Anno XXVIII — Pubblicazione mensile — P.I. 09.04.21 — Poste Italiane spa — Sped. Abb. — Post d.L. 353/03 (conv. L46/04) Art.1 comma 1 dcb Milano
Pandemia, sanità e sviluppo. Un focus di 50 pagine firmate solo da autori africani
€ 7,00 | vita.it aprile 2021
AFRICA & EUROPA: FINE DELLE ILLUSIONI di Giampaolo Silvestri
L’
segretario generale di Avsi
uccisione dell’ambasciatore italiano e di due uomini del suo convoglio in Congo ha fatto tornare in prima pagina per giorni l’Africa. Un furore mediatico che per contrasto ha evidenziato quanto ci si ricordi di certe zone in ombra del mondo solo se muore tragicamente una figura di rilievo, che non esistono molte fonti dirette per avere notizie di prima mano se non gli operatori di ong che si ostinano a restare sul terreno, e che l’Africa è ancora considerata un “altrove” a intermittenza. Invece l’Africa è qui, non è altro. E la pandemia ha spazzato i residui di stereotipi antichi sulla presunta separazione tra un Nord e un Sud del mondo, e sulla contrapposizione tra un “noi” sviluppati e un “loro” disperati, e ha definitivamente accelerato la consapevolezza che non possiamo pensare né a sviluppo, né a salute, né a benessere come esclusive, ma possibili solo se contemporaneamente accessibili a tutte le latitudini. Con tale consapevolezza la pandemia ha portato anche un altro dato: il divario tra i bisogni delle popolazioni più vulnerabili e le risorse disponibili per affrontarli si è approfondito, anche se non sempre c’è la volontà di riconoscerlo, e questo non è un pegno leggero per il nostro futuro imminente. I nostri destini ormai definitivamente connessi disegnano la nuova mappa che deve orientare le nostre azioni. Non possiamo pensarci se non in una partnership strategica Europa-Africa che coinvolga il Mediterraneo, per costruire insieme le risposte ai problemi comuni, non
3
aprile 2021
COVER ART: ERIN DWIA (ILLUSTRAZIONE) + DONTSTOP ARCHITETTURA (PROGETTO)
tanto per difendere il ruolo della cooperazione né solo per farla meglio. Per rendere effettiva una collaborazione tra pari, interessati a investire risorse economiche e umane in ambiti quali nuove vie di commercio, nuove fabbriche, nuove fonti di energia, ricerca e tecnologia, sviluppo dei servizi sanitari, oltre ovviamente ai settori cardinali dell’educazione e formazione al lavoro. Ma quando si dice “soggetti alla pari”, si intende che ogni ricerca va condotta insieme, per esempio in laboratori euro-med-africani. Prendiamo la questione della sfida delle nuove tecnologie: la pandemia ha smascherato la nostra totale dipendenza dalla rete. Se non avessimo avuto le piattaforme di comunicazione e le tecnologie digitali, ci saremmo trovati disarmati e isolati, mentre invece abbiamo potuto lavorare, restare in contatto, sostituire gli incontri in presenza con quelli virtuali, modalità che ha permesso di far marciare buona parte dei nostri progetti, pur rimodulando molte attività. Ma proprio in questa situazione è emersa la sproporzione: troppe aree del mondo sono ancora tagliate fuori da una copertura e garanzia digitale, fattore che acuisce le diseguaglianze. Le nuove tecnologie devono essere a disposizione di tutti, pur nella cura dei nessi tra diritti, protezione dei VITA #04
dati e attori. Sono sfide di portata globale, avvicinabili solo grazie a una condivisione strategica. Troppo complesse rispetto al passato? O scarseggiano le risorse rispetto all’incalzare dei tempi? No, solo dobbiamo impostare principi di collaborazione su basi nuove che tengano presenti le lezioni apprese, la realtà del bisogno e il volto delle persone. Un esempio pratico: con la pandemia abbiamo dovuto trasferire progetti di educazione e formazione online. Dove possibile abbiamo trasferito classi intere dall’aula fisica a quella virtuale, su webinar e simili, e abbiamo provveduto alla distribuzione di tablet e device adeguati. Ma dove la copertura internet non c’era, per non rischiare una disaffezione definitiva verso la scuola da parte di tanti ragazzi, abbiamo comperato biciclette per tentare di raggiungerli nei loro quartieri e case, per rassicurarli. Solo un metodo che combini osservazione della realtà, riconoscimento del bisogno e consapevolezza che Europa e Africa sono legate da un unico destino, permette di superare de facto l’obsoleto teorema sviluppo/assistenza umanitaria/ sicurezza e di praticare soluzioni sostenibili che hanno come orizzonte il mondo intero e partono da dati già presenti. L’evoluzione digitale dell’economia e dei servizi nel continente africano continua ad essere inadeguata? Ma la domanda esiste, è forte e va promossa l’offerta con determinazione strategica. Il sistema economico africano è già avviato a diventare un unico grande mercato digitale e le imprese leader europee potrebbero contribuire
4
+ LABA, LIBRE ACADÉMIE DES BEAUX-ARTS DOUALA, CAMERUN (PATTERN DESIGN)
La pandemia ha spazzato i residui di stereotipi antichi sulla presunta separazione tra un Nord e un Sud del mondo, e sulla dicotomia tra un “noi” sviluppati e un “loro” disperati
5
in modo decisivo a espanderlo e finalmente unificarlo. La cultura africana ha talenti che possono divenire fonte di crescita economica comune se interagiscono sia con organizzazioni della società civile sia con il settore privato più dinamico. La transizione energetica è una sfida comune a livello internazionale, destinata a trasformare i principi dello stesso sviluppo economico globale, e in forza di questo può essere l’occasione unica per ridefinire il dialogo economico tra l’Africa e il resto del mondo. Potrebbe sembrare l’elenco di visionari ambiziosi, invece è la presa d’atto di dinamiche socio-economiche già in atto. L’Europa è già uno dei primi partner commerciali dell’Africa e tale prossimità economica deve e può essere ulteriormente rafforzata per il beneficio di entrambi i continenti, per esempio sviluppando il commercio interafricano. La crescita dello scambio africano interno è il fattore più efficace di stabilità sociale e di crescita economica della regione, ed è in grado di aprire mercati che richiamino imprese italiane ed europee. La promozione della competitività e della produttività africana è la precondizione essenziale per la creazione di nuovi posti di lavoro, che a sua volta è il primo motore di uscita dalla povertà, e il più valido deterrente all’emigrazione irregolare che preoccupa così tanto gli stati europei. Questa nuova mappa della geografia umana e delle relazioni economiche, culturali e ambientali che ci vede così legati e interdipendenti è già disegnata. Dobbiamo imparare a leggerla. Il rischio è solo quello di crescere tutti. aprile 2021
5X1000 UNA FIRMA per il bene comune
Mai come in questo momento storico gli enti del Terzo settore si sono dimostrati soggetti insostituibili per la tenuta sociale e sanitaria del Paese. Sostenere loro significa dare un contributo decisivo al rafforzamento delle reti sociali e delle comunità. Il 5x1000 è una risorsa preziosa che consente al mondo del non profit di continuare a lavorare per l’interesse generale e il bene comune. Anche quest’anno un gruppo di organizzazioni ha scelto di comunicare il proprio 5x1000 attraverso la campagna collettiva promossa da VITA per raccontare i propri progetti direttamente ai cittadini.
ILLUSTRAZIONI DI LAURA ANASTASIO
Ti segnaliamo queste associazioni A.F.Ma.L. Associazione con i Fatebenefratelli per i Malati Lontani www.afmal.org C.F. 03818710588
FAMIGLIE SMA Famiglie SMA Onlus www.famigliesma.org C.F. 97231920584
ABF Andrea Bocelli Foundation www.andreabocellifoundation.org C.F. 90049390504
FONDAZIONE RICERCA FIBROSI CISTICA Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica - Onlus fibrosicisticaricerca.it C.F. 93100600233
ABIO Fondazione ABIO Italia Onlus per il bambino in ospedale www.abio.org C.F. 97384230153
FONDAZIONE RONALD McDONALD Fondazione per l’Infanzia Ronald McDonald Italia www.fondazioneronald.org C.F. 97234130157
AIL Associazione Italiana contro le Leucemie-linfomi e mieloma www.ail.it C.F. 80102390582 AISM e la sua Fondazione Fondazione Italiana Sclerosi Multipla Onlus 5x1000.aism.it C.F. 95051730109 ANFFAS Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con disabilità intellettiva e disturbi del neurosviluppo www.anffas.net/it/cosa-puoi-fare-tu/5x1000/
FONDAZIONE PROGETTO ARCA Fondazione Progetto Arca onlus 5x1000.progettoarca.org C.F. 11183570156 FONDAZIONE FRANCESCA RAVA Fondazione Francesca Rava NPH Italia Onlus www.fondazionefrancescarava.org C.F. 97264070158 LEGA DEL FILO D’ORO Fondazione Lega del Filo d’Oro Onlus 5x1000.legadelfilodoro.it C.F. 80003150424
ANT Fondazione ANT Italia Onlus - Assistenza Nazionale Tumori www.ant.it C.F. 01229650377
MCL Movimento Cristiano Lavoratori www.mcl.it C.F. 80188650586
BANCO ALIMENTARE Fondazione Banco Alimentare Onlus www.bancoalimentare.it C.F. 97075370151
MPVI Movimento Per la Vita Italiano www.mpv.org C.F. 03013330489
DYNAMO CAMP Dynamo Camp Onlus www.dynamocamp.org C.F. 90040240476
OPERA SAN FRANCESCO Opera San Francesco per i Poveri www.operasanfrancesco.it C.F. 97051510150
EXODUS DI DON MAZZI Fondazione Exodus Onlus www.exodus.it C.F. 97181590155
TELEFONO AZZURRO SOS Il Telefono Azzurro Onlus www.azzurro.it C.F. 92012690373
Come destinare il 5x1000 dell’IRPEF, una volta scelta l’organizzazione Nei modelli 730, CU e Unico, c’è una sezione dedicata alla destinazione del 5x1000, divisa in 6 parti. La prima in alto a sinistra è quella per il SOSTEGNO DEL VOLONTARIATO E DELLE ALTRE ORGANIZZAZIONI NON LUCRATIVE DI UTILITÀ SOCIALE, DELLE ASSOCIAZIONI DI PROMOZIONE SOCIALE E DELLE ASSOCIAZIONI E FONDAZIONI RICONOSCIUTE CHE OPERANO NEI SETTORI DI CUI ALL’ART. 10, C. 1, LETT A), DEL D.LGS. N. 460 DEL 1997. La prima in alto a destra invece è quella per il FINANZIAMENTO DELLA RICERCA SCIENTIFICA E DELLE UNIVERSITÀ. Inserisci il codice fiscale dell’organizzazione scelta e apponi la tua firma per sostenerla col tuo 5x1000. Anche chi non compila la dichiarazione dei redditi, ovvero chi ha solo il modello CU fornitogli dal datore di lavoro o dall’ente erogatore della pensione, può destinare il 5x1000. Per maggiori informazioni sulla compilazione visita il sito dell’associazione.
www.v i ta . i t
Scuola futura
finestra con vista sulle aule di oggi e di domani
LA SOSTENIBILITÀ ENERGETICA NON SALGA IN CATTEDRA Giovanni Biondi
T ↓
utti sappiamo che lo spazio è un insegnante molto efficace in grado di cambiare la fisionomia di un’intera scuola attraverso il disegno degli interni, degli arredi e integrando anche le tecnologie nella progettazione complessiva di una nova concezione della scuola. Una trasformazione che può dare visibilità e concretezza ad un nuovo modello pedagogico di scuola. Per progettare diversamente spazi ed arredi occorre però avere una concreta ed articolata idea del cambiamento dell’organizzazione del modello scolastico. Una progettazione innovativa degli spazi è in grado di cambiare la didattica molto di più di tanti testi o corsi di formazione. Se però, come sembra nel Recovery Plan, l’intervento trainante degli interventi sarà l’efficientamento energetico rischiamo di perdere una occasione che difficilmente si ripresenterà. Certamente l’attenzione alla sostenibilità energetica è oggi fondamentale per ogni intervento edilizio e quindi anche per gli edifici scolastici ma l’idea trainante deve essere l’innovazione del modello scolastico e quello che una vision sulla scuola di domani richiede. Intervenire solo sull’involucro significa lasciare inalterato uno schema architettonico ripetitivo fatto di corridoi e aule, funzionale alla lezione frontale e alla scuola che ci è familiare da decenni. Naturalmente intervenire su edifici esistenti o costruirne di nuovi comporta soluzioni diverse e porta
VITA #04
8
anche a risultati molto differenti ma lavorare anche solo sugli arredi, le luci e i colori permette di realizzare ambienti che cambiano la fisionomia dell’intera struttura. È necessario però che la progettazione sia guidata dal cambiamento del modello scolastico, dalle necessità delle nuove metodologie didattiche, dalla riorganizzazione del tempo scuola e dalla necessità di inserire nel percorso di apprendimento le tecnologie che ormai vanno integrate nella pratica educativa e non relegate in luoghi “speciali” come i laboratori o peggio usate come soprammobili. Per prima cosa dobbiamo eliminare i corridoi e pensare che anche l’ingresso a scuola sia un ambiente di accoglienza, arredato e funzionale ma soprattutto che gli ambienti scolastici siano costruiti ed arredati in funzione delle diverse attività, in modo flessibile e idoneo ad essere trasformati. Nella scuola primaria ormai da tempo queste idee si sono fatte strada e la scuola come laboratorio diffuso, senza porte sbarrate, che utilizza tutti gli spazi per attività diverse di esplorazione, ricerca e lavoro di gruppo non rappresenta una novità così come gli atelier di Reggio Children sono un punto di riferimento consolidato. Più complessi sono invece gli interventi sugli edifici che ospitano le scuole secondarie. Intervenire su edifici esistenti presenta numerose difficoltà non sempre superabili con gli arredi. L’obiettivo è di scomporre gli ambienti: creare piccole scuole da grandi scuole. Progettare per
Mutu(e)conomics
il valore aggiunto del mutualismo
dipartimenti, scomporre edifici pensati in modo uniforme in unità pensate per le diverse attività pluridisciplinari. In questo modo il dipartimento scientifico, ad esempio, potrà avere aree laboratoriali, una agorà, spazi di lavoro di gruppo pensati secondo uno schema comune con gli altri dipartimenti ma con soluzioni, tecnologie ed arredi diversi. Il modello 1+4 elaborato da Indire (www.indire.it) può costituire un riferimento utile così come quello che la Banca del Consiglio d’Europa (Ceb) ha realizzato in vari Paesi europei. Il modello architettonico col quale sono stati costruiti gli edifici scolastici durante il 900 al di là delle stagioni politiche che l’hanno influenzato, presenta una linea di continuità ripetitiva che vede nell’aula il centro della scuola. Tutti gli spazi intorno a partire dai grandi corridoi sono di corredo, di completamento all’aula, unico vero ambiente di apprendimento. E questo grazie anche all’orario scolastico e a quello degli insegnanti che è anch’esso centrato sulla lezione in aula. Lo stesso vale per l’uniformità degli arredi che anche durante la pandemia non hanno certamente subito una trasformazione qualitativa anzi hanno seguito lo stesso schema tradizionale: sedie e banchi per di più di misure ridotte. Ci troveremo quindi dopo la pandemia classi arredate come sempre e forse peggio di sempre dove fare attività che non siano l’ascolto della lezione sarà più difficile. Quello che è fondamentale ribadire è che l’intervento trainante deve essere quello dell’innovazione del modello scolastico, del progetto educativo che dovrà poi essere realizzato con le soluzioni più attente alla sostenibilità ed al risparmio energetico ma non viceversa. Purtroppo non è quello che emerge dall’attuale testo del Recovery Plan.
LA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA CHE MANCA Sergio Gatti
R
↓
invio. Si gonfiano i conti correnti, diminuiscono le culle. Si rimandano gli investimenti finanziari. E anche quelli affettivi. Quando regna l’incertezza, la scelta di mettere su famiglia (in senso ampio) e di mettere al mondo figli si fa ancora più rara. Negli ultimi quattrocento giorni questa tendenza al rinvio è divenuta drammatica. È comprensibile naturalmente. Il fatto è che la nuova, brusca frenata della natalità anticipata dall’Istat sui dati del 2020 si innesta su una traiettoria di riduzione costante che caratterizza tutta l’Unione Europea e in particolare Malta, Spagna e Italia. Con l’Italia che ha però una popolazione in media più anziana. Il 23 marzo scorso, l’Eurostat ha diffuso i dati definitivi del 2019, quindi precedenti alla pandemia. E già molto significativi della direzione ormai presa dalla curva demografica. In tutta l’Unione europea nel 2019, i neonati sono stati 4,17 milioni. Continua così il decremento avviatosi undici anni prima quando nella Ue i nuovi nati furono 4,68 milioni. Il tasso totale di fertilità si è abbassato a 1,53 bambini per donna, ulteriore piccola diminuzione rispetto al picco negativo più recente, quello del 2016 (1,57). Ma con un lieve incremento rispetto al minimo storico del 2001 (1,43). Il tasso di fertilità più alto da quando le serie statistiche sono confrontabili si è registrato nel 2008, 2010 e 2016 (1,57 appunto). Negli intervalli di tempo esso ha fluttuato tra 1,51 e 1,57. Nel numero scorso di Vita, sempre su queste pagine, abbiamo esposto qualche numero e qualche idea per far sì che il Pnrr italiano possa tenere conto della necessità, per ragioni di efficienza oltre che di equità, di indirizzare gli investimenti anche verso settori ad alta intensità di lavoro femminile. Questo mese facciamo due passi nel tema della natalità, strettamente connesso. Per invertire una curva demografica che ha connotati strutturali occorrono almeno tre ingredienti: assumere la transizione demografica come una priorità politicostrategica, adottare e attuare bene alcune misure immediate, altre rapidamente cantierabili e altre ancora di lungo periodo e intragenerazionali.
9
aprile 2021
Storyboard
Misure strategico-organizzative che possano essere concretizzate con risorse adeguate, capacità realizzative e risoluta volontà. Lo slancio per una campagna vaccinale efficace che si sta mettendo in campo andrebbe replicato su un arco di tempo molto più lungo, ma di pari intensità anche per contrastare la denatalità. Il Forum delle Associazioni Familiari evidenza come dal 2015 il numero di nascite sia sceso sotto il mezzo milione e nel 2020 si è registrato l’ennesimo record: solo 420mila e 84 bambini sono stati iscritti all’anagrafe. Il numero più basso dal 1861. Il welfare italiano è fondato su un patto tra le generazioni. Essendo “a ripartizione”, la sua tenuta (o sostenibilità) è garantita dai lavoratori di oggi che pagano le pensioni di chi è in quiescenza. A loro volta, i lavoratori di oggi dovranno poter contare sulla capacità contributiva sufficiente dei lavoratori di domani. Se nascono meno bambini, vi saranno meno lavoratori, meno mamme potenziali, meno contribuenti. I tre pilastri del welfare — scuola , sanità , pensioni — rischiano di andare in affanno.
retoriche, narrazioni, comunicazione
RIDATECI LE MINISTRE, LE PAPESSE E LE POLLESSE Doriano Zurlo ↓
Cosa fare in concreto? Il Forum delle Associazioni Familiari aveva chiesto prima del decreto Sostegni 1 che il “fattore-figli” divenisse la prima novità strutturale del governo Draghi. Non è andata così. E si punta ora sulla conferma dell’entrata in vigore dell’assegno unico dal prossimo primo luglio. Ma non basterà. Le azioni sinergiche e progressive riguardano il mondo del lavoro (compresi i contratti nazionali di lavoro con nuovi equilibri strutturali per bilanciare tempi di lavoro e di cura), gli asili nido ma anche forme innovative di assistenza agli anziani e nuove politiche di pianificazione dei flussi migratori. Il Pnrr va irrobustito per dare la spinta forte alla transizione demografica. Le due transizioni iper-citate (beninteso indispensabili) — ambientale e digitale — non assumeranno senso pieno e non svilupperanno tutto il proprio potenziale se non incideranno intenzionalmente e in modo strutturale sullo studio e sul lavoro delle donne, passaggio fondamentale: più/ migliore educazione e più/migliore lavoro agevolano la scelta di maternità. Se ne parlerà il prossimo 14 maggio anche agli Stati generali della natalità. Scelta privata, risorsa pubblica, bene comune. VITA #04
L
a lingua non è neutra. Nulla lo è. Ma non per questo è cattiva. È madre, piuttosto. Si dice, infatti: lingua madre. E nessuno si sognerebbe di trovare del sessismo in questa locuzione, nessuno rivendicherebbe, per questioni legate alla parità di genere, il diritto a una lingua padre. Beatrice Venezi, al Festival di Sanremo, ha alzato un bel polverone chiedendo di essere chiamata “direttore” e non “direttrice” d’orchestra. Una scelta legittima, e ideologica. Più femminista, secondo chi la sostiene, di quella che, sempre adducendo ragioni di femminismo, la contesta. Mantenere il genere maschile per ruoli che storicamente non sono stati quasi mai assunti da donne, secondo questo modo di vedere, sottolineerebbe la parità tra i generi molto di più che la forzosa adozione dell’appellativo al femminile. Dire “direttrice d’orchestra” sarebbe sminuente, perché invece di attestare la grandezza della donna Beatrice Venezi, dichiarandola implicitamente sullo stesso piano di Herbert von Karajan o Nikolaus Harnoncourt (o Beppe Vessicchio, visto che si era a Sanremo), la collocherebbe nell’arena meno affollata e dunque meno prestigiosa delle, appunto, “direttrici d’orchestra”. In sintesi: l’ossessione per l’appellativo al femminile di certo femminismo lavorerebbe nella direzione di mantenere le differenze di genere,
Che il fenomeno denatalità abbia ragioni diverse, lo conferma il caso francese. Nel 2019, la Francia si è confermato il Paese con il più alto tasso di fertilità con 1,86 nascite per donna, seguita da Romania (1,77), Repubblica Ceca, Irlanda e Svezia (1,71) e Danimarca (1,70). Fanalini di coda Malta (1,14), Spagna (1,23), Italia (1,27), Cipro (1,33) Grecia e Lussemburgo (1,34). Evidenziato dall’Eurostat è la crescita del numero di nati da mamme straniere ma con una forte differenziazione tra Stati membri: due terzi (65%) dei bambini nati in Lussemburgo a fronte di una quota di circa un terzo a Cipro, Austria, Belgio. Altri nove Paesi con meno del 10% addirittura il 2% in Bulgaria, Slovacchia e Polonia.
10
invece di eliminarle. Comunque la si pensi a questo proposito, personalmente ho un paio di certezze che mi orientano nel valutare la faccenda. La prima è di carattere emotivo: il misto di venerazione, invidia, senso di inferiorità, desiderio, stupore… che provoca in me chiunque abbia sufficienti competenze e talento musicale per condurre un’orchestra, è di tipo assolutamente paritario. La seconda certezza è di tipo linguistico. Venezi, a Sanremo, ha detto che «le professioni hanno un nome preciso e nel mio caso è direttore d’orchestra». Be’, è sbagliato. La motivazione ideologica, di cui abbiamo detto sopra, è sostenibile (per quanto discutibile o contestabile). La motivazione linguistica, no. “Direttrice” è una parola che in italiano esiste da sempre (Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, è più cauto e dice: da diversi secoli). Non è certo stata inventata per compiacere la political correctness. E anche a questo riguardo, cioè a riguardo dei femminili che vengono contestati perché inesistenti nella lingua o “brutti” da sentire, molte cose si possono dire per abbattere i pregiudizi consueti. Come fa notare Vera Gheno in un bell’articolo su valigiablu.it (La questione dei nomi delle professioni al femminile una volta per tutte), già Dante usava termini come “ministra”, mentre Eleonora d’Arborea (1340-1404) era “giudicessa” e Plautilla Bricci (1616-1705) “architettrice”. Aggiungo io: secondo una leggenda, nel IX secolo sarebbe stata eletta la “papessa” Giovanna. Per andare ancora più indietro, nella sua commedia satirica Le nuvole, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 423 a.C., Aristofane fa dire a Socrate che la femmina del pollo va chiamata pollessa! Piuttosto ironico, no? Proprio quel passato che sempre viene evocato per stigmatizzare posizioni giudicate maschiliste (siamo tornati nel medioevo!) si rivela più attento, più ricco e più inclusivo della nostra modernità post illuminista. Qualcuno potrebbe obiettare: ma noi non parliamo più quella lingua lì. È vero. Parliamo una lingua più povera. Quella della Tv e del web. Con meno lessico, meno forma e meno efficienza. Quindi con dentro meno realtà.
Sharing idee sulla weconomy
COSA C’È DIETRO IL WELFARE AZIENDALE DI AMAZON? Ivana Pais
L’
↓
annuncio di Amazon non sorprende, ma merita attenzione: Amazon Care, la piattaforma di welfare aziendale è ora un service provider, a disposizione
di altre aziende. Amazon Care è stato lanciato un anno e mezzo fa e permette ai dipendenti di Amazon residenti a Washington e alle loro famiglie di scambiare messaggi o effettuare chiamate video con operatori sanitari che, se necessario, inviano medici per una visita a domicilio. Ora questo servizio è aperto ad altre aziende di Washington e Amazon ha dichiarato che entro l’estate sarà disponibile in tutti gli Stati Uniti come welfare aziendale per i dipendenti Amazon e come servizio a pagamento per le altre aziende. La strategia di Amazon è chiara: fidelizzare un numero elevato di clienti utilizzando gli effetti di rete del modello piattaforma per espandersi in una varietà sempre più ampia di servizi. Il settore della salute però presenta delle specificità e questa operazione sta sollevando critiche. Innanzitutto, Amazon — come Google (che ha acquistato FitBit nel 2019), Apple (con la sua app Health) e altre aziende del digitale che stanno entrando nel settore del welfare — dispongono di una grande quantità di dati sugli utenti, a partire dall’analisi delle loro ricerche online, dei loro acquisti e dalle informazioni fornite da dispositivi indossabili (wearable). Amazon, poi, è già attiva nel settore con Amazon Pharmacy. A fronte di queste critiche, la richiesta prevalente riguarda la trasparenza nella gestione dei dati da parte di Amazon e di altre piattaforme. Un’alternativa potrebbe essere la costituzione di organizzazioni per la gestione delle informazioni personali dei clienti, che possano determinare le condizioni di accesso e utilizzo dei dati da parte di terzi.
11
aprile 2021
Contropiede non sempre vince chi attacca
COOPERAZIONE, LE PAROLE PESANO Stefano Granata
L’
↓
agenda del 2021 ha identificato come priorità la transizione ecologica e la transizione digitale. Da qualche tempo però ha preso avvio anche la transizione cooperativa. Se da un lato le cooperative sociali hanno vissuto in maniera troppo passiva l’attrazione fatale dell’esternalizzazione dei servizi
VITA #04
alla persona operata dalla pubblica Amministrazione, dall’altro lato non possiamo che constatare quante cooperative si siano prese cura delle comunità producendo coesione sociale. Il dibattito pubblico di questi mesi ha spesso additato la cooperazione sociale di conservatorismo, fondamentalmente incapace di interpretare le richieste di innovazione che l’attuale contesto sociale richiede a gran forza. Ma
12
perché tanto interesse e, a volte, tanta veemenza? Credo che nessuno possa mettere in dubbio la forza di un movimento imprenditoriale capace di una crescita esponenziale, che non ha avuto pari in Italia e in Europa negli ultimi decenni, in grado di costruire concrete risposte ai cittadini e dare occupazione a centinaia di migliaia di giovani. Semmai è proprio per la portata del fenomeno che giustifica un interesse così accentuato. Le vicende pandemiche, malgrado le legittime critiche, hanno messo in evidenza quanto e quale sia stato il peso di tante cooperative sociali. Vorrei ora sottoporre alcuni accorgimenti che ritengo essenziali affinché si possa affrontare la discussione con il giusto approccio e, soprattutto, senza incorrere nel rischio di marginalizzare coloro che hanno giocato e giocano ancora oggi una funzione così importante. La prima questione: il cooperatore sociale è essenzialmente una persona, con una vocazione ideale forte che sceglie di mettere a disposizione della comunità le proprie attitudini e i
Oltre la siepe
l’economia sociale fuori dal giardino di casa
UE, ECCO IL PIANO D’AZIONE DEL PILASTRO SOCIALE Gianluca Salvatori ↓
U
n altro anello si è unito alla catena. Lo scorso mese la politica della Commissione europea ha raggiunto un nuovo obiettivo. È stato approvato il piano di azione sul pilastro europeo dei diritti sociali. Per l’antefatto occorre risalire al 2017, quando nel vertice di Göteborg furono stabiliti 20 principi e diritti essenziali per i sistemi di protezione sociale. Dopo anni di interventi quasi esclusivamente sul lato delle liberalizzazioni, l’Europa cominciava così la manovra di correzione che doveva portarla a prestare più attenzione alla dimensione sociale. La chiave, certo, restava quella della ottimizzazione del funzionamento dei mercati su scala comunitaria (in questo caso, il mercato del lavoro), ma con un impegno specifico dedicato al tema dell’equità. Il presupposto di quel passaggio — fondamento di scelte successive, come il piano Next Generation Eu, che testimoniano un cambiamento di rotta fino a pochi anni fa impensabile — era l’idea che l’inclusione sociale, la lotta alle disuguaglianze e alla povertà, il contrasto al trascinamento intergenerazionale dello svantaggio, fossero valori fondamentali
PEXELS
propri talenti e quindi poco incline ad assoggettarsi a condizionamenti che possano mettere in discussione tale scelta. La seconda questione: l’imprenditoria sociale conserva in maniera nettissima la propria natura movimentista perché legata a valori fondanti condivisi. In un Paese così frammentato e diviso, quante realtà sono ancora in grado di muovere tante persone legate da un unico obiettivo? Nel corso delle ultime due settimane ho avuto modo di incontrare virtualmente più di 3mila cooperatori grazie a webinar organizzati dalla federazione per presentare la nuova piattaforma del bilancio sociale. Durante gli eventi abbiamo chiesto loro di indicarci quale fosse la mission delle loro imprese. Da Nord a Sud, oltre a decine di altre enunciazioni, ha prevalso in maniera netta e omogenea la definizione di inclusione: che nessuno rimanga escluso è il movente indelebilmente scolpito nel cuore e nella testa di migliaia di cooperatori. A tal proposito ci può aiutare una metafora calcistica. Oggi si suol dire che tutte la squadre impostano il loro gioco partendo dal basso, ossia a cominciare dal portiere si coinvolgono tutti i calciatori con una fitta rete di passaggi e utilizzando tutte le zone del campo si cerca di arrivare alla porta avversaria. Un modello di gioco tipico dell’impresa sociale. Tuttavia i tempi odierni evidenziano alcuni limiti: un po’ di mancanza di energia e di fantasia stanno limitando il gioco a metà campo e il gol sembra diventare un obiettivo irraggiungibile. Un allenatore capace saprebbe valorizzare uno schema di gioco così valido, introducendo alcune semplici correzioni: fare correre la palla più velocemente e affidarsi all’inventiva e al coraggio degli interpreti per verticalizzare di più. L’adrenalina e il coraggio di rischiare delle nuove generazioni: il vero innesto per il cambio di passo per l’impresa sociale. Fidatevi, sarà interesse di tutti tifare per una squadra così.
13
aprile 2021
Social Business
la finanza come leva del cambiamento
SOCIAL WASHING, SERVE UNO SCUDO Giovanna Melandri
S ↓
embra ritrarsi, finalmente, l’ondata di crisi politica che ha travolto un’Italia già spaventata dall’emergenza sanitaria e dal caos vaccini e già segnata dalle conseguenze socioeconomiche della pandemia. Ora che ci siamo rimessi in piedi, con una presidenza del Consiglio inattaccabile per profilo e competenza, si riparte da una consapevolezza: la partita di Next Generation Eu è decisiva. E una parte di questa partita si gioca nel campo della sostenibilità e dell’innovazione, sociale e digitale. Insomma, un pezzo enorme della sfida che abbiamo davanti riguarda la capacità di costruire anche in Italia una “impact economy”, mobilitando la finanza ad impatto e i protagonisti del mondo dell’impresa verso azioni generative, intenzionalmente mirate ad attivare trasformazioni virtuose nel campo ambientale, sociale e della parità di
genere, nonché a direzionare lo scarto di innovazione tecnologica in corso verso un nuovo “umanesimo digitale”. Il nuovo ministero della Transizione Ecologica ha il nome di una promessa. Non mantenerla anche stavolta potrebbe generare una delusione insanabile, una nuova ferita nel rapporto tra governanti e governati, in termini di sfiducia e tradimento di aspettative. E allora, per citare il neo segretario del Pd Enrico Letta, accanto all’anima serve il cacciavite, tanto cacciavite. Servono, insomma, gli strumenti concreti per mantenere le promesse di transizione verso un modello più giusto, sul piano sociale e ambientale. Va ribadito, ora più che mai, che dopo anni in cui lo smantellamento del welfare pubblico è stata una triste ipotesi, anche nel nostro Paese, bisogna procedere esattamente nella direzione ostinata e contraria: rifondare lo stato sociale,
dello stile di vita europeo. Come tali, ad essi andavano ispirate le politiche comunitarie in quanto elementi centrali e non accessori. Il percorso verso il piano di azione si è servito dei risultati di un’indagine Eurobarometro, che ha interpellato quasi 30mila cittadini europei per scandagliarne l’opinione in merito al senso attribuito a concetti come prosperità e giustizia sociale. In particolare, nelle tre aree in cui è articolato il Pillar of Social Rights: accesso equo al mercato del lavoro, condizioni di lavoro dignitose, protezione sociale e inclusione. In larga maggioranza le opinioni espresse hanno evidenziato, non sorprendentemente, la necessità di interventi per migliorare i diritti sociali dei cittadini europei, messi a dura prova negli ultimi 15 anni da una sequenza di crisi di origini diverse e confinati in posizione arretrata da politiche orientate VITA #04
rafforzarlo, attrezzarlo in misura sempre maggiore a rispondere ai nuovi bisogno sociali emergenti. E però per rafforzare il welfare pubblico abbiamo bisogno di lavorare sugli schemi pay by results, che mettono a sistema la cooperazione tra attori pubblici e investitori e imprenditori privati. Un paradosso? Assolutamente no. Anzi, una evidente addizionalità, che assicura in un Paese come il nostro soffocato da un debito pubblico tra i più alti del mondo di poter reperire risorse aggiuntive rispetto a quelle già esistenti e coinvolgere le migliori energie del capitalismo, finanziario e imprenditoriale, per il raggiungimento dell’obiettivo comune della coesione sociale e del contrasto attivo alle disuguaglianze e al riscaldamento globale. Quello che abbiamo imparato con la pandemia è che il nostro modello socio-economico, così com’è, non regge. Il capolinea è stato visibilmente raggiunto. Ora non basta e non serve fare retromarcia. Bisogna fare un balzo in avanti, un salto di paradigma. Mobilitare i mercati e le imprese verso l’ innovazione sociale e ambientale obbligatoria, con una cabina di regia pubblica forte, attiva nella scrittura di un Social e Green New Deal non più rinviabile. Per fare questo, bisogna fare largo all’impact investing. Social Impact Bonds, Green Bonds, Outcome Funds: questi strumenti sono le strade concrete da cui passa l’attuazione della transizione ecologica nella realtà. Ma anche il contrasto alle disuguaglianze
soprattutto verso i fattori della competitività economica. Richiesti di esprimersi, gli europei hanno fatto sapere alla Commissione che è sbagliato separare le basi dello sviluppo economico da quelle dello sviluppo sociale. E che dalla politica si aspettano decisioni e atti per colmare il divario che ha spaccato la società europea. Smettendola di trattare inclusione sociale e performance economica come i due poli di un gioco a somma zero, in cui la vittoria dell’uno comporta la sconfitta dell’altro. Da qui è partito il piano di azione, che identifica tre obiettivi principali per i Paesi dell’Unione europea da conseguire entro i prossimi dieci anni. Il 2030 è il termine fissato perché: I) almeno il 78% della popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni abbia un lavoro; II) almeno il 60% di tutti gli adulti partecipi ogni anno ad attività di
14
SINTESI
Roberto Cingolani è un fisico, accademico e politico italiano, dal 13 febbraio 2021 ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi
sociali e gli obiettivi di equilibrio di territorio e di genere. Tutto questo deve poter essere misurato e valutato, sulla base dell’impatto reale generato, in termini di outcome e non solo di output. Ma c’è un elemento che spesso frena la diffusione degli strumenti impact: il quadro normativo, l’ecosistema giuridico. In Italia siamo ancora un Paese a “Sib e Outcome zero”. Questo non perché manchi la domanda. E la vitalità della rete di Social Impact Agenda (popolata da enti del Terzo settore, banche, fondazioni, enti di previdenza, fondi, assicurazioni e dalla stessa Cassa Depositi e Prestiti) lo dimostra. Il punto è che manca il procedimento amministrativo su cui poter incardinare questa collaborazione pubblico-privato basata sul meccanismo classico “a quattro punti”: il pubblico individua gli obiettivi e li condivide con l’investitore;
l’investitore anticipa le somme per realizzarli e avvia il progetto; l’impresa sociale attua il progetto, in risposta ai bisogni sociali; la valutazione misura i risultati raggiunti, sulla base dei quali si calcola il rendimento, che il pubblico restituisce al privato finanziatore. Eppure l’Europa traccia la strada e questo spalanca, da qualche mese, nuove possibilità. Lo fa con il regolamento 2088 del 2019, il cosiddetto “regolamento Tassonomia”, con cui si occupa anche di un tema molto importante, direi preliminare nella costruzione dell’ecosistema impact: quello della “impact integrity”. In sostanza, nel classificare con esattezza la differenza tra finanza tradizionale e investimenti Esg, con richiami anche all’impact investing, l’Europa va oltre e di fatto disegna per la prima volta un sistema di regole contro il “green e social washing”, vera e propria insidia che ora e più che
formazione; III) il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale diminuisca di almeno 15 milioni. Una traduzione in pratica dei principi del pilastro europeo dei diritti sociali che lascia pochi dubbi riguardo al fatto che la Commissione stavolta non abbia intenzione di restare sul piano delle enunciazioni. In concreto, il raggiungimento di quegli obiettivi comporterà un riorientamento di tutti gli strumenti finanziari e delle misure di accompagnamento che l’Ue mette in campo. Incluse le risorse della Recovery and Resilience Facility (quelle che in Italia alimenteranno il Pnrr). Tema che il nostro Paese dovrebbe avere bene a mente, mentre invece il dibattito sui progetti da inserire nel piano nazionale per la ripresa e la resilienza a tratti è sembrato prendere tutt’altra direzione. Senza tenere nella giusta considerazione gli obiettivi sociali fissati dall’Europa ed anzi
mai rischia di configurarsi come una possibile truffa. “Spacciare” prodotti non impact e non Esg per “finanza responsabile” o “finanza etica” o “finanza sociale” può essere molto conveniente, per aumentare il fattore reputazionale, che sui mercati è fattore chiave per il rating dei prodotti. L’ecologia tassonomica del regolamento 2088 interviene su questo rischio e struttura inequivocabilmente un framework che consente il discernimento inequivocabile tra i prodotti finanziari. Il meccanismo a cascata che ci aspettiamo, in questa fase di piena attuazione regolamentare, è quello di una presa di coscienza da parte dei singoli Stati dell’importanza e dell’utilità del corretto uso di questi strumenti, soprattutto nella fase Recovery. Il governo Draghi, appena insediato, misura su questa sfida buona parte della sua credibilità. Sulla carta, il premier è l’interlocutore migliore possibile per il mondo impact e per far decollare, finalmente, anche in Italia, gli strumenti dell’impact investing, a partire dall’attuazione del nostro Pnrr, finalmente ai nastri di partenza. Anche qui, però, saranno le azioni intraprese a dare torto o ragione ai pronostici e a corrispondere o meno ai migliori auspici. Il nostro movimento è a disposizione anche di questa stagione governativa, per proseguire e rilanciare il cammino avviato con i governi Gentiloni e Conte. Fare presto e fare bene: questo ci aspettiamo dai mesi a venire.
lasciando trapelare una concezione settoriale o residuale dell’impegno per l’equità sociale. Ma forse c’è ancora spazio per correggere questa impostazione.
15
A Porto, il prossimo mese di maggio, la presidenza portoghese del Consiglio dell’Ue organizzerà un vertice sulle modalità per rafforzare la dimensione sociale dell’Europa, mobilitando le forze per l’attuazione del pilastro sociale. È troppo auspicare che l’Italia si presenti con una posizione lungimirante? Ispirata alla ricca e articolata esperienza di economia sociale su cui può contare, per contribuire ad orientare la politica europea in modo ancora più marcato verso obiettivi di riduzione delle disuguaglianze e rafforzamento della coesione sociale. Le premesse finora non sono state incoraggianti, ma il nuovo clima della politica nazionale potrebbe riservarci qualche sorpresa. aprile 2021
Dis.dire
il detto e il taciuto sulle disabilità
SE IL LAVORO AGILE EMARGINA I DISABILI Carlo Giacobini
O ↓
ggi è il 15 aprile 2022. La pandemia del Covid l’abbiamo superata pur con un bilancio di decessi impressionante e con vaccinazioni che, fra molte difficoltà, hanno coperto il numero sufficiente di popolazione italiana. La pandemia è conclusa e si tenta di tornare alla normalità. Molti lavoratori hanno sperimentato per mesi, alcuni per oltre un anno, il lavoro agile. Ma finita la piaga è accaduto di tutto. Molte aziende hanno imposto il ritorno in sede e ancora di più le pubbliche amministrazioni. Ciò ha causato non pochi conflitti, vertenze, confronti anche aspri. Alla fine si è delineata una soluzione, contingentato il numero di lavoratori in remoto e rispolverato antichi criteri di priorità per la concessione di questa forma di produzione considerata dai più come vantaggiosa. Per alcuni lavoratori, quindi, il lavoro agile non è proprio un diritto ma quasi. E fra questi le persone con disabilità, molte delle quali, già durante la pandemia, hanno avuto accesso allo smart working come forma di profilassi rispetto al maggior rischio di contagio, più che come scommessa organizzativa. Fantascienza? Preveggenza? Tornando al reale: oggi, ma lo vedremo meglio nei prossimi mesi, i tratti di nuovi possibili scenari, non necessariamente rassicuranti, già vi sono. Il mantenimento del posto di lavoro in questi mesi non è stato una serena passeggiata per molte persone con disabilità, per i lavoratori con patologie oncologiche o con altri seri problemi di salute. È stata dura per tutti, ma la maggiore ansia, le difficoltà di adeguate protezioni sanitarie e tutele previdenziali ha reso ancora più stressante l’emergenza pandemica per i lavoratori fragili. Deboli e non universali le soluzioni adottate. Oltre al maggiore rischio per la salute, vi è stato quello comune di perdere il lavoro. “Lavoratori fragili” li hanno battezzati, definizione svelta che però sottende, assolutoria e fatalista, che la fragilità sia loro. Il lavoro agile è stato — in questa emergenza — giustamente considerato come un accomodamento ragionevole. Attenzione ché questa definizione ha dei fondamenti normativi, consolidati quanto ancora volatili, sia dell’Unione europea (diretta 78/2000) sia nella disciplina italiana (decreto legislativo 216/2003). Sono quelle soluzioni “alternative” che il datore di lavoro dovrebbe adottare per garantire al dipendente con disabilità di svolgere il suo lavoro adeguatamente. Unica eccezione è che questi VITA #04
provvedimenti non richiedano un “onere finanziario sproporzionato”. Durante la pandemia lo smart working è stato tout court un accomodamento ragionevole quasi per eccellenza. Ma nel 2022 sarà ancora così condivisibile e accettabile questa equivalenza? Rapida digressione. Alcune ricerche hanno rilevato come il lavoro agile non sia tutto rose e fiori. Sorvoliamo sui dettagli produttivi che non lasciano affatto insoddisfatte le aziende e le amministrazioni e concentriamoci invece sugli aspetti negativi per chi lavora. Fra questi ce ne sono un paio che inducono alla riflessione. La prima è la maggiore difficoltà a riuscire a scindere, in modo salutare, il tempo del lavoro da quello personale, che poi è l’altra faccia della conquistata flessibilità. E la seconda è il tendenziale isolamento che lo smart working può indurre o enfatizzare. “Isolamento” non è una parola neutra: è anche gravida di interferenze ancora più negative quando c’è di mezzo la disabilità. Finita la pandemia quella equivalenza — lavoro agile = accomodamento ragionevole — non è più così sostenibile, anzi richiede cautele e occhi aperti. Non possiamo dimenticare che la reale inclusione lavorativa comporta sì per le aziende un impegno, una attenzione, soluzioni che adattino e assestino i luoghi e i cicli produttivi, ma quella persona è davvero motivo di cambiamento del contesto — voglia Iddio e il responsabile del personale — e dei cicli produttivi, con la sua presenza, con la sua fisicità, con la sua diversità. Non è sempre semplice operativamente. Sono necessari accompagnamenti e supporti che non lascino soli né il lavoratore, né l’azienda o l’amministrazione. Gli accomodamenti ragionevoli, che non sono da confondere con i diritti e gli obblighi, sono sempre personalizzati e spesso articolati. Fra questi non va escluso anche il lavoro agile, ma se questo diventa una scorciatoia, comoda e poco onerosa, per estromettere il lavoratore con disabilità dal contesto di tutto sarebbe suggellato il fallimento di anni di iniziative per l’inclusione reale per le pari opportunità. Il rischio c’è: è una ghiotta soluzione per molte aziende e, inutile nasconderlo, anche per qualche lavoratore con disabilità che, emarginato per emarginato, preferirebbe esserlo a casa propria.
16
Infosfera
l’informazione nell’era di internet
LA DAD NON È TEMPO PERDUTO Luca De Biase
“I ↓
l tempo perduto”: è stata la frase più usata dagli osservatori della scuola italiana nel periodo delle clausure decise per difendere l’organizzazione degli ospedali dal picco di ricoveri dovuti al Covid-19. Seguendo la guida di Marcel Proust, prima o poi, si dovrebbe arrivare anche al “tempo ritrovato”. Sono state impiegate tonnellate di articoli per descrivere il tempo perduto. Meno per immaginare il tempo ritrovato. Stefano Moriggi ne ha parlato sul Sole 24 Ore a metà febbraio. Diceva che si tratta essenzialmente di ripensare la didattica nella contemporaneità, un programma da avviare comunque, Covid o non Covid. Descrivere quel programma può essere arduo. È un problema di scienza dell’educazione, ma non solo. È un problema di knowledge management. È un problema di interpretazione del futuro e di come ci si può preparare per viverlo bene. È un problema di polarizzazione sociale e di ricostruzione dell’ascensore sociale. È un problema di motivazione e allenamento alla curiosità e profondità di pensiero per generazioni che sono state tagliate fuori dalle dinamiche tradizionali di accesso alla cultura e che ne hanno sviluppate di proprie, legate alle relazioni sociali che intrattengono e alle caratteristiche degli algoritmi dei media che usano. È un problema di economia del futuro. È un problema grande. Ho visto un paper recentemente pubblicato dall’Academy of Educational Leadership Journal che aiuta a mettere in fila un paio di punti.
La tecnologia potrebbe consentire agli insegnanti di migliorare la qualità dell’apprendimento. A patto che...
Karin Pafford Roland e Kadir Yalcin, ricercatori di finanza a Valdosta State University — pensando a generazioni di studenti sempre più gravati di debiti contratti per frequentare l’università — hanno scritto che: 1) Le probabilità di successo dei laureati nella ricerca di lavoro è collegata al caso che nel loro percorso di studi siano stati esposti all’uso di tecnologie avanzate, abbiano imparato a comprendere sistemi complessi, nei quali decisioni individuali hanno conseguenze sull’insieme, e siano stati allenati a impegnarsi in attività di squadra per prendere decisioni. 2) La preparazione dei laureati migliora se il metodo di studio prevede la partecipazione a forme di apprendimento basato sull’esperienza, con largo uso di tecnologia. 3) Le stesse caratteristiche del metodo di studio favoriscono l’orientamento delle persone a dedicarsi ad attività di lifelong learning. 4) Studi nei quali gli studenti imparano facendo esperienza e usando la tecnologia aiutano le persone che appartengono a minoranze o a ceti svantaggiati a recuperare capacità di successo.
17
Gli autori dello studio avvertono che le ipotesi raccolte nel loro paper hanno bisogno di essere avvalorate da ulteriori ricerche. Ma intanto mostrano una possibilità interessantissima. La possibilità che l’aumentato uso delle tecnologie possa trasformarsi da uno svantaggio, come è avvenuto per la Dad in Italia e non solo, in un vantaggio: la condizione è che invece di usare la tecnologia digitale per mandare online le lezioni frontali, i docenti usino la tecnologia per abilitare attività che consentano agli studenti di fare esperienza: ricerche, accesso a fonti primarie del sapere, connessioni a persone in grado di fornire strumenti intellettuali adeguati alla contemporaneità, sperimentazione espressiva, scrittura di inchieste e costruzione di sondaggi... Come ha scritto Stefano Moriggi: «Modesta proposta: invece di ragionare solo sul tempo (perduto o meno che sia), perché non cominciare a immaginare e a costruire lo spazio-tempo di una scena dell’apprendimento arricchita dal digitale? Si potrebbe iniziare chiedendosi quali attività didattiche esigono la presenza fisica e quali no; quali altre, invece, (sincrone o asincrone, individuali o cooperative) si rivelano efficaci a un diverso grado di prossimità rispetto al docente o ai compagni. Sarebbe un esercizio, il primo di una lunga serie, utile a rimodellare strategie e logiche della progettazione didattica, avendo chiaro almeno un obiettivo, più culturale che informatico: costruire un ecosistema multidimensionale e sostenibile degli apprendimenti; ovvero un orizzonte di pratiche e di esperienze irriducibile al perimetro dell’aula e al tempo trascorso a scuola. Oltre che più duttile nell’affrontare la “nuova normalità” e le difficoltà dei soggetti più fragili». Queste opportunità non si colgono se si pensa soltanto a gestire l’emergenza. Occorre pensare oltre. La pandemia ha accelerato processi e cambiato strutture con una certa profondità di impatto: non si può pensare che finita la pandemia tutto torni come prima. Ma questo implica che si tratta di passare al più presto dall’emergenza alla progettazione del dopo. Non farlo sarebbe un colpevole spreco. aprile 2021
L’
L’altra città
occasione dei vent’anni di attività di Connecting Cultures, agenzia di ricerca e produzione culturale ci ha permesso di aprire gli archivi dell’associazione con l’obiettivo di riflettere in pubblico su quei progetti a lungo termine conclusi o ancora aperti, insieme a partner, collaboratori, committenti e istituzioni dell’epoca, ma anche con nuove generazioni di artisti e curatori, per meglio mettere a fuoco una progettualità per il futuro. Quattro gli incontri: L’Arte in Relazione; La Sostenibilità, le Arti e il Design; Arte come Dialogo tra le Culture e l’ultimo Arte e Paesaggi, una visione in movimento (oggi consultabili su YouTube e sul sito www.connectingcultures.it). Un’opportunità per ripercorrere riflessioni e scelte nel tempo a partire dalla sede dell’associazione in via Merula 62, in località Ronchetto delle Rane, tra i luoghi più marginali della metropoli. L’edificio, una vecchia fattoria frazionata, si trova tra il Naviglio Grande e il Naviglio Pavese in una bolla di verde residuale, detto Parco delle Risaie, poco prima del confine con Buccinasco, area ancora molto fertile, grazie all’abbondanza di acqua che affiora, coltivata tuttora da pochi agricoltori testardi e un po’ incattiviti. Per secoli le acque hanno caratterizzato il paesaggio della pianura Padana, con il suo intricato ricamo di rogge per l’irrigazione, i canali e le chiuse progettate da Leonardo, come ci ha ricordato recentemente Ettore Favini con lo splendido video Atlantico presentato al Museo del Novecento (2019). L’acqua, infatti, è stata la fortuna di Milano dai tempi dei romani, una città che nasce non come insediamento, ma dalla terra fertile e dall’abbondanza di risorgive o fontanili di
nuovi percorsi per periferie e dintorni
LA FECONDITÀ DEI PAESAGGI RESIDUALI Anna Detheridge ↓
CAMPAGNA SMS SOLIDALE 2020 #unastoriadimani
La Lega del Filo d’Oro da oltre 55 anni è il più importante punto di riferimento in Italia per l’assistenza, l’educazione, la riabilitazione, il recupero e la valorizzazione delle potenzialità residue e il sostegno alla ricerca della maggiore autonomia possibile delle persone sordocieche e pluriminorate psicosensoriali. Negli ultimi anni l’Ente è concentrato nel grande progetto di realizzazione del Centro Nazionale, che assicura risposte tempestive alle persone sordocieche e alle loro famiglie. Reso operativo il cuore delle attività nel primo lotto, la “Lega” è ora impegnata nel completamento del progetto. La campagna SMS 2020 #unastoriadimani è stata finalizzata al secondo lotto - i cui lavori procedono nei tempi previsti nonostante lo stop dovuto alla pandemia - che permetterà un ulteriore aumento della capacità di accoglienza. In particolare, i fondi raccolti contribuiranno alla realizzazione di palestre e piscine per le attività fisioterapiche e idroterapiche, fondamentali per un completo percorso educativo riabilitativo personalizzato e costruito sulla base delle potenzialità di chi non vede e non sente.
COMPAGNIA TELEFONICA
Importo
TELECOM/TIM
222.063,00E
WIND/TRE
56.652,00 E
FASTWEB
17.905,00 E
ILIAD
8.084,00 E
COOPVOCE
7.782,00 E
VODAFONE
4.115,00 E
TISCALI
1.766,00 E
TOTALE
318.367,00 E*
* Contributi pervenuti al 22/03/2021
Lega del Filo d’Oro - Via Linguetta, 3 - 60027 - Osimo (AN) - Tel. 071 72451 - info@legadelfilodoro.it - www.legadelfilodoro.it
VITA #04
18
Alcuni scatti di Ken Grant, (Imagining Parco Sud, 2008) nel Parco Agricolo Sud di Milano
acqua dolce proveniente dalle falde freatiche appena sotto la superficie. Un territorio di circa 600 ettari totalmente rimosso dalla coscienza dei milanesi, una terra marginale di confine e in questo senso estremamente interessante. Questo paesaggio incistato nell’abitato milanese è un frammento dimenticato di paesaggio lombardo, quel che ne rimane, spogliato dai filari di pioppi che i coltivatori non vogliono più piantare. Tuttavia il parco oggi non è questo. Esiste un’altra verità che caratterizza il silenzio di questa incredibile rimozione. I luoghi dimenticati raccattano, nascondono, occultano, permettono convivenze indicibili. Nella bolla di verde tutto dentro i confini di Milano, vi sono diverse “attività in deroga” tra le quali attività di scavo e di movimento terra; un’autodemolizione alla quale è meglio non avvicinarsi; convivono tante presenze fluttuanti. Fino a poco tempo fa c’era un signore che brandendo una frusta tutti i giorni a una certa ora percorreva le vie in mezzo ai campi in carrozza, trainata da un cavallo che correva come il vento. Qualche volta avventurandosi verso una boscaglia dietro una delle fattorie in rovina s’incontravano gruppi di africani intenti ad arrostire qualcosa su un fuoco improvvisato; orti clandestini, baracche con tetti e pareti di ferro ondulato arrugginito o di cartone. Detriti lasciati ovunque da piccole imprese edili che non si danno la briga di portare i calcinacci in discarica. Oltretutto si sospetta che il territorio celi sotto la superficie molti depositi di materiali insalubri. Dentro e sotto questa apparente stasi si giocano partite di potere che soltanto in un territorio marginale come questo, a volte, si manifestano. Buccinasco, comune che dista qualche centinaio di metri è un comune commissariato per mafia alcuni anni fa. La storia dell’insediamento della ’ndrangheta in Lombardia e dunque in questa zona è stata raccontata in un libro illuminante intitolato Buccinasco, la ‘ndrangheta al nord di Nando Dalla Chiesa e Martina Panzarasa del 2012. Soltanto alcune settimane fa Nando Dalla Chiesa nel corso dell’evento “Il Potere e la Mafia”, di wikimafie ha denunciato pressioni che chiedevano apertamente il ritiro della ricerca universitaria di monitoraggio delle mafie in Lombardia. Forse il Parco rappresenta una piccola metafora del Paese: l’impotenza o l’indifferenza delle istituzioni è qui palese, come il confine labile tra legalità e illegalità, tra sviluppo e rimozione, tra passato in degrado e futuro incerto. Ma questa curiosità per un territorio dimenticato non
può, a mio avviso, scadere nel romanticismo, ed è stato proprio con l’intento di far emergere queste contraddizioni che abbiamo percorso per molti anni tante parti del Parco Agricolo Sud, anche fuori dai confini di Milano. È stato con questa idea che abbiamo coinvolto energie giovani delle diverse scuole e facoltà universitarie milanesi e i loro docenti, artisti, architetti, geografi e altri professionisti a percorrere questi luoghi. Non solo sul Parco delle Risaie dietro la nostra sede, dunque, ma anche a Melzo, a Cisliano, nei percorsi lungo i navigli verso Abbiategrasso, Mediglia, Lacchiarella e altri luoghi del Parco insieme ad artisti quali Paola Di Bello, Lorenzo Romiti degli Stalker, Emilio Fantin, Claudia Losi, Ken Grant e Helen Sear docenti dell’Università del Galles, Newport. Tra i diversi workshop ce n’è stato uno in particolare che mi è rimasto impresso, quello al Nocetum, in uno dei luoghi più marginali della metropoli, una sorta di crocevia infernale dietro l’Abbazia di Chiaravalle, schiacciata tra l’ingresso all’autostrada, gli svincoli e le bretelle di innesco sulle tangenziali, oggi cooperativa sociale e punto di riferimento per tutto il territorio. Il Nocetum esiste soltanto grazie alla caparbia volontà di un piccolo nucleo di suore laiche che hanno cominciato rimuovendo le immondizie intorno a una chiesetta abbandonata diventata una discarica a cielo aperto. Queste donne del Nocetum hanno recuperato un luogo dal nulla, hanno restaurato la chiesa dedicata ai Santi Filippo e Giacomo ricordata nelle cronache del 1200 “tre miglia fuori della Porta Romana”, luogo di rifugio per la popolazione dalle invasioni barbariche, hanno bonificato e piantato, e hanno realizzato un nuovo rifugio per le persone in stato di necessità di qualsiasi provenienza. Ciò che abbiamo colto qui è in realtà la fecondità (una qualità che non rispetta alcuna regola) di questi paesaggi residuali. Quel lembo di terra bonificato nel luogo più infelice della metropoli, quella ospitalità offerta alle persone è un atto di libertà, che viene restituita spontaneamente da chi pianta ortaggi per quelli che verranno dopo; dà senso al lavoro volontario degli uomini che vengono il sabato a coltivare l’orto, come anche al dono del maestro che fa lezione di musica ai ragazzini rom, ovviamente fino al prossimo sgombero del campo, quando si comincerà daccapo. Potrebbe essere questo un esempio di “ecologia dei paesaggi” di cui tanto si parla?
19
aprile 2021
Nel mirino il mister X del mese
IL CACCIAVITE DI ENRICO PER RIAVVITARE IL PD Maurizio Crippa
I
l campanello, il cacciavite, il vaccino. Tre simboli, un po’ all’ingrosso, che il nuovo segretario del Pd, Enrico Letta, si trova appiccicati come segnaposto sulla sua scrivania. Malgré lui, ça va sans dire. Il campanello è quello del passaggio di consegne senza sguardi di quando Matteo Renzi lo defenestrò da Palazzo Chigi, senza garbo e con fiorentina manifestazione della forza (e lui è pisano, mannaggia). Il cacciavite è lo strumento simbolo con cui voleva sistemare, lavorando di fino, i mali dell’Italia e della sua politica di partiti e istituzioni allo sbando, in una fase in cui forse forse ci sarebbe voluto almeno un trapano. E attorno a lui i due Matteo invocavano l’uso della ruspa, l’uno, o di una pressa per le rottamazioni. Il vaccino, invece, è una delle battute maligne che hanno accompagnato la sua decisione di tornare in Italia, dall’esilio dorato della Parigi di Science Po, per accollarsi il salvataggio di un partito che lo aveva bellamente abbandonato al suo destino. Un partito trascinato alla deriva dalle correnti e quasi affondato dalla più perigliosa di tutte, la “corrente thailandese” del compagno expat Bettini, il consigliori mai autorizzato di Zinga. Le battute erano più o meno così: «Letta rientra in Italia per fare il segretario del Pd: ma non si era vaccinato?». La prima cosa che ha fatto, dopo aver riaperto le finestre della sua casa al Testaccio, in un gran palazzo che mica per niente chiamano “il Cremlino di Testaccio”, è stata di andare alla sezione sotto casa, e chiedere agli iscritti, senza alcuna presunzione e senza atteggiarsi a silenzioso manager VITA #04
↓ Letta dovrebbe chiedere consiglio a Rino Formica, che insegnava che la politica è sangue e merda
della politica in Draghi style: «Che cosa devo dire domani in segreteria?». La solita garbata umiltà, che qualcuno gli ha pure rinfacciato. Che cosa debba fare, per rimettere insieme i pezzi di un partito diviso e che nei giorni della spugna gettata da Zinga era scivolato nei sondaggi fin sotto alla Meloni, Enrico Letta in realtà lo sa benissimo. Deve tenerlo insieme, per prima cosa; deve ridargli una prospettiva riformista, o di centrosinistra, dopo gli anni di Zinga in cui è sembrato (più che sembrato) che i dem andassero al guinzaglio di Giuseppi Conte e, peggio, di Rocco Casalino. La prima mossa reale, non semplice ma fatta con polso e dimostrando una visione, è stata la scelta della nuova segreteria: otto donne e otto uomini, ma soprattutto una maggioranza di “competenti”, e una pattuglia folta proveniente dal Nord del Paese, perché un’iniezione di consapevolezza reale di quel che serve all’Italia per ripartire è necessaria. La nomina di Irene Tinagli, economista, come sua vice la dice lunga. Poi, siccome le battaglie simboliche sono micidiali e ineludibili, s’è trovato davanti la questione un po’ grottesca delle donne da mettere a capogruppo in Parlamento. Grottesca non per le donne, ovvio, ma perché era un
20
lascito dello svarione di Zinga, che si era dimenticato di fornirne i nomi al governo Draghi. Ora che anche questa grana è risolta (col cacciavite, ancora una volta) Enrico Letta può davvero immaginare di avere in mano il partito, almeno per un po’: il lavoro di segretario del Pd è il più logorante d’Italia, secondo solo a quello di allenatore. Ex democristiano, ex margheritino, enfant prodige e figlioccio prediletto di Nino Andreatta nella sua scuola di alta tecnocrazia economica e istituzionale di Arel — dove in tempi non sospetti invitò a parlare Mario Draghi — Letta è un tecnico-politico che, appunto, forse si sentirebbe più a suo agio seduto nel governo di Super Mario che al Nazareno. Ha esordito con qualche mossa d’immagine, il voto ai sedicenni e lo ius soli, ma sta provando soprattutto a dire che ciò che può tenere insieme il Pd non è il passato (Il passato di un’illusione, il titolo del libro che François Furet dedicò al comunismo, sarebbe perfetto anche per la storia del mai “amalgamato” Pd) ma una visione del futuro: che non può prescindere dalla via del riformismo europeo (e bideniano), ma anche dalle condizioni concrete. Ha deciso di dialogare anche con la nuova “cosa” di Conte, e i massimalisti della right wing di sinistra lo hanno subito azzannato. Come se il segretario del Pd dovesse dialogare, invece che con il grosso partito con cui è al governo, solo con i due virgola per cento di Renzi, o di Calenda. Realismo, e lui ci prova col cacciavite. Forse però dovrebbe chiedere qualche consiglio a Rino Formica, il gran vecchio del socialismo che insegnava che “la politica è sangue e merda”.
COVER STORY
La parola all’Africa 21
aprile 2021
INDEX
Capitolo 1
INDEX
L’Africa non si cura con un vaccino Per la nostra salute non basta il vaccino contro il Covid-19 di MATTEO KOFFI FRASCHINI
Se la salute degli africani è a rischio, tutto è a rischio di TEDROS ADHANOM
Le cure? Un bene pubblico globale di GITHINJI GITAHI
Per capire l’impatto che la pandemia sta avendo sulle società africane e dargli la corretta interpretazione abbiamo deciso di affidare questo numero a sole firme africane (o di chi, pur non africano, in Africa vive e lavora). Nell’enciclica Fratelli Tutti papa Francesco dedica un passaggio all’“informazione senza saggezza”. E scrive: «La vera saggezza presuppone l’incontro con la realtà. La saggezza non si fabbrica con impazienti ricerche in Internet, e non è una sommatoria di informazioni la cui veracità non è assicurata. In questo modo non si matura nell’incontro con la verità». Noi siamo andati a cercarla, senza avere la pretesa di raccontare l’Africa, meglio di come l’Africa possa raccontare se stessa. Buona lettura VITA #04
p. 29 p. 33
Capitolo 2
Il senso delle Ong per l’Africa Lucky e le altre mamme in campo contro la malnutrizione 1
p. 40
2
Le migranti di ritorno ricominciano dal lavoro e dalla speranza
p. 41
3
Una tanica e un bastoncino per lavarsi le mani dentro casa, al campo profughi di KAKELA JOSEPH
p. 42
4
House Of Smile: un hub sempre aperto contro la violenza sulle donne
p. 42
5
Affrontiamo il Covid puntando tutto sulla medicina di comunità di DAOUDA M’BODJ
p. 44
6
Ma l’Africa si merita anche centri medici di eccellenza, non solo di emergenza di LUCA ROLLA
p. 45
di MOHAMUD M. HASSAN
UN NUMERO SCRITTO TUTTO IN AFRICA
p. 26
di YENENESH KEDIR
di LUVUYO ZAHELA
Capitolo 3
Lo spirito del Continente INNOVAZIONE
p. 62
ESTETICA
p. 64
RADICI
p. 65
di ACHILLE MBEMBE
di WOLE SOYNKA
di KAHA MOHAMED ADEN
22
INDEX
Infodemia Le fake news sulla pandemia hanno infettato il Continente di SAMBA DIALIMPA BADJI
p. 34
Diplomazia Ci vuole più cooperazione. Lo chiedono gli africani dialogo con MARCO PRENCIPE
p. 34
Behind the cover Il tocco dei giovani designer del Camerun sulla copertina di VITA
p. 35
7
Fisioterapisti, la professione che in Burundi non esisteva di G. NTAWUKURIRYAYO
p. 46
14
Il lavoro di cura femminile non deve più essere invisibile di TAKAITEI BOTE
p. 53
8
Il Centro di Salute finalmente ha l’acqua corrente di G. ALUNGWA DAUDET
p. 47
15
Senza sistema sanitario. L’emergenza in un campo profughi di ETIENNE MOGULA
p. 54
9
Con i giovani imprenditori l’agricoltura è sempre più green di S. O. RIZZO
p. 48
16
Così il Sud Sudan si rialzerà dalla pandemia (come fa sempre) di STEFANO ANTICHI
p. 55
10
Migrare e poi tornare non è da falliti di GIANPAOLO GULLOTTA
p. 49
17
Da oggetto a soggetto: il nuovo approccio alla disabilità di G. J. CUAMBE
p. 56
11
Così seguiamo i primi mille giorni di mamme e bambini di ADEME TSEGAYE
p. 50
18
L’ossigeno al paziente, la differenza tra la vita e la morte di K. JACKSON
p. 57
p. 50
19
Curare il volto dei bambini per farli tornare a vivere di VERONICA EMEH
p. 58
p. 52
20 attrezzi
12 bimbi
Un’équipe capace di salvare il cuore dei di MUHOOZI RWAKARYEBE
13 perché ci sono stato
Provo a togliere i bambini dalla strada
di B. O. BULUMA
FEDE
Insieme al diploma? Diamo la cassetta degli di JIM COMINO
p. 59
p. 67
di AGBONKHIANMEGHE OROBATOR
MIGRANTE
p. 68
BUSINESS
p. 69
di MUSSIE ZERAI
di KAROUNGA CAMARA
SVILUPPO
p. 70
di FELWINE SARR
23
aprile 2021
platform visibility and connections
Tutta l’esperienza, la credibilità e le relazioni che VITA ha costruito in vent’anni e le competenze di un team multidisciplinare in un’unica piattaforma di servizi a disposizione delle organizzazioni non profit.
PUBBLICAZIONE DEL BILANCIO
10 ABBONAMENTI A VITA MAGAZINE
DIFFUSIONE STORIE
SCHEDA SU VITA.IT
3 ANNUNCI SU VITA LAVORO
BANNER SU VITA.IT
VITA SOCIAL NEWS
SOCIAL MEDIA
8 servizi in un’unica soluzione Informazioni sull’offerta vitaplatform@vita.it tel 02.40703333 VITA #03
82
Un prodotto del Gruppo
1. L’AFRICA NON SI CURA CON UN VACCINO
CAPITOLO 1
L’Africa non si cura con un vaccino Controllare l’epidemia di Covid non significa risolvere la questione sanitaria del Continente. Per mettere in sicurezza 1,34 miliardi di persone, generare benessere e limitare i flussi migratori servono interventi strutturali
25
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
PER LA NOSTRA SALUTE NON BASTA IL VACCINO CONTRO IL COVID-19 di MATTEO KOFFI FRASCHINI giornalista italo-senegalese, vive e lavora a Dakar
Africa deve prepararsi a un’ecatombe». Fu questo l’allarme lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) lo scorso aprile, all’inizio della pandemia di Coronavirus che si stava lentamente propagando attraverso il continente. Una predizione che nessuno ha dimenticato. Tale avvertimento prevedeva infatti la catastrofe. Poche parole per descrivere ciò che, fortunatamente, non è mai avvenuto. Una semplice frase che persino chi non era convinto della sua veridicità si sentiva comunque costretto a menzionare nelle varie conferenze o a scrivere negli articoli e rapporti sul Covid-19 in Africa. Eppure, rispetto al resto del mondo, il Coronavirus mieteva poche vittime e registrava un numero di casi molto basso. Ci sono voluti circa sei mesi affinché l’Oms ritrattasse. Nascondendo un certo imbarazzo l’organizzazione ha pure espresso una sorta di scusa. I sistemi sanitari africani, nonostante le numerose difficoltà di cui sono caratterizzati, hanno infatti resistito. Poco dopo l’inizio della crisi, 88 intellettuali africani, tra cui il nigeriano
L’
Si pensava potesse essere un’ecatombe. Così non è stato. I vaccini mancano. Ma arriveranno. Il nodo vero però sono le enormi falle di sistemi sanitari che non assicurano la salute come bene pubblico essenziale. Per questo il siero anti Coronavirus non può essere l’unica soluzione
FOTO: A. FORTAREZZA
VITA #04
26
Wole Soynka e il senegalese Cheikh Amidou Kane, hanno però lanciato un appello invitando le autorità del continente nero a «ripensare la salute come un bene pubblico essenziale». La fuga dei medici Nonostante vari progressi dal periodo dell’indipendenza, le falle nel sistema sanitario africano sono ancora numerose e importanti. «Mancanza di investimenti nelle strutture pubbliche e nella ricerca di base — affermava l’appello —, insicurezza alimentare, spreco di fondi governativi, e priorità delle infrastrutture stradali, energetiche e aeroportuali a scapito del benessere umano». A questo elenco si aggiungono i salari troppo bassi per gli operatori sanitari che continuano a emigrare all’estero, la penuria di materiale medico, l’impossibilità di effettuare gran parte delle operazioni chirurgiche maggiormente delicate, e il mancato sostegno dimostrato dai governi agli studenti di medicina che regolarmente prendono parte a proteste di piazza. La cooperazione internazionale spesso rappresenta l’unico rimedio in contesti di emergenza sanitaria che lo Stato evita di affrontare. Il peso di tali dinamiche grava da decenni sui pazienti più
1. L’AFRICA NON SI CURA CON UN VACCINO
1,34 MLD POPOLAZIONE
Africa
447 Mln 60 Mln Italia
Europa
DENSITÀ Africa
TASSO CRESCITA ANNUO
per Km2
Media europea
45
2,5%
71
ETÀ MEDIA
DEBITO
19,4 anni
43,7 anni
Africa
Europa
PIL PRO CAPITE
1.684 € Pil pro capite annuo medio in Africa
+83% del debito sul Pil negli ultimi 10 anni
2020 +60% 28.600 €
2010 +35%
Pil pro capite annuo medio in Europa
poveri che spesso muoiono davanti ai cancelli degli ospedali poiché non sanno come pagare le proprie cure mediche. «Dei 20 Paesi con i maggiori tassi di mortalità materna nel mondo — dichiara l’Oms —, 19 si trovano in Africa». La pandemia di Coronavirus ha quindi da una parte esacerbato la fragile realtà sanitaria africana e dall’altra, paradossalmente, ne ha mostrato i lati più solidi in un periodo in cui i contagi di Covid-19 sono radicalmente diminuiti in gran parte degli Stati e i vaccini stanno lentamente arrivando. Sebbene ora si cerchi il modo per affrontare le varianti del virus, gli africani, per ora, si considerano relativamente risparmiati dal Corona. Le ragioni sono varie secondo gli esperti locali e stranieri che vivono da anni nel continente: dalla giovane età mediana della popolazione (19,7 anni) al clima generalmente più caldo, dall’imposizione rapida delle restrizioni alla resistenza del sistema immunitario formatosi probabilmente grazie a malattie come la malaria. Uno dei motivi principali sembra sia però l’esperienza acquisita dai resilienti sistemi sanitari africani. Sebbene i
FONTI: WORLDOMETERS, 2019, WORLD BANK, 2020
27
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
dati più recenti parlino di un dottore ogni 5mila abitanti, medici, infermieri e funzionari nel settore della salute affrontano decine di epidemie ogni anno. «Molte persone avevano previsto la catastrofe in Africa», spiega Amadou Sall, direttore dell’Istituto Pasteur nella capitale senegalese, Dakar. «Dobbiamo sempre essere prudenti nelle nostre predizioni ma siamo riusciti a prepararci alla crisi e abbiamo reagito piuttosto bene a questa pandemia. La fragilità di gran parte dei nostri sistemi sanitari», continua Sall «è stata compensata dalla nostra esperienza nell’affrontare circa 100 epidemie che scoppiano ogni anno sul continente». Dall’ebola alla meningite, dal colera alla febbre di Lassa, i sistemi di salute africani sono in continuo esercizio e sviluppo. Da molti anni l’Africa ha infatti attivato un certo numero di programmi in grado di migliorare le capacità dei propri operatori sanitari nel gestire le epidemie. Dall’inizio della crisi, il Senegal ha registrato meno di 38mila contagi, poco più di 33mila guarigioni e circa mille morti. L’Istituto Pasteur, assieme ad alcuni partner stranieri, è stato anche tra i primi Paesi al mondo ad annunciare la produzione di test rapidi. Dopo una fase pilota organizzata nei vari centri sanitari di Dakar, le autorità hanno decentralizzato tale intervento garantendo l’accesso a questo tipo di tamponi anche nelle aree più lontane. I test rapidi costano circa un dollaro e hanno l’obiettivo di essere complementari agli altri test per individuare il Coronavirus. Mirano quindi a fornire una visione maggiormente complessiva dell’impatto che la pandemia sta avendo sulla popolazione. Qui Sudafrica Il Paese africano trovatosi nella situazione peggiore è stato il Sudafrica con un milione e mezzo di casi e 51mila decessi. Il picco è stato registrato tra dicembre e gennaio durante la seconda ondata. La “nazione dell’arcobaleno” aveva infatti raggiunto i 20mila casi
La fragilità di gran parte dei sistemi sanitari è stata compensata dall’esperienza nell’affrontare circa 100 epidemie che scoppiano ogni anno in Africa
2050
anno in cui è previsto il raddoppio della popolazione africana
IL CASO NIGERIA la Nigeria è il Paese africano più popoloso con oltre 211 milioni di abitanti e un tasso di crescita del 2,6% annuo. Nel 2050 supererà da sola la popolazione dell’intera Europa.
seguita dall’Etiopia, con una popolazione di 117.876.227 persone, e dall’Egitto, con 104.258.327 abitanti
FONTE: UN DESA POPULATION DIVISION WORLD POPULATION PROSPECTS 2019
VITA #04
28
al giorno ma per meno di una settimana. Il sistema sanitario sudafricano ha comunque subito un grave colpo. Con 1,75 medici ogni mille pazienti, i sudafricani hanno probabilmente sofferto di più di ogni altra popolazione africana la pandemia di Coronavirus. I circa 7mila letti adibiti alla terapia intensiva erano tutti occupati con numerosi pazienti costretti a ricevere l’ossigeno persino nelle sale d’attesa. Per questi motivi le autorità avevano imposto il coprifuoco notturno, il divieto di muoversi e di vendere l’alcol. Essendo però uno degli Stati al mondo maggiormente colpiti dal virus Hiv/Aids, i sudafricani non si sono fatti intimidire. “Sconfiggere un virus è possibile” era il motto tra gli abitanti di Eshowe, cittadina nota per aver ridotto al minimo l’Hiv/Aids tra i suoi residenti grazie a un lavoro collettivo durato anni. Ora lo stesso modello potrebbe essere riproposto con il Covid-19. Era stata necessaria la partecipazione di tutti. Dalle piccole cliniche rurali, ai grandi ospedali provinciali, dai leader e guaritori tradizionali agli insegnanti delle scuole. Mentre i cittadini lavoravano su aspetti come la sensibilizzazione nei quartieri, le autorità si erano impegnate ad avvicinare i servizi medici alle persone, formando un reticolato di centri sanitari, modesti ma efficaci. Una strategia che è stata lanciata in varie località del Paese per sconfiggere l’epidemia. Qui Gambia Dall’altra parte del continente, in Gambia, sono stati registrati nell’ultimo anno 5mila casi con 160 decessi. Cifre probabilmente ridotte rispetto alla reale estensione della pandemia, ma che comunque non hanno permesso una saturazione dei sistemi sanitari locali. «Il nostro centro di ricerca, dotato anche di servizi clinici, ha normalmente 42 letti», afferma Umberto d’Alessandro, direttore da oltre dieci anni dell’istituto Medical research council (Mrc) legato alla London school of hygiene
1. L’AFRICA NON SI CURA CON UN VACCINO
Intervento 1 Se la salute degli africani è a rischio, tutto è a rischio di TEDROS ADHANOM direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità
F
La pandemia ci ha insegnato che la salute non può essere semplicemente vista come conseguenza o risultato di nazioni forti e prospere, ma la salute deve essere vista come suo fondamento, una popolazione sana è produttiva, innovativa, resiliente. Ben lungi dal distogliere l’attenzione dalla copertura sanitaria universale, la pandemia ci ha semplicemente dimostrato perché questa sia cosi importante. Ottenere l’Uhc (Universal Health Coverage/ Copertura Sanitaria Universale) richiede investimenti in sistemi sanitari resilienti, specialmente in un’assistenza sanitaria primaria forte con un’enfasi sulla promozione della salute e prevenzione delle malattie. Un importante parte di questo viaggio è quello di assicurare una fornitura affidabile di medicinali sicuri, efficaci e di alta qualità in tutto il continente. Per fare questo l’Oms sta lavorando con l’Unione africana e l’Africa Cdc per fondare un’Agenzia africana di medicina, e io chiedo a tutti i Paesi dell‘Ue di ratificare il trattato in modo che l’Agenzia africana di medicina possa entrare in vigore. Più di due anni fa sono stato onorato di unirmi al presidente Kenyatta a Kisumu per lanciare il programma pilota del Kenya per la copertura sanitaria universale. L’Oms è orgogliosa di aver supportato il Kenya nella progettazione di questo progetto e ci impegniamo a sostenere tutti i Paesi in Africa per porre fine alla pandemia, puntando sulla preparazione e alla costruzione di sistemi sanitari forti e resilienti, per un’Africa più sana, più sicura e più giusta che tutti vogliamo.
inora sono stati segnalati quasi 4 milioni di casi di Covid dai Paesi dell’Unione africana e abbiamo perso oltre 100mila nostri fratelli e sorelle. Tuttavia, sappiamo che i numeri reali sono più alti, ma la pandemia ci ha rivelato un paradosso sorprendente: alcuni dei Paesi più ricchi, che dispongono di importanti tecnologie, sono stati più colpiti dal Covid, mentre molti Paesi africani sono riusciti a prevenire o controllare la diffusione della pandemia sulla popolazione. Il nostro continente è formato da una popolazione relativamente giovane: questo significa che l’Africa non ha vissuto la stessa portata di altre regioni con popolazioni più anziane. L’Africa ha tratto inoltre vantaggio dalla sua lunga esperienza nell’applicazione di strumenti di base di sanità pubblica nel prevenire e rispondere alle ondate di malattie infettive. L’approvazione di vaccini sicuri ed efficaci ora ci dà la speranza di tenere sotto controllo la pandemia. Per più di un anno abbiamo lavorato con i nostri partner per garantire un accesso equo a vaccini, diagnosi e terapie nel continente. Fino ad ora sono state consegnate circa 14 milioni di dosi di vaccino in 19 Paesi in Africa e altri Paesi li stanno ricevendo nelle ultime settimane. Questo è un buon inizio ma abbiamo ancora molto lavoro da fare e barriere da superare. Anche quando la pandemia comincerà a regredire, rimarranno ancora molte delle stesse sfide che avevamo prima: non c’è nessun vaccino per la povertà, per la fame, per l’uguaglianza, i cambiamenti climatici, i matrimoni infantili o molti altri problemi che affrontano quotidianamente i nostri fratelli e sorelle. La pandemia ha evidenziato la centralità della salute, perché quando la salute è protetta, tutto è possibile; quando la salute è a rischio, tutto è a rischio.
Sintesi dall’intervento in occasione dell’Africa Health Agenda International Conference tenutosi a marzo ( foto: Flickr/ITU)
29
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
and tropical medicine. «Durante la pandemia avevamo aggiunto 30 letti adibiti solo alle cure di pazienti affetti dal Covid-19, abbiamo riorganizzato il flusso dei malati per limitare i rischi di infezione per il nostro personale e il governo gambiano ha allestito due centri per affrontare al meglio la pandemia. Tuttavia», continua a spiegare d’Alessandro, «abbiamo riscontrato pochissimi casi gravi che necessitassero di essere trasferiti nelle unità di terapia intensiva».
AIDS
68% dei 38 milioni di persone affette da Hiv nel mondo risiedono in Africa Sub-sahariana
Qui Togo In Togo dove il settore sanitario sta lentamente migliorando grazie al lavoro delle autorità e di un gruppo di esperti locali e stranieri, la pandemia non ha prodotto niente che la popolazione non avesse in parte già visto in passato. Nonostante i numerosi problemi che caratterizzano tanto le infrastrutture quanto il personale che opera negli ospedali, il Covid-19 sta passando senza aver provo-
cato particolari crisi. «Ci è voluto un po’ di tempo ma ora le persone hanno preso coscienza della pandemia e stanno molto attente al loro comportamento», afferma Mawko Klevo, medico togolese presso l’ospedale distrettuale di Tabligbo. «Devo ammettere che all’inizio tale pandemia ci ha sorpreso tutti. Poco dopo, però», racconta Klevo, «le autorità hanno adottato delle misure per evitare la crisi riscontrata in Occidente. Qui ci siamo concentrati sulla chiusura quasi istantanea delle frontiere aeree e terrestri, oltre ad aver imposto restrizioni come l’isolamento e il coprifuoco. Appena si registravano dei contagi in una regione, la popolazione veniva subito isolata. Il governo, nonostante i pochi mezzi a disposizione, ha fatto l’essenziale per gestire la crisi in tutto il territorio. C’è stata inoltre un’intensa sensibilizzazione e una chiara comunicazione per offrire informazioni generali o cure specifiche ai togolesi». Il Togo ha avuto un percorso diverso da molti altri Paesi africani. I casi di Covid-19 stanno infatti lentamente aumentando senza aver mai raggiunto un ve-
RACCOLTA CON CARTA DI CREDITO NEXI
pagina vita_MARATONA 2021.indd 1
VITA #04
30
€ 158.536,00
19/03/21 10:37
1. L’AFRICA NON SI CURA CON UN VACCINO
SANITÀ
2 Mln
ro picco. Sebbene tale processo possa destare delle preoccupazioni, il piccolo Paese incastonato nel Golfo di Guinea ha registrato solo 8.500 contagiati e un centinaio di morti fino ad oggi. Il caos dei numeri Quando il continente africano aveva oltrepassato la soglia di un milione di contagi all’inizio dello scorso agosto, il Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive (Cdc-Africa) dichiarava che tali cifre erano comunque il frutto di un’analisi molto parziale. La metà dei contagiati era stata registrata in Sudafrica dove, malgrado la crisi sanitaria, tali numeri sembravano davvero rispecchiare l’impatto del Coronavirus nel Paese. Nel resto dell’Africa, però, la situazione era differente. «L’Africa occidentale conta 137mila malati, di cui 45mila in Nigeria» affermavano in quel periodo i dati governativi, «mentre l’Africa orientale ha 86mila contagi e la regione centrale ne ha 50mila». Molti Paesi, soprattutto quelli in guerra mancavano, e mancano tuttora, di materiale e per-
Ci sono aree rurali del Continente dove i farmaci e le forniture mediche non arrivano sonale medico in grado di analizzare al meglio il contesto provocato dalla pandemia. In Sud Sudan il sistema sanitario è gestito in gran parte da organizzazioni non governative e centri missionari. In Centrafrica, dove i letti per la terapia intensiva pare siano al massimo cinque, la situazione è molto simile. In Somalia, Repubblica democratica del Congo e Burkina Faso, anche a causa dell’ondata jihadista in varie parti del Paese, è sempre stato difficile ottenere informazioni attendibili. L’Oms aveva infatti esercitato pressione affinché la comunità internaziona-
numero di medici in tutta l’Africa 1,7 medici per mille abitanti
1,8 Mln medici in tutta Europa 4,5 medici per mille abitanti MORTALITÀ i tassi di mortalità dovuti a servizi igienico-sanitari non sicuri misurano il numero di morti per 100mila persone in un determinato Paese o regione
50
120
0,1
Africa Subsahariana
Repubblica Centrafricana –Ciad
Europa
MORTALITÀ MATERNO-INFANTILE
10% 0,1%
in Africa Sub-sahariana un bambino su dieci non raggiunge il quinto compleanno in Europa e nell’Asia orientale, solo 1 bambino su 250 muore prima dei 5 anni
5,2 Mln i bambini africani morti sotto i 5 anni nel 2019
200mila le madri morte per gravidanza o parto in Africa Sub-sahariana nel 2019
le intervenisse con aiuti di vario genere per assistere il continente africano ad avere un quadro più veritiero rispetto alle cifre rilevate. «In numerosi Stati abbiamo notato negli ultimi giorni una riduzione dei casi quotidiani del 20%– recitava qualche mese fa un comunicato dell’Oms –. Siamo sospettosi di tale tendenza poiché sappiamo che la mancanza di materiale per fare i test è un neo costante in molti Paesi del continente africano». L’organo sanitario dell’Onu aveva inoltre espresso una forte preoccupazione per la Tanzania e il Burundi. Da mesi le autorità di entrambi i Paesi stavano celando i numeri reali della crisi e conducevano una campagna di intimidazione contro chiunque parlasse pubblicamente della pandemia. Poco prima che morisse apparentemente di Coronavirus il presidente tanzaniano, John Magufuli, diverse persone erano state arrestate o minacciate dalle autorità che le accusavano di “spargere false notizie”. Dopo oltre due settimane di assenza dalla scena pubblica, Magufuli, negazionista del Covid-19 per eccellenza, è deceduto. La Tanzania, un Paese di circa 60 milioni di abitanti, avrebbe registrato fino ad ora solo 509 casi e 21 morti in totale. Mentre il vicino Kenya, con 52 milioni di cittadini, ha registrato 118mila contagi e quasi 2mila morti. Medicina tradizionale Ci sono invece Stati come il Madagascar dove oltre il 60% della popolazione risiede ad almeno cinque chilometri dalla più vicina struttura sanitaria. Gran parte della popolazione vive infatti in aree rurali e remote difficili da raggiungere a causa della mancanza di strade percorribili o meccanismi di comunicazione. Inoltre, come in vari Paesi africani, il personale sanitario è distribuito in modo relativamente centralizzato, mentre farmaci e forniture mediche tendono a finire velocemente o non sono neanche disponibili in alcune aree. In questo contesto le autorità avevano quindi permesso l’uso di terapie “tradizionali” per prevenire i contagi ma
FONTE: OUR WORLD IN DATA, 2019
31
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
giudicate assai pericolose dagli esperti. «Stiamo iniettando la popolazione con due tipi di farmaci», aveva dichiarato l’anno scorso il presidente malgascio, Andry Rajoelina, criticato in passato per aver promosso una presunta tisana in grado di eliminare le possibilità di contagio del virus. «Per ora non possiamo comunque rivelare la natura di questi medicinali». Secondo alcune fonti, i due farmaci sarebbero a base di artesunato, utilizzato contro la malaria, e di vitamina C. Nonostante un numero inizialmente basso di contagi e l’assenza di decessi per alcuni mesi, a luglio il Madagascar aveva subito un’impennata di casi raggiungendo gli oltre 12mila malati e 135 morti. Oggi il Paese registra 30mila contagi e 338 decessi. L’effetto sui migranti La pandemia ha messo senza dubbio in ginocchio le economie di diversi Stati africani. Le restrizioni avevano provocato la chiusura di attività, il licenziamento del personale e la sospensione del settore dei trasporti dovuto soprattutto a coprifuochi e chiusura delle frontiere sia interne tra regioni sia esterne tra Stati. Proprio per questo anche il fenomeno della migrazione interna ed esterna all’Africa ha subito un duro colpo. Tale pausa, durata diversi mesi, è però finita. Gli africani hanno ricominciato a muoversi all’interno dei loro Paesi, attraverso gli Stati e persino verso l’Europa. Le difficoltà rimangono ma non intimidiscono. «La pandemia e le misure restrittive adottate in Senegal mi hanno provocato molti danni, spesso mi trovavo in strada con gli amici senza fare niente per tutto il giorno e mangiando solo la sera», racconta Boubacar Badji, 33 anni, il quarto di cinque figli maschi e tassista di moto nella città meridionale di Ziguinchor. «Voglio partire per la Francia o la Germania, non ho paura del Covid in Europa. Ho ritardato la partenza perché non ho potuto lavorare per due mesi, ma con il tempo vorrei risparmiare al-
COVID
4.114.437 i contagi in Africa da Covid al 21 marzo 2021
109.893
sono i decessi legati al Covid al 21 marzo 2021
3.681.648 ricoveri al 21 marzo 2021
VACCINI sono i dati ufficiali che dimostrano come il tracciamento sia scarso e poco efficiente
20%
il numero di africani vaccinabile secondo l’Oms entro la fine del 2021
16 Mld
1,5 Mld
i dollari necessari per vaccinare il 60% degli africani
le dosi necessarie per vaccinare il 60% degli africani
30 su 47
20 su 47
Paesi africani che hanno ricevuto ad oggi i vaccini
Paesi africani che ad oggi hanno iniziato a somministrarli
FONTE: AMREF HEALTH AFRICA, 2021
VITA #04
32
meno 600mila franchi Cfa (circa mille euro) per partire con la barca verso la Spagna e poi continuare». Dallo scorso ottobre sono stati centinaia i migranti dell’Africa occidentale morti nelle imbarcazioni che lasciavano le coste del Senegal per arrivare alle isole Canarie. Le autorità hanno infatti trasferito le risorse per limitare l’emigrazione clandestina dall’Africa verso l’Europa nei programmi che servivano a combattere la pandemia in attesa dell’arrivo dei vaccini. Chi fornisce i vaccini La Fondazione Bill e Melinda Gates, grandi finanziatori dell’Oms, è stata la più importante promotrice dell’iniziativa Covax, il cui obiettivo è permettere l’accesso ai vaccini ai Paesi in via di sviluppo. In Africa si punta a fornire 600 milioni di dosi che coprirebbero circa il 20% della popolazione. «Finora abbiamo fornito più di 16 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca/ Oxford a 27 Paesi del continente africano» afferma un recente comunicato del programma Covax approdato in Africa a febbraio. «Temiamo che i Paesi che hanno ricevuto le spedizioni iniziali potrebbero comunque presto esaurire le dosi». Il Ghana, per esempio, ha ricevuto 600mila dosi tramite Covax e finora ne ha utilizzate più di 420mila. Il Ruanda ne ha ricevute poco meno di 400mila e ha ricevuto vaccini dalla Pfizer. Molti Stati africani hanno accolto i vaccini anche da altri Paesi come Russia, Cina, Cuba e India. Inizialmente sono stati vaccinati i funzionari governativi, gli operatori sanitari, e le persone più a rischio come gli ultra sessantenni. Mentre in Ghana è stata denunciata la mancanza di un coordinamento appropriato per la distribuzione dei vaccini, in altri Paesi le campagne per la vaccinazione procedono in modo relativamente regolare e rapido. Le nuove varianti del virus riscontrate soprattutto in Nigeria, Sudafrica e nei Paesi limitrofi a quest’ultimo destano comunque preoccupazione. Come nel resto del mondo, infatti, anche nel continente nero la lotta contro il tempo continua.
1. L’AFRICA NON SI CURA CON UN VACCINO
Intervento 2 Le cure? Un bene pubblico globale di GITHINJI GITAHI global ceo di Amref Health Africa
L
e vaccinazioni in Africa sembrano procedere a ritmi lenti per una serie di motivi. Il primo motivo è la scarsa disponibilità dei vaccini. Nonostante l’impegno della Gavi Alliance le circa 16 milioni di dosi di vaccino anti-Covid finora rilasciate al continente africano sono insufficienti per una popolazione di 1,3 miliardi di persone. Considerando che ogni persona necessita di due dosi di vaccino, l’Africa avrebbe bisogno di circa 2,6 miliardi di dosi. Il secondo motivo è economico. Per vaccinare un singolo individuo servono circa 15 dollari, quindi quasi la metà della spesa annuale per l’assistenza sanitaria pro capite di un Paese a basso-medio reddito come il Kenya. I governi africani non acquistano i vaccini perché non possono permetterselo, ma le cure contro le pandemie dovrebbero essere un bene pubblico globale, accessibile a tutti. Per questo ritengo assolutamente necessario che vengano rimossi i brevetti sui vaccini contro il Coronavirus, come richiesto dal Sudafrica. Il terzo motivo risiede nell’esitazione vaccinale di una larga fetta della popolazione nei confronti di vaccini che non conoscono abbastanza. Credo che l’accettazione del vaccino sia direttamente proporzionale al livello di fiducia che le persone provano nei confronti del proprio governo. In Ruanda o in Ghana,
per esempio, gran parte della popolazione ha un approccio positivo e fiducioso nei confronti dei vaccini, mentre la mancanza di fiducia della popolazione keniota nei confronti del proprio governo è stata direttamente tradotta in esitazione vaccinale. In questi casi credo sia necessario intraprendere percorsi di sensibilizzazione attraverso figure di riferimento della comunità: se le persone non si fidano del proprio governo, forse si fidano di un responsabile della sanità, o del loro leader religioso locale, o magari di un operatore sanitario di comunità. In Africa, il 95% dei vaccini a disposizione sono Oxford AstraZeneca, soprattutto per una questione logistica: Il vaccino Pfizer, infatti, richiede una conservazione a -70 gradi, e ciò rende la sua distribuzione e stoccaggio impossibile nel continente africano. Nonostante i ritardi nelle vaccinazioni, esiste la percezione che il Covid abbia “risparmiato” l’Africa, ma non è così. Dobbiamo considerare alcuni fattori, primo fra tutti quello demografico. In Italia, l’età media è di 45 anni, mentre in Nigeria, lo Stato africano più popoloso, è inferiore a 18 anni. È quindi ipotizzabile che una percentuale elevata di casi sia, in Africa, di lieve entità per la giovane età della sua popolazione. Inoltre, il numero dei casi di soggetti
33
infettati da Coronavirus è molto probabilmente sottostimato, sia per mancanza di una rete diagnostica all’altezza, sia perché la bronchite e la polmonite (due delle cause principali di morte nel continente) condividono sintomi con Covid che rendono ancora più difficile il lavoro diagnostico. Per contenere il contagio, gran parte dei Paesi implementa misure restrittive come coprifuoco, obbligo della mascherina e divieto di assembramento, ma un totale lockdown è impossibile, perché l’80% dell’economia africana si basa su lavori informali e moltissime persone vivono di sussistenza alla giornata. Il lockdown le condannerebbe a morire di fame. Anche le scuole non possono essere chiuse. Attualmente, in Africa oltre 15 milioni di bambini frequentano la scuola primaria e secondaria, l’equivalente dell’intera popolazione della Somalia. Per tutti loro la scuola è notoriamente una struttura di protezione da abusi di ogni genere, soprattutto per le bambine, che non possono altrimenti sottrarsi alle mutilazioni genitali femminili o ai matrimoni forzati e precoci. In conclusione, posso dire che la situazione continua ad essere molto grave e probabilmente lo sarà per molto tempo ancora, ma voglio rimanere ottimista. A livello internazionale posso dire di aver notato che la solidarietà globale è in aumento e che stiamo assistendo ad un crescente multilateralismo. A livello locale, il continente ha aumentato le proprie capacità sanitarie sotto tutti i punti di vista, formando migliaia di nuovi operatori sanitari, costruendo infrastrutture e molto altro. Credo che queste siano lezioni di cui ogni Paese africano farà tesoro in futuro.
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
Infodemia Con WhatsApp le fake news sulla pandemia hanno infettato il Continente
di SAMBA DIALIMPA BADJI giornalista di Africa Check
D
alla sua comparsa nel dicembre 2019, Covid19 è stato accompagnato da un flusso infinito di informazioni, confondendo il pubblico. Tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità la chiama “infodemia”. Il termine è stato coniato durante l’epidemia di Sars nel 2003 dal giornalista del New York Times David J. Rothkopf. Ha scritto all’epoca che «la Sars non è la storia di un focolaio, ma di due, e il secondo focolaio, quello che è sfuggito in gran parte ai titoli dei giornali, ha implicazioni molto più grandi della malattia stessa. In effetti, non è stata un’epidemia virale ma una “epidemia di informazione” che ha trasformato la Sars, o sindrome respiratoria acuta grave, da una crisi sanitaria regionale cinese in una debacle economica e sociale globale». Continua il reporter: «L’epidemia di informazione — o “infodemia” — ha reso la crisi della salute pubblica più difficile da controllare e contenere. Con Covid-19, l’Oms ha quindi ri-adottato l’espressione “infodemia” che è definita dall’Office québécois de la langue française come “una sovrabbondanza di informazioni, di veridicità molto variabile, riguardanti un problema di ordine pubblico e di particolare attualità, che ostacola la sua risoluzione impedendo alla popolazione generale di trovare informazioni affidabili e di agire di conseguenza”. E l’Africa è nel pieno di questo ciclone. Mentre il continente è il meno colpito dalla malattia, è colpito duramente dalla
Diplomazia Ci vuole più cooperazione. Lo chiedono gli africani dialogo con MARCO PRENCIPE ambasciatore italiano in Niger
I
l Niger, porta del Sahara grande quattro volte l’Italia ma ultimo nell’indice di sviluppo umano (45% degli abitanti sotto la soglia della povertà, analfabetismo all’80%) è oggi un Paese strategico per la cooperazione italiana : da qui passano le migrazioni forzate degli ultimi anni con le relative ripercussioni sociali. Proprio per questo dal 2018 l’Unione europea promuove finanziamenti di progetti ad hoc per l’area e l’Italia stessa ha aperto di recente la sua prima ambasciata. «Per la prima volta in assoluto nella storia del Niger, le recenti elezioni presidenziali
VITA #04
hanno marcato il passaggio di poteri attraverso le urne da un presidente democraticamente eletto a un altro. È un risultato di portata storica in un Paese che ha purtroppo conosciuto una lunga tradizione di colpi di stato militari», spiega l’ambasciatore italiano Marco Prencipe, 52 anni, che Vita ha incontrato nella capitale Niamey. «Il presidente uscente Mahamadou Issoufou ha più volte affermato la sua intenzione di non candidarsi per un terzo mandato presidenziale nel pieno rispetto del dettato costituzionale. Un dato niente affatto scontato a queste latitudini». La grande scommessa per la nuova dirigenza nigerina sarà quella di ricomporre il clima politico smussando le tensioni che hanno
34
caratterizzato il periodo elettorale, «ponendo così solide basi per un’azione di governo orientata a far avanzare il Paese nei suoi obiettivi di sviluppo economico e sociale». Quali sono le priorità della sua ambasciata, in particolare sul tema della cooperazione? L’istituzione dell’ambasciata d’Italia a Niamey nel 2017 si inserisce nel quadro del rafforzato impegno italiano nella regione del Sahel. Dall’apertura dell’ambasciata, il nostro Paese è restato a fianco del Niger per sostenerlo nelle sue sfide attraverso un approccio che coniuga sviluppo e sicurezza. L’impegno italiano proseguirà tanto nel campo
1. L’AFRICA NON SI CURA CON UN VACCINO
disinformazione sulla malattia stessa. Così, possiamo leggere qua e là che 7 bambini sono morti in Senegal dopo essere stati vaccinati, che una campagna di vaccinazione iniziata dai medici francesi ha causato la morte di due bambini in Guinea, o che il sangue africano e la pelle nera permettono di resistere al Coronavirus. Attraverso messaggi sul sistema WhatsApp è stato perfino raccomandato di mangiare le foglie. Tutte “informazione” che minano la lotta contro la pandemia. In un’intervista con Africa Check, il dottor Jean-Jacques Muyembe, direttore dell’Istituto Nazionale per la Ricerca Biomedica nella Repubblica Democratica del Congo, ha giustamente dichiarato di combattere tre epidemie: «Covid-19, colera e false informazioni». Molte di queste false notizie sono ampiamente diffuse attraverso la piattaforma di WhatsApp, che permette loro di passare, senza filtri, da persona a persona e da gruppo a gruppo. Ed è per capire la portata e l’impatto della diffusione dell’infodemia nel contesto africano, e più specificamente sulle piattaforme di messaggistica criptata come WhatsApp, che Africa Check ha avviato uno studio con l’African Centre for Evidence dell’Università di Johannesburg. Lo studio condotto in Sudafrica, Senegal, Nigeria e Kenya ha identificato cinque rischi principali associati alla disinformazione sanitaria. «I primi quattro sono il danno fisico alla salute, il danno economico, il danno sociale e il danno politico. Il quinto rischio, che colpisce il benessere psicologico, è trasversale agli altri quattro», dice lo
dell’aiuto umanitario, quanto nei settori della sicurezza alimentare, della promozione di un’agricoltura sostenibile, della lotta ai cambiamenti climatici e dell’educazione delle nuove generazioni, con particolare riferimento alle ragazze. È soprattutto ai giovani nigerini ed al loro futuro che intendiamo rivolgerci, privilegiando nell’aiuto allo sviluppo quei progetti che creano opportunità di lavoro, anche attraverso la creazione di microimprese che diano alle giovani generazioni prospettive sicure. Negli ultimi anni la cooperazione bilaterale si è arricchita di nuovi ambiti di intervento, tra i quali il sostegno dell’Italia al settore della sanità, a quello della sicurezza e a quello della giustizia attraverso corsi di formazione destinati ai magistrati nigerini. Che ruolo e che importanza ha oggi la cooperazione internazionale in un Paese come il Niger? Dal suo osservatorio peculiare, come viene visto dalla popolazione locale l’aiuto “esterno”? La cooperazione internazionale
studio. Ha anche scoperto che molte persone che hanno condiviso informazioni — vere o false — sul Covid-19 lo hanno fatto per aumentare la consapevolezza sulla pandemia e fornire informazioni utili ai loro cari, senza preoccuparsi veramente se le informazioni fossero verificate o meno. Tanto più che si era sviluppata una sorta di sfiducia nei confronti dei media tradizionali, anche quelli più affidabili, nella misura in cui questi ultimi stessi sapevano poco della malattia e man mano che le informazioni, buone e cattive, si susseguivano, le nuove conoscenze venivano a mettere in discussione quelle che fino ad allora erano state prese come certezze. Di fronte all’ansia che ne deriva, il pubblico tende a cercare la prima informazione che lo rassicuri. Tuttavia, non si deve presumere che Covid-19 sia la causa dell’epidemia di false informazioni. Covid-19 ha solo reso un fenomeno di vecchia data ancora più diffuso. Tra le altre raccomandazioni fatte dallo studio Africa Check, c’è quella di dare al pubblico i mezzi per identificare e riconoscere le false informazioni sulle reti sociali. Questo può essere fatto attraverso campagne di educazione mediatica come quella condotta da Africa Check in Senegal, Nigeria, Kenya e Sudafrica, utilizzando le lingue locali. Finché tali campagne non producono risultati, e dato che la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che la distanza sociale (fisica) è il modo principale per rallentare la diffusione del virus, la gente potrebbe smettere di condividere contenuti non verificati. Questo aiuterebbe in una certa misura a rallentare la diffusione di informazioni false.
in Niger riveste un’importanza capitale. Per ragioni collegate alla sicurezza in una regione dilaniata nell’ultimo decennio da conflitti, gravi crisi umanitarie, cambiamenti climatici. Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca con rapide quanto imprevedibili modifiche di equilibri locali, regionali e globali che richiedono risposte coordinate. L’Italia è un Paese ricco di solidarietà. La solidarietà politica, economica e sociale è tra i principi fondamentali della Costituzione. Mi piace sottolineare l’attenzione dedicata in Niger alle donne che sono al centro di diversi ambiti di intervento della cooperazione italiana. A mio avviso andrebbe superato il concetto di “aiuto” che rimanda ad una relazione di dipendenza tra donatore e beneficiario. Le popolazioni locali manifestano in modo sempre più evidente la volontà di essere coinvolti in modo attivo e partecipativo agli interventi di cooperazione messi in essere sul loro territorio. Dal suo punto di vista istituzionale come potrebbe essere ancora più
35
incisiva l’azione delle ong? Le ong hanno necessità di poter svolgere il loro compito con maggiore flessibilità attraverso dei necessari controlli ex post sui risultati piuttosto che ante e cartacei. Un loro appoggio ai governi locali potrebbe aiutare a stilare una carta nazionale degli interventi e mettere in risalto i più efficienti. La scelta stessa del tipo di interventi dovrebbe favorire con coraggio la creazione di lavoro inteso come massiccia occupazione giovanile in mestieri semplici e tradizionali che non richiedono particolare formazione scolastica. Questo in attesa che istruzione e formazione professionale tecnica possano nel futuro assicurare l’inserzione in processi produttivi più moderni. Resto convinto dell’assoluta priorità dell’istruzione nello sviluppo del Niger e di una generazione di giovani fautori del cambiamento. Perché la scuola è l’unico ponte per aggrapparsi al futuro. Come diceva Victor Hugo: “chi apre la porta di una scuola chiude una prigione”. Daniele Biella
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
Behind the cover Il tocco dei giovani designer del Camerun sulla copertina di VITA ouala non è la capitale del Camerun, ma certamente è la città più attiva del Paese e la più proiettata nel futuro. Qui è stata fondata la Laba, Libre Académie des Beaux-arts, un’accademia dove si insegna design, graphic design e fashion design. All’interno dell’accademia da qualche anno è stato lanciato Cam On!, un progetto che ha come obiettivo quello di formare professionalità creative capaci di declinare insieme innovazione e tradizione. Il progetto è stato promosso dal Coe, un’associazione italiana che fa leva su educazione e formazione come volani di sviluppo. L’obiettivo è quello di rafforzare le opportunità di formazione professionale e di inserimento lavorativo nel campo delle arti plastiche e visive per i giovani camerunesi e di produzione e diffusione di arte, cultura e innovazione nel Paese. È nell’ambito di questo percorso che è stato immaginato un corso per giovani designer, attraverso una serie di workshop guidati da Michele Brunello, Marco Brega, Andrea Angeli, tutti di Dontstop Architettura, un importante studio che opera a Milano. L’originalità del corso sta nell’obiettivo, che può apparire poco congruo al contesto: progettare giochi. «È stato un punto fermo», spiega Michele Brunello. «Quando i design si muovono a progettare per l’Africa finiscono per fare sempre cose certamente utili, ma restando legati a stereotipi. Il caso emblematico è quello delle taniche per l’acqua. Invece abbiamo voluto mettere in azione la creatività dei ragazzi su un obiettivo che può sembrare superfluo». Il gioco in realtà non è stato solo il fine ma anche un’indicazione di metodo, con riferimento obbligato a Bruno Munari. «Il gioco è strumento di conoscenza e relazione con gli altri fin dall’infanzia, il gioco può anche essere una formidabile modalità progettuale nel campo del design. In particolare restituisce quella dimensione gioiosa, che è poi la caratteristica fondamentale del design italiano». Dopo le prime perplessità i ragazzi hanno capito quale fosse la scommessa: investire sul piano dell’elaborazione concettuale per sfruttare meglio la loro straordinaria versatilità artigianale. Il risultato dei workshop sono 12 prototipi che sono stati presentati e raccontati in un libro, Play & Design from Cameroon, con le fotografie di Stefano Graziani pubblicato in Italia da Corraini. Anche la copertina di questo numero di VITA è “figlia” di questo percorso: sono stati infatti gli allievi del workshop a ricercare e selezionare le texture africane che poi sono state la base per la copertina disegnata da Erin Dwia. (Giuseppe Frangi)
D
In alto: le texture disegnate dagli studenti della Laba di Douala in Camerun per un concorso di design tessile che “vestono” l’illustrazione di copertina (gli autori, dall’alto sono: Mbakop Arnauld, Mbang Abwa Asser Dieudonne, Sohmbe Tamba). In basso, a sinistra: la copertina del libro pubblicato da Corraini (“Play & Design from Cameroon, 12 prototipi ispirati al tema del gioco”) curato dal team di Dontstop Architettura in collaborazione con gli studenti del Laba. A destra: lo schizzo di copertina di Erin Dwia prima della “vestizione”
VITA #04
36
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
CAPITOLO 2
Il senso delle Ong per l’Africa Venti interventi di cooperazione raccontati in prima persona da chi ogni giorno costruisce e vive sul campo progetti di sviluppo e di risposta alle emergenze: «Non vi raccontiamo solo cosa facciamo. Ma sopratutto il perché»
37
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
I VOLTI DELL’INNOVAZIONE DEI COOPERANTI D’AFRICA L’approccio olistico, l’idea di uno sviluppo sostenibile, il protagonismo delle comunità: sono tre fattori dello sviluppo che avevamo sottovalutato. Un anno di pandemia ci ha mostrato quanto siano prioritari. Questo atlante dell’impegno delle Ong italiane in Africa racconta una sorta di “innovazione inversa” da cui imparare per costruire quello sviluppo inclusivo che necessariamente lega il presente e il futuro di Europa, Mediterraneo e Africa. Ci sono i racconti di una medicina di comunità efficace, che ha retto la sfida del Covid; ci sono le professionalità dei centri di eccellenza sanitaria; la visione e il coraggio di giovani imprenditori che nascono con uno sguardo internazionale. Quante e dove sono le ong italiane. Cosa fanno, ma soprattutto come e perché. Senza whishing thinking: solo con le parole pulite e autentiche di chi ogni giorno quella (a cura di Sara De Carli) realtà la vive. L’Africa.
VITA #04
38
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
L’ATLANTE DELLE ONG ITALIANE
Paese in cui è in corso un conflitto armato numeri presidi delle Ong
Tunisia Marocco
22 16
Mauritania
Libia
7
9
Mali
10
Senegal
Algeria
23
Niger
Ciad
19
10
48 38
11
Guinea
Liberia
750 217 2.933 1.090 42 Mln € 8.8 Mln €
3
Eritrea
43
17
Uganda
1
16
Kenya
28
Congo R.D.
10
Gabon
Somalia
52
37
Tanzania
Congo
29
Angola
le Ong iscritte nell’elenco dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo
10
Zambia
12
Malawi
17
i progetti realizzati direttamente dalle Ong
Zimbawe
Namibia 2
i progetti realizzati attraverso partner locali
1
Botswana
13
20
Madagascar
50
Mozambico
11
le risorse utilizzate per la cooperazione allo sviluppo nel mondo nel 2020
11
le risorse utilizzate dalle Ong per l’Africa nel 2020
6%
Sud Sudan
R. Centro Africana
20
Camerun
i presidi delle Ong in Africa
MIGRAZIONI
15
13
13
Ghana Benin Costa d’Avorio
Sudan
Etiopia
21
12
22
19
Nigeria
16
14
Sierra Leone
B. Faso
Egitto
Sud Africa
i migranti illegali che lasciano l’Africa ogni anno rispetto al totale dei migranti
21% altro
24% europei
39
14%
i migranti africani rispetto alla popolazione migrante globale
41% asiatici
aprile 2021
di
Lucky e le altre mamme in 58 anni, direttore Save the Children Somalia
Save the Children Progetto I programmi per l’infanzia durante il Covid-19 coprono tre aree: salute, nutrizione e sanità, istruzione e sicurezza alimentare; servizi di protezione dell’infanzia Paese Somalia Finanziamento 116,8 milioni di $ Staff 608 persone Beneficiari 3,4 milioni di bambini e adulti
VITA #04
Mohamud M. Hassan
campo contro la malnutrizione
MYERS/SAVE THE CHILDREN
1
LA PAROLA ALL’AFRICA
I
l Covid-19 ha colpito la Somalia in un momento in cui i bambini e le loro famiglie stavano già affrontando molte difficoltà, tra cui shock climatici ricorrenti, un conflitto, un’invasione di locuste ed epidemie di morbillo e colera. Gli effetti indiretti del Covid-19 hanno impattato pesantemente sulle vite dei bambini: il calo delle rimesse combinato con le restrizioni di movimento, il coprifuoco e la chiusura delle frontiere ha portato a un netto calo dei redditi e ha ridotto l’accesso dei bambini all’istruzione e al cibo. Anche l’assistenza sanitaria e umanitaria è stata interrotta. Save the Children ha introdotto cambiamenti innovativi nel modo di operare riuscendo così a giocare un ruolo fondamentale nel garantire che i bambini continuassero ad avere accesso ai servizi sanitari e nutrizionali salvavita. Abbiamo insegnato alle famiglie come sottoporre i loro bambini allo screening per la malnutrizione, abbiamo fatto consulenza sulla gravidanza e sulla nutrizione tramite cellulare, abbiamo formato gli operatori sanitari governativi sui protocolli per la prevenzione dell’infezione. Lucky ha 29 anni: è una mamma che si è unita al nostro programma di screening della malnutrizione dopo averne
40
beneficiato con suo figlio Munsin, di 3 anni. Il programma è guidato dalle madri ed è costruito in modo da raggiungere chi vive in aree remote. «Mi hanno insegnato a prendere la misura del braccio e a controllare se c’è del gonfiore sui piedi del bambino, per capire se è malnutrito. Andiamo di casa in casa a cercare i bambini con segni di malnutrizione, facciamo loro il test Muac (Middle Upper Arm Circumference) e se risulta che sono malnutriti li mandiamo al Mother Child Health Center supportato da Save the Children», dice. Nel 2019/20 Save the Children ha formato 345 donne che oggi coprono 300 villaggi rurali: nel 2020 hanno raggiunto più di 363mila persone con servizi sanitari e nutrizionali salvavita, fra cui 133.077 bambini. Abbiamo implementato un programma alimentare per le aree più colpite, raggiungendo più di 35.400 bambini e quasi 31mila donne incinte o che stanno allattando. I bambini con malnutrizione acuta trattati nei centri sostenuti da Save the Children sono ad oggi più di 110mila. A un anno dall’inizio della pandemia, in Somalia la situazione per i bambini è ancora estremamente dura: senza un urgente intervento umanitario si prevede che il numero di bambini e adulti in difficoltà salirà a 5,9 milioni: 700mila persone in più rispetto al 2020.
2
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
di
Yenenesh Kedir
Le migranti di ritorno 29 anni, social worker di Cifa per le attività di supporto psicosociale a Dessie
ricominciano dal lavoro e dalla speranza
I Cifa Progetto Il progetto Hope realizza azioni di prevenzione dei fenomeni migratori irregolari dall’Etiopia e per la reintegrazione dei migranti di ritorno. Coinvolge più ong italiane e il partner locale è Live-Addis Paese Etiopia Finanziamento 730mila euro (Aics) Staff per Cifa, un cooperante espatriato Beneficiari 12.289 beneficiari diretti
l fenomeno che affrontiamo con il progetto Hope è la migrazione per lavoro dall’Etiopia, dove per lavoro intendiamo essenzialmente lavori domestici e per migranti giovani donne che da aree rurali dell’Etiopia si spostano — legalmente e illegalmente, o un mix delle due cose — verso i ricchi Paesi arabi del Golfo, Arabia Saudita in primis. Sono circa 150mila i migranti che hanno viaggiato nel 2018 e 2019, mentre nel 2020, a causa del Covid-19, si è osservata una drastica riduzione del fenomeno, quantomeno a livello di migrazione legale. Di conseguenza la migrazione di ritorno è aumentata (una media di 10.000 al mese) e dare sostegno al reinserimento dei returnee per l’Etiopia è diventato un problema nazionale. Parlando di ragazze e donne, il problema è ancor più drammatico, in quanto si accavallano vulnerabilità e traumi, stupri e torture lungo il percorso e nei Paesi di destinazione. Molte delle returnee dimostrano disturbi da stress post traumatico, stati depressivi, sintomi ansiosi, oltre allo stigma della comunità e spesso anche delle stesse famiglie. Talvolta un problema di esclusione era presente anche prima della partenza. In questo contesto, urge fornire ai returnee un supporto ampio e specializzato per evitare l’esclusione definitiva, il re-trafficking o una nuova esperienza di migrazione non sicura. Cifa lavora in Etiopia dal 2004, in particolare nella regione di Amhara, nella zona di Wollo settentrionale e meridionale, che è anche una delle zone con maggior tasso di migrazione, soprattutto femminile. Oltre ad occuparsi di categorie vulnerabili e quindi di “potenziali migranti”, Cifa offre ai returnee un accompagnamento multidimensionale che abbina
41
percorsi professionalizzanti, supporto all’avvio di microimprese o inserimento lavorativo, accesso al credito e a un supporto psicosociale individualizzato e di gruppo. Questo approccio “olistico” ha dimostrato la sua efficacia, in particolare nella tenuta del percorso di reinserimento e nel superamento di traumi che impedivano alle beneficiarie di rifarsi una vita nella comunità di origine. La mancanza di una risposta istituzionale adeguata ai problemi dei returnee rappresenta la vera sfida per noi, con il coinvolgimento delle autorità preposte per lo sviluppo delle capacità di intervento da parte degli attori locali, in un’ottica di sostenibilità. In particolare, Cifa sta attualmente implementando il progetto Hope e avviando altri due progetti (Sfide e Challenges), in cui la componente psicosociale è divenuta cruciale. Con il progetto Hope, Cifa ha istituito l’unico servizio Pss nella zona che attualmente sostiene 80 donne returnee, mentre con gli altri due progetti si sosterranno 500 beneficiari, metà dei quali returnee e in prevalenza donne.
aprile 2021
VITA #04
Amref
Operatrice sanitaria nel campo profughi di Wau
di
Progetto Sasn è l’acronicmo di Sostegno alla Sicurezza Alimentare e promozione della Sana Nutrizione
Kakela Joseph
Una tanica e un bastoncino per lavarsi le mani dentro casa,
Paese Sud Sudan
al campo profughi
Finanziamento 650mila euro (Aics e Tavola Valdese) Staff 90 Community Health Workers Beneficiari 125mila abitanti dell’area di Wau
Cesvi
di
Progetto Casa del Sorriso, è un luogo di accoglienza per donne e minori senza famiglia 49 anni, Program Manager Cesvi Sudafrica
un hub sempre
Paese Sudafrica
aperto contro la
Finanziamento lo stanziamento per il 2020 del progetto è di 177.436 euro
violenza sulle donne
Staff 10 Beneficiari più di 60mila diretti e altri 100mila indiretti
42
Luvuyo Zahela
House Of Smile:
G.GUERCIA
3 4
LA PAROLA ALL’AFRICA
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
M
i chiamo Kakela Joseph, sono un’operatrice sanitaria da circa 3 anni, e come tutti noi, lotto contro il Covid-19 da oltre un anno, nel campo profughi di Wau, in Sud Sudan. L’area di Wau è affetta da grave malnutrizione: il 40% della popolazione sotto i 5 anni è a forte rischio. Nessuno di noi si sarebbe mai immaginato un mondo in cui non esistono i saluti, gli abbracci, i baci o le strette di mano. La vita delle oltre mille persone che popolano Wau si è sempre basata su questo: sulla condivisione e sulla convivenza. Inizialmente, nelle aree rurali, le persone si rifiutavano di abbandonare le proprie abitudini a discapito delle proprie condizioni di vita, soprattutto considerando che a causa della scarsità delle informazioni in entrata, non si sentivano minacciate. Il Covid sembrava lontano e veniva percepito quasi come una malattia “dell’uomo bianco”. Tuttavia, dopo poco, la consapevolezza è aumentata, grazie agli sforzi di sensibilizzazione e alla predisposizione della popolazione, e le persone hanno iniziato a percepire una minaccia tangibile, di una malattia che di fatto non fa discriminazioni per razza, condizione economica, residenza, età e sesso. Abbiamo quindi tutti adottato una “nuova normalità”, come parte della nostra vita quotidiana. Tuttavia, il distanziamento sociale e le pratiche igieniche necessarie, sono abitudini che difficilmente possono essere rispettate a pieno, nel campo. Ma nonostante le precarie condizioni di vita, ognuno fa ciò che può. Alcune famiglie hanno abbandonato l’abitudine di mangiare insieme, di lavarsi insieme, di dormire insieme, laddove possibile, e l’utilizzo delle mascherine è ormai una pratica diffusa e accettata.
H
o iniziato a lavorare per Fondazione Cesvi in Sudafrica nel marzo 2013: prima come coordinatore del progetto locale (all’epoca il mio compito era rafforzare la coesione sociale tra i giovani attraverso le arti, la cultura e lo sport nell’ambito del progetto Inyanda, finanziato dall’Ue) fino a diventare Project Manager, ruolo che rivesto attualmente, e che mi vede responsabile del funzionamento complessivo della Casa del Sorriso (House Of Smile) e dell’implementazione di progetti speciali. La Casa del Sorriso si trova nel cuore di Filippi, township di Città del Capo, ed è stata inaugurata nel maggio 2007. È un luogo di sicurezza per donne e minori senza famiglia che qui possono trovare rifugio dalla violenza domestica e di genere, vere piaghe della zona unite a disoccupazione, povertà, abuso di alcol. Si tratta di una struttura “ponte” e di un luogo di socializzazione, un’oasi di felicità che offre speranza ma anche aiuti concreti per costruirsi un futuro migliore. Insieme a partner, in una
Sfortunatamente, però, lo stigma sociale associato alla malattia ha creato, fin dai primi casi ufficialmente rilevati, un enorme problema. Le molte incognite del virus hanno creato confusione, ansia e paura tra la gente: fattori che hanno contribuito ad aumentare il livello di stigma associato al Covid-19. E proprio come con l’Hiv, i positivi venivano isolati, offesi, visti come una minaccia anche dopo la negativizzazione. Per questo motivo, lo stigma associato alla malattia ha spinto molte persone a nascondere i sintomi per evitare discriminazioni di ogni tipo, e indotto i positivi a non cercare assistenza sanitaria immediata, vincolando quindi i meccanismi messi in atto per contenere la diffusione del virus. Tuttavia, questo ostacolo è stato superato: sottolineando l’efficacia dell’adozione di misure protettive e modificando la comunicazione sul virus, siamo riusciti a modificare l’esperienza di coloro che si presume abbiano il Covid19, in termini di stigma. Abbiamo distribuito nel campo forniture mediche per soddisfare le esigenze igienico-sanitarie. Gli operatori hanno sensibilizzato gli abitanti di Wau e anche insegnato loro come realizzare localmente un impianto di lavaggio per le mani all’interno delle proprie abitazioni, utilizzando le modeste risorse a disposizione, come vecchie taniche. Con un metallo caldo, viene creato un piccolo foro da cui far fuoriuscire l’acqua, e con un piccolo bastoncino delle stesse dimensioni, viene chiuso il foro dopo il lavaggio, per evitare sprechi. Grazie a questa semplice innovazione, su 235 nuclei familiari, 229 possono ora lavarsi le mani all’interno delle proprie case.
logica di Hub, qui vengono offerti una pluralità di servizi indispensabili: quelli specifici per donne e bambini maltrattati o la consulenza in casi di abuso di sostanze; dai servizi in tema di salute riproduttiva per adolescenti e giovani alla formazione professionale per le donne; dai programmi per prevenire la violenza di genere (come nel progetto #WhatMakesAMan finanziato da Zegna) fino alla consulenza legale per vittime di abusi in generale. Non mancano le campagne di sensibilizzazione per aumentare la consapevolezza su violenza di genere, violenza domestica e abusi sui minori. Oltre a ciò, ci sono anche programmi trasversali come Hiv e criminalità, attività di dopo-scuola e di riciclo, fino alla preparazione delle vittime per le apparizioni in tribunale. Dall’apertura della Casa del Sorriso ad oggi più di 60mila donne, bambini, giovani e membri della comunità di Filippi hanno beneficiato direttamente dei servizi offerti da Cesvi e altre 100mila persone sono state raggiunte attraverso le importanti campagne di sensibilizzazione.
43
La modalità di operare della Casa del Sorriso, nell’affrontare tematiche di Gender Base Violence e Domestic Violence, è quella di intervenire attraverso partner e di unire intorno a queste tematiche soggetti differenti, come gruppi comunitari, organizzazioni della società civile e altre autorità locali. Questa modalità di intervento ha una ricaduta fondamentale sulla comunità. L’anno che è appena trascorso è stato molto impegnativo, il Covid-19 ha avuto impatti pesanti su molte famiglie a Filippi come nel resto del mondo: abbiamo assistito a un aumento significativo del numero di donne che si sono presentate per segnalare episodi di abuso da parte dei loro partner. Per tutti noi il Covid-19 è una pandemia devastante, ma per molte donne è stata la seconda pandemia che si è aggiunta alla violenza di genere. Abbiamo dovuto chiudere l’accesso alla Casa del Sorriso, mantenendo gli uffici aperti solo per il supporto di emergenza e cercando di proseguire le nostre attività attraverso la consulenza telefonica. aprile 2021
5
LA PAROLA ALL’AFRICA
di
Affrontiamo il Covid 43 anni, coordinatore programmi nutrizione Coopi in RdC
puntando tutto sulla medicina di comunità
D Coopi Progetto Contribuire alla riduzione della mortalità legata alla malnutrizione tra bambini sotto i 5 anni. Più dell’80% dei casi sono stati trattati dalle Cac Paese Repubblica Democratica del Congo Budget 257.748 euro Steff 20 operatori locali e 100 animatori comunitari Beneficiari 4.709 beneficiari diretti e 12.654 indiretti
VITA #04
Daouda M’Bodj
a marzo 2020, la pandemia Covid-19 è comparsa nella Repubblica Democratica del Congo (RdC) nel mezzo di molteplici crisi: conflitti armati, inondazioni localizzate, crisi sanitarie su larga scala, tra cui Ebola, morbillo e colera. Tutto ciò ha contribuito al deterioramento della situazione nutrizionale, in particolare tra i più vulnerabili. Coopi, nell’ambito della risposta nutrizionale alla pandemia Covid-19, ha attuato un approccio innovativo nelle aree urbane attraverso interventi semplificati che hanno permesso di estendere l’assistenza nutrizionale a livello comunitario e quindi facilitare l’accesso alle cure per alcune popolazioni, evitare i conflitti intercomunitari che sono anche ostacoli all’accesso alle cure e mettere in atto misure di barriera relative al Covid-19. Questo approccio sperimentale è realizzato in collaborazione con il Programma Nazionale di Nutrizione (Pronaut) della Repubblica Democratica del Congo e finanziato dall’Unicef. L’obiettivo generale di questo intervento è quello di contribuire alla riduzione della mortalità e della morbilità legate alla malnutrizione tra i bambini di età compresa tra i 6 e i 59 mesi nel contesto del Covid-19 nella zona sanitaria di Binza Méteo, nella provincia di Kinshasa. Gli obiettivi specifici sono: fornire cure gratuite per la malnutrizione acuta nei bambini sotto i 5 anni; promuovere le pratiche di alimentazione dei neonati e dei bambini, sviluppando la capacità degli assistenti familiari, della famiglia e degli operatori sanitari nella comunità e nelle strutture sanitarie. Il carattere positivo di questo intervento innovativo sta anche nella sinergia delle componenti Nutrizione, Acqua e Covid-19 dove i beneficiari sono gli stessi per le tre componenti. Questo approccio innovativo implementa la strategia «PB mère», cioè l’individuazione della malnutrizione infantile attraverso la misurazione con un apposito braccialetto che la stessa madre fa del perimetro brachiale del figlio: ciò ha permesso di aumentare la copertura dello screening e la diagnosi precoce dei casi. La decentralizzazione delle cure nutrizionali a livello di comunità ha fatto sì che più dell’80% dei casi ammessi siano stati trattati dalle Cellule di animazione comunitaria (Cac) e allo stesso tempo ha contribuito a risolvere il problema della distanza tra la popolazione e le strutture sanitarie e ha permesso di evitare l’affollamento dei pazienti negli ospedali e nei centri di salute. Coopi così ha contribuito significativamente allo sviluppo del protocollo sulla nutrizione nel contesto del Covid-19. Nel complesso, Coopi ha implementato in tutti i suoi progetti in RdC misure barriera al Covid-19 attraverso la sensibilizzazione della comunità con la radio, la creazione di dispositivi per il lavaggio delle mani, gel disinfettanti e mascherine.
44
6
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
di
Luca Rolla
Ma l’Africa si merita anche centri medici di eccellenza,
48 anni, Country Director dei progetti in Sudan
non solo di emergenza
Q
uando nel 2007 a Khartoum abbiamo inaugurato il Centro Salam di cardiochirurgia, l’unico ospedale di cardiochirurgia totalmente gratuito in un’area abitata da oltre 300 milioni di persone, qualcuno ha usato la parola “miracolo”. Noi di Emergency non siamo tanto d’accordo. Per noi questo Centro è la realizzazione di un’idea di cui siamo fortemente convinti: anche in Africa è possibile creare e rendere sostenibile nel tempo un centro di eccellenza medica che consideri fondamentali non solo la sanità di base e gli interventi di emergenza, ma anche cure a elevata specializzazione come la cardiochirurgia. L’Africa infatti ha un bisogno urgente di centri di eccellenza per offrire cure mediche di alta qualità attraverso strutture secondarie e terziarie, rinforzando in tal modo la prevenzione delle malattie e l’accesso alle cure primarie. Il 56% dei nostri pazienti ha meno di 26 anni. Nel 2019, l’80% dei nostri pazienti è stato operato a seguito di patologie a carico delle valvole cardiache dovute alla malattia reumatica: una patologia infiammatoria che si manifesta spesso in età pediatrica sotto forma di tonsillite, causata da un’infezione
Emergency Progetto Il Centro Salam è l’unico ospedale di cardiochirurgia gratuito per 300 milioni di abitanti. Paese Sudan Finanziamento nel 2019, il Centro ha avuto un costo pari a 6.552.444 euro, ricevendo un contributo dalle autorità locali pari a 2.145.035 euro
Beneficiari Da inizio attività, 8.757 interventi e 78.810 visite
COURTNAY ROBBINS /EMERGENCY
Staff 28 espatriati e circa 500 persone dello staff nazionale
45
da streptococco non curata, che causa poi importanti patologie cardiovascolari. In Occidente questa malattia è stata praticamente debellata mentre in Sudan colpisce una persona ogni mille abitanti. Se lo streptococco non viene trattato con antibiotico, rischia di deformare le valvole cardiache, con gravi conseguenze sulla crescita e sulla qualità della vita del paziente. In questi primi 13 anni di attività abbiamo effettuato più di 8mila interventi e 78.810 visite cardiologiche. I nostri pazienti provengono da 28 Paesi, principalmente africani. In essi, grazie ad accordi con i rispettivi ministeri della Salute, il nostro staff organizza missioni di screening cardiologico e visite di controllo per i pazienti già operati. Nel 2020, nonostante la pandemia da Covid-19, grazie alle procedure e ai protocolli messi in atto, non abbiamo interrotto l’attività nemmeno per un giorno. Come accade per tutti gli ospedali di Emergency, il nostro auspicio è poter lasciare un giorno il Centro in gestione alla popolazione locale: nel Centro Salam al momento sono impiegati circa 500 sudanesi. Siamo consapevoli che non potremo salvare tutti i malati dell’Africa, né raggiungerli ovunque: perciò il nostro principale obiettivo è quello di formare quanti più professionisti sanitari possibile tra i giovani locali. Nel 2017 siamo stati accreditati come centro di specializzazione in anestesia, cardiochirurgia, cardiologia, mentre nel 2019 è stato avviato il percorso di formazione del primo gruppo di infermieri iscritti al master di terapia intensiva. Questo risultato ci riempie di soddisfazione. Dal 2009 inoltre lavoriamo all’interno dell’Anme (African Network of Medical Excellence), con l’obiettivo di promuovere in Africa l’avvio di centri medici di eccellenza, proprio sul modello del Centro Salam per la cardiochirurgia. Ad aprile aggiungeremo un nuovo importante tassello a questa iniziativa, aprendo un Centro di eccellenza in chirurgia pediatrica a Entebbe, in Uganda. aprile 2021
7
LA PAROLA ALL’AFRICA
di
Guillaume Ntawukuriryayo
Fisioterapisti, la professione 41 anni, direttore dell’Ospedale Pubblico di Ngozi
che in Burundi fino al 2017 non esisteva
I Fondazione Don Gnocchi Progetto Consolidamento del servizio di riabilitazione dell’Ospedale di Ngozi Paese Burundi Finanziamento 35mila euro all’anno (fondi propri, 5 per mille e oblazioni)
n Burundi a lungo i servizi sanitari non riuscivano a rispondere alle esigenze riabilitative della popolazione a causa sia della penuria di strutture sia di specifici percorsi formativi: fino al 2017 infatti i fisioterapisti non erano riconosciuti come professionisti sanitari. Se questo è potuto avvenire è stato grazie al prezioso supporto della Fondazione Don Carlo Gnocchi che ha attivato, attraverso un coordinamento con altre realtà internazionali, una sollecitazione nei confronti del ministero della salute burundese. In questo percorso di riconoscimento della professione, un lavoro significativo è stato svolto da Francesco Panzeri, giovane fisioterapista lombardo (classe 1988), espatriato per conto di Fondazione don Gnocchi a Ngozi dal 2015 al 2019, che ha formato il nostro personale, attraverso lezioni al corso universitario per infermieri dell’Università di Ngozi. I fisioterapisti diplomati sono stati formati in loco dallo stesso Panzeri, in modalità prevalente “on the job”, cioè affiancandoli quotidianamente nel lavoro in reparto e con
Staff 2 espatriati a lungo termine (in periodi diversi) + 3 in missione di formazione/ monitoraggio Beneficiari 1.100 pazienti trattati all’anno
VITA #04
46
approfondimenti teorici bisettimanali. Oggi, nell’ospedale di Ngozi, lavorano tre fisioterapisti burundesi, formati e sponsorizzati dalla Fondazione Don Gnocchi e poi assunti dall’Ospedale. Ma ci auguriamo possano diventare presto quattro, perché la richiesta di supporto fisioterapico è in forte crescita. I nostri professionisti offrono sostegno ai problemi ortopedici e traumatologici, per lo più conseguenti ad incidenti sul lavoro o a incidenti stradali, ma si occupano anche di curare le persone affette dai disturbi neurologici e non per ultimo di rispondere agli esiti nefasti di nascite e parti difficili le cui conseguenze si riflettono negativamente sui neonati. Per questo collaborano in maniera continuativa non solo con la chirurgia, ma anche con il reparto di neonatologia. In media si svolgono 600 sedute fisioterapiche al mese, delle quali la metà è rivolta a minori neurologici. I trattamenti mensili sono sette in media per paziente. Nel 2018 la Fondazione Don Gnocchi ha cofinanziato la costruzione di un nuovo reparto di degenza all’interno della struttura, realizzata grazie al cofinanziamento di ambedue le parti. Inaugurato nel 2019, il reparto oggi permette di garantire la continuità terapeutica per pazienti provenienti da tutta la regione di Ngozi. Infine è stata avviata una collaborazione con una cooperativa sociale locale, che offre opportunità formative ai ragazzi di strada: proprio questi ragazzi hanno realizzato ausili in legno destinati alla riabilitazione dei pazienti. Produrre in loco i supporti necessari alla fisioterapia è anche un segnale importante in chiave di sostenibilità e di attenzione per chi ha scarse disponibilità economiche.
8
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
di
Alungwa Daudet
Il Centro di Salute 38 anni, medico e direttore del Centro di Salute di Kanyaka
Afmal + Amka Progetto Il Centro di Salute del villaggio rurale di Kanyaka, gestito dall’associazione Amka, grazie al finanziamento di Afmal potrà essere ristrutturato e dotato di nuove apparecchiature mediche. Paese Repubblica Democratica del Congo Finanziamento 10mila euro erogati da Afmal Staff 9 collaboratori locali Beneficiari oltre 9mila
finalmente ha l’acqua corrente
D
a poco più di un anno lavoro al Centro di Salute di Kanyaka, unico presidio medico per circa 9mila persone che vivono nei villaggi dell’area rurale di Mabaya, a sud della città di Lubumbashi. Il Centro offre servizi di base, analisi di laboratorio, vaccinazioni, assistenza prenatale e postnatale. Ha un programma specifico per i pazienti sieropositivi, un reparto di maternità e un’Unità nutrizionale terapeutica. Dopo sette anni in altri ospedali, qui mi sono avvicinato a un contesto ancora più povero e bisognoso. La popolazione è esposta a gravi malattie quali la malaria, la febbre tifoide, la malnutrizione e il colera. Il Covid-19 ha aggravato questa situazione. Nonostante il virus non si sia diffuso quanto in Europa, le conseguenze indirette sulla popolazione sono molte: sono aumentati i casi di bambini affetti da malnutrizione, causata dalla diminuzione del potere economico delle famiglie dovuto al fermo di tante attività produttive. Abbiamo riscontrato un aumento delle gravidanze precoci causate dalla chiusura delle scuole, che qui ricoprono un importante ruolo di protezione sociale. E una difficoltà generale della popolazione nel potersi permettere anche solo le cure di base, in un Paese in cui l’assistenza sanitaria statale è pressoché assente.La pandemia ha portato alla luce quanto sia complesso lavorare in uno stato di emergenza: in contesti vulnerabili come il nostro lo facciamo ogni giorno, con risorse infinitamente minori e bisogni in costante crescita. Per proteggere i nostri pazienti dai rischi di contagio nell’ultimo anno siamo riusciti, grazie al sostegno di oltre 100 donatori italiani, a dotare il Centro di acqua corrente e potabile, fondamentale per garantire standard igienici e sanitari. A fronte delle nuove necessità determinate dalla pandemia, Amka è impegnata nel potenziamento del Centro di Salute, finanziata dall’Afmal, che prevede l’ampliamento e la ristrutturazione del Centro e l’acquisto di strumenti e apparecchiature, in particolare ferri chirurgici e un ecocardiografo. Un passo in avanti grandissimo, che ci permetterà di garantire un futuro migliore a tante donne, uomini, bambini. Twende mbele — On est ensemble — Siamo insieme.
47
aprile 2021
9
LA PAROLA ALL’AFRICA
di
Contadini addio. Con i giovani 43 anni, Avsi Chief of Party
imprenditori l’agricoltura è sempre più green e smart
I Avsi Progetto Il progetto “Say” punta ad aumentare le competenze dei giovani in agricoltura, creando posti di lavoro nella filiera agroalimentare Paese Uganda Finanziamento 12 milioni di euro, di cui 10 milioni dall’Ambasciata del Paesi Bassi Staff 34, di cui 2 espatriati Beneficiari 15mila giovani beneficiari diretti
VITA #04
Samuele Otim Rizzo
n Uganda sono nato e ho vissuto fino a 14 anni: il mio nome, Otim, significa “nato lontano dal villaggio originario”. In Uganda sono tornato per lavorarci, subito dopo l’Università, nel 2004. La mia vita è qui. L’Uganda è uno dei Paesi più giovani al mondo ma con un altissimo tasso di disoccupazione. L’agricoltura e le filiere agroalimentari in questa terra estremamente fertile e produttiva potrebbero offrire ai giovani molte opportunità di occupazione e profitto, ben al di là della semplice agricoltura di sussistenza. Dal 2015 Avsi lavora per accrescere le competenze dei giovani in agricoltura e promuoverne l’imprenditorialità, preparando giovani imprenditori all’altezza delle sfide della climat smart agriculture. Nel quinquennio 2015-20 con il progetto SkySkilling Youth for Employment in Agribusiness abbiamo formato 10mila giovani: il 90% oggi è assunto o lavora in proprio. Ora il progetto SaySkilling in Agripreneurship for enhanced Youth Employment prosegue quel cammino, rafforzando lo sguardo sullo “zero waste” e la partnership operativa con le aziende del settore, con l’obiettivo di coinvolgere altri 15mila giovani. I due punti cruciali del nostro approccio sono proprio il partenariato con le aziende agricole e l’agripreneurship, ossia la volontà di formare agricoltori che non lavorino solo nell’ottica della sussistenza ma in quella del business e delle
48
filiere di valore: è un cambio di passo per lo sviluppo del Paese e per la possibilità di interagire sui mercati internazionali, a cominciare da quello olandese. Abbiamo studiato il mercato e identificato i prodotti a più alta rendita, come gli ortaggi con un ciclo produttivo breve quali cipolle, pomodori, fagiolini che con adeguate tecniche — piccole serre e semplici sistemi di irrigazione — possono essere coltivati anche durante la stagione secca, quando sul mercato hanno maggior valore. Abbiamo coinvolto 65 aziende agricole locali come partner, in quattro regioni: è fondamentale affiancare le nozioni teoriche al sapere pratico, lungo l’intero ciclo produttivo. Gli imprenditori trasmettono ai ragazzi un’altra cosa importantissima: la passione. Con le loro storie personali e
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
d’impresa sono la prova vivente che si può partire dal nulla e costruire un’opportunità di lavoro e di reddito, per sé e per altri. Queste imprese sono le prime ad avere interesse a collaborare con i giovani che hanno formato: talvolta li assumono, altre volte fanno accordi commerciali con i giovani neo-imprenditori, che diventano così fornitori dell’azienda che li ha formati. Grazie all’approccio earn as you learn, al termine della formazione i giovani ricevono una piccola somma che può essere impiegata per affittare un terreno e iniziare un’attività. Le storie di cui siamo testimoni fanno fatica a rientrare nelle rendicontazioni di progetto: ne cito soltanto una, quella di Bashir. Cinque anni fa guidava un boda boda, quei mototaxi diffusissimi qui: guadagnava 10-15 euro al giorno, abbastanza per la sopravvivenza, ma non per pensare al futuro. Ha sentito del nostro progetto, ci ha contattati: «Vendo il boda boda». Adesso possiede 15 acri di terra e produce frutti della passione per circa 60mila euro l’anno, si è costruito una casa, manda a scuola i suoi figli e quelli di diversi parenti. Da beneficiario è diventato partner del nostro progetto, forma e assume altri giovani. Un processo diverso è iniziato.
1 0
di
Gianpaolo Gullotta
Migrare e poi 39 anni, rappresentante Paese VIS in Ghana
tornare non è da falliti
L Vis Progetto Leewyv, cofinanziato dalla Ue, lavora per contrastare la migrazione irregolare e offrire alternative di sviluppo in loco. Paese Ghana Finanziamento 757.609,50 euro (Ue) Staff 12 di cui 2 cooperanti e due volontari Beneficiari 2.350 giovani potenziali migranti, migranti di ritorno e donne vulnerabili
49
strano sorriso di Sampson si confonde con il riverbero del meriggio. I suoi denti scomposti portano il mio sguardo sui manghi gonfi di frutti, mentre in un lento inglese accarezza l’idea di raggiungere l’Europa e una nuova vita. Sampson era un potenziale migrante, che si era convinto a lasciare la propria terra per tentare l’attraversata del Mar Mediterraneo. Una storia simile è accaduta ad Andoh O’ Brien: lui il viaggio lo ha iniziato ma non ha mai raggiunto le coste del Mediterraneo, è rimasto in Nigeria cercando di racimolare il denaro necessario per proseguire. Anche il sorriso di O’ Brien, come quello di Sampson, si accende quando parla della sua terra natia, descrivendo il sogno di poterla coltivare e trarne profitto. Sampson e O’Brien sono stati coinvolti in un progetto per contrastare la migrazione irregolare e reinserire nella società i migranti di ritorno. Dopo aver partecipato a diversi corsi di formazione, sono diventati insegnanti di agricoltura organica e attraverso il progetto Leewyv hanno creato la loro fattoria didattica, la mentorship farm. Così possono trarre di che vivere dalla coltivazione della terra e allo stesso tempo insegnare un nuovo approccio all’agricoltura, incentrato sulla sostenibilità e la protezione della biodiversità, coinvolgendo proprio quei giovani vulnerabili propensi a lasciare il Ghana. Uno degli strumenti più usati sono le serre, che permettono di coltivare le verdure più di una volta all’anno e specialmente durante la stagione secca, aumentando da un lato produzione e ricavi e dall’altro evitando la deforestazione. Dimostrare che anche in Ghana si può vivere dignitosamente cogliendo i frutti del proprio lavoro è lo scopo principale del progetto. Questo messaggio è veicolato dai migranti stessi che hanno tentato l’impresa di attraversare il Sahara e che poi, come Sampson ed O’Brien, hanno deciso di ricominciare daccapo una volta tornati indietro. Non hanno avuto paura di morire e poi rinascere, proprio come fanno i semi. aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
1 2 VITA #04
40 anni, esperto di Salute Pubblica, Medici con l’Africa Cuamm
Progetto Garantire parto assistito e assistenza nutrizionale a 320mila donne e ai loro figli, in sette Paesi. Paese Etiopia Finanziamento Complessivamente 15 milioni di euro in cinque anni
di
Ademe Tsegaye
Non solo il parto: così seguiamo i primi mille giorni di mamme e bambini
Staff 160 persone l’anno per tutto il progetto Beneficiari 253.856 donne e 8.998 bambini
Mission Bambini
39 anni, cardiochirurgo presso l’Uganda Heart Institute
Progetto Missioni operatorie con medici volontari e borse di studio per medici stranieri. Progetto attivo in più Paesi. Paese Uganda Finanziamento 126.568 euro
di
Muhoozi Rwakaryebe
Quel ponte con l’Italia ci ha resi un’équipe capace di salvare il cuore dei bimbi
Staff In media 7 medici volontari per ogni missione Beneficiari 146 bambini cardiopatici operati, 4 medici con borsa di studio
50
S. DURANTE
1 1
Cuamm
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
L’
ospedale di Wolisso, in Etiopia, sorge nella regione rurale dell’Oromia. Fin dal 2011 fa parte di “Prima le mamme e i bambini. 1000 di questi giorni”, il più importante programma di Medici con l’Africa Cuamm, che vuole garantire il parto assistito e l’assistenza nutrizionale a 320mila donne e ai loro figli. Non solo qui in Etiopia, ma anche in altri sei Paesi africani, in dieci ospedali. La maggior parte delle morti per parto si possono prevenire riconoscendo per tempo i rischi e formando il personale. Come Medici con l’Africa Cuamm, abbiamo scelto di partire proprio da qui, per rafforzare il sistema sanitario. Questo perché è dimostrato che dove i servizi sono accessibili,
S
meno donne e bambini muoiono durante il parto: significa che il sistema sta migliorando. In più, la vita salvata di una donna o di un bambino è la migliore dimostrazione alle comunità che la medicina migliora la vita di tutti. Da quasi dieci anni l’ospedale di Wolisso funziona come apripista per questo progetto. Lavorando lì abbiamo capito quali erano i risultati raggiungibili e su cosa lavorare per collegare meglio l’ospedale e i villaggi, per assicurare il diritto al parto sicuro alle donne, anche durante la pandemia. È un impegno enorme, con risultati significativi: dal 2017 al 2020, guardando gli ospedali coinvolti dal programma, sono stati assicurati 253.856 parti sicuri e 8.998 bambini
ono un cardiochirurgo, lavoro all’Uganda Heart Institute che è parte del Mulago Hospital di Kampala. Ho studiato medicina in Uganda, con periodi a Cuba e in Cina durante la specializzazione. Nel 2017 ho frequentato il master in Cardiochirurgia, cardioanestesia e cardiologia dell’Università Bicocca di Milano, per specializzarmi in cardiochirurgia pediatrica. In Uganda ogni anno nascono circa mille bambini affetti da cardiopatia, senza contare i problemi cardiaci reumatici, causati da malattie infettive che danneggiano le valvole cardiache e che possono degenerare fino a necessitare di un intervento cardiochirurgico. Nel Paese siamo in grado di operare le cardiopatie fino a un certo grado di complessità, ma per i bambini con le situazioni più gravi l’unica soluzione è recarsi all’estero per farsi operare (ad esempio in India) o essere messi in lista di attesa per le missioni mediche come quelle di Fondazione Mission Bambini. La partnership tra Mission Bambini e l’Uganda Heart Institute è iniziata
malnutriti sono stati trattati. Il Covid-19 però ha reso il nostro intervento più complicato. Solo a Wolisso, nel 2020 siamo riusciti ad assicurare 4.033 parti assistiti, in calo del 9,5% rispetto al 2019. Se guardiamo all’intero progetto, vediamo un calo dell’8,8% tra il 2019 e il 2020 per i parti assistiti, ma addirittura del 25% per i bambini malnutriti curati. Numeri che non sono neanche il peggiore scenario possibile, visto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che nei Paesi simili all’Etiopia la riduzione dei servizi sanitari essenziali potrebbe arrivare anche al 40%. Soprattutto nei primi mesi della pandemia, molte persone hanno avuto paura di venire in ospedale, percependolo come un luogo di contagio, mentre
nel 2014. Ho partecipato da subito alla formazione e alle attività operatorie congiunte. Vedendo da vicino la grande professionalità dei medici italiani, mi sono proposto per un periodo di training in Italia, candidandomi per la borsa di studio che Mission Bambini mette a disposizione. Durante il master ho fatto molte ore di affiancamento in ospedale per l’attività clinica, cosa che mi ha permesso di osservare al meglio le tecniche operatorie utilizzate. Già nel primo anno dopo il mio rientro, ho avuto la possibilità di mettere in pratica quanto imparato in Italia: ho eseguito 34 interventi come primo operatore e 43 come secondo operatore. Prima e dopo di me, altri tre colleghi (due anestesiste e un cardiologo) hanno beneficiato della borsa di studio di Mission Bambini, nella prospettiva di formare un team multidisciplinare per il nostro Centro. Siamo inoltre membri attivi della comunità di medici che ruota attorno a Mission Bambini: ad esempio, le mie colleghe hanno partecipato
51
gli operatori comunitari temevano di diffondere inconsapevolmente il virus andando nei villaggi. La prevenzione è stata la chiave a Wolisso, per mettere l’ospedale in sicurezza in questo ultimo anno. Abbiamo organizzato una tenda esterna per il triage dei pazienti, così che i malati con sintomi sospetti fossero visitati lì ed eventualmente isolati. Abbiamo soprattutto formato il personale su questo nuovo virus e distribuito migliaia di mascherine, guanti e disinfettante, strumenti spesso introvabili. Solo un ospedale sicuro, pienamente funzionante nonostante il virus, ci avrebbe potuto permettere di non far venire meno i servizi più importanti: quelli destinati alla salute di mamme e bambini.
come volontarie in altre missioni di cardiochirurgia pediatrica della Fondazione. Il 2020 per il nostro dipartimento è stato un anno molto critico, con il Covid-19 che ha limitato notevolmente i nostri servizi. Il numero di interventi a cuore aperto è purtroppo diminuito di circa il 30%. Abbiamo comunque continuato ad operare quanti più bambini possibile, anche grazie a tutto il lavoro fatto negli anni precedenti e al sostegno che abbiamo ricevuto dalla Fondazione in termini di materiale di consumo. La collaborazione tra Mission Bambini e l’Uganda Heart Institute ha dato un enorme sostegno allo sviluppo del dipartimento di cardiochirurgia pediatrica del nostro Centro. Attraverso questo rapporto reciproco di conoscenza e ascolto, il dipartimento di cardiochirurgia pediatrica dell’Uganda Heart Institute è riuscito a ottenere opportunità di formazione per il proprio personale e le attività di trasferimento delle competenze sono andate a beneficio di entrambe le équipe. aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
1 3
di
Bonface Okada Buluma
Provo a togliere i bambini dalla 38 anni, Alternative Family care and Child Protection Manager
strada perché ci sono stato
Fondazione L’Albero della Vita Progetto Il progetto triennale “Affido Prevenzione Riabilitazione e Reintegro per un futuro ai minori vulnerabili” supporta le istituzioni locali nella tutela dei minori Paese Kenya Finanziamento 1.800.000 euro (fondi Aics) Staff 42 locali 2 espatriati Beneficiari 12.131
VITA #04
S
ono nato a Nairobi e sono stato un bambino di strada. Essere un bambino di strada non significa essere un bambino orfano, quasi nessuno lo è. Ho una laurea in scienze dell’educazione conseguita all’università di Nairobi e un master in mediazione familiare all’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Sono ciò che sono solo perché ho incontrato un educatore che mi ha tolto dalla strada e mi ha aiutato a fare certi passaggi di vita, che da solo non avrei fatto. Oggi sono io quell’educatore che cerca di offrire opportunità diverse ai bambini bisognosi di cura e protezione. In Kenya il fenomeno dei bambini di strada o dei minori che entrano in conflitto con la legge è molto diffuso. Piccoli furti, soprattutto di cellulari, e atti di violenza su altri bambini sono all’ordine del giorno. Ci sono 38 istituti di giustizia penale minorile. Grazie al progetto Aprire, di cui Fondazione L’Albero della Vita è capofila, operatori esperti visitano i centri tutti
52
i giorni per offrire supporto educativo e psico-sociale ai ragazzi. Un aspetto importante del progetto è l’intervento su chi opera nella giustizia, come giudici e poliziotti: i partner del progetto (Cefa,Cca) hanno formato 931 persone dello staff governativo che lavorano nei 38 Centri, 55 operatori di Polizia e 36 funzionari della magistratura. Ma è davvero necessario che anche per piccoli furti i minori vengano chiusi nei centri? No, non lo è. Eppure l’applicazione di misure preventive e alternative ai centri di giustizia minorile è ancora poco frequente in Kenya, i casi sono gestiti senza un Juvenile Justice Information Management System (Jjims) e mancano i dati su quanti e chi sono i minori che vivono in questi istituti. I centri sono ancora privi di servizi efficaci per la cura e il reintegro del minore. La pratica dell’affido familiare, laddove il reato del minore o l’abbandono nasca da una difficoltà nella famiglia d’origine, non si è ancora affermata come opzione di protezione dei bambini. L’obiettivo del nostro progetto è quindi quello di prevenire l’ingresso in istituto per i minori che si trovano a vivere in condizioni di particolare povertà e vulnerabilità, affidandoli ad altre famiglie e contemporaneamente lavorando per il reinserimento nella famiglia d’origine dopo tre anni di affido. Creare per i bambini percorsi alternativi ai centri residenziali o a quelli di giustizia minorile, puntando sul ruolo della famiglia e su forme di giustizia riparativa, è un percorso lungo ma possibile. Ad oggi abbiamo raggiunto oltre 2.500 bambini e 12.131 tra adulti e minori, con l’obiettivo di esportare il modello anche in altri Paesi africani. (testo raccolto da Anna Spena)
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
1 4
di
Takaitei Bote
Il lavoro di cura femminile 45 anni, responsabile comunicazione ActionAid Zimbabwe
non deve più essere invisibile
I ActionAid Progetto Supporto diretto alle donne e alle ragazze che vivono in povertà per sfidare le cause strutturali della violenza e garantire la giustizia economica anche durante la pandemia. Paese Zimbabwe
l Covid-19 in Zimbabwe ha peggiorato le condizioni di vita di un paese che stava già affrontando una crisi alimentare con quasi 8,8 milioni di persone, più della metà della popolazione, in condizioni di insicurezza alimentare. In Zimbabwe l’economia si regge in gran parte sul lavoro informale, gestito da donne e giovani. Le restrizioni per contenere l’epidemia hanno aggravato la crisi socio-economica: le persone che vivono in povertà non possono permettersi di stare in isolamento, poiché vivono alla giornata e non hanno risorse per proteggersi. Nel corso del 2020 inoltre sul Paese si sono abbattuti i cicloni Chalane e Eloise, colpendo comunità che stavano cercando di ricostruirsi dopo gli effetti devastanti del ciclone Idai. Questo quadro drammatico ha reso ancora più necessario l’impegno di ActionAid Zimbabwe. Da oltre 20 anni collaboriamo con le istituzioni locali per migliorare l’accesso ai servizi pubblici, per difendere e promuovere i diritti delle donne e dei bambini, specialmente nelle aree rurali, e per combattere l’emergenza
climatica. Per far fronte alla mancanza di dispositivi sanitari, ActionAid ha fornito attrezzature di protezione personale (Dpi) a sette province dello Zimbabwe. Per garantire dignità e sicurezza alle donne e alle ragazze, che sono le più colpite dalle emergenze, ogni kit salvavita è stato fornito di materiale igienico sanitario, come gli assorbenti. La pandemia ha reso più forte il problema delle disuguaglianze tra uomini e donne nel Paese e ha messo in evidenza come il lavoro di cura non pagato svolto dalle donne sia invisibile alle istituzioni. Per questo ci siamo attivati con corsi e focus group nei villaggi, per promuovere l’empowerment femminile e coinvolgere i capi famiglia. La nostra vita in questo anno ha subito molti cambiamenti. Io stessa, madre di una bambina di 13 anni, ho dovuto spesso lavorare da casa, destreggiandomi tra il lavoro di cura non retribuito e il mio impegno quotidiano. Tra scarsa connettività e riunioni online, abbiamo messo in campo tutte le energie per continuare a portare il nostro supporto in tutto il Paese. E non ci fermeremo.
Finanziamento 6,7 milioni di euro Staff 75 operatori Beneficiari 80mila beneficiari diretti
53
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
1 5
di
Senza sistema 48 anni, coordinatore medico in Burundi per WeWorld
sanitario. L’emergenza in un campo profughi
I WeWorld Progetto Presente in Burundi dal 1994, dal 2017 collabora con Unhcr per l’assistenza sanitaria e nutrizionale ai rifugiati e ai rimpatriati Paese Burundi Finanziamento circa 800mila euro per l’anno 2021 Staff 136 burundesi, 2 espatriati e 160 volontari rifugiati Beneficiari circa 45mila persone oltre a 5mila rifugiati
VITA #04
Etienne Mugula
n Burundi, la povertà e l’instabilità socio-economica sono tra i fattori determinanti l’insicurezza alimentare. La principale lotta è quella alla malnutrizione cronica che colpisce 6 bambini su 10 sotto i 5 anni e che combattiamo ogni giorno, non solo rafforzando la resilienza delle popolazioni più vulnerabili, ma anche accompagnando e assistendo le donne incinte dal momento del concepimento fino ai 2 anni di età del bambino. Il problema più grande per i bambini è l’accesso alla salute. Nel 2006 il Governo aveva decretato la gratuità dei servizi sanitari per minori, donne incinte e che allattano ma l’attuazione della politica si è scontrata con la realtà complessa del Paese, rendendo difficilmente accessibili i servizi sanitari che comunque rimangono indirizzati esclusivamente ai cittadini e non ai rifugiati o richiedenti asilo. Questi ultimi, infatti, non sono integrati all’interno del sistema sanitario nazionale. È per questo che abbiamo deciso di garantire assistenza medica, supporto nutrizionale e appoggio psicosociale alle vittime di violenza di genere. Garantiamo lo screening medico a tutti i rifugiati e ai rimpatriati burundesi al momento del loro arrivo — circa 4mila ogni settimana — lo screening nutrizionale e una terapia preventiva a tutti i bambini sotto i 5 anni e alle donne incinte o in allattamento, nonché la distribuzione di kit contenenti farmaci antiretrovirali, test di gravidanza e farmaci per le malattie sessualmente trasmissibili alle vittime di violenza. Qui, infatti, molte donne vivono in povertà e subiscono gravi violazioni dei loro diritti. Nonostante il Burundi si sia impegnato a ridurre queste disuguaglianze, la cultura non facilita il percorso per la parità di genere. Per fortuna i 5 campi rifugiati — che ospitano oltre 50mila persone — in questi mesi non sono stati fortemente colpiti dalla pandemia in corso, che ha fatto registrare davvero pochi casi isolati. Il Covid-19 ha però fatto sì che la gente non venisse più nei centri di salute per paura. Le attività di sensibilizzazione e l’aver creato un triage di accoglienza e dei reparti di isolamento hanno però convinto le persone a tornare. La paura comunque rimane, e se prima la febbre era un campanello d’allarme per la malaria, adesso si pensa subito al Covid. Più che sulla salute però, penso che in Burundi il Covid-19 impatterà principalmente sull’economia del Paese e, in parte, già si vede. Da circa 10 mesi le frontiere sono chiuse, limitando gli affari. Questo influirà sicuramente sull’accesso alla salute della popolazione, penalizzando soprattutto chi soffre di malattie croniche e i più vulnerabili. Il Covid-19 un impatto positivo però lo lascerà: l’igiene. In tutte le strutture si sono moltiplicati gli interventi pulizia e ciò che adesso è diventato una routine rimarrà anche oltre il Covid.
54
1 6
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
di
Stefano Antichi
Partire capo missione Intersos in Sud Sudan
dall’igiene e dalle comunità. Così il Sud Sudan si rialzerà dalla pandemia (come fa sempre)
Intersos Progetto Le attività del progetto si sviluppano nei vari ambiti della protection: istruzione, accesso all’acqua, sensibilizzazione sulla violenza di genere Paese Sud Sudan Finanziamento 2 milioni euro Staff 100 operatori Beneficiari 30mila, tra diretti e indiretti
L’
Africa è la mia passione. Sono arrivato in Sud Sudan più di un anno fa. Era il mio sogno, fin dall’inizio della mia carriera nell’umanitario. Questa è l’Africa autentica, l’Africa ancora inesplorata, un posto dove la popolazione è fortemente legata alle sue tradizioni e ne è molto fiera. Anche se molti descrivono il Sud Sudan come un Paese tremendo — del resto non ci sono strade e non si riesce a comunicare — io ne sono affascinato. Intersos è in Sud Sudan dal 2006, da prima che diventasse indipendente dal Sudan. È un’organizzazione molto conosciuta tra le comunità e di cui la popolazione si fida. I progetti che portiamo avanti nelle diverse aree del Paese riguardano soprattutto la cosiddetta protection: facciamo formazione, campagne di sensibilizzazione su temi fondamentali come l’istruzione, l’igiene, la violenza di genere. Distribuiamo beni non alimentari di prima necessità dove ci sono gli sfollati a causa delle pesanti alluvioni e somme di denaro per l’acquisto di cibo. Con l’arrivo della pandemia la maggior parte delle attività sono andate avanti ma con modalità diverse. Le abbiamo convertite in modo da poter continuare a lavorare sui nostri obiettivi e allo stesso tempo aiutare la popolazione a proteggersi dal contagio. Abbiamo cominciato a distribuire kit igienici con mascherine e disinfettanti e abbiamo trasformato le campagne informative in incontri porta a porta con le famiglie. In generale il Sud Sudan non è stato molto colpito dal Covid, la chiusura da subito dell’aeroporto e il lockdown parziale,
55
aiutati dalla mancanza di strade che limita naturalmente gli spostamenti, ha evitato la diffusione del virus al livello degli altri Paesi confinanti, ma pur sempre il Covid ha rappresentato un’ulteriore sfida per il Sud Sudan. Informare la popolazione è stato importante perché in tanti faticavano ad accettare l’esistenza del virus. Inoltre parlare di igiene era già parte dei nostri obiettivi. Nel campo per gli sfollati interni di Malakal, per esempio, abbiamo costruito latrine in tutte le scuole e spiegato l’importanza del rispetto delle norme igieniche. Il contatto costante con le comunità non è solo prerogativa del nostro staff sul campo ma è importante anche per me in quanto capo missione. È fondamentale confrontarsi periodicamente con la gente, con i leader e le autorità locali, andare a fare i sopralluoghi. Lo trovo necessario per comprendere le comunità in cui lavoriamo e per dare anche feedback precisi ai donatori. Reputo importante anche l’aver coinvolto personale locale non solo sul campo ma anche in ruoli di responsabilità. Formare le persone del posto significa dare loro la possibilità di andare avanti da sole anche quando noi saremo andati via. L’ultima missione sul campo l’ho fatta pochissimo tempo fa, scrivo dalla capitale Juba dopo aver trascorso 4 ore in elicottero di ritorno da Akobo. Lì ho dormito in un tuluk, una tipica abitazione fatta in fango e paglia. Queste visite sul campo sono un grande insegnamento non solo a livello lavorativo ma anche umano. Le persone qui in Sud Sudan sono forti, si rialzano dopo ogni ciclico disastro. Dopo ogni alluvione (qui ce ne sono sempre e quest’anno è in corso la peggiore degli ultimi sessant’anni), dopo ogni conflitto tra le comunità, nonostante la carestia, vanno avanti con grande dignità. Sono dei guerrieri.
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
1 7
di
Garrido José Cuambe
Da oggetto a soggetto: il nuovo 49 anni, tecnico di inclusione sociale
approccio alla disabilità
C’ Aifo Progetto Il progetto “Pin” sostiene i processi di inclusione sociale ed economica di ragazzi, ragazze e donne con disabilità attraverso il rafforzamento delle competenze degli attori chiave. Paese Mozambico
è una cosa che mi fa sorridere nella vicenda della pandemia: per una volta le persone senza disabilità hanno capito che cosa significa dover rinunciare a un mezzo pubblico. Loro non possono usarlo per motivi di sicurezza sanitaria, noi non possiamo usarlo mai, perché non ha rampe per accedervi o un posto adatto su cui sedersi. Il Covid ci ha reso un po’ più uguali. In Mozambico non c’è molta sensibilità verso i diritti delle persone con disabilità e non ci viene data l’opportunità di partecipare alla società, così quando nel 2018 ho incontrato il progetto di Aifo che aveva al centro il protagonismo diretto delle persone con disabilità e un approccio centrato sui diritti umani, ho capito che quello era il mio posto. Il nostro compito è quello di selezionare e formare giovani con disabilità per farli diventare ricercatori in un’inchiesta emancipatoria rivolta ad altri giovani con disabilità, su scala nazionale. I nostri ricercatori acquisiscono le tecniche per interrogare i ragazzi sulla qualità della
Finanziamento 890mila euro Staff 8 persone Beneficiari circa 906.830 persone
VITA #04
56
loro vita, sui problemi che affrontano e sulle soluzioni che potrebbero adottare o che hanno adottato. In questo modo rafforzano la loro consapevolezza e avviano un percorso formativo per lavorare nel campo della contabilità, dell’informatica, della ristorazione, come meccanici saldatori… A loro volta i ragazzi che venuti a contatto con i nostri ricercatori — stiamo parlando di circa 120 persone — devono frequentare un corso di formazione professionale. Con la pandemia le nostre attività sono cambiate: all’inizio abbiamo temuto di dover rinunciare perché tutte le nostre azioni consistono in incontri diretti con le persone. Poi abbiamo trovato delle soluzioni, facendo gruppi più piccoli e in orari diversificati. Abbiamo usato la tecnologia, ma in Mozambico non era immaginabile passare alle piattaforme per continuare i corsi: su 120 persone avrebbero potuto farlo in quattro o cinque. Comunque stiamo andando avanti e quando potremo rivedere i nostri amici e stringere loro la mano, allora riprenderemo tutto come prima.
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
1 8
di
Kansiime Jackson
L’ossigeno al letto del paziente, medico internista, 43 anni, responsabile dell’Unità Covid del Lacor Hospital di Gulu
la differenza tra la vita e la morte
Q Fondazione Corti Progetto Realizzazione di un impianto di produzione e distribuzione dell’ossigeno al letto del paziente Paese Uganda Finanziamento 200mila euro (Fondazione Corti) Staff un dipendente di Fondazione Corti e tre tecnici del Lacor Hospital Beneficiari l’80% circa dei 35mila pazienti ricoverati ogni anno
uando due anni fa il mio mentore, l’anestesista Raymond Towey, mi ha chiesto i benefici di avere un impianto di produzione e distribuzione dell’ossigeno, gli ho risposto che per dirlo avrei dovuto guardare le statistiche a lungo termine. Se me lo chiedesse ora, gli risponderei senza esitazione che fa la differenza tra la vita e la morte. Ogni giorno ne ho la conferma: l’impianto, con la sua fornitura costante di ossigeno, è il contributo più significativo alla sopravvivenza dalla polmonite da Covid grave. In alcuni momenti qui al Lacor abbiamo avuto ricoverati più di 20 pazienti alla volta, tutti con grave ipossia da polmonite, che dipendono dall’ossigeno a flusso elevato per un lungo periodo. Se dovessimo ancora ricorrere alle bombole portatili, avremmo molte più morti in ospedale. Prima che l’impianto fosse installato, infatti, dovevamo comprare le bombole di ossigeno a Kampala, la capitale, che dista 340 km. Una delle criticità delle strutture sanitarie dell’Uganda è l’approvvigionamento di ossigeno medicale, di solito fornito con bombole. Le lunghe distanze e la dipendenza da fornitori esterni sono un rischio: non sempre le bombole arrivano nei tempi previsti, con conseguenze anche drammatiche sulla salute dei pazienti. Oggi il Lacor è l’unico ospedale nel Nord dell’Uganda con un impianto di gas medicali che raggiunge ben 400 letti, l’80% del totale. Realizzato con il supporto dell’Italia, inizialmente l’impianto copriva i reparti di pediatria, medicina, terapia intensiva, chirurgia e sale operatorie. Per l’emergenza Covid è stato esteso ai reparti di isolamento
57
e alla ginecologia, trasformata provvisoriamente in “unità Covid”. Avere l’ossigeno al letto del paziente in un’emergenza come questa fa la differenza in termini di quantità di ossigeno disponibile, praticità, efficienza, affidabilità e costi. L’impianto è collegato alla linea elettrica di emergenza, alimentata da due generatori diesel, e funziona anche quando manca la corrente. L’impianto garantisce anche l’aria compressa medicale e il vacuum, molto utile nelle sale operatorie e in terapia intensiva. Questo impianto contribuisce a fare del Lacor un gioiello di innovazione nel cuore della savana, com’era sessant’anni fa nei propositi dei fondatori, i medici Piero Corti e Lucille Teasdale. Un proposito condiviso dall’attuale dirigenza del Lacor, tutta ugandese, che ha favorito un’altra innovativa esperienza: da dicembre, grazie all’intervento della Fondazione Corti, medici e infermieri del reparto Covid del Lacor si collegano con i colleghi dell’ospedale Sacco di Milano per condividere buone pratiche sulla gestione dei pazienti, nel desiderio di salvare la vita al maggior numero di persone possibile. aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
per farli tornare a vivere
32 anni, infermiera di sala operatoria (foto: Caterini/Jeantet/Msf)
Medici Senza Frontiere Progetto Msf in collaborazione con il ministero della Salute locale offre interventi chirurgici ai bambini affetti dal noma Paese Nigeria Finanziamento un milione di euro Cooperanti 35 staff locale e 4 staff internazionale Beneficiari 873 persone sono state operate dal 2015 ad oggi
VITA #04
Veronica Emeh
Curare il volto dei bambini
GHADA SAFAAN/MSF
1 9
di
D
ico sempre che il noma è una malattia malvagia. Colpisce il viso. Mangia i tessuti molli, la guancia inizia a decadere dall’interno. Può distruggere completamente le ossa. A volte distrugge il naso e persino gli occhi. Colpisce soprattutto i bambini sotto i sette anni. Sembra che un gruppo di batteri ne sia responsabile, ma ci sono anche molti fattori che contribuiscono: malnutrizione, mancanza di vaccinazioni, scarsa igiene orale, povertà. Le guance dei bambini diventano lisce, lucide e dolorose. Non si fa in tempo ad accorgersi della malattia, che scoppiano: molti genitori non sanno cosa sia il noma, quindi quando vedono i primi sintomi non sanno cosa fare. Molti non hanno i soldi per portare i bambini in ospedale. Altri pensano che la causa sia spirituale e quindi si rivolgono a guaritori tradizionali. Quando il bambino arriva in ospedale, il danno è già terribile. La malattia è curabile con gli antibiotici, ma se non trattata avanza molto rapidamente, causando spesso la morte. Chi sopravvive ha deturpazioni del viso e difficoltà a mangiare, parlare e respirare.
58
L’intervento chirurgico è l’unica soluzione. Noi tagliamo il tessuto danneggiato, medichiamo le ferite, ma ci vogliono mesi di attesa per l’intervento di chirurgia ricostruttiva. I bambini possono stare molto male: non vogliono mangiare e alcuni diventano più malnutriti perché hanno la bocca bloccata. Sono così piccoli che non è facile per loro capire che devono passare attraverso il dolore della fisioterapia per riuscire ad aprire la bocca. È difficile per me vedere bambini con questa malattia, lo era anche prima di diventare madre. Ma ci sono anche storie di successo. Ci sono alcuni bambini con il noma che avevano deturpazioni alle guance, ma dopo gli interventi stanno bene e quando li guardi non te ne accorgi nemmeno. Ce ne sono altri che avevano il trisma, la loro bocca è stata chiusa per anni ma dopo gli interventi parlano bene, mangiano, muovono la bocca. Uno dei casi più memorabili che ho vissuto riguardava un bambino: il suo naso era completamente sparito. Era la prima volta che vedevo una ricostruzione nasale. In seguito, sono andata al villaggio di quel paziente per una visita di controllo. Quando sono arrivata, tutti si sono riuniti come se avessero visto Dio. Perché avevano capito chi aveva fatto questo lavoro per questo ragazzo. Prima, il ragazzo era discriminato nella comunità, aveva smesso di andare a scuola e la gente lo maltrattava a causa della sua condizione. Quando è tornato, la maggior parte delle persone non lo ha riconosciuto. È un buon messaggio per la comunità. Se un bambino come lui può venire in ospedale e ottenere quella bella ricostruzione, perché gli altri non dovrebbero?
2. IL SENSO DELLE ONG PER L’AFRICA
2 0
di
Jim Comino
Insieme al diploma diamo 82 anni, missionario, responsabile scuola professionale a Marsabit
la cassetta degli attrezzi
Missioni Don Bosco Progetto In Kenya le scuole professionali salesiane sono a Emba (104 allievi), Kakuma (700), Makuyu (150) e Nairobi (446). L’ultima nata è quella di Marsabit. Paese Kenya Finanziamento 230mila euro in materiali per l’avvio della scuola di Marsabit Staff 4 salesiani e 12 insegnanti laici Beneficiari 150 allievi solo a Marsabit
Q
ui a Marsabit la scuola professionale ha un doppio obiettivo: il primo è mettere nelle mani e nella testa dei giovani allievi una professionalità spendibile sul territorio. Viviamo infatti in un’area in cui l’agricoltura gioca un ruolo decisivo per le famiglie, ma l’agricoltura deve passare dall’uso di mezzi tradizionali, che lasciano sempre precarie le condizioni alimentari, all’adozione di tecniche di coltivazione con attrezzi adatti, capaci di creare quel sovrappiù che consente ai coltivatori di acquistare altri beni a loro necessari. Il container che è arrivato a febbraio 2021 grazie all’aiuto di Missioni Don Bosco conteneva strumenti sia per la coltivazione sia per i laboratori di meccanica, di saldatura e di elettrotecnica che abbiamo avviato nella scuola. Nonostante i cambiamenti climatici, qui è ancora possibile rendere il territorio meno avverso: più che le avversità naturali sono state guerre e guerriglie a fiaccare la resistenza delle popolazioni. Era così anche nel Sud Sudan, dove ho operato prima di essere destinato
59
al Kenya: la disponibilità di acqua e la fecondità dei terreni consentirebbero il totale autosostentamento in zone che siamo abituati a considerare desertiche o non coltivabili. L’obiettivo indiretto che raggiungiamo con la scuola professionale è quello di offrire ai giovani la possibilità di spendere le loro competenze in questa stessa regione, senza inseguire il mito del trasferimento a Nairobi. Qui andrebbero a popolare le periferie e le bidonville, con sfruttamento, spaccio di droghe e delinquenza metropolitana. I nostri insegnanti, ex allievi delle scuole della capitale, sono testimoni di questo percorso possibile e invitano ai ragazzi a migrare solo se dispongono di professionalità utili ad essere assunti da imprese artigiane o dalla piccola industria. Per questa ragione, alla fine dei nostri corsi vengono dotati di una cassetta con oltre 200 attrezzi con i quali possono presentarsi ai datori di lavoro non solo con una certificazione di competenza ma anche con i mezzi per lavorare in autonomia. aprile 2021
PARTI COL PIEDE GIUSTO
CON I NOSTRI SERVIZI ASSICURATIVI
Polizze collettive a premi contenuti e con coperture ampie ed adeguate Supporto completo prima, durante e dopo i periodi di servizio
www.siscos.it
info@siscos.org
Garantisce più del 99% di liquidazione dei sinistri
+39 02.800.12.108
@SiscosServizi
SISCOS – Servizi per la Cooperazione Internazionale Via Giuseppe Parini 7 – 20121 Milano
3. LO SPIRITO DEL CONTINENTE
CAPITOLO 3
Lo spirito del Continente Quali sono i termini chiave che ci consentono di entrare in sintonia con il pensiero moderno dell’Africa? Abbiamo girato la domanda a sette interlocutori privilegiati. Ecco le loro risposte I testi di Orabator, Sarr, Zerai, Camara e Aden sono stati raccolti nel corso di conversazioni e interviste che abbiamo condotto con gli autori. L’intervento di Mbembe riproduce parzialmente la lectio tenuta all’Università di Padova nel 2018, mentre quello di Soynka è estratto dal suo ultimo libro Al di là dell’estetica, pubblicato dalle Edizioni Jaca Book, che ringraziamo
61
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
l concetto di innovazione potrebbe essere approcciato da una regione del mondo, l’Africa, che troppo spesso non è conosciuta per l’innovazione. Una regione del mondo che per molti è sinonimo di immobilismo, di inerzia e dove, apparentemente, non sembra che le cose cambino. Eppure, proprio in Africa si sta compiendo una rivoluzione silenziosa riguardo alle nuove tecnologie digitali. Ho chiesto a un amico progettista tecnologico che vive a Johannesburg, quale fosse per la sua idea di innovazione. Questo amico, che ha studiato al Mit di Boston, è molto attento a quel che succede nel mondo. Sono rimasto davvero stupito dalla sua riposta. Per lui — e sto citando letteralmente le sue parole — «l’innovazione non è che uno slogan». Gli ho chiesto allora perché la pensasse in questo modo e mi ha risposto che se li osserviamo bene il nostro tempo e l’epoca in cui viviamo sono dominati da una vera mania per l’innovazione. L’innovazione — cito ancora le parole del mio amico progettista — «è una malattia che tende a colpire le società distopiche». Questa risposta spiazzante mi ha spinto a chiedermi: parliamo di
I
innovazione, d’accordo, ma quando ne parliamo di quale tipo di innovazione parliamo? Sembra scontato — ma non lo è — eppure quando parliamo di innovazione dobbiamo chiederci il tipo, i fini e, soprattutto, chi beneficerà dell’innovazione. Dobbiamo insistere su una critica dell’innovazione. Una critica che metta al centro la finalità e lo scopo, in opposizione al punto di vista dominante in questo momento che considera l’innovazione unicamente dal lato dei mezzi. Ma attenzione: criticare l’innovazione non significa condannare l’innovazione. La “disruptive innovation” è il modello attraverso cui, oggi, interpretiamo il futuro. Questa è la logica: vogliamo dei cambiamenti? Allora non potranno avvenire che tramite “disruptive innovation”. È una nuova forma di fede, che giustifica tutto. Questa forma di “innovazione”, una sorta di “distruzione creatrice”, ha una matrice nell’idea che si devono creare nuovi prodotti, portarli sul mercato e, in definitiva, che con la trasformazione e la vendita delle materie prime si è garantito il progresso. Il tutto ad un ritmo sempre più accelerato. Se vogliamo guardare l’innovazione da un altro lato, però, non dobbiamo accelerare. Dobbiamo fermarci e chiederci se lo scopo dell’esistenza umana è davvero vivere in una società dove ogni cosa può essere trasformata
di Achille Mbembe VITA #04
62
in merce e messa sul mercato. Dobbiamo chiederci, per esempio, se le scuole pubbliche, le chiese, le biblioteche e le altre istituzioni sociali devono essere sottoposte alla stessa logica disruptive. Quando parliamo di innovazione e, in particolare, di innovazione sociale non dobbiamo mai distogliere lo sguardo dal fine. Per questo non possiamo continuare a usare il linguaggio dei mercati e del business estendendo questo linguaggio ad ogni aspetto della vita umana. Il linguaggio dell’innovazione deve essere decolonizzato. Proprio a questo punto interviene l’Africa e ciò che vi sta accadendo. Se andiamo oltre il grande velo di ignoranza e di indifferenza internazionale che copre il Continente, che cosa vediamo? Vediamo che in Africa non c’è mai stata così tanta conoscenza. L’Africa sta attraversando una fase di silenziosa rivoluzione tecno-digitale. Tutto sta cambiando: giornalismo, transazioni, relazioni, commercio, scambi, tecnologia … Anche il paesaggio sonoro sta mutando, la musica sta emergendo attraverso un continuo remix di antico e di nuovo, l’arte si sta creando spazi sempre nuovi. Ma questa innovazione, che possiamo osservare in ogni ambito, non distrugge. Crea. Si serve di una sorta di collage che unisce pratiche creative
3. LO SPIRITO DEL CONTINENTE
vecchie e nuove al fine di generare contenuti utili in quasi tutti i settori della vita. In Africa una rivoluzione tecnologica sta prendendo forma, proprio in un momento in cui il Continente è sempre più percepito come l’ultima frontiera del capitalismo. L’Africa rimane l’ultimo territorio sulla terra che non è stato
L’Africa è l’ultimo territorio sulla terra che non è stato ancora interamente sottomesso al dominio del capitalismo ancora interamente sottomesso al dominio del capitalismo, è l’ultima depositaria di un vasto corpo di minerali non sfruttati, possiede un’enorme ricchezza, la sua biosfera è ancora più o meno intatta. L’Africa è l’unico luogo sulla terra dove le persone possono ancora venire e ricominciare da capo e dove il potenziale per l’uomo e le altre specie è ancora alto. Per questo dobbiamo parlare di innovazione, ma di un’innovazione creatrice e per questo dobbiamo parlarne dall’Africa. In Africa siamo sempre più
circondati da tutti i tipi di dispositivi e tecnologie onnipresenti come i telefoni cellulari. La connessione a Internet non è semplicemente una preoccupazione per la classe media, anche i poveri delle città vogliono essere connessi. Accanto al cibo, all’alloggio e all’accesso all’elettricità, la prima cosa che gli africani desiderano è un telefono cellulare e una connessione. Sempre più africani vengono proiettati da un regime temporale ad un altro, i confini ideali si stanno allargando e queste tendenze, così poco mappate e considerate, dovrebbero invece essere al centro delle nostre attenzioni. Perché interpretare queste trasformazioni in un modo o in un altro può fare la differenza. È il caso del primo esempio della rivoluzione afro-tecnologica in corso: il telefono cellulare in Africa non è semplicemente un oggetto d’uso, ma è diventato un magazzino portatile. Un moderno granaio come quelli che, specie nella regione saheliana, si trovano fuori dalle abitazioni. È un dispositivo cruciale che ha cambiato completamente il modo in cui la gente parla, il modo di agire, di scrivere, di comunicare, ricordare. È un’innovazione totale che investe il passato e il futuro e tocca tutti gli ambiti della nostra vita. Del proprio essere, un contenitore di vite che a sua
volta modella vite. L’impatto maggiore del telefono cellulare e delle tecnologie digitali è stato a livello dell’immaginario. Il fatto decisivo è il modo in cui l’intero arco immaginario delle società africane sta cambiando e sta spingendo le persone in una nuova temporalità. Parlerei di plasticità delle forme digitali, perché è questo che è davvero in gioco: una plasticità delle forme digitali che parla con forza alla plasticità delle culture africane. Queste culture stanno sposando le forme digitali con tale entusiasmo e con tale naturalezza che non possiamo che constatare come proprio il digitale stia accelerando potentemente qualcosa che è già nella loro memoria culturale e che precede l’avvento delle tecnologie stesse. Le nuove tecnologie digitali parlano ancora agli antichi modi africani di “lavorare con la rappresentazione”, di “lavorare con la mediazione” e di “piegare la realtà attraverso gli oggetti e le forze”. Ed è a questo livello che l’Africa può articolare un discorso potente sull’innovazione. Ma per capirlo, dobbiamo prestare seriamente attenzione alle memorie culturali storiche di queste società. Perché sto dicendo questo? Perché le culture africane precoloniali erano ossessionate da un certo numero questioni fondamentali che hanno a che fare con il rapporto tra mezzi e fini. Le culture precoloniali erano ossessionate dall’interrogazione sui confini della vita e in questo senso il tempo degli oggetti non era come il tempo degli esseri umani, perché gli oggetti, contrariamente alle tradizioni occidentali tradizionali non erano affatto visti come entità statiche, piuttosto erano intesi come esseri viventi flessibili dotati di proprietà originali. Le antiche culture credevano che gli oggetti avessero una capacità autonoma di intervenire sulla realtà e, di conseguenza, se si voleva vivere bene, se si voleva innovare non si doveva soggiogare l’oggetto alla volontà umana. L’innovazione, in Africa, si è sempre basata sulla capacità di negoziare con gli oggetti per entrare in relazione.
filosofo camerunese, è considerato uno dei più importanti teorici del post-colonialismo viventi. Si occupa di storia africana, politica africana e scienze sociali. Il suo ultimo libro, edito da Laterza, è Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia
63
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
na caratteristica fondamentale delle tradizioni creative africane è la continuità — non necessariamente in forme identiche, che si tradurrebbero in mera ripetizione e sterilità, bensì una continuità che segnala l’opera d’arte come prodotto di un ambiente e di una cultura specifica. La continuità è responsabilità tradizionale dei griot. I griot sono dei cantori tradizionali, dei narratori epici, degli intagliatori e degli autori di pitture murali, e sono al centro dell’estetica africana. Ancora una volta, è bene specificare che non si tratta di una peculiarità degli yoruba o dei bambara tanto per capirci. È un marchio che contraddistingue le grandi opere dello spirito umano. Le arti concepiscono il fenomeno stesso dell’esistenza mortale come prodotto della continuità, e rispondono all’inconscia sensazione di essere in debito nei confronti della storia — una risposta che assume forme grafiche negli adattamenti più contemporanei realizzati dagli epigoni di quelle antiche tradizioni artistiche: i murales di José Clemente Orozco e Diego Rivera, le tele di Romare Bearden o le silografie e dell’afroamericano Jacob Lawrence, così come le raffigurazioni cristiane con motivi decorativi ispirati agli Orisa dello yoruba Lamidi Fakeye, che mostrano un legame diretto di continuità con il suo totemico Oduduwa, che è il progenitore degli yoruba, di Ile-Ife. Tutto ciò travalica i confini generazionali, come dimostrano l’incisiva riproduzione in forma pittorica dell’Ogbon realizzata da Demas Nwoko e le opere di Tola Wewe, Nike Davies-Okundaye, Muraina Oyelami, Uche Okeke, Bruce Onobrakpeya, tutti artisti nigeriani; o El Anatsui, nativo del Ghana; e, spostandoci dalla Nigeria verso est, Skunder Boghossian in Etiopia, Malangatana Ngwenya del Mozambico, Agnes Nyanhongo dello Zimbabwe e altri cento, nei cui contenuti, ora audaci ora raffinati e discreti, ciò che si coglie è la continuità, l’arte di testimoniare una tradizione — ma escogitando e sfruttando nuovi linguaggi espressivi. Anche la musica rientra in questo modello, che si tratti degli inquietanti blues di Billie Holiday o della pulsante cantilena del cantore wolof che suscita sovente quella medesima solenne e intensa nostalgia che ritroviamo nel fado portoghese. Sarà forse questa la ragione che spinse i portoghesi a legarsi in modo ancor più negativo alla “patria” africana, e a sviluppare quella politica dell’assimilado che offuscò le loro facoltà di discernimento politico? La loro identificazione con una cultura straniera e vittima di occupazione era stupefacente, più radicata perfino di quella
U
che caratterizzò il colonialismo di insediamento francese, alle origini del fenomeno sociopolitico rappresentato dalle signares senegalesi. In questo ginepraio di sensibilità, l’artista contemporaneo si scopre erede di retaggi contraddittori, adattabili e perfino complementari. Il patrimonio creativo e intellettuale del mondo costituisce una biblioteca immortale contro la quale i filistei — e in particolare i fanatici religiosi locali — possono soltanto inveire lasciandosi dietro meschine tracce di distruzione, inconsapevoli della tara fondamentale che li accomuna agli imperialisti del passato: una concezione delle relazioni fondata su una mancanza di rispetto egualitario per le norme culturali. Malgrado questi esordi meschini, le testimonianze rimangono sacre, comprese quelle più negative, quali i fortini degli schiavi del Ghana, l’isola di Gorée, le case d’asta della costa swahili, o quei monumenti che, pur ergendosi con orgogliosa magnificenza, commemorano in realtà atti di crudeltà umana, lavoro forzato, la megalomania dei governanti. Talvolta, per noi le splendide ed elaborate decorazioni interne degli ambienti comunicano in modo
L’obiettivo principale dell’arte è, inoltre, quello di trasformare incessantemente se stessa e le sue modalità di espressione e di rappresentazione. Ciò che affascina dell’arte è il suo carattere camaleontico esplicito vicende di tortura e sacrifici umani — sono gli archivi dei trionfi e delle crudeltà dell’uomo, che recano tutti la stessa, incancellabile titolatura: verità. Verità che non sono suscettibili di revisione, men che meno nel presente. Dunque l’obiettivo dell’arte è — tra gli altri — la rivelazione. Rivelazione anche di ciò che non è! Altra questione è se tale rivelazione conduca o meno alla trasformazione della società. L’obiettivo principale dell’arte è, inoltre, quello di trasformare incessantemente se stessa e le sue modalità di espressione e di rappresentazione. Ciò che affascina nella natura dell’arte è il suo carattere camaleontico e proteiforme. Per molti giovani cineasti, ahimè, il cinema non è che un giocattolo nuovo, una scintillante passerella verso la fama. Dovremmo far loro comprendere che il cinema obbedisce alle stesse leggi a cui sono soggetti lo scrittore, il pittore, il musicista, lo scultore e perché no l’architetto. Il caleidoscopio sarà anche un giocattolo, d’accordo: ma può essere una fonte di rivelazione.
ESTETICA
drammaturgo, poeta, scrittore nigeriano. Premio Nobel per la Letteratura nel 1986
di Wole Soynka VITA #04
64
3. LO SPIRITO DEL CONTINENTE
ivere tra due culture ci permette di vedere le cose con occhi diversi. Ci aiuta a capire che cosa intendiamo quando parliamo di radici. Il tema delle radici è ambivalente, ma è anche molto fertile se preso dal verso giusto. Per chi viene dall’Africa, vive altrove, e da quell’altrove ritorna a pensare e guardare l’Africa quello delle radici è quasi sempre un tema di radici recise. Ma considerare solo questo aspetto non fa vedere l’altro lato della questione. Non fa vedere il lato della libertà. Penso al luogo in cui sono nata. Vengo dalla Somalia, un Paese la cui cultura è fortemente legata al tema delle radici intese come matrice di libertà: le radici generano libertà solo se sono alimentate dalla libertà. La popolazione della Somalia è sempre stata nomade. Nomade nella cultura e nell’anima. Che cosa sono, allora, le radici per una cultura nomade? Le radici, per un nomade, sono l’incontro, l’ascolto, la relazione. Non ciò che inchioda a un modo di fare, di pensare o di agire. Le radici per un africano sono il parlare, il mediare, il negoziare. Queste forme di buon radicamento in un cultura aperta fa parte della grande tradizione africana e sono state messe in discussione dalle guerre fratricide degli ultimi decenni. Può sembrare un paradosso, perché il termine radice viene quasi sempre associato alla sedentarietà. Ma in Africa non è così: le radici assumono una dimensione particolare, orizzontale più che verticale. In somalo, d’altronde, la parola “radice” ha due significati. Il primo, ovviamente, è quello botanico. Il secondo significato, invece, è proprio
V
quello di “legame”. Per capire la natura di questo legame dobbiamo, però, guardare là dove nessuno si aspetterebbe di trovare la sua generatività. Torniamo all’esempio della cultura somala e pensiamo alla questione del matrimonio esogamico. Il matrimonio esogamico istituisce un legame non sanguineo e una parentela acquisita attraverso le mogli. Per secoli è stata questa forma di radicamento aperto a garantire apertura e cultura alla società che lo praticava. Che cosa c’entra, questo, con il tema delle radici? C’entra perché attraverso questi matrimoni, tra due clan contendenti si stabiliva una sorta di terzo principio capace di disinnescare
Le radici non muoiono mai perché vengono tagliate, possono infatti germinare altrove. Muoiono quando si sedentarizzano il conflitto. Uno più uno dà tre: questo terzo incluso è la radice. Questo terzo principio era la radice. Una radice nuova, non innestata né nel sangue, né sul suolo. La componente femminile serviva per ammortizzare il conflitto. Questo era uno degli strumenti fondamentali per la convivenza tra gruppi. Una radice di apertura, non di chiusura. Di mediazione e non di guerra. Per tradizione si favorivano questi matrimoni ma, oggi, le cose sono cambiate. In Somalia, come altrove, le radici nomadi, le radici mobili e orizzontali sono state bloccate. Si concepisce la radice come
RADICI
di Kaha Mohamed Aden 65
attaccamento al proprio clan. Un attaccamento senza aperture e, di conseguenza, pieno di conflitti. Un cattivo radicamento. Dal 1991 la Somalia è stata teatro di un terribile conflitto fratricida. Il sapere tradizionale, che veniva incarnato nel matrimonio esogamico, è stato spezzato. Questo tipo di matrimonio, oggi, è disincentivato socialmente. La gente si sposa all’interno dello stesso clan, ha smesso di guardare le stelle e ripiega sul suolo e sul sangue. Queste non sono radici, sono catene. Nel contrasto tra queste due concezioni, quella nomade e aperta e quella sedentaria e ristretta, lo sguardo da fuori, da parte di intellettuali che hanno lasciato il Paese e il Continente, diventa fondamentale. Innanzitutto perché interroga sulle radici spezzate. Ma, in secondo luogo, al di là del fatto biografico, riattiva una memoria e un racconto corali che in loco non ci sono più. “C’è un’altra radice”, ricorda questo sguardo: è la libertà. Le radici non muoiono perché vengono tagliate — possono infatti germinare altrove, produrre altre e sempre nuove fioriture — ma quanto si sedentarizzano e si chiudono. Per questa ragione alla metafora della pianta, dovremmo sostituire quella del cielo. Le stelle che cosa sono, infatti, se non radici? Sono radici che ci guidano fuori dalle nostre chiusure, ci guidano a incontrarci, a mediare, a relazionarci. Queste radici sono tipiche della cultura africana e della cultura nomade. Solo quando ha introiettato una logica del confine questa cultura ha cominciato a trasformarsi in cultura belligerante. Tornare alle radici, guardare il cielo, è la via d’uscita da tutta questa violenza. Ed è un insegnamento per l’umano.
nata a Mogadiscio, a vent’anni ha lasciato la sua città natale in seguito alla persecuzione politica contro la sua famiglia. Si occupa di intercultura e mediazione culturale
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
molto importante capire che la “fede” non è un’invenzione europea. Uno dei più grandi errori che i primi missionari hanno fatto è stato supporre che gli africani non avessero fede e che a loro (gli europei) spettasse il compito di portarla in Africa. La fede, inoltre, non è nemmeno un monopolio del Cristianesimo. Molto prima che i missionari arrivassero nel Continente, gli africani avevano una coscienza religiosa sviluppata e profonda. Possedevano modelli di credenze, riti e culto.
È
Ciò che i missionari hanno portato è stata la fede cristiana. Oggi, la situazione si è capovolta. In Europa c’è una certa riluttanza e persino imbarazzo a pronunciare la parola fede. In Africa la situazione è diversa: la dimensione spirituale continua ad essere fondamentale e costitutiva della coscienza africana. Essere è credere, vivere è avere fede. È un fatto basilare e centrale. Come africani, per noi la fede non è motivo di imbarazzo più di quanto lo sia il fatto di esistere. Gli africani sono abbastanza a loro agio nell’esprimere la loro fede, ma questo
non significa che non mettano in discussione certi aspetti di come questa fede viene praticata nelle varie tradizioni religiose. Lo fanno. Discutono, parlano, criticano. Esiste infatti una distinzione tra “performance patologica” e “pratica profetica”. La prima è una distorsione della fede e della religione, la seconda è una manifestazione positiva della fede e della religione nell’interesse del bene comune, che ha come fine la fioritura della persona umana. Entrambe le dimensioni sono presenti nel Cristianesimo africano e in altre religioni. Le tradizioni africane sono un dono spirituale per l’umanità. Riconoscerlo significa fare passi avanti in un processo costante e continuo di riscoperta dell’essenza dell’umanità e del valore della comunità. Anziché fissarsi su dottrine e dogmi, leggi e precetti, come a volte facciamo nel cattolicesimo, le tradizioni africane di spiritualità enfatizzano la persona umana e la comunità umana come ambiente per esprimere la fede. In questo ambiente di fede possiamo lottare per la fioritura umana, l’armonia e la dignità. Il mondo intero ha bisogno dell’Africa, perché ha bisogno di questo tipo di approccio alla vita di fede e alla vita in generale. Questo vale a maggior ragione per la
fede cristiana. Il progresso della fede cristiana non è faccenda di chi vince o chi perde. Anche quando la fede prospera nel Sud globale e diminuisce nel Nord globale, questo fenomeno accresce solo la responsabilità del primo per la sopravvivenza e la continuità della fede cristiana nel secondo. Viviamo in un ecosistema relazionale: l’Africa ci insegna questo. Proprio come l’Europa ha diffuso il Vangelo fino alle estremità della terra, così l’Africa è chiamata e sfidata a diventare portatrice del Vangelo fino alle estremità della terra. La Chiesa, d’altronde, è sempre stata intesa come una comunità globale, diversa e inclusiva. Gli evangelisti erano molto chiari sul fatto che la Buona Novella non doveva essere contenuta o confinata nelle pianure della Palestina. Il mandato del Vangelo è animato da una visione globale. In questo senso, nella sua sfida globale, Papa Francesco non sta facendo qualcosa di nuovo. Il Papa sta semplicemente adempiendo al mandato evangelico che prevede la Chiesa come una comunità globale, diversa e inclusiva. Nella nostra epoca, la comunità dei credenti non è più una realtà monolitica con un centro che cresce o si riduce. È una comunità di comunità.
In Africa la situazione è diversa: la dimensione spirituale continua ad essere fondamentale e costitutiva della coscienza africana. Essere è credere, vivere è avere fede. È un fatto basilare e centrale. Come africani, per noi la fede non è motivo di imbarazzo più di quanto lo sia il fatto di esistere di Agbonkhianmeghe Orobator VITA #04
66
FEDE
3. LO SPIRITO DEL CONTINENTE
L’errore è stato che per molti secoli la Chiesa ha ristretto la sua attenzione e localizzato la sua visione in un piccolo centro. Questo errore è ciò che chiamerei un’ecclesiologia eurocentrica. Uscire da questo stampo ristretto è proprio quello che sta facendo Papa Francesco. Vediamo esempi della visione ecclesiale globale, diversa e inclusiva del Papa nelle sue destinazioni di viaggio, la sua nomina di funzionari ecclesiastici provenienti dalle frontiere esistenziali e dai margini geografici e i suoi insegnamenti sulla Chiesa come una comunità che va avanti per servire l’umanità come un ospedale da campo. Proprio in questa visione c’è un legame forte con l’Africa. Lo possiamo rintracciare in una parola chiave della visione del mondo africana: ubuntu. Ubuntu è il senso profondo dell’essere umani solo attraverso l’umanità degli altri. Se realizzeremo qualcosa al mondo sarà grazie al lavoro e alla realizzazione con gli altri, grazie alla cooperazione fraterna. Ubuntu, infatti, è un sinonimo di fraternità. Quando Papa Francesco elabora la sua visione e la nozione di fraternità è in sincronia e armonia con la visione antropologica e filosofica e di fede del mondo dell’ubuntu. Praticamente
tutto ciò che Papa Francesco afferma sulla fraternità, l’amicizia sociale e il significato fondamentale di “popolo” si allinea con il modo in cui l’ubuntu e la fede sono comprese da una prospettiva africana. Nella visione di fede dell’ubuntu, le persone non sono monadi; la relazionalità, l’amicizia e il dialogo definiscono l’umanità. Esistere è essere in relazioni che umanizzano, danno dignità e amplificano la comunità delle persone e il loro ambiente. Insieme a queste ci sono le qualità della compassione, della solidarietà e della mutualità. Questo messaggio di fraternità è anche al centro di una rinnovata visione di leadership spirituale. Una leadership improntata alla fede. L’Africa, con la sua dimensione di fede, è modello anche in questo. La leadership conta, specialmente in tempi critici come i nostri. Questa pandemia ha rivelato una profonda e preoccupante crisi di leadership in tutto il mondo. Con pochissime eccezioni, abbiamo visto come molti leader sono venuti meno alle loro responsabilità. Nel mezzo di questo fallimento di massa della leadership, Papa Francesco mostra un modello diverso. Il modello di leadership del Papa dimostra che il ruolo primario di
un leader è quello di essere vicino alla gente, specialmente a coloro che sono deboli, vulnerabili, poveri ed emarginati, e di portare loro consolazione. Un leader è colui che può riconoscere e celebrare la bontà insita nelle persone; che può raggiungere il profondo serbatoio della fede, della speranza e dell’amore, e creare mezzi per sostenere l’umanità in un momento di crisi. Durante una crisi, un leader si sforza di costruire ponti e riunire le persone e di creare un ambiente favorevole all’innovazione, al cambiamento e alla conversione. Un leader dà la priorità alla solidarietà e alla compassione rispetto alla ricerca egoistica dell’interesse personale e al populismo a buon mercato. Ecco perché quando i leader sono all’altezza delle loro solenni responsabilità e impegni, possono fare la differenza tra luce e tenebre, speranza e disperazione, vita e morte per le persone che hanno il privilegio di servire e proteggere. Papa Francesco incarna questa cultura e questo modello di leadership. La fede è il sostrato del mondo che verrà e l’Africa, in questa fede che si rinnova nell’esistere fraterno e si declina in una leadership spirituale inclusiva, ha davvero molto da insegnare a tutti quanti.
gesuita, è responsabile della Compagnia di Gesù per tutta l’Africa. Già rettore dell’Hekima University College di Nairobi, considerato uno dei teologi più brillanti a livello internazionale, è membro del Boards of Directors della Georgetown University di Washington. Il suo ultimo libro è Confessioni di un animista. Fede e religione in Africa (Emi, 2019)
67
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
l migrante africano è un migrante forzato. L’africano per indole non è un avventuriero che parte per il gusto di partire alla ceca, ma negli ultimi 500 anni lo ha fatto per quei motivi che spingono l’umanità a cercare una vita migliore, a causa di forze avverse che vanno dalla schiavitù, al colonialismo, alle guerre, alle carestie, al neocolonialismo, alle dittature, alle crisi economiche. Come possono quei governi permettersi il lusso di minimizzare le atrocità commesse da questo o altro regime? Dovrebbero chiederlo alle mamme che non vedono i propri figli finiti nei gulag del regime eritreo da 15-20 anni “desaparecidos”, chiederlo alle migliaia di giovani che sono stati torturati, umiliati, alle ragazze rese schiave del sesso al servizio di uomini corrotti al potere. Chiederlo ai tanti ragazzi, resi invalidi dalle torture subite, dalle fucilate ricevute. I giovani africani non sono migranti economici, sono migranti forzati perché la povertà nel continente è conseguenza di scelte politiche di regimi dispotici. E questo in Eritrea, lo ha fatto rilevare di recente anche l’ambasciatore dell’Ue, Christian Manahal, il quale, pur non sottovalutando le motivazioni economiche, ha precisato che questo esodo è dovuto al servizio militare che costringe uomini e donne sotto le armi per un tempo infinito. Tradotto in termini più concreti: dall’età di 18 anni ad almeno 55, a volte 60 anni. Ecco il punto: attraverso il cosiddetto “servizio nazionale”, il regime ruba la vita intera ai suoi giovani. Ed ha massacrato l’economia, facendo dell’Eritrea uno dei Paesi più poveri del pianeta. Per motivazioni politiche. Non economiche. Oggi si aggiunge il conflitto iniziato a novembre 2020 nel nord dell’Etiopia. Le notizie arrivate finora si devono alle testimonianze dei profughi, ai rapporti di istituzioni internazionali come l’Unhcr e la Croce Rossa o di coraggiosi operatori di ong che sono riusciti a mantenere alcuni contatti, alle relazioni/appello di alcuni religiosi, come in particolare il vescovo di Adigrat. Tutte concordano che si sta combattendo una guerra di distruzione totale, i dati che abbiamo a disposizione ci parlano di un numero enorme di vittime nell’ordine di migliaia e migliaia, in buona parte tra la popolazione civile, con almeno 65mila profughi costretti a fuggire in Sudan. A questi numeri si aggiungono i circa 3 milioni di persone che sono ridotte alla fame e ancora le rappresaglie
I
indiscriminate con l’uccisione immotivata soprattutto di giovani, stragi di massa come quella ampiamente documentata dal recente rapporto di Amnesty International ad Axum. L’Europa e l’Occidente sanno bene tutto questo. Lo sanno ma non intervengono. E spesso questi mancati interventi sono giustificati con la “necessità di non ingerenza”. Eppure non ci si pongono problemi di “non ingerenza” quando, in nome di una assurda, inaccettabile realpolitik, vengono aiutati, direttamente o di fatto, gli stessi dittatori che opprimono e costringono il loro popolo a fuggire. Aiutati contro il loro stesso popolo, contro gli uomini e le donne a cui è negata ogni forma di libertà, ogni prospettiva di futuro, spesso la vita. Quale può essere allora la soluzione? Intervenire anche a costo di provocare una nuova guerra? No. La chiave è un cambio radicale della politica condotta dai “potenti della terra” nei confronti degli “ultimi della terra”, come ha più volte ammonito anche papa Francesco il quale, fin dal suo discorso di insediamento, ha parlato della
I giovani africani non si possono catalogare come migranti economici, sono migranti forzati perché la povertà nel continente è conseguenza di scelte politiche di regimi dispotici e della realpolitik occidentale necessità di “andare verso le periferie” e non certamente per caso ha scelto per il suo primo viaggio pastorale la piccola isola di Lampedusa, la “porta d’Europa” in mezzo al Mediterraneo per migliaia e migliaia di disperati in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente. Ci vuole tempo? Certo che ci vuole tempo: nessuno si illude del contrario. Ci vogliono tempo e fatica. Ma si possono mandare segnali importanti da subito. Da oggi stesso. Segnali che indichino una vera inversione di tendenza, rilancino la speranza e comincino a risolvere la tragedia dei profughi, che è la spia più evidente della crisi attuale dei diritti umani. Habeshia, l’agenzia che presiedo, ha più volte indicato questa strada all’Unione europea. Ecco cosa si cela alle spalle di ogni migrante africano che lascia il continente carico di speranza, fiducioso del diritto, pensando di essersi liberato della disperazione. Il diritto dei più vulnerabili e deboli non è affatto un diritto debole.
MIGRANTE
sacerdote eritreo, nominato nel 2015 per il Nobel per la Pace. È conosciuto nel mondo come “l’angelo dei profughi” per essere un punto di riferimento per migliaia di rifugiati eritrei nel mondo
di Mussie Zerai VITA #04
68
3. LO SPIRITO DEL CONTINENTE
ono originario di Thiès, capoluogo della regione omonima in Senegal. Sono cresciuto lì e poi mi sono trasferito a Dakar per studiare matematica all’università. Così dal 1997 fino al 2009 ho insegnato questa materia nelle scuole superiori. Ma non mi bastava. Sapevo che volevo qualcosa, non mi era ancora chiaro cosa. Nel 2010 sono venuto in Italia, a Milano. Lì viveva mio fratello, io avevo 35 anni. E per mantenermi ho fatto diversi lavori, tra i tanti anche il portiere in una residenza universitaria. Durante gli anni in Italia, appena potevo, viaggiavo alla scoperta di altri Paesi europei. Ho iniziato a interessarmi al public speaking, alla comunicazione, alla progettazione di brand. In Italia sono stato bene, poi però mia madre è morta e io non sono riuscito a partecipare al suo funerale e ho capito che la ricerca dei mezzi per vivere non può togliere le ragioni per cui vivi. L’Italia l’ho amata e ancora la amo molto, ma era solo un mezzo, le ragioni per cui vivo sono in Senegal. Ci ho messo un po’ per pianificare il mio ritorno, nel 2015 sono ripartito verso casa, ma già da due anni prima, nel 2013, ho iniziato con altri due amici a studiare per creare “Senita Food”, che ha sede a Thiès. Questa nostra prima impresa oggi è attiva nel commercio, nell’importazione e nella fornitura di prodotti food, in modo particolare lavoriamo con il settore Horeca (Hotel, Ristorante, Caffetteria) per la distribuzione di macchine da caffè espresso e capsule compatibili, la distribuzione di filtri per l’acqua e in modo particolare produciamo semilavorati per la panificazione
S
e la pasticceria. Abbiamo pensato questo tipo di servizio perché il Senegal è un Paese molto turistico e pieno di hotel, ristorati, alberghi. Certo se non avessi passato diversi anni in Italia non avrei mai potuto aprire un’azienda che si occupa di food. One West, la mia seconda azienda, invece è nata nel 2018, è un’impresa che offre programmi di supporto, coaching e formazione nello sviluppo personale, nella leadership e nell’imprenditorialità. Accompagniamo aziende, associazioni, scuole e individui nel loro processo di evoluzione e trasformazione offrendo workshop, conferenze e programmi di supporto personalizzati. Il nostro obiettivo
Se pensi «in che modo la mia idea può migliorare anche la vita della comunità?», allora quella è la strada giusta è quello di aiutare a liberare il vero potenziale delle persone. One West ha avuto un successo che davvero non mi aspettavo, le nostre consulenze sono richieste in ogni parte del Paese: da piccole aziende a grandi ong, da enti pubblici fino alle multinazionali. Credo che One West abbia risposto a un bisogno, ma anche ad un desiderio, di vedere le aziende crescere, svilupparsi, migliorarsi. L’Africa è un continente che ha immense terre non sfruttate da coltivare, fiumi, un clima favorevole — certo ci sono anche zone desertiche — ma è ricco di risorse, ricco di energia. La più importante? I giovani. Entro il 2050 la popolazione
del continente africano sarà la più grande e la più giovane del mondo. La popolazione potrebbe arrivare a 2,5 miliardi di persone, la metà al di sotto dei 25 anni. Questo significa che l’Africa può sperimentare, offrire più opportunità degli altri continenti, fare affari, aprire nuove imprese. Certo dobbiamo sviluppare infrastrutture. Ma se hai una buona idea di business e la pianifichi in ogni piccolo dettaglio e mentre la organizzi pensi «in che modo la mia idea può migliorare anche la vita della comunità?», allora quella è la strada giusta. La cosa più importante è la formazione, per questo ho creato One West, i giovani devono imparare a scrivere i progetti, a mettere a sistema le idee, a trovare le risorse per svilupparle e saper creare sinergie e collaborazioni. Per un’azienda africana lavorare con le aziende europee è molto importante. Senita Food, ad esempio, è nata da un know how italiano e tutt’ora collaboriamo con l’azienda italiana Melfel che si occupa appunto di prodotti per la panificazione e la pasticceria. In Italia poi c’è una comunità senegalese molto grande e questo tipo di relazioni lavorative potrebbero giovare ad entrambi i Paesi. Ai giovani ragazzi africani dico di avere pazienza, quando si investe qui ci vuole il doppio del tempo per avere un ritorno su quell’investimento, ma quando arriva a moltiplicarsi è anche la gratificazione: guadagni tu, crei nuovi posti di lavoro, fai crescere il Pil del tuo Paese. Io per adesso mi concentro su queste due aziende, però sono un “entrepreneur seriale”, chissà che tra un po’ non decida si aprire un’altra impresa…
BUSINESS
di Karounga Camara 69
48 anni, è un imprenditore senegalese. È amministratore delegato dell’azienda Sanita Food, attiva nel commercio, nell’importazione e nella fornitura di servizi e prodotti food, e della società di consulenza One West
aprile 2021
LA PAROLA ALL’AFRICA
viluppo è ciò che potremmo chiamare una parola-baule: dentro ci sta tutto e il contrario di tutto. Dopo l’indipendenza, i Paesi africani avevano un diritto all’autodeterminazione che via via hanno smarrito. Invece di parlare di senegalesi, ivoriani, nigeriani oggi discutiamo di Paesi sottosviluppati. Lo sviluppo, infatti, quando è assunto come un assoluto, prelude a un giudizio sull’altro accusato di non essersi sviluppato abbastanza. Attraverso l’assolutizzazione dell’idea di sviluppo la realtà viene rinchiusa in criteri economici che non toccano minimamente altre dimensioni dell’esistenza umana e della vita sociale. Questo riduzionismo ha prodotto una vera e propria visione del mondo e in Africa molti hanno introiettato l’idea di abitare davvero in sacche di sottosviluppo. Così facendo hanno introiettato una visione del mondo occidentale e, in particolare, americana. Una visione figlia del Ventesimo secolo. Beninteso, questo non significa che non si debbano combattere la fame o la miseria, che non si debba rispondere alle esigenze economiche e ai bisogni reali della popolazione. Al contrario, affermare questo significa cercare di capire davvero cosa sta alla base di quelle esigenze. L’Occidente ha sempre cercato di mettere ogni storia nel solco della propria storia. Le società che fuoriescono dalla sua organizzazione sociale vengono dunque tacciate di “sottosviluppo”. Sono società considerate senza storia. Ogni differenza è negata e si stabiliscono gerarchie per somiglianza: più si somiglia al modello occidentale di sviluppo, più si è considerati degni di attenzione. La dignità diventa una forma di omologazione. Inutile negarlo: il dispositivo funziona. Gli altri esistono se si rendono simili a
S
Attraverso l’assolutizzazione dell’idea di sviluppo la realtà viene rinchiusa in criteri economici che non toccano minimamente altre dimensioni dell’esistenza umana e della vita sociale. Questo riduzionismo ha prodotto una visione del mondo e in Africa molti hanno introiettato l’idea di abitare davvero in sacche di sottosviluppo noi e, in base al loro grado di somiglianza, sono inclusi o esclusi dalle narrazioni dominanti. Paesi sviluppati e Paesi sottosviluppati. Nel mezzo c’è solo il purgatorio dei Paesi catalogati come in via di sviluppo. È difficile contestare questo schema, poiché la dinamica dello “sviluppo” riesce nell’impresa di presentarsi come una parola d’ordine che riassume le aspirazioni virtuose degli individui. Quello di sviluppo è un modello occidentale sorto nel XX secolo che risponde a bisogni
di Felwine Sarr VITA #04
70
3. LO SPIRITO DEL CONTINENTE
specifici, non a tutti i bisogni. È un modello utile in certi casi ma non può diventare un fine in sé, applicabile ovunque e comunque nel mondo. Tutti i gruppi umani dall’alba dei tempi hanno trovato forme per soddisfare i propri bisogni, anche senza rivolgersi all’idea di sviluppo. Il concetto di sviluppo è diventato ideologico. Per questo motivo deve essere criticato senza sosta. La declinazione ideologica del termine sviluppo lo ha trasformato in una vera e propria trappola per l’Africa: tutto ciò che non rientra nei suoi criteri di misurazione finisce in un cono d’ombra e diventa invisibile. In Africa, ad esempio, ci sono economie di tipo relazionale che sfuggono alle misurazioni econometriche e statistiche. Anche i sistemi mutualistici informali non vengono fotografati da queste metriche. Che cosa dire, poi, dell’economia informale? Il 70% del reddito e della ricchezza del Continente è generato da scambi di questo tipo. Scambi che hanno un grande significato sociale e relazionale, ma che qualifichiamo come “informali” solo in opposizione all’economia formale, ossia in base a un criterio di tassazione e di misurazione meramente economici e
occidentali. Le società si costruiscono anche nel loro immaginario. Se non si sanno immaginare, partendo dalle proprie radici, difficilmente potranno costruirsi in maniera libera e autonoma. L’Africa non ha bisogno di imitare nessuno. L’Africa non deve rincorrere nessuno. L’Africa deve uscire dalla trappola del pessimismo e da quella, concorrente, dell’ottimismo a buon mercato. Dobbiamo però anche cambiare il nostro sguardo e smettere di porre le nazioni su una scala per compararle servendoci di criteri omologanti e sbagliati. Ogni Paese, oggi spinto ad assomigliare agli altri, deve invece guardare la propria realtà, le proprie potenzialità, riferirsi alla propria storia, alla propria geografia, alle proprie tradizioni sociali e attualizzare. Il comparatismo è una forma di miopia, che azzera le differenze e le potenzialità di un popolo. Popolo che, al contrario, può realizzare le proprie potenzialità solo se lavora su se stesso, senza inseguire modelli astratti o estranei alla sua storia come quello dello sviluppo. Anziché discutere su come “far emergere” le economie africane,
indirizzandole verso lo “sviluppo”, dovremmo chiederci: su cosa si basano? Quali dinamiche possiamo sfruttare per renderle esponenziali? Dove risiede la forza di questo movimento economico, spontaneo e autoprodotto negli africani? Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di smettere di pensare che tutto ciò che è prodotto al di fuori dell’economia formale non ha valore e non crea ricchezza. Questa economia “informale” si basa sulle relazioni ed è fondata su rapporti autentici tra individui e comunità. Si tratta di una relazione economica forte e importante, perché l’economia è prima di tutto un legame sociale tra gli individui. Legame di mutualismo e reciprocità, non di mera competizione. Non includere queste pratiche “informali”, “sottosviluppate” nel nostro modo di valutare l’economia è un grave errore. La realtà, specialmente la realtà africana, va oltre le categorie dell’economia classica. L’Africa deve reclamare la capacità di dare un nome ai propri progetti di vita. Non dobbiamo più parlare di sviluppo, ma di relazioni, reciprocità, benessere. Si tratta di andare verso una dimensione integrale dell’uomo, una sua valorizzazione in tutte le sue dimensioni, non nella sola direzione dello “sviluppo” economico e formale. Come scrivo nel mio Afrotopia (Edizioni dell’Asino, 2018), far leva sul concetto di “sviluppo” è un tentativo occidentale di estendere la propria visione del mondo… su tutto il mondo. Un tentativo condotto attraverso la disseminazione di miti, concetti e narrazioni. Da questo tentativo, però, resta esclusa la vita, poiché la vita non si misura, è un’esperienza e non una performance. Dobbiamo allontanarci dal sentiero stretto del concetto di “sviluppo” e iniziare a pensare largo. Pensare largo, ovvero concepire la vita, ciò che è vivibile, ciò che è possibile in modo diverso da un modello di quantità e di avidità.
sociologo ed economista, è uno dei più attivi intellettuali contemporanei africani. È co-direttore dal 2017 degli Ateliers de la Pensée di Dakar e Saint-Louis. Il suo ultimo libro è Afrotopia (Edizioni dell’Asino, 2018)
71
aprile 2021
Accaduto appena ieri
Cari ministri, “liberate” i 200 milioni per l’impresa sociale Per far partire il nuovo pacchetto “Italia Economia Sociale”, mancano solo le firme dei tre dicasteri competenti. Perché aspettare?
C
ne che speriamo sia superato nella nuova versione», conferma Vanni. In effetti si tratta della prima misura di sostegno alle imi sono circa 200 milioni di euro, che potrebbero prese sociali messa a punto dal ministero dello Sviluppo econocostituire un importante volano per l’imprendimico, un segnale “culturale” da non sottovalutare. toria sociale in un momento cruciale, in attesa di «La revisione della misura, se effettivamente andrà nella giuessere definitivamente sbloccati. Negli ultimi sta direzione, potrebbe essere valorizzata anche nella promomesi infatti il Mise, dopo una serie di confronti zione di filiere produttive di imprese sociali, penso per esempio con i soggetti interessati, ha messo mano alla revisione del proal comparto del riuso e dell’economia circolare, a forte ricadugramma “Italia Economia Sociale”, un pacchetto di incentivi fita economica ed occupazionale ed estremamente coerente con nalizzato alla nascita e alla crescita di imprese che operano per i principi di sostenibilità e impatto richiesti dal Pnrr», sottoliobiettivi di utilità sociale e di interesse generale. nea Granata. La prima versione del programma (decreto del MiPer dare disco verde alla nuova misura però mancase del 3 luglio 2015, divenuto operativo nel novemno ancora alcuni passaggi. Il decreto istitutivo, coEleonora Vanni bre del 2017), pur avendo intercettato e finanziame detto, è del Mise. E lo stesso Mise ha di fatto (Legacoopsociali): to, per quasi 45 milioni di investimenti attivati (su riscritto il provvedimento. La revisione necessi«La “vecchia” misura 223 disponibili), iniziative di grande valore sia sul ta tuttavia di un ulteriore decreto firmato di conaveva limiti strutturali. piano strettamente imprenditoriale sia su quello certo con gli altri due ministeri competenti: il Mef Confidiamo nella dell’impatto sociale, rischiava di finire in un vie il ministero del Lavoro. Sarà quindi compito annuova versione» colo cieco, anche a causa di procedure attuative da che del dicastero del ministro Andrea Orlando, virivedere. Ora però il quadro normativo è cambiato. ste anche le prerogative del ministero del Lavoro in «E non poco: le modifiche apportate e in via di perfemateria di Terzo settore, spingere sull’acceleratore e dazionamento, dall’incremento del fondo perduto all’aperture il via libera al perfezionamento dell’iter di revisione norra rispetto ai progetti di rete, anche in una logica di distretto mativa. Ma vediamo dunque in sintesi le novità del nuovo “Itadiffuso, possono davvero trasformare l’incentivo in uno strulia Economia Sociale”. mento in grado di dare un importante contributo alla crescita delle realtà di economia sociale del nostro Paese», spiega a ViAmpliamento dei destinatari. Oltre alle imprese sociata Vincenzo Durante di Invitalia, l’Agenzia per lo sviluppo del li sono state inserite, tra i soggetti beneficiari, le imprese culPaese responsabile, in qualità di soggetto gestore, dell’attuaturali e creative, costituite in forma di società di persone o di zione del programma. capitali. Un allargamento della platea che andrebbe sostenuChe le cose stiano davvero così lo auspicano anche Eleonoto con un extra budget, così come richiesto dalla cooperaziora Vanni e Stefano Granata, rispettivamente presidenti di Lene sociale e, più in generale, dal Terzo settore. È poi stata pregacoopsociali e Federsolidarietà/Confcooperative, i due magvista la possibilità di accedere all’intervento — in aggiunta alle giori network di rappresentanza della cooperazione sociale in imprese sociali costituite in forma societaria — anche alle imItalia. «Si tratta di una misura particolarmente importante e prese sociali comunque costituite, iscritte nell’apposita seziosignificativa, ma che scontava qualche difetto di progettazione del registro delle imprese. VITA #04
di STEFANO ARDUINI
72
AG. SINTESI (3)
Andrea Orlando, Daniele Franco e Giancarlo Giorgetti, rispettivamente ministri del Lavoro e delle Politiche sociali, dell’Economia e delle Finanze e dello Sviluppo economico. Per dare disco verde al nuovo pacchetto “Italia Economia Sociale” (riscritto dal Mise) serve un decreto firmato di concerto da questi tre dicasteri
Domanda congiunta. Viene prevista la possibilità di predella misura si è rivelato uno dei più delicati, potrebbe essere sentare domanda di agevolazione non più solo individualmendecisiva la collaborazione con i fondi del sistema cooperativo. te, ma congiuntamente fra più soggetti proponenti (fino ad un massimo di sei) attraverso la sottoscrizione di un accordo di colProgrammi di investimento ammissibili. Vengono dilaborazione (che può assumere varie forme: consorzio, contratstinte due tipologie di programmi ammissibili. La prima: proto di rete, protocollo di intesa…). Ciascun co-proponente deve grammi di investimenti produttivi che prevedono la creazione sostenere — nell’ambito del programma d’investimento da redi una nuova unità produttiva, l’ampliamento di un’unità esializzare — spese per un importo non inferiore a 50mila euro. stente, la diversificazione della produzione o il cambiamento Nell’ottica del trasferimento di know-how, per i proponenti è del processo produttivo già implementato. La seconda: prostata prevista in più la possibilità di realizzare l’investimento avgrammi connessi all’incremento occupazionale di lavoratori valendosi della collaborazione di centri di trasferimento con disabilità, nell’ambito dei quali possono essere finantecnologico, stazioni sperimentali, digital innovation ziati i costi supplementari (connessi sia ad opere mahub e incubatori d’impresa. «Tale aspetto», sottoliteriali sia a costi salariali) riconducibili alle nuove Stefano nea Vincenzo Durante, «è particolarmente signifiassunzioni. Granata cativo, potendo rappresentare un’ulteriore leva su (Federsolidarietà): Valutazioni di impatto. Con l’attuale forcui agire per facilitare e sostenere i processi di in«Potenzialmente è uno novazione tecnologica e transizione digitale delle mulazione della norma, la valutazione di impatstrumento importante imprese sociali e di quelle culturali». to socio-ambientale richiesta per l’accesso ai fiper le nostre filiere nanziamenti viene effettuata in prima istanza dalla produttive» Le nuove agevolazioni. È previsto un incremenbanca finanziatrice, esaminata anche dal soggetto to del fondo perduto fino ad un massimo del 20% delle gestore e verificata da un comitato tecnico di valutaspese (attualmente è al 5%). Obiettivamente un bel salto. Non zione congiunta. Con la riforma viene stabilito che la valusolo, il riconoscimento del contributo a fondo perduto viene tazione socio-ambientale viene effettuata esclusivamente dal concesso a tutti i programmi senza soglia di spesa (ora il contrisoggetto gestore in seno all’iter istruttorio. Sparisce il comibuto è limitato ai progetti fino a 3 milioni di euro). L’importo mitato tecnico. nimo di spesa dei programmi d’investimento si abbasserebbe a 100mila euro (dai 200mila attualmente in vigore); invariato a 10 Riserva per l’economia sociale. Per bilanciare l’insemilioni di euro il tetto massimo dei progetti. Il contributo rimarimento delle imprese culturali, la nuova norma prevede che ne comunque associato alla concessione di un finanziamento una quota non inferiore al 50% della dotazione finanziaria sia che copre fino all’80% del valore complessivo dell’investimenriservata ai programmi proposti dai soggetti operanti nell’amto; la componente agevolata (al tasso dello 0,5% annuo) è pari al bito dell’economia sociale. Inoltre, delle risorse complessive 70%, mentre il restante 30% va contrattato con gli istituti di creuna quota pari al 60% è destinata annualmente ai programmi dito, la cui platea si potrà significativamente ampliare a seguito proposti da Pmi e da reti di imprese; in tale riserva è istituita della non più richiesta, in capo alle banche, valutazione dell’imuna sotto-riserva pari al 25% della stessa destinata alle micro patto socio-ambientale. Su questo versante, che nel primo varo e piccole imprese.
73
aprile 2021
Abruzzo, terra di cooperative di comunità Ormai sono 32 in 305 Comuni. Nessuna regione ha un tasso di penetrazione così elevato. Ecco come è stato possibile di LORENZO MARIA ALVARO
TERRITORI
«La convinzione alla base di questo progetto è che i membri di una comunità non possano aspettarsi la risoluzione dei propri problemi dall’esterno. Devono essere loro i protagonisti». Così Massimiliano Monetti, presidente di Confcooperative Abruzzo, racconta la rete BorghIn di cui è anima e ispiratore. «Per capirlo basta guardare alla ricostruzione de L’Aquila post sisma. Non basta rimettere in piedi le case per avere una città e una comunità. Senza chi si prende cura del territorio i milioni di euro investiti negli edifici rischiano di essere buttati. È questa l’intuizione che abbiamo avuto nel 2016 e che è diventata realtà nel 2020». La leva della legge regionale Dal 2018 Confcooperative Abruzzo ha infatti indetto due bandi per un totale di 1,6 milioni di euro per promuovere la costituzione di cooperative di comunità. «Su 305 comuni presenti nella nostra Regione se ne sono costiMassimiliano tuite 32. Pari al 10%, Monetti, una percentuale presidente di che non ha eguali Confcooperative in nessuna altra località in Italia», sotAbruzzo tolinea il presidente che aggiunge, «si tratta di cooperative regolate dalla legge regionale 25 del 2015, formate da cittadini desiderosi di VITA #04
La mappa delle 32 coop
30
31 32
Teramo 15
L’Aquila
7 17
4
10 14
11
Pescara
13
16
9
1 2
8
27
Chieti 21
23 29
26
22 19
12 6
25 5
24
20 28
3
Provincia dell’Aquila 1. La Maesa (Aielli) 2. AnverSiamo (Anversa degli Abruzzi) 3. Vallis Regia (Barrea) 4. Calascio (Calascio) 5. Tavola Rotonda (Campo di Giove) 6. ApesCoop (Cansano) 7. InCastello (Castel del Monte) 8. La Giostra (Collelongo) 9. La Mosca Bianca (Corfinio) 10. Le Fonti (Fontecchio) 11. Il Velino (Massa d’Albe) 12. Pectoranum (Pettorano sul Gizio) 13. Oro Rosso (Navelli) 14. Sette Borghi (Sante Marie) 15. Ru V’icinat (Santo Stefano di Sessanio) Provincia di Pescara 16. Vivi Orta (Bolognano) 17. CastCommunity (Castiglione a Casauria)
fornire servizi e beni nei settori welfare, cultura, turismo, agroalimentare e ambiente, altrimenti destinati a mancare completamente. Trasporti locali, assistenza domiciliare, negozi indispensa-
74
Provincia di Chieti 18. Mirare (Chieti) 19. Colle Ospitale (Colledimezzo) 20. Accoglienti e gentili (Fresagrandinaria) 21. Ponte di Ferro (Lama dei Peligni) 22. Monteodorisio (Monteodorisio) 23. Ursunia (Orsogna) 24. Diamoci una mano (Palena) 25. Ajavdè (Pizzoferrato) 26. Tarantula (Taranta Peligna) 27. Fabbrica Tollo (Tollo) 28. L’Alveare (Tufillo) 29. Daje (Villalfonsina) Provincia di Teramo 30. Crea (Campli) 31. Start Val Vibrata (Sant’Omero) 32. Terre dAMare del Cerrano (Silvi-Pineto)
bili, servizi sociali, ospitalità e ristorazione, prodotti tipici, fino anche alle pompe di benzina. È ampia la gamma di iniziative intraprese o salvaguardate nelle varie comunità coinvolte. Il tutto
all’insegna del protagonismo di chi sul territorio è nato e vive e intende rimanerci, conoscendone potenzialità, limiti e prospettive». Ma perché un successo del genere proprio in Abruzzo, che per questo è diventato un caso scuola nazionale? Per Monetti non è casuale: «Le cooperative di comunità sono nate soprattutto nell’entroterra, dove fragilità e spopolamento si fanno sentire forte: quindici in provincia di L’Aquila, dodici in provincia di Chieti, tre in provincia di Teramo e due in quella di Pescara». Il presidente ritiene questa «una testimonianza della forza e dell’attaccamento delle persone ai loro borghi di origine, ma anche una capacità di visione proiettata al futuro». Un sistema che crea lavoro La galassia di realtà sociali comunitarie può contare non solo sull’impulso di Confcooperative ma anche su una rosa di partner istituzionali e culturali come la Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per l’Abruzzo, Confesercenti Abruzzo, Pro Loco Unpli Abruzzo, Slow Food Abruzzo e Confartigianato. «Insieme alle Banche di Credito Cooperativo sosteniamo la nascita di queste realtà con 5mila euro di premio all’apertura e con 3mila euro l’anno, per i primi tre anni, per coprire le spese di gestione. In più facciamo tutoraggio alle startup. Un servizio che ha molto limitato la mortalità delle imprese: di undici cooperative nate nel 2020 ne sono naufragate solo due», sottolinea Monetti. Queste 32 realtà si sono poi riunite nella rete “BorghiIn”. «Le cooperative di comunità in fondo sono la messa a sistema di ciò che già esiste, che però non fa massa e quindi non fa azione. Ogni singola esperienza è troppo piccola per poter incidere. L’unione invece fa la forza perché fa raggiungere al sistema un peso specifico interessante: banalmente oggi esiste un soggetto attraverso cui investire sul territorio. Fino a ieri invece era impossibile». I risultati sono già notevoli. «La rete nel suo complesso ha già dato vita a 50 posti di lavoro». All’orizzonte c’è il prossimo step che riguarda le grandi città e il welfare. «Una volta costruita questa costellazione di pivot territoriali», conclude il presidente, «l’ambizione è quella di usarli come agenti economici anche sul fronte dei servizi socio sanitari e cominciare a trasferire il modello nei quartieri periferici urbani».
QUI CAMPO DI GIOVE IL CAMPING DIVENTATO UN’IMPRESA COLLETTIVA
«Lo scopo di questa iniziativa è quella di combattere lo spopolamento che è dovuto principalmente alla drastica diminuzione dei servizi essenziali a delle possibilità lavorative». A parlare è Domenico Curciarello, presidente della Cooperativa di Comunità Tavola Rotonda di Campo di Giove, un piccolo comune di 800 anime in provincia dell’Aquila. Calabrese di nascita e abruzzese di adozione da vent’anni si è trasferito con la moglie, laziale, e i tre figli sull’Appennino. «Siamo venuti qui per gestire un camping
di cui vincemmo il bando di gara», spiega Curciarello, «la questione che come padre e imprenditore mi sono posto era il futuro di questo luogo e dei miei figli. Per questo ho subito colto l’opportunità di BorghIn». Nasce così la coop che oltre al camping prende in affidamento anche la gestione di un parco avventura. «Il borgo ha sempre vissuto di turismo, è questo il core business», spiega il presidente, «l’idea chiave è che invece di avere pochi attori economici ognuno in concorrenza con l’altro sul territorio, ognuno che va per la propria strada, ci si metta insieme per sviluppare un’economia di comunità». Una scelta che per Curciarello ha significato una consistente rinuncia economica. Almeno nell’immediato. «Chiudere l’impresa individuale per affidare l’attività alla cooperativa diventandone dipendente ha significato perdere il 40% del mio reddito. Ma non è stata una follia: credo moltissimo nella visione di questo progetto sul lungo termine e nelle sue potenzialità, anche economiche».
QUI CALASCIO IL CASTELLO GESTITO DAI RAGAZZI DEL PAESE
Calascio è un piccolo paese di 70 residenti a 1.300 metri sul Gran Sasso, in provincia dell’Aquila. «È famoso per la rocca, la grande torre di avvistamento che ci sovrasta, considerata da National Geographic una dei dieci castelli più belli del mondo», racconta Valeria Befani, della cooperativa di comunità Vivi Calascio. Befani è la “tessitrice” del paese. Una ragazza romana che frequentava la casa degli zii durante le vacanze e che all’età di 20 anni decise di trasferirsi definitivamente quassù. Nel frattempo ha studiato e
75
recuperato l’arte del telaio locale. «L’idea di costituirci in cooperativa di comunità non è stata di noi adulti, ma dei nostri figli. Sedici ragazzi, per metà donne e molti dei quali minorenni, che per diverso tempo hanno lavorato per enti esterni che venivano qui a gestire la valorizzazione turistica della rocca. L’idea semplice è stata chiedersi perché le nostre cose non le gestissimo noi ma le lasciassimo in mano ad altri». I punti di interesse di Calascio non si esauriscono con il castello. «Abbiamo sette chiese di pregio, alcune affrescate che spesso e volentieri rimangono chiuse oltre ad una fauna e una flora straordinarie», continua Befani, «così con il sostegno di Confcooperative abbiamo fondato la coop». Al momento il progetto è in preparazione: «Stiamo formando i ragazzi come guide cicloturistiche e stiamo costruendo una flotta di biciclette elettriche. L’idea è che in poche settimane saremo in grado di proporre dei percorsi di turismo esperienziale che valorizzino tutto il nostro patrimonio, sia culturale sia paesaggistico».
aprile 2021
La Metamorfosi degli attori del reparto di psichiatria di Brescia Il progetto artistico nato dalla collaborazione con il gruppo Teatro19 si riprogetta “a distanza”
CURA
Una delle azioni di Recovery Net, uno dei progetti della quarta edizione del bando “Welfare di Comunità” di Fondazione Cariplo, è quella di favorire una rappresentazione positiva della salute mentale attraverso azioni culturali. Si inserisce in questa cornice Recovery. net. Il progetto è attivo nelle province di Brescia e Mantova e opera per aiutare le persone con disagio psichico, in collaborazione con le risorse del territorio, ma al di fuori dall’istituzione psichiatrica. Fino a oggi ha raggiunto 40.255 cittadini, di cui 344 partecipano attivamente alla progettazione e alla realizzazione delle azioni. Sono 354 i nuovi utenti beneficiari, 66 volontari formati, sette le nuove figure professionali e sette i luoghi riattivati come luoghi di comunità. Valeria, la direttrice Tra le iniziative sviluppate c’è il Metaformosi Festival, un progetto ideato da Teatro19 con l’Unità Operativa di Psichiatria 23 degli Spedali Civili di Brescia. Perché quel nome? «Perché l’ingrediente “magico” che abbiamo scoperto attraverso la relazione Arte/ Fragilità/Diversità è la possibilità di una trasformazione che il contatto con il dolore ci dà. La fragilità diventa un valore perché mette in crisi abitudini, modi di lavorare, meccanismi e diventa fonte di ispirazione per il teatro. L’attore e la persona con un disturbo psichico hanno in comune molte cose, una di queste è la necessità di lavorare su se stessi. A entrambi spetta un lavoro quotidiano di allineamento del corpo e dello spirito, un paziente addestramento alla concentrazione, all’ascolto di sé e del mondo, alla VITA #04
relazione». A parlare è Valeria Battaini, una delle direttrici artistiche di Teatro19. Che aggiunge: «Collaboriamo da diversi anni con Recovery.net e con pazienti inseriti nei centri psicosociali. Il percorso di cura è stabilito insieme e, nella maggior parte dei casi, parte dai laboratori teatrali di base. Alcuni dei pazienti che hanno partecipato ai laboratori teatrali sono diventati parte di una compagnia stabile». Battaini non conosce le diagnosi e le patologie degli utenti «so solo che hanno scelto di assumersi un impegno, che è un percorso artistico e umano». Daniele, l’attore La pandemia condizionerà anche questa edizione del Festival, ma non la cancellerà: «Proseguiamo la nostra attività anche se a distanza. Abbiamo dato vita a laboratori online che abbiamo chiamato “dell’incertezza” in cui realizziamo, ognuno con il suo pezzettino, alcuni video che abbiamo proiettato al Festival a fine febbraio nel corso dell’edizione di quest’anno. Non tutti gli utenti hanno voluto partecipare purtroppo, perché alcuni di loro hanno poca dimestichezza con la tecnologia. Non vediamo l’ora di tornare a incontrarci, anche i pazienti sono stati obbligati, come noi, a trovare vie non ancora battute e a sviluppare nuove capacità e i video ci insegnano a sperimentarci in un altro modo». Daniele, 30 anni, è uno dei pazienti del Cps di via Romiglia a Brescia e fa parte della compagnia stabile di Teatro19: «La cosa più bella del teatro è che mi dà
L’edizione 2021 del Metamorfosi Festival proseguirà fino al 13 giugno (teatro19.com)
la possibilità di esprimere una parte di me che nella vita di tutti i giorni non riesco a mostrare. E anche che nella quotidianità non mi piace per niente che le persone si concentrino su di me, invece se faccio teatro questo problema sparisce, sparisce anche il terrore del giudizio: un operatore mi ha detto che da quando mi ha visto la prima volta sono cambiato completamente. Ma non sono ancora arrivato dove voglio: ho ancora bisogno di guide e invece vorrei diventare più autonomo, emanciparmi anche dalla mia famiglia, lavorare, ho un diploma di liceo scientifico. Ho fatto parte con due attrici di uno spettacolo che si chiamava Memoria del fiorire, siamo riusciti a fare tre repliche prima dell’arrivo del Covid. Non si parlava solo del fiorire delle piante, ma della fioritura in generale. E sì, un po’ sono fiorito anche io». Caterina Duzzi
76
Amato: la politica è la sfida del Terzo settore «Occorrono persone capaci e allenate a perseguire il bene comune» DIALOGHI
«La democrazia non c’è senza coesione sociale, e si dà coesione sociale quando i cittadini riconoscono di avere interessi comuni e in ragione di questo di voler perseguire dei beni e dei risultati comuni», così ha ragionato il vicepresidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato, una lunga carriera politica alle spalle nell’incontro online promosso da Vita e da 7 Corriere della Sera dal titolo “La responsabilità politica, una sfida per il Terzo settore?”, coordinato da Dario Di Vico e Riccardo
Un’immagine dell’evento in diretta sui canali di Vita e de Il Corriere del 4 marzo
Bonacina. Per il futuro delle nostre democrazie in crisi, ha sottolineato Amato: «Ciò che conta è che questa partecipazione civica ci sia e che ci sia come attenzione alla cosa pubblica». Il volontariato e Terzo settore sono un serbatoio di forza coesiva non sfruttato, da qui la sua proposta: «Oggi il problema è fornire classi dirigenti politiche a un Paese che non ha più serbatoi da cui attingere. Nel volontariato, invece, ci sono milioni di persone che si occupano quotidianamente dell’interesse collettivo. E allora è tempo che il Terzo settore la smetta di lamentarsi della mediocrità del ceto politico e dica “Tocca a noi”».
Il pensiero del Terzo settore
Partiamo dai community organizer
di Angelo Moretti, presidente Cons. Sale della Terra
ELENA OSTANEL, consigliera regionale Veneto
Il presidente ha centrato un punto chiave, la costruzione della coesione sociale nel momento dell’indebolimento delle tradizionali infrastrutture sociali. La domanda è da dove partire per pensare alla politica di una comunità? Noi partiamo dagli ultimi, dalle istanze sociali, ed è questa partenza che si è persa negli anni. La connessione tra i partiti e le organizzazioni sta proprio qui, da dove si parte e dove si è diretti, il Terzo settore non è solo un insieme di buone prassi, ma è un pensiero sulla società, una visione della comunità. Ripartire dal Terzo settore significa oggi ripartire dalla realtà e non dalle burocrazie.
Oggi i partiti non hanno agende che rispondano alla necessità di coesione sociale e territoriale. Chi vuole cimentarsi e attivarsi in politica oggi non trova un corpo territoriale nel quale entrare. Quello che ho visto in questi anni è la sconnessione tra chi vuole far politica e i partiti. Oggi c’è distanza dai bisogni delle persone. La politica dovrebbe essere fatta più sui territori, una politica di prossimità, più umana forse anche più femminile. Manca una relazione di fiducia tra Terzo settore e politica, è vero. Bisogna creare nuovi corpi intermedi di nuova generazione partendo dal terzo settore, e dai community organizer.
I partiti devono aprire spazi
La politica non è affare da partiti
LUIGI BOBBA, presidente di Terzjus
ANTONIO GAUDIOSO, segretario Cittadinanzattiva
Nel mio attraversamento della politica, ho toccato con mano due cose: quella ragionevole distanza dai partiti che avevo come associazione poi è diventata un ostacolo nell’impegno in politica perché il pericolo della strumentalizzazione è sentimento forte nelle organizzazioni; il secondo aspetto è che ho constatato quanto sia difficile trovare i luoghi e le forme in cui quel potenziale di ragioni che ti hanno spinto nella politica possano poi vivere dentro i recinti dei partiti. Il potenziale che Amato descrive esiste ma si devono determinare gli spazi e i percorsi di questa interazione tra organizzazioni sociali e politica.
È sbagliato utilizzare politica e partiti come sinonimo, i partiti non hanno più da anni il monopolio della politica. Il mondo dell’attivismo civico fa politica quotidianamente per cambiare le norme per proporne di nuove, per fare pressione affinché le scelte pubbliche partano dai bisogni veri. C’è bisogno di un passo in avanti per evitare due rischi, il primo è quello di un rapporto con i partiti quasi autoassolutorio, bisogna evitare la superiorità morale e l’inferiorità politica rispetto i partiti anche perché così si legittimano comportamenti sbagliati, dall’altro il rischio di uno scambio tra il tuo coinvolgimento in cambio di pezzi di sussidiarietà.
77
aprile 2021
Carfagna: «Per portare lo sviluppo al Sud punto sul Terzo settore» Intervista al ministro per il Sud e la Coesione territoriale: «Voglio aiutare gli enti a radicarsi e a crescere, anche per avere effetti positivi sull’occupazione femminile»
S
alernitana, 45 anni, Mara Carfagna dal 13 febbraio è ministro per il Sud e la Coesione territoriale in quota Forza Italia. «Io credo», dice fin da subito in questo dialogo con Vita a Sud che «il Mezzogiorno debba iniziare a percepirsi con convinzione come “luogo”, non per chiudersi in se stesso o avanzare rivendicazioni, ma per responsabilizzarsi e rafforzarsi in uno scenario globalizzato». Il suo luogo di elezione dunque? «È il Sud, tutto intero. Poi, certo, ho legami affettivi particolari con i miei luoghi d’origine: Salerno, Napoli, Moliterno in provincia di Potenza». Ma se le chiedete tre aggettivi per definire il Meridione, userà tre termini che generalmente si associano ad altre latitudini: ricco, centrale ed operoso. Partiamo da qui. Il Mezzogiorno ricco, centrale ed operoso: è proprio così? Esatto. Ricco: non dimentichiamo il patrimonio umano, naturalistico, culturale e storico che dobbiamo saper preservare e valorizzare al meglio. Centrale, per la sua collocazione in un Mediterraneo che sta tornando crocevia di interessi commerciali, energetici, geopolitici. Operoso: smettiamola con i pregiudizi e con la cultura assistenzialista che troppo spesso ha accompagna-
VITA #04
AG. SINTESI
di STEFANO ARDUINI
to le politiche per il Sud. I cittadini meridionali vogliono lavorare e vogliono trovarsi nelle condizioni di realizzare i propri progetti, come gli altri. Quali sono le prime tre priorità che ha dato al suo ministero? La prima, come accennavo, è di metodo. Affinché il Sud non sprechi l’occasione che ha davanti, deve lavorare come un sistema unitario. Lo Stato a tutti i livelli, parti sociali, università, banche, enti, fondazioni, associazioni… tutti devono muoversi insieme verso un obiettivo chiaro e condiviso. Questo impegno comune è fondamen-
78
tale per non sprecare nemmeno un euro, a differenza di quanto avvenuto in passato. Per questo, ho riunito i rappresentanti di molti di loro in una due giorni di confronto in videoconferenza e ho sin dall’inizio del mandato avviato un ciclo di incontri con i presidenti delle Regioni meridionali. La seconda priorità, di tutto il governo, è considerare le politiche per il Sud come parte integrante delle politiche nazionali: riforme, infrastrutture, servizi per il Mezzogiorno sono necessari per far crescere tutto il Paese. La terza, ovviamente, è la centralità del Sud nel Pnrr e la sua pie-
Terzo settore per uscire da una na realizzazione. logica di “finanziamento a bando”? Come la questione Sud entrerà Tra i miei primi incontri da ministro, nel Pnrr che state riscrivendo? c’è stato proprio quello con il Forum Nella bozza del governo precedendel Terzo Settore. Il lavoro di cura ha te, gli interventi per il Sud apparivano un valore sociale che finalmente in tandispersi e disorganici. Con il ministro ti hanno imparato a riconoscere con la Daniele Franco (Mef, ndr.) abbiamo conpandemia. Al Sud, in particolare, si agcordato la necessità di introdurre nel giunge l’importanza delle attività di naPiano un “Capitolo Sud”, che renda più tura educativa, culturale, ricreativa, che coerente la definizione e più verificabiin tante realtà costituiscono un argine le l’attuazione dei progetti. all’abbandono scolastico, all’emarginaLa crisi pandemica è stata ed zione, alla criminalità. Dobbiamo aiuè anche crisi spaziale: primo fra tare questi enti a radicarsi e a crescere, tutti il rientro “temporaneo” anche per avere effetti positivi sull’ocnelle regioni del Mezzogiorno cupazione femminile, sia in maniedi molti giovani, tra studenti e ra diretta, cioè in queste stesse lavoratori. Avete previsto attività, sia indiretta, liberandi mettere in campo do le donne da impegni graazioni concrete affinché Per il Mezzogiorno vosi e consentendo loro di questo rientro possa d’Italia l’Europa ha cercare più serenamente diventare permanente? messo a budget 96 un lavoro. Quali? Il South working miliardi da spendere C’è un’esperienza può essere una via nei prossimi anni sociale del Sud che lei perseguibile? conosce e che ritiene Questo può accadere solo se esemplare? il Sud diventerà attrattivo in terConosco bene la Fondazione Famimini di servizi e opportunità. Gli incenglia di Maria a Napoli, presieduta da tivi funzionano per attirare persone e Anna Riccardi. Il loro impegno a favoinvestimenti, ma l’esperienza ci insegna re dei minori di una zona difficile di Nache spesso i loro effetti sono destinati a poli, come San Giovanni a Teduccio, è spegnersi presto e creare nuovi disagi. ammirevole e ne ha fatto più volte berPer questo proveremo a prolungare la saglio di intimidazioni criminali. decontribuzione del 30% per le impreAl termine del suo incarico, lei se al Sud fino al 2029. Il South working avrà centrato l’obiettivo se.... è una chance da cogliere, ma per accoVorrei riuscire a impostare il lavoro gliere e trattenere chi lavora a distanza per il raggiungimento dei livelli essenservono la banda larga, una mobilità poziali delle prestazioni in servizi come gli tenziata, luoghi di formazione, opportuasili nido o il tempo pieno a scuola. Nel nità di crescita professionale. poco tempo a disposizione, abbiamo il Il suo predecessore Giuseppe dovere di invertire la tendenza: il Sud Provenzano in un dialogo con Vita deve essere visto non più come un terha sostenuto che al Sud manca ritorio da assistere, ma come un’area in più la società civile, che lo Stato. cui ricostruire condizioni di sviluppo e Concorda? diritti dei cittadini. Io credo che manchi soprattutto un Un intellettuale meridionale che raccordo tra lo Stato e la società civile, secondo lei bisogna assolutamente che aiuti anche quest’ultima a cresceconoscere? re e rafforzare la propria fondamentaÈ impossibile indicare un solo nome, le azione. tanti sono i validi studiosi che si sono deA questo proposito la solidità e la dicati a esaminare la “questione meristabilità delle organizzazioni del dionale”. Mi limito a citare le conclusioTerzo settore è imprescindibile ni dell’intervento che don Luigi Sturzo per un lavoro efficiente e di largo pronunciò a Napoli nel 1923: «La redenrespiro sullo sviluppo locale al zione comincia da noi. La nostra parola Sud. Da ciò dipende anche l’esito è questa: il Mezzogiorno salvi il Mezzodei processi di infrastrutturazione giorno. Così il resto dell’Italia riconosociale, termine che lei stessa scerà che il nostro è problema nazioha usato in più di un’occasione nale e unitario, basato sostanzialmente in questa primissima fase del sulla chiara visione di una politica itamandato. In tal senso, come si vuole liana mediterranea e di una valorizzalavorare per sostenere al Sud la zione delle nostre forze». crescita strutturale degli enti del
79
Un economista del Nord al servizio del Sud Ne Il Sud esiste Marco Vitale ripercorre 50 anni di impegno al Sud e lo fa col suo passo da economista lombardo e infaticabile analista sociale. Il libro raccoglie scritti e testimonianze che, dice Vitale «lette con gli occhi di oggi e di domani, vorrebbero far luce sugli errori commessi per imboccare nuove strade, utili al Nord e al Sud». Una dichiarazione di partenza, che è anche una fratellanza di destino fra due pezzi di un unico Paese. Vitale apre un faro sulle «forze che hanno avuto e hanno interesse a impedire il mancato decollo del Sud: dai baroni siciliani ad alcuni presidenti di Regione che operano in modo diametralmente opposto a ciò che la loro regione richiederebbe; dai nababbi della povertà, che sul non sviluppo hanno prosperato e prosperano, a quelle “élite” vaticane che vogliono bloccare quel “miracolo” — copyright di papa Francesco — che è stato fatto al Rione Sanità di Napoli». E proprio a loro, ragazzi e ragazze del Rione Sanità (quelli dell’associazione L’Altra Napoli di Ernesto Albanese e del risanamento della Catacombe promosso dai giovani di don Antonio Loffredo), Vitale dedica il libro. Con una postilla. «Forse oggi si può davvero voltare pagina e tornare a lavorare, insieme, per un futuro migliore». Il libro, parte da lontano, ma «guarda al futuro dei nostri figli e nipoti». (S.A.)
Marco Vitale Il Sud esiste Marco Serra Tarantola editore pagine 384, euro 18,00
aprile 2021
IDEE
Migranti L’Europa apra canali di ingresso regolari. Non si può più aspettare di REGINA CATRAMBONE co-fondatrice e direttrice dell’ong Moas
P
oco più di un anno fa in Europa cominciavano a registrarsi i primi casi di Covid-19. Qualche mese dopo avremmo dovuto privarci di molte libertà nel tentativo di porre argine alla pandemia. E la vita di chi ne era già privo è stata ulteriormente complicata dalle misure adottate dagli Stati. Quanti di noi hanno ascoltato le cronache di persone migranti reduci da lunghi viaggi, da torture e da un’estenuante traversata del Mediterraneo, trattenute per settimane su imbarcazioni in balia delle onde? Se chiudo gli occhi è nitida l’immagine delle navi, le Captain Morgan, dove 400 persone migranti sono rimaste stipate per 5 settimane. O il mercantile Talia che ha salvato 52 persone
costrette a vivere per quattro giorni, prima dello sbarco, tra gli escrementi del bestiame, quasi senza cibo e acqua. A scendere, tra le braccia del comandante, c’è Brhane, un giovane in stato di malnutrizione, orfano, fuggito dall’Eritrea, catturato e portato in Libia dai trafficanti in un lager in cui ha perso tre amici dopo le torture che sono ancora visibili sul corpo del ragazzo. «Sono stato venduto due volte come schiavo. Nelle prigioni mi torturavano. Non ho mangiato per 11 giorni. E quando vedo del cibo ho paura, perché quando ci davano da mangiare ci picchiavano», mi racconta tra le lacrime presso il Mater Dei Hospital di Malta. Le storie della Captain Morgan e quella di Bhrane sono legate da un filo comune: il rapporto tra il Covid-19 e i flussi migratori. La pandemia ha avuto un forte impatto sulle persone migranti. La questione migratoria è stata prima affrontata in termini di minaccia per la salute pubblica, per poi sparire nonostante le situazioni drammatiche ai confini dell’Unione. L’emergenza ha messo in luce il sovraffollamento delle strutture di accoglienza, la mancanza di assistenza medica, la precarietà lavorativa e la difficoltà di seguire l’insegnamento a distanza. All’interno di questo scenario sento la necessità di ribadire l’importanza di implementare canali migratori sicuri e legali per garantire a ogni essere umano di vivere una vita libera da persecuzioni e torture. Non possiamo continuare a chiudere gli occhi davanti alle morti nel Mediterraneo ed è nostro dovere dare la possibilità di raggiungere in maniera regolare un Paese sicuro. Solo un netto cambio di rotta nelle politiche migratorie potrà salvare la vita di milioni di persone e contribuire a creare un meccanismo europeo strutturato di ingresso e integrazione.
Voto ai 16enni Ai ragazzi non serve la retorica di PASQUALE PUGLIESE esponente del Movimento Nonviolento
A
ccade sovente che quando la politica si misura con i temi legati ai “giovani” vengano generati esercizi retorici che prospettano improbabili futuri che non hanno nessun legame con le reali condizioni del presente. Questo esercizio retorico si è ripetuto ancora una volta con il neosegretario del Pd, Enrico Letta, che ha esordito nel suo ruolo con la proposta — tra le altre cose — di portare a 16 anni il diritto di voto. Una proposta che in sé non è né buona né cattiva, ma che incardinata nella situazione esistente appare come una fuga dalla realtà. Qual è il senso di evocare questo abbassamento dell’età del voto mentre da oltre un anno questo Paese non si riesce nemmeno a garantire quella VITA #04
fondamentale palestra di esercizio della democrazia che è la scuola in presenza? La scuola non è solo la somma degli apprendimenti cognitivi attraverso lo studio individuale delle discipline curricolari, che si è cercato di sostituire bene o male con la Dad, la scuola è anche — e direi soprattutto — l’agorà nella quale gli adolescenti sperimentano ed esercitano le competenze sociali, il bisogno di riconoscimento, la convivenza delle differenze, la capacità di stare al mondo con gli altri, in una parola la democrazia. Che non può avvenire nell’isolamento digitale. Non è quindi il voto ai sedicenni, come strumento formale da utilizzare ogni cinque anni, ciò di cui hanno oggi bisogno i giovani, ma di essere ascoltati davvero
80
tutti i giorni, a cominciare dalla sofferenza che li sta attraversando, nelle sue diverse manifestazioni. Prima del voto ai sedicenni, si tratta di mettere in agenda la riapertura al più presto delle scuole e delle università, di rendere queste ultime accessibili a tutti, di investire molte più risorse sull’istruzione, la cultura, l’occupazione giovanile sana e vera (tutti ambiti in cui siamo fanalino di coda in Europa, da cui deriva anche l’attuale chiusura forzata e prolungata delle scuole), di garantire a tutti il diritto al servizio civile universale, di costruire politiche capaci di futuro a partire dalle radicali scelte ecologiche necessarie e urgenti, di fare politiche di giustizia sociale per combattere la povertà economica che genera anche povertà educativa. Ossia i giovani hanno bisogno di politiche sostanziali che consentano loro di essere protagonisti, qui ed ora, della costruzione del loro futuro, non di improbabili fughe dalla realtà. E se proprio si vuole spostare un limite d’età, si cominci col portare a 18 anni l’obbligo scolastico.
IDEE
Ong Boom di cooperanti, ma attenzione alle polizze da tour operator
climatiche e sociali difficili. È necessario accompagnare alla prevenzione protocolli adeguati a cui attenersi senza eccezioni, la registrazione nel sito appositamente realizzato dalla Farnesina (“Viaggiare sicuri”, nella sezione attività umanitarie e di cooperazione) e munirsi di una tutela assicurativa adeguata a rispondere ad ogni esigenza. I rischi, infatti, possono essere molteplici e non devono essere sottovalutati. Tra le fattispecie di rischio che possono coinvolgere i cittadini italiani nel mondo, avverte l’Unità di Crisi della Farnesina, «la più insidiosa è oggi certamente quella determinata dalla crescente aggressività di gruppi terroristici che compiono attentati o sequestri di persona», ma anche lo scoppio di guerre in aree considerate fino a quel momento sicure, o ancora lo sviluppo di epidemie e pandemie improvvise, come successo nell’ultimo anno.
di CINZIA GIUDICI presidente Siscos
S
ono più di 22mila (dati di Open Cooperazione) i cooperanti italiani all’estero che risultavano attivi nel 2019. Negli ultimi sei anni, il numero di operatori che partecipano a progetti di cooperazione allo sviluppo è duplicato e si parla solo di dati relativi a cooperanti ufficialmente registrati. Purtroppo le buone intenzioni spesso non bastano e la tendenza, sempre più diffusa prima della pandemia, quando viaggiare era facile, a partire “impreparati”, si può pagare a caro prezzo: la cooperazione internazionale è balzata più volte dinanzi ai riflettori della cronaca per avvenimenti anche gravi, che l’hanno messa in cattiva luce dinanzi ad una opinione pubblica spesso distratta. Il mestiere del cooperante è un mestiere assai più qualificato rispetto all’immagine a cui viene spesso associato. I cooperanti sono professionisti retribuiti e altamente specializzati, che lavorano per l’attuazione di programmi di sviluppo, ovvero strategie con obiettivi precisi.
Negli ultimi sei anni, il numero di operatori che partecipano a progetti di cooperazione allo sviluppo è duplicato, ormai sono oltre 22mila Normalmente fanno parte, anche come consulenti, di organizzazioni che posseggono protocolli di sicurezza basati su standard internazionali. E che rispettano, spesso ampliandole, le indicazione che via via nel tempo le Ong si sono date, in accordo con la Farnesina e la sua Unità di Crisi. Le raccomandazioni non differiscono troppo nel corso degli anni: prima di partire per una missione, è necessario informarsi e prepararsi. La sicurezza personale degli operatori all’estero dipende infatti dalla solidità e preparazione dell’organizzazione, ma anche e soprattutto dalla responsabilità dei singoli individui. La migliore garanzia contro possibili emergenze è la prevenzione, che però può non bastare. Si tratta sicuramente di un requisito necessario, ma non sufficiente a garantire il massimo della tutela a chi opera in condizioni ambientali,
Oltre al contesto di emergenza però, esiste la dimensione non meno importante della quotidianità. Durante la vita di tutti i giorni possono capitare piccoli episodi legati a malattie, malattie tropicali, cadute, incidenti domestici, punture di insetto e incidenti stradali. Tutte situazioni che richiedono cure anche di piccola entità, ma che possono comportare spese ingenti e che risultano necessarie per il proseguimento delle proprie mansioni. Assicurarsi è prima di tutto una scelta di buon senso, ma anche un dovere morale nei confronti di se stessi. Bisogna però prestare molta attenzione allo strumento assicurativo a cui si accede, perché il mercato è pieno di polizze a basso costo, con coperture che si scoprono parziali o addirittura senza copertura per alcuni dei rischi più importanti per un operatore: il rischio guerra, quello per le malattie tropicali o quello per la puntura di insetti. Garanzie essenziali, queste, che dovrebbero essere presenti in ogni polizza visti i problemi oggi all’ordine del giorno nello scenario mondiale. La sicurezza dei cooperanti non può essere sacrificata sull’altare del risparmio: sono ancora troppi i cooperanti coperti da polizze generiche e inadeguate al contesto in cui operano. Le polizze da tour operator o da businessman che fa una toccata e fuga in Africa non servono a nessuno, men che meno servono polizze multirischio adattate all’occorrenza. Secondo un’indagine svolta da Info-Cooperazione, che ha intervistato più di 250 professionisti del settore in forma anonima, più del 40 % di loro non si ritiene soddisfatta dei provvedimenti adoperati dall’organizzazione di provenienza per tutelare la propria sicurezza. È necessario quindi che organizzazioni e cooperanti si affidino a strumenti assicurativi adeguati e affidabili, che nel momento del bisogno ne possano tutelare a pieno la salute. In questo scenario, Siscos può essere la scelta giusta: come associazione senza finalità di lucro nata nel 1982 per volontà delle Ong proprio per seguire i cooperanti e i volontari nella loro opera, svolge un importante ruolo di patronato, consigliando, orientando, seguendo e aiutando gli associati nella scelta dello strumento assicurativo adatto al loro scopo, caratteristica che la rende un punto di riferimento per tutto il settore. Non si tratta di un broker o un mero intermediario assicurativo, ma di chi vuole mettersi al fianco delle organizzazioni, con un incastro di polizze costruite ad hoc per chi si impegna sul campo, frutto di decenni di lavoro e di esperienza.
81
aprile 2021
Con la Family Room a Niguarda i bambini malati non sono più soli Il progetto della Fondazione Ronald Mc Donald arriva in uno dei maggiori ospedali di Milano foto e testi di DILETTA GRELLA
MINORI
Anika nasce a gennaio all’ospedale Niguarda di Milano. Purtroppo, però, soffre di una piccola anomalia cerebrale e necessita di un intervento molto delicato, che la costringe a restare per una ventina di giorni in terapia intensiva neonatale. Merrie Claire, la sua mamma, non la lascia un attimo. E può non lasciarla, perché sullo stesso piano del reparto dove Anika è ricoverata, da qualche settimana è stata aperta la Ronald McDonald Family Room, una vera e propria abitazione, pensata per ospitare i familiari dei bambini in ospedale. «Per me questo posto è come una casa lontano da casa», spiega Merrie Claire emozionata. «Ho potuto non uscire dall’ospedale mentre la mia bambina era ricoverata. Mio marito e l’altra bambina venivano a trovarmi e si fermavano a dormire». La missione della Fondazione «La mission della Fondazione Ronald McDonald», spiega Maria Chiara Roti, direttore generale, «è accogliere i familiari di bambini che devono rimanere in ospedale per cure mediche. Operiamo attraverso due diversi tipi di strutture: le Case Ronald McDonald, vere e proprie abitazioni esterne agli ospedali e le VITA #04
I numeri
10
famiglie beneficiarie
13
collaboratori (di cui 1 coordinatore assunto, 10 volontari, 2 tirocinanti)
412mila €
impegno economico per la realizzazione della Family Room
60mila €
costo annuo di mantenimento previsto
82
Ronald McDonald Family Room, che sorgono invece all’interno delle strutture ospedaliere. Attualmente in Italia abbiamo quattro Case: due a Roma, una a Firenze e una a Brescia. Le Family Room invece sono tre: a Bologna, Alessandria e appunto questa a Milano». «Era da tanto che desideravamo essere presenti in questa città», continua Laura Monica Panni, Operation and Development manager della Fondazione: «Ogni anno presso l’Asst Grande Ospedale Metropolitano Niguarda vengono ricoverati 4mila bambini, di cui circa il 35% arriva da fuori Milano, c’era bisogno di un posto così. Abbiamo partecipato ad un bando promosso dall’ospedale e abbiamo vinto. Una sfida enorme, perché il primo lockdown ha interrotto i lavori di ristrutturazione, ma non ci siamo arresi e a dicembre abbiamo potuto ricevere la prima famiglia». Il costo del progetto L’impegno economico per la realizzazione della Family Room è stato di 412mila euro, raccolti per il 51% da aziende, per il 39% da enti filantropici e fondazioni e per il 10% da privati. Il costo annuo di mantenimento previsto è di circa 60mila euro. Lo spazio si estende su una superficie di 270 metri quadrati. Ad accogliere gli ospiti c’è Rosaria Zaccaro, due enormi occhi blu e un sorriso luminoso che si intravede anche con la mascherina. La persona che tutte le famiglie in un momento di difficoltà vorrebbero incontrare. Zaccaro ci guida alla scoperta dello spazio che lei coordina: «Nella Family Room di Milano, nel cuore di Niguarda, abbiamo due camere da letto con bagno privato, dove le famiglie possono stare tranquille e alcuni spazi comuni, come una cucina con due spazi distinti per fare da mangiare, una living room, una stanza dedicata allo smart working, un terrazzo, una lavanderia... C’è anche un’area relax che all’occorrenza può accogliere una terza famiglia. In totale i posti letto sono dodici». Ad aiutare Rosaria, una decina di volontari. Tra di loro c’è Patrizia Cirpi: una volta alla settimana stacca dal lavoro e viene qui. «Mi accerto che tutto sia in ordine» racconta. «E poi interagisco con i nostri ospiti. Hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, di calore umano, di un sorriso… Ripenso a una mamma che una sera mi ha buttato le braccia al collo singhiozzando. Il tempo in
Rosaria Zaccaro (a destra, nella foto qui a fianco), coordinatrice della Family Room, insieme ad un’ospite, guarda il libro dei pensieri (fotografato anche nella pagina di sinistra), dove i familiari dei bambini ricoverati all’Ospedale Niguarda possono lasciare un loro messaggio
quel momento si è fermato. Sono emozioni che non puoi dimenticare». Per avere una camera all’interno della Family Room, le famiglie devono fare richiesta al Dipartimento Materno Infantile dell’ospedale, che valuta i casi più bisognosi, in base alla lontananza dal proprio domicilio, alla patologia di cui soffre il bambino e alla durata della degenza. Da dicembre ad oggi, sono state accolte dieci famiglie. Nell’area relax possono invece accedere tutti i famigliari di bambini ricoverati nei reparti di pediatria e neonatologia. Ovviamente in questo periodo di pandemia, gli accessi sono contingentati. Un affresco di bellezza A separare la Terapia Intensiva Neonatale dalla Family Room, c’è un breve corridoio. Qui, l’artista Domenico Fazzari ha realizzato un affresco: un albero rigoglioso immerso nella natura, che è capace di rigenerare quando se ne ha più bisogno. Si tratta di un lavoro che fa parte del progetto “Terapiarte” che Fazzari porta avanti da anni, all’interno dei reparti ospedalieri. Stefano Martinelli è il direttore di Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale a Niguarda. «Questo luogo ha un’importanza fondamentale:», spiega, «da un lato, le famiglie sono felici perché possono rimanere vicine ai loro bambini e quindi vivere in modo più sereno un momento difficile. Dall’altro, anche
MARIA CHIARA ROTI direttore generale della Fondazione «Entro fine anno apriremo un’altra Family Room all’Ospedale Careggi di Firenze»
STEFANO MARTINELLI direttore della Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale - Niguarda «Avere i genitori vicini è fondamentale per lo sviluppo dei neonati»
MERRIE CLAIRE una mamma «Questo posto è una casa lontano da casa»
83
i bambini beneficiano di questo posto: ormai è scientificamente dimostrato che la vicinanza dei genitori favorisce lo sviluppo neuromotorio e psicologico dei neonati». «In questo anno di Covid», continua il direttore generale Roti «questa Family Room assume un valore ancora più importante, perché fa sentire le famiglie più sicure e protette». Che conclude annunciando il prossimo step: «Riuscire a portare a termine questo progetto in un momento così tragico ci ha dato grande slancio ed energia positiva: abbiamo appena vinto un bando presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze, dove entro fine anno apriremo uno spazio come questo. E poi abbiamo un desiderio: aprire una Casa Ronald McDonald a Milano, a disposizione dell’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi e della Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico. Il bisogno è grande e cercheremo di essere al servizio di quante più famiglie possibile».
——— Storie di Social Innovation. Progetto Progetto con ilcon sostegno il sostegno di Banca di Banca Intesa Intesa Sanpaolo Sanpaolo
aprile 2021
A.I.D.O. Associazione Italiana per la Donazione di Organi, tessuti e cellule STATO PATRIMONIALE - ATTIVO 31/12/2019 A) CREDITI VERSO SOCI/ ASSOCIATI P/VERS.TI ANCORA DOVUTI 0 B) IMMOBILIZZAZIONI I) IMMOBILIZZAZIONI IMMATERIALI 1) spese modifica statuto 0 2) costi di ricerca e sviluppo 0 3) diritti di brevetto industriale e diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno 0 4) spese manutenzioni da ammortizzare 0 5) oneri pluriennali 0 6) Altre 0 I TOTALE IMMOBILIZZAZIONI IMMATERIALI 0 II) IMMOBILIZZAZIONI MATERIALI 1) terreni e fabbricati 823.139 2) impianti e attrezzature 0 3) altri beni 19.128 4) Immobilizzazioni in corso e acconti 0 5) Immobilizzazioni donate 0 II TOTALE IMMOBILIZZAZIONI MATERIALI 842.267 III) IMMOBILIZZAZIONI FINANZIARIE 1) partecipazioni 0 2) crediti di cui esigibili entro l’esercizio successivo 0 3) altri titoli 506.483 III TOTALE IMMOBILIZZAZIONI FINANZIARIE 506.483 B TOTALE IMMOBILIZZAZIONI 1.348.750 C)ATTIVO CIRCOLANTE I) RIMANENZE 1) materie prime, sussidiarie e di consumo 21.749 2) prodotti in corso di lavorazione e semilavorati 0 3) lavori in corso su ordinazione 0 4) prodotti finiti e merci 0 5) acconti 0 I TOTALE RIMANENZE 21.749 II) CREDITI : 1) verso clienti 0 di cui esigibili entro l’esercizio successivo 0 di cui esigibili oltre l’esercizio successivo 0 2) verso altri 279.888 di cui esigibili entro l’esercizio successivo 279.888 di cui esigibili oltre l’esercizio successivo 0 II TOTALE CREDITI : 279.888 III ATTIVITA’ FINANZIARIE (non immobilizz.) 0 IV) DISPONIBILITA’ LIQUIDE 1) depositi bancari e postali 259.836 2) Assegni 0 3) denaro e valori in cassa 78 IV TOTALE DISPONIBILITA’ LIQUIDE 259.914 C TOTALE ATTIVO CIRCOLANTE 561.551 D) RATEI E RISCONTI 5.714 TOTALE STATO PATRIMONIALE - ATTIVO 1.916.015
31/12/2018 0
STATO PATRIMONIALE - PASSIVO A) PATRIMONIO NETTO I) Patrimonio libero 1) Risultato gestionale esercizio in corso 2) Risultato gestionale da esercizi precedenti 3) Riserve statutarie 4) Altre riserve II) Fondo di dotazione dell’ente III) Patrimonio vincolato 1) Fondi vincolati destinati da terzi 2) Fondi vincolati per decisione degli organi istituzionali A TOTALE PATRIMONIO NETTO B) FONDI PER RISCHI E ATTIVITA’ ISTITUZIONALI C) TRATTAMENTO FINE RAPPORTO LAVORO SUBORDINATO D) DEBITI 1) titoli di solidarietà ex art. 29 del D.Lgs. 460/97 di cui esigibili entro l’esercizio successivo di cui esigibili oltre l’esercizio successivo 2) debiti verso banche di cui esigibili entro l’esercizio successivo di cui esigibili oltre l’esercizio successivo 3) debiti verso altri finanziatori di cui esigibili entro l’esercizio successivo di cui esigibili oltre l’esercizio successivo 4) acconti di cui esigibili entro l’esercizio successivo di cui esigibili oltre l’esercizio successivo 5) debiti verso fornitori di cui esigibili entro l’esercizio successivo di cui esigibili oltre l’esercizio successivo 6) debiti tributari di cui esigibili entro l’esercizio successivo di cui esigibili oltre l’esercizio successivo
31/12/2019
31/12/2018
1.479.906 33.112 - 25.253 0 1.472.047 0 0 0 0 1.479.906 18.232 117.256
999.870 - 347.412 0 0 1.347.282 0 322.159 0 322.159 1.322.029 60.495 107.493
0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 65.101 65.101 0 12.057 12.057 0
0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 7.246 7.246 0 11.234 11.234 0
0 0 0 0 0 0 0 707.375 0 20.840 0 0 728.215 0 0 398.244 398.244 1.126.459 11.496 0 0 0 0 11.496 0 0 0 264.344 264.344 0 264.344 0 294.598 0 363 294.961 570.801 1.312 1.698.572
B I LA N C I O E SE RC I Z I O
2019
7) debiti verso istituti di previdenza e di sicurezza sociale di cui esigibili entro l’esercizio successivo di cui esigibili oltre l’esercizio successivo 8) altri debiti di cui esigibili entro l’esercizio successivo di cui esigibili oltre l’esercizio successivo D TOTALE DEBITI E) RATEI E RISCONTI TOTALE STATO PATRIMONIALE - PASSIVO RENDICONTO GESTIONALE ONERI E COSTI 1) Oneri da attività tipiche 1.1) Acquisti 1.2) Servizi 1.3) Godimento beni di terzi 1.4) Personale 1.5) Ammortamenti e Svalutaz/Accantonam. 1.6) Oneri diversi di gestione 2) Oneri promozionali e di racc. fondi 2.1) Raccolta 1 2.2) Raccolta 2 2.3) Raccolta 3 2.4) Attività ordinaria di promozione 3) Oneri da attività accessorie 3.1) Acquisti 3.2) Servizi 3.3) Godimento beni di terzi 3.4) Personale 3.5) Ammortamenti 3.6) Oneri diversi di gestione 4) Oneri finanziari e patrimoniali 4.1) Su rapporti bancari 4.2) Su prestiti 4.3) Da Patrimonio edilizio 4.4) Da altri beni patrimoniali 5) Oneri straordinari 5.1) Da attività finanziaria 5.2) Da Attività immobiliari 5.3) Da altre attività 6) Oneri di supporto generale 6.1) Acquisti 6.2) Servizi 6.3) Godimento beni di terzi 6.4) Personale 6.5) Ammortamenti 6.6) Altri oneri Totale Oneri e costi Risultato gestionale positivo Totale a pareggio PROVENTI E RICAVI 1) Proventi e ricavi da attività tipiche 1.1) Da contributi su progetti 1.2) Da contratti con enti pubblici 1.3) Da soci e associati 1.4) Altri proventi e ricavi 2) Proventi da raccolta fondi 2.1) Raccolta 1 2.2) Raccolta 2 2.3) Raccolta 3 2.4) Altri 3) Proventi e ricavi da att. accessorie 3.1) Da Attività connesse e/o gestioni commerciali accessorie 3.2) Da contratti con enti pubblici 3.3) Da soci e associati 3.4) Da non soci 3.5) Altri proventi e ricavi 4) Proventi finanziari e patrimoniali 4.1) Da rapporti bancari 4.2) Da altri investimenti finanziari 4.3) Da Patrimonio edilizio 4.4) Da altri beni patrimoniali 5) Proventi straordinari 5.1) Da attività finanziaria 5.2) Da Attività immobiliari 5.3) Da altre attività Totale Proventi e ricavi Risultato gestionale negativo Totale a pareggio
6.305 6.305 0 29.930 29.930 0 113.393 187.228 1.916.015
5.480 5.480 0 25.882 25.882 0 49.842 158.713 1.698.572
2019 718.831 86.098 450.765 0 108.578 10.800 62.590 413.823 413.823 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 34 34 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0
2018 895.385 235.980 396.723 0 133.878 83.276 45.528 414.545 414.545 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 19.288 19.288 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0
1.132.688 33.112 1.165.800
1.329.218
2019 673.125 178.539 0 177.513 317.073 460.942 460.942 0 0 0 0 0 0 0 0 0 31.733 1 31.732 0 0 0 0 0 0
2018 509.379 96.123 0 177.861 235.395 472.426 472.426 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 1 0 0 0 0 0 0 0
1.165.800
981.806 347.412 1.329.218
1.165.800
1.329.218
C.F. 80023510169 - Via Cola di Rienzo, 243 - 00192 Roma Il Bilancio completo è consultabile all’interno del Bilancio sociale 2019 al link https://www.aido.it/aido/bilanci_sociali.htm
CUNEO DAL NORD OVEST UN NUOVO MODELLO PER RIGENERARE SPAZI DISMESSI E DARE FORZA ALLA COMUNITÀ a cura di MARCO DOTTI
“I dormienti” di Hilario Isola, un intervento di arte pubblica a Guarene, nel cuneese. Questo muro si snoda per circa 60 metri nel centro storico
85
UN PROGETTO DI RICERCA A CURA DI ALDO BONOMI
Italian Social District 09
C U N E O
VERSO LA SMART LAND
Un distretto per la rigenerazione sociale
R
igenerare spazi, riconnettere generazioni e territorio, essere attivatori di coesione sociale attraverso l’arte e la bellezza, l’innovazione e l’educazione. Sono questi gli obiettivi strategici messi in atto da Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo attraverso una serie di interventi strutturali, di promozione e sostegno che puntano a tenere assieme due assi portanti della comunità: il welfare e la cultura. La Fondazione CRC, una delle 10 maggiori Fondazioni di origine bancaria italiane, ente non profit che dal 1992 persegue scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico, lo fa attraverso le chiavi dell’inclusività e dell’impatto. Investire sul futuro significa promuovere la coesione tra stakeholder del territorio dando vita a economie e azioni virtuose. Obiettivi virtuosi che, nell’azione di Fondazione CRC, sono esemplificati da tre fra i numerosi interventi messi in campo: il Bando Distruzione, la rigenerazione del Rondò dei Talenti e dell’ex Frigorifero Militare e gli interventi di transizione ecologica. Un asse d’intervento che ha preso avvio dai risultati della ricerca pubblicata nel Quaderno 37 della Fondazione dal titolo Rigenerare spazi dismessi.
«un atto di distruzione». Le parole del pittore spagnolo sono il claim ideale per il Bando Distruzione della Fondazione CRC, avviato nel 2017, finalizzato a eliminare incoerenze e brutture per ripristinare la bellezza e a incrementare la sostenibilità di un territorio straordinario e da rigenerare, soprattutto nei suoi piccoli borghi. Nelle prime tre edizioni, sono stati 29 i progetti finanziati: quattordici demolizioni, otto interventi di riqualificazione e sette installazioni di arte pubblica per un totale di 1,55 milioni di euro di valore complessivo degli interventi. Già nella seconda edizione, il numero di progetti presentati era quadruplicato, segno dell’effetto positivo generato sul territorio, anche in termini di consapevolezza rispetto alle proprie potenzialità. In totale, sono stati 131 i progetti presentati con un imponente riscontro di partecipazione attiva
Distruggere per creare «Ogni atto di creazione», raccontava Pablo Picasso, è al contempo VITA #04
86
che ne fanno un modello di platform society. Le comunità protagoniste Le comunità territoriali, infatti, sono chiamate a votare i progetti su una piattaforma web. «Interloquire attivamente nelle varie fasi che portano alla realizzazione di un’opera permette di rigenerare gli spazi, ma anche i percorsi partecipativi», raccon-
In provincia si sperimentano soluzioni locali a problemi di carattere globale: dalla cura dell’ambiente alla riscoperta della bellezza. A sinistra, l’esempio di Monticello d’Alba con un intervento di land art di Valerio Berruti. In basso un momento espositivo realizzato da Fondazione CRC: la bellezza e l’arte come forme di rigenerazione sociale
ta Silvio Artusio, sindaco di Monticello d’Alba, tra i luoghi simbolo del Bando Distruzione. A Monticello d’Alba, splendido borgo medievale situato al centro del Roero e deturpato da una muraglia in cemento armato, si può vedere uno degli interventi pilota realizzati grazie al Bando Distruzione. L’opera è di Valerio Berruti. Berruti ha trasformato quel muro in un’opera di land art, ricoprendola con formelle e in parte lasciando che sia l’edera a fare il resto. Un’opera che, spiega l’artista, «ha di mira il bene pubblico e la comunità che lo deve continuamente alimentare e curare: l’edera andrà seguita. In questo senso, l’opera di rigenerazione viene a sua volta continuamente rigenerata dagli abitanti». Un altro, recentissimo progetto, legato alla terza edizione del bando è quello di Madonna dell’Olmo. L’artista Federico Massa, alias iena cruz, ha iniziato un pionieristico intervento di street art sull’ingresso della scuola media. Michela Giuggia, presidente e direttore
I numeri del territorio 6895 km2 terza provincia italiana per estensione territoriale 590.309 abitanti tra le principali province del Nord Ovest per numero di abitanti 247 comuni 50,8% del territorio cuneese è a caratterizzazione montana I numeri dell’economia 26.500 € Cuneo è la provincia piemontese con il più alto valore aggiunto pro capite 70mila imprese il 15,8% di quelle piemontesi I numeri della cultura 160 realtà museali e istituti culturali 3mila micro-imprese “creative e culturali” 4,4% del totale delle imprese opera nel settore turismo, gusto, artigianato
87
dell’associazione Art.ur, partner del bando, insegnante d’arte nella stessa scuola, dice: «Le generazioni che gravitano attorno alla scuola sono tantissime, è una porta d’ingresso della città nella provincia e viceversa». Arte, transizione ambientale, coscienza di luogo: «I ragazzi hanno lavorato per dare all’artista delle suggestioni, lui le ha introiettate nei suoi bozzetti e la comunità sta scoprendo, in questo processo tra il cuneese e New York, dove vive l’artista, la forza del dare risposte concrete a problemi globali». Il progetto, conclude Giuggia, «è infatti un lavoro context specific, studiato non per un luogo, ma per uno specifico contesto comunitario in cui i cittadini sono protagonisti dell’intero percorso». Ristrutturare per rigenerare Se il Bando Distruzione mira a ridare consapevolezza comunitaria rispetto al valore e alle risorse paesaggistiche, economiche e ambientali del territorio, la rigenerazione degli spazi dismessi per farne centri di riferimento culturale aperti alle comunità è un altro dei punti strategici dell’azione della Fondazione. Importante è la riqualificazione dell’ex Frigorifero militare, che diverrà polo culturale nel centro della città di Cuneo. Nato come deposito, dagli anni 80 il Frigorifero non è più stato usato. Il fabbricato, acquistato da Fondazione CRC nel 2019, sarà presto il cuore di un distretto culturale della rigenerazione che vede a pochi passi il Complesso Monumentale di San Francesco, oggetto di un restauro sostenuto dalla Fondazione con 6 milioni, oggi sede di mostre ed eventi culturali annessa al Museo Civico. Un processo di rigenerazione che continua poche centinaia di metri più in là, su una delle principali porte d’ingresso della città, con il progetto del Rondò dei Talenti, vecchia sede di Ubi Banca, su cui Fondazione CRC ha promosso un restyling attraverso un concorso nazionale per professionisti under 40: 70 i progetti candidati da tutta Italia. «La rigenerazione urbana genera qualità aprile 2021
C U N E O
FOCUS
LE ESPERIENZE 1 TERRITORIO
La vigna per lo sviluppo locale
2 INNOVAZIONE
GrandUp! Una via per far crescere l’economia d’impatto
VITA #04
Una vigna può generare sviluppo, educazione, nuova economia. Soprattutto se è una vigna storica, bene relazionale oltre che materiale situato proprio sotto il famoso Castello sede dell’Enoteca Regionale Piemontese Cavour
P
roprietà della Cassa di Risparmio di Cuneo, prima, poi della Banca Regionale Europea e infine di Ubi Banca la vigna “Cascina Gustava” a Grinzane Cavour, che ha sempre assolto anche finalità educative, grazie alla Scuola Enologica di Alba, è stata acquistata della Fondazione CRC. Lo scopo? Non solo preservare un bene storicamente rilevante, ma metterlo a disposizione della comunità grazie a una collaborazione di lunga durata con la Scuola Enologica, che può continuare a servirsene per lo sviluppo di un territorio fortemente vocato alla produzione vitivinicola. Proprio l’intervento della Fondazione CRC permette ora alla Scuola Enologica di consolidare la formazione sul campo dei propri studenti e di immaginare nuovi sviluppi di queste attività. Si tratta di una nuova modalità operativa, di intervento ibrido su un asset territoriale rilevante, che permette di integrare sviluppo locale, attivazione delle comunità, formazione e impresa. Tutto al servizio del bene comune: con la vendemmia 2020 di questi vitigni storici, infatti, è stato prodotto un Barolo unico che verrà messo all’asta con un evento altrettanto unico previsto per il prossimo autunno. La Fondazione sta infatti organizzando la prima asta italiana di vino en primeur: le barriques e i tonneaux, dentro a cui il vino è stato fatto invecchiare, saranno vendute e il ricavato della vendita verrà interamente devoluto per iniziative a finalità sociale. In totale, con la vendemmia del settembre scorso sono stati vinificati 65 quintali di uve. Il raccolto è stato vinificato in modo differenziato: in questo modo sarà possibile ottenere Barolo con diverse caratteristiche, seppur appartenenti allo stesso vigneto. Nella realizzazione dell’iniziativa è stato coinvolto il Laboratorio Enosis Meraviglia di Donato Lanati — enologo di fama internazionale, “padre” di alcune delle migliori etichette presenti sul mercato mondiale — al quale la Fondazione CRC ha affidato l’incarico di guidare l’intero percorso produttivo, dalla maturazione delle uve, alla vinificazione e al successivo affinamento in bottiglia. Imprese, associazioni, organizzazioni locali interessate a creare collaborazioni o a investire in nuove realtà vengono guidate in un percorso che favorisce la condivisione di esperienze e il contatto con player di primaria importanza nell’ambito del mondo impact
G
enerare impatto sociale, promuovendo innovazione. La sfida di GrandUp!, progetto promosso da Fondazione CRC e Camera di Commercio di Cuneo, in collaborazione con il Cisem (Comitato per l’imprenditorialità sociale e il microcredito) e con il supporto tecnico di SocialFare – Centro per l’innovazione sociale, è chiara: promuovere un’ampia azione di sistema volta a rendere la provincia di Cuneo un territorio ideale per lo sviluppo di imprese a impatto sociale, con importanti ricadute in termini occupazionali, di sviluppo e di rafforzamento del sistema di servizi offerti ai cittadini. Per generare un impatto socialmente positivo, GrandUp! fa leva su due poli. Il primo polo è quello dell’imprenditorialità sociale. Il secondo è l’attivazione del territorio. Se dal lato dell’imprenditorialità sociale si tratta di promuovere percorsi di consapevolezza, conoscenza e formazione, su quello dell’attivazione viene invece incrementata la capacità del territorio di attrarre investimenti, creando occasioni di incontro e scambio, attraverso webinar o talks strategici, con operatori di livello regionale, nazionale ed europeo. Creare sinergie virtuose, premiando progetti innovativi, è la chiave di volta del progetto. Un progetto che, sottolinea Laura Orestano, ceo di Social Fare, «ha permesso di far emergere ancora una volta la ricchezza di questo territorio, la sua disponibilità ad apprendere e confrontarsi e la sua generatività in termini di imprenditoria a impatto sociale. Un “modello Granda” che potrebbe servire da esempio per altri territori italiani». L’obiettivo del progetto è infatti favorire investimenti in realtà provinciali nascenti da parte di società, organizzazioni e fondi con l’intento di generare un benefico impatto che sia misurabile, in campo sociale o ambientale, e promuovendo una cultura dell’investimento responsabile.
88
3 GIOVANI
Una città per guidare i talenti Inaugurata nel 2020, la Città dei Talenti è al tempo stesso un polo di orientamento professionale, una comunità educante e un hub capace di connettere esperienze sul territorio mettendole a disposizione dei più giovani
È
un punto di riferimento per i più giovani. Bambini e ragazzi, dai sette ai tredici anni, hanno ora un loro spazio nella Città dei Talenti. Situata nel Rondò dei Talenti a Cuneo, la Città mette i propri laboratori didattici a disposizione di tutti coloro che hanno a cuore la crescita, l’educazione, l’orientamento, in una parola: il futuro dei giovani. Insegnanti, genitori e imprese trovano in questo progetto, ideato da Fondazione CRC e finanziato con 950mila euro complessivi, insieme a Impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, un punto di snodo capace di connettere professione e formazione, vocazione e orientamento professionale. Il tutto grazie al coinvolgimento delle agenzie educative: dalla Regione Piemonte all’Ufficio scolastico territoriale, fino alle cooperative e alle agenzie formative del territorio. Nella Città ragazze e ragazzi, bambine e bambini hanno la possibilità di giocare imparando e imparare giocando: attraverso il gioco, sia analogico sia digitale, usato come strumento esperienziale, è possibile per i più giovani calarsi nel vivo di situazioni che permettono di aprire lo sguardo sulle professioni
ed il mondo del lavoro. Importante farlo. Importantissimo farlo a partire da giovanissima età. «Attivare una comunità che crede e investe nel potenziale dei giovani è fondamentale», spiega Andrea Genova, presidente della cooperativa Orso, impegnata attivamente nella Città dei Talenti. Bisogna, spiega Genova, «costruire per loro percorsi
Attivare la comunità significa rigenerarne i luoghi formando nuovi talenti di futuro, ma per farlo occorre rispondere anche a un’altra sfida: farlo assieme a tutti gli attori del territorio». Per questo la Città dei Talenti è anche un hub territoriale che integra e connette realtà lavorative della provincia in una rete territorialmente diffusa capace di valorizzare ogni territorio-esperienza, anche il più difficile da raggiungere, collegandolo al centro. Sistema integrato di interventi educativi e formativi condotti in modo coerente su tutto il territorio provinciale, attraverso i quattro quadranti del cuneesi AlbaBra, Cuneo, Cebano-Monregalese e Monviso (Fossano, Saluzzo e Savigliano), la Città dei Talenti in meno di un anno di vita è riuscita a diventare uno spazio comunitario importante per i ragazzi e i loro genitori, ma anche per gli insegnanti, gli operatori e gli orientatori che vengono a loro volta coinvolti in corsi di Alta Formazione sulle tecniche di orientamento precoce attraverso un’idea di formazione circolare e intergenerazionale.
89
umana e questa genera a sua volta sostenibilità», osserva il trentaseienne architetto milanese Marco Oriani, vincitore del concorso. La sostenibilità, interviene Oriani, «è vera se non pensa solo ai numeri, ma alla qualità di vita». Se sostenibilità significa incontro e relazione, prosegue, «allora l’edificio del Rondò dei Talenti non poteva che essere pensato come spazio di relazione». E anche sul lato tecnico, la sostenibilità è uno degli assi portanti del progetto: l’edificio ha infatti ricevuto la certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design), standard riconosciuto a livello internazionale che certifica il livello di efficienza energetica e l’impronta verde degli edifici, esaminando tutti gli aspetti del processo di sviluppo e costruzione. L’edificio, che già ospita la Città dei Talenti, «avrà vetrate panoramiche sulla città e le Alpi per uno sguardo a 360 gradi». Il tutto nella logica di «nuove idee per attivare la coscienza etica ed estetica legata al senso dei luoghi grazie a un’innovazione sociale che investe sul futuro», conclude l’architetto. Nuove idee che, oggi, si stanno sempre più orientando verso una cultura della transizione ecologica oltre che sociale. La smart land rigenerata da Fondazione CRC sta diventando una green land: ed è in questa direzione che vanno gli interventi su energie rinnovabili e riduzione dei consumi energetici, che a fine 2019 uno studio di Environment Park attesta abbiano attirato sulla provincia di Cuneo, tra il 2010 e il 2018, un totale di 40 milioni di euro. A cui si aggiungono i recenti contributi e interventi deliberati dal bando Smart & Green Economy, con il quale si attiveranno investimenti complessivi per quasi 3,4 milioni di euro, con un effetto leva rigenerativo che sfiorerà i 5 milioni. Più sostenibilità, più comunità, più competenze: sono queste le chiavi su cui far leva per il futuro. Un futuro su cui, nei prossimi quattro anni, Fondazione CRC ha già previsto una dotazione erogativa prevista di almeno 80 milioni di euro. aprile 2021
C U N E O
ANDRE A SILVESTRI
G I A N D O M E N I C O
Moltiplicare le energie sociali per rigenerare spazi dismessi È questa la chiave per innescare l’imprenditorialità a impatto e mobilitare le comunità
Innovarsi per innovare Da problema a risorsa di sviluppo: così abbiamo ribaltato il paradigma delle aree marginali
“S
ostenibilità”, “comunità”, “competenze” sono le parole chiave del nuovo Piano pluriennale della Fondazione CRC. Come si declineranno nell’impegno concreto della Fondazione? “+Sostenibilità” per noi vuol dire partire dall’educazione ambientale e dalla ricerca di nuovi modelli di sviluppo, più equi e compatibili, ma anche occuparci del nostro patrimonio territoriale per valorizzarlo o “rigenerarlo”. “+Comunità” significa invece contribuire a una società coesa, laddove oggi l’aumento delle disuguaglianze e il rischio di forti lacerazioni sono purtroppo una realtà: lavoreremo quindi sul benessere delle persone, sull’inclusione di chi è più fragile, sulla partecipazione attiva dei cittadini e del Terzo settore, e molto anche sulla cultura, un linguaggio universale capace di parlare a tutti, e di creare un riconoscimento reciproco. Infine “+Competenze” sono quelle indispensabili al mantenimento di un ecosistema innovativo, e quindi competitivo, capace di creare lavoro e sviluppo per il territorio. Lavoreremo sulla formazione permanente, sulla transizione digitale in tutti i campi, dalla produzione, alla scuola, alla sanità, con l’obiettivo di aiutare ogni giovane a riconoscere e valorizzare i propri talenti. In che modo il tema della rigenerazione è trasversale e, al tempo stesso, costituisce il minimo comune denominatore delle tre chiavi di lettura (“+Sostenibilità”, “+ Comunità”, “+Competenze”) del Piano? La rigenerazione di spazi dismessi, o di aree marginali, per ospitare progetti di sviluppo richiede notevoli energie, ma genera anche ricadute molteplici. Gli spazi rigenerati, infatti, aprono strade nuove, scatenando l’inventiva e le potenzialità delle iniziative imprenditoriali, spesso a forte impatto sociale, che prima covavano sotto la cenere e attendevano l’innesco. Ma la rigenerazione ha un secondo, potente, “effetto collaterale”: la mobilitazione delle comunità. La presa in carico di problemi e responsabilità intorno a sé è fondamentale per riscoprirsi “cittadini attivi”, moltiplicare le energie in campo e riscoprire anche uno spirito di fratellanza, che in certi casi sembra smarrito. CHI È direttore generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, oltre che membro del Supervisory Board della European Cultural Foundation
VITA #04
90
R
igenerare i territori, riconnettere i luoghi: una vision importante... Il bilancio del mio primo mandato da presidente della Fondazione CRC si intitolava Generare risorse, restituire energie: un motto che ben sintetizza il lavoro fatto e quello in corso. Grazie all’attenta gestione del patrimonio siamo riusciti, anche in anni difficili, a generare ingenti risorse per sostenere interventi in grado di creare innovazione e stimolare la crescita delle energie e delle grandi potenzialità di cui sono ricche le nostre comunità. La rigenerazione dei territori passa così per la presa in carico di spazi dismessi, che diventano nuovi luoghi di aggregazione e di crescita; per la promozione di interventi che ripristinano la bellezza nei luoghi in cui viviamo, coinvolgendo le comunità; per il rafforzamento della proposta culturale ed artistica, grazie alla collaborazione di importanti realtà culturali; per il sostegno all’innovazione e la costruzione di un ecosistema adatto alla nascita di imprese a impatto sociale; per la spinta alla transizione ecologica e alla capacità di attrarre risorse. Qual è il bilancio del bando Distruzione? Il bilancio è davvero positivo: in 3 edizioni abbiamo raccolto 131 proposte progettuali da tutta la provincia di Cuneo, 29 delle quali sono state sostenute e hanno portato a interventi di demolizione, di mitigazione e a installazioni di opere d’arte pubblica. Il bando ha poi promosso la partecipazione e la mobilitazione delle comunità coinvolte, con risultati inaspettati: i 22mila i voti raccolti
GENTA
CARLO PETRINI
Se la transizione ecologica diventa modello produttivo L’agroalimentare? Un laboratorio per mettere a sistema le connessioni fra ambiente, società ed economia CHI È presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo componente del Comitato Esecutivo dell’Acri, consigliere di amministrazione della Fondazione Con il Sud
sulla nostra piattaforma online sono un dato molto significativo. L’idea del bando nasce da una doppia possibile lettura del suo nome: distruzione, perché sostiene l’eliminazione delle bruttezze per ripristinare la bellezza, e d’istruzione, perché vuole sottolineare il valore sociale della bellezza. Credo si possa dire che entrambi gli obiettivi sono stati centrati. E, intanto, è aperta la nuova edizione del bando, che chiuderà a fine aprile. Le piccole realtà sono spesso viste come marginali, fuori dai luoghi decisivi del nostro sistema. È davvero così? In una provincia come quella di Cuneo è indispensabile ragionare sulle cosiddette “zone marginali” non come problema, ma come risorsa. Si tratta di territori segnati da processi di spopolamento e invecchiamento demografico, di isolamento digitale e di rischio idrogeologico. Ma che stanno evidenziando dinamiche di rivitalizzazione, reinsediamento e innovazione. Qui si incrociano sfide trasversali e centrali per tutti noi: la riduzione del digital divide, l’innovazione in campo agroalimentare, la promozione del patrimonio naturale e delle tradizioni locali, la lotta alla dispersione scolastica, la valorizzazione dei talenti e la necessità di garantire i servizi essenziali. Solo innovandoci profondamente e raccogliendo le lezioni di questo ultimo anno di pandemia sarà possibile costruire un futuro di prosperità e benessere.
I
n che modo la transizione ecologica e la produzione agroalimentare stanno ridisegnando il nostro futuro? Le buone idee, quantomeno dal punto di vista teorico, sono arrivate a contaminare anche i livelli politici più alti. Bisogna però attendere affinché queste si traducano in pratiche che, se saranno veramente ecologiche, dovranno prendere consapevolezza della profonda interconnessione tra ambiente, società ed economia. In tutto ciò, data la sua intrinseca complessità e trasversalità, penso che il sistema agroalimentare possa avere un ruolo strategico per intraprendere azioni in grado di intercettare tutti e tre i sistemi contemporaneamente. Dentro questo scenario, di quali paradigmi hanno bisogno economia e territorio per stringere una nuova alleanza? Giunti a questo punto e attanagliati dalle tre crisi, pandemica, economica e ambientale, il paradigma è uno solo: rigenerazione. Risulta più che mai necessario rigenerare un modello economico ormai passato, superato e evidentemente sconfitto: il capitalismo spietato, fondato su consumismo e logica del profitto non è riuscito nella sua sfida e gli innumerevoli tentativi di greenwashing di questo periodo ne sono la più limpida testimonianza. Il processo rigenerativo deve di certo passare anche per una logica della cura volta a innestare nelle coscienze dei più il rispetto per la terra e per il territorio: dobbiamo sempre ricordarci che ogni forma di vita, non solo umana, è strettamente connessa alla salute del nostro Pianeta. Tutto questo però sarà possibile solo se si rigenera il pensiero. In questo momento c’è tanto bisogno di azioni in grado di concretizzare a livello sociale, economico e politico gli slogan sostenibilità e rigenerazione. I territori, anche quelli più marginali, possono diventare un traino per una nuova idea di sostenibilità e rigenerazione? La pandemia ci ha fatto accorgere del valore di una passeggiata nel verde o del respirare aria pulita. Questa possibilità è tanto più concreta quanto più si vive in quelle aree cosiddette marginali: montagne, piccoli centri abitati o le stesse periferie di una grande città, ed è lì quindi che bisogna concentrarsi per dar forma ad uno scenario post-pandemico sostenibile e rigenerato. Dotiamo questi territori di tutti i servizi e le infrastrutture necessari a garantire una buona qualità della vita, e sono certo che si popoleranno di persone che, riconoscendo la bellezza della natura che li circonda, si sentiranno responsabili della sua cura. CHI È pioniere dell’agroalimentarre, è fondatore di Slow Food. Ha inoltre ideato l’Università di Scienze gastronomiche e la rete di Terra Madre
91
aprile 2021
C U N E O
La serie:
01. PADOVA
MAR 2019
02. TORINO
APR 2019
03. MESSINA GIU 2019
04. MATERA
OTT 2019
05. PICENO
DIC 2019
06. MILANO
GIU 2020
07. SOCIAL MASK FEB 2021
08. TORINO
MAR 2021
VITA #04
COMMUNITAS
Il comunitarismo fondazionale di ALDO BONOMI
bonomi@aaster.it
L
e pratiche di territorio raccolte in queste pagine ci dicono di cosa può quello che chiamo comunitarismo fondazionale. La provincia di Cuneo, la “Granda”, tra quanti di noi si sono occupati per professione e per passione di sviluppo dei territori, rappresenta da oltre due decenni un piacevole rompicapo. Fino al secondo dopoguerra era il parente povero, il cugino di campagna di quella Torino che costruiva la produzione di massa, svuotando le campagne settentrionali prima, le terre dell’osso meridionali poi. Poi arrivarono le industrie. Solo alla fine del secolo scorso però ci accorgemmo tutti che, laddove la grande (Torino) e le piccole (Ivrea, Biella) company town perdevano imprese, occupati, abitanti, il “secondo Piemonte” stava diventando una “storia di successo”. Là si esauriva la spinta del big capitalism e si solidificava un agglomerato “di mezzo” capace di abbracciare il nuovo “rigenerando” le radici. Non stupisce che “rigenerare” sia parola-chiave nei progetti accompagnati dalla Fondazione originata dalla vecchia Cassa di Risparmio di Cuneo nonché paradigma, nella triplice crisi economica, pandemica e climatica, con cui Petrini ridisegna le prospettive del presente. Cuneo, negli anni d’oro, cresceva “rigenerando”. Apprendimento, legame, connessioni sociali si nutrono della prossimità e proprio per questo sono in grado di usare, ma a proprio vantaggio, la simultaneità delle reti globali. Tracce di comunità avrebbe detto qualcuno, ma forse le “tracce” sono parola incompleta: comunità non è qui un residuo del passato sopravvissuto all’assalto della storia, ma forza “rigenerativa” che riproduce senso, reddito, riconoscimento. Tanti capaci interlocutori mi hanno spiegato mille volte che Cuneo tiene perché ha un’economia varia, in grado di ammortizzare le crisi settoriali e di attivare ulteriore varietà correlata. È vero, ma è un pezzo della storia. La sua base sostanziale risiede nella comunità e nelle sue istituzioni. Sul territorio vi sono buone scuole e buone amministrazioni. L’associazionismo è forte, come il volontariato territoriale e ambientale, in una terra periodicamente devastata da alluvioni e smottamenti, e anche il vecchio associazionismo economico è più vivace che altrove. Il policentrico disegno urbano delle “sette sorelle” (da Cuneo ad Alba, da Fossano a Saluzzo, da Bra a Mondovì a Savigliano) ha distribuito welfare e reti creditizie, oggi assorbite nel risiko bancario post Lehman Brothers, sebbene il credito cooperativo e la banca locale qui contino ancora. Soprattutto, hanno consegnato una rete di Fondazioni banca-
92
rie con pochi eguali nel Paese. Le storie raccolte in questo dossier pongono in primo piano l’operato di Fondazione CRC: protagonista della rigenerazione con gli investimenti diretti in città, gli ex Frigoriferi Militari come distretto educativo e culturale, e nelle colline del Barolo, in cui il valore incorporato nella terra è usato per restituire beni alla comunità che quella terra, che oggi si vende a prezzi da gentrification milanese, ha trasformato e curato negli anni (se vi piace di più, chiamatelo give back). Oppure, per sostenere impresa sociale, per fare comunità educativa, per mobilitare la comunità nel riprendersi il paesaggio. Una Fondazione, la settima in Italia per patrimonio, capace, con il suo vitale Centro Studi, di dare sostanza all’assioma per cui il territorio prima lo si pensa, poi lo si abita. Storie che ci raccontano della metamorfosi sotto traccia di queste istituzioni. All’indomani della “legge Amato” che le istituì nel 1990 e per molto tempo, il legame con il mondo finanziario di cui potevano essere considerate “braccio sociale” o “cinghia di trasmissione” ne legittimava la descrizione in termini di capitalismo fondazionale. Non era un insulto, almeno per quanti hanno avuto sempre chiaro che il capitalismo è da sempre un sistema di delicati equilibri tra produzione e riproduzione. Questa prospettiva rimane al centro delle istituzioni filantropiche, che hanno nella manutenzione delle agenzie riproduttive il senso della loro missione. Di acqua sotto i ponti tuttavia ne è passata molta, da allora, e con essa anche due crisi economico-finanziarie, la seconda intrecciata al collasso pandemico a sua volta connesso con la crisi climatica. Cuneo non ha percorso indenne questi tornanti. Anche qui il mondo dell’impresa agganciata alla domanda estera si è disallineato rispetto all’economia di tutti i giorni, il lavoro autonomo è entrato in crisi, il reddito medio moderatamente ridotto. E la pandemia ha disseccato, almeno temporaneamente, la risorsa del turismo. Nella crisi il territorio ha però fatto leva sulla sua risorsa più preziosa, il senso e l’agire di comunità, appunto. E su queste basi può oggi pensare la propria modernizzazione, adoperando in modo credibile le parole che occupano il centro del vocabolario dei nostri giorni: sostenibilità, competenza, cittadinanza attiva. Le Fondazioni, più che mai, sono oggi istituzioni di riferimento delle comunità e devono incorporare nel loro orizzonte simbolico l’istanza di riprodurre comunità. Comunitarismo fondazionale, dunque, come pratica insieme di modernizzazione fondata sulle obbligazioni verso il territorio, e come logica istituzionale in grado di rafforzarne ulteriormente il ruolo.
Abbonati subito!
SCEGLI L’OFFERTA CHE FA PER TE Digitale
Carta + Digitale
12 mesi a 30€
12 mesi a 50€
TUTTI I MODI PER ABBONARSI A
WEB
Vai su store.vita.it, scegli la formula annuale che preferisci, “Digitale” oppure “Carta + Digitale”, e attiva subito il tuo abbonamento
BOLLETTINO POSTALE
Effettua un versamento sul C/C Postale n. 34506204 intestato a VITA Società Editoriale S.p.A. e indica nella causale la formula di abbonamento scelta, “Digitale” oppure “Carta+Digitale”
BONIFICO BANCARIO
Effettua un versamento sul C/C bancario: BANCA POPOLARE DI SONDRIO IBAN: IT 21 N 0569601600 000020950X31 Intestato a VITA Società Editoriale SpA e ricordati di scrivere nella causale di pagamento la formula di abbonamento scelta,“Digitale” oppure “Carta+Digitale” Invia copia della ricevuta di pagamento, unitamente ai tuoi dati anagrafici, email, ed indirizzo di spedizione a:
VITA Ufficio Abbonamenti Via Ermanno Barigozzi, 24 | 20138 Milano Tel 02.40703333 Oppure scrivi a: abbonamenti@vita.it
L’abbonamento decorrerá dal primo numero raggiungibile dalla data di ricezione della copia della ricevuta di pagamento
Ogni mese in edicola e tutti i giorni su vita.it abbonamenti@vita.it
|
02.40703333
|
vita.it
SOCIAL INNOVATION STORIES
Direttore responsabile Stefano Arduini
Legale rappresentante Giovanni Terruzzi
s.arduini@vita.it
g.terruzzi@vita.it
Coordinamento editoriale Riccardo Bonacina
Affari societari Miriam Benedetta Perego
r.bonacina@vita.it
m.perego@vita.it
Giuseppe Frangi g.frangi@vita.it
Amministrazione amministrazione@vita.it
Segreteria di redazione Teresa Selva Bonino vita@vita.it
Redazione redazione@vita.it
Antonio Mola, caposervizio grafico a.mola@vita.it
Matteo Riva, art director m.riva@vita.it
Lorenzo Maria Alvaro l.alvaro@vita.it
Sara De Carli s.decarli@vita.it
Marco Dotti m.dotti@vita.it
Collaboratori Cristina Barbetta, Daniele Biella, Luca Cereda, Francesco Dente, Diletta Grella, Antonietta Nembri, Sabina Pignataro, Alessandro Puglia, Giulio Sensi, Anna Spena Vita a Sud (vitaasud@vita.it) Luigi Alfonso, Gabriella Debora Giorgione (coordinamento generale), Alessandro Puglia, Anna Spena, Maria Pia Tucci Rubriche Giovanni Biondi, Maurizio Crippa, Luca De Biase, Anna Detheridge, Sergio Gatti, Carlo Giacobini, Stefano Granata, Giovanna Melandri, Ivana Pais, Gianluca Salvatori, Doriano Zurlo Commentatori Filippo Addarii, Luigi Bobba, Aldo Bonomi, Carlo Borgomeo, Carlo Borzaga, Lucio Brunelli, Luigino Bruni, Carola Carazzone, Luca Doninelli, Johnny Dotti, Elena Granata, Giuseppe Guerini, Paolo Iabichino, Mauro Magatti, Valerio Melandri, Angelo Moretti, Silvano Petrosino, Giacomo Poretti, Andrea Rapaccini, Marco Revelli, Giulio Sapelli, Gabriele Sepio, Gianpaolo Silvestri, Tiziano Vecchiato, Paolo Venturi, Stefano Zamagni, Flaviano Zandonai
Distribuzione Per l’Italia: Distribuzione SO.DI.P. “Angelo Patuzzi” S.p.A. Via Bettola, 18 — 20092 Cinisello Balsamo (MI) — Tel. 02.660301 — Fax. 02.6603032 Servizio abbonamenti Ufficio Abbonamenti VITA Via Ermanno Barigozzi, 24 — 20138 Milano t. 02.40703333 abbonamenti@vita.it
PUBBLICITÀ E SERVIZI EDITORIALI
Quote abbonamenti Tariffa Italia, invio postale: Abbonamento annuale 50,00 euro ccp n. 34506204 intestato a VITA S.p.A. Società Benefit Via Ermanno Barigozzi, 24 — 20138 Milano
Aldo Perini advertising@vita.it t. 348 49 08 956
Abbonamenti estero Tariffa annuale (solo area UE): 120 euro Spedizione postale in superficie Poste italiane Spa — sped. abb. post. dl 353/03 (conv. l. 46/04) Art.1 Comma 1 DCB — Milano Numeri arretrati Il doppio del prezzo di copertina (solo per l’Italia) Le copie vanno richieste a: VITA S.p.A. Società Benefit diffusione@vita.it
VITA S.p.A. Società Benefit Via Ermanno Barigozzi, 24 — 20138 Milano Capitale Sociale 702.101,96 i.v. Registrazione al Tribunale di Milano n. 397 dell’8/7/1994 Iscrizione al ROC n. 3275 | ISSN 1123-6760 Stampa AGF S.p.A. Unipersonale Via del Tecchione, 36 20098 Sesto Ulteriano (MI)
Progetto grafico Matteo Riva Stampato su carta naturale senza legno SELENA Burgo
VITA #04
Collegio sindacale Piero Galbiati, Presidente Fabio Mazzoleni Guido Cinti
vita.it
VITA non profit @VITAnonprofit vitanonprofit vitamagazine
Comitato Editoriale A ABIO Fondazione ABIO Italia Onlus per il Bambino in Ospedale | t. 02.45497494 www.abio.org
CGM Consorzio Gino Mattarelli t. 02.36579650 | www.cgm.coop CIAI Centro Italiano Aiuti all’Infanzia t. 02.848441 | www.ciai.it
ACLI Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani t. 06.58401 | www.acli.it
CIFA ONG t. 011.43380591 | www.cifaong.it
ACTIONAID t. 02.742001 | www.actionaid.it
CITTADINANZATTIVA ONLUS t. 06.367181 | www.cittadinanzattiva.it
AFFR Associazione Festival del Fundraising t. 0543.375521 | www.festivaldelfundraising.it
CONFARTIGIANATO PERSONE ANAP Associazione Nazionale Anziani e Pensionati t. 06.703741 | www.anap.it
AGESCI Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani | t. 06.681661 | www.agesci.it
COOPI Cooperazione Internazionale t. 02.3085057 | www.coopi.org
AI.BI. Associazione Amici dei Bambini t. 02.988221 | www.aibi.it
CSI Centro Sportivo Italiano t. 06.68404550 | www.csi-net.it
AIC Associazione Italiana Celiachia t. 010.2510016 | www.celiachia.it
D
AIDO Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule t. 06.97614975 | www.aido.it AIL Associazione Italiana contro le Leucemie-linfomi e mieloma Onlus t. 06.7038601 | www.ail.it AIRC Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro | t. 02.77971 | www.airc.it AISLA Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica t. 02.66982114 | www.aisla.it AISM Associazione Italiana Sclerosi Multipla t. 010.27131 | www.aism.it AMREF Health Africa onlus t. 06.99704650 | www.amref.it ANCC-COOP Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori t. 06.441811 | www.e-coop.it ANFFAS ONLUS Ass. Naz. Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale t. 06.3212391 | www.anffas.net ANPAS Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze t. 055.303821 | www.anpasnazionale.org ANT Fondazione ANT Italia Onlus t. 051.7190111 | www.ant.it
DYNAMO CAMP ONLUS t. 02.8062941 | www.dynamocamp.org F FEDERAZIONE ALZHEIMER ITALIA t. 02.809767 | www.alzheimer.it
CESVI Cooperazione e Sviluppo t. 035.2058058 | www.cesvi.org
M MANAGERITALIA LOMBARDIA Gruppo Volontariato Professionale t. 02.6253501 | www.manageritalia.it MCL Movimento Cristiano Lavoratori t. 06.7005110 | www.mcl.it MISERICORDIE Confederazione Nazionale Misericordie D’Italia t. 055.32611 | www.misericordie.it MISSIONI DON BOSCO VALDOCCO ONLUS t. 011.3990101 | www.missionidonbosco.org MOAS onlus Migrant Offshore Aid Stations t. +356 22479770 | www.moas.eu MPVI Movimento Per la Vita Italiano t. 06.68301121 | www.mpv.org O
S
FONDAZIONE ÈBBENE t. 800.082834 | www.ebbene.org FONDAZIONE EXODUS t. 02.210151 | www.exodus.it FONDAZIONE FRANCESCA RAVA - N.P.H. ITALIA ONLUS t. 02.54122917 | www.nph-italia.org FONDAZIONE ISTITUTO SACRA FAMIGLIA ONLUS t. 02.456771 | www.sacrafamiglia.org
SAVE THE CHILDREN ITALIA ONLUS t. 06.4807001 | www.savethechildren.it SISCOS - SERVIZI PER LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE t. 02.80012108 | www.siscos.org SOS IL TELEFONO AZZURRO ONLUS t. 051.225222 | www.azzurro.it SOS VILLAGGI DEI BAMBINI ONLUS t. 0461.926262 | 02.55231564 | www.sositalia.it T
FONDAZIONE L’ALBERO DELLA VITA ONLUS t. 02.90751517 | www.alberodellavita.org
TOURING CLUB ITALIANO t. 02.8526842 | www.touringclub.it
FONDAZIONE MISSION BAMBINI ONLUS t. 02.2100241 | www.missionbambini.org
U
FONDAZIONE PER L’INFANZIA RONALD MCDONALD ITALIA t. 02.74818331 | www.fondazioneronald.org/it
FONDAZIONE SALVATORE MAUGERI t. 0382.592504 | www.fsm.it
C
LEGA DEL FILO D’ORO ONLUS t. 071.72451 | www.legadelfilodoro.it
FONDAZIONE DON GNOCCHI ONLUS t. 02.40308910 | www.dongnocchi.it
ASSOCIAZIONE CON I FATEBENEFRATELLI PER I MALATI LONTANI t. 06.33253413 | www.afmal.org
AVSI Associazione Volontari per il Servizio Internazionale | t. 02.674988373 | www.avsi.org
L
OPERA SAN FRANCESCO PER I POVERI ONLUS t. 02.77122400 | www.operasanfrancesco.it
FONDAZIONE PROGETTO ARCA ONLUS t. 02.67076867 | www.progettoarca.org
AVIS NAZIONALE Associazione Volontari Italiani Sangue | t. 02.70006786 | www.avis.it
INTERSOS Organizzazione Umanitaria Onlus t. 06.8537431 | www.intersos.org
FEDERSOLIDARIETÀ CONFCOOPERATIVE t. 06.68000476 www.federsolidarieta.confcooperative.it
ARCHÉ ONLUS t. 02.603603 | www.arche.it
ASSOCIAZIONE TRENTA ORE PER LA VITA ONLUS t. 06.39725783 | www.trentaore.org
I
FONDAZIONE TELETHON t. 06.440151 | www.telethon.it FONDAZIONE TRIULZA t. 02.39297777 | www.fondazionetriulza.org FONDAZIONE VINCENZO CASILLO t. 080.9172204 | www.fondazionecasillo.it H HUMAN FOUNDATION Do&Think Tank per l’Innovazione sociale t. 06.3243000 | www.humanfoundation.it
UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare | t. 049.757361 | www.uildm.org W WEWORLD ONLUS t. 02.55231193 | www.weworld.it
Previsto dallo Statuto societario di VITA, il Comitato Editoriale ne costituisce il cuore pulsante, segno della natura pubblica e partecipata del suo percorso editoriale, sin nel suo atto fondativo. Una vera e propria community operativa, partecipata dalle più importanti organizzazioni italiane di Terzo settore, in rappresentanza di oltre 52.000 associazioni territoriali. Il Comitato Editoriale interagisce e collabora con la Redazione, fornendo spunti di riflessione e linee di indirizzo per l’attività editoriale. Il Comitato Editoriale è anche un tavolo di lavoro tra associazioni, giornalisti ed esperti per costruire campagne di mobilitazione, di attivazione civica e di comunicazione su istanze del Terzo settore.
per info e adesioni scrivi a comitato@vita.it
aprile 2021
CULTURA
Navigare la vita in un veliero incagliato Raccontando la propria esperienza, l’autrice racconta il dramma centrale che tocca tutti noi, tra la voglia di allontanare da noi le nostre ferite e la tenace evidenza che proprio in quelle sconfitte si nasconde il senso LUCA DONINELLI recensisce CARMEN PELLEGRINO
L
a felicità degli altri di Carmen Pellegrino non è stato incluso nella dozzina da cui usciranno i cinque finalisti del Premio Strega di quest’anno. Ma questa grande scrittrice non deve dolersene troppo, sia perché a tanti grandi scrittori (da Carlo Emilio Gadda a Aldo Busi, passando per Giovanni Testori, Pier Paolo Pasolini e tanti altri) è toccata la stessa sorte, sia perché la fase che la narrativa italiana sta attraversando, fragile e isterica, finirà come sono finite tutte le altre. Resterà lei, la letteratura, il cui successo non si conta soltanto a numero di copie vendute, ma si lega ai cuori che tocca, alle vite che segna e spesso modifica. La letteratura è come in iceberg, la cui parte maggiore resta invisibile. I premi si occupano, giustamente, di quella visibile, e hanno giurisdizione solo su di essa, e lo sanno bene. Come mi disse una sera Dacia Maraini, non determinano il grande gioco, ne fanno parte. Carmen, con questo romanzo, ha cercato il lato sommerso del suo lavoro, e l’ha fatto con la drammatica sincerità di chi non ignora la parte emersa e vorrebbe esserci. È il dramma semplice di ogni vero artista: tutti vorremmo il Nobel, ma cercandolo troviamo qualcos’altro, più importante. Così ha fatto Carmen. La felicità degli altri mette sul piatto il tema-chiave della sua opera: la perdita. Il romanzo si legge come una specie di carta geografica: da un lato gli eventi, i corrugamenti, le ferite della vita; dall’altra il filo di un rapporto importante, con un maestro scelto con acribìa, professore all’università di Venezia. Nel labirinto veneziano, questa sorta di reticente Virgilio aiuta la giovane a riconoscere e ritrovare le tracce del proprio cammino. Non si scrive un romanzo solo per raccontare una tragedia familiare, il dissidio tra un padre che ama troppo e male e una madre che non sa amare, l’abbandono e la dispersione familiare, la morte di un fratello caro, naufragato in una tempeVITA #04
Carmen Pellegrino, classe 1977 originaria di Postiglione degli Alburni, centro cilentano al confine tra Campania e Basilicata, è una scrittrice e storica, apprezzata in particolare per l’attenzione dedicata alla memoria dei borghi abbandonati e alla scienza dell’abbandono
96
Luca Doninelli è nato a Leno, in provincia di Brescia, nel 1956. Narratore, docente e critico teatrale è stato amico di Giovanni Testori e profondo conoscitore della sua opera. La dieta sono io. Come ho perso 50 chili. Definitivamente, edito dalla Nave di Teseo nel 2019, è il suo ultimo libro
sta troppo violenta, né lo si scrive per elencare i propri infiniti errori. Si scrive per trovare, in questo disastro, il filo di una durata, di un senso, di un affetto verso il mondo ma anche verso sé stessi. Così il romanzo di Carmen, nel ripercorrere una vita segnata dalla perdita e da numerose sconfitte, giunge a quell’agnizione, a quell’illuminazione che non salva la vita (la letteratura non serve a questo) ma aiuta a mettere la testa oltre lo strato di nuvole che ci sovrasta e a vedere, finalmente, il “limpido cielo” (Montale): non per dire al mondo “il cielo esiste” o anche “il cielo non esiste” ma perché, incappando in queste pagine, il lettore possa avvertire lo stesso brivido di verità che ha attraversato il corpo e l’anima dello scrittore. È una luce strana, non sempre gloriosa, ma sempre carica di senso. Che è quella cosa — magari talvolta spiacevole, o amara — che rende in ogni caso abitabile questa terra, vivibile questa vita. «Se guardo indietro, rivedo il relitto di un veliero incagliato nei fondali. A lungo è stato la mia dimora, adorna solo del silenzio che si insinuò tra questa me e le altre, come una morbida presenza cortese. Un bel giorno, mi distaccai da me. Scoprii che, correndo qua e là, era in fondo semplice mandare avanti il corpo, guardarlo ancheggiare nelle faccende che mi riguardavano e restarmene ad aspettare nel relitto. In principio davo un’occhiata al corpicino quando rientrava, valutavo l’entità delle ecchimosi, poi smisi di fare anche questo. Dislocata. Separata. Sapevo di avere una faglia pericolosa dentro di me e dovevo tenermene alla larga. Ci riuscii fino a un certo punto. Quando poi il silenzio cominciò a farsi rivelazione, mi resi conto di avere una tale confidenza con la faglia, che tanto valeva percorrerla, invece di continuare a maledirla. Ne ignoravo la profondità. E quante volte ho creduto di affogare: salvami, Dio dei relitti, salvami. Ancora oggi, in certe giornate che a fatica arrivano a sera, mi capita di pensare che sarebbe stato meglio non scavare, lasciare le cose insabbiate... ». Raccontando la propria vita, Carmen racconta così la vita di tutti, il dramma centrale che tocca tutti noi, tra la voglia di allontanare da noi le nostre ferite, dimenticandole, e la tenace evidenza che proprio in quelle ferite, in quelle sconfitte si nasconde il senso vero della nostra vita. Tutto si gioca tra un “sì” e un “no”, come sempre. A questo serve la letteratura, questo è il suo gioco. Un premio, un successo di pubblico non sono, come disse a me Toni Servillo, che «piacevoli incidenti di percorso, che possono esserci o non esserci».
IL LIBRO Carmen Pellegrino La felicità degli altri La nave di Teseo, pagine 242 euro 18
aprile 2021
yy
LIFE MUSEUM arte che cambia il mondo
Le parole fatte a mano non hanno frontiere
“Balikawas” (60x235 cm) opera in lana cotta realizzata per il progetto “La ragione nelle mani”
U
n artista, quattro artigiani, otto ragazzi apprendisti: è la squadra che ha realizzato un progetto molto originale, sviluppato nel cuore della Val Camonica e presentato a Ginevra alla Maison Tavel/ Musée d’Art et d’Histoire. Titolo: “La ragione nelle mani” (a cura di Adelina von Fürstenberg). L’artista è Stefano Boccalini, milanese, noto per le sue opere di stampo concettuale. Tempo fa era stato coinvolto nella nascita di Ca’ Mon, un Centro per l’arte, l’artigianato e la comunità, sorto a Monno, in Val Camonica. Un centro di scambi tra saperi intellettuali e saperi materiali. È da lì che è quindi partito un percorso che Boccalini ha voluto incentrato su nove parole. Il percorso ha infatti preso il via con un laboratorio che ha coinvolto tutti i bambini di Monno, cui è stato raccontato il significato di parole intraducibili che sono presenti in molte lingue, intraducibili perché non hanno corrispettivi nelle altre lingue e che possono essere solamente spiegate. Le parole scelte sono infine state sottoposte agli artigiani per capire quali potessero essere le più adatte a essere trasformate dalle loro sapienti mani in manufatti artistici. Ne sono state scelte nove che sono diventate il materiale su cui gli artigiani hanno lavorato con gli apprendisti. Ognuno ha fatto ricorso a tecniche antiche, che sono state declinate secondo una visione molto contemporanea. Così la parola “Anshim”, che in coreano indica il concetto del sentirsi bene con se stessi e con il mondo è stata realizzata su una grande pezza di lino, a punto e intaglio. “Balikwas” che in coreano significa “abbandonare la propria comfort zone” è stata realizzata con lana cotta e con l’antica lavorazione dei pezzotti. È nato così un vocabolario che curiosamente riesce a incrociare due dimensioni che sono sempre state pensate come alternative: quella globale, legata alla scelta delle parole prelevate da vocabolari ad ogni latitudine, e quella locale legata invece la “saper fare” degli artigiani camuni. Così pratiche tradizionali tornano letteralmente a parlare un linguaggio senza frontiere. E a garantirsi un passaggio generazionale. GIUSEPPE FRANGI (@robedachiodi)
VITA #04
98