L'Airrre! Numero 1 - Anno 1

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L’Airrre! Anno 1 - Numero 1 - € 2,00

Carissimi Salutiesi,

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bbiamo voluto realizzare L’Airrre con lo scopo di continuare a stimolare la vostra attenzione e il vostro interesse verso il nostro amato paese rafforzando così il senso di appartenenza alla comunità e al territorio. La linea editoriale del giornale affronta e sviluppa in un’ottica di aggregazione temi riguardanti Salutio declinati al passato, al presente e proiettati nel futuro. A completamento della proposta giornalistica saranno, anche di volta in volta, inserite rubriche culturali di carattere generale. La struttura organizzativa necessaria al buon funzionamento del progetto è composta da salutiesi o da persone legate al paese. La redazione è stata strutturata in modo da coniugare le esperienze consolidate con le migliori eccellenze giovanili dando così vita ad un’armoniosa e stimolante creatività. L’Airrre, nelle nostre intenzioni, rappresenta uno strumento

Tepori primaverili

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020. La primavera è alle porte. Il tepore e il sole che contraddistinguono questo periodo ci invogliano ad uscire. Ma quest’anno non è come gli altri. Quest’anno porta con sé qualcosa di diverso. “Chiusi” nelle quattro mura del nostro paesino, ci accorgiamo

Periodico Salutiese

È nato! Il primo periodico d’informazione salutiese

per apprendere, per trasmettere conoscenza, per educare al senso civico, per mantenere viva la storia passata, per interpretare ed

incidere sul presente e per progettare il futuro. Il “modello Salutio” che in tutti questi anni di attività associati-

maggiormente del nostro vicino, abbiamo improvvisamente più tempo per guardarci intorno e coltivare i nostri rapporti, dopo essere stati costretti ad abbandonare la nostra vita frenetica. E così il paese sembra prendere una vita nuova.

Tutto assume nuove forme e nuovi colori e su quest’onda di rinnovato e ritrovato piacere nascono nuovi rapporti, si consolidano e rinnovano di precedenti, nascono nuove amicizie e nuovi progetti. Ed è così che è nato!

2021. La primavera è alle porte. Il tepore e il sole che contraddistinguono questo periodo ci invogliano ad uscire. Quest’anno possiamo. Lavoriamo, ma non è un anno come tutti gli altri. Noi non siamo le stesse persone. La mente è rinnovata e prende forma, una forma nuova. Il paese è riscaldato non solo dai primi caldi soli primaverili, ma anche dal cuore di tutti noi, ormai uniti come mai prima d’ora.

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va abbiamo proposto e portato avanti con successo è basato sulla partecipazione attiva dei cittadini alla vita sociale, condizione fondamentale per garantire la continuità della nostra comunità. Siamo consapevoli che questa iniziativa editoriale rientra a pieno titolo in quello che noi riteniamo l’obiettivo finale del nostro lavoro e ci auguriamo che ne faciliti il suo mantenimento. Colgo questa occasione pubblica per ringraziare e per rendere un doveroso omaggio a tutte le persone che con distaccato interesse, nel corso degli anni, si sono adoperate e si stanno impegnando per mantenere viva l’anima vitale della nostra comunità. La professionalità e la passione con cui abbiamo lavorato in questa fase di lancio mi fanno confidare d’ aver realizzato, assieme con i colleghi della redazione, un’iniziativa gradita che rispecchia il nostro essere salutiesi. Airrre !!! Alessandro Falsini

É nato l’AIRRRE! La voce del paese, i ricordi di chi l’ha vissuto e i racconti di chi lo sta vivendo! Buona lettura! Serena Decembrini

Salutio

L’Airrre! Periodico stagionale di informazione locale della Proloco di Salutio

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Airrre disse il “Poro Cannone” Cannone era il soprannome dato ad Oreste Farsetti, un Salutiese che abitava nel Borguccio e che aveva combattuto volontariamente la guerra d’Africa. Non disdegnava un buon bicchiere di vino e spesso tornava a casa allegro. Oreste Farsetti detto “Cannone”. I ragazzi di quel periodo “ruzzavano” con Cannone e lui, una sera, infastidito dalle esuberanze giovanili, uscì di casa con il fucile imbracciato e sparò per il Borguccio gridando: “AIRRRE!” Il giorno seguente quando tutti si ritrovarono alla bottega, Cannone disse: “ragazzi, che ridere ier sera!...” Oggi “Airrre!” è il motto della nostra Proloco e la testata del nostro giornale. Simone Falsini

Il patrono di salutio

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a Pieve di Salutio ha avuto come santo titolare solo S. Eleuterio; così infatti compare fin dal primo documento del settembre 1027. Vescovo e martire originario dell’Illiria, era figlio del console Eugenio e venne martirizzato a Roma sotto Adriano nel II secolo. Il suo culto si diffuse rapidamente, dall’Oriente all’Occidente, tanto che lo troviamo venerato in Grecia, in Istria, in Italia e in Spagna.

Una chiesa in suo onore sorse in epoca paleocristiana a Roma, lungo la via Labicana, e altre sono sparse in tutta Italia. La sua tomba a Roma era meta di pellegrinaggio già nel VII secolo, segno evidente di un culto diffuso da tempo. Il giorno in cui viene ricordato Sant’Eleuterio è il 18 Aprile. Il nome del nostro paese sembra che derivi dall’evoluzione della parlata popolare che ha visto trasformarsi Sant’ Eleuterio in San Luterio poi San Luteo ed infine Salutio. Elisabetta Maestrucci

Pieve di Sant’Eleuterio. Interno.

120 anni in 120 passi

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20 passi. 120 passi per percorrere 120 anni di storia di un paese. Il 2020, anno già anomalo di suo, si è portato via la nostra tranquillità, la nostra libertà e le nostre certezze. Insieme a tutto questo si è portato via anche nove dei più vecchi abitanti di Salutio: i platani che da 120 anni facevano da sentinella non ci sono più. Da quando sono bambino ogni giorno ho attraversato l’ombra dei platani, ringraziandoli del sollievo dal sole d’estate e maledicendoli per le foglie in autunno che, morte a terra, formavano delle odiose montagne di sporco. Un po’ come succede con una persona anziana, le vuoi bene, fa parte di te, mette a dura prova la tua pazienza, ma le porti rispetto perché è lì da molto prima di te. Anni e anni di incurie e poca manutenzione hanno fatto sì che le piante crescessero a dismisura e fuori controllo rendendo la loro eliminazione l’unica soluzione, forse drastica, ma necessaria. Altra problematica erano gli insetti e

le malattie dei volatili che minacciavano le case vicine. Ricordo perfettamente il giorno in cui fu tagliata la pianta grossa, pietra miliare del paese, custode di anni di storia passata di lì, di riferimento geografico per il Salutiese, nonché, in futuro, diventata simbolo della nostra Proloco. Quel giorno durante le operazioni di abbattimento c’era un pubblico ad assistere, per alcuni forse un sollievo, ma per molti un grande dispiacere e so per certo che alcuni salutiesi conservano ancora a casa un pezzo del maestoso tronco della “vecchietta”. Il 2020 ha segnato un importante metamorfosi: l’ampio marciapiede fa avvertire una sensazione di pulizia e ordine, due condizioni che in certe stagioni sembravano dimenticate. Importante intervento è stato effettuato anche al Murellino, che non è solo un muro fine a se stesso, ma per i salutiesi ricorda, ancora oggi, luogo di ritrovo per molte generazioni di ragazzi. Le ampie scalette di pietra rifinite da un altrettanto curato muretto, hanno reso questo intervento efficace per sicurezza pulizia ed ordine. Come in tutte le realtà è superfluo dire che è impossibile

Salutio dopo il taglio dei platani.

Salutio. Archivio storico.

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accontentare tutti, alcuni guarderanno quel nuovo marciapiede con malinconia, altri tireranno un sospiro di sollievo… Quello che non è superfluo, invece, è la volontà, l’impegno o forse il dovere di conservare una memoria morfologica del paese, memoria di quelle sentinelle che hanno vegliato sul trascorrere del tempo, tante persone arrivate e tante che

se ne sono andate. Nelle foto ho cercato di rappresentare al meglio l’importante metamorfosi del paese. Sono felice di aver visto il prima e il dopo, di ricordare e poter raccontare questo cambiamento, per qualcuno cosa da poco, per qualcun altro un passo importante.

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Mi ricordo…non solo la storia del pallone Salutiese Cronache Pallonare

Cincinelli). Un altro personaggio di quel periodo, che per motivi diversi era interessato al pallone, era il Maragnela (Bruno Magrini). Controllava il gioco e soprattutto che il pallone non finisse nel suo campo di grano; lo vedo ancora in piedi, a braccia conserte, alla fine del Murellino vicino all’antenna della corrente l mio primo ricordo di storie calcistiche elettrica (ora spostata in altro luogo), osservaSalutiesi è stato per sentito dire…il Deni re le azioni e pronto ad intervenire requisendo (Icilio Ciabatti), persona che molti ragazil pallone se fosse finito nel suo grano. zi della mia generazione ricordano volenRicordo…la bottega del Tondelli aveva due tieri per aver dato vita nei primi anni 70’ ad un stanze: l’ingresso con il bancone bar/tabacchi famosissimo gruppo di radio amatori salutiesi sulla sinistra, il reparto alimentari di fronte e chiamato la “Banda Bassotti”, mi ha più volte sulla parete destra un tavolino con due sedie raccontato di una partita che si è tenuta negli utilizzato per le partite a scopa. anni 50’ nella “steccia dei Badioli”, alle MacFra noi, l’indispensabile era Simone Falsini, chiarelle. Il detto famoso di quell’incontro, tral’accomodatore dei palloni da gioco. Di palloni mandato oralmente negli anni a venire, fu di di cuoio ne avevamo a malapena uno. Il futuro mio zio Spartaco (Spartaco Casini) che, dopo professore di matematica lo curava con estreaver subito un fallo piuttosto energico da parma attenzione: teneva umido il cuoio passante del Donato del Casotto (Donato Ducci), disse doci sopra uno strato di “grascia”, controllava in fiorentino: “questo unnè ccalcio glie rr’ebbi”. le cuciture, la gonfiatura ecc…, insomma, lo acSalutio Calcio anni ‘60 Il giocatore più forte di quella generazione era cudiva come un bene prezioso come in effetti Luciano del Mulino (Luciano Giuntini). FisicaIn piedi da sinistra: Spartaco Casini, Giorgio Chioccioli, Tommaso Ducci, era. La maggior parte delle volte giocavamo con Giuseppe Tondelli, Simone Falsini, Viviano Acciai. mente ben messo, buon colpitore di testa, era palloni di gomma, il più utilizzato era di colore Accosciati da sinistra: Renato Mascalchi, Antonio Fognani, dotato di un tiro potente. Si dice che a lui si Silvano Illiberi, Floro Falsini. marrone con rettangoli neri chiamato Yashin fosse interessata la Fiorentina. (il russo Lev Yashin, 1929-1990, è stato l’unico Le mie esperienze dirette iniziano, invece, dagli anni 60’ nel primo campo calciatore a vincere il pallone d’oro nel ruolo di portiere). Il pallone lo comsportivo che il paese ha avuto, uno spazio pubblico che oggi è diventato il pravamo dalla “Lola” (Carola Niccolini) al prezzo di £.800. I palloni di gomma posteggio. A quel tempo, il Fondaccio era un aggregato di case distaccato riduravano poco, gli spini della macchia dietro porta e i fili di lega della rete che spetto al paese, tant’è vero che i fondaccini dicevano: “Vado a Salutio”, idencircondava i campi coltivati bucavano regolarmente la plastica. Simone era tificando il centro paesano con l’appalto Tondelli. Per raggiungere “Salutio” l’abile chirurgo! L’efficace metodo utilizzato era questo: si passava dalla bottega dello “zio Tai” (Ottavio Falsini) oppure attraverso un 1. riscaldare la punta del ferro della stufa fino a farla diventare rovente; passaggio aperto nella macchia, nell’angolo del campo sportivo, coincidente 2. cicatrizzare il buco, appoggiando il ferro rovente sulla plastica; oggi con il muro della casa della Marcella che fa angolo con la via del Chias3. rigonfiare e riprendere a giocare. sino. Il campo iniziava in discesa subito dopo i platani e spianava fino al Ricordo…gli altri passatempi che ci vedevano impegnati nel periodo estivi greppo e alla macchia di confine con la strada del Fondaccio. Gli unici edifici erano: lastrino, fionde, pesca con le mani dove il Bodolicchio (Loreno Locostruiti erano la casa di Alvaro Cipolleschi, con la bottega di alimentari e il dovini) era particolarmente capace; archi costruiti nelle stecche degli omforno, quella del Delio (Adelio Borri) e l’edificio della scuola costruito nel 59’, brelli, bagno al fiume. Una calda sera di luglio, mentre andavano a trovare quando sindaco era il Brogi (Primo Lodovini). Il resto erano campi coltivati dei loro amici in villeggiatura a Pontenano, si fermarono “a bottega” per di proprietà della parrocchia. comperare le sigarette Ugo Ferrante e Claudio Merlo: il libero e la mezzala Ricordo…l’abitazione del Gino (Gino Simoni), calzolaio con rivendita di caldestra della Fiorentina scudettata. zature, era in costruzione e, un pomeriggio dopo un intenso acquazzone, fu Ricordo anche…Inizio estate, a metà pomeriggio, stavo andando a comprare teatro di una battaglia epica fra due squadre rivali a colpi di palle di fango e il gelato (la famosa banana della Stocchi costo £. 50) e a bottega c’era la di sassi (il povero Mauro Castellucci, detto Gesù Bambino, prese una sassata Vittoria (Vittoria Tondelli) che seduta sullo sgabello di legno massiccio a tremenda. Non tornò a Salutio). tre gambe (sgabello che il Brogi tirò dietro ad un certo Bigazzi di PonteIl terreno dove è ora la casa della Marcella era nano che quando passava da Salutio apriva a un campo coltivato a grano. Le prime partite manetta il gas della sua moto) stava facendo che ho visto su quello spazio sono state conle parole crociate (la Vittoria nelle parole crotro la Zenna (maglia rosa con striscia obliqua ciate era una fuoriclasse assoluta, riusciva a nera, pantaloncini neri e calzettoni rosa con fare anche il Bartezzaghi). La radio a transirisvolto nero), capitanata dal Croci e contro stor bianca e celeste come di solito era accesa. il Faltona (maglia a strisce verticali bianco Mentre entravo e prendevo il gelato dal frigo, azzurre) in cui il portiere era il “Maso” e l’ala fu data questa notizia: “carrarmati Israeliani destra era “Scafino”. Si giocava a sette: I nostri sono entrati nel Sinai”, era il giugno del 1967, la giocatori, da fotografie del periodo conservate guerra dei sei giorni era iniziata. nel Museo del calcio curato da Roberto Moro e Molti anni dopo in un ristorante di Grosseto visibili a tutti, erano: Beppe Tondelli, Pasquami avvicina un signore che con altri era seduto le Magrini, Sirio Simoni, Giorgio Chioccioli, ad un tavolo vicino al mio e mi chiede di dove Tommaso Ducci, Floro Falsini, Enzo Lodovini, sono. Rispondo che provengo da Arezzo! E lui: Domenico Collacchioni, Antonio Fognani. Le “si ma di preciso di dove?”, ed io rispondo che maglie, regalate da Don Pergente (Pergentino sono del Casentino, precisamente di Salutio! Tanganelli) erano bianche con girocollo marLui esclamò: “Io sono quello a cui il Brogi tirò rone, pantaloncini bianchi, calzettoni bianchi. lo sgabello! Abitava a Roma era a Grosseto per Esiste un documentario storico di circa un lavoro. Il mondo non è poi tanto grande!” minuto girato in super otto dal Beppe Tondelli Continua… che ha ripreso in quel campo una sfida tra il Salutio Calcio anni ‘70 Alessandro Falsini “Dolli” (Santi Illiberi ) e il “Minella” (Giuseppe

Nota dell’autore: I fatti di seguito raccontati pur non seguendo una precisa linea cronologica non alterano la visione realistica del quadro d’insieme. Nello scrivere queste pagine ho provato emozioni assopite ma mai dimenticate, che mi auguro possano risvegliarsi anche in chi leggerà.

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Niccolò Tinti

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ad un pittore di Arezzo, chiedendo delle lezioni per poter mettere in pratica la sua passione. L’incontro sarebbe dovuto servire per capire a che livello fosse Roberto, che disse, senza giri di parole: “io non so dipingere, ma quando mi affaccio dalla finestra, vedo i colori!” L’incontro non lasciò Roberto soddisfatto che, quasi stizzito, decise di fare di testa sua e dopo qualche giorno tornò a casa con colori, pennelli e tele dicendo: “ora aspetto l’ispirazione, quando l’avrò, dipingerò!” E cosí é stato! Da vero e Alcune opere di Roberto Moro: in alto a sinistra “Gangster anni ‘30”; proprio autodidatta ha dipinto il suo primo quadro, in alto a destra “Salutio di notte”; in basso “Veduta di Salutio”.

lasciando tutti stupiti, visto che nessuno gli dava fiducia. Ma quando facciamo qualcosa che ci appassiona risulta tutto più facile, senza troppi sforzi; in più è riuscito a farlo con una naturalezza di chi lo fa da sempre. I primi lavori non potevano che rappresentare il suo tanto amato Paese, fra i suoi preferiti “Salutio di notte”, in cui raffigura uno scorcio di Salutio con il granaio dei Badioli (foto n° 1). Ad oggi le tele dipinte sono diverse, raffiguranti svariati soggetti come paesaggi, ritratti, geishe e gangster (foto n° 2 gangster anni ‘30). La pittura è un mondo misterioso, ogni artista va apprezzato, dal più famoso a quello emergente, perchè chi dipinge regala una visione unica e personale di un qualcosa. Come diceva Van Gogh: “Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”. Mery Cipriani

Arti e mestieri PANE, SCHIACCIATE E PANINE: 65 ANNI DI VITA DELLA FAMIGLIA CIPOLLESCHI

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E poi c’erano immancabilmente ogni giorno le pizppena tornato dal militare Alvaro Cipolleschi si mise subito all’opera sfruttando zette, i biscottini e i ciambelloni della Rossana. Un al massimo le potenzialità del primo forfiorentino fornì lo spunto per la schiacciata con l’uno a legna che ebbe a disposizione. Era va, da allora puntualmente sfornata alla fine di ogni un lavoro che sapeva di poter fare: era nato e creestate, mentre per Natale il forno si adeguava ad una grande tradizione della cucina toscana, i cavallucci. sciuto in una famiglia di mugnai e l’esperienza con Tanti prodotti sono passati dalla bottega, per tanti la farina non gli era mancata. anni, come tanti sono stati i clienti affezionati che Cominciò a muovere i primi passi negli anni cincon il passaparola hanno portato un po’ di Salutio quanta. Allora era richiesto soprattutto pane da ovunque. La chiusura del forno nel 2015 ha ramchilo da quelle famiglie contadine che nel tempo avevano dismesso di farlo in casa: la mattina si lavomaricato i Cipolleschi ma anche le tante persone che nei mesi successivi hanno continuato a telefonare rava al forno, che riusciva bene a garantire la cottuper prenotare il pane e ciò che a seconda del periodo ra di almeno settanta chili di impasto per giornata, potevano trovare sul bancone del negozio. nel pomeriggio invece c’era bisogno di adoperarsi L’attività ha richiesto fatica, sacrificio, dedizione e per le consegne porta a porta a chi ne avesse fatto pure una grande dose di ostinazione. C’è stato birichiesta. Dopo una visita alla fiera di Milano, Alvaro tornò sogno del coinvolgimento di tutta la famiglia, ogni a casa con un forno nuovo, più grande e più fungiorno, a partire dalla presenza indispensabile di Rossana, che da sempre si è occupata della bottega zionale che trovò posto e tuttora si trova nella casa senza sacrificare l’amore e il supporto per la famiglia, che fece nel frattempo costruire proprio di fronte al e a seguire le figlie e il genero, che hanno alternato il forno precedente. E insieme al forno cominciarono lavoro al forno alle loro professioni. a cambiare anche le richieste dei clienti abituali: La mattina c’era bisogno di svegliarsi alle quattro, non era più tempo per il pane da chilo, le tavole Alvaro Cipolleschi ed il genero a volte alle cinque. Tutti i giorni c’erano almeno venivano apparecchiate con pezzature di più ridotte intenti ad infornare il pane. centocinquanta chili di pasta da infornare, quasi il dimensioni e intanto i Cipolleschi avevano trovato doppio il lunedì e il sabato. I giorni di riposo sono nuovi prodotti da infornare. Divenne prima famosa sempre stati pochi: la domenica, le feste del calendala schiacciata alla pala, apprezzata particolarmente dai più piccini, poi negli anni ottanta, in vista del periodo della quarerio. Tutti gli anni tutto l’anno il forno era operativo. La fatica è stata tanta ma Alvaro dice che la ricorda come la più grande sima e della settimana di Pasqua, venne messa a punto la ricetta segreta soddisfazione. degli zuccherini e della panina, che dopo diversi tentativi falliti divenne Corinna Bendoni eccellente grazie anche agli attenti suggerimenti della suocera Maria.

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La casina nascosta

Un artista in paese e faccio il nome di Roberto Moro, sicuramente immaginerete un articolo sul Salutio Calcio visto che, ormai da anni, dedica anima e corpo a tutto quello che riguarda la gestione del campo sportivo e della squadra. Invece no! Oggi voglio farvi scoprire un lato di Roberto a pochi conosciuto, una passione nata da un’interesse avuto da sempre, ma che solo negli anni ha preso forma: la pittura. Roberto è di indole curiosa, ha sempre studiato ciò che lo affascinava, arricchendo la sua cultura personale su svariati argomenti. Questo lo ha portato a leggere libri di più artisti fra cui: Piero Della Francesca, Modigliani, Paul Cezanne, Van Gogh, etc. ... Chissà, forse le origini in comue con quest’ultimo, gli hanno donato quell’estro creativo che ci vuole per arrivare a dipingere un quadro. In più, secondo la sua teoria, i mancini come lui, hanno la vena artistica o creatività, che dir si voglia, più sviluppata. Prima di cominciare a dipingere si era rivolto

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uella che stiamo per raccontarvi è un’esperienza che alcuni abitanti del Paese condividono con piacere con i Salutiesi. Era l’estate del 2002, le serate si trascorrevano come d’abitudine al Murellino, tra chiacchiere e partite di carte giocate sulle comode cassette della frutta di Betti e Marisa. E fu proprio nella più abitudinaria di quelle sere d’estate che a un gruppo di ragazzini salutiesi balenò l’idea di avere un luogo tutto loro, solo loro. Ciò che accomunava quegli amici era l’età, 10 anni circa, e potete ben capire come allora tra le cose più importanti c’erano l’amicizia, il desiderio di stare giorno e notte insieme, la necessità di condividere tutto. Ed è proprio così che si sentivano, un gruppo di amici considerato come una grande famiglia, con la quale si condividono gioie, crisi e crescita. Ciò che spinse questi ragazzi a ideare un luogo del cuore fu il senso di appartenenza a quel gruppo e l’esigenza di avere un posto lontano dagli sguardi dei compaesani, per trascorrere tempo insieme. Tra una briscola e un tre sette iniziarono a confrontarsi su dove poter realizzare la Casina e in breve tempo fu presa la decisione di trovare uno spazio sì nascosto ma facilmente raggiungibile da tutti gli amici, che si spostavano in bicicletta. Il gruppo decise così di nascondersi tra la macchia, trovando un posto ideale nella strada che porta dal Murellino al parcheggio dietro la Chiesa del nostro Paese. Da quel momento in poi le giornate e le serate di questi ragazzini si trasformarono completamente: argomento di numerosi confronti e obiettivo dell’estate per il gruppo divenne la realizzazione della Casina. Non avevano l’abitudine di darsi appuntamento ma adesso un impegno importante li univa e fu così che ogni mattina rimasta di quell’estate gli amici si ritrovavano al Murellino per ideare e organizzare il lavoro. Tutto partì con lo smacchiamento della zona, un fazzoletto di terra pianeggiante: i più grandi del gruppo presero roncola e falce nei fondi di casa e iniziarono a liberare il campo dalle erbacce. Questa operazione fu coordinata da Tito (Federico Maggini), il più esperto confidente con tale attrezzatura; Tofan (Lorenzo Tofan) invece, grazie alla sua grande attitudine a trascorrere tempo davanti al computer, realizzò una bozza del disegno del progetto. Il campo era adesso sgombero, le linee guida presenti, il resto dei ragazzi tra cui Maggini (Gianmarco Maggini), i gemellini Moro (Alessandro Moro, Massimo Moro) Brogino (Lorenzo Lodovini), Giuba (Giulia Lodovini), la Mattioli (Giulia Mattioli), i fratelli Borri (Elia Borri , Francesco Borri), Sirvigio ( Silvia Sassoli), la Maggi (Elisa Maggi) e Rambino (Nicola Mazzi) si rivelarono ottimi manovali. Pali in legno presi dalla vecchia falegnameria e fissati a terra da un “bioccolo” di cemento, decine e decine di viaggi con la carretta lungo la strada per portare bancali su bancali, gentilmente regalati dal Calori, poi smontati, piallati e usati per fare il pavimento e le pareti, frasche di piante locali come tetto. Una porta trovata nel capanno della Chiesa fu inchiodata ai pali centrali, la serratura rotta fu sostituita da una corda ben legata a una pentola rossa contenente diversi sassi, affinché l’uscio non sbattesse nei giorni di vento. Un’ intera estate, centinaia e centinaia di rugginosi chiodi tolti, martellate su martellate, risate, litigi, berci, sudore e un mix di sana follia. Si ricorda una signora in villeggiatura che esclamò: “Questa falegnameria a Salutio deve lavorare molto, eh, senti che chiasso tutto il giorno”. Potrete immaginare come nei mesi successivi quel gruppo di amici continuò a migliorare la Casina, arredandola di tappeto, tavolo, sedie e persino un divanetto. Fu inaugurata la primavera successiva. Da lì e per molti anni a venire La Casina fu un covo segreto, nascosto nella natura, un ambiente che a ricordarlo oggi sembra quasi surreale, un posto che non puoi dimenticare, dove l’immaginazione vola libera. La dimostrazione di come la voglia, la tenacia e l’unione possano portare un gruppo di amici a raggiungere il loro obiettivo, spingendoli oltre i loro limiti, per realizzare un’esperienza che resterà indelebile nella mente di chi l’ha vissuta.

L’Airrre! Periodico stagionale di informazione locale della Proloco di Salutio

Silvia Sassoli, Massimo Moro

La Divina Commedia dei Salutiesi

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e iniziative culturali promosse dalla Proloco di Salutio negli ultimi anni sono state molteplici e tutte significative, dalle rappresentazioni di alcuni canti della Divina Commedia, ai convegni sui Tesori della Pieve di S. Eleuterio, ai concerti di musica strumentale e lirica. Mi limiterò in questa occasione a ricordare le iniziative che hanno visto la Proloco impegnarsi nella celebrazione di Dante, con la rappresentazione e declamazione di alcuni Canti celebri della Divina Commedia. Quest’anno cade la ricorrenza della morte di Dante, avvenuta in Ravenna nel 1321, dopo poco tempo dalla conclusione della stesura della terza cantica, quella del Paradiso. Covid permettendo, dovremo pensare a qualcosa per rendere omaggio al padre Dante, al quale peraltro abbiamo attinto per diverse iniziative tra il 2014 ed il 2017. Nel 2014 cominciammo a progettare il restauro della tela mancante in Chiesa con una Annunciazione di un autore ancora ignoto e tra le iniziative che decidemmo di fare per raccogliere fondi ci fu quella di mettere in scena un canto della Divina Commedia. Fu scelto il III canto dell’Inferno, il canto della porta dell’Inferno “Per me si va nella città dolente- per me si va

nell’etterno dolore – per me si va tra la perduta gente…Lasciate ogne speranza voi ch’entrate”. Non doveva essere solo una lettura, ma una rappresentazione partecipata attraverso il coinvolgimento di molte persone nella “recitazione” delle diverse parti del Canto. Sarebbe stata una esperienza diretta e nuova per le persone che non avevano forse mai conosciuto Dante. Il canto scelto si prestava bene ad essere sceneggiato per la situazione emozionale forte e la coloritura intensa degli ambienti e dei personaggi “Caron dimonio con occhi di bragia loro accennando tutti li raccoglie - batte col remo qualunque si adagia”. E’ un potente affresco del primo impatto di Dante e del lettore con l’Inferno al suo ingresso. Fu un’esperienza stimolante e partecipata, portata avanti con impegno e dedizione. Tutte le settimane dell’inverno ci ritrovammo nella stanza della Proloco, prima per leggere e capire il testo, poi per declamarlo, ciascuno per la sua parte e poi tutti insieme. Poi ci furono le prove in Chiesa per sincronizzare i movimenti ed i gesti. Ci venne in soccorso l’amico Luciano Ghezzi, con la sua apparecchiatura da Dj, che ci permise di essere udibili in tutta la Chiesa.

Quando nel Maggio del 2014 ci fu la “prima” la Chiesa era strapiena, ovviamente per la curiosità di vedere all’opera gli “attori” declamatori e l’insieme della rappresentazione. L’interpretazione del Canto fu di grande impatto… Il narratore Alessandro dava molta autorevolezza alla narrazione, la lettura di Campolmi dell’iscrizione della porta di ingresso fu solenne e austera, il movimento delle anime in attesa di essere traghettate pieno di stupore e di angoscia. All’apparire di Caronte “Moreno” ci fu un applauso scrosciante per la potenza del “guai a voi anime prave non isperate di veder lo cielo”. Alla fine ci furono grandi applausi ed una chiamata sul proscenio balaustra per gli attori. Dante aveva trovato un modo efficace e coinvolgente per farsi ascoltare da tutti, ci piace pensare che questo fosse il suo scopo quando aveva voluto scrivere la sua Commedia in lingua volgare, un poema dal contenuto profondo, dalle emozioni intense, con personaggi potenti, ma con un linguaggio comprensibile da tutti, anche da coloro che non erano letterati. Quella rappresentazione fu nell’estate ripetuta dentro il Castello degli Ubertini a Chitignano, in occasione di una iniziativa di beneficenza e nonostante gli adattamenti che dovemmo apportare per adattarci allo spazio aperto

riuscimmo a costruire una rappresentazione efficace ed apprezzata dai convenuti. Poi per l’8 di Dicembre celebrammo la festività con la rappresentazione del V canto del Purgatorio, canto in cui Dante incontra un protagonista della battaglia di Campaldino, cui aveva partecipato, nella figura del comandante delle forze aretine, morto in battaglia, ma il cui cadavere non venne ritrovato…“Io son da Montefeltro, io son Buonconte” comincia l’incontro pieno di una dolce nostalgia per la vita e con una affettuosa rievocazione del Casentino. Il canto si chiude con uno struggente cameo sulla vicenda di Pia dei Tolomei “Ricorditi di me che son la Pia” che fu magistralmente interpretato dalla Betti. Poi ci furono altri canti, il Canto di Manfredi “Biondo era e bello e di gentile aspetto” che fu interpretato da Claudio Santori, il Canto di Ulisse in occasione dell’inaugurazione della Bibliocabina “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir vertute e canoscenza”, canto bellissimo e appropriato per l’occasione. Anche per Ulisse intervenne Claudio Santori, che con il fratello Daniele ha dato un contributo decisivo per molte delle nostre iniziative musicali di cui dovremo parlare in un altro articolo. Franco Acciai

Il paese dentro un buco

Il racconto di uno speciale scrittore Salutiese

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n paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Questo scriveva Cesare Pavese in uno dei passaggi più belli de “La luna e i falò”, pubblicato nel 1950 ma estremamente attuale e ricorrente. Questi sono i versi che mi sono affiorati alla mente quando ho letto il tema scritto da Samuele Fognani, nostro piccolo grande compaesano, all’età di 8 anni per un compito scolastico. La dolce e sicura penna del bambino traccia frasi importanti, descrizioni accurate di un paese collocato “dentro ad un buco”, per utilizzare le sue parole. “Al centro del paese c’è una strada, fra tutte penso sia la più grande; infatti è lì che ho imparato ad andare in bici, è lì che mi sono morti almeno tre gatti, è lì che passo per andare a giocare”.

Una strada che costruisce un ricordo indelebile come quello del giorno in cui si è appreso l’arte dell’andare in bicicletta, arte condivisa da tanti ma vissuta davvero, con le ginocchia sbucciate, dai “paesani autentici” fra campi e fossi che scavano nella mente ricordi indelebili. Samuele racconta di questa strada a scuola, all’età di 8 anni, ma la potenza di questo racconto è tale che accompagnerà i suoi figli e i suoi nipoti in viaggi fantastici dove immagineranno un padre ed un nonno fra le strade di un piccolo paese incantato. “Nel punto più basso del paese vivono i miei amici, cioè al Fondaccio. Se vai a destra c’è una fabbrica e poi un bivio che porta ad una strada che conduce al Vado: un fiume dove noi giochiamo. C’è anche un albero di mele piccole e verdi e sono aspre proprio come piacciono a me”. Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginare il luogo descritto dal piccolo autore, nei suoi sapori e nelle sue peculiarità delle quali solo un attento osservatore ed amatore può godere. Da un punto di vista pedagogico ed

educativo si può affermare quanto il senso di appartenenza sia importante per una crescita sana ed equilibrata che, come sottolinea l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) non riguarda esclusivamente gli aspetti legati alla salute fisica ma anche quelli legati alla salute psicologica del soggetto. “Nell’altra stradina c’è il bosco. Si dice che a Salutio, nel bosco, ci sia la casa delle fatine: un buco naturale nella roccia con dentro un piccolo fuoco e una pentola sopra”. L’immaginazione e la fantasia vanno preservate! Curate! Coltivate! Come scrive Antoine de SaintExupéry nel “Piccolo Principe” “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano” è così che l’immaginazione, lo stupore per le cose semplici e vere si affievolisce, crescendo e diventando adulti di successo, vogliosi di guardare ma stanchi di sentire. Sentire il rumore di un legnetto che scricchiola e che potrebbe essere il passo di una fatina del bosco, l’odore di muschio che potrebbe esse-

re la zuppa alle erbe preparata dagli gnomi. Grazie Samu, che ci hai regalato questa tua fantasia, adesso è anche un po’ nostra e quasi quasi andiamo a controllare se qualche fatina si è risvegliata. “A me piace tanto viverci e spero di restarci per sempre”, conclude così Samuele il suo tema ed io, in punta di piedi, vorrei aggiungere una cosa: se anche te ne andrai da questo paesino perché improvvisamente o lentamente, giorno dopo giorno, lo sentirai troppo stretto, prendi un’altra strada, non avere paura! Anche se non è quella al centro del paese tu seguila se senti che è la strada giusta per te. Ma, ti prego, conserva l’amore per la tua terra, per le specialità che ti hanno accompagnato nella crescita, non dimenticarle mai! Non dimenticare gli odori ed i colori che descrivi così bene e, vedrai, che non perderai mai la strada di Casa. Buon cammino Samu, e grazie.

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Angelica Tinti

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L’abate Pietro Porcellotti (1789-1873)

n’insegna posta sopra il portone di ingresso di palazzo Giuliani, la villa secentesca al limitare del paese di Salutio dalla parte di Talla, ci riporta alla memoria il passaggio in paese dell’abate Porcellotti, personaggio dai molteplici interessi e autore del preziosissimo testo di geografia e storia locale dal titolo Illustrazione critica e descrizione del Casentino che l’autore pubblicò nell’ultima parte della sua vita, nel 1865. Si tratta di un importante testo ancora oggi utilizzato da chi voglia muovere i primi passi nella storia del Casentino prendendo in rassegna la storia e la geografia di tutti i Comuni della vallata comprendendo persino le piccole frazioni, all’epoca ancora abitate da componenti di una società prevalentemente contadina. Nonostante il casato dei Porcellotti fosse originario di Talla, Pietro Porcellotti nacque a Rassina l’8 Settembre del 1789. Il padre Giovan Francesco, divenuto proprietario di palazzo Giuliani nel corso della seconda metà del ‘700, dopo il matrimonio con la rassinese Anna Lovari, si era trasferito prima a Salutio e poi a Rassina, divenuta in quel periodo il centro amministrativo di tutta la Comunità di Castel Focognano. I Porcellotti erano benestanti appartenenti a quella classe borghese arricchitasi in seguito alle riforme settecentesche di Pietro Leopoldo. Fin da giovane si dedicò allo studio delle lettere latine, complice il rassinese Angelo Melchiorre Poltri, il precettore al quale il padre lo affidò per l’istruzione primaria e, al quale, Pietro rimase legato per tutta la vita. L’influenza del Poltri fu determinante nella vita del Porcellotti al punto da infondergli l’amore per i classici e per la poesia; nel 1858 poi avrebbe pubblicato una raccolta di odi (una decina in tutto) dedicandola alla sua figura. Il proseguimento degli studi nel prestigioso Collegio vescovile di Castiglion Fiorentino e il successivo periodo passato in Seminario ad Arezzo gli fecero conoscere i principali letterati aretini e casentinesi del tempo; citiamo alcuni tra i più importanti: l’abate Giuseppe Borghi di Bibbiena, il Sig. Giovanni Battista Occhini (che sarebbe poi diventato Gonfaloniere di Arezzo a metà dell’Ottocento), l’amico medico e patriota risorgimentale dottor Gregorio Palmi di Rassina e l’abate Roberto Teoni della Collegiata di Castiglion Fiorentino. Questa ampia cerchia di conoscenze gli permise di frequentare i maggiori circoli letterari dell’epoca tra i quali l’Accademia Aretina (oggi Accademia Aretina del Petrarca) e successivamente l’Accademia Casentinese del Buonarroti (attiva dal 1840 fino a circa il 1846 e con sede a Poppi della quale fu anche socio fondatore). Fu sacerdote nella Parrocchia di San Michele Arcangelo a Tregozzano dal 1815 al 1835 e in seguito, nella Propositura di San Martino a Rassina dal 1843 al 1844. A Salutio, paese che amava e nel quale tornava periodicamente, visse in maniera stabile dal 1835 al 1843; qui possedeva Palazzo Giuliani che lui era solito definire “Casa di campagna”, oltre a vari terreni e alcune vigne alla Girella. Nel 1843, richiamato a Rassina per servizio, cedette tutto all’amata cugina Eleonora Fabbri, figlia della zia Elisabetta Porcellotti, appena sposata col chitignanino Angiolo Giuliani. Fu in questa data che si ebbe il passaggio della proprietà del palazzo tra i Porcellotti e i Giuliani. Nonostante fosse divenuto, già a metà del 1800, un personaggio noto e molto popolare nella vallata fu sempre amante della vita semplice preferendo agire lontano dai clamori della fama e della celebrità. Il suo più grande successo in campo sociale fu l’apertura della prima scuola pubblica della Comunità di Castel Focognano, attraverso l’istituto dell’Opera Pia Immacolata Concezione. Qui ricoprì per vari anni il ruolo di maestro di lettere latine. In questo progetto l’abate Porcellotti, insieme ad altri due benefattori, il notaro GioBatta Raggi e il signor Dario Ducci di Talla, investì gran parte del patrimonio familiare nell’istituzione di questa opera di beneficienza che aveva come fini quello di creare borse di studio per il mantenimento in un collegio della provincia di due tra i migliori studenti della scuola scelti tra le Comunità di Castel Focognano, Talla e Chitignano e di fornire il mantenimento delle paghe degli insegnanti. Come sede della scuola furono utilizzati quei locali che, in seguito nel ‘900, sarebbero stati i locali dell’Asilo Infantile Vittoria Rassinesi appena costruiti ex-novo. Nell’occasione, il Porcellotti fece ricostruire interamente a sue spese anche la vecchia Chiesa del

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Le gite del Beppe

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Palazzo Giuliani

Crocifisso di Rassina (poi distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale) che nel 1846 venne inaugurata col titolo di Oratorio della Immacolata Concezione. Per statuto dell’opera Pia, il sacerdote-maestro che avrebbe insegnato nella scuola e che avrebbe dimorato negli stessi locali si sarebbe dovuto prendere cura anche della Chiesa attigua accudendone i locali e celebrandone le funzioni. Non stanco del suo operato e incoraggiato dal successo che aveva avuto la sua iniziativa, nel 1853 inaugurò un secondo istituto di beneficenza, l’Opera Pia Santissima Concezione, istituto che si proponeva di gestire un asilo infantile negli stessi ambienti della scuola, con l’intento di provvedere ad aiutare le famiglie indigenti accogliendone i figli nei propri locali. L’abate Porcellotti morì il 3 Gennaio del 1873 durante una delle sue visite al Santuario della Verna. Se ne andò allo stesso modo di come aveva vissuto, lontano dai clamori del successo e immerso nella pace e nella tranquillità. Come sua ultima volontà volle essere seppellito nel piccolo Cimitero del tranquillo borgo di Salutio, appena inaugurato. La cugina Eleonora Fabbri pose una lapide con l’epigrafe che riporta i tratti salienti della sua vita; la lapide è ancora oggi esposta all’ingresso del Cimitero paesano. Alla memoria e alle ceneri del sacerdote PIETRO PORCELLOTTI DI RASSINA specchiatissimo di costumi per ingegno e buona dottrina maestro in latinità e scrittore di versi e prose italiane lodato alla Chiesa alla Patria nei ben sostenuti ufficii esempio di fedeltà più che rara del sacro culto e della pubblica educazione con le parole e ricchezze magnifico protettore nell’anno suo LXXXIV (84esimo) il terzo dì del Gennaio MDCCCLXXIII (1873) tolto alle benedizioni del popolo alla reverenza e all’amore della cugina ELEONORA VEDOVA GIULIANI coi figli Don Antonio Francesco e Luigi di tanto infortunio addoloratissima

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Anno 1 - Numero 1

Nicola Fognani

Viaggio tra ricordi salutiesi

urante le serate estive passate a frescheggiare nel giardino del circolino capita di rammentare personaggi, fatti e avvenimenti del passato, racconti che hanno segnato un’epoca almeno tra gli abitanti del paese e che hanno lasciato ricordi indelebili nella memoria di ognuno di noi. Tra questi non possono mancare le gite, i viaggi organizzati da Beppe Tondelli, che permettevano, in un periodo in cui non tutti potevano andare in vacanza, di viaggiare e di vedere qualche angolo d’Italia. In tutte le gite organizzate l’intento del viaggio non era solamente quello di vedere posti nuovi ma anche viaggiare insieme ad amici che allietavano la giornata tanto quanto la bellezza dei luoghi visitati: gli stornelli e le battute del Sergio non valevano meno di una visita al Vittoriale e al Lago di Garda. Ricordare oggi quei momenti permette di evadere da una cattività a cui siamo costretti da mesi e allieta almeno un po’ la giornata. Le gite, innumerevoli e fatte a partire dagli anni ’70, venivano sempre organizzate dal Beppe che, lavorando all’Ufficio Postale di Salutio e avendo in famiglia la gestione della storica bottega Tondelli, riusciva ad avere un ruolo centrale per l’organizzazione del viaggio, per la pubblicità dello stesso che avveniva sempre per passaparola senza mai lasciare fuori nessuno. Non avendo avuto la possibilità di partecipare né di vivere l’esperienza, mi sono rivolta al diretto interessato per chiedere qualche notizia in più su quei viaggi, ben sapendo che molti di voi lettori se li ricorderanno ancora bene. Purtroppo, a causa dell’attuale situazione, non ho potuto fare un’intervista vera e propria e ho dovuto porre delle domande scritte alle quali il Beppe è stato molto contento di rispondere. Dal tenore delle sue risposte si percepisce un sorriso ed una certa soddisfazione nel rammentare alcuni aneddoti più simpatici.

il 20%) che si sono appoggiati agli organizzatori locali. Qualche espediente organizzativo, qualche curiosità? Uno dei problemi era l’assegnazione dei posti: tutti volevano i primi posti o le prime file, i ragazzi gli ultimi posti perché potevano stare insieme alle “citte”. Io ho risolto il problema differenziando i prezzi a secondo del posto occupato. Per la traversata del Monte Bianco si pagava Lire 12000 per le prime 4 file, Lire 10000 per le successive 4 file, infine Lire 8000 per i posti rimanenti. In questa occasione ricordo che c’era 1 persona in più rispetto alle 48 poltroncine consentite che venne sistemata nel corridoio. Da qui con l’assegnazione dei posti non ci furono più problemi. Ci racconti qualche aneddoto, un episodio divertente? Tra i tanti mi viene in mente la dentiera persa e ritrovata dal Sergio a Cortina, una damigiana di vino spuntata durante il pranzo al sacco al Falzarego, il pranzo a Monterosso nella struttura di Padre Semeria che, complice il vino, venne criticato a suon di stornelli. E per finire, Beppe, quale è il tuo viaggio preferito? Quello sul Lago di Garda per il paesaggio e la visita di Sirmione, di Gardone Riviera e del Vittoriale. Io ringrazio Beppe per il tempo dedicatomi e mi auguro di aver riportato alla mente di tutti voi dei piacevoli ricordi che contribuiscono a mantenere viva la storia del nostro paese. Irene Renna

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La cucina di Moreno

envenuti nella mia cucina, qui in ogni numero del giornale parleremo di tutto quello che serve per preparare un piatto, dalla scelta degli ingredienti alla preparazione, all’impiattamento, alla tavola, al vino e tutto quello che serve in cucina. Proveremo ricette della tradizione rivisitate e riadattate per nuovi piaceri. Per iniziare non potevo che cominciare con il re incontrastato degli antipasti, il CROSTINO NERO. Ma lo faremo nella mia versione senza fegatini di pollo. INGREDIENTI per 4 persone:

400 gr macinato di suino 5/6 acciughe dissalate 150 gr capperi 1 cipolla 1 bicchiere di vino Del brodo vegetale, olio evo e pepe nero Pane toscano VinSanto (bono) PREPARAZIONE Tagliate la cipolla finemente e fatela soffriggere in una padella con olio evo, quando sarà rosolata aggiungete il macinato e fate cuocere fino a che la carne non si sarà asciugata bene. A questo punto sfumate con il vino, appena l’alcol sarà evaporato mettete le acciughe e i capperi tritati grossolanamente e aggiungete il brodo fino a che l’insieme non avrà una consistenza leggermente liquida. Fate cuocere il tutto per 10/15 minuti, aggiustate di sale e pepe e mantenete il composto non troppo denso. Il sapore deve essere deciso e saporito. Infine tostate il pane e fatelo a fette un po’ spesse, bagnate queste da un lato con il vinsanto e farcitele con il composto. A questo punto il crostino è pronto. Può essere servito in un antipasto con salumi e formaggio oppure da solo. Di certo farà una bellissima figura in ambo i modi. Inevitabile l’accoppiamento con un buon vino rosso locale ma se usate il crostino in un aperitivo anche una bollicina va benissimo.

Buon appetito! Moreno Innocenti

Beppe, come è nata l’idea di organizzare le gite? Tutto è iniziato quando si decise di organizzare un viaggio come premio per i ragazzi della squadra arrivati secondi al Torneo di Calcio “Città di Bibbiena” del 1972. La prima gita si è svolta il 16 settembre del 1972, destinazione Isola D’Elba. In seguito sono state organizzate tante altre gite, che cito in ordine sparso: Capri (un Lunedì di Pasqua del 1973) Portovenere, Montecarlo, Cinque Terre, Cortina, Venezia e Murano, Pompei e Vesuvio, Lago di Garda e Vittoriale, Lerici e Portovenere (qui ci siamo stati ben due volte!), Lago di Como, Lugano e per ultima Trieste, invasa dalla nebbia e Redipuglia. Chi partecipava, come venivano pubblicizzate? Quali erano le mete richieste? Tutto iniziava dalle “chiacchiere” nell’ufficio postale, ogni viaggio è nato tra quelle mura. Io ascoltavo tutti e poi mi mettevo ad organizzarli decidendo la meta in base a quello che mi avevano suggerito. Mi occupavo di prenotare pullman, ristoranti, funivie, barche, tutto ciò che era necessario per la buona riuscita della gita. Non esisteva pubblicità intesa come ora, ma solo passaparola tra le nostre conoscenze anche dei paesi limitrofi a Salutio. Bastava dire “vieni in gita” e si riempiva il pullman. Perché si è smesso di farle? Perché alla fine, dopo tanti viaggi, sono venuti meno tutti i partecipanti dei paesi vicini (circa

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Progetto Sant’Eleuterio

Orti e lune

(Informazione di cronaca)

envenuti nella nostra rubrica! In questo numero inizieremo a parlare dell’orto, nello specifico degli elementi fondamentali per la coltivazione, come cominciare a coltivare, quali piante sono in armonia tra loro, il momento in cui piantare, seminare e trapiantare. Infine ci occuperemo del genere di piante e ortaggi a cui dare vita nel periodo tra aprile e giugno. Per prima cosa iniziamo a parlare dell’importanza del terreno: le piante traggono nutrimenti e acqua dal suolo, ciò permette loro di svilupparsi, crescere e arrivare alla maturazione. Il terreno deve essere soffice, senza sassi e deve drenare bene l’acqua in eccesso in caso di piogge abbondanti. Tutti questi accorgimenti permetteranno alle radici di svilupparsi senza trovare ostacoli. Esistono diversi metodi di coltivazione che spaziano da quelli ecosostenibili a quelli che includono trattamenti chimici per difendere le piante da parassiti. Nella nostra rubrica tratteremo principalmente i metodi ecosostenibili anche per quanto riguarda l’utilizzo di concimi che apportano alle piante tutte le sostanze di cui hanno bisogno. Gli elementi nutritivi principali sono azoto, fosforo e potassio ma è importante anche tenere conto dei microelementi quali ferro, calcio, magnesio e zinco; l’utilizzo eccessivo o errato di questi possono invalidare il raccolto. Altro elemento fondamentale per garantire la buona riuscita del nostro orto è l’acqua. Bisogna garantire alle piante la giusta dose, soprattutto durante l’estate. La quantità d’acqua da dare agli ortaggi dipende da vari fattori: clima, terreno, distanza tra le piante e le piante stesse. Quando piantare, seminare o trapiantare? Bisogna sapere che non tutte le piante possono essere coltivate nello stesso periodo dell’anno e per questo motivo un orto invernale non sarà mai come un orto estivo; da qui nasce anche la filiera dei prodotti di stagione che portano varietà di ortaggi e frutti sulle nostre tavole. Quindi come fa il contadino a sapere quando seminare un ortaggio rispetto ad un altro? Si affida al calendario lunare per seguire le semine. Per avere un orto sano è importante sapere che esistono delle sinergie tra le piante e il saperle sfruttare permette di avere un terreno più sano, sostenibile e prodotti di qualità migliore. Per questo motivo si consiglia di effettuare la rotazione delle colture, che consiste nell’alternare tipologie diverse di piante per non permettere ad insetti dannosi di prosperare ma più che altro per non impoverire il terreno stesso. Molte varietà di ortaggi possono essere seminate e trapiantate in qualsiasi momento del trimestre, nella fattispecie si possono seminare fagioli, fagiolini, carote, prezzemolo, pomodori e zucchine e trapiantare insalate, pomodori, peperoni, melanzane, zucche, zucchine cetrioli e legumi. Quindi ora vediamo le semine e i trapianti specifici del trimestre Aprile-Maggio-Giugno.

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el mese di gennaio sono iniziati i lavori di restauro previsti nel progetto Sant’ Eleuterio. I lavori d’intervento riguardano la pulitura, la manutenzione e il restauro del Fonte Battesimale, dei candelabri in legno, di un repositorio in legno, della tela attribuita al Vestrucci, conservata da quasi mezzo secolo nei La Crocefissione di Michelangelo Vestrucci. magazzini della sovrintendenza di Arezzo e della relativa cornice dell’altare. La fine dei lavori è prevista per la fine di luglio. È un progetto economicamente molto impegnativo che, come Proloco, siamo riusciti a realizzare dopo sei anni di lavoro grazie alla partecipazione del gruppo parrocchiale, della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e di sponsor privati. Il progetto, una volta concluso, aumenterà ancora di più il valore artistico della nostra splendida Pieve e consoliderà l’affetto dei Salutiesi verso la propria parrocchia. Alessandro Falsini

Nicola Mazzi

Madonna del Rosario di Michelangelo Vestrucci.

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CINEMA

SVEGLIATI NED (Waking Ned Devine) GB 1998 Regia: Kirk Jones Cast: Ian Bannen, David Kelly, Fionnula Flanagan, James Nesbitt.

Avete presente quei paesini in cui tutti conoscono tutti e dove la quotidianità trascorre tra pettegolezzi, diffidenze, sospetti ma anche tra solidarietà, convivialità e vera amicizia? Ecco, questo film è proprio ambientato in un simile villaggio irlandese costituito da sole 53 anime la cui monotonia giornaliera viene sconvolta da un evento del tutto inaspettato: uno degli abitanti del paese vince quasi sette milioni di sterline alla lotteria! Scoprire il fortunato vincitore e poter condividere l’ingente somma con il resto della comunità sarà la missione di due irresistibili, attempati compaesani che non si fermeranno davanti a nulla pur di raggiungere il loro scopo anche quando i loro innumerevoli imbrogli rischieranno di essere rivelati da un’acida e perfida megera. Questo film è una commedia molto spassosa, ben recitata (i due vecchietti sono adorabili!!), un po’ sentimentale e molto ironica; fanno da sfondo paesaggi naturali da sogno e musiche celtiche che accompagnano l’azione in modo appropriato e talvolta incalzante. Fate attenzione al Ned del titolo: il suo cognome è Divine (Divino), un nome parlante, infatti ci sarà proprio bisogno di un “Deus ex machina” per determinare in modo feroce ma magistrale il finale di questa storia!

CINEQUIZ Nel film di Sofia Coppola “Marie Antoniette” c’è una scena in cui viene inquadrata una parte del guardaroba della famosa regina; tra i tanti articoli ve ne è uno alquanto fuori luogo per quei tempi, sapete dire quale? La risposta corretta la troverete nel prossimo numero. Antonella Nangano

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Proprietà: Proloco di Salutio. Editore: Proloco di Salutio. Direttore Responsabile: Nicola Fognani. Vice Direttore: Massimo Moro. Segreteria di Redazione: Moira Detti. Editor: Paolo Tondelli. Grafico: Sansai Zappini. Redattori: Silvia Sassoli, Giulia Lodovini,

Angelica Tinti, Serena Decembrini, Corinna Bendoni. Fotografo/Film Maker: Niccolò Tinti, Nadia Veschi. Vignettisti: Maria Tondelli, Sansai Zappini, Nicola Mazzi. Collaboratori: Simone Falsini, Alessandro Falsini, Mery Cipriani, Roberto Moro, Silvano Sonni, Moreno Innocenti, Ivonne Casali, Irene Renna, Nicola Mazzi, Lorenzo Tofan, Antonella Nangano, Franco Acciai, Sandra Sonni, Don Erik, Gruppo Parrocchiale, Associazione Calcio Salutio, Manuel Piras, Daniele Santori, Giuliano Reich. _______

La presente pubblicazione sarà distribuita con uscite trimestrali. Punti di distribuzione:

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