Maria Antonietta Potsios - mapotsios@eidosmedia.ch
Eleonora Valli evalli@eidosmedia.ch
Hanno collaborato a questo numero
Ettore Accenti, Michele Barchi, Alessandro Beggio, Marco Betocchi, Ignazio Bonoli, Mathias Früh, Sergio Galanti, Simona Galli, Stefan Klauser, Zulay Menotti, David Mülchi, Frank Pagano, Stelio Pesciallo, Matteo Ramenghi, Lilly Sciolli, Thomas Zara Progetto e coordinamento grafico Veronica Farruggio grafica@eidosmedia.ch
Logistica e amministrazione amministrazione@eidosmedia.ch
Chiusura redazionale: 21 giugno 2024
Editoriale
Il Vecchio e la maratona
Montblanc
Stilografica
Solitaire LeGrand
Meisterstück
l’estate all’insegna dei Giochi è ormai iniziata, e già da qualche settimana, con l’Europa come sempre al centro, e anche in questo caso in senso geografico, e non solo politico. Del resto le sfide sono molte e di nuove ne vanno affiorando. È così che, accanto agli annunciati Giochi olimpici, Parigi 2024, sempre in Francia si tiene un’altrettanto importante partita politica, e poco distante, a Bruxelles, una terza, forse ancor più decisiva, con la quarta, gli Europei di calcio, che presto si chiuderanno.
Quale la più decisiva? Non è scontato, a dipendenza del risultato si sarà sempre in tempo per millantare capacità previsionali che nemmeno il più arguto degli economisti e il più sprovveduto dei meteorologi mai si sognerebbe. Del resto ‘del doman non v’è certezza’, come il Magnifico può a buon diritto rivendicare di aver scritto in tempi non sospetti.
Sono dunque tutti questi Giochi il cuore dell’edizione estiva di Ticino Management, seppur con un’intonazione in prevalenza economica. Sono del resto pur sempre giochi, e in questo caso una vera maratona, quella che si delinea per il Vecchio Continente nei prossimi anni in termini infrastrutturali, Svizzera più che inclusa. L’Europa è il continente sì vecchio, e in più d’un senso, ma se vuole sperare di sopravvivere alle sfide del secolo deve cercare un minimo di rimettersi a nuovo, esplorando una dimensione che sia avanzatissima non solo sul piano produttivo, ma anche in ambito digitale ed energetico.
Se si parla di Giochi, non si possono ignorare quelli olimpici, alle porte, di cui anche la Svizzera del cronometraggio sportivo è protagonista. O quelli bancari, con il risiko pronto a ripartire. Ed è il caso di due realtà bancarie molto diverse, ma concordi nel leggere il presente.
Da ultimo un pensiero al Cavaliere, a un anno dalla dipartita: un ‘attaccante’ che nello Sport come nella Politica ha sempre puntato al podio, con la convinzione che vincere sia bello, ma con l’applauso sia meglio. Uno spunto.
Federico Introzzi
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Il Lego europeo
La questione infrastrutturale torna di prepotenza sul tavolo europeo, e la Svizzera non è immune dal problema. Le necessità sono molte, e il tempo per decidere è scaduto, quando si aprono i cantieri e chi dovrebbe pagare?
Opinioni
12 Ettore Accenti. Il mercato dei semiconduttori, tra i più importanti del pianeta, è anche il più concentrato.
14 Stelio Pesciallo . L’acquisizione di Cs continua a sollevare diversi dubbi.
16 Ignazio Bonoli . I guai tutti elettrici svizzeri.
18 Michele Barchi (in foto). Il Tribunale federale allenta le maglie rispetto a una possibile disdetta del contratto di lavoro in caso di malattia e infortunio.
20 Matteo Ramenghi. Le materie prime sono il crogiolo delle economie moderne, e ci sono tutti i presupposti per credere che lo resteranno ancora per molto tempo.
22 Zulay Menotti. In Europa si è deciso infine di cambiare le norme sul diritto di asilo, e quindi sull’immigrazione. Il dibattito è stato lungo, quali i risultati?
Economia
36 Testimonianze. Sport e tecnologia sono un binomio sempre più saldo e forte, in cui anche l’Intelligenza Artificiale si sta ritagliando un ruolo. Cosa succederà?
42 Servizi. Il settore delle Life science si conferma tra i più competitivi, produttivi e dinamici, anche grazie alle prove della pandemia.
Da sinistra, Carlo Ratti, Responsabile del Senseable City Lab del MiT, Samuele Sordi, Chief Architect di Pininfarina, Luba Nikulina, Chief Strategy Officer di Ifm Investors, Morgane Delledonne, Head Invest. Strategy di Global X.
Osservatorio
81 Sfama. I fondi svizzeri agli inizi dell’estate.
82 Tematici (in foto, Rachele Beata). L’indotto dell’Ia presenta più opportunità della stessa. Come?
84 Azionario. La diversificazione è una risorsa che non dovrebbe essere dismessa.
85 Obbligazionario. Occhio alla curva dei tassi americani, i movimenti sono bruschi, ma importanti, ed è bene non rimanere spiazzati.
86 Tematici. La corsa dell’Ia può avere importanti conseguenze anche sull’industria finanziaria.
92 Alternativi. Guardando ai mercati di frontiera, il Vietnam è tra quelli più promettenti.
93 Azionario Le Pmi europee possono riservare le opportunità più interessanti del mercato.
Eureka
56 Associazioni . Anche la libera impresa ha bisogno di confronto
58 Start up. La mortalità infantile resta una piaga, a Schlieren potrebbero averla parzialmente piegata.
60 Sanità. I meccanismi di formazione dei prezzi dei farmaci funzionano?
62 Digitale. L’Ia è una minaccia per il mercato del lavoro, o solo un aiuto?
64 Universitari. La Blockchain e gli smart contract sono comprensibili?
65 Tendenze. Un nuovo modello di orologio testato per i lettori.
66 Crypto. Bitcoin, protocollo opensource difficile da modificare.
67 Digitale La tecnologia invade il settore dell’accounting. L’esito.
68 Ia. La Finanza è intelligente?
70 Digitale. Universo bancario: comunicare nell’era post segreto.
Questione di gusto p. 38
Tra irresistibile sfizio e alimentazione salutare l'industria dello snacking conquista nuove occasioni per uno spuntino.
A lato, Christoph Zweifel, Ceo di Zweifel Pomy-Chips.
La Quinta Svizzera p. 44
Uno svizzero su dieci vive all’estero, la maggioranza in età lavorativa. Una comunità da unire nel modo più efficace.
A lato, Arianne Rustichelli, direttrice dell’Organizzazione degli Svizzeri all’estero.
Un biennio in volata p. 76
Anche la boutique di un Gruppo bancario può ambire a grandi progetti, a patto di potersi garantire solide basi. I risultati lo suggeriscono.
A lato, Marco Tini, Presidente della Direzione generale di Axion Swiss Bank.
Finanza
88 Azionario. Perché i titoli di qualità sovraperformano il mercato nel lungo periodo? Non è ovvio.
89 Settori. Tecnologia e informatica stanno incidendo anche sugli equilibri del BioTech.
90 Macro. Cpi: sorprese in arrivo dagli Stati Uniti? Il ciclo non promette bene, meglio essere accorti.
Tra tempi e dati p. 46
Quando si parla di cronometraggi, e olimpici, si tende spesso a dimenticare che non è solo questione di tempo o secondi, ma anche di dati.
A lato, Alain Zobrist, Ceo di Swiss Timing.
Anche tailor made p. 50
Sono 46, i miliardi di possibili combinazioni per i suoi clienti e amatori. È tra le eccellenze dell’automotive mondiale, un caso?
A lato, Balasz Rooz, Direttore regionale Europa di Bentley.
Passioni e traguardi p. 72
Partito dalla Francia, giunto in Germania, un solido Gruppo bancario europeo guarda ora anche alla Svizzera con ambiziosi progetti.
A lato, Martin Liebi, Ceo di Oddo Bhf Switzerland.
100 Cinema. L’universo in stop motion di Claude Barras si disvela, fotogramma per fotogramma.
102 Arte. Gli effetti cromatici al centro delle tele dello svizzero Rafka.
104 Mostre. Parigi 2024, l'Olimpiade culturale ha raggiunto il suo apice.
108 Eventi. Bol d’Or a Ginevra è una regata che affascina da 85 anni.
110 Automotive. Il circuito cittadino di Monaco rimane il sogno di qualunque pilota. E appassionato.
Rubriche
10 Appuntamenti
112 Auto
Cover story
Le infrastrutture, e di vario genere, sono una delle priorità di Svizzera ed Europa. Ma come finanziarle?
Economia
Tutti gli articoli dedicati all’analisi di temi economici dalle aziende alla consulenza.
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La rubrica di approfondimento finanziario si amplia.
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La perfetta guida dell’internauta. Un vivace dialogo è iniziato, da un lato Ticino Management cartaceo dall’altro suo fratello minore digitale, l’obiettivo? Che siano sempre più connessi. Tra l’uscita di un’edizione e la successiva tutti gli articoli del cartaceo saranno pubblicati a cadenza regolare, insieme a contenuti studiati appositamente per essere nativamente digitali.
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Londra Anthony McCall: Solid Light
Pioniere del cinema sperimentale e dell’arte installativa, Anthony McCall (1946) è noto per le sue installazioni cinematografiche materiche in cui la luce proiettata è potenziata da una sottile nebbia che produce forme di luce solida, unendo video, scultura e disegno. I visitatori della mostra alla Tate Modern sono invitati a interagire con ciascuna delle quattro opere proposte, offrendo un incontro immersivo indimenticabile con altrettante tappe fondamentali della sua carriera.
Si inizia da Line Describing a Cone 1973 , che risale al periodo in cui l’artista, trasferitosi a New York, comincia a esplorare i confini tra scultura e film. Ispirato dal fascio di luce dei proiettori, ribalta le regole del cinema, invitando il pubblico a girarsi verso la fonte della luce invece di guardare lo schermo.
Verso la fine anni degli Settanta, McCall si ritira dal mondo dell’arte per tornarvi solo all’alba del nuovo millennio, attratto dal potenziale artistico che la tecnologia emergente promette. Le macchine per la nebbia e i nuovi proiettori digitali gli hanno permesso di realizzare forme più complicate, sperimentando le ‘onde viaggianti’ per trasformare le sacche di spazio all’interno delle opere di luce solida. In mostra è esposto l’ambizioso
Back 2003 Face to Face 2013 ne sviluppa ulteriormente le possibilità; le sue forme proiettate si incastrano tra loro, permettendo allo spettatore di guardare paradossalmente verso il proiettore e lo schermo per vedere l’impronta della forma in cui si trova.
La Tate Modern propone un viaggio immersivo nelle proiezioni luminose di Anthony McCall. A fianco, Solid Light Films and Other Works, 19712014, installazione proposta dall’Eye Film Museum, Amsterdam 2014.
La mostra culmina con una delle ultime opere dell’artista, Split-Second Mirror, 2018. Utilizzando uno specchio per interrompere un piano di luce, l’opera è forse la più visivamente complessa di McCall fino a oggi, spingendo ulteriormente le possibilità di reinterpretare lo spazio scultoreo grazie ai dispositivi cinematografici. A corredo filmati, fotografie e materiale d’archivio documentano la straordinaria pratica dell’artista.
Tate Modern Fino al 27 aprile 2025
Venezia
Willem
de Kooning e l’Italia
Quella delle Gallerie dell’Accademia di Venezia è la prima esposizione che esplora i periodi che Willem de Kooning (19041997) trascorse in Italia nel 1959 e nel 1969 e il profondo impatto che ebbero sul suo lavoro, testimoniato da 75 opere che ne fanno la più grande retrospettiva dell’artista mai organizzata in territorio italiano. In particolare, grazie all’osservazione diretta dei dipinti e delle sculture classiche ma anche al lavoro dei suoi nuovi amici artisti italiani, de Kooning trasse un nuovo modo di guardare e di dare vita al suo medium. Lo attestano ad esempio i suggestivi disegni Black and White Rome realizzati nel primo lungo soggiorno nella capitale nel 1959, presentati insieme a tre dei Pastoral Landscapes più noti, Door to the River, A Tree in Naples e Villa Borghese In uno spazio dedicato alla scultura si possono ammirare 13 piccoli bronzi creati dopo un incontro casuale con un amico scultore a Roma, primi esperimenti con l’argilla che portarono de Kooning a produrre un consistente corpus di opere a New York fra il 1972 e il 1974.
L’esposizione apre anche un dialogo tra pittura e scultura con i disegni degli anni ’60-70, fra cui i quattro eseguiti a Spoleto nel 1969, insieme a una selezione complementare di lavori intimi
La mostra Trembling Earth svela il ruolo centrale della natura nell’opera di Munch. Accanto una veduta dell’esposizione, con al centro Il Sole, 1910-11.
e gestuali. Il percorso si conclude con una selezione degli ultimi dipinti di fine anni ’80, in cui il linguaggio della forma tridimensionale viene trasfigurato in una nuova poesia astratta, tra le opere più sublimi di de Kooning, in cui riecheggiano accenni alla composizione barocca. Gallerie dell’Accademia di Venezia
Fino al 15 settembre
Oslo
Trembling Earth
Edvard Munch
dell’
Dopo aver registrato un record di visitatori quando è stata presentata al Clark Art Institute negli Stati Uniti la scorsa primavera e poi al Museo Barberini di Potsdam, la mostra Trembling Earth è arrivata a casa, in Norvegia, al museo che di Munch conserva l’opera. È la prima esposizione a mettere in evidenza il ruolo centrale della natura nell’opera del pittore che molti conoscono invece come ritrattista. Seppe però catturare le qualità uniche e la vita interiore di alberi, pietre, stagioni con la stessa profondità e originalità con cui dipingeva gli stati mentali delle persone. Nel corso del tempo, Munch ha sviluppato una visione personale del mondo in cui scienza, biologia umana, Terra e cosmo sono collegati in modo olistico.
I dipinti, le stampe e i disegni in mostra offrono un modo completamente nuovo di comprenderlo. Articolato in otto sale tematiche, il percorso culmina riunendo 11 prime versioni dei dipinti visionari creati per l’Aula dell’Università di Oslo, la sua più grande commissione di sempre. Nel 1913 espose diversi bozzetti in mezza scala, prima a Berlino e poi a Francoforte e Oslo, che lo aiutarono ad aggiudicarsi la commissione. È la prima volta in oltre 100 anni che questa ver-
su una cornice. La mostra comprende inoltre generosi prestiti di opere importanti e dipinti raramente visti da molte collezioni internazionali e norvegesi.
Munchmuseet Fino al 25 agosto
Lucerna Ugo Rondinone
Cry Me a River
Nonostante la sua carriera internazionale, Ugo Rondinone (1964), cresciuto a Brunnen, è ancora molto legato alla Svizzera centrale. Le sue opere sono caratterizzate dalla bellezza travolgente del paesaggio e dalla forza della natura. Il titolo della mostra Cry Me a River cita una celeberrima canzone: qui il ‘fiume’ si riferisce alla Reuss, che sgorga dal lago dei Quattro Cantoni, di fronte al Kunstmuseum Luzern, riportandolo a casa per questa mostra.
L’attenzione che dedica ai materiali nel suo lavoro è ereditata dal movimento noto come “Innerschweizer Innerlichkeit” (Interiorismo della Svizzera centrale), come per le sue figure di pietra, che sembrano seguire la tradizione dei cairn che segnano i sentieri di montagna, ma sono spogliate della loro funzione originale per occupare lo spazio come guardiani sovradimensionati che scrutano il pubblico.
In stanze dall’aspetto ascetico, l’artista si concentra su luce, suono e forma. Cavalli, pesci, uccelli, arcobaleni, sole, fulmini: i motivi di Ugo Rondinone sono semplici, diretti e accessibili. È proprio questa familiarità a dare forza alle sue opere.
Kunstmuseum Luzern
Fino al 20 ottobre
sione
Alma Mater viene srotolata
Ugo Rondinone, glorious light, 2023, bronzo, colore. L’artista svizzero torna a casa con la retrospettiva del Kunstmuseum Luzern.
Courtesy the artist, Galerie Eva Presenhuber, Mennour, Esther Schipper, Gladstone Gallery, Kukje Gallery und Sadie Coles HQ, Foto: David Regen
Il moderno oggetto del contendere? I semiconduttori, e chi li produce, ma anche dove. Ogni moderna tecnologia ne è infarcita, ma a produrli sono una manciata di aziende.
Le aziende chiave
La potenza elaborativa di ogni specifico chip dipende dalla capacità di ottimizzare una serie di punti critici per mantenerne la competitività: strumenti, sostanze chimiche e software sono monopolio di poche aziende e talvolta, come la litografia ultravioletta estrema, solo di una, a livello globale. Nessun altro settore dell’economia è così concentrato, tant’è che i chip provenienti da Taiwan, ad esempio, riforniscono il 37% delle nuove generazioni di chip nel mondo. Due aziende coreane producono il 44% dei chip di memoria. L’olandese Asml costruisce il 100% delle macchine di litografia più avanzate, le uniche in grado di permettere il passaggio dei fabbricanti dei semiconduttori di oggi alla futura tecnologia a due nanometri, macchine dal valore di centinaia di milioni di dollari. La quota del 40% dell’Opec nella produzione mondiale di petrolio è nulla in termini di oligopolio al confronto con i semiconduttori. La rete globale di aziende che produce annualmente un trilione di chip su scala nanometrica è un trionfo dell’efficienza, ma anche una spaventosa vulnerabilità poco percepita! Le interruzioni provocate dalla pandemia, che hanno ridotto le capacità produttive in diversi settori sono solo una modesta testimonianza, o forse un monito. Taiwan e la sua Tsmc si trovano su una faglia nota per i passati terremoti e anche se la fabbrica è realizzata con le migliori tecniche antisismiche al mondo, un terremoto come quello del Tohoku in Giappone del 2011 non la salverebbero. Anche l’incredibile catena di partecipanti alla produzione di un chip è unica nella storia dell’umanità, un esempio reale? Un chip progettato dall’azienda giapponese Arm, con sede nel Regno Unito, utilizza un gruppo di ingegneri distribuiti in California e in Israele che utilizzano a loro volta un software progettato negli Stati Uniti. Il chip finale viene inviato a Taiwan per essere prodotto in serie utilizzando wafer di silicio ultra-purificato e gas, acquistati in Giappone. Se uno qualsiasi di quei passaggi viene interrotto, l’approvvigionamento mondiale di nuova potenza elaborativa è a rischio. Nell’era dell’Ia, nonostante i dati siano il nuovo petrolio, senza i semiconduttori per elaborarli...
Ettore Accenti, esperto di tecnologia.
Blog: http://bit.ly/1qZ9SeK
A reggere le sorti del settore più critico per le economie moderne, una vecchia di legge, quella di Moore.
Al lettore il titolo potrà sembrare alquanto strano, ma non è così. I tre argomenti indicati sono oggi assolutamente interconnessi. Avendo vissuto tutto il periodo dello sviluppo della tecnologia dei semiconduttori, oggi indicata frequentemente come il mondo dei chip e microchip, non ho dimenticato quando, verso la fine della guerra in Vietnam, i militari americani esultarono per essere riusciti a distruggere il ponte Thanh Hóa nel Nord Vietnam. I piloti dell’aereonautica avevano cercato di abbattere quel robustissimo ponte in cemento armato sganciando centinaia di tonnellate di bombe senza mai riuscire a scalfirlo seriamente.
Fu quando la Texas Instruments realizzò i primi puntatori laser che con una sola bomba quel ponte fu abbattuto e il fatto lo ricordo bene perché fu riportato sulle riviste tecniche dell’epoca sottolineandone la complessa struttura elettronica basata sui semiconduttori di nuova generazione. Negli anni Ottanta, quando collaboravo con Intel e frequentavo la Silicon Valley, partecipai alle numerose riunioni in cui il dramma della agguerrita concorrenza giapponese sembrava dovesse inesorabilmente distruggere le aziende di semiconduttori americane, per la loro elevata qualità unita al basso prezzo.
Fu in quel periodo che il Governo statunitense, spinto dai produttori, impose altissime tariffe doganali su buona parte di
Secondo la legge di Moore, ogni due anni il numero di transistor presenti all’interno di un chip si moltiplica di circa due volte, dunque raddoppia, ma per quanto proseguirà?
Il mercato
Per il 2023 Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) ha raggiunto il primo posto con un fatturato di 69,3 miliardi di dollari, al secondo posto Intel a 54,23 miliardi, Nvidia medaglia di bronzo con 59 miliardi; a seguire Samsung, ‘ferma’ a 51 miliardi. L’Europa insegue, ma si tiene ben lontana da quei numeri!
Su base nazionale, nel 2023 i fatturati del settore in miliardi di dollari risultano essere: Taiwan 69; Stati Uniti 208; Sud Corea 130; Giappone 47; Europa 57.
Per l’anno corrente 2024 si prevede un fatturato globale di 611 miliardi, in crescita annua del 16%, e precisamente: Stati Uniti +25%; Asia +17%; Europa +0,5%.
quei componenti, fatto che spinse molte aziende di sistemi occidentali, americane e non, a farsi assemblare sottosistemi utilizzando quei componenti in estremo oriente, a Taiwan, oggi in contestazione anche per essere diventata un produttore mondiale chiave di tali tecnologie.
Guardando a tutti gli eventi del mondo dei semiconduttori si è passati dal circuito integrato del 1958 con pochi componenti, al primo microprocessore sviluppato nel 1971 da Intel contenente poco meno di tremila transistor ai chip di oggi con ben oltre 10 miliardi di transistor… e non è finita! La famosa legge esponenziale di Moore con chip da 2 nanometri previsi per l’anno prossimo ci dice che ne conterranno fino a 50 miliardi e alimenteranno nuovi formidabili smartphone e sempre più performante intelligenza artificiale, oltre che formidabili armi in grado di colpire in modo autonomo.
Come la disponibilità d’acciaio è stata la base della produttività militare della Prima e della Seconda guerra mondiale, da tempo la stessa, e forse maggiore, importanza si è spostata sui semiconduttori:
Questione ucraina
La guerra in Ucraina, oltre ad essere un’altra delle assurde guerre locali in cui dalla fine della Seconda guerra mondiale ci si impegna per non perderne l’abitudine, è diventato un campo di test per ogni tipo di tecnologia da parte dei contendenti dove i semiconduttori la fanno da padroni. Chiarissima a questo proposito è la pressione degli Stati Uniti verso la Cina per impedire a quest’ultima la fornitura alla Russia di qualsiasi prodotto, anche civile, che contenga semiconduttori trasferibili al campo di battaglia. Questo in aggiunta alle già molte limitazioni imposte dagli Stati Uniti all’esportazione in Cina di semiconduttori avanzati.
Geopolitica e Guerre quindi ne devono tenere grande conto.
A differenza del passato, quanto è accaduto per l’industria dei semiconduttori e che accadrà nel futuro è tutt’altro che chiaro. Con una certa quantità di acciaio si possono facilmente fare calcoli su quanti carrarmati e cannoni si possono costruire in un certo periodo di tempo, ma con i semiconduttori non è così: una piccola isola ai confini della Cina può tenere in scacco l’intero mondo con una sola fabbrica! E attenzione, quella fabbrica non è duplicabile facilmente altrove!
Naturalmente la si può distruggere, e qui sta tutta la questione oggi non ben chiara a molti; è questo il punto che diventa una complicazione enorme per gli studiosi di geopolitica e anche per gli estensori dei piani di guerra.
Il motivo profondo di questa strana situazione è molto semplice: la legge di Moore e le sue implicazioni. Semplificando molto, se con un ingente investimento un Paese riproducesse in tre anni la taiwanese Tsmc potrebbe anche riuscirci, solo che la nuova fabbrica risulterà arretrata di
tre anni rispetto la Tsmc che nel frattempo avrà proseguito il suo sviluppo secondo la legge di Moore, e qui sta il punto.
La nuova arma ‘semiconduttore’ non dipende da fattori quantitativi, ma qualitativi, esattamente come uno smartphone di oggi è incomparabilmente superiore rispetto a uno prodotto tre anni fa.
Nella storia dell’umanità non si trova alcun prodotto che abbia avuto la pervasività dei componenti elettronici realizzati con silicio che sottostanno a uno sviluppo esponenziale. E non solo la geopolitica ne è influenzata, la riduzione della produzione di chip durante il Covid ha messo in crisi l’industria mondiale dell’auto, e non sarà facile per l’Europa risolvere il problema nonostante ingenti investimenti.
Non esiste arma che non sia piena di semiconduttori e che non ne richieda sempre di più complessi e intelligenti e le malaugurate guerre in corso ne forniscono una chiara evidenza.
La contesa tra Stati Uniti e Cina in quest’ambito, quindi, non è solo una questione di mercato, ma di controllo dell’intero pianeta e/o delle aree d’influenza.
Interrogativi di una fusione
La ripresa del Cs da parte di Ubs apre molti interrogativi sulla concentrazione di determinati servizi che potrebbe pregiudicare la concorrenza in determinanti settori della attività bancaria.
Tutti ricordano come la ripresa del Cs da parte di Ubs del marzo 2023 sia stata dettata da una decisione congiunta del Consiglio federale, della Banca Nazionale e della Finma al fine dichiarato di scongiurare una crisi del sistema finanziario non solo svizzero ma anche internazionale.
In quel frangente la Finma, irritualmente, aveva assunto anche la posizione della Commissione federale sulla concorrenza (CoCo) per sanzionare la ripresa anche dal punto di vista di questa commissione che, di regola, interviene qualora operazioni coinvolgenti più attori del sistema economico elvetico possano condizionare sfavorevolmente la concorrenza.
La decisione delle nostre autorità politiche e finanziarie era stata adottata al di fuori di un normale iter legislativo ricorrendo al diritto di urgenza (Notrecht) che abilita il governo a intervenire per diritto proprio con una decisione insindacabile e direttamente applicabile in caso di necessità e qualora l’interesse generale lo richieda. Ad accompagnarla importanti incentivi al fine di facilitare la ripresa da parte di Ubs, quali l’omologazione di un prezzo di ripresa molto favorevole, la concessione sempre a Ubs di una linea di credito miliardaria e di garanzie, insieme all’annullamento da parte della Finma delle obbligazioni Tier 1 che ha provocato l’apertura nei confronti di quest’ultima - e quindi della Confederazione - di un procedimento giudiziario da parte degli obbligazionisti presso il Tribunale amministrativo federale.
La decisione, lo ricordiamo, è stata parecchio controversa per il fatto che ancora alcuni giorni prima la stessa Finma aveva dichiarato essere il Cs sufficientemente capitalizzato (il che non aveva impedito
il travaso di ingenti fondi della clientela già dall’ottobre dell’anno prima), ma soprattutto per il fatto che le nostre autorità avevano rinunciato a due possibilità che si sarebbero aperte anche qui facendo capo allo stesso diritto di urgenza : o con una temporanea ripresa della banca da parte della Confederazione dando vita a una procedura di risanamento che avrebbe potuto rimettere la banca sul mercato oppure scindendo la banca svizzera del Cs, fondamentalmente sana, rendendola indipendente dalla casa madre e, soprattutto, dal suo ramo critico dell’Investment Banking. Preservando in tal modo uno dei più anziani e blasonati istituti elvetici e garantendo la concorrenza nel mercato finanziario.
Nei giorni scorsi la Finma ha sanzionato definitivamente la ripresa del Cs da parte di Ubs rendendo noto il rapporto redatto l’anno scorso, con data 25 settembre 2023, da parte della CoCo e comunicando però che secondo lei questa ripresa non presenta criticità dal punto di vista del diritto sulla concorrenza, non imponendo quindi condizioni, seppur riconoscendo che Ubs ha potuto così afforzare in determinanti segmenti di mercato la sua posizione di player globale.
La lettura di questo circostanziato rapporto della CoCo evidenza per contro alcune criticità che in altre circostanze, non dettate quindi dal pericolo di una crisi del sistema finanziario, avrebbero potuto giustificare la non approvazione della transazione da parte della CoCo o, quantomeno, un’approvazione legata al rispetto di condizioni atte a non pregiudicare il diritto di concorrenza e, di converso, i diritti del consumatore.
Secondo la CoCo la ripresa da parte di Ubs del Cs senza limitazioni o condi-
Stelio Pesciallo, avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano.
zioni pregiudicherebbe la concorrenza in determinati settori della attività bancaria svizzera.
Mentre nel settore Retail (rapporti con la piccola clientela) con la fusione non sussisterebbero particolari criticità dal punto di vista della concorrenza, è quella nel settore dell’Asset Management che verrebbe pregiudicata con la concentrazione in un player importante come Ubs. Da qui il consiglio da parte della Coco alla Finma di sorvegliare da vicino soprattutto i prezzi della Global Custody e di notificare al sorvegliante dei prezzi un’evoluzione pregiudizievole per il mercato.
Ma è soprattutto nel settore dei crediti commerciali (Corporate Banking), nel quale il Cs eccelleva, che la CoCo rileva criticità, in quanto in diversi segmenti di clientela non si prospettano valide alternative a quanto può offrire Ubs; da qui il consiglio di sorvegliare i prezzi, le commissioni e i margini soprattutto nel settore dei crediti aziendali, dei crediti all’esportazione, delle operazioni di pagamento e dei prestiti in franchi.
Tutto ciò dimostra che per la CoCo la fusione Ubs-Cs avrebbe potuto o potrebbe pregiudicare il libero gioco della concorrenza in determinanti settori della attività bancaria.
A tal proposito come non ricordare che con la fusione nel 1998 di Ubs con la Società di Banche Svizzere (Sbs) la CoCo aveva imposto tutta una serie di condizioni all’operazione, anche se allora la presenza concomitante del Cs era già di per sé stessa una garanzia per la libera concorrenza?
Allargare gli orizzonti
Guardando all’immediato futuro il sogno autarchico di una Svizzera elettricamente indipendente è tramontato ormai da diverso tempo. Tanto vale fare un bagno di realtà.
Nella votazione popolare dello scorso 9 giugno, il popolo svizzero ha accettato, con quasi il 70% di voti favorevoli, la legge federale su un approvvigionamento elettrico sicuro. Tema estremamente importante dopo le difficoltà degli ultimi tempi, che hanno provocato un aumento della dipendenza dall’estero. Il sistema svizzero è basato essenzialmente sulle centrali idroelettriche, completato in modo sempre più necessario da altre fonti. Tra queste spicca la produzione delle centrali nucleari, che tocca ancora punte del 30%. Come altri Paesi, la Svizzera ha deciso un suo progressivo abbandono, ora in discussione. Questo ha fatto aumentare l’importazione dalla Francia, Paese che punta invece su un suo aumento.
In Svizzera, da tempi immemorabili, si è invece puntato sulle fonti idrauliche, per cui il Paese è costellato da dighe e bacini di accumulazione. Il limite principale è dipendere fortemente dalla stagionalità. Il forte aumento dei consumi ha sempre più evidenziato la necessità di disporre di alternative. Ma oggi la Svizzera può contare sempre meno sul mercato europeo, mentre in passato poteva compensare le minori produzioni invernali (importazione) con le maggiori estive (esportazione).
È in questo quadro che si è svolta la votazione del 9 giugno, per la quale il popolo ha mostrato di capire l’importanza della problematica in gioco. Tant’è vero che il nuovo Consigliere federale responsabile del problema energia ha dovuto difendere la posizione del Governo e del Parlamento perfino contro le opposizioni del suo partito. Forte di questo risultato ha subito precisato la necessità di snellire le procedure per giungere alla realizzazione di molti progetti già in corso. Tra questi
il sostegno alle rinnovabili (fotovoltaico ed eolico), senza escludere il nucleare, soprattutto se si attueranno le nuove forme di produzione.
Uno dei motivi dell’opposizione di sinistra e verdi era proprio, accanto a un’accelerazione dell’abbandono delle energie fossili, l’uscita dal nucleare, per il momento non prevista dalla nuova legge, mentre a destra si è rimproverato al progetto di legge proprio il fatto di non prevedere anche la produzione di fonti nucleari. In ogni caso, uno degli obiettivi principali della legge è quello di risolvere (o ridur-
«Il mix energetico svizzero è basato essenzialmente sull’idroelettrico, completato in modo sempre più necessario da altre fonti. Tra queste spicca il nucleare, che tocca ancora punte del 30%. Come altri Paesi, la Svizzera ha deciso un suo progressivo abbandono, ora in discussione»
re) il problema dell’approvvigionamento elettrico durante l’inverno. Entro il 2040 si dovranno perciò aumentare le produzioni di corrente da fonti rinnovabili, di cui due terzi con la tradizionale fonte idroelettrica. Sono, infatti, già in corso d’opera alcuni progetti di innalzamento di quattordici delle dighe attuali, che aumenteranno la capacità dei bacini, a cui ne verranno aggiunti due.
Dal canto suo, il responsabile dell’energia non ha mai escluso un utilizzo del nucleare e per questo si sta studiando la possibilità di aumentare la durata previ-
Ignazio Bonoli, economista.
sta delle centrali. D’altro canto la legge approvata parla di produzioni di “energia elettrica rispettosa del clima” tra le quali rientra anche il nucleare. Non solo, ma un’iniziativa del centro destra e degli ambienti economici chiede esplicitamente l’uso di energia da fonte nucleare, sottolineando che gli sviluppi tecnologici in campo nucleare potrebbero anche risolvere il grave problema delle scorie. Sul fronte opposto una fondazione ha definito un rilancio del nucleare “sabotaggio ai danni delle rinnovabili”.
Anche i Verdi hanno lanciato una nuova iniziativa per l’energia solare, chiedendo di favorire la posa di pannelli fotovoltaici un po’ ovunque, escludendo solo i monumenti storici. Così si riuscirebbe a coprire più dell’attuale fabbisogno elettrico.
A pochi giorni di distanza dal voto la gara per il futuro energetico in Svizzera è ripresa con pieno vigore sul piano politico, sul piano della realizzazione ci vuole, però, più tempo. Se per una nuova centrale nucleare ci vorranno almeno due decenni, per gli altri progetti il cammino non è molto più corto. I tempi della Politica sono sempre lunghi, ma poi devono tener conto anche dei ricorsi, già in atto, anche contro l’innalzamento delle dighe. Ma vi è anche un altro aspetto importante: quello degli accordi bilaterali con l’Ue. Tra questi vi è anche un accordo per il mercato elettrico europeo. In attesa il Parlamento ha chiesto di firmare accordi ‘tecnici’ per assicurare l’approvvigionamento. Nonostante tutto, il futuro prossimo dell’energia elettrica in Svizzera non potrà essere ‘autarchico’, per cui un allargamento degli orizzonti è indispensabile.
Nessuna visione è troppo grande
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Know You Can
Ancora malato? Licenziato!
La ‘nuova’ giurisprudenza del Tribunale federale indebolisce la protezione del lavoratore contro la disdetta in caso di malattia e/o infortunio.
Il diritto non è statico. Nella maggior parte dei casi viene modificato con l’approvazione di nuovi testi legali (pensiamo per esempio all’introduzione del salario minimo in Ticino). Talvolta viene leggermente adattato dai giudici federali di Mon Repos al fine di tenere conto di situazioni particolari. Non si tratta tuttavia sempre e solo di sottigliezze e di cambiamenti di poco conto, bensì anche di veri e propri cambi di paradigmi. Fa attualmente molto discutere una recente sentenza 26 marzo 2024 del Tribunale federale in materia di protezione del dipendente dalla disdetta in caso di incapacità di lavoro, che conferma una tendenza già in atto da tempo. L’art. 336c del Codice delle obbligazioni sancisce infatti che dopo il tempo di prova, il datore di lavoro non può disdire il rapporto di lavoro quando il lavoratore è impedito di lavorare, in tutto o in parte, a causa di malattia o infortunio non imputabili a sua colpa. Si tratta di un vero e proprio periodo di protezione contro la disdetta (la disdetta data in tale periodo sarebbe infatti nulla, oppure, se data prima, sospesa). Ciò non certo all’infinito o fintanto che dura l’impedimento, bensì per un lasso di tempo limitato, stabilito in funzione dell’anzianità di servizio (per 30 giorni nel primo anno di servizio, per 90 giorni dal 2. al 5. anno di servizio, nonché per 180 giorni dal sesto anno di servizio in poi). Qualsiasi datore di lavoro rischia, prima o poi, di trovarsi confrontato con il discusso articolo 336c CO. Se è infatti vero che il diritto del lavoro elvetico tende essenzialmente a essere piuttosto equilibrato, garantendo diritti e doveri tanto al lavoratore quanto al datore di lavoro, è pur vero che talune disposizioni legali si prestano meglio di altre a possibili abusi. Vi è infatti
da scommettere che più di un datore di lavoro abbia la ferma convinzione che in caso di malattia o infortunio del dipendente, il pericolo è quello di doverselo tenere a lungo alle proprie dipendenze, senza poterlo licenziare (nonostante gli vada poi corrisposto il salario). Questo perché ogni tipologia di impedimento (malattia o infortunio, oppure un nuovo tipo di malattia o infortunio) darà luogo a un nuovo periodo di protezione di ulteriori 30, 90 o 180 giorni.
Chiamati a garantire l’equità di questo sistema, sono di fatto i medici. Quest’ultimi devono infatti certificare la tipologia dell’impedimento, così come il grado e la durata. Nella maggior parte dei casi si tratterà del medico curante del dipendente medesimo, da questi sollecitato a rilasciare il certificato medico. In una minoranza di casi, entra in gioco anche il medico di fiducia del datore di lavoro (ma anche dell’assicurazione perdita di guadagno contratta dal datore), il quale ha facoltà di sottoporre il dipendente ammalato o infortunato a una visita di controllo.
Sinora - a fronte di un certificato medico attestante l’incapacità di lavoro - il dipendente si ritrovava sostanzialmente protetto da un’eventuale disdetta, conservando nel contempo il diritto di percepire il salario (ciò anche per un lasso di tempo limitato, che di norma non si estende oltre 720 giorni).
La grande novità - che il Tribunale federale ha recentemente confermato - è quella di precisare che la protezione contro la disdetta è valida purché non vi sia una capacità di lavoro residua al di fuori dell’abituale luogo di lavoro. Detto altrimenti, qualora il dipendente sia impedito nello svolgere il lavoro abituale presso il proprio datore di lavoro, ma sia in gra-
Michele Barchi, avvocato, partner studio legale Barchi Nicoli Trisconi Gianini SA, Lugano.
do di svolgere dell’altro lavoro, magari presso un altro datore di lavoro, rimane possibile licenziarlo. Una volta di più, sarà determinante il certificato medico, che potrà o dovrà precisare se l’incapacità di lavoro è limitata (o meno) al lavoro svolto abitualmente presso il proprio datore di lavoro.
Il Tribunale federale ha anche aggiunto che un simile licenziamento, seppur valido, può potenzialmente venir ritenuto abusivo, dando semmai diritto a un’indennità fino a un massimo di 6 mesi di salario (per esempio se l’impedimento è stato provocato dal datore di lavoro medesimo, come in caso di mobbing).
Non è tutto. Parrebbe infatti che alcune assicurazioni perdita di guadagno stiano già adattando le proprie condizioni generali (escludendo la copertura in caso di incapacità di lavoro limitata al posto di lavoro), ritenendo che qualora la protezione contro la disdetta venga a meno (art. 336c CO), allora anche il diritto al salario (art. 324a CO) possa decadere. Il Tribunale federale non ha tuttavia per il momento confermato tale sillogismo, anzi lo ha espressamente negato in una sentenza relativamente recente. Nondimeno, ai datori di lavoro converrà a ogni modo accertarsi di aver validamente derogato ai propri obblighi legali, originari, di pagamento del salario del dipendente in caso di malattia o infortunio, contraendo un’adeguata assicurazione perdita di guadagno (che, come previsto per legge, deve sancire “un ordinamento almeno equivalente per il lavoratore”).
Lungimiranza e radici ticinesi
“Siamo più di una Banca”, lo afferma Tania Ruckstuhl, responsabile Clientela aziendale di Banca Migros a Lugano, che illustra la sua visione del Ticino.
Interviene Tania Ruckstuhl, nuova responsabile Clientela aziendale di Banca Migros, a Lugano, da pochi mesi.
Signora Ruckstuhl, cosa l’ha spinta ad affrontare questa sfida?
Essendo ticinese di nascita, la mia carriera si è svolta tutta in Ticino, da Chiasso a Faido; è così che ho potuto acquisire una vasta esperienza, dal retail banking al private banking fino al corporate banking, con particolare attenzione alla clientela estera. L’opportunità di far confluire le mie conoscenze in una banca fortemente collegata all’economia locale è stato il motivo principale che mi ha indotto a passare a Banca Migros. Posso così contribuire direttamente allo sviluppo economico della mia regione.
Banca Migros si posiziona come banca universale. Come percepisce il suo ruolo a tale riguardo?
Poniamo al centro le persone e le loro esigenze: questo vale anche per la clientela aziendale. Voglio dimostrare che non siamo solo una Banca: siamo un partner nel percorso imprenditoriale. Qui è importante la nostra competenza nell’ot-
Tania Ruckstuhl, responsabile Clientela aziendale di Banca Migros a Lugano.
timizzazione aziendale. Aiutiamo la clientela aziendale a prepararsi alle sfide future, rafforzando la resilienza e l’agilità delle sue attività.
In cosa consiste concretamente questa partnership strategica ai fini dell’ottimizzazione aziendale?
Analizziamo l’azienda da una prospettiva esterna obiettiva, simuliamo diversi scenari con il tool di business plan della Banca e realizziamo prove di stress in tempo reale. In tal modo è possibile individuare le dipendenze e il potenziale e pianificare strategicamente le fasi successive. Che si tratti di ottimizzare i processi aziendali o di finanziare innovazioni, la nostra clientela aziendale può contare sulla nostra vicinanza, fiducia, competenza e sul nostro impegno.
Ha menzionato i finanziamenti. Qual è la procedura? È fondamentale considerare le cifre in una nuova prospettiva. Aiutiamo
le aziende a strutturare le rispettive finanze affinché queste possano conseguire la massima efficienza e crescita. Un esempio è la nostra offerta di consulenza e ottimizzazione dei portafogli immobiliari, che mira a promuovere l’efficienza energetica e l’aumento del valore di mercato degli immobili. Inoltre, offriamo soluzioni di finanziamento particolari come il leasing, che aiuta le aziende a migliorare la capitalizzazione restando al passo con le tecnologie più avanzate.
A proposito: a che punto sono i vostri servizi digitali?
Sappiamo che talvolta servono processi rapidi e semplici e che altre volte sono richiesti ascolto, comprensione e consigli. La nostra clientela può quindi scegliere come interagire con noi. Offriamo sia soluzioni digitali per un banking efficiente che la consulenza personalizzata. Essendo a Lugano, collaboriamo strettamente con i nostri clienti, indipendentemente dal canale.
Torniamo alla sua visione: come vede la Banca Migros in Ticino?
La mia visione è quella di continuare, come Banca, a essere parte integrante dello sviluppo economico in Ticino. Desideriamo aiutare la nostra clientela aziendale a crescere in modo sostenibile e ad agire sempre in modo responsabile e innovativo. La nostra vicinanza all’economia locale e la nostra comprensione delle esigenze dei nostri clienti sono il nostro principale vantaggio.
Per informazioni: www.migrosbank.ch
Materie che restano prime
Muovono il mondo, riflettono l’andamento economico, lo sviluppo tecnologico e le tensioni geopolitiche: restano elementi determinanti per gli equilibri mondiali.
Le materie prime sono il carburante che muove il mondo e la base di ogni prodotto: sono quindi un’imprescindibile fonte di ricchezza. La loro domanda continua a crescere di pari passo con l’aumento della popolazione mondiale e degli standard di vita, ma l’estrazione è spesso dannosa per l’ambiente. Contenere questo impatto sarà sempre più importante.
Le materie prime rappresentano anche un termometro geopolitico. Spesso sono gas e petrolio a fluttuare sulla base dei rapporti internazionali, mentre l’oro rappresenta il bene rifugio per eccellenza. E di recente si sono aggiunti i metalli necessari alla transizione energetica.
Da inizio anno l’indice Ubs Cmci, il Constant Maturity Commodity Index, ha registrato un apprezzamento a doppia cifra; i rialzi sono stati guidati dal comparto dei metalli, sia preziosi che industriali. Diversamente dall’energia, più volatile.
Volendo semplificare, si potrebbe dire che il prezzo dell’oro dipende dalla paura sui mercati, e dall’andamento dei tassi d’interesse americani. Tuttavia, su queste basi non si spiega il rialzo di quest’anno, perché la volatilità dell’azionario è rimasta bassa e i rendimenti in dollari sono marginalmente cresciuti. Dunque?
In effetti è subentrato un elemento nuovo: il forte incremento degli acquisti di oro fisico da parte delle Banche Centrali emergenti, e in particolare della Cina, che sembrano aver così diversificato parte delle loro riserve. Sarebbe quantificata in 290 tonnellate la domanda d’oro del primo trimestre dell’anno, record storico.
Per questo, nonostante i forti rialzi, ci si attende cresca ulteriormente, e che possa dunque avere anche un ruolo in portafoglio. Argento e platino tendono a segui-
re l’andamento dell’oro, spesso con una maggiore volatilità, e dovrebbero dunque crescere anche loro.
Il petrolio, l’oro nero, per ora rimane insostituibile nei trasporti (quasi il 55% dei consumi nel 2022; di cui il trasporto su strada rappresenta la quota principale) e nella produzione di plastica e altri prodotti (quasi il 20%). A dispetto delle attese di un rallentamento economico che guiderebbe al ribasso la domanda, i dati in tempo reale che monitoriamo indicano un aumento del traffico.
«Le materie prime rappresentano anche un termometro geopolitico. Spesso sono gas e petrolio a fluttuare sulla base dei rapporti internazionali, mentre l’oro rappresenta il bene rifugio per eccellenza. E di recente si sono aggiunti i metalli necessari alla transizione energetica»
Nell’ultimo decennio, gli investimenti in esplorazioni petrolifere sono stati ridimensionati. Ma, anche considerando gli sforzi per la transizione energetica, il consumo di greggio continuerà ad aumentare almeno per un altro decennio. A questo riguardo, il caso della Norvegia è eloquente: il Paese è un grande esportare di combustibili fossili, ma da anni gran parte delle auto vendute sul territorio nazionale sono elettriche. Tuttavia, il consumo di petrolio è rimasto stabile essendo centrale per il trasporto pesante, il riscaldamento, la produzione di plastica e altri utilizzi.
L’Opec+ ha annunciato che non estenderà automaticamente i tagli alla produ-
Matteo Ramenghi, Cio di Ubs Wealth Management Italia.
zione varati in precedenza. Ciò ha creato una certa volatilità dei prezzi ma, a ben guardare, l’annuncio subordina ogni decisione all’andamento del mercato. Al netto di possibili oscillazioni, le quotazioni dovrebbero riprendere a salire, a fronte dell’attuale basso livello di riserve.
La domanda di litio e cobalto è in forte crescita, trainata dalla transizione energetica, ma le riserve sono concentrate in pochi Paesi. L’estrazione del litio richiede inoltre grandi quantità d’acqua, con riflessi per gli ecosistemi locali, mentre il cobalto è spesso estratto in condizioni precarie e con alto impatto ambientale. Il ruolo di questi metalli nella transizione energetica, la concentrazione delle riserve di cobalto in Congo e il controllo della raffinazione del litio da parte della Cina potrebbero creare in prospettiva notevoli tensioni. Per esempio, è di poche settimane fa la decisione di Joe Biden di aumentare i dazi al 25% sulle batterie al litio, al 50% su chip e pannelli solari e a oltre il 100% sulle auto elettriche.
Il rame è uno dei protagonisti degli ultimi mesi e poche settimane fa ha raggiunto un record storico, dopo un apprezzamento di oltre il 20% da inizio anno. A spingerlo è la combinazione di un’offerta limitata e delle aspettative di una ripresa della domanda. Il deficit di produzione potrebbe perdurare per tutto quest’anno.
Dall’industria vengono segnali di ripresa e la discesa dei tassi dovrebbe dare ossigeno all’immobiliare. Inoltre, l’offerta di petrolio e alcuni metalli potrebbe rivelarsi insufficiente. Per questo le aspettative sulle materie prime restano positive.
Simbolo del cambiamento
Un segnatempo al passo con i tempi. L’Aquis Date Upcycle, che arricchisce una originale capsule collection, è un’icona dell’intenso programma di Oris per la sostenibilità.
Il nuovo capitolo della storia di Aquis
Date è anche il nuovo capitolo del programma ‘Change for the Better’ di Oris, Casa orologiera che quest’anno celebra i suoi primi 120 anni di esistenza.
Della nuova collezione Aquis Date fanno parte quattro modelli ‘Upcycle’, che ampliano una capsule collection resa inconfondibile dalla sua speciale caratteristica: i quadranti realizzati in plastica PET riciclata.
I quattro modelli Upcycle seguono lo schema della collezione Aquis, proponendo un pezzo di punta da 43,50 mm con il Calibro 400 e le versioni da 43,50 mm, 41,50 mm e 36,50 mm alimentate dal Calibro 733 Swiss Madeautomatic. L’ammiraglia del gruppo, l’Aquis
Date 43,50-Calibro 400, ha cassa in acciaio inossidabile, lunetta girevole unidirezionale con inserto in ceramica o in tungsteno, quadrante verde, blu o plastica PET riciclata, mentre lancette e indici sono riempiti con Super-LumiNova®; il segnatempo è caratterizzato da vetro superiore zaffiro, bombato su entrambi i lati, e rivestimento antiriflesso all’interno, cinturino in maglia metallica o in gomma verde o blu. Subacqueo fino a 300 metri, ha una riserva di marcia di 120 ore. Con una garanzia estensibile fino a 10 anni, sia per l’orologio sia per il meccanismo. Ognuno dei quattro modelli Upcycle comunica lo stesso importante messaggio: insieme possiamo contribuire ad un cambiamento in meglio. Secondo il WWF, ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica vengono gettate negli oceani, impattando enormemente la vita marina; una tartaruga su due ha mangiato plastica scambiata per medusa e il 90% degli uccelli marini ha plastica nello stomaco. Statistiche eloquenti. «Un orologio con un quadrante in plastica riciclata non è in grado di risolvere questo problema, ma può servire come simbolo della
necessità di un cambiamento», nota Rolf Studer, co-Ceo di Oris. «L’orologio ricorderà a chi lo indossa di aver fatto qualcosa di buono per gli oceani e di essere attento al proprio consumo di
Sopra, Aquis Date Calibre 400
Upcycle 43,50 mm.
Sotto, movimento Oris Calibro 400.
plastica», aggiunge Studer: «Questo orologio rappresenta il nostro programma ‘Change for the Better’, che comprende un ambizioso progetto di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, programmi comunitari e una serie crescente di partnership con organizzazioni che condividono la nostra visione del cambiamento». Dietro ogni orologio prodotto da Oris - che ha sede nel villaggio svizzero di Hölstein -, c’è un’operazione volta a rendere la Casa orologiera più sostenibile. «Nel 2021 siamo stati ufficialmente certificati da Climate Partner come neutrali dal punto di vista climatico, al termine di un periodo di controllo durato due anni. Inoltre, da due anni pubblichiamo annualmente l’Oris Sustainability Report. In esso dettagliamo le nostre emissioni totali di carbonio e ci siamo impegnati a ridurle, del 10% all’anno per tre anni, attraverso il Programma di riduzione delle emissioni di Oris. È un’impresa ardua, ma ad oggi abbiamo già ridotto la nostra impronta di carbonio del 7,8%.
Attraverso Climate Partner, sosteniamo la Plastic Bank, un progetto di compensazione delle emissioni di carbonio che unisce la raccolta della plastica alla creazione di posti di lavoro per alcune delle comunità meno fortunate del mondo. Il progetto ha già creato 2’300 posti di lavoro, portando speranza e cambiamento a comunità con standard di vita limitati. Per Oris, per ogni tonnellata di CO2 compensata, questa nuova forza lavoro raccoglie 10 kg di plastica, equivalenti a circa 500 bottiglie di plastica. È tempo di impegnarsi e questa è una formula vincente.
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Asili tutti da gestire
Dopo anni di dibattito in Europa si è infine deciso di modificare le precedenti norme di Dublino, e dare il la a una nuova fase nella gestione di asilo e immigrazione.
Si definiscono “Paesi in prima linea”. Sono i membri dell’Unione Europea che, in maggior misura e in prima battuta sono toccati dalla crisi migratoria nel senso che sono i primi in cui si tende a giungere. Il nuovo regolamento europeo, che sostituirà Dublino, prevede un meccanismo di solidarietà che intende attuare una più equa condivisione di responsabilità tra gli Stati. Per un verso, è importante ribadire che si manterranno le norme fondamentali sull’individuazione della competenza di uno Stato nell’esame della domanda d’asilo; per l’altro, il nuovo testo chiarirà quali siano i criteri di competenza, riorganizzando le norme per il trasferimento di un richiedente da un Membro a un altro.
Le innovazioni principali riguardano l’obbligo, per i richiedenti, di presentare la domanda nello Stato membro di primo ingresso o soggiorno regolare. Tuttavia, se sono soddisfatti alcuni requisiti, un altro Stato può diventare competente per la gestione della suddetta domanda d’asilo.
In pratica, ciò può avvenire se in un altro Stato vi sia un familiare; se il richiedente ha conseguito in un Paese membro un diploma recente e non più vecchio di sei anni (spetterà, allora, allo Stato che ha rilasciato il diploma, esaminare la domanda di protezione internazionale); in caso di ricongiungimento familiare - che sarà rafforzato - coinvolgendo anche i beneficiari di protezione internazionale e titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo nell’Unione Europea, senza esclusione dei neonati.
Agli Stati membri si chiede di dar vita a tattiche nazionali volte a garantire disponibilità e capacità di gestione di un apparato efficace di asilo e migrazione,
nel rispetto sia del diritto dell’Unione sia degli obblighi giuridici internazionali, mentre la Commissione interverrà con revisioni quinquennali della strategia in materia. In estrema sintesi, si limitano la cessazione della competenza e/o sua eventuale trasmissione a un altro Stato membro, riducendo così per il richiedente le possibilità di scelta tra gli Stati membri ai quali presentare domanda.
Viene imposto un chiaro obbligo ai richiedenti di restare nello Stato membro riconosciuto competente con concrete conseguenze sanzionatorie in caso di violazione di tale obbligo. Si fissano termini più brevi per l’invio delle richieste e il ricevimento delle risposte, al fine di rendere più rapida la procedura. Tradotto in numeri, per venti mesi lo Stato membro di primo ingresso sarà competente per la domanda di asilo rispetto ai dodici mesi previsti in precedenza; per dodici mesi lo Stato membro di primo ingresso manterrà la propria competenza rispetto alla persona sbarcata a seguito di un’operazione di ricerca e soccorso in mare; la competenza dello Stato membro cessa dopo 15 mesi verso la persona la cui domanda è stata respinta nell’ambito della procedura di frontiera. Dopo tre anni (36 mesi), per la persona che si rende irreperibile al fine di evitare un trasferimento, la competenza appartiene allo Stato membro che deve occuparsi del trasferimento stesso.
Il meccanismo di solidarietà (per una più equa ripartizione della responsabilità) vuole congiungere il sostegno obbligatorio agli Stati più esposti alle pressioni migratorie e di massima accoglienza, con la flessibilità sulla scelta discrezionale dei contributi da parte dei singoli Stati membri. In sostanza, i contributi possono
consistere nella ricollocazione dei richiedenti asilo e dei beneficiari di protezione internazionale; in apporti finanziari, per il sostegno, ad esempio, di progetti in Paesi terzi (di recente l’Italia ha stretto un accordo con l’Albania al fine di costruire strutture di accoglienza apposite); in misure di solidarietà alternative nelle quali rientrano l’incremento di capacità o il collocamento di personale.
I contributi volontari annuali degli Stati membri rappresenteranno la cosiddetta ‘riserva di solidarietà’ fondata sul principio di equa ripartizione e il numero minimo annuo di ricollocazioni dagli Stati membri in cui la maggior parte delle persone entra nell’Unione o presenta domanda di asilo verso gli Stati membri meno esposti agli arrivi è fissato a 30mila.
In termini monetari è stimata una cifra minima annua di 600 milioni di euro a titolo di contributi finanziari.
Viene disposto un accertamento preliminare della durata massima di sette giorni, se le persone non soddisfano i requisiti per entrare nell’Unione, comprensivo di identificazione, raccolta di dati biometrici e controlli sanitari e di sicurezza. I Membri dovranno, inoltre, istituire forme di controllo indipendenti per assicurare il rispetto dei diritti fondamentali. A partire degli standard di accoglienza dei richiedenti asilo in alloggi adeguati, offrendo loro istruzione e accesso alla sanità e che siano uniformi in tutta l’Unione.
Ai richiedenti asilo registrati si dà l’opportunità di iniziare a lavorare entro sei mesi dalla data della domanda, mentre si
Zulay Menotti, Consulente legale di IusLex Avvocati.
regolamenteranno anche le condizioni di detenzione e la limitazione della libertà di circolazione onde disincentivare gli spostamenti da un Paese europeo all’altro.
Nella banca dati Eurodac saranno memorizzati i dati personali degli individui che entrano irregolarmente nell’Unione (in particolare, impronte digitali e immagini del volto di chiunque abbia più di sei anni), potendo le autorità segnalare i soggetti aggressivi, armati e che rappresentano una minaccia alla sicurezza pubblica.
Saranno messe in atto anche le misure chiamate ‘compensazioni di competenza’ per sostenere gli Stati membri in difficoltà con le ricollocazioni. Se queste ultime dovessero risultare insufficienti, infatti, la competenza per l’esame di una domanda verrebbe trasferita allo Stato membro contributore senza spostare fisicamente il richiedente. La normativa mira, altresì, a impedire, da parte dei richiedenti, abusi e ‘movimenti secondari’ intesi come i contesti in cui un migrante lascia il Paese di primo arrivo per reinsediarsi in modo permanente altrove.
Nei consideranda del regolamento si evoca quello spazio di libertà, sicurezza
e giustizia, in cui l’Unione dovrebbe assicurare che non vi siano controlli sulle persone alle frontiere interne, dovendo - per contro - sviluppare una politica comune in materia di asilo, immigrazione e gestione delle frontiere esterne degli Stati membri, basata sulla solidarietà e sull’equa ripartizione delle responsabilità fra Stati membri, che sia equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi e degli apolidi e conforme al diritto internazionale e dell’Unione, compresi i diritti fondamentali
Ciò che Consiglio e Parlamento europeo hanno concordato, lo scorso 20 dicembre 2023, va perciò ben oltre la determinazione dello Stato membro competente per l’esame delle domande. Mira, piuttosto, a sviluppare il già menzionato principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, senza trascurare le importanti implicazioni finanziarie che questo piano comporta per l’attuazione concreta di un patto tra Stati le cui politiche potrebbero ancora essere fortemente divise sia internamente sia nei rapporti con altri Membri. Chi ricorda nel novembre del 2005 l’‘intifada delle banlieues’, sommossa
definita da alcuni come ‘invasione verticale dei barbari’ i cui protagonisti sono stati giovani immigrati o figli e nipoti di immigrati provenienti da ex colonie nordafricane, e i blacks originari del sud del Sahara. Episodio di violenza inaudita e danni ingenti (oltre ad arresti a centinaia), attribuita dall’allora presidente Chirac alla “crisi d’identità” dei giovani immigrati o definita ‘rivolta etnico-religiosa’ dal filosofo Finkielkraut. Per non parlare della discriminazione sistematica subita dai giovani delle banlieues, secondo un noto intellettuale islamico.
La Francia aveva già conosciuto dei precedenti sia negli anni ’70, sia ’80 e ’90. Non da meno sono state la Gran Bretagna e la Germania, per non parlare dell’effetto travolgente che ha avuto l’11 settembre 2001, portando con sé la minaccia del terrorismo islamico di cui un’onda d’urto ha colpito drammaticamente città come Madrid, Parigi e Bruxelles. Le politiche migratorie europee davvero sono pronte a riformulare le antiche relazioni tra nazionalità, cittadinanza, etnicità; di accoglienza e ammissione assieme a misure efficaci di inserimento?
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I Giochi, infrastrutturali
Le grandi sfide per l’Europa vanno di mese in mese ampliandosi, e la Politica è solo una delle tanti voci. A essere aperta è la questione delicata del come dotarsi di tutte le strutture necessarie al buon funzionamento di un continente che non deve più essere Vecchio di nome e di fatto, ma nuovo, per tornare a correre. In questo la Svizzera non fa eccezione, dove a dominare è il risiko energetico. Le rinnovabili? Una pia illusione. Ma dovrebbe pagare?
Travertino, malta, laterizio, marmo, tufo, sabbia, e un sacco di mattoni. Laddove uniti a ottime conoscenze tecniche e teoriche architetturali, un minimo di pragmatismo e molto ingegno, oltre a un’ineccepibile metodicità dei processi; ecco gli ingredienti perfetti per edificare l’ossatura di una potenza destinata a sopravvivere nei secoli, anche a sé stessa. Del resto nessuno metterebbe in discussione l’esistenza di Roma, o del suo controllo sul bacino del Mediterraneo e di buona parte dell’Europa continentale. Le vestigia del passato lasciate a costellarne il paesaggio, anche dopo la partenza dell’ultima legione nel 410 dal Regno Unito, sono impressionanti, e sopravvivono nel tempo. Si può dunque affermare sia stata
la potenza che più nella storia dell’uomo ha plasmato il territorio in cui è vissuta?
Dalla sua, decine di secoli di fervente attività, un altro record difficilmente eguagliabile, oltre a una capacità unica di progettazione e costruzione, sicuramente per l’epoca, ma anche in prospettiva.
Ad aver fatto Roma grande sono stati i suoi cittadini, liberi e democratici in molto se non tutto, mossi da un protagonismo altruista, solo di rado in contrasto con l’interesse superiore della società nel suo insieme. Certo, Cesare ha conquistato la Gallia e molto altro anche per suo interesse, ma nel farlo a beneficiarne era anche quell’idea idealizzata di Roma, che tutti i suoi protagonisti hanno sempre avuto in mente. Sta qui la differenza con quasi ogni altra potenza del mondo antico, e la
storia sembra suggerire anche moderno e contemporaneo. A parlare sono in primis i fatti, al netto delle anime candide.
La storia ha consegnato alla posterità illustri vestigia di quelli che un tempo furono architetture pubbliche, progettate e realizzate per durare nei secoli, al servizio della collettività, è dunque il caso di stadi, terme, tribunali, acquedotti, quartieri abitativi, luoghi pubblici, oltre certo a palazzi, strutture difensive, tombe, e luoghi sacri, una netta minoranza del totale, che sono invece gli unici lasciti di quasi tutte le altre civiltà. Grandi costruttrici di tombe e templi, o di poco altro, non troppo durevoli nel tempo. Ecco dunque i greci, ben noti per essere mediocri costruttori, e di cui a essere sopravvissuti sono quattro templi; o gli
egizi, tombe a non finire, scavate nella pietra, e qualche tempio; i cinesi, templi e palazzi, laddove non città (rigorosamente proibite); o gli inglesi, se il loro è stato l’impero più vasto della storia, cosa si può dire del loro lascito? Sempre meglio dei francesi, e degli spagnoli, che con le colonie e i colonizzati non si può dire abbiano mai intrattenuto rapporti distesi e amichevoli. E che dire degli americani?
A distanza di 27 secoli dalla sua fondazione l’eredità latina è invece più viva che mai, e in costante espansione, quasi sempre di strutture a uso civile, che a va a sommarsi a un patrimonio già particolarmente ricco, sopravvissuto al tempo senza bisogno di particolare cura o manutenzione, anzi; sensibilità andata invece crescendo nel corso degli ultimi cento anni. È dunque il caso di strade e acquedotti, costruiti senza mai lesinare, sono oltre 100mila i km di strade lastricate, 2mila i ponti, o 500 i km di acquedotti per rifornire di acqua la sola Roma. Edifici pubblici, tribunali, arene e mercati, altrettanto numerosi, e presenti in quasi ogni insediamento degno di questo nome, a partire da quello che è forse l’edificio più emblematico di questa civiltà: il Colosseo, detto altrimenti Anfiteatro Flavio. Per dare un’idea: 100mila metri cubi di travertino, 350mila mattoni, per quasi 50 metri di altezza (fondamenta escluse), donati ai romani dalla nascente dinastia Flavia, nella fattispecie Vespasiano, e generosamente finanziati dal saccheggio di Gerusalemme nel 70 d.C.
I romani sono dunque stati sì grandi conquistatori, e attenti pianificatori, ma anche indiscutibilmente costruttori concentrati sul mondo dei vivi, e delle loro esigenze. Un’altra qualità... unica. Cosa sono. Nel corso del tempo molte delle competenze esclusive dello Stato sono andate riducendosi, per andarsi a concentrare in altro, per quanto le differenze anche tra stati limitrofi non potrebbero essere più ampie. Se dunque lo Stato almeno in parte si è tirato indietro dall’interessarsi in prima persona di alcuni progetti, specie se urbani e potenzialmente remunerativi, in molti altri gli equilibri restano immutati. «Nel 1776 Adam Smith, uno dei grandi del pensiero economico, ne La ricchezza delle nazioni, scriveva che uno dei ruoli dello Stato fosse quello di “facilitare le attività commerciali private” fornendo strutture e infrastrutture pubbliche adeguate alle
«Una prima domanda che in Europa ci si dovrebbe sempre porre è se la nuova struttura sia davvero indispensabile. Se la risposta è sì, si apre il capitolo materiali, con la tecnologia che può dare una grossa mano nel limitarne il consumo e gli sprechi, ricorrendo ad esempio a costruzioni o elementi prefabbricati»
Carlo Ratti, architetto e responsabile del Senseable City Lab del Mit di Boston
esigenze contingenti. Esiste del resto, ed è ancora vera, una relazione molto chiara tra Pil pro capite, ossia un indicatore del tenore di vita medio della popolazione, e la qualità delle infrastrutture, per come è misurata dal Wef. Nonostante il nesso di ‘causalità’ non sia scontato, si può certamente supporre che migliori infrastrut-
Dopo i disastri degli ultimi anni della Dinastia giulia, la prima, la seconda dell’età imperiale si distingue per grandi opere infrastrutturali, tra cui l’inaugurazione del Colosseo, detto altrimenti l’Anfiteatro flavio, il primo stadio moderno, in più d’un senso. Quanto è cambiato oggi?
«In risposta a una crisi la politica monetaria è solita ammorbidirsi. Ci si aspetterebbe dunque piani aggressivi di investimenti infrastrutturali. Il 2008 ha portato a un Qe inedito, ma se si guarda al settore non si nota nulla, il post pandemia è stato invece completamente diverso, e si vede»
David Kohl, Chief Economist di Julius Baer
Com’è stato il livello d’investimenti infrastrutturali nell’ultimo triennio? (in % tot)
camb.
Freni agli investimenti
In che misura i seguenti costituiscono un ostacolo agli investimenti?
La spesa per infrastrutture nel Vecchio Continente sulle ali del post pandemia è tornata a crescere, specie a livello locale. Sono significativi gli ostacoli che si pongono sulla strada di realizzazione di tali opere, ma spesso a incidere è l’incertezza economica e politica, che può però essere sterilizzata da contratti e meccanismi di Governance efficaci. Tutta questione di volontà, politica.
ture aumentino il tenore di vita e la produttività del sistema, dunque la crescita potenziale», esordisce così Jean-Pierre Petit, Chief Strategist di Quaero Capital. Come sovente accade è però bene iniziare da una definizione: cosa sono le infrastrutture? Quale ne è il perimetro, e indirettamente la competenza? «Si tratta certamente di un perimetro molto ampio, e particolarmente rilevante per molti dei settori più importanti per gli
equilibri sociali ed economici di un Paese. Si spazia infatti dalle reti idriche, al comparto ambientale, quale la gestione dei rifiuti, dall’ambito energetico, dunque produzione e trasmissione di energia, alle telecomunicazioni, includendo in queste il traffico digitale. Capitolo a parte i trasporti in tutte le loro modalità, che inevitabilmente hanno ricadute importanti sul settore primario e secondario, a chiudere il cerchio le infrastrutture sociali, tipiche di un ambiente urbano. Ad accomunare tutti questi ambiti sono le ingenti risorse necessarie a finanziarne la costruzione, la manutenzione e il possibile ampliamento», evidenzia Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management. Evidentemente negli anni tale perimetro è andato evolvendo, csoprattutto negli ultimi decenni. «Tradizionalmente con il termine ‘infrastrutture’ ci si è sempre riferiti alle strutture pubbliche essenziali necessarie al corretto funzionamento dell’economia locale e nazionale, dunque in ambito energetico, idrico e logistico. Oggi questa definizione è evoluta, include quindi anche le attrezzature necessarie alla transizione digitale e climatica, oltre a quelle destinate a una dimensione più sociale. Non tutti gli ambiti sono accessibili agli investitori privati, soprattutto nel caso delle materie esclusive dello Stato, sanità, giustizia e difesa, diversamente dalle infrastrutture economiche, che spesso offrono opportunità d’investimento interessanti», nota l’esperto di Quaero.
A dipendenza dell’evolvere di tale perimetro le conseguenze possono essere diverse, e non solo semantiche. «A distanza di decenni da che il segmento è diventato oggetto d’investimento, ed è stato incluso nei portafogli, oggi si ha una migliore comprensione della materia, e di molte delle relative opportunità. In passato il pilastro portante a livello di portafoglio erano gli aeroporti, e in generale quelle che si definiscono infrastrutture ‘core’, dunque stazioni, e porti. Oggi accanto a questi beni, tutto sommato ben protetti e difendibili contrattualmente, si guarda ai settori limitrofi, dunque i fornitori di beni infrastrutturali di base, come gli impianti di trattamento delle acque, o gli impianti intermodali di un porto, che garantiscono ai portafogli una maggior flessibilità in entrata e uscita a dipendenza dei cicli di mercato, e quindi anche una maggiore attrattiva», precisa Luba Nikulina, Chief Strategy Officer di Ifm Investors.
L’effetto cascata. I tempi d’incubazione di tali opere sono evidentemente lunghi, e l’iter approvativo particolarmente complesso, specie in Paesi democratici, ma con la giusta pazienza gli effetti sono percepibili. «Secondo un recente studio condotto a livello internazionale, un miglioramento delle infrastrutture avrebbe effetti positivi sul Pil, specie nel caso di progetti migliorativi delle capacità di produzione energetica, dunque dell’elettricità, e delle telecomunicazioni. Nel breve periodo diventa molto più difficile catturare questi effetti, che allo stato attuale sembrano essere prossimi allo zero, o addirittura inferiori nel caso di strade e ferrovie», rileva David Kohl, Capo economista di Julius Baer.
Guardando al lungo periodo, e riflettendo sul funzionamento di una moderna economia di mercato, il dato non sorprende. «Sono fondamentali per garantire la competitività delle imprese in quanto forniscono il quadro essenziale all’interno di cui operano, accrescono l’efficienza delle catene di approvvigionamento, a monte e a valle, oltre all’erogazione dei servizi e la consegna dei beni ai mercati di sbocco. Hanno la capacità di ridurre i costi di transazione, aumentare la produttività, e migliorare l’accesso ai mercati. Viceversa, problemi nella fornitura di energia, con frequenti interruzioni di corrente, o ritardi nella consegna, possono incidere sulla vita delle imprese, sino a mandarle fuori mercato», sottolinea Sameer Amin, Global Head of Concession Infrastructure platform di abrdn.
Si tratta del resto di quelle che si definiscono comunemente ‘Utility’, da interpretarsi anche in chiave moderna. «Le infrastrutture forniscono quelle reti critiche di cui un Paese necessita, sono l’equivalente del sistema circolatorio nel corpo umano. Si tratta di consentire il movimento agevole di persone e beni, ma anche di idee e conoscenze, che nel corso degli anni stanno assumendo una crescente importanza. Sono asset al centro delle tendenze strutturali globali, dunque deglobalizzazione, decarbonizzazione, ma anche demografia e digitalizzazione, il cui adeguamento richiede forti investimenti. Da qui al 2040 si stima che il divario tra investimenti effettuati e necessari crescerà a 15 trilioni di dollari annui, mentre secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia per il raggiungimento degli attuali obiettivi ‘net zero’ saranno necessari extra
«Esiste una relazione molto chiara tra Pil pro capite, e qualità delle infrastrutture. Nonostante il nesso di ‘causalità’ non sia scontato, si può certamente supporre che migliori infrastrutture aumentino il tenore di vita e la produttività del sistema economico, dunque la sua crescita potenziale»
Jean-Pierre Petit, Chief Strategist di Quaero Capital
Ma chi spende?
Investimenti infrastrutturali per tipologia di finanziatore (in % Pil)
investimenti pari a 2,6 trilioni annui, sino al 2050», chiosa il Cio di Ubs. Leve di rilancio. In passato si è sempre pensato, sulle ali del pensiero keynesiano, che la spesa pubblica, e tipicamente in grandi opere, debba giocare un ruolo anticiclico, rispetto al ciclo economico. Una vulgata che a distanza di un secolo potrebbe essere un po’ passata. «Gli investimenti infrastrutturali, specie se pubblici, sono una leva importantissima di rilancio
A scarseggiare in ambito di investimenti pubblici è spesso una rigorosa analisi costi/benefici prima dell’avvio dei cantieri, al pari di una valutazione da parte di autorità indipendenti sull’efficacia e la desiderabilità di determinate opere. Appaltare a terzi tali opere, dunque al settore privato, potrebbe essere una soluzione, magari non definitiva, ma comunque un passo in avanti.
«Sono molte le possibilità, a dipendenza del progetto, e del finanziatore. I fondi d’investimento infrastrutturali sono solo il primo di una ricca cassetta degli attrezzi. Le peculiarità della Piazza finanziaria svizzera la rendono un’interessante piattaforma d’investimento per guardare ad altri Paesi europei»
Andrea Colosio, Co-Head del Wealth Management Center of Excellence di PwC Svizzera
Anfiteatri 1.1
Più passa il tempo, più sembra di tornare alle origini della civiltà europea. Del resto, cosa non sono gli stadi moderni, se non Colossei e nemmeno troppo evoluti? «Le infrastrutture sportive di oggi ben riflettono i cambiamenti occorsi nelle aspettative di costruttori, committenti e fruitori. È migliorata la qualità della struttura, ma anche l’esperienza del suo frequentatore, si è fatto il possibile con i materiali per ridurne l’impatto ambientale, lasciando alla tecnologia il compito fondamentale di migliorarne gestione e manutenzione. Non si tratta più di considerare una dimensione solo sportiva della struttura, ma una sociale, culturale, politica ed economica della comunità locale, da qui l’ampliarsi del progetto alle aree limitrofe», rileva Samuele Sordi di Pininfarina. Null’altro che non una modalità differente per declinare il mantra degli ultimi anni: la sostenibilità. In questo caso, per l’appunto, sociale. «Soprattutto le strutture di più grande dimensione, come gli stadi, devono essere integrate nell’ambiente urbano, quali cardini di progetti più estesi di rigenerazione del tessuto cittadino, dopo anni di incuria, e non edificate ex novo in aree discoste. Possono diventare luoghi di aggregazione, sociale, culturale e ricreativa, contribuendo a instillare un forte senso di identità per le comunità che le ospitano. Investire e rigenerare quindi le precedenti strutture
e stimolo della crescita, specie in termini di quello che si definisce ‘effetto cascata’. Non solo migliorano la qualità dei servizi, ma creano anche nuovi posti di lavoro, e dunque nuove entrate per le imprese. Indirettamente ha effetti anche sul Pil, migliorando la competitività dell’economia nazionale, aumentando l’attrattività di beni e servizi a livello globale», prosegue l’esperto di abrdn.
Al tempo stesso è anche un’utile scorciatoia per rimandare ‘in campo avversario’, pubblico, la natura di molti problemi che spesso affliggono le economie avanzate, e dunque ‘socializzare le perdite, privatizzare gli utili’. «La competitività è stato il tema principe delle elezioni europee 2024, con le infrastrutture quale cardine per migliorarla e riportarla su un positivo sentiero di crescita, andando a incidere su temi cari alla libera impresa, dunque produttività, efficienza e competitività. Sono molti i modi in cui la spesa in infrastrutture può raggiungere famiglie e imprese, senza trascurare una
A lato, lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, il più tecnologicamente avanzato d’Europa; sotto l’Allianz Arena di Torino.
oltre a tutelare il patrimonio culturale cittadino, promuove efficienza e sostenibilità ambientale, fungendo da volani di sviluppo economico», prosegue Sordi. Laddove poi sociale e ambientale possano essere conciliate, tanto meglio, ‘il pranzo è servito’. «Sempre più spesso tali infrastrutture sono progettate per essere multifunzionali, rispondendo dunque a più esigenze della comunità locale, efficientandone il costo non solo economico. A patto di farlo dal principio, è relativamente semplice progettare strutture che siano energicamente efficienti, se non anche autosufficienti, e ottimizzate per un ‘fine vita’ il meno problematico (e più riciclabile) possibile», conclude l’esperto.
dimensione più digitale, oggi sempre più importante. Migliori infrastrutture informatiche consentono infatti di espandere il mercato potenziale delle imprese, anche le più piccole, raggiungendo nuovi target di clientela», enfatizza Morgane Delledonne, Head of Investment Strategy Europe di Global X.
Non tutte le crisi economiche sono però uguali, e nel corso del tempo la sensibilità degli stati nei confronti dei problemi sono cambiate. Da qui approcci molto diversi a contrasto del 2008 americano, del 2011 europeo, e della pandemia. «In risposta allo scoppio di una crisi la politica monetaria è solita ammorbidirsi in tempi molto brevi, e sull’arco di più anni. Ci si aspetterebbe dunque piani molto aggressivi di investimenti infrastrutturali generalizzati da parte degli stati, cosa che se si guarda al recente passato non è avvenuta. Il 2008 ha portato a un Qe inedito per durata, dimensione ed estensione dei Paesi coinvolti, ma se si guarda alla dinamica degli investimenti in questo segmento non si nota nulla di significativo, almeno rispetto a prima della pandemia. La ripresa post pandemica è infatti stata fortemente influenzata anche da una dinamica di questi investimenti molto forte, e altri elementi, nonostante sia coincisa con un altrettanto inedito inasprimento monetario, che intuitivamente avrebbe dovuto frenarla», nota l’esperto di Julius Baer.
Ovviamente il segmento si è particolarmente ampliato, dunque se anche il rifacimento delle autostrade è giunto a saturazione, qualcosa in cui spendere è sempre più facile da individuare. «Se guardiamo all’Europa il tema principe dell’ultimo biennio è stato l’approvvigionamento energetico, che ha dato il là a un acceso dibattito. L’obiettivo dichiarato è unanime, garantire l’indipendenza energetica del Vecchio Continente, il come raggiungerlo è meno scontato, ma un mix tra nucleare e rinnovabili appare il più probabile, il che per inciso offrirebbe anche un’apprezzata decarbonizzazione. Infrastrutture avanzate ed efficienti hanno un ruolo attrattivo verso gli investimenti esteri diretti, oltre ad aumentare la mobilità sociale e incoraggiare l’innovazione, com’è il caso della Germania nell’ultimo ventennio. Tra gli ingredienti del suo successo, quale leader dell’export, strutture produttive tecnologicamente avanzate e un sistema logistico efficiente, autostradale in primis», nota la responsabile di Global X.
«Soprattutto le strutture di più grande dimensione, come gli stadi, devono essere integrate nell’ambiente urbano, quali cardini di progetti più estesi di rigenerazione del tessuto cittadino. Possono diventare luoghi di aggregazione, contribuendo a instillare un forte senso di identità per le comunità che le ospitano»
Samuele Sordi, Chief Architect di Pininfarina
Salgono o scendono?
Qual è il rapporto tra investimenti del prossimo triennio rispetto al precedente?
European Investment Bank 2023 (sondaggio tra le più
Chi paga? Come spesso accade il prezzo non è però tutto, sempre a patto di poterselo permettere, e le decisioni d’investimento seguono logiche diverse, specie tra settore pubblico e privato. Da qui gli scenari più vari. «A contare nel medio termine per le decisioni economiche, è sempre il tasso d’interesse reale, e le infrastrutture non fanno eccezione. Gli investitori sono soliti guardare ai rendimenti prospettici indipendentemente dall’infla-
Al centro del rilancio delle economie cittadine, e in grado di riqualificare periferie ‘lasciate andare’, gli stadi giocano sicuramente un ruolo più che rilevante. Si tratta però sempre di non costruire cattedrali nel deserto, ma di trovare progettualità e progettisti in grado di interpretare e capire il paesaggio, insistendo anche sulle aree limitrofe. Che non siano anche un modo di riscoprirsi?
Fonte:
La questione energetica
«Le infrastrutture sono un tema d’investimento dall’alta componente politico/pubblica, e dunque molto sensibili al ciclo elettorale. Il fatto che al termine quest’anno oltre 50 Paesi saranno passati per elezioni spinge a pensare che il 2024 potrebbe essere un importante acceleratore per l’intero settore»
Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management
Investimenti in potenza rinnovabile effettuati e necessari per il Net-zero (mld usd) Fonte: Bloomberg Nef
Intensità energetica
Consumo
Fonte: Lawrence Livermore National Laboratoy, Iea 2024
Nonostante l’intensità energetica delle economie moderne in termini relativi si sia ridotta, è pur vero che la crescita esponenziale dei Pil di molti Paesi in via di sviluppo più d’un problema lo pone. Grandi soluzioni non se ne vedono, se non investire ancora di più in potenza, senza illudersi troppo dei miracoli di rinnovabili che nel breve periodo saranno comunque marginali.
zione, specie nel caso di segmenti che li producono a distanza di anni. In termini macro questo non dovrebbe essere un problema nei prossimi anni, la sostenibilità dei pubblici richiederà interessi reali bassi o molti bassi, a fronte di livelli d’indebitamento post pandemia significativi. Al contempo il differenziale di tassi reali tra Europa e Stati Uniti attualmente di 100 bp dovrebbe aumentare (e rimanere più alto di quello registrato nel decen-
nio del 2010), a beneficio dei secondi, la cui crescita potenziale rimane migliore, nonostante il forte surplus europeo nelle partite correnti», rileva Petit.
Le dinamiche di Europa e Nord America sono destinate a rimanere diverse, con diversi svantaggi, ma anche alcuni benefici, ad esempio in termini di costo di finanziamento di opere notevoli e urgenti. «Stretta monetaria e consolidamento fiscale hanno ritardato l’avvio di molti cantieri, ma a fronte dell’inversione del ciclo si dovrebbe registrare una dinamica più favorevole nei prossimi mesi per l’intero settore, a vantaggio anche dell’asset class. Prospettive di crescita migliori, inferiori costi di finanziamento, disinflazione diffusa, e sgonfiamento della bolletta energetica sono tutti fattori positivi, controbilanciati almeno in parte dai risultati delle elezioni europee di giugno che potrebbero spostare gli equilibri decisionali tra Commissione e Stati membri, anche in termini di spesa infrastrutturale», mette in evidenza Delledonne.
Il capitolo costi è però molto più variegato rispetto a una semplice questione di interessi, e si misura sul campo. «L’incertezza economica è un tema ricorrente e significativo per gli equilibri del settore, nelle sue molte forme. Il costo dei materiali fluttua, al pari di quello della manodopera, e questo incide sia sulla pianificazione dei progetti, sia sul loro finanziamento, ma soprattutto anche sui tempi di consegna. Nei prossimi anni un tema abbastanza inedito sarà anche il reperimento di manodopera sufficiente in termini di quantità, e sufficientemente qualificata, con importanti investimenti necessari in ambito formativo, con un necessario miglioramento delle competenze digitali», puntualizza Samuele Sordi, Chief Architect di Pininfarina. Un altro tema ricorrente è però il potersi permettere questo genere d’investimenti. «Il finanziamento delle infrastrutture pubbliche in tempi di ristrettezze e rigore di bilancio può essere problematico, o non intuitivo. Richiede un’attenta valutazione dei ruoli e delle capacità di pubblico e privato, in una delicata forma di equilibrismo tra esigenze fiscali immediate e obiettivi d’investimento di lungo termine. Il ruolo dello Stato sarebbe però riduttivo credere debba limitarsi a quello di finanziatore, sono molte le cose che può fare, come garantire un quadro legale stabile, e meccanismi contrattuali al riparo
dalla possibile instabilità politica, ricorrente in Paesi democratici, importante se è necessario aumentare il coinvolgimento dei privati», nota Amin.
Instabilità politica ed economica da imbrigliare in una solida cornice legale, rispetto alle molteplici circostanze. «Se l’incertezza economica è certamente un tema, anche i lunghi iter approvativi, e l’eventuale incertezza politica, sono ulteriori freni a questi progetti. Nel caso del pubblico si aggiunge il margine di manovra della politica fiscale, per quanto il finanziamento a deficit di queste opere sia largamente accettato, favorendo la crescita. Un occhio di riguardo dev’essere però riservato a una rigorosa analisi costi-benefici, e in seguito alla definizione di una chiara forma di Governance, che metta al riparo da possibili interferenze politiche, il che può ad esempio essere garantito da una semplice attribuzione delle deleghe sulle decisioni a un’istituzione indipendente», rileva Kohl. Come rimediare dunque risorse sufficienti, e costanti nel tempo per finanziare questo genere di progetti? «Il mix di finanziamento può essere molto articolato, e una strategia corretta dovrebbe essere sempre elaborata prima di posare la prima pietra. Per il tramite di fondi infrastrutturali, forme di coinvestimento, capitale istituzionale e modelli innovativi, Svizzera ed Europa possono assicurarsi tutti i mezzi necessari per far fronte agli investimenti infrastrutturali critici e necessari. Questo approccio multiforme avrebbe il vantaggio di assicurare l’avvio dei cantieri oggi, e di definire i quadri di riferimento per le opere di domani, a vantaggio di innovazione, sostenibilità e crescita economica», illustra Andrea Colosio, Senior Manager e Co-Head del Wealth Management Center of Excellence di PwC Svizzera. Collaborare è meglio. Nonostante il classico adagio ‘meglio soli, che male accompagnati’, è anche vero che avere compagni di viaggio sufficientemente preparati può spesso dimostrarsi una risorsa decisiva. «Le infrastrutture sono un tema d’investimento dall’alta componente politico/pubblica, e dunque molto sensibili al ciclo elettorale. Il fatto che al termine quest’anno oltre 50 Paesi saranno passati per elezioni spinge a pensare che il 2024 potrebbe essere un importante acceleratore per il settore. Nonostante l’iniziativa debba essere spesso pubblica, il coinvolgimento di capitali privati è
«Flussi di rendimento stabili, e imbrigliati da rigide condizioni contrattuali che li ‘blindano’ nel tempo spinge a pensare che le infrastrutture in futuro potrebbero anche arrivare a sostituire per importanza quasi completamente l’immobiliare commerciale, che invece sta fortemente soffrendo il post pandemia»
Luba Nikulina, Chief Strategy Officer di Ifm Investors
Cresce l’interesse
Gestito globale in strategie infrastrutturali (trl usd)
Interessi alternativi Strategie d’investimento in infrastrutture (dati annuali in mld usd)
sempre più decisivo, a fronte di un bisogno improcrastinabile di infrastrutture in ogni angolo del pianeta, che dunque può offrire importanti opportunità d’investimento di lungo periodo. Esiste infatti un enorme deficit di risorse da colmare, che stando ai soli obiettivi dell’Onu (Sdg) è già quantificabile in circa 4 trilioni di dollari annui, specie in ambito idrico, energetico e logistico», riassume Guglielmin. Colmare questo gap tra risorse neces-
Le infrastrutture sono un tema d’investimento molto rilevante, e pilastro portante di qualunque portafoglio che guardi a un orizzonte temporale di lungo periodo. Le strategie possibili sono molte, con profili rischio/rendimento tra loro profondamente diversi. Non tutte sono dunque adeguati a tutti, ma è sempre possibile trovare la migliore via di mezzo. Le opportunità ci sono.
Fonte: Boston Consulting Group 2024
Fonte:
Ma chi paga?
«La competitività è stato il tema principe delle elezioni europee 2024, con le infrastrutture quale cardine per migliorarla e riportarla su un positivo sentiero di crescita, andando a incidere su temi cari alla libera impresa, dunque produttività, efficienza e competitività»
Morgane Delledonne, Head of Investment Strategy Europe di Global
Finanziamento di investimenti privati per tipologia di finanziatore (in usd mld)
Come finanziarle
Appurato che l’infrastruttura debba essere realizzata, e giunti al termine del tortuoso iter approvativo, ecco aprirsi il delicato capitolo dei finanziamenti. Come farlo? «Sono molte le possibilità, a dipendenza della natura del progetto, e del finanziatore designato. I fondi d’investimento infrastrutturali sono un primo tassello di un ricco mosaico, e vanno dal semplice fondo aggregatore di investitori più piccoli, istituzionali e non, a fondi regionali provvisti di esplicite garanzie pubbliche, com’è il caso dell’Efsi europeo. Le peculiarità della Piazza finanziaria svizzera la rendono un’interessante piattaforma d’investimento per guardare anche a esigenze di altri Paesi europei», illustra Andrea Colosio di PwC Svizzera. Il passo successivo guarda invece a progetti di dimensioni già più significative. «Il coinvestimento è una modalità molto diffusa, che vede spesso società di Private Equity collaborare con entità pubbliche, è il caso della Bei in Europa, e dei Partenariati pubblico-privati svizzeri. In alternativa si può prevedere invece il coinvolgimento di grandi realtà istituzionali, quali i fondi pensione o sovrani. I Governi possono inoltre emettere autonomamente obbligazioni ad hoc, il cui rimborso è effettuato per il tramite dei proventi diretti di tali progetti; è il caso dei social impact bond svizzeri», prosegue Colosio. Laddove ciò non bastasse, un pizzico di innovazione non guasta. «L’emissione di token digitali su una blockchain collegati a un progetto infrastrutturale, dunque la parcellizzazione della sua proprietà, democratizza fortemente l’accesso a questa tipologia d’investimenti, e spalanca un nuovo importante bacino di risorse cui attingere. Evidentemente è necessario un ecosistema FinTech già sviluppato, com’è il caso della Svizzera, oltre a un quadro legale consolidato, su cui sta invece già lavorando Bruxelles», conclude l’esperto di PwC Svizzera.
sarie e disponibili apre a scenari in molti casi diversi dal passato. «Gli alti costi di finanziamento determinati da uno scenario di tassi elevati possono scoraggiare gli investimenti pubblici infrastrutturali su larga scala. Tuttavia questi ultimi possono produrre effetti moltiplicatore significativi. Si tratta dunque di bilanciare la prudenza fiscale con l’esigenza di avviare nuovi progetti strategici che favoriscano la crescita e lo sviluppo. Ciò vale in particolare per gli stati europei con livelli di debito già molto elevati. Una Governance efficace delle infrastrutture, insieme alla definizione di chiare priorità di spesa, possono contribuire a mitigare queste sfide», rileva l’esperto di PwC Svizzera. Questione dunque di compromessi, e a più livelli, non solo di spesa. «Anche in una situazione di consolidamento, la politica di bilancio dovrebbe favorire la spesa per investimenti, rispetto a quella in trasferimenti, ma in ogni caso la soluzione ottimale è la collaborazione tra pubblico e privato, per il tramite di partenariati di lungo periodo. Quello che può offrire il privato è la grande attenzione all’analisi costi-benefici, mentre il coinvolgimento del pubblico permette di considerare un orizzonte temporale più lungo per valutare l’utilità dell’investimento, entrambe caratteristiche molto importanti», sottolinea l’esperto di Julius Baer. Il ruolo sempre più importante assunto dai mercati dei capitali, in grado di mettere alla porta più di un Governo, pone oggi i vincoli di bilancio molto più al centro che in passato. «Un partenariato pubblico-privato può contribuire a meglio ripartire oneri e rischi, favorendo determinate decisioni. Lo Stato può sicuramente agevolare il privato offrendo progetti ‘bancabili’, dunque con un prevedibile ritorno finanziario, indispensabile per avviare il cantiere, laddove necessario colmando il gap con sovvenzioni, o facendo moral suasion nei confronti della comunità locale. Il pubblico ha molto da guadagnare, in primis competenze ed efficienza che in fasi più avanzate potrebbero dimostrarsi determinanti, dunque dovrebbe fare il possibile per fornire informazioni chiare, snellire gli iter approvativi e di controllo, e strutturando al meglio i meccanismi»,
I finanziatori dei grandi progetti infrastrutturali privati sono molti, e variano nel corso del tempo.
precisa l’esperto di abrdn. Sono molti gli strumenti finanziari dispiegabili per supportare concretamente queste partnership. E potrebbero ulteriormente diversificarsi. «La leva del capitale istituzionale e i coinvestimenti possono ripartire meglio i rischi, spalleggiando il ruolo crescente che i mercati privati stanno via via assumendo. L’emissione di obbligazioni pubbliche ad hoc, e la tokenizzazione delle opere possono invece contribuire a colmare i divari di finanziamento, garantendo a Svizzera ed Europa la possibilità di investire oggi, per tornare a correre domani», rileva Colosio. Ma per fare cosa? Acclarato che sia dunque possibile collaborare, e che abbia senso per entrambi, la domanda successiva è interrogarsi sul cosa, e in parte anche sul quando. «Dal 2008 in avanti e sino alla ripresa post pandemica gli investimenti infrastrutturali in Europa avevano fortemente rallentato, e si era data la priorità agli interventi di ammodernamento. Specie in Europa mediterranea tale dinamica si è da poco invertita. Si sbaglia però a considerare le infrastrutture tutte uguali, alcune sono infatti più cicliche di altre, ad esempio quelle energetiche rispetto a quelle idriche e telecom. A loro volta possono essere classificate per esigenze di finanziamento, tra ‘greenfield’ e ‘brownfield’. Le prime sono tutti quei progetti da realizzare da zero, con rischi maggiori e tempi più lunghi, mentre le seconde garantiscono un rendimento immediato, con il privato che si limita ad assumerne la proprietà, o la concessione», chiarisce l’esperto di Quaero.
Rimettere mano a quanto già costruito, o anche subentrarvi quale investimento, può presentare dunque diversi vantaggi. «Non bisogna mai dimenticare che il settore delle costruzioni è il principale responsabile delle emissioni, è dunque indispensabile un cambio di paradigma prima della stessa costruzione, in una logica circolare. Laddove possibile bisognerebbe sempre privilegiare il brownfield, bloccando il consumo di suolo, specie in Svizzera ed Europa dove la popolazione è stabile o in diminuzione. Parimenti bisogna prestare attenzione all’utilizzo dei materiali, scegliendoli ad esempio riciclati o riciclabili, o pianificando sin dal principio il ‘fine vita’ dell’opera. Le nuove tecnologie possono inoltre consentire di limitare gli sprechi di materiali, e quindi anche i costi», commenta Carlo Ratti,
«Gli investimenti infrastrutturali, specie se pubblici, sono una leva importantissima di rilancio e stimolo della crescita, specie in termini di quello che si definisce ‘effetto cascata’. Non solo migliorano la qualità dei servizi, ma creano anche nuovi posti di lavoro, e dunque nuove entrate per le imprese»
Sameer Amin, Global Head of Concession Infrastructure platform di abrdn
Fame energetica
Mix energetico nella fornitura di energia primaria (in % tot per fonte)
architetto e responsabile del Senseable City Lab del Mit di Boston. Rimane la domanda, capitali sì, ma per fare cosa? Altro elemento non trascurabile, sotto molti punti di vista. «Sono diverse le esigenze cui il Vecchio Continente è chiamato a far fronte. In rapporto al Pil gli investimenti produttivi hanno continuato a crescere, ma il divario di 150 bp con gli Stati Uniti è destinato a pesare sulla competitività europea. A fare
Il balzo quantico che la produzione energetica da rinnovabili dovrebbe fare per cercare di rispettare gli impegni presi rasenta l’assurdo, fermo restando che le previsioni del fabbisogno energetico al 2050 potrebbero essere come sempre accaduto del tutto inventate. Sembra dunque necessario lavorare sin da subito su un piano B, coinvolgendo il settore privato.
Fonte: Iea Aps Scenario, Bp statistical review
Fase di transizione: dal minimo al massimo raggiunto
Fonte: Bcg analyis
Meglio collaborare Mix di finanziamento pubblico/privato per regione (mld usd)
Come investirvi
Negli ultimi anni, parimenti a molti altri Alternativi, e in piena ‘caccia al rendimento’, il contributo che le infrastrutture sono riuscite a portare ai portafogli è stato notevole. Qualcosa è cambiato? «È probabilmente infine giunto il momento di riconoscere un’evidenza, e considerarle al pari delle asset class più tradizionali e diffuse. Soprattutto nel non quotato i flussi di rendimento sono molto stabili, e imbrigliati da rigide condizioni contrattuali che li ‘blindano’ nel tempo. Tale caratteristica è stata particolarmente preziosa nell’ultimo biennio, e spinge a pensare che in prospettiva potrebbero anche arrivare a sostituire per importanza quasi completamente l’immobiliare commerciale, che invece sta fortemente soffrendo il post pandemia», sintetizza Luba Nikulina di Ifm Investors. Rispetto alle asset class tradizionali, i numeri parlano chiaro. «Garantiscono rendimenti stabili, e immuni da molte variabili macroeconomiche, com’è il caso delle Utility. I dati di Cambridge Associates ben catturano questa dinamica, se infatti guardiamo all’ultimo decennio hanno avuto un rendimento annualizzato di oltre il 10%, rispetto al 7,6 dell’Msci Acwi. Evidentemente ci sono diversi modi di esporsi al tema, a dipendenza del profilo rischio/rendimento, e dell’orizzonte temporale. Si va dunque da strategie core/core+, più conservative, a quelle a valore aggiunto e opportunistiche, a rischio più elevato», conclude il Cio di Ubs.
la parte del leone sono sempre state le infrastrutture tradizionali, investimenti alimentati dai buoni profitti delle imprese e dal supporto pubblico che sta venendo meno. Il divario tra esborsi previsti e completati nel terzo trimestre 2023 è salito a 127 miliardi di euro, con la Bei che si è affrettata a comunicare che un aumento di 1 punto percentuale in infrastrutture pubbliche, è associato a un aumento di 1,1 punti da parte delle imprese», rileva la responsabile di Global X.
Guardando però ai prossimi anni appare evidente il concetto debba evolvere. «Le sorti di Svizzera ed Europa sono inevitabilmente intrecciate, e si inseriscono in un quadro molto articolato. L’efficienza e la transizione energetica, unite alle rinnovabili, sono un elemento portante dell’intero discorso, su cui si innestano
logistica e trasporti, com’è il caso del progetto Cst elvetico o delle diverse iniziative che mirano a creare un’organica rete di trasporto paneuropea. Non bisogna però trascurare il capitolo ‘digitale’. L’attenzione si sta concentrando sul nuovo protocollo 6 G e sul rafforzamento delle strutture per proteggere le infrastrutture critiche e i dati, ma l’Europa è anche all’avanguardia nell’informatica quantistica in cui deve continuare a investire, così come la Svizzera rimane leader nell’Intelligenza Artificiale in termini di ricerca e sue applicazioni», constata l’esperto di PwC. Tra energia e trasporti. Evidentemente lo sviluppo tecnologico, e buona parte dei benefici dell’innovazione, hanno un elevato ingrediente di energia, aspetto decisamente critico in Europa. «È stato stimato che il consumo energetico glo-
La ripartizione degli incarichi tra pubblico e privato varia molto di regione in regione.
bale direttamente legato all’Ia potrebbe raggiungere nel 2026 i 1.000 Twh annui, l’equivalente del Giappone, questo unito agli impegni già assunti di decarbonizzazione europei ben delinea la mole della sfida che si prospetta. La Cop28 si è impegnata a raddoppiare l’efficienza, e triplicare le rinnovabili, ma non sarà comunque abbastanza, bisogna fare molto di più, con tutta la benevolenza di uno Stato sempre più attento e conciliante su tali tematiche, il che spinge a ritenere vi siano più che notevoli opportunità d’investimento tutte da cogliere», rileva il Cio di Ubs.
Energia che si conferma essere il tallone d’Achille anche della Confederazione. «In seguito al referendum del 2017, e l’inizio della dismissione del nucleare, la dipendenza della Svizzera dalle importazioni di energia è andata solo aumentando. Nonostante le decisioni a favore delle rinnovabili, con idroelettrico, solare ed eolico che si vorrebbe diventassero le nuove turbine del mix energetico, allo stato attuale si importa il 72% dell’elettricità annua, in larga parte dalla vicina Francia, e non si vede come nei prossimi anni il trend potrebbe essere invertito. Gli strumenti messi in campo da Berna si confermano notevoli, al pari delle risorse stanziate, ma saranno necessari ulteriori investimenti e soprattutto tempo», commenta Amin. Se l’energia non è tutto, anche nell’era digitale l’economia reale continua a rappresentare un tema rilevante. «La mobilità di persone e merci ha diverse sfumature, e può variare molto a dipendenza delle distanze da percorrere. Nella pianificazione di aree urbane adeguate alle esigenze anche della popolazione di domani, è in particolare sulla micromobilità, e sulla sua intermodalità, che l’attenzione dovrebbe concentrarsi. Modernizzare le infrastrutture significa sì digitalizzarle, ma anche migliorare la qualità della vita e la competitività della società, il che puntando sull’integrazione di diverse modalità di trasporto può aiutare a decongestionare le città, riducendone le emissioni», riflette l’esperto di Pininfarina.
Per quanto sia evidente che in un contesto di scarsità di risorse, da qualche parte si debba pur risparmiare. «Sebbene il settore sia quello che raccoglie la
Fonte: Global Landscape of climate finance 2023
Latina e Caraibi
quota maggiore di investimenti pubblici a livello europeo, in rapporto al Pil sono molto scesi, specie in Europa meridionale ed orientale, con gli sforzi che si stanno in particolare concentrando su trasporti sostenibili, e infrastrutture ferroviarie. Questo si riallaccia con le criticità di approvvigionamento energetico di cui l’Europa è epicentro», constata Delledonne. Byte, malta e… Le esigenze delle città di ieri, oggi e domani sono diverse, e nel corso del tempo continueranno ad ampliarsi, specie in Europa, dove la popolazione è anche destinata a ridursi. «La sfida è trovare la quadra tra estetica, tecnologia e funzionalità per creare città davvero al servizio dei cittadini, e del pianeta, ad esempio in grado di promuovere l’inclusione sociale. A cambiare sono però anche le tecniche di costruzione, che stanno rapidamente evolvendo, all’insegna di rapidità, efficienza, sostenibilità e resilienza. La tecnologia è il nuovo perno, intorno cui ruotano i temi del momento, dunque IoT, Ia, realtà aumentata… tutti strumenti che miglioreranno la gestione dei progetti e la sicurezza, ottimizzando l’uso delle risorse», precisa Sordi.
Sostenibilità che passa anche da un migliore utilizzo dei materiali. «Una prima domanda che in Europa ci si dovrebbe sempre porre è se la nuova struttura sia davvero indispensabile. Se la risposta è sì, si apre il capitolo materiali, con la tecnologia che può dare una grossa mano nel limitarne consumo e sprechi, ricorrendo ad esempio a elementi prefabbricati, come il caso del progetto A.I. Timber, che promuove un utilizzo innovativo del legno, tagliandolo assecondando le nervature del legno, e poi componendo il puzzle dei riversi pezzi ricorrendo all’utilizzo dell’Ia», mette in evidenza l’esperto del MiT. Non si tratta di esempi isolati, ma di vere e proprie tendenze di settore, spronate spesso dal mercato. «Le tecniche di prefabbricazione e costruzione modulare sono uno dei principali trend, anche per la velocità di realizzazione finale delle opere. Accanto alle tempistiche, la maggior sostenibilità dei processi costruttivi, e dunque l’abbattimento dell’impronta di carbonio, è una forte pressione con cui si trova da tempo confrontata l’industria, mentre i cambiamenti climatici rendono necessario prevedere e preventivare una maggiore resilienza delle strutture, sin dalle prime fasi di progettazione», prosegue l’esperto di Pininfarina.
A caccia di risorse Mix di fonti di finanziamento dei Governi locali (in % totale entrate)
Malta Lituania Estonia Romania Austria Olanda Slovacchia Bulgaria Regno unito Belgio Danimarca Grecia Croazia Polonia Spagna Lussemburgo Ungheria Norvegia Italia Slovenia Repubblica Ceca Irlanda Cipro Svezia Lituania Francia Finlandia Portogallo Germania Svizzera Islanda
Chi spende?
Livello di Governo e assetto costituzionale rispetto alla spesa infrastrutturale
Del resto il cambiamento deve venire obbligatoriamente dal basso, ed essere interiorizzato dallo stesso team di progettazione. «Ogni progetto deve essere concepito come una ‘opera aperta’, come direbbe Umberto Eco, lavorando in chiave ‘futureproof’, nella consapevolezza che nel corso del tempo le funzioni e l’utilizzo degli spazi della struttura potranno cambiare, prevedendolo sin da subito. Parimenti le nuove tecnologie, Ia generativa in primis, devono essere accolte e capite. Se guardiamo a ChatGpt, oggi siamo al livello text-to-image, scrivendone una breve descrizione, l’Ia è in grado di creare l’immagine, facendo il collage di altre già prodotte e disponibili in rete. In chiave futura, da qui a pochi anni, si arriverà al successivo, il text-toBim (Building Information Model), ossia l’Ia creerà direttamente il progetto vero e proprio sulla base di pochi input. Questo non implicherà la ‘morte dell’architetto’, ma un suo ulteriore grado di specializzazione, inventare quello che ancora non esiste, che l’Ia non potrà certamente creare», conclude Carlo Ratti.
L’assetto costituzionale degli stati può incidere pesantemente anche sulle dinamiche della spesa per infrastrutture, oltre che sulle fonti di finanziamento del pubblico.
Le esigenze del Vecchio Continente sono molte, e in diversi ambiti, dalla Politica alla Difesa, dall’economia alla finanza, ma probabilmente la grande sfida che non può essere persa è infrastrutturale, il fondamento su cui si fondano le economie moderne. Trovare la quadra, e investire il necessario per diventare in primis energeticamente indipendenti, senza cullarsi in utopie rinnovabili, dovrebbe essere la prima voce di un’agenda non troppo ideale né futuristica. Quanto è plausibile che accada? Probabilmente non molto, nonostante dovrebbe essere la priorità, anche nel caso della Svizzera.
Sono molti i Giochi che l’Europa deve organizzare, e ancora iniziare, si tratta solo di dare la giusta attenzione a tutti, senza perdersi via su cosa sembra importante, ma è solo pleonastico. ❏ Fonte:
Eurostat 2019
Se a fare goal è la tecno-sportività
La tecnologia nello sport gioca un ruolo fondamentale, portando cambiamenti significativi in campo e nella fruizione delle competizioni sportive da parte del pubblico. Con l’analisi dei dati e l’intelligenza artificiale, le applicazioni mobili e lo streaming, attrezzature avanzate e tecnologie di replay e Vr/Ar, per atleti e spettatori coinvolgimento e prestazioni sono al top.
Iriflettori sono puntati sul campionato europeo di calcio. Con la Spagna tra le favorite, ma anche la nostra “Nati” è partita con vigore, per il gaudio dei patri tifosi. Sul filo di questa attualità, ho pensato dunque di trattare un argomento che, se direttamente legato allo sport del calcio (ma anche allo sport in generale), è di interesse nell’ambito dello sviluppo imprenditoriale delle tecnologie, da quelle classiche a quelle più nuove (anche se, in realtà, lo sviluppo tecnologico è esponenziale ed è dunque difficile definire ciò che è nuovo).
Nel campionato europeo la Uefa ha consolidato il sistema del Var introdotto nel 2019 così, ora, ad agire sono ben tre operatori video, da quattro sale operative video (Vor) nel Football Technologies Hub (Ftech Hub) dell’International Broadcast Centre di Leipzig (epicentro di tutta la tecnologia applicata nel campionato), e due arbitri assistenti video (Avar).
S’inaugura anche un’ulteriore novità: per la prima volta al Campionato Europeo
di Calcio Uefa, il pallone ufficiale sarà dotato della tecnologia adidas “Connected Ball”, che invia dati accurati agli arbitri in tempo reale. Combinando i dati sulla posizione dei giocatori con l’intelligenza artificiale, l’innovazione contribuisce alla tecnologia Uefa per il fuorigioco semi-automatico (Saot) e velocizzerà enormemente il processo decisionale durante la partita. La tecnologia “Connected Ball” può anche aiutare gli arbitri video a identificare ogni singolo tocco del pallone, riducendo il tempo per risolvere gli incidenti di fallo di mano e di rigore. Ci sarà invece continuità per le tecnologie più veterane come la tecnologia di linea di gol (Glt), applicata dal 2016, o quella sopracitata per il fuorigioco semi-automatico (Saot), applicata dal 2022.
Passando dalle mega istituzioni come la Uefa è interessante constatare come la tecnologia applicata al calcio (e, più ampiamente, allo sport) abbia assunto un’importanza rilevante e sicuramente in crescita. Si consideri, per esempio, che
a livello delle federazioni nazionali sono stati fatti investimenti notevoli nell’adozioni delle tecnologie. In Svizzera la nostra “Swiss Football League” ha concentrato la tecnologia usata per il controllo dell’applicazione delle regole del gioco (Var, Vor, Referee Review Area (Rra), ecc.) su fornitori multinazionali, alcuni con filiale in Svizzera, come Hawk-Eye Innovations (Uk), Riedel Communications (D/Ch) e Nep Switzerland (Usa/ Ch), mentre per la comunicazione dei risultati di questa tecnologia ai fruitori delle partite si avvale dei servizi offerti da Swisscom.
In mercati decisamente più grandi si sta puntando sull’uso delle tecnologie non solo a favore dell’applicazione delle regole del gioco ma soprattutto per offrire all’organizzatore del campionato, alle aziende collegate e, più di tutti, agli spettatori che seguono le partite in televisione un’esperienza che completa (e di molto) la fruizione del gioco stesso. In questi casi si tratta di elaborare una miriade di dati
in tempo reale, essendo necessario non solo l’impiego di programmi sempre più sofisticati, basati principalmente sull’Ia e il machine learning ma anche di sistemi estremamente potenti e avanzati.
In questo campo sono già scesi due colossi mondiali e naturalmente competitor. In Germania La Bundesliga, la principale serie di calcio nazionale tedesca, utilizza Aws per fornire statistiche in tempo reale che migliorano la comprensione della strategia e dei risultati di gioco e consigliare contenuti personalizzati ai suoi 500 milioni di tifosi e partner globali su più canali (secondo i dati di Aws). Utilizza diversi servizi di Ml di Aws, tra cui Amazon SageMaker, Amazon Personalize e Amazon Rekognition, nonché servizi di analisi per migliorare il prodotto di trasmissione, e sta esplorando nuovi formati di distribuzione per aumentare la base di tifosi della Bundesliga globale. Parallelamente, sta trasformando le sue operazioni commerciali per aiutare la Serie e i suoi Club a creare servizi, automatizzare i processi e migliorare l’uso dei dati e l’efficienza sotto il profilo dei costi (grazie ai servizi professionali di Aws, la Bundesliga ha già ridotto i costi operativi del 75% con un’infrastruttura di streaming serverless altamente scalabile).
In Spagna invece, La Liga, ha optato per il maggiore concorrente di Aws: Microsoft. Con il gigante Usa, una delle principali serie di calcio in Europa ha sviluppato un programma di statistica avanzata chiamata “Beyond Stats”, che offre un’analisi di grandi set di dati dinamici elaborati dalla piattaforma Mediacoach, parte del portafoglio di LaLiga Tech, la società specializzata in soluzioni tecnologiche per il settore dello sport e dell’intrattenimento, lanciata nel 2021 sotto l’egida de La Liga. Queste metriche ora raggiungono l’utente grazie all’Intelligenza Artificiale e al machine learning forniti da Microsoft Azure. In questo caso la tecnologia viene principalmente utilizzata per una strategia di relazione globale con i tifosi di calcio (40,8 milioni secondo La Liga).
Anche a livello delle squadre di calcio naturalmente l’uso delle nuove tecnologie è diventato un must e materia di studio nelle principali scuole specializzate. Se è comprensibile l’opportunità, ma direi anche la necessità, di mantenersi allo “state of the art”, trovo invece molto interessante le iniziative di alcuni grandi squadre
che colgono l’occasione per promuovere in generale le nuove tecnologie. È il caso del Real Madrid con l’iniziativa Real Madrid Next, concentrata sulla generazione di sinergie con start up e aziende leader nel loro settore, fornendo risorse e condividendo le loro conoscenze in tutti gli aspetti legati alla pratica sportiva e partecipando attivamente allo sviluppo di soluzioni dirompenti che gettino le basi per il futuro dello sport e il suo impatto sulla società (su sei aree di lavoro: e-health, performance, fan engagement, contenuti audiovisivi, cybersecurity & technology e social). Anche il Barcellona, con il suo Barça Innovation Hub, dichiara di impegnarsi a fare un nuovo salto nel settore dello sport, sottolineando che l’Hub non ha solo l’obiettivo di fungere da ente di ricerca, ma intende anche favorire l’innovazione e le sue reali applicazioni nel nostro Club e nell’industria in generale. Se il lettore crede che queste iniziative siano prerogative delle grandi squadre, si sbaglia: almeno in Spagna ho trovato una squadra, il RC Celta di Vigo (con un preventivo di circa 100 milioni di euro rispetto ai mille milioni del Real Madrid o degli 859 milioni del Barça) che ha creato il suo proprio Celta Lab 1923. Nella pagina web informa: “È impossibile ignorare la velocità con cui l’industria dello sport sta cambiando, siamo in un momento di innovazione dirompente. Celta Lab 1923 è il nostro impegno per un modello di innovazione aperto e ‘lean’, creando un veicolo con la capacità di supportare, incubare e interagire con start up, imprenditori e altri attori dell’ecosistema”.
Non conosco in Svizzera iniziative simili, salvo quella multidisciplinare dell’associazione Swiss Olympic che ha creato un suo “Sports Innovation Hub”. Che in Spagna esista oggi un clima favorevole alle start up (ho avuto occasione di scriverne in un contributo anteriore) è anche dimostrato dal fatto che, proprio nel settore dello sport e in particolare del calcio, si stanno sviluppando aziende che creano e offrono, non solo a livello nazionale, soluzioni tecnologiche avanzate. È il caso di Olocip, un’azienda leader fondata da Esteban Granero (calciatore professionista) e Pedro Larrañaga e Concha Bielza (entrambi professori di Ia presso l’Upm) per unire due mondi apparentemente molto diversi, il calcio e la scienza, specializzata nell’implementazione dell’Intelligenza Artificiale più avanzata nel
David Mülchi, Avvocato e Socio dello Studio Legale Mülchi & Asociados, Madrid e Lugano.
campo dello sport e dell’industria. Tra i suoi clienti conta anche con la nostra St. Gallen 1789 alla quale ha offerto l’applicazione Tct-Scout, sviluppata interamente utilizzando sistemi di intelligenza artificiale, che permette ai giocatori di essere contestualizzati in ambienti specifici (squadra, campionato, allenatore, ruolo, ecc.) con l’obiettivo di fare previsioni di performance che riducano l’incertezza nel processo decisionale.
Ma in Svizzera è appena atterrata anche un’azienda italiana, K-Sport, leader nel settore della tecnologia wearable, ovvero dell’uso di dispositivi indossati dagli sportivi che rilevano dati fisici e di posizione i quali vengono trasmessi a un sistema di analisi dei dati che utilizza il primo - e ad oggi unico - sistema al mondo per la match analysis realmente basato su criteri matematici (brevettato Pct nel 2010 e certificato) che, secondo l’azienda, sta rivoluzionando il modo di vedere il calcio. Nel mondo più di 500 club e federazioni usano le tecnologie di K-Sport, in Svizzera per esempio il Kriens, il Losanna, il Bellinzona e il Chiasso. Anche in questo caso l’azienda promuove l’innovazione tecnologica con un programma di collaborazione con la Supsi (rivolto sì, questa volta, all’hockey su ghiaccio). Da tifoso della tecnologia, mi solletica l’idea di vedere una partita di calcio, un assalto di scherma o una discesa libera con occhiali Vision Pro di Apple, ma dall’altra il mio subconscio sta proprio ora gridando di ricordare come si sta nel Santiago Bernabéu, nella sala d’armi o sulle piste di sci (anche al freddo).
Stuzzicare il gusto
Incontrare le esigenze di un’alimentazione salutare è la sfida dell’industria degli snack, ma anche l’opportunità per conquistare nuove fasce di mercato e occasioni di spuntino. Tuttavia le tradizionali chips restano uno sfizio intramontabile. Pioniere sin dalle sue origini, 65 anni fa, Zweifel continua a innovare e guarda anche al segmento dolciario per un assortimento 24 ore su 24.
Può essere una rapida ricarica di energia quando si devono far correre le gambe o cervello, il conviviale corredo di aperitivi e picnic, il rituale per assaporare ancora meglio un match sportivo o l’ultimo blockbuster. Patatine, tortillas, cracker, pretzel, popcorn, cereali soffiati, noci tostate, frutta secca e, sempre più, anche alternative a base di legumi o vegetali: un settore stuzzicante, quello degli snack, che continua a crescere e muovere centinaia di miliardi nel mondo.
Pioniere delle chips in Svizzera, Zweifel punta a diventare un fornitore completo di snack, lanciandosi anche nel segmento dolciario e nei prodotti alternativi.
Pioniere del settore in Svizzera, un brand iconico, Zweifel. Nessun ‘dubbio’malgrado proprio questo sia il significato del cognome della famiglia che nel 1958 ha fondato l’azienda e ne rimane proprietaria unica: con una quota di mercato del 60% nelle chips, e del 35% se si guarda al comparto snack nel suo complesso, conta oltre 500 collaboratori fra il quartier generale di Zurigo-Höngg e i siti produttivi di Spreitenbach (Ag) e Müsingen (Be). Il 2023 l’ha vista onorare il 65esimo anniversario con una cifra di affari record, superando per la prima volta i 300 milioni di franchi (+13,2 mio Chf di vendite) e le 10mila tonnellate di chips e snack prodotti. «Un risultato che riflette la forza del nostro marchio. Non solo nel commercio al dettaglio, ma soprattutto nel
Già pochi giorni dopo esser consegnate allo stabilimento di produzione della Zweifel, a Spreitenbach, le patate vengono lavate, sbucciate, affettate, fritte, condite e confezionate. L’intero processo richiede solo 30 minuti, grazie all’automatizzazione della maggior parte dei passaggi. Per ottenere 1 kg di chips ne occorrono 3,5 di patate.
settore della ristorazione e convenience (i negozi di vicinato). Grazie alla rete di distribuzione del nostro Frisch-Service, le vendite out of home hanno addirittura superato quelle del 2019», commenta il Ceo Christoph Zweifel, rappresentante della quarta generazione, se si considera come l’esordio imprenditoriale della famiglia risalga già al 1898, con un’azienda dedicata alla commercializzazione di vino e succhi di frutta.
Nemmeno le turbolenze degli scorsi anni hanno intaccato una crescita che si conferma per il nono anno di fila: se nel periodo pandemico la contrazione dell’out of home è stata compensata, complici lo smart working e la chiusura delle
frontiere, dal forte incremento dei consumi domestici, l’azienda ha poi saputo reagire anche all’impennata dei prezzi di energia e materie prime, che ha toccato in particolare patate e olio di colza. Ma ora dove individuare ulteriore margine di crescita? «Stiamo sviluppando una gamma completa di snack, con prodotti sia salati che dolci, per coprire tutte le occasioni di spuntino h24, 7 giorni su 7. Naturalmente vogliamo rimanere forti nel segmento delle patatine, ma come fornitore completo il nostro obiettivo è crescere nel segmento dolciario e dei prodotti da forno. Nel 2020 abbiamo compiuto un passo decisivo con l’acquisizione di un’azienda con cui già da venti anni avevamo una proficua partnership commerciale, la Berger Ag Backwaren di Münsigen, il cui assortimento si concentra storicamente sui biscotti monodose tradizionali. Stiamo ora investendo per affermarlo come ‘Lovebrand’», spiega Christoph Zweifel illustrando la sua visione strategica, corroborata anche dalle precedenti esperienze professionali presso Unilever, dove ha potuto familiarizzarsi con le attività internazionali di una multinazionale, e successivamente presso il Gruppo di boulangerie Hiestand, dove si è focalizzato sul B2B, prima di raggiungere l’azienda di famiglia nel 2015, inizialmente assumendo l’incarico di responsabile marketing e vendite.
La presenza all’estero, dove quelli di Zweifel si qualificano come prodotti premium, si concentra nei paesi limitrofi - Germania, Austria e Francia in particolare. «L’attività oltre confine è relativamente piccola, ma in costante crescita a due cifre. Tuttavia i punti di forza sul mercato nazionale, a partire dalla grande popolarità di cui godiamo, non possono essere trasferiti all’estero, dove siamo in pratica sconosciuti. Bisogna essere realistici: non sono queste le premesse per espandersi all’estero su larga scala. Altri marchi svizzeri lo hanno già sperimentato fallendo miseramente», commenta il Ceo.
In patria invece la concorrenza internazionale è - per ora - scoraggiata dagli elevati dazi applicati alle importazioni, eccettuati i ristretti contingenti doganali messi all’asta due volte l’anno per i prodotti finiti a base di patate. «Ciò non toglie che da tempo in Svizzera siano presenti competitor stranieri come Internsnack, Tyrrell’s, Lorenz, Doritos..., cui si deve tenere testa, ma crediamo anche che
«Per noi è fondamentale tenere il polso della situazione e seguire le tendenze. Vediamo un grande potenziale nei nuovi snack salutari, ma ogni nuovo lancio deve avere obiettivi chiari. Tuttavia il segmento delle chips tradizionali non è in discussione: come parte di una dieta equilibrata, hanno il diritto di esistere come alimenti di lusso»
Christoph Zweifel, CEO Zweifel Pomy-Chips
I bestseller 2023
1. Original Chips Paprika
2. Original Chips Nature
3. Wave Inferno
4. Original Chips Salt & Vinegar
5. Vaya Bean Salt
la concorrenza stimoli il mercato, a vantaggio di tutti», dichiara il Ceo.
Di conseguenza, si continua a investire: proprio quest’estate prendono avvio i lavori per un nuovo stabilimento sul sito di Spreitenbach, dove Zweifel ‘sforna’ le sue patatine dal 1970, con l’obiettivo di poter produrre non solo quantità maggiori, ma anche in modo più efficiente e sostenibile. Battesimo previsto nella primavera 2027, da quando affiancherà l’edificio inaugurato nel 2019 (40 milioni di franchi a testa), che ospita tra l’altro il centro visitatori con laboratorio gastronomico: Zweifel è fra le pochissime aziende a offrire visite guidate gratuite ai propri impianti, ogni anno sfruttate da circa 10mila persone. Se le ricette della casa vengono gelosamente custodite, è l’occasione, oltre che per una degustazione, per scoprire come vengono prodotte le mitiche chips: «Le patate vengono lavorate in pochi giorni dalla consegna: lavate, sbucciate, affettate, fritte, condite e confezionate. L’intero processo richiede solo 30 minuti, infatti la maggior parte di
Una solida crescita
Fatturato (mio. Chf) e n. collaboratori (centinaia)
■ Fatturato ■ Numero collaboratori
Fonte: Zweifel Pomy-Chips Ag, 2023
Diffusione degli spuntini in Svizzera Pasti intermedi per giorno, regione linguistica e sesso, in % intervistati
Nel 2023 Zweifel ha onorato i suoi 65 anni superando per la prima volta 300 milioni di Chf di fatturato, con oltre 10mila tonnellate di chips e snack prodotti. Lo sviluppo nel segmento dolciario e dei prodotti salutari potrà garantire ulteriore margine.Gli svizzeri sono un popolo di ‘sgranocchiatori’: su una media di 5,4 pasti al giorno risultano 2,7 pasti intermedi.
Donne
Fonte: USAV, Rassegna sulla nutrizione in Svizzera 2021
Una stirpe di viticoltori
La presenza degli Zweifel a Höngg è attestata sin da metà del XIV secolo. Come viticoltori, mugnai, insegnanti e membri attivi della comunità, hanno contribuito al suo sviluppo lungo oltre sei secoli. Le prime vigne appartenenti alla famiglia sono menzionate per la prima volta nel 1440, in una lettera dell’Abbazia di Wettingen. L’industrializzazione e la distruzione delle viti locali verso fine Ottocento a causa della filossera e delle muffe introdotte dall’America spinsero i fratelli Emil e Paul Zweifel ad avviare accanto alla loro tradizionale attività di produttori il commercio di vini e la produzione di succhi di frutta, mele in particolare, fondando l’azienda Gebrüder Zweifel. Visto il successo, nel 1946/47 la sidreria che era stata costruita accanto alla casa di famiglia, fu ampliata e divenendo la più moderna d’Europa, ma gli anni successivi, con l’arrivo sul mercato di bevande rivoluzionarie come la Coca-Cola, videro l’attività calare drasticamente, fino all’interruzione nel 1983. Per sfruttare meglio i locali e i veicoli esistenti, nel 1958 la famiglia Zweifel iniziò a commercializzare e distribuire acqua minerale. Contemporaneamente, rilevò la produzione di patatine avviata nella sua fattoria da un cugino improvvisamente mancato. Nel 1960 entrava in funzione la prima friggitrice completamente automatica, soprannominata “freundlicher Drache’’, un drago gentile che elargiva dalle sue fauci l’incredibile quantità di 180 kg all’ora. In breve, Zweifel Pomy Chips Ag è cresciuta fino a diventare la più grande azienda di patatine e snack della Svizzera. È però proseguita in parallelo l’attività vitivinicola di quella che oggi si chiama Zweifel 1898. Conta vigneti di proprietà sul Lattenberg, a Stäfa, Regensberg, Otelfingen e Remigen. Già nel 1960, ha assunto la rappresentanza regionale di rinomati viticoltori del Ticino e di Neuchâtel. In seguito si sono aggiunti i vini della Hofkellerei Liechtenstein e specialità altoatesine e trentine. Negli anni ’7080, i viaggi in Portogallo, California e Australia hanno dato vita a rappresentazioni esclusive di produttori di prim’ordine, cui sono seguiti negli anni ’90 Cile, Argentina, Sudafrica e Nuova Zelanda. Dopo il 2000, seguendo la tendenza generale verso le provenienze europee, il portafoglio è stato notevolmente ampliato con vini pregiati da Italia, Francia e Spagna, così che oggi, i principali paesi vinicoli sono rappresentati nell’assortimento della Zweifel 1898, così come le regioni di prestigio e le nuove ed entusiasmanti aree della carta dei vini.
questi passaggi è automatica», specifica il proprietario. Per fare 1 kg di patatine ne occorrono 3,5 di patate, di varietà specifiche per la trasformazione, con sufficiente amido e del giusto calibro (42-70 mm). Per chi come Zweifel ne lavora 27mila tonnellate all’anno, non è scontato potersi affidare al solo approvvigionamento nazionale. «Quando possibile, lavoriamo materie prime svizzere provenienti dai nostri oltre 300 agricoltori. In un’annata normale, possiamo contare sulle quantità
necessarie, altrimenti copriamo le eventuali carenze con patate provenienti dai Paesi limitrofi., nella nostra media a lungo termine di circa il 10%. Stiamo inoltre collaborando con i nostri partner, a stretto contatto con università e associazioni, per trovare soluzioni sostenibili a lungo termine, con varietà più resistenti per assicurare una resa uniforme», commenta il Ceo. Zweifel è stata inoltre il primo produttore di patatine e snack a utilizzare esclusivamente olio di colza svizzero Holl,
Accanto, la quarta generazione degli Zweifel: Christoph e sua sorella Barbara con i cugini Ruedi (a sinistra), Walter, presidente CdA Zweifel 1898, e Urs, enologo (sulla destra).
caratterizzato da un alto livello di acido oleico - acidi grassi insaturi più sani e resistenti al calore - e da un basso livello di acido linoleico. Al contempo ha sostituito il sale marino con quello delle Saline di Bex, nel Canton Vaud. Una swissness sottolineata anche dal packaging, che reca riportato in alto a destra sui sacchetti il nome dell’agricoltore che le ha fornite. Un’informazione unica al mondo che crea trasparenza e fiducia.
La sfida che ora accomuna l’industria dello snacking è incontrare le esigenze di un’alimentazione salutare. I membri dell’Esa, la European Snack Association che rappresenta l’80% dei produttori europei, per un totale di oltre 40 paesi, sono stati antesignani nella riformulazione e nell’innovazione di snack più sani. Il successo ottenuto negli ultimi decenni nella riduzione della quantità media di sale nelle loro ricette, è stato ulteriormente incrementato di recente dal notevole calo dei livelli di grassi e grassi saturi, grazie alla sostituzione degli oli di frittura o all’uso di nuove tecniche di cottura. Per migliorare ulteriormente la composizione nutrizionale dei prodotti, sempre più spesso si includono ingredienti ricchi di fibre e proteine, come i legumi, e, in generale, ingredienti naturali.
«Anche noi sediamo fra i rappresentati del CdA dell’Esa, che svolge un ruolo cruciale nel coordinare una posizione unitaria dei produttori di snack nei confronti della Commissione e del Parlamento europei, degli Stati membri e della società civile, e ci permette di discutere le tematiche prioritarie per il settore», commenta Christoph Zweifel. «Per noi è fondamentale tenere il polso della situazione e seguire le tendenze. Operiamo in un mercato dinamico e aspiriamo a esserne un first mover. Nel 2023, con il lancio delle gaufres Vaya abbiamo inaugurato una nuova fase di sviluppo strategico. Realizzate con ingredienti di tendenza come ceci, piselli verdi, fagioli e barbabietola, costituiscono un’opzione equilibrata per chi vuole fare uno spuntino consapevole, super croccanti anche se non fritte. È un campo in cui vediamo ancora un grande poten-
ziale, ma ogni nuovo lancio deve avere obiettivi chiari, che perseguiamo con un processo di sviluppo interno del prodotto. L’esperienza insegna che 9 nuove proposte su 10 falliscono. E se c’è poca richiesta, lo eliminiamo proattivamente dalla gamma», spiega il Ceo di Zweifel, citata anche come caso esemplare nell’ultimo ‘Rapporto di sostenibilità’ dell’Esa. «Tuttavia», precisa il Ceo, «il segmento delle chips tradizionali non è in discussione: come parte di una dieta equilibrata, le patatine e gli snack hanno il diritto di esistere come alimenti di lusso».
Rivoluzionaria l’azienda di Höngg lo è stata anche introducendo ante litteram un sistema di distribuzione garante della freschezza distintiva dei suoi prodotti, il Frisch-Service: nel 1962 una flotta di dieci furgoni VW iniziò a rifornire tutta la Svizzera di patatine fresche ogni settimana. Ideato da Hansheinrich Zweifel, cofondatore dell’azienda di cui è stato il primo direttore generale, il Frisch-Service ha dato un decisivo contributo nel renderne i prodotti noti e popolari. Ha così stabilito un importante punto di riferimento per il mercato, persino insignito del Premio Logistica nell’aprile 2015 e inserito nella Swiss Supply Chain Hall of Fame. «La freschezza del servizio come principio logistico ha portato a un’organizzazione di vendita diretta unica nel suo genere, con molti contatti con i clienti. Ancora oggi ci basiamo su questo concetto: circa 170 consulenti di vendita sono in viaggio ogni giorno da dodici centri in tutta la Svizzera. Consigliano personalmente i nostri clienti, riforniscono circa 14mila punti vendita di patatine e snack, controllano l’assortimento e sostituiscono tempestivamente i prodotti, gratuitamente!», sottolinea Christoph Zweifel, figlio dell’ideatore.
Innovazione sì, ma la leggendaria ricetta delle chips alla paprika non si tocca. Messa a punto mezzo secolo esatto fa, anche questa porta la firma di Hansheinrich Zweifel. In viaggio negli Stati Uniti rimase a tal punto conquistato dal sapore insolito di una salsa barbecue da mettersi all’opera, non appena tornato in Svizzera. Insaporì le sue patatine, unendo alle note esplosive dell’affumicatura, l’aroma dolce e pungente della paprika, spezia fino ad allora associata al gulash. Non c’è alternativa che tenga, le “Original Paprika” sono il bestseller di Zweifel, dunque le più amate di Svizzera. Tanti altri ri-
conoscimenti attestano l’alto indice di gradimento di cui gode l’azienda: marchio dell’anno nel 2018 per Havas Brand Predictor, a più riprese nominata miglior datore di lavoro sopra pesi massimo come Schindler e Rolex, vincitrice nel 2020 del Prix Svc della Regione di Zurigo.
Intanto si prepara a entrare in scena la quinta generazione, quattordici giovani tra i 15 e i 32 anni (e già sta nascendo la sesta). «Non sono ancora attivi a livello operativo nell’azienda, ma c’è un dialogo molto stretto. Il nostro Presidente del CdA li intervista periodicamente su come vedono il loro futuro e quello dell’azienda. Il fattore decisivo è che ci sia interesse senza pressioni per soddisfare le aspettative. Per 29 anni, prima del mio arrivo, l’azienda non è stata gestita dai membri della famiglia, eppure è andata bene. Inizialmente avevo in mente un percorso diverso, indipendente, e sono stato il primo a chiedermi se fossi la persona giusta. Non si può pretendere di essere
Sopra, lo stabilimento di produzione inaugurato nel 2019 a Spreitenbach. Sempre qui, dove Zweifel produce dagli anni ’70, quest’estate si inizia a costruire un nuovo impianto, ancor più efficiente e sostenibile. Una grande innovazione fu anche il Frisch-Service, entrato nella Swiss Supply Chain Hall of Fame. Lanciato nel 1962 dal patron Hansheinrich Zweifel, cui va anche il merito di aver messo a punto la ricetta delle chips alla paprika, ha portato a un’organizzazione di vendita diretta unica nel suo genere e tuttora valida, dando un contributo essenziale alla popolarità del brand.
capaci solo perché si porta un cognome», chiarisce Christoph Zweifel, che ha due figli. Anche quest’estate non mancherà per loro una tappa in Ticino, diventato quasi una seconda casa: «La nostra famiglia trascorre regolarmente le vacanze in un rustico in Valle Maggia dagli anni Ottanta. Da ragazzo, le vacanze pasquali ed estive erano saldamente legate al Ticino. Ancora oggi festeggiamo qui insieme le festività. Per me è un rifugio in cui rallentare e un luogo di delizie culinarie», conclude Christoph Zweifel. Intanto si lavora a pieno regime per conquistare un nuovo anno da record: l’estate con gli Europei le Olimpiadi promette bene. Nella media di lungo periodo gli anni con importanti eventi sportivi registrano circa il 5% in più di vendite, anche se altri fattori come la meteo e il livello della compagine svizzera possono influire. Non resta che tifare!
Susanna Cattaneo
La medicina personale
Sollecita l’attualità: il settore delle life science. Un settore in forte sviluppo, cresciuto per importanza e ampiezza durante la pandemia, che si conferma tra i più competitivi, produttivi e dinamici in questa fase storica ed economica.
Nelle biotecnologie c’è una grande richiesta a livello di ricerca e sviluppo, ma alle life science guarda ampiamente anche il settore della produzione farmaceutica, sia per i principi attivi e intermedi sia per i farmaci ‘finiti’. E non solo.
Cristina Morelli è ceo & scientific director di Aretè Solutions, una Contract Research Organisation (Cro) in fase di start-up, volta a garantire alle aziende un supporto a 360° nei diversi ambiti connessi alla ricerca clinica con farmaci, dispositivi biomedicali e trattamenti clinici. Le aziende vengono accompagnate nelle fasi della pianificazione e dello sviluppo dei loro rispettivi prodotti: sia per gli aspetti teorici dell’impostazione regolatoria e metodologica sia per gli aspetti pratici dell’organizzazione e dello svolgimento delle sperimentazioni e degli studi clinici, a livello nazionale ed internazionale. Quale la possibile evoluzione della realtà aziendale che rappresenta?
Essendo Aretè Solutions una società di servizi, l’unico vero ‘prodotto’ è rappresentato dalla professionalità del suo team: la crescita dell’azienda corrisponde, de facto, alla crescita qualitativa e quantitativa delle sue risorse umane. Nell’ottica di mantenere una struttura centrale snella e molto diversificata, in azienda sono presenti le funzioni chiave, ovvero quelle che assicurano le attività ‘core’. Puntiamo a potenziare gli ambiti ad elevato moltiplicatore nelle sperimentazioni cliniche, come l’area regolatoria, quella del monitoraggio e del Data Management.
Un ambito e un’attività che hanno una vocazione internazionale...
L’operatività a livello internazionale è basata su un network di partner locali,
destinato a consolidarsi sia in termini di estensione geografica che di attività delocalizzate. Basandoci sull’esperienza pregressa del nostro team, focalizzata su clienti in ambito internazionale, possiamo contare su una rete di contatti al di fuori della Svizzera. Oggi siamo intenti a radicarci sul territorio, orientati ai potenziali clienti presenti in Ticino, e al tipo di supporto che una realtà come Aretè Solutions può fornire loro.
Quali sono gli aspetti positivi, di questo territorio, per chi fa impresa?
Offre un tessuto molto favorevole per chi fa impresa, anche in ragione di servizi e strutture di riferimento che sono di indubbio sostegno ai diversi ambiti correlati all’imprenditoria. Per avviare una start-up, non ci si interfaccia con singoli referenti, bensì ci si muove in una rete di supporto interconnessa, che offre indicazioni, rassicurando. Un’interconnessione che, peraltro, non è ‘settoriale’ ma trasversale, in quanto mette in relazione àmbiti tra loro eterogenei. Penso, ad esempio, all’eccellente sinergia che c’è tra le aziende e la Supsi (con i suoi vari dipartimenti). Un altro fattore degno di nota è una sorta di ‘effervescenza’ in ambito imprenditoriale, che si declina sia rispetto alla diversificazione e all’innovatività dei prodotti e dei servizi, sia rispetto alla numerosità delle aziende presenti sul territorio. Quali le (eventuali) criticità?
Il nostro è un settore che avanza rapidamente e richiede una ‘apertura di visione’ da parte degli attori coinvolti nel complesso àmbito delle sperimentazioni cliniche. Un’apertura che non sempre si riscontra. Un’altra criticità, per una realtà in evoluzione come Aretè - che opera a livello globale in un settore ‘ad alta velocità’
e necessita pertanto di profili estremamente ‘codificati’ e con una formazione specifica - è rappresentata dall’impossibilità di selezionare liberamente i nuovi collaboratori dal panorama internazionale, dovendo implementare un processo a due fasi (Svizzera prima, estero dopo). Il Cantone, per il proprio sviluppo economico, punta molto sul settore delle Life Science. Condivide questa scelta? La ritengo una scelta lungimirante ed appropriata. Dalla medicina di massa ci stiamo muovendo verso la medicina personalizzata, già implementata per alcune aree terapeutiche ma destinata a diventare l’approccio universale nella pratica clinica. L’ampliamento, in aumento esponenziale, della conoscenza scientifica sempre più approfondita dei processi cellulari e biomolecolari coinvolti nell’esordio e/o nella progressione delle malattie, unitamente alla disponibilità a livello globale di incredibili quantità di dati scientifici analitici rispetto ad esso, ha innescato nel settore una rivoluzione su due fronti: quello diagnostico e quello terapeutico. Nel futuro, oltre ai grandi produttori, ci saranno quindi sempre più aziende anche di piccole e medie dimensioni con un portfolio magari molto limitato di prodotti, ma declinabili in base alle esigenze di piccoli ‘sotto-gruppi’ di pazienti o, addirittura, del singolo paziente. È proprio ciò che in Ticino stiamo già vedendo (sia in ambito diagnostico che terapeutico) e a cui il Cantone ha ritenuto di dare rilievo.
Simona Galli
Cristina Morelli, Ceo & Scientific Director di Aretè Solutions.
*Termini e Condizioni applicabili. Maggiori informaioni su www.alpian.com/it/campaign-terms-of-use/
Ritrovare la Svizzera diffusa
Il dieci percento della popolazione confederata vive all’estero. Si tratta di oltre ottocentomila cittadini, la maggioranza dei quali in età lavorativa. Anche se nel 2023 il maggior aumento percentuale ha riguardato gli over sessantacinque. Assicurare il più efficiente ed efficace collegamento della ‘Quinta Svizzera’ con il Paese è una necessità, ma anche un’opportunità.
Il centesimo Congresso degli Svizzeri all’estero, che si terrà a Lucerna dall’11 al 13 luglio, offre lo spunto per considerare l’importanza di quella che viene definita la Quinta Svizzera. Tradotta in numeri, equivale a oltre 800mila cittadini confederati che vivono fuori dai confini nazionali, in tutto il mondo. Due terzi di essi in Europa.
L’Organizzazione degli Svizzeri all’estero, SwissCommunity si adopera - ai sensi dell’articolo 40 della Costituzione federale - affinché venga preservata la connessione tra la Svizzera e i suoi cittadini all’estero, supportandoli nella loro mobilità internazionale e agevolandone lo scambio con il proprio Paese. «Se la questione del voto elettronico è stata in tempi recenti molto dibattuta, i temi di perenne attualità per i concittadini che vivono all’estero sono tanti e diversi, spaziando dalle assicurazioni sociali all’assicurazione malattia fino alla relazione con le banche», esordisce Ariane Rustichelli,
direttrice dell’Organizzazione degli Svizzeri all’Estero, «e in tutti gli ambiti il nostro impegno come Organizzazione è volto a trovare soluzioni pragmatiche. Nel risolvere problemi ma anche nel prevenirli», prosegue Rustichelli, che pone l’accento sull’importanza - per chi emigra - di informarsi debitamente, in anticipo, su tutte le implicazioni che comporta il trasferimento. Eppure: «Abbiamo constatato che le persone non si informano ancora abbastanza prima della loro partenza. Swisscommunity mette a disposizione un servizio giuridico gratuito e sono regolarmente organizzati dei webinar per sensibilizzare sulle varie problematiche che possono accompagnare il trasferimento all’estero. Quest’anno i webinar affrontano aspetti legati anche al rimpatrio: sono infatti molti coloro che per motivi diversi rientrano in Svizzera, non di rado spinti proprio da difficoltà finanziarie derivanti da una scarsa informazione, ma anche per studiare in Svizzera o per ritornare a lavorare». Oltre a informare, l’Organizzazione degli Svizzeri all’estero persegue altri tre obiettivi: rappresentare, mettere in rete, consigliare. Rappresenta, nei confronti delle autorità svizzere e dell’opinione pubblica elvetica in patria, gli interessi di coloro che sono fuori dai confini nazionali. Portavoce della diaspora svizzera è il Consiglio degli svizzeri all’estero (Cse), denominato anche ‘Parlamento della Quinta Svizzera’. Ne fanno parte 140 membri (120 membri all’estero e 20 nazionali). I membri all’estero rappresentano gli svizzeri all’estero nel rispettivo Paese. «L’Organizzazione degli Svizzeri all’estero si adopera affinché il maggior numero possibile di cittadini confederati all’estero possa votare
(diritto di voto attivo) oppure candidarsi (diritto di voto passivo)», nota Ariane Rustichelli. I membri nazionali sono personalità del mondo politico, economico e culturale con un particolare interesse verso la Quinta Svizzera. Due seggi del Cse sono riservati ai Giovani Svizzeri all’estero. Sono ora occupati da membri del Parlamento dei Giovani svizzeri all’estero (Ypsa), che non è un parlamento in senso tradizionale, bensì una piattaforma per giovani che nelle proprie associazioni o nei propri Paesi di residenza rappresentano gli interessi dei loro coetanei. Esiste dal 2015 e ha come scopo quello di connettere i giovani svizzeri all’estero e rafforzare il loro impegno in istituzioni svizzere all’estero. Agisce in maniera del tutto indipendente, seppur vicino all’Organizzazione degli Svizzeri all’estero, SwissCommunity.
Tornando al Consiglio degli Svizzeri all’estero: questo si riunisce due volte all’anno e, in occasione delle sessioni, i delegati discutono in merito a questioni relative alla politica sugli Svizzeri all’estero nonché tematiche politiche attuali concernenti i connazionali all’estero. I delegati prendono decisioni e deliberano su prese di posizione e risoluzioni che poi vengono presentate alle autorità competenti. «Con l’introduzione della Legge sugli Svizzeri all’estero, ora abbiamo la possibilità di trattare esclusivamente con il Dipartimento degli Affari Esteri, che fungerà da intermediario con l’istituzione interessata. In precedenza, dovevamo
In apertura, uno scorcio della sede dell’Organizzazione degli Svizzeri all’estero, a Berna.
trattare con i vari dipartimenti. L’Ose è anche menzionata nell’ordinanza della legge come organizzazione che difende gli interessi degli Svizzeri all’estero, e lo consideriamo un riconoscimento della nostra organizzazione», nota Ariane Rustichelli che, riferendosi ai successi fin qui ottenuti dal Consiglio degli Svizzeri all’estero, elenca l’inserimento nella Costituzione federale di una disposizione sulle Svizzere e sugli Svizzeri all’estero (art. 40 CF); l’istituzione di una Legge sugli Svizzeri all’estero (LSEst; RS 195.1); l’introduzione del diritto di voto e di elezione degli Svizzeri all’estero. Tutti i cittadini confederati all’estero registrati presso una rappresentanza svizzera possono iscriversi per esercitare i propri diritti politici.
Di quanti cittadini svizzeri ‘fuori dai confini’ parliamo? Alla fine del 2023 erano circa 813.400, con un aumento dell’1,7% rispetto all’anno precedente. L’incremento percentuale più elevato si è registrato tra gli over 65, con un 3,9% (dati dell’Ufficio Federale di Statistica).
Diversamente dall’idea di alcuni in patria - che tanti svizzeri vadano a godere
Mentre fuori Europa, gli Stati Uniti e il Canada sono le destinazioni più popolari. Con il 56%, la maggior parte degli Svizzeri all’estero ha un’età compresa tra i 18 e i 65 anni ed è quindi in età lavorativa. Nel rappresentare tutti gli 813.400 connazionali fuori patria, l’Organizzazione degli Svizzeri all’estero una volta all’anno, in estate, e in una regione sempre diversa della Svizzera, organizza un congresso. «Quest’anno riunirà a Lucerna non solo connazionali che vivono all’estero, ma anche coloro che si interessano alla mobilità internazionale della Quinta Svizzera. Il tema è ‘Insieme oltre i confini’», nota Rustichelli. I partecipanti, il cui numero in edizioni passate ha anche raggiunto quota 400, hanno la possibilità di incontrare compatrioti provenienti da tutto il mondo, assistere a presentazioni, informarsi sugli ultimi sviluppi avvenuti in Svizzera, scambiarsi esperienze nonché conoscere interessanti personalità del mondo economico e politico svizzero. Un corollario di attività connesse al Congresso, come visite ed escursioni nella regione ospitante, assicura ai parte-
all’estero di corpose pensioni elvetiche -, vi sono indicazioni che l’aumento del numero di emigranti sia dovuto invece alle crescenti difficoltà di cittadini anziani, che si spostano anche per i costi elevati della Svizzera e il desiderio di mantenere o migliorare la propria qualità di vita. Un’occhiata alle statistiche dell’Avs lo confermerebbe: nel 2022, i cittadini confederati residenti in Svizzera hanno ricevuto una pensione Avs media di 1.919 franchi al mese. La media per la Quinta Svizzera era notevolmente inferiore, attestandosi a 1.209.- franchi.
Dove sono, all’estero, i cittadini svizzeri? Francia e Germania continuano a ospitarne le comunità più numerose.
cipanti un’esperienza squisitamente svizzera. «Il Congresso di luglio a Lucerna è l’occasione per ‘celebrare’ l’importante traguardo rappresentato dalla sua100esima edizione, ma anche il 90esimo anniversario dell’istituzione dei campi estivi per bambini e giovani e il 50esimo dell’esistenza della Revue Suisse, il magazine bimestrale edito dall’Ose su mandato del governo svizzero, inviato sei volte all’anno ai connazionali iscritti a un consolato o a un’ambasciata svizzera all’estero. Sul fronte dei contenuti del Congresso, durante la riunione del Cse (Consiglio degli Svizzeri all’estero) saranno trattati alcuni temi di attualità, nell’ambito di due diverse tavole rotonde, moderate dal no-
Sopra, Ariane Rustichelli, direttrice dell’Organizzazione degli Svizzeri all’estero (Ose).
Sotto a sinistra, la direttrice con Filippo Lombardi, presidente dell’Ose.
stro Presidente, Filippo Lombardi». La prima tavola rotonda si focalizzerà sull’iniziativa popolare ‘200 franchi bastano!’ e sul suo impatto sull’offerta di informazione a favore degli svizzeri all’estero. «L’Ose lavora in stretta collaborazione con swissinfo.ch, unità della Ssr incaricata dalla Confederazione di fornire informazioni all’estero, che è quindi un importante canale informativo ad accesso libero per gli svizzeri all’estero: è disponibile esclusivamente online e in dieci lingue. È fondamentale che sia mantenuta l’offerta dei media a destinazione degli svizzeri all’estero (Revue Suisse, Gazzetta Svizzera, e su mandato per l’estero alla Ssr: Swi, swissinfo - TV5 Monde - 3Sat e TvSvizzera), se non addirittura estesa», mette in evidenza Ariane Rustichelli, che prosegue: «Il tema dibattuto nella seconda tavola rotonda sarà invece quello dei Bilaterali, tematica centrale per i cittadini all’estero, con l’auspicio che Svizzera e Ue possano presto trovare un accordo». In conclusione: «La Quinta Svizzera non è solo una diaspora di cui la Confederazione deve occuparsi, ma è un bacino vasto a cui attingere, in termini di partecipazione ed esercizio dei diritti politici. I cittadini svizzeri all’estero rappresentano inoltre un ponte tra la Svizzera e gli altri Paesi: sono ambasciatori della cultura svizzera nel suo insieme: dal passato al futuro, una cultura vivente».
Simona Manzione
Cronometrare l’epica sportiva
Non solo questione di infinitesima precisione nel rilevamento dei tempi, ma anche di raccolta ed elaborazione di dati sempre più dettagliati, il cronometraggio sportivo moderno accoglie ora anche le opportunità dell’intelligenza artificiale. Pilastro di Swiss Timing, Omega è pronta ad affrontare la sua 32esima edizione delle Olimpiadi, misurando ogni milionesimo di secondo dei 329 eventi in programma.
Nel tempo si scrive la storia. Spesso, per gli atleti, lottando contro di esso: spingendo oltre il limite le proprie possibilità per conquistare un nuovo record. I pochi secondi di una gara di velocità, il salto che sembra sconfiggere la forza di gravità, la prova di resistenza della maratona, il countdown di un match in cui segnare il punto decisivo o difendere quello conquistato, … E, a precedere, stagioni di preparazione fisica e mentale che ai massimi livelli permettono di
staccare una qualificazione ai Giochi che dello sport sono l’Olimpo e il più grande spettacolo.
Dei 329 eventi di 32 discipline in calendario dal 26 luglio nei 19 giorni di competizioni olimpiche, tra Parigi, l’Île-deFrance, la Francia continentale e anche oltreoceano (Tahiti per il surf), Omega non si lascerà sfuggire nemmeno un milionesimo di secondo: quella frazione infinitesimale che potrebbe fare la differenza tra un oro e un argento o scrivere un nuovo primato. A tanto giunge il grado di precisione del suo Quantum Timer, con una variazione massima di un solo secondo ogni dieci
L’era del cronometraggio elettronico ha avuto inizio ai Giochi del 1948, con l’introduzione della cellula fotoelettrica di Omega (a sinistra) che ha sostituito il nastro al traguardo, consentendo di bloccare il tempo automaticamente con un’approssimazione di 1/1000 di sec. La rivoluzionaria Scan’O’Vision Myria, che ha debuttato a Rio 2016, verrà superata quest’anno a Parigi dalla nuovissima ‘Ultimate’ (sopra in foto) che cattura sulla linea di arrivo fino a 40mila immagini digitali contro i 10mila della versione precedente.
milioni. Prima si arrivava ‘solo’ al centesimo di secondo. «Il cronometraggio elettronico è iniziato ai Giochi Olimpici del 1948, quindi è al centro delle nostre tecnologie da lungo tempo. L’evoluzione è stata costante e, in termini di impatto, di inestimabile valore. Invece di affidarsi all’occhio umano, che ha i suoi limiti, le apparecchiature elettroniche rendono i risultati indiscutibili. Le innovazioni più importanti di quei primi anni sono state la fotocamera per il photofinish e la cellula fotoelettrica, il cosiddetto ‘Magic Eye’, che ferma automaticamente il tempo non appena un atleta taglia il traguardo. Nel 1968 abbiamo introdotto anche le piastre di contatto che consentono ai nuotatori di arrestare il cronometro esercitando
una pressione, ora usate anche per l’arrampicata in velocità, recente disciplina olimpica. Tra le innovazioni moderne più significative, oltre al Quantum Timer, si annovera l’odierna pistola elettronica di partenza, che garantisce a tutti gli atleti di sentire nello stesso esatto momento il segnale: collegata ad altoparlanti alle loro spalle, quando si preme il grilletto produce automaticamente un suono, emette un flash luminoso e attiva i cronometri», racconta Alain Zobrist, Ceo di Swiss Timing.
Questa società, che fa capo a Swatch Group, è fra i principali cronometristi sportivi al mondo e alla base dello sviluppo delle tecnologie più importanti del settore. Ufficialmente fondata nel luglio del 1972, caldeggiata dalla Federazione dell’Industria Orologiera Svizzera preoccupata dalla concorrenza giapponese che aveva colto l’occasione dei Giochi di Tokyo nel 1964 per insidiare il monopolio svizzero, è diventata pienamente operativa da fine anni Ottanta, quando Omega e Longines hanno effettivamente unito i loro team di cronometraggio. Con sede principale a Corgémont (Canton Berna) oggi conta 350 collaboratori, tra cui 150 ingegneri, che supportano oltre 500 eventi sportivi internazionali in 120 diverse discipline, misurando in media ogni anno oltre 10 milioni di risultati.
«In qualità di società indipendente, Swiss Timing ha ideato e sviluppato tec nologie di cronometraggio per numerosi marchi e organismi sportivi, oltre a for nire i team di cronometristi, ingegneri e volontari, altamente qualificati, necessari per garantire il successo di ogni evento, con un’offerta all’avanguardia che include anche la gestione dei dati e la distribuzione dei risultati. Essendo radicata nell’orolo geria svizzera, la nostra attività porta con sé i valori tradizionali di precisione, pre stazioni, impegno e innovazione. Credo che proprio questo sia il primo elemento che ci contraddistingue nel mondo del cronometraggio da qualsiasi competitor», sottolinea Alain Zobrist.
«In questi decenni abbiamo fornito a molti sport i sistemi critici di cui hanno bisogno per esprimere giudizi equi e onesti. E abbiamo assicurato agli atleti un servizio affidabile che consente loro di concentrarsi completamente sulle proprie prestazioni. Anche noi siamo cresciuti al loro fianco, contribuendo a portare lo sport nell’era moderna»
Alain
Zobrist,
Ceo di Swiss Timing
L’equipaggiamento di Omega per i Giochi Olimpici estivi
■ Numero cronometristi Tonnellate di attrezzature (scala dx)
* 1996-2004 Olimpiadi cronometrate da SMH Group
In particolare, la collaborazione ormai ultranovantennale fra Omega e il Comitato Olimpico (Cio) ha permesso di stabilire un rapporto molto stretto e reciprocamente vantaggioso con praticamente ogni sport, che si concretizza in un dialogo continuo. Ogni nuova attrezzatura deve ottenere l’approvazione degli organi direttivi delle rispettive federazioni
per accertarsi che sia utile alla disciplina e agli atleti. «Spesso collaboriamo con loro per produrre le soluzioni migliori. In linea con gli elevati standard di Omega, il nostro team affronta numerose fasi di sviluppo e di test per ogni apparecchiatura. Prima di arrivare ai Giochi Olimpici, vengono testati in altri eventi di scala minore, come le competizioni nazionali, per verificarne l’affidabilità in scenari
Per il suo esordio come Cronometrista Ufficiale alle Olimpiadi del 1932 di Los Angeles, Omega inviò da Bienne un cronometrista e 30 cronografi rattrappanti (sopra, in foto). A 92 anni di distanza sarà presente a Parigi 2024 con un equipaggiamento allo stato dell’arte: 400 ton. di attrezzature, 530 fra cronometristi e professionisti, e 20 km fra cavi e fibre ottiche.
reali. È un processo lungo, ma che garantisce un’assoluta qualità. Proprio come gli atleti, adattiamo costantemente le nostre capacità e perseguiamo ogni piccolo vantaggio o miglioramento, investendo e assumendo di conseguenza i giusti profili per farlo. In particolare, l’area dei dati sulle prestazioni è molto interessante e credo che abbia un ruolo enorme da svolgere nel futuro del cronometraggio. Abbiamo già fatto grandi progressi negli ultimi dieci anni e siamo già in una buona posizione per progredire ulteriormente», sottolinea il Ceo di Swiss Timing.
Sempre più innovativo, il team di Omega Timing cattura tempi e dati degli atleti, elaborati e condivisi dal nevralgico Centro di controllo. In foto, il piccolo laboratorio del team di Omega alle Olimpiadi di Berlino 1936 si è occupato di 185 cronografi. Una collaborazione già allora definita ‘straordinariamente utile’.
A differenza dell’inattaccabile primato che l’artigianalità dei movimenti meccanici continua a mantenere per i maestri orologieri della Maison, l’entrata in scena dell’elettronica prima e del digitale poi, ha invece rivoluzionato il cronometraggio degli eventi sportivi, aprendo la strada anche a inedite applicazioni, ben prima che si iniziasse a parlare di big data. Nel 1952, anno in cui Omega è stata insignita dal Cio della Croce al Merito per gli “eccezionali servizi resi al mondo dello sport”, veniva anche introdotto a Helsinki l’Omega Time Recorder al quarzo, indipendente dalla rete elettrica e dotato di una stampante ad alta velocità per imprimere istantaneamente i risultati, da allora cronometrati al centesimo di secondo. Nel 1964 l’Omegascope ha introdotto il concetto di comunicazione dei risultati sportivi in tempo reale grazie alla sovrimpressione in diretta sulla parte bassa dello schermo dei tempi degli atleti. Un assist alle emittenti televisive e alla cronaca sportiva, che con la sua narrazione ha reso ancor più avvincenti le competizioni. Oggi si calcola che siano seguite da metà della popolazione mondiale. Dal ’68 con il “tempo integrato” si è potuta fornire un’analisi statistica già mentre i risultati venivano inviati a giudici, allenatori e media, passando al digitale con Seul 1988. Nel 1996 ad Atlanta si inaugura il primo sistema di cronometraggio olimpico globale che, per ogni sport e ogni disciplina, risponde ai tre comandamenti del cronometraggio: misurazione dei tempi, gestione dei dati
Scan’o’Vision Myria all’opera
e trasmissione dei risultati. Sempre più avanzati anche i tabelloni che mostrano i risultati negli stadi.
L’intelligenza artificiale sembra ora promettere un nuovo salto di categoria: «Insieme ai nostri sistemi di misurazione, l’Ia è in grado di analizzare rapidamente i dati e di fornirci metriche approfondite per ogni evento. Per esempio, nella gara di tuffi di Parigi 2024, un sistema di telecamere seguirà gli atleti dalla partenza al salto fino all’ingresso in acqua. In quel momento, una combinazione di Ia e algoritmi riprodurrà una visione 3D del tuffo, con dati di immagine e metriche calcolate, come la durata del volo in aria e la velocità
in acqua, aiutando i giudici a valutare la qualità della prestazione. Gli stessi sistemi di intelligenza artificiale possono funzionare nella ginnastica, fornendo un’analisi del tracciamento dello scheletro che rivela le rotazioni del salto e persino gli angoli dei piedi della ginnasta. È un modo estremamente preciso di guardare e capire le prestazioni, destinato a crescenti applicazioni per una narrativa sempre più potente», prevede il Ceo di Swiss Timing. Una messe di dati che solleva questioni di proprietà e privacy. «Tutte le metriche specifiche raccolte hanno l’approvazione degli organi direttivi dei diversi sport. In termini di misurazione dei dati, è molto vantaggioso per gli atleti e i loro allenatori, perché consente loro di analizzare le prestazioni in modo più dettagliato e di individuare le aree in cui possono migliorare. Nessuno ‘possiede’ i dati. Vengono semplicemente condivisi con i nostri partner, che decidono su quali elementi concentrarsi», chiarisce Alain Zobrist.
Se alla sua prima edizione, nel 1932, Omega inviò da Bienne in California un orologiaio e 30 cronometri rattrappanti, già in grado di registrare anche i tempi intermedi, tutti certificati dall’Osservatorio di Neuchâtel, alla volta di Parigi è destinato un carico di 400 tonnellate di attrezzature, 530 cronometristi e professionisti, cui si aggiungeranno quasi un migliaio di volontari qualificati, e 20 km fra cavi e fibre ottiche. «La sfida maggiore è rappresentata dalla quantità di sport e discipline da cronometrare: questa volta saranno 329 eventi in 32 sport. Per i Giochi paralimpici, poi, le discipline sono ancora più specifiche. Dobbiamo quindi essere esperti in tutto, il che richiede molte conoscenze e competenze. La nuova ed entusiasmante attrezzatura per Parigi è la nostra ultima versione della fotocamera per il photofinish, la Scan’O’Vision Ultimate, che può catturare 40mila immagini digitali al secondo sulla linea di arrivo delle gare. Rispetto alle versioni precedenti, renderà il processo decisionale nelle gare ravvicinate più veloce per i giudici», anticipa Alain Zobrist che, come ex responsabile del marketing sportivo globale di Omega (prima dell’attuale ruolo che riveste ormai da una decina di anni) non nega gli
L’Omega
A destra, 15 maggio 2017: Omega confermata Cronometrista ufficiale delle Olimpiadi fino al 2032. La stretta di mano fra Nick Hayek, Ceo di Swatch Group, e Thomas Bach, Presidente del CIO.
Omega, le innovazioni di quasi un secolo di avventura olimpica
Inizio avventura
Omega nel cronometraggio sportivo
Le prime Olimpiadi invernali di Omega
Omega Time Recorder al quarzo (al 1/100 di sec.) Croce al Merito
Omegascope, risultati sullo schermo tv in tempo reale
Nasce Swiss Timing (Omega & Longines)
Primo rilevatore false partenze
Omega Scan’O’Vision, (al 1/1000 di sec)
Omega Quantum Timer (al millionesimo di sec)
Sensori movimento e sistemi posizionamento
Los Angeles: prime Olimpiadi da Cronometrista ufficiale
Cronometraggio elettronico: prime cellule fotoelettriche e photofinish
Swim Eight-O-Matic, primo cronometro semiautomatico per gare nuoto
Piastre di contatto per il nuoto
Nuovo Tabellone Video Matrix
Era del cronometraggio computerizzato
Nuova pistola di partenza
Scan’O’Vision Myria (10mila fotogrammi al sec)
addentellati fra le due dimensioni. Il logo di Omega campeggia in tante delle inquadrature, impresso sulla strumentazione e i tabelloni, anche se occorre rispettare rigide norme di visualizzazione, che impongono ad esempio di non eccedere un decimo della superficie in questione, fino a un massimo di 60 cmq. «Essere cronometrista ufficiale dei Giochi Olimpici la dice lunga sull’alta qualità di Omega. Un patrimonio che nessun altro marchio possiede. Dimostra al mondo intero che ci si può fidare del nostro marchio nei momenti sportivi più delicati e che il livello di precisione è indiscutibile. I valori di innovazione, impegno e affidabilità sono sotto gli occhi di tutti. Questo ruolo è una parte molto importante del Dna di Omega. E, come si dice spesso, senza Omega non potrebbero svolgersi i Giochi», commenta Alain Zobrist. Come a ogni edizione, la Maison orologiera corona la sua presenza con speciali omaggi, come la serie Speedmaster Chronoscope Paris 2024 e il Seamaster Diver 300M.
La partnership globale con il Comitato Olimpico Internazionale è già stata confermata fino al 2032, quando si festeggerà il centenario della collaborazione, la 35esima della serie, non senza essere passati, nel 2028, di nuovo da Los Angeles, dove ebbe inizio quest’avventura, mentre i primi Giochi invernali per Omega furono quelli di Garmisch-Partenkirchen: da brand svizzero si ritrovava in pole position per rispondere alle sfide poste da discipline sulla neve come lo sci alpino, per il quale, in man-
Nuova Scan’O’Vision Ultimate (40mila fotogrammi al sec)
canza di telefono o connessione radio tra la partenza e l’arrivo, fno ad allora si doveva annotare su un foglietto di carta il tempo della partenza e inviarlo ai giudici di gara ai piedi della montagna consegnandolo allo sciatore successivo! Un’altra epoca. «In questi decenni abbiamo fornito a molti sport i sistemi critici di cui hanno bisogno per esprimere giudizi equi e onesti. E abbiamo assicurato agli atleti un servizio affidabile che consente loro di concentrarsi completamente sulle proprie prestazioni. Mentre loro vanno “citius, altius, fortius” - più veloce, più in alto, più forte, come recita il motto scelto dal fondatore delle moderne Olimpiadi, Pierre de Coubertin - anche noi siamo cresciuti al loro fianco e abbiamo contribuito a portare lo sport nell’era moderna. Il nostro ruolo è principalmente dietro le quinte, in una posizione che rispecchia perfettamente la neutralità del nostro Paese. Ma la prossima volta che assisterete a un nuovo record mondiale in uno sprint sui 100 metri o vedrete un nuotatore che fa a gara con una linea di record virtuale, sappiate che gli specialisti del cronometraggio e della gestione dei dati di Swiss Timing sono nelle vicinanze per catturare ogni momento mentre si fa la storia», conclude Alain Zobrist. Perché, a dispetto di chi lamenta che i dati siano solo numeri, nell’agone sportivo sono la sostanza di un’epica che, oggi come quando, nel 776 avanti Cristo cominciarono a disputarsi gli originari Giochi olimpici, ne è lo spirito.
Susanna Cattaneo
L’alta performance tailor made
Quarantasei miliardi di possibili configurazioni. Tante ne ha potute esplorare chi l’anno scorso ha comprato una Bentley, personalizzandola. Il volume di vendite ha premiato il Suv, seguito da Continental GT e GT Convertible e dalla Flying Spur. Consegnando 13.560 vetture nel 2023, l’iconica Casa inglese ha fatto il suo terzo miglior risultato di sempre.
Se potesse farci un giro, non avrebbe dubbi. Infatti, quel proposito, da lui dichiarato oltre un secolo fa, di «fare un’auto veloce, un’ottima vettura: la migliore nella sua categoria», in centocinque anni non è mai stato disatteso. Con quel proposito, W. O. - al secolo Walter Owen Bentley - il 18 gennaio 1919 fondava il marchio automobilistico Bentley Motors Limited.
si chiamava Woolf Barnato. Fu il padre di quest’ultimo a rilevare il marchio Bentley l’anno successivo, a seguito delle grandi perdite finanziarie subìte. W.O. mantenne un ruolo attivo in azienda, dedicandosi ad una nuova generazione di automobili e progettando un innovativo motore a sei cilindri che fu poi introdotto nel 1928. La Depressione del 1929 assestò il colpo finale all’azienda e non bastò a salvarla il
Nel 1998, infatti, Bentley è stata acquistata dal Gruppo Volkswagen che ha deciso di investire altri 500 milioni di sterline per assicurare all’azienda di essere all’avanguardia.
Il primo progetto ad essere realizzato è stato la GT Continental, presentata in formato argilla per la prima volta al Salone di Parigi nel 2022 e poi al Salone di Ginevra nel 2003.
La prima vettura, la Exp 1, fu completata a Londra nel 1919. Mentre qualche anno dopo la 3-litre, assemblata a Cricklewood, completò la 500 Miglia di Indianapolis nel 1922 e si piazzò in quarta posizione alla 24 Ore di Le Mans nell’anno successivo, evento che poi vinse nel 1924. Altri trionfi seguirono nel 1927, 1928, 1929 e 1930. Le Bentley erano guidate da un team di piloti inglesi, conosciuti come Bentley Boys, il più noto dei quali
lancio della 8-litre come auto di lusso, di cui furono prodotti pochi pezzi. Nel 1931 l’azienda, ipotecata, fu acquisita dalla rivale Rolls-Royce, per 125.275 sterline. Dopo la Seconda guerra mondiale, spostata negli stabilimenti di Crewe, in Inghilterra, Bentley rimase a lungo un marchio in ombra, producendo gli stessi modelli della casa madre fino al 1998, anno in cui le strade dei due Marchi si sono separate.
Appena presentata, è la terza Bentley coachbuilt dell’era moderna: la Batur Convertible. Creata da Mulliner, la divisione interna di Bentley dedicata alle vetture su misura e il carrozziere più longevo al mondo. La Batur Convertible segue la Bacalar barchetta e la Batur coupé, elegantemente realizzate a mano. Continua la tradizione delle auto personalizzate.
«Il 2003 fu l’anno della rinascita di Bentley. Una nuova strategia aziendale, allineata proprio a tale volontà di rinascita del brand, aveva contribuito a ridefinire l’intera gamma di vetture con nuovi parametri stilistici. Nasceva così una nuova identità», esordisce Balazs Rooz, Regional Director Europe.
Sempre nel 2003, Bentley ritorna a Le Mans e vince con la Speed 8. Nel nuovo panorama delineatosi per la Casa inglese, nel 2015 arriva il suo primo Suv: un fuoristrada versatile e lussuoso denominato Bentayga.
E mentre, nel 2020 «Bentley ha delineato la sua strategia Beyond100, per raggiungere la completa neutralità carbonica entro il 2030, con la trasformazione dell’intera gamma di modelli in veicoli elettrici a batteria, la sostenibilità si persegue anche con i 20.815 pannelli solari posti sul tetto dello stabilimento Bentley», prosegue Balazs Rooz. A ciò si aggiungono i 10mila pannelli solari posti nel più grande parcheggio coperto a energia solare del Regno Unito, che sono in grado di coprire fino al 65% del fabbisogno elettrico del sito e permettono di ottenere un risparmio stimato di 5.450 tonnellate di emissioni di CO2 all’anno. I pannelli generano infatti energia sufficiente per alimentare mille e duecento abitazioni per un anno.
tromila collaboratori. Ogni giorno vengono prodotte in media cinquanta unità di Continental e Flying Spur e quaranta di Bentayga. Occorrono circa 110 ore per costruire una Continental GT, circa 130 per una Flying Spur e più o meno130 per un Bentayga. Ogni vettura deve superare una checklist di 500-650 punti prima di ottenere l’approvazione finale, a seconda delle opzioni.
E non farà certo eccezione a questo protocollo la nuova Continental GT: la sportiva di Crewe, sempre più potente e lussuosa, pronta al lancio. «Si tratta della prima Bentley che utilizza il nuovo gruppo propulsore Ultra Performance Hybrid, con 80 km di autonomia esclusivamente in modalità elettrica: un’auto che rappresenta la prossima tappa di un percorso ventennale di successi della Conti-
Balazs Rooz, Direttore Regionale Europa di Bentley.
riali eccezionali che contraddistinguono tutte le automobili Bentley.
A proposito di stabilimento: la sede principale di Bentley, è sempre - dal 1946 - a Crewe, nel Cheshire, dove lavorano quat-
In alto, la nuovissima Continental GT, pronta al lancio. È la quarta generazione dell’iconico modello presentato per la prima volta venti anni fa. La nuova vettura sarà la prima a montare il nuovissimo propulsore Ultra Performance Hybrid V8 plug-in (foto in alto a destra).
nental, ritmato da circa 100mila esemplari prodotti artigianalmente a Crewe», nota Balazs Rooz.
La nuova Continental GT, di quarta generazione, non solo sarà l’auto stradale Bentley più potente e più dinamica negli oltre cento anni di storia dell’azienda, ma sarà anche la più sostenibile, rispettando il lusso e l’eleganza artigianale e i mate-
La tecnologia del telaio di ultima generazione comprende la trazione integrale attiva con torque vectoring, le quattro ruote sterzanti, il differenziale a slittamento limitato elettronico, il controllo antirollio attivo da 48 V e i nuovi ammortizzatori a doppia valvola. Un nuovo design e una nuova serie di tecnologie arricchiscono l’ultima generazione dell’auto che ha definito la Bentley moderna.
Alla prima Continental GT, lanciata come prototipo nel 2002, e messa in produzione l’anno successivo, si deve il merito della rinascita di Bentley. L’auto ha trasformato l’azienda, anche stimolando un aumento delle vendite di dieci volte. L’ispirazione per il design e le prestazioni della Continental GT provengono dalla Continental R Type del 1952, l’auto a quattro posti più veloce del mondo a quell’epoca, che definì il concetto di Gran Turismo di lusso. Si trattava di un’auto pensata per i lunghi
viaggi per attraversare il continente: e proprio da questa finalità è nata l’ispirazione per il suo nome. La Continental GT adottò le stesse tre linee chiave del design: potenza, la muscolarità del posteriore e la linea spiovente del tetto.
L’impatto della Continental GT al momento fu veramente straordinario: nel giro di quattro anni, le vendite annuali di Bentley decuplicarono arrivando a oltre 10mila unità. La seconda generazione della Continental GT, presentata a Parigi nel 2010, è stata lanciata con il propulsore W12, per poi passare a un nuovo V8 da 4,0 litri introdotto nel 2012. Nel 2018 è seguita una terza generazione, basata su una piattaforma nuova e appositamente realizzata, e con tutto assolutamente nuovo: propulsore, sospensioni, l’architettura elettronica, la tecnologia e il design degli interni e degli esterni, che insieme ha definito un nuovo punto di riferimento per il settore delle GT di lusso, ormai altamente competitivo.
In questi venti anni, la Continental GT ha battuto record di velocità e vinto campionati e gare di durata in tutto il mondo. A livello globale, la Continental GT è il secondo modello più popolare di Bentley (dopo la Bentayga) e una Bentley su tre venduta è una Continental GT.
«All’inizio del prossimo anno, l’esemplare numero centomila di questa iconica Grand Tourer sarà prodotto a mano nella Dream Factory di Bentley a Crewe»,
In Svizzera, dove sono presenti - con Lugano - cinque concessionarie Bentley, la Continental GT Tourer ha ricevuto quest’anno alcuni importanti riconoscimenti.
anticipa Balazs Rooz. Se la Continental GT nel 2023 ha occupato per volume di vendite il secondo posto, a svettare è stata la Bentayga, mentre la Flying Spur ha raggiunto il venticinque percento del volume delle vendite. La nuova Bentley Flying Spur era stata introdotta nel 2019, seguita a inizio 2020 dalla più rara Bentley due porte dell’era moderna, nonché massima espressione della cabriolet due posti di lusso: la Bacalar.
Con una serie limitata a 12 esemplari, la Bacalar ha guidato il ritorno alle carrozzerie firmate Bentley Mulliner, il più antico carrozziere al mondo, con i suoi duecentocinquanta anni di storia. Nel 2022, la Bentley Mulliner Batur, una nuova coupé gran turismo a due porte realizzata in serie limitata a 18 esemplari, ha rappresentato l’inizio di una rivoluzione nel linguaggio di design di Bentley. Creata da Andreas Mindt, direttore del design e dal suo team, la Batur rivelava un nuovo dna di design destinato a guidare la progettazione della futura gamma di veicoli elettrici a batteria (Bev) di Bentley, in previsione per il 2025.
La serie limitata della Batur è stata realizzata della divisione su misura di Bentley, Mulliner, succedendo alla Bacalar. Come la Bacalar, anche la Batur prende il nome da uno splendido specchio d’acqua naturale: il lago Batur, craterico, profondo 88 metri e con una superficie di 16 km2 a Kintamani, sull’isola di Bali, in Indonesia.
«La Batur è stata equipaggiata con il propulsore più potente mai montato su una Bentley: il W12. Un propulsore che, tuttavia, ha intrapreso il viale del tramonto. Oggi infatti, mentre Bentley si avvia verso l’era dell’elettrificazione, il W12 cede il passo al nuovissimo propulsore ibrido V8, destinato a guidare il futuro del Marchio. In una fusione perfetta tra lusso elettrico e prestazioni da supercar, oltre 782Ps di potenza massima combinata, con 80 km di autonomia elettrica», aggiunge Balazs Rooz. Questo propulsore, dunque, avrà ben 123 Ps in più rispetto al propulsore W12 precedentemente offerto nelle versioni Flying Spur e GT Speed.
Denominato Ultra Performance Hybrid, il nuovo propulsore segue la tradizione di lunga data di Bentley di integrare i motori a combustione leader di categoria con le moderne tecnologie per aumentarne le prestazioni. La sovralimentazione adottata già negli anni Venti è stata l’antesignana dell’uso del turbocompressore dagli anni Ottanta a oggi.
«A partire da quest’estate, Bentley compie un ulteriore passo in avanti, offrendo prestazioni ancor più elevate grazie alla “electrochargin”, utilizzando un potente sistema ibrido per creare quello che sarà il gruppo propulsore più avanzato e più potente nei centocinque anni di storia di Bentley. Con la potenza più elevata mai offerta in una Bentley, il V8 condurrà la prossima fase del viaggio Beyond100 del marchio di lusso britannico e manterrà la promessa di rendere elettrificata l’intera gamma», conclude il Direttore Regionale Europa di Bentley.
Have a nice trip!
Simona Manzione
Opere d’arte su quattro ruote
Lugano Elegance si sta affermando come uno dei concorsi di eleganza più importanti d’Europa, combinando passione per le auto d’epoca, eccellenza e un forte impegno per la beneficenza.
Dal 17 al 19 maggio, la quarta edizione dell’evento ha attirato appassionati e collezionisti da tutto il mondo, con auto iconiche come una Lancia B52 Coupé Vignale appartenuta a Gina Lollobrigida o una Mercedes 300SL Roadster già di Romy Schneider, trasformando le piazze di Lugano in un museo a cielo aperto di opere d’arte su ruote. La prestigiosa giuria, composta da personalità del mondo dell’automobile classica e presieduta da Christian Kramer, ha designato vincitrice una splendida Isotta Fraschini Roadster del 1927 appartenuta a Rodolfo Valentino. Con il suo esterno mozzafiato, interni lussuosi e un potente motore, questo modello testimonia la grande epoca dell’automobile, all’inizio del XX secolo, suggellata dal perfetto connubio fra maestria artigianale e design pionieristico. Premio per l’auto Best of Show,
Lugano Elegance celebra il valore artistico e la maestria artigianale delle auto d’epoca, grazie alla passione dei collezionisti che ne perpetuano il fascino. Grande successo per la quarta edizione, che ha accolto modelli di grande rilevanza storica.
In alto a sinistra, l’Isotta Fraschini Roadster del 1927 appartenuta a Rodolfo Valentino, ‘Best of Show’ della quarta edizione di Lugano Elegance a maggio. Sopra, altre due chicche: una Lancia Aurelia B52 Cabriolet Vignale del 1953, già proprietà di Gina Lollobrigida, e la Mercedes-Benz 300SL Roadster del 1958, che fu di Romy Schneider.
un prestigioso orologio Lonville, official timekeeper della manifestazione. Organizzato dal Lions Club Monteceneri e reso possibile grazie all’aiuto di numerosi volontari, Lugano Elegance è un evento charity i cui profitti sono destinati alla beneficenza. Quest’anno, i fondi raccolti sono stati devoluti all’associazione MGR - Malattie Genetiche Rare. Il successo dell’appuntamento è stato reso possibile grazie alla Città di Lugano e al supporto di vari sponsor che condividono con gli organizzatori la volontà di offrire alla città un evento di eccellenza, con WMM - Wullschleger Martinenghi Manzini, gruppo leader nei settori del Wealth Management, Tax & Business advisory e del Real Estate Management come Main Sponsor, e REYL Intesa San Paolo come Platinum Sponsor. Un successo condiviso anche con il largo pubblico, grazie all’ingresso gratuito che permette anche ai semplici curiosi di ammirare queste magnifiche vetture senza alcun costo. Appuntamento per la quinta edizione al 16 maggio 2025.
Per informazioni: www.luganoelegance.com
Eureka!
L’11esimo capitolo di un’epica avventura...
L’11esima edizione di Eureka vede al centro dell’analisi l’esperienza di una giovane realtà svizzera, nata e cresciuta nella culla dell’innovazione, specializzata in salute neonatale, a Schlieren, dunque sotto il cappello dell’Eth di Zurigo. Come di consueto a seguire innovazione, digitale e molti degli argomenti tecnologicamente più caldi del momento. Non da ultimo, inizia anche un lungo dialogo su quale rapporto debba avere l’industria della finanza oggi, con la comunicazione.
Federico
Introzzi
Imprenditori in dialogo
Condividere, ispirare, rafforzare e trasmettere i valori imprenditoriali sono gli obiettivi di ImprendiTi, associazione nata dieci anni fa per mettere a confronto imprenditori ticinesi accomunati dalla qualità e dall’impegno verso il territorio, oltre che dalle sfide e l’entusiasmo del fare impresa.
Dipendenti, clienti, fornitori, istituzioni, partner, investitori, territorio... le relazioni sono il pane quotidiano di ogni imprenditore, vitali per l’attività aziendale: ciò non toglie quando si è chiamato a gestire la propria azienda ci si trovi al contempo confrontati con il senso di isolamento di chi prende le decisioni e lo fa assumendosi non soltanto il rischio del capitale investito, ma anche la responsabilità nei confronti dei propri collaboratori e della comunità. «Proprio l’idea di offrire un’occasione di confrontarsi con chi vive le stesse sfide è stata fra le principali motivazioni che dieci anni fa hanno portato alla fondazione di ImprendiTi, prima e unica Associazione composta dagli imprenditori ticinesi in prima persona», racconta Dario Spinelli, fra i 12 soci fondatori e dal 2017 presidente di ImprendiTi, che oggi conta ormai oltre un centinaio di membri, su tutto il territorio e attivi nei più svariati settori. Cresciuto immerso nello spirito di un’azienda di famiglia con ormai oltre 80 anni di storia, di cui è oggi è alla guida, Dario Spinelli conferma come poter partecipare a una community in cui scambiarsi esperienze e punti di vista su problematiche che si scoprono essere comuni a chiunque faccia impresa mettendoci del proprio, sia fondamentale per la crescita personale e aziendale. «Se poi la community è collegata al contesto regionale il beneficio si estende anche alla comunità in generale, come nostra ambizione. Infatti la missione di ImprendiTi guarda al territorio, con l’obiettivo di condividere e rafforzare i valori imprenditoriali di un Ticino che, va sottolineato, conta molti imprenditori di qualità e impegnati, che contribuiscono al benessere di tutti oltre che al successo della loro attività», sottolinea Dario Spinelli. Il confronto viene veicolato proponendo una serie di attività speciali, fra cui momenti di formazione su tematiche attuali, come accade per quanto riguarda
l’innovazione, dove è fondamentale capire cosa concretamente le nuove tecnologie possano apportare, in quali valga la pena investire e quali siano le criticità di adozione. «A cadenza mensile inoltre i soci sono invitati ad aprire le porte delle proprie aziende offrendo una colazione o un aperitivo per presentare la loro attività, non tanto da un punto di vista di prodotto, ma di cultura aziendale e impegno etico», prosegue Dario Spinelli.
Molto attesi sono gli incontri con figure che possano ispirare con la loro esperienza: emblematica la recentissima testimonianza di Tonino Lamborghini, ospite d’onore della serata con cui lo scorso 13 giugno, al Grand Hotel Villa Castagnola di Lugano, si è festeggiato il decimo anniversario di ImprendiTi. Il figlio del mitico Ferruccio ha rivelato come ‘motore’ del suo successo imprenditoriale siano state la curiosità e la vocazione a sperimentare e reinventarsi che gli hanno permesso di affermarsi come marchio globale di lifestyle italiano. Fra i temi toccati durante la sua intervista, anche il passaggio generazionale, fortemente sentito fra i membri di ImprendiTi, che avvenga nella cerchia familiare o all’esterno. «Qui si innesta un
altro nostro obiettivo, che è quello di trasmettere lo spirito imprenditoriale alle nuove generazioni. Siamo in relazione in particolare con gli istituti di formazione universitaria per creare una connessione con studenti e laureati, cercando di spiegare questa scelta di vita che, se da un lato implica importanti responsabilità, dall’altro è entusiasmante e altamente creativa dando la possibilità di costruire qualcosa secondo la propria visione. Abbiamo ad esempio collaborato con lo Startup Garage della Supsi, portando un punto di vista già orientato al mercato sui progetti ideati dagli studenti oppure sfidandoli a portare delle soluzioni a problemi da noi presentati. Possono nascerne anche interessanti sinergie a lungo termine. Insieme all’Usi invece organizziamo soprattutto workshop, come quello dedicato alla metodologia LegoSerious Play, che aiuta con i famosi ‘mattoncini’ a risolvere problemi e definire le strategie aziendali», illustra Dario Spinelli.
Raggiunti i 109 associati, ImprendiTi si dimostra selettiva nelle ammissioni per garantire un confronto di qualità ai suoi membri. Previo invito da parte di uno degli associati, è ovviamente richiesto di detenere almeno una quota di una società e di risiedere in Ticino, ma altrettanto determinanti sono le motivazioni del candidato: «Deve esser chiaro che non siamo un’associazione politica né orientata a finalità di business. Chi aderisce non deve farlo per cercare clienti o aumentare il fatturato, ma per confrontarsi e condividere la sua cultura aziendale, ampliare il network di conoscenze e trasmettere la sua passione del fare impresa», conclude il presidente di ImprendiTi. Criteri che rispondono ai tre valori guida dell’associazione: rispetto, coraggio e apertura, irrinunciabili per qualsiasi attività voglia svilupparsi nel tempo e contribuire anche al benessere del suo territorio.
Susanna Cattaneo
Dario Spinelli, presidente di ImprendiTi e presidente della Spinelli Holding Sa.
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Ossigenare l’innovazione
La mortalità infantile rimane una delle principali cause di mortalità, una costante nell’arco dei decenni, seppur con tassi d’incidenza in riduzione. La tecnologia scoperta da una giovane realtà di Schlieren potrebbe rivoluzionare il settore, con importanti conseguenze.
Nella culla dell’innovazione tecnologica svizzera, nello Startup Space di Schlieren, dunque poco distante dal cuore pulsante della finanza elvetica, Zurigo, è stata fondata nel 2018 da un team di tre ricercatori del Biodemical Optics Research Lab (Borl) dell’Università di Zurigo, che hanno lavorato sulla tecnologia per oltre sei anni, e dall’attuale Ceo, responsabile del business development, una giovane realtà attiva nel campo della salute neonatale. «Abbiamo sviluppato un sistema per la misurazione della saturazione di ossigeno tessutale celebrale (StO2), un ambito critico soprattutto per i neonati prematuri, una categoria particolarmente vulnerabile, in cui bassi livelli di ossigenazione possono causare danni irreversibili alla salute del bambino. Il nostro obiettivo ci era chiaro sin dal principio, fornire un aiuto immediato ai medici, allertando immediatamente l’equipe medica quando i livelli di ossigeno
escono dai parametri indicati come sicuri. L’informazione consente di intervenire tempestivamente, e prevenire possibili danni celebrali irreversibili, o disabilità nei neonati», illustra Alexander Nitsch, Ceo di OxyPrem.
Si tratta di un tema particolarmente rilevante in primis per la diffusione del fenomeno, con un neonato su dieci che nasce mediamente prematuro, le complicazioni derivanti da una regolazione instabile dell’ossigeno nei tessuti celebrali sollevano rischi gravi: il 46% dei neonati che sopravvivono a una nascita prematura severa presenta infatti problemi di salute permanenti. «Le Nazioni Unite hanno identificato la nascita prematura come principale causa di decesso nei bambini al di sotto dei 5 anni di età, inserendo il suo contrasto in due dei suoi Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile. È in tale contesto che OxyPrem si pone come punto di riferimento, offrendo una tecnologia in grado di misurare l’ossigenazione nei tes-
Sviluppare dispositivi medici dedicati ai più piccoli, e non semplicemente adeguarne una parte di quelli già realizzati per i più grandi presenta diversi vantaggi, fermo restando le applicazioni di tali ritrovati possano poi essere estese ad altri.
suti celebrali superando nettamente tutti gli altri dispositivi disponibili sul mercato, che tipicamente fanno affidamento su un solo sensore, hanno quindi il vantaggio di avere costi di produzione inferiori, ma anche un’affidabilità minore», commenta Nitsch.
Se dunque le attenzioni ricevute in culla sono importanti, quelle ricevute ancora prima della nascita possono rivelarsi determinanti per la salute del nascituro, analogamente a quanto avviene per le Start up. «Sin dal primo giorno abbiamo potuto beneficiare di un programma triennale di accelerazione per startup presso il Wyss Zurich, un incubatore di giovani imprese fondato dal noto imprenditore del medicale, oltre che filantropo, Hansjörg Wyss. Il successo non si è fatto attendere, entro l’anno abbiamo lanciato sul mercato OxyPrem 1.4, un prodotto con certificazione Ce, distribuito a 35 ospedali specializzati in Europa e India e utilizzato con successo su più di 300 pazienti. In tale occasione anche le persone più scettiche, che pensavano che un prodotto con tali prestazioni non fosse realizzabile, hanno dovuto ricredersi», nota il Ceo.
La sorprendente, almeno per il settore, rapidità del lancio ha avuto però anche diversi altri benefici, i cui effetti ancora si toccano con mano. «Poter introdurre questa nuova tecnologia nei reparti di
neonatologia di diversi ospedali ha permesso di raccogliere preziosi feedback e indicazioni da parte degli esperti del settore, contribuendo allo sviluppo di un prodotto di seconda generazione, più efficiente e adatto alle esigenze dei neonati prematuri e dello staff medico. Oggi, un team di 13 esperti dai diversi profili sta lavorando al completamento del processo di approvazione della nuova generazione del dispositivo, noto come Noah (Neonathal Oxygenation and Health). Dopo il lancio sul mercato di OxyPrem 1.4 nel 2020, Noah sarà il fulcro di una nuova partenza, prevista per gli inizi del 2025», evidenzia Nitsch.
Alla base del successo una questione, non troppo semplice, tecnologica. Avanguardista, nelle corde della miglior tradizione innovativa elvetica, targata Schlieren. «La tecnologia riutilizzabile di OxyPrem è basata sulla spettroscopia a infrarossi (Nirs) che sfrutta il più alto numero di lunghezze d’onda disponibili tra i dispositivi sul mercato, permettendo l’analisi di numerosi parametri del tessuto sottostante il sensore. Il dispositivo ha dimostrato risultati sorprendenti, offrendo una precisione e accuratezza superiori, confermati grazie a diverse pubblicazioni su riviste scientifiche. Non sono certo mancati nemmeno i feedback positivi direttamente dai professionisti del settore di neonatologia, che l’hanno definito ‘nettamente superiore agli altri dispositivi’, e in grado di ‘contribuire significativamente alla cura dei neonati malati’, come affermato da autorevoli neonatologi belgi e greci», afferma il Ceo.
Alla base dei positivi riscontri sul mercato, si trova certamente una forte base tecnologica, protetta da ben otto brevetti, depositati in Europa, Stati Uniti, e Cina, ma anche un approccio diverso alla tematica. «La combinazione di un hardware creato seguendo i feedback del personale ospedaliero che ha potuto utilizzarne la prima versione, e un avanzato algoritmo di auto-calibrazione creato ad hoc, ci consente di produrre dispositivi dalle prestazioni eccellenti rispetto alla media, che spesso propongono soluzioni ricavate da modifiche effettuate su tecnologie pensate per pazienti adulti. Questa fama di “miglior dispositivo tra quelli disponibili” contribuisce a rassicurare non solo il personale medico, ma anche i genitori preoccupati, supportati da un design ergonomico, adatto a neonati prematuri e
«Poter introdurre questa nuova tecnologia nei reparti di neonatologia di diversi ospedali ha permesso di raccogliere preziosi feedback da parte degli esperti del settore, contribuendo allo sviluppo di un prodotto di seconda generazione, più efficiente e adatto alle esigenze dei neonati prematuri e dello staff medico»
Alexander Nitsch, Ceo di OxyPrem
Le principali cause di morte
Confronto tra 1990 e 2019 (attesa di vita corretta per disabilità)
alla loro fragilità», conclude Nitsch. Sino a oggi il tema del finanziamento è stato interamente assorbito da entità pubbliche e private, anche molto note, tra cui l’Unione Europea e il Governo svizzero, la Fondazione Wyss e Wyss Zurich, oltre ad alcuni family office, compagnie, fondazioni, e privati. L’azienda intende ora raccogliere fondi aggiuntivi, per un totale di circa 2-3 milioni di euro nelle prossime settimane, così da completare l’ottenimento del marchio Ce per il lancio e la commercializzazione del nuovo dispositivo. Allo studio possibili future collaborazioni con partner aziendali. L’ambito di utilizzo si estende dal monitoraggio cerebrale neonatale e pediatrico, attraverso il monitoraggio del livello di ossigeno multi-organo alla chirurgia cardiaca per adulti, fino alle possibili applicazioni nella medicina vascolare o nell’assistenza medica stazionaria per anziani.
Sembrano dunque esserci tutte le premesse per ritenere che presto OxyPrem sarà in grado di offrire un dispositivo di nuova generazione, tecnologicamente
La mortalità infantile rimane la principale causa di morte al mondo, e pur riducendosi nell’arco di un trentennio la situazione non è particolarmente cambiata. Il tema resta dunque come meglio assistere madri e nascituri, onde incidere su questa pericolosa piaga, guardando al prossimo decennio.
all’avanguardia, e che sopperisca alla mancanza di una soluzione per il monitoraggio costante e accurato dell’ossigenazione celebrale, in linea con le esigenze medico-cliniche. Pur nell’era della digitalizzazione, offre una solida soluzione hardware che i professionisti più qualificati utilizzano per prendersi cura dei pazienti tra i più fragili, con un unico meritorio obiettivo che ogni neonato possa godere di un monitoraggio cerebrale adeguato, tale da garantirgli una vita lunga e priva di problemi di salute.
Emanuele Pizzatti
Fonte: Unicef 2023
Ridurre il costo dei medicinali
La spirale dei prezzi dei medicamenti impone di rivederne le regole per la formazione dei prezzi e l’adozione di misure di contenimento dei costi, come gli sconti sulle quantità.
Prestazioni dell’assicurazione obbligatoria di base (Aoms)
Gruppi di costi 2023, totale 39,92 mld Chf, in % e mld Chf, 2023
Mathias Früh, Responsabile Politica sanitaria e affari pubblici Helsana. Nel 2023 i medicamenti sono stata la voce più consistente nella assicurazione di base, 8,86 mld di Chf.
Di recente è arrivata l’ufficialità: nell’ultimo anno i medicamenti sono stati la voce di costo più consistente nell’assicurazione di base. Secondo una statistica dell’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp), rappresentano il 22,2% delle prestazioni. Per il futuro del sistema sanitario svizzero è dunque fondamentale un dibattito critico sulla struttura dei prezzi e sulla sostenibilità finanziaria di nuovi medicamenti costosi, considerato il carattere ormai obsoleto delle regole prescritte dalla legge inerenti la definizione dei prezzi. Sia il livello nazionale dei prezzi dei medicamenti comparabili sia i confronti con i prezzi applicati all’estero contribuiscono alla spirale, gravando fortemente su un’assicurazione di base finanziata in modo solidale.
Le disposizioni attualmente in vigore fanno sì che, nonostante un forte aumento dell’impiego e dei dati di vendita dei medicamenti, questi mantengano prezzi elevati per anni dopo l’omologazione. L’ultimo Rapporto Helsana sui medicamenti mostra in maniera piuttosto
concreta come i medicamenti contribuiscano significativamente all’aumento dei costi sanitari. Nel settore ambulatoriale dell’assicurazione di base, il rapporto documenta un incremento dei costi di 360 milioni di franchi rispetto agli 8,5 miliardi del 2022, in particolare determinato dai medicamenti contro il cancro, il diabete e la fibrosi cistica.
Stiamo assistendo a un impiego sempre maggiore dei medicamenti, la cui importanza cruciale nell’assistenza sanitaria è determinata dalla loro capacità di influenzare positivamente il decorso delle malattie. Tuttavia, alcuni non tengono fede ai risultati promessi, non vengono impiegati in osservanza alle risultanze scientifiche più recenti oppure hanno costi sproporzionati, in special modo le nuove terapie, che non è detto però siano migliori delle precedenti. Nel 2022, ad esempio, solo 4 dei 45 nuovi medicamenti presentavano caratteristiche realmente innovative. Per premiare queste vere innovazioni occorrono dunque nuove regole per la definizione dei prezzi. Ad esempio, nel 2021 è stato immesso sul mercato un medica-
mento altamente efficace per le persone affette da fibrosi cistica. Nonostante migliori sensibilmente la qualità della vita, il suo costo è di circa 135mila franchi l’anno per persona. Nel 2022 sono stati quasi 500 i pazienti sottoposti a questo trattamento, con costi aggiuntivi pari a circa 70 milioni di franchi. Un notevole onere finanziario per il nostro sistema sanitario per un singolo medicamento.
Una proposta di soluzione a questo problema potrebbe essere una riduzione automatica del prezzo all’aumentare dei dati di vendita, come già accade da tempo per gli sconti sulle quantità applicati in altri mercati. Lo sconto sulle quantità stabilito nella sessione estiva dal Consiglio degli Stati nell’ambito del secondo pacchetto di contenimento dei costi dimostra certamente come le cose si stiano muovendo nella giusta direzione. Tuttavia, lo sconto dovrebbe essere riesaminato annualmente, anziché ogni tre anni, ed essere applicato direttamente al prezzo del medicamento, evitando così successivi rimborsi agli assicuratori malattia. Tali rimborsi alterano infatti la verità dei costi e indeboliscono la solidarietà nell’assicurazione di base. Purtroppo, di tutte le misure relative ai medicamenti contenute nel secondo pacchetto, quella dello sconto sulle quantità è l’unica efficace in termini di costi. Se non dovesse essere attuata, verrebbe mancato del tutto l’obiettivo di contenerli: un risultato tutt’altro che nell’interesse di chi paga i premi.
Fonte:
Trading Investments
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Il lavoro ai tempi dell’Ia
L’Intelligenza Artificiale è una bomba che sta per esplodere, e l’apocalisse è ormai alle porte, o semplicemente si tratta di capire come impiegare una nuova potente tecnologia?
Intelligenza Artificiale. Chi è costei? È sicuramente una tecnologia esponenziale, ed è di moda, o in ‘hype’, come si direbbe in gergo, facendo riferimento alla famosa curva dell’innovazione ideata dall’istituto Gartner. Se ne parla parecchio, e vari sondaggi di grandi società di consulenza internazionali la danno quale una priorità strategica per la maggioranza dei Ceo, nonostante siano pochissime le aziende che davvero l’hanno incorporata nei loro processi, generando efficienza e impatto. Secondo The Economist, si tratta di circa il 2% dei business a livello internazionale (per l’adozione dell’Ia Generativa), con davanti una lunga strada di adozione, che assomiglia a quella di altre innovazioni tecnologiche di ampia portata, dall’elettricità alla telefonia mobile.
Le applicazioni concrete dell’Ia nell’impresa sono varie, e vanno dalla creazione di contenuti o prototipizzazione rapida, al recupero di dati e informazioni dispersi nei server aziendali, a chatbot e assistenti virtuali intelligenti, che aiutano nel processo di vendita o nell’assistenza clienti, con un approccio ultra-personalizzato. L’Ia si pone al servizio del marketing e delle vendite, ma è anche uno strumento utile nel reclutamento e nella formazione continua del personale, oltre a essere un alleato di dipartimenti come logistica e operation, dove aiuta a ottimizzare processi e uso delle risorse aziendali.
La regolamentazione è più avanzata in Europa, dove l’Ia Act diverrà legge nazionale nel giro di un paio d’anni. La Comunità Europea ha, per esempio, accolto principi come la trasparenza nella consapevolezza di dialogare con una macchina invece che con una persona umana, o ancora il divieto di associare un punteg-
gio sociale alle persone (social scoring), discriminando quindi gli individui con un punteggio minore circa l’assegnazione di risorse pubbliche. Gli Stati Uniti e la Cina hanno un approccio più commerciale all’Ia e al rispetto dei diritti personali. Quali competenze saranno necessarie? Sicuramente una solida strategia e Governance dei dati. L’Ia si nutre di informazioni, per creare e ottimizzare. Occorre conoscere i flussi dell’impresa e mettere a punto meccanismi per raccogliere dati utili, che possano essere usati per otti-
«Le applicazioni concrete dell’Ia nell’impresa sono varie, e vanno dalla creazione di contenuti o prototipizzazione rapida, al recupero di dati e informazioni, a chatbot e assistenti virtuali intelligenti, che aiutano nel processo di vendita o nell’assistenza clienti, con un approccio ultra-personalizzato»
mizzare e personalizzare il processo di marketing e vendita. La strategia del dato implica il rispetto delle regolamentazioni vigenti, in tutti i Paesi in cui l’impresa opera, sapendo che le leggi variano e varieranno velocemente nel tempo.
Le competenze più preziose non saranno tanto tecnologiche, quanto logiche, filosofiche, etiche, strategiche, in maniera da gestire l’input e l’output dell’Ia, per efficientare i processi aziendali e creare il giusto livello di personalizzazione di prodotti e servizi, rispettando la libertà di scelta dell’utente e i suoi diritti. L’abilità più desiderata dalle aziende rimane
Frank Pagano, azionista di Tokenance, Senior Partner di Jakala, Contributor de Il Sole 24 Ore.
invariata: prendere decisioni, assumendosene la piena responsabilità. Questo fa l’umano. E continuerà a farlo.
Da un punto di vista tecnologico, le funzionalità dell’Ia tenderanno a diventare sempre più comuni, che siano di Microsoft o Alphabet, per cui la scelta di un’impresa sarà dettata da fattori come il rispetto della privacy di dati sensibili aziendali, il costo delle licenze per individuo e il consumo energetico della soluzione proposta dalle Big Tech. A oggi non c’è un modello di business chiaro, il che limita sicuramente il roll-out dell’Ia più avanzata su scala.
Cosa dire e lasciare? Il messaggio chiave è di non avere paura, informarsi, leggere, chiedere, confrontarsi. Non è l’apocalisse. Non perderemo il lavoro domani mattina. Anzi, finalmente, c’è una tecnologia che può aiutare a lavorare meglio.
L’Ia è solo uno strumento, che va capito e testato, prima di essere adottato su larga scala. Per questo ho scritto Intelligenza Artificiale, Arte e Scienza nel Business, edito da Il Sole 24 Ore, che vuole essere una manualetto facile e veloce per capire come utilizzare l’Ia concretamente nella vita di tutti i giorni, in azienda. Come accaduto spesso in passato, è solo un nuovo ‘super potere’ che va conosciuto e messo al servizio di azienda, consumatori e cittadini.
Gli strumenti apparsi sui social o in Tv, come Chat Gpt di OpenAi o Gemini di Google, non sono perfetti, e ce ne vorrà perché diventino di uso comune. Quindi, si è ancora in tempo per capire e prendere le decisioni giuste, pubbliche e private.
1,75% d‘interesse
Smart contract meno criptici
Come un progetto studentesco rende la tecnologia blockchain e gli smart contract comprensibili e accessibili a tutti, anche a beneficio del potenziale della Crypto Valley svizzera.
Se ormai pressoché tutti hanno sentito parlare di blockchain, probabilmente meno diffuso rimane ancora il concetto di smart contract. Ecco perché è nato il progetto studentesco Smart Contracts Lab alla facoltà di Economia e Informatica dell’Università di Zurigo con l’obiettivo di creare un ecosistema educativo che mira a diffondere la conoscenza e a rendere le applicazioni blockchain uno strumento standard nel mercato.
Oltre alle famose cryptovalute, ci sono altri strumenti che fanno uso della blockchain: gli smart contract. Questi sono contratti immutabili e auto-esecutivi, i cui termini sono incorporati direttamente nel codice sulla blockchain. Utilizzando questa tecnologia, questi contratti intelligenti garantiscono transazioni sicure, trasparenti e irreversibili. Eseguiti automaticamente al verificarsi di determinate condizioni, presentano vantaggi come disintermediazione, velocità e perciò efficienza.
Gli smart contract offrono quindi una vasta gamma di possibilità d’uso. Ad esempio, nell’ambito della finanza
decentralizzata (DeFi), possono essere impiegati per prestiti e trading di cryptovalute, permettendo transazioni sicure e automatizzate. Inoltre, sono ideali per la tokenizzazione di asset come immobili o opere d’arte, semplificando il trasferimento della proprietà e rendendolo più trasparente ed efficiente. Un altro campo di applicazione è quello delle assicurazioni, dove possono automatizzare la gestione dei reclami, riducendo i tempi e i costi operativi.
Nonostante i vantaggi rivoluzionari offerti dalla tecnologia blockchain, gli smart contract rimangono oggi un tool di nicchia, utilizzato principalmente da una cerchia ristretta di persone e aziende esperte nel settore. Consapevole di questo potenziale inespresso, il progetto studentesco Smart Contracts Lab (Scl) dell’Università di Zurigo vede come sua missione la democratizzazione dell’accesso alla tecnologia blockchain e agli smart contract. Per realizzare la sua ambiziosa visione, Scl adotta un approccio multiforme che comprende la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative, nonché l’organizzazione di eventi educativi in collaborazione con
Lilly Sciolli, Diplomata in Master Business Administration e Informatica, Ex Head of Board Smart Contracts Lab. In collaborazione con il Circolo Giovani Giuristi Zurigo.
una vasta rete di esperti provenienti sia dall’industria che dall’accademia.
Negli scorsi mesi, lo Smart Contract Lab ha sviluppato una piattaforma che rende le informazioni contenute negli smart contract, come per esempio il saldo, la cronologia delle transazioni e operazioni interne del contratto, alla portata di tutti. Questa soluzione è infatti caratterizzata da un’interfaccia user-friendly ricca di grafici e box informativi, mirati a chiarire concetti legati agli smart contract, rendendone così l’accesso al suo utilizzo molto più semplice. Questo approccio è totalmente diverso da quello di altre piattaforme attualmente sul mercato come Polygonscan che consentono di analizzare gli smart contract proponendo una serie di informazioni complesse e difficili da comprendere per persone alle prime armi.
Malgrado blockchain sia diventata una buzz word, sono pochi coloro che comprendono appieno le sue funzionalità e i casi d’uso. Ciò è anche dovuto alla limitata diffusione di conoscenza e soluzioni facili da usare. Tuttavia, iniziative come lo Smart Contracts Lab e il “Plan B” della città di Lugano stanno contribuendo a diffondere l’utilizzo della tecnologia blockchain e degli smart contract anche tra i meno esperti. Se nel futuro prossimo queste tecnologie saranno di uso quotidiano, ancora è incerto. Resta però innegabile che la “Crypto Valley” abbia ancora molto da offrire alla Svizzera.
Un codice originale
Con un design distintivo e audace, che combina l’estetica industriale con materiali innovativi, una capsule ‘a colori’ rende le ore più intriganti che mai. Solo per pochi.
Marchio orologiero svizzero fondato nel 2012 da Daniel Niederer, Sevenfriday si è affermato distaccandosi dai codici tradizionali del design orologiero. La capsule Freed D, lanciata quest’anno in aprile, è una collezione di tre orologi, ciascuno in edizione limitata a trenta pezzi. Ognuno dei tre orologi è proposto in tre varianti di colore: bianco, che simboleggia la purezza e l’innocenza; turchese, che richiama il successo e la fortuna; rosa, ad evocare l’amore e la compassione. Abbiamo scelto di recensire il modello turchese.
Le dimensioni del Freed D superano le aspettative. La cassa segue la tradizionale forma quadrata arrotondata del Marchio. È realizzata in acciaio inossidabile 316L e ha una dimensione di 45,25 mm x 45 mm. Le dimensioni salgono a 54,25 mm x 44 mm se si tiene conto del dispositivo di protezione stampato in 3D, che viene avvitato alla cassa. L’altezza della cassa e della protezione supera i 15 mm. Nonostante le dimensioni, l’orologio è comodo da indossare. Pesa solo 91 grammi.
L’innovativo dispositivo di protezione stampato in 3D Multi Jet Fusion (Mjf) è realizzato con materiali sostenibili: Pa11 per i modelli rosa e turchese e PA12 per quello bianco. Entrambi sviluppati da Hp, i processi di stampa 3D Mjf consentono di ottenere parti di alta qualità, flessibili ma resistenti, adatte a varie applicazioni industriali e di consumo.
Oltre che per le protezioni, il processo di stampa 3D viene utilizzato per creare il quadrante, il fondello, che copre il movimento, e gli inserti nel cinturino dell’orologio Free D. Finitura e dettagli della protezione 3D sono molto buoni.
Sul quadrante e sul retro della cassa sono montati cristalli zaffiro a doppia cupola. Entrambi i cristalli hanno un rivestimento interno antiriflesso. Le ore, i minuti e i secondi sono di colore argento e circondati da puntatori in acciaio inossidabile. La leggibilità al buio risente
della mancanza di un rivestimento luminescente sui numeri delle ore e dei minuti. La presenza della protezione 3D non influisce sulla leggibilità, poiché i puntatori in acciaio inossidabile convogliano l’attenzione sulle indicazioni dell’ora. Le ore si leggono su un disco a ore 12; i minuti e i secondi si leggono su dischi distinti a ore 6. All’inizio, è necessario imparare a combinare le informazioni di entrambi i dischi per determinare l’ora, il che poi diventerà automatico. Il disco dei secondi non è dotato di cifre o indici.
Il cinturino è molto flessibile e combina pelle di vitello nera di alta qualità cucita a mano con inserti colorati di Pa11 Mjf stampato in 3D. Gli inserti rendono il cinturino estremamente robusto e resistente, pur mantenendolo morbido. Anche la fibbia ad ardiglione è realizzata in Pa11 Mjf; il suo design è in linea con lo spirito del Free D: qualsiasi altra cosa sarebbe stata incoerente.
Il funzionamento dell’orologio è abbastanza semplice: la corona a ore 12 può essere afferrata e rilasciata facilmente con il pollice e l’indice insieme. Tuttavia, per cambiare l’ora o caricare l’orologio è più efficace far scorrere delicatamente il pollice sulla corona, in quanto essa è
La capsule Freed D di Sevenfriday. Orologio in edizione limitata e tre colori. Qui in turchese.
molto vicina alle anse dell’ingranaggio di protezione, il che impedisce alle dita di accompagnarne la rotazione. Il ticchettio all’interno del Free D è costituito dal Sellita SW300-1, un meccanismo svizzero di alta gamma e molto apprezzato. È un meccanismo a carica automatica con 25 rubini, 28.800 alternanze orarie e una riserva di carica di 42 ore. L’SW300-1 è un movimento molto affidabile e preciso. Dalla personalità unica, Free D è dotato di un’esclusiva confezione che, ad eccezione del cuscino, è realizzata in Pa11 Mfj. È decorata con un disegno parametrico, una tecnica che si basa su algoritmi per creare prodotti o strutture complesse e personalizzate. Il Free D non è un orologio per tutti o per tutti i polsi. È un oggetto all’avanguardia, con un look distintivo e sostenibile. In edizione limitata, appunto.
Provato per 10.080 minuti, a giugno 2024, a Zurigo
Sergio Galanti
Emendare la costituzione
Essendo opensource chiunque potrebbe modificare il protocollo di Bitcoin, l’unica condizione è che la community accetti tali cambiamenti, cosa che avviene raramente.
La domanda che più spesso mi viene posta dalle persone è: ‘Come funziona in pratica Bitcoin?’. Per provare a spiegarlo, faccio un’equiparazione con altri sistemi monetari esistenti come il dollaro o l’euro.
Il protocollo Bitcoin è a tutti gli effetti un nuovo sistema monetario, con delle proprie regole, caratteristiche e modalità di funzionamento. Attorno ad alcuni principi immutabili (offerta limitata a 21 milioni, grandezza massima e tempo di emissione del blocco…), che rappresentano i valori fondamentali del protocollo, si è formato il consenso degli utilizzatori.
L’insieme di tali regole condivise può essere metaforicamente considerata la ‘carta costituzionale’ di Bitcoin.
Una volta definita ‘la costituzione’, tutti i possibili successivi ‘emendamenti’, non possono andare in contrasto con i suoi valori fondamentali e devono essere condivisi dalla comunità. Esistono forti resistenze al cambiamento del protocollo originale, il che si traduce generalmente in estrema cautela e ponderazione quando si procede con tali modifiche.
In caso di un semplice aggiornamento al protocollo originale si parla di Soft fork. Essendo Bitcoin un protocollo decentralizzato, chiunque può proporre miglioramenti. Le proposte avvengono tramite un sistema denominato Bip (Bitcoin Improvement Proposal) e possono essere pubblicate da chiunque sulla pagina di GitHub preposta, dove vengono discusse e adottate a larghissima maggioranza dalla community. I tempi di implementazione sono generalmente molto lunghi, al termine di dibattimenti che durano anni. Questo perché si vuole essere sicuri che porti vantaggi generalizzati a tutti gli utenti e non solo a specifici gruppi.
Quando una proposta è controversa, crea divisioni nette all’interno della community e non è condivisa ad ampia maggioranza, si preferisce sempre adottare l’opzione conservativa di mantenere lo ‘status quo’.
Uno degli aggiornamenti più importanti nella storia di Bitcoin è stato il Bip 141, quello di SegWit, che ha permesso la riduzione delle dimensioni necessarie per archiviare le transazioni in un blocco. Si parla invece di Hard fork in caso di una vera e propria modifica sostanziale alla ‘costituzione’. Bitcoin, come tutti i
«L’insieme di regole condivise che regolano il funzionamento di Bitcoin sono la sua ‘carta costituzionale’, una volta definita tutti i possibili successivi ‘emendamenti’, non possono andare in contrasto con i suoi valori fondamentali e devono essere condivisi dalla community, che però è molto recalcitrante al cambiamento»
software open source non è protetto da copyright ed è liberamente modificabile dagli utenti. Negli anni sono nate molte versioni alternative di Bitcoin (basti pensare a Litecoin o Bitcoin Cash) che hanno imposto delle modifiche fondamentali al protocollo originale, che hanno portato a divisioni nella community e alla nascita di blockchain alternative.
Una delle tematiche più divisive e che ha rischiato di far tremare alle fondamenta il sistema è stata quella relativa alla sua ‘scalabilità’ che ha portato, tra il 2015 e il 2017, alla cosidetta BlockSize War. Ci
Thomas Zara, Managing Partner di Arkadia Digital Advisory.
si era resi conto che l’infrastruttura originale non avrebbe mai potuto reggere la richiesta futura di transazioni da parte di milioni di utenti. Fu in quel momento che alcuni proposero la modifica di una delle regole fondamentali e immutabili del protocollo, quella delle dimensioni del un blocco. La proposta di aumentarne le dimensioni spaccò in due la community portando un dibattito feroce. Nonostante un cospicuo numero di attori favorevoli, la modifica non passò sulla catena principale di Bitcoin dove uno zoccolo duro di nodi si rifiutò di aggiornare la propria versione del protocollo. Questo diede origine agli Hard fork precedentemente menzionati che si staccarono definitivamente dalla blockchain originale.
Nonostante questi eventi scissionisti che avrebbero potuto minarne la credibilità, Bitcoin ha dato negli anni a seguire una grande prova di resilienza garantendo la tenuta e la compattezza dell’idea originale e una granitica resistenza di fronte a qualsiasi tentativo di modifica non condivisa all’unanimità dagli utilizzatori.
Gli utenti e il mercato presero allora atto che il valore di Bitcoin non risieda tanto nella sua velocità di utilizzo o nella sua praticità, ma piuttosto nel fatto che la sua ‘politica monetaria’ garantisce agli utenti la pressoché assoluta immutabilità delle regole. Grazie alla sua natura decentralizzata ha mostrato un’incredibile capacità d’adattamento e resistenza di fronte a qualsiasi attacco esterno e la certificazione che nessuna potente lobby o coalizione di interessi di parte è in grado di apportare cambiamenti unilaterali.
L’account technology
Cresce l’interesse anche nei confronti delle aziende specializzate in servizi di contabilità automatizzata, grazie all’integrazione di soluzioni di intelligenza artificiale.
Gli investitori hanno messo nel mirino le aziende che usano la tecnologia per aiutare le altre imprese a gestire le proprie finanze in modo sempre più efficiente. Ne è una prova AccountsIq, una società che ha creato una piattaforma cloud-based per la contabilità, la quale ha recentemente raccolto 60 milioni di euro per costruire la ‘funzione finanziaria del futuro’ per le medie imprese.
In pratica, la società di accounting technology fondata a Dublino mira a sviluppare nuovi servizi automatizzati e potenziati dall’Intelligenza Artificiale a supporto dei dipartimenti di contabilità. Innovando così il suo sistema di gestione finanziaria Software-as-a-Service, che risolve problemi complessi come il consolidamento multivaluta o le integrazioni con terze parti.
A fornire capitali freschi all’azienda è stato Axiom Equity, un fondo di growth equity specializzato nel B2B. Il socio fondatore Martin Wygas è stato chiaro: “Siamo rimasti immediatamente colpiti quando abbiamo incontrato il team di AccountsIq e abbiamo visto il prodotto e il suo posizionamento. La profonda comprensione della loro base clienti e la visione lungimirante” hanno convinto il nostro team. L’investitore ha quindi riconosciuto ‘il potenziale per accelerare lo sviluppo del prodotto di AccountsIQ con capitale e competenze aggiuntive’.
Per Tony Connolly, fondatore e Ceo dell’azienda irlandese, “questo investimento giunge in un momento di inflessione perfetto per la nostra offerta, per consentirci di sfruttare gli strumenti di Intelligenza Artificiale in servizi pratici e facili da adottare per la nostra base di utenti; per rendere i ruoli dei team finan-
ziari più flessibili, preziosi, meno ripetitivi e addirittura più interessanti”.
Prima di questa raccolta fondi, con soli 12,7 milioni di euro di finanziamenti esterni, AccountsIq aveva acquisito circa 1.000 clienti, coprendo 10mila ‘attività’ (operazioni multiple per singole aziende) e 20mila utenti.
La somma ottenuta grazie ad Axiom Equity è notevole, non solo perché è quasi cinque volte superiore alla precedente raccolta complessiva di AccountsIq, ma
«AccountsIq, la società di accounting technology fondata a Dublino, mira a sviluppare nuovi servizi automatizzati e potenziati dall’Intelligenza Artificiale a supporto dei dipartimenti di contabilità. Innovando così il suo sistema di gestione finanziaria Software-as-a-Service, che risolve problemi complessi come il consolidamento multivaluta o le integrazioni con terze parti»
anche perché non è un risultato scontato per il suo mercato nazionale. Un report della Irish Venture Capital Association ha rilevato che i finanziamenti alle Start up in Irlanda, nel primo trimestre di quest’anno, sono diminuiti del 48% rispetto al 2023.
AccountsIq e Axiom Equity, al momento, non hanno rivelato la valutazione. Secondo un confronto riportato su TechCrunch, Pennylane, un’altra startup di contabilità che si concentra sul mercato delle Pmi (che conta circa 120mila utenti), ha raccolto 40 milioni di dollari
Alessandro Beggio, Ceo e fondatore di Vector Wealth Management.
con una valutazione di oltre 1 miliardo di dollari qualche mese fa, e potrebbe essere quindi un potenziale competitor. Tuttavia, AccountsIq sosterrebbe che una sua caratteristica peculiare è quella di riuscire a rispondere alle esigenze non solo di Pmi ‘statiche’, ma anche delle società che stanno vivendo importanti fasi di espansione del business.
“Quando crescono e arriva un controllore finanziario o un Cfo, di solito si rendono conto che devono scalare l’azienda e che per farlo hanno bisogno di un nuovo sistema”, ha spiegato il Coo Darren Cran. In ogni caso, tra i concorrenti di AccountsIq figurano aziende del calibro di Sage Intacct, NetSuite e Acumatica.
Le dimensioni del mercato dei software di contabilità, secondo un report di Mordor Intelligence, sono stimate a 19,74 miliardi di dollari nel 2024 e si prevede che raggiungeranno i 30,66 miliardi di dollari entro il 2029. Si tratta quindi di un tasso di crescita Cagr del 9,20% nel periodo di previsione.
Uno degli elementi trainanti di questo andamento è la tendenza (in continuo aumento) delle piccole e medie imprese a collaborare con gli operatori dell’e-commerce e a integrarsi con altre applicazioni online. Si pensi ai servizi bancari automatizzati, le funzioni di fatturazione, la gestione di debiti, crediti e buste paga. Tutta questa giungla di attività diventa accentrata ed efficace con la tecnologia giusta. E AccountsIQ si prepara a potenziare la sua soluzione per rispondere a questa logica in modo sempre più efficace.
Gestione da ripensare
Le competenze messe a disposizione da un assistente diversamente intelligente non dovrebbero essere viste con sdegno o scetticismo, ma semplicemente comprese.
Tra i principali vantaggi dell’Ia nella gestione del portafoglio è la sua capacità di analizzare grandi quantità di dati in modo rapido e accurato, aggirando i limiti degli analisti, e durante l’attività di setaccio identificare modelli e tendenze che potrebbero essere passati inosservati. stati trascurati dagli analisti umani.
Questo non significa sostituire l’uomo, anzi, di integrarne le competenze, per prendere decisioni d’investimento più informate e tempestive, unendo il meglio dei due. Ad esempio, l’intelligenza artificiale è in grado di elaborare bilanci, quotazioni azionarie, articoli di cronaca e post sui social media per ottenere informazioni sul sentiment del mercato e sulle potenziali opportunità, consentendo ai gestori di adeguare le proprie strategie. Ottimizzazione del portafoglio. Farsi aiutare ha sempre i suoi pro. Mentre la gestione tradizionale del portafoglio si basa su regole predefinite e sul giudizio umano per allocare gli asset e gestire il rischio, l’Ia è in grado di regolare dinamicamente i portafogli con dati in tempo reale e analisi predittive, assicurando che i portafogli siano continuamente ottimizzati. Questa sinergia non sminuisce il ruolo del giudizio umano, anzi lo potenzia. Sfruttando l’analisi dei dati in tempo reale e le capacità predittive dell’IA, i gestori possono concentrarsi sul processo decisionale strategico e sulle sfumature di giudizio, creando una strategia più efficace e reattiva. L’Ia e le competenze umane garantiscono insieme una gestione ottimale del portafoglio.
Un esempio. Si consideri, un semplice portafoglio ‘Best of Smi’, che comprende titoli di importanti società svizzere come Abb, Roche e Nestlé. In un periodo di
cinque anni, dal 1 gennaio 2019 al 31 dicembre 2023, il portafoglio ha ottenuto una performance annualizzata del 13,28% con una volatilità del 17,97% senza l’intervento dell’Ia. Da nostra esperienza, se gestito con l’Ia, lo stesso portafoglio ha ottenuto una performance del 15,35%, con una volatilità del 15,40%.
Gestione del rischio. Si tratta di un pilastro portante della gestione del portafoglio e l’Ia offre notevoli vantaggi in questo
«Farsi aiutare ha sempre i suoi pro. Mentre la gestione tradizionale del portafoglio si basa su regole predefinite e sul giudizio umano per allocare gli asset e gestire il rischio, l’Ia è in grado di regolare dinamicamente i portafogli con dati in tempo reale e analisi predittive, assicurando che i portafogli restino ottimizzati»
campo. Può infatti monitorare e analizzare continuamente i fattori di rischio, fornendo approfondimenti in tempo reale che aiutano i gestori a prendere decisioni informate. Incorporando un’ampia gamma di fonti, tra cui dati storici, macro, e dati alternativi come il sentiment dei social media, l’Ia è in grado di identificare i rischi potenziali e di raccomandare strategie per mitigarli, il che può rivelarsi utile in fasi di elevata volatilità, riducendo l’esposizione ad asset rischiosi, e aumentandola in quelli più sicuri.
Questo approccio dinamico alla gestione del rischio è stato evidente nella gestione del portafoglio “Swiss Grand Eight” durante la pandemia e altre per-
Stefan Klauser, Ceo e confondatore di Aisot Technologies.
turbazioni del mercato. Aumentando la liquidità, l’Ia è infatti riuscita a ridurre la volatilità, proteggendo da grosse perdite. Personalizzazione. Analizzando le preferenze, la tolleranza al rischio e gli obiettivi finanziari dei singoli investitori, l’Ia può personalizzare le raccomandazioni di investimento per soddisfare esigenze specifiche. Questo livello di personalizzazione, precedentemente disponibile solo per gli individui con un patrimonio elevato, è ora accessibile a una gamma più ampia di investitori.
L’obiettivo è quello di sfruttare l’Ia per creare e gestire portafogli personalizzati per i singoli investitori, offrendo un alto livello di personalizzazione a un costo inferiore rispetto ai consulenti tradizionali. Con l’avanzare della tecnologia la capacità di fornire soluzioni d’investimento su misura non potrà che migliorare, rendendo più accessibile ed efficiente la gestione di portafogli personalizzati.
In sintesi, l’Ia sta rivoluzionando la gestione del portafoglio migliorando l’analisi dei dati, ottimizzando le strategie, gestendo i rischi in modo più efficace e consentendo una maggiore personalizzazione. Con la continua evoluzione della tecnologia, il suo impatto sull’industria finanziaria è destinato a crescere. La collaborazione tra le competenze di uomo e macchina promette un futuro in cui la gestione del portafoglio sarà più precisa, razionale e reattiva alle dinamiche del mercato. I gestori che abbracceranno presto l’Ia saranno dunque ben posizionati per offrire performance superiori e soddisfare le diverse esigenze dei clienti.
Deontologia comunicativa
I tempi gloriosi del segreto bancario, e molti dei suoi corollari, sono ormai passati. Oggi anche per l’industria della finanza comunicare è un’esigenza, non più un semplice ‘di cui’.
La Svizzera, e in particolare il Ticino, da sempre noti per il loro settore finanziario solido, si trovano oggi a un bivio comunicativo. Storicamente, il segreto bancario e la discrezione sono stati i pilastri della fiducia dei clienti. Tuttavia, la digitalizzazione e l’avvento di nuovi canali di interazione impongono una riflessione profonda su come comunicare nel 2024.
La tradizione del silenzio. Il successo della Piazza ticinese, e in particolare delle sue banche e operatori correlati è stato storicamente alimentato da un flusso costante di capitali esteri, in particolare dall’Italia. In molti casi, è inutile negarlo, questi capitali erano di natura opaca e come tali andavano trattati: massimo riserbo, segretezza, no comment.
È in questo contesto che la Svizzera è stata per decenni la cassaforte dell’Europa, e non solo, forte di un segreto bancario che l’ha resa de facto un paradiso fiscale. Ecco allora che il buon comunicatore era colui che non comunicava. Meno si sapeva, meglio era per tutti: clienti e istituzioni. Un operare in punta di piedi, nell’ombra, attenti a non fare rumore, a non attirare i riflettori.
Come affermava Maurizio Costanzo, uno dei più noti giornalisti italiani, “in comunicazione il vuoto diventa pieno. Se non riempiamo noi quel vuoto, lo farà qualcun altro”. È quindi cruciale muoversi con una strategia ben definita, nell’ottica di lavorare sulla propria immagine e sulla propria reputazione, divenuta vero e proprio asset strategico, orientandole nella direzione che meglio si adatta agli interessi comuni, dei clienti e anche dell’azienda.
Florian Anderhub, fondatore e Chief Vision Officer di Ander Group.
finanziarie dovrebbero considerare per restare oggi competitive e rilevanti:
- Presenza Online . Avere un sito web aggiornato e una presenza attiva sui social media come LinkedIn non è più opzionale. È necessario per dimostrare competenza e autorevolezza;
- Trasparenza . Fornire informazioni chiare sulle proprie operazioni, politiche gestionali e risultati finanziari. La trasparenza alimenta la fiducia;
- Engagement . Interagire attivamente con i clienti e il pubblico tramite blog, webinar e contenuti di valore sui social;
- Reputazione online . Gestire e monitorare attentamente la propria reputazione online per affrontare tempestivamente eventuali momenti di crisi.
La nuova era digitale. Oggi, con l’avvento di internet e dei nuovi canali di comunicazione digitali, questa filosofia deve essere rivista. Non si tratta di rendere pubblica l’attività dei propri clienti, ma di adattarsi a un mondo in cui la trasparenza e la presenza online sono la norma. In un contesto dove i touch point con la clientela sono cambiati rapidamente e radicalmente, la gestione di queste attività richiede un approccio attivo e proattivo.
Comunicazione come dovere deontologico. Curare la propria presenza online non è quindi più solo una strategia di marketing, ma un vero e proprio dovere deontologico nei confronti di chi ripone la propria fiducia, e in questo caso i propri capitali, nelle nostre mani. Oggi, i clienti sono più connessi che mai, e cercano istituzioni in grado di gestire la loro immagine pubblica con la stessa cura con cui gestiscono i loro risparmi. Non significa violarne la privacy, bensì garantire una trasparenza operativa che rassicuri della solidità e l’affidabilità dell’istituzione. Strategie di comunicazione per il futuro. Solamente a titolo esemplificativo, ecco alcune strategie che le istituzioni
Da un passato di segretezza e discrezione, ci si trova ora in un presente dove trasparenza e presenza online sono divenuti imperativi fondamentali per guadagnare e mantenere la fiducia della clientela. La comunicazione stessa, nelle sue molteplici sfaccettature, si è trasformata in una potente leva strategica.
Guardando al futuro, si può immaginare questo processo come una danza al chiaro di luna, dove luce e ombra si fondono con eleganza. È un modo di operare che non cerca i riflettori, ma piuttosto quella luce ‘silenziosa’ e costante in grado, però, di trasmettere sicurezza e affidabilità. Spetta a noi, poi, sfruttarne i chiaroscuri e lasciare agli osservatori solamente ciò che si intende mostrare.
Forti passioni, grandi traguardi
Vent’anni, e venti acquisizioni. Grandi sfide, ma anche ottimi risultati. Se non è la via del successo, sicuramente una qualche nota è percepibile. Partiti dalla Francia, conquistata la Germania, si tratta ora di espandersi in Svizzera, con la forza di un Gruppo solido alle spalle.
Tanto tempo fa, ma nemmeno troppo, c’era una Piazza forte e vitale che aveva l’ambizione, non troppo nascosta, di scalzare la sua principale rivale dal secondo posto di una personalissima classifica, dichiararsi grande, e proseguire nella sua corsa verso l’olimpo della finanza. Poi qualcosa andò storto, il funambolismo che l’aveva sempre contraddistinta non era più sufficiente, il che unito a qualche piccolo e grande incidente di percorso la costrinse a riabbassare la cresta, scendere a più miti consigli, e ritornare ordinatamente nei ranghi. Le sorelle maggiori non se ne ebbero a male, e in casa tornò a regnare la concordia, mettendo a tacere le malelingue del vicinato, e la malfidenza dei rancorosi che ancora temevano fughe in avanti, nuovi sgarbi. Si potrebbe così chiudere la parabola di Lugano, e della terza Piazza svizzera, che ci ha creduto convintamente, ma che non sbocciò mai, lasciando Zurigo e Ginevra al loro posto. «Nonostante sia bernese di origine, sono molto legato emotivamente all’Italia, dove ho trascorso oltre un decennio in fanciullezza, e all’italianità, quel misto di brio, elasticità e passione nel fare le cose che non esiste altrove, e che mi porto dietro da allora. Nel 1991, al termine degli studi in economia a Berna, almeno secondo i piani originali, mi sarei dovuto trasferire in Ticino per un paio d’anni,
fare esperienza, per trasferirmi poi negli Stati Uniti o comunque all’estero. Non è andata propriamente così; è solo un ventennio che ho lasciato professionalmente Lugano, alla volta di Ginevra prima e Zurigo poi, mentre affettivamente non sono mai partito, ed è qui che trascorro il tempo libero», esordisce così Martin Liebi, Ceo di Oddo Bhf Switzerland. Del resto il Ticino conserva molti dei suoi tradizionali attributi, fortemente spendibili nell’attrarre residenti facoltosi dall’estero, a partire da un’elevata qualità della vita, come puntualmente poi avviene. Ma… «Nel 2003 Lloyds scelse di affidarmi la regione di Ginevra, lasciai dunque professionalmente il Ticino, e con il senno di poi accettare fu la decisione giusta. Nonostante continuino ad esservi dei piccoli gioielli, a livello di realtà del settore, spesso detenuti da dinastie familiari e da più generazioni, già all’epoca in cui ero in Credit Suisse eravamo divenuti degli esecutori, bravi e creativi, di una strategia decisa a tavolino a Zurigo. I giochi non venivano più fatti qui, e la Piazza aveva perso almeno una parte delle sue forti personalità, sebbene nel corso degli ultimi decenni siano moltissimi i ticinesi che fuori dal Cantone si sono distinti», prosegue il Ceo.
Nel corso degli anni a susseguirsi sono incarichi importanti, per istituti bancari di primo livello, con un finale abbastanza
inaspettato. «Nel 2021 mi contatta un amico per presentarmi il Gruppo in cui sono oggi, che all’epoca non conoscevo. Solo a fronte della sua insistenza si è aperta questa nuova entusiastica fase in una realtà poco nota, specie in Svizzera, ma dal mio punto di vista assolutamente formidabile. Philippe Oddo, il Ceo del Gruppo, e che ne è anche azionista di maggioranza, è un imprenditore che ha messo in fila venti acquisizioni di successo in vent’anni. Siamo una delle banche private, ancora di una famiglia, più grandi d’Europa, con oltre 140 miliardi di euro di masse, e 3mila dipendenti, ma soprattutto offriamo servizi tipici di grandi Gruppi bancari mondiali, dalla ricerca economica e finanziaria - abbiamo un team di 80 persone - alla corporate finance, con una specializzazione in M&A, nel Dna del Gruppo sin dalla sua nascita. Cinque generazioni fa», riflette Liebi.
Un business model sicuramente complesso, ma che negli anni ha maturato internamente importanti sinergie tra dipartimenti, e controllate estere. «Il Gruppo nasce infatti a Marsiglia, nel 1849, quale broker di azioni. Di strada ne abbiamo fatta molta, e accanto ai servizi tradizionali di Asset e Wealth Management, ci occupiamo anche ogni anno di diverse operazioni di finanza straordinaria dai 30 ai 700 milioni di euro, curiamo in prima persona Ipo ed emissioni obbligazionarie,
Camille Gautier diventa broker a Marsiglia
Fusione che dà vita a Bhf-Bank
Partnership con Abn Amro e Bbva, acquisizione di Landolt & Cie
Philippe Oddo entra in società
Sviluppo di Natixis e acquisizione di Acg Capital
Nasce l’istituto di ricerca
Partnership con Commerzbank, e acquisizione di Metropole Gestion
Acquisizione di Quilvest Banque Privée
Apertura sede londinese, e partnership con Raiffeisen Austria
Viene fondata Frankfurter Bank
Bernard Oddo fonda la sua azienda di brokeraggio
Prime 7 acquisizioni (Delahaye Finance, Pinatton, Nfmda, Clse, Robeco...)
Acquisizioni in Germania (Bhf Bank, ...)
al pari della compravendita di pacchetti azionari fuori mercato. Siamo molto orgogliosi del team di ricerca, la vendiamo e rendiamo disponibile ai nostri clienti, ma che sta anche alla base del nostro stile di Gestione. Molto difficilmente, con rare eccezioni, mettiamo nei portafogli della clientela fondi o strumenti complessi, siamo investiti attivamente in oltre 850 società europee quotate, con il cui management interagiamo regolarmente. Attraverso questi servizi ci guadagniamo nel corso del tempo la fiducia della clientela, che soddisfatta si rivolge poi a noi anche per altre esigenze. Risolviamo problemi, non piazziamo prodotti, e questo viene apprezzato», rileva il Ceo.
Che di straordinario vi sia anche la finanza, e vissuta in prima persona, è la cronaca recente a raccontarlo, con tutte le sue positive ma anche inaspettate conseguenze. «Il Gruppo è tradizionalmente sempre stato attivo in Francia e Germania ma, acquisendo Bhf Berlin e la Frankfurt Bank nel 2016, è entrata anche la Svizzera nel perimetro, per il tramite di un piccolo ufficio a Zurigo. Nel 2020, in piena pandemia, è stata invece acquisita Landolt&Cie, la più antica banca della Romandia risalendo al 1780, e particolarmente nota nella regione, con la sua sede di Losanna. È qui che arrivo io, tra le priorità che mi sono state affidate c’è infatti l’integrazione delle due realtà di Zurigo e Ginevra, i cui business model erano completamente diversi; consolidare la nostra presenza in Svizzera e farci conoscere di più; oltre ovviamente a crescere, organicamente e per il tramite di nuove acquisizioni», precisa Liebi.
Acquisire realtà complesse e strutturate può del resto spingere l’acceleratore sulla crescita di masse e clienti, ma anche presentare notevoli difficoltà proporzionalmente alle dimensioni dell’acquisito, e non solo. Si tratta però di trovare anche gli aspetti positivi. «Il nostro Ceo è un imprenditore e ragiona di conseguenza, è attivo e acquisisce tuttora clientela, ma è anche azionista di maggioranza del Gruppo detenendo il 65% delle azioni, un secondo 25% è invece in mano ai collaboratori, e il restante 10 a una manciata di famiglie: Landolt e Lombard (precedenti azionisti di Landolt), e Bettencourt Meyers. Le acquisizioni possono assumere diverse sfumature, non essere al 100% ma progressive nel tempo, o prevedere uno scambio d’azioni, a patto
«Il Gruppo è sempre stato attivo in Francia e Germania, ma acquisendo Bhf Berlin e la Frankfurt Bank nel 2016 è entrata anche la Svizzera nel perimetro, per il tramite di un piccolo ufficio a Zurigo. Nel 2020 abbiamo acquisito Landolt&Cie, una rinomata banca romanda, e miriamo ora a espanderci nel resto della Svizzera»
Martin Liebi, Ceo di Oddo Bhf Switzerland
La crescita c’è
Evoluzione di ricavi bancari netti e masse del Gruppo (mln e mld eur)
Fonte: Oddo Bhf
Net banking income (mln, sx) AuM (mld eur, dx)
La presenza c’è
L’ampia rete di sedi a presidio di mercati e territorio
Headquarter Sedi
Fonte: Oddo Bhf
Madrid
NEW YORK ABIDJAN ABU DHABI HÔ-CHI-MINH-CITY
Amsterdam Münster
Amburgo Hanover Berlino Brema
Essen
Colonia
Londra Lione Marsiglia Milano Parigi
Lussemburgo Sarrebrücken
Düsseldorf Francoforte Zurigo Bruxelles
Baden-Baden Stoccarda Norimberga Magonza
Rottweil Monaco Strasburgo
Ginevra Losanna
Altre sedi: Stoccolma Tunisi New York
Abidjan Abu Dhabi Ho Chi Minh Paese in Vietnam
vi sia un progetto chiaro e condiviso. Al pari, possono recare in dote asset preziosi, è il caso dell’ufficio di Zurigo di Bhf, o di un dipartimento attivo nel trading di metalli da un deal del 2006, tant’è che per dimensioni siamo oggi il terzo operatore più grande in Europa nel mercato dell’alluminio. Possiamo competere quasi alla pari con gruppi più grandi di noi, e di diverse volte, e distinguerci», riflette il Ceo.
Nell’arco di un ventennio le acquisizioni completate del Gruppo ne hanno trainato la crescita e l’espansione in tre importanti Paesi europei. Ultima arrivata la Svizzera, dove però si promettono grandi risultati, sulla base di solide fondamenta, con radici che affondano negli altri continenti, dal Nord America all’Asia.
La solidità c’è
Evoluzione dei coefficienti patrimoniali del Gruppo (in mln eur, e %)
masse ci sono
dell’AuM per tipologia (mld eur)
Visti da fuori
Se il fascino della Svizzera rimane immutato rispetto al passato, almeno secondo molti, ed è molto probabilmente questa la miglior garanzia della durevolezza del suo successo, quanto diverge la situazione del terzo hub del Paese? «Sottotraccia a livello nazionale il consolidamento degli attori, indipendenti e bancari, sta proseguendo a un ritmo costante, e nonostante in molti ci aspettassimo un’accelerazione, è ormai chiaro che sorprese non ce ne saranno. Il problema di fondo è che molti vogliono comprare, ma pochi vendono. In Ticino è invece diverso, il consolidamento è una necessità per la sopravvivenza della maggior parte degli operatori, e inevitabilmente ci sarà», sottolinea Liebi. A consolidamento avvenuto, e con realtà mediamente meno graciline, cosa sarà lecito aspettarsi? «Per quanto l’innovazione e la concorrenza non siano panacee, è indubbio possano aiutare molto. Lugano dovrebbe sì guardare a nuovi mercati, ma anche specializzarsi in nuovi servizi, facendo sistema del know-how che ha maturato. Il Ticino è attrattivo rispetto a un certo target di clientela, che vi si sta trasferendo, quello potrebbe essere un segmento su cui insistere, proponendo servizi di livello, ma anche specializzandosi ad esempio nei Private Market. L’importante è diversificare, mercati, prodotti e servizi», conclude il Ceo.
La Piazza svizzera per quanto indubbiamente attrattiva e da un fascino particolare, offre un mercato concorrenzialmente spietato, e già ben presidiato. Dunque sicuramente non dei più semplici. «Tra
Giugno / Luglio 2024
le attuali priorità strategiche del Gruppo c’è la Svizzera. Evidentemente non a tutti i costi, ma il Gruppo ha a disposizione 1,2 miliardi di franchi di capitale proprio. Di recente sono alla ricerca di team già
Le fondamenta del Gruppo si confermano sufficientemente solide da dar fiato a una crescita che non conosce freni. A crescere sono le masse, ma a rimanere è il saldo controllo del principale azionista.
consolidati in precisi segmenti di mercato, indipendentemente dal dove provengano; il sogno nel cassetto sarebbe proprio sviluppare una piccola unità di Corporate finance, in Svizzera francese, dove c’è un interessante vuoto di mercato. Nel nostro Gruppo si ragiona sempre sulle persone, se c’è l’alchimia il 131esimo collaboratore svizzero è benvenuto, a prescindere dal profilo. Ma siamo anche in trattativa per una piccola acquisizione, e l’Ipo di un’altra media realtà. Il target perfetto rimangono realtà non troppo grandi, ma abbastanza consolidate, da un paio di miliardi, o indipendenti non troppo piccoli che per una qualche ragione hanno smesso di crescere», illustra il Ceo.
Passano gli anni, se ne scrivono lunghi e commossi necrologi, eppure la Piazza svizzera continua a tenere, e sorprendentemente, almeno per molti, a crescere. Qual è il segreto? «Detto molto apertamente il vero nodo di Gordio è che molti, forse troppi, ci invidiano. La Svizzera è un Paese che funziona, pur con tutti i problemi di un’economia avanzata, non abbiamo squilibri macroeconomici sostanziali e la Bns si conferma davvero indipendente, abbiamo perso il treno europeo, ma non è poi così scontato se sia stato solo un male. Ciononostante affascina ancora e impressiona positivamente la clientela estera, dal Sud America al Medio Oriente, o semplicemente il resto d’Europa, in primis come Paese. E il montare delle tensioni geopolitiche sta spingendo molta clientela tedesca a interessarsi alla nostra Piazza, molto più che in passato, anche grazie al contributo dello scambio automatico d’informazioni», sintetizza Liebi.
Se dunque la Piazza tiene botta, sia nei confronti del passato, che rispetto a una crescente concorrenza estera, ad esempio in Asia, quanto è cambiata la clientela nel corso dei decenni? «Sono da oltre trent’anni nel settore, e rimango convintamente molto vicino alla clientela. Ci sono stati molti cambiamenti, a partire da un livello più normativo a uno di prodotto. Il cliente oggi è più preparato e attento, e mediamente più istruito, ma
Fonte: Oddo Bhf
La proprietà Ripartizione del capitale azionario (in %)
Fonte: Oddo Bhf
25 65 10
Collaboratori
Famiglia Oddo
Altri: Famiglia Bettencourt Meyers, Lombard, e Landolt
come dico spesso ai nostri consulenti a non essere cambiato è il rapporto di fiducia che deve esserci con l’istituto, che rimane la base epistemologica di tutto. Nella maggior parte dei casi il passaggio generazionale non è ancora avvenuto, dunque le competenze finanziarie della clientela nell’arco dei prossimi anni continueranno a crescere, a un buon ritmo, il che è estremamente positivo rispetto al grado di complessità che hanno raggiunto i mercati oggi. Ed è nell’alfabetizzare che il consulente deve avere un ruolo», prosegue il Ceo.
Guardando al futuro, specie in realtà a dimensione familiare, pur grandi che siano, qualche preoccupazione mista a ombra è solita stagliarsi. Sarà anche questo il caso? «La famiglia continuerà a essere l’azionista di riferimento anche nei prossimi anni, ma è quasi certo lascerà un ruolo operativo. Il passaggio generazionale è un argomento sentito anche a livello di management, ma stiamo formando la nuova generazione, e non mi preoccupa. Pensando in là negli anni desidererei restare nel Gruppo, anche nel mio caso in ruoli non più operativi, ma di indipendente, affiancando la nuova generazione di consulenti. Sono un superiore sicuramente molto esigente, prendo parte a tutti i colloqui, e sono sempre onesto e trasparente specie nel caso dei più giovani su quello che possiamo offrire. A contare è l’impegno che le persone ci mettono, la passione che esprimono in quello che fanno», mette in evidenza Liebi.
È però in prospettiva che potrebbero emergere significative differenze, che ripercorrono anche la storia recente di un Paese che sino a prova contraria funziona. «Se guardo a trent’anni fa, quando muovevo i primi passi in Credit Suisse, si vede nettamente quanto tutto sia cambiato. Generalizzare è sempre sbagliato, ma in Svizzera c’è ‘meno fame’, e non è un dettaglio. Oggi si dà un peso eccessivo a quello che è il ‘work-life balance’, mentre un giovane dovrebbe essere irrefrenabile e smanioso di fare, ambizioso il giusto, energia allo stato puro, il che spesso non è il caso. È anche per questo che cerco di essere sempre molto franco in sede di colloquio, è un reato rovinare lo sviluppo professionale di una persona, specie se giovane, promettendo cose non vere nella consapevolezza di farlo, sottraendolo a un posto dove si trovava discretamente bene ed era contento», precisa il Ceo.
Aumentano i collaboratori Evoluzione del capitale umano (in fte)
Nonostante le cinque generazioni e 150 anni di storia, si può essere ancora giovani, almeno nell’animo? «Il nostro è un Gruppo che è cresciuto molto, e in fretta. Sotto molti aspetti siamo rimasti indietro come mentalità, per altri aspetti in termini di Governance; non siamo ancora riusciti a responsabilizzare il giusto i nostri collaboratori, delegando più funzioni, che evidentemente si deve essere disposti a ricevere. Ne siamo però consapevoli, e ci stiamo lavorando da qualche anno, il futuro è dei più giovani, e non va dimenticato. Il nostro è il lavoro, e il settore più bello al mondo, conosci e incontri le persone più varie, che ti arricchiscono con le loro esperienze, com’è stato nel mio caso in particolare con Al Gore, per fare un esempio; per quanto il più notevole di tutti resti indiscutibilmente quello con mia moglie. Ma se non c’è la passione, non c’è niente», conclude Martin Liebi.
Se a crescere sono le masse, anche per il tramite di acquisizioni, ad aumentare è anche il numero dei collaboratori, altrettanto importanti per le diverse peculiarità del business model.
Tramontata l’era di Credit Suisse, e a fusione ormai in dirittura d’arrivo, con gli indipendenti in costante fermento da ben più tempo, il risiko è ripartito, e nuove operazioni di finanza straordinaria si fanno sempre più probabili. La Piazza svizzera si conferma attrattiva, il mercato, pur piccolo che sia, particolarmente ambito, in una fase in cui anche il ricambio di personale ha avuto una forte accelerazione. È dunque il ‘place-to-be’, e le sorprese potrebbero essere vicine.
Federico Introzzi
Fonte: Oddo Bhf
Fonte: Oddo Bhf
Scollinare, ma solo in volata
Crescere è sempre più un’esigenza per rimanere rilevanti, e competitivi. Le dimensioni da raggiungere sono sempre maggiori, ma per farlo bisogna essere sicuri della solidità del retroterra, diversificando le entrate. A cosa cosa ambisce una realtà bancaria del territorio?
La semantica non è tutto, e non deve mai esserlo o diventarlo, ma può sicuramente avere un ruolo. Oggi più di quanto non fosse vero sino a qualche anno fa. Del resto se il mondo bancario è profondamente cambiato, per motivi esogeni ma noti, le persone sono bene o male rimaste le stesse, come l’elevata età media dei suoi addetti sembra voler confermare, dunque a doversi essere adeguare alle mutate circostanze sono le parole. Oggi più che mai importanti. E chi meglio di un avvocato potrebbe coglierne le molte sfumature?
«La nostra è una banca particolare, giovane ma molto legata alle tradizioni, piccola ma proprio per questo le persone hanno un peso specifico maggiore, in cui a contare è sempre il gruppo, in ogni sua funzione, non fosse che siamo a nostra volta parte del Gruppo BancaStato. Non abbiamo un Ceo, ma un Presidente della Direzione Generale e prendiamo quindi le decisioni a maggioranza senza forzare la mano, siamo una squadra che è solita ‘fare la corsa’, vinciamo ma tutti insieme, senza lasciare spazio a protagonismi, ed è per questo che guardiamo al futuro sereni, con fiducia», esordisce così Marco Tini, avvocato e Presidente della Direzione Generale di Axion Swiss Bank.
In un cantone ove i vertici bancari con reale potere decisionale si sono ridotti nel corso degli anni a una sparuta
manciata, sembra però curioso che uno di questi sia un avvocato, già dai tempi in cui le normative non avevano il peso che hanno poi assunto. Un caso? «Non credo. È una scelta mirata voluta da un board lungimirante. Scelsi giurisprudenza per una passione per il diritto che mi accompagnava sin dai primi anni di scuola. Ottenni nel 2000 il brevetto di avvocato e
«Sono sempre stato convinto che il Capitale umano è l’unico a poter fare la differenza, specie in una banca piccola, ed è lì dove investire. La nostra è un’industria non più giovanissima, soprattutto al fronte, il che acuisce molti problemi»
l’interesse per il diritto bancario mi spinse a raggiungere un istituto bancario, Credit Suisse, presso il Servizio Giuridico, dove sono rimasto sino al 2006. Raggiunsi poi Société Générale quale responsabile del Dipartimento Legal & Compliance: dopo pochi anni, avendo nel frattempo compreso di possedere anche doti manageriali, divenni nel 2011 Ceo della Filiale di Lugano», prosegue l’avvocato.
Se in Europa la coda lunga del 2008 non era ancora arrivata, di lì a pochi anni tutto sarebbe cambiato, e dove se
non all’interno di un Gruppo internazionale i molti cambiamenti in atto, anche sottotraccia, sarebbero stati percepibili? «Il 2011 è stato l’anno di molte svolte: inizia la mia vita manageriale; il processo di centralizzazione delle decisioni a Parigi accelera fortemente, e si avvia a divenire totalizzante; il quadro normativo evolve rapidamente anche in Svizzera. Coincide però anche con la presa d’atto che per avere una qualche possibilità di successo dovessimo trovare un nuovo azionista, sì più locale, ma che ci garantisse autonomia decisionale, ed è lì, nel 2014, che si apre la trattativa con BancaStato che darà vita alla Axion che conosciamo oggi. Dunque una banca, piccola ma dal profilo internazionale, in cui sono confluite le masse delle filiali svizzere di Unicredit, e di Société Générale, insieme a una parte del personale, tutt’ora in squadra», evidenzia Tini. L’Est. All’interno di un percorso tortuoso, in un settore scosso da profondi cambiamenti in tempi stretti, le svolte non mancano. Il 2016 è una data spartiacque, anche in termini di strategia. «Entrambi i Gruppi, francese e italiano, servivano dalla Svizzera diversi mercati dell’Europa orientale. Avevano dunque i numeri, ma anche l’expertise, ossia i team di specialisti che ci hanno consentito di conservare questa peculiarità. Disponiamo di un team d’eccellenza attivo su quei mercati: trattasi di undici collaboratrici, tutte
BancaStato acquisise UniCredi (Suisse) Bank e nasce Axion Swiss Bank
Axion Swiss Bank diventa il centro di competenza per la gestione dei fondi di tutto il Gruppo
Axion Swiss Bank acquisisce le attività di Private Banking di Societé Générale Private Banking (Lugano)
1998
Nasce UniCredit (Suisse) Bank
donne. Entrambi i Gruppi avevano anche deciso di avere istituti completamente avulsi dal territorio, che conservassero un profilo molto basso, per concentrarsi esclusivamente nell’offrire servizi di alto Private Banking a una clientela sofisticata. Dunque, un perfetto allineamento. Ad acquisizione perfezionata, nel 2016, il cambio radicale di strategia: sì una boutique specializzata all’interno di un Gruppo, sì concentrata su clientela estera, ma anche molto più vicina al territorio, con una nuova veste», rileva l’avvocato. La vicinanza anche culturale tra le due diverse anime iniziali sotto molti aspetti ha del clamoroso, al pari delle coincidenze che l’hanno portata a confluire in un’unica realtà; dunque, perché il cambio di strategia? «Siamo un istituto di persone, e ci riconosciamo nel nome. Axion è una derivazione dal greco, e racchiude perfettamente l’idea di ‘valore’, quello che vogliamo creare con i nostri servizi per altre persone, i nostri clienti. Per quanto non sia un mistero che in termini di raccolta facciamo molto bene in Europa orientale, sono stati notevoli i progressi per diversificarla. Oggi le masse sono per un terzo orientali, per un terzo svizzere, e per un terzo italiane, ossia miriamo alla clientela proveniente da queste aree geografiche, da qui la nuova strategia e il cambio di filosofia, l’essere più presenti e visibili, in un Gruppo locale», riflette Tini.
Nel corso del tempo, a dipendenza della geografia, alcune cose sono cambiate, altre molto meno. «Oggi in Europa orientale l’industria bancaria elvetica è percepita come lo era in Italia nel secolo scorso, quando il banchiere svizzero era sinonimo idealizzato di sicurezza, ed efficienza. Ai tempi l’imprenditore italiano con orgoglio ti guidava nelle sue aziende, ti mostrava il suo lavoro, ti invitava a trascorrere del tempo insieme. Oggi sarebbe impensabile in Italia, e non solo per motivi giuridici, ma è molto comune nell’Est, dove questa percezione della Svizzera non è cambiata. A essere trasversale è la sensibilità che le persone hanno maturato nei confronti del loro capitale», nota l’avvocato.
Le regole del gioco. Nell’arco di pochi decenni molto è cambiato, a partire dalle società dei Paesi occidentali, ma sotto altri aspetti molto meno di quanto si penserebbe. «Ai tempi gli imprenditori italiani, per fare un esempio, non avevano tempo da dedicare a null’altro che non fosse il loro lavoro. Erano industriali, che face-
«A fronte dei risultati straordinari dell’ultimo biennio oggi potremmo investire e crescere molto, acquisire nuovi team e aprire nuovi mercati, ma per farlo bisogna anche avere la certezza che siano replicabili e durevoli nel tempo, e questo è il pensiero che ci accompagna quotidianamente»
Marco Tini, Presidente della Direzione Generale di Axion Swiss Bank
Crescere efficienti
Evoluzione del numero di collaboratori (fte) e dell’efficienza dei costi (in %)
I numeri della banca
Evoluzione delle masse e dell’utile a bilancio (mia chf)
vano e progettavano tutto il giorno e ogni giorno. Oggi i clienti sono diversi, sono più competenti in materia finanziaria, vogliono essere più partecipi nel processo d’investimento, e vi dedicano più tempo e risorse, e ovviamente la digitalizzazione li facilita molto. Sono meno inclini a lasciare carta bianca all’istituto disinteressandosene completamente, come avrebbe fatto invece un loro genitore. In questo
(dx)
Gli ultimi due anni sono stati una fase assolutamente straordinaria della crescita della piccola boutique, che con buone probabilità dovrebbe replicare anche per il 2024, avvicinando l’obiettivo di masse superiori ai 10 miliardi, il prossimo grande traguardo. Diversificare le fonti è però l’altro grande imperativo, facile a dirsi...
L’unica sede di Axion, per scelta strategica del Gruppo, è nel centro di Lugano.
l’evoluzione delle normative ha giocato un ruolo», riflette Tini.
Ma sino a che punto le regole sono cambiate, e quanto hanno inciso sull’attività di un addetto ai lavori dell’industria è più difficile da dirsi: «Le normative cambiano, anche ogni anno, ad esempio nell’antiriciclaggio. È dunque indispensabile essere aggiornati, e certificati, da qui il ruolo preminente della ‘formazione continua’, che specie dalle figure Senior è spesso percepita come un peso significativo. Ieri, forse, lavorare in banca aveva molti risvolti piacevoli, oggi è diventato sicuramente più impegnativo e complesso. Al proposito circola una battuta che esemplifica l’attuale situazione. Una volta i colleghi si salutavano con l’usuale ‘come va, tutto bene?’, oggi l’incipit di un incontro è ‘quanto manca?’ (con riferimento alla pensione)’. L’attrattività della professione si sta riducendo, e ciò rappresenta un problema nel medio-lungo termine», mette in evidenza l’avvocato. Ma quanto è cambiata l’operatività quotidiana di un consulente? «Il lavoro amministrativo è decuplicato rispetto a vent’anni fa. Forzando un po’ il discorso, oggigiorno il dipendente deve tenere traccia di tutti i ragionamenti che lo hanno portato a prendere una determinata decisione. In ogni momento deve esserci prova liquida del perché di una
decisione d’investimento e del retroscena economico di un’operazione. Anni fa il fardello amministrativo era minore. È aumentata anche la pressione, laddove oggi il consulente è costantemente misurato nella sua attività e questo può incidere sul suo benessere. Il legislatore ha introdotto fattispecie di rilevanza penale nell’attività dei consulenti, laddove vi fossero delle carenze di controllo legate ad attività criminogene dei clienti», prosegue Tini. Le persone. Quando l’acqua si abbassa, iniziano i problemi, o più semplicemente affiorano, dove erano sempre stati. Vale anche nel caso della Piazza ticinese. «Quello che bisogna capire è l’esigenza di aprirsi a nuovi mercati, guardando quindi oltre l’Italia. È il primo passo per poter crescere, e diversificare le entrate. Sono profondamente convinto che è giusto affrancarsi dalla dipendenza con l’Italia. Noi siamo avvantaggiati in questo, avendo una vocazione internazionale. Penetrare nuovi mercati, e nuovi continenti, è operazione assai onerosa, non solo in termini economici. Occorre una disponibilità a tutti i livelli nell’apprendere nuove specificità di mercato e quindi nuove regole. Occorre anche uscire da una certa comfort zone, e quindi ritornare ad esempio a viaggiare per conoscere nuove realtà», precisa l’avvocato.
A mancare, specie a determinate latitudini, sono però le persone, che trovano a loro volta altre persone, e non c’è tecnologia che tenga. «Sono sempre stato convinto che il Capitale umano è l’unico a poter fare la differenza, specie in una
banca piccola, ed è lì dove investire. La nostra è un’industria anagraficamente non più giovanissima, soprattutto al fronte, il che acuisce molti problemi, in primis la ricerca di giovani talenti, che non sono troppo interessati ad apprendere i segreti del mestiere. A crescere è però anche la competitività delle Piazze estere, altro elemento su cui riflettere», precisa Tini.
Se dunque il contesto è non certo dei più semplici, come si deve guardare al futuro è l’altra domanda. «A livello locale la situazione è innegabilmente complessa, e richiederà nervi saldi. Un consolidamento è inevitabile, e avverrà a prescindere dal regolatore, che sarà però decisivo nel determinarne tempi e portata. Mi devo ripetere, per quanto complessa la soluzione è evidente: occorre guardare a nuovi mercati. La Piazza svizzera è invece in una posizione molto diversa, ha da sempre una vocazione internazionale, ha già maturato il know-how necessario e diversificato il business, e soprattutto ha un accesso diverso al mondo del lavoro e ai giovani talenti. L’industria soffre ancora dello stigma, vero sino a un decennio fa, che il banker dovesse portare un portafoglio clienti per sperare di entrare in banca. Oggi questo non è più vero, ma l’idea è rimasta», nota l’avvocato.
Dunque, che dire di una piccola realtà bancaria locale e cosa aspettarsi? «A patto di portare a buon fine il passaggio generazionale, sono personalmente sereno delle prospettive di Axion per i prossimi anni. Siamo una banca piccola, ma solida, efficiente, e miriamo a raggiungere il traguardo dei 10 miliardi di franchi di masse. Possiamo contare su un capitale umano di qualità, competitivo, e soprattutto ben bilanciato tra ‘hunter’ e ‘farmer’. A fronte dei risultati straordinari di bilancio dell’ultimo biennio oggi potremmo investire e crescere molto, acquisire nuovi team e aprire nuovi mercati, ma per farlo bisogna anche avere la certezza che siano replicabili e durevoli nel tempo, e questo è il pensiero che ci accompagna quotidianamente», conclude Marco Tini, Presidente della Direzione Generale.
Il tema è dunque come bilanciare una necessaria prudenza, con il bisogno di continuare a crescere. Trovare il giusto equilibrismo non è dei più scontati, ma è anche l’unica soluzione davvero percorribile. Chi si ferma, è perso.
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Osservatorio
di Federico Introzzi
Svizzera spavalda
Nel corso di maggio i mercati sono tornati a crescere, dopo gli incidenti di aprile, ma a segnalarsi sono lo Smi e il franco, rispetto alla concorrenza estera.
Il mercato svizzero dei fondi ha chiuso un maggio positivo, in assenza di brutte sorprese, nonostante i molti appuntamenti economici accorsi e nel caso della Svizzera un consistente anticipo di vacanze estive.
L’industria dei fondi ha dunque registrato un aumento delle masse amministrate, di circa 30 miliardi di franchi, per due terzi attribuibili agli azionari, che portano il gestito al di sopra degli 1,52 trilioni di cui poco meno della metà proprio in Equity (698,8 miliardi). Andamento laterale per le altre asset class, che non arretrano, ma limitano molto i guadagni. Analogamente ha performato la raccolta, tornata in territorio positivo per oltre 3 miliardi, di cui 2,9 attribuibili ai monetari, e un modesto 1,3 agli obbligazionari; in controtendenza i misti, che lasciano sul tappeto 923 milioni in deflussi.
Ancora ignari delle sorprese di giugno, in larga misura di natura politica in Europa, i mercati hanno performato bene, continuando su un sentiero di crescita, nonostante i molti dati macroeconomici comunicati. Nel Vecchio Continente la dinamica inflativa sembra essersi ormai definitivamente sgonfiata, con un tasso di poco superiore al target del 2%, e che porterà in giugno a un piccolo taglio da parte di Francoforte, più fluida la situazione negli Stati Uniti, dove sono ormai prezzate riduzioni degli interessi molto modeste anche per la seconda metà dell’anno, ancora più segnata dall’alta volatilità all’avvicinarsi del grande appuntamento elettorale.
Dopo un inizio brillante, la seconda metà del mese ha visto un progressivo smorzarsi degli entusiasmi, che hanno comunque consentito di chiudere le quattro settimane in rialzo del 3,7% a livello globale, del 4,7 gli Stati Uniti, del 2,7 l’Eurozona, spavaldo lo Smi, in rialzo del 6,6% e in progresso del 7,8% dal 1 gennaio. Si rafforza il franco.
Il mercato svizzero dei fondi (Dati Morningstar in mln di franchi)
Categoria fondi Asset under Management
Raccolta per Asset class (in milioni di franchi)
Osservatorio 4.0
Caro lettore,
L’Osservatorio sta infine sfondando la famosa terza dimensione, l’online, per essere sempre più completo e aderente all’evoluzione vorticosa dei mercati finanziari, tenendo il passo. Una parte dei contributi dei numerosi Partner che da anni contribuiscono alla sua ricchezza, e che molti apprezzano, inizieranno a essere web-only, specie per quelle tematiche molto più ‘liquide’. Buona meta-lettura FI
Parallelamente al diffondersi dell’Intelligenza Artificiale, e delle applicazioni connesse, cresce la domanda di data center, e di potenza di calcolo. Un’opportunità tutta da cogliere.
Raffreddamento
Mercato pot. gestione termica (usd mld)
Un IoT esponenziale N. di dispositivi globali connessi
Rachele Beata, Investment Manager di Pictet Am. Sono molti i settori collegati indirettamente all’Ia che cresceranno nei prossimi anni, il cui epicentro resteranno i data center.
L’ascesa delle applicazioni di Intelligenza Artificiale fa crescere la domanda di potenza di calcolo e capacità di archiviazione. Per aziende, individui e Governi è fondamentale che tutti questi dati vengano elaborati e archiviati in modo sicuro. Ciò si traduce in un aumento della domanda di data center avanzati con interessanti opportunità d’investimento, sia nei data center stessi che nell’infrastruttura su cui si basano. I data center sono diventati cruciali per soddisfare la crescente richiesta dell’infrastruttura necessaria per gestire l’enorme carico di lavoro dell’Ia. Negli ultimi dieci anni, gli sviluppatori hanno costantemente aumentato la capacità dei nuovi data center in colocation (che ospitano server e reti di varie aziende in una struttura condivisa) e hyperscale, appositamente progettati per soddisfare le enormi esigenze. Il bisogno di capacità sempre maggiori aumenterà ulteriormente con l’ascesa dell’Ia generativa che porterà a un nuovo ciclo di spese in conto capitale da parte delle aziende attive nell’hyperscale e richiederà sostanziali investimenti nelle
infrastrutture per diversi anni a venire. Addestramento vs inferenza. Esistono due modelli chiave di Ia, ognuno dei quali pone requisiti distinti ai data center:
- Addestramento dell’Ia: costruzione di un modello in grado di riconoscere schemi e fare previsioni sulla base dei dati di input. Può essere eseguito in modo efficace all’interno di un ambiente relativamente isolato, in quanto meno sensibile alla latenza. L’addestramento dell’Ia può essere effettuato utilizzando un data center situato in un’area rurale e che, quindi, beneficia di costi inferiori.
- Inferenza Ia: che genera previsioni o risultati partendo dalle conoscenze acquisite dai dati di input (ad esempio ChatGpt). Richiede prestazioni eccezionali e una latenza minima in modo da consentire l’interazione in tempo reale tra utenti finali e applicazioni. Un ottimo esempio è un data center situato in ambiente urbano.
Al momento sono i modelli di addestramento dell’IA a essere sulla bocca di tutti. Tuttavia, il potenziale maggiore per gli operatori in colocation è offerto dal campo dell’inferenza. Il relativo mercato
disponibile potrebbe rivelarsi circa 10-15 volte più grande di quello dell’addestramento. La densità di potenza necessaria è la metà di quella per l’addestramento dell’Ia e, probabilmente, dovrà essere replicata in 20-30 sedi in tutto il mondo. Consumo energetico. La costruzione di data center si trova ad affrontare due sfide critiche: la disponibilità di aree edificabili e i vincoli energetici. Ne consegue una domanda di gran lunga superiore all’offerta disponibile, una tendenza che continuerà nel prossimo futuro.
La disponibilità di energia elettrica è particolarmente problematica poiché gli impianti sono in genere attrezzati per gestire aumenti lineari della domanda, mentre il rapido incremento richiesto dai dall’Ia rappresenta una sfida unica. Nel 2023, il consumo energetico del mercato globale dei data center ha raggiunto i 60 Gw, che potrebbero raddoppiare a 122 entro il 2027, con un Gagr del 20%.
L’adozione di applicazioni basate sull’Ia è una delle ragioni principali, del resto la densità energetica dei server per l’Ia è significativamente superiore a quella dei tradizionali server a unità di elaborazione centrale (Cpu). Dipendono infatti da server a unità di elaborazione grafica (Gpu), che richiedono una potenza cinque volte superiore ai server tradizionali e generano, a loro volta, una quantità di calore cinque volte maggiore. Si stima che, nei prossimi 15 anni, l’Ia arriverà a consumare l’80% dell’energia a disposizione dei data
Fonte: Dell’Oro, Pictet
(in mld)
Fonte: State of IoT 2022, Pictet
center, rendendo così l’accesso all’energia un fattore distintivo.
Attualmente, la densità di potenza media dei data center è di circa 10 kW per rack, ma la media prevista per i data center hyperscale arriverà nei prossimi anni fino a 40-50 kW per rack.
Con l’aumento dell’adozione dell’Ia, gli operatori dei data center dovranno aggiornare la loro infrastruttura elettrica, ma questa implementazione potrebbe richiedere diversi anni. Un modo per velocizzare il processo è costruire in aree in cui l’infrastruttura necessaria esiste già, anche se ciò comporta l’adeguamento o la sostituzione di strutture esistenti. Il futuro della progettazione. Il maggiore consumo energetico richiederà anche un numero maggiore di condizionatori (Hvac, apparecchiature di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria) visto l’aumento del calore generato. I data center dovranno quindi investire anche nei loro sistemi termici, per mantenere temperature operative ottimali e dunque prevenire guasti all’hardware.
Le applicazioni di Ia generano infatti un calore notevole. Oggi, la maggior parte dei data center utilizza il raffreddamento ad aria. Tuttavia, la crescente densità dei server ne sta superando le capacità di raffreddamento dei sistemi ad aria, limitata a 15-25 kW per rack, soglia oltre la quale perdono efficacia.7 Di pari passo all’aumento della densità di potenza oltre questo limite, gli operatori dovranno iniziare a prendere in considerazione le tecnologie di raffreddamento a liquido come opzione più fattibile.
Fino a poco tempo fa, le tecniche di raffreddamento localizzate hanno permesso la progettazione di data center in grado di tenere il passo con i requisiti di densità di potenza. Per rispondere alla superiore densità di rack necessaria alla GenAi, ora l’attenzione maggiore è su soluzioni di raffreddamento a liquido su larga scala, sebbene molti operatori di data center non stiano ancora cambiando i loro progetti di base che ritengono in grado di soddisfare i requisiti attuali dell’Ia. Con la crescita dell’integrazione della GenAi nella vita quotidiana, ci si attende l’adeguamento degli impianti più vecchi.
Di conseguenza, il mercato totale per la gestione termica a liquido dei data center potrebbe aumentare di circa cinque volte nei prossimi cinque anni. Le aziende che forniscono sistemi di raffreddamento o
Energia cercansi
Domanda e offerta di energia elettrica per data center (in Gw/h)
Canone medio di noleggio per i data center nei mercati primari (var %, Usd/kW,m)
le relative attrezzature potrebbero quindi costituire investimenti interessanti.
L’importanza di sistemi di raffreddamento efficaci per la sicurezza dei data center è stata evidenziata dall’incendio in un data center di Strasburgo nel 2021, che ha bloccato milioni di siti web (compresi quelli governativi) e ha comportato una perdita sostanziale di dati.
Venti favorevoli. Già l’anno scorso il volume di noleggio globale è aumentato di oltre 6 gigawatt (Gw), la maggior parte dei quali (4-5 Gw circa) nel Nord America. Tale volume è raddoppiato rispetto al 2022 (che aveva già segnato un record storico) ed è stato pari a quasi otto volte quello osservato nel 2019.
I limiti dell’offerta e la forte domanda hanno a loro volta spinto gli operatori ad aumentare i canoni di noleggio. Dopo l’aumento annuo dei canoni del 18,6% nel 2023, gli esperti immobiliari di Cbre prevedono un altro aumento percentuale a doppia cifra nel 2024.
Nei prossimi anni, il settore vedrà una crescita esponenziale, dovuta principalmente al diffondersi dell’Ia. Questa cre-
L’energia richiesta per alimentare data center e sola Ia è destinata a crescere esponenzialmente nei prossimi anni. Questo potrebbe sollevare più d’un problema, al pari del caro affitti, che incideranno ulteriormente sui prezzi.
scita è trainata in primo luogo dalla necessità di un’ampia capacità di elaborazione dei dati e di un’infrastruttura informatica ad alte prestazioni. A ciò si aggiunge l’aumento della domanda di soluzioni di raffreddamento efficaci per garantire l’affidabilità e l’efficienza dell’hardware. Le aziende di data center in grado di adattare e scalare la propria infrastruttura in modo da soddisfare tali esigenze saranno nella posizione migliore. Le aziende che adotteranno questi cambiamenti e coglieranno questa opportunità possono svolgere un ruolo fondamentale nel plasmare il futuro dell’innovazione e nel garantire la sicurezza dei dati che archiviano, asset sempre più spesso critici per le aziende. Da qui l’interesse.
Fonte: Oppenheimer & Co Inc, Pictet
Domanda Offerta
Caro affitti
Fonte: Cbre research, Pictet
Diversificare è un’esigenza
Sin tanto che i mercati crescono gli strumenti passivi sono una valida alternativa, è quando il momentum s’inverte che possono però iniziare i problemi. Cosa succederà nel 2024?
I benefici della diversificazione
Confronto della performance dei due indici (1999 - 2024)
Imercati azionari globali presentano attualmente una notevole esposizione agli Stati Uniti (il 70% dell’Msci World), il massimo degli ultimi 100 anni. Inoltre, da inizio anno l’approccio ‘momentum’ ha nettamente sovraperformato gli altri stili d’investimento, poiché i titoli migliori del 2023 hanno continuato a sovraperformare, confermando la limitata ampiezza del mercato. Il ‘momentum’ si concentra infatti sui più recenti vincitori, ma fatica in caso di un rapido cambiamento del mercato; è stato quindi lo stile peggiore nel 2023 e nel 2021. Stati Uniti: i Magnifici 7. A livello regionale, alcuni mercati presentano alti livelli di concentrazione. Lo scorso anno l’azionario americano è stato guidato dai ‘Magnifici 7’, seppure con qualche sfasamento da gennaio: la leadership esercitata dal settore tecnologico e dalle large cap è particolarmente pronunciata. Nel complesso, i 10 titoli a più grande capitalizzazione esprimono attualmente circa il 33% dello S&P 500, rispetto al 27% raggiunto al culmine della bolla del 2000. Analogamente gli utili (questi titoli rap-
presentano il 25% delle aspettative di crescita degli Eps per il 2024), e le valutazioni (pari a 20x per lo S&P 500, anche se non sono così estreme come nel 2000, 25x). Gli investitori che in genere preferiscono esporsi all’azionario statunitense tramite strumenti passivi stanno assistendo a un aumento della concentrazione dei portafogli: seguono da vicino i vincitori del mercato, ma rischiano anche di rimanere legati ai principali perdenti. Europa: i pesi massimi. I riflettori sono puntati sugli 11 giganti noti come Granolas. Valgono il 25% dello Stoxx 600, capitalizzano 2,6 trilioni di euro, e ne hanno generato metà della performance. Rispetto ai Magnifici 7, sono società esposte a livello internazionale e con una crescita di qualità, ma con volatilità e valutazioni inferiori, e una miglior diversificazione. Le svizzere Nestlé, Roche e Novartis rappresentano in generale più del 45% dell’Spi. Sebbene Nestlé e Roche, in particolare, possano vantare una lunga storia di creazione di valore sostenibile e interessante, tutte e tre devono attualmente affrontare alcune sfide. Il 2024 potrebbe
Ariane Kesrewani, Senior Investment Specialist di Ubp. A lato, i benefici della diversificazione di portafoglio emergono nel lungo periodo.
però rivelare opportunità nelle small e mid cap di qualità, a cui non è possibile accedere tramite soluzioni passive. Il taglio della Bns di 50 bps dei tassi di riferimento spinge infatti a guardare positivamente alla ripresa della crescita del Pil. Giappone: occhio al Topix. Sebbene possa sembrare che presenti una concentrazione minore, la natura espansiva dell’indice, che comprende quasi 2000 società, richiede attenzione. In particolare, all’interno del Topix è cresciuto notevolmente il peso dei primi 30 titoli al livello più alto dal 1995. Il movimento ricorda molto i Magnifici 7 americani. Muoversi nelle strettoie. Fondamentale per il 2024 sarà capire se il mercato rimarrà ristretto e come dovrebbe essere affrontato. Quando i rischi di una sorpresa negativa sono elevati, la Gestione passiva può porre sfide importanti, soprattutto se con alti livelli di concentrazione. Studi dimostrano che durante le difficoltà gli utili societari calano in media del 20% annualmente. Dunque in tale contesto la gestione attiva potrebbe garantire risultati migliori, con fonti di performance diversificate. Se si considera il più equilibrato Msci Ac World Equally Weighted, la sua performance a due anni è ancora in rosso. Tuttavia, nel lungo periodo, questo indice offre performance annualizzate superiori all’Msci Ac World: +7,3% contro il +6% dal ’99 al 30 aprile ’24. Ciò dimostra i vantaggi di un portafoglio più diversificato rispetto a uno a ribilanciamento sistematico.
Tra inversioni e opportunità
Nonostante il recente movimento di irripidimento della curva dei tassi americani, è ormai due anni che i tassi a breve restano sensibilmente più alti dei tassi a lungo termine.
Apparenti paradossi
Andamento del differenziale di rendimento tra titoli americani a 2 e 10 anni (%)
Guillaume Rigeade, Co-Head of Fixed Income, di Carmignac. A lato, l’evoluzione del differenziale Usa e il rilassamento della politica monetaria.
di tasso tra titoli a 10 e 2 anni
Gli squilibri mondiali che hanno caratterizzato gli ultimi cinque anni hanno dato origine a un’impennata dei prezzi alla produzione e al consumo che non si vedeva da circa trenta, il che ha imposto la reazione della politica monetaria.
Allo stesso tempo, la prospettiva di un possibile impatto del rialzo dei tassi di deposito e di rifinanziamento sulla crescita ha comportato un ribasso relativo dei tassi a lungo termine, trasformatosi gradualmente in un’inversione della curva ad aprile 2022, quando il tasso americano a 2 anni ha iniziato a salire più del decennale.
Il differenziale di tasso si è ulteriormente ampliato quando la tanto attesa recessione non si è materializzata. Anche le difficoltà di una serie di banche regionali americane nella primavera 2023, pur determinando un movimento di panico sui mercati obbligazionari, hanno dato origine soltanto a un breve episodio di irripidimento della curva dei rendimenti. Rimane aperta la questione su quale sia il giusto valore del tasso di equilibrio, laddove l’inasprimento monetario non
è bastato a cambiare rotta all’economia mondiale, ma invertendo la curva. La chimera della recessione imminente. Storicamente le inversioni della curva si sono rivelate eccellenti segnali precursori di recessione. Tuttavia, negli ultimi anni, i rialzi dei tassi hanno dovuto fare i conti con la benevolenza dei Governi, nel caso degli Stati Uniti spinto anche dal rafforzamento del comparto militare.
Una constatazione simile può essere estesa anche al Vecchio Continente, già interessato da una ripresa dell’economia che ora presenta indicatori economici in miglioramento dopo avere evitato la recessione alla fine dell’anno scorso. Peraltro sembra illusorio che gli Stati Uniti possano continuare a crescere all’infinito a un ritmo due volte superiore al loro potenziale. Anche se lo spettro della recessione non sembra ancora aleggiare, non si può escluderlo per il futuro.
Guardando all’andamento del differenziale tra i tassi sovrani a 2 e 10 anni negli Stati Uniti, come trarre beneficio? Al momento gli operatori sembrano convergere sulla prospettiva di due tagli dei tassi nel
2024 e di un atterraggio sopra la soglia del 3,5% in un orizzonte di 18 mesi. Questo scenario sembra ottimistico, tenuto conto del livello elevato dei tassi reali statunitensi, sopra al 2%, e dei segnali di rallentamento. Inoltre, queste aspettative sui tassi non tengono conto di un “Fed Put” che potrebbe materializzarsi se la calma economica si trasformasse in tempesta e il mercato del lavoro dovesse deteriorarsi bruscamente orientando fortemente al ribasso i tassi a breve.
Anche se il sentiment è costruttivo sulla parte a breve della curva, non è da escludere una sottoperformance dei tassi lunghi che potrebbe generare una certa volatilità nell’obbligazionario. Questi ultimi hanno beneficiato finora di una prospettiva entusiastica in termini di traiettoria disinflazionistica a medio termine, uno scenario reso oltremodo incerto dalla fase di stallo dei conflitti armati e commerciali. Oltre alla volatilità dell’inflazione attesa, anche l’aumento dell’indebitamento mondiale in un momento in cui le autorità cercano di ridurre i bilanci è un fattore di fragilità specie per le scadenze lunghe.
Lo scenario più probabile sostiene un graduale aumento della duration dei portafogli. Se da un lato l’implementazione di una marcata convinzione direzionale in questa fase del ciclo può ancora riservare brutte sorprese, dall’altro c’è convinzione nella capacità dei tassi a breve di sovraperformare quelli lunghi. Dunque, il balzo in avanti dei mercati avverrà con un nuovo irripidimento della curva.
Ia: un impatto da gestire
Il ruolo che l’Intelligenza Artificiale potrà svolgere in ambito finanziario è più che sostanziale, e gli operatori già lo sanno, ma i clienti dovrebbero prestare la giusta prudenza.
Nell’era digitale l’Intelligenza Artificiale sta emergendo come un veicolo di trasformazione per molti settori dell’economia. Come dimostrato da una ricerca condotta da Statista, questo mercato sta subendo una crescita esponenziale che l’ha portato a raggiungere quota 184 miliardi di dollari già nel 2024. Ma non è finita qui, si prevede infatti che subirà un ulteriore rialzo che lo porterà a toccare il picco di 826 miliardi di dollari entro il 2030, con un tasso di crescita annua pari al 28,46%.
Le superpotenze mondiali non hanno fatto di certo attendere la loro risposta, entrando nel mercato delle nuove tecnologie con ingenti investimenti. Per il 2024, a farne da padrona di questa classifica troviamo gli Stati Uniti, con una market size pari a 50 miliardi di dollari, seguita dall’Europa, con un valore complessivo pari a 46,67 miliardi, e infine la Cina a quota 34,2 miliardi.
L’influenza che stanno avendo ha raggiunto una portata enorme, generando un crescente interesse in numerosi settori: dal mondo dell’arte a quello dell’economia, dall’istruzione all’informatica. “I giorni in cui i fornitori di servizi finanziari esitavano ad abbracciare l’intelligenza artificiale sono ormai finiti. Banche, Wealth e Asset manager hanno riconosciuto l’Ia come una delle tecnologie strategicamente essenziali per il settore e sono pronte ad investire oltre 4,9 miliardi di dollari entro la fine del 2024 per implementarle nel proprio business”. Questo è il modo in cui esordisce Global Data, una società di consulenza e analisi dei dati londinese, in una sua recente comunicazione per indicare il momento di trasformazione che sta attraversando il settore dell’economia, tradizionalmente caratterizzato da approcci manuali e basati sull’esperienza personale dei consulenti, Le esigenze delle persone stanno cambiando e così i servizi a loro offerti. Le
Riccardo De Cenzo, investment advisor e Portfolio Manager di Bg Valeur.
innovazioni introdotte dall’Intelligenza Artificiale hanno portato la clientela a modificare le proprie esigenze, portandola a chiedere servizi sempre più personalizzati, trasparenza e rendimenti consistenti. Per sopperire a queste nuove necessità sono stati introdotti i robo advisor, piattaforme online che, tramite l’utilizzo di algoritmi per l’ottimizzazione del risk management e dell’asset allocation, offrono ai risparmiatori soluzioni di investimento personalizzate sulla base delle esigenze e del profilo di rischio del cliente, rappresentando una pratica veloce, trasparente e soprattutto a basso costo per permettere l’accesso ai mercati finanziari anche a piccoli investitori, con l’investimento di poche decine di euro. Le potenzialità di questa soluzione sono state ormai comprese dagli investitori retail, tant’è che questo mercato ha subito un rapido innalzamento negli ultimi anni, con l’aiuto anche dello scoppio della pandemia. L’ammontare complessivo di capitali offerto in gestione ai robo advisor si è attestato a quota 1,8 trilioni di dollari nel 2024. Un livello incredibile che fino a qualche anno fa era impensabile, ma che si prevede cresca ulteriormente con un tasso di crescita annua del 6,68%, toccando quota 2,3 trilioni di dollari nel 2028. Ma non finisce qui, per rendere ancora migliore l’esperienza per la clientela, sono stati introdotti i Chatbot, software che simulano ed elaborano le conversazioni umane (scritte o parlate), consentendo agli utenti di interagire con i dispositivi digitali come se stessero comunicando
Continua a crescere l’impatto che l’Intelligenza Artificiale ha sull’industria finanziaria: da un lato aumentano le masse in gestione dai robo advisor, dall’altro rimanere competitivi a livello di ricerca può fare il successo di interi Paesi.
con una persona reale a qualsiasi ora della giornata e in grado di rispondere alle loro domande fornendo soluzioni o idee. Ia: innovazioni per il Wealth Manager. Attraverso l’utilizzo di tecnologie di machine learning, un ramo dell’intelligenza artificiale basato sull’utilizzo di algoritmi che tentano di replicare il processo di apprendimento umano, si è in grado di analizzare un grosso quantitativo di dati (provenienti da pubblicazioni, news, dati finanziari e trend economici) dai quali vengono poi generate opinioni sulle possibili evoluzioni future dei mercati o delle singole azioni oppure individuare idee per nuove opportunità d’investimento.
In questo modo il gestore patrimoniale è in grado di mutare la propria strategia in modo dinamico, adattandola alle condizioni del contesto economico attuale e portando alla creazione di portafogli d’investimento più resilienti e capaci di massimizzare al meglio il ritorno atteso per l’investitore.
Un’altra applicazione chiave dell’Intelligenza Artificiale è la capacità di identificare potenziali rischi, come la volatilità del mercato o il rischio di credito, che possono compromettere l’integrità del portafoglio stesso, permettendo così al manager di reagire più velocemente della concorrenza con strategie di copertura. Secondo una ricerca, le potenzialità introdotte da queste tecnologie sono state comprese dai gestori, tra i quali si riscontra come il 54% ha già implementato l’utilizzo dell’Ia all’interno delle loro strategie d’investimento mentre il 37% pianifica di implementarla. Opportunità d’investimento. Come riportato da Deloitte, l’implementazione di queste soluzioni può portare a incrementare facilmente la produttività del 14%, l’Asset Under Management del 9% e i ricavi dell’8%.
Tutto questo ha creato una sorta di corsa alla creazione di strumenti finanziari, soprattutto Etf, che sfruttano l’utilizzo di questa tecnologia per la selezione dei titoli che compongono lo strumento, tramite
Cresce il ruolo dei robo advisor
AuM in loro gestione e previsioni di crescita (dati in mln usd)
AuM (mln usd)
Ricerca scientifica
Correlazione tra ricerca in Ia e Pil pro capite (mia usd) degli stati
Fonte: Unesco
l’adozione di particolari criteri di selezione. La strada per questi strumenti, però, è ancora tutta in salita: il mercato è ancora
«Attraverso il machine learning si è in grado di analizzare un grosso quantitativo di dati (provenienti da pubblicazioni, news, dati finanziari e trend economici) dai quali vengono poi generate opinioni sulle possibili evoluzioni future dei mercati o delle singole azioni oppure individuare idee per nuove opportunità d’investimento»
dubbioso nell’investire in questi nuovi Etf caratterizzati da periodi di volatilità elevati rispetto all’andamento più costante e con volatilità contenuta degli indici oramai affermati sul mercato.
La trasparenza è la chiave quando si utilizza l’Ia per gli investimenti. L’Ia è una tecnologia tanto innovativa quanto pericolosa, ai numerosi vantaggi citati
sono da aggiungere alcuni svantaggi da tenere bene in considerazione prima di affidare i propri risparmi a queste piattaforme. Problematica, ad esempio, può essere la privacy riguardante i dati della clientela, siccome queste tecnologie possono essere oggetto di tentativi di hackeraggio, e la trasparenza degli algoritmi, i quali possono essere utilizzati per prendere decisioni discriminatorie o non equilibrate, a svantaggio della clientela. In conclusione, l’Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando il mondo della gestione patrimoniale, offrendo nuove opportunità per ottimizzare le decisioni finanziarie, personalizzare i servizi e migliorare l’esperienza complessiva degli investitori, tenendo sempre bene a mente la diligenza e la trasparenza che richiede questa tecnologia durante la trattazione dei dati utilizzati per la propria analisi. Con una corretta implementazione e monitoraggio, l’Intelligenza Artificiale può però davvero svolgere un ruolo fondamentale nell’aiutare gli investitori a raggiungere i propri obiettivi finanziari in modo efficiente.
Il mistero della qualità
Perché le azioni di aziende di qualità sovraperformano il mercato? Può sembrare uno sterile dibattito accademico, ma in realtà è un punto piuttosto dirimente.
Errori che si assorbono
Errori di previsione corretti per settori di imprese ad alta e bassa redditività (%)
Pierre Debru, Head of Quantitative Research & Multi Asset Solutions, di WisdomTree. A lato, anche gli analisti possono sbagliare, e poi...
Fonte: Ahmed, Anwer e Neel
Robert Novy-Marx è famoso per aver descritto l’anomalia dell’alta redditività o del fattore quality, ma non è l’unico. Gli esperti includono spesso criteri di qualità nel loro processo d’investimento, indipendentemente dallo stile. Warren Buffett, ad esempio, è famoso per la sua attenzione alla qualità, pari almeno a quella posta sul valore. Esiste inoltre un numero crescente di accademici che confermano quanto la redditività sia un fattore predittivo dei rendimenti futuri. Nonostante questo, i meriti del fattore quality rimangono avvolti da una certa aura di mistero. Il dibattito per stabilire se i rischi nascosti siano la fonte del premio offerto o se questo debba essere ricondotto al comportamento e a una valutazione errata degli investitori è acceso. Tutta accademia? Non proprio, infatti:
- Un fattore guidato dal rischio crea una sovraperformance attraverso l’assunzione di un rischio aggiuntivo, ed è probabile che nel tempo scompaia;
- Un fattore guidato dal comportamento offre un rendimento supplementare
senza rischi aggiuntivi, il che è ovviamente più interessante. Inoltre, è più ‘vischioso’, dunque difficile che sparisca.
Più recentemente, Anwer Ahmed, Michael Neel e Irfan Safdar, hanno proposto un’analisi dettagliata della fonte di tale premio, giungendo a due conclusioni: - il fattore quality è più coerente con un errore di valutazione che con il rischio; - la qualità è premiante in qualunque contesto d’investimento.
Gli autori testano cinque importanti ipotesi che portano a questi risultati:
Ipotesi 1 (smentita): la redditività è positivamente associata al rischio di ribasso ex-ante. Dimostrando che le aziende più redditizie hanno meno probabilità di subire crolli azionari, è probabile che il premio non sia una forma di ricompensa per il rischio di ribasso. Questo avvalora le ipotesi secondo cui le aziende di alta qualità tendono a offrire un profilo difensivo.
Ipotesi 2 (smentita): la redditività è ugualmente e positivamente associata a salti e crolli dei prezzi. L’analisi dimostra che la redditività è correlata negativamente alla probabilità di rendimenti futuri
estremamente negativi, ma positivamente alla probabilità di rendimenti fortemente positivi, e che dunque sovraperformano quelle a bassa redditività sempre. Guardando al rischio su base ex-post, l’alta qualità si dimostra ancora una volta difensiva. Ipotesi 3 (confermata): la deviazione anomala delle previsioni riviste va nella stessa direzione della redditività passata e Ipotesi 4 (confermata): il premio di redditività si concentra sia nelle aziende ad alto profitto con una successiva deviazione delle previsioni verso l’alto, sia in quelle a basso con una deviazione verso il basso. Le analisi mostrano che subito dopo l’annuncio degli utili, gli analisti tendono a essere pessimisti rispetto alle aziende ad alto profitto e ottimisti su quelle a basso. A partire da un’ampiezza dell’1,5% e dell’1,2% del prezzo delle azioni, questo effetto tende ad attenuarsi nei 12 mesi successivi, portando alla sovraperformance dei titoli di alta qualità e alla sottoperformance di quelli di bassa qualità.
Ipotesi 5 (confermata): la redditività è associata positivamente alla successiva domanda di azioni. Si dimostra che gli investitori istituzionali, come gli analisti, non reagiscono adeguatamente a informazioni positive sulla redditività. Recuperano quindi nei mesi successivi.
Gli autori hanno dunque confermato che le aziende di qualità offrono una sovraperformance stabile e a lungo termine; e che sono adatte a qualunque contesto: sono difensive in periodi di crisi, ma riescono a cogliere i rialzi.
Tra algoritmi e Big Data
Il ruolo giocato dalla tecnologia e dall’informatica nello sviluppo clinico di nuovi trattamenti e farmaci sta rapidamente esplodendo, cresce la domanda di capitali, ma anche l’offerta.
La moda del go-public
il numero delle imprese (in mia)
Gli algoritmi e le piattaforme di Big Data stanno diventando fattori sempre più importanti nella ricerca e nello sviluppo di nuovi farmaci, come mostra chiaramente un recente studio empirico.
L’intelligenza artificiale è da tempo una caratteristica dell’industria biofarmaceutica. Le aziende BioTech sono dunque all’avanguardia, e nel medio e lungo termine, l’informatica dovrebbe consentire l’introduzione di terapie innovative.
Lo studio ha preso in considerazione il modello di business, l’orientamento strategico e il tipo di finanziamento di 90 aziende. Il 93% delle aziende analizzate ritiene che l’uso di algoritmi offra vantaggi rispetto alla concorrenza. Un numero molto inferiore utilizza l’hardware, che richiede un investimento finanziario molto più elevato per essere messo a punto.
Le aziende che utilizzano i propri strumenti di Ia, sia per la scoperta di farmaci preclinici che per le prime fasi di sperimentazione clinica, hanno raccolto in media 237 milioni di dollari in finanziamenti esterni. La media delle aziende che
sviluppano algoritmi per analizzare i dati dei pazienti è leggermente superiore, pari a 300 milioni, mentre cresce a 622 milioni per quelle concentrate sull’hardware ad alta intensità di capitale.
A giudicare dal numero crescente di Ipo negli ultimi tre anni e dall’aumento dei flussi d’investimento, il segmento delle BioTech che applicano attivamente la scienza computazionale sta maturando e crescendo. Gli accordi di partnership con l’industria farmaceutica si stanno al momento ancora concentrando sui servizi, ma in futuro sarà interessante vedere se e come aumenterà il numero di accordi di collaborazione in cui l’It è integrato nei progetti di sviluppo di fase avanzata. Uno degli argomenti principali sarà la potenziale riduzione del costo degli studi clinici di base: la maggior parte del costo totale di R&D di un farmaco viene sostenuta infatti durante questa fase.
Le tecnologie vengono utilizzate nelle varie fasi precliniche e cliniche, dalla selezione del bersaglio a quella dei pazienti, passando per l’identificazione e ottimizzazione dei lead. Il futuro mostrerà come e
Samuel Croset, Portfolio Manager e Digital Transformation Lead di BB Biotech, Bellevue Am. A lato, l’Ipo è una via sempre più percorsa dalle nuove imprese del BioTech.
in che misura l’Ia influenzerà l’autorizzazione dei prodotti pronti per il mercato.
Attualmente, la maggior parte dei prodotti clinici sviluppati utilizzando l’Ia si trova ancora nelle prime fasi cliniche. Tuttavia, il numero crescente di Ipo e di collaborazioni con biotecnologie basate sulle scienze computazionali è un chiaro segnale che il segmento sta maturando. Nella pratica. La piattaforma Dynamo di Relay Therapeutics integra approcci sperimentali e computazionali e ha tre trattamenti antitumorali in fase di sviluppo clinico iniziale. Si sta concentrando sulla medicina di precisione con l’obiettivo di eliminare le proteine responsabili di malattie che in precedenza erano considerate bersagli non trattabili.
Black Diamond è una società di medicina di precisione specializzata in oncologia. Applica l’apprendimento automatico per sviluppare terapie per i tumori ereditari che siano efficaci indipendentemente dal tipo di tumore. La piattaforma Map, di proprietà, è stata progettata per consentire l’analisi dei dati di sequenziamento genetico a livello di popolazione.
Infine, Moderna, una posizione chiave di lunga data, ha raggiunto una svolta commerciale tre anni fa con il vaccino Spikevax contro il Covid-19. Con l’mRna Design Studio, l’azienda dispone di una piattaforma basata sul web che consente ai ricercatori di progettare e ottimizzare mRna personalizzati in modo più rapido rispetto ai metodi tradizionali.
Inflazione? Ti aspetto
Per quanto l’allarme sia gradualmente rientrato, l’andamento del Cpi americano nei prossimi mesi potrebbe riservare qualche nuova sorpresa. Specie dopo novembre.
Disoccupazione americana
Evoluzione del tasso di disoccupazione Usa (media
L’andamento delle volatilità delle quattro principali asset class (Tassi, Cambi, Credito, Equity) evidenzia valori non fisiologici soltanto per la prima, che su un orizzonte temporale di dieci anni si trova al di sopra della prima deviazione standard positiva, guidata dalla preoccupazione monotematica della maggior parte degli investitori riguardo al trend dell’inflazione, mentre la volatilità ultra-bassa delle attività rischiose sembra riflettere una totale rilassatezza rispetto al rischio di uno sgonfiamento della domanda aggregata.
Un doppio standard consolidato, e probabilmente influenzato dallo spettro macro visibile in questa prima metà del 2024, con un’inflazione americana restia a scendere, e un contestuale piccolo recupero del manifatturiero a livello globale.
Nei prossimi 6-12 mesi dovrebbe verificarsi un ribaltamento di questa prospettiva. La resilienza dell’inflazione americana nei primi mesi del 2024 è stata infatti dovuta, da una parte, al ruolo giocato da importanti fattori di stagionalità, e dall’altra, al ritardo strutturale di alcune
componenti chiave dell’indice dei prezzi.
Riguardo ai primi, va detto che le aziende tendono a concentrare gli aumenti dei prezzi praticati ai consumatori nei primi due mesi dell’anno; si stima che negli ultimi anni il 40% dell’inflazione annuale sia stato generato nel primo trimestre. Per quanto concerne le componenti in ritardo strutturale, invece, l’attenzione va concentrata essenzialmente su tre voci: shelter, premi assicurativi sui veicoli, e spese sanitarie; escludendole, il Cpi viaggerebbe già oggi sotto il 2%, mentre includendole l’inflazione complessiva resta quasi un punto e mezzo al di sopra.
La buona notizia è che tutte le tre categorie dovrebbero iniziare a decelerare, sebbene con tempi diversi. Lo shelter (pesa per il 34% dell’indice), che raggruppa tutte le voci di spesa collegate alla proprietà o all’affitto di un immobile, il tasso di inflazione continua a viaggiare a livelli molto sostenuti (intorno a +5,5%), e contribuisce al momento da solo al 94% del target di inflazione della Fed. È già in lenta discesa da mesi, e dovrebbe adesso scendere più rapidamente, essendo una
Fabrizio Biondo, Head of innovative and liquid alternative investments di Lemanik Invest. A lato, l’andamento della disoccupazione americana.
fotografia ritardata dieci mesi dell’indice che misura l’inflazione dei nuovi affitti (il New Tenant Rental Index), oggi sotto l’1%.
A sua volta questo indice è fortemente correlato con l’andamento dei prezzi delle case, e dato che hanno fatto un minimo a maggio 2023, nei prossimi mesi si dovrebbe assistere a un notevole calo dello shelter, che tornando a livelli pre-pandemici (+3%), porterebbe un contributo materiale alla disinflazione.
La seconda componente più importante del Cpi americano è rappresentata dai Servizi ex Shelter (il 27% dell’indice) che sono tornati a crescere negli ultimi quattro mesi fino al +4,91%. Shelter e Servizi ex shelter contribuiscono insieme un +3,2% circa all’inflazione, ed è qui che si gioca la partita. In questa seconda crescita, la dinamica più preoccupante, un ruolo importante è stato giocato dai fattori di stagionalità e dai ritardi di indicizzazione dei premi assicurativi.
Per quanto riguarda i primi, gli aumenti dei premi vengono negoziati a lungo dalle compagnie assicurative con le autorità locali, producendo un notevole ritardo, e un incremento tipicamente concentrato nel primo trimestre, spiegando il brusco recente aggiustamento; dal momento che i prezzi dei nuovi veicoli si sono stabilizzati, e che i prezzi dell’usato sono in discesa ormai da tre anni, è probabile che la crescita dei premi si sgonfi.
Relativamente alle spese sanitarie, le aziende del settore hanno di recente iniziato ad aumentare i prezzi a un tasso
superiore all’incremento dei costi. Tale crescita dei prezzi non può essere sostenuta a lungo, ma dato che l’aumento dei costi negli anni è stato molto pesante è probabile che questa dinamica abbia ancora un certo spazio; anche qui va peraltro ricordato il tema della stagionalità, che potrebbe significare un tasso di inflazione più basso nei prossimi mesi.
Tuttavia, il fattore decisivo sono i salari: al momento crescono ancora a un tasso (superiore al 4%) incompatibile con il target Fed, ma il mercato del lavoro si sta raffreddando, a giudicare dal calo continuo nell’utilizzo di lavoro temporaneo, dalla componente occupazionale dell’Ism sotto 50, dal calo del quit ratio e dalla contrazione nel numero e qualità di offerte di lavoro secondo Linkup o Indeed, e dai piani di assunzione delle Pmi, indicatori anticipatori di aumento della disoccupazione e di raffreddamento dei salari.
Dal picco il tasso di crescita è già decelerato di due punti, ma due fattori hanno evitato un calo più vistoso: l’adeguamento dei salari dei lavoratori sindacalizzati, in ritardo, portando adesso a un allineamento con i lavoratori non iscritti; oltre al fatto che le posizioni lavorative aperte restino superiori al numero dei disoccupati, sebbene in misura sempre più piccola (da un picco di quasi il 4% all’1,5 circa).
Tutto lascia presagire un aumento del tasso di disoccupazione nei prossimi mesi, che è variabile storicamente condannata a tornare inesorabilmente verso la media: dopo la Seconda guerra mondiale ogni qualvolta il tasso di disoccupazione ha iniziato ad alzarsi dal suo minimo, non è mai atterrato a un livello più basso del 6%. Cosa più importante, ogni qualvolta la media trimestrale del tasso ha superato di oltre 0,3% tale minimo, si è verificata una recessione, e il 3,9% di aprile ha superato il minimo di ciclo (3,5%) di 0,4.
Il mercato ha iniziato a parlare del rischio recessione così in anticipo, da finire con l’annoiarsi. Esiste una spiegazione semplice (con il senno di poi) al perché la recessione non sia mai arrivata: il ruolo giocato dalla politica fiscale.
Un report della Fed di New York incentrato sul ruolo dei risparmi in eccesso creati durante la pandemia, datato ottobre 2022 e aggiornato al giugno 2023 (quasi un anno fa), ne stimava il contributo al Gdp americano nella bellezza di due punti percentuali, ipotizzando che fossero ancora pari al 9% circa del reddito dispo-
Ripagare i propri debiti?
Andamento dei tassi d’insolvenza per singoli segmenti (in %)
L’inflazione americana
Confronto della Cpi headline Usa dal ‘66 all’84, e dal 2014
nibile. Come osservato dalla stessa Fed, la differenza tra l’economia americana in crescita, e l’Europa in stagnazione, si riduceva a questo, una diversa attitudine delle famiglie rispetto ai risparmi in eccesso.
Un anno dopo, i risparmi in eccesso in Europa sono ancora lì (1,6 trilioni di euro), mentre le famiglie americane hanno continuato a spenderli, attingendo poi anche al risparmio ordinario, oggi al 3,2% rispetto alla media pre-Covid del 7,4 e ai quasi minimi degli ultimi 60 anni. Il 10% del Pil americano, ossia 2,6 trilioni, è stato già speso. Nel frattempo il credito al consumo sta diventando sempre più scarso: le insolvenze sulle carte di credito e leasing sono cresciute ai livelli del 2012; le banche rispondono razionando il credito, e offrendolo a tassi sempre più vertiginosi (sopra il 20%), quindi la domanda scende.
Il consumatore americano si trova in una tempesta perfetta, con il mercato del lavoro in deterioramento, i risparmi agli sgoccioli, e il credito sempre più inaccessibile, e questo condurrà con buona probabilità a una recessione in 6-12 mesi. Cosa potrebbe impedirlo? Soltanto
Volano le insolvenze nel privato negli Stati Uniti, e l’inflazione potrebbe presto tornare alla carica.
un uso ancora più spregiudicato ma improbabile della politica fiscale. Il Fondo Monetario prevede infatti una notevole stretta fiscale negli Stati Uniti nel 2024 (-1,4% del Pil), rispetto al +2% del 2023, e attende strette fiscali anche in Europa ed Emergenti, a eccezione della sola Cina. È opinione di chi scrive che questa recessione non possa essere evitata, e che condurrà nella seconda metà dell’anno a tassi più bassi e curve inclinate positivamente in Stati Uniti ed Europa, ma anche che le probabilità che dopo novembre con un nuovo presidente la politica fiscale tiri fuori nuovi conigli dal cilindro siano molto alte. L’indisciplina fiscale americana tra metà anni Sessanta e Ottanta ha prodotto ripetute ondate di inflazione, con possibili inquietanti similitudini con il presente. Il tempo sarà galantuomo per un po’, ma l’inflazione è destinata a tornare presto la ragione di ansia principale.
Fonte: Clarksons Securities, Macrobond, Bloomberg
Fasi recessive Ipoteche
auto Carte di credito
studenteschi
Fonte: Clarksons Securities, Macrobond, Bloomberg
Il draghetto vietnamita
Già protagonista di una storia di successo nelle esportazioni, il Vietnam è destinato nei prossimi anni a imporsi come uno dei leader della crescita asiatica, aspirando a diventare... di più.
AHo Chi Minh City, fiumi di macchine e motociclette si incrociano e si confondono. Questa intricata interazione, a metà tra cooperazione e competizione, sembra un caos. Ma funziona. Saigon, il vecchio nome, è una suggestiva fusione tra la nuova Asia e la vecchia Europa. Un cambiamento tangibile è l’aumento della percentuale di traffico su quattro ruote rispetto a quello su due. Sta attraversando la soglia da una metropoli degli Emergenti a qualcosa di più... emerso. Stella della crescita strutturale. Il Vietnam è destinato a trasformarsi in una delle migliori storie di crescita strutturale di tutti i Paesi asiatici. Nonostante infatti Thailandia o Malesia siano rimaste bloccate nella ‘trappola del reddito medio’ di circa 10mila dollari pro capite, il Vietnam, con i suoi 4mila dollari, è ancora molto lontano da questa soglia, ma la vivacità di Saigon e la determinazione di manager, economisti e banchieri fanno pensare a un Paese sulla strada di Taiwan e Seul. Marcia dei creatori. Le esperienze vissute da altri hanno insegnato ai leader vietnamiti che l’unico modo per finanziare un’economia nazionale in crescita sostenibile è la produzione di beni da esportare, senza affidarsi alle sole materie prime. Come è riuscito il Vietnam a diventare una base produttiva di successo? Il Governo ha iniziato ad ammorbidire la sua linea anticapitalista alla fine degli anni Ottanta e le sue priorità ora includono la lotta alla corruzione residua, e la risoluzione delle carenze infrastrutturali.
Secondo il giornalista americano Joe Studwell, i punti irrinunciabili sono un’agricoltura riformata e produttiva, un’industria manifatturiera competitiva e controlli rigorosi sui capitali internazionali.
Poiché possiede tutte e tre le caratteristiche, il Vietnam è “il Paese più interessante della regione economicamente”. Ben posizionato. Altri fattori favorevoli sono le 2mila miglia di costa sulla strada commerciale marittima tra l’Asia orientale e l’Occidente, le buone relazioni con la Cina e gli Stati Uniti (un doppio raro) e una manodopera giovane e ben istruita. Il Vietnam si sta concentrando sulla realizzazione delle infrastrutture necessarie al suo sviluppo. Ha abilmente cre-
«Nonostante Thailandia e Malesia siano incappate nella ‘trappola del reddito medio’, il Vietnam, è ancora molto lontano dalla soglia dei 10mila dollari, ma la vivacità di Saigon e la determinazione di manager e banchieri fanno pensare a un Paese sulla strada di Taiwan e Seul»
ato una vera e propria catena di approvvigionamento manifatturiero, con tutti i componenti e le strutture logistiche che contribuiscono a rendere le sue fabbriche altamente produttive ed efficienti. Il suo timing è eccellente. I porti cinesi chiusi dal Covid hanno convinto molti che affidarsi a un solo Paese è rischioso. Inoltre, quando quel vicino gigante salirà nella catena del valore nei prossimi due decenni, è probabile che un paio di trilioni di dollari di produzione di fascia bassa se ne vadano. E il Vietnam è al confine. Questo spiega in parte perché i grandi esportatori sono marchi stranieri. E Samsung è il più grande esportatore, avendo investito circa 12 miliardi di dollari nel Paese negli ultimi sei anni.
Non ci sono ancora molti esportatori vietnamiti di dimensioni tali da poter investire. Un’eccezione è Vinh Hoan, il più grande produttore al mondo di pangasio congelato, che ha attirato importanti clienti globali, tra cui Tesco, Aldi e Walmart. L’ambizione dei suoi manager è quella di risalire la catena del valore e produrre derivati come il collagene. Intendono inoltre utilizzare l’esperienza di liofilizzazione dell’azienda per offrire altri prodotti, come la pitaya, un ingrediente utilizzato nei frullati dalle catene di caffè. Altri titoli di crescita locali hanno beneficiato dell’ondata di prosperità e dell’aumento della classe media. Un esempio è Mobile World, che rappresenta circa il 50% delle vendite locali di telefoni cellulari e gestisce una catena di alimentari in espansione. Cresce l’interesse anche per le migliori aziende di outsourcing vietnamite, come Fpt, leader vietnamita di It e telecomunicazioni e potenza globale nei servizi digitali. Il suo mercato più importante è il Giappone, dove offre servizi a Sony, Hitachi e Panasonic.
Da fattorie a fabbriche. Grazie al comunismo prima e al capitalismo dopo, l’agricoltura vietnamita è diventata profittevole e più competitiva. La sua produttività ha superato quella dei vicini. Ora questa antica pianura è invasa da strade pulite, rotonde e siepi ben curate, costellate da vaste fabbriche con insegne che indicano il ‘who’s-who’ delle multinazionali manifatturiere: Canon, Microsoft, Samsung, Foxconn. Ci saranno altri nomi vietnamiti tra questi in futuro? L’attuale dinamica economica del Vietnam lo suggerisce.
Roderick Snell, Gestore del Worldwide Asia Ex Japan di Baillie Gifford.
Il piccolo è anche bello
In Svizzera ed Europa esistono small cap promettenti, aziende leader mondiali delle loro nicchie, oggi a forte sconto. Potrebbe essere il momento giusto per entrare.
Corrono in borsa le Pmi europee
Andamento di indici e performance relativa tra Small e Large Cap (’96: 100)
Peter Kraus, Head of Small Cap Equities di Berenberg. A lato, andamento delle small cap europee in borsa. Buone le prospettive.
Rispetto alle blue chip, negli ultimi due anni le small cap hanno subito il più forte calo dei prezzi azionari da decenni. In particolare, le small e mid-cap europee orientate alla crescita sono state duramente colpite dai tassi d’interesse e dall’ambiente recessivo. È stata una situazione estrema. Dopo i lockdown, lo shock dell’inflazione e dei tassi d’interesse e l’Ucraina, si sta assistendo alle valutazioni più basse degli ultimi dieci anni. Rispetto alle large cap, le small sono valutate ancora più favorevolmente rispetto al 2008. Un altro punto a loro favore è che ottengono circa il 50% della performance relativa nel primo anno di ripresa dopo il minimo.
Gli indicatori precoci suggeriscono attualmente che l’economia si stia stabilizzando o migliorando a un livello basso, ora che l’industria manifatturiera potrebbe aver toccato il fondo. Segnali positivi provenienti dagli Stati Uniti alimentano addirittura le speranze di un periodo di crescita stabile. Anche in Europa, gli indicatori economici sono recentemente migliorati. I tassi d’inflazione sono in calo
e le Banche Centrali pronte alla svolta. Molto suggerisce che il peggio sia passato. L’ora delle small cap di seconda linea. L’alba economica, la fase iniziale della ripresa, è l’ora delle small cap di seconda linea. Molto suggerisce che la tendenza di sovraperformance a lungo termine osservata nelle small cap per decenni sia ancora in corso. Tuttavia, c’è una differenza in termini di potenziale di recupero: con l’aumento dei tassi, il debito netto è ora un criterio importante.
Le aziende fortemente indebitate che devono rifinanziarsi incontrano problemi. Tuttavia, le aziende di alta qualità con elevati rendimenti del capitale e solide situazioni patrimoniali beneficiano delle tendenze di crescita strutturale. Per queste aziende dovrebbe essere più facile aumentare gli utili e il flusso di cassa per azione rispetto al mercato una volta che i segnali di ripresa diventano più chiari. Un’altra peculiarità strutturale delle small cap di seconda linea in Europa è che spesso passano inosservate. Rispetto agli Stati Uniti, in Europa ci sono solo poche grandi e mega capitalizzazioni, come
Louis Vuitton o Asml, che attraggono l’attenzione degli analisti e degli investitori con tassi di crescita a due cifre. Tuttavia, le stelle della seconda e terza fascia non sono quasi mai prese in considerazione. Molte di queste aziende, con una capitalizzazione di mercato fino a 5 miliardi di euro, si sono affermate come leader globali nelle loro nicchie. Grazie alla loro capacità innovativa, beneficiano della digitalizzazione, dei cambiamenti nel settore sanitario o delle tecnologie sostenibili, spesso accompagnate da tassi di crescita a medio termine del 15% o più. Focus sui semiconduttori. Gli hidden champion europei si trovano attualmente, tra gli altri settori, nell’industria dei semiconduttori. Aziende come la svizzera Inficon o l’italiana Technoprobe soddisfano il profilo richiesto per il loro ruolo pionieristico a livello internazionale e per i forti margini, che consentono loro di assorbire gli aumenti dei prezzi dovuti all’inflazione e di investire significativamente in ricerca e sviluppo.
Tuttavia, ci sono anche campioni nascosti in altri settori, come Skan, il produttore svizzero di isolatori per il riempimento sterile di farmaci iniettabili. I fattori trainanti sono solidi: il 75% di tutti i nuovi farmaci in futuro sarà costituito da farmaci biologici/iniettabili ad alto prezzo che richiedono isolatori per il loro riempimento asettico. L’azienda mostra una forte crescita combinata con margini in aumento, rendimenti elevati e una posizione di cassa netta.
Trend di lungo termine
L’Intelligenza Artificiale è una rivoluzione il cui vero impatto sarà apprezzabile solo a distanza di diversi anni, ma che coinvolgerà tutti. È quindi bene muoversi subito.
Crescita intelligente
Evoluzione attesa dei ricavi derivanti dall’Ia al 2034 (in mld usd)
Rolando Grandi, Gestore azioni internazionali & tematiche, de La Financière de l’Echiquier. A lato, le proiezioni sui risultati dell’Ia nei prossimi anni restano notevoli.
L’innovazione rimane il principale motore a lungo termine della crescita economica, e se ci si appresta a voltare pagina dopo internet e gli smartphone, dilaga una nuova tecnologia: l’Ia. L’avvento dell’Ia generativa nel 2023 è stato foriero di un cambiamento di paradigma: il mercato dovrebbe registrare una crescita esponenziale, con un fatturato annuo superiore ai 200 miliardi di euro entro il 2030. L’avvento dell’Ia generativa. Sulla scia di ChatGpt, che ha conquistato oltre 200 milioni di utenti in tempi record, lo sviluppo dell’Ia generativa sta aprendo nuovi orizzonti anche per gli investitori. Questa nuova era porterà trasformazioni profonde nei modi di lavorare e nelle interazioni uomo-macchina, ma anche una forte crescita della produttività.
Si è entrati in un ciclo tecnologico di fortissima crescita alimentato dall’Ia generativa. La sua velocità di adozione è esponenziale in quanto ogni ciclo tecnologico procede più velocemente del precedente. A differenza dell’automotive che impiegò 9 decenni e Internet uno per
Proiezione dei ricavi attesi
raggiungere i primi 500 milioni di utenti, ChatGpt ci è riuscita in soli 6 mesi.
L’Ia generativa produrrà un impatto significativo su molti aspetti, primo fra tutti la produttività. I moduli Copilot di Microsoft sono in questo senso rivelatori visto che consentono sia di automatizzare numerose attività sia di sintetizzare i dati delle aziende, favorendo un processo decisionale più veloce. La dimostrazione? Gli sviluppatori di software si sono già dimostrati più produttivi del 30-50%.
Se la prima ondata è stata quella dei ‘picconi e delle pale’, la seconda beneficerà della proliferazione delle applicazioni software che dovrebbero andare a favore di società di software come ServiceNow, ad esempio, che sta sviluppando una piattaforma cloud per le aziende, o di società di streaming di dati come Confluent, che consente di sfruttare i dati in tempo reale. Tutti sono coinvolti. L’Ia è una tecnologia universale che coinvolge tutti i settori. Le aziende che stanno gettando basi solide per l’Ia occupano la posizione migliore per trasformarsi e diventare più agili. Alimentata da trend esponenziali,
dalla crescita dei dati, dalla proliferazione del cloud, dall’evoluzione folgorante delle reti neurali artificiali e dallo sviluppo di applicazioni, l’Ia offre alle aziende un vantaggio potenzialmente significativo.
L’Ia si sta affermando alla stregua di un nuovo indice di competitività. I campioni di questi sistemi intelligenti stanno già crescendo a un tasso superiore del 50% circa rispetto al mercato. Le società tecnologiche, particolarmente rappresentate in questo contesto, lo colgono più rapidamente, come Nvidia, il leader delle schede grafiche diventate il ‘cervello’ dell’Ia, i cui risultati finanziari per il I trimestre 2024 hanno spinto il Nasdaq verso nuove vette. Un entusiasmo che sta interessando anche le principali piattaforme tecnologiche, i clienti di Nvidia, gli operatori della cybersecurity, e i fornitori di database come Oracle nel settore del software.
L’Ia sta penetrando in tutti i settori dell’economia. Nel sanitario, ad esempio, le prospettive sono in rialzo se si considera, soprattutto, l’accelerazione dello sviluppo di nuove terapie e dell’analisi del genoma umano. Quale esempio, la robotica intelligente può essere utilizzata per modellare combinazioni di molecole oltre la creatività umana, consentendo di sviluppare nuove terapie in tempi molto rapidi (cfr. AstraZeneca ed Eli Lilly).
L’Ia è una tematica di lungo termine, ricca di opportunità per tutti. Il suo contributo all’economia globale è stimato da PwC in 15,7 trilioni di dollari al 2030.
TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI MILANO
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Il Leadership Forum è il grande business event dedicato ai temi della leadership e del management che, da 13 anni, attrae migliaia di decision maker, imprenditori, CEO e top manager. Business thinker del panorama globale, esperti di management, del mondo accademico e culturale, in un evento unico di aggiornamento e networking per ispirare il cambiamento, trasformare le imprese e ripensare insieme il futuro del business.
Cogliere l’essenza
In un’epoca che interroga l’arte fotografica sulla sua stessa sostanza, a testimoniarne il senso profondo è l’opera di Fosco Maraini, che ne fu magistrale interprete. L'eccezionale selezione di 223 scatti, in mostra al Musec di Lugano, è frutto dell'importante progetto di ricerca che, a 20 anni dalla scomparsa, approfondisce questo capitale aspetto del suo percorso creativo ed esistenziale.
Della dignità artistica della fotografia fu convinto assertore. A metà anni Trenta, quando lui ne aveva poco più di una ventina e le stagioni dei suoi leggendari reportage avevano ancora da inaugurarsi, Fosco Maraini (1912-2004) già aveva messo a fuoco le potenzialità di un linguaggio espressivo che si scontrava con i preconcetti di chi vi vedeva un mero procedimento meccanico, senza spazio per la creatività. Fra tutte le forme d’arte, Fosco la riteneva invece la più adatta “a interpretare l’animo moderno”, “un mezzo nuovo e perfettamente autonomo di esprimere impressioni, sentimenti, ideali”. Esattamente quanto avrebbero fatto le sue immagini: mai didascalicamente documentarie, mai vanamente retoriche, ma genuinamente evocative nella capacità di cogliere quell’attimo, quella prospettiva, quell’affioramento che, isolato dal flusso del presente, ne condensa tutta la profondità. Una profondità raggiunta grazie all’empatia e alla vocazione alla
conoscenza che del celebre etnologo, orientalista e scrittore fiorentino - per nominare almeno tre delle sue fondamentali anime - erano le qualità distintive. «Fosco guardava il mondo con occhi chiari, senza alcuna ipocrisia o preclusione, con grande intelligenza e anche una sottile ironia. Quando abbiamo deciso di commemorare i venti anni dalla sua scomparsa, ci siamo subito orientati sulla fotografia, da una parte perché alla sua etnologia e alla sua scrittura era stata dedicata nel 2007 un’antologia (Pellegrino in Asia, i Meridiani, Mondadori) cui sarebbe stato difficile aggiungere nuovi elementi, dall’altra perché proprio nella fotografia si può individuare la quintessenza della sua vita e della sua visione del mondo: libera, luminosa, laica, concreta e anche sportiva come era lui, con la sua contagiosa gioia di vivere», illustra Francesco Paolo Campione, direttore del Musec - Museo delle Culture di Lugano che, al termine di un progetto di ricerca durato oltre due anni, presenta fino al 19 gennaio la più grande
Paesaggi espressione dell’immensità della natura, ma anche geometrie rieccheggianti di spiritualità. Fosco Maraini eterna le perfette asimmettrie in cui l’uomo inscrive il proprio tempo: da destra, il Gasherbrum I alle spalle dell’alpinista Giuseppe Oberto,1958, e Madre Lucente Sapere, tempio Goji di Kyoto, 1954.
esposizione mai dedicata all’opera fotografica di Fosco Maraini, accompagnata dalla pubblicazione di un volume (edizioni Skira) tanto imponente nella mole quanto denso nei contenuti, una pietra miliare per chi voglia dedicarsi a questo aspetto cardinale della sua poliedrica figura.
Primo passo del progetto è stato il coinvolgimento delle principali istituzioni che ne custodiscono e promuovono il patrimonio fotografico, entrambe di Firenze: il Gabinetto Vieusseux, depositario dell’immenso archivio che Fosco stesso fu attento a costruire e riordinare, e la
Fondazione Alinari che ne conserva e valorizza le immagini digitali, cui successivamente si sono aggiunti ulteriori promotori. Fondamentale l’adesione delle eredi - le figlie Toni e Dacia, la nipote Yoï e la seconda moglie Meiko - che hanno anche condiviso in catalogo i loro ricordi sul rapporto di padre, nonno e marito con la fotografia. Il volume include anche la prima edizione critica degli scritti teorici che Fosco dedicò alla fotografia fra il 1935 e inizio anni ’50, illuminanti su molte sue scelte tecniche e visive. «Da qui ha preso le mosse il lavoro che, dopo il preliminare spoglio di oltre 250 pubblicazioni illustrate per definire i capitoli in cui strutturare il nostro progetto, ha visto l’équipe di ricerca del Musec passare in rassegna oltre 75mila negativi. Le scoperte fatte, insieme alla volontà di garantire armonia e coerenza visiva al percorso espositivo, ci hanno guidato nella selezione che ci vede presentare in mostra 223 fotografie, tutte prime stampe realizzate con la tecnica della stampa giclée su carta baritata, sulla base di scansioni delle pellicole originali, restaurate in digitale per garantire una resa il più possibile aderente alla sensibilità artistica dell’autore. Vi rientra anche la restituzione del formato originario che, per alcuni dei suoi più iconici reportage, come quello dell’Italia del Sud o del Giappone, è risultato essere quadrato, dunque un taglio molto artistico, come è emerso facendo l’inventario di tutte le macchine e le pellicole utilizzate da Fosco», illustra il direttore del Musec, curatore del progetto.
Articolato in 14 tappe tematico-cronologiche, il percorso inanella oltre quattro decadi di attività fotografica, fra il 1928 e il 1971, in Europa e in Asia. Ben 170 immagini ritraggono luoghi e genti dell’Italia e del Giappone, i due capisaldi di Maraini. Della prima ritrasse in particolare in Nostro Sud (1954-56) uomini, donne e bambini del Meridione, a testimonianza non tanto dell’arretratezza delle condizioni sociali, quanto della segreta armonia che li legava alle loro tradizioni e al loro paesaggio.
Il secondo, dove era ‘atterrato’ nel 1938 grazie a una borsa di studio per indagare arte, religione e costumi secolari degli Ainu, popolo di origine siberiana che costituiva la più antica etnia del Giappone, divenne sua patria elettiva: «A tal punto vi si immerse e tanto profonda fu la conoscenza dei codici culturali, espressivi, artistici ed estetici sviluppata in anni di frequentazione e studio, da poter mettere in discussione l’assioma dell’etnologia secondo cui sarebbe impossibile identificarsi con il soggetto osservato. Una sorprendente padronanza, denotata anche dalle fotografie che ne realizzò. Immagini che un occidentale può ammirare per la loro sapienza compositiva e bellezza, ma a cui sfuggirà sempre la pregnanza dei rimandi sottesi, che solo uno come lui, con la “pancia piena di ideogrammi” come dicono i giapponesi per indicare una persona colta, poteva cogliere», sottolinea Francesco Paolo Campione. D’altronde che raccontasse il contrasto fra la sconfinata potenza del mondo himalayano e la fragilità arcaica dell’umanità che lo popola oppure quello fra l’aurea classicità della Grecia antica e la rustica asprezza di quella moderna; che arrampicasse fino ai quasi 8mila metri del Gasherbrum IV per illustrare la spedizione di Bonatti e Mauri o si immergesse sott’acqua a catturare il fascino subacqueo della gauguiniane pescatrici di Hèkura; che documentasse lo splendore dei divini mosaici di Monreale o i rituali sciamanici dei Kalash, ‘ultimi pagani’ al confine fra Pakistan e Afghanistan; che inseguisse l’aereo spettacolo di nuvole e nebbie o contemplasse la mistica forza del fuoco, anche nei processi industriali di un’acciaieria: «Sempre la fotografia di Fosco, sintesi delle sue qualità tecniche, artistiche e intellettuali, si contraddistingue per l’assunzione di una responsabilità estetica che rende l’immagine tanto più forte, quanto più si avvicina ai canoni di chi è fotografato e, travalicando il presente storico, diventa emblema di una condizione umana o una realtà culturale», sottolinea Francesco Paolo Campione.
Obiettivo ultimo del progetto è riconoscere definitivamente a Fosco Maraini lo statuto di grande maestro della fotografia del Novecento. «Tutto lo conferma: lo spessore della sua riflessione teorica; l’eccezionale padronanza tecnica; l’apertura alla sperimentazione di diversi linguaggi - dal futurismo a quelli più narrativi per trovare infine la sua sintesi espressiva tra estetiche occidentali e giapponesi -; la scelta di soggetti straordinari come gli Ainu; la consapevolezza dimostrata creando un archivio esemplare,... Un vero Maestro, che seppe comunicare sotto forma di immagine i momenti in cui il soggetto conoscente ha percepito e descritto la realtà in cui tutti noi siamo immersi», sottolinea il direttore del Musec.
Immagini carpite all’empresente, come recita il titolo della mostra, riprendendo uno dei neologismi coniati dal poliglotta Fosco, che possedeva anche un lessico infinitamente capace di declinare la molteplicità di significati e valori del mondo (proprio il Fosco scrittore e poeta meriterebbe ulteriori approfondimenti, penalizzato da una tradizione italiana troppo accademicizzante per ammettere la grandezza letteraria di un outsider).
Se la qualità delle stampe valorizza ogni dettaglio e scelta grafica, l’esposizione del Musec permette anche di comprendere come, pur in sé compiuto, il singolo scatto acquisisca ulteriore significato ricondotto alla sua serie, di cui massima espressione sono i reportage. Dal valore della mostra, si intuisce anche come il rapporto di Fran-
cesco Paolo Campione con Fosco abbia radici profonde. «Il nostro incontro risale a una trentina di anni fa: serate bellissime in cui prendevo la macchina da Imola, dove allora risiedevo, per raggiungerlo a Firenze. Accolto con tutti gli onori dalla moglie Meiko, che mi faceva sempre trovare una generosa cena, trascorrevamo il fine settimana confrontandoci. Non c’era argomento su cui si esprimesse che non avesse approfondito. La conoscenza era per Fosco il fine ultimo della vita: questa è la grande lezione che mi ha trasmesso in quei lunghi colloqui che ci hanno accompagnati per due anni ogni quindici giorni, dando vita a un fortunatissimo volume, Gli ultimi pagani, e a un’intensa amicizia», conclude Francesco Paolo Campione.
Un rapporto privilegiato che, insieme alle competenze del team di ricerca del Musec, spiega perché, malgrado tutte italiane siano le istituzioni che ne conservano il patrimonio fotografico, sia a Lugano l’epicentro di questa iniziativa. Città di origine della famiglia Maraini - come la toponomastica conferma con la via dedicata a Clemente, fondatore della Bsi (di mano della moglie Adelaide la statua de La sposa dei cantici a Palazzo Civico) e la piazzetta del centro storico intitolata a Emilio, padre dell’industria saccarifera europea - che con intellettuali, artisti e imprenditori che ne hanno nutrito i diversi rami, da qui prese la strada per l’Italia nel secondo Ottocento, compresa quella Firenze in cui Fosco nacque un anno dopo che suo padre, lo scultore
All'aereo spettacolo delle nuvole, soggetto a lungo frequentato dal Fosco fotografo e letterato, fanno eco le pecore nella campagna siciliana. Accanto, 'nuvole di fuoco' delle Acciaierie Lombarde Falck.
Antonio, vi si era trasferito. Meno portato del genitore per il disegno, aveva quattordici anni quando “comparve sulla scene un aggeggio di triviale genealogia e dimesse apparenze”: un’arcaica Kodak Brownie che impugnò con quell’insaziabile curiosità che l’avrebbe accompagnato in ogni sua futura esplorazione, più o meno metaforica. Il salto di categoria sarebbe arrivato con la Leica IIIa vinta a un concorso nazionale nel 1934, che dal primo viaggio in Tibet lo accompagnò in tanti altri, incisi poi sul fondello della cassa dell’apparecchio. Pur autodidatta, rapidamente raggiunto il dominio della tecnica grazie alla sua formazione scientifica, il Fosco viaggiatore, antropologo e umanista comprese subito come l’arte fotografica iniziava laddove si esercita la facoltà di libera scelta: quella sensibilità del tutto personale che guida attraverso le infinite alternative che dall’emozione estetica iniziale conducono alla stampa finale. L’umana profondità di uno sguardo che nell’episodica transitorietà dell’accadere sa vedere e restituire l’essenza, illuminandosi di immenso.
Susanna Cattaneo
Sicilia.
CERTIFICAZIONI PER IL RICONOSCIMENTO
DELLE COMPETENZE DI LEADERSHIP
DI UFFICIALI, ISTRUTTORI E COMANDANTI DEI POMPIERI
Le attività di leadership nelle funzioni di milizia sono state finora poco riconosciute in Svizzera, così come le esperienze e le competenze dei pompieri. I capi milizia assumono talvolta funzioni di comando complesse e di alta responsabilità.
Swiss Leaders ha sviluppato un certificato e i relativi modelli di competenza in collaborazione con la Coordinazione svizzera dei pompieri (CSP).
In collaborazione con
Come si ottiene il certificato?
Chi è ufficiale, istruttore o comandante dei vigili del fuoco può ottenere un certificato delle competenze di leadership Swiss Leaders.
Sono trascorsi otto anni dall’exploit del primo lungometraggio di Claude Barras, quel piccolo prodigio di La mia vita da zucchina che, accolto da 7 minuti di applausi a Cannes, lo ha fatto entrare negli occhi e nei cuori di tanti bambini ma anche adulti, portandosi a casa due César e una nomination agli Oscar. Tanto è stato necessario al cineasta vallesano per portare sullo schermo la sua nuova storia. La sola fabbricazione delle marionette, che della tecnica stop motion, di cui è fra i più raffinati interpreti, sono anima e corpo, ha richiesto quattro anni, uno per le riprese, altrettanto per la postproduzione, oltre al tempo per scrivere la sceneggiatura originale. La trasfigurazione poetica che del cinema di Barras è la cifra stilistica si applica questa volta alla lotta contro la deforestazione, ripetendo il miracolo di levità e profondità del precedente lavoro, al cui centro erano le ferite e di un’infanzia difficile. Presentato a maggio a Cannes e a fine giugno in concorso al Festival di animazione di Annecy, prima del debutto nelle sale francofone a ottobre, Sauvages verrà proiettato la sera del 13 agosto al Locarno Film Festival, in Piazza Grande, dove sarà consegnato a Claude Barras il Locarno Kids Award la Mobiliare per la sua capacità di avvicinare gli spettatori più giovani alla settima arte. Seguirà un incontro pubblico la mattina successiva. Nell’attesa, lo abbiamo intervistato.
Elogio della lentezza
Il regista svizzero Claude Barras ci introduce nel suo universo e al suo nuovo, attesissimo film, dove il genuino lavoro corale e artigianale che dà vita, fotogramma per fotogramma, alle marionette protagoniste della stop motion, incontra l’attenzione per il rapporto con la natura e tradizioni in via d’estinzione.
Claude Barras, la tecnica stop motion si discosta molto dall’animazione computerizzata, a partire dalla presenza di un vero e proprio set cinematografico.
La ragione per cui adoro questa tecnica risiede tanto nel savoir-faire artigianale necessario per la fabbricazione delle marionette, quanto nel lavoro corale che si svolge su un set cinematografico molto simile a quelli tradizionali: al mio fianco ci sono un capo operatore, assistenti alla regia, addetti alla scenografia e gli animatori che muovono le marionette, ... un centinaio di persone in totale, che partecipano a un grande sforzo di creazione collettiva, molto distante dall’animazione computerizzata, dove ci si trova a lavorare individualmente dietro uno schermo a frammenti che è possibile assemblare e rielaborare infinite volte.
Nell’epoca dell’istantaneità, il vostro è un elogio della lentezza...
In effetti, giriamo in media 4 secondi al giorno, 12 fotogrammi al secondo, che salgono ai tradizionali 24 per i movimenti rapidi di camera, ma possono scendere a 8 per immagini più emozionali, in cui si ricerca un effetto di sospensione. Per procedere con maggior efficienza e rispettare il budget, per Sauvages abbiamo costruito 17 set: su una decina erano montate sezioni di scenografia per permettere agli animatori di lavorare in parallelo su varie sequenze, mentre gli altri 7 venivano preparati già per le scene successive.
Il risultato è altamente artistico, ma dietro ci vuole una ferrea organizzazione. Nel nostro caso c’è una tale interdipendenza da richiedere una perfetta pianificazione. Prima di iniziare le riprese vengono già registrate le voci con il cast dei doppiatori al completo che recita le sequenze, un po’ come in una prova teatrale: una soluzione sempre più sfruttata dall’animazione, che permette di ottenere un risultato impareggiabile per spontaneità. Su questa base gli animatori possono coordinare alla perfezione i movimenti, in particolare di bocca a labbra. Si definisce dunque lo story board già con la durata di ogni piano sequenza e delle apparizioni di ogni personaggio, cosicché sia poi possibile gestire tutto il materiale necessario. Sauvages è una coproduzione di Svizzera, Francia e Belgio, ma siete riusciti a realizzare le riprese a Montreux. Sì, e non solo perché, essendo diventato papà di una bimba oggi di tre anni, mi sarebbe stato difficile spostarmi come la volta precedente in Francia. L’abbiamo fortemente voluto perché rappresenta una preziosa occasione di trasferimento di competenze altamente specialistiche sul nostro territorio. Giovani registi e animatori hanno potuto cimentarsi come assistenti, lavorando fianco a fianco con i professionisti europei dell’animazione stop motion che abbiamo ospitato. In Svizzera abbiamo solo due grandi studi di animazione, quello di fratelli Guillaume,
dove io stesso ho iniziato lavorando al loro lungometraggio d’esordio, e primo film svizzero in stop motion, Max & Co, e Nadasdy Film a Ginevra, fra i coproduttori di Sauvages. Tuttavia i loro rimangono dei progetti d’autore lontani dalla grande industria dell’intrattenimento.
L’anno scorso la stop motion si è anche portata a casa l’Oscar con il Pinocchio di Guillermo del Toro. Sembra non soffrire l’avanzata del digitale.
Al Festival di animazione di Annecy, punto di riferimento del settore, quest’anno su 23 lungometraggi in concorso nelle sezioni L’Officielle e Contrechamp, quattro erano in stop motion, un 15% che ritengo rappresentativo della situazione. È una percentuale che resiste, anzi in lenta crescita. Oggi la nostra artigianalità può anche approfittare dei progressi del digitale, ad esempio strumenti software per le riprese o applicazioni per la stampa 3D che rendono accessibili tecnicamente ed economicamente processi altrimenti molto complessi e specialistici. Per Sauvages abbiamo avuto un budget di 12 milioni di franchi per 87 minuti: una cifra importante per un film indipendente, ma in linea con il costo delle animazioni realizzate a computer in Europa. In che materiale sono realizzate le marionette?
Inizialmente vengono modellate in plastilina industriale, poi messe in frigo per poter tagliare le diverse parti: gambe, braccia, piedi, mani, orecchie, bocca, ... di ognuna si realizza un calco. Nel caso delle gambe, si col loca all’interno un’armatura prima di colare il silicone. La testa invece viene scansionata, stampata in 3D e ricoperta con un rivestimento magnetico per poter intercambiare le parti che creano le diverse espressioni come bocca, labbra e palpebre; i capelli sono in schiuma di latex. Realizziamo una decina di copie di ogni personaggio principale e qualcuno in meno dei secondari. È lei stesso a disegnarli e renderli così inconfondibili e comunicativi?
«La ragione per cui adoro la tecnica stop motion risiede tanto nel savoirfaire artigianale necessario alla fabbricazione delle marionette, quanto nel lavoro corale che si svolge su un set cinematografico molto simile ai tradizionali: un’opera di creazione collettiva, molto distante dall’animazione computerizzata»
dei personaggi dei fratelli Guillaume. Piacendomi molto scolpire, ho così potuto dare volume ai miei disegni. Il volto e i grandi occhi che disegno sono il tramite delle emozioni, perché è lì che istintivamente si concentra lo sguardo dello spettatore per decodificare le emozioni.
grandi scimmie, che considero uno specchio dell’umanità all’interno della natura. Non avendo mai scritto una sceneggiatura originale, per capire come dar forma alla mia idea, ho frequentato per un anno il Groupe Ouest, un ‘laboratorio’ europeo per autori alle prime armi che mettono in comune le loro esperienze. Una delle cose che ho appreso è proprio come la scenografia non sia mai secondaria. In questo caso l’importanza della foresta rispecchia anche la visione animista dei Penan. Abbiamo lavorato su luci e suoni per modularne la presenza in funzione dell’evoluzione della storia e dei personaggi.
Ma come parlare - da occidentale - delle sfide delle comunità indigene senza peccare di esotismo?
Sì, nasco come illustratore di libri per bambini ma ben presto, faticando a trovare un editore per i miei progetti, sono arrivato alla stop motion, come designer
Nella favola ecologica di Sauvages però anche la natura ha un ruolo centrale. Il primo impulso a parlarne, mi è venuto dalla mia stessa famiglia. I miei nonni e persino i miei genitori, fino alla fine degli anni ’60 erano contadini, viticoltori: un mondo stravolto dalla modernità, che l’ha bollato come obsoleto soppiantandolo con sistemi di produzione intensivi. Mi aveva anche molto colpito la storia dell’attivista basilese Bruno Manser, scomparso nel 2000 mentre lottava in difesa dei Penan, una comunità di cacciatori-raccoglitori nella foresta del Borneo. Un terzo aspetto che mi attirava sono le
Per approfondire le mie conoscenze mi sono recato nel Borneo, dove ho avuto la fortuna di trascorrere dieci giorni con una famiglia di nomadi nella giungla di Sarawak. Vivendo la loro quotidianità, ho avuto la stranissima impressione di ritrovare la mia famiglia: la stessa lentezza, quel rapporto con la vita e la natura senza artifici, mi hanno riportato alla mia infanzia, quando si andava all’alpe. Da quel momento mi sono sentito legittimato a lavorare al film. Sei anni dopo è finalmente arrivato il momento di condividere il risultato.
Gli effetti cromatici creati sviluppando miscele di pigmenti inedite rendono uniche le grandi tele di Rafka, che mutano con la prospettiva da cui le si osserva e l’intensità della luce. Fra maestria tecnica e visionarietà, un talento svizzero che si sta affermando come originale interprete dell’arte astratta.
Èil colore stesso la pura sostanza e il principio ispiratore delle sue opere. Non solo irripetibile è ciascun lavoro, ma anche ogni sua visione. La definizione di ‘pigment artist’ calza a pennello con Rafka, talento della scena svizzera che nel 2018 ha inaugurato il suo atelier a Zollikon, sua città natale. Al mondo dei pigmenti è arrivato, prima ancora degli studi alla Scuola di Arti applicate di Winterthur, lavorando per l’azienda di famiglia, attiva nell’assistenza tecnica in prodotti chimici speciali. «Il mio è un percorso insolito per un artista. Fornendo consulenza in vari settori high-tech, come cosmetici, rivestimenti, imballaggi e inchiostri di sicurezza, ho potuto acquisire molte conoscenze sulle
materie prime, sulle formulazioni e i produttori, che oggi mi consentono di sviluppare costantemente nuove miscele e ottenere nuove sfumature di colore», racconta Rafka.
Negli scorsi mesi lo si è potuto scoprire a Lugano, dove Imago Art Gallery, che lo rappresenta in esclusiva, gli ha dedicato la prima mostra personale, Interference. Un titolo che sottolinea l’effetto creato dall’interazione fra i pigmenti e la luce, sublimata dalle opere della sua più recente serie, dove l’adesione al linguaggio astratto viene portata all’apice con la scelta della monocromia. «Per me con questa serie era importante avvicinare la potenza e la bellezza del mondo dei pigmenti allo spettatore in modo minimalista e concentrato, focalizzandomi ancora di più sulla percezione e la profondità dell’impatto sull’osservatore», commenta
In queste pagine, alcune sorprendenti opere del talento svizzero della pittura astratta Rafka, nella mostra che gli ha dedicato negli scorsi mesi a Lugano Imago Art Gallery, che lo rappresenta in esclusiva. Sempre qui, è da questo 4 luglio coprotagonista della collettiva dedicata “all’interpretazione visiva dell’invisibile”, insieme ad Andrea Gallotti, Serena Maisto, Gabriele Maquignaz, con i maestri Arnaldo Pomodoro e Nicola De Maria.
Rafka. Per far sì che i colori si esprimano al meglio, sono molteplici gli aspetti tecnici da calibrare, «ad esempio, a seconda dell’effetto che desidero ottenere, adatto il supporto - scuro o chiaro - e anche la struttura degli strati e la loro sequenza sono di fondamentale importanza. Per questo motivo, prima di ogni nuovo lavoro, effettuo numerosi studi cromatici valutando gli effetti dei colori e che siano compatibili tra loro, per capire come lavorarli e applicarli», chiarisce l’artista. Oltre alla perizia tecnica, determinante è la capacità di muoversi in un mercato dagli equilibri non meno sottili: Rafka acquista i suoi pigmenti speciali in tutto il mondo, in particolare cercando quelli che saranno ritirati dal mercato, per rendere ancor più esclusive le sue opere. «La conoscenza delle logiche di approvvigionamento è determinante per ottimizzare il mio stock; in alcuni casi ho fatto scorte
non può essere riprodotta né digitalizzata», sottolinea. Su tutti, nell’ultima serie il suo pigmento preferito è un blu, a base di vetro, che è stato particolar-
per i prossimi vent’anni, con una strategia a lungo termine», rivela l’artista, le cui opere acquisiscono in quest’ottica ulteriore valore per collezionisti e investitori. Ogni pezzo ha il sigillo dell’unicità: i suoi colori sono tutti miscele uniche e Rafka non conserva un database delle sue ‘ricette’. Inoltre, per quanto le sue opere possano essere fotografate o filmate, nessuna riproduzione potrà restituirne i riflessi che si colgono dal vero. «I miei colori cambiano a seconda dell’angolo di visione e dell’intensità della luce. Per questo motivo alcuni pigmenti vengono utilizzati anche per gli inchiostri di sicurezza, in quanto il riflesso non può essere falsificato. Analogamente, ogni mia tela
mente sfidante sviluppare. «Ha un effetto incredibile e un’alta riflettanza della luce. L’elevata trasparenza mi dà grande soddisfazione anche nell’incorporare altre
formulazioni. Combinandolo insieme a un secondo pigmento che amo molto, simile allo zaffiro, si ottengono le mie opere blu più forti, con una profondità e una tridimensionalità sorprendenti», sottolinea Rafka.
Costantemente alla ricerca della miscela perfetta, ma anche di nuove interpretazioni, già sta lavorando a un prossimo progetto: «Recentemente ho ricevuto dei nuovi pigmenti non ancora disponibili sul mercato. Si tratta di effetti cosmetici per il make-up che testerò presto e sono curioso di vedere come si svilupperanno sulle mie tele. Da tempo ho l’idea fissa di creare l’opera monocromatica rossa perfetta. Finora non sono ancora soddisfatto dei risultati, ma sono convinto di poterci riuscire», promette Rafka.
Le sue opere stanno iniziando a fare anche il giro del mondo, presentate da Imago Art Gallery: lo scorso aprile era alla fiera di San Francisco, questo luglio partecipa alla fiera di Seattle, mentre a novembre sarà a Roma Arte in Nuvola e a dicembre a Context Art Miami.
Susanna Cattaneo
Interpretazioni dell’invisibile in mostra
Dal 4 luglio Imago Art Gallery presenta nei suoi spazi a Lugano la mostra collettiva “Abstract - Le realtà invisibili”, che esplora vari mondi dell’arte astratta. Un evento che riunisce opere di artisti contemporanei quali Isabel Alonso Vega, Andrea Gallotti, Serena Maisto, Gabriele Maquignaz e Rafka, offrendo un viaggio attraverso l’interpretazione visiva dell’invisibile. A completare il percorso espositivo, due maestri dell’arte moderna: Arnaldo Pomodoro, con le sue sculture iconiche, e Nicola De Maria, le cui pitture vibranti aggiungono profondità al tema. Un’esperienza unica che invita il pubblico a scoprire e riflettere sulle molteplici sfaccettature dell’astrazione. Fino al 21 settembre.
Mostre, concerti, conferenze e tante altre iniziative speciali: centinaia di eventi in tutta la Francia hanno preceduto negli ultimi due anni l’inaugurazione dei Giochi e raggiungono quest’estate il loro apice a Parigi: l’Olimpiade culturale concretizza l’armonia fra ‘muscoli e spirito’ secondo l’ideale classico al quale aspirava il fondatore dei moderni Giochi, Pierre de Coubertin.
Spirito olimpico
Quando il barone Pierre de Coubertin abbracciò il sogno di far rivivere nell’era moderna il grande ideale dei Giochi olimpici, non lo fece soltanto mosso dalla sua passione per l’eccellenza sportiva, ma aspirando a replicare lo spirito di una manifestazione che ogni quattro anni chiamava le città-stato elleniche non solo all’agone atletico ma anche alla celebrazione, al di sopra dei contrasti politici, della loro unità culturale.
A distanza di quattordici secoli da quando, dopo 293 edizioni, Teodosio I ne aveva decretato la soppressione, ritenendo inammissibile qualsivoglia retaggio pagano in un impero ormai cristiano, la spedizione tedesca diretta da Ernst Curtius che, tra il 1875 e il 1881, aveva riportato alla luce le vestigia di Olimpia, fu determinante per riaccendere l’interesse. Superate le iniziali resistenze, nel 1894 de Coubertin proclamò la fondazione del primo Comitato Internazionale Olimpico (Cio) alla presenza di 12 paesi, divenendone dapprima segretario e poi presidente. Dopo aver voluto organizzare l’edizione inaugurale ad Atene, nel 1896, con tanto di ricostruzione dell’antico stadio panellenico di Atene, per rispecchiare la visione che lo aveva mosso insistette che i paesi partecipanti si alternassero nel compito di organizzare i successivi appuntamenti. E come nell’antichità le arti erano sistematicamente integrate
nelle competizioni, così volle che i Giochi fossero affiancati da eventi culturali “ispirati all’idea di sport o direttamente collegati a questioni sportive”. Dal 1912 furono organizzate per sette edizioni delle competizioni artistiche di scultura, pittura, architettura, letteratura e musica, note come “Pentathlon delle Muse”, poi soppiantate dal nuovo concetto di “Olimpiade culturale”, un programma che, mettendo da parte la dimensione agonistica, consente al Paese ospitante di offrire una
componente culturale legata all’evento sportivo sul proprio territorio. Parigi l’ha interpretata da par suo, per celebrare il terzo ritorno sul suo territorio dei Giochi Olimpici, che aveva già ospitato nel 1900 e cento esatti anni fa, nel 1924, mentre sarà la prima volta per le Paralimpiadi. Duemila progetti approvati, oltre 700 autorità locali coinvolte, più di 150 collaborazioni con istituzioni nazionali e internazionali,...
Fra le centinaia di eventi organizzati in tutta la Francia, anche l’Olimpiade culturale tocca in queste settimane la sua acme, come testimoniano le mostre organizzate nei musei della capitale, vuoi focalizzandosi sulla dimensione storica del connubio fra sport e cultura, vuoi guardando alle implicazioni architettoniche o alle interpretazioni artistiche. Con una qualità che si merita una medaglia.
Sulla storia della prima edizione dei Giochi olimpici dell’era moderna torna la mostra proposta dal Louvre, Olimpismo.
Pezzo forte della mostra dedicata dal Louvre all’olimpismo, il trofeo più celebre dei Giochi, la Coppa Bréal, dal nome dello storico e linguista che ‘inventò’ la disciplina della maratona per nobilitare la prima edizione dei Giochi moderni, nel 1896. Conservata ad Atene, per la prima volta viene esposta a Parigi.
Pittori, scultori e fotografi colsero subito nella diffusione delle attività sportive l’espressione della modernità che stavano esplorando con la loro arte. Fra le prime passioni a diffondersi, quella per le regate. Sopra, Ferdinand Gueldry, Match annuel entre la Société Nautique de la Marne et le Rowing Club, 1883, olio su tela, in mostra al Musée Marmottan Monet. A destra, un’imprendibile veduta del telepilota di droni Édouard Salmon, esposta al Bercy Village, e sotto la squadra di canottaggio della Senna, 1925, scatto in mostra alla Cité de l’architecture e du patrimoine.
Un’invenzione moderna, un’eredità antica (fino al 16 settembre). Si scopre fra l’altro come sia stato ricoperto da un disegnatore di origini elvetiche, Émile Gilliéron (1850-1924), il ruolo di artista ufficiale dei Giochi Olimpici di Atene del 1896 e della Mesolimpiade del 1906. Ispirandosi alle scoperte fatte durante i grandi scavi archeologici di cui si era occupato, disegnò i trofei per i vincitori. Inoltre, servendosi delle più moderne tecniche di riproduzione, illustrò le immagini identitarie utilizzate dal nascente Stato greco, in particolare per francobolli e manifesti.
Fra le chicche esposte, la prima coppa olimpica: disegnata dall’accademico Michel Bréal, fu creata da un orafo francese per premiare il vincitore della prima maratona, disciplina da lui stesso concepita proprio per nobilitare i primi Giochi, rifacendosi alla leggendaria corsa del messaggero Fidippide che doveva annunciare la vittoria ad Atene del suo esercito appunto nell’omonima battaglia di Maratona (490 a. C.) Una distanza simbolicamente fissata nei regolamenti a 42,195 km.
A ripercorrere i 130 anni della saga olimpica moderna, ci pensa il Palais de la Porte Dorée. Fino all’8 settembre, l’esposizione Olympisme: une histoire du monde conduce i visitatori dietro le quinte di ciascuna delle 33 Olimpiadi, comprese quelle annullate (1916, 1940, 1944). Con quasi 600 opere, documenti, filmati d’archivio e fotografie, la mostra testimonia
una storia segnata anche da grandi conflitti internazionali e lotte politiche, fra cui quelle per l’uguaglianza, contro il razzismo e la discriminazione, per la graduale apertura dei Giochi a tutte le nazioni e i popoli del mondo, per l’inclusione, la parità e i diritti delle donne, quelli civili e contro l’apartheid, nonché per le sfide ecologiche.
Al centro delle Olimpiadi anche geograficamente, si trova la Cité de l’architecture et du patrimoine, ubicata al Palais de Chaillot, accanto a cui si terrà la maestosa cerimonia ufficiale sulla Senna e dove verrà ubicato il Champions Park per
i festeggiamenti serali degli atleti vincitori delle medaglie. Caposaldo della sua programmazione, una mostra dedicata all’impianto sportivo più iconico, lo stadio, di cui rivisita l’evoluzione storica, dal prato comunale alle colossali strutture multiuso degli ultimi decenni, ricordando come questa architettura sia stata originariamente progettata con lo scopo di portarvi il maggior numero di persone possibile e di ispirarle a praticare lo sport per la loro salute. Tantissimi i materiali raccolti fra foto, disegni, modelli, autentici cimeli e supporti multimediali (C’erano una volta gli stadi, fino al 16 settembre).
Anche il Musée Marmottan Monet,tra il Roland Garros e il Trocadero, lo Stadio Torre Eiffel e il Parc des Princes - si trova in pole position per partecipare all’Olimpiade culturale. Fulcro dell’Impressionismo, attinge alle sue collezioni per dipingere con la mostra En jeu! Les artistes et le sport (1870-1930), fino a 1 settembre, un ritratto della società che nella seconda metà dell’Ottocento inizia ad approfittare del tempo libero per dedicarsi ad attività sportive su terra o acqua. Pittori, scultori e fotografi vi colgono un’espressione della modernità che stavano esplorando. Ippica, regate, tennis sull’erba, scherma, ... uniscono le figure dello sportivo e del gentiluomo, da cui gli impressionisti (Édouard Manet, Claude
A sinistra, il Petit Palais ha messo in dialogo le sue collezioni e atleti come il giocatore di basket Léopold Cavalière con Le Botteleur (1886) di Jacques Perrin. Sopra, l’interesse di André Lhote per il rugby che stava diventando popolare in Francia (1937?). Sotto, i corridori di Robert Delaunay (1924-26) e quelli dell’antico rilievo del “pittore di Berlino”, ceramografo attico del V sec. a. C. (dalla Collezione Callimanopoulos).
Monet, Alfred Sisley, Edgard Degas e Gustave Caillebotte) traggono i loro soggetti. A tele e quaderni di schizzi di Monet conservati al Marmottan, si uniscono oltre 160 opere e documenti da collezioni private e pubbliche europee e statunitensi. Inaugurato proprio nell’anno in cui Parigi ospitava la sua seconda edizione delle Olimpiadi e l’Esposizione universale, il Petit Palais ha progressivamente arricchito le sue collezioni basate su commissioni o acquisti effettuati dalla città di Parigi ai Salon o direttamente agli artisti, grazie alle opere donate da collezionisti appassionati ed eclettici. Cinquanta fra esse sono state selezionate per la loro attenzione al corpo, all’anatomia e allo sport creando con la mostra Il corpo in
movimento (fino al 17 novembre) un percorso in otto sezioni, che prende le mosse dalla galleria delle antichità alla contemporaneità. La particolarità: dodici video danno la parola ad altrettanti atleti che raccontano il loro rapporto con lo sport attraverso un’opera, diventando per l’occasione ‘arthlètes’.
Diversi sono i musei che raccontano il rapporto fra donne e sport. Per quanto illuminato, de Coubertin osteggiò apertamente la presenza femminile ai suoi Giochi. Escluse dalla prima edizione, contro la sua volontà furono ammesse 22 atlete alla successiva pur circoscritte a tennis, golf, equitazione, vela e croquet.
A Parigi 2024 per la prima volta saranno l’esatta metà: 5.250 sui10.500 parteci-
panti. Un’avanzata illustrata sia dal Musée National du Sport, con Elles des Jeux (fino al 22 novembre), che dalla Bibliothèque nationale de France ( noi gli stadi. Una storia dello sport al femminile fino al 13 ottobre).
Secondo allestimento nell’ambito del suo progetto espositivo dedicato alla movimento per il Palais Galliera. Con oltre 250 nuove opere, ripercorre la storia della moda, dal XVIII secolo a oggi, at traverso le proprie collezioni, analizzando il ruolo dell’abbigliamento nelle attività fisiche e sportive e le conseguenze sociali della sua evoluzione. In particolare si fo calizza sull’abbigliamento da mare e la trasformazione del rapporto con il corpo svelato anche pubblicamente e dei canoni di bellezza (fino al 7 gennaio 2025).
Sopra, il ventaglio pubblicitario Parfumeur Piver per le Olimpiadi del 1924: su 3.089 atleti parteciparono 135 donne, ammesse in poche discipline (in mostra al Palais Galliera).
Diop e i pugili di Jean-Michel Basquiat, insieme alla sua rivisitazione a quattro mani con Warhol dei cerchi olimpici La Collection. Rendez-vous avec le sport, fino al 9 settembre).
Anche le grandi Maison della moda non hanno potuto non guardare allo sport attraverso la programmazione artistica delle loro Fondazioni. Cartier ha invitato il performer americano Matthew Barney, ex giocatore di football, con cui collabora da trent’anni, per presentare in anteprima europea Secondary, la sua ultima videoinstallazione: il racconto trasfigurato attraverso 11 danzatori e performer di un tragico incidente durante una partita di football del 1978, quando il difensore degli Oakland Raiders Jack Tatum, scontratosi violentemente con il ricevitore della squadra avversaria, rimase paralizzato a vita. Un’opera che mostra la sovrapposizione tra la violenza reale e la sua rappresentazione, nonché la sua celebrazione nell’industria dell’entertainment sportivo (fino all’8 settembre).
Appuntamento con lo sport anche per Lvmh, che alla Fondation Louis Vuitton ‘convoca’ le opere di cinque importanti artisti francesi e internazionali nella sua collezione: la spettacolare camminata fra le nubi di Abraham Poincheval, la potenza delle montagne engadinesi di Andreas Gursky, lo scultoreo kayak sospeso di Roman Signer, la diaspora di Omar Victor
Sotto, il fotografo senegalese Omar Victor Diop veste i panni di personalità della diaspora africana ammiccando al mondo del calcio: qui è Jean-Baptiste Belley, ex schiavo haitiano e primo deputato nero alla Convenzione nazionale di Parigi (in mostra alla Fondation Louis Vuitton).
Da sempre, il design gioca un ruolo decisivo nella storia dello sport e migliora le capacità atletiche. Materiali, ergonomia ed estetica sono gli elementi a disposizione dei creativi per supportare gli atleti nella ricerca di prestazioni sempre più strabilianti. Ma il ruolo del design va ben oltre la forma, l’aspetto e la sensazione di una scarpa da corsa o di una racchetta. I giochi, fisici o digitali, sono progettati in base a regole e norme; ad esempio, il peso di una palla o la reattività di una tastiera determinano la velocità dello stesso gioco. Con circa 150 pezzi fra oggetti storici, prodotti commerciali, prototipi, modelli, disegni, incisioni, proiezioni, film e applicazioni interattive, la mostra Match: Design & Sport del Musée du Luxembourg (fino all’11 agosto) vuole essere un trampolino di lancio per riflettere sul futuro dello sport. Spunto conclusivo, un’esposizione che allo sport guarda dall’alto. Una prospettiva inconsueta come la sua sede, il Bercy Village, centro commerciale del 12ème arrondissement, di fronte alla Biblioteca François Mitterrand, che fino al 15 settembre offre una panoramica sulle imprendibili - è il caso di dirlo - fotografie realizzate da Édouard Salmon, telepilota di droni: 32 scatti di performance sportive o di luoghi legati allo sport, visti dal cielo. Stadi, piste di atletica, campi da tennis, basket, calcio o baseball, sessioni di surf, piste da sci che, dall’alto, si staccano dalla dimensione della prestazione sportiva e sono sublimati nella loro estetica: linee rette e curve, giochi d’ombre, colori, forme e superfici diventano opere d’arte a tutti gli effetti, capolavori di simmetria, isole staccate dal resto del mondo, lontane dal clamore del tifo e dalla fatica degli atleti che lottano per la vittoria.
Competizione, sport, performance e spirito d’équipe. Gli ingredienti erano quelli giusti, le dosi anche. E infatti la ricetta è ben riuscita. L’85ma edizione di Bol d’Or Mirabaud, la celebre regata in bacino chiuso, considerata la più impor-
tante in Europa, si è confermata regina. E ha incoronato re Yann Guichard, che con il suo team ha vinto sul TF35 Sails of Change 8, concludendo la gara in 6 ore e 22 minuti.
Per Yann Guichard è il terzo Bol d’Or Mirabaud, e il quinto per il suo team di
Componente di valore del patrimonio sportivo ginevrino, è una regata leggendaria che appassiona, dal 1939 un numero in costante crescita di velisti e imbarcazioni. L’85esima edizione della gara velica Bol d’Or, che da vent’anni beneficia di un partenariato con il Gruppo Mirabaud, ne ha confermato il ruolo di spicco a livello internazionale, tra le competizioni in bacino chiuso.
regata in quattordici edizioni. Se per il timoniere Yann Guichard e il suo team si è trattato di una gara veloce, strategica e intensa, la maggior parte dei 398 concorrenti l’ha portata a termine con tempi anche molto più ampi rispetto al vincitore, considerato che a partecipare sono state imbarcazioni diverse: monoscafi, multiscafi e monotipi Surprise.
Ad aggiudicarsi il ‘Bol de Vermeil’ è stato il monoscafo K2 di Philippe de Weck, con i suoi due figli a bordo.
Ai diversi trofei tradizionalmente assegnati, «quest’anno ne abbiamo aggiunti due nuovi», come ha messo in evidenza Yann Petremand, presidente del Comitato d’organizzazione, «il Bol de Basalte, dedicato alla categoria multiscafo, e il
Un’immagine scattata nel corso di Bol d’Or, la più celebre delle regate in bacino chiuso. Si è svolta sul Lago Lemano lo scorso 15 giugno.
Bol de Carbone, per la categoria foiler». Dopo due anni in cui il vento si è fatto desiderare, senza dimenticare la tempesta che si era abbattuta sulla gara nel 2019 e le misure imposte dal Covid, quest’anno finalmente le condizioni meteo sono state clementi. Dietro il fronte di pioggia che aveva attraversato la zona di regata alla fine della notte prima della gara, un flusso in rafforzamento da sud-ovest si è poi posato su gran parte del lago di Ginevra, favorendo l’apertura di centinaia di spinnaker (le vele di prua progettate per la navigazione sottovento) e assicurando, così, uno spettacolo assolutamente straordinario. Con queste condizioni i foiler TF35 hanno potuto letteralmente decollare a 30 nodi (quasi 60 km/h) su una rotta che conduceva verso l’altra estremità del Lago di Ginevra.
L’organizzazione del Bol d’Or Mirabaud e delle gare di canottaggio del Tour du Léman sono esempi perfetti di quella determinazione a porre gli sport acquatici in primo piano sulla scena nazionale e internazionale che caratterizza la Société Nautique de Genève. Fondata nel 1872, è oggi il più grande club velico della Svizzera, con oltre 4.500 soci.
«Quando ero bambino, e venivo qui con mio padre, il circolo sembrava lontano dalla città, oggi invece ne è parte integrante, ben collegato con tutto il resto», esordisce Pierre Girod, presidente della Société Nautique de Genève, e la cultura degli sport nautici si è affermata sempre più, «tanto che contiamo regolarmente 40mila ore di insegnamento nautico l’anno. Si è sviluppata una cultura della performance volta a stimolare non solo i neofiti a imparare ma anche coloro che vogliono di più a impegnarsi a fondo». Un impegno condiviso da tutti coloro che gravitano a vario titolo intorno allo storico Circolo velico, un impegno grazie
Sopra, a sinistra, Yann Petremand, presidente del Comitato organizzativo di Bol d’Or, vinta quest’anno da ‘Sails of Change 8’, con il timoniere
Yann Guichard e il suo team (in foto, sotto).
Sopra, a destra, Pierre Girod, Presidente della Société Nautique de Genève.
al quale ben quattro atleti portano i colori del Club ginevrino ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, le cui gare di vela si svolgeranno a Marsiglia. Il duo Sébastien Schneiter e Arno de Planta rappresen-
terà la Svizzera nella categoria 49er, una spettacolare deriva planante progettata nel 1996. Mentre Maud Jayet si è qualificata per le Olimpiadi nell’ILCA 6, una classe precedentemente nota come Laser e progettata nel 1970. Per Maud Jayet, che è stata nominata velista svizzera dell’anno nel 2023, questa sarà la sua seconda partecipazione alle Olimpiadi. Sarà la seconda partecipazione anche per la velista austriaca Lorena Abicht, socia del Club di Ginevra, che parteciperà alla nuova classe olimpica iQFoil, che sostituisce la classe RS:X.
«L’eccellenza è talento, ma passione e abnegazione ne sono componenti essenziali», conclude Pierre Girod.
Simona Manzione
Una passione da (corto)circuito
Se il pilota di casa Charles Leclerc è fresco di una straordinaria vittoria con Ferrari, Monaco rappresenta ancora il sogno di ogni pilota. Non solo Formula 1, il rombo dei motori nel
Principato è sfaccettato, incluso quello delle auto storiche. L’Automobile Club de Monaco, con i suoi oltre cinquemila soci, resta il cuore pulsante della cultura motoristica più esclusiva.
Correva l’anno 1976 Precisamente domenica 30 maggio del 1976. Avevo dodici anni e tenuto per mano da mio padre mi accingevo ad assistere per la prima volta ad un Gran Premio di Formula 1, il 34mo Grand Prix di Monaco. Grazie alle
mia memoria oltre che in qualche diapositiva a colori che mio padre scattò durante la gara. La mia passione era già bruciante e lo sarebbe rimasta per tutta la vita, ma non potevo ancora immaginare che avrei rivisto alcune di quelle meravigliose vetture molti anni dopo, esibirsi sulle strade
altolocate conoscenze di mio zio, medico nel Principato, godevamo della privilegiata posizione della terrazza dell’Hotel de Paris, dalla quale si vedevano perfettamente le evoluzioni del mio idolo Niki Lauda al volante della sua Ferrari 312 T2 inseguito invano dagli avversari. Ronnie Peterson e la sua March, le due Tyrrell a sei ruote di Scheckter e Depailler, le bellissime Brabham Alfa Romeo sponsorizzate Martini & Rossi, la McLaren di James Hunt che avrebbe poi vinto il titolo mondiale; una galleria di immagini che rimarranno definitivamente impresse nella
del Principato in occasione dei vari Grand Prix Historique ai quali ho assistito da adulto. Né tantomeno avevo la minima idea che la perfetta organizzazione di quel mio primo Gran Premio facesse capo al prestigioso Automobile Club de Monaco (Acm) che ancora oggi governa sia quella del Formula 1 Grand Prix de Monaco sia quella di tutte le altre manifestazioni automobilistiche sportive internazionali che si svolgono nel Principato.
‘Acm’, una sigla mitica che ho imparato a conoscere meglio e che ha un’origine antica legata al nobile sport del ciclismo.
Pochi sanno infatti che nel logo dell’Acm compare tutt’oggi un velocipede con la sigla Svm (Sport Vélocipédique Monegasque) a perenne testimonianza della prima associazione fondata da poche decine di appassionati delle due ruote nel 1890, solo quattro anni dopo l’invenzione di quella che viene universalmente ritenuta la prima automobile della Storia: il triciclo a motore di Karl Benz. Nel volgere di poco tempo l’entusiasmo e l’interesse per l’auto divenne tale che venne aggiunta la parola Automobile alla denominazione del Club che poi diventò definitivamente Automobile Club de Monaco nel 1925. Nel frattempo, nel 1911 fu organizzato con grande successo il primo Rallye, mentre il 14 aprile del 1929 si svolse il primo Grand Prix grazie anche all’impulso di due appassionati driver monegaschi a cui sono tutt’oggi intitolate due curve del circuito: Antony Noghes e Louis Chiron. Le tragiche vicende del secondo conflitto mondiale ne rallentarono l’evoluzione ma nel maggio del 1952 Juan Manuel Fangio vinse sul tortuoso circuito cittadino monegasco la seconda prova del neonato Campionato Mondiale di Formula 1.
Il crescendo di interesse e di prestigio è stato impressionante e già negli anni Sessanta il Grand Prix de Monaco si è affermato come l’appuntamento più glamour di tutto il campionato che oggi come allora si svolge sempre nel mese delle rose, tanto amate dalla Principessa Grace. Ma intanto le prestazioni delle vetture
In queste pagine, due immagini che si riferiscono al 14e Grand Prix Historique de Monaco, che ha avuto luogo nel Principato a maggio di quest’anno.
crescevano di pari passo e l’attenzione alla sicurezza divenne una priorità assoluta per gli organizzatori grazie anche all’impulso del Presidente Michel Boeri che dal 1972 guida il Club, diventando anche una figura di assoluto riferimento nel mondo motorsport internazionale.
Fu quindi creato un Corpo di Commissari, costituito da circa 700 membri volontari, organizzati e formati in modo militare, che in questi anni hanno dato spesso prova di perizia e coraggio nelle più disparate situazioni di emergenza; personalmente, ho ancora negli occhi le scene in cui, con gesti rapidi e sicuri, Commissari sgomberavano la pista in caso di incidente.
Negli anni tanti campioni si sono succeduti sul gradino più alto del podio per essere premiati dal Principe regnante ma solo alcuni di loro hanno saputo mettere il loro sigillo più di una volta, basti pensare al fantastico record di sei vittorie di Ayrton Senna, indimenticabile re del circuito che per lui era di casa, seguito da Michael Schumacher e Graham Hill con cinque.
organizzativa si sia evoluta negli anni per rispondere al crescente successo e alle sempre più stringenti normative internazionali, ma lo spirito del Club è rimasto intatto: un mix di passione, competenza e cultura automobilistica che sono il denominatore comune di tutte le attività. E questo spirito è lo stesso che si percepisce non appena si varca la soglia della storica sede che si trova sul boulevard Albert 1er, proprio sul celeberrimo rettilineo d’arrivo. Può sembrare incredibile ma ancora oggi, mentre il numero dei Soci è cresciuto oltre i 5mila, sedersi ai tavoli dell’intimo ristorante riservato ai soci, dove la cravatta è d’obbligo e l’uso del cellulare non è consentito, e pranzare circondati da trofei e cimeli di epoca è tuttora un’esperienza personale molto emozionante. Molti dei soci vivono lontani e conservano questo legame a distanza grazie soprattutto ai social media dedicati ma anche ricevendo a casa propria la prestigiosa rivista che quattro volte all’anno li aggiorna su tutti i temi di interesse con articoli e bellissime fotografie,
Oggi dopo 82 edizioni e a pochi giorni dallo storico successo del pilota di casa Charles Leclerc su Ferrari, Monaco rappresenta ancora il sogno di vittoria di ogni pilota, il trofeo che più di ogni altro vorrebbe mettere in bacheca. Ma le competizioni automobilistiche che si svolgono nel Principato sono numerose: oltre al Formula 1 Grand Prix de Monaco e al Grand Prix de Monaco Historique, ci sono anche il Rallye Automobile Monte-Carlo, giunto alla sua 92ma edizione, il Rallye Monte-Carlo Historique, il Monaco E-Prix e il E-Rallye Monte-Carlo. È facile immaginare come la macchina
dai grandi eventi internazionali passando per le menzioni delle partecipazioni dei soci alle gare nelle varie categorie e fino alle divertenti serate di gala che si svolgono durante l’anno. Chi ha la fortuna di vivere nel Principato può infatti godere del privilegio di partecipare attivamente alla vita del Club con i numerosi momenti di convivialità che vengono organizzati e che sono particolarmente apprezzati anche da chi lo vive soprattutto come luogo di amicizia e condivisione, come pure da chi ha una passione motoristica più rivolta al passato che al presente: in questo senso la Commission Voitures de Collection,
Marco Betocchi, appassionato collezionista e socio, dal 1990, dell’Automobile Club de Monaco.
presieduta da Gery Mestre, svolge un ruolo molto importante nel tenere viva la cultura dell’automobilismo storico. Con riunioni che si svolgono regolarmente e con le uscite organizzate, creando l’occasione di guidare le proprie auto classiche, che spesso sono veri gioielli, i collezionisti ed esperti appassionati hanno sempre la possibilità di scambiare le reciproche esperienze e di rimanere aggiornati su argomenti tecnici e di mercato. Ormai, da quel lontano giorno di maggio sono passati quasi cinquant’anni con innumerevoli Grand Prix de Monaco ai quali ho assistito e i ricordi passano veloci come fotogrammi di un film: sembra incredibile che sia trascorso così tanto tempo. Ma quell’emozione lontana mi accompagna ancora oggi come una piccola magia ogni volta che torno a Monaco e trovo sempre il tempo per fare un salto al Club per rinnovare di persona quella tessera di Membro dell’Automobile Club de Monaco che orgogliosamente porto con me dal 1990. E magari per fare un salto nella bellissima Boutique del Club dove mi sembra di tornare un bambino nel paese dei balocchi uscendo puntualmente con un nuovo pacchetto sottobraccio.
Marco Betocchi
Estate, a bordo!
Mercedes CLE Cabrio
Elegante, comoda, spaziosa e grintosa, la nuova Mercedes Cle Cabrio è una “bella scoperta” in tutti i sensi, che abbina classe e lusso di una berlina della Stella alla guida a cielo aperto. Forse una delle più confortevoli di sempre, grazie all’ottima aerodinamica e al sistema Aircap azionabile con un pulsante, che con un deflettore mobile sul parabrezza anteriore e lo ‘scudo’ posteriore riduce al massimo le turbolenze e l’ingresso dell’aria nell’abitacolo, consentendo di viaggiare scoperti anche a basse temperature. Bella anche la capote in tela, resistente, che si apre e abbassa elettronicamente fino a 60 km/h in meno di 20 secondi e insonorizza molto bene gli interni. Rimpiazza due modelli, la Classe C Cabrio e la più grande Classe E Cabrio, ma è un’auto totalmente nuova. Lunga 4,85 metri, larga 1,86 e alta 1,42, con un passo di ben 2,86 m, è una convertibile a quattro posti di grandi dimensioni, con un design accattivante. La forma è sinuosa, elegante e grintosa con una grande pulizia di linee, fiancate semplici e sfuggenti, impreziosite da una piega di raccordo che scorre dal faro anteriore a quello posteriore, subito sopra le maniglie a scomparsa. Il bagagliaio è di 385 litri, che scendono a 295 con la capote abbassata. Bellissima a cielo
aperto, la Cle Cabrio ha una linea piacevole anche da chiusa.
Gli interni sono moderni ed eleganti, caratterizzati dalla cura dei materiali, mentre la plancia è dominata dal grande display touch da 11,9 pollici del sistema multimediale, a inclinazione variabile con un tasto per evitare i riflessi del sole viaggiando aperti. Alla sua base ci sono alcuni pulsanti a sfioramento per regolare il volume dell’impianto stereo Burmester anche con Dolby Atmos e selezionare le modalità di guida Eco, Comfort, Sport e Individual. I sedili in pelle, avvolgenti e comodi, hanno uno speciale rivestimento che riflette i raggi solari e ne riduce il surriscaldamento di circa 12 gradi.
Viene proposta come 220d diesel e 450 4Matic benzina, entrambe mild-hybrid 48 V con un motore elettrico da 23 cavalli
Dopo mesi di pioggia, è iniziata ufficialmente l’estate, si spera portando finalmente il tanto atteso caldo.
Per goderselo appieno, niente di meglio di un bel giro in cabrio sul lungomare o lungolago oppure una divertente gita in camper. Oppure c’è il mega Suv, su cui caricare comodamente famiglia e bagagli e mettersi in viaggio.
integrato nella trasmissione, che aiuta a ridurre consumi ed emissioni e con maggior spunto in accelerazione. Al volante le sensazioni sono positive, con prestazioni più che sufficienti per divertirsi a cielo aperto. Lo sterzo è abbastanza preciso e la vettura è agile grazie anche alle ruote posteriori sterzanti, la tenuta di strada è ottima anche se è privilegiato il comfort alla rigidità anche nella modalità Sport. I freni sono potenti e sicuri, benché inizialmente appaiano un po’ spugnosi.
Sotto il cofano della Cle 450 4Matic Cabrio romba un sei cilindri benzina da 3 litri con 381 Cv, cui si aggiungono i 23 di boost del motorino elettrico del sistema mild-hybrid. Scatto imperioso da 0 a 100 km/h in soli 4,7 secondi e un allungo senza fine fino alla velocità massima di 250 km/h. Lo sterzo appare più diretto e deciso mentre la tenuta di strada, tra ruote posteriori sterzanti, trazione integrale e controllo dello smorzamento attivo delle sospensioni è veramente di alto livello. Oltre a queste due versioni, ci sono anche altri due modelli a benzina sempre mild-hybrid, sempre con motore elettrico 23 Cv, la 200 CLE Cabrio (anche 4Matic) e la 300 Cle 4 Matic Cabrio. Prezzo base da 74.200.- franchi, mentre la 450 da noi provata parte da 98.300.- franchi.
Mercedes CLE Cabrio
Volkswagen T6.1
Beach e Ocean Last Edition
Se vi piace il mitico camper compatto Volkswagen California sono disponibili gli ultimi esemplari T6.1 Last Edition in due configurazioni: Beach con minicucina a scomparsa e, meglio ancora, Last Edition Ocean con blocco cucina, armadietti posteriori in alluminio leggero simili alle strutture di piccoli yacht. La Volkswagen California è diventata un mito poiché si trasforma da van a camper in un minuto, versatilità che lo ha reso l’icona del suo segmento grazie a numerose soluzioni pratiche come le sedie da campeggio alloggiate nel portellone posteriore o il tavolino inserito a scomparsa nella porta scorrevole. Grazie al letto integrato nel tetto, sollevabile anche elettricamente, non solo permette di stare comodamente in piedi all’interno ma di avere quattro posti letto. Entrambe le versioni Last Edition sono ancora più accattivanti con rifiniture sportive in color nero, vetri posteriori oscurati, cerchi in lega 18 pollici neri, scritta Edition sui fianchi, cockpit digitale con radionavigatore Discover Pro e molto altro ancora. Con un’ampia dotazione di serie e un rapporto prezzo qualità ottimale, una scelta che convince. Monta il noto motore Turbodiesel 2.0 Tdi
da 150 Cv con uno scatto 0-100 km/h in 12,9 secondi fino a una massima di 183 km/h con un consumo medio di 7,7 litri.
L’Ocean Last Edition oggetto del nostro test drive è in vendita da 84.870.franchi con vantaggio modello netto di 12.290.- franchi.
Kia EV9
Con i suoi 5 metri di lunghezza, 7 posti e quasi 100 kWh di batteria, la nuova ammiraglia Full electric di Kia è un Suv che incarna tutte le idee della Casa sudcoreana con dimensioni mastodontiche e un look caratteristico, che conserva lo stile tagliente e cubico con gruppi ottici che ricordano un fulmine. Piacevole anche la visione del tetto, quasi ‘sospeso’ grazie al gioco di colori con il montante nero, come già su altri modelli, con sporgenza posteriore sagomata. Infine, anche i cerchi da 19” a 21 pollici hanno linee futuristiche. Ospita fino a 7 persone. Alzando i sedili in terza fila direttamente
dal bagagliaio e rinunciando a un posto, in opzione si possono ruotare i sedili in seconda fila di 180° creando una piccola lounge come nelle limousine.
Alla guida, abbiamo notato subito lo specchietto retrovisore interno che tramite un tasto diventa digitale, con telecamera posteriore che trasmette le immagini, molto comodo a vettura piena e senza visibilità interna. Notevole il nuovo sistema Highway Driving Pilot, che permette già in alcuni mercati di soddisfare i criteri per la guida autonoma di Livello 3 con un’assistenza alla guida intelligente, proattiva e in tempo reale.
L’accelerazione 0 a 100 km/h per la versione a un motore è di 9,4 sec. che scendono a 6 e inserendo la funzione Boost a 5,3. Ma quello che colpisce di più è la solidità della vettura e l’impressionante qualità delle rifiniture interne davvero da premium. Il motore elettrico da 203 Cv la fa sbalzare da ferma a 100 km/h in 9,4 s e l’autonomia può arrivare anche fino a 560 km. A partire da 79.950.- franchi per la versione 203 Cv a trazione posteriore e 83.950.- Chf per la versione 385 Cv e trazione integrale grazie ai 2 motori elettrici.
Claus Winterhalter
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