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Delatre

N째

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DICEMBRE 2006


DELATRE

N° -5

EDITORIALE

Il Numero -5 Quando Federico prese la direzione artistica del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia, diede a sè stesso “5” anni di tempo per avviare una “Scuola di Recitazione”. Abbiamo così “sfruttato” la stessa idea e cominciato con il numero -5, e non con lo 0 o 1, aspettando di poter trovare con pazienza il giusto equilibrio, la giusta chimica tra chi legge...e chi scrive. Il “Delatre”, che avrà cadenza bimestrale, è diviso in sezioni, alcune delle quali formeranno una base fissa per i numeri che verranno. Il “Teatro dei bambini” avrà sempre un proprio spazio e ci piacerebbe che i bambini stessi ci regalassero le loro impressioni e i sogni che nascono durante il “gioco” del Teatro...disegni o testi, sarebbe bello tutto ciò che è creazione artistica. E in questo sta il filo che conduce le parole dalla prima all’ultima pagina...non siamo solo noi, Claudia Sodini e Viola Giannelli, a fare questo giornale, ma tutti coloro che fanno parte della scuola. Troverete ad esempio una sezione, “I profili della pacchia”, dedicata alla storia delle maschere, e dato che siamo in molti ad averne sperimentato gli effetti...perchè non fare in modo che ognuno diventi protagonista di questo spazio con la propria esperienza? Questa è un’opportunità... Tempo fa chiedemmo ad Anna Bonci, allieva del corso dei bambini, di scrivere un piccolo articolo con le sue impressioni, una volta letto, credemmo che questo primo numero avrebbe potuto contenere unicamente le sue parole per la facilità e la delicatezza nel descrivere il valore del Teatro e della scuola di recitazione. Non è successo, alla fine 16 pagine sono state riempite, ma il suo pensierio, non c’è dubbio, rimane il gioiello del numero -5. Non sappiamo come e se si possa rendere la poesia del teatro su carta...ma sappiamo che senza le meravigliose foto di Gianni Di Gaddo, tutto sarebbe più difficile, il primo ringraziamento va quindi a lui. Il secondo, il terzo, il quarto...e tutti quelli infiniti che rimangono...non possono che andare a Federico. Scegliete voi il motivo. Per mandarci articoli, proposte, critiche e quant’altro, scriveteci a sodini@di.unipi.it

Perché Delatre... Ci si iscrive ad una scuola di Teatro...ognuno con la propria testa a racchiudere mille sogni, progetti e desideri diversi… Poi si entra in un teatrino di una minuscola città e molto di ciò che crediamo appartenere solo a noi diventa comune... O meglio…condiviso. Così, senza accorgersene, il piccolo Teatro di Seravezza, il “Delatre” diventa quel foglio bianco che tanto cercavamo per scriverci sopra noi stessi. Questo giornale non poteva avere altro nome se non Delatre. Il nostro foglio bianco. 

Claudia e Viola


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N° -5

A Teatro!

Mi sono avvicinato al teatro at-

traverso la televisione. Quelle atmosfere così noiose, così intriganti, così poetiche, così segrete e nascoste che il teatro produceva in me quand’ero bambino davanti alla “TELE”, me le porto ancora addosso quando vado a teatro. A teatro! Da più di dieci anni dirigo questa scuola di recitazione, da più di quindici pratico l’Arte teatrale e da più di trentacinque ascolto con rapimento la musica. Perché mi sono ritrovato oggi qui? Chi sono tutte queste decine di persone che stanno qui con me, alla nostra scuola? Perché parlo loro di teatro? Perché non lascio ‘‘questa Arte’’

che mi sembra troppo, troppo mastodontica per uno come me? Cosa ci faccio io, di fronte a tutti gli allievi, a parlare, a gesticolare, ad infervorarmi, ad arrabbiarmi, ad amare visceralmente ‘‘questa Arte’’, queste persone? Che cosa ci faccio io in questa terra di Versilia, dove il Teatro, la Musica, la Pittura, la Scrittura, la Fotografia, il Cinema, la Scultura sembrano interessare all’ennesima potenza per poi sparire improvvisamente nel nulla? Nel nulla. Alle volte ho l’impressione che tutto ciò che fai nel campo dell’Arte non valga NULLA. In quei momenti tutto si tramuta in merce, happening, momento per blaterare sulle solite piccole frivo-

lezze dietro le quali ci “pariamo”, che è l’abbreviazione di SCOMPARIAMO. Noi scompariamo momento dopo momento e nel frattempo rischiamo di dimenticare che potevamo sorridere. W il teatro. W la vita. Un bacio a tutti, ragazzi. Quest’anno vi faccio esplodere!

Federico Barsanti




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IL TEATRO DEI BAMBINI

Un Teatro per i bambini

Dal 1998 la scuola del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia ha attivato, tra i suoi corsi, il corso di RECITAZIONE PER BAMBINI. Diretto da Federico Barsanti fino al 2001, nel 2002 è subentrata la psicologa Manuela Alberti. Nei cinque anni Manuela ha fatto un grande lavoro con i bambini perché è riuscita, grazie anche alle sue capacità intuitive ed empatiche, a creare due gruppi di bambini che si sono affiatati tra loro e che hanno cominciato a “costruirsi” una passione per un’arte tanto difficile come questa. Durante il pecorso, i bambini si sono cimentati con testi di W. Shakespeare (Otello, Romeo e 

Giulietta, Amleto), C. Goldoni (La locandiera, Le avventure della Villeggiatura, Gli Innamorati), E. Petrolini (Facezie, autobiografia, ecc..) Dante (Divina Commedia), poeti vari (A. Palazzeschi, G. Caproni, J.Prevert, ecc..) oltre che con testi scritti o riadattati da Manuela. Da quest’anno, 2006/2007 il corso sarà gestito dai due collaboratori Mirtilla e Luca (anch’essi come Manuela, formatisi al Piccolo Teatro della Versilia). Luca e Mirtilla, che stanno tutt’ora specializzandosi professionalmente, lavorano nelle scuole pubbliche da alcuni anni e quest’anno si sono aggiudicati il I° premio alla Rassegna di Teatro delle scuole di

Bagni di Lucca. Nell’A.A. 2006/07 proporranno un lavoro su “Sogno di una notte di mezza estate” e “ Le allegre comari di Windsor” di W. Shakespeare, oltre che a un lavoro sul teatro di Petrolini. Non mancheranno, come sempre, le lezioni di Educazione della Voce tenute dal baritono Veio Torcigliani e le lezioni sulla Maschera, tenute da Federico. In bocca al lupo ragazzi!

Federico


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IL TEATRO DEI BAMBINI

Una piccola attrice racconta... Anna ha 10 anni, frequenta la 5° elementare della scuola “Don Milani” di Forte dei Marmi ed è ormai 4 anni che fa parte del Corso di Recitazione per bambini del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia. Adora disegnare e scrivere e così in questo primo spazio dedicato ai bambini le abbiamo chiesto un’impressione sulla scuola e sulla bellissima arte del Teatro...

Come ogni bambina, anche io ho tanti sogni, ed uno di questi è diventare attrice! Forse, avendo solo dieci anni, è un po’ presto per pensare ad un lavoro; ma intanto che aspetto di diventare grande, mi do da fare frequentando, già per il quarto anno consecutivo, una scuola di teatro, che è meravigliosa. Lì non ti insegnano soltanto le regole del teatro, ma ti insegnano a giocare e ad andare d’accordo con tutti!

Il teatro per me, è sì una scuola ma è anche un divertimento. La stanza in cui si svolge la lezione è piccola ma si fa grandi cose, in quella stanza: si ride, si scherza, si preparano spettacoli e si leggono poesie. Detta così imparare a recitare può sembrar e semplice, ma in realtà è molto complicato…il teatro si basa su tre cose importantissime: il controllo del movimento del corpo, la memoria e la serietà. Quando io sono lì non penso alla scuola, ai problemi e alle cose che mi preoccupano… non penso proprio a niente e ci sono solo io, il palco e la battuta che dovrò dire. Insomma, il teatro è come un sogno, puoi essere la persona che vuoi e puoi dire quello che ti pare, perché stai recitando e se vuoi recitare quella determinata cosa, nessuno te lo può impedire!!!

Anna Bonci 


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Il Teatro con i disabili Non dimenticherò mai le mie prime lezioni in quella stanzona (credo fosse stato un refettorio) dell’edificio delle suore. Era il 1997 e lì cominciò la mia esperienza teatrale e umana con i disabili della Cooperativa Arcobaleno. Grazie a Paolo Simonelli (al quale sarò sempre riconoscente) fui introdotto in questo mondo, uno dei tanti paralleli a quello che abitualmente chiamiamo NORMALE. In effetti non c’è niente di normale nella vita e passare del tempo con loro mi ha influenzato non poco. Nell’arco di due anni, con una bella dose di energia e un pizzico di incoscienza provai a tirar giù le basi per un approccio alla mia pedagogia con loro. Dalle prime lezioni, dense di timore, attraversai i mesi con entusiasmo e grandi stimoli, fino ad arrivare a chiarirmi che, se mai fossi riuscito a portare in scena qualcuno di loro, avrei provato a fargli vivere l’esperienza senza l’ausilio esterno, sul palco, di nessuno. Nel 1999 riuscii a realizzare questo sogno, anche se si aprirono delle divergenze (che poi i risultati seguenti fecero svanire) con alcuni educatori, i quali, assistendo alla “prima”, tremarono di paura di fronte ai ritmi e le pause tra una battuta e l’altra, 

tra una entrata e l’altra: in effetti fu una fatica immane, così come per tutte le altre volte future. Ho tenuto duro prima di tutto con me stesso, convinto che ciò che stava accadendo fosse una cosa eccezionale. Non “poterli aiutare”, restare sotto il palco in silenzio senza mai intervenire anche quando certe volte, forse, avrei davvero voluto farlo: questa era una fatica immane! Ma la mia “normalità” sarebbe diventata un’ intrusione deleteria nel loro mondo altrettanto “normale”. Negli anni a seguire si sono avvicendate diverse messe in scena, alcune delle quali richiedevano un’ attenzione e un livello d’impegno e rischio alti per gli attori, due tra queste: “Gli innamorati” di C. Goldoni dove gli attori arrivavano dal fondo, salivano sulla scena e dopo aver reci- tato dovevano

ridiscendere quegli scalini “fatali” e insormontabili; tutto questo, nell’arco di trenta minuti, avveniva due, tre, quattro volte per alcuni di loro. L’altra, la recente messa in scena dell’adattamento da “Otello” di W. Shakespeare, dove, tolte scenografie, costumi e oggetti di scena, ho fatto lavorare gli attori attraverso l’uso delle luci in relazione allo spazio che avevano a disposizione. Dalle prove al Delatre a quella sera di gennaio 2006 al Teatro Comunale di Pietrasanta, quando Annarosa, improvvisamente, dimenticò la sua parte...ciò che fecero quella sera non si può raccontare (ancora una volta, la mia “normalità” rimase in disparte). Grazie a tutti gli educatori della Cooperativa che hanno avuto e hanno fiducia in me, dandomi sempre l’opportunità di continuare quest’esperienza. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle...” ed io, con loro ogni volta, sono su quel colle a godermi una fetta di normale vita, resa ancora più incredibile grazie alla presenza di queste persone straordinariamente normali. Federico


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PENSIERI...E TEATRO

Pensieri...e teatro.

Pensieri sul teatro, a volte senza di esso. Senza schemi. In questa sezione potrà accadere di parlare di tutto e del suo contrario. Scoprendo magari che potrebbe non essere il niente..

“Il giudizio” Ricordo la prima lezione di teatro

della mia vita…Federico ci chiese di salire sul palco e dire il nostro nome…semplicemente il nostro nome. Dio mio. Mai ho odiato tanto il mio nome come quel giorno… Ma perché? Nella vita ci si veste. Nel teatro ci si spoglia. Dove la soglia per passare dall’uno all’altro? Dove la vita entra nel teatro e dove il teatro invade la vita? Cosa vedo quando sono a teatro? Che le personalità si sfaldano completamente…o meglio, ciò che noi mostriamo come nostra personalità si sfalda… Quando saliamo sul palco di fronte agli allievi, i muri e le maschere della quotidianità non ci proteggono più. Quasi irriconoscibili, a volte vaghiamo per lo spazio portandoci dietro il bagaglio ingombrante del nostro corpo…mai così estraneo. Sembra che ogni parte sia abbandonata e che ci venga dietro solo perché costretta dai “legami di carne”. Eppure, quando viviamo “normalmente”, sappiamo dove mettere

le nostre mani, i nostri piedi, lo sguardo e tutto il resto… Ma su un palcoscenico diventiamo marionette senza fili. Lasciate a se stesse…Ci afflosciamo. Perché? A volte entro a teatro sicura dei miei mezzi e desiderosa di esprimermi…poi, una volta sul palco mi blocco di schianto non desiderando altro che arrivare alla fine dell’esercizio. Ma al termine della lezione non c’è il sollievo per avercela fatta anche stavolta, c’è invece la soddisfazione dell’impresa…perché di questo si tratta…denudarsi è un’impresa vera e propria. E cosa rimane dentro noi una volta usciti dal Delatre? Certe sere, certe lezioni sono così forti da farci lasciare molte delle nostre emozioni sulle tavole del palco. Pianto, riso…l’estremo del fondo dell’anima ci massacra le espressioni del viso deformandole in qualcosa di mai vissuto. E poi? Al suono della “campanella” in

tanti a rincorrersi negli spogliatoi per prendere al più presto l’appuntamento nella birreria più vicina. Cosa rimane di ciò che si vive nell’istante successivo al momento vissuto? Dopo le lezioni a teatro, spesso la mia risposta è “niente”. Perché vedo negli occhi di molti la stessa luce di quando li ho visti entrare…stessa tranquillità o frustrazione o desolazione…come se le tre ore di teatro fossero una droga che fa dimenticare solo fino a che dura l’effetto. Una volta esaurito…ci si rituffa nelle paure e nelle fragilità che questa società sa benissimo come esaltare. E il giudizio? Mi chiedo allora cosa serva avere paura di queste tre ore quando sono solo una parentesi allegra nel giorno. Ci sono cose che forse non sappiamo riconoscere ma che ci entrano dentro e sconvolgono il nostro modo di vivere. Così il teatro. Qualunque sia il motivo per cui una persona lo fa…il teatro ci cambia. Non in un giorno e non in un mese…ma ci cambia. 


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Dobbiamo lasciar passare il giusto tempo e il nostro viso arriverà persino a cambiare i lineamenti, rendendoli più flessibili alle intemperie di ogni giorno. Ma rimane il fatto che molti danno tutto questo per scontato, come per scontata si dà la vita stessa. Con questa superficialità si butta spesso via materiale che potrebbe salvarci dal peso del giudizio. Ma niente. All’uscita è più importante sommergere di domande Federico e informarsi della serata in discoteca che fermarsi a riflettere su se stessi… Così ci fottiamo. E trattiamo il teatro come fosse un incontro di calcetto scapoli-ammogliati. Ognuno è giusto veda le cose a proprio modo e certo non si può chiedere silenzio e meditazione



PENSIERI...E TEATRO

come se questo teatro fosse una religione. Ma a volte mi piacerebbe che gli venisse dato più rispetto, spesso presente solo a parole, da parte di tutti. Il rendere la cosa più seria aiuterebbe a regalare più importanza a noi stessi, che di fronte agli altri diverremmo non più nudi come foglie ma vestiti della forza che il teatro stesso ci fornisce. Così invece ci piangiamo addosso e rotoliamo via lungo i giudizi altrui. E allora mi chiedo che cosa si legga di noi nelle parole degli altri e cosa si perda quando a teatro ci lasciamo soffocare dal giudizio? Non ho risposta...giudizio in fondo è miliardi di cose. Giudizio è perdersi ritrovando l’ingenuità di noi bambini, quando non coscienti di noi, sbattiamo il viso contro i consigli degli adulti, giudizio è paura di aver aperto l’album dei ricordi sbagliato…di

vedervi foto in cui siamo irriconoscibili… Quasi come nascondersi all’aria… Quasi come respirare in apnea… Quasi come cercare oro in un torrente… Quasi come volare via con le ali prese in prestito da un uccello zoppo. Quasi come nascere pianta e ritrovarsi circondata da cemento per abbellire la strada. Quasi come correre all’impazzata e poi veder partire l’ultimo treno… La vita scorre via…e troppe volte le parole di estranei ci forzano a fermarla e a perderne il potere. Ne diventiamo succubi. Incapaci di dominarla… Tigri in gabbia… Palafitte piantate sulle nuvole.

C.


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I PROFILI DELLA PACCHIA

Come una maschera...

“La Vita è una Pacchia”: schegge dal primo seminario onirico all’Abetone...

La maschera vive lo spazio di un sogno, un sogno che per cinque giorni concise con la vita di quattro persone. Ci sono momenti che non si possono programmare e giorni in cui si può decidere di non decidere. In quei giorni c’era qualcosa che stavano cominciando a capire e a sentire come indispensabile: avevano bisogno di trovare la propria “maschera” per liberarsi finalmente di quella che troppo spesso la gente aveva attribuito loro. E così, iniziarono a sentire che potevano camminare in un modo nuovo, che i loro piedi appoggiavano diversamente, sentirono che le braccia, le spalle, le mani tendevano verso una nuova forma e la voce, le parole persero ed acquistarono allo stesso tempo significato. E’ difficile far capire che certi suoni come “Titta”, “U-ha”, “Spazzolino”, “Oh-o” si modellarono su di loro fino a diventare parte integrante di se stesse, fino a dare vita alla propria “maschera”. Non fu uno di quei

parti facili ed indolori, no, fu dura. Per alcune fu anche difficile capire come la loro maschera voleva essere vestita, pettinata, gestita, ma quando successe, fu subito amore, uno di quegli amori che ti porti dentro per tutta la vita. E quello che venne fuori da questa esplorazione, fu uno di quei “quadri” meravigliosi che anche un Picasso, un Mirò, un Kandinskij avrebbero guardato con curiosità ed ammirazione. Come riuscire a dare i propri occhi a qualcun altro per potergli far capire

da “dove” e “come” erano nate queste 4 maschere...? Dal profondo della loro follia o dal genio di quel bambino che le dirigeva? Forse dal desiderio di non farsi riconoscere da nessuno se non da se stesse... V.

L

o spettacolo “La vita è una pacchia”, ha dato vita ad un incredibile mondo onirico, fatto di mistero... Cosa si cela dietro alle maschere è cosa spesso incomprensibile e infinite letture possono adattarsi ai loro gesti inconsueti...in questo piccolo spazio vorremmo aggiungerne una, personale, poetica, forse errata, ma sicuramente sentita. I profili della pacchia: ogni numero...una maschera...

La principessa rinchiusa Il volo della mente al suono di una musica che rompe le prigioni. Così vedo questa maschera, sognatrice e indipendente perché la gabbia che le è imposta non tocca la sua anima libera. Un ventaglio copre la sua chioma e le regala la fierezza di una principessa d’oriente. Gli occhi scorrono il mondo senza appartenervi. Ogni movimento è immobile ai giudizi altrui.

Tutto è poesia in un vestito che la ricopre interamente lasciandole intatto il mistero nascosto del suo viso. Povera principessa. E’ una pazza che balla nella sala d’aspetto di una casa di cura. Insensibile al tocco di noi poveri sconosciuti…segue invece pienamente il mondo che

descrive e crea con il solo muovere delle sue dita nell’aria. E’ perduta…ai nostri occhi. Ma ella vive perfettamente se stessa. Niente da aggiungere se non il suono muto che sembra di sentir uscire dalla sua bocca…una dolce nenia a sopraffare i dolori sordi delle nostre vite incolori.

C. 


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RECENSIONI

Zio Vanja

(A. Cechov) per la regia di Federico Barsanti

Come…e se…può morire uno spettacolo.

Poco tempo fa Federico, durante una lezione, ci disse che la rappresentazione di “Zio Vanja” alla fine di ot-

tobre, forse, sarebbe stata l’ultima. Non so bene al momento cosa io abbia provato, ma so che quando sono andata a rivedere questo spettacolo che mi ha accompagnato per tanti anni, ho voluto provare a capire quale fosse stato il significato di una messinscena così importante e come e se potesse davvero sparire nel nulla. Da Viareggio a Porcari...da Carrara a Roma..., molti sono stati i palcoscenici che hanno visto la regia di Federico, ma nessuno di questi teatri ha saputo dare ‘‘dimora’’ a Zio Vanja quanto lo ha fatto il Delatre…il pubblico, incuriosito e quasi timoroso, entra a gocce, ospite di una ‘‘casa’’ sconosciuta, si ritrova incredulo in scena e subito diventa protagonista che accende l’interruttore della serata. Nei teatri a cui siamo abituati l’ingresso in sala spesso non è che una ricerca del proprio posto e un’occasione per scambiare parole con qualcuno; qua no, siamo accolti da due donne di cui non si sa il ruolo, ci offrono da bere e ci rivolgono parola dando la sensazione di essere “reali” e non personaggi. E per questo il pubblico è subito attento, osservatore di una scena priva di attori ma in cui le luci già raccontano, le ombre già inquietano e in cui ogni dettaglio è curato così minuziosamente da far credere che si sia entrati a spettacolo cominciato. Passa pochissimo prima che regni un silenzio assoluto, rotto solo dal sorseggiare del tè da parte degli ospiti imbarazzati. E poi…arriva il Tempo. Lui entra e, paradosso, il tempo si ferma, in uno spettacolo che sembra ormai essere eterno, iniziato, già quasi finito...come se fossimo semplicemente ad assistere all’ultimo atto di una storia di cui manca solo il finale. La figura del Tempo, non presente nel lavoro originale di Cechov ma inserito ad arte da Federico, con movimenti ritmici e ipnotici, ci sottrae a ciò che ogni giorno scandisce le nostre azioni...e ci scaraventa lontano, forse in Russia, dove tutto è nato, o forse a Seravezza, dove tutto si è evoluto, o ancora in un qualunque focolare che racchiuda tristezze e frustrazioni…dove tutto sempre muore. Poco dopo 7 persone invadono la scena e iniziano a spogliarsi delle loro vesti per metter quelle dei loro personaggi. Ancora un paradosso…Federico, nella sua spiegazione iniziale, ci presenta l’opera come naturalista, reale…e cosa c’è di vero nel capire da subito il trucco del teatro? Nello svelare dall’inizio la non-realtà dei personaggi? Qui sta la risposta: tutto è visibile, reale, vero, anche la finzione. Entriamo al Delatre e siamo accolti in casa Serebriackov, ma una volta entrati, ci ritroviamo in compagnia di qualcuno che “finge” di far parte di questa casa. Se dovessimo cercare il senso e la follia del teatro...forse potremmo cominciare proprio dall’apertura che questa regia ci regala. Poi i ragazzi interrompono questa confusione bloccandosi in un quadro di fronte a noi, nel primo dei tanti momenti poetici che lo spettacolo ci regala. Inizia allora il gioco delle luci e delle musiche che rapiscono, accecano e accompagnano ogni nostro sguardo ed ogni parola dei protagonisti. Siamo noi, sono loro…davvero pare non esserci confine e il Delatre sembra accoglierci tutti. Sempre accompagnati dal Tempo, passiamo di stanza in stanza e ci sediamo dove capita, imbarazzati da questa forzata partecipazione, ma attenti, vigili, perché, man mano che lo spettacolo avanza, sempre più non possiamo fare a meno di ritrovarci solidali con le tragedie comuni di questo gruppo di persone. Noi spettatori rimaniamo incollati a ciò che le luci ci indicano, forzati per esempio a fissare Telegin mentre sorseggia una tazzina semi illuminata nonostante il dialogo sia tra Helena e il Dottore. 10


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RECENSIONI

Siamo incatenati. Come nella vita, costretti a non poter scappare. Anche se lo spettacolo non fosse piaciuto, in quale modo saremmo mai potuti uscire, così a contatto con la storia, come si è con la vita…? Questo l’aspetto più meraviglioso e terrificante della regia di Federico, che al Delatre funziona a meraviglia: non ci lascia scelta se non amare visceralmente questa opera oppure non amarla non potendo però fuggire, lasciandoci a volte provare noia e poi sconvolgendoci con la delicatezza dei cambi scena (tutti rigorosamente a vista) e poi incuriosendoci e dopo ancora lasciandoci nella routine di parole che sembrano raccontare del niente. Quando tutto finisce, rimangono le musiche, le immagini di personaggi di cui non si saprà mai la fine, il vago ricordo di quelle persone entrate a cambiarsi d’abito…e che non si sono mai più rivestite del loro quotidiano. Se adesso ripenso a ciò che ho visto e sentito quella sera…io sono confusa. E’ accaduto che la poesia dello spettacolo corresse più veloce dei ragazzi, che le musiche e le luci travolgessero noi più che gli attori, a volte marionette senza anima, a volte troppo attenti a sembrare più che ad essere, a volte perfetti e dolcissimi e a volte tutto ciò che ancora vorremmo fosse. Perchè ancora mi chiedo come possa uno spettacolo del genere cessare di esistere. C.

Il tempo si è fermato...i “cavalli sono pronti”...ed i nostri personaggi sono... “partiti”...non ci resta che salutarli ancora una volta e poi “marsch”, far calare il sipario sul nostro amato “Zio Vanja”. Eh sì, Zio Vanja è stato messo in scena, forse, per l’ultima volta, ma sono sicura che certe emozioni, certi profumi, il bollire inesistente e magico del Samovar, zio Vanja nel suo essere uno “Shopenauer mancato”, Astrov uno “stravagante” in una Russia che ti soffoca nella sua immobilità, Maman nel suo ossequioso “dare retta al professore” sempre e comunque, Sonia nel suo dramma di “non essere bella”, Balia nel suo eterno matrimonio con il Samovar, Telegin nel suo essere una “faccia di frittella”, il Professore nella sua consapevolezza di una notorietà perduta in favore di una morte incombente ed infine Helena nell’essere “un’incantatrice capace di far finir male” chiunque subisca il suo fascino, ci mancheranno molto. “E noi vivremo. Vivremo una lunga, lunga fila di giorni, di lunghe serate; sopporteremo con pazienza” la mancanza di questo spettacolo, perchè sono sicura che li ritroveremo...li ritroveremo...li ritroveremo! V.

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INTERVISTA A FEDERICO

A lezione, quando si fa teatro non si deve capire...ma fare. Quante volte l’abbiamo sentito ripetere da un Federico sommerso dalle nostre troppe domande... Qua invece vorremmo ricreare uno spazio tutto nostro, da dedicare ai nostri dubbi sul teatro e sulla scuola. Se avete delle domande da porre a Federico, non avete che da mandarle al nostro indirizzo email. Noi sfideremo la sorte ponendole al nostro maestro...

Le tue lezioni, ieri e oggi... Molti anni sono passati da quando Federico Barsanti ha preso la direzione artistica del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia, un percorso che lo ha portato fino ad oggi tra cambiamenti e trasformazioni. La presentazione dell’anno 2005/2006 fu un mezzo shock per tutti, con momenti esilaranti ad accompagnare “Donatella”, “Jack” e tutti gli altri personaggi. Un Federico poliedrico più che mai ci ha poi portato in mondi fatti di maschere e caotica poesia…l’anno del “disordine”, così alla fine verrà ricordato. Questo che stiamo invece vivendo, l’anno 2006/2007, è stato presentato mostrandoci il duro “allenamento dell’attore”, subito per farci entrare in un percorso di forte disciplina e di lavoro serio…l’anno dell’ “ordine”…così alla fine…verrà ricordato. pescare” durante la esecuzione I tempi delle lezioni sono mol- “adegli esercizi. to cambiati in questi ultimi due anni; quest’anno ogni esercizio è inserito in un intervallo temporale preciso e gli argomenti che vengono affrontati durante la lezione sono conosciuti a priori, mentre lo scorso anno non ci rendevi quasi mai partecipi di ciò che ci avresti proposto. Qual è il motivo di questi cambiamenti?

E’ un normale percorso pedagogico che sto facendo anche dentro di me, una prova per rimuovere i “famosi” binari sui quali stiamo ben volentieri. Io provo ogni anno ad estrapolarvi dal quotidiano, cosa impossibile quando si hanno poche ore a disposizione. Il “disordine” ha provato a distaccarci dai luoghi comuni in cui la nostra mente va 12

Quest’anno ci dedicheremo alla disciplina attoriale per vedere se l’allievo riuscirà a creare un ponte tra il lavoro dell’anno passato con quello del 2006/2007.

Come ti trovi all’interno di questi cambiamenti? Non ti senti un po’ troppo rinchiuso, artisticamente parlando, nei tempi fissi dell’ordine di quest’anno? In realtà non è cambiato molto. Si tratta di un programma dettagliato,


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preciso che permetterà una visione, sia da parte mia che da parte degli allievi, più chiara sul raggiungimento degli obiettivi: ci saranno maggiori opportunità per risultati più concreti, visibili, ma non per questo più importanti del 2005/2006. In teatro non esiste il disordine, se non un disordine splendidamente disciplinato. Per arrivare allo splendore si deve passare attraverso l’ordine: la disciplina è l’unica strada accessibile. Riguardo a questo, credo che lo scorso anno qualcuno abbia frainteso.

INTERVISTA A FEDERICO

ciò che noi ti fornivamo. Eravamo davvero noi allievi ad influenzarti? Quest’anno invece le lezion i

cetrazione. Vedo meno “paura” nell’affrontare gli esercizi perchè la disciplina aiuta nell’assolvere dal peso della responsabilità: quella responsabilità quotidiana che ti blocca, ti arresta ed è infinitamente lontana da quella artistica. Lo scorso anno reagivate come adulti che giocano a fare i bambini. Quindi la disciplina chiude o apre?

s e m brano dei copioni già scritti da seguire come se avessimo come E’ probabile che il fraintendi- unica libertà quella che tu ci conmento di alcuni allievi ti abbia cedi. Adesso sei tu che influenzi spinto quest’anno a tornare alla noi? “frusta”? Il teatro è collaborazione e quindi Queste sono cose che accadono comunicazione, le mie lezioni parogni anno. Ogni metodo ha le sue tono da questo. Io guido, indirizzo adesioni e i propri dissensi. Ciò che e “rubo”: se tu mi proponi qualcoè importante capire è che il disor- sa lo “rielaboro” per riproportelo dine (lo stato creativo) sta dentro nel lavoro scenico. Io propongo, l’ordine (la disciplina, la tecnica). qualcuno riceve, si apre la comunicazione. E viceversa. Ma se la tua mente si mette a pensare è facile Perché, se hai da poco detto che che questo processo si interromla base era comunque di discipli- pa: purtroppo è questo che accade na, l’allievo a volte non l’ha per- spesso. cepita? Il mio obiettivo è influenzare ed essere influenzato. Perchè c’è sempre confusione tra “quotidiano” ed “extraquotidiano”. Guardate soltanto come gli allievi arrivano a lezione...

Cosa vedi nelle nostre reazioni quest’ anno e cosa vedevi nelle nostre reazioni lo scorso anno?

Lo scorso anno sembrava che tu lavorassi al momento in base a

Quest’anno vedo tantissima con-

La disciplina chiude gli sconsiderati. In teatro, lo sconsiderato è colui che si perde continuamente nel personale. La disciplina, in teatro, apre e basta. Claudia e Viola

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GLI APPUNTAMENTI DEL PTSV

Cosa è stato... Dal 1 al 5 Novembre al teatro Delatre si è svolto il seminario sulla “Coreografia del dramma” tenuto da Francesco Martinelli, direttore artistico della “Scuola Civica delle Arti della Comunicazione” di Corato (BA) gemellata con il Piccolo Teatro della Versilia dal settembre 2002. “Coreografia del dramma” questo era il titolo dello stage di Francesco Martinelli, ma sarebbe stato più appropriato chiamarlo “Dramma Corale” (o Coreografico), perchè così è stato vissuto da molti, se non da tutti. Il dramma di ognuno dei partecipanti, inteso come vissuto personale e non nell’accezione teatrale, è stato il vero protagonista dello stage e troppo spesso mi chiedevo: “Ma sono veramente tutti presenti e attivi?” perchè a volte gli allievi mi sembravano solo presenze fisiche, ma senza volto, cioè non identificabili singolarmente, ma solo sotto il profilo

...e cosa sarà...

del dramma comune che stavano vivendo. Ci sono tante cose che non ho visto: la prontezza di FARE per paura di sbagliare, la piacevolezza dell’imparare per l’impossibilità di capire tutto e subito, la capacità di vedere di volta in volta cos’era prioritario per il teatro e non per se stessi ecc..ecc...E’ come se questo seminario fosse iniziato e finito nello stesso tempo, quasi nessuno ha osato cambiare gli eventi attraverso il teatro, tutti hanno provato a farlo solo attraverso se stessi e così facendo sono state sprecate occasioni teatralmente irripetibili, ma quanti se ne sono o se ne renderanno conto...? V.

Seminari:

Il 9 e 10 Dicembre ENRICO BONAVERA

“Il Ciarlatano”

Erede di Ferruccio Soleri, Enrico Bonavera è maestro della Commedia dell’Arte. Di lui troppo dovremmo dire per poterlo presentare...ci permettiamo allora di lasciare ai fortunati che seguiranno il suo seminario la possibilità di scoprirlo... “Ho trovato il nuovo arlecchino...acrobata eccezionale...comicità naturale, terragna, immediata” (LA STAMPA, INTERVISTA A FERRUCCIO SOLERI 1988)

Il 16 e 17 Dicembre GIOVANNI FUSETTI

“Il Clown”

Giovanni Fusetti si è diplomato nel 1994 all’ Ecole Internationale de Theatre di JACQUES LECOQ di Parigi. Nel 1999 ha fondato a Padova Kiklos Teatro, una Scuola Internazionale di Creazione Teatrale. “Cerca di vivere pienamente la sua vita su questo pianeta”(dal suo curriculum vitae). Consigliamo un fazzoletto per le lacrime di felicità a coloro che avranno il piacere di fare gli uditori a questo seminario..

Giovedì 11 Gennaio Ore 18 al Palazzo Mediceo di Seravezza verrà tenuta da Luca Barsottelli e Mirtilla Pedrini una LEZIONE APERTA con gli allievi del Corso dei Bambini del Piccolo Teatro Sperimentale della Versilia. Il 13 e 14 Gennaio ALESSANDRO VERDECCHIA

“Il Suono e il Sè”

Alessandro Verdecchia è pedagogo e musicista che lavora a tutto campo su territorio Nazionale e nelle scuole, per adulti e per bambini. Spettacoli:

Lo spettacolo “...ESISTO ANCORA..”, per la regia di Federico Barsanti, rinnovato nei testi e nella messinscena sarà rappresentato: • Venerdì 26 Gennaio Ore 10 al Teatro Jenco (matinèe per le scuole) • Sabato 27 Gennaio Ore 21,15 all’Auditorium della Scuola Ugo Guidi di Forte dei Marmi • Venerdì 9 Febbraio Ore 10 al Teatro Comunale di Pietrasanta (matinèe per le scuole) Venerdì 29 Dicembre lo spettacolo “In via della memoria” per la regia di PierLuigi Castelli, testi di Valentina Cidda, con Alessandro Gigli e musiche dal vivo di Alessandro Verdecchia, andrà in scena al Teatro Delatre alle ore 19,30 e in replica alle ore 21,30.

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(Per informazioni Tel. 3402380190 - www.piccoloteatroversilia.it )


DELATRE

N° -5

POESIA E CONSIGLI

Aldo Palazzeschi (da: “Poesie”) Chi sono? Son forse un poeta? No, certo. Non scrive che una parola, ben strana, la penna dell’anima mia: “follia”. Son dunque un pittore? Neanche. Non ha che un colore la tavolozza dell’anima mia: “malinconia”. Un musico, allora? Nemmeno. Non c’è che una nota Nella tastiera dell’anima mia: “nostalgia”. Son dunque…che cosa? Io metto una lente Davanti al mio cuore per farlo vedere alla gente. Chi sono? Il saltimbanco dell’anima mia.

Perchè non andare a teatro a vedere un bello spettacolo... Teatro Verdi Pisa( www.teatrodipisa.it/prosa/prosa.htm ) ven 12, sab 13 e dom 14 gennaio 2007

Le voci di dentro

di Eduardo De Filippo

Tetro Puccini Firenze (Tel. 055.362067 - www.teatropuccini.it ) da venerdì 5 a domenica 7 gennaio 2007

Il Piccolo Principe tratto dal testo di Antoine de Saint-Exupéry ...poi tornare a casa a leggere un buon libro...

La vocazione teatrale di Wilhelm Meister di W. GOETHE Ed. Mondadori Il Ragazzo che amava Shakespeare di BOB SMITH Ed. Tea Il Silenzio dei vivi di ELISA SPRINGER Ed. Gli Specchi Marsilio

...magari ascoltando ottima musica. IL BARBIERE DI SIVIGLIA di Gioacchino Rossini (Maria Callas e Giuseppe Di Stefano) Ed.EMI CLASSICS LAST SUMMER DANCE live Franco Battiato ORPHANS Tom Waits (disco triplo)

Direzione: Viola Giannelli, Claudia Sodini Grafica e impaginazione: Claudia Sodini Fotografie: Gianni Di Gaddo. Per Informazioni Tel 3281447868 / 3402380190 - sodini@di.unipi.it - www.piccoloteatroversilia.it

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DELATRE

Per fare Teatro non si parte dal teatro, ma dalla persona.

Federico Barsanti

N째 -5

DICEMBRE 2006


Delatre - Numero 1