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Numero 14 : Indifferenza “Il peggior peccato contro i nostri simili non è l'odio, ma l'indifferenza: questa è l'essenza della disumanità.” George Bernard Shaw


In questo numero: In copertina: “Indifferenza” di Anna Bellucci,inchiostro e acquerello su carta, 2017 2 .....…. Editoriale 4 …...... A proposito di: “Indifferenza” 5 …... 6 …... 7 …... 8 …... 11 ….. 12 ….. 14 ….. 15 ….. 17 …..

Il treno di Sonia Barsanti Come un aquilone di Eufemia Griffo Eppure lo aveva visto di Michel Angelo L’indifferenza di Armando Cambi La matta di Molfy Il mare l’inverno di Eufemia Griffo Bisogna sparargli di Elena Brilli Istantanee di indifferenza di Sonia Barsanti Indifferenza illustrazione originale di Mariagrazia Catenacci 17 ….. Tempeste passeggere di Serena Pisaneschi 19 ….. L’indifferenza come arma di difesa passiva di Anna Giulia Alfonzo 20 ….. Poteva essere suo padre di Elena Brilli

22 …...... Parole in libertà 23 .. L’arco di Noè di Antonella Fortuna 27 .. WRITERS presenta: “Sedici albe in un giorno” di Angelo Pio Villani 29 .. WRITERS presenta: “Dizionario dell’alcol – Ricordi oziosi di un padre separato” di Paolo Mormile

30 …...... La redazione di questo numero Nota sull'uso delle immagini: Fatte salve le immagini originali ed inedite, per le quali abbiamo l’autorizzazione degli autori alla pubblicazione, tutte le altre immagini riprodotte nella presente pubblicazione sono prese da internet e, per quanto è dato conoscere, non coperte da copyright.

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EDITORIALE Vede la luce un nuovo numero di WRITERS per il quale i nostri lettori, attraverso la pagina Facebook (che trovate qui: https://www.facebook.com/writers.magazine ) avevano scelto il tema dell’ INDIFFERENZA NEI RAPPORTI UMANI. Argomento difficile da trattare, non solo perché chi scrive tende di solito ad avere un animo sensibile che quindi ricusa per definizione stessa il concetto di indifferenza, ma soprattutto perché parlandone si tende ad analizzarlo per negazione, cioè raccontando comportamenti ed azioni che ne sottolineano la mancanza, evidenziando di fatto la compassione e l’empatia come condanna dell’indifferenza stessa. Nei rapporti umani l’indifferenza si declina nella mancanza di partecipazione, di comprensione, nella mancanza di immedesimazione nell’altro, in una sorta di vuoto nell’anima, incapace di provare sentimenti di qualsiasi genere nei confronti di qualsiasi cosa o persona ci si trovi ad avere intorno. Anna Bellucci, l’artista che da un paio di numeri firma il disegno originale per la copertina ha colto esattamente questa definizione, disegnando persone con un buco al posto del cuore, in un paesaggio di sterile freddezza autunnale. Leggendo il numero troverete invece storie dense di umanità, di compassione ed empatia, con le quali gli scrittori che hanno partecipato al numero hanno definito l’indifferenza attraverso la sua negazione, provando di fatto, in qualche modo a riempire il suo ‘vuoto’. E troverete spunti di riflessione su quanto il susseguirsi dei nostri giorni convulsi, in questa epoca così priva di compartecipazione delle anime, non ci costringa all’indifferenza quasi come strumento di difesa contro le troppe richieste di aiuto provenienti da ogni dove, che superano il limite possibile a cui riuscire a dare ascolto, ognuno secondo le proprie possibilità. Si può guarire dall’indifferenza e colmare il vuoto che ci divora o piuttosto l’indifferenza diventa, gioco forza, la cura a quell’emorragia dell’anima provocata dall’empatia che ci rende umani? Troverete anche la presentazione di due libri, da poco usciti in libreria, firmati uno da Paolo Mormile, storico collaboratore di WRITERS che è riuscito a fare il ‘grande balzo’, l’altro da Angelo Pio Villani, del quale avevamo ospitato un racconto in uno dei precedenti numeri. E’ stato un onore grandissimo, per me, ospitare tra le pagine di questo numero la presentazione delle loro opere. E così si parte, e non rimane per me altro da fare se non augurare a tutti voi lettori che le pagine che andrete a leggere possano tenervi compagnia, emozionarvi e, perché no, anche fornire spunti di riflessione, di introspezione e di analisi. 2


Sarebbe un grande onore se aveste poi voglia di condividere con noi le vostre impressioni, le vostre emozioni e anche le vostre critiche, che, preziosissime, ci aiutano ad andare avanti e migliorare. Ci troverete sempre pronti ad accogliervi ed ascoltare ogni vostro pensiero qui:

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E aspetteremo con ansia, per la costruzione dei nuovi numeri, ogni nuovo spunto creativo che vorrete condividere con noi, i vostri racconti, le vostre poesie, i vostri pezzi di creatività. Noi saremo pronti ad accoglierli e dar loro spazio nelle future pubblicazioni, perché abbiamo scoperto che dialogare con voi lettori in uno scambio alla pari di parole, immagini ed emozioni ci arricchisce e ci stimola e, credetemi, passare ‘dall’altra parte’ e trovare i vostri scritti sulle pagine della ‘vostra’ rivista, non è poi così complicato come potreste pensare, ma è sicuramente bellissimo! Ricordate che WRITERS può essere anche vostro, anzi che lo è, vostro. Noi siamo solo l’umile canale attraverso il quale potete tirar fuori da voi tutto il vostro personalissimo caleidoscopio di emozioni. Vi aspettiamo.

La direttrice Elena Brilli

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A proposito di: “Indifferenza�

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Il treno di Sonia Barsanti Il treno Correva lesto il treno su binari sconosciuti, su straniere terre nei giorni senza più aria, senza più luce per gli occhi e per la mente. Nelle notti di paura e di preghiere soffocate solo uno scalpiccio di domande e tremor di pelle. Correva lesto il treno di persone i vagoni riempiti, di persone carne e fiato, lacrime e sogni spezzati. Sottovoce i lamenti, sottovoce la paura. Un vecchio cieco con una valigia, un ragazzo solo e senza storia, una donna e il suo ventre che sorrideva, pieno di vita. Correva lesto il treno nei giorni del calvario, nelle notti dell’oblio. Poi il grido d’una madre, nel vagone buio del bestiame. L’attesa insonne squarciata all’improvviso dal pianto d’un neonato. Si fermò alla fine quel treno, davanti ai cancelli dell’inferno, senza più fermate, senza più pace mentre succhiava il neonato l’ultimo latte dal petto della madre morente. (Giornata della Memoria)

Sonia Barsanti 5


Come un aquilone di Eufemia Griffo Pomeriggio d’autunno, uno dei tanti lungo la Senna che fluiva incessante nel suo scorrere immutabile ed eterno. Ne aveva viste di cose la Senna e quella sera ascoltava, come faceva da sempre, la solitudine di una donna appoggiata al ponte mentre guardava la pallida luce della luna che si specchiava nelle acque scure. Un bateau-mouche passò e il movimento delle onde, interruppe per un attimo il flusso dei pensieri di Silvye. La donna ripensò agli ultimi giorni della sua vita: una donna spezzata come in quel famoso romanzo di Simone de Beauvoir. Strano come quel libro che le era tanto piaciuto anni prima ora sembrava essere così perfetto per definire ciò che la sua vita le sembrava essere in quel momento. Non piangeva Silvye anche se aveva la sensazione che mille rovi le trapassassero l’anima facendole dimenticare persino il sapore delle lacrime. Ripensandoci, non riusciva nemmeno a ricordare l’ultima volta che si era sentita felice. L’uomo che aveva così tanto amato, se ne era andato via, lontano. Aveva scelto la fama e il successo e lei non se l’era sentito di lasciare la sua vita, così semplice al confronto di quella di Antoine, per seguirlo e iniziare tutto da capo. Antoine era rimasto del tutto indifferente al suo amore e a tutto quel dolore che l’aveva avvolta. Possibile, che in tutto quel tempo, non si era mai accorta di quanto lui fosse già così lontano? L’amore può diventare così cieco al punto da ottenebrare la visione della realtà? 6


Appoggiò il suo viso sulle braccia quando qualcosa attirò la sua attenzione. Un aquilone volava sulla Senna accarezzando col suo moto colorato i contorni bui della notte, librandosi nell’aria fredda di quella sera d’autunno e descrivendo col suo volo obliquo, una danza gioiosa che strideva con le mille sensazioni che Silvye portava nel cuore. La luce di un lampione ne lasciava intravedere i colori del sole. Il suo sguardo fu così catturato dalle mille acrobazie che l’aquilone sembrava disegnare sulla volta del cielo di Parigi tanto che chiuse gli occhi e si immaginò di volare in quell’infinita vastità come l’aquilone dai colori del sole e di essere libera come lui. Bastava lasciare il filo…e pffffff, anche Silvye sarebbe volata via, forse senza una meta e senza confini, danzando con le stelle e chiedendo alla luna di illuminare la sua anima inaridita dal buio di quei giorni. Poi Silvye riaprì gli occhi e vide solo un fiume che da sempre sussurrava parole con la sua bella voce e che nemmeno tutti i secoli del mondo avrebbero potuto invecchiare. Quel lento ondeggiare della Senna, per un attimo la fece sentire serena e la donna riassaporò quella pace e quella serenità che le mancavano da tempo e guardando l’antico fiume, come se fosse un vecchia amico gli sussurrò: « Grazie!» Quella sera si sentì forte abbastanza per riprendere in mano i fili della vita a e come un aquilone si immaginò di solcare i cieli e correre verso una nuova meta. Quel momento le sembrò semplicemente perfetto per varcare i cancelli della speranza e come un aquilone, si disse, doveva provare di nuovo a volare.

Eufemia Griffo

Eppure lo aveva visto di Michel Angelo Eppure lo aveva visto lungo la strada... almeno credo.... ma si, lo aveva visto. Lui, un barbone di mezza età, seduto sul marciapiede, su un cartone che gli salvava (per modo di dire) i rattoppati pantaloni dal contatto diretto con l'asfalto. Lui immancabilmente le tendeva la mano e le sorrideva. Lei altera, sguardo in alto, passava oltre. Le era passata accanto chissà quante volte, ma di lui non si era mai accorta, diceva lei a tutti. Eppure quel giorno d'inverno nel passare dal solito punto in cui stava, notò un'assenza, ma non se ne curò. In ufficio tutti parlottavano tra loro. "Sai quel barbone che stava sempre in via Lorenzini? Beh... stamani lo hanno trovato morto. Assiderato, denutrito. Poveruomo, aveva perso il lavoro e la famiglia lo aveva emarginato e fatto andare via di casa." Lei rimase colpita dalla cosa. La sua indifferenza l'aveva cancellato dalla vista, e dalla vita. Eppure se qualche volta si fosse degnata di voltarsi verso lui e magari gli avesse dato un soldo distratto, chissà, forse avrebbe mangiato qualcosa e magari poteva forse essere ancora vivo. L'indifferenza verso gli altri uccide. Michel Angelo 7


L’indifferenza di Armando Cambi Quando mi è stato detto che l’argomento da sviluppare per il prossimo numero della rivista sarebbe stato l’indifferenza, sono rimasto perplesso. L’indifferenza è un sentimento sempre negativo, e non mi venivano subito in mente ricordi di situazioni dove l’indifferenza avesse dimostrato di essere importante, poi, quasi impercettibilmente, mi è tornata in mente una storia molto antica, che ho sentito tante volte anni fa da quelli che ne erano stati protagonisti, e ora ve la voglio raccontare. Mia suocera era nata nel 1908, l’avevano chiamata Francesca, che è un bel nome, ma fin dalla più tenera infanzia la cominciarono a chiamare Elia (con l’accento sulla e), in ricordo di un fratellino più grande di alcuni anni che era morto in seguito a un incidente. Stranezze dell’epoca. Anche mio suocero era nato nel 1908, si chiamava Alberto, ma tutti lo chiamavano Berto, e qui la cosa appariva più logica, dato che era piccolo di statura e quindi risparmiavano un po’. Francesca aveva fatto le scuole elementari, ma già quando aveva meno di 10 anni aveva imparato a cucire i cappelli di paglia (che lei chiamava sempre cappellini) e li aveva cuciti con grande maestria fino a oltre 90 anni, smettendo solo pochi mesi prima di morire a quasi 92 anni, e credo che si possa parlare di un caso di rarissima dedizione al lavoro (e passione, perché mia suocera i cappellini li cuciva sempre con grande passione, senza quasi sentire la stanchezza, e chissà quante migliaia di persone, perlopiù donne, in ogni parte del mondo li avevano indossati). Anche mio suocero aveva sempre lavorato molto e con grande dedizione, e sapeva fare bene praticamente tutto, nel senso di attività artigianali le più varie, dall’elettricista al sarto, ed era anche sempre molto allegro e simpatico. Si erano conosciuti al lavoro, e si erano sposati nel 1938, alle soglie della guerra. Avevano avuto la loro prima figlia nel ’41, un bel periodo per mettere al mondo dei figli, diciamo, ma la vita, per fortuna andava avanti, anche quando i cannoni sparavano e gli aerei scaricavano bombe dal cielo. Il mese di luglio del ’44 le situazioni nei nostri paesi erano difficili, forse le più difficili a memoria d’uomo. Il fiume Arno era diventato un vero e proprio fronte di guerra, e i due paesi di Signa e Ponte a Signa, divisi dall’Arno e uniti appunto solo da un ponte, rischiavano ogni giorno di essere rasi al suolo dai bombardamenti degli aerei americani che cercavano di abbatterlo, per creare così difficoltà al passaggio delle truppe tedesche che stavano iniziando la ritirata verso il nord, e in quella zona avevano solo quel ponte per risalire la penisola. Il ponte, che mi dicono fosse bellissimo, però non fu mai colpito e rimase in piedi, nonostante che le bombe cadute facessero crollare gran parte delle case che sorgevano lì vicino. Furono poi i tedeschi, quando il ponte non serviva più, a farlo cadere con le mine, per creare appunto difficoltà alla risalita degli alleati che altrimenti avrebbero potuto dilagare facilmente nella pianura fino all’Appennino, e alla linea gotica. Ebbene, in questa situazione di pericolo sempre incombente, e di assoluta mancanza di notizie su quello che poteva succedere il giorno dopo, molti abitanti dei due paesi, sentendosi in pericolo, avevano deciso di scappare, spostandosi verso sud, sulle colline che lì si trovavano, sperando di incontrare prima possibile gli americani (o inglesi, come dicevano di solito allora) che sarebbero stati la salvezza. Ma quello che con le parole

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si può dire in pochi secondi, quando si vive nella realtà può diventare un tempo infinito, e si può oscillare in un attimo fra la vita e la morte, a seconda dei fatti che d’intorno ci possono accadere. Nel luglio del ’44, Berto e l’Elia, con la loro piccola, e altri parenti e conoscenti, si erano decisi a scappare verso le colline a sud di Lastra a Signa, verso Malmantile, zona considerata tranquilla, priva di obiettivi di guerra, quindi senza bombardamenti, dove però c’era ancora la presenza dei tedeschi, mentre gli inglesi invece ancora non si vedevano. La famigliola aveva trovato rifugio da dei conoscenti in una casetta colonica nella frazione chiamata La Luna (esiste davvero, come del resto esiste a Prato il paese di Paperino…. e chissà quali altri nomi bislacchi si possono incontrare viaggiando). Lì si sentivano tranquilli, ma siccome vivevano tempi oscuri, Berto si era da subito preoccupato di inventare un nascondiglio dove rifugiarsi, insieme a qualche altro uomo della improvvisata compagnia, nel caso che fossero passati da quelle parti tedeschi in missione di reclutamento di uomini da avviare al lavoro forzato in Germania (con tutti i pericoli che questo avrebbe comportato). La stanza d’ingresso era ampia, e Berto aveva individuato un vano che poteva essere nascosto con un mobile, dietro il quale ci si poteva rintanare in tre o quattro persone, nel caso che alla porta si fossero presentati ospiti poco graditi. Non era mai capitato di doverlo usare, anche se per prudenza quando arrivava qualcuno gli uomini ci si nascondevano dentro e si lasciava che fossero le donne ad aprire la porta. Quella mattina del 16 luglio del ’44 nella stanza si trovavano l’Elia con la bambina e Berto, mentre gli uomini (non so quanti fossero) erano lontani, nei campi e le altre donne erano andate alla Messa. Sì, perché il 16 luglio è la festa della Vergine del Carmelo, e anche in quella stagione di grandi tristezze e paure (forse anche per quello) la gente cercava di proseguire la propria vita nel modo più vicino possibile alla normalità. E la normalità, in quei tempi difficili, ma di costumi semplici, era anche pregare, andare in chiesa alle feste comandate, e anche più spesso, se era possibile, specialmente le donne. Quella mattina quindi alcune delle donne si erano recate alla Messa, ed erano fuori. A un certo punto, bussarono alla porta, e Berto, pensando tranquillamente si trattasse delle donne di ritorno, aprì immediatamente la porta senza particolari precauzioni. E si trovò davanti due soldati tedeschi armati, che appena lo videro gli intimarono a gesti subito di seguirli. Difficile immaginare cosa può passare per la mente di una persona in quella situazione, paura, voglia di scappare, o di mettersi a piangere. Ma la cosa più logica da fare, era quella di obbedire e rassegnarsi a seguire i due. Questo fece Berto, uscendo di casa sotto gli occhi dei due soldati. Ma questo non piacque all’Elia. La donna afferrò la bambina e se la mise in collo, uscì accanto a Berto e si mise a piangere, a implorare i due soldati, a parlagli come se loro potessero capire, a dire che era il suo uomo, che aveva la bambina piccola, passandosi la mano sul ventre per far capire che era anche incinta (e questo non era vero, ma credo che in quel caso una bugia potesse essere perdonata), insomma si mise ad abbracciare Berto, e mentre i due soldati rimanevano fermi, probabilmente interdetti da quel comportamento inatteso, lo prese per una mano e cominciò a trascinarlo pian piano sull’aia, verso il campo che si apriva davanti, senza voltarsi indietro. Lei ha sempre detto di aver sentito uno scatto metallico, e di aver pensato che fosse il fucile di uno dei due che si preparava a sparare. Ma il colpo non partì. Arrivò al bordo dell’aia, con l’uomo che la seguiva quasi inerte, e cominciò a scendere lungo un sentierino che 9


si inoltrava nel campo, e camminò piano piano, senza correre, il colpo non partì, e si fermò solo quando trovò un fossetto che delimitava il terreno, e lì si accucciò con Berto, il “suo” Berto e la bambina, e lì rimase a lungo. Forse persero anche la cognizione del tempo, ma di sicuro rimasero qualche ora. E il colpo non partì. Non seppero mai cosa stava accadendo alle loro spalle, nessuno lo sa, possiamo immaginarlo, forse quando uno dei due fece l’atto di imbracciare il fucile e armarlo per sparare, poi decise di non sparare per indifferenza, “ma chi se ne frega” avrà pensato, o forse l’altro, quello che era insieme, forse il capo pattuglia, lo avrà fermato, pensando “ma chi se ne frega”, oppure gli sarà sembrato eccessivo ammazzare una donna, il suo uomo, e una bambina, semplicemente per portare via un povero italiano, piccolo per giunta, per lavorare in un qualche sperduto paese del Reich, per sostenere l’economia di una nazione ormai in ritirata, che presto avrebbe perso la guerra. O forse i due soldati erano semplicemente brave persone, mandate a morire in Italia per obbedire a un folle con i baffetti, e odiavano la morte, propria e degli altri, anche se allora, ogni giorno capitava di poterla incontrare. Noi non sappiamo cosa avranno pensato, se fu indifferenza o un atto di bontà, ma il colpo non partì. Invece qualche tempo prima, un soldato tedesco che faceva parte di una guarnigione che occupava Signa, quando ancora i tedeschi erano ben presenti e il fronte non era ancora sull’Arno, un soldato tedesco che insieme ad altri si trovava acquartierato dalle parti della casa di Berto, ed era gentile, faceva i complimenti alla bambina, e cercava di dire che anche lui a casa sua aveva una bambina piccola, ebbene, in una di queste occasioni, arrivò una cannonata proveniente chissà da dove e fu ferito gravemente, proprio mentre era lì a scherzare con la piccola, che rimase illesa, anche se nel trambusto che ne seguì rimase sgraffiata, contusa e impolverata per terra. Il soldato fu ferito al ventre, e mentre i suoi commilitoni cercavano di soccorrerlo, l’Elia gli dette delle bende e un guanciale per fasciarlo e sostenerlo mentre lo portavano via. Non abbiamo saputo più nulla di lui, sarà morto o si sarà salvato? E i due soldati che volevano sequestrare Berto, si saranno salvati o saranno morti durante la guerra? L’Elia non aveva mai dimenticato quei fatti, non si era mai sentita un’eroina, ma non li aveva dimenticati, e il 16 di luglio non mancava mai di andare in chiesa a pregare, a ringraziare della grazia ricevuta, perché lei era convinta che la Madonna ci aveva messo una manina, e perché non farglielo pensare, e non farle pensare che forse salvando lei e la sua famigliola, aveva fatto del bene anche ai due soldati, che non avevano commesso un inutile delitto, di quelli che in guerra si possono commettere con facilità, e indifferenza. Questa storia ha un significato? Una morale? Non lo so. Spesso ci accadono cose di cui non conosciamo l’origine, o le conseguenze, e spesso non conosciamo neppure lo svolgimento che ne può seguire. In realtà, la nostra vita è sempre come un fatto sospeso, fra un prima e un dopo che non conosciamo, ma questo non ci giustifica. Forse la storia ci dice che in ogni istante che viviamo, dobbiamo fare il meglio di quello che dobbiamo fare, purché sia volto al bene, senza pensare sempre a cosa può succedere dopo, perché il dopo spesso non è nelle nostre mani. Armando Cambi

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La Matta di Molfy In paese tutti la chiamavano "la Matta", al punto che quasi nessuno più si ricordava quale fosse il suo nome. Fin da piccola, il suo spirito libero e il suo non conformarsi a comportamenti attesi le avevano procurato appellativi come capricciosa, ostinata e, se andava bene, originale. Da adolescente poi era diventata chiaramente una ribelle se non addirittura una minaccia per l'equilibrio familiare! Era l'unica figlia di un facoltoso imprenditore che l'avrebbe voluta ai vertici della storica azienda di famiglia, ma i progetti che altri facevano della sua vita a lei non interessavano e non intendeva piegarsi a un destino scritto da terzi ancor prima che lei nascesse. Dotata di grande sensibilità artistica, amava suonare, dipingere, leggere e scrivere poesie, mentre deprecava apertamente le velleità mondane di sua madre, attenta solo a mettersi in mostra ad ogni occasione. Il padre, da parte sua, la apostrofava dicendo che il pane non si canta né si suona. Soffocata da un clima di ostilità crescente persino tra le mura di casa, un giorno lasciò tutto per inseguire il suo sogno. Il suo sogno si chiamava Hans ed era un musicista di strada. Aveva due occhi blu profondi come il mare e un sorriso luminoso come una limpida giornata di maggio. Era bello tanto quanto era scapestrato. Viveva alla giornata, incurante di quello che sarebbe potuto accadere non solo l'indomani, ma la sera stessa. Così, quando lei rimase incinta, lui disse: "Scusa, non posso" e la piantò. Lei cercò di non perdersi d'animo e fu l'unica cosa che le rimase perché, dopo l'amore della sua vita, ne perse anche il frutto che portava in grembo e, con esso, la parola. Muta, tornò in paese dove non trovò certo un comitato d'accoglienza, ma nemmeno un padre misericordioso disposto a riabbracciarla. Ottenne solo di sistemarsi nel capanno in mezzo agli alberi, sulla riva del laghetto dove da ragazzina si rifugiava per trovare un po' di pace o dare forma ai suoi pensieri. La baracca non disponeva né di acqua corrente, né di luce e gas così ben presto il suo aspetto si inselvatichì. Il fatto che non parlasse mai, avvalorava ulteriormente il sospetto della pazzia. I bambini stavano alla larga dal capanno, spaventati com'erano dalle orribili storie che raccontavano loro i genitori a proposito della Matta. Ma i più temerari che nottetempo ogni tanto si avvicinavano di nascosto per spiarla, giuravano di averla più volte sentita cantare dolcissime melodie alla luce della luna.

Molfy

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Il mare d’inverno di Eufemia Griffo

«Ne vedo di gente che soffre un poco, ma solo un poco sai? Appena appena ma giusto quel che basta per perdere tutto sai?», disse il vecchio Pier. «Tu non capisci, che ne sai tu della vita? Tu che sei stato per anni un padre assente e dimenticato? Che vuoi saperne tu?», gli rispose con rabbia Adrien. «Ne so abbastanza figlio mio. Dagli errori ho imparato che la sofferenza non è mai il prezzo equo da pagare », aggiunse Pier. «Finiscila! Ne ho abbastanza delle tue parole», rispose Adrien. «Se è quello che vuoi, la smetterò di parlare. In fondo, sì hai ragione Adrien, non ne ho il diritto, dopo tutti questi anni». Adrien strinse i pugni e guardò suo padre in volto. Forse avrebbe voluto sentirgli dire le parole che per anni aveva immaginato nella sua mente, desiderando che fosse proprio suo padre a sussurrargliele. 12


Forse avrebbe voluto stringerlo, quel vecchio padre, che ora gli stava davanti, in attesa di un perdono, col suo viso rugoso e l’anima lacerata dalle sconfitte della vita. E il vecchio Pier disse: «Adrien, avvicinati. Io non…io non vorrei che tu mi ricordassi così Adrien. Sto elemosinando la tua pietà e un briciolo di amore. Ci sono compromessi, rimpianti, rimorsi e ferite che non si cicatrizzano, che non guariscono mai. E poi c’è l’indifferenza, quel tarlo maledetto che corrode l’anima e fa sì che dimentichiamo le persone. Ti dico semplicemente questo, ho sbagliato, mio piccolo Adrien». Piccolo Adrien. Lo aveva chiamato come quella volta, era piccolo, se lo ricordava ancora. Poteva avere forse cinque o sei anni, non di più. Ricordava ancora quella vecchia casa, lassù sulla scogliera di Cherbourg, e il faro che distava a sole pochi miglia dalla finestra della sua camera, tanto che gli sembrava di poter allungare la sua manina e toccarne uella magica luce, che illuminava ogni notte il mare. Oh sì che se lo ricordava bene! Come quella volta che lui e suo padre, erano scesi giù alla spiaggia, una mattina, a guardare le onde del mare d’inverno mosso dal vento in tempesta. Non aveva avuto paura quel giorno, perché la sua piccola mano stringeva quella forte e grande di suo padre. Prima che se ne andasse. Piccolo Adrien, un altro se stesso che abitava chissà in quale tempo. Però era bello risentire quelle parole e ricordare quei giorni. In fondo la vita è fatta di ritorni e ora entrambi erano là, uno di fronte all’altro, con gli anni che avevano scavato un abisso nelle loro esistenze. E Pier che aspettava un perdono che solo il “piccolo” Adrien poteva dargli. La mano del vecchio si allungò a cercare quella del figlio che ora era più forte della sua e racchiudeva tutta la giovinezza di cui Pier celava solo un mesto ricordo. Di quei giorni fuggiti via a rincorrere altre vite e altri sogni, lontano da chi ora desiderava ritrovare. L’altra mano si mosse e strinse quella del vecchio, cercandone il calore e la sicurezza che solo le mani di chi ha vissuto molto sanno donare. E venne quel perdono che per anni il vecchio Pier aveva cercato e Adrien, negato. Ma si sa, la vita è fatta di ritorni e qualche volta di perdoni. E quel giorno di fine inverno, come quello di tanti anni prima, due uomini si ritrovarono e ricominciarono a vivere. Eufemia Griffo

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Bisogna sparargli di Elena Brilli I bar di provincia sono luoghi senza tempo e senza spazio, immersi nella luce afona dei neon che rimbalza su banconi fintamente marmorei, corrosi da mani incuranti e sorrisi usati di una cortesia becera quanto falsa. Appoggiati ad uno di essi due tizi urlavano all’aria indifferente, travestista da barista stanco, i loro proclami: “Bisognerebbe buttare addosso a quei barconi carichi di feccia immonda un paio di bombe tirate bene, e poi vedresti come non ne arriverebbero più! Ecco la soluzione! Ne affondi un paio e il problema è risolto! Se ne stanno a casa loro quei sudici che ciondolano nelle nostre strade e bisogna anche pagargli il vitto e l’alloggio!” diceva uno. E l’altro di rimbalzo, a voler scendere quasi forzatamente un altro scalino verso l’ignoranza: “Lo dico sempre io! Che si stava meglio quando c’era “Lui”! Tutti su un treno con le giacchine a righe e il simbolino cucito e via andare! Una bella gassata e problema risolto!” Vittoria stava finendo di bere il suo caffè, dopo le solite otto ore abbondanti di lavoro che non bastavano mai per arrivare a fine mese, e aveva sentito tutta la conversazione senza distogliere lo sguardo dal suo angolino di serenità, che si regalava ogni sera prima di tornare a casa dal suo bambino. Posò la tazzina, alzò lo sguardo e disse: “Scusate signori...” I due si voltarono sentendo l’esile voce femminile che chiedeva la loro attenzione. “...una sola domanda. Come fate ad essere così sicuri che, nella vostra vita, non vi debba toccare mai di trovarvi su un barcone contro cui vengono tirate delle bombe? E, perdonatemi, come fate ad essere così sicuri che, qualora tornasse uno come “Lui”, non siate voi ad avere la casacca a righe col simbolino cucito? Come fate ad essere così sicuri che non vi trovereste dalla parte ‘sbagliata’ con un biglietto di sola andata per l’inferno?” I due la guardarono, improvvisamente muti. Vittoria pagò il suo caffè, ringraziò il barista, sorrise rivolta ai due signori e uscì.

Elena Brilli

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Istantanee di indifferenza di Sonia Barsanti Il branco L'ultimo calcio arriva inaspettato dritto nel fianco. Samuel non sente più niente per un secondo, poi il dolore si scarica in tutto il suo corpo fino a fargli perdere il fiato. Boccheggia in cerca d'aria e allunga d'istinto le braccia in avanti mentre cade per difendere il viso. Gli auricolari dell' mp3 scivolano giù poco prima di lui. La musica ancora accesa durante la ricreazione. Il pavimento del corridoio sudicio e freddo. Il rosso si espande sotto di lui come un'ombra liquida. Tonfi di passi che si allontanano correndo e urla che rimbombano sempre più confuse, come tuoni inghiottiti da imminenti temporali. Vorrebbe gridare aiuto, avrebbe voluto evitare il branco. Sapersi difendere da un branco di belve adolescenti accanite per scherzo malvagio, per scellerato passatempo. Tutto intorno, sigillati nei gelidi bozzoli di un' indifferenza che diventa normalità, gli altri, coloro che permettono al male di agire, senza contrastarlo. Lo nutrono con il silenzio. Gli altri che adesso osservano con incredulità quel ragazzo pestato a sangue giacere inerme a terra più morto che vivo. Uno di loro estrae il telefonino dalla tasca della felpa e svelto scatta una foto, immortalando l'inferno. Sul quel viso di ragazzo si fa strada un ghigno malato.

L'uomo e il violino Lo chiamavano il Vecchio, senza tante cerimonie. Di giorno stava seduto su una stuoia, all'ingresso del centro commerciale e intratteneva i passanti suonando il suo violino. Di notte, dopo aver consumato un pasto caldo alla mensa dei poveri del quartiere, girovagava fino al parco per sistemarsi al riparo sotto lo scivolo per bambini. Era uno dei tanti invisibili che le disgrazie della vita avevano piegato. Nessuno sapeva niente di lui, né il suo nome, né la sua età perché fermarsi a parlargli, a tenergli compagnia, era impensabile per le famiglie per bene che frequentavano il parco. Era soltanto un barbone. Quella notte di febbraio il gelo era una mano trasparente pronta a strozzarlo. Si sistemò su un pezzo di cartone e si coprì con la coperta di lana che gli avevano dato alcuni volontari l'ultima volta che era stato ricoverato al pronto soccorso. Quando la mattina seguente fu ritrovato senza vita, ancora stretto al suo violino, nessuno fiatò. Nessuno si impressionò di fronte a quell'uomo assiderato che aveva perso tutto, lavoro, casa e famiglia tre anni prima e si era ritrovato a vivere per strada, in quella giungla caotica e crudele, accarezzato solo dal suono del violino, suo unico e ultimo compagno nelle avversità. 15


Nonna Adele Nonna Adele non riusciva più a riconoscere i suoi familiari. L' Alzheimer le stava divorando i ricordi di tutta una vita, lasciando dietro sé buchi neri come voragini che sventravano la sua memoria. I figli dovevano badare a lei in ogni momento, non poteva essere lasciata sola e spesso la situazione diventava insostenibile per loro, impegnati con il lavoro e la famiglia. Nei pochi attimi di lucidità, nonna Adele si chiudeva in se stessa, rimpiangendo i tempi in cui era autonoma, indipendente, libera di organizzare la propria quotidianità come preferiva. Troppe volte aveva assistito alle discussioni dei figli sui turni che avrebbero dovuto fare per accudirla. Ogni volta era uno strazio e cominciava a sentirsi un peso sulle loro vite. Pregava di morire presto per smettere di gravare su di loro. Poi tornava quel mostro subdolo che le faceva sembrare estranei anche i suoi nipotini. Così iniziava a urlare, a coprirsi il viso con le mani. Spettri e demoni le affollavano la mente, rendendola incapace di distinguere il vero dal falso. Incapaci di sostenere ulteriormente la situazione e quel declino irreversibile della madre, i figli decisero di portarla in una struttura, diradando sempre più le visite a quella donna che si rifiutava di vederli. Adele, una madre forte che aveva cresciuto ed educato da sola i suoi ragazzi. Aveva rinunciato a rifarsi una vita dopo la morte del marito proprio per rispetto ai suoi ragazzi. Gli stessi che aveva voluto vedere laureati e sistemati. Lei, sarta da tutta una vita, sognava da ragazza di diventare maestra, ma erano altri tempi, non c'erano molte possibilità per una donna. In quel letto sconosciuto, tra medici e infermieri, si stava lasciando morire, stringendo forte a sé una bambola, proprio come tanti anni prima aveva fatto con i suoi amati figli. Sola, cantando una ninnananna riaffiorata da chissà quali abissi.

Sonia Barsanti

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Indifferenza disegno originale di Mariagrazia Catenacci

Tempeste passeggere di Serena Pisaneschi Avrebbe dovuto esserci abituata, ma non si abituava mai. Avrebbe dovuto lasciar scivolare via tutto, ma la sua pelle, chissà perché, tendeva a trattenere ogni fibra di dolore che le si adagiava addosso. Dopotutto era solo l'ennesima illusione, perché prendersela tanto? Perché rimanerci incagliata dentro? Ma la risposta era semplice quanto maledetta: perché non era capace di fare diversamente. Tre paia di occhi la fissavano tra il severo e il tenero, scuotendo virtualmente il capo al ritmo di 'c'è cascata un'altra volta'. E lei li guardava quegli occhi, dolci, lievemente sorridenti di quel sorriso che si fa ai bambini quando sbagliano con ingenuità qualcosa di ovvio. Li guardava e sapeva che non l'avrebbero giudicata, ma le avrebbero regalato un abbraccio sincero, la pacca sulla spalla che conforta quando ormai il gioco è finito e tu hai perso. Quegli occhi appartenevano a tre donne, tre amiche, confidenti reciproche. Sara sapeva benissimo cosa aspettarsi da ognuna, quali consigli, quali pareri stava per ascoltare. Una di loro le avrebbe detto: “te lo dovevi aspettare, tu non sei fatta così”, un'altra avrebbe continuato dicendo: “è il loro gioco, non conti che per quello a cui servi”, e l'ultima avrebbe concluso: “io ti capisco, non sei sola”. E avrebbero avuto ragione tutte e tre.

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Che strana la vita, che ti mette sul cammino persone che completano la tua esistenza aiutandoti a comprendere parti di un mondo che tu non riesci a vedere, per purezza o ottusità, e poi le lascia lì, a ricordarti dove stai sbagliando ma anche che quell'errore è parte del tuo essere. Sentiva che aveva i loro occhi addosso, anche se i suoi adesso erano incollati alle dita che non la finivano di torturare un pezzetto di carta che non aveva avuto nessuna colpa se non quella di trovarsi, per dimenticanza, in una delle tasche della felpa. Attorcigliato su se stesso, stretto stretto, espiava i tormenti di quelle mani che, laboriose, se avessero potuto avrebbero urlato in modo diverso. Ma non c'era niente da gridare, da compiangere, da rimproverare, c'era solo da aspettare che passasse la tempesta, e prima o poi sarebbe successo. Ultimamente però burrasca e strepitio del cielo duravano meno, la furia del dispiacere impiegava meno tempo a calmarsi. Persa tra le onde, Sara ammarava in zattere sempre più resistenti e sicure, affrontando le onde più solida nei suoi appigli e bramosa di uscirne alla svelta. Forse era questo il motivo per cui la mareggiata era più breve e sopportabile, nonostante la pioggia che le sferzava il volto riusciva a vedere un orizzonte più sereno poco al di là dello tzunami. Ma quell'onda alta, possente, irrispettosa, volta dopo volta stava perdendo la sua efficacia devastante, forse perché il risucchio verso l'oblio diventava sempre meno trascinante, o forse perché, dopo l'ennesima delusione, la potenza del rammarico non era più così forte. Eppure Sara ci credeva ancora, tornava a crederci in ogni occasione. “Potrebbe essere la volta buona” si diceva, “potrebbe funzionare”, ma non funzionava mai, in un modo o nell'altro tutto finiva, spesso prima di cominciare. Ma l'errore era suo, che continuava a intestardirsi sperando in qualcuno che le mostrasse almeno un po' di considerazione, se non di rispetto. “Apri gli occhi Sara, siamo circondate da opportunisti che fanno di tutto per usarti e poi tanti saluti. Non ti daranno altro perché non sono in grado di farlo, perché a loro va bene così.” Glielo diceva spesso Elisa, che ormai si era arresa ad una realtà dilagante, dilaniante per quei cuori che, dopotutto, non avevano ancora perso le speranza. Ed Elisa, lei l'aveva persa? Sara non ne era certa, propendendo più per il no che per il sì, però era sicura che fosse in grado di affrontare molto meglio una società così indifferente, perché libera dalla zavorra del lieto fine romantico. Federica, al contrario, ci credeva ancora a quel finale. Lei e Sara condividevano la stessa sensibilità, la stessa fiducia nella favola. Giada invece era molto più fatalista: “se deve succedere, accadrà” diceva sempre. Senza forzare la mano, senza intestardirsi con ogni mezzo. Diceva a Sara di smettere di cercare buttandosi a capofitto, il più delle volte ricavandone solo una nuova ferita. Ma 'il bello di un cuore spezzato è che si può rompere una volta sola, il resto sono solo graffi', Sara aveva letto questa frase da qualche parte ed aveva deciso di tenersela bene a mente, un po' per la sicurezza di non poter più soffrire come le era già successo, un po' per ricavarne il coraggio di credere ancora nell'amore. In un mondo così asettico, pieno di indifferenza reciproca e corrisposta, era importante non perdere la speranza e avere ancora fede nella bontà, nel rispetto e nei sentimenti, anche quelli scomodi come l'amore. Sì, perché l'amore è scomodo, fastidioso, inopportuno. Prende tutto quello che trova, tutto quello che sei, e ti rende schiavo, ti mette in gioco senza possibilità di scampo e non esiste via d'uscita. Se ti concedi il lusso di scoprire il fianco, ecco che lì arriveranno le frustate. E farà male, e brucerà, magari sanguinerà anche, ma per Sara la possibilità che invece di pugni arrivassero carezze valeva ogni dolore. In molti però non mostravano lo stesso coraggio, trincerandosi dietro barriere alte e appuntite tirate su a forza di disinteresse. Era la paura di sentire ancora male che aveva fortificato strati su strati, corazze impenetrabili, 18


perché era molto più facile indossare una cotta di maglia che mostrarsi fragile. Ma quando era successo esattamente? Quando la disillusione aveva preso il posto della fiducia? L'egoismo era il nuovo sovrano, imponendosi nei cuori delle persone e non lasciando scampo ad altro. E chi ne rimaneva vittima aveva due sole possibilità: o si adattava, di riflesso, disumanizzandosi nel tentativo di difendersi, o, come Sara, volta dopo volta se ne stava ferma ad accusare il colpo, sempre meglio assestata sui piedi però, ché le spalle si erano ingrandite ed i lividi non facevano più tanto male. Un momento di silenzio spezzò le voci che si affollavano intorno al tavolo, la quiete che sigillava la fine di un momento di condivisione. Il fumo di una sigaretta se ne svolazzava in alto, ingrigendo un po' l'aria, e dal piano di sopra arrivavano risate divertite, colorando tutto. «Giada me lo fai un altro caffè?» disse Elisa. «Subito» Giada scattò in piedi. «Per voi una tisana?» Sara e Federica annuirono. E la conversazione cambiò rotta, divagando tra tutte le altre facce del dado della vita. Non c'era indifferenza tra loro, nemmeno la minima traccia, perché tra le tante perplessità, i problemi e insicurezze, di una cosa erano certe: si volevano bene. E il sentimento, quello vero, non lascia spazio all'indifferenza.

Serena Pisaneschi

L’indifferenza come arma di difesa passiva di Anna Giulia Alfonzo Quasi sempre funziona se si ha la pazienza di sopportare gli attacchi altrui. Non è un arma che usano le persone colleriche queste preferiscono rispondere a tono. L'indifferenza può nascondere in realtà la paura di reagire. In un mondo in cui i media trasmettono continue notizie di guerre, violenze, omicidi costringono le persone a costruire un muro d'indifferenza come protezione dal dolore, si controllano le emozioni per non soccombere. Si ha la tendenza ha pensare che chi è indifferente sia senza cuore mentre chi ostenta grande disponibilità di aiuto sia di buon cuore ma molto spesso il primo si protegge semplicemente, mentre il secondo cerca appagamento negli elogi per il suo operato e cerca di colmare il suo "vuoto" interiore! Allora io mi chiedo chi dei due è veramente il "vuoto"? L'eccessiva indifferenza è sicuramente sbagliata , ma quanto è giusto il buonismo? È più giusto proteggersi o distruggersi?

Anna Giulia Alfonzo

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Poteva essere suo padre di Elena Brilli La chiave fece il suo solito suono metallico per far scattare la serratura della porta. Annalisa rientrò in casa, c’era buio e silenzio, la vita che la abitava si era abbandonata al sonno. Era decisamente più tardi dell’ora alla quale era solita rientrare dal lavoro per abbracciare forte il suo cucciolo dopo una giornata lontano e accompagnarlo nel mondo dei sogni raccontandogli una favola a bassa voce. Lasciò le borse in cucina e si avviò nella penombra verso la camera. Il suo bambino dormiva sereno, il respiro lento e placido di chi ancora sogna solo cose belle. Si sedette in terra accanto al lettino a cancelli, prese la manina del suo cucciolo e iniziò a raccontare la sua storia di quella sera, quasi a volersi giustificare con lui del fatto di aver lasciato che dovesse addormentarsi senza averla vicina. “Sai topolino dolce, la mamma è tornata tardi stasera perché ha incontrato una persona che aveva bisogno del suo aiuto. Stavo andando verso la macchina dopo aver chiuso il negozio e aver finito di lavorare e mentre camminavo sul marciapiede ho visto un signore aggrappato ad un cestino della spazzatura che barcollava e non riusciva a stare in piedi. Non era tanto giovane, era un signore anzianotto, più o meno come il nonno, sai? E non riusciva a stare in piedi. Doveva essere un tossico, in botta piena dopo la sua dose serale di eroina, consumata sui marciapiedi puzzolenti ai margini delle luci natalizie dei negozi del centro. Tu non lo sai cos’è un tossico, forse lo capirai un giorno e mi auguro che tu non arrivi mai ad essere una persona superbamente giudicante, ma solo umilmente comprensiva. Perchè ci sono tante persone che non si vogliono bene al punto da farsi del male, come se facendosi del male trovassero l’unica strada possibile nella loro anima per stare bene. E allora si fanno del male. E questo signore, che poteva essere il nonno, non stava bene. Io l’ho visto da lontano, ciondolante, le gambe molli, parlava parole sconnesse al muro. Chissà cosa diceva, chissà con chi credeva di parlare. Ma avevo paura che cadesse e si facesse male o che, perdendo i sensi, per la troppa roba marcia infilata nelle vene, finisse per morire di freddo, da solo, lì, abbandonato sul marciapiede. E allora non mi sono avvicinata, non gli ho parlato, perché non ero sicura di come potesse reagire vedendo me che disturbavo i suoi sogni distorti o affollavo di più i suoi incubi chimici, però ho continuato a tenerlo d’occhio, oltrapassandolo. Se fosse caduto lo avrei soccorso. Ho chiesto ad un paio di persone che ho incontrato sulla medesima via se lo conoscessero e se potessero fare qualcosa per lui. E sai cosa mi hanno risposto? ‘Signora, ma non lo vede che è un tossico? Lo lasci perdere. Vada a casa.’ Ma io non ce la facevo a lasciarlo lì da solo. Volevo tornare da te, sai? Ma non potevo lasciarlo lì da solo. E allora ho chiamato l’ambulanza. Mi hanno risposto che sarebbero arrivati di lì a poco e mi hanno chiesto di stare lì perché potessi indicarglielo quando sarebbero arrivati i dottori a prendersi cura di lui. Mi hanno detto anche di seguirlo da lontano, nel caso si fosse allontanato barcollando da quel cestino che sembrava essere l’unico suo appiglio alla vita, perché almeno avrei saputo indicare loro dove era andato e lo avrebbero trovato. Ci hanno messo mezz’ora ad arrivare. E’ tanto tempo per stare al freddo, ad un angolo di strada, a guardare una persona che si sente male e impreca al muro la sua disperazione. Un paio di volte si è accasciato, stavo per avvicinarmi, avevo paura di doverlo fare davvero. Ma poi ogni volta, 20


aggrappandosi al cestino si rimetteva in piedi. Quando sono arrivati i dottori con l’ambulanza, mi hanno chiesto cosa avessi visto e come si fosse comportato quel signore che poteva essere il nonno. Si sono avvicinati, gli hanno parlato, lo hanno sostenuto perché camminasse verso il lettino per poi metterlo sull’ambulanza e portarlo all’ospedale. Uno dei dottori si è avvicinato a me scuotendo la testa. Aveva gli occhi tristi, sai? Mi ha detto ‘Grazie signora, adesso ci pensiamo noi, passerà la notte in ospedale, ma domani sera sarà qua di nuovo, ancora pieno di eroina nelle vene, finché non arriverà la sera giusta. Ma non è stasera, adesso è con noi. Grazie.’ Poi sono saliti tutti, hanno acceso i lampeggianti e la sirena che a te piace tanto sentire e sono andati via. Così la mamma è potuta correre da te. Sono arrivata tardi, ma dovevo aiutarlo, dovevo fare la cosa giusta. Per quel signore che sembrava il nonno. Dovevo fare la cosa giusta per me...e anche per te.” Mentre Annalisa stava pronunciando sottovoce le ultime parole sussurrate della sua storia della buonanotte, la figura di sua madre si stagliò controluce nella lama illuminata dalla lampadina gialla del corridoio. “Ho dovuto metterlo a letto io, te non tornavi. Dove diavolo sei stata finora?” “Mamma, mentre stavo per tornare ho trovato una persona in difficoltà, era un tossico, si stava sentendo male, non potevo lasciarlo lì da solo. Ho aspettato che arrivasse l’ambulanza.” Rispose Annalisa, cercando di mantenere basso il volume della conversazione che aveva l’idea di non essere particolarmente cordiale, come sempre accadeva con sua madre. “Ma per quale accidenti di motivo non lo hai lasciato stare? Ma che t’importa? Era un tossico!” “Mamma”, rispose Annalisa, “era un uomo, e aveva bisogno di una mano. Io gliel’ho data.” Sua madre stizzita si tolse dalla luce e ciabattò veloce verso camera sua. Annalisa, posò un bacio leggero sulla fronte del suo bambino, che tirò un respiro lungo e rilassato. Si svestì nella penombra, senza accendere la luce e si sdraiò nel letto accanto al lettino con le sbarre. Nessuno forse avrebbe capito il suo stato d’animo, ma per lei quella sera sarebbe stata una sera da ricordare nella sua vita, una di quelle sere in cui ti rendi conto di aver fatto la differenza per qualcuno. Una persona in difficoltà, una mano tesa, una notte in più. Poteva essere suo padre.

Elena Brilli

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Parole in libertĂ

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L’arco di Noè di Antonella Fortuna Nota della Direzione a cura dell'Autrice: Quella che leggerete a seguire appartiene ad una serie di novelle ambientate in Sicilia e scritte con il preciso scopo di dare giovanissimi, sotto forma di narrazione fantastica, delle nozioni di storia, con usi e costumi aviti; di geografia, scienze ed arte; antiche tradizioni riguardanti pure i vari mestieri e il campo matematico; d'incentivare la loro creatività narrativa e poetica; stuzzicarne l'innata curiosità, invogliandoli ad approfondire le conoscenze della loro terra per mantenere sempre viva consapevolezza dell'importanza di tutto il loro patrimonio culturale.

ai di di la

Le suddette furono edite nel 2000 (in versione siciliano con italiano a fronte, piccole nozioni di grammatica sicula e vocabolarietto delle parole più difficili), col titolo di “Fantasticando... nel reale”, da Terzo Millennio Editore.

L’arco di Noè Quando i Galli vennero giù dalla Gallia per conquistare i territori italiani, si sa, spesso accadeva che qualcuno di loro si separasse dal gruppo e, per conto suo, arrivasse fino alla punta dello stivale. Didier era proprio uno di loro. Egli, infatti, giungendo ad una borgata esattamente dirimpetto alla Trinacria e vedendo tutto quel sole, quel mare e quei colori, ne rimase così incantato da non volersene più andar via. “La Gallia è bellissima!”, pensava. “Ci sono monti, fiumi, alberi e tanto verde. Ma, escludendo i territori confinanti con il mare, c’è freddo e cade la neve.”

(da Wikipedia) Statua equestre di Vercingetorige, opera di Bartholdi, in Place de Jaude, a Clermont-Ferrand. L'iscrizione recita: J'ai pris les armes pour la liberté de tous (ho preso le armi per la libertà di tutti)

In verità però Didier era un bonaccione, paragonato a tutti gli altri suoi compagni, giacché non aveva cattive intenzioni. Egli non ficcava il naso negli affari altrui e si preoccupava solo di cacciare, bere, pescare e dormire. Aveva anche uno strano potere: se tossiva, per lo spostamento d’aria, si alzavano pure le pietre ed i massi. Dunque questa sua fama si era sparsa nei dintorni e tutte le persone che dovevano trasportare o sollevare qualcosa di pesante lo pagavano perché li aiutasse. Perciò molto presto quel gallo divenne ricco e si fabbricò una casa sopra un albero di castagno talmente grande che, sotto i suoi rami, ci si sarebbe potuto nascondere un esercito, al completo, di cento cavalli! Naturalmente se l’era costruita vicino al mare perché amava tanto andare a pescare e adorava mangiare il pesce; d’avere poi quest’attico, con una bella vista, se l’era potuto permettere appunto per la sua tosse: ogni volta che tossiva, spostava, addrizzava, alzava tutti i legni sopra quell’albero, da solo, e neanche con corde o paranchi, senza nessuno sforzo. Un giorno, per il forte caldo ed il sole scottante, s’incendiò un villaggio vicino alla sua casa e, nonostante i suoi vari tentativi, poté salvare solo una bambinetta. Allora se la portò con sé e la allevò. La bimba era meravigliosa ed anche serena, ma se ne stava sempre di fronte al mare ad osservarlo come se stesse aspettando qualcosa o qualcuno. 23


Didier si era costruita anche una zattera perciò, quando andava a pescare, vi portava pure Miriam, così l’aveva chiamata, per farla divertire. Una di codeste volte, «padre e figlia» si avvicinarono alla riva, dall’altro lato del mare, ove incontrarono Minetto, un bel giovane, figlio di un pescatore, che nuotava e parlava con i pesci come se fosse stato uno di quegli animali. Da quel momento in poi il patrigno della fanciulla si sentì confuso e preoccupato nel vedere Miriam spesso con un’espressione sognante: egli non sapeva che Miriam si era innamorata di Mino e che lo sognava tutte le notti! di Sylvanian Families: Casetta sull'albero (amazon.it)

Dunque, se da principio alla ragazza piaceva solo il mare, figurarsi come adesso non si allontanasse più dalla spiaggia nella speranza di vedere il giovinetto! Anzi, alcune volte saliva a casa sua per guardarlo nuotare insieme ai delfini e gareggiare con essi in resistenza e velocità. Per Mino i pesci erano i suoi amici e non permetteva che nessuno li pescasse, neanche suo padre: subito, in una sola mossa, gli ribaltava la barca e li rigettava in acqua. Perciò tutti lo temevano e l’allontanavano. Per farla breve e per concludere, Minetto e Miriam per qualche mese si videro esclusivamente attraverso le loro sembianze riflesse nel mare. Infatti, l’uno da un lato e l’altra dalla sponda opposta, si specchiavano e, con l’aiuto di due murene che fungevano da postini, si scambiavano le immagini a vicenda. E’ giusto dire che Minetto non stava tutto il giorno a non far niente ma si occupava di pulire ed oliare l’orologio della torre del duomo che, specialmente per quei tempi, era una preziosità. (Sito realizzato da: fschinardi@inwind.it; www.tavoladimessina.com/le-tradizioni-siciliane.html)

Ogni giorno, alle dodici precise, un leone cominciava a muovere la coda, le zampe, la testa, e ruggiva tre volte; quindi s’iniziavano a muovere altre statuette che camminavano come fossero persone. Finalmente anche in quell’anno finì l’estate, venne l’inverno e con esso si risvegliò un mostro che aveva la sua tana in fondo a quello stretto di mare, dove le correnti aumentavano creando vortici. Quindi il ragazzo, con sveltezza, diede una pulitina all’orologio e corse verso il mare per vedere se qualcuno avesse avuto bisogno d’aiuto. Egli infatti era un buon cristiano e, nonostante i pescatori spesso lo trattassero male e lo mandassero via, quando uno di loro era in pericolo, chiamava i suoi amici pesci e lo salvava. Ma con quest’enorme bestione c’era poco da fare, anzi non ce n’era affatto! Campanile Cattedrale di Messina. Leone ruggente (a sinistra in alto); Dina e Clarenza con il gallo (a sinistra in basso); modello della luna (sulla destra). Fonte: www.messinaierieoggi.it

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Aveva un corpo informe con sei teste. Dalla base di ognuna di esse spuntavano sei lunghissime e grossissime code con le estremità appuntite come spade. Insomma, senza troppo stare a dilungarsi, si trattava, esattamente, del classico, vero, essere mostruoso di tutte le favole. Perciò, quando aveva fame, tutti coloro che si trovavano in barca nelle sue vicinanze sicuramente non scampavano alla morte e contro di lui non avevano potere né Mino e neanche i suoi amati pesci. (www.granmirci.it/SCILLA.htm)

Una volta, forse perché non si smentisse il proverbio che «Al peggio non c’è fine», essendo quella bestia molto grande, grossa e maldestra, nello spostarsi di qua e di là sotto il mare, dette tante scosse e spintoni ai massi che tenevano la Trinacria saldata ai fondali marini. Le conseguenze furono disastrose: l’isola tremò tutta e ci fu un terremoto in terra ed uno pure in mare. Minetto dunque, non appena si rese conto della tragedia che stava per accadere, scappò in cima alla torre della chiesa per mettere in funzione l’orologio anche se non era ancora mezzogiorno: così la gente si sarebbe potuta organizzare e salvare da quel disastro. Si scosse il terreno sotto ai piedi di Miriam e allo stesso modo si spaccò quell’altro su cui stava Mino. Le onde si alzavano fino a tre, quattro ed in qualche punto pure a dieci metri. Ci fu una strage! Fra quelle poche persone che rimasero vive ci furono anche Didier con Miriam e Minetto. Ma per i due giovanetti i guai avevano solo cambiato nome: adesso si chiamavano…"lontananza"! Era accaduto, conseguentemente al maremoto, che la Sicilia si staccasse dal fondo del mare, galleggiandoci sopra come una barca e che, dato il vento e la forte corrente, nel rinsaldarsi bene sul fondale, si posizionasse ad una distanza maggiore dal paese di Mino. Quindi Miriam non lo poteva vedere più, nemmeno salendo sulla sua altissima capanna, tra l’ombra del castagno. Didier invece si era levato un peso dal cuore, sapendo di poter prendere tutti i pesci che voleva senza che quello strano ragazzino glieli ributtasse di nuovo nell’acqua, con il pericolo di farlo diventare povero com’era successo ai suoi genitori! Però, un giorno nel quale il gallo se ne stava ben tranquillo a pescare, al mostro venne fame e, sentendosi torcere le budella, colpì con una delle sue ventiquattro spade la zattera e quasi stava per divorarlo se Minetto, come al solito, non fosse stato pronto ad aiutarlo. “Solo Dio e i pesci ce la potranno fare con questa bestiaccia!” pensò il giovane, e con un forte fischio chiamò i pesci-spada, e con una vociata i pesci delfino. Dunque il salvataggio avvenne così: con sveltezza, mentre i delfini giravano intorno al mostro saltando e ballando per farlo confondere, i pesci-spada gli tagliarono le code; allora Mino si buttò in mare e subito, afferrando per i capelli Didier che già stava per affogare dalla paura, lo riportò a terra, sano e salvo.

(nonciclopedia.wikia.com/wiki/File:Pesce_spada.jpg)

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A questo punto il ragazzo, pregustando già la sua rivincita, disse tra sé: “Finalmente, con questa scusa è dinnanzi a me. Adesso mi dovrà stare a sentire per forza!” E così, da galantuomo, gli chiese la mano di Miriam. Allora il gallo si fece serio in volto e, nonostante avesse capito che Minetto aveva ragione a dire che i pesci erano gli amici più sinceri dell’uomo e che era un ragazzo coscienzioso, lo volle ancora mettere alla prova. Perciò gli rispose: “Mi hai convinto. Ma, prima di darti il consenso a sposare mia figlia, vorrei che mi facessi un favore.” E continuando: “Fra non molto non avrò più la forza di remare poiché sto diventando vecchio e i dolori alle ossa stanno aumentando. Come potrò mai venirvi a trovare nella vostra isola? Ti darò la mia benedizione se costruirai un ponte sul mare, tra il tuo paese ed il mio.” e poi lo congedò. Allora il giovane se ne tornò presto a casa, naturalmente a cavallo del suo pesce preferito, e si consultò con tutti i fabbri ed i muratori di Messina, la sua città. Ma ogni idea fu messa da parte: nessuno purtroppo era in grado di fare una costruzione così lunga e pesante senza l’aiuto di Didier! Trascorrendo i giorni, dopo una settimana non si vedeva nemmeno l’ombra del più piccolo principio di codesti lavori. Minetto però non si perdeva d’animo. Infatti un giorno ci fu un temporale e la terra ed il mare e l’atmosfera si lavarono e si pulirono da tutte le scorie. Più tardi, quando quella tempesta si quietò, il sole mandò la sua luce sulla Terra e tutt’intorno fu un brillìo di gocce d’acqua piovana. Il ragazzo, mentre osservava quello splendore, alzò gli occhi e vide il suo ponte: "l’arco di Noè "! Di corsa salì a quattro e a tre gli scalini della torre ch’era alta fino a toccare il cielo; acchiappò quel ponte colorato lucente e lo posò da una parte su Messina e dall’altra davanti la casa di Didier. Così Mino poté sposare Miriam, e le due terre e quella gente furono unite da…"un arcobaleno"!!! Naturalmente il ponte fu inaugurato per il matrimonio dei due giovani i quali fecero un gran banchetto. In ultimo, prima di partire per il viaggio di nozze, gli sposi si affacciarono dall’arco di Noè e lanciarono i confetti anche ai loro amici pesci per salutarli. Ed a noi, non solo non ne dettero nemmeno uno, ma ci lasciarono, e speriamo per poco tempo, con l’invidia… di un ponte!

(SuperEdo.net: Wallpaper International WebSite)

Antonella Fortuna 26


WRITERS PRESENTA: “Sedici albe in un giorno” di Angelo Pio Villani Nota della Direzione: E’ un mio personale piacere quello di ospitare all’interno di questo numero di WRITERS la presentazione del primo romanzo di Angelo Pio Villani, che aveva collaborato con noi come autore all’interno del numero 12. “Sedici albe in un giorno”, ed. DrawUp, lo trovate nelle migliori librerie, sul sito della DrawUp (http://www.edizionidrawup.it/228-sedici-albe-in-un-giorno9788893690621.html), su IBS (https://www.ibs.it/sedici-albe-in-giorno-libro-generic-contributors/e/9788893690621), su Amazon (https://www.amazon.it/dp/B071WTZSYP/ref=cm_cr_ryp_prd_ttl_sol_1) e su svariate altre librerie on line. Mi auguro che la presentazione che seguirà, dell’autore e del suo lavoro vi incuriosiscano. Noi di WRITERS siamo molto orgogliosi di averlo avuto tra le nostre pagine in passato e ci auguriamo di averlo di nuovo con noi molto molto presto! Intanto godetevi il suo libro! Elena Brilli

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Angelo Pio Villani è nato a Bari nel 1965. Dopo aver conseguito la Maturità Classica e il Diploma di Pianoforte, nel 1989 si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Bari. Nel 1993 si è specializzato in Cardiologia ed attualmente svolge la professione di Cardiologo presso il Policlinico di Bari. Affascinato delle manifestazioni artistiche in tutte le loro espressioni (in particolar modo musica e fotografia), ha tuttavia sempre prediletto la scrittura, sebbene abbia dedicato a tale passione solo pochi ritagli del proprio tempo.

“Sedici albe in un giorno”, il cui progetto è nato oltre dieci anni fa, dopo essere rimasto confinato in un cassetto, è stato portato a termine solo di recente e segna l’esordio (oltremodo tardivo) di colui che impropriamente e in modo scherzoso talora si definisce specialista in “affari di cuore”. La vena ironica che accompagna lo scritto è la stessa che l’autore impiega nel lavoro di ogni giorno, convinto che, pur con il peso della responsabilità e senza prescindere dal rigore scientifico e professionale, mitigare la sofferenza dei pazienti con un pizzico di ironia, specie se condivisa, è un indubbio beneficio per chi affronta una malattia ed è parte integrante della missione del “prendersi cura” a cui dovrebbe essere fedele qualsiasi medico.

Sinossi per quarta di copertina La chiamata notturna di Don Franco, a causa dell’ennesimo guaio combinato dai “Warriors”, dà l’avvio a questo spaccato sociale che, nella sua apparente normalità, si fa allegoria di tutte le straordinarie vicende umane che colorano, a qualsiasi latitudine, ogni giorno della nostra vita. La vittima designata è stata “Vincenzoilsagrestano”, debole di cuore, convocato alla vita eterna da un nastro registrato che i tre “Warriors”, Mimmo, Filippo e Donata, hanno collocato ad arte nella sua stanzetta. I tre vivono in una palazzina fatiscente vicino alla canonica, e portano sulle spalle un passato all’interno di un manicomio criminale. Il medico condotto del paese è il loro amico e confidente, colui il quale, in un certo senso, si “prende cura” di loro. Colui che, quanto meno, ne comprende esigenze e pulsioni, provando per esse quel senso di umana pietà che si sposa con la solidarietà e non con la compassione. La casa dei “Warriors” è a rischio, perché anche in questo tipico paesino italiano, mai nominato ma che potrebbe essere qualsiasi piccolo centro della penisola, l’interesse, la burocrazia e il politichese la fanno da padroni. Tra giravolte e trovate, costruzioni e distruzioni, amori palesati e amori profondi, talora tardivamente riconosciuti, si celebra un inno alla follia dell’Amore, in un crescendo di ironia ed emozioni, mescolato al bisogno di riflessione sui grandi temi della vita.

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WRITERS PRESENTA: “Dizionario dell’alcol – Ricordi oziosi di un padre separato” di Paolo Mormile Nota della Direzione: Presenza graditissima all’interno di questo numero di WRITERS la presentazione del primo romanzo di Paolo Mormile “Dizionario dell’alcol – Ricordi oziosi di un padre separato”. Paolo è da sempre uno dei collaboratori più assidui di WRITERS, redattore della rubrica “Vizio di forma” e autore di innumerevoli racconti in molti dei numeri della rivista. Scrittore dai tratti caustici e vagamente bukowskiani, si era eclissato per qualche tempo dalle nostre pagine, ma stava preparando questa grandiosa sorpresa che troverete nelle migliori librerie, sul sito della Arduino Sacco Editore (http://www.arduinosaccoeditore.eu/products/dizionario-dell-alcol), sul sito della Mondadori (http://www.mondadoristore.it/Dizionario-dell-alcol-Paolo-Mormile/eai978886951323/) e su svariate altre librerie on line. Mi auguro che la presentazione che seguirà, di questo meraviglioso lavoro di Paolo Mormile vi incuriosiscano. Noi di WRITERS siamo molto orgogliosi di averlo avuto tra le nostre pagine in passato e ci auguriamo di averlo di nuovo con noi molto molto presto! Intanto godetevi il suo libro!

Questo volume raccoglie sprazzi di vita vissuta e raccontata in maniera autentica, verace e vitale. Esperienze legate a un trascorso edonistico dell’Autore neanche troppo remoto, in pieno contrasto con la vita metodica che vive attualmente. Quasi uno sfogo, di certo un tributo melanconico alle vecchie glorie passate. Le vicende narrate rappresentano momenti di svago: viaggi, concerti, donne, calcio e tante bevute tra amici. Un bagaglio di emozioni e sentimenti cui l’Autore mostra di tenere particolarmente e che ricorda con affetto e simpatia, quasi volendo aggrapparvisi per non annaspare nelle difficoltà quotidiane, dal rapporto ormai logoro con la moglie alle problematiche di gestione dei figli. Il volume vuole altresì essere un vademecum per quanti abbisognino di orientamento nel variegato, variopinto e periglioso universo dell’alcol.

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La redazione di questo numero: Elena Brilli Direttrice – Grafica Autrice di “Bisogna sparargli”, pag. 14 e di “Poteva essere suo padre”, pag. 20 E-mail: elena.brilli@gmail.com Blog: Crazy Alice in Wonderland (http://crazyaliceinwonderland.com/) Facebook: Elena Brilly Anna Bellucci Autrice del disegno originale di copertina: “Indifferenza” E-mail: annabellucci87@gmail.com Facebook: Anna Bellucci Armando Cambi Autore di “L’indifferenza”, pag. 8 E-mail: armando.cambi@libero.it Serena Pisaneschi Autrice di “Tempeste passeggere”, pag. 17 E-mail: serena.pisaneschi@gmail.com “Letture da metropolitana”: http://www.letturedametropolitana.it/autori Facebook: Serena Pisaneschi

Michel Angelo Autore di “Eppure lo aveva visto” , pag. 7 E-mail: ultravox01@libero.it

Molfy Autrice di “La matta”, pag. 11 E-mail: molfyscrive@gmail.com

Eufemia Griffo Autrice di “Come un aquilone”, pag. 6 e di “Il mare d’inverno”, pag. 12 E-mail: eufemia_g@live.it Blog: Il fiume scorre ancora (https://ilfiumescorreancora.wordpress.com/) MultiBlog : Memorie di una Geisha (https://eueufemia.wordpress.com/)

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Sonia Barsanti Autrice di “Il treno”, pag. 5 e di “Istantanee di indifferenza”, pag. 15 E-mail: sbverdesperanza@gmail.com Blog: Gli occhi della libellula (https://gliocchidellalibellula.wordpress.com/) Pagina Facebook: Sonia Barsanti – apprendista scrittrice (https://www.facebook.com/apprendistascrittrice/) Facebook: Sonia Barsanti

Mariagrazia Catenacci Autrice dell’ illustrazione originale “Indifferenza”, pag. 17 E-mail: mgcatenacci@libero.it Facebook: Mariagrazia Catenacci

Angelo Pio Villani Autore del libro “Sedici albe in un giorno”, presentato a pag. 27 E-mail: angelovillani@hotmail.com Paolo Mormile Autore del libro “Dizionario dell’alcol – Ricordi oziosi di un padre separato”, presentato a pag. 29 E-mail: paolo.flaco@libero.it Facebook: Paolo Mormile

Antonella Fortuna Autrice di “L’arco di Noè”, pag. 23 E-mail: anto.fortuna@libero.it Anna Giulia Alfonzo Autrice di “L’indifferenza come arma di difesa passiva”, pag. 19 E-mail: giulia.anna.a@gmail.com

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Writers 14  

L' "INDIFFERENZA NEI RAPPORTI UMANI"

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