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Numero 13 : Crescita “I la Ma Si

treni che cambiano vita esistono. non si aspettano. guidano.�

R. J. Hastings

Numero 13: Crescere


In questo numero: In copertina: “Crescita” di Anna Bellucci, acquerello e inchiostro su carta, 2017 2 .....…. Editoriale 4 …...... A proposito di: “Come si cresce” 5 …... 7 …... 8 …... 11 ….. 11 ….. 12 ….. 16 ….. 18 20 21 23

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Crescere di Armando Cambi Non era più un giorno normale... di Michel Angelo La promessa di Sonia Barsanti In cammino verso la luce di Molfy Il grande salto di Molfy Salite e discese di Serena Pisaneschi Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla di Eufemia Griffo Ritorno a casa di Molfy Cammino di Marta Vitali Fotografie di Eufemia Griffo Clarissa di Elena Brilli

26 …...... Parole in libertà 27 .. Il barone generoso di Antonella Fortuna 30 .. Diego Baldassarre presenta: “La pioggia rara” di Samuele Liscio di Diego Baldassarre

34 …...... La redazione di questo numero

Nota sull'uso delle immagini: Fatte salve le immagini originali ed inedite, per le quali abbiamo l’autorizzazione degli autori alla pubblicazione, tutte le altre immagini riprodotte nella presente pubblicazione sono prese da internet e, per quanto è dato conoscere, non coperte da copyright. 1


EDITORIALE Nasce con queste poche righe il nuovo numero di WRITERS dedicato ad un tema complesso e intimamente ostico, quello della ‘crescita personale’, del modo in cui, per intendersi, nel percorso di vita di ognuno di noi si ha la percezione chiara e netta che niente sarà più come prima e soprattutto che noi non saremo più quello che siamo stati fino a quel momento. Per noi autori si è trattato di tornare indietro ciascuno nel proprio tempo di vita alla ricerca di qualcosa o qualcuno di molto importante che ci ha costretto ad un certo punto, accompagnandoci con gentilezza o trascinandoci nostro malgrado, a fare un balzo in avanti nel nostro percorso di crescita. E fare questa operazione mentale, credetemi, non è cosa semplice, né, spesso, priva di dolore. Si rimettono in campo emozioni e sensazioni chiuse nella scatola dei ricordi e le parole devono costruire intorno ad esse un castello di frasi credibili e al tempo stesso meno personalizzate possibili. Il processo di astrazione sotteso al meraviglioso gioco delle parole diventa allora un equilibrismo pericoloso per parlare di sé, senza parlare troppo di sé, con quel distacco che il tempo impone ad emozioni sopite che tornano prepotentemente a galla e che consente, forse per la prima volta, di mettere quello che ci ha fatto ‘diventare grandi’ nella giusta prospettiva. Siate dunque clementi nel leggere le pagine di questo nuovo numero di WRITERS, c’è un pezzo importante della vita di ognuno di noi autori, che vi chiediamo di ‘maneggiare con cura’. Speriamo che le nostre parole siano un tramite perché anche voi che leggete possiate o vogliate fare un passo indietro alla ricerca consapevole di quello che vi ha portato avanti, di cosa vi ha fatto diventare quello che siete e, nonostante la fatica che magari vi costerà questa operazione, credetemi, ne sarà valsa la pena, dopo. Sarebbe un grande onore se aveste poi voglia di condividere con noi le vostre impressioni, le vostre emozioni e anche le vostre critiche, perché no. Ci troverete sempre pronti ad accogliervi ed ascoltare ogni vostro pensiero qui:

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E aspetteremo con ansia, per la costruzione dei nuovi numeri, ogni nuovo spunto creativo che vorrete condividere con noi, i vostri racconti, le vostre poesie, i vostri disegni, i vostri pezzi di creatività. Noi saremo pronti ad accoglierli e dar loro spazio nelle future pubblicazioni, perché abbiamo scoperto che dialogare con voi lettori in uno scambio alla pari di parole, immagini ed emozioni ci arricchisce e ci stimola e, credetemi, passare ‘dall’altra parte’ e trovare i vostri scritti sulle pagine della ‘vostra’ rivista, non è poi così complicato come potete pensare, ma è sicuramente bellissimo! Ricordate che WRITERS può essere anche vostro, anzi che lo è, vostro. Noi siamo solo l’umile canale attraverso il quale potete tirar fuori da voi tutto il vostro personalissimo caleidoscopio di emozioni. Buona lettura a tutti, quindi, e buona estate, sia che vi troviate sulla sabbia calda di spiagge assolate, sia che cerchiate riparo al fresco di alberi secolari disseminati sulle nostre montagne, sia che vi avvolga la penombra di un crepuscolo iridato sul terrazzo di casa vostra. Noi ci ritroveremo in autunno, pronti a condividere, come ogni volta, ma ogni volta un po' di più, un nostro nuovo sogno, che mi auguro sarà veramente diventato anche il vostro.

La direttrice Elena Brilli

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A proposito di: “Come si cresce”

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Crescere di Armando Cambi L’autunno del 1962 sarebbe stato importante. Avevo preso da poco il diploma di perito chimico, all’Istituto Tecnico Tullio Buzzi di Prato (il Buzzi, come dicevano gli addetti), e con una media “altissima” di 7,40 (una delle migliori dell’istituto, forse la migliore in assoluto), può sembrare strano, ma allora i voti erano così, il 9, 10 erano voti teorici, in pratica mai usati, superare la media del 7 era raro, e addirittura permetteva di pensare anche a delle borse di studio. Avevo già ricevuto un paio di offerte di lavoro, ma la mia scelta era stata un’altra. Ne avevo parlato in famiglia, e furono d’accordo, mi sarei iscritto all’università, a chimica, perché era il secondo anno che i diplomati si potevano iscrivere all’università con una “certa” libertà. Fino a due anni prima chi aveva fatto l’istituto tecnico poteva iscriversi solo a economia e commercio, un’altra stranezza dell’epoca, e solo dall’anno prima il ministero aveva pensato che “forse” anche i diplomati potevano ben riuscire anche in altre facoltà, ma dopo aver superato un esame di idoneità, naturalmente. Ora si sorriderebbe, ma allora era considerato normale….., in fondo la elite che aveva diritto ad accedere ai livelli di potere, la “classe dirigente”, doveva avere una base di studi classici, magari scientifici, come i licei, ma non era pensabile che quelli delle scuole più “basse” potessero avere troppe ambizioni. Ma l’idea dell’esame di accesso non mi incuteva nessun timore, ero gasato, l’idea di andare all’università mi entusiasmava, sapevo che c’era una prova scritta sul tipo di un tema, magari su argomenti di chimica, quindi la cosa non mi faceva nessuna paura., mi ero iscritto e via! Quell’inizio di autunno quindi era un periodo di attesa, un po’ sospeso fra un prima ormai concluso ed un futuro tutto da scoprire, con tante speranze. Poi arrivò il 19 ottobre. Quella mattina la mamma mi disse se potevo fare una scappata a casa dei nonni, perché il nonno Adolfo era a letto da un paio di giorni e magari davo un’occhiata e aiutavo la nonna che da sempre ci vedeva poco. Verso mezzogiorno uscii, scesi giù per la strada fino alla casa dei nonni (dieci minuti a piedi), e trovai il nonno a letto e la nonna che stava preparando il pranzo (cose semplicissime, da vecchi). Andai in camera dal nonno che quando mi vide mi sorrise come sempre, aveva 69 anni, mi sembrava vecchio, ma era stato sempre molto simpatico, allegro e chiacchierone, e a me, il primo nipote, voleva molto bene (anche se lui voleva bene a tutti….). A vederlo, il nonno, non sembrava molto malato, si pensava a una banalissima influenzina, una malattia di stagione. La nonna aveva preparato un semolino e io mi offrii di aiutare il nonno a mangiarlo. Si tirò un po’ su nel letto, e cominciai a porgergli il cucchiaio con il semolino. Fra una cucchiaiata e un’altra faceva qualche battuta delle sue, cominciò a dire che ora i giovani erano tutti un po’ avvezzati male, che le mamme ci viziavano, che la sua mamma come tutte le mamme della sua generazione avevano poco tempo per i figli, ma erano sempre impegnati a farli e quindi…, io sorridevo e rispondevo. Mangiò quasi tutto il semolino, poi, d’improvviso, mentre io ero con il cucchiaio in mano chinato verso di lui, si zittì e piegò leggermente la

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testa, lo chiamai “nonno”, non rispose, lo chiamai ancora, lo toccai, niente, ebbi come un brivido lungo la schiena, corsi in cucina a chiamare la nonna, venne di là subito e capì, lo toccò, lo abbracciò, pianse, anch’io piansi, o meglio, volevo piangere, ma non potevo. La nonna corse al piano di sotto da amici che abitavano lì, mandò a chiamare il dottore, che arrivò quasi subito (almeno così mi parve), era un medico anziano, che ne aveva viste tante, compresa la guerra, si avvicinò al nonno, lo scoprì, aveva il pigiama, lo guardò appena, poi si sollevò “il cuore” mi sembra che disse, la nonna piangeva ma si faceva forza, e mi disse vai a chiamare la mamma. Corsi in strada, e mi inerpicai quasi di corsa verso casa. “Mamma, vieni dai nonni”, la mamma mi chiese cosa era successo, e io zitto, “vieni il nonno non sta bene”, mi sentivo le lacrime salire …. scendemmo in fretta, quando si arrivò c’erano già le persone del piano di sotto, la mamma si mise a piangere, quasi in silenzio, non si era abituati a urlare o agitarsi troppo. Il dolore ci resta dentro, così è, anche per me. Poi non ricordo bene, venne il babbo, fu chiamato lo zio, che stava a Gorizia, e furono avvertiti i parenti, che erano parecchi. Funerale, tristezza, solite cose, un senso di vuoto dentro. Io avevo sentito le sue ultime parole, scherzose, come sempre, e le rimuginai a lungo, ero triste, ma sapevo che era vecchio, e anche un po’ malandato, arteriosclerosi, dimenticava le cose, poi negli ultimi tempi, con le iniezioni di eparina arrivate da poco era migliorato, ma insomma allora 69 anni erano parecchini (non esagerati, ma neanche tanto pochi). In quell’autunno che doveva essere allegro fu come una frustata, ma ero giovane, il nonno era vecchio, la vita andava avanti. Ci furono gli esami di ammissione all’università, vari impegni, il ricordo del nonno sbiadiva lentamente, ma un po’ per una certa tristezza interiore e un po’ per rispettare le normali tradizioni di famiglia, sentivo il desiderio di stare appartato, in lutto, e per qualche settimana smisi di uscire con gli amici. E venne dicembre. L’8 dicembre era festa, verso mezzogiorno il mio amico Paolo si fermò a casa per dirmi che aveva fissato con degli amici per andare fuori il pomeriggio, sarebbero andati a ballare, a Firenze, mi diceva se volevo andare anch’io. Ci pensai un po’, poi lo dissi alla mamma che mi disse di andare, era giusto riprendere la solita vita, senza problemi. Il pomeriggio, verso le 4, passò Paolo, che aveva preso la patente da poco, con la sua cinquecentina familiare bianca, sempre piena di attrezzi vari, ma mi sembrava una bella cosa avere la macchina, anche se lui ogni tanto l’aveva perché serviva per il lavoro di suo padre. Con gli altri aveva fissato vicino al ponte sull’Arno, arrivammo in anticipo ed ero abbastanza eccitato, era un po’ di tempo che non vedevo i ragazzi, mi aveva detto che c’erano delle ragazze, che conoscevo un po’, ma non vedevo da qualche mese. Quando arrivarono fui contento, le salutai e vidi anche lei, Paola, che avevo conosciuto qualche mese prima, mi aveva colpito, ma poi l’avevo persa un po’ di vista. A dir la verità, mi era piaciuta subito, ma avevo visto che c’erano altri che le giravano intorno, e un po’ rattristato avevo cercato di non pensarci perché pensavo di non avere spazio. Andammo ai Tigli, a Firenze, vicino al Ponte alla Vittoria, Paolo aveva organizzato tutto, io non c’ero mai stato. Era un localino simpatico, fresco, niente a che vedere con le discoteche che sarebbero nate negli anni successivi. Riempimmo un paio di tavoli, c’era allegria e eravamo parecchi, ma io vedevo solo lei. Sentivo una 6


fitta al cuore, ero incerto e agitato dentro, ma non lo facevo vedere. Non sapevo bene cosa fare, scherzavo, chiacchieravo così del più e del meno, non so di cosa, si rideva un po’ tutti, bevendo qualche aranciata. Poi mi feci coraggio, le chiesi di ballare, accettò sorridendo. La sua voce era dolcissima, questo già lo sapevo, ma risentirla ora mi faceva tremare. Raggiungemmo la pista, la tenevo per mano, iniziammo a ballare, erano i rock e i lenti di allora, c’era la musica dal vivo, un complessino musicale di ragazzi, che suonavano le canzoni di Endrigo, Mina, Paoli, Celentano…. e altri che non ricordo più. La tenevo vicina, ma non troppo, sentivo la sua schiena calda, e il suo respiro, e la mano nella mia mano che sembrava contenta di starci. Non so quanto abbiamo ballato, e cosa ci siamo detti, e poi siamo tornati a sedere, e poi abbiamo ballato ancora, non so se ballai con altre e se lei ballò con altri. Non ricordo nulla di tutto questo, ricordo che un calore mi entrò dentro, mi prese l’anima e il corpo, e la sera ero diverso, la mia strada sarebbe cambiata, ancora non lo sapevo con chiarezza, ma sarebbe cambiata, perché in quel pomeriggio di fine autunno, all’improvviso, dentro di noi era nato l’amore ed era iniziata la nostra storia. Che ancora continua.

Armando Cambi

Non era più un giorno normale... di Michel Angelo Crescere... Sono cresciuto un giorno… Uno come tanti altri, in cui anche la routine sembra una promessa di divertimento… Un giorno in cui mentre lavoro in casa sento il suo cellulare vibrare sul comò… Un messaggio che parrebbe uno dei mille che lei riceve… La curiosità mi spinge a guardarlo… Era un giorno normale… Fino ad allora… Fino a che non lessi i messaggi d'amore dell'amante… Non era più un giorno normale... Fu il giorno in cui morii come marito felice e fesso e rinacqui come uomo nuovo... Dapprima risvegliandomi come diciassettenne uscito da un coma pluriennale... Poi col tempo, molto, divenni uomo... E crebbi… Michel Angelo 7


La promessa di Sonia Barsanti Ignori le urla di tua madre, scansi tua sorella che ti guarda con un’espressione strana, quasi assente ed esci dall’obitorio per andare a riprendere lo scooter. Allacci il casco e ti allontani svelto da tutto il caos che è scoppiato intorno. Tuo padre è morto. Morto. È disteso, freddo, in una bara perfettamente liscia, con addosso il completo buono, lo stesso che indossava il giorno della tua Cresima, l’anno scorso. «Pa’, facciamo tardi, sei pronto?» gli chiedi entrando in camera. «Guarda un po’ il tuo vecchio! Altro che 007, qui c’è della classe, e nemmeno poca!» cammina su e giù sul parquet, compiacendosi del completo nuovo, preso all’outlet ad un terzo del prezzo di partenza. Non è proprio all’ultima moda, ma con la sua busta paga è il massimo che poteva permettersi. «Sì sì, sei ok, ora andiamo?» gli fai alzando gli occhi. Hai appuntamento con il gruppo del catechismo nel parcheggio davanti alla chiesa tra meno di cinque minuti e ne occorrono almeno dieci per arrivare là. Praticamente sei già in ritardo e detesti quando accade. «Mi presti il gel?» ti chiede sistemandosi i capelli appena un po’ brizzolati. «Basta che non me lo finisci! Ti aspettiamo in macchina, muoviti, ok?» «Aspetta un attimo, facciamoci una foto! Dai, vieni qua!» ti mette un braccio intorno alle spalle e con il cellulare immortala i vostri visi vicini che si sfiorano come in una carezza. Vorresti sottrarti a quell’attimo, per te molto imbarazzante, perché non sei più un bambino e certi slanci da parte sua preferiresti evitarli. Ti bruciano gli occhi. Acceleri per non sentire quell’eco di voci e immagini che ti martella nelle tempie. Non credevi di doverla affrontare così presto, la morte. Ti ha preso alle spalle, non eri preparato. Stavi giocando on line con tuo cugino quando tua madre è entrata piangendo. Non eri pronto a questo, non si è mai pronti a fare a meno di un genitore, men che meno a quindici anni. Il tuo stesso dolore ti sta stretto addosso, ti impedisce di respirare. È qualcosa che ti comprime il cervello, lo rende poltiglia; come una cuffia che impedisce la circolazione, non riesci più a ragionare. Sfrecci via, superi la scuola, la chiesa, la pasticceria all’angolo, dove quel giorno di primavera ti diede la notizia che aspettavi. «Marco, diventerai presto fratello maggiore. Sei contento?» ti chiede una volta seduti al vostro tavolo, quello che dà sul giardino. Guardi una farfalla svolazzare tra le aiuole in fiore. È bianca, aggraziata. «Sì, speriamo che è un maschio!» rispondi con l’allegria di un bambino di sei anni. Invece ecco Alice, un tornado di capelli rossi e lentiggini. Quando te la mostrarono per la prima volta restasti prima indifferente poi la curiosità ebbe la meglio. Era minuscola. Ti guardò con i suoi occhi trasparenti, già vispi, e un seme dentro di te attecchì. Eri un fratello maggiore adesso: avevi la certezza che l’avresti protetta per sempre. Il suo primo sorriso lo rivolse proprio a te, come a suggellare quel patto. Lo scooter corre via tra strade che conosci bene, passa davanti ai negozi storici, a quelli chiusi e a quelli appena aperti. Non sai nemmeno dove stai andando, ma non vuoi fermarti. Via e basta, mentre il dolore ti bracca. 8


Tuo padre è morto. Gli occhi bruciano. Serri le mascelle mentre il vento ti congela le mani, ti arriva fin sotto la pelle. Corri sempre più veloce, come impazzito, preda di un destino infame che ti scaraventa nel baratro facendo crollare tutte le tue sicurezze. «Va bene, ora puoi aprire gli occhi!» dice lui con voce emozionata mostrandoti la nuova mountain bike sul vialetto di casa.. Non sai se ridere o piangere. Avevi chiesto lo scooter per il tuo quattordicesimo compleanno e, invece, ti trovi davanti una bicicletta. La tua espressione deve dirla lunga perché subito dopo lui scoppia a ridere. Alice urla: «È uno scherzo, Marco!» Ti prende per mano e ti accompagna fino al garage, saltando di gioia. È proprio lì, il modello che ti piace da morire. Sei senza parole. Il viso illuminato da un sorriso di felicità. Proprio come quello di tuo padre. «Guarda ragazzo che se ti dimentichi di metterti il casco anche solo una volta, puoi dire addio a quello scooter, intesi?» Vi guardate negli occhi. Nel suo sguardo c’è preoccupazione ma anche voglia di darti fiducia. Non lo deluderai. «Me lo metterò sempre, promesso!» Subito dopo salti in sella e corri a mostrare il tuo regalo agli amici. Le lacrime adesso ti offuscano la vista. Ti pungono come spilli gelidi. Continui a sfrecciare e non ti accorgi di essere passato con il semaforo rosso. Lo schianto contro l’automobile è immediato. Tutto diventa distorto, sfocato, confuso. Poi il buio t’inghiotte. «Ehi, guarda che chi dorme non piglia pesci…» ti dice ridendo. «Ehm?» riapri gli occhi, il sole è alto, accecante e ti raggiunge con i suoi giochi di luce tra la chioma dei faggi. Siete a pesca, sulla sponda del lago dove andavate ogni domenica d’estate quando eri molto piccolo. Passavate ore intere immersi in quella pace. «Sei venuto per farti una ronfata o per aiutarmi a prendere qualcosa?» ti provoca guardando davanti a sé. (immagine dal web)

Due anatre scivolano tranquille sulla superficie dell’acqua, poco più in là. Non c’è nessuno oltre a voi, eppure nei tuoi ricordi era un posto molto frequentato dalle famiglie nel weekend. L’area attrezzata per il pic-nic è ancora lì, nel fresco del bosco. «Pa’, se aspettiamo che peschi qualcosa… moriamo di fame!» lo prendi in giro dandogli un colpetto sulla spalla. 9


Finge di offendersi, ma, in realtà, se la ride anche lui. Dopo un po’ si fa serio e, sempre guardando la calma del lago, ti parla con un tono di voce diverso, profondo. «Mi dispiace, Marco.» Ti viene da piangere, ma trattieni tutto con una forza sconosciuta ai tuoi giovani anni. «Non credevo che me ne sarei andato così. Aneurisma. Bah, in realtà speravo di uscire di scena in un modo un più eclatante, che ne so, con il culo di un elefante che si siede sulla mia faccia, per esempio!» scherza. «Pa’, smettila, non fai ridere nessuno.» «Hai ragione, scusa… Volevo solo sdrammatizzare…» Lui è così, è capace di ridere perfino sulla propria morte. Vorresti avere metà della sua ironia per affrontare la vita. Invece sei così furioso con il mondo intero. «Non è giusto!» sbotti alzandoti. Tremi. «Giusto per chi?» ti chiede con un sorriso. «Per te, per me, per mamma e Alice! Come faremo adesso?» «Io sto bene, come puoi vedere. Si sta d’incanto qui. Mamma e Alice hanno te e tu hai loro. Avete bisogno l’uno dell’altro, adesso più che mai.» «No, abbiamo bisogno di te, papà!» Adesso non riesci più a trattenere quella piena che sfonda gli argini. Il tuo dolore si infrange contro di lui. Si alza, lasciando a terra la canna da pesca. «Vieni qui.» Ti abbraccia forte, e stavolta non ti vergogni di quel contatto così protettivo e intimo. «Sei un ragazzo in gamba, Marco. Farai grandi cose nella vita e so che avrai cura di mamma e Alice. A proposito di Alice… Tienila d’occhio quando uscirà la sera, hai la mia autorizzazione a pedinarla. Intesi?» Tiri su con il naso e annuisci, sentendoti piccolo e al sicuro in quell’abbraccio. «La mamma dovrà portare avanti tutto. Stalle accanto, ma non credere che non sia forte. Lei è una sorgente di energia. È solo grazie a lei e al suo esempio che sono diventato l’uomo che volevo essere.» Si commuove anche lui e non se ne vergogna. È un grande, lo è sempre stato. «Ti tengo d’occhio, in gamba, eh?» e ti riabbraccia più forte di prima. Contraccambi quella stretta come a suggellare una promessa. Chiudi gli occhi per imprimere la sua voce, il suo odore, il suo calore nella mente e nel cuore. Quando li riapri sei in una stanza d’ospedale. Ti senti frastornato, hai la nausea e un dolore sordo in testa. Hai rischiato la vita. Vedi il viso di tua madre, stravolto, pallido con gli occhi gonfi. Non vuoi più vederla così, e giuri a te stesso che avrai cura di lei e di tua sorella, proprio come farebbe tuo padre.

Sonia Barsanti

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In cammino verso la luce di Molfy Quattro ragazzi in cammino, al tramonto della loro infanzia… Insieme, si sentono pronti a dirigersi verso la luce, in quello straordinario, intimo viaggio che li porterà alla conoscenza di sé. Non sanno bene cosa attendersi alla fine del percorso, ma dal tono allegro delle loro voci traspare una fiducia quasi incosciente nel proprio domani. Parlottano, ridono e scherzano prendendosi amichevolmente gioco l’uno dell’altro, in un turbine di sensazioni e desideri inespressi, evanescenti quanto una foto sfocata. Mentre camminano appaiati, timidamente si confidano sogni e progetti, scoprendo di condividere la medesima curiosità verso i misteri della vita che si apre loro dinanzi, in un labirinto di emozioni da sperimentare e prove iniziatiche da superare. Ma la paura di non farcela e le mille insicurezze vengono esorcizzate nel momento stesso in cui trovano espressione. Parlarne è un po’ già come vincerle, è un gettarsi alle spalle timori e ricordi passati che si allungano sul terreno unitamente alle ombre proiettate da questo sole basso che illumina i loro giovani corpi, mentre procedono a passo spedito lungo il sentiero della vita.

Molfy

Il grande salto di Molfy Quand'ero bambina, vicino casa c'era un parco con uno scivolo alto alto, di quelli che, per motivi di sicurezza, non si vedono più. Il gioco non era lasciarsi scivolare giù (divertente ma scontato), bensì salire i gradini, voltarsi e saltare. I bambini più grandicelli di me lo facevano ridendo. Sembravano divertirsi un mondo! Io avevo un po'paura, ma ogni giorno - quando nessuno mi vedeva - provavo a saltare da un gradino più su. Finché anch'io, col cuore che batteva forte in gola, ho fatto il Grande Salto!!! Nella frazione di secondo che ho impiegato ad arrivare a terra mi è sembrato di volare, ho sentito l'aria accarezzarmi il viso e opporre una dolce resistenza al mio balzo nella vita e nella libertà! Avevo superato le mie paure.

Molfy

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Salite e discese di Serena Pisaneschi “Le cose che fanno crescere sono quelle che ti si appiccicano addosso e ti graffiano la pelle, di cui non ti liberi ed a cui ti devi abituare se vuoi galleggiare in quel mare di difficoltà che è la vita”. La dottoressa parlò guardandoli tutti negli occhi, uno dopo l'altro. Era convinta di quello che stava dicendo, lo aveva vissuto lei stessa, ma sapeva che ogni sguardo che si era incollato al suo si vestiva degli stracci del disprezzo e del menefreghismo, semplicemente perché 'cosa cazzo ne sa questa qui'. Non ne sapeva niente infatti, non nello specifico, ma aveva affrontato molte volte i cambi di rotta della propria vita, sbattendoci sempre la faccia e l'orgoglio finendo spesso lunga distesa a terra. Si era sempre rialzata però, con un livido di più, qualche contusione o magari un paio di ossa rotte, ma era sempre riuscita a riprendere il cammino. Martina la guardava dal basso in su, lasciando la testa penzoloni sulle spalle con l'intento di raccontare a tutti che non le importasse niente di trovarsi lì, ma i suoi occhi non avevano smesso un attimo di scrutare la donna che stava seduta due sedie più in là, alla sua sinistra, e le orecchie non si erano distratte mai. Non ne sapeva molto della dottoressa Gigliotti per la verità, avrebbe detto che avesse più del doppio dei suoi anni e la riteneva bella, a suo modo, nonostante gravitasse intorno alla cinquantina. Le sembrava un tipo tutto d'un pezzo, con i capelli neri raccolti in uno chignon sopra la nuca, il trucco leggero ed i vestiti dimessi, quasi casti. Non aveva gioielli a parte una catenella d'oro, ma era molto sottile, a maglie strette e piccolissime, e non si capiva quale fosse il pendaglio perché spariva a nascondersi nello scollo della camicetta color malva. Sedeva composta su una sedia, con tutte e due le piante dei piedi men poggiate a terra, ed aveva un comportamento contenuto, tranquillo e posato, nonostante le interruzioni e gli attacchi che i ragazzi ogni volta muovevano impietosamente verso di lei. Era una brava terapista, di quelle che ascoltano tanto, forse la migliore di tutti quelli che aveva incontrato, e ne aveva incontrati tanti. Poi le piaceva il tono della sua voce: era calmo e rilassato, il tono che si usa coi bambini per far capire delle cose semplici, banali, così chiare che basta solo indirizzarli un po' ed ecco che si illuminano di comprensione. Era quasi materna. Martina la vedeva così ma non glielo aveva mai detto, un po' perché aveva timore di sbagliarsi e un po' perché non voleva che cambiasse atteggiamento verso di lei. Ma anche perché non si era ancora resa conto che questa sua visione della dottoressa e del suo lavoro non dipendeva tanto dal suo approccio professionale, quanto alla sua personale predisposizione alla svolta, quella svolta di cui la dottoressa Gigliotti stava appunto parlando: la crescita. “Capite ragazzi? Se non si sbatte la faccia contro il vetro, se non ci si ferisce in qualche modo è impossibile andare avanti. Credete che chi ha sempre avuto una vita perfetta, una famiglia perfetta, un lavoro perfetto... insomma tutto il pacchetto, credete che quella persona sia cresciuta? No, quella persona è lontana anni luce dalla crescita. Che sia realizzata è un'altra faccenda, che abbia denaro o potere non vuol dire niente, perché quando è tutto facile, quando si cammina sempre in discesa, appena ci si para davanti una salita l'affanno arriva prima e dura molto di più, tanto da perdere il fiato”.

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“Nun ce credo dottoré! Quelli coi sordi c'hanno sempre avuto la vita facile, perché se devono annà a complicà la vita? A me me rode quanno li vedo coi macchinoni, coi rolex, ma che posso fa? Niente, nun posso fa niente. C'ho provato a esse come loro, ma io i sordi nun ce l'ho e me so ritrovato a rubà a mi madre pe comprà la roba e mo sto qua, al gabbio senza sbare”. “Perché ti rode Paolo? Cosa pensavi di avere meno di loro?” “I sordi...” rispose il ragazzo di fronte a lei, seduto con le gambe esageratamente divaricate e vistosi tatuaggi su collo e avambracci. “E la fregna!”aggiunse un altro. Tutti si misero a ridere, compresa la dottoressa. Martina sorrise. “Beh, donne e soldi a parte, cosa ti mancava Paolo? Avevi un lavoro, genitori che ti amavano, amici. Cosa pensavi di avere meno di loro?” Paolo ci pensò un attimo, ma non rispose. “Te lo dico io: tu non avevi niente meno di loro o, meglio, non ti mancava niente di quello che realmente ha valore. Hai cominciato a drogarti per sentirti come loro, per entrare nel loro giro, solo che presto non hai retto il loro ritmo, soprattutto economico, poi c'è stato il tracollo e ti sei ritrovato qui, costretto dici, ma forse nemmeno troppo, correggimi se sbaglio”. Paolo scosse leggermente il capo. “Ecco vedi? Questa è la tua occasione di crescita. Dovete prendere la tossicodipendenza come il punto d'inizio, non di arrivo, perché la vostra vita è iniziata appena avete capito di avere un problema e di volerlo risolvere”. A quelle parole tutti parvero rintanarsi dentro se stessi per riflettere, soppesando e giudicando quello che avevano sentito. Martina guardò i suoi compagni, ragazzi più o meno suoi coetanei con una storia simile alla sua che stavano cercando di rimettersi in piedi, cosa che avrebbe tanto voluto fare anche lei, in senso meno figurato. “E se la botta è forte? Se non si riesce ad alzarsi?” Chiese Martina, improvvisamente infastidita da tutta quella accondiscendenza. “Si chiede una mano, come avete fatto voi”. “Io non voglio aiuto, sono costretta” continuò la ragazza. “Accettare i propri limiti e cominciare a conviverci è il primo passo, Martina”. “Già, mi sa che non sarà semplice per me”. “Perché? Perché hai avuto sfortuna?” Martina pensò che sfortuna non era proprio la parola adatta. Preferiva parlare ancora di colpa, la colpa di qualcuno che l'aveva resa schiava di antidolorifici e psicofarmaci. “Qui la sfortuna non c'entra niente...” “Hai ragione, ho sbagliato. Tu non hai avuto sfortuna, tu hai avuto un'opportunità”. “Che cazzo sta dicendo? E' impazzita?” Martina alzò la voce ed i suoi compagni, che l'avevano sempre vista pacata e in disparte, si accomodarono meglio sulla sedia per godersi lo spettacolo. “Non sono impazzita, seguimi per un momento. Pensi di essere la stessa ragazza di un anno fa? Pensi di non essere cambiata?” “Sono cambiata eccome...” la schernì la ragazza. “Martina sai a cosa mi riferisco” la interruppe la dottoressa, seriamente. 13


Martina ci pensò un po'. Nella sua mente rivide la ragazza che era, la persona che era sempre stata. Se analizzava bene la se stessa di allora e di adesso poteva facilmente notare sostanziali cambiamenti, e quasi tutti del genere che intendeva la dottoressa. C'era meno spazio per le frivolezze e la realtà aveva preso posto entrando a spintoni, insediandosi bella comoda nei suoi giorni diventati, da allora, pesanti e plumbei. Sì, era cambiata, ma il suo cambiamento non era ancora finito. “Ho avuto giornate buie, mi rendevo odiosa e ho fatto la cazzata di drogarmi” disse a mezza voce, ammettendo la colpa senza rinnegarla. “Non era vita per me, volevo buttarmi sotto un treno, volevo morire”. “Lo so Martina, ma sei qui ora, bella e tutta intera”. “Beh...” “La tua anima è intera, la tua voglia di vivere è intatta” asserì decisa la dottoressa. “Sei cresciuta Martina, la vita ti ha messo di fronte alle due strade di Frost e...” “De chi?” Domandò uno dei ragazzi. “Di Frost, ignorante, è un poeta” intervenne Martina. “C'è una poesia che dice che lui sta in un bosco e ha davanti due strade e sceglie di prendere quella meno battuta”. “Esatto, brava Martina. Tu e tutti voi siete al bivio”. Li guardò uno dopo l'altro. “Siete lì in piedi che vi guardate a destra e a sinistra, ché le strade si somigliano molto. Una però è un po' meno segnata, ci sono più foglie a terra, più arbusti, ed il sentiero è meno netto. Ecco, quella è la salita. L'altra la prende chi vuole arrendersi, chi non ha intenzione di faticare e mettersi d'impegno per arrivare dall'altra parte”. I ragazzi la ascoltavano in silenzio figurandosi la metafora, quasi provando a visualizzare quel bosco. Vedendoli così concentrati, la dottoressa continuò. “Non è con le discese che si vive davvero, non è con le strade spianate che si cresce. Credetemi, non esiste persona sulla faccia della terra che non abbia dovuto affrontare le sue salite. Chiunque ha camminato spingendo sulle punte dei piedi prima o poi, dal macellaio sotto casa al professore dell'università. Anche quei tipi coi macchinoni, i rolex e le donne” disse poi, guardando Paolo. “La vostra salita è buttarvi alle spalle le dipendenze, magari il ragazzo ricco deve affrontare una padre anaffettivo o una madre possessiva. Magari un giorno gli taglieranno i viveri e si vedrà costretto a lavorare per quella macchina, quel rolex o quella donna. Allora, dopo un sicuro momento di sconforto, inizierà la sua crescita. Ognuno di noi combatte battaglie nella propria vita, gli occhi di chiunque incontrate hanno pianto prima o poi, si sono disperati per qualcosa, anche i miei. Non abbiate la presunzione di pensare che 'come me nessuno mai' perché non è vero. Quel bivio c'è e ci sarà sempre per tutti, ve lo posso garantire, anche più volte nella vita. E vi posso anche garantire che la differenza la fa la decisione che verrà presa di fonte alla scelta. Discesa o salita? Destra o sinistra? Disperazione o crescita? Un lutto, una malattia, un amore finito, una tracollo finanziario, un brutto voto... Mille sono gli esempi che potrei farvi, tutti determinanti e nessuno più importante di un altro, per valore o significato. E' da lì che si riparte, dal baratro in cui cadiamo. E' da li che il cammino riprende forma e può portarci in salvo. Sono certa che ognuno di voi sia sulla strada giusta perché adesso siete qui con me, come sono certa che ognuno di voi abbia capito che le difficoltà nella vita ci insegnano a crescere e diventare più forti, persone migliori. Come

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vi ho detto questo è un punto d'inizio, una svolta, l'opportunità di crescere. Da qui in poi non vi resta che imboccare il sentiero giusto e partire.” “A Martì, se ce so troppe buche te spigne Paolo, che la frega t'è rimasta!” I ragazzi scoppiarono a ridere, stavolta anche Martina. “Non credo Carlo, se è necessario ci metto pure i razzi a questa carrozzella pur di non imbroccare con quello là” gli rispose a tono Martina. Di soppiatto gettò un'occhiata alla dottoressa che le fece un cenno di approvazione. Arrivarono le cinque del pomeriggio e il gruppo si sciolse dopo aver fissato un nuovo incontro per il martedì successivo, tra qualche protesta per il compito che la dottoressa aveva assegnato ai ragazzi: 'scrivere tre eventi che, a loro giudizio, li avevano fatti crescere'. Martina uscì per ultima dalla sala, mentre spingeva sulle ruote della sua sedia a rotelle la dottoressa la chiamò, avvicinandosi. “Mi ha fatto piacere che conoscessi la poesia, è una delle mie preferite”. “Piace anche a me...” le sorrise Martina. “E poi le salite si possono fare benissimo anche con le ruote” disse la dottoressa, “o con una gamba sola” aggiunse poi, sollevando il pantalone e mostrando un asta di metallo che le correva dal ginocchio al piede finto, dentro la scarpa vera. “Ma sono sicura che un giorno la farai con le tue gambe, di qualunque cosa esse siano fatte, perché quel che conta più di tutto è la strada ed i passi che farai per compierla”. Martina guardò la protesi della dottoressa e poi spostò lo sguardo alle sue cosce tronche all'altezza del ginocchio. Avrebbe tanto voluto sapere cosa le fosse successo, se avesse avuto un brutto incidente anche lei o se fosse stato altro. Ma non le domandò niente limitandosi a salutarla con un gesto della mano ed un sorriso, mentre usciva dalla porta. Ogni persona sulla faccia della terra si era trovata a percorrere una salita, aveva detto la dottoressa, ed ognuna era diversa dall'altra. Martina però era convinta che nella sua, di salita, avrebbe trovato qualche impronta di quella donna che stava insegnando a lei e ad i suoi amici che la parola difficoltà deve essere sinonimo di crescita, se si vuole davvero vivere una vita vera.

Serena Pisaneschi

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Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla storia ispirata al film “The last Mohicans” di Michael Mann, 1992) di Eufemia Griffo Alice non era mai apparsa così bella agli occhi di Uncas, l’uomo che amava. La sua fragile bellezza rubata ad un raggio

di sole, aveva ammaliato il

cuore di quell’uomo che apparteneva alla Terra degli Avi e che aveva suggellato col sangue, il patto con un mondo che stava sbiadendo dietro ai colpi di carabine. Alice era cresciuta in pochi attimi, al fiorire della primavera, come un fiore sbocciato all'improvviso all'ombra della gelida neve. Un fiore che si nutriva della luce e dell'amore che aveva incontrato

nella

selvaggia

terra

d'America. Si sentiva ancora piccola, a tratti

un'infante,

mentre

ancora

stringeva la mano di sua sorella Cora e ricordava come avvolta dalla nebbia, il profumo dei vestiti di sua madre. Per tanto tempo non aveva voluto correre e lo specchio continuava a riflettere l'immagine di un'eterna bambina. Finché un giorno Cora le disse che sarebbero partite per l'America, in un mondo

lontano

e

sconosciuto,

affascinante e selvaggio. Impaurita, Alice sussurrò in cuor suo "addio" alla vita perfetta che fino ad allora aveva vissuto e prese tra le piccole mani, la sua bambola Charlotte che teneva con sé fin da bambina. La vestì di tutto punto e la pettinò, annondandole il cappellino e facendo un fiocco perfetto intorno al suo viso di porcellana.

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Poi guardò un'ultima volta la sua stanza e si chiuse dietro la porta e tutta la sua vita. *** Ora era là davanti al precipizio, per scegliere se vivere o morire. Sotto di lei c'era il baratro e il nulla, mentre il suo amato Uncas era stato appena ucciso dallo spietato Magua. Uncas era il figlio di Chingachgook, l'ultimo della stirpe dei Mohicani. Non c'era nessun altro dopo di lui e il suo amato figlio, era stato appena ucciso in maniera spietata dal crudele capo degli Uroni. Alice si era innamorata di lui e non aveva nemmeno potuto viverlo quell'amore, forte, impetuoso come le onde del fiume quando esso tracima e travolge ogni cosa. Quel fiume aveva spazzato via ogni cosa, tutta la sua vita precedente e lei si era scoperta capace di amare, di amare e volare libera tra le braccia forti di Uncas. Il loro amore era stato breve, troppo breve, come una goccia di pioggia che scivola sul viso per poi solcare la pelle prima di scomparire nel nulla. Davanti all'atroce morte di Uncas, Alice capì che non le restava altra scelta. Vivere, significava essere schiava di Magua. Morire aveva allora il gusto della libertà. Guardando la pianura sconfinata e il cielo azzurro e limpido, si rivide un'ultima volta bambina e prese commiato da se stessa. Non aveva paura, non aveva nessun senso averne. Uncas era là ai suoi piedi, una smorfia di sorpresa e dolore impressa nel suo volto, che l'aveva guardata implorante come a chiederle “scusa”, prima di morire. Ora era là davanti al precipizio, per scegliere se vivere o morire. Sotto di lei c'era il baratro e il nulla. Prima che Alice lasciasse per sempre quel mondo un tempo perfetto, si accovacciò e strinse la mano di Uncas. In quel gesto così semplice, rimase impigliato per un attimo, quel che gli uomini cercano e non trovano, l’Amore Eterno. Fu solo un attimo e poi Alice scivolò nell’abisso, affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla.

Eufemia Griffo 17


Ritorno a casa di Molfy Fuori dal finestrino scorrevano veloci gli alberi che costeggiavano la ferrovia, resuscitando reminescenze scolastiche da tempo seppellite. I cipressi che a Bólgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti… Insieme ai versi di Carducci, passò in rassegna una lunga serie di ricordi – ora dolci, ora amari – nei quali era immerso da quando aveva deciso di salire su quel treno che lo avrebbe riportato a casa. Questo, almeno, era quello che sperava: tornare a casa. Riavvolgere il nastro e ripartire da zero cercando di ritrovare un senso, di fare il punto della situazione. Punto e a capo. Di errori ne aveva commessi, eccome. All’inizio gli era costato parecchio ammetterlo e si era più volte giocato il jolly “non è colpa mia”, cercando di addossare la responsabilità a qualcun altro. Per un po’ gli era sembrata una scelta vantaggiosa e, tutto sommato, il ruolo della vittima inconsapevole gli si addiceva anche. Ma ad un certo punto si era reso conto di essere vittima di se stesso, della propria immaturità, di un egoismo cieco che gli impediva di vedere non solo travi, ma intere capriate nei suoi occhi. Così aveva capito che era giunto il momento di smettere di nascondersi, di fuggire… Aveva deciso di prendere il treno per concedersi il tempo di riflettere. La concentrazione alla guida lo avrebbe distolto da sé e ora non poteva più permetterselo. Avvertiva l’urgenza di rimettere ordine ai suoi pensieri, di ricollocare ogni cosa al suo posto, di viaggiare dentro le sue profondità. Guardò di nuovo fuori dal finestrino e gli parve di scorgere un ragazzo e una ragazza rincorrersi. Improvvise, come fotogrammi di un film, gli apparvero le immagini di quell’estate lontana in cui aveva conosciuto Lea. Con la freschezza di un bocciolo di rosa e la purezza di un giglio, più che conquistato, lo aveva incantato. Ne era nata una relazione fatta di complicità, di alleanza, di immediata comprensione in cui tutto sembrava semplice e grandioso allo stesso tempo. Dov’era finita quella purezza? Perché tutte le sue storie successive si erano macchiate di malizia e cattiveria, lasciandogli addosso ogni volta una sensazione di sporco? Si sentiva inadeguato, come inadeguate gli erano sembrate tutte le donne che aveva conosciuto e frequentato dopo Lea. Aveva vissuto ancorato a quel ricordo passato, nell’illusione che si trasformasse in un presente che in ogni caso sarebbe stato senza futuro. Perché lei non c’era più. Il finestrino si rigò di gocce come se piovesse, ma in realtà erano i suoi occhi a rigarsi delle lacrime che, a lungo trattenute e inghiottite, ora trovavano finalmente sbocco. Un po’ in imbarazzo, si guardò intorno, ma gli altri passeggeri parevano troppo intenti alle loro occupazioni per accorgersi del manifestarsi del suo tormento interiore. La giovane donna in carriera con tailleur d’ordinanza picchiettava frenetica sulla tastiera del suo laptop, senza mai alzare gli occhi da dietro le lenti degli occhiali un po’ retrò che le davano un’aria da dattilografa anni 18


Cinquanta. Il ragazzo coi dreadlocks ascoltava musica con l’IPod e sembrava essersi definitivamente perso in un labirinto di note, aggrovigliate come il cavetto degli auricolari. L’anziano signore seduto accanto a lui sonnecchiava ciondolando il capo al ritmo degli scossoni del treno sulle rotaie… Era solo in mezzo a delle persone. Come sempre, ultimamente. Pensò ai suoi genitori, alla gioia non trattenuta di sua madre quando al telefono le aveva annunciato che sarebbe tornato a casa per quel week end. Immaginò la scena al suo arrivo. Lei lo avrebbe accolto in un abbraccio, con la consueta tenerezza rassicurante, come quando da piccolo cadeva dalla bici sbucciandosi le ginocchia o quando aveva paura del buio. Lei lo stringeva a sé e tutto pareva tornare a posto. Oh, potesse ancora essere così facile! Il padre lo avrebbe invece trattato con distacco, probabilmente con freddezza, non mascherando la sua disapprovazione. Sperava che almeno evitasse di emettere una delle sue solite sentenze o qualche commento acido. Ma in fin dei conti non gliene importava granché. Non lo temeva. Non più, ormai. Il treno rallentò ed entrò in stazione. Colui che ne scese, ora, era un uomo.

Molfy

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Cammino di Marta Vitali -Ehi mamma! Perché quel signore piange? -Non ti preoccupare piccola, corri al parco e vai a giocare. -Mamma! Posso dare questo fiore a quel signore che piange? -Certo, ma stai attenta, non toccarlo, lascia il fiore nel cappello e vieni via subito. -Va bene mamma. Quando ero piccola non conoscevo il significato di povertà, quando ero piccola mi bastavano pochi capricci e quasi subito ottenevo il gioco che tanto desideravo. Quando ero piccola non capivo perché la mia mamma la sera non mangiava, lei diceva che non aveva fame, ed io ci credevo, era strano, perché a me non capitava mai, io dopo il parco avevo tantissima fame, però la mamma mi preparava pietanze salutari, facevano bene, mi diceva. Quando ero piccola tante cose ancora non le conoscevo, le ho scoperte dopo, quando sono cresciuta. Sono diventata grande, ed ho capito che passare dal lusso alla miseria è un attimo, servono le basi per non vacillare, servono fondamenta per non spezzarsi, perché a cadere siamo capaci tutti. Cadi, e poi ti rialzi, quante volte hai sentito questa frase? Da piccola mi dicevano "vedrai, ti sbuccerai le ginocchia altre mille volte, ed altre mille e una ricomincerai a correre, perché tu sei così, testarda." Oggi, le mie ginocchia sono sbucciate, porto i segni di una giovinezza che fu, ho piccole cicatrici che non fanno più male, ma lasciano inciso sulla pelle un ricordo, anche la mente funziona così, anche il cuore, ma quello lo sappiamo, a volte è incoerente. Nella vita le lezioni servono a farci crescere, crescere a volte significa vivere, altre invece significa imparare. C'è chi dice che una vita senza lezioni è una vita persa, altri che preferiscono restare apatici e non vivere in prima persona. Io non so a quale categoria appartengo, io so soltanto che sono testarda e tutte le volte che sono caduta ho scelto di rialzarmi, perché è così che funziona, una ferita dev'essere disinfettata subito, solo così può guarire più rapidamente.

Marta Vitali

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Fotografie di Eufemia Griffo Passi di notte, nell’antica città che dorme. Luci sull’acqua, immota e silenziosa, sembrano specchi che rubano l’anima ai ricordi. Un flash ne immortala l’istante. E poi ancora passi. Un uomo ed una donna, mano nella mano, innamorati di un istante che sembra loro eterno. La vita che inizia ora, e fuori chiusi a chiave, gli scheletri degli anni che se ne sono andati via, portando con loro mestizia e dolore. Ascoltano i rumori lievi delle onde del mare, che una dopo l’altra vengono cullate dal vento di ottobre. Una cattedrale nascosta dietro al vicolo, si innalza possente rivelando un passato antico e la maestosità delle guglie, su cui la luna sembra riflettere i pochi raggi lucenti, velati dalle nuvole in cielo. Quanto tempo è passato da quel giorno? Mille anni. Mille anni riemergono come fantasmi al suono di una musica di pianoforte in un giorno caldo d’estate. (Scorcio di Honfleur di notte - Foto tratta dal web)

** La donna si alzò ad afferrare un album di fotografie e rivide quel giorno, fisso nella memoria, come i fiori nei campi d'estate e le nuvole bianche, nel cielo prima della tempesta. Si scoprì a sorridere, mentre ricordava se stessa, sulla vecchia collina dove si vedeva il mare di Honfleur ed il porto, con le barche ormeggiate; e poi le querce di quel bosco immenso e lei, seduta sull’erba a soffiare tra le mani, le foglie d’autunno. Erano immagini di un passato remoto? Era mai esistito quel tempo? Se ne sono mai andati i ricordi? Sfogliò l'album e ritrovò la foto di cui maggiormente serbava il ricordo; uno scatto a dire il vero tutt'altro che perfetto, ma nel fiume degli anni, quell'immagine, più di tutte, era destinata a ricondurla indietro nel tempo. Si possono riaggomitolare gli anni? 21


La cattedrale di Honfleur, con le sue guglie aguzze che parevano trafiggere la luna e squarciare, come una lama di coltello, il velo nero della notte.

Quella visione le aveva trasmesso una

strana sensazione di

inquietudine, a tratti indefinibile, che lei aveva interpretato come quel sentirsi fragili innanzi al mistero del tempo che scorre e alla grandezza degli uomini che secoli prima, erano stati capaci di innalzare fino al cielo, un monumento magnifico come quello. Il passato ed il presente sembravano accavallarsi e non esistevano piÚ confini tra ciò che era stata e quello che lo spazio della memoria ancora sembrava concederle. Tuttavia il tempo l'aveva cambiata e infinite notti si erano susseguite a mille giorni solo apparentemente tutti uguali. I ricordi di quegli anni erano diventati uno scrigno prezioso da conservare e ogni pezzo in esso riposto aveva un immenso valore. Ogni minuscolo cristallo di memoria l'avevano condotta a ciò che era oggi. Quanto tempo era passato da quel giorno? Era forse ieri? Christine chiuse il suo album di ricordi e rivedendo se stessa un'ultima volta, cosÏ come era allora, decise che era tempo di andare avanti e di crescere ancora un poco, ma senza dimenticare il passato, che come un fiume, ancora lambiva il suo sangue, il suo respiro, tutta la sua vita.

Eufemia Griffo

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Clarissa di Elena Brilli Clarissa è una ragazza di vent’anni, ‘una brava ragazza’ dicono di lei gli abitanti del quartiere in cui vive da sempre. Vive coi suoi genitori e suo fratello, più piccolo di un paio di anni, e ama studiare. Mente brillante durante gli anni del liceo, i primi anni di università avevano confermato la sua stacanovistica volontà di apprendere e di dimostrare che lo è davvero, quella brava ragazza che tutti dicono. Le sue giornate sono divise tra lezioni e studio, incontri coi professori, esami e lezioni, ancora… ancora… e ancora. Università, studio, esami… esami, studio, università… Perchè “le cose o si fanno al massimo delle proprie possibilità o non si fanno”, così le aveva sempre ripetuto sua madre, fin dalla tenera infanzia, così aveva imparato a fare in ogni cosa della sua vita, così è adesso il suo modo di essere viva, vista, vissuta e riconosciuta. Poi sua madre si ammala e succede tutto all’improvviso. Un’esame di routine rivela nei suoi esiti un ospite sgradito e pericoloso: carcinoma mammario metastatico al IV stadio. Bisogna operare, subito. Le giornate di Clarissa diventano allora lezioni, studio, università, esami... e ospedale. Arrivata di corsa all’uscita di sua madre dalla sala operatoria, dopo l’ennesimo esame superato a pieni voti, la sua vita di studentessa modello si scontra con la sofferenza impressa su quel volto semicoscente, ancora immerso nell’anestesia, e con la pesante mutilazione subita. E sono giornate di ansie, dolore, dottori, medicazioni, visite, lezioni, studio, università, esami… e panni da lavare e stirare, pasti da cucinare per suo fratello e suo padre, casa da tenere più o meno in ordine durante la convalescenza di sua madre. Ed è chemioterapia, pesantissima, invasiva, devastante… Sua madre perde i capelli e soffre. Passa le sue giornate abbandonata sul divano, spenta, assente, o si trascina per la casa per arrivare in bagno a vomitare. E Clarissa le tiene la testa, la sorregge in mezzo agli spasmi, la rimette in poltrona, la copre e ogni tanto interrompe i suoi studi per controllare che sua mamma respiri ancora, una volta che le convulsioni le danno tregua. Il percorso tra la sua scrivania e la poltrona dove giace sua madre, o l’involucro che ne rimane, è un incubo che ogni mezz’ora la costringe ad avvicinarsi a quel corpo esanime per accertarsi che il petto si alzi ancora tra un respiro faticoso e l’altro. Così le sue giornate diventano sostenere sua madre, cercare di controllare, per quanto possibile, che sopravviva a quella cura che la sta uccidendo perché non la uccida il tumore, e poi, se rimane il tempo, esami, studio, università, lezioni… lezioni, università, studio, esami… Se rimane il tempo. Finisce la chemioterapia, ritorna il tumore, quasi uno scherzo del destino, o un suo accanimento feroce sul 23


corpo di sua madre e sulla vita di Clarissa. Si torna in prigione...senza passare dal via...mano sfortunata nel giro di Monopoli che spesso è la vita. Di nuovo sotto i ferri sua madre, di nuovo le giornate tornano a concludersi in ospedale, dopo le lezioni, l’università, lo studio, gli esami e la casa da tenere in ordine. Si ricomincia con la chemioterapia, e stavolta non è un ciclo solo ma tre, pesantissimi, invasivi, devastanti. Stroncano ogni resistenza del tumore, forse… Di sua madre, di sicuro… Per la prima volta nella sua vita Clarissa, tra uno spasmo di vomito e l’altro, vede sua madre piangere e implorare che finisca tutto. “Io l’ho fatto per voi, per il babbo, per te e tuo fratello… ma se dovesse tornare un’altra volta io non lo faccio più, non chiedetemi di farlo di nuovo...” è la resa definitiva che Clarissa raccoglie dalle labbra di sua madre prima di sorreggerla di nuovo mentre il corpo sfinito si scuote a vomitare ancora. Sua madre smette di lavorare, una ‘finestra’ per il pensionamento anticipato si apre sulla sua quasi quarantennale carriera di insegnante, suo padre lavora molto meno per poter seguire sua moglie dentro e fuori dagli ospedali, le giornate di Clarissa sono ancora lezioni, università, esami, studio, casa da tenere in ordine… ma cominciano a mancare i soldi. Suo fratello è più piccolo e merita di studiare... accidenti se lo merita... molto più di lei, forse. E allora Clarissa decide di togliere un peso a quel bilancio familiare che comincia a dare segni di cedimento e che non può più permettersi di mantenere due figli all’università. Clarissa inizia a lavorare nella ristorazione di un grande centro commerciale, e le sue giornate sono adesso lezioni, università, studio, esami… e lavoro, tutte le sere, dalle 20 a mezzanotte e a giornate intere nei fine settimana. Usa la macchina che divide con suo fratello, la porta la mattina presto vicino al suo posto di lavoro, prende l’autobus, va a lezione, passa la giornata all’università, torna indietro in autobus al tramonto, riprende la macchina, va al lavoro, torna a casa, sistema casa, studia… se ce la fa. E avanti così per mesi e mesi, si addormenta in aula un paio di volte, è costretta a saltare esami ed incontri coi professori perché non riesce tutte le volte a spostare gli orari dei suoi colleghi… Clarissa accelera… lo studio rallenta. Poi suo fratello comincia a brontolare perché Clarissa è costretta a tenere sempre la macchina, ma lui è un ragazzo giovane e ogni tanto la sera vorrebbe uscire con gli amici. Ha ragione lui, ovviamente, e d’altronde lei lavora adesso e può comprarsi la sua prima macchinuccia tutta sua. Così fa, Clarissa, e nello stipendio suo lavoretto part-time deve entrarci adesso anche la rata della macchina e l’assicurazione, oltre alle tasse universitarie e le spese per gli esami. Sua madre sta un po' meglio, però, e Clarissa pensa che in fondo ce la po' fare ad andare avanti così, tra lezioni, università, esami, studio, lavoro, casa da rassettare e soldi da gestire. Nell’estate dei suoi 25 anni, però, Clarissa, nonostante i suoi sforzi e il tremante e faticosissimo equilibrio che ha dato alla sua vita, si accorge che deve lavorare di più, perché a settembre ci sono le tasse universitarie da 24


pagare e anche l’assicurazione della macchina, e tutti quei soldi lei non li ha. E a settembre il suo contratto scadrà. Così le sue giornate diventano, in quell’estate calda, un nuovo lavoro la mattina, una corsa in facoltà, lezioni, studio, università, esami... sempre meno per la verità... poi una corsa al suo solito lavoro la sera, fine settimana compresi. Non ce la fa più, Clarissa, non regge più quella vita, se ne è accorta da un pezzo, lo sa bene, ma deve andare avanti, le mancano così pochi esami a finire...sua madre sta meglio, deve farcela… anche per lei. Arriva settembre e scadono i contratti, tutti e due... ma Clarissa deve lavorare, non può più smettere… chi può pagare le sue spese se smette di studiare? Chi pagherà adesso le tasse universitarie e gli esami, e le spese per la sua macchinuccia? Arriva insperata una proposta di un lavoro nuovo, tutto il giorno, le classiche otto ore da passare in ufficio, bloccata dietro ad una scrivania. Clarissa accetta, può continuare a studiare, andrà in facoltà molto meno di prima, ma se vuole ce la può fare. Ci crede Clarissa, e continua a pagare le tasse universitarie per altri tre anni, senza più riuscire ad andare in università, senza più nessun esame. Clarissa rinuncia agli studi, sono passati cinque anni dal giorno in cui è cambiato tutto, sua madre sta bene, è sopravvissuta al tumore e alla chemioterapia. La sua vita ha cambiato strada… Clarissa è diventata grande, si vede che doveva andare così. Forse, è così che si diventa grandi… scegliendo la cosa giusta da fare in ogni momento, l’unica cosa possibile per andare avanti.

Elena Brilli

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Parole in libertĂ

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Il barone generoso di Antonella Fortuna Nota della Direzione a cura dell'Autrice: Quella che leggerete a seguire appartiene ad una serie di novelle ambientate in Sicilia e scritte con il preciso scopo di dare giovanissimi, sotto forma di narrazione fantastica, delle nozioni di storia, con usi e costumi aviti; di geografia, scienze ed arte; antiche tradizioni riguardanti pure i vari mestieri e il campo matematico; d'incentivare la loro creatività narrativa e poetica; stuzzicarne l'innata curiosità, invogliandoli ad approfondire le conoscenze della loro terra per mantenere sempre viva consapevolezza dell'importanza di tutto il loro patrimonio culturale.

ai di di la

Le suddette furono edite nel 2000 (in versione siciliano con italiano a fronte, piccole nozioni di grammatica sicula e vocabolarietto delle parole più difficili), col titolo di “Fantasticando... nel reale”, da Terzo Millennio Editore.

Il barone generoso Intorno al XII secolo era re di Palermo un normanno, Ruggero II. Sia la sua gente, che lo amava, come la sua corte, composta da nobili, cavalieri e signori, erano giusti come lui. Infatti, tra tutti costoro, c’era un barone che aiutava sempre i suoi sudditi, tanto che nel suo castello tutti i cortigiani, i contadini, gli artigiani e la categoria dei capomastri, gli andavano a raccontare i loro problemi e lui glieli risolveva e li consolava, regalando loro tutto ciò di cui necessitavano. Quindi, dai oggi e dai domani, diventò un poveretto che non aveva più "dove cadere e dove morire"! In quel palazzo erano rimasti solo alcuni servi ed il fantasma Zappulino, chiamato così proprio perché passava le sue notti a scavare buche nella terra: anche lui voleva bene al barone e avrebbe voluto trovare un tesoro per donarglielo. Però era un po’ birbantello giacché tutte le buche che scavava di sera, l’indomani toccava ai poveri contadini riempirle nuovamente! Pure il salone e le stanze del castello ormai erano quasi vuote. Per completare tutto quello squallore dirò inoltre che appese alle pareti c’erano solo cornici! (da: Wikipedia) Ruggero riceve la corona da Cristo, mosaico presso la Chiesa della Martorana

Tale baronia, per fortuna, si trovava vicino al mare perciò, se il raccolto era stato insufficiente, quelle genti si potevano sfamare lo stesso, pescando. Ma, d’altro canto, dovevano stare sempre attenti al pericolo dei barbari che venivano, attraverso lo Stretto di Gibilterra, dall’Oceano Atlantico e che facilmente, in quella punta della Sicilia, spesso cercavano provviste per arrivare dall’altro lato del mare Mediterraneo.

(da: Il Giornalino on line - www.stpauls.it/gio/1244gi/inviatospeciale.html)

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Dunque, un giorno, verso le tre di notte, quando tutti ancora dormivano profondamente, in quei fondali si ancorò una flotta di navi e gli stranieri, incantati da quelle terre prosperose, pensando di conquistarle, sbarcarono quatti quatti ed incominciarono a strisciare sul terreno per non farsi scoprire. Ma Zappulino, che come sempre stava facendo buche qua e là, li scorse subito e, essendo invisibile, iniziò ad aprire porte, portoni e porticine delle case di tutti gli abitanti del luogo per destarli. Così si principiarono a sentire rumori di parlottii e di ferraglia e gli uomini che stavano nelle fattorie e nei dintorni del castello ebbero appena il tempo di rifugiarsi tra le sue mura, sotto la protezione del barone. Allora il nobile signore organizzò prontamente dei turni di guardia fra gli uomini più esperti di guerre. Ognuno però capiva che se i barbari si fossero accorti che lì dentro non c’era nemmeno un soldato con uno spadino, sicuramente a quell’ora avrebbero già ucciso tutti! Il barone era proprio disperato perché questa volta non sapeva come avrebbe potuto risolvere quel guaio ed era molto in pena per la sua gente. In una di codeste sere in cui si sentiva triste e sconsolato nell’avere la certezza che non sarebbero sopravvissuti fino all’indomani mattina, mentre cercava di riposare un po’, ebbe un colpo di sonno e si addormentò profondamente. Subito Zappulino, felice finalmente di poterlo aiutare, ne approfittò per attuare il suo piano. Posò sul comodino, vicino al letto del suo signore, una bottiglietta con dentro un liquido ed una penna d’oca. Lateralmente vi scrisse un biglietto che diceva: “Intingi la penna nell’inchiostro e tutto ciò che con esso dipingerai dentro ai tuoi quadri diventerà reale.” Non appena il barone lesse la scritta, alla svelta, mandò a chiamare tanti uomini quanto il numero delle sue cornici ed ordinò loro di disegnarvi tutti i soldati, gli eserciti e le armi più potenti che avessero potuto. Così accadde una cosa meravigliosa: man mano che la vernice si asciugava, si videro comandanti, soldati, cavalli ed ogni diavoleria, saltare giù dalle pareti dei corridoi, dei saloni e delle camere del gran palazzo! Si dirigevano tutti al piano terra e, come se avessero conosciuto quel posto da tanto tempo, aprendo con abilità la porta delle mura, che circondavano il maniero, l’oltrepassavano ed attaccavano i barbari immediatamente. Costoro però non erano un gruppo di sbandati ma avevano scavato un fossato attorno al loro accampamento, nascondendolo bene con legni ed erba; inoltre, tra i rami degli alberi, avevano appeso tanti sacchetti di pelli di animali, pieni d’olio bollente. Ciascun sacco era legato con uno spago ai legni perciò quell’esercito precipitò completamente nel fossato e quei poveretti morirono scottati. Ci fu un attimo di timore: solo il Padre Eterno adesso li avrebbe potuti salvare! E loro lo pregarono con tutto il cuore. Improvvisamente si cominciò a vedere della polvere ed a sentire molto frastuono insieme al galoppare di cavalli: era re Ruggero che arrivava con i soldati per cacciare i barbari dalla sua terra. Questi allora, presi dal panico per il rumore, non aspettarono neanche di vederli apparire da lontano perché, all’impazzata, risalirono di nuovo dentro i barconi così velocemente che Ruggero, quando giunse, li vide già all’orizzonte. Ormai erano salvi, sì, ma quella buona gente ora pensava tra sé:

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“In che modo potremmo ringraziare il nostro re ed il barone? Tutto il raccolto è andato in rovina durante il combattimento e non abbiamo soldi!” Riflettendo meglio poi si ricordarono che ancora avevano delle mandorle conservate nei magazzini. Quindi, sperando che sarebbe venuta loro una qualche idea, le schiacciarono, le pestarono dentro i mortai e le mischiarono con zucchero e liquore. Dopo concertarono: “Dato che si sono rovinati tutti i pomodori, le melanzane, le olive, le patate, le ciliegie, i limoni ed ogni frutto e ortaggio, li potremmo plasmare con questo impasto dolce.”

(da: Fotosearch)

Fu così che loro, sapendo far tesoro di ciò che avevano, crearono la frutta di martorana (pasta reale), e andarono a venderla per tutta la Sicilia ed a farne conoscere a tutti la sua bontà e bellezza. Realmente il successo fu grande e guadagnarono molti soldi. Perciò, da bravi sudditi, quando ritornarono a Palermo si preoccuparono subito di riportare al suo splendore il castello di quel barone così generoso ed altruista da diventare più povero di loro! Vi rimisero pure i mobili e comprarono tutto quello che gli sarebbe potuto servire. Infine, per lodare Dio ed in memoria di quell’avvenimento, sul luogo in cui si era svolta la battaglia, fabbricarono una chiesa (oggi S. Maria dell’Ammiraglio - S. Nicolò dei Greci), che chiamarono della "Martorana", ove posero un mosaico con l’immagine di re Ruggero inginocchiato davanti a Gesù Cristo, nell’atto di mettergli la corona sul capo.

(da: Wikipedia)

Bambini belli, non dimenticate mai che questa è una novella e che nei racconti la fantasia è sempre mischiata alla realtà. (da Wikipedia) Santa Maria dell'Ammiraglio, Parrocchia S. Nicolò dei Greci

Antonella Fortuna

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Diego Baldassarre presenta: “La pioggia rara” di Samuele Liscio di Diego Baldassarre La pioggia rara – Samuele Liscio La poetessa e scrittrice Francesca Matteoni apre con queste parole un suo racconto (“Alce”): “Guarire è un processo lento, inavvertibile, procede dalla coscienza limpida della propria perdita. Guarire non è solo rimettere le parti rotte insieme: bisogna riconoscere il taglio, tenerlo tra le mani, accoglierlo.” Dopo il primo libro “Convalescenza” (Europa edizioni, 2015), Samuele Liscio affronta, con la nuova silloge “La pioggia rara”( Robin edizioni, 2017) , un percorso di riabilitazione interiore. E lo fa con una attenzione maniacale al verso, poggiato su una attenta sillabazione ed un utilizzo magistrale dell’allitterazione. Si accompagna in questo viaggio a Sergio Acampora, che con i suoi disegni a china scandisce, con profondità enigmatica, i passaggi tra una sezione e l’altra del libro. Il libro si apre con “Cuore in gabbia”. Una poesia che rimanda ai tempi freschi dell’adolescenza per poi virare ad un oggi di disillusione, dove il corpo cede alla fatica degli anni. Ma non lo spirito che, rimasto chiuso nella gabbia del tempo, ancora prova a forzare le sbarre.

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avevamo addosso mimose a grappoli da regalare alle nostre ragazze; l’odore che nell’aria sprigionavano era quello aspro del tenue vagito primaverile ma il mondo, il nostro di colpo sparì! e noi a rincorrerlo nei corridoi di un tempo fermo col fiatone di chi non ha l’età: ad attenderci c’era sulla soglia un cuore in gabbia. Subito dopo la poesia introduttiva si dispiega la prima sezione: “Diario di Bordo”. Ed è l’inizio del viaggio. Il mare o il cielo fanno da sfondo a 5 poesie dense di quella speranza di chi esce da una malattia: tornare a vivere. Il sangue convalescente si ricompone (Banco di voga), ma una fatica da “Olandese volante” costringe il poeta a ripiegare di nuovo sui “giorni vili” e sulle “rovine di torri di vedetta abbandonate”. E forse basterebbe l’amore ( Sirena) a salvare il naufrago, ma in realtà la coscienza della propria salvezza si affaccia sulle strade che conducono a Santiago: miraggio di una salvezza non ancora raggiunta (Pellegrino).

avanzano: spettrali, i piedi ancora piagati e vanno a sfracellare gli occhi oltre confine nell’acqua marmata: li osservo spiovere dalla mia zattera che galleggia colpevole – sonaglio dolente – sul ventre dell’oceàno; intanto il sole cade e s’inabissa: vedrò santiago?

La seconda sezione, “Fogli sparsi”, mostra la debolezza e l’insignificanza dell’uomo di fronte alla natura (il richiamo dei grilli, il guado,sbarre, regresso, le orme di bue, Sciamano) espresso attraverso un continuo confronto destinato alla sconfitta, ma innato nella natura umana e quindi inevitabile. Il silenzio in cui immergersi per poter sopportare la vita diventa quasi molesto (Horror vacui), mentre la Solitudine, col suo ronzio di ricordi, di pensieri, di sogni, diventa indispensabile per ricomporre se stessi. Per ritrovare l’anima convalescente del poeta. 31


la sola solitudine è la mia: riaffiora come antica distorsione o controcanto; in un batter di ciglia mi fa rondine disorientata in un cielo che trita primavere.

Fotografie (terza sezione) offre dei lampi sulla realtà interiore del poeta. Le immagini partono sempre da un elemento naturale ma ben presto sfumano in un mondo intimo basato su una memoria scevra da nostalgie. Emblematica di questa sezione è la poesia La linea del tempo.

tengo a fatica il canto del mondo attaccato alla pelle: controvento mi è una polvere di passi che ancora non ho mosso ma che irrita già gli occhi e li contrae: le sagome tra i rami mi sono sibilo senza origine vita in fotogrammi ridotta in cielo di lampi non corrisposti. la linea del tempo: sul finire del giorno la vedo giungere croce riflessa nel fiume, remo spezzato che mi costringe sul ciglio di uno specchio deformante dove finalmente posso farmi oggetto di derisione.

Con Cartoline (la quarta sezione), lo stadio di ricerca di se stessi passa da un misticismo interiore al confronto col concreto. Il ricordo diventa fisico. Si confronta con i geni delle origini (Bovino: via sotto le mura , dedicata al padre; Palermo: San Giovanni degli eremiti , dedicata alla madre); con i viaggi, immortalati in istantanee sviluppate col bianco e nero delle emozioni. La sezione si conclude con una splendida “poesia – filmato” (Prato: fuori le mura). E’ ambientata nella periferia della città natale del poeta, dove la desolazione di un paesaggio urbano, votato al solo fine produttivo, viene scalfita dal passaggio di un pallone tra le strade. Con un ragazzino al seguito. Senza una meta. 32


stridere intenso di cicale e battere di telai, non c’è spazio per un ago nell’aria canicolare di luglio: due subbi scricchiolano solitudine sotto un sole duro d’ombre accennate, nel quadrato di muro scalcinato luccicano scampoli di lamiera, la ciminiera che pungola il cielo sgretola gli occhi: c’è nell’ora piatta del coprifuoco chi si spolvera con un compressore a fine turno, e chi come me gironzola pigro con un supertele incollato ai piedi senza una meta.

Con Congedo l’autore saluta, lasciando al lettore un ultimo tassello poetico. Un simbolo che si sposa mirabilmente col titolo della raccolta: “Cactus”. Questa poesia concentra al suo intermo tutto ciò che fa di un essere umano, un poeta: la solitudine interiore, quasi atarassica, di fronte ad una distesa bianca ( il deserto come metafora del foglio); il cactus come allegoria della poesia stessa ( spinosa, rara, eppure conforto fraterno nelle situazioni più estreme); la pioggia, rara e piacevole, come le parole.

così scavalcato l’ultimo sterile confine, claudicante ritrovai l’amato deserto tanto agognato; sedetti accanto ad un cactus spinoso: attendemmo insieme come fratelli la pioggia rara.

Diego Baldassarre

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La redazione di questo numero: Elena Brilli Direttrice – Grafica Autrice di “Clarissa”, pag. 23 E-mail: elena.brilli@gmail.com Blog: Crazy Alice in Wonderland http://crazyaliceinwonderland.com/) Facebook: Elena Bri Anna Bellucci Autrice del disegno originale di copertina: “Crescita” E-mail: annabellucci87@gmail.com Facebook: Anna Bellucci Armando Cambi Autore di “Crescere”, pag. 5 E-mail: armando.cambi@libero.it Serena Pisaneschi Autrice di “Salite e discese”, pag. 12 E-mail: serena.pisaneschi@gmail.com “Letture da metropolitana”: http://www.letturedametropolitana.it/autori Facebook: Serena Pisaneschi

Michel Angelo Autore di “Non era più un giorno normale...” , pag. 7 E-mail: ultravox01@libero.it

Molfy Autrice di “In cammino verso la luce”, pag. 11, salto”, pag. 11, e “Ritorno a casa”, pag. 18 E-mail: molfyscrive@gmail.com

“Il grande

Eufemia Griffo Autrice di “Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla”, pag. 16 e di “Fotografie”, pag. 21 E-mail: eufemia_g@live.it Blog: Il fiume scorre ancora https://ilfiumescorreancora.wordpress.com/) MultiBlog : Memorie di una Geisha https://eueufemia.wordpress.com/)

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Sonia Barsanti Autrice di “ La promessa” , pag. 8 E-mail: sbverdesperanza@gmail.com Blog: Gli occhi della libellula ( https://gliocchidellalibellula.wordpress.com/) Pagina Facebook: Sonia Barsanti – apprendista scrittrice ( https://www.facebook.com/apprendistascrittrice/) Facebook: Sonia Barsanti

Diego Baldassarre Autore di “Diego Baldassarre presenta: “La pioggia rara” di Samuele Liscio” , pag. 30 Poeta E-mail: diego.baldassarre@libero.it Facebook: Diego Baldassarre

Samuele Liscio Autore del libro “La pioggia rara”, presentato da Diego Baldassarre a pag. 30 E-mail: samueleliscio@virgilio.it Facebook: Samuele Liscio Marta Vitali Autrice di “Cammino”, pag. 20 E mail: martavitali@live.it Blog: Pensieri Loquaci https://pensieriloquaci.wordpress.com/ Facebook: Marta Vitali

Antonella Fortuna Autrice di “Il barone generoso”, pag. 27 E-mail: anto.fortuna@libero.it

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Writers 13  

Numero 13: Crescita

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