L'Airrre! Numero 2 - Anno 1

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L’Airrre! Anno 1 - Numero 2 - € 2,00

Periodico Salutiese

22 Giugno/22 Settembre 2021

L’editoriale Carissimi lettori,

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on soddisfazione possiamo dire che la prima uscita della testata è stata un successo. La valutazione generale che abbiamo dato a questa nuova iniziativa ha avuto come indicatori di risultato non le copie vendute ma le attività svolte nella realizzazione del giornale. La filosofia che da sempre contraddistingue la nostra Associazione non è l’obiettivo finale ma la conoscenza che viene creata nell’agire per raggiungerlo. Noi consideriamo il “Viaggio” più significativo ed istruttivo della meta. Anche nel caso de L’Airrre! questo nostro modo d’interpretare la realtà è stato rispettato. Ogni fase del processo operativo, dal momento iniziale riguardante lo studio di fattibilità dell’idea fino alla stampa del periodico, è stato motivo di apprendimento personale e collettivo. Un positivo circolo virtuoso che sviluppandosi in un contesto di leggera giocosità si è rivelato un valore aggiunto nel modo in cui sono state affrontate

Una nuova primavera Questa primavera la ricorderemo come un periodo storico particolarmente triste. La pandemia ha limitato e condizionato le nostre vite in maniera drastica, ma c’è chi in questo ha cercato di trarne qualcosa di buono. Il 28 Marzo 2021 per molti è stata una semplice domenica, ma per Salutio è stata “la domenica” in cui è uscito il primo numero de L’AIRRRE! Oggi, noi, sedute al tavolino della

e svolte le varie funzioni aziendali. In questa prima uscita un’ importante mole di lavoro è stata sviluppata dalla redazione e dai direttori artistici. A loro un plauso di pubblico riconoscimento. Personalmente, è stato interessante osservare giovani personalità, ragazzi e ragazze che ho visto nascere e crescere lavorare con scrupolosa dedizione, nel rispetto del ruolo ricoperto all’interno dell’organizzazione e di un impegno preso verso l’Editore e il Paese. Il periodico è stato il denominatore che ha dato vita a nuovi legami personali e a stimolanti confronti intra generazionali. I positivi risultati generati da questo progetto sono essenzialmente due: il primo è la copia cartacea, una vera e propria testata giornalistica che mette in evidenza Salutio e l’anima dei suoi abitanti. Una lettura piacevole che, nelle nostre aspettative, stimolerà il senso di appartenenza al territorio e alla comunità. Il secondo, ancora più importante, non è di immediata visibilità e percezione; riguarda quella che viene convenzionalmente definita povertà educativa.

Il fenomeno è inteso come “la privazione per bambini, adolescenti e adulti dell’opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni”. La povertà educativa si manifesta come privazione dalla conoscenza e delle competenze cognitive fondamentali per poter crescere, vivere e invecchiare in una società contemporanea caratterizzata dalla rapidità dell’innovazione e della conoscenza, traducendosi così nel mancato sviluppo di una serie di capacità non cognitive quali la motivazione, l’autostima, le aspirazioni, i sogni, la comunicazione, l’empatia, tutte condizioni, queste, altrettanto fondamentali per la crescita culturale dell’individuo ed per il suo contributo al benessere collettivo. L’Airrre!, è una delle risposte date a questa situazione conclamata, evidenziata ancora di più con la pandemia causata dal COVID-19. Non abbiamo subito l’inevitabile! Non ci siamo arresi! Siamo stati capaci di ribaltare situazioni critiche in favorevoli opportunità. Nuove situazioni hanno aperto scenari

bottega di Manuel, dove era in vendita il giornale quella meravigliosa domenica, cercheremo di raccontarvi ciò che i nostri occhi hanno visto e il nostro cuore ha provato. Eravamo tutti lì, carichi di entusiasmo e di emozione. Quella domenica ci è sembrata quasi una domenica normale. Tanta era la nostra voglia di vederlo concretizzato che ci siamo recate in bottega prima di metà mattina per acquistarlo e con nostro stupore abbiamo constatato che già molte copie erano state vendute. Preso il nostro caffè d’asporto e la nostra copia del giornale ci siamo appoggiate al muretto davanti alla bottega riscaldate da quell’insolito caldo sole della giornata che già sembrava auspicare qualcosa di bello. Intente a sfogliare finalmente L’AIRRRE, abbiamo assistito al via vai di numerose persone che uscivano dalla bottega con la loro copia sotto braccio; mentre i più curiosi avevano addirittura il giornale aperto già sull’uscio. Spettacolare! Una cosa che ci ha fatto particolar-

mente sorridere é stata sentire più volte la frase: “Ma te l’hai comprato L’AIRRRE?!” scambiata fra le persone che si incrociavano lungo la via del paese. L’entusiasmo e la gioia di chi come noi ha preso parte a questo progetto sembrava aver contagiato tutti. Il senso di appartenenza al paese era così vivido che sembrava si potesse toccare con mano. Tutto quella mattina aveva come sottofondo il suono che produceva la carta a contatto con le mani di chi lo sfogliava o di chi semplicemente lo passava da mano in mano fra una chiacchiera e l’altra. Il giornale era ormai sulla bocca di quasi tutto il paese quella mattina e nei giorni successivi. Sarà stata forse la voglia di normalità, forse l’entusiasmo che ha portato il nostro giornale ad un successo sperato ma inaspettato (100 copie vendute entro mezzogiorno). Così, dopo tanto lavoro, impegno e anche risate, abbiamo finalmente visto prendere forma qualcosa di speciale. Questo progetto non ha

interessanti per l’attiva partecipazione dei cittadini al bene comune indirizzando la nostra Associazione, ed il nostro Paese, verso il divenire una società educante. Un modo di essere che stimola il protagonismo degli attori, previene l’esclusione sociale e l’acuirsi delle disuguaglianze tra le famiglie e le generazioni, consolida e promuove legami personali ed alleanze fra Enti territoriali, favorisce l’educazione e il senso di appartenenza al territorio ed alla sua comunità tramite attività educative svolte attraverso una serie di azioni pratiche formali ed informali. Come sempre, un caloroso ringraziamento a tutti coloro che con distaccato interesse hanno contribuito a realizzare tutto questo. Quello che dieci anni fa sembrava solo il sogno di “attempati ragazzi”, nato da quattro cuscinetti a sfera, oggi è una realtà riconosciuta e ascoltata nei tavoli istituzionali in grado di incidere sul presente e di progettare il futuro. Airrre! Alessandro Falsini

fatto nascere solo il giornale ma ha creato un gruppo di persone affiatate con tanta voglia di fare e condividere. Gruppo al quale prendono parte le generazioni di Salutio, perché L’AIRRRE è Salutio e Salutio non è solo ciò che vediamo e viviamo oggi ma è anche chi l’ha vissuto prima di noi e chi la vivrà dopo di noi. Mery Cipriani e Serena Decembrini

L’Airrre! Periodico stagionale di informazione locale della Proloco di Salutio

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Anno 1 - Numero 2

22 Giugno/22 Settembre 2021

Anno 1 - Numero 2

LA BUCA DELLE FATE Il solstizio d’estate si protrae fino alla notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno, momento in cui il confine che separa i diversi mondi si assottiglia; non a caso nella tradizione nordica è la festa degli spiriti e dei personaggi del mondo parallelo. Fate, Folletti, Gnomi e tutti gli abitanti del bosco si riuniscono attorno ad un grande falò per celebrare questa importante ricorrenza. Anche a Salutio esiste un luogo magico che appartiene a questa realtà: la Buca delle Fate! Il luogo, conosciuto da molti, si trova nel bosco di Sarciarini, proprio di fronte al passaggio del Vado. Qui, in un angolo di questo boschetto, due grandi massi sembrano incontrarsi e abbracciarsi, creando una specie di grotta naturale, considerata in paese come il posto dove abitano le fate. Una conoscenza che vogliamo trasmettere ai piccoli Salutiesi per continuare una tradizione ricca di senso di appartenenza. Nessuno di noi è mai riuscito ad avere un contatto diretto con le magiche abitanti della Buca, si percepisce però la loro presenza in questo angolo di bosco, che oltre essere di una bellezza incantevole, è anche molto suggestivo. Il fatto che queste creature non siano mai state incontrate non significa che non esistano. Potrebbe essere che il bosco o, meglio, l’intero “Creato” contenga nello stesso momento e nello stesso luogo realtà parallele che vibrando a frequenze energetiche diverse non si possano incrociare se non in qualche particolare occasione o attraverso persone dotate di particolari carismi. Qualche anno fa in paese venne organizzata un’escursione alla Buca delle Fate con i bambini. Fu una giornata di emozioni e di forti sensazioni, in cui i più piccoli si rivelarono capaci di grandi silenzi e di lunghe attese. In lontananza, guardando verso Sarciarini si videvano fumi colora-

Q ti che si alzavano dal bosco verso il cielo. Le fate stavano cucinando un pasto, preparando incantesimi; sembrava che il momento fosse propizio per un incontro...la tensione era palpabile. Purtroppo all’ arrivo, forse per l’ eccessivo rumore, le fate si erano nascoste, lasciando il treppiede e le loro stoviglie all’interno della grotta. Sono molto difficili da vedere, ma questo non pregiudica la nostra voglia di continuare ad immaginare mondi fantastici e nel contempo trasmettere valori e conoscenze che fanno parte della nostra storia e del nostro paese.

Accoccolato dove l’ansa stringe, frescura alle stanche suole, sciabordano lenti i miei pensieri in questo fine di primavera così bizzarra dai prati ancora in fiore.

Salutìo Dell’Arno che dal Monte Falterona nasce è legittimo figlio, lento raccoglie le appenniniche sorgenti tosco emiliane, acque gelide che da Pratomagno e Montacuto serpeggianti scendono, fino al Rimbocco dove ingrossa l’Arno e va al mare: il Salutìo. Scorre lento sotto il ponte tra girasoli e granturco e voci di bimbi, gorgheggia in ogni ansa tra pezzi di legno e sassi, e parla sottovoce quando suona la campana quando ogni opra torna al focolare.

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Famiglie di cinghiali scorrazzano liberi e grassi in questo fondaccio verde tra latrati di cani e duri schioppi di incalliti cacciatori, abbeverano a queste fresche acque tra platani e pioppi e verdi rospi di sasso in sasso saltellanti. In questo silenzio riposo la mia anima dò respiro al cuore che qui ha lasciato un pezzo grande come il cielo e dalla mia terra lontana faccio ritorno fino a che Dio vuole come fanno gli uccelli che a squadriglie ritornano da Montacuto e scendono in picchiata per beccare ciò che nei campi resta ciò che del mio amore è fiore. Circondato dall’Appennino in questa parte bassa Casentinese, godo della frescura dei Monti e delle Valli dei Passi e di borghi che del tempo portano i segni, di ampie terrazze pianeggianti dove l’odore della legna appena tagliata mi riporta agli anni della mia giovinezza quando l’estate, chiusi i libri e depositati lapis e penna,

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QUANDO LA STANZA DEI GIOCHI ERA LA STRADA IL GIOCO DEL “LASTRINO”

uando ero un ragazzetto e nel gruppo di amici coetanei non avevamo a disposizione un qualcosa che potesse essere preso a calci (palla o pallone erano sogni) passavamo le domeniche, per me con la pausa della funzione religiosa pomeridiana, a giocare a lastrino. Questo gioco aveva delle regole precise, necessitava di strumenti, tecniche e tattiche fondamentali. Si giocava con piccole lastre che si prestavano ad una impugnatura particolare, lisce almeno da una parte, che andavamo a cercare al “Rimbocco” cioè alla confluenza del torrente Salutio con l’Arno. Si giocava con una posta in gioco di 5 lire quando un gelato alla banana costava 30 lire, un ghiacciolo 25 lire... per dare un ragguaglio della scommessa. Regole del gioco: pur non essendoci un li-

mite al numero dei partecipanti, per evitare confusione, non superavamo di regola 5/6 persone per volta. Le monetine venivano messe sopra il lusse, di solito un pezzetto di mattone che poteva stare ritto in modo autonomo e a turno facevamo un lancio con la lastra . Se il lusse veniva colpito e le monete si allontanavano, il proprietario della lastra che più si avvicinava rispetto al lusse poteva raccoglierle e tenerle. L’ordine del lancio della lastra veniva stabilito in precedenza, con un lancio di prova di avvicinamento al lusse e chi arrivava più vicino tirava per ultimo, in modo tale da sfruttare gli eventuali errori dei precedenti. Due le principali tipologie di lancio: a scivolo e a piccone. Si lanciava a scivolo per avvicinarsi a una o a più monete distanti dal lusse, ma anche per

colpire il lusse e far cadere le monete sopra la lastra sfruttando inconsapevolmente il principio di inerzia. Il vantaggio di lanciare successivamente era colpire la lastra con le monete, allontanarla e avvicinarsi al suo posto, un lancio del genere solo i veri maestri sapevano effettuarlo! Si lanciava a piccone se le monete erano disposte davanti alla lastra, allora con un lancio perfetto la lastra doveva fermarsi esattamente sopra le monete senza scivolare. Se però si formava capanna, cioè una lastra rimaneva tutta o parzialmente sopra un’altra, il gioco era interrotto e veniva iniziato daccapo. Il gioco terminava quando tutte le monetine erano conquistate. Simone Falsini

Silvia Sassoli

ero solito maneggiare la zappa e l’ascia dietro le orme lente e ponderate di mio Padre. Così in pensiero ho guadato il fiume da un lato all’altro senza meta e senza tempo, ora sentivo tagliente l’acqua ora sentivo il fondo limaccioso e grave dove il fiume allarga il passo: un prato verde mostra ancora qualche fiore incerto evidenti segni di amori consumati a sera. L’acqua lava ogni residuo di ciò che resta di quegli amplessi consumati in fretta, ombre silenziose baci di passione rantoli e sospiri come ranocchi in gracidanti amori. Profumi e odori di sudate pelli ancora acerbe o dalla vita consumate in tanta natura mescolano passioni ardenti o semplici momenti di sereno riposo tra ricordi e vecchiezza. Cosimo Renna - Salutio (Arezzo) 30 giugno 2013 Cosimo Renna, scrittore e poeta salentino, vive a Racale in provincia di Lecce. Uno dei suoi componimenti è dedicato a Salutio, dove torna spesso, perché qui risiede la figlia Irene.

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Arti e mestieri

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suddetto era servito quale rivendita di carne ai possessori di “carta annonaria”. Aveva un banco molto alto, così si usava, e veniva aperto una volta a settimana per la distribuzione. Durò dalla primavera del 1943 all’inizio del 1944, quando la guerra travolse tutto e tutti. Ma torniamo ad Elio: improvvisamente il paese seppe di perdere i negozi di barbiere e verdura. Elio si trasferiva ad Arezzo iniziando l’attività di riparatore di scarpe in via Veneto. Forse da ragazzo era stato dal “Giubba”? Sua moglie morì a 32 anni lasciandogli una figlia da crescere. Sposò, in seconde nozze, la signora Gioconda, anch’essa vedova da qualche anno. Morì ad Arezzo il 9 agosto 1984 e le sue spoglie riposano nel nostro cimitero accanto alla sua Maria. Beppe Tondelli

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Marino Innocenti: una vita per i panieri

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uella dei panieri è sempre stata un’arte che ha accompagnato Marino Innocenti fin da quando era bambino. Nato il 6 Novembre 1936 a Ornina, da ragazzo, oltre alla scuola, di pomeriggio, aiutava la famiglia contadina con il bestiame e con i lavori richiesti dalla campagna. Marino impara a fare i panieri grazie al padre, principalmente la sera “in veglia” con la famiglia e i vicini, costruendoli in maniera superficiale, con materiali pesanti e di scarsa qualità, per utilizzarli il mattino successivo per andare a raccogliere le ghiande o le castagne per poi rivenderle per poche lire. All’epoca i cesti venivano utilizzati anche per la vendemmia, per la raccolta dei funghi e per nutrire gli animali della stalla. Certamente, capitava che alcune persone non fossero in grado di crearsi i propri cesti e, in quei casi, chi era capace veniva chiamato per fabbricare i panieri necessari e ricompensato poi con altri lavori di manovalanza da parte della famiglia richiedente. Terminata la Seconda Guerra Mondiale, nel 1963 viene assunto in una fabbrica locale e accantona i panieri per dedicarsi al lavoro e fornire sostentamento alla famiglia composta dai genitori, dalla moglie Anna e dai figli Marisa e Moreno. Nel 1994 ottiene la pensione e, con i primi acciacchi che iniziano a farsi sentire, ripren- Xxxxxxxxx xxxxxxx de a fare i panieri per passatempo, ma con uno scopo diverso: l’estetica. Difatti cambia dapprima il modo in cui si procura i vimini necessari alla produzione dei suoi amati panieri, alcune varietà riesce a reperirle lungo gli argini del fiume

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Mi ricordo…non solo la storia del pallone Salutiese

La bottega di Elio

enendo da Talla, dopo il camposanto, la prima casa che trovate a sinistra è il “palazzo del Giuliani”, ricco di storia: dal Porcellotti scrittore, al Giuliani attore, all’ammiraglio Asso inventore. Se prendete il borgo che porta alla chiesa e guardate a destra non potete non vedere il cancello della cappellina, dedicata ai caduti delle due guerre mondiali. Attaccata a questa, con un muro di “mattoni a vista”, c’era la bottega di Elio. Il locale di forma trapezoidale aveva una superficie di non più di 10 metri quadrati. L’interno era diviso da un tramezzo che consentiva di avere un piccolo retrobottega nel quale Elio poteva tenere quello che gli serviva per il lavoro. C’erano anche 4 o 5 seggiole, una poltrona per il “cliente da lavorare” con uno specchio davanti e una mensola per gli attrezzi. Nel retro c’era un piccolo lavandino, ma non l’acqua calda; questa veniva fatta lì per lì in un recipiente sopra un fornellino con resistenza a spirale a vista. Alla porta-finestra delle tendine impedivano di guardare all’interno. A volte, di notte, diventava una stanza per gioco di carte che si protraeva fino al mattino. Elio, di corporatura robusta, non alto, occhi chiari e viso sorridente, trasmetteva serenità a chi gli stava vicino. Si atteggiava a cantante melodico, imitando nella voce e nei gesti Luciano Taioli. La sua bottega, dopo l’appalto, era il luogo più frequentato dagli uomini del paese. Era bravo nei capelli, meno nella barba. E a proposito di barba, una volta, nel farla ad un cliente, gli asportò delle piccole verruche, che seminò a 3 o 4 clienti, compreso chi scrive, e fra i quali Miro che, amico del Prof. Conti, se le fece togliere. Gli altri preferirono il “Faloia” con buoni risultati. La domenica, dopo l’ultima messa, la sua bottega si riempiva e ti chiedevi come avesse potuto contenere tante persone. Un momento da ricordare era l’avvicinarsi del Natale, con l’attesa dei suoi calendarini con la nappina e profumati. Attesi per i disegni di donne poco vestite, mai volgari. Oggi vien da ridere. Uno di questi è in mio possesso. Anno 1952. Sposò la signora Maria che aprì un negozio di frutta e verdura in un fondo dei Sereni, confinante con la cappellina, lato strada provinciale. Qui apro una divagazione per i salutiesi DOC che abbiano più di 80 anni: il fondo

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Salutio, altre, invece, deve andare a cercarle nei boschi. L’aspetto positivo è che il vinco è come le fungaie, pertanto, anche se tornava nel medesimo posto a distanza di anni, sapeva che avrebbe comunque trovato la varietà che gli occorreva per creare i suoi cesti. Inizia, quindi, a creare panieri con due o tre colori differenti, che variano in base alla tipologia di vimine usato, olivastro per le sfumature più scure e vetrice per quelle più chiare. Così Marino vive gli anni della pensione, in gran parte dedicandosi alla costruzione dei panieri a qualsiasi ora del giorno e della sera. Con il passare degli anni inizia a portare la sua arte nelle piazze e a creare altri oggetti di vimini come ad esempio i graticci. Le sue creazioni appassionano talmente tanto le persone che una coppia di turisti russi in vacanza gli commissiona una culla in vimini per la loro futura figlia. I lavori di Marino vengono fatti vedere anche alle scolaresche che arrivano fino a Salutio da varie zone della provincia per far sì che i mestieri come il suo non vengano mai dimenticati. A Marino si riempiva il cuore di orgoglio quando era in mezzo ai bambini che guardavano con curiosità ed interesse la maestria nell’intrecciare tutti quei vinchi per poi arrivare alla creazione di cestini, panieri e fondini di diverse forme e colori. Marino Innocenti non ha mai lasciato i suoi panieri fino al giorno della sua morte, avvenuta l’8 aprile 2021.

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Cronache Pallonare

Continua dalla prima...

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ra i paesani c’erano dei piloti di auto veloci: il

vidi esperienze e passioni o fra semplici conoscenti. Il nuo-

più estroso di tutti era Beppe Cavolella (Giuseppe

vo campo permise di organizzare, con cadenza annuale, un

Rossi) su una mini minor giallo ocra, faceva il te-

torneo a sette oppure nove giocatori. I paesi partecipanti

sta coda tirando il freno a mano alla pianta grossa

erano: Talla, Faltona, Zenna, Pieve a Socana, Rassina, Sub-

e nel ponte del fiume.

biano, Capolona, Calbenzano e noi. I ragazzi, tra grandi e

Ricordo...all’appalto dei Tondelli è stato funzionante anche

piccini, che frequentavano il campo sportivo e fra cui veni-

un jukeboxe. Era un macchinario dotato di un cupolino di ve-

vano selezionati i componenti della squadra partecipante

tro che permetteva di vedere il braccio meccanico prelevare

ai vari tornei erano: il Tonio (Antonio Fognani, capitano e

il disco scelto e posizionarlo sul piatto per l’ascolto: 50 £.

libero roccioso), il Rocchio (Tommaso Ducci, mezzala sini-

una canzone, 100 £. 3 canzoni. I brani più ascoltati del pe-

stra dotato di buoni piedi) Floro Falsini (portiere), Silvano

riodo erano: “la Bambola” cantata dalla ragazza del Piper,

Grifoni (atletico terzino destro), il Tappo (Alvaro Falsini,

Patty Pravo (la veneziana Nicoletta Strambelli), “Visoni”

fortissimo centrocampista di raccordo), il Massimo del De-

brano dei New Trols (famoso gruppo genovese “rock pro-

lio (Massimo Borri, centrocampista preciso con tiro poten-

gressive” guidato dal cantante Nico di Palo, uno dei miglio-

te), l’Illiberino (Silvano Illiberi, elegante terzino sinistro)

ri chitarristi italiani rimasto coinvolto qualche anno dopo

l’illiberone (Leonardo Illiberi, giocatore totale che poteva

in un grave incidente automobilistico nei pressi di Monte

ricoprire più ruoli), il Biondo di Ornina (Renato Mascalchi,

San Savino) e “La Notte” del cantante italo-belga Salvatore

difensore), il Viviano (Viviano Acciai, attaccante dalla finta

Adamo. Nella terrazza privata della Famiglia Tondelli, sulla

facile), il Fico ( Sesto Bartolini, pungente ala destra, in una

via di sopra, quello che oggi viene chiamato “Borgo di Mez-

partita amichevole estiva di pre-campionato ha fatto goal

zo”, furono organizzate con successo delle serate danzanti

al leggendario Pier Luigi Pizzaballa, una figurina rarissima

con gara di ballo. Pasquale Magrini, grazie ad un invidiabi-

da trovare nell’albo Panini), Simone Falsini (portiere di suc-

le gioco di gambe, salì sul podio al secondo posto ballando

cesso e

uno scatenato twist (Pasquale, oltre ad essere un balleri-

Continua dalla prima...

no, è anche un grande interprete canoro delle canzoni di

all’occorrenza ala sinistra), il Ciopper (Mauro Matteucci,

Celentano, una delle sue passioni assieme alla Juventus e

roccioso terzino destro), il Sabatino (Paolo Tinti, attaccan-

al biliardo). Ricordo anche...quando il ritrovo dei più gio-

te e fondatore qualche anno dopo degli “E’bbelli”), il Nando

vani, sia d’estate che d’inverno, era alla Cappellina. Quel

(Fernando Sassoli, l’attaccante più estroso che Salutio ab-

luogo ha visto partite di calcio in notturna, nascondino con

bia mai avuto), il Balio (Danilo Niccolini, stopper affidabi-

la tana nella pianta grossa, cartoccio, partite di pallavolo,

le), il Curio (Leandro Falsini, gli piacevano di più i motori),

e altro...Una sera, il Curio, con una puntata data al pallone

lo Squinqui (Vincenzo Ducci, tornante), Carlino (Carlo Fal-

come solo lui sapeva fare, fece dondolare pericolosamente

sini, difensore grintoso), Ettore (Ettore Maggini, portiere

il camino dei Badioli. Meno male che non sia caduto, avrem-

kamikaze alla Giorgio Ghezzi), il Caruso (Claudio Borri, at-

mo dovuto dare spiegazioni imbarazzanti.

taccante mancino molto dotato), Il Meccia (Gianni Mattioli

Grazie ad un accordo con il Mandino (Silvano Ducci) il cam-

giocatore veloce), il Mozzo (Stefano Ceccherini, difensore),

po sportivo fu spostato nel terreno adiacente alla falegna-

Il Baffino (Pasquale Fabbri, difensore). Il Baffino, una vol-

meria, oggi occupato dall’Officina Diesse. Ci sembrava di

ta, caduto male a terra dopo un contrasto, se non sbaglio

avere uno stadio. Gli spogliatoi erano la falegnameria. Per

con il Meccia, non riusciva piú a parlare. Ci impressionam-

circa un decennio non è passato sabato che non ci fosse la

mo, fortunatamente tutto si risolse per il meglio.

partita: iniziava nel primo pomeriggio e finiva quando era

Giocava con noi anche Sandro Sarocchi, ala destra velocis-

buio. Si arrivava alla spicciolata ed era scontato che uno

sima cresciuto calcisticamente nel settore giovanile della

dovesse giocare, tanto è vero che la frase tipica era: “n’do

Sampdoria, quando con la famiglia veniva a Salutio per le

tiro?”

vacanze estive.

I giocatori erano tutti vestiti diversi, un estraneo non avrebbe capito il senso del gioco, solo chi aveva conoscenza dell’altro poteva dare un’organizzazione alle azioni. Questo

Continua… Alessandro Falsini

aspetto è la differenza tra giocare fra amici con cui condi-

Miriana Innocenti

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GIGI NOSTRO ETERNO COMPAESANO

os’è per te diverso? Diverso è il giorno dalla notte, diverso è l’uomo dalla donna, diverso è il fiore dall’ape, diverso è il mare dalla montagna. Tutti questi elementi servono anzi “si servono” a vicenda, nel senso più bello e profondo del verbo servire che declino col significato di prendere ciò di cui abbiamo bisogno, come quando siamo seduti attorno ad una tavola imbandita e fra le tante diversità di alimenti che offre ci serviamo con ciò che ci nutre, con ciò che ci sazia e ci fa star bene. I bambini dinnanzi ad un cibo misterioso e poco attraente mostrano diffidenza ma gli adulti giudiziosi li crescono con la massima del “Devi provare, ti fa bene”. A volte però dimenticano di accompagnarli nella crescita con tale convinzione che include la sperimentazione fiduciosa; non solo non viene più riproposta, viene anche allontanata ed i più piccoli percepiscono il timore del diverso e non la bellezza della novità. Questa è l’accezione di diverso che mi piace, qualcosa che ti serve per crescere anche se di primo impatto ne percepisci solo le particolarità più distanti dalle tue ma se ti fermi e presti attenzione scopri incredibili somiglianze e sapori che inizi ad amare, innamorandoti di quei dettagli che prima apparivano indefiniti. La diversità diventa così nutrimento. Gigi (Luigi Farsetti) faceva parte della quotidianità salutiese, penso che tutti lo ricordiamo passare sulla carrozzina con un sorriso per tutti ed una storia da raccontare, con la sua memoria impeccabile. Chi non lo ha conosciuto ne avrà sicuramente sentito parlare e sono quelle “chiacchiere” che custodiscono e proteggono il suo ricordo. Nacque il 12 giugno del 1933 e morì l’8 giugno del 2011, esattamente 10 anni fa, appare perciò doveroso dedicare uno spazio al nostro eterno compaesano che ha allietato il paese con la sua spontaneità e bontà.

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Gigi nacque dopo soli 7 mesi di gestazione ed a complicare il suo quadro clinico ci fu la diagnosi di Paralisi Celebrale Infantile. Appena vide il mondo, il piccolo bambino nascose la curiosità che lo contraddistingueva e non emise nessun gemito e questo provocò preoccupazione alla famiglia ma soprattutto a chi aveva aiutato durante il parto che continuava a ripetere che il neonato non sarebbe sopravvissuto. L’amore di un genitore però va oltre qualsiasi dolorosa sentenza e fu così che la madre cercò una coperta calda e lo poggiò accanto a lei in una promessa di non abbandono durata per sempre. Gigi visse i primi mesi della sua vita all’interno di una scatola da scarpe con attorno delle bottiglie di acqua calda come a ricreare un’incubatrice, Gigi non doveva andarsene e non se ne andò. Passò da una scatola ad un paniere di vimini e da lì, crescendo, inizio ad utilizzare delle sedie per i piccoli spostamenti fino a che non ebbe la sua prima carrozzina (Ah, non dimentichiamoci il meraviglioso Sulky!). Con i suoi mezzi Gigi seguiva la sua famiglia ovunque, pure a mietere il grano o durante la lavorazione dei vinchi. Amante della bella compagnia, del chiasso e delle risate, da Bicciano, luogo natio, si spostò a Salutio da sua sorella Laura (Luciana per i salutiesi) e la sua famiglia e lì davvero il nostro amico trovò il posto più caldo e sicuro di tutti dove visse per 30 anni. Poteva finalmente stare con gli amici del paese, poteva mettere la cravatta la domenica ed andare a godere degli ozi del giorno di festa in compagnia. Il suo posto preferito, come per tanti lo era e lo è tutt’ora, era il Circolino di Salutio. Gigi, a causa della poca forza che le sue mani potevano esercitare, non riusciva a tenere le carte ma questo non gli precludeva di stare con gli altri uomini al tavolino e partecipare attivamente al gioco. Aveva una memoria eccezionale, ricordava le date degli eventi più importanti delle persone che conosceva (nascite, matrimoni, feste) e si divertiva a stupire chi lo ascoltava e lo metteva alla prova. Era un piacere stare con Gigi, i salutiesi condividevano volentieri il tempo con lui e lui con loro, persino i più piccoli, come si può vedere nella

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LA CAPPELLINA DI SALUTIO E IL COLERA DEL 1855

a Cappellina di Salutio venne costruita nel lontano 1855, tra Agosto e Settembre, in occasione di una terribile epidemia di colera (cholera morbus) che colpì tutta Europa. Un’iscrizione in latino, posta sotto il piccolo altare interno, ne spiega chiaramente le ragioni della costruzione: ANNO MDCCCLV QUO MORBUS CHOLERA CESSABATUR PLEBANUS PORCELLOTTI POPULO ADIUVANTE HANC FUNDITUS EREXIT DEIPARAE FAVENTI DICAVIT

fotografia, avevano un pensiero per lui, “Per Natale gli portarono dei doni, quanto era felice quel giorno” ricorda sua sorella. Innamorato della sua famiglia, dei suoi nipoti e dei figli dei suoi nipoti, sempre disposto a mandare avanti loro e poi a pensare a sé “Sistema loro, a me ci pensi dopo” risuonano ancora queste parole fra le mura della sua casa al Fondaccio. Laura ricorda di quando la maestra dette come compito quello di scrivere un tema sul “risparmio” e la dolce sorellina raccontò di aver messo da parte dei soldi, ben nascosti nel comodino, per il fratello Gigi. Vinse il primo premio di questa piccola competizione alla quale parteciparono le scuole di Talla, Rassina e Bicciano. Un amore forte e puro il loro, ancora vivo. Laura racconta che quando ha bisogno di un aiuto o di un sostegno lo cerca, lo chiama, “Gigi aiutami” e lui arriva, alleggerendo i suoi pensieri, come ha sempre fatto. Dieci anni fa, il giorno della sua morte, la sorella non lo lasciò neppure nel tragitto verso il campo santo, lo accompagnò all’interno del carro funebre, come a volerlo tenere accanto a lei ancora un per un pò. Ciò che più attanagliava la loro madre era l’idea di morire, si chiedeva che fine avrebbe fatto suo figlio; sono certa che Gigi, l’8 giugno del 2011, quando l’ha incontrata di nuovo le abbia raccontato la vita che gli ha regalato la sua famiglia, i suoi amici salutiesi ma sopratutto la vita che le regalò sua madre 78 anni prima quando ebbe fiducia nel suo potere di resistere per esistere. Un abbraccio Gigi, dai salutiesi.

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Angelica Tinti

Liberamente tradotta, l’iscrizione prende questo significato: l’anno 1855, nel quale il morbo del colera imperversò, il Pievano Porcellotti, con l’aiuto del popolo, eresse questa [cappellina] dalle fondamenta e la dedicò alla [Vergine Maria] Madre di Dio. Il popolo salutiese, spaventato dai terribili effetti della malattia, non vedendo efficacia nelle cure e nelle soluzioni della scienza medica del tempo, si era rivolto chiedendovi protezione alla Madonna, figura religiosa alla quale era profondamente devoto. Capofila dell’operazione non poteva che essere il pievano don Giovanni Battista Porcellotti (da non confondere con l’abate Pietro Porcellotti appartenente alla stessa casata ma senza legami stretti di parentela), figura di riferimento per tutto il paese; ad aiutarlo, quelli della Compagnia della SS. Annunziata, compagnia laicale di Salutio alla quale risultavano iscritti praticamente tutti i paesani. I salutiesi erano rimasti terrorizzati dai racconti di coloro che, nel tentativo di sfuggire al terribile morbo, si erano rifugiati nelle campagne; ciò che stava accadendo non assomigliava a niente che si ricordasse a memoria d’uomo. Il bacillo del colera, una volta insediatosi nell’organismo avviava un decorso della malattia che, nella maggior parte dei casi, provocava in pochissimo tempo (uno-due giorni) il decesso del malato tra atroci sofferenze. Secondo i racconti dell’epoca, la malattia si presentava con forte diarrea accompagnata da acuti dolori addominali e da violenti conati di vomito. Il corpo si disidratava velocemente e presto, per il malato, cominciava il tormento della sete. Esaurite le energie del corpo, il volto si faceva pallido e molto sudato e gli occhi incavati nelle orbite, fissi e opachi. Il malato appariva inebetito ed incapace di intendere e di volere. Infine, di fronte agli occhi terrorizzati e impotenti di chi assisteva il caro parente, la morte sopraggiungeva nel giro di poche ore dopo che il malato aveva iniziato a provare un’intensa sensazione di freddo. Il morbo, originario della regione del Bengala (l’odierno Bangla-Desh), aveva raggiunto l’Europa in seguito al forte aumento delle rotte commerciali tra l’Inghilterra e i suoi possedimenti coloniali indiani e alle scarsissime condizioni igieniche di paesi e città dell’Europa del 1800 (le grandi città europee della rivoluzione industriale avevano raggiunto condizioni critiche di sviluppo urbano). Il nord Italia lo aveva già conosciuto nel triennio del 1835-1837 e nel 1849 in seguito alla Prima guerra d’indipendenza italiana. In quel frangente, erano stati i soldati degli eserciti austriaci e russi, ammassati in alloggiamenti scadenti e in condizioni igienico-sanitarie precarie, ad essere i vettori della malattia. Durante le prime due epidemie di colera comunque la diffusione nel Granducato toscano era stata circoscritta efficacemente grazie al blocco delle frontiere senza che la Toscana ne ricevesse grossi danni. Fu invece la terza epidemia, quella del 1854-1855, ad avere effetti catastrofici in tutta la penisola. La diffusione del morbo partì nel 1854 dal porto di Livorno in seguito all’attracco di una nave che portava a bordo marinai infetti; da lì, si propagò in quasi tutte le principali città italiane del settentrione. In Toscana, a dicembre del 1854 sembrava essersi arrestata ma un’alluvione dell’Arno ne scatenò una seconda ondata: Firenze e buona parte dell’Italia centro-settentrionale furono nuovamente colpite per tutto il 1855 e questa volta il colera arrivò anche in Casentino.

Nel Luglio del 1855 fece le sue prime vittime a Pratovecchio e Poppi e contemporaneamente comparvero ad Arezzo i primi malati. La scienza medica si era mostrata impotente verso la malattia e gli editti granducali ordinavano di limitare le uscite di casa e i contatti con persone estranee al nucleo familiare. Un parallelismo questo che, con tutte le doverose distinzioni, non può non farci pensare a quanto è successo recentemente col COVID-19. Per isolare i malati dai sani, a fine Luglio venne preparato un primo lazzeretto a Porrena che, rivelatosi presto insufficiente, ad Agosto venne sostituito con uno più grande a Sala. Qui confluivano tutti i colerosi di Poppi, di Pratovecchio e delle zone dei paesi circostanti. Erano ospedali di emergenza dove ben poco si poteva fare se non il tentare di limitare il contagio. I malati, portati lì in condizioni critiche, venivano isolati dalla famiglia e nascosti al mondo fino alla loro morte; pochi i sopravvissuti che riuscivano a scampare a quell’inferno. L’epidemia in Casentino si diffuse rapidamente lungo l’asse nord-sud della valle dell’Arno, dove maggiori erano gli spostamenti commerciali. Il 4 Agosto del 1855 il colera fece la sua prima vittima a Rassina. Il Registro delle Morti della parrocchia di San Martino presenta una ventina di morti concentrati tutti nell’arco di 15 giorni (dal 4 al 19 Agosto) mostrando indifferenza per l’età dei defunti ma non per l’estrazione sociale. La maggior parte degli ammalati erano persone povere, miserabili che vivevano in abitazioni con scarsa igiene e spesso in precarie condizioni di salute per penuria e scarsa qualità di acqua. Pochi i morti tra i benestanti. Il 12 Agosto, domenica nera per il paese, venne raggiunto il picco di 5 morti giornalieri, alcuni di essi appartenenti alla stessa famiglia, bambini compresi. Nonostante tutto, a Rassina, il colera causò un numero di vittime neanche paragonabile con quelle dell’Alto Casentino dove paesi interi vennero letteralmente falcidiati. Nel dramma, i paesi limitrofi a Rassina furono comunque risparmiati dallo strazio dell’epidemia. Ho cercato notizie nei Registri dei Morti delle varie parrocchie ma, con mia grande sorpresa, non sono riuscito a trovare niente né a Socana, né ad Ornina, né al Bagno, né alla Zenna, né a Talla. A Salutio, nei mesi di Agosto e Settembre, vi sono solamente indicate tre morti senza causa: Domenico e Francesca Mariotti dell’Aiaccia, rispettivamente nonno e nipotina e Mattea Falsini del borgo di Salutio. Almeno per i primi due, braccianti e poveri, la causa della morte potrebbe essere stato proprio il colera, ma è comunque certo che a Salutio non vi furono diffusioni incontrollate della malattia. La valle del Salutio, trasversale a quella di propagazione dell’epidemia rimase sostanzialmente salva dal morbo; l’urbanizzazione più rarefatta del territorio, la lontananza dalle principali strade di comunicazione l’avevano fondamentalmente risparmiato. Fu proprio quella domenica 12 Agosto che a Salutio don Giovanni Battista Porcellotti, venuto a conoscenza dei fatti di Rassina, dopo aver portato la statua della Madonna in processione per le strade del paese (nonostante infatti fosse stata proibita ogni manifestazione pubblica si continuavano a celebrare messe e processioni), dette inizio ai lavori di costruzione della Cappellina proprio lì dove precedentemente esisteva una piccola edicola votiva. Il parroco la volle costruire più grande e più bella della precedente in segno della devozione del popolo alla Vergine Maria. La costruzione dell’edificio terminò presto e il 24 Settembre successivo, durante la celebrazione della messa per la tradizionale Festa dell’Addolorata, fu benedetta. Salutio passò così quasi indenne quel triste episodio della storia della comunità: la Madonna aveva ascoltato le preghiere dei suoi fedeli. Seppur gli effetti contenuti, quell’anno terribile dovette rimanere ben impresso nella mente della gente per molti anni a venire. Dopo Ottobre la vita tornò lentamente alla sua normalità lasciando la Cappellina a memoria dei posteri sui fatti terribili accaduti in quei mesi. Nicola Fognani

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THE INTERVIEW Robert & Tatiana Gerholdt 1)Breve presentazione, chi siete, in che zona degli Stati Uniti abitate, cosa fate. Prima di tutto, siamo onorati di essere stati scelti per questa intervista. Grazie! Viviamo a Los Angeles, California. ROBERT: Sono cresciuto nella San Francisco Bay Area. Da adolescente ho studiato psicologia ed ero sicuro che avrei finito per fare lo psicologo. Mi piace molto aiutare gli altri e l’ho sempre fatto. Ero un consulente paritario al liceo e ho lavorato con la polizia locale, nel loro dipartimento di formazione, dove stavano imparando a lavorare con gli adolescenti. Come la vita ha voluto, sono finito nella gestione aziendale. Sono stato attratto dalla maggiore responsabilità e dai diversi problemi da risolvere. Mi sono sempre piaciuti i puzzle e le sfide, quindi è stata una buona sfida per me. Questo mi ha ancora permesso di aiutare gli altri, ma in modi diversi, il che è sempre stato molto soddisfacente per me e mi rende felice. Ho gestito piccole e grandi imprese, anche come vice presidente di una grande società in franchising, ma direi che mi piace di più l’intimità delle piccole imprese. È per questo motivo, e volendo anche per la maggiore autonomia, che ho lasciato il ”mondo aziendale” e ho iniziato a possedere delle piccole imprese. Attualmente possiedo un’attività di stampa / grafica a Hollywood, al servizio dell’industria dell’intrattenimento, e un’altra a West Los Angeles. La mia discendenza è un ampio mix europeo, anche se molto più inglese e irlandese. Mi piace il giardinaggio, la cucina, la scrittura, i progetti di carpenteria e restauro amatoriale, la musica classica e il motociclismo. TATIANA: Sono uno stilista di moda. Disegno One of a Kind Couture, Ready to Wear e ripropongo l’abbigliamento vintage, che amo riportare in vita. Sono nata in Ecuador e mi sono trasferita a Stoccarda, in Germania, da bambina, imparando il tedesco come seconda lingua. Ricordo che era una terra molto strana per me per cominciare, era tutto così diverso, compresa la neve! Per tutto il tempo, che io ricordo, ho fatto e creato vestiti e arte. È qualcosa che mi attira da sempre. Da bambina mi piaceva fare diversi lavori di artigianato, inoltre disegnavo e dipingevo sempre. Più tardi, quando ho imparato a cucire, ho iniziato a fare i miei vestiti. Adoro creare cose. Imparare il fashion design era quello che volevo fare con la mia vita. Ho avuto la fortuna di trasferirmi a New York da adolescente, dove ho finito il liceo. Ho frequentato la New York Fashion Institute of Technology University di sera, mentre lavoravo nell’industria della moda durante il giorno. Sapevo di essere nel posto giusto. Da allora ho lavorato nell’industria della moda a New York, San Francisco e Los Angeles. Sebbene sia nata in Ecuador, sono orgogliosa di dire che ho scoperto di essere italiana al 15% e ne sono molto felice. Crescendo a New York ero circondata da italo-americani che mi hanno accolta nelle loro famiglie condividendo con me il loro cibo e la loro cultura. Amo la moda, decorare, viaggiare, ballare, la musica classica e internazionale e gli animali! (I suoi disegni possono essere visti sul suo sito web all’indirizzo: www. TatianaAndrade.com)

ROBERT: Non ero mai stato in Europa fino a quando non siamo andati in Spagna insieme per una vacanza nel 2017. Siamo stati in Andalusia (Malaga), Madrid, dove Tatiana ha famiglia, e a Barcellona. Oltre alle città in cui siamo stati, ci è piaciuto anche trascorrere le nostre giornate esplorando Siviglia, Marbella, Mijas (La Città Bianca) e abbiamo fatto gite di un giorno nei paesi del Marocco e Andorra. L’Europa mi ha completamente conquistato. TATIANA: Il successivo viaggio, nel marzo del 2019, è stato in Italia. Abbiamo esplorato tutto perché Robert voleva davvero conoscere il paese, dal momento che ne avevo parlato così tanto e stavamo già pensando di cercare una villa. Abbiamo visitato Milano, la Toscana, Pisa, le Cinque Terre, Siena, Lucca, Firenze e siamo finiti a Venezia. Anche se ero già stata in Italia prima, non avevo mai esplorato la Toscana. ENTRAMBI PARLANO: Ci siamo innamorati del paese, in particolare della Toscana. Una delle cose più sorprendenti dell’Italia per noi è stata la gente. Ovunque siamo andati la loro gioia per la vita, la loro animazione e lo spirito accogliente, era semplicemente bello. Sono qualità rare da trovare a Los Angeles o forse in qualsiasi altra grande città, ovviamente, ma l’Italia è molto diversa in generale. Si dice che gli italiani sappiano vivere, per noi questo è ovvio. Il loro atteggiamento è una celebrazione della Vita e questo manca così tanto in molte parti del mondo. Abbiamo detto che eravamo molto interessati a cercare una proprietà in Italia al nostro ottimo amico, Max Mondini, che abbiamo incontrato e con cui abbiamo subito legato durante il nostro soggiorno nella sua AirBnb a Civitella in Val di Chiana. Volevamo trovare una proprietà antica, con carattere e storia e con un bel giardino. Eravamo disposti ad effettuare alcuni restauri ma non volevamo una rovina completa. Abbiamo visto un paio di proprietà che Max è stato così gentile da aiutarci a trovare. Con il suo aiuto nei mesi successivi, dopo che eravamo tornati negli Stati Uniti, abbiamo trovato l’elenco delle proprietà dove era in vendita il castello. Non potevamo crederci, era perfetto! Sinceramente senza l’aiuto di Max oggi non saremmo stati proprietari del Castello. Scoprendo la storia della proprietà, così come la storia della regione e della città, eravamo certi che questa fosse il posto che volevamo. Mentre eravamo ancora negli Stati Uniti ricordiamo vividamente di aver esplorato parti della città su Google Maps, desiderando che mostrasse di più. Non avevamo visto il Castello di persona, ma molte foto e video che Max è stato così gentile da inviarci dell’esterno e di una passeggiata all’interno, che ci hanno dato una visione chiara di esso. Dopo averlo fatto ispezionare a fondo da un Geometra e averlo trovato in buone condizioni, siamo arrivati con una data di acquisto impostata nell’ottobre del 2019, mancava solo una nostra passeggiata nella proprietà. 4) Quando siete venuti qual è stato il primo impatto con il paese e con il Castello che avete acquistato? Emozioni, idee, etc. È stato divertente, siamo arrivati quasi a mezzanotte la sera prima dell’appuntamento quando la visione del Castello era al mattino. Era-

2)Perchè avete scelto l’Italia e soprattutto Salutio? 3)Come avete fatto a scoprire il nostro paese? Scusa, abbiamo combinato queste due domande. TATIANA: Ero cresciuta in Europa: da bambina in Germania e in seguito ho vissuto in Spagna vicino alla mia famiglia. Da adulta ho vissuto a Madrid per alcuni anni. Ho viaggiato attraverso molti paesi in Europa. Avevo visitato l’Italia allora e sono finita quasi per rimanere lì.

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vamo così eccitati che siamo andati a vederlo quella notte stessa, al buio! Sperando di non disturbare nessuno e non sapendo ancora se avessimo anche dei vicini, abbiamo esplorato l’esterno della proprietà e il giardino, così come i terreni del castello con le altre residenze. Fu allora che scoprimmo di avere dei vicini perché c’erano auto parcheggiate nel cortile. Siamo rimasti incantati dalla sua bellezza, anche al buio, e felici di vedere che era ben illuminato di notte. Poi siamo partiti, come eravamo arrivati, come ladri nella notte. Per quanto riguarda le emozioni e i pensieri in quel momento? Anticipazione, incertezza, eccitazione, felicità, idee e piani per riparare e ripristinare la proprietà con l’intenzione di mantenere l’originalità dell’edificio e dei terreni. Sperando di trovare buoni vicini e persone in paese. 5)Quali sono secondo voi le principali differenze tra l’Italia e in particolare abitare in un paese come Salutio e il luogo dove abitate negli Stati Uniti? Le differenze sono le più importanti per noi. Viviamo nella contea di Los Angeles con oltre 10 milioni di persone. Los Angeles è geograficamente molto grande con dozzine di città più piccole separate al suo interno che sono essenzialmente cresciute tutte insieme come un’unica gigantesca espansione urbana. La maggior parte delle attrazioni sono affollate, spiagge, teatri, ristoranti e persino foreste nazionali, laghi e aree di campeggio sono prenotati con largo anticipo. Il trambusto è certamente buono per molte cose e per gli affari, tuttavia le persone comunemente, nelle grandi folle, perdono la pazienza e le maniere, come in qualsiasi grande città del mondo. Arrivati a Salutio, e dopo aver acquistato il Castello, quando abbiamo esplorato il paese siamo stati subito colpiti dalla gentilezza e dal calore delle persone che abbiamo incontrato, che sono state così accoglienti con noi. Siamo stati accolti con favore nonostante non parlassimo affatto italiano. A volte il nostro spagnolo ci ha aiutato a comunicare, a volte no. I panorami dal Castello e la bellezza naturale incontaminata sono rinfrescanti e stimolanti. Una mattina, mentre Tatiana apriva le persiane della nostra finestra al secondo piano per far entrare il sole, fu gioiosamente sorpresa da uno stormo di colombe bianche che volarono via nel loro splendore e bellezza. Un’altra mattina ci siamo svegliati per vedere la valle completamente avvolta dalla nebbia, era stupenda. Le altre differenze sorprendenti sono la storia, l’architettura e la bellezza per cui la Toscana è conosciuta. Il fascino della campana della chiesa di Salutio e il paese stesso ci hanno reso tanto felici. 6)Cosa cercate e cosa vi aspettate venendo a vivere a Salutio? Stiamo cercando la pace che percepiamo all’interno di Salutio. Speriamo di trovare un legame reciproco e un’affinità con la gente del posto. Ad essere onesti, lo abbiamo già trovato con i membri della comunità che abbiamo incontrato e con i nostri bellissimi vicini, che sono stati tutti disposti ad aiutarci e a fare amicizia con noi. Speriamo di restaurare parti del Castello e riportare alcune delle sue bellezze originali alla luce. Speriamo di poter contribuire ed essere parte della comunità, per diventare “Salutiani” come tutti voi. 7)Progetti futuri: quando tornerete? Pensate nei prossimi anni di venire a stare stabilmente qui oppure sarà sempre una seconda casa? Inizialmente, dopo essere stati qui nell’ottobre del 2019, avevamo già preso i biglietti aerei per il nostro ritorno a giugno del 2020. Sfortunatamente, la pandemia di Covid ci ha colpito tutti, con tragico risultato, e i nostri voli sono stati cancellati. Da allora l’Italia e l’Europa in generale sono state in lockdown che ci ha impedito di tornare. A questo punto pensiamo di poter tornare entro la fine dell’estate o in autunno. Siamo al lavoro per finalizzare i piani di restauro con Massimo Moro, che abbiamo trovato non solo estremamente competente e professionale ma ci è stato anche così gentile e disponibile. Sono sicuro che non è sempre facile lavorare con noi stranieri, parlando una lingua diversa e soprattutto a lunga distanza. Abbiamo in programma di rendere il Castello e Salutio la nostra casa permanente. C’è molto lavoro da fare per prepararci a questo qui in America e la pandemia ha complicato affari e finanziamenti, ma siamo determinati!

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8)Consigliate una buona ricetta estiva da assaporare nei prossimi mesi caldi? Tatiana è una brava cuoca, porta con lei la sua cucina sudamericana. Robert ha cucinato in alcuni ristoranti di San Francisco, mentre frequentava l’Università. Questo è un piatto che ci piace. GAMBERI CAJUN E RISO Questa ricetta proviene dalla Louisiana nella parte meridionale degli Stati Uniti. I Cajun (Acadiani) sono un gruppo etnico di lingua francese e hanno una propria cultura e cibi distintivi. Preparazione in 20 minuti per 4 persone Ingredienti: 15 gr Burro 30 ml Olio d’oliva 3 spicchi d’aglio, tritati Condimento Cajun (Paprika 3 gr, origano 3 gr, sale 2 gr, polvere di cipolla 2 gr, cayenna 1 gr, pepe nero 1 gr – mescolare insieme) 1/2 kg gamberi grandi, sgusciati e eviscerati, con le code 4 pomodori prugna (Roma o San Marzano) - tritati 8-10 cipolle verdi tritate 750 gr riso 45 gr prezzemolo tritato Spicchi di limone per guarnire

Procedimento 1. Scaldare il burro, l’olio d’oliva e l’aglio in una padella grande a fuoco medio-alto fino a farlo rosolare, circa 1 minuto. Aggiungere il condimento Cajun e i gamberetti e cuocere, mescolando, fino a quando i gamberetti iniziano ad arricciarsi, per circa 1 minuto. Condire con sale e pepe. 2. Aggiungere i pomodori e le cipolle verdi alla padella e cuocere, mescolando, circa 1 minuto. Aggiungere il riso e 40 ml di acqua e continuare a cuocere fino a quando il riso non è cotto e i gamberetti opachi, circa altri 3 minuti. Aggiungere il prezzemolo. Servire con gli spicchi di limone. Ci deve essere un drink da bere con questo! Cocktail di anguria per due persone: 750 gr di anguria a cubetti 90 ml Vodka 90 ml Triple Sec (o liquore aromatizzato all’arancia) 2 limes spremuto 1. Frullare l’anguria a cubetti e filtrare attraverso un setaccio a rete fine. 2. Unire gli ingredienti e versare sul ghiaccio messo in un grande bicchiere (Highball) 3. Enjoy!!

9) Cosa direste infine? Sebbene proveniamo dal “Nuovo Mondo”, abbiamo molto più in comune e apprezzamento per il “Vecchio Mondo”. Le persone, i costumi, la gioia e il godimento della vita, il buon cibo e il vino, la conversazione, la musica dei secoli, la vasta storia, la straordinaria varietà di culture, lo spirito ben intenzionato e il rispetto per il patrimonio, i valori: per noi non c’è più rispetto o tributo alla vita che si possa fare. Ci impegneremo per imparare l’italiano il più rapidamente possibile. Grazie per averci ascoltato. Robert e Tatiana Gerholdt, intervistati da Massimo Moro

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CINEMA

1988 Regia: Giuseppe Tornatore Cast: Philippe Noiret, Salvatore Cascio, Marco Leonardi, Jacques Perrin, Antonella Attili, Leo Gullotta, Pupella Maggio, Agnese Nano, Leopoldo Trieste.

“Stucchevole, prolisso, edulcorato, stereotipato”: questi furono gli aggettivi usati da alcuni critici cinematografici nei riguardi di questo film alla sua uscita nel novembre 1988. Certo, nessuno di loro si sarebbe mai immaginato che l’anno dopo quello stesso film avrebbe vinto il Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes e che nel 1990 avrebbe trionfato a Hollywood ottenendo l’Oscar come Miglior Film Straniero. Nuovo Cinema Paradiso è la storia di Salvatore, un regista ormai affermato, che dopo trent’anni di lontananza, ritorna in Sicilia per il funerale del suo amico Alfredo, il proiezionista del teatro del suo piccolo paese natale che, a suo tempo, gli aveva trasmesso la passione per lo schermo e per la vita. I ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, che si affacciano alla mente del protagonista, evocano emozioni e sentimenti ancora vivi, non sopiti e una profonda nostalgia di un tempo oramai perduto. Il film è un vero e proprio atto d’amore per il cinema, impreziosito dalla colonna sonora trascinante e avvolgente di Ennio Morricone che tra i tanti premi vinse anche il David di Donatello. Alcune sale cinematografiche, quest’anno, hanno scelto questo film per riniziare le programmazioni dopo il lungo lockdown e quale inno migliore alla ripartenza, se non un film manifesto che parla dell’amore e della fascinazione della settima arte. CINEQUIZ Nei suoi film, il regista Alfred Hitchcock amava essere ripreso in brevi apparizioni (camei). In quale famosa pellicola lo si vede seduto in fondo ad un autobus di fianco a Cary Grant protagonista del film? La risposta corretta la troverete nel prossimo numero.

Antonella Nangano

RISPOSTA CINEQUIZ 1° NUMERO Un paio di Converse All Star color lavanda.

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Le note della serenità

NUOVO CINEMA PARADISO

UN PO’ DI SALUTIO IN GIRO PER IL MONDO

on a tutti piace approfittare delle tanto meritate ferie per farsi una bella vacanza rilassante al mare, o semplicemente per godersi un po’ di relax fra le proprie mura di casa. Per me non è mai stato così, a meno che non siano i figli a dettare le regole.....Un viaggio come lo intendo io significa viverlo pienamente,sentirsi veri protagonisti, con l’adrenalina che non ti fa mai sentire la stanchezza, ma con la quale devi inevitabilmente fare i conti al ritorno. Un viaggio che non si conclude mai appena rientri a casa e togli i panni sporchi dallo zaino per fare la prima lavatrice, perché dentro quello zaino ci sono ancora tutte le emozioni che hai vissuto e accumulato e che continuano a farti sognare ancora per molto tempo. Da alcuni anni organizzo viaggi in giro per il mondo per conto di un tour operator nazionale ed accompagno i viaggiatori nelle destinazioni che loro hanno scelto. Ho detto “viaggiatori”, da non confondere con “turisti”. Ho accompagnato gente di ogni tipo e di tutte le età, ma tutti uniti da un denominatore comune: la curiosità. Sì, perché è la curiosità che spinge ogni viaggiatore a spogliarsi di tutte quelle comodità che gli offre il nostro mondo circondato da benessere e ricchezza e decidere di accettare qualsiasi sacrificio pur di arrivare alla meta, pur di vedere

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e capire cosa c’è oltre...dove i tradizionali tour turistici non lo porteranno mai. Credetemi, non è da tutti provare l’esperienza di un trasferimento notturno su un affollatissimo treno di terza classe nel cuore dell’India, oppure di dormire in un fatiscente rifugio senza riscaldamento in un altopiano boliviano a oltre 4000 mt di altitudine con la temperatura esterna a -10 gradi, o ancora di dormire in una capanna solitamente adibita a bivacco per cammelli, sulle pendici di un vulcano in Etiopia, e di non lamentarsi mai. Ecco, questi sono i viaggiatori che solitamente sono in viaggio con me. Ho avuto come compagno di viaggio, anche più di una volta, un nostro salutiese la cui mentalità rispecchia perfettamente quella scritta poc’anzi. Lui è Giacomo Falsini (Giacomino), instancabile scopritore di mondo, sopraffatto da un entusiasmo che non si può descrivere a parole, personaggio di compagnia, di gruppo e che fa gruppo. L’attuale pandemia ha dato una brusca interru-

zione ai viaggiatori di tutto il mondo, e non sappiamo quando si potrà tornare a viaggiare regolarmente, ma sicuramente per tante destinazioni la ripresa del turismo sarà molto più lenta che per altre. Non ci resta che aspettare... Sono nato e cresciuto a Salutio, poi mi sono sposato e mi sono trasferito, ma anche se non sono fisicamente presente come prima alla vita del paese non ne ho mai perso il senso di appartenenza, che mi fa sentire ancora molto legato a Salutio e ai salutiesi. Fabrizio Simoni

Progetti salutiesi : “Sant’ Eleuterio” e “Casa Salutio” (Informazione di cronaca)

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a nostra chiesa di Sant’Eleuterio è custode di tesori preziosi valorizzati all’interno di un volume redatto da un critico d’arte, soltanto osservandone lo spessore possiamo immaginarne la grandezza descritta. Durante le festività quasi dispiace addobbare quel semplice ma maestoso altare con dei fiori, sembra quasi di nasconderne i dettagli preziosi. La chiesa offre anche tesori non visibili ma soltanto udibili. Durante il periodo del Natale, nel piccolo paese di Salutio, nella penombra, passeggiando per le strade, si possono udire le canzoni a tema natalizio che diffondono nell’aria gioia e magia. Tale atmosfera rende il paese vivo! All’udire di questi motivetti la prima reazione è quella di guardare il campanile, luogo da cui provengono, ed è in quel momento che, con il naso all’insù, lo vedi illuminato nei suoi dettagli più belli, imponente e bellissimo. La luce chiara fa ben scorgere anche le campane allietando le passeggiate notturne; il buio non fa più paura. Una sera perfino la musica di Bethoveen si diffuse nell’intero paese a partire dalla maestosa torre del campanile. Sarà forse superfluo? Credo di no, essere l’unico paese che ha il privilegio di aspettare Babbo Natale canticchiando per borghi e strade regala un senso a tutto questo per la gioia dei piccini ed anche dei più grandi.

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i stanno concludendo i lavori di restauro riguardanti il progetto Sant’ Eleuterio. La dottoressa Gorgoni, professionista incaricata di effettuare l’intervento, consegnerà la tela e gli altri manufatti nei tempi pianificati. Ci auguriamo che per la festa di Salutio, la quarta domenica di settembre, sia possibile organizzare un momento dedicato a questo importante ritorno. La tela dell’Annunciazione manca dalla sua naturale collocazione da oltre qurant’anni. Senza questo intervento, avremmo perso un pezzo importante della nostra storia. Un’ altra importante iniziativa che si sta concludendo dopo vari anni di lavoro è “Casa Salutio”. Al Campo sportivo, di concerto con il Comune di Castel Focognano che ha partecipato a finanziare l’opera, e con la Protezione Civile Toscana che ha fornito in comodato gratuito i moduli abitativi, è stato realizzato un “Centro Polifunzionale ad uso pubblico e Area di accoglienza della Protezione Civile”. Progetto sperimentale a livello nazionale, è un fiore all’occhiello del nostro paese e del Nostro Comune. Alessandro Falsini

Elisabetta Maestrucci

I Mercoledì golosi di Salutio Per tutta l’estate a Salutio soffierà una nuova e fresca brezza portata per noi Salutiesi dal furgoncino dei gelati del ParadIce di Ponte a Poppi, di Enrico Ricci e Letizia Sassoli. Per la gioia di tutti, dai più piccoli ai più grandi, ogni Mercoledì sera alle 21.00, il furgoncino dei gelati sosterà nei pressi del parcheggio di Salutio, al Fondaccio, con l’augurio di poter continuare a godere un buon gelato e fresche chiacchierare! Enrico Ricci e il suo furgoncino la prima sera a Salutio, 16 Giugno 2021

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La cucina di Moreno

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Gnocchi con datterini e basilico

entornati nella mia cucina, questa volta faremo un primo piatto dai profumi estivi. Scegliamo se possibile prodotti freschi e di stagione, si trovano in commercio dei datterini di una dolcezza unica che in estate sono, insieme al basilico, una coppia imbattibile. Via con la ricetta: INGREDIENTI per 4 persone:

Un mazzetto di basilico 1 bicchiere di vino bianco Una manciata di pinoli Sale e pepe q.b. 1 peperoncino fresco Formaggio grattugiato

Orti e lune Bentornati nella nostra rubrica “Orti e Lune”! Nel precedente numero abbiamo iniziato a parlare di come preparare l’orto e delle varie semine e trapianti, oggi invece vi vorremmo proporre qualcosa di innovativo, utile soprattutto a chi non ha la possibilità di uno spazio verde ma vorrebbe crearsi comunque la sua piccola oasi a casa: stiamo parlando degli orti verticali! Ma cos’è un orto verticale in pratica? Si tratta di un insieme di vasi, fioriere, contenitori o addirittura bottiglie (evviva il riciclo!) che vengono disposti in verticale e in cui vengono piantati i più diversi tipi di ortaggi e piante aromatiche. Per avere un orto verticale ci sono diverse possibilità, tra cui la più semplice è comprare un kit su Amazon ma gli appassionati del fai da te, invece, possono utilizzare diversi materiali per creare i contenitori che andranno a costituire le vasche per le piante. Si possono usare scaffali in legno, plastica o ferro (adatti ad accogliere piccoli vasi), fioriere e contenitori a cascata, pallet o bancali in legno, tubi di plastica o grondaie. I pallet sono i più utilizzati per creare gli orti verticali. Per gli spazi dove poi mettere la terra, bisogna procurarsi un telo traspirante di tessuto o di materiale plastico e sistemarlo lasciando un’apertura che faccia passare l’acqua per poter innaffiare.

PREPARAZIONE Mettete a bollire una casseruola con abbondante acqua e salate quando prende il bollore. Tagliate i 2 spicchi d’aglio sottili e i pomodorini a metà. Mettete un generoso filo d’olio in una padella capiente o in una wok, aggiungete l’aglio e, appena questo prende colore, mettete i pomodorini, lasciate cuocere a fuoco alto per qualche minuto e poi sfumate con il vino bianco. Quando i fumi dell’alcool si saranno dispersi abbassate il fuoco e aggiungete acqua di cottura. Buttate gli gnocchi nell’acqua bollente. Nel frattempo che gli gnocchi vengono a galla aggiustate il sugo con sale e pepe e aggiungete il peperoncino (se lo volete più piccante lasciate anche i semi; per un gusto meno intenso toglieteli con la punta del coltello). Tritate con le mani metà del basilico sulla padella e se il sugo è troppo asciutto aggiungete ancora acqua di cottura: deve diventare una crema non troppo asciutta. Quando gli gnocchi saranno saliti in superficie scolateli con una schiumarola e poneteli nella padella, alzate il fuoco e amalgamate bene. Aggiungete i pinoli e il basilico rimasto e continuate a girare. Spegnete il fuoco ed impiattate in un piatto fondo per concentrare il meraviglioso profumo e aggiungete formaggio, parmigiano o pecorino a piacere. Se gradite potete utilizzare la pasta corta al posto degli gnocchi di patate: le classiche penne rigate magari di Gragnano sono ottime con questo sugo. IL VINO Adesso pensiamo al vino, senza dubbio un bianco: va benissimo un toscano delle coste, Vermentino di Bolgheri o Ansonica dell’Argentario, ma se volete qualcosa di meraviglioso provate una Falanghina di Benevento se avrete usato il parmigiano o un Fiano di Avellino se avrete usato il pecorino.

Il passo successivo è la scelta degli ortaggi da piantare; ma quali sono le migliori piante per l’orto verticale da scegliere per avere un buon raccolto? Sicuramente possiamo scegliere lattuga, radicchio e insalate di vario tipo. Per quanto riguarda i pomodori, i migliori sono le cultivar o le varietà che mantengono un’estensione contenuta. Ottimi sono i pomodori e le zucchine rampicanti da far crescere adiacenti ad un muro o alla stessa struttura contenente le piante. Nella scelta di queste ultime, bisogna porre una certa attenzione alla loro crescita, che non diventi un ostacolo per lo sviluppo e la sopravvivenza degli ortaggi vicini quindi ci deve essere una giusta proporzione tra le piante rampicanti e non e sull’idea di distribuzione spaziale. Super consigliate, invece, sono le piante aromatiche come ad esempio il rosmarino, la salvia, il timo, la menta, il basilico e la maggiorana. L’orto verticale non è adatto invece agli ortaggi perenni come asparagi e carciofi in quanto hanno bisogno di essere rinvasati e quindi di maggiori cure. Dunque a cosa dobbiamo fare attenzione? Tutte le piante, per permettere la sopravvivenza e la crescita degli ortaggi, devono ricevere la corretta quantità di luce e calore del sole ma anche la giusta quantità di acqua. Infine, è sempre consigliabile utilizzare dei sottovasi per evitare lo scolo dell’acqua sul pavimento e proteggere le pareti con dei teli cerati per evitare possibili rischi umidità. Buon orto a tutti! Elisabetta Pilati

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Buon appetito! Moreno Innocenti

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