dal 38,6% al 41%) e quella di coloro che bevono alcolici fuori dai pasti. Il consumo non moderato da parte dei genitori influenza il comportamento dei figli. Il 22,8% dei ragazzi di 11-17 anni che vivono in famiglie dove almeno un genitore ha un consumo di alcol che eccede le raccomandazioni ha anch’esso abitudini alcoliche non moderate. Il consumo di alcol viene spesso associato ad aumentato rischio di numerosi tipi

di

cancro

(mammella,

esofago

colon

e

fegato).Risulta fattore di rischio per il 5-6% dei nuovi casi di tumore al mondo ed è responsabile del 20% di tutte le morti da tumore (dati ASCO -Società Americana di Oncologia Clinica-). Tale legame è spesso

sottaciuto,

mentre

dovrebbe

essere

maggiormente evidenziato per far aumentare nei consumatori la consapevolezza del rischio a cui vanno


incontro. Dovrebbe spingere, dall’altro lato, i gestori di politica sanitaria pubblica (policy maker) a predisporre e porre in essere idonei interventi per limitarne il consumo, soprattutto fra i giovani ed i minori.

Consumi di frutta e verdura La dieta seguita in Campania è quella di un modello alimentare diffuso nel bacino del mediterraneo (dieta mediterranea). Essa fonda la sua origine di paradigma dell’alimentazione sana e corretta, sullo studio condotto dal fisiologo americano Keyes che ne ha dimostrati gli effetti positivi sulla salute delle persone. E’ caratterizzata da alimenti tradizionalmente consumati nei Paesi mediterranei tra cui, per esempio, cereali, frutta e verdura, olio di oliva, carne (in misura ridotta), pesce e latticini.

Negli ultimi anni purtuttavia la crisi economica ha cambiato profondamente

i consumi alimentari con

allontanamento sempre maggiore dagli alimenti costitutivi della dieta mediterranea, con riduzione ad esempio dei consumi di olio di oliva (-25%) di ortofrutta e verdure (-7%) di pane e pasta. In Italia circa 5 adulti su 10 consumano non più di 2 porzioni

al giorno di frutta e verdura,meno di 4 su 10 ne consumano 3-4

porzioni,mentre solo 1 su 10 ne consuma la quantità raccomandata dalle linee guida per una corretta alimentazione,ovvero 5 porzioni al giorno. La divaricazione geografica è chiara e mostra che l’adesione alla regola del 5 scende significativamente nelle Regioni meridionali (v. grafico). Le Regioni del Sud Italia ed in particolare Campania e Calabria risultano maglia nera per i consumi di frutta e verdura, pur essendo territori ad alta vocazione agricola. Ciò probabilmente per motivi storico culturali e sociali, ed anche per il progressivo abbandono della antica ricetta dei consumi alimentari tradizionali del sud, con l’ingresso di nuovi alimenti nella dieta (snack, merendine, fritturine, burger, kebab, panini, etc…..) ed i conseguenti fenomeni di ipernutrizione con eccesso di peso. I condimenti ed il sale Nel grafico successivo vengono riportate le risultanze fornite dall’Istat con l’indagine multi scopo del 2015, con la quale si esaminano alcune consuetudini alimentari della popolazione e la consapevolezza ad adottare comportamenti conseguenti, circa la necessità di non eccedere sull’uso del sale nella dieta.


Il sale (cloruro di sodio o sale da cucina) rappresenta la principale forma di sodio nell’alimentazione. Le evidenze scientifiche dimostrano che gli effetti negativi che il sale ha sulla salute sono indiscutibili, soprattutto riguardo al rischio di malattie cardio e cerebrovascolari. L’OMS raccomanda un consumo giornaliero di sale inferiore ai 5 grammi (circa 2 grammi di sodio).Il consumo eccessivo di sale è spesso associato ad una insufficiente assunzione di potassio, molto inferiore ai livelli raccomandati dall’OMS (>3,9 g.), dovuta principalmente ad un basso consumo di verdura, frutta e legumi.

Nell’ambito dei progetti Ccm “Minisal-GIRCSI” e “Meno sale più salute”, è stata realizzata dall’ISS

la determinazione del consumo di sodio e potassio

nella popolazione generale adulta italiana, i cui risultati sono a fianco riportati e dimostrano come in tutte le Regioni vi sia un eccesso di consumo di sale e come la Campania sia fra le prime, con un quantitativo doppio rispetto a quello raccomandato.

Il Sovrappeso e l’Obesità L’eccesso ponderale è una caratteristica che si manifesta con maggiore frequenza al crescere dell’età, maggiormente fra gli uomini rispetto alle donne, ed è più rilevante fra le persone con difficoltà economiche e basso livello sociale e di istruzione. La forbice geografica è chiara e mostra livelli crescenti di persone in sovrappeso o obese a mano a mano che si scende dal Nord al Sud Italia.

Campania,Basilicata e Molise sono le Regioni con la maggiore prevalenza di persone in eccesso ponderale (1 persona su 2). Le ultime analisi in ordine di tempo non mostrano rilevanti cambiamenti nella quota di persone in eccesso di peso. Anzi in effetti il risultato dimostra che l’obesità si riduce al Centro-Nord e aumenta al Sud Italia.Inoltre lo studio PASSI evidenzia chiaramente che le persone in sovrappeso o obese sembrano insensibili rispetto al loro stato fisico e su quanto l’eccesso di peso possa influire in prospettiva sul loro stato di salute. L’indagine multiscopo dell’ISTAT e lo studio Passi dimostrano che i campioni esaminati per gli anni 2011-2014 e poi 2012-2015 ci portano a stimare che in Italia più di 4 adulti su 10 siano in eccesso ponderale, ovvero sovrappeso o obesi (Imc=25) e 1 adulto su 10 sia obeso (Imc = 30). Tale trend risulta ormai consolidato negli ultimi 15 anni. L’obesità dei genitori è un forte indice predittore dell’obesità dei figli. Se uno dei 2 è obeso, il figlio al 40% sarà probabilmente obeso; se sono obesi entrambi allora la percentuale sale al 70%. Particolare preoccupazione desta poi in Campania il fenomeno dell’obesità infantile. In Campania da diversi anni è attivo un programma di sorveglianza sull’obesità infantile denominato “Okkio alla Salute”. Ebbene esso ha sostanzialmente certificato che mentre in Italia i bambini sovrappeso sono il 20,9%, quelli obesi il 7,6%,gli


obesi severi il 2,2%, in Campania invece i valori rispettivamente sono 28,6%, 13,7%, 5,5%. Ovvero circa il 47% dei bambini presenta un eccesso di peso (1 su 2).

L’attività fisica Svolgere una regolare e continua attività fisica, oltre a mantenere fisicamente il peso forma, è una condizione privilegiata che consente di prevenire moltissime malattie croniche dismetaboliche e cardiovascolari (iperglicemia e diabete, ipertensione, cardiopatie ischemiche, scompenso cardiaco). Dalle ultime ricerche essa sembra fornire una valida tutela ed uno scudo contro numerosi tumori di vari organi e apparati (cancro al seno ed al colon,endometrio,prostata e polmone). L’inattività fisica è stimata come la principale causa di circa 2025% dei casi di cancri al seno e al colon,il 27% dei casi di diabete e circa il 30% di casi di cardiopatia ischemica. L’esercizio fisico aerobico non richiede naturalmente sforzi intensi ma piuttosto continuità e costanza, https://fermindin.blogspot.it/2017/06/lattivita-fisica.html. E’ sufficiente svolgere anche adeguate attività che rientrano nel quotidiano, per rimanere in buona forma fisica (camminare con lunghe passeggiate, correre,andare in bici, ballare, fare lavori domestici..etc). Anche se le varie forme di esercizio fisico possono variare in rapporto alle singole persone, gli standard dell’OMS nelle raccomandazioni di attività per la conservazione del benessere fisico prescrivono sedute settimanali di almeno: 60 minuti al dì di attività per i minori 150 minuti alla settimana per gli adulti fino a 65 anni in 2 o 3 sessioni settimanali identico minutaggio anche per gli ultrasessantacinquenni alternato eventualmente con attività legate al rinforzo del senso di equilibro. I cardiologi europei ed americani consigliano di totalizzare 10.000 passi al giorno (circa 7 km) ovvero camminare, anche se in maniera non continuativa per 2 ore al giorno. Per misurare l’efficacia dello sforzo si fa riferimento alla soglia anaerobica da raggiungere e MFC ( Frequenza cardiaca massima), che viene data dalla formula : [220-età] che ad e. per un cinquantenne è 170 (F.M da raggiungere nell’attività è pari all’85-90% della massima= 136/153).

Nel Sud ed in Campania in particolare, secondo i dati del Rapporto Osservasalute 2013 si rileva un notevole divario rispetto alle Regioni del Nord, per la quota di praticanti attività sportive. Anche la semplice pratica di qualsiasi attività fisica fa registrare un divario crescente dal Nord al Sud Italia. In definitiva nella maggior parte delle Regioni del Sud più della metà delle persone non pratica sport nè svolge attività fisica come si può rilevare dalla cartina della sedentarietà che pone in vetta nell’ordine: Basilicata, Calabria e Campania.

L’Assistenza agli Anziani L’invecchiamento della popolazione italiana è uno dei

fenomeni socio-demografici dei nostri tempi, con

importanti implicazioni in ambito sociale, culturale ed economico. Ad oggi, oltre il 21% della popola​zione italiana ha 65 anni o più, ben 13,2 milioni di anziani in termini assolu​ti, di cui la metà (6,6 milioni) con più di 75 anni (ISTAT 2015)

Essa ormai rappresenta una vera e propria emergenza, sia da punto di vista della

sopravvivenza della popolazione, sia rispetto al carico economico che questo comporta, provocando effetti


rilevanti anche economicamente per il Servizio Sanitario. Dalla lettura dei dati riportati in un’indagine effettuata dal Ministero della Salute nel corso del 2013 scaturisce che il 48,7% della popolazione dai 65 ai 74 anni si dichiara affetta da almeno 2 malattie croniche e che tale percentuale sale al 68,1% se si considerano le persone con più di 75 anni di età. Inoltre, si stima che il 70-80% delle risorse destinate nel mondo all’assistenza sanitaria sia assorbito per la cura delle malattie croniche e che nel 2020 queste rappresenteranno l’80% di tutte le patologie. Il contrasto alla cronicità è obiettivo determinante inserito nella pianificazione regionale della Campania , come dalle indicazioni del Patto della Salute 2014-2016 che sottolinea con evidenza il ruolo della medicina di iniziativa. Il paziente cronico è spesso rappresentato da una persona anziana affetta da più malattie le cui esigenze di assistenza scaturiscono non solo dalle specifiche condizioni cliniche ma, anche, dalle condizioni socio-familiari ed ambientali. L’invecchiamento della popolazione italiana come detto è uno dei più grandi fenomeni socio-demografici dei nostri tempi, con importanti implicazioni in ambito sociale, culturale ed economico.Come è stato già evidenziato in molti studi, il progressivo invecchiamento della popolazione non può dirsi in alcun modo concluso e si stima che la componente di ultrasettantacinquenni raggiungerà il suo picco (intorno al 20-26% sulla popolazione totale nelle singole regioni italiane) negli anni 2050-2060. Una conseguenza diretta di questo scenario è certamente l’aumento (almeno in termini assoluti) di quel segmento di anziani con bisogni sanitari e socioassistenziali che necessitano assistenza di tipo continuativa (Long-term Care, LTC). Un recente lavoro dell’ISTAT (2014) ha prodotto stime aggiornate del numero di anziani con limitazioni funzionali che necessitano di cure e assistenza (v.grafico). Nel 2013, si stima che circa 2,5 milioni di anziani avessero limitazioni funzionali, con picchi significativi al Sud (Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia) e tassi più bassi nel Nord Italia. In particolare, le limitazioni più frequenti ovunque erano quelle delle attività della vita quotidiana (Activities of Daily Living, ADL) (1,6 milioni di anziani, tasso nazionale del 12,8%), con, a seguire, quelle relative a movimento (1,3 milioni, 10,2%) e confinamento (1,2 milioni, 9,4%). Importante nella Assistenza a domicilio degli Anziani è il ruolo fondamentale del caregiver familiare. Dall’esame delle informazioni ISTAT e del Rapporto assistenza agli Anziani a cura del N.N.A (Network Non Autosufficienza) emerge che a fronte di una porzione del 5,8% della popolazione nazionale coinvolta nell’aiuto individuale di altre persone (per circa 16 ore mensili), il tasso di ‘assistenza familiare’, è particolarmente più alto in alcune regioni del Nord (Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Veneto) e del Centro-Sud (Lazio, Sardegna). Mentre molte Regioni del Mezzogiorno, e fra esse in primis la Campania, dove ci si attenderebbero valori più alti, per il maggior ruolo che in genere al Sud assolve il contesto familiare, lo stesso tasso “assistenza familiare” è sotto la media nazionale (Basilicata, Campania, Molise, Puglia, Umbria). In Regione Campania la percentuale di soggetti anziani con gravi limitazioni funzionali è molto alta 25,2%, a fronte di una media nazionale del 19,8 %.La Campania a la quarta Regione dopo Puglia, Sicilia e Sardegna. Il numero di posti per assistenza agli anziani ultrasessantacinquenni viceversa è molto basso. L’indagine dell’ISTAT su Presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sa​nitari rappresenta la fonte principale per andare ad analizzare i servizi residenziali forniti ad anziani non autosufficienti in strutture quali, ad esem​pio, le residenze sanitarie assistenziali (RSA) e le residenze protette (RP) . Confrontando l’offerta di posti letto


tra il 2010 e il 2012, si evidenzia come praticamente tutte le regioni italiane siano state percorse

da

un

trend

negativo,

frutto

probabilmente di politiche tese a favorire la permanenza a casa dell’anziano, piuttosto che la sua istituzio​nalizzazione. In generale, il numero medio di posti letto ogni 100 anziani è di 2,3, in calo dello 0,2 rispetto al 2010. Sebbene il Nord Italia mantenga una media di posti letto superiore al Centro-Sud (2,9-4,5% contro 0,61,7%, ad ec​cezione delle Marche), ovunque si registrano cali significativi. La Campania in ogni caso mostra la più bassa percentuale di anziani ricoverati in Strutture residenziali 698,1 x 100.000 anziani (in Italia sono in media 2193,4 anziani ricoverati) che in parte è direttamente legata alla scarsità di dotazione di posti letto, in altra parte è legata probabilmente alla consuetudine per il sud e la Campania di trattenere gli anziani, anche se non autosufficienti, in famiglia.

% Anziani in ADI

Non migliori sembrano essere gli standard di assistenza domiciliare nella Campania che sconta, anche qui, un ritardo rispetto alle altre Regioni. Infatti il dato medio in Italia è di 121,66 assistiti x 10.000 residenti, rispetto al 63,94 x 10.000 della Campania (dati 2013). L’Assistenza ospedaliera In Campania il tasso di ospedalizzazione è ancora elevato. Prendendo in esame come indicatori le complicanze di alcune patologie croniche diffuse (BPCO, diabete, scompenso cardiaco) e osservando i tassi di ricovero si nota come

la Campania ha la percentuale più elevata di ricoveri 444,87 x 100000, anche se in lieve

miglioramento, come nelle altre Regioni d’Italia, per la numerosità dei ricoveri rispetto al 2014:

Il tasso di ospedalizzazione ordinario e diurno x 1000 abitanti risulta molto elevato anche a causa della componente di ricovero diurno di tipo diagnostico, che raggiunge il valore 14,84 nello score della valutazione LEA, quasi 3 volte il valore medio nazionale.Il valore è dato da: (n° dimissioni diurne di tipo diagnostico/popol.res.x 1000).

Anche relativamente all’appropriatezza dei ricoveri negli anni dal 2010 al 2012 in Campania, come da tabella, vi è stato un

elevato scostamento rispetto al dato medio nazionale per i DRG (+28% in più) a rischio

appropriatezza, sia sui versanti dell’ inappropriatezza clinica, sia sulla inappropriatezza organizzativa e per giornate in più x rischio.


Anche negli anni dal 2012 al 2015,in Campania, vi è un elevato scostamento rispetto al dato medio nazionale per i DRG a rischio appropriatezza (0,27). I dati relativi ai ricoveri a rischio inappropriatezza dal 2012 al 2015 (allegato B del Patto della Salute 2010-2012) riportati nella tabella a fianco (determinati dal rapporto fra i ricoveri con uno dei 108 DRG a rischio inappropriatezza/ sui ricoveri con DRG non a rischio in regime ordinario) denotano, in valori assoluti anche nel 2015, livelli molto elevati in Campania.

Rispetto poi all’indicatore dei parti cesarei primari, oggetto anch’esso di verifica dei Lea, i risultati sono anche qui penalizzanti per la Campania.

Le performances prodotte risultano assai differenti rispetto alle altre parti d’Italia; infatti si evidenzia che 1 parto su 2 in Campania è di tipo cesareo, con trend in leggera diminuzione, rispetto ad esempio ad 1 su 5 della prov. di Bolzano ed a 1 su 4 della Calabria. Considerazioni conclusive e finali La fotografia che emerge dalla indagine di valutazione dei LEA è quella di una sanità regionale con poche luci e molte ombre. Essa è sbilanciata sull’assistenza ospedaliera, che declina in maniera prevalente il paradigma della medicina dell’attesa, mentre il territorio che è il fulcro e l’idea portante delle nuove tendenze della medicina di iniziativa proattiva, rimane purtroppo notevolmente indietro. Rappresenta un’ area ed un ambito sussidiario ed ancillare, a differenza di altre realtà italiane, dove ha avuto notevole sviluppo. Solo spostando il focus dall’assistenza ospedaliera

all’assistenza territoriale, con interventi non solo normativi ma anche con

investimenti economici, individuandola come il baricentro dell’assistenza sanitaria, si potrà riuscire ad attuare compiutamente quegli interventi di riorganizzazione e rimodellamento programmati. Peraltro sono interventi di riorientamento delle Cure Primarie (UTAP,AFT,UCCP,Hosp. di comunità),di cui spero di parlare più diffusamente in futuro, normati da tempo nelle norme statuali (Decreto Balduzzi, PSN, Accordi collettivi nazionali Continuità assistenziale,Medicina generale,Pediatria di base, Specialistica ambulatoriale….), e regionali (Piani regionali di Prevenzione,Piano di Programmazione dell’Assistenza territoriale,Linee di indirizzo sociale e sanitaria per l’assistenza agli anziani,Piano oncologico regionale….).Tutti questi interventi si esplicitano come driver della medicina d’iniziativa e si rivolgono a figure professionali e segmenti di attività che ricoprono anche, e forse soprattutto, la importante funzione di presidio di medicina preventiva e di filtro verso l’Ospedale, per un livello più qualificato ed appropriato di assistenza sul territorio e di gestione degli ammalati cronici LTC (Long term care). Al fine di rendere efficace e di migliorare gli esiti, il servizio sanitario campano dovrà essere in grado di adottare un modello di assistenza orientato alla promozione attiva della salute e al rafforzamento delle risorse personali, familiari e sociali, lasciando al solo ospedale l’adozione del ” paradigma dell’attesa”, ovvero quel modello di assistenza ad elevati ed adeguati standard ed intensività, che si attiva in presenza di un evento patologico. Quindi una inversione completa rispetto all’attuale offerta assistenziale. Resta immodificabile il principio che per avere una sanità efficiente e sostenibile occorre che essa sia “efficace” in termini di miglioramento delle condizioni di salute, di educazione sanitaria, di una migliore sopravvivenza, di una migliore qualità di vita e che operi sistematicamente

nella prevenzione delle malattie dei soggetti a rischio. Il discorso è ancora più


stringente in Campania visti anche i dati di mortalità che la vedono con un tasso di mortalità molto alto, del 22% in più rispetto a quello della media italiana (v. grafico). Ormai molti studiosi dei sistemi sanitari hanno dimostrato che i servizi sanitari che maggiormente sono orientati a “forti” cure primarie, con un corretto inquadramento dei setting assistenziali (linee guida, PDTA, attenzione ai processi di cura) ed orientati alla prevenzione (medicina d’iniziativa), garantiscono outcomes di salute ed equità di accesso alle cure superiori ai sistemi che hanno il proprio core nella Funzione Ospedaliera. Essi si dimostrano, anche per la prossimità all’ammalato dell’ambito di

cura,

produttori di elevata soddisfazione del cittadino, con costi più bassi. Risulta quindi necessario e non più rinviabile l’attuazione dei vari Piani di assistenza in Campania, molti dei quali ancora al palo, per rimodulare l’offerta assistenziale territoriale e la sua integrazione con l’Ospedale, sviluppando i nuovi modelli organizzativi delle cure primarie che siano in grado di consentire il salto di qualità con il passaggio da cure segmentate, frammentarie e senza visione d’assieme ad un modello di cura coordinato ed efficace con globalità dell’approccio alla persona posta al centro del sistema.Modus operandi teso ad interventi preventivi, e a superare l’attuale modalità individuale, non socializzata e autoreferenziale dei singoli professionisti, che tuttora continuano l’attività stand alone senza alcuna interconnessione fra di essi e fra i vari livelli di cura. Balza evidente a tale proposito la necessità di strumenti di elevata integrazione orizzontale e verticale quali i percorsi diagnosico terapeutici su di un comune e condiviso sistema informativo, onde rendere gli interventi univoci, coordinati,non ripetitivi e condivisi, finalmente efficaci e ad elevato impatto in termini di miglioramento della salute della qualità di vita e di una maggiore durata di essa. F.Minieri Medico Esperto Area Clinico/Organizzativa/Epidemiologica/Sociale dell’ Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali)

© Copyright All rights reserved Annunci

Di tanto in tanto, alcuni dei tuoi visitatori potrebbero vedere qui un annuncio pubblicitario Puoi nascondere completamente questi annunci pubblicitari eseguendo l'aggiornamento a uno dei nostri piani a pagamento.

AGGIORNA ORA

Condividi:

IGNORA MESSAGGIO


 Pubblicalo Reblog

 E-mail

 Twitter

 Facebook

3

 Google

 WhatsApp

Mi piace

Di' per primo che ti piace.

Questa voce è stata pubblicata in politica sanitaria. Contrassegna il permalink.

blogsanità.com Blog su WordPress.com.

I lea 2015 in campania  blogsanità com  
I lea 2015 in campania  blogsanità com  
Advertisement