L'Airrre! Numero 3 - Anno 1

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L’Airrre! Anno 1 - Numero 3 - € 2,00

Periodico Salutiese

23 Settembre/25 Dicembre 2021

L’editoriale Carissimi lettori,

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uesta terza uscita del periodico e le prossime a venire saranno arricchite da un nuovo inserto, un’intera pagina realizzata e gestita da un gruppo di giovani “giornalisti “salutiesi firmatari degli articoli pubblicati. Come più volte abbiamo sostenuto, il giornale rappresenta un ipotetico denominatore comune, una sottile linea rossa che riunisce all’interno della stessa Comunità generazioni differenti che condividono e partecipano attivamente alla vita paesana. Il coinvolgimento dei nostri ragazzi porterà una ventata di freschezza, arricchirà la proposta editoriale garantendone la

continuità nel tempo. L’idea del trimestrale, nata dalla voglia di reagire alle note vicende della pandemia, dopo gli incoraggianti risultati delle prime due uscite, si sta rivelando molto apprezzata. Riunire attorno ad un tavolo di lavoro esperienze consolidate, giovani eccellenze e personalità in divenire è il miglior modo per proporre nuove idee e stimolanti iniziative all’interno di una realtà ricca di senso che lotta con tutte le sue forze per non perdere la propria identità. Siamo molto orgogliosi di quello che fino ad oggi nel nostro Paese è stato realizzato. Gli obiettivi raggiunti in questi anni grazie anche al contributo di altre organizzazioni, sono stati molto importanti ed impegnativi. Il modello Salu-

tio presentato e spiegato in tavoli istituzionali è stato preso come esempio di una buona pratica sociale nella risposta alle esigenze quotidiane degli abitanti dei piccoli paesi pedemontani. Una delle priorità emersa durante gli incontri riguardanti il piano intercomunale della vallata del Casentino, dove Noi come Pro Loco siamo presenti, ha come obiettivo la qualità della vita nei borghi di montagna trovando risposte alle necessità immediate dei residenti, come: fare la spesa, utilizzo dell’ambulatorio medico, avere un posto di ritrovo comunitario. Su queste tematiche il nostro paese è all’avanguardia, portando a beneficio di altre realtà similari l’esperienza acquisita (ricordo che l’operazione bottega, cinque anni

fa, è stata considerata dall‘ANCI toscana - Associazione Nazionale Comuni Italiani - fra le dieci migliori attività realizzate sul territorio regionale nel 2016 da parte di un’Associazione/Comune a favore dei residenti). Lo stimolo al senso di appartenenza che siamo riusciti a dare attraverso un coinvolgimento emotivo molto forte e ben identificato è un valore educativo fondamentale per qualsiasi organizzazione sociale. Sono queste idee che, lavorando gomito a gomito, vorremmo trasferire al gruppo dei giovani “cronisti “che hanno iniziato a collaborare con la testata e che a pieno titolo saranno il futuro di Salutio. Airrre!!! Alessandro Falsini

In ricordo dei nostri compaesani

L’adolescenza a Salutio negli anni ‘50

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el nostro piccolo paese, dove tutti ci conosciamo e conosciamo le nostre storie, sembra di vivere in una grande famiglia. Conviviamo nelle gioie, nelle feste e purtroppo anche nelle perdite. Essendo abitato da poche persone quando scopriamo dell’arrivo di una nuova famiglia o della nascita di un bambino ne condividiamo la gioia e mostriamo la nostra ospitalità, quando però viene a mancare qualcuno un velo di tristezza ci avvolge. È proprio questo che vorrei ricordare,

il sorriso delle persone che se ne sono andate lasciando il passato e gli aneddoti divertenti che l’hanno dipinto, con storie e vecchi detti. Uomini e donne che hanno contribuito alla crescita del paese come degli importanti ed unici pezzi di puzzle. La loro impronta rimane indelebile nelle strade del paese, nei volti e nelle gesta dei bambini e dei ragazzini che spensierati giocano nei posti battuti dai Salutiesi di ogni tempo. ElisabEtta MaEstrucci

i nuovi nati a Salutio nel 2021

uando si invecchia affiorano alla mente tante cose di vita vissuta. Facendo il confronto fra come vivono i miei nipoti e com’era la mia adolescenza negli anni 1950, mi ritorna alla mente come mi piaceva andare al cinema, ma i soldi per il biglietto non c’erano. Io e la mia amica Lorena ci si dava da fare, cercando stracci, vetro e ferraccio. I vetri si trovavano nel fossone della chiesa, il ferro dietro la bottega di mio zio Ottavio e quando veniva la piena del nostro fiume, riemergevano gli stracci come stendardi nelle vetrici e, passato il pericolo, andavamo a recuperarli. Poi se le nostre mamme cucinavano il coniglio avevamo la pelle, era una bella risorsa: L.30.

Aspettavamo con ansia il conciaiolo che veniva da Talla con la bicicletta e il portafogli. Lo ricordo ancora bene, era simpatico, aveva i denti di acciaio e sorrideva sempre. La nostra quota da realizzare erano L.100 per andare a Rassina al cinema a vedere dei colossal come “Quo vadis”, “Beur”, “ Sette spade per sette fratelli”, etc. Il problema era che avevamo una sola bicicletta e quindi il nostro viaggio era a mezza sella. La strada era piena di sassi e buche, a volte tornavamo a casa con le ginocchia sbucciate, ma felici di aver realizzato il nostro sogno e per aver trascorso una bella domenica. FrancEsca Falsini, dEtta Franca

Nicolò Fioresi 29 Luglio 2021 Anita Tinti 5 Agosto 2021 Tommaso Sonni 14 Settembre 2021

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ENIGMISTICA SALUTIESE 2

noi allora ragazzetti. Potevamo giocare a calcio sistemando delle pietre come porta, con piccole palle che compravamo nella bottega della Lola, a tennis se qualcuno riusciva a trovare una pallina spelacchiata , con le palline, ancora di terracotta, lanciate a pizzico e altri giochi inventati dalla fantasia feconda di quel tempo. Su questo pezzo di strada si affacciavano il negozio di frutta vicino al monumento dei caduti, il vecchio negozio della Lola, la bottega col forno di Alvaro, l’ufficio postale, la bottega con sale e tabacchi dei Tondelli, la piccola edicola dei giornali di Amoroso. Dall’altra parte, fino alla costruzione della casa della Lola, del nuovo forno Cipolleschi e della casa dei Simoni con negozio di scarpe,

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c’erano solo i campi della Chiesa coltivati dal Magrini. I giochi difficilmente venivano interrotti se non al passaggio di qualche carro o treggia trainati dai buoi dei Niccolini che avevano campi nei pressi del cimitero. Raramente transitava la bellissima Alfa Romeo gialla del Palleggi, proveniente da Talla, che cominciava a suonare alla fonte del Marrone, ma era talmente lento che potevamo portare a temine un’azione prima che sbucasse dalla curva. Questo pezzo di strada era considerato Salutio, infatti quando partivo da casa dal Fondaccio ricordo dicevo: “vado a Salutio!” Simone Falsini

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le quattro mura di casa, da cui vedeva sempre lo stesso paesaggio, voleva viaggiare lontano. Per questo ha voluto dipingere scenari a lei distanti come il mare, una pineta innevata o il paesaggio de “La Notte stellata” di Van Gogh, pittore da lei sempre ammirato e a cui si ispira.

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La bottega del Tai

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l lavoro del fabbro è senza dubbio fra i più antichi. Il primo a svolgerlo a Salutio sembra sia stato un certo Antonio Di Marco. La materia prima proveniva dalle ferriere, che nel nostro paese già nel 1450, erano due: una a Monte Acuto e l’altra nella zona tutt’oggi chiamata “ferriera”, dove vi sono vecchi macchinari ad acqua ancora funzionanti. Ottavio Falsini, detto “Tai”, apre la sua bottega nel 1929 all’età di 22 anni, dopo aver svolto un apprendistato di 11 anni, dai fratelli caporali Giuseppe e Francesco. Quest’ultimo vantava grandi abilità e un particolare estro nel lavorare il ferro, doti che consentono ad Ottavio di imparare molto bene il mestiere. Nella sua bottega, il Tai, oltre a fare il fabbro ferraio ed eseguire lavori in ferro battuto tramite forgiatura sistema anche gli attrezzi agricoli dei contadini che lo ripagano, dopo la battitura, con uno o due staia di grano a seconda della grandezza del podere. La sua clientela non era solo salutiese, bensì venivano da Talla, da Rassina e da Chitignano, quando chiuse il fabbro del paese. Un signore chiamato “Giusino”, raccoglieva tutti gli attrezzi dei contadini di Chitignano, li caricava sulla sua ape e li portava alla bottega del Tai. Tornava a riprenderli una volta avuto i soldi dai contadini. Il Tai, quando vedeva arrivare Giusino con la sua ape, chiamava il Fulvio che arrivava con una bottiglia di vino come gesto di gratitudine, sapendo che Giusino era un buon bevitore. Il Fulvio da ragazzo faceva l’aiutante nella bottega del Tai, imparando tutti i

Elena Cerofolini

papà le ha messo in mano la sua prima matita e un foglio bianco, disegnava e dipingeva, cercando ad ogni tratto e pennellata di esprimere il suo stile. Ma mai come durante la pandemia si è cimentata nella realizzazione di così tanti dipinti. Quelli che ora mostriamo sono tutti i paesaggi portati a termine dalla nostra artista, che senza nessuna competenza e in maniera del tutto autodidatta ha carcato di mettersi alla prova. Ma perché proprio dei paesaggi? A questa domanda “La Cerina” risponde che la sua immaginazione, stretta ormai da troppo tempo tra

trucchi del mestiere sotto l’occhio vigile del babbo che però nel 1967 venne a mancare. A quel punto la bottega del Tai passò a Falsini Fulvio che, da buon imprenditore, in un momento in cui si lavorava molto ma purtroppo il denaro scarseggiava, decide di ampliare la sua attività. Grazie al fratello Libero, che già lavorava, inizia una collaborazione con il Soldini. Costruisce un capannone dove verranno prodotti tacchi per scarpe, dando lavoro a ben dieci operai. Questa attività durerà ben 30 anni. Nel frattempo Lorenzo decide di abbandonare gli studi e, affascinato dal lavoro del babbo, inizia ad aiutarlo e Fulvio, come un tempo Ottavio fece con lui, insegna al figlio a lavorare il ferro. Nel 1999 la vecchia bottega del Tai prende il nome di Falsini Lorenzo, un’attività storica dove l’arte di lavorare il ferro è tramandata di padre in figlio da due generazioni e che negli anni ha visto continue evoluzioni. Difatti, quella che nasce come una semplice bottega, vanta oggi importanti lavori di restauro: dopo l’ultimo terremoto che ha colpito Assisi hanno preso parte al restauro della Cattedrale di Santa Chiara e, grazie all’eccellente lavoro svolto, hanno preso poi parte ad altri lavori importanti come a Foligno l’intervento degli archi ed altri lavori tramite la sovraintendenza di Firenze. Tutto questo grazie alla loro abilità nella forgiatura, ovvero la lavorazione del ferro in modo da fargli assumere la forma desiderata. Un lavoro decisamente affascinante che possiamo definire un’arte e che negli anni, ha appassionato i ragazzi delle scuole che venivano portati ad assistere a questo spettacolo. Mery Cipriani e Roberto Moro

a cura di Daniele Santori

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Arti e mestieri

LA PASSIONE DI SEMPRE

urante il lungo periodo di lockdown c’è stato tempo per sperimentare e dare vita a nuovi progetti che, in situazioni “normali”, non sarebbero mai stati attuati. È questo quello che ha fatto la nostra bolognese Elena Cerofolini, in arte “La Cerina”, che nei tanti mesi passati a casa tra lo studio, la Dad e gli allenamenti ha trovato il tempo per portare avanti il suo hobby. Fin da quando era piccola, fin da quando suo

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QUANDO LA STANZA DEI GIOCHI ERA LA STRADA LA VIA DI SALUTIO

l primo pezzo di asfalto a Salutio collegava la curva dei Badioli alla via del Chiassino. Era fatto secondo la tecnica di allora con più strati di ghiaino, dal più grosso al più piccolo, rigorosamente sistemato a mano, compattato con un grosso cilindro compressore e abbondante bitume. L’ultimo strato era ghiaino finissimo che si prestava a frenate in derapata di bici dei più spericolati ciclisti. Fu così che in una occasione, frenando col freno d’avanti che l’altro era rotto, ci ho lasciato pelle dello zigomo, delle mani, dei gomiti, delle ginocchia e dei piedi... praticamente una mezza mummia! Questo pezzo di strada liscia e regolare è diventato presto il luogo preferito dei giochi di

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ORIZZONTALI: 1. Domina il paese 10. Casale salutiese…. rotondo 11. Simpatico pinnipede 12. Sud Est 13. A noi 15. La sigla di Isernia 16. Né mia né tua 18. Indica un’incognita 20. Sigla di Trieste 21. Tubo antincendio 25. Capoluogo siciliano 26. Alpi fra le Cozie e le Pennine 28. A te 30. Scrisse Il giorno della civetta (iniz.) 31. Divinità egizia 32. Noto marchio di abbigliamento sportivo. VERTICALI: 1. Bagna Salutio 2. Il Paese che conserva lo sterno di Buddha 3. L’Ente americano che valuta i fumetti (sigla) 4. Un sobborgo del Castello 5. Sigla di Siracusa 6. Prova per valutare 7. Il Santo titolare della Pieve di Salutio 8. Lola senza pari 9. Libere Attività Complementari 14. Dove abitano i salutiesi 17. Ci si possono fare grandi salti 18. Si cantano in chiesa 19. Così comincia lo scugnizzo 22. Gli anni oltre i trenta 23. Il simbolo del mercurio 24. Blocca il flipper 29. Iniziali di un Angela della TV.

FRASE PALINDROMA (Una frase o una parola si dicono palindrome quando possono essere lette indifferentemente da sinistra a destre o da destra a sinistra. Es.: otto rotto, anilina, radar,). Dicevo d’esser coraggioso e ardito quando a sera in Rombeggia andando a caccia sorpreso fui dal buio e fui smentito: per il sol rompersi d’un ramo in faccia m’ xxx xx xxxx xxxxxxxx tinto al punto di cadere quasi estinto.

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ANAGRAMMA

REBUS

Xxxx xxx tetti fra Talla e Ornina o sole svetti ogni mattina; bello e lucente di Yyyyyyy scaldi la gente: paese mio!

(Frase: 2,6, 2, 5)

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Mi ricordo…non solo la storia del pallone salutiese Cronache Pallonare

Continua dalla seconda...

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l primo torneo organizzato fu vinto, dopo aver rigiocato la finale contro la Pieve Socana, dal Salutio. I pievarini in maglia amaranto avevano un gruppo di ragazzi

che sapevano giocare al pallone molto bene. In porta il leggendario Tordino. (Angelo Stocchi). Era una squadra forte! Un’altra squadra che mi è rimasta nella memoria è il Subbiano in maglia giallorossa. In porta giocava un certo Franceschini (anni dopo con il gruppo “Kriss and Saratoga” partecipò come cantante ad un’edizione del Festival di Sanremo). La caratteristica in più era questa: erano gli unici ad avere un massaggiatore al seguito. Il babbo del portiere lavorava in Ospedale come infermiere. Si presentava ve-

stito in bianco con la cassetta dei medicinali. Mi sembrava un’organizzazione professionistica per noi irraggiungibile (per rendere al meglio, durante i tornei, anche nostri giocatori utilizzarono degli additivi, i risultati furono opposti a quanto sperato). Ricordo...in paese, nel piano terra della casa ora abitata da Carla Cipolleschi, fu realizzato il primo circolo cittadino. Un’ iniziativa che rimase aperta per qualche stagione. I gelati erano quelli dell’Eldorado. In quel periodo, furono costruite le case della “Lola” e del “Bastiano”, il mio babbo, (Falsini Sebastiano 1929-2002) con le rispettive botteghe di merceria e di macelleria. Agli inizi degli anni 70’, Salutio era tutto illuminato. Lungo la strada provinciale si affacciavano le vetrine del Gino Calzolaio, della Macelleria del Bastiano, dell’edicola dello Zio Amoroso, (Amoro Tonedelli 1893-1972; una bustina di figurine Panini costava lire 10) dell’appalto dei Tondelli, della merceria della “Lola”, del forno con gli alimentari di Alvaro e della bottega dello zio Tai. Nella via di sopra era funzionante la bottega di fruttivendolo del Ciabini (Primo Giusti). Don Pergente fu promosso arciprete e fu spostato dalla Curia aretina a San Giustino Valdarno. Questo fatto diede vita ad un appuntamento calcistico annuale. Veniva organizzata una partita di pallone fra i due paesi.

oggi viene usata dal Gruppo Parrocchiale per il pranzo di Sant’ Antonio e per altre iniziative. Il tacito accordo era questo: dovevamo essere presenti agli uffici religiosi e alla domenica, partecipare attivamente ai vari servizi. In quel periodo la messa veniva celebrata tutti i giorni alle 7,30 del mattino e alla domenica ne venivano celebrate tre: 7,309,00-11,00. Quando ti toccava il turno, era una giornata impegnativa. Il servizio veniva remunerato dal Prete con £.50, denari subito utilizzati per il flipper. Nella stanza avevamo il Flipper, il biliardino e il tavolo da ping-pong che ci costruì il Beppe del Mulino, lo Zizzera. (Giuseppe Ducci, 1933-2005) Gli aneddoti successi sono molteplici ma, le parole scritte non rendono la stessa emozione del racconto a voce e per questo rimarranno nei ricordi di quelli che li hanno vissuti e non faranno parte di questa memoria. Un’altra nota degna di menzione, sono le gite paesane organizzate dal Botte. (il Beppe ha fatto molto per il nostro Paese) Su questo ci sono molti documenti fotografici per cui ritengo che non ci altro da aggiungere. Dal punto di vista pallonaro, partecipavamo ai vari tornei che venivano organizzati in Casentino. Soprattutto andavamo a giocare a San Piero in Frassina (il Mandino trovava sempre da discutere con un giocatore barbuto, un certo Boschi, oggi autista della Punto trasporti) e in notturna a Soci. A soci, giocò con scarpe da passeggio l’ultima partita della sua carriera il “Botte”. L’avversario era la fortissima formazione del Bagno di Romagna. Giocammo una partita superlativa. Perdemmo 1 a 0 su calcio di rigore. Lo svolgimento dell’azione che portò alla penalità fu così: calcione di rinvio a colombella dato a caso da uno degli avversari da metà campo. La palla arrivò come spiovente nella nostra area. Fu bloccata con una plastica presa delle mani dal Tonio (Tonio Fognani). Il problema fu che, lui giocava libero, il portiere era Simone. È passato più di mezzo secolo, ma ancora oggi quando gli chiedo il perché, non riesce a spiegare il suo gesto.

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IL MIO SALUTIO... L

a mia storia a Salutio inizia nel momento in cui mi ci sono trasferito per la prima volta quando avevo circa 6 anni, anche se già prima venivo a trovare i nonni. Del paese mi porto dietro molti ricordi visto che la mia infanzia e adolescenza si sono sviluppati qui ed essendo un periodo abbastanza recente ho ricordi nitidi,uno fra tanti la bottega di salutio dove d’estate accompagnavo sempre la nonna a fare la spesa e mi gustavo un bel pezzo di schiacciata appena sfornata. Ho molto a cuore questo posto perché mi da una sensazione di felicità, potremmo anche dire di famiglia. Un altro motivo per cui mi ha fatto piacere far parte di questo luogo sono il gruppo di ragazzi che col tempo si è creato, ricordo quando agli inizi non arrivavamo a 5 e ora siamo 4 volte di più, dove si è creato un gruppo solido e unito con un legame che si è potenziato nel tempo. Questo era il mio pensiero, grazie a tutti per averlo letto. Alessio VAgnoli

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uando la mia infanzia era ormai finita ho iniziato a conoscere il piccolo paese di Salutio il quale mi ha riservato un sacco di sorprese, soprattutto nel periodo estivo quando la gente brulicava per le sue viuzze. In quel periodo della mia vita mi ha aiutato molto conoscere nuove persone e mi è servito a darmi una svegliata a scegliere che tipo di persona diventare e quali amicizie interrompere e quali iniziare o rafforzare. Anche se le prime volte ero “a shy boy” (un ragazzo timido) di lì a poco sono diventato più estroverso grazie alle persone che mi si erano avvicinate per prime. Qua ho capito chi sono. Qua mi lasciavano essere me stesso senza deridermi quando sbagliavo o schernirmi quando venivano a conoscenza dei miei passatempi. Qua mi hanno fatto togliere le mani da davanti agli occhi, facendomi capire realmente quali persone stavo frequentando e che genere di individui queste sarebbero diventate di lì a poco. Con le nuove amicizie ho scoperto sentimenti nuovi che mi hanno reso la persona che sono oggi. Tutti i giorni mi ritrovavo lì, a scherzare e a ridere, a fare stupidaggini o a giocare a carte, a saltare sui sassi del fiume o a chiacchierare sulle panchine sotto l’ombra degli alberi. Persino di inverno ero lì a fare lo scemo e a tremare per via del freddo con la palla da basket in mano o con un mazzo di carte sul tavolino del bar di fronte a me. A Salutio ho passato la maggior parte della mia adolescenza e l’ho fatto con piacere; se tornassi indietro credo che rifarei questa scelta migliaia di volte. niko TAngAnelli

La mia storia personale si intreccia inevitabilmente con la mia visione del Paese. Lo chiamo ‘casa’, perché credo sul serio che lo sia: i miei genitori sono nati e cresciuti qua, le mie radici affondano direttamente nella storia secolare di Salutio, e lo sguardo materno di Monte Acuto mi ha accompagnato per gran parte della mia infanzia, e adesso durante la mia adolescenza. Da piccola ero così tanto affezionata a questo posto, così piccolo ed in-

timo che mi sentivo al sicuro. Quando ero triste, la vista dei campi e delle colline mi faceva stare bene, mi dava un motivo in più per continuare a sperare in qualcosa di più bello, e felice, perché come traguardo finale c’era la mia vita nel paese. Salutio era diventato qualcosa più di un mondo a parte in cui rifugiarsi, era una sorta di terra promessa. Poi l’adolescenza arrivò, portandosi con sé domande e dubbi, e capì che non avevo la possibilità di accontentarmi. Da un giorno all’altro mi ritrovai ad essere un’estranea nella mia stessa casa. Il diritto a cercare un riscatto sociale diventò un bisogno che dovevo soddisfare con qualsiasi mezzo, e realizzai che Salutio non era il posto adatto per me; mi sarei sentita come un uccellino in gabbia, con una pressante sofferenza che avrebbe gravato sul mio cuoricino fino a farmi cedere del tutto. Non potevo farmi questo, e dopo poco compresi che il mio traguardo di vita non si poteva fermare solo a Salutio, non dovevo fermarmi a sperare in una semplice e tranquilla vita. Probabilmente nel prossimo futuro non sarò così convinta della mia scelta, ma so che se mi fossi accontentata di quello che già possedevo- senza avere ambizione- avrei perso presto me stessa, per l’ennesima volta, e non avrei potuto accusare la società di essere la responsabile, perché sarei stata io l’unica imputata. Nonostante tutto, ho bisogno di Salutio come si ha bisogno di una madre amorevole, di un posto felice dove rifugiarsi, per questo il Paese rimarrà sempre casa mia. emmA sesTini

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alutio per me è sempre stato un posto molto importante. Mi sono trasferito da Stia a Salutio all’età di tre anni e inizialmente si è dimostrato un posto molto tranquillo e accogliente. Inoltre ho sempre preferito la campagna alla città sicché non ero molto dispiaciuto del mio trasferimento. Il posto in cui vivo si chiama Fondaccio dove c’era un piccolo campo di nome L’Aia che ha avuto un grande impatto sulla mia infanzia. Passavo giornate intere insieme ai miei amici a giocare a calcetto e ad altri sport. A nessuno importava quanto caldo o freddo faceva, se era estate o inverno o se il terreno del campo era impraticabile a causa della pioggia perché trovavamo sempre

una o due orette per fare una partita. Però non era solo un giardino dove fare una partita e basta, per me è sempre stato un punto di ritrovo, un luogo dove stare con i propri amici e farsi due risate. Diventando più grande ho iniziato a trascurare l’Aia andando a giocare nel campo accanto allo stadio perché era più grande e spazioso. Una delle cose che mi è sempre piaciuta di Salutio riguardo alle partite di calcio è che noi ragazzi più grandi abbiamo sempre dato la possibilità di giocare a quelli più piccoli con noi. Oltre all’Aia ho iniziato a trascorrere buona parte del mio tempo al bar. Ancora ricordo com’ero felice quando scoprii che il bar era aperto anche a noi ragazzi. Finalmente potevo dire addio a quel misterioso posto chiamato circolino in cui solo i miei genitori e altri adulti potevano entrare quando per me era già ora di sonno. Adesso invece ci vado per mangiare qualcosa insieme ai miei amici il pomeriggio o dopo cena. Un altro posto in cui ultimamente ci passo del tempo è il Murellino. Ogni sera dopo cena ci vado insieme ai miei amici per parlare e per ascoltare un po’ di musica. Infine credo che Salutio è proprio il posto che fa per me, un luogo abbastanza tranquillo dove poter andare a fare una passeggiata da soli ma anche dove poter passare del tempo insieme ai propri amici e divertirsi. RiccARdo nedelcu

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on vivendo a Salutio durante l’anno, la mia visione del paese è totalmente diversa da tutti gli altri. Per me Salutio significa allontanarsi dalla vita frenetica di città, ritrovare una sorta di pace e respirare un’aria diversa, più leggera. Quando sono a Bologna spesso passo il mio tempo libero a ricordare le numerose avventure e le serate passate a Salutio e a fantasticare su quelle successive. Non c’è momento in cui non pensi al divertimento e alle persone di questo fantastico posto che, nel corso degli anni, sono diventate per me una grande famiglia, con cui ridere, scherzare ma soprattutto combinarne di tutti i colori. Non posso elencare qui tutti gli episodi che hanno caratterizzato le estati salutiesi, perché tra compleanni vari, partite a calcio nell’aia, bagni nel fiume e serate al “murellino” disturbando (e non poco!) il vicinato, mi servirebbero pagine e pagine. C’è un ricordo, però, che porto sempre nel cuore: quando ho imparato per la prima volta ad andare in bicicletta. Quante risate e quanti pianti ho fatto ogni volta che cadevo alla fine dell’interminabile discesa del parcheggio che porta al Fondaccio. Stare a Salutio significa tutto questo, significa ridere, piangere, litigare, ma in fin dei conti volersi bene. Può sembrare una cosa banale, ma ogni anno, quando ormai la pausa estiva è giunta al termine e devo tornare a Bologna, mi sento una persona diversa. Infatti, anche se il tempo che passo a Salutio è molto breve, questo posto mi cambia riempiendomi di gioia e caricandomi con un bagaglio di esperienze che non potrei mai acquisire da nessun’altra parte. elenA ceRofolini

Continua… Alessandro Falsini

Mi ricordo...di una corsa in macchina fra Il Beppe Tondelli (Fiat 850 special color celeste acqua marina) e Silvano Grifoni (Fiat 600 bianca). Tempo 13 minuti. Io ero in macchina con il Beppe. Il nuovo Pievano, proveniente da Vitereta fu don Giulio Ciabatti. Per noi ragazzi fece molto, ci diede la possibilità di utilizzare la stanza della canonica, quella che

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LE MAESTÀ - EDICOLE VOTIVE DI CULTO POPOLARE

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e è vero che la Cappellina di Salutio venne edificata nel 1855 per scongiurare il terribile morbo del colera, occorre tuttavia dire anche che già prima di quella data esisteva una piccola edicola votiva dedicata alla Madonna. La piccola costruzione, visibile sulle mappe leopoldine del 1830, era costruita in corrispondenza dell’incrocio dove oggi sorge la cappellina, incrocio poi modificato dal nuovo tracciato della strada comunitativa tra Talla e Rassina. La pratica di edificare piccole costruzioni destinate al culto e alla venerazione religiosa ha origini molto antiche e risale direttamente alla civiltà romana. I romani usavano esporre all’interno di queste piccole aediculae le immagini dei lari, i loro numi protettori. Vi erano i Lares familiares che proteggevano la casa, la famiglia e il focolare domestico, i Lares viales, custodi delle vie e i Lares permarini che esercitavano la loro protezione durante la navigazione sul mare. Tra i tanti vi erano anche i Lares compitales, protettori dei compita cioè dei crocevia e degli incroci, dei campi e delle piccole comunità agresti; a loro ci si rivolgeva per la buona riuscita di ogni attività connessa alla semina e ai lavori agricoli. Il termine compitum, in latino, si riferiva al cippo che i romani usavano collocare nel punto d’incontro tra due strade quale segno identificativo del confine di proprietà; termine che, col tempo passò quindi ad indicare un generico bivio o crocicchio (la nostra immaginazione non può che andare al paese di Compito, non lontano da Chiusi della Verna che evidentemente trae il suo nome dal fatto che in antica età, il luogo ospitava un incrocio di importanti vie di comunicazione tra il Casentino, la Val Tiberina e le strade di crinale). In corrispondenza dei principali crocevia, i romani ponevano un tempietto votivo a forma di torretta, luogo principale del culto dei Lares compitales, in modo che potessero esercitare la loro protezione su tutta la popolazione di quel determinato luogo, libera o servile che fosse. Il vecchio culto pagano dei Lares compitales continuò ad essere praticato dai contadini anche dopo la diffusione del Cristianesimo e ancora nel Medioevo sopravvivevano nelle campagne europee una serie di rituali cultuali precristiani che la chiesa non si curava più di tanto di combattere, considerandoli inizialmente innocui e gradualmente superabili. Le pratiche divinatorie pagane, i riti agrari di fertilità e fecondità, gli interventi magico-terapeutici, non scomparvero con l’affermarsi della religione cristiana ma resistettero almeno fino al Concilio di Trento quando, su pressione della chiesa, vennero in qualche modo “cristianizzati” attraverso una sorta di sovrapposizione di culti pagani e cristiani. I tabernacoli dei vari crocevia videro sostituire le immagini degli antichi lari con immagini sacre cristiane ed una delle più importanti immagini iconografiche utilizzate fu quella della Madonna. 6

Allo stesso tempo mutava la loro funzione principale diventando veri e propri punti di riferimento per i viandanti. Con i loro tenui lumi rischiaravano le buie e pericolose strade, indicando il cammino ai pellegrini che recitavano, di fronte ad ogni edicola, preghiere ed invocazioni. L’immagine sacra, collocata in un crocicchio, un bivio, un guado, un crinale, proiettava nella topografia del paesaggio naturale e architettonico il luogo di passaggio tra aree diverse ed aveva valore di presidio. Per questi manufatti diffusissimi in tutta Italia manca una definizione precisa acquisendo nomi differenti, a seconda del luogo. Nel territorio aretino vengono chiamate semplicemente cappelle o edicole e, per quelle dedicate al culto della Madonna, madonnine o maestà. Prendendo spunto dal tema iconografico della Maiestas Domini (immagine di Dio in trono), si attestò l’abitudine di raffigurare anche la Vergine in Maestà, disponendola frontalmente, assisa in trono con il Bambino in grembo, attorniata da schiere di angeli e Santi. Impossibile non pensare all’immagine della nostra Maestà del Bagno, cappellina eretta sul crinale sopra il santuario di Santa Maria in Bagno. Ma torniamo alla Cappellina di Salutio. La Cappellina nasce in sostituzione di una preesistente edicola votiva posta proprio in quell’incrocio. In realtà, prima del 1830, la strada che da Talla portava a Rassina non seguiva il lungo rettilineo che vediamo oggi. A quel tempo, chi arrivava da Talla, all’altezza di villa Giuliani, si trovava di fronte ad un crocevia attraverso il quale: a sinistra si imboccava la salita che portava a piazza Fini e alla Chiesa, a destra si proseguiva verso la strada che portava a Nassa e al Bagno mentre una terza strada (il cui percorso è rimasto sostanzialmente invariato) proseguiva verso il Fondaccio e quindi verso i campi lungo il fiume; al centro del crocevia un’edicola votiva dedicata sicuramente alla Madonna (oggi si troverebbe più o meno in mezzo alla strada provinciale all’altezza della Cappellina). Nelle mappe leopoldine del 1830 di padre Giovanni Inghirami si può ancora riconoscere la piccola costruzione esistente chissà da quanto tempo prima. Quando venne progettata la nuova strada di collegamento tra Rassina e Talla (tra il 1830 e il 1855), assunse il tracciato che vediamo ancora oggi nel lungo rettilineo verso Rassina; il piccolo tabernacolo dovette probabilmente esser demolito o spostato in altro loco (probabilmente lì dove ora sorge la Cappellina) e solamente nel 1855 la piccola e vecchia Maestà, per volere del popolo e del parroco don Giovanni Battista Porcellotti, assunse il rango di cappellina dedicata alla Madonna, che oggigiorno raffiguriamo nella particolare iconografia rappresentata dalla Madonna del Conforto, particolarmente venerata in tutto il territorio aretino per il miracolo avvenuto

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ad Arezzo nel 1799. Nonostante nell’iscrizione interna sia scritto chiaramente che il nuovo edificio venne costruito funditus, cioè ex-novo dalle fondamenta la cosa non sembra essere in contraddizione visto che la vecchia edicola venne demolita o spostata per permettere il passaggio della nuova strada. La Cappellina nella sua nuova versione fu il primo edificio ad essere costruito lungo la nuova strada verso Rassina e solo in seguito si vennero ad affiancare tutta una schiera di edifici bassi costeggianti la nuova strada fino al Murellino. Fino a poco tempo fa la chiave di volta dell’arco di ingresso mostrava ancora il monogramma mariano, simbolo molto diffuso e conosciuto nell’arte sacra: finemente ricamato su molti paramenti sacri sacerdotali come pure nei quadri della Vergine Maria o negli Ex Voto – “per grazia ricevuta” – lasciati dai fedeli nei santuari, è rappresentato in maniera stilizzata da una lettera M sovrapposta da una lettera A. Il monogramma ha una duplice valenza: da un lato le due lettere rappresentano l’espressione latina Auspice Maria ossia sotto la protezione di Maria, mentre dall’altro sono un richiamo implicito al saluto che l’Arcangelo Gabriele rivolse alla Madonna quando le annunciò che sarebbe divenuta la Madre del Salvatore, Ave Maria. La ricca simbologia contenuta all’interno di questa figura non si esaurisce qui, giacchè il monogramma mariano (A+M) è a sua volta sormontato da una corona con il chiaro riferimento al titolo di Maria Regina Coeli tipico delle Maestà. Oggi

purtroppo il pezzo si è staccato dalla chiave di volta ed è stato riposto sopra l’altare interno. La Cappellina di Salutio è solo una delle tante Maestà presenti nel territorio del nostro Comune. Proseguendo da Salutio verso Rassina, sotto al piccolo borgo di Tulliano si trova un’altra madonnina, la Madonnina di Tulliano appunto, che purtroppo recentemente ha visto rubata l’antica immagine custodita all’interno della piccola edicola. Anche in questo caso l’origine della prima costruzione è antica e risale a prima della costruzione della nuova strada comunitativa tra Talla e Rassina; come si vede dalle mappe dell’Inghirami, il vecchio percorso della strada infatti passava molto più in basso, quasi al livello dei campi sottostanti e deviava verso Ceto non a Casa Chioccioli che probabilmente doveva ancora esser costruita, ma in corrispondenza della curva dove si trova ora la madonnina. Anche in questo quindi la sua presenza è da ricondurre alla presenza di un bivio. Infine, sebbene si collochi fuori dai confini salutiesi, merita fare un accenno all’Oratorio del Trebbio di Pieve a Socana. Anche qui vi era anticamente una piccola maestà dei crocevia, poi diventata cappella ed infine vera e propria chiesetta. Qui, oltre alla topografia storica, è il nome ad indicarci la sua antica funzione; il nome Trebbio infatti non è altro che una derivazione del latino trivium indicativo di un incrocio a tre vie tra le strade che, proveniendo da Socana portavano a sinistra verso Ornina, a destra verso la Vite e a diritto verso Castel Focognano.

CON BUONA VOLONTÀ SI PUO’ MOLTO

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i riferisco ad un incontro di conversazione con Loriana Chioccoli nel parlare della zona di Salutio, ma in particolare il nucleo abitativo di Tulliano, sottolineando l’opera di ripulitura dagli arbusti. La Maestà, che si trova sulla scarpata a sinistra percorrendo la strada che da Salutio prosegue verso Rassina poco prima del bivio per la strada provinciale della Zenna, per anni è stata nascosta nel verde spontaneo di rovi, carpini e frassini campestri. Una struttura costruita molti anni fa. Notavo il lavoro da non sottovalutare, di questa ripulitura, la quale faceva riapparire la Maestà. Certo è stata disboscata da Beppe, Antonio e Sergio e quindi continuando a parlare, Loriana mi diceva che era stata una bella iniziativa, ma l’icona della Madonna originaria non c’era più e che quella posta al suo posto era solo per non tenere la parete della Maestà sguarnita di un’insegna sacra. Io fin da quando ho visto la buona volontà di coloro che hanno fatto in modo che dalla strada tornasse rivista la Maestà, un brivido ha percorso la mia fragile persona ed ho dato immediatamente supporto a Loriana per riapporre un’icona più importante e adeguata a quella cappellina. Il mio impegno è stato sincero e malgrado gli sforzi per rintracciare l’originale effige, non ci siamo riusciti, ma rivolgendoci alla nostra importante Madonna del Conforto di Arezzo, abbiamo riapposto l’icona: è costruita in ceramica, verniciata e pitturata a mano da un artigiano di Arezzo. In occasione del mese Mariano, è stata benedetta dal nostro parroco Don Enrico nella Chiesa di Salutio. Restaurata la volta della Maestà, è stata riapposta. Questo non solo è un esempio di buona volontà, ma di porsi con umiltà e chiedere ogni giorno l’aiuto a nostra Madre con preghiera ma anche con un semplice sguardo verso l’alto, verso il cielo. Vincenzo Maggi e Loriana chioccoLi L’Airrre! Periodico stagionale di informazione locale della Proloco di Salutio

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SANTA MARIA DEL BAGNO – LE ORIGINI

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econdo la tradizione popolare, le origini della Pieve di Santa Maria del Bagno, sarebbero legate all’apparizione della Madonna ad una pastorella avvenuta nel 1588. L’episodio, poi ripreso e ritoccato nel 1865 dall’abate Porcellotti nell’Illustrazione critica e descrizione del Casentino, fu raccontato per la prima volta da un prete, don Giuseppe Mannucci da Poppi, in un’opera del 1660 dal titolo Le Glorie del Clusentino, testo con cui il religioso si proponeva di descrivere i più importanti santuari della vallata partendo da Camaldoli ed arrivando fino alla Verna. Nel suo excursus tra i luoghi sacri casentinesi il Mannucci non poteva non accennare al Santuario di Santa Maria del Bagno che, sebbene santuario minore, conservava comunque in quel periodo, una certa fama ed importanza in tutta la parte meridionale della vallata. Secondo quanto riportato dal Mannucci, la Madonna apparve all’innocente pastorella all’improvviso, mentre si trovava in aperta campagna, nella forma di una Venerabile Matrona con un grazioso figliuolino in braccio; il Porcellotti poi avrebbe aggiunto che la Vergine sarebbe apparsa sopra un alto masso inserendo un chiaro riferimento alla roccia sulla quale era stato costruito l’altare della Pieve. Inutile notare come l’immaginario popolare avesse attinto a piene mani dall’iconografia della Vergine in Maestà che così frequentemente si trovava nelle edicole votive della campagna toscana. Ma torniamo al racconto. Si dice che la Madonna si mise a discorrere familiarmente con la giovane ragazza e che, avendola vista affamata e povera, le avrebbe dato una stiacciata di pane e de baccelli ed una cinta molto semplice per potersi legare l’abito rustico. Alla giovane fanciulla che, ricreata e consolata, non sapeva come ringraziarla, la Madonna comandò di riportare un messaggio al pievano di Nassa, un certo don Giovanni Boni, dicendole che la notte seguente egli sarebbe dovuto uscire di casa, rivolgendo gli occhi verso il Bagno. Avrebbe visto così una processione salire sulle pendici del monte partendo proprio dal punto in cui si era rivelata l’apparizione. Lì, nel luogo in cui la processione terminava, in vista del Sacro Monte della Verna, la Madonna avrebbe ordinato di porre una Croce mentre, nel punto in cui la processione aveva avuto inizio, avrebbe ordinato di erigere un Convento per i Frati di San Francesco. Occorre chiarire che a quel tempo, nel 1588, tutto il territorio del Bagno compresi i casali sparsi attorno a Montacuto arrivando fino a Casoli, faceva riferimento alla Chiesa di San Bartolomeo a Nassa dove risiedeva anche il curato don Giovanni Boni citato dal racconto del Mannucci. Secondo quanto riportato dal racconto popolare, la fanciulla obbedì agli ordini della Madonna; il curato le credette e fece quanto gli era stato chiesto di fare. L’indomani, la misteriosa processione si svolse come predetto ed il prete, stupito di fronte all’eccezionalità dell’evento, nei giorni seguenti, fece innalzare la croce in cima al crinale dei monti del Bagno nello stesso punto dove la processione si era fermata. Riferito che ebbe, il curato, a tutto il popolo l’accaduto, gli abitanti del Bagno e dei territori vicini accolsero la notizia con gioia e stupore e tutti si misero con entusiasmo ad adoperarsi nella costruzione del convento ordinato dalla Vergine. I Teri, all’epoca signori di Salutio, venuti a conoscenza del fatto, donarono un vasto terreno per la costruzione della Chiesa e del Convento francescano con orto, refettorio e stanze per abitarvici. Fu grazie alle elemosine dei fedeli che accorrevano in gran numero per ricevere le grazie che Maria faceva innumerevoli, che si riuscì a completare la costruzione dell’edificio sacro della Chiesa e che venne intitolato alla Madonna. Insieme alla chiesa, venne eretta anche un’abitazione molto povera, poi rifatta più volte, capace di accogliere al massimo 12 religiosi. Qui i frati risiedettero fino al 1655 quando dovettero lasciare il Convento; il Mannucci non fa parola ulteriore sui motivi dell’abbandono ma parla di ingiusta persecuzione mos-

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sa contro di loro con molto dispiacere dei Benefattori che si erano adoperati per la costruzione del complesso. In quei tempi infatti accadeva spesso che, istituzioni monastiche maschili o femminili fossero abbandonate a causa di molestie da parte di malfattori o burloni che, profittando della località poco frequentata, remota o solitaria, ne causavano la chiusura o il trasferimento dell’istituzione. Nel 1665 l’abate Porcellotti ci fa sapere che il Convento, ormai abbandonato, diventò un santuario uffiziato da un semplice sacerdote eletto dal Vescovo. Il racconto accorato di Giuseppe Mannucci narra le origini della Pieve di Santa Maria del Bagno mischiando insieme fatti di cronaca del tempo ed elementi di credenza popolare; lui stesso, iniziando il racconto dell’apparizione della Madonna alla pastorella, esordisce con la premessa di farsi portavoce solamente di quello che s’ha dalla pubblica voce e fama in questo distretto e tutti credono, mettendo in guardia il lettore che quanto racconta non è stato ripreso da alcun testo o memoria scritta ed è comunque frutto del racconto popolare. Tuttavia, nonostante le fonti della tradizione orale siano piuttosto discutibili, l’epoca in cui scrive l’autore si colloca appena un secolo dopo il periodo in cui si svolsero i fatti ed è quindi lecito ritenere che alcuni degli elementi descritti nel racconto abbiano una corrispondenza storica e che comunque l’immaginario popolare abbia ripreso degli elementi collegati alla realtà della Chiesa del Bagno: il grande masso su cui apparse la Madonna ad esempio, non può non farci pensare alla roccia sulla quale è tuttora costruito l’altare della Pieve. Ma molte altre sono le corrispondenze storiche verificate. E’ provato, ad esempio, che il Convento nascesse su un terreno donato dai Teri ai Frati francescani; esiste copia del documento della donazione del terreno all’Archivio Diocesano di Arezzo. Penso che la necessità della costruzione del conventino per i frati minori fosse dovuto alla volontà da parte della Chiesa di rispondere al rinnovato imperativo di diffusione della parola di Dio come voluto dall’allora recente Concilio di Trento come argine verso le numerose eresie diffusesi in quel tempo. I Teri, famiglia estremamente religiosa e particolarmente attenta alle richieste della Chiesa, risposero positivamente donando il terreno sul quale sarebbe sorto il complesso. Anche don Giovanni Boni è effettivamente esistito come pievano di Nassa intorno al 1600; esiste ancora un’iscrizione col suo nome, risalente al 1602, in una pietra murata di una parete esterna della Casina di sotto a Nassa. Ma andiamo oltre. La processione che il don Giovanni Boni vide è un chiaro richiamo alle consuete processioni che i frati dovevano fare regolarmente partendo dalla Chiesa del conventino del Bagno ed arrivando fino al crinale. E proprio in quel luogo, i frati vi avevano eretto una croce indirizzata verso la Verna tanto che il Mannucci ci informa che quel luogo veniva chiamato proprio la Croce. Il luogo doveva essere particolarmente caro ai frati perché era quello il punto più vicino da dove potevano godere della vista della loro casa madre, il Sacro Monte della Verna. Ancora al tempo in cui scrive il Mannucci, nel 1660, l’autore afferma che la Croce era ancora eretta a ricordo delle funzioni e delle processioni che i frati erano soliti celebrare. E’ facile identificare la Croce con il luogo dove oggi sorge la Maestà del Bagno. Recandosi sul luogo e, con un piccolo sforzo di immaginazione, potremmo ricreare quell’ambiente di più di 400 anni fa in cui, libero dagli alberi e dalla vegetazione imponente, si poteva godere di un ampio panorama avente per sfondo il Sacro Monte della Verna, tanto caro i frati conventuali. Certo oggi non esiste più la Croce ma possiamo ricostruire facilmente come si svolsero gli eventi. Il culto mariano per quella che, da fine ‘700 in poi, venne chiamata la Madonna del Carmine era sicuramente vivo nella zona anche durante la permanenza dei frati tanto è vero che anche la Chiesetta del convento era stata intitolata alla Madonna (Santa Maria del Bagno). Tut-

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tavia, è probabile che, dopo il loro abbandono, quel culto si sia imposto definitivamente magari dopo che il neo-nato santuario ebbe spinto e promosso la diffusione del culto. In seguito, la Croce sarebbe stata sostituita dalla piccola cappella votiva dedicata alla Vergine Maria lasciandoci quella graziosa Maestà che ancora oggi possiamo ammirare. Le processioni francescane dal convento fino alla Croce, mutarono in processioni dal santuario alla Maestà in onore della Madonna seguendo un percorso che rimase invariato fino al ‘900: il tragitto partiva poco sopra la Chiesa deviando a sinistra dalla strada principale e, dopo un primo tratto pianeggiante, puntava in salita verso la Maestà costeggiato da una massicciata in pietre che i fedeli salendo lasciavano sulla sinistra. Ancora oggi nella teca della Pieve di Sant’Eleuterio a Salutio è conservata una croce in metallo con iscrizione datata 1634, data in cui ancora i frati erano presenti nel convento del Bagno, e recante la scritta DELLA MADONNA DEL BAGNIO. Forse era la croce posta in cima

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ad un’asta di legno o di metallo con la quale i frati eseguivano le consuete processioni fino al crinale? Chissà. Un accenno infine alla schiacciata e baccelli che la Madonna concesse alla pastorella per sfamarla. Anche qui il racconto popolare riprende elementi reali. Una tradizione diffusa nella zona probabilmente fin dai tempi dei frati, era quella di portare in Chiesa, durante la festa annuale che si teneva a Settembre, una focaccia tipica della zona per la benedizione. I contadini del Bagno (ma vi erano anche fedeli delle zone circostanti provenienti da più lontano) la preparavano a casa e la portavano in Chiesa per essere benedetta durante la messa della festa. La focaccia era poi divisa e consumata in famiglia insieme all’acqua della sorgente. Questa tradizione, persa ormai negli anni moderni ma ancora viva nel corso del secolo scorso, aveva radici antichissime tanto da essere riportata dal racconto del Mannucci.

QUELLA FANTASTICA NOTTE PRIMA DELLA FESTA DI SANTA MARIA DEL BAGNO

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iugno è il timido mese che si affaccia all’estate con le attese rivolte ad un periodo presumibilmente intriso di spensieratezza e relax; Luglio è il tuffo. Trattieni il fiato, nuoti e nuoti sempre più in profondità; ad Agosto inizi a tornare a galla e quando cominci ad intravedere i raggi di sole che filtrano nell’acqua ecco che arriva Settembre che si porta con sè quella strana malinconia accompagnata da grandi progetti. Quando ero piccola Settembre, per me, significava due cose: il mio compleanno e la processione nel carrello del trattore fino a Santa Maria del Bagno. Tutto questo, oltre ad allontanarmi dal pensiero di dover tornare fra i banchi, mi riempiva di entusiasmo e vitalità. La malinconia che spazzava via i tepori estivi era scalfita da questo evento conosciuto da pochi, dai salutiesi autentici, che per una notte avevano Mirabilandia vicino alla porta di casa. Ma facciamo qualche passo indietro.. Negli anni ’70 la chiesa di Santa Maria del Bagno fu depredata ed il ritratto della Madonna protettrice di quel posto incantato fu portato e conservato nella chiesa di Sant’Eleuterio di Salutio. Successivamente il gruppo dei boy scout prese in gestione il santuario ma i salutiesi, che erano abituati a frequentare quel posto per le passeggiate e la ricerca dei funghi, amandone le meraviglie nascoste dalle rovine e dalle erbacce, erano piuttosto diffidenti; “Ci sentivamo come gli indigeni costretti a subire l’invasione degli aretini” ricorda Paolo, il mio babbo, con un lieve ardire campanilista. Con il passare del tempo quello spazio fatato acquistava sempre di più una forma magica, mai avuta prima, e quei cartelli con scritto: “Non buttare i rifiuti a terra”, che inizialmente erano sembrati presuntuosi ed invadenti, quasi divennero poco per quel posto da proteggere e custodire. La seconda domenica del mese fu pensato, dal gruppo scout, potesse essere il giorno in cui la Madonna, custodita nella chiesa di Sant’Eleuterio, tornava nella sua casa ad ammirarne la bellezza. Non disponevano di attrezzature adeguate per organizzare la festa ed allora la collaborazione con Salutio divenne sempre più stretta. L’ A.C. Salutio prestò loro tavoli e panche che venivano portati fin su con il trattore di Paolo che aveva anche l’importante compito di trasportare la rappresentazione della Madonna con la sua importante struttura. Poi a Paolo venne un’idea che conciliava il suo essere partecipe nel paese ad

una sana dose di follia: perchè non fare una processione il giorno antecedente la festa, il sabato sera quindi, coinvolgendo i giovani salutiesi? E perchè non farla proprio sul suo mezzo preferito? Iniziò così a riempirsi il carrello del trattore, di anno in anno sempre più giovani e sempre più generazioni sono state trasportate sotto gli occhi divertiti degli altri paesani ed ospiti esterni che proseguivano a piedi da Salutio al santuario. Nel viaggio di andata dovevano condividere lo spazio con l’umile ed importante padrona di casa ma nel viaggio di ritorno potevano aggiudicarsi i posti migliori per dare inizio a quel gioco che aveva una sola parola d’ordine: “Alza!”. Quando i ragazzi la urlavano a squarciagola Paolo azionava il meccanismo ed il carrello si sollevava fino a far scivolare tutti gli uni sopra gli altri, costretti poi a trovare delle strategie per rimanere in equilibrio. Ricordo che contavo le curve della strada di ritorno per capire quanto mancasse alla base, ovvero la mia casa, casa Badioli, non perchè volessi scappare da quel marasma di ragazzi urlanti ma perchè mi angosciavo per la fine di quel meraviglioso ed esclusivo gioco. Aspettavo questo evento di fine estate, con la trepidazione dei bambini, per condividere finalmente uno spazio con i “ragazzi più grandi di salutio”, per avere quella sensazione di fierezza nei confronti di mio padre che con la sua semplicità regalava un gioco unico ai più giovani. Questo è uno dei tanti e migliori ricordi che porto dentro del mio paese, queste sensazioni sono quelle che auguro di sentire sulla pelle e nella pancia ad ogni giovane che si senta appartenente di qualcosa, anche se solo per una sera. La magia però rischiò di finire nell’83 quando Paolo, ahimè scapolo, prese alle strette la Madonnina e con fare cordiale ma pungente le disse: “Pallina, se non mi fai trovare moglie da qui in avanti vai a piedi” e come poteva la protettrice del Santuario perdersi le risate e gli schiamazzi dei ragazzi? Paolo l’anno successivo conobbe mia madre e da quel momento non ha più smesso di accompagnare la padrona di casa alla sua meravigliosa dimora, omaggiandola pure nel giorno del suo matrimonio il 1 Settembre 1985 ovviamente nella Chiesa in questione, durante il viaggio di nozze non potette essere presente per la processione, ma fu giustificato. Questa è una storia di semplicità e genuinità, di passione, legame ad un paese e tanto tanto divertimento, quello più facile che lascia i lividi nelle ginocchia ed il cuore spalancato. AngelicA e PAolo TinTi

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Anno 1 - Numero 3

23 Settembre/25 Dicembre 2021

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IL RECUPERO DEL QUADRO DELL’ANNUNCIAZIONE

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l Quadro dell’Annunciazione, recuperato e restaurato, è in Chiesa! Per la Comunità di Salutio è un gran bel risultato. La prima volta che abbiamo parlato di recuperare l’ultimo quadro mancante della nostra Chiesa è stato nel 2014. Ne parlammo con Beppe Tondelli e con Alessandro Falsini e convenimmo di provarci, pur consapevoli che sarebbe stato difficile. Per prima cosa non sapevamo dove fosse la tela ed in quali condizioni fosse inoltre non avevamo idea di quanto costasse il restauro ed infine non sapevamo come reperire i necessari fondi per pagarlo. I primi sondaggi non furono incoraggianti. In una riunione tenutasi a Chitignano, cui partecipò il Vescovo, andò anche Alessandro e propose il progetto di restauro del Quadro. La proposta non trovò il consenso del Vescovo che sollecitava a dedicare le energie a progetti di Carità, ma noi non ci scoraggiammo e continuammo a lavorarci su. La Sig.ra Gorgoni , che aveva già restaurato gli altri quadri della Chiesa, fu incaricata di ricercare la tela nei depositi del Vescovado, la ricerca dette esito positivo, la tela c’era, ma non in buone condizioni. Cominciò allora un lavoro per reperire le risorse economiche. La prima iniziativa fu la rappresentazione del terzo canto dell’Inferno, dove è descritto l’ingresso nell’aldilà. Mettemmo su un gruppo di volontari per la Sacra rappresentazione che lavorò a lungo per fare le prove, poi ci fù la prima che riscosse un buon successo e vuoi per la novità, vuoi per la curiosità, la presenza in Chiesa fu massiccia. Alla fine fu raccolta una buona somma con le offerte che furono lasciate dai presenti. Ma il cammino era ancora lungo perché la somma da raccogliere era ragguardevole. Iniziò una collaborazione con il gruppo parrocchiale, dapprima un po’ frenato, poi sempre più convinto, man mano che altre iniziative venivano prese, che al di la del ritorno economico, forgiavano e consolidavano un bel gruppo di persone accomunate dal fare qualcosa per il paese. Seguirono altre iniziative di rappresentazione di Canti di Dante, Castagnate, festa dell’8 Dicembre, partecipazione a progetti con l’Unione dei Comuni, fino a che Alessandro non scoprì un bando della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, cui la Pro Loco poteva partecipare, in virtù della sua iscrizione all’albo nazionale delle Pro-Loco . La domanda venne inoltrata, anche se sapevamo che non c’era molto da aspettarsi, anche perché le richieste alla Fondazione erano tante, da parte del Vescovado, da parte dei Conventi, da parte dei Comuni, da parte di privati per il restauro di dimore storiche e noi eravamo un minuscolo paese, di un’area molto periferica per la Fondazione. La domanda non rientrò tra quelle accolte quell’anno e quindi l’anno dopo la ripresentammo, ma il risultato fu il medesimo. Era l’anno del Covid e casualmente guardando Teletruria venni a conoscenza della presenza dell’Ing. Lucherini nel consiglio della Fondazione.

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IL MURELLINO

Ne parlai con Alessandro e decidemmo di andare a sottoporgli la nostra richiesta alla Fondazione. Presi un appuntamento nel suo studio, mi presentai con il volume che avevamo pubblicato sulla Chiesa ed ebbi un cordiale colloquio con Lui. Accettò di buon grado il volume e pur senza darmi certezze, mi promise che avrebbe seguito la nostra pratica, della quale avevo fornito gli estremi. Era il febbraio 2019, poi si scatenò la pandemia da Covid e si fermò tutto. L’Ing. Lucherini non potè più andare a Firenze e ebbe anche problemi di salute, non da Covid, per cui non poté seguire i lavori del consiglio della Fondazione . Quando potei risentirlo, alla fine di Giugno, era ancora in convalescenza, ma si ricordava del nostro progetto; solo mi chiese contattarlo nuovamente perché doveva parlarne con i componenti del Consiglio. I primi di Agosto mi chiamò lui e mi chiese di andarlo a trovare. Aveva trovato la strada: si trattava di ripresentare il progetto, di inviarlo ad alcune mail che ci fornì e di inviarlo anche a lui per conoscenza. Nel periodo del Ferragosto Alessandro preparò nuovamente la domanda con l’aggiunta di una nota della restauratrice che attestava il degrado della tela e la nuova richiesta di contributo partì. Ai primi di Settembre sapemmo che, al primo consiglio della Fondazione dopo Agosto, era stata accolta la nostra richiesta. Poi arrivò la comunicazione ufficiale, ci fu da adeguarsi ai protocolli della fondazione e Alessandro fece tutto a dovere. Fu contattata la Sig. ra Gorgoni , ovviamente ci furono discussioni sui compensi e sui tempi di consegna. Il lavoro non si limitava alla tela ma anche al recupero del Cupolino del battistero, che da ora in avanti sarà bene non spostare da sopra il battistero per non danneggiarlo, e alla sistemazione della cornice nella navata della Chiesa, oltre alla ripulitura di altri arredi. Le somme a nostra disposizione, tra quelle raccolte dalla Pro-Loco, quelle della Fondazione, quelle messe a disposizione dal Gruppo parrocchiale, erano un bel gruzzolo, ma non sufficiente a coprire tutte le spese. Partì allora la ricerca di sponsor privati che seguita da Alessandro e Paolo Tondelli, dette un esito molto soddisfacente. Eravamo in grado di pagare il lavoro di Restauro! Adesso che il quadro è collocato in Chiesa e completa il patrimonio artistico lasciatoci dai nostri avi, in particolare dalla Famiglia dei Conti Teri, proprietari del Castello dal 1500 al 1800, possiamo essere contenti di aver ridato lustro al paese e dobbiamo essere grati a tutti coloro che ci hanno, con il loro aiuto, permesso di raggiungere lo scopo. Tutto è bene quello che finisce bene e quando i progetti sono impegnativi e riescono, la soddisfazione è anche maggiore.

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Franco acciai

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on c’è Salutiese che non conosca il luogo che abbiamo scelto di raccontare in questo articolo: il Murellino. Questo muretto è da sempre il punto di ritrovo dei più giovani abitanti del paese, di generazione in generazione, ha visto il susseguirsi di eventi, persone e intrecci di storie. Anche il numeroso gruppo d’amici Salutiesi doc degli anni ‘2000 trovò il suo centro gravitazionale proprio qui. Al Murellino si trascorrevano le giornate durante tutto l’anno, senza impegnare troppo il tempo. Qui ci si ritrovava sempre dopo la scuola o dopo colazione nei periodi di festa, senza nessun appuntamento, né telefonata, perché qualcuno o qualcosa da vedere ci sarebbe comunque stato. Qui ci sedevamo tutti insieme, in fila o uno di fronte all’altro quando usavamo come sedie le cassette della frutta che prendevamo dal vicino alimentari, per chiacchierare, giocare lunghe partite di carte o scrivere sulla pietra i pensieri del giorno, spesso burle, con gessetti rossi. Oltre che una “panchina” accogliente era un ottimo posto per giochi di equilibrismo “ad alto rischio”. È stato una rete da gioco, divisoria tra la strada di sopra e quella di sotto, per partitelle di calcio o di pallavolo oltre che muretto di appoggio per le biciclette, alle quali si incastrava un brick di estathè tra il freno e la ruota posteriore per provocare un rumore simile a quello delle moto. Altro passatempo era sfruttare la salita del borgo, davanti casa Lodovini, per potenti tiri di calcio e aspettare che scendesse la palla, proprio al Murellino. Data la sua posizione strategica al centro del paese è stato il punto da cui iniziavano numerose battaglie, di gavettoni con secchi o palloncini pieni d’acqua in estate, di pallate di neve in inverno. Quando nevicava era anche il luogo da cui potevamo vederci scendere, dalla salita di fronte, con gli slittini o con buste di nylon, a tutta velocità! Tutti noi ricordiamo quegli anni con nostalgia e oggi, guardando il Murellino, capiamo il valore che ancora ha questo luogo per noi perché è stato il punto di ritrovo della nostra giovinezza ma in effetti lo è stato anche dopo, a dimostrazione del fatto che non ha mai perso la sua importanza come luogo di socializzazione e di unione.

«Il nostro Murellino è da sempre un luogo d’incontro per gli abitanti del paese. Come un amico ha visto crescere e ha accompagnato diverse generazioni di ragazzi e ragazze, compresa la mia. Ancora oggi quando ci passo davanti torna a mente tutto quello che abbiamo trascorso lì. Perché il Murellino è una memoria storica che come un anziano porta addosso tutti i segni del trascorrere del tempo di chi l’ha vissuto. Sarà sempre uno dei posti più importanti per Salutio.» Massimo Moro «Era il punto di ritrovo prediletto e da lì poi partivamo all’avventura! Dopo anni vederlo modificare, anche poco, ha fatto ritornare alla mente tutti i ricordi e le marachelle. Dal giocare al pallone usandolo come rete divisoria alle chiacchierate fino a tarda notte. Era il luogo dove ogni mamma poteva cogliere informazioni su dove potessero essere i propri figli.» Elisa Maggi ««Il Murellino era il punto strategico dove ci ritrovavamo perché era vicino al circolo, al fiume e ai giochini. La nostra unica preoccupazione era liberarsi il prima possibile di “tutto ciò che dovevamo fare” per raggiungere il nostro luogo di incontro.» Alessandro Moro «Per me è stato molto importante il Murellino perché pur essendo arrivato a Salutio già grande è stato il luogo che mi ha permesso di integrarmi facilmente nel gruppo salutiese» Lorenzo Tofan «È il punto in comune di tutte le generazioni di Salutio. I vecchi giochini e la Pianta Grossa sono andati perduti ma il Murellino continua ad essere il luogo di ritrovo sia dei bambini sia degli adulti.» Lorenzo Lodovini «Una sera di qualche tempo fa ho rivisto il Murellino pieno di giovani ragazzi ridere e scherzare ed è stato un po’ come fare un tuffo nel passato: la palla che ti cadeva in strada proprio nel momento in cui stava per passare la macchina e doveva essere “salvata” mentre gli altri che restavano sopra il muretto fischiavano e facevano gesti per segnalare che c’era qualcuno nel mezzo. Dai giochi alle merende, tutto, o quasi, succedeva lì. Nonostante gli anni siano passati e le generazioni cambiate, le dinamiche del Murellino sono rimaste sempre le stesse.» Giulia Mattioli

SiLVia SaSSoLi e giuLia LodoVini

Orti e lune «L’estate sta finendo e un anno se ne va…» … anche questa estate sta finendo e noi dobbiamo iniziare a preparare il nostro orto per le possibili coltivazioni autunnali e l’arrivo della stagione fredda oppure in vista della prossima primavera! Se non si ha intenzione di coltivare in autunno, la fine dell’estate segna un momento molto importante in cui si deve ripulire l’orto dagli ortaggi che sono a fine ciclo e il terreno per migliorare la fertilità del suolo. Le tecniche usate per aumentare la produttività del terreno sono la concimazione organica e il sovescio autunnale. La concimazione organica consiste nella distribuzione del concime, interrandolo aiutandosi con una vanga e al contempo ricoprirlo con il terreno mentre il sovescio è una tecnica agronomica che prevede la semina di leguminose o graminacee, lo sfalcio delle stesse prima che vadano a seme e il loro incorporamento nel suolo in modo che migliorino il contenuto di sostanza organica nutriente del terreno. È con questi lavori che si prepara l’orto alla bella stagione per renderlo nuovamente rigoglioso e pieno di varietà. Per avere un bell’orto autunnale, invece, la sua preparazione deve iniziare nel pieno della stagione estiva. Innanzitutto, si devono portare a termine le coltivazioni precedenti, ancora ricche e soddisfacenti in quanto possiamo ancora godere di pomodori, peperoni, melanzane e zucchine. Finito il loro

ciclo di vita, avendo cura di pulire i residui di questi ortaggi dall’orto e di triturarli, sarà possibile aggiungerli al nostro angolo compostaggio per farne nuovo concime per la nuova stagione. Solo dopo aver ripulito e preparato il terreno sarà possibile seminare le nuove piante. In autunno le protagoniste delle nostre tavole sono gli ortaggi capaci di adattarsi ai primi freddi; quindi se in estate erano rigogliose le piante da frutto, l’autunno vede una prevalenza di verdure a foglia, a cui si affiancano alcune orticole da radice come le varietà di cavolo, i finocchi, le cime di rapa, i porri e diverse insalate, quali lattughe e radicchio. Tra le verdure autunnali ci sono una serie di ortaggi che troviamo anche quasi tutti i mesi quali rucola, lattuga, indivia, cicoria, rapanelli, carote, scarola, bietole, valerianella. La regina indiscussa dell’autunno è la zucca. Si tratta del frutto di piante appartenenti alla famiglia delle Cucurbitaceae che arriva a maturare lentamente e che si raccoglie spesso tra settembre e novembre. È bene ricordarsi di mettere un asse di legno sotto i frutti in maturazione per evitare che l’umidità, che porta l’autunno con sé, faccia marcire la zucca o che venga intaccata dalle muffe. Questo ortaggio arricchirà le nostre tavole perché permetterà di spaziare da ricette salate come le vellutate, che ci riscalderanno nelle fredde sere d’autunno, alle ricette dolci, con sentori di cannella e note speziate. Buon orto a tutti!!! eLiSabetta PiLati

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Anno 1 - Numero 3

23 Settembre/25 Dicembre 2021

La cucina di Moreno

DEPARTURES (PARTENZE) Giap. 2008 Regia: Yojiro Takita. Cast: Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki, Ryoko Hirosue.

Spezzatino

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envenuti e bentornati nella cucina di Moreno, questa volta andremo a cucinare un secondo a base di carne, che per me è la portata indispensabile e irrinunciabile. L’autunno è in arrivo e io vi propongo uno spezzatino di suino in bianco con delle varianti e profumi meravigliosi.

INGREDIENTI per 4 persone:

700/800 gr. di spezzatino di suino, preferibilmente un taglio di spalla oppure di capocollo (scamerita) Olio evo Aglio, salvia e rosmarino Brodo vegetale 1 bicchiere di vino rosso Sale, pepe Finocchietto selvatico o fiori di finocchio PREPARAZIONE

Mescolate sale, pepe e una parte di finocchio in una ciotolina: se considerate 20 gr di sale per 1 kg di carne per i nostri 700 gr di spezzatino servono 14gr di sale, pepe e finocchio a piacere. Condite bene i pezzetti di carne con tutto il composto (consiglio di farlo in una ciotola o una pirofila) e lasciate riposare. Intanto in un tegame abbastanza largo e con i bordi versate uno strato generoso di olio e aggiungete 2 spicchi d’aglio sbucciato e schiacciato insieme ad un trito di salvia e rosmarino. Nell’istante in cui l’aglio comincia a soffriggere, a fuoco vivace aggiungete la carne e giratela spesso nei primi minuti per farla dorare bene e fermare l’uscita dei succhi. Quando avrà preso un bel colore sfumate con il bicchiere di vino, aspettate qualche secondo che evapori la parte alcolica e abbassate il fuoco. Ora aggiungete un paio di mestoli di brodo, coprire con un coperchio e fate cuocere lentamente finché la carne non sarà diventata tenera e sarà possibile dividerla anche con la forchetta. Al bisogno basterà aggiungere altro brodo per arrivare a questo risultato. A questo punto aggiungete ancora un po’ di finocchietto e mescolate bene. Con un cucchiaio da cucina raccogliete e posizionate lo spezzatino su un piatto da portata. Potrete servire così, oppure aggiungere di contorno dei semplici fagioli bianchi o dei broccoletti scottati e conditi con una fonduta di taleggio. Se invece volete accompagnare lo spezzatino con una salsa gustosa potete aggiungere al fondo di cottura un piccolo soffritto di sedano e carota, un pugno di farina e un mestolo di brodo. Poi con un mixer a immersione create una crema (se troppo densa aggiungete brodo se troppo liquida farina). Questa crema adagiata nel piatto come fondo allo spezzatino lo renderà di un gusto unico. IL VINO Dopo una attenta consultazione con il mio carissimo sommelier Giulio Petri, abbiamo deciso per un abbinamento classico: un Nebbiolo o un rosso di Montalcino. Se volete osare e divertirvi un po’ proponiamo un bianco macerato oppure un orange igt con qualche anno di maturazione.

Buon appetito! Moreno Innocenti Errata corrige ricetta sul numero 2

Gnocchi con datterini e basilico

INGREDIENTI per 4 persone: 1KG DI GNOCCHI DI PATATE - 400G POMODORI DATTERINI - 2 SPICCHI D’AGLIO - OLIO EVO Q.B. - UN MAZZETTO DI BASILICO - 1 BICCHIERE DI VINO BIANCO - UNA MANCIATA DI PINOLI - SALE E PEPE Q.B. - 1 PEPERONCINO FRESCO

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CINEMA

Okuribito è il titolo originale di questo film giapponese che tradotto in italiano significa letteralmente “ Persona che accompagna alla partenza “. E’ la storia di Daigo, un violoncellista che, rimasto senza lavoro, ritorna al suo paese natale in cerca di un nuovo impiego. Attratto dall’annuncio che dice: ‘assistiamo coloro che partono per dei viaggi’, si presenta al colloquio credendo di avere a che fare con una agenzia di turismo dove però scopre che il lavoro proposto è di ben altra natura. Con grande perplessità ma attirato dalla paga consistente, Daigo accetta l’incarico, apprende una antica arte giapponese, se ne appassiona, riconoscendo in essa la sua vera vocazione e iniziando nel contempo un percorso di crescita interiore che gli permetterà di riappacificarsi con un doloroso passato. “Departures”, vincitore del Premio Oscar 2009 per il miglior film straniero, è un film delicato, poetico, commovente ma anche surreale e a volte comico che riesce con profonda sensibilità ad affrontare un tema considerato spesso un tabù nella nostra civiltà. Dedico questo film a tutti i nostri cari che hanno intrapreso la loro ultima ‘partenza’, lasciando nelle nostre vite un vuoto incolmabile. CINEQUIZ Nel film di Lawrence Kasdan “ Il grande freddo “ un gruppo di trentenni, ex-colleghi di college, si ritrovano dopo diversi anni in occasione del funerale del loro amico Alex. Le scene in cui appare questo loro compagno ( flashback ) furono poi tutte tagliate in fase di montaggio: sapreste dire chi era il famosissimo attore, allora ancora sconosciuto, di cui fu eliminata la interpretazione? AntonellA nAngAno RISPOSTA CINEQUIZ 2° NUMERO “ Caccia al ladro “ con Cary Grant e Grace Kelly.

L’Airrre! Proprietà: Proloco di Salutio. Editore: Proloco di Salutio. Direttore Responsabile: Nicola Fognani. Vice Direttore: Massimo Moro. Segreteria di Redazione: Moira Detti. Editor: Paolo Tondelli. Grafico: Sansai Zappini. Redattori: Silvia Sassoli, Giulia Lodovini, Angelica Tinti,

Serena Decembrini, Corinna Bendoni.

Fotografo/Film Maker: Niccolò Tinti, Nadia Veschi. Vignettisti: Maria Tondelli, Sansai Zappini, Nicola Mazzi. Collaboratori: Simone Falsini, Alessandro Falsini, Mery Cipriani,

Roberto Moro, Silvano Sonni, Moreno Innocenti, Ivonne Casali, Irene Renna, Nicola Mazzi, Lorenzo Tofan, Antonella Nangano, Franco Acciai, Sandra Sonni, Don Erik, Elisabetta Maestrucci, Associazione Calcio Salutio, Manuel Piras, Daniele Santori, Giuliano Reich. _______

La presente pubblicazione sarà distribuita con uscite trimestrali. Punti di distribuzione:

punto informazioni IAT di Salutio.

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