Albero della vita n° 4-1 2019

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L'albero della vita

30 anni Unitre


L'albero della vita L'albero della vita

1A 30 anni dell'Unitre

Anno 4 numero 1

4A Quadro di Giancarlo Zaramella

Febbraio ­ Marzo 2019 COORDINATRICE EDITORIALE

Gabriella Madeyski REDATTORE CAPO Giuseppe Ragusa REDAZIONE

L'albero della vita Febbraio ­ Marzo

Cecilia Barbato Albachiara Gasparella Donatella Grespi Dino Santarossa GRAFICA e versione on line Dino Santarossa

HANNO COLLABORATO: Paolo Baldan Angela Caccin Giulia Caminito Mauro Cicero Edo Guarneri Andrea Mazzanti Vittorio Pellizzari Milena Quadrio Maria Caterina Ragusa Luigino Scroccaro Michela Trabucco

3a Editoriale 4a L'arcobaleno 7a Mary Anning, la raccoglitrice di fossili 8a Carolina De Stefani Motta 9a Trent'anni La 4A di copertina: Giancarlo Zaramella 10a Filomena 11a Le donne del mondo classico: Elena di Troia 13a Il giardino delle Muse 14a Donare la voce è donare un libro a chi non può leggere 16a Cosa sappiamo della melatonina 18a La mia morte sul Monte Bianco 19a Il piacere della lettura 20a In classe con Giuseppe Berto 21a Il ricordo del 10 febbraio 22a Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach 23a Il Cristo giallo diPaul Gauguin (1889)

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Editoriale Gabriella Madeyski

Anche quest’anno, inesorabile, si avvicina l’8 marzo, non “la festa della donna” ma “la giornata internazionale della donna“ . Essa è stata istituita per ricordare da un lato le conquiste politiche, sociali ed economiche delle donne, dall’altro le discriminazioni e le violenze da loro subite nella storia. La loro condizione nella società lungo il corso dei secoli ha subito parecchi cambiamenti, a seconda dell’evoluzione politica e giuridica dei popoli, della diversità dei fattori geogra ici e storici e della loro appartenenza ai vari gruppi sociali. In quasi tutti i tempi e Paesi la donna è stata sottoposta nelle società del passato a un trattamento meno favorevole di quello riservato all’uomo dal punto di vista giuridico, economico e civile, e per tanto tempo è rimasta esclusa da tutta una serie di diritti e di attività sociali. Nel mondo occidentale tra ine Ottocento e inizio Novecento le rappresentanti del genere femminile iniziarono a far sentire la propria voce e a chiedere gli stessi diritti degli uomini. L’industrializzazione, da parte sua, contribuı̀ al cambiamento: le donne cominciarono a lavorare e a capire di essere valide tanto quanto gli uomini, soprattutto durante le due guerre mondiali, quando dovettero sostituire nei loro compiti gli uomini, chiamati a combattere. Cosı̀ in Italia nel 1946 arrivarono i primi riconoscimenti: le donne votarono per la prima volta, nel 1948 la Costituzione stabilı̀ l’uguaglianza tra i sessi e nel 1975 una legge decretò la parità di diritti tra marito e moglie. La donna oggi è lavoratrice e cittadina, non può più quindi sottostare al potere dell’uomo e la sua forza lavoro, da sempre esistita nella storia, ma non sempre riconosciuta, oggi ha un importante peso in piena società industrializzata, soprattutto da un punto di vista economico e produttivo. La donna di oggi riesce ad essere lo specchio del passato, ma anche la proiezione nel futuro. Per questo credo sia sbagliato continuare a sentirsi discriminate, bisogna invece ricordare che i progressi compiuti sono stati compiuti da donne come noi, che credevano in loro stesse, nelle loro capacità . C. JoyBell C. (uno dei principali pensatori e scrittori femminili del mondo di oggi) disse “Credo nelle donne forti. Credo nelle donne che sono capaci di badare a loro stesse. Credo nelle donne che non hanno bisogno di nascondersi dietro le spalle di un marito. Credo che, se hai dei problemi, in quanto donna li affronti, non fai la vittima, non cerchi pietà, non punti il dito. Ti alzi e li affronti. Affronti il mondo a testa alta e porti l’universo nel tuo cuore.” Sebbene le donne siano senza dubbio state oppresse in passato, e ancora possono non essere considerate al pari degli uomini in alcune parti del mondo, oggi non bisogna portare avanti questa convinzione. E’ necessario mettere da parte l’idea di avere meno valore rispetto agli uomini, semplicemente perché questa credenza non si basa su nessun principio valido. Uomini e donne hanno entrambi ruoli importanti nella società e una parte non ha più valore dell’altra. Ad ogni modo, giocare al ruolo della vittima e credere di essere trattata diversamente rispetto agli uomini contribuirà solo a tener viva la convinzione che viviamo in un mondo fatto per gli uomini. Il miglior modo per passare oltre questa convinzione è semplicemente avere iducia in sé stesse, rassicurarsi e condividere i propri pensieri e le proprie idee con gli altri. Se non si permette agli altri di controllarci e ci si fa rispettare quando si è trattate ingiustamente, allora si sta utilizzando il miglior strumento per essere una donna forte. Ricordiamoci però che essere forte non signi ica assomigliare ad un uomo ma signi ica saper ricamare quegli angoli di comprensione, empatia, femminilità , intuito e sensualità per mescolarli saggiamente con praticità , naturale tendenza alla risoluzione dei problemi (avete mai visto le donne a casa con i bimbi?) e capacità inanziaria.

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Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una s ida che non inisce mai. (Oriana Fallaci)


In occasione della presentazione dei vincitori del Premio Berto, tenutasi il 23 ottobre 2018 nella Sala don Bosco, la scrittrice Giulia Caminito, vincitrice nel 2017, aveva promesso che avrebbe inviato un suo scritto da pubblicare sul nostro giornale. Ha mantenuto la promessa, e ci ha inviato un suo racconto inedito. Lo pubblichiamo con orgoglio e con grande piacere.

La Redazione

L’arcobaleno

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Giulia Caminito Il racconto l’Arcobaleno nasce da una storia vera, la storia di una madre, di una donna che è stata ingannata e umiliata per amore, che ha rischiato di perdere i igli e la casa, e che si è sentita tradita proprio nel momento in cui credeva nella propria rinascita e nella gioia di una nuova relazione. L’idea è quella di raccontare i sentimenti anche di donne non più giovanissime incastrate nel ruolo di madri e mogli, in balia dell’ossessione per il matrimonio e preda di possibili raggiri e sopraffazioni in nome dell’ormai disperso desiderio. Così questa donna sola viene ammansita con complimenti e romanticherie e dall’altra parte sfruttata per i pochi soldi che possiede, da un uomo senza molti scrupoli. Il racconto ha volutamente un inale ambiguo in cui non è chiaro se la donna abbia compiuto o meno in gesto estremo. Rachele era in piedi nella cucina, con mani gon ie impastava la carne che aveva macinato inemente, aveva aggiunto sale, pepe, pane raffermo, prezzemolo e scorza di limone, proprio quella che era il segreto di sua madre e sua nonna. I suoi igli avevano superato i venticinque anni e dormivano su letti a castello, in una casa che era rimasta a dieci anni prima, dove lei aveva spostato poco e dimenticato tanto. Le dita sparivano nella carne macinata, Rachele aggiunse l’uovo all’ultimo, sentı̀ il tuorlo disperdersi, aveva posato in ila accanto al lavello i suoi anelli, erano tutti di bigiotteria, li doveva buttare via ogni sei mesi, diventavano neri e lasciavano tracce come il catrame. Accese la televisione e mise un programma in cui una giovane dai capelli ricci spiegava come preparare un’ottima centrifuga detox ogni mattina, bastavano kiwi e spinaci, una spruzzata di lime. La cucina aveva i piani in into marmo, le ante in into legno, gli stro inacci in into cotone, Rachele aveva sistemato i piatti tutti diversi nella credenza, quelli buoni e uguali erano in salone dentro al mobile di faggio, possedeva scolapasta senza manici e tazze incrinate da cui il caffè gocciava, ma che lei non voleva buttare, viveva tutto con malinconia.

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La loro casa era periferia, per la grande città e per loro stessi, da questa si facevano addomesticare, ma non la amavano più con la cura che meritava. Rachele aveva sessant’anni, anzi pochi mesi le mancavano, e ne sentiva in corpo novanta, puliva i pavimenti con lentezza, passava lo straccio in bagno lasciando aloni di lanuggine e capelli attaccati agli spigoli, c’erano mensole che da mesi non guardava e tende che da anni non portava in lavanderia. Mentre mescolava la carne, la donna pensò alla cena di quell’ormai distante dieci novembre in cui la iglia era scoppiata in lacrime a tavola, mentre lei serviva broccolo lesso e fettine, dicendo che il padre vedeva un’altra, la iglia lo aveva scoperto guardando il suo cellulare, dimenticato sul termosifone. Una bolla aveva rarefatto quel momento tanto che Rachele ricordava di preciso il prima e il dopo, ma non ricordava l’attimo, come erano initi il broccolo a terra e le fettine per aria, chi aveva picchiato chi, chi era sparito e come. Quando si era risvegliata con in mano un lacone di aspirine e un mal di testa temibile, era sdraiata sul proprio letto matrimoniale. Nel salotto c’era ancora il tavolo tondo e di legno lucido, intorno a cui mangiavano una volta, i divani coperti con teli a iorellini, i cuscini coi


Si era detta che non avrebbe perdonato, e nessun altro uomo sarebbe entrato in casa sua, si sarebbe tenuta strettissimi i igli e lontani i piaceri. Aveva vissuto per nove anni in santità , col iato sul collo dei suoi bambini non più bambini, li chiamava se uscivano, li seguiva sui social, commentava ogni loro attività , ogni fotogra ia, si scriveva tra le note del telefono i numeri dei loro amici, domandava questo chi è e questa qui, non la conosco, da dove viene? La casa possedeva due balconi che erano il luogo delle scope, gli stendini, il cesto dell’umido, le mollette, i detersivi, si affacciavano sul garage di un meccanico, ritagliavano all’orizzonte la linea della ferrovia. Ogni quarto d’ora la casa tremava, la notte ino alle undici, ma Rachele era abituata ai treni come alla propria disperazione, era sopravvissuta inché a una cena con alcune colleghe non aveva conosciuto Mauro, più giovane di lei, capelli all’indietro, occhiali da sole tenuti in testa anche la sera, camicia un po’ aperta e bianca, cintura di ecopelle, jeans troppo lunghi, il corpo di lui era la metà di quello di Rachele, avrebbe potuto mangiarlo e digerirlo in mezza giornata. Si erano scritti, lei rispondeva sempre senza entusiasmo all’inizio e lui la riempiva di complimenti e pensieri, mandava testi interi delle canzoni dei Negramaro, quando si svegliava, quando andava a dormire, le pareva strano, soffocante, assurdo, Mauro era un bell’uomo ai suoi occhi, lei una vecchia divorziata dal sedere troppo grande e neanche più la voglia di cucinare. Si videro un paio di volte da soli, andarono ai ristorantini del lungomare e bevvero vino bianco mangiando spaghetti alle vongole, come le coppie sotto ai trenta facevano per festeggiare gli anniversari. Rachele non faceva sesso da dieci anni, si era scordata come ci si spogliava e come si stava in due dentro alle stesso letto, che forma avessero i suoi seni nelle mani altrui, prese le notti con Mauro come un accadimento bizzarro, qualcosa come l’eclissi, che poi passa e per anni non si vede più , eppure trascorsero i mesi e quell’uomo non ne voleva sapere di sparire. Un giorno cosı̀, uno colà , Rachele lasciò pezzi di sé , iniziò a spendere i pochi soldi che aveva per cenare al ristorante, pagare hotel, andare fuori

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lustrini e uno a forma di cane, uno a forma di girasole, la vetrinetta sotto al secondo televisore piena di bomboniere, i battesimi, i matrimoni, le cresime degli altri. Avevano scelto insieme all’ex marito quel punto perfetto, tra la città e il mare, una borgata senza centro, un trenino sgangherato che faceva le fermate a fatica, le feste del quartiere nei parcheggi, la chiesa dalle mura arancioni, in cui gli altoparlanti gracchiavano e ai funerali un vecchio ecuadoregno suonava la chitarra. La casa l’aveva tradita e per questo lei voleva lasciarla perire. Proprio lı̀ nelle stesse mura che lei non aveva potuto vendere per il ribasso dei prezzi, Giancarlo incontrava la cognata, quella del piano di sopra, la mite e gentile, la stessa che a Natale portava il panettone ripieno e le cartelle da aggiungere per la tombola, una a cui nessuno avrebbe dato della conquistatrice. Rachele era stata una bella ragazza, sempre in carne, ma aveva i capelli biondi e la frangetta cotonata e poi la scollatura e i ianchi ben presenti, gli occhi allungati e azzurri, le maniere pane al pane e vino al vino, una che si faceva scappare dai denti i pensieri, adorava il turchese e comprava solo scarpe col tacco e la punta. Dal divorzio era appassita con le mura in cui viveva, le tapparelle scese a metà , lo scarico della vasca arrugginito, le mura nella stanza dei igli ancora piena di pecorelle e stelline, i poster dei loro anni 90’ a ricordarle quando si erano cristallizzati. Le case sulla via del mare valevano sempre meno, venderla era stato impossibile, Giancarlo aveva girato per anni lı̀ intorno af ittando stanze in palazzi da cui li guardava e comprando regali ai igli che in realtà erano per lei, un vaso con dentro un ciclamino, un tappetino nuovo per l’ingresso, un paio di federe a righine, lei aveva immaginato che si sarebbe stufato, uno, due, tre mesi, invece il tempo era trascorso e senza perdersi d’animo l’ex marito aveva continuato a chiedere perdono. Il corpo di Rachele si era sformato, era largo come il divano, aveva la forma delle rape e il dolore addosso dei rubinetti che perdono, non si capacitava del senso di quel nuovo corteggiare, quell’insistere, per una vita che era sotto a cumuli di cenere, inghiottita da errori e bisticci.


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città , se lui domandava un piccolo prestito lei gli accordava un mutuo, ogni desiderio di Mauro era avverato prima di venir detto e i igli di Rachele si dissero da subito preoccupati. La madre spariva per giorni interi, la notte chissà dov’era, non rispondeva al telefono, non si occupava di loro e della casa, sembrava voler perdere ogni rapporto con la Rachele di prima e far sbocciare una nuova sé , che è incosciente e se sente il pericolo spegne i fari. La polvere in quell’anno era scesa sui mobili, le due o tre piante sui balconi erano secche e ricurve, né il iglio né la iglia riuscivano a dominare quel senso di spaesamento, d’essere stati messi in sof itta dalla madre. Certo, dal divorzio non era più la madre di una volta, il suo affetto era foga, la sua solitudine negli anni era diventata appiccicosa, come colla si stendeva sui muri. Ma la nuova condizione da amante di Rachele li inorridiva, quel Mauro era losco per loro e furbo e inaf idabile, lo vedevano viscido, lo chiamavano Il lumaca, la madre che faceva gridolini se arrivava un messaggio e si truccava male e troppo quando lui la portava a cena senza offrire mai, la voglia di lei d’iscriversi in palestra anche se aveva il iatone a fare le scale e i commenti ad alta voce che faceva sulle loro notti di sesso, dicendo meraviglioso e incredibile. Erano disgustati, passarono sempre più tempo fuori casa e il loro appartamento divenne quasi s itto, museo di cose passate e senza teca, mancavano solo le targhe sotto ai quadri per indicare l’anno della creazione. Olio su tela, La famiglia, 1988, immagine di gruppo a Sperlonga. Didascalia: Qui eravamo felici. Giancarlo viveva con apprensione questo amore della ex moglie, era per lui pari a uno scenario apocalittico, un’era glaciale, mai avrebbe potuto immaginare che sarebbe arrivato un altro e avrebbe preso il posto su i cui lui aveva sputato, ma che tanto amava. Era arrivato il giorno in cui Mauro aveva varcato la soglia di casa, guardato in tralice dai igli, odiato dai vicini, insultato dagli zii e la suocera, si era tolto le scarpe, lasciato i piedi nei propri calzini a righe, si era stravaccato sul divano iorato, aveva acceso la televisione, messo il canale del tg

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sportivo, adorava la pallacanestro e il nuoto sincronizzato. Rachele era festante, non le importavano i commenti, le dicerie, gli errori che gli altri le imputavano, si sentiva fenice e bellissima, portava orecchini d’oro su lobi carnosi, indossava vestagliette di seta e scarpe di pelliccia, aveva il conto in banca magro e il comò pieno di ciglia inte e ombretti scuri, si metteva l’eyeliner sbilenco, si profumava con essenze comprate al mercato e taroccate, aveva in bella mostra la boccetta Chanel a cui si stava staccando l’etichetta. Rachele sciolse il tuorlo nella carne e si portò un dito alla bocca assaggiò il contenuto della ciotola per capire se era sciapo e come andasse corretto, sospirò , le stava venendo proprio buono, avrebbe fatto polpette al sugo. Dopo due mesi che Mauro si era trasferito da loro, la casa la tradı̀ ancora, sul computer del iglio Rachele trovò aperta una pagina web, quella di alcuni incontri a pagamento, Mauro vedeva altre donne, si faceva pagare da loro, metteva online i propri video in cui era in perizoma e cantava con una chitarra in mano, una mascherina in faccia nera di pizzo, che lo rendeva comunque riconoscibile per chi come lei lo guardava ogni giorno e da quella faccia si faceva ripetere: sei il mio amore. Lei lo aveva fatto entrare dentro il passato dei dispiaceri, aveva sacri icato i igli e la dignità , si era messa in maschera, travestita da quattordicenne, e aveva pagato, pranzi, cene, cinema e teatro, vacanze in costiera, con quelli che erano in risparmi di una vita, lo aveva fatto camminare sui suoi tappeti e accolto sotto l’acqua calda della sua doccia. Lo aspettò all’ora di cena seduta al tavolo, dove aveva guardato Giancarlo dieci anni prima dopo la storia del cellulare sul termosifone, ma questa volta aveva un coltello tra le dita, poggiato sulle cosce, sentiva il freddo della lama attraverso le calze. Rachele si girò la carne tra le mani, fece una leggera pressione ai poli per creare dei globi perfetti, accese il forno a centottanta gradi e li coprı̀ col pangrattato, poi un ilo d’olio, ripassati al sugo, avrebbero avuto lo stesso sapore dell’arcobaleno dopo venti giorni di pioggia.


Mary Anning, la raccoglitrice di fossili. Ho “incontrato” questa donna nel romanzo STRANE CREATURE della scrittrice statunitense Tracy Chevalier ed ho scoperto che Mary Anning, la protagonista, è realmente esistita ed è stata un personaggio di rilievo per i suoi ritrovamenti fossili che dettero grande impulso alla paleontologia e alla teoria dell’evoluzione Nonostante ciò , è la igura meno ricordata di tutti i raccoglitori di fossili nella storia della paleontologia e pertanto, conoscere la sua vita ci aiuterà a capirne il perché . Mary Anning nacque nel 1799 a Lyme Regis, un villaggio tra le scogliere del Dorset e del Devon nel Sud ‐Ovest dell’Inghilterra, zona ricca di fossili del Giurassico e per questo chiamata Jurassic Coast. La sua famiglia era molto povera e numerosa e soltanto lei ed il fratello più grande Joseph, sopravvissero agli stenti e alle carestie dell’epoca. Il padre, oltre all’attività di falegname, occasionalmente si dedicava alla ricerca dei fossili marini (ammoniti e belemniti) nelle scogliere vicine per rivenderli poi ai turisti come souvenir o come rimedi contro alcune malattie ed aveva insegnato alla piccola Mary a riconoscerli, ad estrarli e a ripulirli. A undici anni, quando il padre morı̀ prematuramente lasciandosi alle spalle solo debiti, ricercare fossili, s idando l’inclemenza del clima invernale e i numerosi pericoli che il territorio friabile e scosceso racchiudeva, divenne il suo abituale lavoro. Fu proprio nel corso di un sopralluogo che, con iccato nella roccia, Mary notò , oltre alle comuni conchiglie pietri icate, il cranio di un animale dai denti aguzzi e nei mesi successivi individuò anche il resto del corpo; ciò che lei aveva chiamato coccodrillo, in realtà era un esemplare di ITTIOSAURO. Fu poi la volta del PLESIOSAURO, dello PTEROSAURO ( rettile volante dalle ali membranose ) e di tanti altri ancora. A questo punto, tralasciando l’ambito strettamente tecnico‐ scienti ico delle scoperte in cui non oso addentrarmi, preferisco sottolineare il perché Mary Anning, in vita e purtroppo ino a meno di un decennio fa, non divenne mai famosa. Mary Anning era donna! Essere una donna e per di più di umili origini, signi icava l’esclusione assoluta dai circoli e dalle associazioni scienti iche, nonostante i loro illustri membri ricorressero a lei per la sua competenza in materia e per il metodo rigoroso che aveva impiegato nelle sue ricerche e nel trattamento dei reperti. Molte delle sue scoperte perciò vennero attribuite ad altri ed il suo nome mai menzionato o http://www.ilgiocattolo.it/2/pterosauro­cm­3 solo in alcuni casi, appena citato. Addirittura le fu mossa l’accusa, poi ritirata per manifesta infondatezza, di essere una millantatrice per aver portato alla luce lo scheletro del PLESIOSAURO che presentava ben trentacinque vertebre, numero che ino ad allora, non era mai stato riscontrato in nessun essere vivente. La società dell’epoca non accettava che il cervello di una donna arrivasse a tanto e qualcuno sostenne per ino che lo straordinario e inconcepibile talento di Mary, fosse attribuibile alla scarica elettrica di un fulmine che l’aveva colpita nella primissima infanzia e che l’aveva lasciata indenne. Soltanto nell’ultimo periodo della sua vita caratterizzato dalle ristrettezze economiche e dalle precarie condizioni di salute, Mary ottenne una piccola pensione ed il contributo di una raccolta fondi tra i membri della Geological Society di Londra. Poco tempo dopo, nel 1847 a soli quarantotto anni, morı̀ per un cancro al seno. Nel 2010 la Royal Society la nominò tra le dieci donne inglesi più in luenti nella storia della scienza. Il “ meglio tardi che mai “ però non ci consola! Ai nostri nipoti che sanno tutto sui DINOSAURI, facciamo conoscere la storia di Mary Anning!

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Albachiara Gasparella


Carolina De Stefani Motta

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Luigino Scroccaro A Campocroce, frazione di Mogliano Veneto, a partire dal 1876 era attivo uno stabilimento bacologico tra i più importanti della provincia trevigiana, a cui sul inire del vecchio secolo venne aggiunta una ilanda. Questo ambiente fu lo scenario di una storia d’amore tra Carolina De Stefani, operaia, e il padrone dello stabilimento. La giovane era nata nel 1872 in una famiglia di modesti artigiani, il padre era falegname, alcuni zii e parente muratori, altri piccoli venditori di vino. Dall’ambiente familiare essa erediterà la vivacità , la creatività caratteristica del mondo artigiano. Terminata la scuola elementare, all’età di 9 anni trovò lavoro nello stabilimento bacologico da poco realizzato dalla famiglia Motta, in particolare da Pietro, iglio del fondatore Luigi. A meno di 16 anni era diventata “la più brava e attiva collaboratrice dei padroni, a 20 essa era l’anima degli stabilimenti”. Intelligente e dinamica, verso il 1890 era stata mandata a Treviso a studiare e completare le sue conoscenze, poi af iancò il padrone nella gestione del personale e del lavoro nella ilanda che, in quel periodo, giunse a realizzare il ciclo completo della produzione dal seme bachi alla seta. Arrivarono “ ilandere” anche da Valdobbiadene e si pensa che la ragazza abbia aiutato il padrone nel favorire l’inserimento delle nuove arrivate, spesso madri con igli anche piccoli, tanto che si pensò a delle sale per l’allattamento e a comodi dormitori. Tra Pietro e Carolina intanto sbocciava l’amore, tanto che i due si sposarono. Dalla loro unione nacquero tre igli: Luigi nel 1898, Pietro nel 1899 e Alvise nel 1900. Probabilmente la giovane si inserı̀ con qualche dif icoltà nella benestante famiglia Motta e dovette anche vedersela con la cognata Vittoria che forse non la riteneva capace di adeguarsi a quel mondo tanto diverso da quello da cui ella proveniva. Il 1911 le vennero a mancare prima il padre e poi il marito Pietro che, tra l’altro, rivestiva la carica di sindaco di Mogliano. Il peso della gestione dell’azienda e dell’educazione dei igli minorenni cadde sulle sue spalle, ma non si perse d’animo e, dopo aver esaminato la situazione inanziaria, chiamò alcuni esperti a collaborare in attesa di af idare il tutto ai igli, mandati a studiare a Firenze. Oltre a pensare all’andamento della ilanda, Carolina si occupò anche della preoccupante situazione occupazionale del territorio: l’endemica mancanza di lavoro nel 1914 aveva spinto la giunta comunale a coinvolgere i grandi proprietari terrieri moglianesi nella soluzione del problema. Anch’ella si rese disponibile assicurando il posto di lavoro ai suoi dipendenti e creandone di nuovi. Durante la guerra, l’attività proseguı̀ con qualche dif icoltà per le requisizioni e le disposizioni restrittive riguardanti il mercato. Dopo Caporetto tutto precipitò , l’occupazione dei reparti militari costrinse lo spostamento dello stabilimento, con il suo prezioso semaio, a Casinalbo di Formı̀gine, nei pressi di Modena. Nelle campagne vennero costruite opere di difesa utilizzando gran parte del materiale dell’azienda. Carolina si dimostrò sempre generosa contribuendo alle varie sottoscrizioni a favore dei richiamati, invalidi e orfani di guerra del comune. Nel gennaio del 1919, terminata la guerra, si

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preoccupò subito di riprendere il lavoro della ilanda e dello stabilimento a favore di un considerevole numero di operaie, favorita anche dalle autorità che miravano a prevenire proteste per la grande disoccupazione. L’attività riprese a pieno ritmo, fu potenziato lo stabilimento bacologico e costruita una nuova ilanda. Grazie alla sua intraprendenza, il capitale dell’azienda nel 1920 era quasi raddoppiato. Carolina ebbe riconoscimenti nazionali dall’Istituto Scienze e Arti di Venezia, dal Ministero dell’Agricoltura e ad un’Esposizione Nazionale. Nel 1924 venne a mancare a soli 52 anni. I suoi funerali furono imponenti per il bene che aveva saputo fare, ma forse anche in ossequio al iglio Pietro allora giovane podestà di Mogliano. Qualche tempo dopo i tre igli fecero costruire in sua memoria un asilo, con lo scopo di accogliere gratuitamente i igli dei mutilati di guerra e gli orfani dei caduti nel con litto. Carolina fu una donna straordinaria, ma il suo ricordo se n’è andato con la scomparsa delle ultime ilandere.

Trent'anni

Abbiamo iniziato in pochi e pochi avevano iducia in questo progetto. In Europa e in Italia erano nate le prime Università e noi, a Mogliano, giovani pensionati, avevamo voglia di qualcosa di nuovo: potersi trovare per portare avanti i nostri interessi culturali e creativi e per conoscere nuove persone, scambiare parole e sorrisi che poi sarebbero diventati amicizie. Cosı̀ ho conosciuto e apprezzato centinaia di persone, mi sono arricchita della personalità di ognuna: il poeta, il viaggiatore, lo scrittore, il narratore, lo scienziato e il… brontolone! E poi le varie amiche! Alcune sono “partite”, altre sono qui che continuano ad accompagnare la mia vita. Negli anni sono cambiata: non sono più una giovane pensionata, ma una nonna sempre impegnata. All’Unitre ho dedicato tanto: trent’anni che sono volati.

La 4a di copertina: un quadro di Giancarlo Zaramella Le Redazione Il Prof. Giancarlo Zaramella è stata una igura molto importante del mondo culturale di Mogliano Veneto. La sua vita ha attraversato tappe importanti della cultura novecentesca e della storia della nostra cittadina. Da giovane aderı̀ alla corrente dei cubisti italiani, e il suo talento di pittore emerse in ambito nazionale con alcune sue opere esposte alla Biennale di Venezia, alla fondazione Bevilacqua La Masa e alla quadriennale di Roma. Alla carriera artistica però preferı̀ quella di insegnante all'Istituto d'arte di Venezia. Zaramella è noto per aver svolto una instancabile opera meritoria di culturizzazione e diffusione dell’arte contemporanea. Nel 1962 fondò l’Associazione culturale Centro Artistico Piranesi, con il quale raccolse e valorizzò l'eredità del celebre incisore settecentesco Gianbattista Piranesi, nato proprio a Mogliano. Nel 1963 creò l'Accademia "Artis Domus", che in oltre 50 anni di attività ha accolto e promosso l'attività di numerosi artisti, mentre nel 1969 diede vita al Torchio Piranesi, sezione espressamente dedicata alle attività incisorie. Fu amico dello scrittore Giuseppe Berto e del poeta Diego Valeri, altre storiche icone della cultura del tempo. Il prof. Giancarlo Zaramella è anche noto per aver realizzato il gonfalone della città di Mogliano.

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Milena Quadrio


Filomena

L'albero della vita Febbraio ­ Marzo

Donatella Grespi Quel pomeriggio il cielo era incredibilmente turchino. Uscita in cortile per ritirare la biancheria stesa al sole percorse il vialetto sassoso, mentre il vento le portava alle narici un intenso profumo di lavanda, misto al buon odore del bucato appena lavato. Il candore accecante delle lenzuola le ferı̀ gli occhi che cercò di riparare facendosi scudo con la mano abbronzata, ruvida e seccata dai lavori domestici. Doveva sbrigarsi se voleva stirare tutto, prima che suo padre e i suoi fratelli fossero tornati dal lavoro. Si mise a piegare le lenzuola di lino pesante che erano appartenute a sua madre, le ripose in una grande cesta, sbadigliando continuamente perché alla notte dormiva poco, tutta presa dalla sua passione per la lettura. Suo padre non voleva che durante il giorno leggesse e sottraesse tempo utile ai lavori domestici, unica attività delle donne oltre a quella di fare igli. Lei, però , voleva un destino diverso. Non aveva la possibilità di comprare libri, ma desiderosa di studiare ed apprendere, se li faceva prestare da amici e conoscenti, dalla sua maestra e dalla biblioteca. Quando tornava dal mercato, ben nascosti tra i pacchi della spesa, c'erano sempre dei nuovi volumi, che, una volta a casa, nascondeva accuratamente. Poi, di sera, attendeva al buio, ben sveglia, che tutti andassero a dormire. Avvertiva il passo strascicato di suo padre nel corridoio, la porta del gabinetto che sbatteva, il rumore dello sciacquone, il cigolio del letto, il respiro farsi più regolare... Non appena lo sentiva russare, solo allora accendeva la luce e si metteva a leggere. Aveva inoltre iniziato a ricopiare le frasi che più l'avevano colpita, i vocaboli insoliti, le espressioni gergali più originali, i concetti che meglio si accostavano al suo modo di pensare. Ad un certo punto, neppure questo le era bastato, aveva sentito sempre più forte l'esigenza di esprimere, con parole sue, i propri stati d'animo, di trasferire sulla carta, nero su bianco, ri lessioni, ricordi, speranze. Si era messa a scrivere. Scriveva su vecchi quaderni, o dove capitava, tra un risotto da mescolare e il rammendo dei calzini. Piegata l'ultima federa, entrò in casa con la voluminosa cesta in mano. Mancavano poche ore prima che i suoi uomini rientrassero, impolverati e stanchi. Allora sı̀ che per lei non ci sarebbe stata pace! Avrebbe dovuto correre come una trottola dall'uno all'altro, preparare mastelli di acqua fumante, camicie pulite e profumate, pane e salame e vino fresco. Non avrebbe avuto per sé un solo minuto. Si guardò attorno assaporando il silenzio delle stanze ombrose e sospirò pensando con timore al suo futuro incerto, non ancor ben delineato. Di una cosa però era ben sicura. Lei non si sarebbe rassegnata, non avrebbe fatto la serva tutta la vita, come sua madre stremata dai parti e dalla fatica, come le sue vicine vecchie e sformate a quaranta anni. No. Avrebbe continuato a leggere, a studiare, per poi inalmente spiccare il volo! Guardò dapprima il cesto della biancheria che l'attendeva, poi l'orologio alla parete... C'era tempo! Furtivamente estrasse dalle tasche del grembiule un quadernino tutto stropicciato e un mozzicone di matita, sedette davanti al tavolo di marmo e iniziò a scrivere: "Quel pomeriggio il cielo era incredibilmente turchino..." Ps. Per scrivere questo racconto mi sono ispirata a mia madre e alle donne come lei che ci hanno insegnato a spiccare il volo. 10


Le donne del mondo classico: Elena di Troia Elena di Troia è uno dei personaggi più noti della letteratura classica. Molte sono le varianti del mito che vedono protagonista la donna accusata di aver provocato la guerra di Troia. Talvolta viene associata a una divinità campestre, oggetto di culto semplice nelle campagne: il suo nome signi ica infatti “nepitella”, una pianta che cresce spontanea con proprietà medicinali (è la nostra 'mentuccia', che ha proprietà antireumatiche, antispasmodiche e digestive) Le vicende personali di Elena risultano complesse in dalla sua nascita. Secondo una versione la dea Nemesi, nel tentativo di sfuggire a Zeus che voleva unirsi a lei, si trasforma in un'oca: Zeus, sotto l'aspetto di un cigno, la raggiunge e riesce nel suo intento; Nemesi depone un uovo da cui uscirà Elena. Secondo un'altra tradizione, Leda, regina di Sparta, trova l'uovo e se ne prende cura ino al momento della schiusa. Un'ulteriore versione sostituisce a Nemesi la stessa Leda, amata da Zeus‐cigno. In ogni caso, Elena cresce bellissima, la più bella del mondo: spesso il suo nome è accompagnato dall'epiteto “splendida donna”. Omero le attribuisce connotati adeguati al suo ruolo: folti capelli biondi, braccia bianche, caviglie sottili; raf inata, profumata, come tutte le donne affascinanti, indossa solo candidi veli e vive da regina, circondata da ancelle eleganti, intenta a tessere e ricamare vesti di straordinaria raf inatezza.

[Elena di Troia di Dante Gabriel Rossetti (1863)] Destinata ad essere oggetto del desiderio degli uomini proprio per questa leggendaria bellezza, già a 12 anni viene rapita e portata in Attica dall'ateniese Teseo che vuole darla in moglie ad un amico; viene liberata dai suoi fratelli Castore e Polluce, i Dioscuri, e riportata a Sparta. Quando raggiunge l'età da marito ne chiedono la mano tutti i più nobili partiti della Grecia: viene scelto Menelao, re di Sparta, che ha offerto in cambio ricchissimi doni. A Sparta però giunge in visita Paride, iglio di Priamo, re di Troia: il giovane è colpito dalla bellezza della donna; Afrodite, che gli ha già promesso Elena in premio quando era stato scelto come giudice dalle dee che si erano contese la mela d'oro destinata alla più bella, ne facilita i propositi rendendolo ancora più bello di quanto sia già , in modo che Elena non possa resistere al suo fascino. I due, contravvenendo alle leggi degli dei e degli uomini, fuggono insieme portando via parte delle ricchezze di Menelao. A questa vicenda fa riferimento la poetessa greca Saffo (sec. VII‐VI a. C.) nel frammento 16: “colei che superò di gran lunga / in bellezza i mortali, Elena, lasciando il migliore dei mariti / se ne andò per mare a Troia/ né si ricordò affatto della iglia / né dei suoi genitori, ma la sedusse Venere”. I principi greci, accorsi per tutelare l'onore di Menelao, dichiarano guerra a Troia, la città di colui che ha tradito i sacri vincoli dell'ospitalità . Dopo dieci anni di assedio si decide che l'esito della guerra sia af idato a un duello tra Menelao e Paride, ma lo scontro appare privo di tensione: a nulla valgono il coraggio e l'abilità del re spartano perché l'avversario è protetto dagli dei e in particolare da Afrodite, che lo avvolge “in una molta nebbia e lo porta nel talamo odoroso di balsamo” (Iliade, l. 3° vv. 381‐382). Al duello assiste Elena, presentata da Omero come una donna infelice, pienamente consapevole di essere causa dei tanti lutti che la guerra ha provocato. Nella scena dei funerali di Ettore che chiude il poema, il suo pianto disperato e le sue parole sono testimonianza della sua sofferenza e della sua solitudine. E già più volte aveva espresso questi suoi sentimenti, ferita dai giudizi negativi di chi le sta intorno: “... di me cagna che ha tramato disgrazie, funesta, / meglio sarebbe stato che nel giorno in cui la madre mi generò /

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Maria Caterina Ragusa


una malvagia tempesta di venti mi avesse trascinato via, / e le onde mi avessero travolta prima che questi mali si compissero. / Ma poiché gli dei hanno stabilito queste sciagure, / avrei preferito essere la sposa di un uomo più valoroso, / che conoscesse la vendetta e le innumerevoli offese degli uomini” (Iliade, VI 345‐ 354). Anche i racconti relativi alla morte di Elena sono divergenti. Secondo una profezia lei e Menelao erano destinati a non conoscere la morte, ma ad essere accolti dagli dei nei Campi Elisi; secondo un'altra versione, dopo la morte di Menelao Elena viene condotta a Rodi dove morirà strangolata. Qualche critico ha voluto vedere nella Elena di Omero una sorta di femminista ante litteram: ripensando a quanto accaduto, la donna fa capire di soffrire non per opera degli altri, ma per un con litto con se stessa, tra un barlume di responsabilità morale e impotenza di fronte agli dei. Compie vani sforzi per liberarsi del dominio di Afrodite e via via acquista coscienza dei limiti della sua autonomia. E mentre Paride indulge alle proprie passioni, Elena appare capace di autocritica e giudica l'uomo privo di dignità e di quell'amor proprio riconosciuto come dote degli uomini dell'età eroica.

L'albero della vita Febbraio ­ Marzo

[Elena di Troia, di Antonio Canova]

Una interpretazione diversa delle vicende di Elena si diffonde nel secolo VI a. C.: secondo una leggenda, il poeta Stesicoro, che in un suo carme aveva cantato l'adulterio di Elena, suscita l'ira di Castore e Polluce (fratelli di Elena), i quali per vendetta lo accecano. Stesicoro allora compone un altro carme per ritrattare quanto affermato precedentemente: “Non è vero questo racconto; tu non andasti sulle navi e mai arrivasti alla rocca di Troia.”: ottiene cosı̀ il perdono e riacquista la vista. Per Euripide questa versione stesicorea costituisce un argomento troppo allettante per lasciarselo sfuggire. Cosı̀ nel 412 a. C. mette in scena la sua tragedia “Elena” in un momento storicamente dif icile per gli Ateniesi, per i quali si è appena conclusa disastrosamente la spedizione in Sicilia all'interno della guerra del Peloponneso. Il poeta vuole esprimere il diffuso senso di s iducia nelle istituzioni laiche e religiose tra gli Ateniesi e intende denunciare l'inconsistenza delle cause che scatenano tutte le guerre, proponendo un messaggio di grande modernità : Elena non è stata responsabile della guerra di Troia e dunque non deve essere considerata quale simbolo di distruzione e portatrice di dolore. Elena non è mai stata a Troia, non è stata rapita da Paride con le conseguenze narrate da Omero. A Troia c'è solo un èidolon (oggi diremmo un ologramma), un'immagine fatta di aria creata da Era: la vera Elena, inconsapevole di quanto si trama ai suoi danni, è rimasta in Egitto, e precisamente nell'isola di Faro, dove è stata condotta presso il saggio re Prò teo perché la custodisse e la restituisse al marito Menelao. E quando questi arriva, Elena, dopo un'iniziale dif idenza per quell'uomo dall'aspetto malandato per il naufragio subı̀to, lo riconosce e si getta fra le sue braccia, nonostante egli ancora ri iuti di credere ai propri occhi. E' solo la prova tangibile della dissoluzione della falsa immagine a convincerlo della verità delle parole di Elena. Il dramma ha cosı̀ uno scioglimento positivo ed Elena, lucida e determinata, si dichiara convinta che “anche le donne hanno cervello” e che “solo la giustizia può dare speranza di salvezza”. Il dramma sembra concludersi con un lieto ine, ma in realtà la tragicità della vicenda è evidente quando Euripide sottolinea come la vita dell'uomo sia fortemente dominata dalla volontà degli dei e come determinante sia soprattutto quell'entità sovrumana che indirizza e domina lo svolgersi degli eventi umani: è la Tyche, il Caso, la causa prima dell'infelicità dell'uomo, penetrarne le leggi è impossibile.

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Il giardino delle Muse: la poesia

IN STALA A FIO’

GELO

Nei fredi inverni de na volta durante el dı̀, ma sopratuto a sera, par tuti a stala deventava un logo de lavoro, zogo,canto e de preghiera. Se radunava i veci, i tosatei e femene a far calse e a giustar, tanti tosati in serca de morosa co' tanta voja de ridar e de cantar. Ghe gera spesso uno che lezeva, tuti in siensio i lo stava a scoltar, iabe, poesie, i promessi sposi, cussı̀ i se inzegnava par imparar. E ogni sera el nonno ghe contava chea volta che ’l ga visto el massariò lo, no ’l dı̀se che a miseria gera granda e se magnava tanto poenta e scò lo. Po' se cantava, se magnava a fava e se bevea on goto de vinterno, cussı̀ fra cose serie e meditae come on saloto gera a stala d'inverno. E mi che go vissuo 'sti anni 'ndai me porto in cuor co' tanta nostalgia tante serate bè e passà e a iò piene d'amor, serenità e magia.

Boccate di gelo nell’aria frizzante profumi ghiacciati evocano. Sottili aghi pungono lievi. Vette importanti soggiogano nell’abbagliante nitore.

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Michela Trabucco

MATTINO Mattino di nebbia. Gocce sui rami stecchiti bagnati dal guazzo notturno. Tronchi di gelido muschio radi richiami nell’aria. Grigiore in inito. Dorme la terra, dimentica dello splendore autunnale.

Cecilia Barbato

Massariò lo = gnomo dispettoso scolo= latticello Vinterno = vin piccolo

Angela Caccin

http://www.radioemiliaromagna.it/programmi/racconti­autore/pane­sotto­neve.aspx

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Nuovi orizzonti per l'Unitre Quattro anni fa, dovendo scegliere una disciplina con cui iniziare il mio percorso di docente all’Unitre, ho pensato che poteva essere interessante insegnare a leggere ad alta voce, non tanto per noi stessi ma soprattutto per far giungere il testo ad altre persone che, per vari motivi, non potessero leggerlo. L’entusiasmo dimostrato dai miei alunni mi ha fatto capire che la strada scelta era quella giusta ma non avrei mai pensato che le abilità acquisite nel Corso potessero varcare l’ambito familiare. Sono stata contattata, invece, dal sig. Andrea Mazzanti, editore, che è venuto a presentarci una lodevole iniziativa e a chiedere la nostra collaborazione. Già quattro alunne hanno superato il provino e adesso sono diventate “donatrici di voce”: la loro voce, infatti, permetterà a molte persone in dif icoltà di “ascoltare” un libro e di trascorrere un po’ di tempo in buona compagnia. Siamo tutti molto orgogliosi del traguardo raggiunto che dimostra come il volontariato sia un percorso che trova sempre nuovi agganci per valorizzarsi.

L'albero della vita Febbraio ­ Marzo

Gabriella Madeyski

Donare la voce è donare un libro a chi non può leggere Andrea Mazzanti

Coordinatore Service App Libro ParlatoLions

Ascoltare un libro registrato da una voce umana è per molte persone l’unico modo per accedere alla lettura ed alla conoscenza. Donare la propria voce af inché queste persone meno fortunate possano godere di questo diritto è un’attività di volontariato di grande valore. Il Servizio delle App del Libro parlato Lions è inalizzato a dare il piacere di ascoltare un libro a chi non può leggere e a chiedere la voce a chi può farne dono. Un esercito di persone nel mondo, infatti, lotta contro la cecità e l’impossibilità di leggere. Secondo le stime, e non a caso parlo di stime perché non ci sono dati certi, nel mondo ci sono 285 milioni di disabili visivi, di cui 39 milioni non vedenti e 246 milioni ipovedenti (Forum europeo contro la cecità ‐ Efab). Ma la comprensione di un testo non è solo un problema di ipovedenza. Il problema della dislessia af ligge, secondo i più recenti studi medici (non esistono statistiche esatte sull’argomento), una persona su 20, un numero impressionante di ragazzi e ragazze, uomini e donne, senza alcun de icit cognitivo che, a causa di questo disturbo, non riescono a leggere, ed hanno bisogno di un supporto speci ico che permetta di trasferire loro gli stessi contenuti nel

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modo più fedele possibile. Come abbiamo letto e sentito tante volte, nel 1925 la sordo‐cieca Helen Keller lanciò una s ida ai Lions af inché diventassero i “cavalieri dei non vedenti nella crociata contro le tenebre”. Noi abbiamo accettato quella s ida ed oggi la tutela della vista resta una delle nostre vocazioni principali. Da quasi un secolo i soci LIONS lavorano a progetti che hanno lo scopo di prevenire la cecità , restituire la vista, migliorare la salute degli occhi, i servizi oculistici e la qualità della vita per centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Aiutare a migliorare la qualità della vita delle persone non vedenti o ipovedenti non signi ica però solo prevenire e curare malattie, ma anche procurare strumenti idonei a consentire loro di svolgere una tra le funzioni più importanti della vita umana: la lettura e la comprensione di un testo. Il service delle App del Libro Parlato Lions, su iniziativa del Club Lions di San Donà di Piave, ha rinnovato tecnologicamente un service nato nell’ormai lontano 1975. In modo del tutto gratuito, sono state ideate, progettate e realizzate,


Come fare per donare la propria voce? Grazie al service la realizzazione del provino e la registrazione del libro, si possono ora fare tramite la stessa applicazione, con il proprio telefonino o tablet. In una sezione dedicata, infatti, è possibile registrare il provino grazie al microfono incorporato dell’apparato e inviarlo ad un’apposita commissione per la valutazione. Una volta ottenuto il via libera (entro 48 ore), sarà poi addirittura possibile registrare i libri con una qualità ottimale e inviarli ai volontari del Service con un semplice click. Chi desiderasse diventare donatore di voce, può semplicemente scaricare l’app (Libro Parlato Lions) dagli store di Apple e di Google e registrare il provino, oppure scrivere un’email all’indirizzo coordinatori@applibroparlatolions.it chiedendo informazioni. Il sito internet del service è www.applibroparlatolions.it E importante sapere, in ine, che il Service delle App del Libro Parlato Lions è gestito direttamente

dal Lions Club International in modo del tutto gratuito e senza l’intermediazione di Associazioni ONLUS private esterne e non appartenenti al mondo lionistico dotate di dipendenti e per questo motivo può , non solo erogare il servizio agli iscritti che ne hanno diritto (dif icoltà di lettura certi icate da un medico) ma anche alle persone non iscritte ma che si trovano negli ospedali e nelle Residenze per Anziani, tramite convenzioni senza costi sia per gli enti che per gli utenti.

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secondo i migliori standard tecnici e in linea con le speci iche previste per non vedenti e ipovedenti, le App in grado di raggiungere il maggior numero possibile di persone e di permettere loro di ascoltare, tramite una voce umana registrata, la lettura di testi che altrimenti non avrebbero l’opportunità di leggere da soli. E non stiamo parlando “soltanto” di ipovedenti ma anche di tutte quelle persone che pur non avendo de icit di vista (come appunto la dislessia), o per periodi di ricovero o malattia invalidante o per disturbi della vecchiaia non sono in grado di leggere, studiare o semplicemente assaporare il piacere inestimabile di leggere un buon libro. Le applicazioni per Smartphone e Tablet Apple e Android permettono di erogare in modo funzionale e innovativo, attraverso il proprio telefonino, il servizio fornito dal Libro Parlato Lions del tutto gratuitamente (nessuna spesa né di acquisto né di iscrizione). Grazie a queste App non sarà più necessario recarsi in una Biblioteca e accedere alle speci iche postazioni, o utilizzare lettori MP3 o doversi sedere davanti a un PC, basterà usare il proprio smartphone o il proprio tablet, oppure usufruire di quelli dati in dotazione alle tantissime strutture convenzionate (in Veneto oltre 46 convenzioni per oltre 70 ospedali, case di cura, residenze per anziani). Non è tutto. Poiché uno degli ostacoli principali alla diffusione del Libro Parlato è proprio la donazione di voce. L’attuale catalogo dei libri messi a disposizione dal server per mezzo delle App è già molto importante, quasi 10 mila titoli, tra narrativa, saggistica e biblioteca per ragazzi. Ma tantissimi titoli sono ancora da registrare e moltissimi altri di grande valore vengono ogni anno pubblicati dalle Case Editrici. Sono quasi un centinaio i donatori di voce che del tutto gratuitamente in questi anni si sono adoperati per registrare i libri parlati ma molti di più ne servono per consentirci di mettere a disposizione di oltre 12 mila utenti e di una moltitudine di persone ricoverate in ospedale o residenti in casa di riposo, un catalogo sempre più ricco e soprattutto aggiornato ai titoli di nuova pubblicazione.


Cosa sappiamo della melatonina

L'albero della vita Febbraio ­ Marzo

Giuseppe Ragusa La melatonina è un ormone secreto principalmente dalle cellule dell’epi isi (conosciuta anche con il nome di ghiandola pineale per la sua forma simile ad una pigna), che è una piccola ghiandola endocrina, della lunghezza di circa 8 mm e dal peso di 0,5 gr., situata al centro del cervello. Oltre che dall’epi isi, la melatonina viene secreta anche da altri distretti quali l’ipo isi, la tiroide, le ghiandole surrenali, le gonadi, la retina, la mucosa intestinale. Questo ormone presenta numerose funzioni (alcune delle quali tutt’oggi poco conosciute): protegge il nostro corpo dai radicali liberi, rinforza il nostro sistema immunitario, riduce la pressione sanguigna e il livello di colesterolo contribuendo cosı̀ a prevenire le malattie cardiache, agisce come supporto nelle terapie tumorali (in questo campo il suo impiego è ancora oggetto di numerose ricerche mediche), ha un effetto bene ico contro diabete, emicrania e in caso di dolori cronici, ed il suo uso è sempre più diffuso nella prevenzione della depressione e del morbo di Alzheimer. Ancora più recente, e non del tutto caratterizzata, è l'applicazione della melatonina in ambito antiaging, cioè per contrastare i fenomeni dell’invecchiamento. Il compito principale della sostanza è però la regolazione del ciclo sonno‐veglia (quello che scienti icamente chiamiamo ritmo circadiano) in risposta alla luce o al buio dell'ambiente esterno. Vediamo nei particolari come funziona questo meccanismo di regolazione della secrezione della melatonina. In condizioni di luce la retina trasmette gli impulsi luminosi dagli occhi al nucleo soprachiasmatico ‐ una sorta di centralina del nostro cervello ‐ che è a sua volta collegato alla epi isi: in queste condizioni la ghiandola non secerne il suo ormone. In queste condizioni il nostro organismo rimane sveglio ed attivo. Al contrario, quando vi è assenza di luce (come nelle ore notturne), l’epi isi secerne la melatonina, le cui concentrazioni nel sangue aumentano rapidamente e raggiungono il massimo tra le 2 e le 4 di notte per poi ridursi gradualmente quando si approssima il mattino. L’aumento della concentrazione di melatonina nel nostro corpo regola la necessità del riposo e del sonno. Nei primi tre mesi di vita il livello di melatonina è isiologicamente molto basso, quindi in questa fascia d’età è pressoché normale che i neonati abbiano un sonno irregolare, con frequenti risvegli. La produzione dell’ormone aumenta progressivamente nel corso della crescita, in concomitanza alla maturazione della ghiandola pineale per arrivare ad un suo completamento intorno ai tre anni, con una normalizzazione del sonno. Nell’età adulta s’innesca un lento ma progressivo processo di calci icazione dell’epi isi, con una conseguente diminuzione di melatonina secreta e diminuzione delle ore di sonno. Quali sono le indicazioni terapeutiche? Assumere la melatonina può essere un prezioso sostegno per regolare i ritmi del sonno e della veglia. I problemi d’insonnia colpiscono oltre 9 milioni di italiani e sono in aumento anche nell’età pediatrica: ben il 35‐40% dei bambini nel nostro Paese, infatti, soffre di problemi di sonno durante la crescita. I disturbi del sonno si possono suddividere in due principali categorie: la prima comprende tutte quelle persone che fanno molta fatica a prendere sonno ma che quando si addormentano portano a termine il loro riposo (Sindrome del ritardo di fase); nella seconda troviamo soggetti che si addormentano facilmente ma che si svegliano nel cuore della notte o nelle prime ore della mattina senza poi riuscire a riaddormentarsi.

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La melatonina agisce positivamente sulla prima categoria di insonnia; il suo pregio è di non essere un ipnotico vero e proprio e pertanto di non dare fenomeni di intolleranza, quindi con il tempo non si riduce la sua ef icacia né dà problemi di dipendenza, osservati invece in diversi sedativi/ipnotici tradizionali, quali ad esempio le benzodiazepine. La melatonina comunque non è una sostanza completamente innocua, presenta infatti qualche controindicazione o effetto collaterale (mal di testa, vertigini e sonnolenza durante il giorno, o tachicardia, o stato di ansia e nervosismo): pertanto, è sempre opportuno chiedere un parere al proprio medico per capire se eventualmente la sua assunzione possa andare a interagire con qualche patologia (soprattutto epatica o renale) o interferire con qualche farmaco che prendiamo abitualmente. La sostanza è sempre più comunemente usata anche per favorire il sonno in lattanti e bambini, ma il suo utilizzo deve essere sempre valutato preventivamente con il pediatra. La melatonina viene ef icacemente consigliata anche per superare l'effetto del Jet lag, disturbo che si veri ica quando si attraversano vari fusi orari (di solito più di due fusi orari), come avviene nel caso di un lungo viaggio in aereo: questa sindrome si caratterizza per disturbi del sonno, mancanza di appetito, dif icoltà digestive, nervo‐ sismo ed irritabilità . Un' inte‐grazione di melatonina interviene in questi casi per regolarizzare l'orologio biologico interno, scombussolato dal fuso orario. In ine, è un ottimo regolatore per coloro https://www.humanitas.it/news/15898‐insonnia che lavorano su turni anche notturni e devono continuamente variare gli orari deputati al riposo. Quali sono le modalità di assunzione e la posologia? In commercio si trovano integratori a base di melatonina sotto varie forme: compresse, sciroppi, tisane, gocce, e, ultimo arrivato, spray; a volte si trovano associate altre sostanze, quali vitamine, minerali (quali magnesio, zinco o selenio), erbe o piante (valeriana, camomilla) con funzioni calmanti e concilianti il sonno. E’ disponibile in due versioni, quella da 1 mg che è un prodotto da banco e quella da 2 mg che è classi icata come un vero e proprio farmaco e per la quale serve la ricetta del medico; la dose consigliata è in genere pari a 1 mg di melatonina. E molto importante assumere la melatonina correttamente. Salvo diversa indicazione del medico (che, ricordo, va sempre consultato prima di intraprendere qualsiasi terapia) in caso di disturbi del sonno, essa va assunta dai 30 minuti a 1‐2 ore prima di andare a letto; se ci sveglia nel bel mezzo della notte, non la si deve assumere per riprendere a dormire, altrimenti si rischia di alterare il ciclo circadiano. Se l’assunzione degli integratori non dovesse bastare, la natura ci viene incontro: alimenti di origine vegetale, come l’avena, il mais, le mandorle, il cacao, alcuni ortaggi, tra cui pomodori e cavoli, e frutta, come per esempio mele, ananas, arance e banane, sono ricchi di melatonina o ne favoriscono la secrezione. Ovviamente dobbiamo aiutare l'effetto e i bene ici della melatonina anche con uno stile di vita equilibrato e corretto che quindi contempli un po' di sano movimento isico, una dieta equilibrata e leggera, una vita più regolare possibile. E’ meglio evitare anche di intraprendere attività molto faticose prima di andare a dormire, o di studiare o lavorare ino a tardi, o di mangiare troppo la sera; sarebbero da evitare anche alcolici, caffeina o teina. In ine, anche il sovrappeso può rappresentare un fattore di rischio per l'insonnia e per lo squilibrio tra veglia e sonno.


La mia morte sul Monte Bianco

L'albero della vita Febbraio ­ Marzo

Vittorio Pellizzari Mi trovavo con mia madre in alta Val d’Aosta, dove l’avevo accompagnata per incontrare i suoi allievi di quand’era una maestra di 17 anni, appena diplomata. Un giorno decisi di fare una spedizione molto leggera sul terribile Bianco: salita in funivia ino al pavillon, 2000 metri, pranzo, chiacchiere con gli addetti, notizie sui sentieri e qualche bella foto dei dintorni. Niente attrezzatura da montagna tranne gli scarponi, niente viveri e acqua, una gita nel cortile di casa, pensavo. In funivia trovai solo gente con gli sci. Fui l’unico a scendere al pavillon, feci due metri e vidi incollato alla porta un avviso: il ristorante è chiuso, riapriremo a Natale. La mia imprevidenza mi faceva fare la igura dello stupido, ma bastava attendere la prima funivia in discesa e tornare scornato a La Salle, dove mia madre stava riposando in albergo, dopo le grandi emozioni dell’incontro del giorno precedente. Pensai di fare un giretto nella zona, qualche foto, e poi tornare. Non sarei certo morto di fame! La zona, assolutamente selvaggia, mi portava di qua e di là , tra marmotte urlanti. Ci fu poi l’incontro con due grandi camosci che bloccavano la traccia del sentiero. Per evitarli scivolai in un pendio ghiaioso con una caduta e faticosa risalita di un centinaio di metri. Finii per allontanarmi dalla funivia e non sapere più dove ero né che ora fosse. Ero tutto sudato e non potevo togliere il giacchino nelle cui tasche c’erano l’esposimetro, la pellicola di riserva ed altri preziosissimi strumenti della fotogra ia. Improvvisamente la luce cominciò rapidamente a calare, dovevo tornare alla funivia senza indugio. Ma dove era la funivia? E il pavillon? Mi ero allontanato senza un percorso preciso, non vedevo sentieri né tracce di animali. Feci il massimo sforzo di concentrazione … Era buio pesto quando arrivai con fatica alla stazione della funivia, ma l’ultima corsa delle 20 era già passata da mezz’ora. Dovevo scendere a piedi per un sentiero che non conoscevo, forse dif icile e pericoloso col buio.

Il Monte Bianco visto da La Salle presso il Col de Bard (2180 m.s.l.m.)

Ormai il panico era arrivato e mi agitavo come una mosca in un bicchiere rovesciato da cui non poteva uscire. L’atroce pensiero della morte, della morte per congelamento, mi trapanò il cervello. Bagnato di sudore, senza indumenti di ricambio e a digiuno dalle otto di mattina, non avrei superato il gelo notturno dei 2000 metri di settembre. Mi distesi sull’erba. No, c’era ancora una cosa che, da montanaro e non da fotografo, dovevo fare: dovevo gridare tre volte aiuto e poi potevo riposare … de initivamente. Non so quanto tempo trascorse, ne avevo perso la cognizione, quando una voce gentile mi disse: E’ ferito? Mi riscossi, aprii gli occhi, sollevai il busto e fui sommerso dalla vergogna per la mia stupidità . “No, non sono ferito, ma mi sono cacciato in un bel guaio, e con la mia stupidità disturbo lei, le chiedo scusa”. Una guardia di inanza francese era venuta in mio soccorso. “Di qui non è facile uscire e dovremmo fare un po’ di roccia. Adesso le faccio sicurezza”. Aveva sulle spalle un rotolo di corda, mi imbragò e poi si sistemò sulla parete. Seguii esattamente le sue istruzioni e, lentamente, una gran gioia scendeva nel mio cuore. La scalata, anche se al buio, era meglio di tutto, anche dell’amore ricambiato, nulla era cosı̀ travolgente e appagante che scivolare come senza peso sulla roccia. Improvvisamente la guida mi disse “Basta, è sul sentiero, ora scendo anch’io”. Arrivammo a una baracchetta che fungeva anche da bar e accettò solo un succo di frutta. Io avevo bisogno di un whiskey che assaporai anche per issare la memoria del mio trionfo dopo la disfatta. Ci salutammo e io promisi che sarei stato molto più attento: non sempre si ha la fortuna di incontrare una guardia doganale francese che sente e allerta. Tornato in taxi all’albergo, mezz’ora dopo ero a letto e mia madre, che riposava tranquilla, non seppe mai che il mattino precedente poteva avermi visto per l’ultima volta.

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Il piacere della lettura Tracy Chevalier – STRANE CREATURE – Neri Pozza Editore 2009

In questo romanzo , fondendo sapientemente realtà e fantasia, l’autrice statunitense ci porta sulla costa inglese affacciata sulla Manica nei primi decenni dell’800 e ci racconta dell’amicizia, non facile, stabilitasi tra due donne diverse per ceto e per età , ma accomunate da una straordinaria passione per i fossili. Proprio come le “strane creature“ di cui vanno alla ricerca nella Jurassic Coast, anche le due protagoniste, Mary Anning ed Elisabeth Philpot, iniranno per essere altrettanto “strane“ : s idando tutti i pregiudizi e le restrizioni nei confronti delle donne di quell’epoca, avranno la volontà e il coraggio di coltivare la propria passione ino in fondo, raggiungendo risultati incredibili e determinanti per la storia dell’evoluzione della specie.

Tracy Chevalier è autrice di numerosi romanzi di ambientazione storica tra i quali segnalo: La ragazza con l’orecchino di perla e la Dama e l’Unicorno Andrea Camilleri – ORA DIMMI DI TE. LETTERA A MATILDA (Ed. Giunti‐ Bompiani, Firenze 2018)

Andrea Camilleri, un grande della letteratura italiana contemporanea, ha più di novanta anni ed è lucidissimo pur avendo perso il dono della vista. Ha una nipotina di 4 anni, Matilda, alla quale vuole lasciare un ricordo del nonno sotto forma di lettera. Camilleri lascia alla nipote ed a noi lettori la sua biogra ia, la storia della sua vita: la gioventù negli anni Venti tormentati dalle insicurezze, dai disordini postbellici e dalla lenta ascesa dell’ideologia fascista sino ai successi professionali come regista teatrale e televisivo. Il ripudio del Fascismo, l’iscrizione al Partito Comunista, l’attenzione sempre vigile per i più deboli e le classi meno fortunate, un rigore morale senza tentennamenti sono argomenti che Camilleri tratta con passione e sincerità . Matilda leggerà , farà tesoro di quanto il nonno le ha trasmesso, magari idealmente vorrà rispondergli (“ora dimmi di te”), portavoce di quei giovani che Camilleri invita a cambiare il mondo, “sostenendo le proprie ragioni con fermezza, spiegandole e rispiegandole, e magari perché no, cambiando la propria idea” perché “….scon itta o vittoriosa, non c’è bandiera che non stinga al sole”. Letto in tre ore. Tutto d’un iato. Un piccolo manuale di vita. Gabriella Madeyski Giuseppina Torregrossa ‐ LA MISCELA SEGRETA DI CASA OLIVARES ‐ Mondadori Editore ‐ 2017

Palermo anni '40.La torrefazione degli Olivares è famosa in città . Perno della famiglia è Viola che predice il futuro leggendo i fondi di caffè . Attorno a lei la sua famiglia numerosa, il marito innamoratissimo e i suoi cinque igli. Scoppia la guerra crudele e inesorabile , restano solo macerie, e niente sarà più come prima. La iglia Genziana, rimasta sola, saprà riprendere in mano la sua vita, quella della ditta, gli affetti più cari e l'amore per Medoro. Chi è già stato a Palermo ne ritrova in questo libro tutti i profumi, gli aromi , i colori e i sapori, e chi non c'è mai stato avrà , dopo la lettura, senz'altro la voglia di andarci. La Torregrossa, palermitana, e medico specialista in ginecologia, ha esordito tardi nella scrittura, a cinquantun anni ed è autrice di numerosi romanzi ambientati in Sicilia.

Donatella Grespi

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UNITRE Mogliano Veneto

Albachiara Gasparella


In classe con Giuseppe Berto

L'albero della vita Febbraio ­ Marzo

Cecilia Barbato Era da poco iniziato l’anno scolastico nell’ormai lontano 1977 ed io insegnavo in una quarta elementare della scuola “G.B. Piranesi” di Mogliano. L’autunno già si faceva sentire e di questo c’era il segno anche nelle pagine dei quaderni, dove brevi prose e poesie avevano avvicinato i bambini alla sensibilità di vari autori tra cui, per la prima volta, Giuseppe Berto del quale avevo scelto un brano tratto da uno dei suoi scritti. Una mia ex alunna, Alessandra Baradel, conserva ancora tutti i quaderni relativi al quinquennio, fatti rilegare dai suoi genitori in cinque volumetti dalla scrittura nitida e armoniosa: in quello relativo alla classe quarta, appare l’autografo dello scrittore moglianese. Egli giunse infatti un giorno nella nostra classe, nell’ala sud della scuola: ne aspettavamo la venuta da un giorno all’altro, come ci aveva promesso la mamma di Elena, un’altra alunna. Questa signora lo conosceva ed era amica della sorella presso cui lo scrittore era sempre ospitato quando veniva a Mogliano. Un leggero bussare alla porta, un saluto reciproco e i suoi occhi chiari e ridenti si posarono sui bambini e sulle bambine che erano già in fermento: era un vero scrittore! E a differenza di altri conosciuti nei libri di lettura, era … “vivo”! Sapevano di trovarsi a tu per tu con un autore molto importante. “Sono qui per conoscere la classe della mia nipotina Elena”, disse avvicinandosi al banco della bambina, in realtà lei lo chiamava familiarmente “zio”. Si trattenne a parlare con tutti e a rispondere alle loro domande, ricordo bene solo la più impertinente che mi imbarazzò molto “ Ma lei quanti soldi ha guadagnato vendendo tanti libri?” Giunse, richiestissimo, il momento degli autogra i e tutti aprirono il quaderno alla data 21 settembre 1977, dove c’era la “sua” pagina. Vi fu un po’ di confusione prevedibile ma ciascuno ebbe il suo piccolo “trofeo” da mostrare a mamma e papà . Il suono dell’intervallo giunse puntuale alle 10,30: tutti uscirono a giocare nell’atrio spazioso e Giuseppe Berto si fermò per tutto il tempo della “ricreazione”, per nulla infastidito dal chiassoso vociare. Lo presentai alle colleghe uscite nel frattempo con i loro scolari e felicemente sorprese. Quando la classe fu rientrata, un rapido saluto dalla porta segnò la ine del nostro incontro e lo scrittore se ne andò con passo leggero, cosı̀ com’era arrivato.

Giuseppe Berto

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Il ricordo del 10 febbraio "Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me e soprattutto la mia quali ica di ex nemico che mi fa considerare imputato ". Con queste parole il presidente del consiglio italiano Alcide De Gasperi aprı̀ il 10 agosto 1946 il suo discorso alla Conferenza di Parigi davanti ad una assemblea fredda e ostile che rappresentava 21 Paesi e che aveva già deciso il destino di un'Italia uscita dalla sciagurata guerra a ianco di Hitler ma che aveva cercato di riscattarsi con la guerra di liberazione a ianco delle Nazioni Unite. Dopo le atrocità nei confronti dei nostri connazionali considerati fascisti solo per la loro nazionalità da parte dei partigiani titini, che li gettavano, innocenti, nelle foibe carsiche per attuare la pulizia etnica, si delineavano altre terribili sofferenze nella terra che era stata redenta nel 1918 e che ora stavamo per perdere nuovamente : la Venezia Giulia. Fu un lungo calvario diplomatico quello che portò il nostro Paese e, soprattutto la sua regione orientale alle drammatiche conclusioni del trattato di pace dei 10 febbraio 1947. Fu adottata come nuova frontiera tra Italia e Jugoslavia la linea proposta dalla commissione francese che, come faceva notare De Gasperi, era una linea politica di comodo anzi, io aggiungerei, vendicativa , visto che la Francia nutriva rancore per la vile "pugnalata sul letto di morte " che Mussolini le aveva inferto quando era già agonizzante sotto il tallone nazista. In spregio a ogni principio etnico , tale linea assegnava alla Jugoslavia le città italianissime sia etnicamente che culturalmente della costa istriana quali Pola, Parenzo, Rovigno oltre a Fiume, sul Golfo del Quarnero e la dalmata Zara. Rischiammo di perdere anche Trieste a causa della successiva decisione di costituire uno Stato indipendente, il Territorio Libero con capitale quella città . Fortunatamente Trieste ci venne restituita nel 1954. E ' noto l'esodo cui furono costretti centinaia di migliaia di nostri connazionali giuliani, iumani e dalmati che persero tutti i loro beni con iscati dal regime di Tito e conobbero il dolore del distacco dalla propria terra. Una targa che commemora questa tristissima pagina della nostra storia si trova nei pressi del municipio di Mogliano Veneto : raf igura il pro ilo geogra ico dell'Istria e della Dalmazia e il piroscafo Toscana sul quale si imbarcarono i profughi istriani nel 1947 per sfuggire alla persecuzione dei comunisti jugoslavi.

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Mauro Cicero


Aria sulla quarta corda, di Johann Sebastian Bach

L'albero della vita Febbraio ­ Marzo

Edo Guarneri Johann Sebastian Bach (1685‐1750) è stato un compositore e musicista tedesco del periodo barocco, universalmente considerato uno dei più grandi geni nella storia della musica La sua opera costituı̀ la summa e lo sviluppo delle svariate tendenze compositive della sua epoca, e le sue composizioni sono notevoli per profondità intellettuale, padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi e per bellezza artistica. In quest’articolo è mio desiderio presentarvi, tra le tantissime famose opere, una delle più belle melodie scritte da Bach, il 2° movimento della Suite n°3 BWV 1068 (la sigla BWV contrassegna il sistema di catalogazione delle opere di Bach), universalmente nota come Aria sulla quarta corda, e conosciuta al grande pubblico per essere la sigla di Quark, il programma televisivo di Piero Angela. Bach compose 4 Suites per orchestra sul modello secentesco di Jean‐ Baptiste Lully, molto probabilmente tra il 1718 e il 1726, una musica che contraddice chi pensa al compositore di Eisenach come ad un maestro severo e cerebrale. Le Suites sono una sequenza di movimenti, ora veloci, ora più lenti, che riprendono le danze in voga in quel periodo. Ognuna delle 4 Suites di Bach è formata da una introduzione (Ouverture), seguita da una serie di movimenti alternati; in queste pagine la genialità di Bach si manifesta non solo nell’assegnare ad ogni suite movimenti di danza diversi, ma soprattutto nello stabilire organici diversi che, di fatto, rendono ogni composizione immediatamente riconoscibile. Il secondo movimento della 3a suite è impropriamente conosciuto con il nome di Aria sulla quarta corda e si differenzia dal resto della suite in quanto è l'unico movimento nel quale l'organico comprende esclusivamente strumenti ad arco. Il nome Aria sulla quarta corda non è di Bach, ma deriva da una trasposizione del violinista tedesco August Wilhelmj, il quale portò la composizione da re maggiore a do maggiore e la abbassò di un'ottava, in modo da poterla suonare tutta sulla quarta corda del violino. Il brano disegna una lenta igura di danza basata su una melodia ampia, fortemente espressiva, nella quale con un tocco geniale Bach apre gli orizzonti poetici del patetico e del sentimentalismo: si ascolta una tersa e limpidissima melodia cantabile, un gioiello di equilibrio fra tensione espressiva, ioritura ornamentale e sottile ricamo contrappuntistico, sul quale si libra aereo il canto dei violini, con l’accompagnamento dei contrabbassi che salgono e scendono una scala di una bellezza indecifrabile eppure semplice. La melodia è struggente e sembra ispirare un’esperienza quasi mistica. A dispetto di tutte le pubblicità e sigle dell’universo, questo brano continua a mettere i brividi a più di 250 anni dalla sua composizione. Se desiderate acquistare il CD vi consiglio la stupenda interpretazione di Trevor Pinnock che dirige la sua orchestra barocca The English Concert (dove tra l'altro troverete anche i 6 stupendi Concerti Brandeburghesi sempre di Bach).

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“Il Cristo giallo” di Paul Gauguin ­ (1889) E’ raf igurata una scena legata alla religiosità popolare ed alla semplicità della civiltà contadina. Ai piedi del Cristo sono rappresentate tre donne, dal caratteristico copricapo bretone, raccolte in preghiera. Non si può apprezzare la rivoluzione pittorica di Gauguin se prima non si fanno alcune considerazioni. Gauguin espose con gli impressionisti condividendone i valori pittorici. Ad un certo punto, però , capı̀ che l’impressionismo si limitava soprattutto ad un’indagine ossessiva sul problema della luce e della vibrazione atmosferica, capı̀ che l’impressionismo si limitava esclusivamente ad una rappresentazione, seppur piacevolissima, del mondo e della natura, ma aveva dimenticato l’aspetto spirituale dell’arte. Gauguin era immerso nella vita parigina, era agente di Borsa, ma questo modello di società cominciò a nau‐ searlo. Decise di lasciare tutto e nel 1886 si recò in Bretagna a Pont‐Aven, una terra arcaica, aspra, lontana dalle misti icazioni parigine e nella quale si poteva ancora ritrovare uno stile di vita semplice, uno stato di grazia che sembrava ormai de initivamente sparito. Osservando le pitture e l’arte tipiche di questa regione, fatte ancora con uno stile primitivo, arcaico, uno stile lontano da tutte le strati icazioni delle avan‐ https://i.pinimg.com/ guardie pittoriche, Gauguin dette il via ad una grande rivoluzione del linguaggio pittorico che si può cosı̀ riassumere: stesure uniformi cromaticamente vivaci ed intense spesso prive della gradazione coloristica in modo da accentuare cosı̀ l’effetto simbolico del colore; forme semplici e piatte prive della tradizionale prospettiva; contorni ben marcati; l’uso arbitrario dei colori rispetto alla realtà ; una componente anticlassica rivelata da un interesse per il primitivo e l’arcaico; il recupero di una sacralità primitiva legato ad una concezione di vita semplice, autentica e rude. In quest’opera è condensata tutta la tecnica pittorica e la concezione di vita di Gauguin. Gauguin dimostrò che nell’aspetto primitivo ed arcaico delle forme e del pensiero si cela la modernità . Questo aspetto è presente in molta arte moderna.

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Paolo Baldan