L'Airrre! Numero 4 - Anno 1

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L’Airrre! Anno 1 - Numero 4 - € 2,00

Periodico Salutiese

25 Settembre 2021/21 Marzo 2022

L’editoriale Carissimi lettori,

tinuare sulla strada intrapresa. Mi piace pensare che la famiglia el mese di Settem- Mori abbia deciso di prender casa bre, il nostro diret- a Salutio perchè si sono armoniotore Nicola Fognani samente inseriti nella comunità; ha firmato a nome della Pro Loco il Protocollo di Orgi. Il documento riguarda un interessante iniziativa proposta dall’Avvocato Saverio Agostini di Pratovecchio che interessa le circa quaranta associazioni casentinesi. Le parole chiave del documento sono: noi amiamo e viviamo il casentino; vorremmo che fosse possibile crescervi, viverci, invecchiarci; desideriamo una comunità accogliente etc... A Salutio, lo dico con orgoglio, ci occupiamo dei temi di cui sopra da anni e quello che emerge come necessità a livello di vallata noi lo abbiamo affrontato ed in parte risolto. Rispetto agli altri piccoli paesi pedemontani, ma anche in confronto di centri più importanti, noi siamo in contro tendenza. Su questo abbiamo dei riscontri oggettivi che ci stimolano a con-

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che Andrea e sua moglie si sono trasferiti a vivere in pianta stabile a Salutio dopo che hanno percepito la nostra vivacità; che chi, ha trascorso le vacanze da noi inten-

da tornarci. A questo proposito vi riporto in maniera letterale una e-mail di ringraziamento dell’Arch. Donati di Milano che ha soggiornato lo scorso Agosto in uno dei nostri bellissimi agriturismi “ … restiamo in contatto, ho molte cose da restituirvi, scriverò certamente qualcosa. Ancora grazie per la vostra straordinaria umanità, per l’accoglienza e per la compagnia. Il più sincero arrivederci”. Come ho avuto modo di dire in più occasioni, tutto quello che stiamo facendo per tenere viva la nostra Comunità è il modo migliore per rendere omaggio a quelli che ci hanno preceduto e per dare un esempio concreto per quelli che verranno dopo. L’impegno profuso in attività a favore del bene comune ha una sua sacralità, un atteggiamento virtuoso che ci fa diventare migliori come persone e come organizzazione sociale. Airrre!!! Alessandro Falsini

SALUTIO RICORDA I SUOI EROI DI GUERRA

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omenica 7 novembre il Comune di Castel Focognano ha celebrato a Salutio la festa dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate. La cerimonia, accompagnata dalle note solenni della Filarmonica Guido Monaco di Rassina, si è svolta presso la Cappellina, monumento ai Caduti della I e II guerra mondiale del paese, sotto gli occhi dei numerosi paesani che hanno partecipato all’evento. La celebrazione, a cui erano presenti il Sindaco, gli Assessori e i rappresentanti delle Forze Armate, è stata anche l’occasione per inaugurare due lapidi, sistemate dal Comune all’inter-

no della Cappellina su richiesta della Pro Loco di Salutio e dedicate a due patrioti locali poco conosciuti dai salutiesi: Paolo Sacchi, eroe risorgimentale nato al Castello di Salutio nel 1823 e morto in seguito alle ferite riportate durante la battaglia di Curtatone, combattuta dai volontari toscani contro l’esercito austro-ungarico nel 1848 e Angiolo Brezzi, civile catturato dalle SS naziste durante un rastrellamento del territorio nel 1944 e deportato a Khala in Turingia dove morì nel Campo di concentramento n°7. Daniele Santori, discendente per parte di nonna materna di Paolo Sacchi ci ha ricordato le gesta eroiche del

proprio avo che non esitò a superare le linee nemiche per recuperare,sotto il fuoco nemico, le munizioni dei morti. Rimasto ferito ad una gamba, fu catturato dagli austriaci, curato e deportato in territorio austro-ungarico dove, in seguito ad un’infezione alla ferita, vi morì. La lapide è il secondo atto di una serie di iniziative cominciate con la Conferenza tenutasi nella Sala Toscana a Rassina il 10 Ottobre 2020 e che termineranno nel 2022 a Maggio con l’intitolazione a questo eroico personaggio dei giardini pubblici. Di Angiolo Brezzi invece, ha parlato la nipote Maria Rossi, la quale ha recentemente ricevuto l’importante

riconoscimento di Medaglia d’Onore concessa dal Presidente della Repubblica. Catturato e deportato in Germania per essere internato nel lager nazista di Khala, fu destinato al lavoro coatto per l’economia di guerra durante l’ultimo conflitto mondiale. Un personaggio del quale sarebbe importante approfondire la storia per non dimenticare.

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Irene Renna

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Anno 1 - Numero 4

23 Settembre 2021/25 Dicembre 2022

QUANDO LA STANZA DEI GIOCHI ERA LA STRADA “IL GIOCO DELLA RULLA”

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er raccontare e parlare di questo gioco del passato si è deciso di intervistare Fulvio Falsini, vera memoria storica del paese e stimato giocatore del settore. Fulvio ci racconta che inizialmente il gioco della rulla si giocava con una forma di formaggio, che doveva avere delle caratteristiche e delle dimensioni ben precise, sia come diametro che come altezza. La forma poi doveva essere leggermente stondata dalla parte che toccava a terra, perché altrimenti la sua traiettoria sarebbe stata storta. In alcuni lanci poteva capitare che la rulla si rompesse, questa era l’occasione in cui gli spettatori potevano prendere e mangiare le briciole del formaggio che rimanevano. Quando poi il formaggio cominciò a costare troppo e non fu più conveniente, si decise di utilizzare “la rulla” o “la ruzzola”. Le rulle erano alte 4 cm e avevano diverse dimensioni, quella più piccola aveva diametro di 12 cm, quella più grande arrivava a 15cm. La rulla si lanciava prendendo una piccola rincorsa e si tirava con il braccio teso, il nastro si srotolava e la rulla camminava. Saper mettere il nastro sulla rulla era determinante, se c’era una curva a sinistra, per esempio, il nastro andava infilato in maggior misura dalla parte destra. Normalmente si giocava in due squadre composte ognuna da tre persone. I tre appartenenti alla squadra tiravano uno alla volta, decidendo il punto di partenza, lo stesso per entrambe le squadre. Ad ogni tiro si segnava a terra dove arrivava la rulla, e da lì si effettuava il lancio successivo. La rulla che arri-

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Si giocava sempre la domenica in autunno, verso le 15.30/16.00 fino a quando non facesse buio; raramente si giocava di notte, nella via lungo il paese, da cima a fondo, perché c‘era qualche lampadina. Tra i giocatori di Salutio si ricorda sicuramente Fulvio Falsini, ma anche Tito Simoni detto “Giubbino”, il Fattore, il Bendoni, il Donato, Omero e il Sergio. Il gioco della rulla è diventato poi uno sport riconosciuto, “il rulletto”, che ha lo stesso regolamento e delle piste specifiche. Una squadra di Poppi ha vinto molti premi e sono arrivati secondi a una gara nazionale. Intervista a Fulvio Falsini di Simone Falsini e Silvia Sassoli

LA MIETITURA

ovembre era il mese dedicato alla semina,del grano. Nell’alto Casentino, a causa della lieve differenza climatica, si cominciava un po’ prima, di solito a Settembre. Cambiava anche il tipo di grano, difatti veniva usato un tipo di nome “morte” che aveva il colore più tendente al rosso e aveva tempi di crescita più lunghi. L’importante era seminare prima dell’arrivo del freddo e della neve... a quel punto non restava che attendere che i campi di tingessero di giallo, segno che il grano era maturo e si poteva cominciare la mietitura. Di solito questo avveniva nel mese di Luglio e per i contadini era un periodo molto atteso in quanto il duro lavoro era ripagato anche da piacevoli momenti di festa e convivialità. L’operazione della mietitura coinvolgeva molte persone e siccome non tutte le famiglie erano numerose, si aiutavano a vicenda. Ogni contadino aveva una mansione e partecipavano tutti i membri della famiglia, anche i più piccoli. La prima fase era quella di tagliare il grano che doveva essere reciso alla base (più in basso possibile)

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vava più lontano prendeva il punto. Ad ogni gara si arrivava a un massimo di 6 punti. Chi arrivava a sei, vinceva. I campi per le gare in paese erano la Via del fiume, allora non asfaltata, la Via del Chiassino e quella di Casa Ceccotto. Il percorso più difficile era senza dubbio quello di casa Ceccotto perché iniziava da Casa Le Bizze e si saliva su. Quando si arrivava a Casa Ceccotto c’era la curva, qui era importante che il secondo tiratore la superasse, altrimenti era necessario utilizzare un lancio con minor forza per girare la curva. Altra salita molto difficile era quella del Lodoleto. Il capogruppo sceglieva il ruolo dei giocatori: generalmente il secondo tiro, quello con la curva, veniva affidato al giocatore più preciso mentre il terzo tiratore era il più forte perché doveva lanciare lungo la salita. Altra difficoltà era la presenza dell’erba che tratteneva la rulla.

con la falce. Ogni contadino aveva una striscia di campo che provvedeva a mietere, fila dopo fila fino al completamento del terreno. La quantità di grano che veniva tagliata in una volta era detta “pizzico”. Ogni pizzico tagliato veniva depositato a terra, aggiunto poi ad altri andava a creare la “manna” che veniva legata con il “balzo” che altro non era che un filo ricavato attraverso l’annodatura delle paglie più lunghe. Una volta finito di legare le manne, queste venivano radunate e venivano fatti i “cavalletti”, chiamati così per la loro forma triangolare, infatti nella vetta le manne venivano messe per obliquo a formare una sorta di tetto come protezione in caso di pioggia. I cavalletti venivano lasciati nel campo una quindicina di giorni dopodichè il contadino passava a raccoglierli con il carro e li portava nell’aia. Capitava, però, che nel campo rimanessero a terra delle spighe che si erano staccate dal grano più secco, ecco che i più giovani venivano fatti partecipi e mandati a recuperarle. Una volta raccolte venivano portate alle massaie che le mettevano in un telo e le battevano in modo da far uscire il grano dalla spi-

ga. Siccome il grano ricavato non era pulito, veniva passato al “vaglio” per una prima scrematura, così veniva steso in terra ed il vento portava via la pula. Il grano recuperato veniva usato come mangime per gli animali, visto che il padrone non ne forniva. Negli anni ‘50 il grano scarseggiava così, dopo la battitura, una parte doveva essere portata al consorzio come percentuale per lo Stato. Nel frattempo l’aia era stata preparata, dopo essere stata spazzata accuratamente veniva ricoperta con lo sterco delle vacche diluito con l’acqua che, una volta secco, andava a formare una sorta di asfaltatura che consentiva il recupero dei chicchi di grano che vi cadevano. Questo procedimento verrà fatto fino agli anni ‘70, quando poi sarà sostituito dall’uso dei teli. Quindi, una volta sistemata l’aia, con il grano che era stata scaricato dal carro, veniva fatta la “massa” che generalmente aveva una forma rotondeggiante e poteva arrivare ad un’altezza di 3 metri. A questo punto si aspettava la tanto attesa “battitura”...

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23 Settembre 2021/25 Dicembre 2022

COSA FARAI PER NATALE? STO A SALUTIO! Cosa farai per Natale? Sto a Salutio! Il mio paese..

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ai per Natale si trasforma amico mio, a me è sempre piaciuto il Natale ed anche il mio piccolo paese ma in questo periodo ancora di più! Anche se i miei amici di scuola hanno accanto alla loro casa un parco enorme, il negozio di videogame e giocattoli, supermercati con tanti dolci.. io amo stare qui! Sai, a Natale questo paese si illumina di tante lucine, ci sono le stelle luccicose lungo la via principale e mi fa ridere perché ogni anno non c’è mai un filo che si salva completamente, ma non importa, sono belle lo stesso! E poi ogni anno con i miei amici tiriamo ad indovinare dove sarà posizionato il filo guasto! L’albero di Natale viene fatto sempre un pò tardi ed ha un unico filo luminoso che lo decora, con gli amici ridiamo sempre di quello spelacchiato amico che scalda il paese, è un po’ come un vecchietto che mette sicurezza e fa

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sentire l’odore di casa anche ai più lontani quando tornano. Salendo su, verso la chiesa, iniziano altre luci fino ad arrivare al bellissimo albero e alle belle decorazioni della chiesina stessa..tante persone ogni anno si danno da fare per rendere magica quest’atmosfera! Hanno comprato tutte le decorazioni e le rispolverano con cura ogni anno, aggiungendo sempre qualcosa di nuovo! Pensa che hanno organizzato anche i mercatini di Natale che percorrevano l’intero paese! Ma poi, vedessi com’è bella dentro la nostra Chiesa: un presepe enorme, con il muschio vero, l’acqua, e le statue grandi!! Sembra un piccolo mondo, dai vieni a vederlo anche tu quest’anno! Ma poi l’altare.. quanto è bello, di solito rosso e oro con dei fiori bellissimi! Non riesci a guardare da nessun’ altra parte appena ti affacci in Chiesa! Sai cosa mi piace tanto del mio paese a Natale? La cosa che da pochi anni lo rende ancora più speciale.. abbiamo la musica che proviene dal campanile! Si, davvero! Tante canzoni natalizie che i più grandi hanno scelto e che alle 17.00, ogni pomeriggio dall’8 dicembre al 6 gennaio, iniziano a suonare per noi bambini ma alla fine un pò per tutti..l’altro giorno ho visto una signora anziana che canticchiava mentre tornava a casa con la spesa nelle buste! Quando è la Vigilia di Natale, dopo aver cenato velocemente, corro in camera e metto il cappotto più carino che ho e vado alla Messa perché lì ci trovo tutti i miei amici ed anche persone che non vedo da tempo. A volte scopro che abitano persone a Salutio che non conoscevo oppure che alcuni amici di

scuola hanno i nonni salutiesi! Prima della messa però c’è un impegno irrinunciabile: Babbo Natale che ci porta i regali!! Questo Babbo Natale è un po’ goffo ma davvero simpatico, forse la sua barba luccica troppo ma mi piace pensare che sia così perché ci mette su una specie di cera, data l’importante occasione di portare i regali ai bambini di Salutio! La messa della viglia è proprio bella, la chiesa è piena piena di persone che sorridono e si scambiano gli auguri, mi sento grande anche io quando sono lì in mezzo e saluto e ringrazio. Le signore del coro intonano le canzoni di Natale, con una ragazza che le accompagna con la chitarra, ed anche se sono le stesse ogni anno sono sempre bellissime! Poi baciamo il bambin Gesú alla fine della liturgia, purtroppo con il brutto Covid non è possibile ma mi piaceva raccontarti anche questo dolce parti-

colare. Dopo la messa ci spostiamo nelle stanze vicine alla cucina e lì veniamo coccolati dalle signore della chiesa che ci offrono panettone, pandoro e cioccolata calda.. ovunque vai non berrai mai una cioccolata calda così densa e buona! Impossibile! Versata con il ramaiolo e presa da quelle pentole che straboccano di bontà! Ormai, mentre siamo lì, il Natale è vicinissimo e allora non ci resta che andare a casa e aspettare il giorno dopo! Ah, prima ovviamente ricorda di preparare latte e biscotti per Babbo Natale ed anche di mettere un ceppo grande sul fuoco così la Madonnina può scaldare i panni del bambin Gesù! Buon Natale! Angelica Tinti

IL PAESE SI ILLUMINA...

atmosfera che si respira durante il Santo Natale è la più magica dell’anno: tradizione, colori, luci e sapori unici rendono speciale questa festa. Anche il nostro paese si prepara a questo evento. Nei borghi le luci colorate allegramente si rincorrono donando gioia ad ogni abitazione. In cima al paese, la chiesa spicca con il suo profilo illuminato, visibile da lontano, e accanto le fa compagnia il grande albero addobbato. Dal campanile, nelle ore serali, si diffondono dolci note natalizie che allietano l’attesa delle festività. La che, per l’occasione, si veste di rosnostra chiesa è protagonista con il so splendente grazie a numerose suo storico presepe e con l’altare stelle di natale.

Per la vigilia, dopo la Santa Messa a cui partecipa tutto il paese, è tradizione ritrovarsi nei locali della parrocchia per un saluto e gli auguri, degustando un buon bicchiere di cioccolata calda e vin brulé che scaldano i cuori di tutti i presenti. Il fascino del Natale cattura davvero tutti, dai più piccini che attendono con ansia di trovare i doni sotto l’albero che non manca mai in ogni casa, ai più grandi che aspettano questo momento anche per ritrovare parenti e amici lontani. Questo brutto periodo ci ha privati di vivere a pieno ma ci auguriamo e vi auguriamo di vivere questa festa in salute e serenità con la speranza di

potersi al più presto riabbracciare. Ci auguriamo anche che la befana possa...dopo una lunga pausa, tornare nella sala parrocchiale a distribuire gioia e “chicche” per grandi e piccini. Gruppo parrocchiale S. Eleuterio Elisabetta Maestrucci Per riflettere: Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Frasi Vangelo

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Mi ricordo…non solo la storia del pallone Salutiese Cronache Pallonare

Continua dalla terza...

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e maglie bianche di Don Pergente divenute ormai logore furono sostituite da un nuovo completo. Andarono a comperare la nuova divisa, alla casa dello sport di Arezzo, il Tonio e l’Illiberino (Illiberi Silvano) con la 500 L Fiat color Avana di quest’ultimo. Il costo di £ 35.000 fu anticipato dal Tonio. Il colore della maglia era rosso vivo con bordi bianchi, pantaloncini bianchi, calzettoni rossi con risvolto bianco. Il portiere in completo nero con colletto bianco. Le nuove maglie furono indossate per la prima volta in un amichevole giocata a Talla una domenica mattina. (In Italia, erano i Colori del Varese Calcio. In Europa era la maglia del Manchester Utd. In quel periodo gli inglesi schieravano uno dei più forti giocatori che abbiano mai calcato i campi di gioco: l’Irlandese George Best, (1946-2005) il Pele’ bianco. A lui è intestato l’aeroporto internazionale di Belfast). Alla domanda del perché quella scelta, il Tonio molto candidamente ha risposto: “...erano quelle che costavano meno”. In campo internazionale, la nazionale italiana di calcio era stata eliminata dai mondiali inglesi dal dentista Pak Doo-ik, e un anno dopo l’Italia pallonara perse un altro idolo delle folle: la farfalla granata, il virtuoso Gigi Meroni (1943-1967). Su questi due episodi posso raccontare due testimonianze dirette. Per l’episodio con partita con la Corea del Nord, ho avuto modo di chieder a Romano Fogli (ex del grande Bologna che tremare il mondo fa, realizzatore di uno dei due goal che fecero vincere lo scudetto ai felsinei nello spareggio di Roma contro l’Internazionale, con in panchina “Foffo” Bernardini), quel giorno in campo a Wembley cosa era successo? Mi ha detto che la Corea applicava una difesa pressing a tutto campo con raddoppio di marcatura, cosa che era sconosciuta nel calcio occidentale. Molto preparati atleticamente, giocavano un calcio moderno rispetto al modulo WM degli europei. Non avremmo mai vinto quell’incontro erano forti. Di fatti, mi fece notare che I Coreani furono eliminati dal Portogallo nella partita successiva in maniera rocambolesca. In vantaggio per 3 a 0 persero 4 a 3. I rosso verdi si aggiudicarono l’incontro grazie alle prodezze della pantera nera, il fenomenale numero 10 del Benfica. Il suo nome era Eusebio da Silva Ferreira per tutti Eusebio (1942-2014) che fu l’autore della quaterna che permise la rimonta. Su Meroni, ho avuto modo di parlare con Fabrizio Poletti da Bondeno (il ferrarese è stato difensore che nel 70’ nella partita del secolo giocata in Messico fra noi e i tedeschi occidentali, volendo passare all’indietro una palla corta ad Albertosi, fu intercettato da Gerd Muller che mise in rete pareggiando il conto). Poletti era al fianco di Meroni quando questi furono investiti in Corso Umberto I° a Torino mentre attraversavano la strada dopo partita giocata con La Samp. Poletti

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fu preso di striscio in un polpaccio, Meroni colpito in pieno. Morì poco dopo in ospedale fra lo sgomento di un’intera città. Aveva ventiquattro anni. Era un talento assoluto e soprattutto, era uno spirito libero (l’Avvocato lo aveva comperato per portarlo nell’altra sponda del Po. Una sommossa popolare fece saltare l’accordo). Il 68’ era alle porte, i moti iniziarono nel 67’ nel Campus di Berkeley (California U.S.A) per espandersi a macchia d’olio in tutto il mondo. In Europa la prima città fu Parigi con le proteste di maggio. In Italia le manifestazioni studentesche iniziarono nell’ateo di Sociologa di Trento per poi coinvolgere tutte le Università italiane. La guerra del Vietnam era al suo apice. Alle Olimpiadi di città del Messico la polizia sparò sui dimostranti, Tommie Smith e John Carlos, velocisti statunitensi, salirono sul podio indossando il guanto nero delle Back Panters. Il tuffatore Claus Di Biasi divenne l’angelo biondo vincendo la medaglia più pregiata dalla piattaforma. Giuseppe Gentile, triplista, pur avendo per due volte migliorato il record del mondo finì incredibilmente al terzo posto. In America in quell’anno vennero assassinati Malcom X, Martin Luther King, Bob Kennedy; Fernanda Piovano aveva tradotto in italiano “Kerouac” e gli altri poeti beat. La censura italiana aveva tolto dal mercato il 45 giri dei Nomadi “Dio è morto” e “je t’aime … moi non plus” del francese Serge Gainsbourg; Sergio Leone aveva finito di girare la “Trilogia del dollaro”. Pier Paolo Pasolini doveva difendere le sue opere in tribunale. L’uomo aveva camminato sulla luna. A Woodstck, il movimento hippies aveva festeggiato per tre giorni la fiera della musica e delle arti. Mery Quant aveva inventato la minigonna. Noi salutiesi, eravamo lontani dal vivere questi fatti, anche se una famiglia di veri Hippies, amici di Fulco (Fulco Tafi, 19282006) si era stabilita al Brasile. Eravamo più interessati al pallone. Le sere d’estate, dopo cena finché c’era luce, tutti al campo a giocare a Porta Romana, “ a passaggi”: uno in porta e gli altri disposti a ventaglio calciavano alternandosi. Paolo Sani (detto Stringa) con un tiro fortissimo che non ha mai più ripetuto negli anni a venire, colpì in piena faccia, dopo che gli aveva piegato le mani, il povero Luciano Pasquini da Martinelli in porta che, una volta ripresosi dallo stordimento disse queste parole: “Paolo, potevi tirare anche più piano”. Si giocava a passaggi anche alla pianta Grossa, la porta era il portone del Giuliani. Una sera d’inverno dopo una nevicata, al capo sportivo illuminato dai fari delle macchine, Vincenzo Maggi, futuro Maresciallo dell’Esercito Italiano, andò in porta parando l’imparabile. Non fummo capaci di fargli goal. Continua… Alessandro Falsini

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IL MIO SALUTIO... S

alutio per me è un posto importante perché rappresenta la mia crescita. I miei amici, la passione per il calcio, l’amore per la natura e molte altre cose che si sono sviluppate dentro di me grazie a questo paesino. Le persone sono sempre state gentili, disponibili e aperte nei miei confronti: partendo dai ragazzi e arrivando fino alle persone anziane. Nella mia adolescenza Salutio mi ha fatto comprendere quali sono le varie differenze tra città e campagna e mi ha fatto capire molte cose; una di queste è che preferisco vivere in un piccolo paese piuttosto che in città: l’aria è molto più pulita, le persone sono più aperte mentalmente quindi c’è un senso di famiglia che “unisce” tutti noi. Inoltre un altro aspetto è la presenza di vari posti che possono essere raggiunti solo dopo lunghe passeggiate e infine, la tranquillità. Come ho detto prima, qui ho sviluppato il mio amore per il calcio: un luogo importante per me è proprio il giardino dove ci ritrovavamo per giocare. Quando eravamo più piccoli, io e i miei amici, ci rotolavamo nelle balle di fieno sotto il capannone anche se era severamente vietato. Purtroppo, dopo un po’ di tempo, il tetto del capannone fu tolto insieme alle nostre care balle di fieno e noi non eravamo contenti che ci avessero lasciato sei colonne in mezzo al giardino. Poi, col tempo, abbiamo iniziato ad apprezzarle e le consideravamo ostacoli in più che dovevano essere superati durante le nostre partite! Non dimenticherò mai i giorni in cui rientravo a casa tardi nonostante dovessi cenare per giocare al pallone...e non solo, dopo aver cenato sarei ritornato di nuovo al campino a finire la partita del pomeriggio! Quindi secondo me l’Aia rappresenta una perla di Salutio, insieme ad altri posti come il Murellino e il ponte. Ci sono delle cose che vorrei che questo piccolo paese avesse, ad esempio un ristorante. Perché no? Ho detto che le persone sono sempre gentili e aperte, quindi mangiare in un posto assieme a loro mi farebbe piacere, rappresenterebbe per me come una seconda famiglia e darebbe più un senso di unità a Salutio. C’è anche da dire che ci si mangerebbe bene dato che la carne viene cacciata e la frutta insieme agli ortaggi viene coltivata naturalmente. Un’altra cosa che mi piacerebbe vivere a Salutio, anche se più impossibile da realizzare e basata su gusti personali, è un osservatorio (astronomico). Un posto accessibile a tutti, in cui ci si può rilassare mentre si ammirano le stelle nel cielo durante la notte godendosi la tranquillità e la calma che Salutio ci offre.

di scuola o nelle uscite durante i fine settimana, in quanto ero impegnata in gare regionali, interregionali e nazionali. Tuttavia, questa vita fatta di cinque allenamenti a settimana per tre ore ciascuno, mi ha profondamente cambiata. Mi ha educata alla disciplina e al rispetto; mi ha aiutata a maturare e a saper scegliere tra le cose che ritenevo più importanti. Inoltre mi ha fatto conoscere persone nuove, con le quali ho condiviso le gioie per gli ottimi risultati raggiunti e le delusioni per quelli mancati. Dopo ben dodici anni passati entro le quattro mura della palestra di Bologna e di altre città sparse in tutta Italia, ho svolto, nonostante un infortunio al piede, la mia ultima importante competizione a livello nazionale a Foligno. Questa gara ha concluso il mio percorso da atleta, ma la mia passione verso la ginnastica ritmica è ancora lontana dal suo epilogo. Infatti da settembre di quest’anno sono diventata un’allenatrice per mantenere vivo il mio impegno sportivo e, soprattutto, per far nascere il mio stesso interesse in tutte quelle ragazze che si approcciano per la prima volta alla ginnastica. E lena C erofolini

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LO ZIO D’AMERICA

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LA MIA VITA DA ATLETA

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in dall’età di sei anni ho sempre praticato un solo e unico sport: la ginnastica ritmica. Quest’attività ha occupato gran parte della mia vita, poiché da quando avevo otto anni, sono entrata a far parte della squadra agonistica di una società di Bologna. Da quel momento in poi tutto è cambiato. La mia giornata era scandita da ritmi serrati: da scuola a casa, da casa in palestra. Ero limitata negli incontri il pomeriggio con gli amici

on ho conosciuto mio zio d’America ma nei racconti di mia nonna è sempre stata presente come figura: era colui che aiutava la famiglia lavorando negli Stati Uniti ma non ho mai saputo realmente cosa facesse. Questo fino a quest’estate. Era sera e avevamo deciso di guardare le vecchie foto di famiglia, trovando reperti anche piuttosto datati, e tutti eravamo rimasti affascinati dalle persone raffigurate; in particolare avevo trovato un passaporto statunitense, e mia nonna mi aveva fatto notare che quello era dello zio. Ritrovando anche altre foto che lui aveva inviato nelle sue lettere io e mio padre ci siamo lanciati ad una folle ricostruzione che aveva davvero poco di fondato; solo dopo diversi giorni sono riuscita a ricostruire la sua vita. Angiolo Patriarchi partì per l’America a 29 anni da Genova, con la nave Konig Albert per arrivare all’isola di Ellis Island il 3 maggio 1912; a New York si sistemò e iniziò a farsi chiamare Peter, forse per camuffare le sue origini italiane

o forse perché era molto più semplice che Angiolo. Visse per lungo tempo con una famiglia di colore, che gli diede un tetto e lo fece entrare nel mondo del pugilato visto che uno dei membri della famiglia era proprio un pugile. Successivamente si spostò verso l’Alaska per cercare l’oro, in modo tale da venderlo e poter spedire i soldi alla sua famiglia in Italia; questo finché non perse un dito nel rigido clima dell’Alaska, così decise di spostarsi in California. Lì faceva il boscaiolo, ma sospetto che facesse il Ranger: una sorta di guardia forestale nei parchi americani. Vi lavorò per molto tempo, probabilmente fino alla pensione, e poi decise di ritornare a casa per passare gli ultimi anni della sua vita in Italia. Era piuttosto anziano quando prese la nave per l’ultima volta e raggiunse le coste genovesi, ormai non era più un cittadino italiano emigrato… aveva preso la cittadinanza americana, e aveva un passaporto americano! Mi sorprese e allo stesso tempo mi lusingò sapere che avevo un parente americano e che probabilmente aveva lasciato compagna e figli per tornare a casa. Purtroppo non sappiamo con precisione se si fosse sposato o convivesse, perciò sarebbe azzardato ipotizzare parenti ancora esistenti in America. Prima di partire però aveva fatto in modo che la famiglia che lo aveva ospitato all’inizio avesse la possibilità di vivere in una bella casa con lo steccato bianco, come quelle che si vedono in televisione, in modo tale da ringraziarli di tutto quello che avevano fatto per lui quando era sbarcato. Mi è stato raccontato che, poco tempo prima di rimanere allettato, era riuscito a ricongiungersi con la sua fidanzata che aveva lasciato per l’America e spesso capitava che l’andasse a trovare per passare un po’ di tempo assieme. Sfortunatamente, però, lei morì molto prima di Peter- come gli piaceva essere chiamato- e così non ebbe più l’opportunità di passare del tempo in sua compagnia. In paese lo ricordano come un uomo distinto, con grandi baffi grigi e una propensione a pavoneggiarsi per i suoi trascorsi da pugile, tanto che cercava sempre di attaccare briga con qualcuno mentre giocava a carte. In realtà, dopo aver sentito la sua storia ho pensato solo una cosa di lui: era un uomo che è andato in cerca di fortuna, in un altro continente, ma non per questo aveva dimenticato la sua famiglia, anzi si preoccupava sempre di mandare una busta con un po’ di soldi. Mia nonna non si ricorda molto di lui, e non ci sono rimaste molte persone che conoscano la sua storia, così con queste parole spero di lasciare una traccia della sua persona a quanti più possibili, in modo che la sua figura non vada persa nell’oblio.

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THE INTERVIEW ANTARES: CENTRO IPPICO A SALUTIO Olga, tu e Leonardo, come siete arrivati a Salutio? Cercavamo un posto dove poter aprire un maneggio. Ma partiamo da come ho scoperto l’Italia.... Sin da quando avevo 12 anni, mia madre lavorava a Firenze, tornava da noi in Polonia solo per le vacanze. Ogni tanto venivo a trovarla, quando ero più grande, quindi conoscevo già l’Italia e me ne ero innamorata. Laureata in fisioterapia in Polonia, scelsi l’Italia per praticare. Arrivata a Firenze, ho dovuto avviare diverse pratiche per farmi riconoscere la laurea, procedimento più lungo di quanto mi aspettassi, perciò nel frattempo cercai un lavoro e anche un posto dove poter cavalcare. Trovai la possibilità di lavorare in un allevamento di cavalli arabi da endurance in zona del Mugello e lì conobbi anche Leonardo. Ci fu una tale sintonia fra di noi, che dopo svariate esperienze nel settore decidemmo di trovare un posto per aprire un maneggio insieme. Aspetta, ma tu sei una fisioterapista...questa passione per i cavalli? Quando ero piccola, la mia famiglia non aveva molti soldi, i miei genitori erano contadini e vendevano frutta e verdura per strada. Stavamo bene, ma si sa che equitazione non è uno sport molto economico. Così nonostante fossi sempre stata attratta dai cavalli, fino all’età di 10 anni, non ero mai salita su un cavallo. Durante un festival, trascorsi tutto il tempo vicino a dei cavalli che erano lì per far fare le messe in sella guidate alle persone. Vedendomi ammirare i cavalli per tutto quel tempo, i proprietari decisero di farmi salire. La prima volta. Fu subito amore! Capii che era esattamente ciò che volevo fare. In quell’occasione scoprii che vicino casa c’era un maneggio e da allora tutti i giorni prendevo lezione. Ogni mattina, quando mi alzavo, i miei genitori erano già andati a lavorare, ma sul tavolo della cucina, trovavo sempre i soldi per la lezione di equitazione. Da bambina non capivo quanto sacrificio facessero per farmi fare quelle lezioni tutti i giorni. Ad oggi, invece, capisco profondamente la difficoltà e gliene sarò eternamente grata. Ci tenevo a sottolineare questa cosa! Per tornare alla tua domanda, da allora non smisi mai più di andare a cavallo! Una passione fortissima! Allora adesso che conosciamo un po’ della tua infanzia, dei tuoi studi e delle tue passioni...parliamo del motivo per cui siete a Salutio: il centro ippico Antares! Bene, allora ti racconto come mai abbiamo scelto Salutio. I luoghi, in Toscana, che abbiamo valutato, erano molteplici, ma avendo in mente di avviare un maneggio all’aperto e fare anche del-

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le passeggiate, cercavamo un posto in cui la natura ci potesse offrire differenti terreni e paesaggi. Il Casentino ha questa peculiarità: ha pianure, fiumi, colline e i percorsi cambiano continuamente in base alle azioni atmosferiche o anche grazie allo stesso fiume. Bellissimo! E così, abbiamo trovato questa casa a Salutio con tanto terreno annesso, ideale per il nostro scopo. Deciso dove sarebbe nato il nostro maneggio, io e Leonardo ci siamo concetrati sul nome da dargli. Antares è la stella più luminosa della costellazione dello Scorpione (io sono del segno dello Scorpione) e in più Antares era il nome del cavallo della biga Ben-Hur che lo portò alla vittoria. E così si spiega non solo il nome, ma anche perchè il cavallo nel logo del centro ippico, sia un cavallo che indossa un elmo antico. E’ vero che il logo l’hai disegnato tu? Così come i disegni dei tuoi cavalli che lasci da colorare ai bambini dopo aver fatto lezione? Mia figlia, Giada, li adora! Li sta collezionando tutti, tanto che aspetta con ansia quello del tuo puledro Mercurio e della giovanissima Sparta! E’ vero! Il logo l’ho ideato e disegnato di mio pugno. Disegnare, come dipingere, è un mio hobby. Ho dipinto anche dei quadri. I bambini sono molto entusiasti di colorare i disegni dei cavalli che hanno cavalcato durante la lezione, oltretutto, con i bambini che seguono le lezioni in maniera più frequente, unisco l’utile al dilettevole: faccio loro domande sui nomi di alcune parti del cavallo o del colore del mantello del cavallo, così da inziare, giocando, a farglieli conoscere meglio e ad usare la terminologia corretta. Loro sono molto incuriositi e hanno molta voglia di imparare, quindi direi di essere riuscita, con un semplice disegno, a catturare la loro attenzione a dettagli a cui prima non facevano caso. E piano piano arriveranno anche i disegni di Mercurio e Sparta, anche perchè fra non molto, la giovane Sparta sarà pronta per essere cavalcata. Io e Leonardo la stiamo addestrando. Quest’anno avete portato i giovanissimi, di Salutio e non, ad un traguardo meraviglioso solo con l’amore e la passione per i cavalli: il terzo posto per il Trofeo delle regioni al Campionato Nazionale TREC! Oltre che per i più piccoli, anche per te dev’essere stata una grandissima soddifazione! Ma so che tu non sei solo un’istruttrice di equitazione e un’addestratrice di cavalli, ma partecipi alle gare di Cross Country e hai vinto dei premi. Raccontaci un po’... La vittoria dei giovanni al Campionato Nazionale TREC è stata una grandissima soddisfazione soprattutto perchè la partecipazione a questa gara era un vero e proprio gioco. I ragazzi si allenavano

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non da moltissimo ed erano solo in 7, quando le altre regioni erano rappresentate da un numeri più alti di partecipanti. La vittoria non era prevista, ma volevo far capire ai ragazzi, giocando, cosa avrebbero potuto fare. Invece hanno dato il massimo, loro e i cavalli, riuscendo ad ottenere singolarmente tali punteggi da superare regioni più favorite di noi, portandoci così al terzo posto. Meritatissimo, ma inaspettato. Lo stupore fu tale anche fra i giudici, la soddisfazione per tutti è stata tantissima. Vorrei sottolineare che i complimenti vanno fatti anche ai cavalli. E’ un dettaglio a cui non pensa mai nessuno, ma chi li addestra e li cavalca da una vita, come me e Leonardo, capisce profondamente: i cavalli non sono macchine, sono esseri viventi addestrati ad essere anche guidati dal cavaliere. Ma il cavaliere deve dare i giusti comandi perchè il cavallo li deve recepire nel modo corretto. Un comando confuso o non deciso porterà il cavallo ad azioni confuse e non per forza corrispondenti al comando dato. Quindi anche una buona riuscita di una semplice esecuizione come partire, fare uno slalom e fermarsi, è segno di un giovane cavaliere che sa come dare le giuste indicazioni al cavallo e dall’altra parte un cavallo che sa recepire ed eseguire le indicazioni chiare del cavaliere. Quindi ragazzi, Sumba e Kaisu, complimenti!! Siete stati grandiosi! Riguardo a me, come ti raccontavo prima, all’età di 10 anni iniziai a prendere lezione e pochi anni dopo inizia a gareggiare in Polonia. Crescendo, ovviamente, crescevano anche le difficoltà delle gare e dal 2000-2012, feci salto ad ostacoli, sempre in Polonia, diventando campionessa regionale di Lubelszczyzna. Trasferitami in Italia ho iniziato a gareggiare nel Cross Country. Mi sono qualificata alle nazionali durante il campionato interregionale nord-centro Italia del Cross Country, per poi gareggiare alle nazionali svolte nel rinomato centro militare di Montelibretti a Roma, classificandomi al 2° posto con la cavalla di nome Stella, di razza Anglo Arabo Sarda, diventando, insieme, vice campionesse italiane nell’anno 2021. Ne approfitto per ringraziare il Sig. Fiore Franco Paolo che ci ha ceduto Stella e l’onnipresente Santino che ci ha presentati ed un ringraziamento anche al nostro mitico maniscalco Giorgio Basagni. Quest’anno, invece, mi sono qualificata alle nazionali che si svolgono sempre a Montelibretti a Roma, però con la piccola Kaisu, che i nostri ragazzi conoscono bene, cedendo Stella alla nostra primissima e giovanissima allieva Vigiani Francesca. Anche lei si è qualificata alle nazionali, classificandosi al 2° posto alle interregionali e al 1° posto alle regionali insieme a Bruni Benedetta su Tamaboy, di razza purosangue irlandese, 8° nella classifica interregionale e 2° nella regione Toscana. Entrambe le amazzoni con percorso netto. Ci tengo a sottolineare la soddisfazione riguardo l’ultimo binomio visto le difficoltà di iniziare un percorso come questo, sia perchè Tamaboy è un cavallo giovanissimo e appena uscito dalle corse di galoppo e anche perchè Benedetta è una giovanissima ragazza alle prime armi nel Cross Country, superdando cosi’ non poche difficoltà. Questi ultimi mesi hanno portato un’altra novità: un grande Maestro di equitazione sta svolgendo uno stage sia ai più piccoli che a te, Olga! Dicci qualcosa in più! Si, è vero!! E’ una grande emozione per me avere qui il Maestro Paolo Rasero: un Cavaliere Olimpico di fama internazionale. Per di più il tutto è nato per caso durante le gare Nazionali di Cross Country, un incontro fortuito che ha portato a nuovi progetti e gran-

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de orgoglio. Il Maestro ha osservato un bel gruppo di atleti in campo sui loro cavalli, o quelli che solitamente cavalcano durante le lezioni, provenienti da una gran parte del Casentino. Ha richiamato l’attenzione sull’ASSETTO e sugli AIUTI del Cavaliere, indiscusse basi sui quali si fonda l’equitazione Naturale, studiata da Federico Caprilli, padre dell’equitazione moderna, agli inizi del secolo scorso. Osservando in modo individuale ogni binomio presente, ha poi continuato a lavorare in rettangolo sulla DIREZIONE, frutto del prezioso IMPULSO del cavallo, sugli AIUTI LATERALI nel girare e TRANSIZIONI alle varie andature. I partecipanti erano atleti di ogni livello e ogni genere, compreso atleti di endurance, cavalli di ex corse di galoppo, cavalli da scuola ed una serie di cavalli del territorio. Indubbiamente è un personaggio molto coinvolgente. Ci ha parlato della sua crescita ed esperienza sportiva, ricordando il lavoro con istruttori militari; le pionieristiche trasferte in treno con i cavalli verso i campi di allenamento e delle gare; gli addestramenti in campo prima dell’alba; le cadute e le “risalite” verso soddisfazioni olimpioniche; allenamenti in una chiesa sconsacrata che veniva utilizzata come il primo maneggio coperto a Firenze, e tanto altro. Tutti questi ricordi che il maestro ha voluto condividere, servono da linea guida indicando ad atleti e istruttori di lavorare sempre insime al cavallo, nel rispetto degli studi equestri del Capitano della Cavalleria Federico Caprilli, senza disdegnare una lunga serie di personaggi di rilievo i quali hanno dato spunto alla completezza della lezione, ad esempio Monty Roberts, Pat Parelli, Nuno Oliveira, sempre nella ricerca di una doma e di un’equitazione dolce, in sintonia con il cavallo. Il Maestro condurrà altri stage al nostro centro ippico. Invitiamo tutti gli appassionati a contattarci per maggiori informazioni o per conoscere le future date. Nello scorso numero de “L’AIRRRE!” sac’è stata una sezione curata interamente dai ragazzi di Salutio, dai giovani. Loro hanno voluto iniziare questa rubrica parlando di come percepiscono e vivono Salutio e allora mi viene spontaneo chiederti: cos’è per te Salutio? Come lo vivi, come lo percepisci? Salutio è stata una bella scoperta perchè è un luogo in cui la natura riesce a lasciarti senza fiato. Ogni volta che esco a cavallo da sola o quando faccio fare le passeggiate, scorgo qualcosa di nuovo che non avevo visto o che è cambiato da una settimanda ad un’altra. I fiumi cambiano i percorsi ad ogni stagione, così come le piante che dominano questo posto meraviglioso, ma anche il terreno degli stessi percorsi cambia. E’ uno spattacolo naturale. Vorresti aggiungere qualcosa o raccontarci qualcosa di cui non si è parlato, ma che hai voglia di dirmi o di dire a chi leggerà questa intervista? Vorrei mandare un messaggio a tutti coloro che, come noi, sono appasionati della natura e della semplicità di vivere in armonia con essa, di seguirci sul nostro profilo Instagram centroippicoantares.asd e venire a trovarci. Saremo molto felcii di inserirvi nella grande avventura della passione equestre. Ed ancora una volta un ringraziamento ai nostri ragazzi che ci hanno regalato delle grandi emozioni in questo periodo così difficile. Olga e Leonardo, vi voglio ringraziare tantissimo per avermi concesso questa intervista e voglio ringraziare anche i cavalli che, insieme a voi, hanno reso questo maneggio unico e un aggiunta importante per Salutio.

Serena Decembrini

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L’ANTICO CULTO DELLE ACQUE DEL BAGNO

abate Porcellotti nel Calendario Casentinese del 1839 racconta che l’area della Pieve di Santa Maria del Bagno ancora prima della costruzione del convento francescano nel 1588 era coperta da un bosco deserto. La zona era tuttavia famosa per le proprietà benefiche di una sorgente d’acqua che attirava frequentatori da tutto il basso Casentino. Si possono ancora oggi riconoscere i resti dell’antica fonte, ormai secca, nelle tre piccole vasche disposte in sequenza di fronte all’ingresso della chiesa. La gente del posto era solita farne uso, per godere delle sue proprietà terapeutiche semplicemente bevendola, immergendovi parti del corpo oppure immergendosi completamente (da qui il Bagno del toponimo). Mentre il primo bacino serviva unicamente per l’imbottigliamento, il secondo serviva per l’immersione delle mani e il terzo, quello più grande, per l’immersione completa del corpo. Secondo la tradizione, i poteri magici e miracolosi dell’acqua della sorgente guarivano o almeno alleviavano i dolori di chi soffriva di ferite o malattie agli arti; inoltre l’abluzione completa del corpo nel vascone più grande garantiva fertilità e numerosa prole alle giovani spose che avevano difficoltà ad avere figli. All’acqua, nell’antichità, l’uomo ha da sempre attribuito proprietà magico-terapeutiche che hanno permesso la nascita di veri e propri culti delle acque; sono culti pagani risalenti ad antichissime pratiche etrusco-romane o anche precedenti che testimoniano, per il solo fatto di essere stati tramandati fino a noi, che l’area di Santa Maria del Bagno è sempre stata frequentata con continuità fin da quelle antiche epoche. Nell’immaginario dei popoli dell’antichità, l’acqua miracolosa dal potere taumaturgico, dispensatrice di vita e di fertilità, essendo capace di rendere fertile la terra era di riflesso capace di rendere fertile anche la donna che vi si immergeva. Il fenomeno dei culti delle acque e della loro pratica in Casentino dove sono particolarmente diffusi, è stato analizzato in numerosi studi. Gli esempi più famosi e più studiati sono rappresentati dai riti praticati anticamente presso il Lago degli Idoli del Monte Falterona; qui, in epoca etrusca, per ingraziarsi la benevolenza degli dei, si usava offrire piccole statuette a busto intero gettandole nel lago stesso. Tra le piccole sculture ritrovate ve ne sono anche alcune raffiguranti la sola parte del corpo malata o dolorante: gli antichi ne auspicavano la guarigione mediante il lancio della scultura nelle acque del laghetto sacro; era, questo, un primo esempio di medicina magico-terapeutica. Ma vi sono altri esempi non meno noti del primo, come quello dei Bagni di Cetica appena sotto la vetta del Pratomagno dove, almeno fino al’900, si garantiva la guarigione da qualunque patologia mediante semplice abluzione nelle acque gelide dei bagni. Tornando al caso del Bagno, c’è comunque altro da aggiungere. Una segnalazione di Monsignor Giuliano Francioli, pubblicata in Aqua et Sacra, quaderno dell’Ecomuseo del Casentino dedicato al simbolismo delle acque del nostro territorio, ci informa che probabilmente la sorgente del Bagno era dedicata a Venere. Impossibile non collegare questa divinità pagana femminile al rito della fertilità della sorgente. Chi meglio di Venere, l’antica dea romana dell’amore, della bellezza e della fertilità poteva assolvere questo specifico compito? La zona sacra del Bagno era quindi già conosciuta nei tempi antichi e ampliamente frequentata dai popoli del

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basso Casentino ben prima della costruzione della chiesa omonima. Probabilmente nel 1588 fu scelta l’area della sorgente come locazione del complesso monastico francescano proprio perché quella era considerata zona sacra. La nuova chiesetta, dedicata a Santa Maria, venne costruita proprio di fronte alle vasche ed il suo nome venne immediatamente associato al balneum antistante, nome col quale il luogo era conosciuto fin dai tempi antichi. Questo sancì definitivamente la cristianizzazione dell’area. In realtà come sia avvenuto il passaggio dal culto pagano al culto mariano o come sia avvenuta la cristianizzazione del culto preesistente non è dato sapere; nel numero scorso ho voluto raccontare come si svolsero i fatti secondo la tradizione popolare dell’apparizione alla pastorella. Vorrei qui esporre un punto di vista diverso dei fatti senza tuttavia sminuire la sacralità del culto mariano che vi nacque a partire da quel momento. Nonostante il Cristianesimo fosse ormai diffuso ampiamente in tutta Italia, ancora i culti pagani continuarono a vivere per molto tempo anche durante il Medioevo. L’opera di evangelizzazione fu lenta e graduale e si diffuse prima nelle grandi città e poi nelle campagne; i primi baluardi cristiani nelle nostre terre furono piccole chiese e cappelle che sarebbero riuscite a controllare completamente il territorio solamente dopo il 1600, in epoca post-tridentina. Nonostante gli sforzi della Chiesa, gli antichi culti pagani improntati sulle forze naturali sopravvivevano negli animi dei popoli delle campagne; il contadino del Medioevo, seppur devoto e frequentante la Chiesa, in caso di bisogno non esitava a rivolgersi ai vecchi dei pagani per guarire malattie, ferite o altro così come avevano fatto per secoli e secoli i suoi avi. Fu tra il 1500 e il 1600 che si cercò di sovrapporre le nuove figure cristiane alle vecchie tradizioni pagane nell’obiettivo di “neutralizzarle”. E difatti è intorno a quell’epoca che iniziarono a fiorire in tutto il Casentino (ma il fenomeno è comune anche in altre regioni d’Italia) visioni o apparizioni di santi e Madonne da parte di contadini e pastorelle. Giusto per rimanere nella vallata casentinese si può citare la Madonna del Sasso di Bibbiena dove la Madonna apparve ad una pastorella nel 1347 oppure la Madonna delle Grazie di Stia apparsa ad una contadina nel 1428 che si era rifugiata in una grotta per ripararsi da un nubifragio. O ancora, rimanendo

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nel territorio di Castel Focognano, la Madonna delle Grazie di Calleta in cui la Madonna apparve ad un’altra pastorella nel bosco sopra Calleta nel XV secolo nei pressi di una fonte perenne (ancora un chiaro riferimento all’acqua!). E infine la Madonna del Bagno la cui apparizione assume connotazioni molto simili a quella di Calleta sia per la modalità con cui avvenne, sia per il legame con l’acqua. Giovanni Caselli, antropologo e storico casentinese, in un suo articolo, Le “teofanie” del Casentino (disponibile sul sito web www.tuttatoscana.net), chiama questi avvenimenti appunto teofanie, manifestazioni del divino quasi sempre accadute in luoghi nei quali ancora si compivano riti pagani, luoghi quasi sempre remoti, lontani dalle città e legati alla vita della civiltà contadina del tempo. Le apparizioni accadevano laddove si manifestavano forze soprannaturali pagane e la Madonna vi appariva per sconfiggere il maligno (cioè il pre-esistente culto pagano) con la conseguente costruzione di un santuario. Secondo questa teoria, le teofanie sarebbero dunque uno stratagemma per “neutralizzare” quei riti pagani ancora resistenti nelle cre-

denze popolari. Letta in questa chiave, il racconto dell’apparizione alla pastorella sarebbe una storiella semplice adatta alla comprensione delle menti dei contadini, non sufficientemente preparate a capire ed assimilare i misteri teologici della religione cristiana. Per far sì che la nuova religione fosse accettata fino in fondo si dovette assimilarla a qualcosa di già esistente e giungere a compromessi. Questa sovrapposizione di apparizioni di Madonne e sorgenti miracolose andò a generare culti originalissimi come quello di Santa Maria del Bagno nella quale l’antica divinità della sorgente mutò prima nella dea pagana Venere e poi, dopo la cristianizzazione della zona, nella Madonna. Rimasero le antiche gesta ataviche dell’immersione e dell’abluzione ma la divinità da ingraziarsi assunse un nuovo volto, quello della Madonna. Dopo l’arrivo dei frati francescani, ad essa fu consacrata la chiesa del conventino e ad essa ci si rivolgeva per le guarigioni e le richieste di fertilità. La leggenda popolare della pastorella giunta fino a noi assumerebbe quindi un significato più profondo del semplice racconto, un significato che ci riporta lontano nel tempo agli albori della nostra civiltà.

ORIGAMI: GIOCARE A GIOCARE CON LA CARTA L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare. (George Bernard Shaw) I bambini giocano sulla riva dei mondi (Tagore) “È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé.” (D. W. WINNICOTT)

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ono un vecchio origamista, ovvero un “signore” che ha iniziato, tanti, tanti, anni fa, senza mai smettere, a fare figurine, oggetti, animali, giochi, ecc. piegando uno o più fogli di carta, cioè a fare origami. L’origami, per chi non lo sapesse, o non ha voglia di entrare in una delle tante enciclopedie on-line a cui si può accedere tramite internet, è l’arte di piegare la carta per realizzare: figure, oggetti, giochi o decorazioni. Spero che quasi tutti abbiano imparato, o visto, piegare la barchetta, il cappello da muratore, “inferno e paradiso”, bene sappiate che (anche) quelli sono origami. Il fatto è che sono infinite le forme e i giochi che si possono realizzare piegando: quando lo si scopre, e si capisce che non ci vuole molto per realizzarle, il gioco, questo gioco, quasi sempre ci rapisce. Il nome Origami e una parola composta da due termini: ori, che significa “piegare”, e kami, che significa “carta”, da cui il significato di “carta piegata” o di “piegare la carta”. Per le regole della fonetica giapponese, il suono della consonante “k” si muta in “g” e la pronuncia che ne risulta è dunque origami. La sua storia è, ovviamente, collegata con l’invenzione della carta, che è nata in Cina intorno al II secolo D.C., e al particolare utilizzo, che iniziò a farsi in Giappone intorno alla fine del millennio: prima con figure astratte di uso votivo, poi con figure più naturalisticamente definite, composte per le classi nobiliari, le quali, si ha notizia, per mostrare il loro aristocratico ceto, svilupparono una araldica realizzata con simboli fatti in carta piegata. Va sottolineato che solo poco più di un paio di secoli fa la carta ha avuto una diffusione “popolare”, prima era un materiale prezioso e lo era così tanto che la sua ostentazione esprimeva la ricchezza del suo possessore, né più né meno che quello di auto di grossa cilindrata oggi. Con la contaminazione delle culture occidentali e orientali e la maggiore conoscenza di quella Giapponese, l’origami, alla fine dell’’800, arriva anche in Europa ma è soprattutto dopo la metà del secolo scor-

so che se ne ha una vera diffusione, ovvero, quando fu inventato, da Akira Yoshizawa e da Robert Harbin, un linguaggio fatto di segni e simboli per indicare la sequenza di pieghe da eseguire per realizzare un modello. Per l’origami fu come rivivere la rivoluzione della stampa. Il linguaggio dei segni, infatti, era internazionale e superava tutte le barriere linguistiche: finalmente diventava possibile trasmettere un dato modello senza bisogno della presenza di un maestro che insegnasse all’allievo. D’altronde la possibilità di ricreare un opera “artistica” esattamente uguale a come è stata inventata, o come la può fare un maestro, è una delle più originali, divertenti e socializzanti caratteristiche dell’origami: credetemi è emozionante quando in un gruppo che piega la carta ci sono anche 3 generazioni che giocano, con la stessa attenzione, con lo stesso piacere, ottenendo gli stessi identici risultati. Riprendo l’incipit di questo articolo: mi chiamo Andrea, “sono un vecchio origamista…” che non ha mai smesso di emozionarsi al piacere di giocare a fare cose creative, soprattutto attraverso l’origami, con le persone di tutte le età; da settembre risiedo a Salutio, che ho scoperto essere il paese della gentilezza, e, un po’ per ripagare dell’accoglienza, un po’ perché è bello, da significato alla vita, giocare insieme, ho proposto di utilizzare la mia esperienza nell’insegnare l’origami. Quando leggerete queste note già avremo realizzato un Presepe in origami che sarà posto nella nostra chiesa; dal prossimo numero ho dato la mia disponibilità per una piccola rubrica, in questo giornale, dove verranno pubblicate le istruzioni di semplici e divertenti modelli e… spero che, a Salutio, possa nascere un laboratorio dove divertirsi con l’origami: stando insieme, usando le nostre mani per modellare carta di tutti i tipi e realizzare “giochi”, frutto del coinvolgimento di chi parteciperà. Sono convinto che anche questo contribuirà alla ricchezza di questa nostra preziosa terra di Shangri-La, che è Salutio, dove sono felice di aver avuto la fortuna di venire a vivere.

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UNA DISAVVENTURA TRAGICOMICA DI MIO NONNO

ento anni fa a Firenze il sindacalista socialista Spartaco Lavagnini (Le Capezzine di Cortona, Arezzo, 6 settembre 1898 – Firenze, 27 febbraio 1921 ) venne brutalmente trucidato, inerme, dalle squadracce fasciste. La mattina di quella domenica, 27 febbraio 1921, due bombe erano infatti esplose in mezzo ad un corteo patriottico in memoria dei caduti in guerra; morirono uno studente e un carabiniere, oltre a un manifestante socialista colpito da un altro carabiniere nei tafferugli seguenti all’ondata di panico che si era diffusa fra la folla. Si scoprì poi che le bombe erano state collocate dagli anarchici, ma gli squadristi non si lasciarono sfuggire l’occasione propizia per scatenare rappresaglie e spedizioni punitive nei confronti degli avversari politici. Per tutto il pomeriggio, nella notte e anche nei giorni seguenti, a Firenze, manipoli di attivisti neri si dettero alla invasione di negozi, circoli e ritrovi, devastando la sede del Partito Comunista, del Sindacato Ferrovieri e dalla redazione del periodico «Azione Comunista» dove il direttore Lavagnini fu ucciso a freddo con due colpi di pistola alla testa, uno alla bocca e l’altro ad un orecchio, mentre era intento a scrivere al suo tavolo. Scioperi e manifestazioni di protesta si susseguirono incessantemente finché, per ristabilire l’ordine, il Governo non decise di schierare l’Esercito. Il mio nonno materno, Silvio Gabrielli o Gabbrielli (Palermo 1880 - Castello di Salutio, Arezzo 1947) che era membro di una delle famiglie più importanti di Palermo, si trovava in quel periodo per lavoro a Firenze (dove poi si stabilì prima di trasferirsi, da pensionato, al Castello di Salutio con sua moglie, mia nonna Adele Sacchi): uomo ingegnoso, abilissimo nei lavori in ferro battuto, da modesto macchinista capo delle ferrovie - carriera intrapresa per seguire le orme paterne - sentiva probabilmente l’handicap di doversi confrontare con fratelli e cugini di grande spessore. La famiglia contava infatti un ingegnere nucleare, un consigliere di Cassazione, un comandante di navi del Lloyd Triestino e soprattutto l’ing. Giuseppe Gabrielli, progettista per Fiat Aviazione dei velivoli della serie «G»: suoi i progetti innovativi come la struttura in metallo che sostituiva quella in legno e tela, i carrelli retrattili, l’ala bassa, gli studi per il decollo e l’atterraggio verticale. Primo progettista italiano di velivoli a reazione (G80 del 1954), il suo Fiat G91Y avevano vinto il concorso Nato per aerei da caccia intercettori (ne furono prodotti più di 900 esemplari). All’inizio degli anni ’70 l’Aeronautica Militare italiana aveva bandito un concorso internazionale per un aereo da trasporto truppe a decollo e atterraggio corto, cui la Fiat Avio partecipò come capofila con il G222. Fu scelto però l’Hercules C-130 della statunitense Lockheed, benché chiaramente inferiore. Amareggiato, Giuseppe Gabrielli presentò le dimissioni e si ritirò a insegnare Aeronautica al Politecnico di Torino, ma dopo qualche anno fu richiamato come presidente onorario di Fiat Avio, perché nel frattempo si era

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scoperto che la Lockheed aveva – nihil novi sub sole - per così dire «ammorbidito» la commissione. In seguito a questi fatti, l’allora Ministro della Difesa Mario Tanassi fu rinviato a giudizio e condannato nel 1979 a 2 anni e 4 mesi di reclusione, di cui scontò solo una parte per essere stato infine assegnato ai Servizi Sociali di rieducazione (!). Per la cronaca, il G222 fu poi egualmente costruito, riconvertito come aereo cisterna antincendi. Ma per tornare a mio nonno Silvio che purtroppo non ho mai conosciuto perché defunto a Salutio (dove riposa assieme alla moglie) nel 1947 pochi mesi prima della mia nascita, mia madre mi raccontava che egli era di ideali socialisti, come la maggior parte dei ferrovieri, e di sentimenti antifascisti. Quando sentiva alla radio le sparate sulle vittoriose conquiste coloniali del Regime, non poteva fare a meno di esclamare sdegnato: «Vanno a bombardare con gli aerei quei disgraziati che sono armati solo di zagaglie! Bella forza!». Era appassionato al gioco del Lotto, forse pensando ingenuamente a un possibile veicolo di promozione sociale. Così, immancabilmente, da parecchi anni ogni settimana si recava nella più vicina ricevitoria per giocare sempre la stessa cinquina su tutte le ruote: 72, 14, 48, 64, 7, numeri suggeritigli da chissà quale alchimia. Purtroppo, in quel febbraio 1921 si trovò ben presto in mezzo ai disordini conseguenti alla morte del Lavagnini e, da uomo responsabile con moglie e due figlie adolescenti (Maria che sarebbe divenuta mia madre, ed Enrica), vedendo che ancora erano in giro gli squadristi intenti a manganellare i bottegai che non intendevano tirare giù le serrande e ad interrogare i passanti con metodi simili a quelli dei briganti postunitari filoborbonici (i quali, puntando il trombone allo stomaco dei viandanti, domandavano a bruciapelo: «Viva chi?») tornò subito a casa rinunciando ad effettuare la solita giocata e per tutto il resto della settimana, fuori Firenze in servizio sui treni, non ci pensò più. Al mattino della domenica successiva 6 marzo uscì presto come al solito per comprare il giornale. Mia madre, che all’epoca aveva solo 11 anni, ricordava tuttavia perfettamente l’episodio. Mi raccontava che vide suo padre rientrare a casa e accasciarsi di schianto sulla poltrona, con il giornale spalancato davanti e la testa fra le mani, mormorando a fatica: «mi piglia un colera!»: i suoi numeri 72, 14, 48, 64, 7 erano tutti lì in fila, usciti la sera prima sulla ruota di Palermo. Da quel giorno Silvio Gabrielli o Gabbrielli fu Enrico, ferroviere palermitano e salutiese d’elezione, ebbe un buon motivo in più per detestare il Duce; che era quello che era ma al momento della pensione gli aveva regalato come benservito un orologio da tasca in argento, che è ancora in mio possesso. A me, quando dopo 44 anni di onorato servizio sono stato messo a riposo, la Repubblica Italiana non ha dato neanche un calcio sui denti! Daniele Santori

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Anno 1 - Numero 4

23 Settembre 2021/25 Dicembre 2022

Orti e lune Mentre l’autunno ci accompagna nelle nostre giornate, tingendo i paesaggi che ci circondano di nuovi colori come il rosso, l’arancio e il giallo, l’orto estivo svanisce definitivamente perché inizia il periodo più freddo dell’anno. Quindi cosa possiamo fare in questi mesi caratterizzati da un clima più rigido? Sono due le cose principali da fare. La prima è portare a termine le coltivazioni di ortaggi più resistenti al freddo e alle prime gelate quali porri, finocchi, alcuni tipi di insalate e tutti gli ortaggi appartenenti alla famiglia delle Brassicacee, di cui fanno parte molte varietà di cavolo e che traggono alcuni benefici proprio dalle temperature più basse che ne migliorano la qualità, il sapore e la consistenza. La seconda cosa è riposare e insieme a noi far riposare anche il terreno dopo averlo lavorato e concimato, così da essere pronto per le semine e i trapianti della primavera. Curare in questo modo la terra garantisce un buon vantaggio in quanto è meglio preparare il suolo qualche mese prima rispetto a quando si pianta. Chi non riesce a stare con le mani in mano può approfittare del tempo guadagnato dal minor lavoro nell’orto per la manutenzione dei propri utensili. Per permettere alle ultime coltivazioni di arrivare al termine del loro ciclo è importante riparare le ultime piante dal freddo attraverso uno di questi metodi: 1. la pacciamatura, che consiste nel coprire il terreno con una sostanza organica, che scalda grazie a processi di decomposizione, o con un telo nero che catalizza i raggi solari così da riparare dal gelo l’apparato radicale;

dal gelo. Il vantaggio di questo metodo è la sua economicità e la sua facilità e rapidità di applicazione, utile in particolar modo per le emergenze quando il freddo arriva inaspettato. Attenzione al vento! I teli vanno opportunamente picchettati; 3.la costruzione di una serra che, con la sua copertura trasparente, mantiene il calore dei raggi solari, consente di guadagnare alcuni gradi e ripara dal vento. Curiosità! D’inverno non solo verdure! Lo sapevi che… esistono piante aromatiche perenni e resistenti al freddo? Tra queste ci sono il rosmarino e la salvia che nonostante la stagione fredda rimangono sempre a disposizione per aromatizzare i nostri piatti! Lo sapevi che… lo zafferano è un fiore che nasce da un bulbo e fiorisce tra la fine di ottobre e inizi di novembre? La sua raccolta dura solamente 20 giorni e avviene nelle prime ore del mattino, prima della fioritura, per preservarne l’aroma e il sapore. Lo sapevi che… la stella di Natale ha origini messicane? È una pianta annuale che può crescere fino a 3-4 metri d’altezza e non ama troppo la luce del sole, per questo motivo la sua fioritura avviene in pieno inverno. Per i Maya e gli Aztechi era un fiore simbolo di purezza e attorno ad essa sono nate diverse leggende natalizie. Buon orto a tutti!!!

2. l’uso di teli in tessuto non tessuto, cioè dei “lenzuoli” traspiranti, che possono essere stesi all’occorrenza sopra le coltivazioni al fine di ripararle

ENIGMISTICA SALUTIESE

REBUS

Elisabetta Pilati

a cura di Daniele Santori

Soluzioni n. 3

(Frase: 6, 4, 1, 3, 6, 3, 1, 5)

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REBUS (lastra+dadi+nassa = La strada di Nassa) ANAGRAMMA (Alto sui – Salutio) FRASE PALINDROMA (ero di vile lividore)

L’Airrre! Periodico stagionale di informazione locale della Proloco di Salutio

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Anno 1 - Numero 4

23 Settembre 2021/25 Dicembre 2022

La cucina di Moreno

CINEMA

GB 2003 Regia: Richard Curtis Cast: Hugh Grant, Emma Thompson, Colin Firth, Rowan Atkinson, Liam Neeson, Alan Rickman, Keyra Nightley, Bill Nighy, Thomas Sangster, Andrew Lincoln, Rodrigo Santoro, Claudia Schiffer.

Zuppa Inglese

Q

uesto dolce della tradizione toscana mi riporta a quando ero bambino. Era il dolce della festa e grazie alla crema, al cioccolato e all’alchermes aveva un gusto unico. Il dolce si può fare sia con i savoiardi, come in questo caso, oppure con pan di Spagna, biscotti di riso, oro saiwa.. a voi la scelta. Con questa preparazione potrete scegliere se riempire un bel vassoio o una pirofila oppure preparare delle porzioni singole utilizzando delle ciotole da gelato o da macedonia aggiungendo del cioccolato fondente a scaglie come guarnizione finale per la gioia dei vostri ospiti. Il vino da abbinare, dopo un confronto con il mio caro amico sommelier Giulio Petri, non può che essere il “nostro” Vinsanto, magari quello che fa ancora qualche nonno con antica sapienza. Se poi volete fare qualcosa di particolare potete provare l’alchermes di Firenze, alla farmacia di S. Maria Novella lo fanno ancora oggi: pare fosse il liquore più gradito dalla famiglia dei Medici.

INGREDIENTI per 4 persone:

• 1 L latte • 430 g zucchero (e una manciata per coprire la crema) • 250 g liquore alchermes • 180 g tuorli • 80 g farina • 30 g cacao amaro • savoiardi soffici grandi • mezzo baccello di vaniglia • limone • In più a piacere cioccolato fondente a scaglie qb.

Siete alla ricerca del film perfetto da vedere a Natale? «Love Actually» (L’amore davvero) è quello che fa per voi! È la storia di dieci coppie le cui vicende si intrecciano in una Londra pre-natalizia dove l’amore sembra essere “veramente” dappertutto. «Love actually» è un film corale con una sceneggiattura brillantissima, dello stesso autore di «Quattro matrimoni e un funerale» e «Notting Hill», con un cast di assolute eccellenze dove la breve ma esilarante apparizione di Rowan Atkinson (Mr. Bean) è la ciliegina sulla torta. Il 24 marzo del 2017 è uscito «Red Nose Day Actually», un lungometraggio di 15 minuti che racconta, dopo oltre dieci anni, le nuove questioni amorose dei personaggi del film del 2003. Questo sequel è stato realizzato sempre dal regista e sceneggiatore Richard Curtis e con gli stessi attori, per il Red Nose Day, maratona televisiva di beneficenza che, in onda in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ha l’obiettivo di raccogliere fondi per bambini e ragazzi che vivono in condizioni di disagio e povertà. CINEQUIZ In quale famosa trilogia di film l’attrice protagonista principale detestava il suo costume di scena perché pensava di assomigliare ad un ghiacciolo alla banana? Di quale famosa attrice americana stiamo parlando? Antonella Nangano RISPOSTA CINEQUIZ 3° NUMERO Kevin Costner.

i nuovi nati a Salutio nel 2021 Valentina Necci 16 aprile 2021

PREPARAZIONE

Raccogliete in una ciotola capiente i tuorli con 350 g di zucchero, mescolate bene con la frusta, poi incorporate la farina. Portate a bollore il latte con il baccello di vaniglia, aperto a metà per il lungo, e un po’ di scorza di limone; filtratelo sui tuorli, mescolate velocemente, quindi riportate tutto sul fuoco basso e continuate ad amalgamare, finché non otterrete la consistenza della crema pasticciera: ci vorranno 5-6 minuti. Dividete la crema in due ciotole: in una spolverizzate un pizzico di zucchero, così non si formerà la pellicola in superficie; nell’altra setacciate il cacao e mescolate. Fate raffreddare le creme. Portate a bollore 170 g di acqua con 80 g di zucchero, ricavatene uno sciroppo, poi spegnete e aggiungete l’alchermes. Versate la bagna ottenuta in una terrina. Immergete velocemente i savoiardi nella bagna, su entrambi i lati, in modo da colorarli senza inzupparli troppo (circa 2 secondi per lato). Disponetene uno strato in una pirofila o ciotola da dolce poi cospargeteli con la crema al cacao. Proseguite con altri savoiardi bagnati e con uno strato di crema classica; continuate nello stesso modo e con lo stesso ordine fino alla fine degli ingredienti, terminando con uno strato di crema classica. A questo punto mettete delle gocce di alchermes sulla crema e delle scaglie di cioccolato fondente. Sigillate con la pellicola e ponete in frigo per almeno 2 ore prima di servire.

Buon appetito! Moreno Innocenti

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LOVE ACTUALLY

L’Airrre! Proprietà: Proloco di Salutio. Editore: Proloco di Salutio. Direttore Responsabile: Nicola Fognani. Vice Direttore: Massimo Moro. Segreteria di Redazione: Moira Detti. Editor: Paolo Tondelli. Grafico: Sansai Zappini. Redattori: Silvia Sassoli, Giulia Lodovini, Angelica Tinti,

Serena Decembrini, Corinna Bendoni.

Fotografo/Film Maker: Niccolò Tinti, Nadia Veschi. Vignettisti: Maria Tondelli, Sansai Zappini, Nicola Mazzi. Collaboratori: Simone Falsini, Alessandro Falsini, Mery Cipriani,

Roberto Moro, Silvano Sonni, Moreno Innocenti, Ivonne Casali, Irene Renna, Nicola Mazzi, Lorenzo Tofan, Antonella Nangano, Franco Acciai, Sandra Sonni, Don Erik, Elisabetta Maestrucci, Associazione Calcio Salutio, Manuel Piras, Daniele Santori, Giuliano Reich. _______

La presente pubblicazione sarà distribuita con uscite trimestrali. Punti di distribuzione:

punto informazioni IAT di Salutio.

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