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Numero 12: Amicizia “Amico mio, accanto a te non ho nulla di cui scusarmi , nulla da

cui difendermi , nulla da dimostrare: trovo la pace … Al di là delle

mie parole maldestre tu riesci a vedere in me semplicemente l’uomo.” (Antoine de Saint-Exupery)


In questo numero: 3 .....…. Editoriale

5 …...... A proposito di: “Amicizia”

6 …...

L’Amicizia , quella con la A maiuscola di Marta Vitali

7 …...

L’Amico mio di Andrea Mazzolini

8 …...

La porta di Sara Marzo

10 ….. Amicizia di Anna Giulia Alfonzo 12 ….. Nicola e Rosaria di Paolo Mormile 13 ….. L’Amicizia è quando ci si innamora di Serena Pisaneschi 15 ….. La guerra dei fiori di Armando Cambi 18 ….. A te che vivi nei miei ricordi (Lettera ad Anna) di Eufemia Griffo 20 ….. Ad un Amico di Molfy 21 ….. L’Amicizia nella Diversità di A. C. 24 ….. Fiori di sakura di Eufemia Griffo 25 ….. Amici – Compagni di Viaggio di Molfy 26 ….. Amicizia Fanciulla di Serena Pisaneschi 27 ….. Amiche di Elena Brilli

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31 …...... Parole in libertà

32 .. Agria e Gento di Antonella Fortuna 35 .. L’uomo che amava le donne brutte di Angelo Pio Villani 37 .. Dicono tutti così di Antonio Viciani 43 .. Consigli per gli acquisti: “LECHITIEL” di Andrea Bassani Intervista all’autore di Samuele Liscio 46 .. ‘Na palora sula di Antonella Fortuna 48 .. Monologo “Eva e l’Arcangelo Uriel e la grande invenzione dell’uomo”

di Antonio Viciani

50 …...... La redazione di questo numero

Nota sull'uso delle immagini: Fatte salve le immagini originali ed inedite, per le quali abbiamo l’autorizzazione degli autori alla pubblicazione, tutte le altre immagini riprodotte nella presente pubblicazione sono prese da internet e, per quanto è dato conoscere, non coperte da copyright. 2


EDITORIALE Vede finalmente la luce il nuovo numero della rivista WRITERS, dopo una genesi travagliata, una serie di cambiamenti nella sua impostazione e un conseguente ritardo sulla tabella di marcia, per la quale mi scuso personalmente con i collaboratori e, soprattutto con i lettori. L’impostazione cambia, a partire da questo numero, principalmente perché la redazione si apre a tutti i lettori, togliendo, già dal sottotitolo della testata, che non esiste più, il suo legame al gruppo “Il mondo in un Blog”, che più di due anni fa aveva dato origine al progetto. La decisione nasce dalla voglia di allargare gli orizzonti e invitare tutti coloro che fino ad oggi sono stati ‘dall’altra parte’, a prendere coraggio, mettersi in gioco e buttarsi nella mischia, con qualsiasi forma creativa usino quotidianamente per esprimere le proprie emozioni. Da ora in avanti, quindi, qualsiasi vostro elaborato, di qualsivoglia tipo, potrete mandarlo alla mail writers.blogmagazine@gmail.com e verrà pubblicato nel numero immediatamente successivo. Il gruppo di lavoro della rivista finirà quindi per essere la pagina facebook di WRITERS https://www.facebook.com/writers.magazine , insieme a tutti quanti voi discuteremo tutti insieme del tema da affrontare e dei termini entro i quali inviare i materiali per la pubblicazione. Operazione ambiziosa, lo ammetto, ma non vi nego che personalmente, io sono curiosa di sentire ognuna delle vostre voci e ogni vostra forma di espressione, e ho bisogno che partecipiate numerosi a questa ‘chiamata alle armi’ fatta di idee, pensieri, colori, racconti, poesie, disegni, fotografia, e chi più ne ha più ne metta. Mi raccomando! E’ arrivato il momento di rendere davvero vostro il progetto WRITERS, in modo che non appartenga solo ad un gruppo ristretto di autori, ma diventi parte di ognuno di voi, come ritengo sia giusto che sia! Troverete quindi, all’interno di questo numero, e in quelli che seguiranno, due sole sezioni, la prima “A proposito di:...” che riunisce gli scritti e gli elaborati che trattano il tema che a suo tempo era stato scelto per la pubblicazione, e la seconda “Parole in libertà” nella quale invece confluiscono tutti gli elaborati che erano stati mandati in redazione e che non trattano il tema scelto per il numero. Tornando quindi a noi, e al numero che vi accingete a leggere, il tema scelto è quello dell’Amicizia, declinato in tanti modi quante le menti di chi ci ha messo la penna, se non la faccia, hanno avuto modo di esprimere a parole. Per quanto sia una parola usata e abusata forse nel nostro modo comune di parlare e di definire le persone che gravitano nell’orbita della nostra vita, quando ci si ferma a pensare seriamente a cosa significhi davvero essere amico di qualcuno o che qualcuno ti sia amico, la questione diventa complessa e talmente articolata da risultare quasi più complicato che dare una definizione plausibile dell’amore, il sentimento per convenzione comune definito il più complesso di tutti. E allora capita che ti trovi in difficoltà, in seria difficoltà a scrivere di Amicizia. E’ successo anche a me, non mi vergogno ad ammetterlo, per il semplice motivo che l’amicizia attraversa, di fatto, in svariati modi, tutto il percorso delle relazioni sociali della nostra intera esistenza. E allora mi son trovata a ripensare a quelli che definivo amici nell’infanzia e nell’adolescenza, nella prima maturità e

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fino ad oggi, cercando di capire cosa li accomunasse e cosa li avesse in qualche modo, col tempo, fatti uscire dalla mia vita o rimanerne ai margini. Diventa un analisi a ritroso un po' di tutto quello che sono significate, per te, le relazioni con le persone e del modo in cui di fatto ti relazioni, da sempre, ad esse. La mia personale conclusione è che non si possa definire l’Amicizia, quella con la A maiuscola, in maniera univoca, esattamente come non si possono definire quasi nessuna delle parole che hanno intimamente a che fare con le emozioni e con le relazioni. E allora ecco che, forse, l’unica definizione possibile, dell’Amicizia è quella di Woodrow Wilson che recita: “ L'amicizia è l'unico cemento capace di tenere assieme il mondo.” Sarebbe un grande onore se aveste poi voglia di condividere con noi le vostre impressioni, le vostre emozioni e anche le vostre critiche, perché no. Ci troverete sempre pronti ad accogliervi ed ascoltare ogni vostro pensiero qui: • sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/writers.magazine •

sul nostro sito https://writersezine.wordpress.com/

in mail all'indirizzo writers.blogmagazine@gmail.com

E aspetteremo ogni nuovo spunto creativo che vorrete condividere con noi, i vostri racconti, le vostre poesie, i vostri pezzi di creatività. Noi saremo pronti ad accoglierli e dar loro spazio nelle future pubblicazioni, perché abbiamo scoperto che dialogare con voi lettori in uno scambio alla pari di parole, immagini ed emozioni ci arricchisce e ci stimola e, credetemi, passare ‘dall’altra parte’ e trovare i vostri scritti sulle pagine della ‘vostra’ rivista, non è poi così complicato come potete pensare, ma è sicuramente bellissimo! Ricordate che WRITERS può essere anche vostro, anzi che lo è, vostro. Noi siamo solo l’umile canale attraverso il quale potete tirar fuori da voi tutto il vostro personalissimo caleidoscopio di emozioni. Buona lettura a tutti, quindi, e ci ritroveremo in estate, pronti a condividere, come ogni volta, ma stavolta un po' di più, un nostro nuovo sogno, che mi auguro sarà veramente diventato anche il vostro.

La direttrice Elena Brilli

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A proposito di: “Amicizia�

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L’Amicizia , quella con la A maiuscola di Marta Vitali Tre il numero perfetto. Una vita perfetta invece include anche Lei, L'Amicizia, quella con la A maiuscola, quella che scalpita e spesso, molto spesso, troppo spesso, prende il posto dell' Amore, perché senza Amore puoi sopravvivere, senza Amicizia ti senti perso. Chiedimi cosa penso dell'Amicizia e ti risponderò così. L'Amicizia è la miscela perfetta per far funzionare quella cosa che in tanti chiamano Vita. Ne esistono di tanti tipi, di convenienza, sincere, sleali. E' il sentimento che più ti fa soffrire, perché non è come un rapporto di parentela, anche se spesso sento dire "Per me Lei/Lui è come una sorella/fratello...", no, palle, è una bugia, gli amici li puoi scegliere i parenti no, quelli te li ritrovi. Esiste un numero perfetto di amici? Pare di si. I miei, anzi le mie sono Tre. Quante favole intorno a questo numero, e quante favole intorno a loro. La nostra Amicizia si è consolidata durante una vacanza, importante, eravamo in sei, tutte femmine, destinazione Andalusia, cartine alla mano, vacanza di conoscenza. Di quella vacanza ho dei ricordi indelebili, ricordo le risate, di notte, nell'ostello; le litigate perché eravamo stanche, faceva caldo; ricordo la sangria... Hai mai detto "ti voglio bene"? Ma detto con il cuore però… Perché solo con la voce sono capaci tutti, dimostrarlo, giorno dopo giorno è più difficile. Sono passati dieci anni da quella vacanza, ma ricordo episodi come se fossero accaduti ieri, noi, non ci siamo perse, ci siamo ancora. Una per l'altra ci siamo nel momento del bisogno. Le nostre esigenze sono cambiate, così come le nostre priorità, ma basta una "reunion" (questo è il nome dei nostri ritrovi) per ritrovare la complicità che ci ha unite. Bello, vero? No. Non è sempre rose e fiori. Io con loro posso essere me stessa, io con loro posso dire cosa penso, sempre e comunque, loro con me fanno altrettanto. E si litiga, è inesorabile. Ma, io le mie amiche me le sono scelte, quindi si deve per forza di cose far pace. Siamo lontane ma vicine. Siamo amiche non sempre complici. Siamo confidenti a volte spietate. Siamo tanto e tutto insieme. Mia nonna spesso mi dice: "Marta l'amicizia è come una pianta...La devi curare sin da quando è un seme, crescendo la potrai anche allontanare da te, ma non dimenticarti mai che una pianta ha bisogno di bere, e solo tu conosci la giusta quantità...Ricordati che un arbusto forte nasce da un piccolo germoglio." Ecco spesso io, paragono l'Amicizia a questo. Una pianta che di tanto in tanto innaffio, che a volte osservo, ma che non dimentico. Grazie Amiche.

Marta Vitali

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L’Amico mio di Andrea Mazzolini Se sa, 'n amico te lo dà la sorte, a vorte è 'n dono ma ppiù spesso è 'n pacco. De la seconda specie, 'na gran sòla, 'n'amico mio stravince pe' distacco. A l'apparenza Ggiggi è proprio forte, gajardo e nun je manca mai parola. La banca sua però sta 'n bancarotta nun c'è niente da fa', tutte le vorte te dice che nun c'ha manco 'na piotta. Er bollo, er mutuo, l'assicurazzione, 'gni scusa va benone a cambià rotta se te deve pagà la colazzione. Se c'hai 'n amico tiello stretto forte è 'n tesoro prezzioso e delicato. Mo' ci terrei a sape' che ho combinato pe' ave' 'n amico fio de na mignotta.

Andrea Mazzolini

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La porta di Sara Marzo Quando si parla di rapporti intensi, di sentimenti, di emozioni, si va, a parere mio, a toccare una sfera dell’animo umano che non ha confini. Per capirci, sappiamo dove comincia una mano, e dove finisce; sappiamo dove comincia un piede e dove finisce, dove comincia un tavolo, dove si trova una qualunque cosa costituita da cellule, o atomi, o molecole. In poche parole sappiamo individuare ciò che è visibile, e sappiamo trovargli una collocazione, nel tempo e nello spazio. Andando su qualcosa di più etereo, potremmo definire il tempo? Ma certo....è quello che scandisce le giornate...o forse sono le giornate che scandiscono il tempo? Vabbè...non attacchiamoci ai cavilli, ma anche il tempo in qualche modo è visibile. Ne vediamo le sue tracce, sui nostri corpi, sul nostro orologio. Ma l’anima.....e i sentimenti, sono così tracciabili e visibili? E dove si creano? Dove stanno? Quanto pesano? No. Non è un articolo scientifico questo...ma solo un pensiero, scritto, tracciabile. E quando noi scriviamo ti amo, forse siamo riusciti a dare un peso al nostro sentimento? O ti odio, o ti voglio bene....o qualunque altra parola che possa tradurre il nostro sentimento in qualcosa di più toccabile, e cioè le parole. Noi ne abbiamo bisogno...abbiamo bisogno di dare un peso e una concretezza ai nostri sentimenti. “Ti amo” dice l’innamorata, “altrimenti non avrei fatto questo....” eccetera eccetera. C’è un problema...come sempre. Che il nostro scritto, la nostra tracciabilità delle nostre emozioni, è sempre molto superficiale, molto poco spessa. Infatti, a parer mio, non possiamo scrivere “ti amo” così, in maniera automatica...ma ci dobbiamo mettere d’accordo su cosa in realtà voglia dire quella parola...cosa implichi quella parola, che tipo di sentimenti e di emozioni. Prendiamo ad esempio la parola “amicizia”. Che vuol dire? Vuol dire forse che io so tutto di te e tu sai tutto di me e quindi mi conosci bene e sai come io reagirei ad una situazione anche se io non lo so? Ho letto un libro. Si parla di uno strano rapporto, fra una scrittrice e Emerenc, donna caparbia, testarda in una Ungheria provata, in un piccolo paese senza nome. Qui la narratrice si trova ad avere un marito che ha bisogno di continue cure: è stato molto male, e non deve affaticarsi. D’altra parte lei è una scrittrice, poco conosciuta e di poco successo per dire la verità, che ama il suo lavoro e lo fa con la stessa caparbietà di Emerenc....solo che lei spazza le strade dalla neve e occupa la maggior parte del suo tempo a fare le faccende domestiche al posto dei propri padroni. Ma stranamente non è che il padrone sceglie lei. E’ lei a scegliere il padrone, e gli da anche un periodo di prova....per vedere se il suo padrone ha coscienza, ha rispetto e si merita i suoi servigi, o meglio la sua dedizione. Si perchè Emerenc si dedica al suo datore di lavoro, e magicamente ne definisce anche la sua fortuna. Casualmente si intende, ma quando Emerenc sceglie un padrone, una famiglia che ritiene adeguata, la

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fa entrare nel suo mondo, in punta di piedi, e con discrezione, ma la fa entrare. No, non mi sono spiegata. Non è che Emerenc cerca una famiglia perchè si sente sola, e quindi si prende troppa confidenza coi suoi padroni. No per certo. Semplicemente , nel rispetto delle distanze, e delle gerarchie di fatto e non di legge, si fa conoscere, attraverso il suo sile di vita. E nel suo stile di vita, che è come un vortice, ci infila il padrone, che sebbene abbia una sua vita, ci casca dentro con tutte le scarpe. Così Emerenc si prende cura della coppia, e sebbene abbia un rapporto strano col marito, diventa leader e padrona indiscussa del cane della famiglia, a cui ha messo il nome, e che gestisce e domina con semplicità. Emerenc è una donna assai intelligente, con una sua legge interna, con delle sue priorità e col suo essere permalosa, semplice nei ragionamenti, in cui i colori sono netti, o bianco o nero, o vivo o morto, e quel suo modo di parlare in modo distaccato di ciò che più le fa male. Non accetta la legge scritta, non accetta i soldati, non accetta la fede come dogma, non accetta ciò che non è vero, ciò che alimenta il cervello, ma rispetta le persone, rispetta il Tenente Colonnello amico da una vita, le amiche sciocche che la confortano con chiacchiere inutili, e crede in una sola cosa: il tempo. E nel suo cervello, forse privo di capacità di astrazione, il tempo è un mugnaio, che macina senza sosta e dosa la tramoggia degli eventi a seconda del sacco che ha di fronte. Tutti si fidavano di Emerenc, Emerenc di nessuno, e dosa le sue confidenze in relazione a chi le può capire. Difficile da spiegare. Emerenc era capace di suscitare i sentimenti più nobili e anche i più meschini, e capricciosa e testarda come pochi tiene il broncio per giorni. Fino a che Emerenc comincia a sentirsi poco bene, naturalmente rifiuta le cure del dottore. Ed in un attimo di confidenze Emerenc fa un’analisi attenta della sua padrona. “ Lei ha opinioni diverse da me su tutto, a lei hanno insegnato migliaia di cose, però non riesce mai a capire cosa merita davvero attenzione....Le ho concesso il privilegio di entrare dove non è mai entrato nessuno” Emerenc si ammala...e non fa entrare nessuno in casa sua, neppure la padrona, che, sebbene sappia che in quella stanza si sta consumando il peggio, la distruzione totale, rispetta le distanze, rispetta il volere, rispetta l’animo e la persona. E quando lo fa, quando le manca di rispetto, si sente così tanto in colpa che non sa più guardarla in viso. Bè...può bastare. Il mio riassunto è quasi totale, il libro finirà... Ma non importa come. E tutto questo, tutto questo rapporto voi come lo chiamate? Esiste una parola? A parer mio si. La parola è AMICIZIA. Grazie Emerenc, e grazie Magda Szabò

Sara Marzo

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Amicizia di Anna Giulia Alfonzo "Gli amici in ogni momento ci danno una mano a colorare la nostra vita. Gli amici, senza saperlo, ti salvano la vita." Nei momenti più bui, quando il mondo intorno ha come colore solo il nero, quando ci si sente sprofondare nelle acque più gelide, si affaccia uno sconosciuto che ti prende per mano. Inutili le proteste, ti scrolla dal buio accendendo una piccola luce, diventando la tua ombra. E mentre giri quasi catatonico, quella mano tesa diventa l'ancora di salvezza e ti ci aggrappi per non affondare. Quando le mani che ti sorreggono diventano due e a quelle mani se ne aggiungono altre, in quel momento capisci che non sei più solo.

Sull’amicizia E un adolescente disse: Parlaci dell’Amicizia. E lui rispose dicendo: Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. E’ il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. E’ la vostra mensa e il vostro focolare. Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace. Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo. E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore: Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e

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viene condiviso con inesprimibile gioia. Quando vi separate dall’amico non rattristatevi: La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura. E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito. Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano. E il meglio di voi sia per l’amico vostro. Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena. Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte? Cercatelo sempre nelle ore di vita. Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto. E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia. Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora. Kahlil Gibran

Prendimi ancora per mano. Quando la vita allontana un amico prezioso perdi un pezzo di te! Lo cerchi ogni giorno nel cuore, lo cerchi invano nel sorriso di uno sconosciuto! Incontri nuovi amici che diventano altrettanto preziosi.... Eppure.... Eppure continui a chiedergli con il cuore “prendimi ancora per mano.... e cammina insieme a me!”

Anna Giulia Alfonzo

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Nicola e Rosaria di Paolo Mormile Il mio ultimo incontro con Nicola e Rosaria, due tra i miei più cari amici, al punto da considerarli dei veri e propri genitori in seconda, è di qualche mese fa. Al solito mi recai da loro per il pranzo, armato di un paio di bottiglie di buon rosso. Al solito Rosaria, donna intelligente, rilassata e allegra se ve n’è una, aveva preparato qualcosa di tanto delizioso quanto di digestione oltremodo laboriosa. Roba tipo peperoni ripieni o riso con verza, cotiche e spuntature di maiale, tanto per capirci. Ma a casa loro, tipi gaudenti, napoletani fin nel midollo, si mangia così il più delle volte, e del resto io ci vado apposta, è questo il tipo di cucina che preferisco: caseréccio, tradizionale. Mi stiano lontani ‘sti chef che da qualche tempo appestano i nostri teleschermi! Non fraintendete, però: il mio affetto per i due è enorme e indiscutibile, tuttavia chissà come finisco sempre per trovarmi lì intorno all’ora di pranzo. Spesso peraltro non essendo nemmeno l’unico. Poiché dovete sapere che uno dei piaceri più grandi e delle migliori abitudini di Rosaria è invitare gente a pranzo praticamente tutti i giorni, al punto che l’ormai rassegnato marito, il quale volentieri farebbe a meno di simili seccature, ha da tempo smesso di chiederle cosa mangerà quel giorno, ma piuttosto con chi. Quella volta a tavola eravamo solo in quattro: oltre a noi c’era la nonna, la madre di Rosaria cioè, un’arzilla ultranovantenne che solo da qualche tempo ha cominciato a mostrare i primi segni di cedimento, ma che ancora nelle giornate buone è capace di camminare quanto e più di me e voi. Dacché vivo altrove i miei incontri con Rosaria e Nicola sono stati grosso modo tutti simili a quello di cui sto scrivendo, tutti egualmente piacevoli. E non faccio esclusivo riferimento alle mie papille gustative, ma anche e soprattutto al reciproco piacere di stare insieme. Rosaria, alla cui mensa, come ho già detto, nessuno, uomo o animale, è escluso, ha la coinvolgente tendenza a esternare di continuo la sua felicità per l’altrui presenza in casa propria, e per la vita in genere. Nicola, misantropo e brontolone ma dal cuore tenero, non lascia invece passare più di qualche minuto senza lagnarsi, ora per questo ora per quell’altro motivo: la vecchiaia, gli acciacchi, le bollette, i figli, la moglie, la nonna, che lui ritiene si ostini a restare tra noi vivi solo per fargli dispetto e ad onta delle leggi della natura. Vagavamo per territori simili allorché udimmo squillare il campanello. Sicuro che non potesse trattarsi d’altri che di uno dei tanti pittoreschi figuri che, né più né meno di me, sono soliti presentarsi da loro a quell’ora, andai ad aprire. Era invece una promotrice di chissà quale compagnia elettrica, che senza indugio prese a subissarmi di informazioni, domande e proposte, cui ovviamente non sapevo cosa rispondere, anche a causa della non trascurabile quantità di vino già scolato. Approfittando della prima pausa la fermai pregandola di attendere uno dei padroni di casa, che chiamai. Di lì a poco arrivò Rosaria, che senza dare alla tizia il tempo di ricominciare la sua tiritera la trascinò quasi di peso a tavola. In un secondo la signorina, confusa e divertita, si ritrovò davanti una maestosa amatriciana e un grosso bicchiere di vino colmo fino all'orlo, finendo giocoforza a parlar d’altro. So per certo, avendola vista, che descrivere l’espressione di Nicola costituirebbe impresa ardua perfino per scrittori più qualificati del sottoscritto: mezzo secolo e più trascorso in compagnia della sua pazza, generosa, meravigliosa moglie ancora non gli è servito per accettarne l’indole, la sua maniera gioiosa di intendere e vivere la vita. Di sicuro avrebbe voluto rinfacciarle quella presenza inattesa, ma ormai la ragazza era già lì: a che sarebbe valso? Così, tra brindisi e mugugni il pranzo si avviò alla conclusione. Alla giovane fu concesso di alzarsi e proseguire il suo giro solo dopo il caffè. Spero per lei che capisca di aver vissuto un’esperienza non da poco, più unica che rara, e che sappia farne tesoro. Persone di tal fatta non le incontrerà tutti i giorni.

Paolo Mormile 12


L’Amicizia è quando ci si innamora di Serena Pisaneschi Tempo fa, con lo scopo di prendere spunto per dei racconti che dovevo scrivere, ho chiesto a mio figlio di 5 anni cosa fosse secondo lui l'amicizia. La sua risposta è stata tanto immediata quanto lucida, mi ha detto: mamma l'amicizia è quando ci si innamora. All'inizio io ho sorriso smentendo la sua teoria, però però mi sono ricreduta. Da adulta quale sono (per cui diventata molto ignorante su certi argomenti ma con la presunzione di sapere tutto) mi sono ricordata solo dopo un po' che i bambini, nella loro semplicità, posseggono le verità del mondo e, memore di questo fatto, ho riflettuto a lungo sulla verità che mio figlio mi aveva regalato di nuovo. Essere amici è esattamente come innamorarsi, oso dire che è anche di più. Quando si è amici siamo automaticamente attratti da una persona a livello caratteriale e mentale, senza tutte le complicanze che danno gli ormoni. L'amicizia, quella vera, fa sì che si condividano le esperienze, i problemi, i desideri, i segreti, le passioni e mille altri piccoli e grandi dettagli della nostra vita e della nostra persona. L'Amicizia con la A maiuscola è quella che, se ci ripensi, ti viene da addolcire le pieghe della fronte e ripercorrere i passi compiuti insieme. Ma chi è un amico in definitiva? Il bambino di scuola materna con cui giocavi ai pirati? La figlia degli amici di mamma e papà, quella che ha qualche mese meno di te ma con la quale giochi nei week-end, ogni vacanza ed ogni capodanno? La compagna di classe con cui vi scambiavate i diari di scuola per scrivervi le dediche? La tipa della compagnia del bar sotto casa, quella più incasinata di te e innamorata cotta di quello sbruffone di terza F? La collega, il portiere del calcetto, la mamma single come te, l'appassionata di teatro con sui condividere le scene? La risposta è semplice: l'amico è tutti loro e molti altri. L'amico è quello che ci fa stare bene in ogni fase della nostra vita, quello che non ci fa sentire mai soli. L'amico è quello che ti capisce, che condivide le tue passioni o le tue idee e, se per caso non le condivide, di certo non le giudica e ti offre un confronto sincero e appassionato. E' quello che ti ascolta, ti dà consigli magari non sapendo nemmeno di cosa parla, ma con il solo intento di aiutarti, in qualche modo. L'amico è quello dalla tua parte, sempre, anche quando hai torto e stai sbagliando. Ti dirà che hai torto e stai sbagliando, ma te lo dirà tendendoti una mano per riportarti sulla strada giusta. Il vero amico sei tu, nel momento esatto in cui vi siete scelti. E l'amicizia cambia, ma non d'intensità quanto di forma, di esigenze. A cinque anni sarà il pirata, a sette quello con cui giochi nei pulcini, a undici quella con cui perfezionare le prime smorfie da ragazzina, a quindici quello con cui attraversare un'età indomabile e così via, nel tempo. Ma, nonostante le diverse fasi della vita con tutti i relativi cambiamenti, l'unica eterna costante sull'amicizia rimane una sola: la condivisione. Ci deve sempre essere, inevitabilmente. Non esistono spiriti più affini di quelli che condividano le stesse emozioni, gli stessi percorsi, le stesse passioni, e non esistono amici più sinceri di due spiriti affini. Bisogna comprendersi per starsi accanto nonostante tutto, e bisogna lasciarsi il giusto spazio con la certezza, però, che se uno allunga una mano l'altro non tarderà ad afferrarla. Ogni età ha le proprie esigenze, ovviamente, e le vite spesso prendono strade diverse, alternative, non parallele. Senza cattiveria, senza volerlo, si cresce e ognuno va per la sua via. Ci saranno amicizie durate vent'anni che si perderanno, ma resteranno sempre lì sotto a scaldare il cuore, ché basterà solo soffiare un po' sul tizzone per far tornare la fiamma ad ardere. A me è successo un anno fa di riallacciare amicizie perse nell'età adulta, quando il tempo e lo spazio si mettono in mezzo e contrastano i rapporti. E' bastato un nonnulla, un piccolo soffio ed è divampato di nuovo l'incendio. E allora ecco che la memoria comune è tornata a galla, a sollevare e trasportare quell'amicizia verso il passato, che non ha dovuto far altro che stuzzicare qualche ricordo per provocare una valanga di vecchi tempi. Ed eccoci a parlare dei nostri sedici anni vent'anni dopo, con lavoro, figli, famiglie, amori e tutto il bagaglio di esperienze e realtà che la vita ci ha riempito nel frattempo. E' bastato davvero poco per capire la profondità di quell'amicizia e riportarla in superficie, ed è stato così semplice riportarla in superficie proprio perché era un'amicizia profonda.

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La condivisione porta immediatamente alla comprensione, che nella più intima e profonda forma diventa empatia. E l'amico è quel qualcuno con cui scambiarsi uno sguardo e dirsi mille cose solo lì, perché ti conosce, perché in qualche occasione ha indossato il tuo cappotto e calpestato la tua stessa strada. E' la spalla di cui si ha bisogno, ma non per piangere, non solo almeno, ma che si stende e ti abbraccia perché sa. E se non sa immagina, intuisce, capisce. Così come l'amico che, a scuola, ti lascia fare il buono giocando ai supereroi perché sa che lo preferisci, da adulti c'è la persona che ti lascia essere te stesso senza che si corra il rischio di sentirsi giudicati, che il giudizio è il peggior nemico di qualsiasi spontaneità. E con gli amici bisogna essere spontanei e sinceri, veri, senza il timore di poter innescare occhiate di disapprovazione. Il vero succo dell'amicizia è questo: essere se stessi senza censure. Quando temiamo di rivelarci a qualcuno, quando mettiamo un freno al nostro bisogno di essere veri allora lì non c'è amicizia semplicemente perché manca la fiducia, e la fiducia è il cemento che fortifica anime diverse che hanno il coraggio di trovarsi e mettersi a nudo senza timori. “Amico mio, accanto a te non ho nulla di cui scusarmi, nulla da cui difendermi, nulla da dimostrare: trovo la pace… Al di là delle mie parole maldestre tu riesci a vedere in me semplicemente l’uomo.” Questa frase di Antoine de Saint-Exupery riassume perfettamente quanto sto cercando di dire: l'Amicizia è la possibilità di essere sempre autentici unita alla sicurezza di poterlo liberamente fare. Cambiano le esigenze di pari passo con i numeri in alto sul calendario, cambiano le vite, i percorsi, le difficoltà, ma non cambierà mai quel bisogno di voltarsi e trovare un piccolo appiglio, quell'antidoto alla solitudine di cui abbiamo sempre bisogno. La ricetta è sempre la stessa, si tramanda di età in età e non cambierà mai nel corso del tempo o delle epoche. Una bella dose di Empatia, unita a tanta Complicità e Fiducia, il tutto tenuto insieme da una spolverata di Rispetto, che non deve mancare mai. Recentemente ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno dato la possibilità di applicare questa formula, quella che ti permette di condividere, essere complici ed avere fiducia, quella con cui io posso essere IO, e l'alchimia è stata servita su un bel piatto d'argento. Quindi, ricopiando il detto “chi trova un amico trova un tesoro”, uno dei più antichi del mondo, posso dire che sono sommersa da ricchezze. Ché gli antichi sono semplici e saggi, esattamente coi bambini. In definitiva l'amicizia non deve cambiare i tempi o le persone, al contrario verrà cambiata dal tempo che le persone vivono. Quando è onesta e sincera non muterà mai di una virgola, nemmeno attraverso il tempo e lo spazio, nemmeno attraverso quel mare in tempesta che spesso ci troviamo attraversare, anzi sarà l'ancora e il porto sicuro, sarà il sentirsi a casa, esattamente come quando ci si innamora.

Serena Pisaneschi

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La guerra dei fiori di Armando Cambi G. aveva tre anni più di me, A. ne aveva due. C’erano anche altri bambini lì dove abitavamo, una lunga fila di case isolate a mezza collina, quasi una grande famiglia. Ma gli altri bambini o erano troppo piccoli, o erano bambine, quindi poco importanti. Insomma noi tre cominciammo a giocare un po’ per conto nostro. A dire la verità, quella primavera fu la prima che io fui ammesso a giocare con loro. Avrò avuto sei o sette anni, e a pensarci ora sembra impossibile che allora, a quella età, si potesse fare quello che facevamo. E’ vero che gli altri due erano più grandi, anzi molto più grandi, ma poi anche io cominciai ad inserirmi e a giocare. Loro due già uscivano da un bel po’ insieme, ma quella primavera mi capitò di incontrarli per strada, e mi cominciarono ad accettare con loro. Stavano facendo un gioco nuovo per me, distruggevano i fiori, ma non tutti, e non per cattiveria. Avevano inventato una guerra, e loro comandavano le truppe bianche, sì, perché i loro eserciti erano i fiori bianchi, specialmente le margherite, le margheritine di campo, le pratoline per intendersi, ma qualunque fiore bianco era con loro. I nemici invece erano i fiori degli altri colori, specialmente quelli gialli, e fra questi, i più nemici erano i pisciacani, che facevano ribrezzo anche a guardarli, non diciamo a toccarli, perché toccarli poteva farcela fare a letto, e sarebbe stata una tragedia. Ora so che si chiama tarassaco, ed ha anche dei pregi erboristici (anche diuretici…..mi sembra, quindi…) ma allora erano pisciacani, e quindi da odiare. La guerra, o meglio le battaglie, perché di piccole battaglie si trattava, consisteva nell’andare a cercarli lungo i bordi dei viottoli e nei campi, e una volta trovati (e non era difficile) spezzettarli con la spada, mentre le margherite venivano lasciate vivere, anzi, guai a distruggerle, perché erano il nostro esercito. Le armi erano semplici, spade, appunto, ma niente di raffinato, o comprato. Le spade erano bastoncini lunghi un metro o giù di lì, fatti quasi esclusivamente con i germogli di alloro, che si trovavano facilmente nelle siepi lì vicino, specialmente nelle vicinanze della grande villa antica che dominava la collina. Non che si trattasse semplicemente di troncare un frusto e usarlo come spada, no, no, si doveva trovare un ributto giovane, ma non troppo, se no si sarebbe rotto subito, e neppure troppo grosso, perché sarebbe stato difficile tagliarlo. Ci volevano dei ributti di un paio di metri, da tagliare alla base con un temperino, e non era un’operazione facile, per bambini di sette o otto anni, ma ci si provava, e a volte ci riuscivamo. Una volta tagliato il ributto, si toglieva la parte più sottile e ancora morbida e fragile della punta, e si utilizzava la parte legnosa flessibile ma resistente. A questo punto, se c’erano rametti laterali, si dovevano togliere con attenzione, e poi, la parte di abbellimento, si doveva sbucciare accuratamente con il temperino per tutta la lunghezza, anzi, non per tutta, ma per quasi tutta, perché la parte più grossa, quella che aveva costituito la base del ributto, doveva rimanere per una decina di centimetri con la buccia, che era l’impugnatura della spada. E tutta la parte davanti, una volta sbucciata, diventava bianca, anche se poi scuriva all’aria, ed era la lama. Non c’erano altri accessori, la spada era questa. Fatta la spada, il gioco era fatto, si poteva pensare alle battaglie. Quei giorni, dopo la scuola, si usciva sempre fuori, a parte i giorni di pioggia, che erano noiosissimi, e non c’era altro da fare che stare in casa a fare i compiti o a leggere qualcosa, o a giocare con qualche automobilina o con le costruzioni, ma la nostra vita di allora, quella che si ricorda e che era meravigliosa, specialmente a ricordarla, si svolgeva fuori, sempre fuori. 15


E in quella primavera avevamo uno scopo, si andava a snidare i fiori maligni, i gialli, e li distruggevamo senza rimpianto. Io, essendo il più piccolo, avevo molti più limiti di loro, e spesso mi aggregavo a giochi fatti, o quando loro si trovavano vicino a casa, perché ancora l’idea di scorrazzare nei campi lontani mi faceva un po’ paura, poi piano piano mi facevo coraggio e col tempo, le mie escursioni divennero più ampie, e più intraprendenti. Ricordo come ci si gettava sui nemici, e come si duellava con il braccio sinistro alzato e l’altro, quello con la spada, proteso e agitato verso il basso, con grande perizia, per spezzettare i fiori nemici, che si accasciavano o volavano in pezzi lì dintorno. Belle crudeltà, anche se innocue, ma di fiori, anche gialli, ce n’erano tanti e a nessuno di noi passava nemmeno lontanamente per la testa che si potesse far del male alla natura. I fiori erano lì, fatti apposta per essere combattuti, anche se a volte, quando non eravamo in guerra, mi chinavo a raccoglierne un mazzolino dei più belli (esclusi sicuramente i pisciacani), per portarli alla mamma che quando mi vedeva con il mazzolino sorrideva contenta e subito lo metteva in un vasino di ceramica, e quando il mazzolino diventava ornamento, subito mezzo acciaccato e ciondolante, mi rendevo conto della povertà del regalo, che la mamma però apprezzava tanto. Non si rideva molto allora, il tempo delle risate doveva ancora venire, allora eravamo molto seri, i nostri giochi erano fatti con grande serietà, e ci impegnavamo molto Uno di quei giorni, non saprei dire quando, uno dei miei due compagni di giochi, non so dire se G. o A., ad un certo punto si fermò e diventò pensoso e solenne, e tirò fuori una obiezione: senti, questa guerra non va bene così, i fiori bianchi sono nostri, sono il nostro esercito, tu sei arrivato dopo. Mi sentii gelare, forse mi volevano cacciare dal gioco. Lui continuò: tu devi avere un esercito tuo, non i nostri fiori. Rimasi perplesso, non capivo cosa voleva dire, se i fiori bianchi li avevano già arruolati loro, e gli altri erano nemici, io cosa potevo fare….. Poi i due chiacchierarono fra loro, e venne fuori l’idea. Il tuo esercito saranno quelle piante lì, non hanno i fiori, ma sono belle. D’ora in poi saranno il tuo esercito, e si chiameranno armandini. Mi sentii importante, si trattava di piantine verdi, non tanto piccole, fragili, con le foglioline ovali, un po’ carnose, e quando si rompevano facevano una goccia di lattice bianco. Non so dire se armandini sarebbe stato con la a maiuscola o minuscola, ma ne fui orgoglioso. Ce n’erano tante, forse non tante come le margherite e i pisciacani, ma erano il mio esercito, e ne divenni il comandante. Non ho mai saputo quale sia il loro nome vero (e non sarebbe stato difficile saperlo, in futuro), per me, e per loro, sono sempre stati gli armandini. E le battaglie ripresero, e i miei fiori (anzi le mie piante senza fiori) parteciparono alla guerra, furono rispettate, e loro, i miei compagni di giochi, ne divennero alleati. Si percorrevano sentieri dei campi, e i campi stessi, non quelli seminati, che non venivano calpestati, perché si conoscevano i contadini che abitavano lì vicino, e si rispettava il loro lavoro, ma quelli rimasti a prato e incolti, si saliva sui pendii e si entrava fra gli alberi, ovunque ci fossero distese di fiori. Nel ricordo, mi sembra che allora di fiori ce ne fossero tanti, molto più di adesso, ma chissà che non sia un ricordo esagerato, che abbellisce tutto quello che ora non c’è più, e cioè la giovinezza. E un giorno si era i tre moschettieri, io ero battezzato Aramis, forse per l’assonanza col mio nome, A. era inevitabilmente Athos, mentre G. se non ricordo male non era Porthos, ma Dartagnan, che ovviamente era il più importante, e G. era il più grande, e se ne poteva appropriare. 16


E allora le nostre spade diventavano magiche, di acciaio temprato, con else finemente e magicamente elaborate, e i nostri vestiti diventavano cappe colorate, ricamate con fregi, e si poteva correre, sgraffiandosi le gambe con i calzoncini corti con i frusti dei campi, immaginando di cavalcare cavalli grandi e veloci. Poi si diventava tigrotti di Momprecem, con Sandokan, Janez, e qualcun altro, e si combatteva contro i perfidi Thugs. E poi si diventava anche corsari, e c’era da scegliere, il corsaro nero, il corsaro rosso, e tanti pirati, e ci si spostava alle Antille, sopra navi a vela sbattute dalla tempesta, ma sempre armati di spade e pronti a fare arrembaggi coraggiosi e a infilzare i nemici. La magia del gioco ci afferrava, e si continuava per ore, in quei lungi pomeriggi di primavera, e poi anche nelle lunghe giornate estive, sotto il frinire delle cicale, che sembravano accordare il loro suono con il vibrare delle nostre spade. Forse non furono poi così lunghi i nostri giorni di allora, forse entrarono anche altri giochi, i cow boy, per esempio, dove a farla da padrone non erano più le spade, ma la pistola o il lazo di Pecos Bill, che non avrebbe mai e poi mai usato una pistola in vita sua. Ma quello che nacque furono invece altre cose, l’amicizia fra noi, biologica quasi, che ci avrebbe accompagnato nel tempo, anche quando altri fatti e altre età ci costrinsero ad allontanarsi. Intanto si cresceva, quasi senza accorgersene, anche se il tempo era lungo e non passava mai, anche i più piccoli cominciarono a crescere, e ci accorgemmo che le bambine, le spregevoli “femmine”, a dir la verità non erano poi tanto spregevoli, anzi, cominciai a guardarle, e qualcuna, non tutte, mi cominciava a piacere e mi faceva venire nuovi pensieri. E le nostre battaglie, quelle dei fiori, pian piano si fecero più rare, e meno appassionanti, e le nostre incursioni si fecero meno divertenti, anche se più ampie ed elaborate. Si era scoperto un antico orto probabilmente abbandonato, con sette o otto vecchie piante da frutto, lasciate allo stato selvatico, che però facevano ancora qualche pesca, qualche pera e parecchie susine, che mangiavamo acerbe, e molto aspre, ma l’idea di “rubarle” ci dava una certa euforia. L’orto abbandonato ci fece venire in mente di costruire una capanna, che all’inizio pensavamo su un albero, e poi, data la difficoltà, ci limitammo a costruire sotto una pianta, con frasche di vario tipo, ed era divertente nascondersi dentro ad osservare da apposite feritoie chi si avvicinava, e ci immaginammo anche di fare battaglie con altri ragazzini, perché il gruppo era intanto un po’ cresciuto e ci si poteva anche permettere di fare delle guerre fra noi, che eravamo metà cow-boy e metà indiani, o anche metà pirati e metà spagnoli a difesa di un galeone. I fiori nemici potevano crescere quindi più tranquilli, e solo ogni tanto ci veniva la voglia di ricominciare la battaglia, e fare qualche piccola strage. Il tempo e la scuola ci prendevano sempre di più, e i nostri giochi infantili alla fine scomparvero, ma la magia del ricordo non scomparve, e anche se Dartagnan non c’è più e Athos non lo vedo da anni, anche ora, se passeggio lungo i bordi di un campo, mi capita di guardare con simpatia le margherite bianche, e con quasi ribrezzo i pisciacani, e mi capita anche di sorridere fra me a pensare che di alcune di quelle piante io sono il sovrano, e vedo con piacere che anche adesso gli armandini vivono felici.

Armando Cambi

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A te che vivi nei miei ricordi (Lettera ad Anna) di Eufemia Griffo Ti ho cercato nei ricordi, per mille giorni spietati che si sono rincorsi per infinite ore e per un’intera vita. Li ho rinchiusi nel cassetto, a chiave e a doppia mandata, preservandoli dalla polvere del tempo e li ho serbati intatti in attesa di risvegliarli forse un giorno. Li ho riposti infine nella scatola intarsiata di fini ricami ricoprendola con un drappo di seta e velluto e l’ho accarezzata lievemente, come si fa con i volti delle persone amate. E in quell’involucro prezioso, al riparo dal tempo e dagli anni, sono rimasti composti, in attesa di rivedere la luce. Per ventotto anni essi, i miei ricordi, sono stati al sicuro dalle tempeste della vita, dagli scossoni degli anni ed ora eccoli qua, a pretendere il conto, a balzare fuori come le carte da gioco, poste alla rinfusa nel mazzo di un giocatore di poker. Riemergono dalla scatola un milione di immagini, di te, di me, di noi, che riprendono lentamente vita, come se il sonno che le ha avviluppate in una notte senza termine, fosse giunto a destinazione. Mentre scrivo mi viene in mente quest’ immagine da mettere su carta, colorata e viva, e mi sembra quasi strano descriverla così, io che amo i colori scuri e le tinte ombrose: un volo di farfalle, dei colori dell’estate. Subito dopo però l’immagine è destinata a lasciare spazio ad un fotogramma che raffigura una foglia d’autunno, color marrone che cade su fogli di carta riempiti con inchiostro nero. Le farfalle ed i colori vivi mi ricordano quell’estate, il mese del nostro incontro. Eravamo bambine, ricordi Anna? Una stagione che si lega al filo degli anni trascorsi, luce e polvere, la rinascita ed il sonno, il sorriso e la malinconia. E’ così che vedo questi ventotto anni, una mescolanza di periodi, di alternanze, sul filo del ricordo che non si è mai assopito. In attesa che la scintilla della vita, riaccendesse quel che era rimasto addormentato per lungo tempo. Come le foglie su un tappeto d’erba d’autunno. ** Era il 1982: l’anno dei mondiali, la coppa del mondo alzata al cielo ed un presidente partigiano, la cui immagine è rimasta impressa nella mente di chi allora ebbe la fortuna di esserci. Anna te lo ricordi? 18


C’eravamo anche noi, poco più che bambini, alle soglie dell’adolescenza e le mille scoperte di tutto quel che io chiamavo amore, là dove la passione era ancora una parola sconosciuta a noi che eravamo ancora così piccoli. In quell’estate così lontana sembrava che il tempo si annullasse e c’eravamo solo noi e i nostri sogni, come se il mondo fosse uno spazio senza più confini e barriere. Ricordo con gioia quell’estate meravigliosa, la più bella della mia vita e che ora immagino e dipingo così, rubando i colori che attraversano le parole, a quelli del sole. ** Ti ho ritrovato, dopo tanto tempo. Quanto ne è passato? Mi ricordo tante cose di te, prima erano solo tracce sbiadite, ora la nebbia lascia il passo ad immagini meno sfuocate e più nitide, come quando guardi da un vetro su cui scorrono gocce di pioggia che lentamente scivolano via. La tua voce, non è cambiata. Forse nemmeno la mia. Ritrovo emozioni che corrono violente eppur lievi nel sangue, attraversandolo come l’ossigeno che irrora il nostro essere e senza il quale non ci sarebbe vita. Una pace ed una calma interiore è quel che provo nell’ascoltarti e nel serbare in quel che resta, le parole, i racconti dei pezzi mancanti, di quella voragine scavata dall’assenza. Alla fine sai quale è la sensazione? E’ come se i milioni di ore trascorse da quell’anno così lontano fossero simili ad un filo sottile, mai consumato, mai rotto. Come se la mia vita e la tua vita, ora che siamo adulte e con tanti vissuti alle spalle, fossero state annodate a distanza e alla fine, come due fili di seta, si fossero ritrovate intrecciate nel groviglio meraviglioso che io chiamo Vita. Due vite che mi sento di paragonare ad un albero e a una foglia, o alla notte ed al giorno, ad un tramonto ed un’alba, divisi e così diversi , eppur legati e così simili. Tutto scorre in balia di un unico padrone. Il Destino, che sfiora le esistenze, le memorie e i ricordi, disfa, slega e infine riannoda e ricongiunge e infine, decide di ripartire là dove c’era stata la fine. E le parti si ricompongono come le note di una musica stonata, fin quando esse ritrovano armonia. Dedico a te queste mie parole e la gioia di averti ritrovato, a te che vivi, nei miei ricordi.

Eufemia Griffo

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Ad un Amico di Molfy Muto sento il dolore, grido soffocato da lacrime ormai arse d'occhi sciupati. Livide vedo le piaghe, solchi riaperti da tormenti mai sopiti d'un animo ferito. In silenzio m'avvicino a raccoglier l'umore, sofferente stilla d'un sommesso pianto. Lievemente m'accosto a lenir patimenti, appuntiti aghi d'antica amarezza. Una mano gli porgo a offrir la presa, sicuro appiglio di futura speranza.

Molfy

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L’Amicizia nella Diversità di A. C. Avete mai pensato che pensiero passa per la testa di un ragazzo o una ragazza con dei problemi psichici? Come intendono l'amicizia? Ve lo potete immaginare, ma provate ad essere Sophia, una ragazzina con una lieve forma di autismo. Ecco che il mondo cambia.

Come ogni giorno mi sveglio presto perché ho la mia dose giornaliera di yoga, fatto alla mia maniera, dato che i miei genitori non mi fanno uscire per andare in palestra. Come dargli torto sono le 6 di mattina, e quando ho finito mi faccio colazione. Un cappuccino e basta perché tengo alla mia linea. Bah!!!! La linea, ad un certo punto della mia vita, è stata per me una grande paranoia e sofferenza. Volevo assomigliare alle modelle e non ci riuscivo… accidenti come ci soffrivo e per questo andavo a vomitare in bagno di nascosto ai miei genitori… stavo veramente male ed infatti mia sorella minore, che è il mio angelo custode, se ne è accorta… insomma cercavo di piacere per avere degli amici… e mi facevo del male; per fortuna adesso mi è passata. A proposito… mia sorella, che pena ho avuto per lei, ha sofferto spesso per colpa mia alle elementari… ha voluto frequentare la stessa scuola… grave errore perchè la prendevano in giro… aveva la sorella grulla… oggi è il mio più strenuo difensore da tutti quelli che mi guardano storto o ridacchiano alle mie spalle… e io le voglio un bene dell'anima anche se spesso è sempre dietro a riprendermi e controllarmi. Dimenticavo, una volta alla settimana pulisco la mia camera, e faccio la lavatrice con i miei indumenti e le mie lenzuola… riesco anche a farmi la doccia e ad asciugarmi i capelli. Però è un po' di giorni che mi frulla nella testa, tra un video e una canzone, un pensiero: io non ho amici, ovvero li avevo ma crescendo si sono dileguati. Purtroppo ho difficoltà nel relazionarmi, e questo deriva dalla mia patologia, anche perché il mio parlare è così sgangherato che spesso mi guardano con gli occhi sgranati chiedendosi: chi è questa? Poi ogni tanto non ce la faccio e devo scaricare le mie tensioni, per cui parlo da sola… corro improvvisamente, muovo le mani freneticamente… e questo mi ha sempre allontanato dalle persone perché chi è diverso viene visto come un motivo di ilarità… ma non sanno quanto si soffre dentro. Per questo mi chiudo in casa davanti alla mia musica ed al mio computer , oppure vado a farmi tre ore di piscina… direte perché? Per scaricare una tensione che mi attanaglia sempre… le mie paranoie e le mie paure non mi fanno stare tranquilla. Ho una grande passione che è il canto, dove sono bravina, e vado a lezione tutte le settimane. Ho fatto impazzire mio padre, perché volevo andare ad X-factor e ho telefonato ad agenzie immobiliari a Roma per una stanza… povero babbo, ha ricevuto senza saperlo telefonate per mio conto, ma mi ha perdonato. Ho anche vinto il premio della critica al mio primo concorso canoro… che soddisfazione tutti che mi applaudivano… ecco quando sono lì con la mia musica e canto… sono veramente come gli altri… una normale. 21


Tornando a noi, ho sempre cercato di avvicinarmi alle persone cosiddette “normodotate”, e da piccolina ho avuto la possibilità di avere amici... diciamo che posso ringraziare mamma che si rendeva disponibile a creare eventi con i miei compagni di classe per fare lavoretti e giochi tutti insieme, solo che dopo un po' non ce la facevo a stare al loro pari e mi chiudevo in me. Devo dire che i miei compagni sono stati bravi, mi hanno aiutato fino alle medie, poi come succede quando si entra nell'adolescenza tutto cambia . Ah!!!….dimenticavo, alle elementari/medie avevo anche una specie di fidanzatino… come eravamo dolci, lui arrossiva per nulla… poi però ci siamo persi ed alla fine io sono rimasta, come sempre, sola. Ho fatto poi, i miei 5 anni di superiori con il solito cambio continuo di insegnanti di sostegno, e dove non ho avuto modo di fare amicizia… però non capisco, perché sono andata ad una scuola dove frequentavano alcune mie compagne delle medie e che mi consideravano amica… di punto in bianco io non esistevo più , esisteva il chiacchiericcio e il pettegolezzo femminile, non la sana amicizia tra donne. Che fare… ho continuato per la mia strada senza pensare agli altri. Per non farmi stare a casa babbo mi ha inserito in un Progetto Provinciale prima di grafica, poi di pasticceria…devo dire che sono stata brava a fare dolci… ho passato il mio esame e ho un'attestato di frequenza, ma serve a poco, gente come me non la fanno lavorare. Oggi mi ritrovo, dopo 12 anni di terapie psicologiche, ad avere comunque paure e paranoie, e la solita difficoltà nel comunicare con la gente… come posso fare amicizia? Ho provato ad avvicinarmi alle persone, perché io non voglio relazionarmi con quelli che hanno difficoltà, ma voglio conoscere persone come mia sorella, che non fanno fatica a stare insieme ad altri. Per questo, come vi ho già detto, le mie giornate sono in casa e piscina; a parte una volta alla settimana che vado a comprare da sola, con la mia paghetta, il mio giornale preferito che colleziono da anni : “Cioè”, e la mia ora di canto il mercoledì. Mi rimane solo una domanda che mi faccio talvolta davanti allo specchio: potrò avere un marito? Potrò avere figli? Spesso mi rispondo… No! Come faccio, se poi non ho un'affidabilità completa sulle cose quotidiane… ci rido sopra ma spesso mi dimentico di portare in fondo alcuni compiti, perché sono immersa nei miei pensieri e questo non depone a mio favore, e a volte per questo nella mia cameretta piango lacrime amare nel rendermi conto che la vita non mi sorride… ma sorrido io a lei. Solo che la mia situazione è difficile da risolvere, la mia difficoltà relazionale mi porta ad aver paura, essere timida… avere quell'incedere ritmico, quelle movenze particolari e ripetitive, quel raccontarmi tutte le cose che mi frullano in testa ad alta voce come se recitassi in un film, quel correre improvviso sentendo la musica con le mie cuffie, quell'emettere mugolii di sfogo per le mie tensioni mentali… onestamente non do torto a nessuno che non mi conosce se mi guarda sgranando gli occhi… la colpa non è loro ma della società che non rende partecipe tutti di queste situazioni, forse conoscendole sarei vista io come altri con occhi diversi.

Lo scrittore a questo punto si ferma …… e vi chiede, cari lettori, cosa ne pensate? Non è una storia inventata, ma una breve testimonianza della vita di una ragazza con dei problemi.

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Viviamo in una società che ci cataloga in mille modi, che spartanamente passa sopra chi è diverso. A cosa ci può portare tutto questo? Noi che abbiamo la possibilità di avere delle relazioni con gli altri , spesso rifuggiamo tutto questo o lo usiamo in maniera egoistica, senza pensare che ci sono persone che vorrebbero essere come noi e non lo possono essere. Siamo incentrati su tutto quello che ci succede e non ci fermiamo mai a pensare se qualcuno ha bisogno di una nostra parola… Mi viene in mente Charles Dickens “Il canto di Natale”. Lo avreste visto mille volte, lo programma spesso la Rai durante le feste di Natale, o come film o come cartone Disney, e penso che da allora non è cambiato nulla. Anche lì era presente una diversità, ed anche lì vi era una mancanza di amicizia oltre alla bontà del protagonista, ma come tutte le storie a lieto fine… questo arriva. Nella realtà, per chi vuole fare amicizia e non ne ha i mezzi psicologici, il lieto fine non arriva mai. Allora penso… ma quelli normali forse sono loro… quelli senza difficoltà sono loro… Noi siamo quelli psicotici, paranoici, egoisti, insensibili, disumani che pensano di essere nel giusto e professando la fratellanza e l'amicizia tra i popoli… si fanno la guerra!!!!!! Diceva Shakespeare: “Siamo fatti della stessa materia dei sogni”, per cui sognare è lecito e sognare una grande amicizia è bello come sognare un grande amore, ma poi alla fine i sogni siamo noi stessi. Spesso i nostri canoni di amicizia sono diversi, e non coincidono con quello che vogliamo; la vera amicizia è fatta di amore, comprensione, complicità, dedizione, sincerità, disinteresse. Ecco… disinteresse. Ma questo non avviene quasi mai, perché essere amici ed a maggior ragione con persone diverse da noi, vuol dire impegnarsi… e figuratevi, oramai non ci si impegna più in un matrimonio, come è possibile in un'amicizia? Alla fine, se sinceri, bisognerebbe pronunciare anche per una vera amicizia queste parole: “Io prendo te come mio legittimo amico, per amarti e rispettarti, nella buona e nella cattiva sorte, in salute ed in malattia, finché morte non ci separi”… Utopia, lo so, ma fatemi sognare un po' e non mi togliete l'illusione che l'amicizia ai nostri giorni sia per tutti, anche per quelli che sono diversi da noi.

A.C.

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Fiori di sakura di Eufemia Griffo Keiko fissava i fiori di sakura (1) posti sulla tomba di mia nonna. Ogni anno, il 6 di agosto molte persone che l’avevano conosciuta, venivano a lasciare preghiere e fiori di ciliegio. Ci eravamo viste anni prima a casa di mia madre durante le celebrazioni del rito funebre ed ora, a distanza di sei anni mi trovavo davanti a lei come se il tempo non avesse mai cessato di scorrere. Da piccole eravamo amiche inseparabili fin quando Keiko si era trasferita ad Osaka per studiare legge. Mentre la guardavo mi venivano in mente giornate di primavera, noi due a caccia di farfalle per ammirarne i colori variopinti ; eravamo formidabili nell’appostarci in mezzo ai fiori di ciliegio, senza muoverci e stare minuti interi a nutrirci di quelle immagini meravigliose. Di sera, sedute sullo zabuton, ascoltavamo la voce della nonna che sussurrava storie di anni prima, storie di guerra e di dolore. La nonna guardava il cielo quasi come volesse scorgerci ancora qualcosa che non era mai andato via, i ricordi del fuoco, li chiamava lei; ci raccontava di una mattina d’agosto, una come tante, quando il sole si chiamava sole e i raggi avevano l’oro dei girasoli. Il cielo era diventato di uno strano colore, spaventoso, indescrivibile, orrendo. Poi la nonna si fermava e con la mano destra si copriva gli occhi e ritornava nei suoi pensieri. A pranzo, una zuppa di riso ed un bicchiere di tè erano il nostro pasto, mangiavamo in fretta e contavamo i sorsi di saké che la nonna beveva , frettolose di terminare n fretta e immergerci in nuovi giochi. Quelle eravamo noi quando le ore erano scandite solo dai pensieri dei bambini. Ora, davanti a me vedevo quella bambina nel volto di una sconosciuta, di cui sapevo solo il nome e di cui ammiravo i costosi abiti che ne fasciavano il corpo. Per un attimo avevo pensato di tendere le mani e di stringere le sue, ma non ne avevo più il coraggio. Keiko mi guardò e mi fece un inchino, poi si fletté sulle ginocchia e raccolse un fiore di sakura porgendomelo tra le mani e sorrise. Gli occhi fissarono i miei e per un istante ebbi la presunzione di credere che stessero ripercorrendo le mie stesse immagini. Una farfalla si appoggiò sui fiori ed attirò il nostro sguardo: immerse nello stesso ricordo di anni addietro, quando eravamo le bambine che vedo nei miei ricordi, sorridemmo entrambi. Poi la vidi congiungere le mani e guardare la foto di mia nonna, di profilo, in silenzio. Questa è l’ultima immagine che conservo di lei. (1) I sakura blossom sono i fiori di ciliegio

Eufemia Griffo

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Amici – Compagni di Viaggio di Molfy Nell'avventuroso percorso d'un'instancabile vita, ciascun va per sua strada eppur, gettato lo sguardo, altro scorge inceder a fianco. Acqua spegne arsura in gola, cibo soddisfa atavica fame, ognuno all'altro è sostegno nell'incerto proceder per orizzonti agognati. Nel silenzio di tenebra l'uno scruta avido il cielo in cerca della stella, luce e bussola per l'altro lungo il comune viaggio. In uno spazio senza tempo, nella gioia e nel tormento, come per incanto s'intreccian due storie senza mai sovrapporsi.

Molfy

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Amicizia Fanciulla di Serena Pisaneschi Nota della Direzione: I seguenti mini-racconti sono editi dall’autrice, nello spazio a suo nome, sulla piattaforma “Letture da metropolitana – Piccoli racconti da leggere tra una fermata e l’altra” (http://www.letturedametropolitana.it/). Narrano dell’amicizia vista con gli occhi dei bambini, forse la definizione più autentica e vera dell’Amicizia, quella con la A maiuscola, nel suo significato più profondo.

BIM BUM BAM VIA Paolo guardò per un attimo Mattia con lo sguardo carico di sfrontata sicurezza, Mattia ricambiò. Il sorteggio delle squadre si faceva sempre nello stesso modo: pari o dispari e chi vince chiama per primo; Paolo puntava sempre sul pari. Il pugno era serrato e pronto. La sorte era rinchiusa dentro a quelle mani piccole, così come l'assoluta e fiduciosa certezza di giocare insieme, in qualche modo. Come sempre da sette anni a quella parte, che per ragazzini di nove è una vita intera. Paolo preparò il numero nella testa e sulle dita. Bim, bum, bam, via: otto. Pari. Mattia.

L'ALTALENA Quell'amicizia era nata dalla condivisione di un momento che sarebbe stato lungo tutto il resto della loro vita. Pochi giorni per conoscersi, pochi istanti per trovarsi e cogliere l'affinità che le rendeva così simili. “Ho bisogno di uscire” aveva detto una, “arrivo” aveva risposto l'altra. Ora dondolavano sull'altalena come pazze, alla soglia dei quarant'anni; con lo stesso bagaglio andavano su e giù cercando di staccarsi di dosso qualche malumore. Ed in quel parco, alla luce della luna di agosto, si sigillava un'alleanza fresca e nuova destinata a durare nel tempo, sorretta da due cuori che si capivano davvero.

VENT'ANNI DOPO E tutti gli anni trascorsi nel frattempo non avevano lasciato nessuna traccia del loro passaggio, né nelle risate, né tanto meno nelle confidenze. Sui volti quello sì, e profondamente nel presente, ma non nelle mani che gesticolavano come d'abitudine, negli ammiccamenti al passato e nei ricordi che cementavano quell'amicizia, essendone le fondamenta. Manine da pulire, solitudini da riempire, bimbi da imboccare, bigliettini tra i banchi di scuola, gite in motorino, problemi di coppia, primi amori. Ogni cosa s'intrecciava intorno ad un tavolo come se ieri fosse oggi e tutto quello che c'era in mezzo prendeva il nome di vita.

Serena Pisaneschi

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Amiche di Elena Brilli "L'amicizia nasce dalle occasioni della vita, spesso dal destino, ma per diventare sentimento irrinunciabile necessita poi di grandi emozioni condivise, non di mediocrità affettiva…" (Paolo Crepet, “Elogio dell'amicizia”) Complicato per me definire l’amicizia, e scriverne o parlarne ancora di più. Perchè, forse più che per definire o parlare d’amore, quando si parla di amicizia ogni possibile definizione è riduttiva, si plasma sul momento della vita che si sta attraversando, si muove sulle relazioni come una danza di storni migranti, e cambia i suoi confini, nel momento stesso in cui si prova a costruirgliene intorno. Ed è per questo che le persone che definivo amiche nell’infanzia si sono perse nelle strade del mondo, non seguendo la mia, altre che hanno condiviso con me l’adolescenza o la prima maturità se ne sono andate al primo uragano in arrivo, altre ancora, adesso, vanno e vengono come la risacca del mare, che lascia conchiglie ma inesorabilmente risucchia sabbia. Se c’è una cosa che ho capito però nel percorso, che si avvia lentamente al mezzo secolo, della mia vita, è che l’amicizia, né più né meno che l’amore, si costruisce e si cementa col tempo, nel tempo e con un’infinita e inesauribile spinta a donare. Così come per l’amore, appunto, l’amicizia la ottieni, la ricevi, in misura direttamente proporzionale a quanto di te sei disposto a mettere a nudo e in gioco, a quanta amicizia, in fondo, sei disposto a donare. E, esattamente come l’amore, l’amicizia è fatta di atomi infiniti di affetto, comprensione, rispetto, vicinanza, empatia, fiducia. A differenza dell’amore, o almeno della maggioranza dell’amore con A minuscola, l’amicizia è costruita su fondamenta imprescindibili di onestà, in primis verso se stessi, e verso l’altro. Ad un amico (e dovrebbe poi essere così anche per l’Amore, quello con la A maiuscola) hai il dovere morale di non nascondere nulla di te e di non tenere niente nascosto, nemmeno i tuoi pensieri più pesanti. Un amico lo uccidi a parole, e devi essere disposto a farlo, sapendo che lo fai soffrire in quel momento, se sai che con quelle parole puoi dargli una mano, se senti che non puoi fare a meno di dirglielo, se sei consapevole che quello è l’unico modo per tendergli la mano e per tirarlo fuori dal pantano in cui la vita lo ha messo e che lui trova paradossalmente confortevole. L’amicizia si misura quindi in quante volte sei in disaccordo con i tuoi amici ma, essendo assolutamente onesto con te stesso, sai che è l’unico modo possibile, per te, di stargli vicino, di dimostrar loro il tuo affetto, di tendere la tua mano per aiutarli, avendo l’assoluta certezza che quella mano la prenderanno perché si fidano di te, perché in fondo, a loro, tu non hai nascosto veramente niente. Sarà per questo che in questo momento della mia vita, posso vantarmi di avere amici il cui numero non supera quello delle dita di una mano, ma sono assolutamente convinta che siano Amici veri, quelli con la A maiuscola, almeno fino a prova contraria… nel qual caso avrebbero da sentire uscire dalla mia bocca tutto quello che passerebbe dal cuore, per il semplice motivo che io sono Amica loro, ho scelto di esserlo e voglio esserlo, “nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia”, finché vita non ci separi, e anche oltre, se necessario. 27


E allora ecco che il miglior modo di parlare di amicizia è, per me, parlare di tre Amiche, persone eccezionali, animi meravigliosi, concentrati puri di pregi irraggiungibili per me, e difetti tremendi che strapperei volentieri a morsi dai loro animi... perché sarebbero più felici senza di essi, perché possono essere persone migliori se se ne liberassero… perché voglio loro un gran bene. G. è una donna di una bellezza straordinaria, della quale è consapevole, ma nasconde in modo altrettanto consapevole, sotto strati e strati di corazze impenetrabili che la vita le ha imposto di costruire per sopravvivere. Austera, imperiosa, perentoria, tagliente, parla sempre a voce alta, attacca, per abitudine tristemente consolidata, per difendersi da tutto e da tutti. Tiene tutti a distanza, perché forse ha capito che è l’unico modo che ha per proteggersi e non fa entrare nessuno all’interno di quei confini che lei ha stabilito sicuri per se stessa. G. ha paura, una paura fottuta di lasciare che il mondo e le persone che lo abitano possano toglierle un altro pezzo di sé, forse perché sa che non è rimasto molto di sé da offrire in pasto agli avvoltoi, e non vuole correre il rischio di perdere quello che rimane e di perdersi con esso. Ma quando io sono giù, la sua mano appoggiata sulla mia spalla, dolcemente, in silenzio, mi fa capire che lei capisce, che mi comprende, che lei sa, che non sono sola. Io e G. non siamo quasi mai d’accordo su niente. E il motivo è presto detto, io e G. siamo molto simili e allora sia io che lei sappiamo bene di essere una risorsa importante a vicenda, sappiamo di poter dare e ricevere tanto l’una dall’altra, in termini di crescita personale, e allora alziamo le barriere, perché io sono capace di entrare nella sua corazza, e lei lo sa, esattamente come io so che lei è capace di entrare nella mia. E allora ci mettiamo vicendevolmente in difesa, salvo poi arrenderci all’evidenza che niente possiamo l’una contro l’altra e ci facciamo trafiggere da quanto di buono a vicenda siamo in grado di donarci. Mi sono fatta consapevole che sono in grado di tendere la mia mano a G. e lei sa che quella mano che io le tenderei se ne avesse bisogno sarebbe forte abbastanza da sollevarla da qualsiasi mare di dolore dovesse mai incontrare e aiutarla a trarsi in salvo. E io sono assolutamente sicura che lei farebbe lo stesso per me. Lo sento nelle corde nascoste del mio animo quando la sua mano sfiora la mia spalla, a ricordarmi che, comunque vada, lei è al mio fianco. S. è una donna dolce, malinconica, insicura, che nasconde il luccichio dei suoi occhi sotto occhiali castranti e la bellezza del suo corpo sotto maglioni e tute informi. S. non si vuole poi troppo bene, forse perché nessuno è ancora mai riuscito a vedere che meraviglia di donna si nasconde sotto quei maglioni. Scrive e legge molto, e fugge, facendolo, da una realtà che probabilmente non riconosce veramente come sua, che non corrisponde più a quello che era il suo sogno di donna. Ed è orgogliosa e testarda, nel continuare a fuggire anche quando la realizzazione di quello che era il suo sogno potrebbe tornare ad essere possibile. Lei non lo vede, lei non vuole vederlo, lei fugge. Perchè S. ha sopportato il rumore troppo forte di un sogno che si frantuma e allora sogna finché il sogno non si avvicina, ma appena la distanza diminuisce e tutto potrebbe diventare di nuovo possibile, smette di sognare, tira i remi in barca e vorrebbe fuggire. Ma è coraggiosa anche, S., perché vorrebbe fuggire ma non lo fa. A modo suo, magari girata di spalle, pronta a scappare di fronte alle onde, lei mantiene la posizione, perchè l’uragano che arriva e che potrebbe rivoluzionarle la vita, lei non se lo perderebbe per niente al mondo. Perchè, in fondo, S. sogna ancora, e per me è la dimostrazione che si può continuare a sognare, nonostante tutto, nonostante noi, nonostante il male che fa. Lei mi capisce, e me lo ripete spesso. Ha la voce dolce S. quando me lo dice, e ha il potere di calmare le onde burrascose del mio animo, il suono della sua voce. 28


S. è talmente testarda e cocciuta che so che, se fosse in difficoltà, la mia mano lei la rifiuterebbe, orgogliosa com’è. Ma io so che lascerei quella mia mano lì, pronta, salda, solida, sicura, lasciando a lei la decisione di afferrarla o meno. Lei sa, anche se non vuole ammetterlo, che quella mano ci sarebbe. Infine F…. è la mia dannazione F.. Le voglio un bene dell’anima ma la strozzerei ogni minuto. Perchè F. non si vuole bene per niente, attraversa la sua vita senza mettersene al centro, senza esserne mai la protagonista. F. fa dipendere costantemente la sua felicità da altre persone, da altre situazioni, da quello che le manca o che potrebbe essere diverso da quello che è. F. vive di possibilità e di speranze, che si trasformano costantemente in disillusioni e frustrazioni e così facendo si fa del male. E’ una donna di una bellezza fuori dal comune, dentro e fuori, ma lei non la vede perché misura se stessa con l’unico metro di giudizio che viene da fuori, da altre persone, da altre situazioni, da quello che le manca o potrebbe essere diverso da quello che è. Dicono che i capelli siano uno dei tanti specchi dai quali comprendere una donna. Ecco, F. ha dei capelli bellissimi, scuri, ricci, folti, lunghi, corposi. Io li ho visti, e sono meravigliosi, ma lei li tiene sciolti solo se sono lisciati e fintamente colorati. Quando non sono “falsi” i suoi meravigliosi capelli lei li tiene legati, castrati, umiliati, nascosti. F. si costringe costantemente ad essere quello che non è, credendo in questo modo di avvicinarsi di più all’approvazione di altre persone, di altre situazioni, di quello che le manca o potrebbe essere diverso da quello che è, perché è l’unico modo che conosce per sentirsi viva. Fa male vederla così e allora la brontolo, continuamente, costantemente, cercando di scuoterla per farle capire che deve mettersi al centro della sua vita e diventarne la protagonista assoluta, che non ha bisogno di niente e nessuno perché venga finalmente fuori la meraviglia di donna che è, coi suoi capelli arruffati e bellissimi. F. è come i Paolo e Francesca danteschi, gira costantemente in un vortice impazzito e non la vede nemmeno la mia mano tesa, forse più che per ogni altra persona. E allora io so che a F. non serve la mia mano, ma bisogna che la prenda in braccio, di peso, e la porti via da quel maledetto vortice in cui ha da sempre lasciato che si infilasse la sua vita. Lei sa che io lo faccio, sa perfettamente che lo faccio ogni volta che la tratto male, lei sa che sono forte abbastanza per farlo, prenderla di peso e portarcela, fuori. E lo sa perché lei, nel momento più brutto della mia vita, abituata com’è a girare nel vortice della sua, non aveva esitato un attimo a dirmi che se ne avesse avuto la possibilità, mi avrebbe tirato fuori da lì. E’ da quel momento che io e lei siamo diventate Amiche, di quelle con la A maiuscola, e adesso è arrivato il mio turno. E, quant’è vero Dio, io la prendo di peso e ce la tiro fuori dal quel vortice, e le restituisco la vita che non ha mai voluto vivere davvero per se stessa. Ecco qua, cos’è per me l’amicizia. Un’ultima cosa… GRAZIE, bimbe belle, siete e rimarrete tre luci sempre accese nella mia vita. Ne sono pressocchè certa. Vi voglio bene. Ora lo sapete, davvero.

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Come il vino Quando siamo insieme, noi quattro, siamo come una bottiglia di vino buono. Una bella forma, un ottimo contenuto, un'etichetta accattivante, e un tappo che tiene bene. Sedute intorno ad un tavolo noi parliamo di figli, lotta, vita, diversità , lavoro, autostima, amori vecchi e nuovi, cultura, amici e futuro. E, senza bisogno di istruzioni per l'uso, il vino buono si beve insieme agli amici veri, cosÏ, come viene. Ed è tutto quello che serve per stare bene.

Elena Brilli

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Parole in libertĂ

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Agria e Gento di Antonella Fortuna Nota della Direzione a cura dell'Autrice: Quella che leggerete a seguire appartiene ad una serie di novelle ambientate in Sicilia e scritte con il preciso scopo di dare giovanissimi, sotto forma di narrazione fantastica, delle nozioni di storia, con usi e costumi aviti; di geografia, scienze ed arte; antiche tradizioni riguardanti pure i vari mestieri e il campo matematico; d'incentivare la loro creatività narrativa e poetica; stuzzicarne l'innata curiosità, invogliandoli ad approfondire le conoscenze della loro terra per mantenere sempre viva consapevolezza dell'importanza di tutto il loro patrimonio culturale.

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Le suddette furono edite nel 2000 (in versione siciliano con italiano a fronte, piccole nozioni di grammatica sicula e vocabolarietto delle parole più difficili), col titolo di “Fantasticando... nel reale”, da Terzo Millennio Editore.

Agria e Gento Agria e Gento, i capi di una mandria che stava in una terra della Sicilia di fronte all’Africa, erano cavalli veramente belli e particolari. Avevano più intelligenza degli uomini al punto che, se dapprima li aiutavano ed obbedivano loro, poi ne diventarono i padroni. Gento e tutti i cavalli maschi sapevano scrivere; invece Agria e tutte le femmine come lei sapevano leggere. Per codesto motivo camminavano sempre un maschio con una femmina, proprio come i carabinieri di Acitrezza di tanti anni fa, ma ciò non impediva loro di sapere fare tutti i mestieri degli uomini. C’era quindi il medico e la dottoressa; il maestro e la maestra; i macellai e gli avvocati, maschio e femmina; persino i tribunali Opera di Aligi Sassu

erano presieduti da due giudici: un cavallo ed una giumenta. Dimenticavo di dirvi che arrivarono anche a sapersi ferrare da se stessi! Questi animali erano così esperti e versatili perché li proteggeva Minerva, la dea della sapienza. Ella, per stare accanto a loro, si era fatta costruire una villa, molto bella e con tutte le comodità, nel vicino paese di Piazza Armerina. Un giorno però i piazzesi, quasi d’improvviso, si trovarono senza case, terre, lavoro e soldi: i cavalli si erano impadroniti di tutto ciò che c’era! A questo punto furono presi da una gran paura e, credendo che le bestie fossero indiavolate, scapparono via lontano. Si fermarono sulle rive dell’Ànapo, "il fiume che non si vede" (in greco antico: ànapo = invisibile), il quale si getta nel porto di Siracusa, proprio perché, se fossero stati in pericolo, se ne sarebbero potuti fuggire da quella parte. Inoltre, superstiziosi com’erano, attorno alle loro case vi piantarono tanti alberi di pioppo. Villa del Casale con la copertura realizzata su progetto di Franco Minissi nel 1957 per proteggere i mosaici (da Wikipedia)

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“Ma perché proprio questi alberi?”, vi domanderete. Primariamente perché il pioppo era dedicato ad Ercole, il dio della forza, e quella gente pensava che, nel caso di un combattimento, Ercole avrebbe vinto Minerva; secondariamente perché, essendo il suo legno molto resistente, ne avrebbero potuto fare spade, pugnali, lance ed ogni specie di trappole. Agria e Gento si volevano tanto bene e, da quando da quella bella terra se n’erano andati gli uomini, si sentivano liberi e felici di vivere senza che nessuno comandasse loro questo e quello o li uccidesse per farne carne da macellare. Minerva li andava a trovare spesso e tale spettacolo aveva qualcosa di magico: ella si partiva dalla sua meravigliosa villa e, cavalcando una giumenta bianca dalla coda argentea, volava sopra ad una nuvola nella quale cantava e suonava un’orchestra mai vista da nessun mortale; inoltre teneva con sé un ventaglio al quale, ogni volta che si sventagliava, poteva chiedere di trasformare o far Il fiume Anapo nel punto dove sfocia in mare

apparire ciò che avesse voluto. Questo fatto miracoloso si verificava sia che si trattasse di luoghi, persone o animali: insomma la scena poteva mutare! Minerva, si sa, come tutti gli dei, amava la musica e, mentre viaggiava per l’aria sulla nuvola, sventolava quel ventaglio e…: ora comparivano usignoli, oppure canarini e cardellini, poi cinciallegre, tortore e pavoni che davano un aspetto artistico a quella bella compagnia. Con l’ultima sventagliata la dea, di solito, si faceva ricantare tutto il concerto dai pappagalli che erano i registratori dell’antichità. Tra tale atmosfera incantata quindi Minerva si posava nel suo tempio, posto in un altopiano, e si preparava ad assistere alla corsa che i cavalli organizzavano per farle festa. Statua di Ercole al Palazzo del Melograno (Genova)

La competizione infatti si svolgeva nella vallata sotto il monte ed il vincitore, in premio, sarebbe diventato per un anno l’unico cavallo preferito dalla dea. Ma gli abitanti di Piazza Armerina, che si erano rifugiati in prossimità dell’Ànapo, non si erano dimenticati della loro terra. Loro stavano sempre ad aspettare l’occasione favorevole per potervi ritornare ed in una di tali manifestazioni la colsero al volo! Si nascosero tra gli anfratti e la vegetazione della timpa di quella montagnola e, mentre le bestie stavano a girarvi attorno come in una giostra, le uccisero tutte a colpi di lance. Naturalmente tranne Agria e Gento che, essendo i capi, sedevano al fianco di Minerva, ai posti d’onore. Allora il dio Ercole venne in aiuto agli uomini e, forte com’era, spostò i pilastri che sostenevano la travatura del tetto del tempio, seppellendo ogni cosa. Minerva, dettaglio del Trionfo della virtù di Andrea Mantegna(1499-1502)

Ma Minerva, che era una dea ed aveva il dono dell’immortalità, uscì fuori illesa da quelle macerie e si mise a cercare il ventaglio per sventolarlo e salvare i suoi amici. Però, subito, si dovette accorgere che era successa una disgrazia ben più grande: quel bell’oggetto prezioso non esisteva più, era completamente rotto e schiacciato! “Che posso fare? Come riparare a questo disastro?”, si diceva dunque la dea mentre si assicurava se qualcuno dei suoi amati cavalli fosse stato vivo!

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La tristezza le fece scendere due lacrime grossissime come ceci e, tranne il minuto di felicità in cui vide che Gento era salvo, il suo pianto andò ad aumentare. Infatti le si parò davanti l’immagine di Gento, inginocchiato sotto un albero, al fianco della sua cara Agria che ormai era prossima a morire. Quando Agria spirò, Gento fissò Minerva e le disse queste parole: “Il mio cuore non potrà più battere per nessuno e questo dolore così cocente sento che mi condurrà alla morte. Ti prego, o Minerva, non per me, ma per lei, per la compagna che ho amato più della mia vita, fai rimanere vivo il suo nome per l’eternità.”. Infine, anch’esso s’abbatté al suolo e morì. La dea quindi, accarezzando la povera giumenta, s’avvicinò all’albero sotto il quale era morta e lo toccò: sui suoi rami spuntarono tanti fiorellini rosa, chiari e talmente graziosi e delicati da sembrare di porcellana. Improvvisamente, tutta quella vallata si riempì di questi alberi meravigliosi, detti mandorli, i quali, d’allora in poi, ancora oggi fioriscono ogni anno in primavera, in ricordo di Agria. Infine Minerva, prima di andar via da quel territorio, lo battezzò con il nome di "Agrigento": volle eternare sulla Terra i nomi e la fama dei due amati cavalli affinché potessero continuare a vivere la loro vita, anche nell’aldilà, uniti per sempre. Subito dopo avere adempiuto la sua promessa Minerva ritornò sull’Olimpo, dimora degli Dei greci, e passò molto tempo prima che si potesse riuscire a vedere nuovamente un sorriso sulle sue labbra! Rami di mandorlo in fiore Saint-Rémy, febbraio 1890 - olio su tela 73,5 x 92 cm – Van Gogh Museum, Amsterdam

Amici miei, sento di dovermi scusare con voi se questa novella vi avesse intristito anziché fatto sorridere: così è la nostra vita, ora gioia ed ora dolore, ed è bene che la cominciate ad accettare! Valle dei Templi – Agrigento

Antonella Fortuna

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L’uomo che amava le donne brutte di Angelo Pio Villani “Perché lo fai?” Già….perchè lo facevo? Cosa avrei dovuto rispondere alla semplice domanda che il mio migliore amico mi poneva per l’ennesima volta? L’ennesimo…”non puoi capire”? Come avrebbe potuto infatti comprendere quella voglia irrefrenabile di cliccare su quei volti, nella vetrina di un chat per incontri, che tante volte mi era sembrata, nell’immobilità di quelle facce con sorrisi tutti uguali, una sorta di cimitero virtuale? Ma non era certo quello il vero problema. La colpa era stata di Luisa, e dei due scampoli di cielo che riempivano i suoi occhi. Uno scambio casuale di sguardi al mare, tre anni prima, una delle tante volte che compiaciuto della compagnia di me stesso, cercavo ristoro nella solitudine. E i suoi due occhi che mi avevano trapassato, bellissimi e spietati, per raccontarmi in silenzio tutto il dolore dell’amore desideroso di traboccare. Ricordo distintamente il sorriso abbozzato con cui tentai di schermirmi quella mattina e il turbamento nel sentirmi indifeso davanti a quella silenziosa ma chiara richiesta di affetto. Quel giorno capii quanto ero debole. Una battuta sul vento che mi scompigliava i capelli (sono completamente calvo), l’invito a prendere un caffè al baretto della spiaggia, i convenevoli di rito…e poi….la prima uscita. Il primo bacio. Il primo “ti amo”. E poi l’incontro con la mia comitiva di amici, gelati dalla vista di quella ragazza accanto a me. Sì, Luisa era brutta, maledettamente brutta. Non sono un adone, ma fino a quel momento, avevo avuto accanto a me donne davvero belle, forse anche troppo; ero brillante, sapevo farle ridere, ed in quanto a vivacità neuronale non temevo confronti. E dunque compensavo la normalità del mio involucro con l’eccezionalità di una mente arguta, l’indipendenza economica che non guasta mai, l’eloquio raffinato, le mie citazioni in latino che mi facevano apparire ultraterreno. Quella sera a cena tutti furono educati e si sforzarono di mantenere un contegno distaccato: ma mi sembrava di leggere a caratteri cubitali i pensieri dei miei amici e delle loro compagne, divisi fra stupore e disgusto. Il giorno dopo, ineluttabile, mi aspettava il confronto con Ciro ed Ambrogio: il primo mi chiese se avessi qualche perversione, il secondo era certo che avessi fatto una scommessa con qualcuno: entrambi non riuscivano a capacitarsi di una disparità simile e si dissero sicuri che, anche se ero reticente, avrebbero scoperto il motivo di una scelta tanto incomprensibile. E finii, dopo qualche volta, per non uscire più con loro: erano iniziati i commenti assassini su Luisa, che fortunatamente lei non coglieva. 35


Ma il confronto vero rimaneva quello con me stesso: perché lo avevo fatto? E la risposta che mi ero dato era rimasta custodita negli anfratti più remoti del mio sentire: mi ero innamorato della voglia di amore di Luisa. Non so come spiegarlo, ma quasi mi dispiaceva che Luisa non potesse essere mai amata da nessuno per quanto era brutta; era giusto che almeno una volta nella vita sentisse il calore delle mani di un uomo, ne condividesse i respiri, ne gustasse gli abbracci. Ed io, quasi come un filantropo d’altri tempi, mi prestavo a quella che poteva apparire un’opera caritatevole. E dunque era compassione o amore? Perché c’è una grande differenza fra compatire ed amare. Non è però, forse, la compassione una delle forme più grandi di amore? Compatire nel senso di condividere la sofferenza, nell’amore dell’altro. Sì, lo so, forse sono pazzo. O pervertito, come pensava Ciro. E poi, in fondo, consolavo inconsciamente me stesso dicendomi che nessuna donna, nessun essere umano è davvero brutto. Ma quel piacere di poter essere io, proprio io, il motivo della felicità di Luisa, l’unico a potergliela regalare, mi riempiva il cuore, mi appagava e mi rendeva a mia volta felice. Certo, lei sapeva che prima o poi sarebbe finita, me lo accennava sottovoce quando la stringevo a me, godendo della luce dei suoi occhi sereni, e lo sapevo anche io. Dopo qualche mese la magia strana di quella empatia svanì ed io temetti le conseguenze di quanto stava per succedere; avevo il terrore che la sofferenza del distacco sarebbe stata per lei altrettanto grande quanto l’amore inaspettato che aveva per la prima volta colorato la sua vita, ma fu proprio lei a porre fine al nostro rapporto, desiderosa di conservare inalterato per sempre il sapore di quel nettare sconosciuto. Nell’ultimo abbraccio, la sera, sotto casa sua, ci fu il silenzioso tributo ad un amore impossibile ma eterno. E da allora sono qui, a cliccare sui volti di questo cimitero virtuale: scelgo i visi più anonimi ed a volte sgradevoli, quelli che sono certo non colpiscono alcuno, se non qualche pervertito o qualche disperato, e poi parto, specie per i posti più lontani, così non devo rendere conto a nessuno. E conosco altri occhi, desiderosi di amore mai provato. Continuo a compatire. O forse ad amare, con tutto me stesso. Ed a sentirmi amato. “Perché lo fai?” continuano a chiedermi, vedendomi partire. Non so rispondere. Ma sono felice così.

Angelo Pio Villani

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Dicono tutti così di Antonio Viciani Nota della Direzione: Antonio Viciani è nato a Firenze il 14 04 1966, scrive narrativa breve, fiabe e sceneggiature per cortometraggi. Ha diretto L’Eco di Arkham per Ed. Stratelibri (MI). Nel 2010 vince: il Premio Nazionale di Narrativa Edoardo Leo (Bari), il Premio Antonio Bruni (Manduria). Risulta secondo classificato al Premio Letterario Giovane Holden e al Premio Marguerite Yourcenar. Nel 2014 vince la pubblicazione nell’Antologia Scrittori in carrozza (Ed. Ponte alle Grazie, MI) Nel 2015 vince il concorso letterario Le parole nel cassetto (FI), il Premio Letterario AVIS (LU) e il Premio Letterario Pianezza 2015 (TO). Risulta secondo classificato al Premio del Tigullio (GE) e riceve segnalazioni, menzioni e posizionamenti entro il quinto posto ai concorsi L’incontro (Bg), Il racconto nel cassetto (Villaricca), Pegasus (Cattolica), Tuttiscrittori (Coarezza), Città dei bambini (Pistoia), Il Giardino di Babuk (Roma), Premio San Lorenzo (Sesto Fiorentino). Nel 2016 vince il premio Nuovi Amici di Arnaldo Giovannetti (Viareggio), secondo classificato a Uno sguardo nuovo sul Mugello (Scarperia-FI), terzo classificato al Premio Lupo (Volturino, FG), Premio degli organizzatori al Premio Giubbe Rosse (Firenze) e menzione speciale della giuria al Premio La Città di Murex (Firenze). E’ finalista a Il Giardino di Babuk (Roma) e finalista pubblicato in antologie tematiche con Racconti Toscani (Historica Ed.), concorso Mondo Artigiano (Confartigianato Como Lecco), concorso Sorella Africa (Monterotondo), quinto e pubblicato al concorso Racconti fra le nuvole del mitico Historical Aircraft Group. Pubblicazioni (nessuna a pagamento) - Briciole nel letto (Ed. Montedit, Milano 2012); - La Campanella, racconto in Scrittori in carrozza (Ed. Ponte alle Grazie, Milano 2014); - Il riflesso di Fahad sul candelabro d’argento, (Ed. Le Murate, Firenze 2015); - Sto parlando con te (Ed. Cartaepenna, Torino 2016) E venti racconti fra raccolte tematiche e antologie di premi letterari, fra cui: - E tu, hai chiamato la polizia? Racconto nell'antologia Gialloscuro (Ed.Cartaepenna, Torino 2016) - Raggi di sole, racconto nell'antologia In bicicletta (Del Bucchia Ed., Lucca 2016) E-book - Il colonnello Kurtz racconto nell’e-book Yeleen, Luce in Tanzania (Ed. Wizard & Blackholes)

Dicono tutti così Nonostante le piacesse giocare con il suo aspetto, la Morte scelse un abbigliamento sobrio, travestirsi era uno dei piccoli piaceri che si concedeva. Lo faceva da qualche tempo, aveva iniziato così, un po' per caso e un po’ per noia. Si era chiesta a volte il perché: dopotutto non faceva alcuna differenza per chi doveva lasciare il mondo terreno ma Lei pensava che, in certi casi soprattutto, poteva rendere quel momento memorabile, sempre che una memoria restasse a chi lasciava la vita. ** 37


Il giudice sedeva sulla sua poltrona preferita, un libro in mano, la moglie fuori per la spesa. La Morte gli sedette accanto, alla luce di un abat-jour di stoffa verde pallido con la trina sul bordo. Si mostrò in forma di donna, in un elegante tailleur nero con una semplice spilla bianca sul bavero. Il tempo era fermo, come sempre quando faceva visita a qualcuno. L’uomo di legge, assopito da poco, aveva la testa reclina sul mento e un filo di bava gli colava dall’angolo della bocca. Non era ancora morto, adesso toccava a Lei. Giudice – lo chiamò. Le labbra dell’uomo non si mossero ma lei lo sentì parlare. Il vecchio capiva chi aveva al fianco; tutti lo capivano, al momento giusto. Sei già qui? – le chiese stupito. Lei non rispose, che bisogno c’era? Ma è troppo presto – aggiunse l’uomo - forse c’è un errore... non sono pronto. Dicono tutti così. Nessuno lo è mai, giudice. Fosse per voi sarei disoccupata. Si ma... io devo fare ancora un sacco di cose e poi sono appena andato in pensione – rimase un attimo sospeso - e Bea? Che ne sarà di lei? Tua moglie? Farà come tutti, giudice, non preoccuparti, tirerà avanti anche senza di te. Ti prego, aspetta, che ti cambia? Ancora un anno solo, poi non protesterò. Ecco perché volevo parlarti, e non lo faccio con tutti, sai. Temevo che sarebbe andata così ma da te, che in fin dei conti mi sei quasi collega, mi aspettavo maggiore dignità, giudice. Tu che hai emesso tante sentenze, spesso anche dure e alcune volte scomodando persino me, adesso chiedi qualcosa che hai negato ad altri. Non è coerente né elegante, sai?! Elegante? Di che parli? Chi se ne frega dell’eleganza! – poteva sentire tremare le vene dell’uomo Solo qualche mese, allora, non chiedo molto, poche settimane, Morte, dammi almeno questo – adesso la voce del Giudice, incrinata, si piegava stridula nella stanza. La Morte si sentiva delusa, avrebbe sperato almeno in lui, così inflessibile, di trovare una risposta consapevole. Lo guardò come un giocattolo scarico, gli sfiorò il capo e tutto fu finito. ** Il lavoro della Morte non conosceva pause, non poteva concedersi battute d’arresto, dimenticò l’accaduto e riprese a curare i suoi doveri con la consueta diligenza. Nei mesi successivi visitò altre persone. Raramente si presentava ma solitamente non proferiva verbo e se le portava via come le buste della spesa. Ogni volta vestiva in modo diverso, perché questo era il suo unico piacere e non difettava per fantasia né lesinava sforzi per ottenere il meglio. Spesso aveva di che congratularsi con se stessa per l’ottima riuscita di questo o quel travestimento e specialmente per la naturalezza con otteneva tali sorprendenti risultati. L’unico neo di questa sua grande passione era la solitudine. Nessuno di coloro per i quali profondeva tutti questi sforzi rimaneva colpito o le mostrava apprezzamento. Un giorno le capitò un artista, un rocker molto noto, famoso per le sue performance; decise di vedere se almeno lui avrebbe saputo apprezzare il suo lavoro. Si chiamava Johnny Death, quasi un omonimo, pensò la Morte. Sul palco prendeva a morsi i volatili, sfasciava chitarre, frustava fans presi dal pubblico e creava coreografie che lo stesso Satana avrebbe invidiato. La Morte fece uno strappo alla regola: secondo il programma avrebbe dovuto trovarlo riverso in terra accanto al letto, a fine nottata, ma non le sembrava carino per un tipo così, per cui non trovò troppo grave anticipare di qualche ora il decesso e visitare il suo ospite nel culmine di uno show. -

Cazzo, potevi farmi fare almeno l’ultima scopata, però. E’ troppo presto! - disse appena la vide. Dicono tutti così. In questo caso però hai ragione. Ho deciso di favorirti ma per farlo ho dovuto anticipare di qualche ora. 38


Alla faccia del favore! – esclamò quello. Lei si era agghindata completamente in bianco, con una cresta viola e un mantello rosso tanto grande che pareva un paio di ali aperte. Aveva il viso truccato del colore dei capelli, le labbra nere con un grosso paio di canini da vampira e l’aspetto fisico di Caterine Zeta Jones. Dal balconcino di pizzo esplodeva un seno prosperoso in bella vista e uno sbuffo di fumo nero le aleggiava tutto attorno. Ai suoi piedi, legate a una catena d’oro, ringhiavano una tigre albina come la neve e una pantera nera come il peccato. Scosse le catene per fare scena, le belve si agitarono. Johnny il momento perfetto è questo, credimi – gli disse con una voce androgina – non sei contento di morire sul palco, al culmine del successo, offrendo ai tuoi fans uno spettacolo unico e irripetibile? Ma sei scema? No, cazzo! Chi se ne fotte dei fans? Anzi, le vedi quelle due in prima fila? Dovevano venire per l’autografo nel camerino a fine spettacolo e non le avrei messo in mano solo la penna ma invece, per colpa tua, me le perderò. Johnny, avresti preferito finire con un colpo al cuore durante la notte, da solo, seduto sul bordo del letto, come uno qualunque? Se si tratta di qualche ora in più si, accidenti. La Morte si sentì delusa ancora una volta. Johnny devo chiederti una cosa. Che ne dici del mio aspetto? Te lo immaginavi così? Eh? Il tuo aspetto?? E che me ne fotte, tanto sei comunque una merda! Naturalmente la Morte non si aspettava di essere bene accolta ma questo esagerava proprio e non meritava le attenzioni che gli aveva riservate, poco ma sicuro. Bene, disse, allora farò come chiedi, verrò più tardi. Lo lasciò così e cambiò copione, decise che un’eccezione per quel cafone si poteva fare. Tornò a trovarlo dopo il concerto, in camerino, mentre si trastullava con le sue fans e lo toccò giusto un momento prima dell’ultimo orgasmo, rendendogli la fine ingloriosa che meritava. Lo trovarono in tarda nottata, solo e con le braghe ai piedi, le fans erano scappate terrorizzate, la band si ubriacava altrove e Johnny Death giaceva riverso in una pozza di piscio ed escrementi nell’abbraccio gelido del rigor mortis. ** La Morte lasciò perdere quelle stranezze e riprese il suo lavoro in modo metodico ed efficiente ma, qualche tempo dopo, si scoprì di nuovo pensierosa. Non poteva darsi pace perché non riusciva più a svolgere il suo lavoro con il distacco di sempre. Che le sue performance non fossero capite da nessuno era ormai un dato di fatto ma cominciò a pensare anche ad altro. Il fatto che fossero così ostinatamente attaccati alla miseria della vita la disturbava sempre più. Non era suo compito valutare chi dovesse morire e chi no, Lei era solo un’esecutrice e questo le andava benissimo ma le era montato il desiderio di trovare qualcuno che l’accogliesse diversamente. Ci rifletté a lungo e infine scelse qualcuno che aveva deciso di morire. L’uomo era in un autobus, si reggeva ai sostegni ma pensava ad altro. Mise la mano in tasca e attivò il detonatore. Lei lo congelò in quell’attimo, si fece largo fra la gente e gli si parò davanti. Non aveva resistito alla sua tradizionale mascherata e si presentò vestita come un religioso, un uomo magro, con una lunga barba bianca, del resto la religione era stata la molla che aveva portato il suicida alla decisione fatale. Eccomi, dunque, mi hai cercata con grande determinazione. Sono qui. L’uomo la squadrò perplesso, nonostante sapesse bene chi era, e parlò. Tu... tu saresti la morte? In persona, o qualcosa del genere. Ah. Veramente non mi aspettavo uno così, non sei neanche una donna. Una donna? E che ti importa? Ti uccidi per la religione, no? 39


-

Si ma... le quaranta vergini? Ah, quelle? L’hai fatto per quelle? No, no, ci mancherebbe, però mi aspettavo un giardino di delizie, qualcosa di bello insomma, invece tu... Vuoi dire che ci hai ripensato? Mmmh sì. Se le cose stanno così non voglio morire. La Morte non rispose, lo sfiorò e lasciò che l’esplosione lo smembrasse. ** Era stanca, non si era mai sentita così stanca. Gli uomini erano troppo stupidi, troppo insignificanti, troppo superficiali per essere degni delle sue attenzioni. Giurò a se stessa che l’avrebbe fatta finita con le mascherate, non meritavano i suoi sforzi. Si sarebbe dedicata al lavoro come aveva fatto sempre, una visita immediata e via, niente più assurde conversazioni. Rimase fedele al suo proposito per molto tempo e le cose ripresero la piega giusta. Le rimaneva però un fastidio, come il segno di una cicatrice che non fa male ma finisce che ci passi il dito continuamente perché sai che sta sempre là. Non ci fece caso, dapprima, anzi si sforzò di non farci caso ma le montò ancora la curiosità fino a che dovette fare un ultimo strappo alla regola: visitò una donna che aveva dedicato tutta la vita agli altri e moriva assurdamente per un banale errore. Si trovò davanti una figura minuta dai capelli bianchi, vestita in modo dimesso, con un semplice abito blu. Aveva tanti progetti da realizzare: una famiglia, un nipotino in arrivo e la pensione ormai a un passo, per riposarsi finalmente da una vita di lavoro. Una morte ingiusta oltre che stupida, senza dubbio. Non era suo compito giudicare, lo sapeva, ma questa cosa, per la prima volta, la infastidì. Decise di fare due parole con quella donna e come non faceva da tempo lasciò perdere i travestimenti, aveva solo voglia di capire. Sono qui per te, donna. – le disse solamente. E io per te, Morte. Non hai paura? Si Si e basta? Si, che devo dire? Che non vorrei? Servirebbe? Non credo, dimmelo tu. Hai ragione, non servirebbe. Che altro dunque? Prendimi. Ma tutte le cose che vorresti ancora fare? Come puoi rinunciare con tanta tranquillità? Forse non ho capito bene. Sei la Morte o no? La Morte rimase a pensare a quella domanda, non era più tanto sicura della risposta. La donna non le dette tregua. Non sembri la Morte, chi sei allora? Un angelo? No, no – rispose Lei con una malferma sicumera – sono proprio io, sono qui per portarti via, donna. Strano, sembra che tu sia qui per torturarmi con questi discorsi. Beh, se devi prendermi fallo e basta, oppure sei una sadica e vuoi divertirti a farmi soffrire? Io? No, che diamine, faccio solo il mio lavoro, nient’altro. E allora fallo. Ma facciamola finita, Morte. Posso farti una domanda? Ancora!? Se ti dessi altra vita che faresti? Quello che ho fatto fino ad oggi – rispose la donna. 40


Tu hai fatto solo del bene, a quel che so. Può darsi. Anzi si, almeno quello ho cercato di fare. Non ci sono riuscita sempre, però. La Morte improvvisamente perse il suo slancio, non l’interesse, solo lo slancio, era come se qualcosa le si fosse rotto dentro e le parole se ne scappassero dalla mente come sangue dalle vene. Sto pensando che forse non è giusto. Che? La tua fine, donna, non è una cosa giusta. No, proprio non lo è, altri la meritano molto più di te ma io dovevo venire adesso. Non vorrei, ecco. Stavolta non mi va. Hahahha! Che ridi? E’ un peccato, accidenti! Cosa? Non poterlo raccontare a nessuno! Sai le risate dei miei amici? Me ne direbbero di tutti i colori, me l’immagino... “nemmeno la Morte lasci in pace, sei la peggio!”. Beh, Morte, almeno ci facciamo quattro risate. Ti succede qualche volta? No, no, che dici! Sono la Morte, nessuno mi vuole, figurati ridere con me! Beh fanno male, sai. Dopotutto da quando si nasce sappiamo che dovremo morire e che prima o poi verrai a trovarci, nessuno può sfuggirti e visto che le cose stanno così, tanto vale. La pensassero tutti come te! Ma non ti piace quel che fai? Una volta si, cioè no, insomma non me ne fregava nulla, facevo il mio dovere e basta, senza pensarci tanto su ma adesso è diverso, non so perché. Mi scopro a pensare che a volte non vorrei prendere alcune persone e finisco per chiedermi se davvero non sto commettendo una ingiustizia. Ci sono persone che dovrei prendere prima e non lo faccio, e altre che farebbero meglio a stare di più dove sono e invece devo portarle via. Come con me? Si, come con te. Mi sto chiedendo se è giusto o no. Mah, tutta questa conversazione è assurda, Morte, sei tu che decidi? Veramente no. E allora fai bene così, secondo me. Perché preoccuparsi della giustizia nella morte quando è solo una parte dell’ingiustizia nella vita? In che senso? Si può nascere ricchi o poveri, malati o sani, amati o odiati e via discorrendo. La prima ingiustizia viene molto prima di te e si protrae lungo tutto il corso della vita, tu ne sei solo una parte, la tappa conclusiva, sei solo un punto nella linea della vita. Per questo secondo me non devi prendertela troppo: non sei, in fin dei conti, così determinante, come non lo sono gli anni che non viviamo. Salvo alcuni casi abbiamo avuto tutto il tempo di capire come stare al mondo e non saranno poche ore, giorni o anni a fare la differenza. Mi stai facendo scoppiare la testa, donna. Sei tu che hai voluto parlare, Morte, per me non serve, ho le idee piuttosto chiare. Hai ragione, non fa una piega. La Morte rimase in silenzio per un bel pezzo, infine alzò la mano per sfiorare la donna ma non concluse il suo gesto. Vorresti vivere ancora? – le chiese. Si, certo, chi non o vorrebbe? E sia. 41


Dette queste parole la Morte scomparve e la donna dimenticò ogni cosa. La Nera Signora aveva infranto la regola prima, non aveva completato la missione ma stava bene, per la prima volta provava una sensazione nuova, che qualcuno più esperto avrebbe chiamato felicità. Cominciò a creare travestimenti nuovi e coloratissimi, ne fece di ogni dimensione, in fogge originali, con tagli impossibili come uccelli in volo o mostri marini, si circondò di profumi, di animali bellissimi e creò attorno a se un mondo nuovo. Poco alla volta s’immerse nella sua creazione e lasciò perdere il proprio lavoro. ** Qualche tempo dopo, sulla riva di un ruscello incontrò una donna. Ah, sei qui. – fece quella. Chi sei? Hai una sagoma familiare- le rispose. La donna aveva la testa coperta, scosse il velo e rivelò il volto stesso della Morte. Come uno specchio le due figure si confrontavano rispecchiandosi in quell’Eden. L’acqua sotto di loro rifletteva una sagoma vestita di piume di pappagallo e una avvolta in un sudario nero, con la falce in spalla. Sono venuta a prenderti. Ma io sono la Morte! Anch’io, non vedi? Che storia è questa? Non puoi prendermi, io sono la Morte, non sono viva e non posso morire. Hai mai incontrato la Morte prima d’ora? No Ecco, vedi, è perché adesso provi dei sentimenti, sei viva e dunque puoi morire. Ma io non voglio morire, ho un sacco di travestimenti da fare, creature da inventare, altri mondi da creare! Dicono tutti così, nessuno è mai pronto, Morte, dovresti saperlo. Se fosse per chi visito sarei disoccupata. La Morte improvvisamente credette di capire gli esseri umani, il loro attaccamento alla vita, la loro sensazione di incompiutezza e rimpianse di non aver parlato di più con la donna che aveva risparmiato. Lasciami almeno creare l’ultimo travestimento, ti prego! Che differenza fa? Morirai comunque. Solo l’ultimo, che ti costa? No – rispose la figura nera e allungò il braccio per toccarla ma nell’ultimo istante, proprio mentre la sfiorava, vide che le piume erano scomparse e di fronte a lei si accasciava senza vita una donna minuta, dai capelli bianchi, vestita in un semplice abito blu.

Antonio Viciani

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Consigli per gli acquisti: “LECHITIEL” di Andrea Bassani Intervista all’autore di Samuele Liscio

1)

Prima di addentrarsi nei meandri di questa raccolta d’esordio vorrei chiedere al nostro autore quando

e dove nasce la passione per il linguaggio poetico. La passione per il linguaggio poetico nasce nel 2003, non come una passione ma come una necessità. Per caso, sempre che il caso esista, inciampai a quel tempo in un libercolo di poesie, donatomi da un’amica, di quella che divenne la mia prima madrina poetica. Successivamente, ma solo molto più tardi, la necessità lasciò il posto alla passione.

2)

Davide Rondoni sostiene che “la poesia mette a fuoco la vita”: mi permetto di dire che la sua raccolta

sembra dargli ragione soprattutto se si considera la prima parte del libro; cosa ne pensa ? La poesia mette a fuoco la vita, sviscera i ricordi e, soprattutto, li bonifica dalle paludi, dalle fanghiglie, dalle sabbie mobili. Solleva la torba e la sostituisce con i colori.

3)

Con “Il cantico della bellezza” la sua poesia riesce a toccare un tasto veramente dolente

dell’esperienza umana: l’attrazione per l’insostenibile. Mi sbaglio ? No, non ti sbagli. La bellezza è insostenibile perché è qualcosa che prende senza dare e il suo dare è comunque nocivo; non cura anzi ferisce, offende, mortifica. È un dare che porta a sé: è un finto dare. La bellezza è una ladra travestita da prete.

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4)

In questo suo lavoro a quali poeti o scrittori in generale si è ispirato maggiormente ?

Non ho concepito questo poema come un lavoro: nasce insieme a un istinto di sopravvivenza e diventa cosciente nel suo svolgersi , nel suo compiersi. Il lavoro poetico inizia solo a opera compiuta in quella che è la scrematura dei versi, la levatura del più. Rivolgerò la tua domanda a lettori e critici letterari. E tornerò con la risposta.

Chi è Andrea Bassani?

Andrea Bassani nasce a Bergamo il 17 novembre 1980. Trascorre un’infanzia agiata e parte della sua giovinezza con la famiglia. Si diploma geometra alla “Leonardo da Vinci” di Bergamo e inizia a lavorare nell’azienda del padre. Improvvisamente la sua vita è attraversata da una profonda crisi depressiva che non solo gli crea un senso di vuoto, ma anche una totale mancanza di desideri. Ogni gesto, ogni azione gli sembra inutile e priva di alcun significato al punto da avvicinarlo all’alcool. Due incontri però saranno provvidenziali, tanto da rendere la crisi di cui sopra totalmente reversibile. Il primo consisterà nella conoscenza di un padre spirituale che gli farà scoprire i valori fondamentali della religione cristiana, il secondo sarà un libro di poesie ricevuto in regalo. L’autrice di tal libro è Alda Merini, la cui lettura sarà come una fonte d’acqua sorgiva capace di dissetarlo all’istante. Andrea Bassani ha il suo primo vero incontro con la poesia, fino a quel momento per nulla considerata nei suoi valori esistenziali. Si reca a conoscere Alda Merini a Milano, che incontrerà più volte nel suo appartamento sui Navigli, e a cui sottopone la sua prima raccolta di versi “Amore Androgeno” (edizioni IMEDEA). La poetessa Merini rimane particolarmente impressionata e incuriosita, e mostrerà un affetto quasi filiale nei confronti di Bassani. Lo congederà con il propiziale augurio “continui su questa strada”, tanto che Bassani si avvicinerà più fortemente alla poesia, vivendola come una fede ricevuta dall’alto. Da quel momento si dedicherà interamente alla composizione di versi dentro i quali sublima il suo vuoto interiore e riesce, anche grazie all’entusiasmo nello studio della letteratura, a superare ogni possibile crisi. Nel 2006 incontra Alberto Casiraghy col quale edita la plaquette “Mare” (Pulcinoelefante) con un disegno di Giacomo Pellegrini.

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Poco dopo incontra Arnoldo Mosca Mondadori, allora curatore dei più importanti lavori della Merini per i tipi della Frassinelli, ed è proposto alla stessa Frassinelli per una prima pubblicazione. Purtroppo, per motivi commerciali, la commissione interna respinge. Riceve invece una lettera di critica letteraria positiva da Mons. Gian Franco Ravasi, che inserisce nel fondo bibliotecario ambrosiano la raccolta “Amore Androgeno”. Nel 2007 lascia famiglia, lavoro e amici, per trasferirsi dal suo direttore spirituale a Pistoia, dove tutt’ora vive. Qui si dedica allo studio delle filosofie orientali e al volontariato. Dal 2011 partecipa a diverse manifestazioni culturali sul territorio toscano, collaborando con autorevoli poeti e saggisti italiani. Il più riuscito ciclo di conferenze è “Eros ed Erosione”, in cui sono state prodotte e lette poesie sulla bellezza dell’innamoramento ma anche sul travaglio interiore che spesso l’amore procura. In questo periodo presenta, presso il comune di Pistoia, il “Cantico della Bellezza”, in cui la divinità della bellezza dà manifestazioni di cinica indifferenza, lasciando una tristezza mista a sconfitta in coloro che di lei si erano innamorati (bellissima la metafora in cui la bellezza è paragonata alla luce arti ciale dei lampioni nella notte, contro i cui plafoni si schiaccia, perdendo la vita, una moltitudine di insetti). Tale cantico verrà successivamente inserito in questa nuova raccolta di poesie, in cui è più ampio il velo di pietas che avvolge tutti i versi. Non a caso Lechitiel è il nome dell’angelo che consolò Gesù nel giardino dei Getsemani e che è sempre vicino a coloro che vogliono tentare il suicidio.

Samuele Liscio

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‘Na palora sula di Antonella Fortuna Si ti putissi ancora diri ‘na palora, scrivissi, ‘a tagghiu ‘a rina di lu mari, ‘m puemu: ‘a musica ‘a pigghiassi ‘i l’ unni soi; l’urchestra, ‘i trummi e ciati, sunnu di li genti soi e la bacchetta appoi… sì, furriassi… spingiuta di la forza ‘i l’ecu re’ muturi! Su tu putissi ancora diri ‘na palora…. e puta casu ‘na corda si sintissi ‘m po’ stunata….: pi fari ‘a sirinata ‘o Bamminellu, ca nun si vò quietà, tu cci pigghiassi a Diu ‘n filuzzu d’oru cu cui ggiustassi ‘a corda a dd’arpa,

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ca ‘n’angilu sunava, e tuttu fussi prontu, ‘n’autra vota, a risunar ddu cantu ca, di li tant’anni, tu tu sarbavi ‘n cori spittannu ‘i fàricci sièntiri, o’ Signiuri, lu megghiu cantu ca mai si cci putissi sunari…, chiddu ca purta ‘a ‘nzinga di l’ AMURI!

Traduzione: “Una parola sola” Se ti potessi ancora dire una parola, scriverei, sulla sabbia vicino al mare, un poema: la musica la piglierei dalle sue onde; l’orchestra, le trombe e i fiati, sono della sua gente e la bacchetta poi… sì, girerebbe… spinta dalla forza dell’eco dei motori! Se tu potessi ancora dire una parola… e per caso una corda si sentisse un po’ stonata… : per fare la serenata al Bambinello, che non si vuole quietare, tu prenderesti a Dio un piccolo filo d’oro con cui aggiusteresti la corda a quell’arpa, che un angelo suonava, e tutto sarebbe pronto, un’altra volta, a risuonare quel canto che, da tanti anni, tu ti serbavi in cuore aspettando di far sentire al Signore, il miglior canto che mai gli si potrebbe suonare…, quello che porta il titolo dell’ AMORE!

Antonella Fortuna

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Monologo “Eva e l’Arcangelo Uriel e la grande invenzione dell’uomo” di Antonio Viciani

TERRORE Un momento angelo... non ci scacciare! APPRENSIONE Cos'è quella? Una spada di fuoco? ASPETTATIVA Vedi, non serve. Siamo nudi, inermi. Ti prego Uriel non farci male, lascia che ti spieghi. Dio è stato duro con noi. " Donna partorirai con dolore, uomo lavorerai con sudore" ...insomma ci è andato pesante e poi non abbiamo fatto chissà che. DISGUSTO E' stato quel serpente, l'ho capito subito, sai. Era lucido, viscido... strisciava su per il ramo, brrr mi ha fatto ribrezzo e volevo scappare, nascondermi. ... mi sono voltata per andarmene e qualcosa, qualcosa che non so, mi ha fatto allungare la mano, l'ho toccato. Ero attratta e schifata allo stesso tempo, vedi ESTASI Lui, lui non era bagnato o viscido ma secco, freddo e secco come un bastone e sotto, dentro... batteva il suo cuore! SERENITA’ Una cosa regolare, rassicurante. Un ritmo sordo che mi parlava, abbracciava le mie paure, la mia curiosità e allora mi sono rilassata, mi sono abbandonata a quel ritmo, a quel corpo fino a … fino a che ha parlato. PAURA La mela, quella mela è tutto ciò che vuoi, diceva Era lassù, lucida, la guardai. "Potete prendere tutto ma non toccate la mela" aveva tuonato il Dio del cielo. Il serpente si allungò e abbassò il ramo fino ai miei occhi. 48


Mi leggeva dentro, sai. IRRITAZIONE Guardai Adamo, se ne stava lì con quella faccia ebete... zitto, secondo me non aveva capito nulla, come al solito. STUPORE Quando ho preso la mela il cielo si è riempito di nuvole, nere. Andavano, venivano e riconoscevo più il paradiso. "Adamo!" Ho urlato. ASPETTATIVA Volevo che mi aiutasse, lui che sembrava così forte, che facesse qualcosa, che fermasse quel freddo che mi strappava la carne, il vento gelido che mi scorreva nell’anima RABBIA ... era quella mela, quella mela maledetta, lo sapevo! OTTIMISMO La porsi all'uomo urlando - Solo tu puoi salvarci! Adamo allungò la mano e come prese la mela, il suo viso si illuminò! SORPRESA Non capivo, sembrava felice, aveva visto qualcosa. STUPORE Io... io ero sgomenta, il paradiso andava in pezzi, io credevo di morire e quel cretino rideva. Poi prese la mela, la posò a terra e cominciò a colpirla con i piedi. Correva e colpiva la mela. Sembrava pazzo. E quella andava e veniva, ruzzolava da tutte le parti ... allora il serpente si allontanò si erse alto, come un bastone conficcato a terra, proprio fra me e l'albero. DISAPPROVAZIONE E quando Adamo lo vide si voltò verso di noi e corse, corse tirando calci alla mela, finchè ne sferrò uno fortissimo che scagliò la mela proprio contro di me, io cercai di prenderla perchè non si rompesse... RIMORSO ma mi sfuggì oltre le spalle e scoppiò in mille pezzi. ANGOSCIA Io ero nel fango, schiacciata dal peso del mondo.... mi disperavo e gemevo, ero pronta a strapparmi i capelli e le membra … … mentre Adamo correva dappertutto. Correva come un pazzo gridando "Gool, gool!" STUPORE Gool?! Urlava nel vento : io ho inventato il calcioooooo! Ora, Uriel, sinceramente dimmi: è colpa mia se Dio mi ha dato un compagno rincoglionito? Non potresti buttare fuori solo lui?!

Antonio Viciani

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La redazione di questo numero: Elena Brilli Direttrice – Grafica Autrice di “Amiche”, pag. 27 E-mail : elena .brilli@gmail .com Blog: Crazy Alice in Wonderland (http://crazyaliceinwonderland .com/) Facebook: Elena Brilli Sara Marzo Autrice di “La porta”, pag. 8 E-mail : marzosara@yahoo.it Paolo Mormile Autore di “Nicola e Rosaria”, pag. 12 E-mail : paolo.flaco@libero.it Facebook: Paolo Mormile Serena Pisaneschi Autrice di “L’Amicizia è quando ci si innamora”, pag. 13 e di “Amicizia Fanciulla”, pag. 26 E-mail : serena .pisaneschi@gmail .com “Letture da metropolitana”: http://www.letturedametropolitana.it/autori Facebook: Serena Pisaneschi Anna Giulia Alfonzo Autrice di “Amicizia”, pag.10 E-mail : giulia .anna .a@gmail .com A. C. Autore di “L’Amicizia nella Diversità”, pag. 21

50


Eufemia Griffo Autrice di “A te che vivi nei miei ricordi (Lettera ad Anna), pag. 18 e di “Fiori di sakura”, pag. 24 E-mail : eufemia_g@live .it Blog: Il fiume scorre ancora (https://ilfiumescorreancora.wordpress.com/) MultiBlog : Memorie di una Geisha (https://eueufemia .wordpress.com/) Molfy Autrice di “Ad un Amico”, pag. 20 e di “Amici – Compagni di Viaggio”, pag. 25 E-mail : molfyscrive@gmail .com

Andrea Mazzolini Autore di “L’Amico mio”, pag. 7 E-mail : mazzolini@gmail .com Facebook: Andrea Mazzolini Samuele Liscio Autore di “Consigli per gli acquisti: “LECHITIEL” di Andrea Bassani Intervista all’autore”, pag. 43 E-mail : samueleliscio@virgilio.it Facebook: Samuele Liscio Marta Vitali Autrice di “L’Amicizia , quella con la A maiuscola”, pag. 6 E mail : martavitali@live .it Blog: Pensieri Loquaci https://pensieriloquaci .wordpress.com/ Facebook: Marta Vitali Armando Cambi Autore di “La guerra dei fiori”, pag. 15 E-mail : armando.cambi@libero.it

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Antonella Fortuna Autrice di “Agria e Gento”, pag. 32 e di “ ‘Na palora sula”, pag. 46 E-mail : anto.fortuna@libero.it Angelo Pio Villani Autore di “L’uomo che amava le donne brutte”, pag. 35 E-mail : angelovillani@hotmail .com Antonio Viciani Autore di “Dicono tutti così”, pag. 37 e “Monologo “Eva e l’Arcangelo Uriel e la grande invenzione dell’uomo” ”, pag. 48 E-mail : antonio.viciani@gmail .com

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