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MUSILE DI PIAVE, CHIESANUOVA, MILLEPERTICHE, PASSARELLA, SANTA MARIA DI PIAVE, CAPOSILE, CROCE DI PIAVE

ANNO 5 - N. 3 settembre-OTTOBRE 2011 - Piazza Libertà, 2 - 30024 MUSILE DI PIAVE - Tel. e Fax 0421.52308 - E-mail: emmaus.musile@gmail.com

CONTROCORRENTE Apriamo questo nuovo numero di Emmaus con la foto della nuova comunità di suore che verranno a vivere a Musile dal 14 ottobre prossimo e poco per volta si metteranno a servizio della nostra Collaborazione Pastorale. Perchè i loro volti in questa copertina? Perchè proprio i loro volti sono segno eloquente e di gran lunga controcorrente di questi tempi, in una società come la nostra. Perchè? Per vari motivi: • Le comunità di suore sono sempre più rare e ormai nella gran parte dei casi sono suore anziane; vedendo una suora un bambino mi ha chiesto se era una donna vestita con il burka! Mancava una comunità di suore a Musile da 40 anni!!! • Il valore della consacrazione, del per-sempre, della scelta libera e liberante dei voti di povertà, castità e obbedienza sembrano non essere più di moda, anzi vengono derisi e disprezzati come “cose” retrograde, antiche e inumane. • Tutti noi ricordiamo le suore (di un tempo) con il loro abito, con il velo in testa e, i nuovi ordini presenti anche nella nostra diocesi, ci insegnano a guardare alla consacrazione femminile non dal punto di vista estetico ma come ad un servizio e una testimonianza dove la donna resta se stessa anche nella semplicità dell’abito: vederle con il loro abito ci dà un segno particolare di vicinanza e di rispetto... e “parla da solo”! • Soprattutto avere tra noi delle suore di un’altra cultura, di un altro “colore”, con ruoli diversi da quelli di un tempo (scuola materna, catechismo...) di questi tempi può farci solo un gran bene: vuol dire accoglienza della diversità, finalmente un possibile dialogo con chi consideriamo a volte “usurpatore” della nostra terra. Dopo il lungo tempo in cui noi “bianchi” siamo andati ad evangelizzare (e a volte a conquistare) i paesi più poveri, ora viviamo nell’ottica dello scambio tentando di essere un pò più umili e non mettere al centro solo il nostro modo di conoscere Gesù, ma anche la bellezza e la fantasia dello Spirito che apre vie e strade per noi ancora inedite. Siamo noi, forse, ad aver bisogno ora di essere evangelizzati... • Le suore che arrivano sono Francescane e potranno ricordarci, come ha sottolineato il nostro Vescovo nella lettera di consenso, che proprio lo spirito francescano, con tutti i suoi grandi valori, possa penetrare qui, nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie.


PRESENTAZIONE DELL’ISTITUTO SUORE CAPPUCCINE di Madre Francesca Rubatto La nostra Fondatrice Madre Francesca Rubatto con altre cinque giovani il 23 gennaio 1885 diede origine ad una nuova famiglia religiosa a Loano (in provincia di Savona). Nel 1892, a soli sette anni dalla fondazione e dopo aver dato vita già a sei case in Italia, partì per l’America Latina e nello stesso anno, dopo aver avviato un’attività apostolica a Montevideo (Uruguay), si portò a Rosario (Argentina), per aprirne un’altra. Nel 1899 da Montevideo si inoltrò con sei giovani suore nelle selve brasiliane del Maranhao con l’unico desiderio di portare il messaggio di salvezza ai fratelli più abbandonati: gli indios. Nel 1901 la Madre Fondatrice rimpiangerà di non aver avuto la grazia di essere stata inviata con le sue sette care sorelle missionarie martirizzate dagli stessi indios a cui avevano dedicato il meglio della loro esistenza. Grandi e diverse furono le opere che ella aprì nei vent’anni che guidò l’Istituto. Il 6 agosto del 1904, festa della Trasfigurazione, in Uruguay, sorella morte ferma il suo passo apostolico tra i suoi poveri per stare per sempre con quel Dio che già in terra aveva tanto amato. Lasciò una famiglia estesa oltre l’oceano, erano già tante le opere da lei iniziate e che continuano tuttora tramite le sue figlie presenti oggi in: Europa (Italia, Romania), America Latina (Uruguay, Argentina, Brasile, Perù, Ecuador), Africa (Eritrea, Etiopia, Kenya e Camerun). Noi figlie di Madre Francesca Rubatto, secondo le necessità, realizziamo il nostro apostolato educativo a favore dei giovani tramite scuole, oratori..., aiutiamo la gioventù più povera e abbandonata in luoghi meno sviluppati e sprovvisti di insegnamento religioso e particolare attenzione si presta agli orfani tramite le adozioni e con carità assistiamo i malati sia a domicilio che negli ospedali considerandoli come le membra sofferenti di Cristo. Seguendo l’esempio e lo zelo di Madre Francesca ci rechiamo in terra di missione per evangelizzare i nostri fratelli riconoscendo ciò come una grazia speciale fatta alla nostra comunità. Nei tempi di emergenza ci poniamo accanto ai nostri fratelli condividendo le loro sofferenze e disagi. Ora vi accenniamo la nostra realtà di Suore Cappuccine, figlie della Beata Madre Francesca Rubatto, missionarie in Eritrea 1964. Breve storia delle Suore Cappuccine di Madre Rubatto missionarie in Eritrea La missione dell’Istituto delle Suore Cappuccine in Eritrea ha avuto inizio il 22 agosto 1964 nel villaggio di Segheneiti. Le prime missionarie ad arrivare in Eritrea sono state tre italiane e tre latino-americane uruguayane e cominciarono subito la loro missione con la formazione di ragazze locali (mentre il numero complessivo delle suore eritree, comprese le novizie, è di 113). Negli ultimi sette anni la nostra presenza in Eritrea è in 10 stazioni missionarie: Asmara, Segheneiti, Enghela, Mendefera, Adi Quala, Eden, Feledareb, Dellè e Bimbilna, Barentù, “Casa Betlemme” di Asmara. La casa di Asmara è la casa centrale essendo anche la sede Provinciale della nostra Congregazione e punto di riferimento per tutte le altre. Inoltre la Missione di Asmara e il Centro adozioni a distanza per gli orfani assistenza ai poveri aperta nel 1970, è attualmente la Casa Madre dell’Istituto delle Suore Cappuccine in Eritrea. A questo Centro si rivolgono le suore che operano nelle 10 stazioni missionarie, con il nostro servizio. Nel campo educativo e sanitario, cerchiamo di rispondere alle innumerevoli necessità di un popolo bisognoso e sofferente. In Africa siamo presente in Eritrea, Etiopia, Kenya e Camerun. In queste Nazioni l’Istituto realizza: - l’educazione soprattutto a favore dei piccoli nelle scuole (materne, elementari e medie); - la “Promozione della donna” con corsi di economia domestica, taglio-cucito e telai, educazione sanitaria e offriamo un microcredito per avviare le ragazze ad un lavoro in autonomia; - l’assistenza sanitaria presso ambulatori o piccoli ospedali che abbiamo nelle periferie delle città ove difficilmente vi è un servizio dello Stato e questa povera gente è abbandonata a se stessa perché non viene raggiunta da nessun servizio;

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- l’assistenza ai poveri, agli orfani e alle vedove malate che pur anziane si trovano a dover educare i piccoli bisognosi dei loro figli caduti in guerra; - la Pastorale Parrocchiale rivolta non solo agli adulti ma in particolare ai giovani e ai bambini presenti in Paesi poveri moralmente, spiritualmente ed economicamente. Presentazione delle tre Suore che saranno presenti nella Parrocchia di Musile Suor Francesca Weldemicael presta il suo servizio religioso nella nostra Comunità da circa 40 anni e in vari campi. Per 12 anni è stata Consigliera Generale in Italia, ora da 2 anni è rientrata in Patria come Responsabile del Centro missioni per Adozione a distanza a servizio dei poveri. Suor Medhin Indrias è religiosa da 27 anni. Nel 1996 a Roma si è Diplomata come Infermiera professionale presso l’Ospedale San Giovanni in Laterano poi in Eritrea ha prestato servizio nei nostri due Centri sanitari di Enghela, Bimbilna e di Feledareb. In quest’ultimo, dove non c’è la presenza del medico, per parecchi anni ha svolto con amore il suo servizio verso i poveri quale Responsabile del Centro. Sr. Biricti Yoseph per diversi anni ha fatto parte delle monache Cappuccine Clarisse in Eritrea ma avendo sempre nel cuore il desiderio di farsi Suora Cappuccina di Madre Rubatto, nel 2005 ha deciso di passare nel nostro Istituto che l’ha accolta con gioia. Grazie, unita nella preghiera Suor Hiwot Angelica

riora Generale

La lettera della Supe

La risposta del nostro

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Vescovo

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COME SALUTARE DON VANIO? 17 settembre 2011

Mancano veramente pochi giorni alla partenza di don Vanio e questo numero di Emmaus è caratterizzato dai saluti: c’è chi arriva e c’è chi parte. Io, questa volta, seguo chi ci lascia… Scrivere qualche cosa su un sacerdote in partenza, a prescindere che sia piaciuto o meno, che vi si abbia lavorato insieme o meno, è sempre complicato. Cosa scrivere? Quali eventuali aneddoti ricordare? “Buttare tutto a tarallucci e vino” dicendo: era tanto bravo, bello e buono, ci mancherà? Togliersi, finalmente, qualche sassolino dalle scarpe? Ecco, io ho pensato che la strada migliore da percorrere fosse quella di parlare del don Vanio che io ho avuto la fortuna di scoprire. Faccio una premessa, rischiando di essere considerata un po’ bigotta: nonostante io giri tanto e da tanti anni in parrocchia, ho sempre ritenuto che tra parrocchiani – anche quelli maggiormente impegnati – ed i sacerdoti ci debba essere la giusta distanza, quella giusta distanza che deve partire anche dal semplice anteporre sempre, comunque ed ovunque il titolo “don” al nome del sacerdote in questione. Quando don Vanio è arrivato a Musile di Piave il mio impegno in parrocchia si limitava allo scrivere nel giornale parrocchiale e quindi la giusta distanza era molto, molto ampia. Il mio rapporto, di conseguenza, con lui si è limitato per tanto tempo al saluto, a qualche sorriso ed ovviamente alla Santa Messa. Le

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sue omelie mi sono sempre piaciute molto: mai troppo lunghe, attente a sottolineare dei passaggi che inizialmente non sembravano così rilevanti, spesso accompagnate da alcuni aneddoti particolari. Ecco, ho sempre pensato e continuo a pensarlo anche adesso che lo conosco un po’ di più che don Vanio durante la celebrazione della Santa Messa cambi completamente. Se incontrato per strada può sembrare poco espansivo, tutt’altro che ciarliero, un po’ sulle sue, quando celebra ha una sorriso, un modo, un parlare affabile, un gesticolare particolare che inevitabilmente conquista l’assemblea. Il primo passettino verso di lui l’ho fatto l’anno in cui don Mario ha lasciato la nostra parrocchia: di punto in bianco don Vanio ha dovuto affrontare tutte quelle incombenze – anche burocratiche – che una parrocchia comporta; in quella occasione, pur con timore di passare per pazza ma convinta che non fosse un periodo semplicissimo per lui, mi sono presentata alla sua porta per dirgli semplicemente “se hai bisogno sappi che ci sono…”. Da quel momento potrei dire che ho iniziato a conoscere e scoprire un don Vanio molto diverso da quello che appare: innanzitutto una persona timida, una persona che sa ascoltare, una persona che – con i suo tempi – sa aprirsi. Una persona che sa dare consigli ma che li sa anche accettare. Conoscendolo più da vicino ho potuto apprezzare il suo lavorare con i giovani e per i giovani, cercan-

do sempre modalità diverse e accattivanti. Dall’altro canto ho potuto constatare che anche molti anziani hanno saputo trovare in d. Vanio una persona pronta all’ascolto. Per assurdo ritengo che l’atteggiamento che mi ha permesso di scoprire la parte più bella di don Vanio è stato proprio quello che dicevo inizialmente: con i sacerdoti ci deve essere sempre la giusta distanza e credo che questo modo di avvicinarmi a lui sia una delle cose che don Vanio ha apprezzato di più. Quanto detto fino ad ora non vuole essere un ritratto melenso: sono la prima che – bonariamente – ho criticato la sua auto dicendogli “ma quando vai agli incontri con altri sacerdoti vai in autobus per non far vedere la tua super automobile” oppure “quando butti via le tue bellissime magliette e indossi un bel clergyman che ti dà l’aria del prelato che altrimenti fatica a trasparire?” ma sono anche la prima che ritiene sia doveroso dire che don Vanio è una persona che va scoperta pian piano. Volete sapere quando ho capito di essere riuscita a fare un piccolo buchino nella corazza che la sua timidezza ha creato? Qualche mese fa –un sabato pomeriggio – mi ha raccontato la storia della sua vocazione: per me è stato un grande dono … Termino queste righe rivolgendomi direttamente a lui: “caro DON Vanio grazie per questi anni di tua presenza e grazie per quanto sei riuscito a comunicare a tutti noi anche semplicemente con le tue omelie … Permettimi di dirti una cosa, che già una volta ti ho detto e che tu sai essere quello che penso veramente: non sei una persona semplice, non sei quello che perché è prete chiacchiera con tutti, fa “commarò” con grandi e piccoli, considera tutti suoi amici e fa a gara per cenare o pranzare ogni giorno in una casa diversa. Sei una perla o come tale non la si trova lungo le strade, e negli angoli delle casa ma va cercata con pazienza e non è detto che la ricerca sia fruttuosa ma se la si trova …”. Barbara Fornasier

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UNA NUOVA AVVENTURA… 1° ottobre 2011

Carissimi amici, vi chiamo già così perché inizio a sentirvi tali. Per ora vi raggiungo tramite questo scritto, in attesa di incontrarvi personalmente, magari uno ad uno se fosse possibile…Mi accingo a scrivere questo articoletto di presentazione il giorno dopo aver salutato la comunità di Piombino Dese. E’ stata una giornata impegnativa, che non credevo di vivere in maniera così intensa anche dal punto di vita affettivo ed emotivo. Mi ero preparato al passaggio e alla vigilia del saluto ero piuttosto sereno. L’affetto della gente lo conoscevo, ma sono rimasto stupito di ciò che il Signore opera nelle nostre persone, nelle relazioni che si instaurano tra noi, soprattutto se vissute nel Signore. Dico questo non con senso di nostalgia o volontà di non andarmene da Piombino. Lo dico perché penso che anche per don Vanio sia simile lo stato interiore… quando si lascia c’è sempre uno strappo. Però come dicevo ieri alla gente di Piombino, fin da subito, quando ho saputo del mio trasferimento tra voi, una certezza si è stampata nel mio cuore e nella mia coscienza: è volontà di Dio ciò che sta succedendo. Non è una frase fatta per me… è una consapevolezza di un’evidenza disarmante: è Dio che sta conducendo questa fase della mia e della vostra vita. Quando entro in questa prospettiva vengo invaso da pace e serenità. Per questo e con questa forza sento di poter superare senza eccessivi traumi il distacco da Piombino e vivere a pieno la nuova avventura con voi. Ora che ho salutato sento nascere in me il desiderio di incontrarvi e ringrazio il Signore per questo desiderio… mi permetterà di buttarmi, di coinvolgermi con tutte le mie energie. Come ho accennato, sono stato 5 anni a Piombino Dese e sono stati i miei primi anni di sacerdozio, nei quali ho imparato ad essere prete. Onestamente riconosco che sto ancora imparando e questa acquisizione avviene stando in mezzo alla gen-

te, cioè vivendo il ministero. Ogni persona è fondamentale affinché io diventi sempre più sacerdote di Cristo. E’ bello questo perché anche ora, senza di voi, io non potrò diventare sempre più ciò che già sono per Grazia. Prima di diventare sacerdote sono stato tre anni a Spinea di Mestre dove ho incontrato una realtà sociale ed ecclesiale molto stimolante che ha svegliato in me l’interesse per l’evangelizzazione, interesse che ho coltivato in questi anni visto che ormai dappertutto bisogna entrare nella logica di trasmettere la fede in forme nuove, più che mantenere in piedi ciò che c’è. Anche questo, ma non ci si può accontentare di conservare l’esistente. Prima ancora di andare a Spinea ho fatto l’anno Siloe di animazione vocazionale in giro per la diocesi e prima ancora ho vissuto due anni di servizio il fine settimana a Salvarosa di Castelfranco. Non posso dimenticare le mie origini, anche se probabilmente già le conoscete. Sono da Istrana e nacqui 34 anni fa da una famiglia che mi ha educato alla fede fin da piccolo. Ricordo questo perché se oggi sono quello che sono lo devo sicuramente ai miei genitori che mi hanno dato la vita e mi hanno introdotto all’amicizia con Gesù. Ora vengo da voi…quali sono le mie attese? Beh, cerco di non farmene. Voglio vivere tutto quello che mi sarà chiesto di vivere, da prete, secondo i motti dello Spirito (almeno questa è la mia intenzione… spero di essere docile…). Porto nel cuore il desiderio di conoscervi, personalmente magari, il desiderio di amare, in Cristo. I giovani mi stanno particolarmente a cuore, ma so che per amare ed impegnarsi con i giovani è necessario vivere il vangelo come adulti, quindi non potrò di certo non coinvolgermi con le famiglie. Per incontrare le famiglie il canale dei bambini è tra i privilegiati, quindi anche loro non possono essere messi in disparte. E poi gli anziani e gli ammalati sono fonte di Grazie spirituali per una comunità cristiana perché partecipano alla croce di Cristo, quindi sono fondamentali le loro presenze e la loro cura. Insomma, desidero buttarmi a 360°, poi farò il possibile, cosciente della mia fragile umanità. Un forte stimolo mi è dato dalla realtà della collaborazione pastorale. E’ la mia prima esperienza di questo tipo, quindi dovrò imparare. Invoco pazienza da voi e così già vi farò del bene perché la pazienza è la virtù dei forti. Bene, per ora mi fermo qui. Avremo modo di conoscerci i prossimi anni. Vi ringrazio fin d’ora dell’accoglienza e attendo di incontrarvi per camminare assieme ed annunciare assieme a voi il vangelo a chi lo sta dimenticando. A presto! don Michele Pestrin

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elenco dei CAPPELLANI succedutisi nella parrocchia di MUSILE dal 1866 ad oggi

1. don Agostino Cozzani 1866 2. don Giuseppe Cian 1868 3. don Giobatta Sondero 1873 4. don Giorgio Cassetti 1877 5. don Angelo Zappalorto 1880 6. don Mario Passapi 1883 7. don Antonio Boaro 1884 8. don Giovanni Tieppo 1888 9. don Giuseppe Manzan 1897 10. don Luigi Ziggiotti 1900 11. don Angelo Pastega 1901 12. don Angelo Barbisan 1902 13. don Luigi Bonaldo 1905 14. don Giovanni Tisato 1906 15. don Luigi Ferro 1921 16. don Angelo Bigolin 1922 17. don Giovanni Cusinato 1924 18. don Fiorino Stangherlin 1929 19. don Carlo Davanzo 1932 20. don Alberto Goegan 1937 21. don Antonio D’Andrea 1943 22. don Bruno Trento 1953 23. don Bruno Guarnier 1954 24. don Valentino Benetton 1955 25. don Mario Benacchio 1958 26. don Giovanni Mason 1959 27. don Enrico Cagnin 1964 28. don Luigi Pasinato 1966 29. don Giuseppe Momesso 1972 30. don Giancarlo Ruffato 1974 31. don Artemio Favaro 1975 32. don Carlo Parisotto 1982 33. don Livio Buso 1983 34. don Lino Magoga 1987 35. don Giuliano Comelato 1990 36. don Samuele Facci 1994 37. don Giulio Zanotto 1998 38. don Marco Cagnin 1999 39. don Vanio Garbujo 2005 40. don Michele Pestrin 2011

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Fratel Moreno POLLON della comunità monastica di Bose L’eremo della Ghisiola o Chiesa di Santa Maria della Rosa sorge nel comprensorio delle colline moreniche, in località Ghisiola, appena fuori Castiglione, in direzione Desenzano a pochi chilometri dal Lago di Garda. E’ un luogo essenzialmente di silenzio e di preghiera. Ma per quale motivo ci occupiamo di quest’eremo nelle pagine del periodico della nostra collaborazione parrocchiale? Perchè in quest’eremo vive una persona alla quale siamo molto legati, alla quale ci uniscono molti ricordi, alla quale vogliamo molto bene; qui vive Moreno Pollon o per meglio dire qui vive Fratel Moreno della Comunità monastica di Bose. Molte volte in questi anni abbiamo cercato di coinvolgerlo chiedendogli di raccontare la sua storia e soprattutto il suo cammino ma, visto il suo riserbo, non siamo mai riusciti a farlo. Quest’anno però – e precisamente il 18 aprile – Moreno è diventato fratel Moreno : all’inizio del vespro, Fr. Enzo ha consegnato l’abito monastico a fr. Moreno Pollon, come approvato dalla comunità …: dopo alcuni anni di discernimento … da questo momento fr. Moreno vivrà ufficialmente la Regola di Bose come eremita associato alla nostro comunità.. Questa occasione ci è sembrata il momento ideale per spezzare questo riserbo. Chi scrive conosce Moreno da tantissimi anni, ha fatto con lui i primi campi scuola ed ha iniziato insieme a lui a “lavorare” in parrocchia; sembra ancora di sentirlo cantare a squarciagola “Margherita” di Riccardo Cocciante o di vederlo muoversi con passo svelto nelle serre di famiglia. Poi la decisione di intraprendere un cammino diverso caratterizzato da una particolare discrezione

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: Fratel Moreno, che oggi ha 37 anni anni, ha iniziato il suo itinerario vocazionale nel 1992 prima studiando Teologia a Treviso poi, dopo aver conosciuto Enzo Bianchi – che gli ha permesso di ancorare il suo vivere solitario ad un riferimento comunitario – avvicinandosi alla Comunità Monastica di Bose (frazione del Comune di Magnano prov. di Biella). La Comunità di Bose è una comunità monastica formata da monaci di entrambi i sessi, provenienti da

chiese cristiane diverse. Per spiegare come Moreno sia arrivato all’Eremo della Ghisiola la strada migliore è quella di affidarci alla sue parole: “Da molti anni tento la mia sequela al Signore Gesù nella via del celibato monastico per il regno, in una vita di sostanziale solitudine: prima di approdare qui ho abitato per quasi quattro anni un eremo sul Monte Grappa e, sempre in obbedienza al priore della nostra comunità, nella fraternità di Bose ad Ostuni, in Puglia e poi all’eremo di Camaldoli in Toscana. Ora mi è stato affidato questo luogo, nel quale vivo il mio “Sì” quotidiano e concretissimo al Signore, e cui tento di dare nuova linfa vitale”. La chiesa dell’eremo è aperta tutto l’anno e vi si svolgono serate bibliche, ritiri spirituali … In realtà durante l’anno ci sono dei momenti in cui l’eremo non è accessibile; sono i momenti in cui

Moreno si ritira in un più profondo silenzio come dall’Epifania alle Ceneri, la settimana santa, la settimana che precede la Trasfigurazione. Sono molte le persone che raggiungono l’eremo per parlare con Moreno, per stare in silenzio e per un periodo di ascolto. Certamente l’eremo di Moreno non sarebbe quello che possiamo ora vedere senza il lavoro e la passione del monaco che vi abita e che nel restauro dell’eremo investe tutti i suoi risparmi e tutte le offerte. Nell’ascoltare i racconti dell’eremo e della vita di Moreno torna alla mente quanto detto alcuni anni fa da un sacerdote francese: un posto come questo non va cercato con la cartina geografica ma trovato nel silenzio e nella preghiera … lui si riferiva al Santuario di Nostra Signora de la Salette ma si possono riferire anche all’eremo della Ghisiola dove vive il nostro amico Fratel Moreno. Barbara Fornasier

La Comunità di Bose A partire dai primi secoli vi sono stati uomini e donne, chiamati ben presto monaci, che hanno abbandonato tutto per tentare di vivere radicalmente l’evangelo nel celibato e riuniti in comunità. «Bose», in provincia di Biella, è una comunità monastica di uomini e donne provenienti da chiese cristiane diverse; è una comunità monastica in ricerca di Dio nel celibato, nella comunione fraterna e nell’obbedienza all’evangelo; è una comunità monastica presente nella compagnia degli uomini e al loro servizio.

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chiesanuova: GEMELLI E MISSIONARI! Giovedì 4 agosto la Chiesa commemora Giovanni Maria Vianney, noto come il Santo Curato d’Ars, protettore e modello dei sacerdoti. A Chiesanuova in quel giorno la santa messa infrasettimanale fu concelebrata, oltre al parroco don Saverio unitamente a Padre Italo Padovan – carmelitano scalzo originario di Passarella, a lungo missionario in Madagascar – dai

fratelli gemelli Pietro e Paolo Zanchetta, anch’essi religiosi carmelitani scalzi, da parte di madre – Emilia Contarin – concittadini di Chiesanuova. Il motivo della loro fugace presenza: il ricordo del 50° anniversario della loro consacrazione sacerdotale avvenuta nella basilica di San Marco a Venezia il 18 marzo 1961. Nati a Stretti di Eraclea nel 1937, a soli 10 anni, nell’Italia appena uscita dal caos della seconda guerra mondiale, entravano come studenti nel collegio vocazionale di Verona, iniziando così la loro formazione relisiosa e il lungo corso di studi di preparazione al sacerdozio. Nel 1965 p. Pietro s’involava verso il Giappone, nazione a cui la pesante sconfitta militare imponeva l’apertura totale al mondo occidentale diventando quindi territorio di nuova missione. La cultura giapponese da subito si dimostrò refrattaria all’annuncio cristiano e tuttora i cristiani sono una infinitesima minoranza, anche se sono spesso al centro dell’attenzione nazionale per la loro presa di posizione

quando si tratta della difesa della vita e la loro costante presenza a fianco degli ultimi. In tutti questi 46 anni p. Pietro si è perfettamente inculturato dello stile di vita giapponese, molto diverso dal canone occidentale soprattutto per una maggiore sensibilità spirituale ed estetica, che non si oppone tuttavia ad uno stile di vita materialistico e consumistico, come lo è del resto il nostro, di radice cristiana. Da sempre p. Pietro per vivere deve contare sul proprio lavoro di direttore di scuola per l’infanzia (300 alunni circa), ambiente che anima in prima persona anche facendo riscoprire alle giovani coppie i valori tradizionali : è infatti maestro nell’arte della cerimonia del te e della composizione floreale (ikebana). Per la sua lunga attività nel campo educativo e formativo nel 2010 ha ottenuto un prestigioso riconoscimento nazionale (Ordine del Sacro Tesoro), molto esclusivo, consegnatogli dallo stesso imperatore con il quale ha condiviso nell’occasione un momento di preghiera. Di diverso respiro la storia parallela del gemello p. Paolo, sceso in Madagascar solo qualche anno dopo la partenza del fratello, nazione dove ha profuso le proprie energie in situazioni classiche – catechismo e formazione, vita pastorale in varie parti dell’isola, costruzione di asili, scuole, chiese - e soprattutto assistenza e cura di minori abbandonati e portatori di handicap. Per quest’ultima attività già nel 1999 ha ricevuto pure lui un riconoscimento nazionale. E’ stato simpatico vedere

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l’orgoglio con cui i due acciaccati settantenni mostravano ai circa 100 partecipanti nel salone della parrocchia le pesanti medaglie appese al petto. Durante i discorsi celebrativi ambedue hanno ricordato, infine, il ponte di aiuti concreti che per tanti anni, anche dopo il rientro avvenuto in Italia di p. Paolo nel 2005, ha unito un paese ricco come il Giappone al Madagascar molto povero: erano gli stessi bambini giapponesi dell’asilo a portare i propri risparmi e regali che assieme ad altro materiale raccolto venivano sistematicamente spediti via nave e poi dati ai coetanei malgasci. Storie molto singolari quelle emerse in quelle poche ore e che hanno un denominatore comune: annunciare e testimoniare il Cristo Salvatore, uomini tra gli uomini. Comune e pressante anche la preghiera perchè il Padre mandi altri giovani operai – sono sempre pochi – nella sua messe, che è sempre molta. Roberto Zanchetta

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LETTERA DI DON OLINDO FURLANETTO DA MANAUS (Brasile) Carissimi Padrini e Madrine, Amici e Amiche del Seminário San Giuseppe di Manaus, voglio mandarvi queste poche righe, dopo il mio ritorno in sede, per ringraziarvi della vostra collaborazione e della vostra condivisione in favore della nostra Casa di Formazione. Sono giá in casa e la danza del secondo semestre é giá in andamento. In questa settimana si prevedono giá due delle 11 ordinazioni diaconali previste. Giá 3 preti sono entrati in questo período nella lista dei missionari per la grazia di Dio. Le celebrazioni che accompagneranno questo tempo fino a Natale e che costituiscono la nostra grande trepidante e indicibile gioia, hanno anche giá cominciato a caratterizzare il decorrere della grande avventura del Seminario, sempre attento e vigilante nella dimensione formativa. In questa settimana stiamo preparando alcuni seminaristi perché partecipino a un Corso sulla Pastorale Giovanile legata alla Liturgia che si terrá in São Paolo; essi stessi giá vi ringraziano per la vostra solidarietá. Senza dubbio San Giuseppe, il nostro Patrono e la Madonna di Amazzonia, ci stanno assistendo con una speciale protezione. Noi pensiamo, infatti, che é grazie a loro, a questa santa Famiglia cioé, che stiamo programmando le nostre attivitá formative insieme alla prossima inaugu-

razione del Seminario Propedeutico che abbiamo ristrutturato in una ala della nostra Casa San Giuseppe dopo che gli assalti dei banditi ci avevano costretto ad abbandonare, nella prima periferia a circa sette km da qui, il nostro Seminario Buon Pastore. Vi mando queste informazioni per dirvi che non stiamo dormendo e che ci stiamo preparando con perseveranza e fiducia alla festa del nostro Patrono che si terrá il 28 di agosto prossimo dopo aver invitato, come di consueto, tutte le comunitá cristiane di Manaus, che ci sostengono e simpatizzano per noi, a partecipare. Abbiamo trovato anche qui, infatti, Padrini e Madrine, Amici e Amiche che sostengono la nostra attivitá formativa basata sulle Nuove Direttrici emanate quest’anno dalla CNBB: Conferenza Episcopale del Brasile che, in comunione con il Vangelo e con la 5a Conferenza di Aparecida che ha visto la partecipazione di numerosi Vescovi dell’ America Latina, vuole condurre tutti i Seminari del nostro Paese brasiliano, in sintonia con il Continente, alla formazione di DiscepoliMissionari qualificati e donati a Cristo e alla sua Buona Notizia. Come vi dicevo, é una danza avvincente la nostra, bem sapendo che l’ avventura che abbiamo accettato di vivere qui, non é senza sfide e impegni per tutti i nostri Seminari e,

in particolare, per il nostro che, dentro l’Area Amazzonica sta disponendosi ad accogliere qui, in Manaus, tutti i Formatori dei Seminari del Nord per una Prima e Generale Assemblea che si terrá dal 5 all’ 8 di settembre, in ascolto alle tante sollecitazioni e interpellazioni presenti in questo cambio di epoca, cosí complessa, globalizzata e segnata dall’era informatica e digitale. Il contenuto fondamentale a essere passato per queste giovani generazioni che si dispongono alla Sequela, é sempre Gesú, la sua persona, il suo annuncio, dentro alla perenne novitá della missione. Sono convinto che continuerete a pregare per me, per noi tutti e, specialmente, per i prossimi ordinandi Diaconi, perché aprofondendo l’ ANIMA del SERVIZIO e della sempre disponibile DIACONIA configurata a Cristro Servo, corrispondano sempre piú al vigore del Vangelo, all’ ardore della Missione e alla forza poderosa dello Spirito che, potrá renderli atti, anche grazie alla vostra costante intercessione, ad assumere con coraggio la propria martiría (testimonianza), fin alle piú estreme conseguenze come lo é stato per il Maestro Gesú: il Signore. Con rinnovato affetto vi saluto e vi abbraccio. Padre Olindo Furlanetto Manaus, 18 agosto 2011

due iniziative missionarie

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Spieghiamo un po’ questa “santa evasione”… Pare che denigrare la Chiesa vada di moda: certo, non sempre le scelte – soprattutto se riconducibili a certi vertici di questa nostra istituzione – della Chiesa sono condivisibili ma non per questo deve potersi far lecita ogni genere di propaganda negativa, spesso riconducibile a personaggi che nel film “Il compagno don Camillo” sarebbero detti “mangiapreti”, volta a spazzare via tout court un’opera essenziale per le nostre comunità. Non volendo né potendo retrocedere eccessivamente nel tempo, identifichiamo le origini della questione sul regime giuridico degli enti ecclesiastici in Italia nell’epoca risorgimentale e nei primi anni successivi all’unità nazionale. È in questo contesto, pervaso da uno strano spirito liberale, che si registrano le prime discussioni sull’opportunità di ridimensionare l’influenza della Chiesa nel neonato Regno d’Italia ed è in questo quadro storico che si inizia a parlare dei cosiddetti provvedimenti (legislativi) odiosi passati alla ribalta con la locuzione “leggi eversive dell’asse ecclesiastico”, volti, tra l’altro, a sopprimere ogni ente ecclesiastico non dedito alla cura delle anime, all’istruzione e l’assistenza religiosa. Apice di questa corrente sarà la nota “legge Crispi”, probabilmente (ad avviso di chi scrive) ripresa dal tanto compianto spirito rivoluzionario francese che nel 1791 diede vita alla legge “le Chapelier” finalizzata a generare il nulla tra il cittadino e lo Stato (vietava ogni forma di associazionismo o la costituzione di “corpi sociali intermedi”) – per dirla riadattando un titolo di Rino Camilleri. Non ci si poteva attendere altro dalla “legge Crispi”: avviò la nazionalizzazione degli enti ecclesiastici di beneficienza, le opere pie e altri enti dediti, in tutto o in parte, all’assistenza ai poveri, all’educazione o al miglioramento morale ed economico. Con ciò seguì altresì l’accentramento dell’erogazione di prestazioni caritatevoli e il controllo statale sui bilanci di questi enti, rinominati “IPAB”. Solo nel 1988, quasi un secolo dopo l’introduzione della “legge Crispi”, con una sentenza della Corte costituzionale, sarà attuato – per quanto relativo agli “IPAB” – il principio dell’articolo 38 della Costituzione secondo cui “l’assistenza privata è libera”. In ogni caso dalla “legge Crispi” ad oggi si devono ricordare numerosi passi che hanno definito, mediante leggi e accordi politici, il regime giuridico attuale degli

enti ecclesiastici che, per essere compreso, va letto nell’ambito del suo evolversi storico. Si ricordano, anzitutto, i Patti del 1929, rivisti nel 1984. E sarà dal 1984 che si giungerà alla legge 222/85, attuativa degli accordi dell’anno precedente. Sarà la 222 a fornire la definizione, fondamentale ai fini della comprensione del fenomeno in analisi, di ente ecclesiastico civilmente riconosciuto, sita alla base di ogni altro ragionamento per questa categoria giuridica di enti. Affinché un bene possa definirsi ecclesiastico e quindi anche sottoposto ad un determinato regime fiscale, esso deve rientrare nel patrimonio di un ente ecclesiastico riconosciuto come tale dalla legge italiana. È così che la 222 traccia l’identità dell’ente ecclesiastico come ente avente sede in Italia, costituito o approvato dall’autorità ecclesiastica e con fine di religione e di culto. È questa locuzione – “fine di religione e di culto” – ad essere essenziale ai fini della comprensione della questione poiché è tale il fine perseguito dagli enti facenti parte della costituzione gerarchica della Chiesa (ad esempio le parrocchie), gli istituti religiosi e i seminari. Per altri casi è necessaria una verifica di merito effettuata volta per volta per appurare se, effettivamente, il fine di religione e di culto è costitutivo ed essenziale in quel determinato ente che non sia rientrante nelle categorie citate. Deve intendersi – tra l’altro – per fine di religione e di culto quello diretto “all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero (…), a scopi missionari (…), all’educazione cristiana. Sono quindi escluse dalla finalità di religione e di culto quelle di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura e, “in ogni caso, le attività commerciali e a scopo di lucro”. Ma è proprio vero che gli enti ecclesiastici godono di particolari esenzioni? In linea di massima gli enti ecclesiastici non sono enti commerciali, tuttavia non sarebbe impossibile, dal punto di vista legale, prevedere provvedimenti graziosi nei loro riguardi purché giustificati ed intrisi di ragionevolezza. Tuttavia la legislazione di riferimento è data legge 121/84 ci fornisce un immagine che farebbe ricredere “L’Espresso” sotto molti punti di vista: agli effetti tributari – infatti

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– gli enti ecclesiastici aventi fine di religione o di culto sono equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione (non necessariamente cattolici) mentre le attività diverse da quelle di religione o di culto svolte dagli enti ecclesiastici deve applicarsi la legislazione, anche tributaria, prevista, ad esempio, per enti commerciali. È così che, ad esempio, l’immobile chiesa sarà esente dall’ici (perché rientrante nel patrimonio di un ente di religione e di culto facente parte della costituzione gerarchica della Chiesa come la parrocchia) mentre, non essendo esclusa la possibilità per un ente avente fine di religione o di culto possedere un ramo operativo che non si occupa di fine di religione o di culto, l’asilo parrocchiale sarà soggetto ad un regime tributario non privilegiato o differenziato rispetto ad altri asili in analoghe situazione di diritto. Certamente molti immobili, soprattutto in ambito ricettivo, oggi esenti da ici non hanno ragione alcuna d’avere esenzioni, tuttavia una precipitosa analisi, svolta sulla scorta – forse – di pulsioni ideologiche, può condurre a confusioni gravi ed ingiustificate che dipingono la Chiesa più come una fiduciaria estera che come culla di sussidiarietà e di iniziativa caritatevole frutto dell’impegno e della volontà di molti che hanno costruito “dal basso” un futuro per tante generazioni, cresciute anche all’ombra degli oratori. Luca Cadamuro

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CANONICA e oratorio di musile: i costi finali! E’ trascorso quasi un anno dall’inaugurazione della Canonica delle Collaborazioni Parrocchiali, adeguatamente ristrutturata e rinnovata. Molteplici sono state le motivazioni che hanno spinto, a vario titolo, la comunità di Musile a progettare e realizzare la ristrutturazione globale della canonica stessa e nello stesso tempo, fare dei lavori significativi nell’oratorio. L’assetto architettonico e strutturale che essa ha acquisito è tuttavia dipeso, in buona parte, dall’orientamento espresso dal Vescovo Andrea Bruno Mazzocato, per questa ed altre aree della diocesi: l’edificio avrebbe dovuto soddisfare il principio delle “Collaborazioni Pastorali”, secondo il quale i sacerdoti, a servizio di parrocchie vicine, dovrebbero condividere momenti di vita comunitaria e scelte pastorali. La diocesi si è sentita coinvolta nella realizzazione di questo progetto di ristrutturazione, in quanto il vecchio edificio era inadeguato a rispondere alle esigenze di innovazione richieste anche dai profondi cambiamenti sociali in atto. Numerose sono state le difficoltà incontrate, affrontate e superate nel corso di questi anni: tra le varie si possono citare il lungo iter progettuale e le difficoltà per la parrocchia di reperire i fondi necessari per coprire l’impegno economico. E’ doveroso ringraziare nuovamente la Conferenza Episcopale Italiana per l’ingente contributo, la Regione Veneto e la sig.ra Teresa La Cara per il dono alla parrocchia della sua casa. Una nota importante consiste nella scelta di impiegare per il nuovo edificio impianti a notevole risparmio energetico, che permettono di rispettare maggiormente l’ambiente e di contenere i costi di gestione sia per la canonica che per l’Oratorio. Ora però desideriamo informare le comunità parrocchiali e pubblicare anche il conto consuntivo dei lavori eseguiti che in questo tempo sono stati definiti e regolarmente pagati e... il debito che resta da saldare. COSTI CANONICA EDILI Opere edili

€ 529.956,00

IMPIANTI Impianti Termo idrico sanitario, condizionamento, elettrico, allarme, rete per PC, impianto fotovoltaico, ascensore € 165.405,00 FINITURE Serramenti, pavimenti, scale, pitture, ringhiere ed inferriate Mobili Lampadari, tendaggi, lavatrice e lavasciuga

€ 174.885,00 € 21.600,00 € 21.960,00

ESTERNI Marciapiedi interni ed esterni, cancelli e ringhiere, verde, ripristini asfalti

€ 39.429,00

COSTI ORATORIO Tetto, bagni, dipinture esterne e ripristini interni, impianti elettrici ed idraulici, fotovoltaico, SPESE TECNICHE E AMMINISTRATIVE (per entrambi gli edifici) Spese notarili per atti di vincolo, tecniche, amministrative comunali, legali

€ 134.303,00

€ 86.327,00

TOTALE COSTI

€ 1.173.865,00 FINANZIAMENTI

Contributo avuto dalla CEI ( 8 x mille) Contributo regionale Vendita beni proprietà della parrocchia Fondi Parrocchia S.Donato

€ 500.000,00 € 51.000,00 € 230.000,00 € 49.304,00

TOTALE FINANZIAMENTI

€ 830.304,00

DEBITO DA PAGARE

€ 343.561,00

Come pagare i restanti 343.561 euro?

Certamente con tanta fiducia nella Provvidenza, coscienti che in questi tempi è difficile per tutti arrivare anche alla fine del mese! La Canonica e l’Oratorio non sono proprietà dei preti ma sono proprietà della nostra comunità cristiana. Chiediamo a tutti un gesto di aiuto concreto per poter estinguere il debito il più presto possibile e iniziare altri lavori importanti e necessari (mettere a norma l’impianto elettrico della Chiesa, munire la Chiesa di servizi igienici…). Grazie di cuore per ogni gesto di generosità. Il Consiglio per gli Affari Economici di Musile

P.S: Se qualcuno “con fantasia” vuole proporre iniziative per aiutarci ad estinguere il debito contatti pure don Saverio.

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“dio non è quel che credi” In questa calda estate 2011 è stata riproposta l’esperienza dello scorso anno e un gruppo di persone (molto più numeroso ed eterogeneo che nel 2010) si è ritrovato il martedì sera, presso l’Associazione “Piccolo Rifugio” di San Donà di Piave, per la lettura condivisa di un libro di argomento religioso. Il libro proposto è stato “Dio non è quel che credi”, di Jean-Marie Ploux, edito nel 2010 dalle edizioni Qiqajon, la casa editrice della Comunità di Bose. L’autore, vivente (ha 74 anni), sacerdote e teologo, è stato vicario generale della Mission de France; ha condotto studi di arabo e islamistica, opera nella formazione ed è impegnato nel dialogo interreligioso e nell’ecumenismo. Un cristiano di grande spessore culturale e con una vasta esperienza pratica in tema di evangelizzazione, come si desume dal modo semplice, sintetico ma esauriente con il quale affronta le domande che da sempre gli uomini, credenti o meno, si pongono: chi è Dio? Come posso definirLo? Come posso rappresentarLo? Gli uomini delle varie epoche si sono dati diverse risposte che spesso si sono rivelate false, per cui ai più, siano essi atei, agnostici, credenti di varie religioni, cristiani, l’autore suggerisce: Dio non è quel che credi. Lo stesso mondo “moderno” in cui viviamo sembra sconfessare l’esistenza di Dio, non averne bisogno alcuno. Nel corso della storia, gli uomini hanno cambiato le loro rappresentazioni del mondo e di conseguenza hanno dovuto cambiare la propria rappresentazione di Dio. Se non lo hanno fatto, sono stati combattuti tra la loro vecchia idea di Dio e la loro nuova vita e, non potendo rinunciare alla loro vita e al suo progresso, hanno abbandonato la loro religione. Le scoperte scientifiche e tecniche e l’evoluzione della società hanno messo in crisi, bollandola come falsa, l’idea “tradizionale” del mondo, rispetto al quale Dio spiegava ogni cosa e così sono state giudicate false anche le rappresentazioni di Dio che fino ad allora l’uomo si era dato. Un Dio creatore? Come conciliarLo con le scoperte scientifiche sull’origine dell’universo e sull’evoluzione dell’uomo? Un Dio padre? Come conciliarLo con l’apparente indifferenza con la quale tratta i suoi figli, gli uomini, lasciando che si uccidano e che cedano ogni giorno al richiamo del male? Un Dio onnipotente? Come conciliarLo con la mancanza di intervento rispetto alle catastrofi naturali e a quelle provocate dall’uomo? Un Dio castigatore e vendicatore? Come conciliarLo con l’impunità dei tanti malvagi che popolano la terra e con l’apparente trionfo del male? Un Dio “dei cieli”? Come conciliarLo con la nostra vita, del tutto “terrena”? Un Dio a uso e consumo delle gerarchie, siano esse laiche o religiose, per gestire il potere? Come conciliarLo con quel “cammino libero della coscienza” che deve essere la fede e con le sciagure causate da coloro che contestano la laicità dello stato, i fanatici, gli integralisti che vorrebbero conformare la società a questo o a quel credo religioso? A tutte queste rappresentazioni “tradizionali”, a tutti quelli che le accettano o che le rifiutano, l’autore dice: Dio non è quel che credi. Ma allora, in che modo possiamo parlare di Dio? In realtà, ogni rappresentazione rischia di essere falsa, perché Dio è “nascosto”, si può conoscere ma non “sapere” fino in fondo. Se credi di sapere tutto di Dio, puoi essere sicuro che Dio non è quel che credi. Eppure noi abbiamo bisogno di farci un’idea di Dio, di definirlo con qualche parola... Allora, dice l’autore,

esiste una prima regola cui attenersi per capire se quella che hai è una giusta rappresentazione di Dio: se essa va contro l’uomo, contro la sua vita, con la sua umanità, Dio non è quel che credi. Un Dio per l’uomo non può essere altro che un Dio che aiuta l’uomo ad essere più umano e che lo libera da ciò che, dentro o fuori di lui, lo disumanizza. A partire dal relegare Dio in una dimensione “assoluta”, inalterabile, indiscutibile, perché questo uccide l’uomo. Rinunciare all’assoluto non significa che qualsiasi cosa sia uguale ad un’altra oppure che non ci sia alcun valore. Significa che nessuno possiede tutta la verità, che è necessaria la libertà critica, che è indispensabile il dialogo con gli altri, che non si è intelligente né credente da solo. Non ha senso nemmeno cercare di “dimostrare” l’esistenza di Dio. Un Dio “dimostrato” sarebbe innegabile e quindi si imporrebbe all’uomo, privandolo della sua libertà, della possibilità di una fiducia gratuita. In che Dio possiamo quindi credere? Non in un Dio racchiuso in parole e immagini valide per tutti i tempi e per tutte le culture poiché un Dio così non potrebbe prendersi cura di tutti gli uomini. Il dialogo è essenziale alla fede. Tra tutte le definizioni di Dio, le meno sbagliate sono quelle che lo raffigurano al servizio della vita e dell’umanità dell’uomo. Nemmeno vi può essere un Dio a servizio di questo o quel potere laico o religioso: Dio è per tutti e per essere sicuri che lo sia veramente bisogna che lo sia in primo luogo per gli ultimi, quelli che non hanno alcun potere. Non possiamo volere un Dio dimostrato dalla ragione, un Dio astratto. Né un Dio esattamente contrario a quel che è l’uomo. Insensibile ai suoi limiti e alle sue sofferenze. Né un Dio che giustifichi la sua grandezza sugli sbagli e sulle colpe dell’uomo, pronto a infliggergli giuste punizioni: sappiamo che l’uomo può fare e fa il male ma non vogliamo un Dio che ne approfitti. Non torneremo indietro al mondo “tradizionale” e quindi occorre trovare una strada perché le vecchie rappresentazioni di Dio non ci oscurino nella nostra ricerca di Lui. Dio non è onnipotente, perché non può forzare la nostra libertà, nemmeno quando compiamo gli atti più orrendi. Dio non esiste in un “cielo” straniero al mondo e alla terra. Dio non è puro Spirito che si oppone alla materia e alla carne dell’uomo. Se così fosse, non ci riguarderebbe, dal momento che, per capirlo, noi abbiamo bisogno che parli il nostro linguaggio, che prenda aspetto umano. Molti non credono e non sperano più in Dio ma credono e sperano nell’uomo. Si può credere e sperare nell’uomo senza credere e sperare in Dio ma non si può credere e sperare in Dio senza credere e

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sperare nell’uomo. E nemmeno amare Dio senza amare l’uomo perché per chi ha la fede amare Dio e amare l’uomo è la stessa cosa. Il male resta un mistero e l’uomo è grande quando non lo ammette, lo combatte e lo guarisce. E nella nostra sofferenza speriamo in un Dio che si coinvolga con la nostra vita, che ci sia vicino nel dolore e che ci aiuti a varcare la soglia della morte. Come pensare a Dio, quindi? Per noi cristiani è essenziale una testimonianza: quella di Gesù, un uomo che, con la sua vita e con la sua morte, ci ha mostrato il volto di Dio. Gesù va oltre la concezione “tradizionale” di Dio, lo testimonia nel vivere quotidiano (e ne avrà solo guai, fino a venire ucciso) e manifesta un amore, non astratto ma incarnato, per il mondo e per gli uomini. Nessuno lo aveva capito, nemmeno i suoi discepoli. Non avevano capito il suo vagabondare, il suo stare tra la gente, la sua attenzione agli ultimi. Eppure, guardando la vita di Gesù, noi possiamo capire molte cose di Dio: che Dio non schiva la miseria degli uomini, che è accessibile; che Dio agisce in mezzo agli uomini tramite gli uomini: se essi non si prestano, Dio rimane impotente; che l’amore di Dio è gratuito e che Egli ci invita a fare altrettanto per il nostro prossimo; che anche quando tutto in noi sembra perduto, Dio crede ancora in noi. Se dunque Dio è diverso da quello che noi possiamo dirne, non è perché egli è il contrario dell’uomo, ma perché ci viene svelato in un uomo ed è solo cercando di capire Gesù che noi possiamo capire un po’ chi è Dio e la Sua presenza tra di noi attraverso il Suo Spirito. Da tutto ciò l’autore trae una conclusione apparentemente semplice ma enorme: Dio è amore, è solo questo. L’amore è forza e tenerezza, presenza nel rispetto, servizio e fedeltà, dolcezza e lotta quando occorre. Inoltre Dio non “serve” a nulla, non può essere pretesto per il pote-

re, né per isolarsi in una dimensione “ideale”, né per votarsi a Lui estraniandosi dai propri simili... E dov’è Dio? Dove gli uomini amano, si amano, hanno bisogno d’amore. L’amore di Dio è l’estrema profondità dell’amore dell’uomo per l’uomo. L’amore è la dimensione divina dell’uomo e dell’umanità. L’amore è divino. Ma allora basta amare? Si, “basta” amare, ma è senza fine. E cambia qualcosa amare con o senza Dio? Non cambia nulla oppure cambia tutto. Cogliere che l’amore di Dio è impegnato nel nostro amore è la forza per vivere nella fedeltà il nostro intento di vivere per l’uomo. Credere, fidarsi totalmente, amare Dio gratuitamente al seguito di Gesù è gioia nella speranza che l’amore supererà la morte. E’ la gratitudine nella gratuità. E anche se non crediamo in Dio, se non possiamo rappresentarci Dio ma soprattutto se ci crediamo, siamo sicuri di non sbagliare e di non sprecare la nostra vita se amiamo gli altri, se li rispettiamo nelle loro differenze e ci sforziamo di dialogare con loro, se ci mettiamo al loro servizio e ci poniamo dalla parte dei poveri nella vita e nel mondo. E’ stata una lettura impegnativa (la consigliamo però a tutti), che ha messo a dura prova molte convinzioni dei presenti. Tutti però hanno risposto attivamente alle provocazioni che emergevano dalle pagine del libro e si sono messi in gioco, dichiarando le proprie perplessità e le proprie difficoltà ad accogliere questi temi ma mai rifiutando il confronto. Se Dio infatti non è quello che ho creduto fino a questo momento, come devo pensarlo, come devo cercarlo, come devo dirlo? E’ un cammino difficile e irto di ostacoli ma il fatto che eravamo ospiti di una struttura che si occupa dei meno fortunati forse ci indica la giusta strada. Domenico Fantuz

CELEBRAZIONE Anniversari di matrimonio Millepertiche 24 luglio 2011

Chiesanuova 4 settembre 2011

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nuovi CONSIGLI PARROCCHIALi PER GLI AFFARI ECONOMICI (CPAE) della nostra COLLABORAZIONE PASTORALE

Il CPAE è l’organo consultivo che collabora con il parroco per una migliore e corretta gestione dei beni mobili, immobili e finanziari della Comunità Parrocchiale e opera in sinergia con il Consiglio Pastorale Parrocchiale. Il CPAE ha un numero ristretto di componenti; si riunisce periodicamente sotto la presidenza del parroco, per individuare le priorità di intervento, di manutenzione e adattamento delle strutture parrocchiali, valutare i costi e le modalità con cui raccogliere e impiegare le risorse economiche necessarie. Il CPAE segue la realizzazione degli interventi stabiliti avvalendosi anche, se ritenuto necessario, di figure esterne, professionalmente competenti. Il CPAE redige annualmente il bilancio economico consuntivo che sarà pubblicato per l’opportuna informazione di tutta la Comunità Parrocchiale. Il CPAE attualmente in carica è composto da vari membri, nominati con Decreto Vescovile, per un quinquennio. I membri partecipano ai momenti formativi e spirituali promossi dalla parrocchia per tutti gli operatori pastorali. Il CPAE si avvale di un/una segretario/a che provvede alla notifica delle convocazioni dei consigli e redige i verbali di ogni incontro. Ecco di seguito i nominativi dei CPAE delle 6 parrocchie della Collaborazione:

Parrocchia Musile di Piave 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.

FEDERICA ZOCCOLETTO (segretaria) FABRIZIO CALLEGHER (ser. sostegno econ. alla Chiesa) MONICA BOEM ANDREA VENTURATO MARIO BIANCO WALTER MARION SAMUELE BENETTI GIUSEPPE PERISSINOTTO

Parrocchia Chiesanuova 1. 2. 3. 4. 5.

CATERINA FLORIAN (segretaria) DOMENICO CONTARIN (ser. sostegno econ. alla Chiesa) MAURIZIO CARPENEDO LUIGINO CARPENEDO ADRIANO FINOTTO

Parrocchia Millepertiche 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7.

MARISTELLA DE ZOTTI (segretaria) ELIA VENTURATO (ser. sostegno econ. alla Chiesa) PATRIZIA AMADIO ORAZIO ERVAS GRAZIANO MARIUZZO MARIO RUBIN ARTEMIO FORCOLIN

Parrocchia Passarella 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9.

FERRAZZO MARA (segretaria) LORENZON LORENZINO (ser. sostegno econ. alla Chiesa) DALLA FRANCESCA LUCIANO DE GIRONIMO LORENZO MARIUZZO MAURIZIO SALGARELLA GIUSEPPE SENNO DAVIDE SIMEONI GIUSEPPE ZANIN GIAMPIETRO

Parrocchia Santa Maria di Piave 1. 2. 3. 4. 5. 6.

TAGLIAPIETRA ELIO (segretario) ZOIA ALESSIO (ser. sostegno econ. alla Chiesa) BOTTAN LUCIA CARPENEDO STEFANO TALON GIANNI ROSSANESE FABIO

Parrocchia Caposile

Non è ancora completata la costituzione del Consiglio. BUON LAVORO A TUTTI COLORO CHE HANNO ACCETTATO DI SVOLGERE, PER IL BENE DELLE NOSTRE PARROCCHIE, QUESTO SERVIZIO IMPEGNATIVO. don Saverio e don Flavio

don Saverio, don Flavio, don Michele, don Giancarlo Suor Hiwot Angelica, Barbara Fornasier, Roberto Zanchetta, P. Olindo Furlanetto, Adalberta Contarin, Luca Cadamuro, Domenico Fantuz, Giulia Pivetta, Gloria Basso, Nicola, Anna Carpenedo, Elena De Piccoli, Federico Contarin, Monica Scarabel, Elisa Montagner, Agnese Sternieri, Vittorina Mazzon Vignette: Natalino Cadamuro

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ASS. PROGETTO CHERNOBYL DEL BASSO PIAVE: QUATTRO CHIACCHIERE PER COMPRENDERE MEGLIO Il 26 aprile 1986 - esplose il reattore nucleare n. 4 della centrale di Chernobyl nell’ ex stato sovietico. L’incidente rimase segreto per qualche giorno, fino a che la nube radioattiva che si era sollevata non raggiunse i confini dell’Europa occidentale. Furono 65 le vittime ufficiali del disastro, ma il parlamento europeo ha stimato che le morti presunte riconducibili all’incidente, causate dalle malattie e dalle malformazioni indotte dalla radioattività, possano essere fino a 60 mila in un arco di 70 anni. Sono più o meno queste le parole che si trovano su internet digitando la parola “Chernobyl”; sono passati 25 anni ma nella mia memoria sono ancori vivi i ricordi di quei giorni: ero poco più di una bambina, le notizie che ci giungevano erano frammentarie e Chernobyl ci sembrava un altro mondo ma, nonostante questo, si capiva che era una cosa grave, una di quelle cose che sarebbero rimaste nella mente. La domanda che mi abitava in quei giorni era abbastanza semplice e forse un po’ sciocca: premesso che Chernobyl non è dietro l’angolo se qui da noi ci raccomandano di non mangiare verdura cruda, sperano che non piova perché temono che la pioggia possa essere contaminata, quanto realmente gravi sono le cose? Effettivamente con il passare del tempo i fatti sono apparsi sempre più nitidi e certamente i racconti di molte donne provenienti da quelle terre in cerca di lavoro come badanti hanno aiutato a fare un’idea più chiara di quanto avvenuto. Un altro aspetto che sicuramente ha contribuito a tenere costantemente vivo il ricordo di quei tragici giorni è l’arrivo puntuale, grazie all’Ass.ne Progetto Chernobyl, ogni estate, di un gruppetto di ragazzini provenienti da quella terra martoriata. Volendo saperne di più su questi bambini ospitati nelle “nostre” famiglie ho pensato di chiedere qualche notizia all’assessore Gianni Tamai che in questi anni di incarico politico ha sempre aiutato e favorito questa iniziativa. L’assessore, pur ammettendo il suo appoggio incondizionato a questo lodevole progetto, sia favorendo ed aiutando – visto anche il suo incarico – l’associazione che cura e segue l’arrivo di questi bambini e la loro permanenza dei nostri comuni, mi ha suggerito che per comprendere fino in fondo l’esperienza, dove si sono messe in gioco anche varie famiglie del comune di Musile di Piave, l’unica strada da intraprendere fosse quella di andare a fare quattro chiacchiere con una delle famiglie che ha ospitato questi bambini. Quindi, vista l’amicizia di lunga data che mi lega a loro, ho deciso di andare a trovare la famiglia Piasentin. I bambini sono partiti da pochi giorni: com’è andata allora? Anche quest’anno è andata bene ! E’ stata la nostra terza esperienza e anche questa volta possiamo ritenerci contenti e non solo per quanto fatto e provato all’interno della nostra famiglia e con la bambina a noi affidata ma anche per quello che abbiamo vissuto anche con le altre famiglie e gli altri bambini. Sono tre anni che fate questa esperienza: come avete iniziato? L’idea ci “solleticava” e inizialmente ci siamo avvicinati solo per capire cosa volesse dire, come funzionasse e quali fossero le dinamiche poi abbiamo capito che se volevamo farlo doveva essere una scelta fatta come famiglia ed era fondamentale che tutti i componenti, ribadiamo tutti, fossero coinvolti. Certamente con il passare degli anni il coinvolgimento dei figli è venuto un po’ a mancare per motivi di lavoro ma continuiamo a sostenere che tutta la famiglia debba contribuire magari semplicemente dormendo per un mese sul divano o dividendo la camera con la nuova arrivata. Ma come funziona il prima? Non si deve pensare che tutto inizi e finisca con il mese in cui i bambini si fermano qui da noi. Non ci si può improvvisare genitori e fratelli di un bambino che non conosce la lingua, che viene da un paese lontano, che non ti ha mai visto, che arriva in un

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“mondo” completamente diverso dal suo. Se i bambini devono abituarsi a noi anche noi dobbiamo abituarci a loro. Sicuramente l’associazione che organizza e segue il tutto è una guida sicura e un aiuto impareggiabile …sarebbe impossibile affrontare il tutto senza il cammino di preparazione che precede l’arrivo dei bambini: addirittura ci viene data un’infarinatura sulle basilari parole russe per poter iniziare a comunicare … E poi … E poi finalmente arrivano i bambini. Sempre diversi. L’associazione Progetto Chernobyl organizza il mese di permanenza per bambini sempre nuovi: in qualche modo si vuol dare l’opportunità di questa “vacanza salutare” a più bambini possibile. Il mese della loro permanenza è un mese colmo di impegni ludici e di svago ma soprattutto medici. Certamente non si deve scordare che il loro viaggio è un viaggio che ha come primo scopo quello curativo: sono bambini che vengono dalle zone devastate dal disastro delle centrale nucleare di Chernobyl e la loro salute ed il loro fisico ne portano, purtroppo, i segni. Ma voi cosa sapete di questi bambini? Viene data una scheda che Vi racconta la loro storia? A dire il vero quello che noi sappiamo di questi bambini è molto poco, qualcosa in più la capiamo da loro durante la loro permanenza: alcuni sono poverissimi – ad esempio non hanno neanche il bagno in casa – altri hanno una situazione familiare più agiata. Quello che però ci viene chiesto dall’associazione è di non “strafare”: non riempirli di regali, non dar loro tutto quello che chiedono, non riempirli di eccessive attenzioni e questo per 2 motivi: 1- dopo 30 giorni tornano a casa ed in certi casi potrebbe essere frustrante; 2- i bambini tra di loro si guardano e non sarebbe bello che notassero differenze tra famiglia e famiglia. E’ ovvio che certe situazioni possano essere vantaggiose: la presenza in famiglia di altri bambini coetanei, un carattere più estroverso del bambino stesso, … ma il tentativo è quello di far sì che i bambini non notino differenze tra le famiglie. La “tecnica” che noi abbiamo adottato in questi anni è quello di considerarlo un po’ il nostro 4° figlio dicendogli i “NO” che diciamo ai nostri figli e permettendogli quello che permettiamo anche ai nostri figli. Ogni tanto qualche voce cattiva si sente … Effettivamente chi rema contro c’è sempre. Chissà se hanno veramente bisogno? Chissà perché sono stati scelti proprio questi bambini? Noi viviamo da dentro questa esperienza e possiamo assicurare l’assoluta bontà del tutto: i bambini che vengono giù hanno veramente bisogno, a volte basta guardare cosa hanno nella valigia, anzi spesso non è neanche una valigia bensì un sacchetto di plastica; l’aria che respirano tutto l’anno è veramente disastrosa per loro e purtroppo hanno veramente bisogno dei controlli medici che fanno qui da noi. Un’ultima domanda: cosa direste per convincere altre famiglie, per incoraggiarle a fare un’esperienza come la Vostra? Non fatevi domande: chi sono questi bambini? Cosa possiamo fare per loro? Cosa cambia in 30 giorni di permanenza? Semplicemente fate. Aprite la vostra famiglia ad un bambino che per 1 mese sarà un altro figlio. E provate a mettervi nei panni di quei genitori che lasciano venire i loro figli in Italia non per una super vacanza studio e per visitare Roma, Firenze, Napoli e Venezia ma per poter migliorare un po’ la loro salute … se vi immedesimerete in quei genitori spalancherete le porte delle vostra case e, soprattutto, dei vostri cuori. Barbara Fornasier

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i CAMPiSCUOLA della cOLLABORAZIONE

Cari lettori, quest’ anno abbiamo fatto davvero una bella esperienza al campo scuola, piena di divertimento, giochi e attività interessanti!!! Quest’anno i nostri animatori ci hanno voluti portare a TONEZZA DEL CIMONE, un posto vicino a Vittorio Veneto. Per i ragazzi di seconda era un’esperienza già vissuta, ma come l’anno prima è stata un’avventura del tutto nuova. Tutto questo grazie ai nostri fantastici e sempre presenti animatori, i quali ogni anno ci sopportano e ci fanno divertire! Appena arrivati siamo andati a portare le valigie nelle camere scelte da noi e subito dopo ci sono state le suddivisioni dei vari gruppi: GIALLI, ARANCIONI, BLU, ROSSI e VERDI. Ci sono state molte altre attività nei giorni seguenti che, saremo sincere, non ci ricordiamo in quan-

to erano tantissime e divertenti, ma anche nelle quali dovevamo riflettere, ma andiamo subito al giorno della camminata folle che abbiamo fatto…Siamo partiti alle 9.30 e siamo tornati alle 17.00 e già questo vi fa intuire la follia che abbiamo compiuto! Ci siamo sia divertiti che stancati, ma complessivamente è stato bello. Ne è valsa la pena! Dobbiamo dire però che la nebbie e le vespe ci hanno favoriti! Ma oltre a questo, dobbiamo comunque dire che i nostri animatori non ci hanno fatto fare solo un percorso fisico, ma anche spirituale! La sera dei giochi notturni si è suddivisa in realtà in due serate: una nella casa e l’altra nel bosco, tutte e due avventurose, preparate dai nostri animatori che sono anche dei bravissimi attori!!! E come se non bastasse, l’ultimo giorno c’è stata anche una pazza serata dance, dove abbiamo ballato fino allo sfinimento!! Insomma, è stato un camposcuola davvero indimenticabile, per chiunque legga

Anche quest’anno, come è abitudine fare, si è svolto il camposcuola di terza media (dal 21 al 28 agosto) che a sorpresa di tutti non è stato vissuto a Valle di Cadore, bensì a Voltago Agordino, una località tranquilla nei pressi della cittadina di Agordo (BL). Eccitati di vivere quest’esperienza in un luogo diverso, noi giovani di terza media abbiamo iniziato così il campo a cui hanno partecipato 41 ragazzi, la maggior parte proveniente da Musile, ai quali si sono aggiunti due gruppetti provenienti da Chiesanuova e Passarella. Così, dopo aver salutato per bene i nostri genitori, siamo saliti in pullman insieme ai nostri animatori e ci siamo avviati verso Voltago Agordino. Già dal viaggio iniziale in corriera si è capito che quello di quest’anno non sarebbe stato un campo tranquillo… Appena arrivati, abbiamo scaricato le valigie, sistemato le camere e dopo me-

renda, abbiamo iniziato la prima attività del campo: la suddivisione in gruppi. I gruppi erano 4 ed erano rappresentati dai 4 semi delle carte da poker: cuori, quadri, fiori e picche. Dopo questo momento “molto impegnativo” noi, ragazzi ed animatori ci siamo concessi un piccolo tempo di pausa per poi iniziare il momento più importante della giornata: la Santa Messa. Dopo aver cenato di gusto, ci siamo ritrovati nel piazzale esterno della casa per iniziare i giochi di buon inizio campo che sono durati fino a tarda notte. Successivamente ci siamo avviati verso le nostre camere per dedicarci al momento più “tranquillo” e “rilassante” (soprattutto per il capo-campo) di tutto il campo-scuola…il riposo notturno!!! La giornata successiva, iniziata con un “dolce” risveglio, si è rivelata alquanto interessante e divertente non solo per le attività ed il “quizzone” dopo cena

1-2 M EDIA

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questo articolo e non ci sia ancora stato… beh, andateci, perché non ve ne pentirete!!! Dalle vostre reporter: Giulia Pivetta e Gloria Basso

3ª M EDI

A

(dove qualcuno ha fatto “strage” di punti!!!) ma per l’aspetto sociale del campo in quanto noi ragazzi abbiamo potuto non solo fare amicizia tra noi, ma anche con gli animatori. Mercoledì è stata la giornata con più lamentele da parte delle ragazze…giorno della camminata! Molto faticosa quella di quest’anno, la classica passeggiata in montagna si è suddivisa in vari momenti nel corso della giornata: l’andata, svoltasi camminando per il bosco; la pausa, in cui più volte il don ci aveva detto che ci saremmo accampati lì per la notte ed infine il ritorno, compiuto inizialmente percorrendo in discesa una pista da sci (non pochi sono i caduti in questa tratta) e poi tornando a casa, facendo un buon

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tratto di strada sotto la guida degli animatori…e dei nostri piedi che ormai non esistevano più!!! Il quarto giorno è stato il giorno più tranquillo del campo, in quanto non ci siamo mossi ma siamo rimasti al campo-base per dedicarci alle attività proposte dagli animatori ed ai tornei esterni (di calcio e di pallavolo) ed interni (ping-pong). Venerdì mattina abbiamo vissuto uno dei momenti più importanti della settimana, il deserto, il quale si è svolto in un bosco poco lontano dalla casa. Nel pomeriggio abbiamo continuato i tornei. Dopo cena abbiamo svolto un gioco molto interessante, un gioco dove le squadre principali erano due: maschi contro femmine!!! Ognuno

di questi due gruppi doveva eleggere dei rappresentanti per ogni prova. Naturalmente le ragazze avevano qualche aiutino sulla prova di forza…stranamente l’hanno vinta loro…chissà perché… Il mattino seguente, sempre iniziato con un risveglio tranquillo basato su una musica a volume 100, rumore di coperchi di pentole , noi giovani iniziavamo a rattristarci...il campo-scuola stava per finire! Ma nonostante tutto ci siamo divertiti lo stesso anche il penultimo giorno, finendo il torneo di pallavolo e quello di ping-pong…ma non quello di calcio, poiché la finalissima è stata annullata…a causa di un’invasione…della parola-tormentone del campo, ossia…NU-

TRIE!!! Dopo questa grande delusione abbiamo partecipato alla Messa di fine campo per ringraziare il Signore di questa settimana fantastica. E dopo cena via alla serata danzante!!! Rimasti svegli fino a tarda notte grazie al rumore di un computer e due casse, noi ragazzi abbiamo potuto ballare musica di tutti i tipi con le persone a cui ci eravamo affezionate di più, per dimenticare la tristezza della fine del campo. Poche ore dopo…la sveglia…per la fine. La fine di un periodo di libertà e divertimento… In seguito, dopo aver fatto colazione, abbiamo dovuto sistemare la casa, e, dopo un po’ di foto, ci siamo avviati verso la nostra madre patria…Musile!!! “Il campo mi è sembrato divertente e pieno di giochi, mi sono divertito molto ed inoltre è stato bello anche perché ho fatto nuove conoscenze!” ha detto un ragazzo che per la prima volta è venuto al campo scuola “E’ stato divertente!!!” mi ha risposto una ragazza che, anche lei, partecipava per la prima volta al campo. Mah, un commento posso farlo anch’io… non vedo l’ora che finisca la scuola per andare al prossimo campo!!! Nicola

Non ho mai mancato un camposcuola,e sono felice di tornarci ogni anno,il fatto è che considero questi sei giorni,o poco più, prove contro se stessi. Esperienze che spesso diamo per scontate ma che in silenzio fanno crescere. La convivenza con i propri amici,il distacco dal prorio paese e dalle comodità elettroniche alcune volte scoraggia e non è sempre facile farci l’abitudine, tanto che alcune volte si litiga e ci si stanca ma quando torniamo a casa capiamo che tutti questi oggetti, questo’’comfort’’ non erano così necessari come pensavamo. Il camposcuola si svolge nell’arco di sette giorni dove siamo nel pieno ascolto di noi stessi e degli altri, divisi da momenti di attività e preghiera nel quale ricerchiamo la compagnia e l’ascolto di tutti mentre i nostri sentimenti si aprono verso chi ha orecchie per ascoltare. Aiuto e sorrisi sono la cosa che più ti manca nel viaggio del ritorno,ma sono ricordi che ti accompagneranno nell’arco della crescita. A.D

1-2 SU P.

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3-4 SU P. Un’occasione per divertirsi, passare indimenticabili momenti di felicità e spensieratezza, conoscere altre persone, stringere nuove amicizie, imparare a mantenerle. In questo e in molto altro consiste il Camposcuola, incontro di ragazzi e ragazze appartenenti alle più svariate fasce d’età. Dopo le fresche emozioni dei campi rivolti a ragazzi delle medie (spesso incorniciati dall’aria leggera della montagna) vi è un leggero cambiamento. Col passare degli anni,infatti, le esperienze si intensificano quanto la maturità nell’affrontarle. Si impara a scoprire cosa c’è dietro al gioco e ai tornei di calcetto o pallavolo: un vero e proprio centro di crescita personale spirituale, un’occasione che la parrocchia regala a noi giovani per avviarci a prendere in mano le nostre stesse vite e, perché no, cambiarle. E’

UN campo per servire 30 luglio-6 agosto

proprio questa la sensazione che ha scaturito in me il Campo di Servizio. L’incredibile opportunità di rendersi utili, in un modo o nell’altro, a chi ha bisogno di noi o a chi semplicemente fa piacere la nostra presenza, a chi magari non ha la nostra stessa fortuna. Quest’anno i luoghi presso i quali abbiamo prestato servizio sono stati il “Piccolo Rifugio”, la ”Casa del Girasole”,”Il Giardino di Hana”, e la “Cooperativa Alternativa”. La cosa a mio avviso più importante quando ci si appresta a partecipare ad un campo simile, è sapersi mettere in gioco e conoscere le proprie capacità. Nella vita delle persone con le quali si condivide questa esperienza non c’è bisogno di noia e negatività: è fondamentale staccarsi dai brutti pensieri e prepararsi a donare tutto il nostro meglio, sicu-

Riflessioni dalla Slovenia in cammino con Padre Rupnik

Dopo alcuni frenetici giorni di lunghi viaggi in macchina per vedere svariati mosaici in posti disparati, eccoci finalmente ad un momento di forte intensità spirituale e interiore. Eccoci, come ogni volta, arrivati al

momento in cui inevitabilmente, si arriva a contatto con la Storia, con quegli episodi in cui il dolore travolge e abbatte, e sembra quasi che nemmeno la fede possa bastare a

rincuorare e dare delle spiegazioni. Eccoci qui, di fronte ad uno dei mosaici forse più rappresentativi e più contestati di Padre Rupnik. Qui, nel cuore del bosco, a pochi metri dallo scenario di uno dei più tragici momenti della Storia a noi molto vicina, a pochi metri dalle foibe di Kocevski Rog, si erge un mosaico che rappresenta Pilato che libera Barabba e la mensa del Regno dei Cieli, dove vengono accolti sia le vittime che i loro persecutori. Ma ciò che colpisce, che cattura e ipnotizza come nere calamite, sono gli occhi. Occhi che ti guardano, ti chiamano. Ti amano. Gli occhi di quel Cristo che ha anche il volto dei poveri e dei malati. Quel Cristo che accoglie alla Sua mensa le vittime, morte nelle foibe, accanto ai loro

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ri del fatto che a chiunque abbiamo davanti farà tanto piacere. Grazie alla mia esperienza di Campo e grazie anche ai racconti e alle testimonianze di coloro che sono entrati in contatto con altre realtà ho capito la meraviglia del legarsi a chi di legami probabilmente ne ha avuti troppo pochi o troppo instabili, dell’ascoltare chi fatica a cercare,tra la folla, un orecchio teso verso di lui. Invito chiunque a dedicarsi a questa attività di Servizio gratuito, volontario. Ricordo a tutti che non è mai troppo tardi per aiutare il prossimo, non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per dare una svolta alle proprie vite spesso piatte o poco gratificanti. Lasciatevi arricchire. Il saluto o il sorriso di quelle persone, anche una volta finita l’esperienza, è una cosa che non auguro mancare nella vita di nessuno. Anna Carpenedo

CAM PO EDUCAT OR

I

uccisori. Questo ha fatto innalzare proteste da parte di chi sosteneva gli uccisori, i quali negavano l’accaduto, ma anche da parte dei parenti delle vittime, che non accettavano la possibilità del perdono. Ma quello che Padre Rupnik infonde nelle sue opere con la sua arte, è fondamentalmente un messaggio, univoco, uguale e immutato in ogni opera: l’immenso Amore di Cristo. La sua immensa carità, il suo donarsi, il suo essere tanto grande da resuscitare dalla morte, ma anche il suo saper farsi tanto piccolo da perdonare e donare tutto Se stesso, fino alla morte. E quegli occhi, grandi e neri, che sembrano fissarti e scrutarti dentro l’anima, irrompono nel mormorio dei pensieri con un grido forte, una chiamata, una voce che dice mille parole in un’unica, continua melodia. E’ il grido dell’Amore infinito, che non può essere udito perfettamente, se non nei luoghi dove il Dolore, richiede la forza di amare due, tre, cento volte più del “normale”. Elena De Piccoli

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ANCORA GREST

Parliamo ancora un po’ di Grest... Ancora?!? Sì beh in effetti ogni anno è la stessa storia, avete ragione cari lettori! Ogni anno qualcuno della redazione di questo giornale si incarica di fare una rassegna delle varie attività estive all’interno delle parrocchie della Collaborazione... Cosa piuttosto ripetitiva... Quest’anno infatti preferiamo fare insieme delle riflessioni sul significato di queste attività: insomma cercheremo di annoiarvi in un modo un po’ diverso! Circa l’andamento dei Grest nelle parrocchie, basterà dire che i numeri - più di 600 iscritti complessivi! - e le attività sono quelle ormai consolidate negli anni. Questo dato significa, se non altro, che il Grest continua ad essere una proposta appetibile per molti! ... Allora forse non è sempre la stessa storia ogni estate! Cosa può spingere un ragazzino e i suoi genitori a scegliere il Grest di anno in anno? Qual è la formula alla base di quest’alchimia vincente? ... Posso provare a dare una risposta? Credo si tratti dell’impatto sempre nuovo che dà lo stare in compagnia: la freschezza della vita di relazione. Una cosa di cui abbiamo tanto bisogno noi uomini contemporanei (anzi: noi uomini di ogni epoca! ... Proprio perché uomini: animali sociali che vivono di relazioni!). Non sembra così irragionevole come spiegazione... Ma, se è così, cos’è che rende possibile tutto ciò?

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della Collaborazione...

Forse la domanda più appropriata è, non “cos’è?”, ma “chi è?”! Tutti questi ragazzi si trovano infatti e stanno assieme grazie all’energica e corale organizzazione messa in piedi dalla parrocchia. Il che vuol dire sacerdoti genitori e finanche nonni, animatori e collaboratori parrocchiali a vario titolo, gente di buona volontà in una parola direi! A garantire in particolare la riuscita del gioco, in scala così vasta, è la partecipazione straordinaria di persone che in genere non svolgono un servizio in parrocchia ma che in occasione del Grest donano il proprio tempo generosamente. Si tratta soprattutto di genitori. Quindi non sono proprio così veridiche le critiche un po’ generiche di chi tenderebbe a dire che il Grest è solo un parcheggio per i bambini durante l’estate... Il Grest è molto di più: è stare insieme, è un canale di evangelizzazione. Questo perché tutte le attività che hanno nella parrocchia un fulcro sono tese all’evangelizzazione almeno per via indiretta. Ma allora, qualcuno si chiederà, perché mandare i nostri figli al Grest? Per “far contento il prete”? No: evangelizzazione infatti non significa “far contento il prete”, significa avvicinare a Dio... quindi semmai far con-

tento Lui... che ci ama, e visto che Dio ci ama e vuole il bene per noi, far contento Lui vuol dire far contenti noi stessi, fare il nostro bene! Non è forse per stare bene che cerchiamo una cosa buona per noi come lo stare assieme? Ma il bene che vogliamo per noi, se autentico, coincide con il bene che il buon Dio ci vuole! Però allora se il Grest è un momento così importante, pur nella sua semplicità, nella vita della parrocchia, se è vero che è volto all’evangelizzazione e non al parcheggio dei nostri figli perché, ci si potrebbe chiedere, molte delle persone che prestano servizio in questa occasione non hanno la stessa sollecitudine anche in altri momenti della vita di evangelizzazione come il catechismo, ad esempio? Se è vero, come sembra essere, che la parrocchia non è un parcheggio, allora non lo è d’estate come tutto l’anno. E in effetti è vero che la presenza di genitori e altri collaboratori in molti casi registra significativi cali in periodi che non siano quello delle ferie estive. Si tenga però presente che molti di coloro che donano generosamente le proprie energie in estate possono farlo perché approfittano e in parte “sacrificano” - le proprie ferie... e durante tutto l’anno non hanno quindi la stessa possibilità di partecipazione alla vita di parrocchia. Ciò non toglie che la presenza costante sarebbe opportuna là ove possibile perché non possiamo scoprire che siamo uniti solo in occasione del Grest: ci sono molte altre occasioni spesso più importanti e fruttuose per noi! Ma intanto cogliamo il bene di quello che è stato fatto: questo tempo, questo sentimento assieme in questi Grest! Ognuno di noi fa ciò che può, ciò che sa! Ed è già stato fatto molto di buono! Continuando a stare assieme ed aiutandoci questo bene crescerà! intanto grazie a tutti coloro che han dato un po’ di se stessi per i nostri fratelli più piccoli. Federico Contarin

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Riprende anche quest’anno il corso della Bibbia a Chiesanuova e l’Ascolto della Parola a Passarella Per il 2011-2012 abbiamo scelto di leGGere e di commentare 5 brevi libri dell’Antico Testamento chiamati:

LE CINQUE MEGHILLOT

Sono cinque libri che vengono letti, essenzialmente a scopo liturgico, durante alcune festività ebraiche. Il significato del termine Meghillà è “rotolo” per indicare il rotolo di pergamena su cui viene scritta.

Shir Hashirim - Cantico dei Cantici Il nome ebraico è un superlativo: è il canto per eccellenza. L’autore è re Salomone. Si tratta di un testo puramente simbolico poiché, se in apparenza può essere inteso come una poesia d’amore fra l’amato e la sua fidanzata, descrive invece il fortissimo sentimento che lega la nazione d’Israele a Dio. Viene letto in sinagoga l’ottavo giorno della festa di Pesach e, in alcune comunità sefardite, tutti i venerdì sera.

Rut Si tratta di un breve testo, le cui vicende si situano all’epoca dei Shoftim. Alla morte del marito Rut, una moabita, insiste nel voler restare al fianco della suocera Noemi quando questa decide di tornare a Betlechem (cap. 1). Rut finisce per sposare Boaz, un parente di Noemi. Questo rotolo viene letto durante la festa di Shavuot, giorno della nascita di Re David di cui Rut era la bisnonna.

Echa - Libro delle Lamentazioni È una serie di cinque poemi che costituiscono una lamentela funebre sulla caduta di Yerushalayim e la distruzione del Bet Hamikdash (il Santuario). L’autore è il profeta Geremia il quale, attraverso le sbarre della prigione a cui l’avevano costretto gli invasori babilonesi, detta questo triste canto al suo discepolo Baruch ben Neriyà. Tutti i poemi (tranne il quinto) sono acrostici, ossia si presentano come una serie di strofe in ordine alfabetico. Nel primo poema viene evocata la decadenza di Gerusalemme, che prende la parola per implorare il perdono divino. Dopo aver descritto il modo in cui la collera divina si è abbattuta sulla città (cap. 2), il poeta esprime la sua fiducia e la sua speranza (cap. 3). Il quarto capitolo tratta della punizione che incomberà sui sacerdoti e sui falsi profeti. Il quinto capitolo è un vibrante appello alla pietà di Dio. Il libro viene letto il nove di Av.

Qohelet - Qoelet Il testo presenta le riflessioni di un Saggio, che potrebbero essere riassunte con due parole della prima frase: hevel havalim cioè “vanità delle vanità”. L’autore, che secondo la tradizione viene identificato nella persona di Re Salomone, fa un bilancio della vita umana. Accanto a un apparente pessimismo profondo, viene riaffermata la fede in Dio come unica salvezza dell’uomo. Il libro è letto durante la festa di Sukkot.

Ester La storia si svolge a Susa, nell’antica Persia, sotto il regno di Achashverosh (Assuero). Il re che, in stato di ubriachezza, aveva ordinato l’uccisione di sua moglie Vashti, prende in sposa Ester - bellissima donna ebrea educata e accudita dal cugino Mordechai - la quale, durante la sua permanenza al palazzo reale, non rivela mai le proprie origini. Haman viene scelto come primo ministro e, con il consenso del re, emana un decreto di sterminio di tutti gli ebrei dell’impero. Spinta da Mordechai, Ester ottiene l’annullamento del decreto. Haman viene impiccato e Mordechai, che un giorno aveva salvato la vita del re rivelandogli un complotto ordito contro di lui, gli succede nella carica. L’ultimo capitolo descrive la felicità degli ebrei e fornisce alcuni dettagli della festa di Purim, durante la quale viene letto questo rotolo.

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Collaborazione Pastorale di Musile di Piave LETTURA DELLA BIBBIA

“Forte come la morte è l’amore”

LETTURA E COMMENTO di CINQUE LIBRI DELLA BIBBIA (MEGHILLOT): Cantico dei Cantici, Ruth, Lamentazioni, Qohelet, Ester

Guidati da don Saverio, in questo quarto anno, proseguiamo il percorso di lettura continuata di alcuni libri della Bibbia dando spazio ad una semplice esegesi, a un tempo di riflessione e di preghiera.

Il programma - CALENDARIO DI LETTURA: Giovedì 3 novembre: Venerdì 18 novembre: Venerdì 2 dicembre: Venerdì 16 dicembre: Venerdì 13 gennaio: Venerdì 27 gennaio: Venerdì 24 febbraio: Venerdì 2 marzo: Venerdì 16 marzo: Venerdì 20 aprile: Venerdì 27 aprile:

Introduzione al corso Il Cantico dei cantici Il Cantico dei cantici Il libro di Ruth Il libro di Ruth Libro delle Lamentazioni Libro delle Lamentazioni Il libro di Qohelet Il libro di Qohelet Il libro di Ester Il libro di Ester

Tutti gli incontri si svolgeranno alle ore 20.30 presso le sale parrocchiali di Chiesanuova. Portare con sé la Bibbia, un quaderno e una penna.

DURANTE IL CORSO PROPONIAMO:

• Incontro con fratel Moreno Pollon, monaco eremita legato alla comunità di Bose • Serata sul tema: L’amore sponsale” • Testimonianze sul tema “Cercare il Signore” • Visione del film: “Ester”

ASCOLTO DELLA PAROLA Presso la canonica di Passarella, da martedì 18 ottobre e per ogni martedì alle 20.30, insieme a don Flavio, si ascolta il Vangelo della Domenica successiva dando spazio al dialogo ed alla condivisione. Questi incontri sono aperti a tutti coloro che vogliono prendere sul serio la Parola preparandosi alla Liturgia della Domenica.

VI ASPETTIAMO! I VOSTRI SACERDOTI 20

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trieste: settimana liturgica Dal 22 al 26 agosto si è tenuta a Trieste la 62° settimana liturgica nazionale sul tema: “Dio educa il suo popolo: La liturgia sorgente inesauribile di catechesi”. Giornate ricche, scandite dalle lodi al mattino, riflessioni, pranzi condivisi, lavori di gruppo e celebrazioni eucaristiche molto curate. Diverse sono state le persone di rilievo che hanno dato il loro contributo in questa settimana così intensa tra i quali Mons. Crepaldi, il Card. Comastri, Mons. Monari, Mons. Forte ed Enzo Bianchi. Con i loro interventi e quelli di altri liturgisti si è riflettuto sull’importanza della liturgia nell’educare il cristiano, sui problemi e le potenzialità della catechesi, sull’iniziazione cristiana, sulla maternità della Chiesa e la sua missione evangelizzatrice. Tema di riflessione molto esteso e significativo sul quale si è interrogata una Chiesa aperta al confronto e attenta all’ascolto. Dio educa il suo popolo: ma cosa vuol dire “educare”? Riportando le parole di Mons. Monari: “L’educazione è un processo attraverso il quale un cucciolo d’uomo diventa adulto, critico, responsabile e intelligente”. Per far questo servono molti “attori”. La fede cristiana può dare un valore aggiunto a questo processo in quanto attraverso la Liturgia e la Parola ogni persona può realizzarsi in pienezza. Cercando di imitare Cristo, cercando di amare come ci ha amato lui, la nostra vita diventa più ricca. Ma come ben sappiamo, AMARE è un’ARTE e come tale va imparata. Dobbiamo andare a “bottega” da chi sa amare, da Gesù, imparando i suoi modi e le sue parole. La Liturgia permette quindi all’uomo di uscire da se stesso e di tendere verso Dio. In questo modo l’uomo cresce, si educa all’amore e il mondo viene trasformato e salvato prendendo la “forma” di

Dio. In altre parole impariamo a dare un corpo a Cristo in questo mondo e diventare noi stessi LITURGIA DEL PROSSIMO. Già da questa riflessione comprendiamo ancora una volta quanto vive e profonde dovrebbero essere le nostre liturgie. In ogni Eucarestia noi partecipiamo alla rivelazione di Dio, ogni rito dovrebbe comunicarci sempre la gioia del Cristo, altrimenti può essere un rito perfetto ma destinato a rimanere vuoto. Ogni rito e ogni liturgia non sono pietre tombali bensì PIETRE VIVE. Nelle nostre Eucarestie, nei nostri cammini di fede noi cristiani non siamo soli, non siamo isole, dobbiamo rimanere tutti uniti nella “barca di Pietro” ossia nella nostra Chiesa. Una Chiesa non sempre pura ma sempre santa perchè nata dallo Spirito Santo. Essa vive in una Pentecoste continua poichè tutte le sue attività devono essere continuamente esposte al soffio dello Spirito Santo che le rinnova e le libera dalle paure e dalle malinconie. Per fortuna lo Spirito Santo non va mai in pensione! Continua a mandarci doni e carismi affinchè noi cristiani li possiamo condividere, metterli in circolo e viverli nel desiderio di incontrare Dio. Anche la maternità della Chiesa non è a tempo, è per sempre! La Chiesa è una madre che genera figli per Dio, una madre che non vuole dominarli ma solo educarli alla preghiera, all’ascolto della Parola, aiutarli a vivere la propria santità insieme agli altri. E si diventa santi nella preghiera liturgica, pregando non un Dio ma pregando in Dio, lasciandoci amare e trasformare da Lui in comunione con la nostra Chiesa perchè come scrive San Crisostomo: “La tua salvezza è la Chiesa. Amala perchè è lei che ti ha dato la vita.” Monica Scarabel

LA COLLABORAZIONE PASTORALE DI MUSILE DI PIAVE TI INVITA AD UN CORSO PER LETTORI DELLA PAROLA NELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE 14-16 OTTOBRE 2011 Venerdì 14 ottobre

Presentazione del Corso e dei partecipanti - Catechesi: La liturgia della Chiesa La Bibbia come Parola di Dio - Brevi nozioni di Dizione, Fonetica, Respirazione – Esercitazioni pratiche di Lettura

Sabato 15 ottobre

Catechesi: Uno sguardo all’Antico Testamento: Il Pentateuco, I Libri storici, I Libri poetici e sapienziali, I Libri profetici La Lettura in pubblico: Testimoniare la Parola – Esercitazioni pratiche di Lettura - Ripresa delle esercitazioni Catechesi: Uno sguardo al Nuovo testamento: I Vangeli Sinottici e gli Atti degli Apostoli, le Lettere Paoline, le Lettere giovannee, le altre Lettere, L’Apocalisse. Il Decalogo per il lettore della Parola – Esercitazioni pratiche di Lettura

Domenica 16 ottobre

Catechesi: I ministeri nella Chiesa a servizio del popolo di Dio (in particolare il ministero del lettore istituito e di fatto) - I libri della Parola (Evangeliario e Lezionario) e il luogo della Parola (l’ambone) Accorgimenti tecnico-espressivi - Esercitazioni pratiche di Lettura Ripresa delle esercitazioni - La celebrazione eucaristica: “L’anello della sposa”. Conclusioni – Esercitazioni pratiche di Lettura

GUIDE DEL CORSO

• sr. M. EMMANUELA VIVIANO PDDM • CRISTINA DEL SORDO Speaker di Radio Vaticana Costo: Euro 20,00 ciascuno • INIZIO CORSO: Venerdì 14 ottobre 2011 ore 15.00 presso i locali della Parrocchia di Passarella.

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nonna TERESA tonet

100 anni

Cara Nòna, Te si de l’ùndeʃe, Noveʃento, però. E no ghe ièra ancora stà dó Guère. E girèa ancora i càri co ‘i sérci de ‘égno e de fèro. I ‘ndéa arar co ‘i bò e a taiàr el gran co ‘a séʃoea. D’inverno ghe ièra ‘a mónega par scaldar el let co ‘i paióni fati de scartòssi sièlti tra i pi’ tènari. No ghe ièra ‘a tiviʃion e par quél nàssèa tanti putèi e ghe voéa tanta poènta par farli sgionfar. A ‘i oméni: i campi, el lavoro e l’ostaria. A ‘e fémene come ti: calièra, fioi e campi. Gnénte paréci, ne bàgoei qualche narànsa e qualche biscoto par far festa ‘a Nadal. E far fiò in stàea a giustàr calsèti che no ‘i finìa mai, e a contar ‘na storia par far star boni i putèi che ‘i fèa ‘e ‘ezion par tèra. E spacar el iàz del canàl Bova Rosa par lavar i nizioei. E far ‘a lìssia co ‘a ʃenere e l’aqua calda. No ghe gèra gnénte, ma forse bastèa ‘na paroea s-cèta, drita al cuor, un s-ciafon a ‘i putèi che ‘i féa ‘i dispèti, óʃarse: «fiòl d’un can!» co ‘i se rabiea. A gèra ‘na vita dura ma senpliʃe, come a stréta de man co ‘i cài de ‘na vita de badil. Incùo no resta pi’ gnènte, vèmo perso ‘e paròe de chi tempi e anca el so décoro. Me ricordo che prima de ‘ndar a scuoèa te me diʃéa sénpre: vàrda de far puìto! A San Martin adèso magnemo el dolze e no fén pi’ su ‘e straʃe mandai via dal pàron. Adèso sémo tuti ciapài, de corsa, no scoltèn pi’ ‘e storie de ‘na volta, no vemo tempo. Inveʃe ti, Nòna Teresa, t’a fato ‘na impresa: ʃento àni passài a vedar canbiar el mondo!

LA RICONOSCENZA PER UNA NUOVA VITA NEL DECIMO ANNIVERSARIO DEL TRAPIANTO DI CUORE DEL NOSTRO COMPAESANO GIORGIO MONTAGNER A dieci anni dall’intervento di trapianto del cuore, Giorgio desidera esprimere la propria gioia e riconoscenza per il dono di un cuore che gli ha ridato una nuova vita. Una nuova esperienza che Giorgio sta vivendo nel volontariato e nell’associazionismo verso la comunità ed il prossimo. In questa occasione abbiamo voluto intervistare Giorgio che ha accettato di raccontarci della sua seconda vita. “Sono ormai trascorsi dieci anni da quel 18 settembre 2001 e nelle vicissitudini della mia malattia, mai avrei immaginato di potercela fare e di riconoscere il prezioso dono della vita che tutti noi abbiamo ricevuto. La mia grande volontà di sopravvivenza mi ha sempre sostenuto e dato il coraggio di affrontare con fiducia le difficoltà ed i rischi di un delicato intervento al cuore. Pensate che prima di ammalarmi ero iscritto all’A.I.D.O. (Associazione Italiana Donatori Organi) e nel 2001 ho io ricevuto il cuore di un donatore! É stata l’occasione per mettere alla prova il mio ottimismo, la speranza e la fiducia nei nostri medici. Un abbandonarsi alle cure del prossimo che è stato ripagato da grande professionalità e umanità del personale medico che, quotidianamente, lavora per

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preservare quel bene inestimabile che è la nostra salute. Molto però, dipende anche da noi, nell’affidarsi con serenità alle cure dei nostri medici”. Chiedo a Giorgio cosa sente di consigliarci nel caso del bisogno o di estrema necessità per la nostra salute. “Credo che sia importante saper ascoltare con fiducia le indicazioni dei medici curanti, seguendo scrupolosamente le terapie consigliate e la periodicità dei controlli di prevenzione”. Ma ciò che più mi ha colpito è l’aspetto umano che Giorgio ha vissuto e mi ha trasmesso della sua esperienza di trapianto. “E’ importante saper accettare, valorizzando ciò che generosamente ci è stato donato, nella consapevolezza che la nuova vita è frutto di un’altra che non c’è”. Continua dicendomi che: “Nell’esperienza in questi anni, i momenti particolari e le gioie vissute intensamente sono sempre stati sostenuti dalla vicinanza dei miei familiari e degli amici. Ma non è mancata anche una grande fede e una vita interiore molto intensa”. Ringrazio Giorgio per aver voluto condividere con noi le sue emozioni, le speranze e il suo nuovo progetto di vita. Elisa Montagner

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Chiesanuova: UN AMICO CI SCRIVE... Ci è giunta in redazione la lettera di una persona che, dopo tanti anni di lontananza ci porta ancora nel cuore. Grazie alla moderna tecnologia ed alle innovative vie di comunicazione ha scovato il sito della Collaborazione Pastorale di Musile di Piave, e preso da nostalgia ci ha scritto questa bellissima lettera che volentieri pubblichiamo, con una speciale richiesta. Si tratta di “Joanin nonzolo”, ossia del Sig.Giovanni Vazzoler già organista e maestro di coro a Chiesanuova, ma che ha proseguito questo servizio anche a Lentate sul Seveso in Lombardia dove si è trasferito con la sua famiglia tanti anni fa.... “...Sono nato a Musile di Piave in via Intestadura e da tanti anni vivo lontano dalla mia terra con molta nostalgia di Chiesanuova dove ho vissuto con la mia famiglia per venti anni, fino al 1961. Mio padre era sacrestano ed organista e direttore di coro della parrocchia, servizio che ho anche io svolto fino al 1961, con don Luigi Mazzarollo (all’ora parroco di Chiesanuova). Quando sono partito lasciai il mio posto al caro amico , l’indimenticabile Bruno Contarin. Poi a malincuore lasciai Chiesanuova. Navigando su Internet cercando notizie , ho scoperto “Collaborazione Pastorale di Musile di Piave”, e di conseguenza Emmaus, bello davvero, e subito mi è venuta l’idea di chiedervi di pubblicare un inserto apparso su Famiglia Cristiana,. Lo dedico principalmente a Chiesanuova dove sono cresciuto e formato musicalmente e, dove molti ancora mi ricordano. Questa richiesta non per dimostrare nulla a nessuno. Le mie potenziali capacità in materia, nei suoi limiti sono note a tutti e come facevo l’organista a Chiesanuova ho continuato a farlo a Lentate, mettendo a frutto tutta l’esperienza acquisita negli anni che ho vissuto a Chiesanuova e dintorni. E’ un segno di affetto verso questo paese dove sono cresciuto e dove sono stato con il mio Coro di Lentate per un concerto nel 1998... Grazie alla redazione di Emmaus per avermi dedicato del tempo prezioso, per la lettura della presente lettera, e mi scuso se ho recato disturbo. Un cordiale saluto a tutta la redazione buon lavoro.” Vazzoler Giovanni Grazie sig. Giovanni, del suo affetto e rinoscenza, immutata nel tempo per Chiesanuova, pubblichiamo volentieri l’l’inserto che ci ha spedito e siamo convinti che queste righe hanno risvegliato tanti cari ricordi in molte persone che ci leggono, soprattutto quelle un pò avanti con gli anni che hanno avuto la possibilità di conoscerla ed apprezzare la sua bravura come “direttore di coro” in parrocchia. Adalberta C. Il maestro Giovanni Vazzoler, organista e direttore del coro Schola Cantorum della parrocchia S. Vito di Lentate sul Seveso (Mb), a fine giugno 2010, ha lasciato l’incarico, per raggiunti limiti d’età e dopo ben 30 anni di servizio, nei quali ha messo a disposizione tutto il suo sapere con dedizione, competenza, conoscendo bene in tutti i suoi aspetti il mestiere di organista parrocchiale. Si lascia alle spalle 30 anni della sua (e nostra) storia, ma lascia anche nel cuore di tutti noi della Schola Cantorum che l’abbiamo avuto come pregevole guida. Per tutto quello che ci ha dato, grazie maestro Giva! I tuoi amici della Schola Cantorum - Lentate sul Seveso (Mb)

classe DI ferro...1941 (22 Maggio 2011)

SETTEMBRE - OTTOBRE 2011

i r u g u A

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PELLEGRINAGGIO “SULLE ORME DI SAN CARLO BORROMEO” Il pellegrinaggio, promosso dalla Collaborazione pastorale di Musile, del 19 e 20 settembre 2011 ci ha portati nei luoghi di San Carlo Borromeo. S. Carlo Borromeo è il patrono di Chiesanuova, forse si tratta di un santo non molto conosciuto dalle nostre parti e sarebbe interessante scoprire la motivazione del suo essere patrono di Chiesanuova. Certo è che si tratta di una figura molto importante nella storia della Chiesa essendo stato uno dei grandi promotori dell’attuazione dei decreti del Concilio di Trento. Figlio di Margherita dei Medici (sorella di papa Pio IV) nacque nel 1538 nella rocca di Arona, sulla riva occidentale del Lago Maggiore e morì a Milano il 4 novembre del 1584, quindi a soli 47 anni. Abbiamo potuto visitare, dopo la celebrazione della S.Messa nel santuario di Arona per ricordare il santo, la colossale statua del “S. Carlone”, visibile anche dal lago, voluta dal card. Borromeo – cugino di san Carlo - per tramandare nei secoli la grandezza della figura di questo Santo. C’è un bellissimo quadro nella residenza della famiglia Borromeo nell’isola Bella, tuttora di proprietà della stessa, che abbiamo potuto ammirare (assieme alla maestosa residenza barocca ed ai giardini terrazzati, spettacolari, con una vista stupenda sul lago e sull’ambiente circostante ) che lo ritrae, ancora piccolo, assieme ai due fratelli ed alla madre. I lutti che lo colpirono ancora giovane, la

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morte del fratello maggiore Federico e quella della madre, cambiarono sicuramente la sua vita. Una vita coraggiosa, controcorrente per quei tempi, sicuramente non facile: la sua famiglia si attendeva e aveva programmato un percorso di vita molto diverso da quello che lui invece preferì e scelse con fermezza di carattere. Fu arcivescovo di Milano, proclamato santo a soli 25 anni dalla sua morte, grande riformatore di costumi, grandissimo benefattore dei poveri, rinunciò ai suoi possedimenti per aiutare i più deboli facendo, del motto della sua famiglia “Humilitas”, che sottintende l’umiltà dinnanzi a Dio e alle virtù, un vero, umanissimo e profondo stile di vita. Carità, energia e santità lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Lo abbiamo ricordato e conosciuto un po’ di più visitando i luoghi che lo hanno visto operare e che lo commemorano. Il pellegrinaggio si è concluso con la visita all’Eremo di Santa Caterina del Sasso, arrivando in battello dal lago e potendo così, complice un tempo atmosferico di piena estate, ammirare questo solitario monastero abbarbicato sulla roccia a strapiombo in uno dei posti più profondi del Verbano, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. La tradizione vuole che l’Eremo sia stato fondato da Alberto Besozzi, ricco mercante locale, scampato ad un nubifragio durante la traversata del lago, che decise di ritirarsi su quel tratto di costa per condurvi una vita da eremita. Lì il Beato Alberto fece costruire una cappella dedicata a Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto. Si racconta di un “miracolo” di inizio settecento quando cinque enormi massi “ballerini” precipitarono sulla chiesa ma restarono impigliati nella volta di una cappella. Sembra che questi sassi traballanti abbiano dato il nome all’Eremo che per esteso è santa Caterina del Sasso Ballaro. Grazie, ancora una volta, per queste opportunità di imparare, visitando luoghi di questa nostra bellissima terra, e di onorare, commemorare e conoscere più in profondità queste importanti figure di persone che con la loro vita sono state e sono tuttora esempio di grande umanità, di carità, di fede e di santità . Una pellegrina

settembre - ottobre 2011


Passarella compie 100 anni: Auguri!! “PASSARELLA IL NOSTRO PAESE” Anniversario 1911 - 2011 Nell’ultima edizione delle attività estive del luglio 2011, è stato proposto un Corso di coltivazione dell’orto, e i bambini e ragazzi si sono fatti convinti che, senza scavare, “incoltar”, far tesoro delle esperienze altrui, è inutile seminare, piantare, far crescere piantine nuove e avere frutti. Così è per la storia in quest’ anno del 150° Centenario dell’avvio dell’Unità d’Italia a cui leghiamo i 100 anni della costituzione della Parrocchia di Passarella, passata da “curazia” a Parrocchia indipendente e autonoma (10 giugno 1911), come aveva cercato di essere, con le richieste e le attese di secoli. È indispensabile scavare, arare e solo così si avranno speranze di futuro, orti ben coltivati e qualche ortaggio e frutto saporito e sicuro. Il parroco attuale, don Flavio Gobbo, l’ultimo nominato, ha sostenuto e incoraggiato questa iniziativa. Essa riprende e aggiorna l’opera unica dello scrittore e saggista Dott. Prof. Mons. Costante Chimenton, che nel 1931 scrive, per documentare i danni di Guerra e averne benefici per la ricostruzione, il volume PASSARELLA DI SOPRA E LA SUA NUOVA CHIESA: cenni di vita civile, memorie di guerra e documenti per la storia della ricostruzione, Treviso, S.A. Tip. Editrice Trevigiana 1931. A questa edizione facciamo riferimento e sintetizziamo per questa nostra carrellata storica. Le notizie, con i riferimenti di date e relativi aggiornamenti, sono poi inquadrate e incastonate su ciò che è accaduto dopo, ma sostanzialmente si devono alla sua ricerca e alla sua documentazione fino a quell’anno, con particolare attenzione alla vicende religiose, ma anche civili. Non abbiamo preso in considerazione il periodo della Ia Guerra mondiale, di cui esistono sufficienti notizie e dati in tanti altri libri e volumi sull’argomento. Abbiamo sintetizzato la storia del nostro paese fin dagli inizi, molto incerti, della presenza di popolazione e famiglie nel territorio, con tutte le continue variazioni, che sono intervenute naturalmente, soprattutto quelle legate al Piave e alle sue scorribande nel basso corso e alla sua deviazione. Poi con lo scavo del tratto “Nuovo”, è stato interrotto il rapporto diretto con San Donà di Piave e le sue vicende. Questo ha fatto nascere il sentimento di autonomia e del dovere per tutti di darsi da fare per organizzarsi, fare solidarietà, richiedere il rispetto dei diritti fondamentali, come l’educazione, l’assistenza religiosa, l’accompagnamento nella malat-

tie e nella morte, che restano anche oggi richiamo alla comune responsabilità di “nascere come popolo” e di sostenersi a vicenda. È l’obiettivo primario di questo scritto, che vuole far prendere coscienza che abbiamo una nostra storia, che si intreccia profondamente con quella degli altri, ma che non va sottovalutata, anche in vista di una società armonica, diversificata, consapevole, accogliente, da “corale” cantata insieme. Tutto questo non è esaustivo e vuole sollecitare anche altri tentativi simili e multiculturali, per i tanti aspetti rimasti nello sfondo. Si ringraziano profondamente le collaborazioni e tutte le persone che hanno lavorato alla realizzazione di questo volumetto o che lo hanno incoraggiato e sostenuto. Esso diventa anche la presentazione della Mostra Fotografica e Documentale, in occasione della Sagra di Passarella del 2011 Don Giancarlo responsabile del Gruppo “El Solzariol”

PS. Questa è l’introduzione al volumetto di storia di Passarella in sintesi, che è a disposizione nei giorni della Sagra di Passarella in cui si celebra anche il CENTENARIO della costituzione della Parrocchia (10. Giugno 1911-2001) con il titolo di Presentazione della B. V. Maria e San Girolamo di Passarella di sopra, anniversario voluto e caldeggiato da don Flavio Gobbo attuale parroco e da altri cittadini, primo fra tutti Furlan Fausto, che presenta nelle Mostra storico documentale fotografica, molte delle sue testimonianze storiche scritte e raccolte.

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UN TESTIMONE

UN FILM

ALEM SAIDY

terraferma di Emanuele Crialese

La storia di Alem Saidy è simile alle travagliate storie di molti che sono costretti a lasciare le loro terre d’origine, la famiglia, gli affetti, i loro beni a causa di un solo motivo: la guerra. La guerra provoca destabilizzazione, fame, povertà, morte. Si presenta così Alem: “Il mio nome è Alem, che in dari ( nome ufficiale della lingua persiana, localmente conosciuta come farsi) significa “scienziato “ o “persona istruita” senza che io abbia comunque potuto o voluto esserlo.Alla nascita non avevo emesso alcun vagito, a differenza dei fratelli e sorelle che mi avevano preceduto, i quali con diversi modi di pianto comunicavano ai genitori le loro esigenze. Probabilmente, se non piangevo, io non avevo bisogno di nulla: ero naturalmente felice così, contento di essere nato. Crescevo robusto, sereno, sano ed ero felice e stavo proprio bene nella mia casa con la mia famiglia a Jalez.”... A causa della guerra civile scoppiata nel suo paese, l’Afganistan, la situazione un pò alla volta è precipitata e l’instabilità economica e la mancanza di qualsiasi libertà, nonchè il clima di terrore e di persecuzione incombente con i nuovi conquistatori, hanno fatto sì che con la sua famiglia Alem abbia dovuto trovare rifugio nel vicino Pakistan. La vita di Alem è stata continuamente segnata da spostamenti e peregrinazioni alla ricerca di un lavoro (il falegname era il suo preferito) e di un pò di stabilità. Dubai negli Emirati Arabi, Teheran , in Iran e poi via via, Urmia, Mezan Istanbul, Smirne, un viaggio lungo, a volte massacrante, continuamente in balia di persone crudeli e senza scupoli che promettevano mezzi di trasporto e modalità di viaggio insicure e pericolose. Molti i compagni di viaggio incontrati, alcuni si sono rivelati veri amici, altri profittatori. Spesso pescato senza documenti dalle Polizie locali, era costretto a ritornare indietro nel luogo da dove era partito, oppure rocambolescamente fuggire e cercare riparo altrove. Salem aveva solo 12 anni quando decise, con l’approvazione del padre e della madre tanto amati, di fuggire dal suo Paese, l’Afganistan, per trovare un luogo dove poter realizzare il sogno della sua vita, in una terra dove pace, concordia, democrazia potessero essere garantite. Sono state tante le situazioni difficili, nelle quali veniva messa a dura prova la propria integrità fisica e morale, ma la caparbietà, l’onestà del cuore, la naturale predisposizione benevola verso il prossimo, ed in primis la sua fede, Islamica, lo hanno aiutato con determinazione a superare grandi e piccole difficoltà, vista anche la sua giovane età. Il libro che racconta la sua storia “Fino alla vita” nella prefazione dice cosi’..” Il kalashnikov e gli attrezzi da falegname, sono questi i giochi di un ragazzino nato e cresciuto in Afganistan.... Alem sogna una vita, una vita vera..E questo sogno lo porterà ad attraversare monti desolati, mari in burrasca, sotto cieli immensi, fianco a fianco di persone che hanno perso la capacità di provare pietà per i più piccoli.” Il viaggio lungo e travagliato di Alem si conclude a San Donà di Piave, dove è giunto grazie ad un camion frigorifero per il trasporto di arance. Qui trova un ambiente accogliente, comprensivo che gli ridà nuova speranza e fiducia. Dopo aver appreso la morte atroce di Salem, suo caro amico, dice: La diffidenza e la paura verso gli sconosciuti sono aumentate, ma l’attenzione affettuosa di tutte le persone che mi vogliono bene, tuttavia, hanno saputo curarmi le ferite. Ora ha 18 anni, è una ragazzo cresciuto in fretta, provato duramente fin nelle viscere, il cuore più volte ha sanguinato per il dolore e la tristezza più cupa, la vita è stata davvero dura per lui. Ma il bene ha avuto il sopravvento ed il suo libro autobiografico conclude così: “Ho sempre sentito dire, da tanti, che la vita è un’avventura, un viaggio, e allora capisco che il mio viaggio è stato indispensabile per condurmi fortunatamente fino alla vita. Grazie caro Alem per la tua testimonianza. Adalberta Contarin

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Terraferma è un film di confini, quello fra il mare e il continente, fra un lavoro antico come la pesca e le sirene della modernità, fra le leggi del mare e quelle scritte. Fatto di orizzonti, di luci lontane nel mare che per i disperati che cercano di attraversarlo verso nord sembrano fari di speranza, ma si dimostrano spietate illusioni. In un’isola siciliana una famiglia di pescatori è alle prese con la crisi della pesca, divisa fra chi vuole aprirsi alla modernità e lavora con i turisti e chi vorrebbe che le cose non cambiassero mai. Nel frattempo continuano ad arrivare clandestini. Una donna africana col figlio viene salvata dal peschereccio e nascosta in casa. Un film che cerca e raggiunge la semplicità, scrosta via sovrastrutture e complessità ciniche della società contemporanea per far risaltare gli elementi base dell’uomo, il suo rapporto con l’altro, la natura, le tradizioni. Un po’ puro e un po’ spietato è un mondo in cui le leggi del mare sono in conflitto ormai con quelle scritte e imposte da chi viene da lontano, da chi non vive in un mare ormai privo di pesci ma pieno di uomini disperati. Un mondo in contrasto fra chi viene dalla terraferma per turismo e porta ricchezza e chi arriva alla ricerca di una nuova vita, verso un nuovomondo. In fondo sono sempre uomini, spogliati di tutto diventano confondibili, tanto che la consueta immagine di un barcone strapieno di immigrati in mezzo al mare che spuntano ovunque e si buttano qui diventa quella di un gruppo di turisti che ballano e cantano in una delle tante immagini forti che rimangono impresse in Terraferma. Quando si parla di immigrazione si rischia spesso il politicamente corretto o il suo opposto qui il film arriva all’essenza del rapporto fra gli uomini, quasi primordiale, quello che segue l’istinto di porgere la mano all’altro in difficoltà, ad aiutarlo, a rispettare le leggi del mare. Qui non si fugge dalla Sicilia come in Nuovomondo, ma si ha a che fare con chi fugge, con l’accoglienza di chi arriva. Ma Terraferma è soprattutto un film su un microcosmo che si ribella ad un mondo che cambia istericamente, spesso senza riflettere. Qualcuno abuserà del termine buonismo (parola mai troppo odiata) per una vicenda che piuttosto ha il grande merito della semplicità, come quella di due donne, senza uomini per motivi diversi, una vedova isolana e una africana arrivata con il figlio. Un rapporto fatto di sguardi, diffidenza, rispetto, che diventa il vero nucleo emotivo del film, con la donna che custodisce il focolare, segna il territorio, ma lo apre anche all’accoglienza. La dimostrazione di come si possa fare del buon cinema anche senza una storia troppo originale.

settembre - ottobre 2011


UN LIBRO Bianca come il latte, rossa come il sangue

LE VIGNETTE

Arrivano le Suore

di Alessandro d’Avenia

Leo è uno studente come tanti, ha sedici anni e una vita davanti di cui ancora non sa che fare. Ride e scherza con gli amici a scuola, adora giocare a calcetto, il suo motorino con il quale scorrazza per le strade della città insieme ai suoi amici e non si separa mai dal suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori “una specie protetta che speri si estingua definitivamente”. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e distacco. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Il professore vuole che i ragazzi maturino e imparino a trovare gli stimoli per vivere al massimo e attivamente, diventare protagonisti della propria vita e delle scelte che essa comporta. Il bianco è l’assenza: tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il bianco è la grande paura di Leo. Ma c’è un sogno, dentro di lui. Un sogno rosso. Il rosso è il colore dell’amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Leo è innamorato di Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Ma Beatrice è ammalata e la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa. Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande. C’è anche Silvia nella vita di Leo, l’amica fedele, l’ancora di salvataggio, la presenza discreta che ti dice: quando hai bisogno io ci sono. Bianca come il latte, rossa come il sangue” è un romanzo che con dolcezza fa emergere le emozioni, le paure, le gioie, le insicurezze adolescenziali. Ma è anche un romanzo di formazione che, nel giro di un solo anno scolastico, assiste alla crescita interiore di un normale ragazzo. Non smetterà di sbagliare, né di soffrire. Ma impara ad amare. Conosce il valore dei sogni. E’ questo che fa di questo libro uno di quei romanzi la cui emozione non finisce con le ultime righe, con poche parole. Alessandro D’Avenia, trentadue anni, laureato in Lettere classiche, insegna al liceo ed è sceneggiatore. Questo è il suo primo romanzo ma ha già collaborato con riviste per recensioni e interviste. Voto: 10 e lode! Vi auguro buona lettura. Agnese

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Passaggio di testimone

Campanili a... rischio

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Il prete come dovrebbe essere? Per gli assidui alla messa è l’uomo di Dio Per i lontani è una funzionario della religione Per alcuni è un solitario Per altri l’uomo di tutti Se parla con i ricchi è un capitalista Se sta con i poveri è un comunista Se ha un volto gioviale è un gaudente Se è pensoso è un eterno insoddisfatto Se è bello, perchè non si è sposato? Se è brutto, nessuno l’ha voluto Se va in clergyman è un uomo di mondo Se veste con la tonaca è un conservatore Se è grasso non si lascia mancar niente Se è magro è un avaro sicuramente Se predica più di dieci minuti, non finisce più Se parla breve, non sa dire proprio niente Se ha i capelli lunghi è un contestatore Se ha i capelli corti è un sorpassato Se battezza e sposa tutti, strapazza i sacramenti Se è piuttosto esigente, allontana la gente Se fa visita ai parrocchiani, è un ficcanaso Se sta in canonica, è un menefreghista Se non organizza delle feste, non fa mai nulla Se fa dei lavori in parrocchia, butta via i soldi Se parla di teologia è astratto e noioso Se parla di problemi pratici è un politicante Se ha il consiglio pastorale, si lascia comandare Se non lo ha, è un prete autoritario e clericale Se cita il Concilio Vaticano II è un visionario utopista Se ci tiene al catechismo è ancora con il concilio di Trento Se è giovane, non ha esperienza Se è anziano potrebbe andare in pensione Ma se poi se ne va… Chi lo sostituirà?

Emmaus Settembre 2011  

Collaborazione Pastorale di Musile di Piave - Emmaus Settembre 2011