Page 1

L'albero della vita

30 anni Unitre


L'albero della vita L'albero della vita

1A     30 anni dell'Unitre

Anno 4   numero 1

4A        Quadro di Giancarlo Zaramella

Febbraio ­ Marzo  2019 COORDINATRICE EDITORIALE

Gabriella  Madeyski REDATTORE CAPO Giuseppe  Ragusa REDAZIONE

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Cecilia  Barbato Albachiara  Gasparella Donatella  Grespi Dino  Santarossa GRAFICA e versione on line Dino  Santarossa

HANNO COLLABORATO: Paolo Baldan Angela Caccin Giulia Caminito Mauro  Cicero Edo  Guarneri  Andrea Mazzanti Vittorio  Pellizzari Milena Quadrio Maria Caterina Ragusa Luigino Scroccaro Michela Trabucco

3a     Editoriale  4a    L'arcobaleno  7a    Mary Anning, la raccoglitrice di fossili  8a    Carolina De Stefani Motta  9a    Trent'anni          La 4A di copertina: Giancarlo Zaramella 10a   Filomena 11a   Le donne del mondo classico: Elena di Troia 13a   Il giardino delle Muse 14a   Donare la voce è  donare un libro a chi non può  leggere 16a   Cosa sappiamo della melatonina 18a   La mia morte sul Monte Bianco 19a   Il piacere della lettura 20a  In classe con Giuseppe Berto 21a  Il ricordo del 10 febbraio 22a  Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach 23a  Il Cristo giallo diPaul Gauguin (1889)

Indirizzo per inviare i vostri articoli

uni­tre@unitremoglianotv.it

Indirizzo del sito UNITRE www.unitremoglianotv.it Il  nostro  periodico  è  aperto  a  tutti  coloro  che  desiderano  collaborare  nel  rispetto  dell’  art.  21  della  Costituzione  che  così  recita:  “Tutti  hanno  diritto  di  manifestare  il  proprio  pensiero  con  la  parola,  lo  scritto  e  ogni  altro  mezzo  di  diffusione  ”,  non  costituendo  per­ tanto,  tale  collaborazione  gratuita  alcun rapporto di lavoro dipen­dente  o di collaborazione autonoma.

Distribuzione gratuita 2

Con il contributo del Comune di Mogliano V.to

"È tacito che, a protezione del diritto d’autore e della proprietà intellettuale,  sulla base della legge 633/1941 e successivi aggiornamenti, ogni autrice  ed autore è responsabile dell’autenticità degli scritti e delle immagini  fotografiche inviati alla redazione dell'Albero della Vita".  Ci scusiamo per eventuali, non volute, carenze od omissioni nelle  indicazioni di autori di porzioni di testi non virgolettati, degli autori di  immagini fotografiche, pittoriche e disegnate, delle eventuali proprietà  editoriali o ©, a fronte di una carenza d'indicazioni delle stesse, o presenti  su fogli volanti, o poste in siti internet anonimi.


Editoriale Gabriella  Madeyski

Anche quest’anno,  inesorabile,  si  avvicina  l’8  marzo,  non  “la  festa  della  donna”  ma  “la  giornata  internazionale della donna“ . Essa è   stata istituita per ricordare da un lato le conquiste politiche, sociali ed economiche delle donne,  dall’altro  le  discriminazioni  e  le  violenze  da  loro  subite  nella  storia.  La  loro  condizione  nella  società   lungo il corso dei secoli ha subito parecchi cambiamenti, a seconda dell’evoluzione politica e giuridica  dei popoli, della diversità  dei fattori geogra ici e storici e della loro appartenenza ai vari gruppi sociali. In quasi tutti i tempi e Paesi la donna è  stata sottoposta nelle società  del passato a un trattamento meno  favorevole di quello riservato all’uomo dal punto di vista giuridico, economico e civile, e per tanto tempo  è  rimasta esclusa da tutta una serie di diritti e di attività  sociali. Nel  mondo  occidentale  tra  ine  Ottocento  e  inizio  Novecento  le  rappresentanti  del  genere  femminile  iniziarono a far sentire la propria voce e a chiedere gli stessi diritti degli uomini. L’industrializzazione, da  parte sua, contribuı̀  al cambiamento: le donne cominciarono a lavorare e a capire di essere valide tanto  quanto  gli  uomini,  soprattutto  durante  le  due  guerre  mondiali,  quando  dovettero  sostituire  nei  loro  compiti gli uomini, chiamati a combattere. Cosı̀  in Italia nel 1946 arrivarono i primi riconoscimenti: le  donne votarono per la prima volta, nel 1948 la Costituzione stabilı̀  l’uguaglianza tra i sessi e nel 1975  una legge decretò  la parità  di diritti tra marito e moglie. La donna oggi è  lavoratrice e cittadina, non può   più  quindi sottostare al potere dell’uomo e la sua forza lavoro, da sempre esistita nella storia, ma non  sempre  riconosciuta,  oggi  ha  un  importante  peso  in  piena  società   industrializzata,  soprattutto  da  un  punto  di  vista  economico  e  produttivo.  La  donna  di  oggi  riesce  ad  essere  lo  specchio  del  passato,  ma  anche la proiezione nel futuro. Per questo credo sia sbagliato continuare a sentirsi discriminate, bisogna  invece ricordare che i progressi compiuti sono stati compiuti da donne come noi, che credevano in loro  stesse, nelle loro capacità . C.  JoyBell  C.  (uno  dei  principali  pensatori  e  scrittori  femminili  del  mondo  di  oggi)  disse  “Credo  nelle  donne  forti.  Credo  nelle  donne  che  sono  capaci  di  badare  a  loro  stesse.  Credo  nelle  donne  che  non  hanno  bisogno  di  nascondersi  dietro  le  spalle  di  un  marito.  Credo  che,  se  hai  dei  problemi,  in  quanto  donna  li  affronti, non fai la vittima, non cerchi pietà, non punti il dito. Ti alzi e li affronti. Affronti il mondo a testa  alta e porti l’universo nel tuo cuore.” Sebbene  le  donne  siano  senza  dubbio  state  oppresse  in  passato,  e  ancora  possono  non  essere  considerate  al  pari  degli  uomini  in  alcune  parti  del  mondo,  oggi  non  bisogna  portare  avanti  questa  convinzione.  E’  necessario  mettere  da  parte  l’idea  di  avere  meno  valore  rispetto  agli  uomini,  semplicemente perché   questa credenza non si basa su nessun principio valido. Uomini e donne hanno  entrambi ruoli importanti nella società  e una parte non ha più  valore dell’altra. Ad ogni modo, giocare al  ruolo della vittima e credere di essere trattata diversamente rispetto agli uomini contribuirà  solo a tener  viva la convinzione che viviamo in un mondo fatto per gli uomini. Il  miglior  modo  per  passare  oltre  questa  convinzione  è   semplicemente  avere  iducia  in  sé   stesse,  rassicurarsi e condividere i propri pensieri e le proprie idee con gli altri. Se non si permette agli altri di  controllarci  e  ci  si  fa  rispettare  quando  si  è   trattate  ingiustamente,  allora  si  sta  utilizzando  il  miglior  strumento per essere una donna forte. Ricordiamoci però  che essere forte non signi ica assomigliare ad  un  uomo  ma  signi ica  saper  ricamare  quegli  angoli  di  comprensione,  empatia,  femminilità ,  intuito  e  sensualità   per  mescolarli  saggiamente  con  praticità ,  naturale  tendenza  alla  risoluzione  dei  problemi  (avete mai visto le donne a casa con i bimbi?) e capacità   inanziaria.

3

UNITRE  Mogliano Veneto

Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una s ida che non  inisce mai. (Oriana Fallaci)


In occasione  della  presentazione  dei  vincitori  del  Premio  Berto,  tenutasi  il  23  ottobre  2018  nella  Sala  don  Bosco,  la  scrittrice  Giulia  Caminito,  vincitrice  nel  2017,    aveva  promesso  che    avrebbe inviato un suo scritto da pubblicare sul nostro giornale. Ha mantenuto la promessa, e ci  ha inviato un suo racconto inedito. Lo pubblichiamo con orgoglio e con grande piacere.

La Redazione

L’arcobaleno

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Giulia Caminito Il  racconto  l’Arcobaleno  nasce  da  una  storia  vera,  la  storia  di  una  madre,  di  una  donna  che  è  stata  ingannata e umiliata per amore, che ha rischiato di perdere i  igli e la casa, e che si è sentita tradita proprio  nel momento in cui credeva nella propria rinascita e nella gioia di una nuova relazione. L’idea è quella di  raccontare i sentimenti anche di donne non più giovanissime incastrate nel ruolo di madri e mogli, in balia  dell’ossessione  per  il  matrimonio  e  preda  di  possibili  raggiri  e  sopraffazioni  in  nome  dell’ormai  disperso  desiderio.  Così  questa  donna  sola  viene  ammansita  con  complimenti  e  romanticherie  e  dall’altra  parte  sfruttata  per  i  pochi  soldi  che  possiede,  da  un  uomo  senza  molti  scrupoli.  Il  racconto  ha  volutamente  un  inale ambiguo in cui non è chiaro se la donna abbia compiuto o meno in gesto estremo. Rachele era in piedi nella cucina, con mani gon ie  impastava la carne che aveva macinato  inemente,  aveva  aggiunto  sale,  pepe,  pane  raffermo,  prezzemolo e scorza di limone, proprio quella che  era il segreto di sua madre e sua nonna. I  suoi  igli  avevano  superato  i  venticinque  anni  e  dormivano  su  letti  a  castello,  in  una  casa  che  era  rimasta a dieci anni prima, dove lei aveva spostato  poco e dimenticato tanto. Le  dita  sparivano  nella  carne  macinata,  Rachele  aggiunse  l’uovo  all’ultimo,  sentı̀  il  tuorlo  disperdersi, aveva posato in  ila accanto al lavello i  suoi  anelli,  erano  tutti  di  bigiotteria,  li  doveva  buttare  via  ogni  sei  mesi,  diventavano  neri  e  lasciavano tracce come il catrame. Accese la televisione e mise un programma in cui  una  giovane  dai  capelli  ricci  spiegava  come  preparare  un’ottima  centrifuga  detox  ogni  mattina,  bastavano  kiwi  e  spinaci,  una  spruzzata  di lime. La  cucina  aveva  i  piani  in  into  marmo,  le  ante  in  into  legno,  gli  stro inacci  in  into  cotone,  Rachele  aveva  sistemato  i  piatti  tutti  diversi  nella  credenza,  quelli  buoni  e  uguali  erano  in  salone  dentro  al  mobile  di  faggio,  possedeva  scolapasta  senza  manici  e  tazze  incrinate  da  cui  il  caffè   gocciava,  ma  che  lei  non  voleva  buttare,  viveva  tutto con malinconia.

4

La loro casa era periferia, per la grande città  e per  loro  stessi,  da  questa  si  facevano  addomesticare,  ma non la amavano più  con la cura che meritava. Rachele  aveva  sessant’anni,  anzi  pochi  mesi  le  mancavano, e ne sentiva in corpo novanta, puliva i  pavimenti  con  lentezza,  passava  lo  straccio  in  bagno  lasciando  aloni  di  lanuggine  e  capelli  attaccati agli spigoli, c’erano mensole che da mesi  non  guardava  e  tende  che  da  anni  non  portava  in  lavanderia. Mentre  mescolava  la  carne,  la  donna  pensò   alla  cena di quell’ormai distante dieci novembre in cui  la  iglia  era  scoppiata  in  lacrime  a  tavola,  mentre  lei  serviva  broccolo  lesso  e  fettine,  dicendo  che  il  padre  vedeva  un’altra,  la  iglia  lo  aveva  scoperto  guardando  il  suo  cellulare,  dimenticato  sul  termosifone. Una bolla aveva rarefatto quel momento tanto che  Rachele ricordava di preciso il prima e il dopo, ma  non  ricordava  l’attimo,  come  erano  initi  il  broccolo  a  terra  e  le  fettine  per  aria,  chi  aveva  picchiato chi, chi era sparito e come. Quando si era  risvegliata con in mano un  lacone di aspirine e un  mal di testa temibile, era sdraiata sul proprio letto  matrimoniale. Nel  salotto  c’era  ancora  il  tavolo  tondo  e  di  legno  lucido,  intorno  a  cui  mangiavano  una  volta,  i  divani  coperti  con  teli  a  iorellini,  i  cuscini  coi 


Si era detta che non avrebbe perdonato, e nessun  altro uomo sarebbe entrato in casa sua, si sarebbe  tenuta strettissimi i  igli e lontani i piaceri. Aveva vissuto per nove anni in santità , col  iato sul  collo  dei  suoi  bambini  non  più   bambini,  li  chiamava  se  uscivano,  li  seguiva  sui  social,  commentava  ogni  loro  attività ,  ogni  fotogra ia,  si  scriveva  tra  le  note  del  telefono  i  numeri  dei  loro  amici, domandava questo chi è  e questa qui, non la  conosco, da dove viene?  La  casa  possedeva  due  balconi  che  erano  il  luogo  delle  scope,  gli  stendini,  il  cesto  dell’umido,  le  mollette,  i  detersivi,  si  affacciavano  sul  garage  di  un  meccanico,  ritagliavano  all’orizzonte  la  linea  della ferrovia. Ogni quarto d’ora la casa tremava, la notte  ino alle  undici, ma Rachele era abituata ai treni come alla  propria  disperazione,  era  sopravvissuta  inché   a  una  cena  con  alcune  colleghe  non  aveva  conosciuto  Mauro,  più   giovane  di  lei,  capelli  all’indietro, occhiali da sole tenuti in testa anche la  sera,  camicia  un  po’  aperta  e  bianca,  cintura  di  ecopelle, jeans troppo lunghi, il corpo di lui era la  metà   di  quello  di  Rachele,  avrebbe  potuto  mangiarlo e digerirlo in mezza giornata. Si  erano  scritti,  lei  rispondeva  sempre  senza  entusiasmo  all’inizio  e  lui  la  riempiva  di  complimenti e pensieri, mandava testi interi delle  canzoni  dei  Negramaro,  quando  si  svegliava,  quando  andava  a  dormire,  le  pareva  strano,  soffocante,  assurdo,  Mauro  era  un  bell’uomo  ai  suoi  occhi,  lei  una  vecchia  divorziata  dal  sedere  troppo grande e neanche più  la voglia di cucinare. Si  videro  un  paio  di  volte  da  soli,  andarono  ai  ristorantini  del  lungomare  e  bevvero  vino  bianco  mangiando spaghetti alle vongole, come le coppie  sotto  ai  trenta  facevano  per  festeggiare  gli  anniversari. Rachele  non  faceva  sesso  da  dieci  anni,  si  era  scordata  come  ci  si  spogliava  e  come  si  stava  in  due  dentro  alle  stesso  letto,  che  forma  avessero  i  suoi  seni  nelle  mani  altrui,  prese  le  notti  con  Mauro  come  un  accadimento  bizzarro,  qualcosa  come l’eclissi, che poi passa e per anni non si vede  più ,  eppure  trascorsero  i  mesi  e  quell’uomo  non  ne voleva sapere di sparire. Un giorno cosı̀, uno colà , Rachele lasciò  pezzi di sé ,  iniziò   a  spendere  i  pochi  soldi  che  aveva  per  cenare  al  ristorante,  pagare  hotel,  andare  fuori 

5

UNITRE  Mogliano Veneto

lustrini e  uno  a  forma  di  cane,  uno  a  forma  di  girasole,  la  vetrinetta  sotto  al  secondo  televisore  piena  di  bomboniere,  i  battesimi,  i  matrimoni,  le  cresime degli altri. Avevano  scelto  insieme  all’ex  marito  quel  punto  perfetto,  tra  la  città   e  il  mare,  una  borgata  senza  centro,  un  trenino  sgangherato  che  faceva  le  fermate  a  fatica,  le  feste  del  quartiere  nei  parcheggi, la chiesa dalle mura arancioni, in cui gli  altoparlanti  gracchiavano  e  ai  funerali  un  vecchio  ecuadoregno suonava la chitarra. La  casa  l’aveva  tradita  e  per  questo  lei  voleva  lasciarla perire. Proprio  lı̀  nelle  stesse  mura  che  lei  non  aveva  potuto vendere per il ribasso dei prezzi, Giancarlo  incontrava la cognata, quella del piano di sopra, la  mite  e  gentile,  la  stessa  che  a  Natale  portava  il  panettone  ripieno  e  le  cartelle  da  aggiungere  per  la  tombola,  una  a  cui  nessuno  avrebbe  dato  della  conquistatrice. Rachele  era  stata  una  bella  ragazza,  sempre  in  carne,  ma  aveva  i  capelli  biondi  e  la  frangetta  cotonata  e  poi  la  scollatura  e  i  ianchi  ben  presenti,  gli  occhi  allungati  e  azzurri,  le  maniere  pane  al  pane  e  vino  al  vino,  una  che  si  faceva  scappare dai denti i pensieri, adorava il turchese e  comprava solo scarpe col tacco e la punta. Dal  divorzio  era  appassita  con  le  mura  in  cui  viveva,  le  tapparelle  scese  a  metà ,  lo  scarico  della  vasca  arrugginito,  le  mura  nella  stanza  dei  igli  ancora  piena  di  pecorelle  e  stelline,  i  poster  dei  loro  anni  90’  a  ricordarle  quando  si  erano  cristallizzati. Le case sulla via del mare valevano sempre meno,  venderla  era  stato  impossibile,  Giancarlo  aveva  girato  per  anni  lı̀  intorno  af ittando  stanze  in  palazzi  da  cui  li  guardava  e  comprando  regali  ai  igli che in realtà  erano per lei, un vaso con dentro  un  ciclamino,  un  tappetino  nuovo  per  l’ingresso,  un  paio  di  federe  a  righine,  lei  aveva  immaginato  che si sarebbe stufato, uno, due, tre mesi, invece il  tempo era trascorso e senza perdersi d’animo l’ex  marito aveva continuato a chiedere perdono. Il corpo di Rachele si era sformato, era largo come  il  divano,  aveva  la  forma  delle  rape  e  il  dolore  addosso  dei  rubinetti  che  perdono,  non  si  capacitava  del  senso  di  quel  nuovo  corteggiare,  quell’insistere, per una vita che era sotto a cumuli  di cenere, inghiottita da errori e bisticci.


L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

città , se  lui  domandava  un  piccolo  prestito  lei  gli  accordava  un  mutuo,  ogni  desiderio  di  Mauro  era  avverato prima di venir detto e i  igli di Rachele si  dissero da subito preoccupati. La madre spariva per giorni interi, la notte chissà   dov’era,  non  rispondeva  al  telefono,  non  si  occupava  di  loro  e  della  casa,  sembrava  voler  perdere  ogni  rapporto  con  la  Rachele  di  prima  e  far sbocciare una nuova sé , che è   incosciente e se  sente il pericolo spegne i fari. La  polvere  in  quell’anno  era  scesa  sui  mobili,  le  due  o  tre  piante  sui  balconi  erano  secche  e  ricurve,  né   il  iglio  né   la  iglia  riuscivano  a  dominare  quel  senso  di  spaesamento,  d’essere  stati messi in sof itta dalla madre. Certo,  dal  divorzio  non  era  più   la  madre  di  una  volta, il suo affetto era foga, la sua solitudine negli  anni  era  diventata  appiccicosa,  come  colla  si  stendeva sui muri. Ma  la  nuova  condizione  da  amante  di  Rachele  li  inorridiva, quel Mauro era losco per loro e furbo e  inaf idabile,  lo  vedevano  viscido,  lo  chiamavano  Il  lumaca,  la  madre  che  faceva  gridolini  se  arrivava  un messaggio e si truccava male e troppo quando  lui la portava a cena senza offrire mai, la voglia di  lei d’iscriversi in palestra anche se aveva il  iatone  a fare le scale e i commenti ad alta voce che faceva  sulle  loro  notti  di  sesso,  dicendo  meraviglioso  e  incredibile. Erano  disgustati,  passarono  sempre  più   tempo  fuori  casa  e  il  loro  appartamento  divenne  quasi  s itto,  museo  di  cose  passate  e  senza  teca,  mancavano  solo  le  targhe  sotto  ai  quadri  per  indicare l’anno della creazione. Olio  su  tela,  La  famiglia,  1988,  immagine  di  gruppo  a  Sperlonga.  Didascalia:  Qui  eravamo  felici. Giancarlo  viveva  con  apprensione  questo  amore  della  ex  moglie,  era  per  lui  pari  a  uno  scenario  apocalittico,  un’era  glaciale,  mai  avrebbe  potuto  immaginare  che  sarebbe  arrivato  un  altro  e  avrebbe  preso  il  posto  su  i  cui  lui  aveva  sputato,  ma che tanto amava. Era arrivato il giorno in cui Mauro aveva varcato la  soglia  di  casa,  guardato  in  tralice  dai  igli,  odiato  dai  vicini,  insultato  dagli  zii  e  la  suocera,  si  era  tolto le scarpe, lasciato i piedi nei propri calzini a  righe,  si  era  stravaccato  sul  divano  iorato,  aveva  acceso  la  televisione,  messo  il  canale  del  tg 

6

sportivo, adorava  la  pallacanestro  e  il  nuoto  sincronizzato. Rachele  era  festante,  non  le  importavano  i  commenti,  le  dicerie,  gli  errori  che  gli  altri  le  imputavano, si sentiva fenice e bellissima, portava  orecchini  d’oro  su  lobi  carnosi,  indossava  vestagliette  di  seta  e  scarpe  di  pelliccia,  aveva  il  conto in banca magro e il comò  pieno di ciglia  inte  e  ombretti  scuri,  si  metteva  l’eyeliner  sbilenco,  si  profumava  con  essenze  comprate  al  mercato  e  taroccate, aveva in bella mostra la boccetta Chanel  a cui si stava staccando l’etichetta. Rachele  sciolse  il  tuorlo  nella  carne  e  si  portò   un  dito  alla  bocca  assaggiò   il  contenuto  della  ciotola  per capire se era sciapo e come andasse corretto,  sospirò ,  le  stava  venendo  proprio  buono,  avrebbe  fatto polpette al sugo. Dopo due mesi che Mauro si era trasferito da loro,  la  casa  la  tradı̀  ancora,  sul  computer  del  iglio  Rachele  trovò   aperta  una  pagina  web,  quella  di  alcuni  incontri  a  pagamento,  Mauro  vedeva  altre  donne,  si  faceva  pagare  da  loro,  metteva  online  i  propri video in cui era in perizoma e cantava con  una  chitarra  in  mano,  una  mascherina  in  faccia  nera  di  pizzo,  che  lo  rendeva  comunque  riconoscibile  per  chi  come  lei  lo  guardava  ogni  giorno  e  da  quella  faccia  si  faceva  ripetere:  sei  il  mio amore. Lei  lo  aveva  fatto  entrare  dentro  il  passato  dei  dispiaceri,  aveva  sacri icato  i  igli  e  la  dignità ,  si  era  messa  in  maschera,  travestita  da  quattordicenne,  e  aveva  pagato,  pranzi,  cene,  cinema e teatro, vacanze in costiera, con quelli che  erano  in  risparmi  di  una  vita,  lo  aveva  fatto  camminare sui suoi tappeti e accolto sotto l’acqua  calda della sua doccia. Lo  aspettò   all’ora  di  cena  seduta  al  tavolo,  dove  aveva guardato Giancarlo dieci anni prima dopo la  storia  del  cellulare  sul  termosifone,  ma  questa  volta  aveva  un  coltello  tra  le  dita,  poggiato  sulle  cosce,  sentiva  il  freddo  della  lama  attraverso  le  calze. Rachele  si  girò   la  carne  tra  le  mani,  fece  una  leggera  pressione  ai  poli  per  creare  dei  globi  perfetti,  accese  il  forno  a  centottanta  gradi  e  li  coprı̀ col pangrattato, poi un  ilo d’olio, ripassati al  sugo,  avrebbero  avuto  lo  stesso  sapore  dell’arcobaleno dopo venti giorni di pioggia.


Mary Anning, la raccoglitrice di fossili. Ho  “incontrato”  questa  donna  nel  romanzo  STRANE  CREATURE  della  scrittrice  statunitense  Tracy  Chevalier  ed  ho  scoperto  che  Mary  Anning,  la  protagonista,  è   realmente  esistita  ed  è   stata  un  personaggio di rilievo per i suoi ritrovamenti fossili che dettero grande impulso alla paleontologia e alla  teoria dell’evoluzione Nonostante ciò , è  la  igura meno ricordata di tutti i raccoglitori di fossili nella storia della paleontologia e  pertanto, conoscere la sua vita ci aiuterà  a capirne il perché . Mary Anning nacque nel 1799 a Lyme Regis, un villaggio tra le scogliere del Dorset e del Devon nel Sud   ‐Ovest  dell’Inghilterra,  zona  ricca  di  fossili  del  Giurassico  e  per  questo  chiamata Jurassic Coast. La sua famiglia era molto povera e numerosa e soltanto lei ed il fratello  più  grande Joseph, sopravvissero agli stenti e alle carestie dell’epoca. Il  padre,  oltre  all’attività   di  falegname,  occasionalmente  si  dedicava  alla  ricerca  dei  fossili  marini  (ammoniti  e  belemniti)  nelle  scogliere  vicine  per rivenderli poi ai turisti come souvenir o come rimedi contro alcune  malattie ed aveva insegnato alla piccola Mary a riconoscerli, ad estrarli e  a  ripulirli.  A  undici  anni,  quando  il  padre  morı̀  prematuramente  lasciandosi alle spalle solo debiti, ricercare fossili, s idando l’inclemenza  del  clima  invernale  e  i  numerosi  pericoli  che  il  territorio  friabile  e  scosceso racchiudeva, divenne il suo abituale lavoro. Fu  proprio  nel  corso  di  un  sopralluogo  che,  con iccato  nella  roccia,  Mary  notò ,  oltre  alle  comuni  conchiglie pietri icate, il cranio di un animale dai denti aguzzi e nei mesi successivi individuò  anche il  resto del corpo; ciò  che lei aveva chiamato coccodrillo, in realtà  era un esemplare di ITTIOSAURO. Fu  poi  la  volta  del  PLESIOSAURO,  dello  PTEROSAURO  (  rettile  volante  dalle  ali  membranose  )  e  di  tanti  altri ancora.  A  questo  punto,  tralasciando  l’ambito  strettamente  tecnico‐ scienti ico delle scoperte in cui non oso addentrarmi, preferisco  sottolineare  il  perché   Mary  Anning,  in  vita  e  purtroppo  ino  a  meno di un decennio fa, non divenne mai famosa.  Mary Anning era donna! Essere una donna e per di più  di umili  origini,  signi icava  l’esclusione  assoluta  dai  circoli  e  dalle  associazioni  scienti iche,  nonostante  i  loro  illustri  membri  ricorressero  a  lei  per  la  sua  competenza  in  materia  e  per  il  metodo  rigoroso  che  aveva  impiegato  nelle  sue  ricerche  e  nel  trattamento  dei  reperti.  Molte  delle  sue  scoperte  perciò   vennero  attribuite  ad  altri  ed  il  suo  nome  mai  menzionato  o  http://www.ilgiocattolo.it/2/pterosauro­cm­3 solo  in  alcuni  casi,  appena  citato.  Addirittura  le  fu  mossa  l’accusa, poi ritirata per manifesta infondatezza,  di essere una millantatrice per aver portato alla luce lo  scheletro del PLESIOSAURO che presentava ben trentacinque vertebre, numero che  ino ad allora, non  era mai stato riscontrato in nessun essere vivente. La società  dell’epoca non accettava che il cervello di una donna arrivasse a tanto e qualcuno sostenne  per ino che lo straordinario e inconcepibile talento di Mary, fosse attribuibile alla scarica elettrica di un  fulmine che l’aveva colpita nella primissima infanzia  e che l’aveva lasciata indenne.  Soltanto nell’ultimo periodo della sua vita caratterizzato dalle ristrettezze economiche e dalle precarie  condizioni  di  salute,  Mary  ottenne  una  piccola  pensione  ed  il  contributo  di  una  raccolta  fondi  tra  i  membri della Geological Society di Londra. Poco tempo dopo, nel 1847 a soli quarantotto anni, morı̀  per  un cancro al seno. Nel 2010 la Royal Society la nominò  tra le dieci donne inglesi più  in luenti nella storia della scienza. Il “ meglio tardi che mai “ però  non ci consola! Ai nostri nipoti che sanno tutto sui DINOSAURI, facciamo conoscere la storia di Mary Anning!

7

UNITRE  Mogliano Veneto

Albachiara Gasparella


Carolina De Stefani Motta

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Luigino Scroccaro A Campocroce, frazione di Mogliano Veneto, a partire dal 1876 era attivo uno stabilimento bacologico tra  i più  importanti della provincia trevigiana, a cui sul  inire del vecchio secolo venne aggiunta una  ilanda. Questo ambiente fu lo scenario di una storia d’amore tra Carolina De Stefani, operaia, e il padrone dello  stabilimento. La  giovane  era  nata  nel  1872  in  una  famiglia  di  modesti  artigiani,  il  padre  era  falegname,  alcuni  zii  e  parente muratori, altri piccoli venditori di vino. Dall’ambiente familiare essa erediterà  la vivacità , la  creatività  caratteristica del mondo artigiano. Terminata  la  scuola  elementare,  all’età   di  9  anni  trovò   lavoro  nello  stabilimento  bacologico  da  poco  realizzato  dalla  famiglia  Motta,  in  particolare  da  Pietro,  iglio  del  fondatore  Luigi.  A  meno  di  16  anni  era  diventata “la più  brava e attiva collaboratrice dei padroni, a 20 essa era  l’anima degli stabilimenti”. Intelligente  e  dinamica,  verso  il  1890  era  stata  mandata  a  Treviso  a  studiare  e  completare  le  sue  conoscenze,  poi  af iancò   il  padrone  nella  gestione  del  personale  e  del  lavoro  nella  ilanda  che,  in  quel  periodo,  giunse  a  realizzare  il  ciclo  completo  della  produzione  dal  seme  bachi  alla seta. Arrivarono “ ilandere” anche da Valdobbiadene e si pensa che  la  ragazza  abbia  aiutato  il  padrone  nel  favorire  l’inserimento  delle  nuove arrivate, spesso madri con  igli anche piccoli, tanto che si pensò  a  delle sale per l’allattamento e a comodi dormitori. Tra Pietro e Carolina intanto sbocciava l’amore, tanto che i due si sposarono. Dalla loro unione nacquero  tre  igli: Luigi nel 1898, Pietro nel 1899 e Alvise nel 1900. Probabilmente la giovane si inserı̀ con qualche dif icoltà  nella benestante famiglia Motta e dovette anche  vedersela  con  la  cognata  Vittoria  che  forse  non  la  riteneva  capace  di  adeguarsi  a  quel  mondo  tanto  diverso da quello da cui ella proveniva. Il 1911 le vennero a mancare prima il padre e poi il marito Pietro  che, tra l’altro, rivestiva la carica di sindaco di Mogliano. Il peso della gestione dell’azienda e dell’educazione dei  igli minorenni cadde sulle sue spalle, ma non si  perse  d’animo  e,  dopo  aver  esaminato  la  situazione  inanziaria,  chiamò   alcuni  esperti  a  collaborare  in  attesa di af idare il tutto ai  igli, mandati a studiare a Firenze. Oltre  a  pensare  all’andamento  della  ilanda,  Carolina  si  occupò   anche  della  preoccupante  situazione  occupazionale del territorio: l’endemica mancanza di lavoro nel 1914 aveva spinto la giunta comunale a  coinvolgere  i  grandi  proprietari  terrieri  moglianesi  nella  soluzione  del  problema.  Anch’ella  si  rese  disponibile assicurando il posto di lavoro ai suoi dipendenti e creandone di nuovi. Durante la guerra, l’attività  proseguı̀ con qualche dif icoltà  per le requisizioni e le disposizioni restrittive  riguardanti  il  mercato.  Dopo  Caporetto  tutto  precipitò ,  l’occupazione  dei  reparti  militari  costrinse lo spostamento dello stabilimento, con il  suo prezioso semaio, a Casinalbo di Formı̀gine, nei  pressi di Modena. Nelle campagne vennero costruite opere di difesa  utilizzando gran parte del materiale dell’azienda. Carolina  si  dimostrò   sempre  generosa  contribuendo alle varie sottoscrizioni a favore dei  richiamati, invalidi e orfani di guerra del comune. Nel  gennaio  del  1919,  terminata  la  guerra,  si 

8


preoccupò subito di riprendere il lavoro della  ilanda e dello stabilimento a favore di un considerevole  numero  di  operaie,  favorita  anche  dalle  autorità   che  miravano  a  prevenire  proteste  per  la  grande  disoccupazione. L’attività  riprese a pieno ritmo, fu potenziato lo stabilimento bacologico e costruita una  nuova  ilanda.  Grazie  alla  sua  intraprendenza,  il  capitale  dell’azienda  nel  1920  era  quasi  raddoppiato.  Carolina  ebbe  riconoscimenti  nazionali  dall’Istituto  Scienze  e  Arti  di  Venezia,  dal  Ministero  dell’Agricoltura e ad un’Esposizione Nazionale. Nel 1924 venne a mancare a soli 52 anni. I suoi funerali furono imponenti per il bene che aveva saputo fare, ma forse anche in ossequio al  iglio  Pietro allora giovane podestà  di Mogliano. Qualche  tempo  dopo  i  tre  igli  fecero  costruire  in  sua  memoria  un  asilo,  con  lo  scopo  di  accogliere  gratuitamente i  igli dei mutilati di guerra e gli orfani dei caduti nel con litto. Carolina  fu  una  donna  straordinaria,  ma  il  suo  ricordo  se  n’è   andato  con  la  scomparsa  delle  ultime  ilandere.

Trent'anni

Abbiamo iniziato in pochi e pochi avevano  iducia in questo progetto. In Europa e in Italia erano nate le prime Università  e noi, a Mogliano, giovani pensionati, avevamo voglia  di  qualcosa  di  nuovo:  potersi  trovare  per  portare  avanti  i  nostri  interessi  culturali  e  creativi  e  per  conoscere nuove persone, scambiare parole e sorrisi che poi sarebbero diventati amicizie. Cosı̀  ho conosciuto e apprezzato centinaia di persone, mi sono arricchita della personalità  di ognuna: il  poeta, il viaggiatore, lo scrittore, il narratore, lo scienziato e il… brontolone! E poi le varie amiche! Alcune sono “partite”, altre sono qui che continuano ad accompagnare la mia vita. Negli anni sono cambiata: non sono più  una giovane pensionata, ma una nonna sempre impegnata. All’Unitre ho dedicato tanto: trent’anni che sono volati.

La 4a di copertina: un  quadro di Giancarlo Zaramella  Le Redazione Il  Prof.  Giancarlo  Zaramella  è   stata  una  igura  molto  importante  del  mondo  culturale di Mogliano Veneto. La sua vita ha attraversato tappe importanti della cultura novecentesca e della  storia della nostra cittadina. Da giovane aderı̀ alla corrente dei cubisti italiani, e  il  suo  talento  di  pittore  emerse  in  ambito  nazionale  con  alcune  sue  opere  esposte  alla  Biennale  di  Venezia,  alla  fondazione  Bevilacqua  La  Masa  e  alla  quadriennale  di  Roma.  Alla  carriera  artistica  però   preferı̀  quella  di  insegnante  all'Istituto d'arte di Venezia. Zaramella  è   noto  per  aver  svolto  una  instancabile  opera  meritoria  di  culturizzazione  e  diffusione  dell’arte  contemporanea.  Nel  1962  fondò   l’Associazione  culturale  Centro  Artistico  Piranesi,  con  il  quale  raccolse  e  valorizzò   l'eredità   del  celebre  incisore  settecentesco  Gianbattista Piranesi, nato proprio a Mogliano. Nel 1963 creò  l'Accademia "Artis Domus", che in oltre 50  anni di attività  ha accolto e promosso l'attività  di numerosi artisti, mentre nel 1969 diede vita al Torchio  Piranesi, sezione espressamente dedicata alle attività  incisorie. Fu  amico  dello  scrittore  Giuseppe  Berto  e  del  poeta  Diego  Valeri,  altre  storiche  icone  della  cultura  del  tempo. Il prof. Giancarlo Zaramella è  anche noto per aver realizzato il gonfalone della città  di Mogliano.

9

UNITRE  Mogliano Veneto

Milena Quadrio


Filomena

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Donatella Grespi Quel pomeriggio il cielo era incredibilmente turchino. Uscita in cortile per ritirare la biancheria  stesa  al  sole    percorse  il  vialetto  sassoso,  mentre  il  vento  le  portava  alle  narici  un  intenso  profumo di lavanda, misto al buon odore del bucato appena lavato. Il candore accecante delle  lenzuola le ferı̀ gli occhi che cercò  di riparare facendosi scudo con la mano abbronzata, ruvida e  seccata dai lavori domestici. Doveva sbrigarsi se voleva stirare tutto,  prima che suo padre e i suoi fratelli fossero tornati dal  lavoro.  Si  mise  a  piegare  le  lenzuola  di  lino  pesante  che  erano  appartenute  a  sua  madre,  le    ripose in una grande cesta, sbadigliando continuamente perché   alla notte dormiva poco, tutta  presa dalla sua passione per la lettura. Suo padre non voleva che durante il giorno leggesse e  sottraesse  tempo  utile  ai  lavori  domestici,  unica  attività   delle  donne  oltre  a  quella  di  fare  igli.          Lei, però , voleva un destino diverso.  Non aveva la possibilità  di comprare libri, ma desiderosa di studiare ed apprendere, se li faceva  prestare da amici e conoscenti, dalla sua maestra e dalla biblioteca. Quando  tornava  dal  mercato,  ben  nascosti  tra  i  pacchi  della  spesa,  c'erano  sempre  dei  nuovi  volumi, che, una volta a casa, nascondeva accuratamente. Poi,  di  sera,  attendeva  al  buio,  ben  sveglia,  che  tutti  andassero  a  dormire.  Avvertiva  il  passo  strascicato  di  suo  padre  nel  corridoio,  la  porta  del  gabinetto  che  sbatteva,    il  rumore  dello  sciacquone, il cigolio del letto, il respiro farsi più   regolare... Non appena lo sentiva russare, solo allora accendeva la luce e si metteva a leggere.  Aveva  inoltre  iniziato  a  ricopiare  le  frasi  che  più   l'avevano  colpita,  i  vocaboli  insoliti,  le  espressioni gergali più  originali,  i concetti che meglio si accostavano al suo modo di pensare.  Ad un certo punto, neppure  questo le era bastato, aveva sentito sempre più  forte l'esigenza di  esprimere,  con  parole  sue,  i  propri  stati  d'animo,  di  trasferire  sulla  carta,  nero  su  bianco,  ri lessioni,  ricordi,  speranze.  Si  era  messa  a  scrivere.  Scriveva  su  vecchi  quaderni,  o  dove  capitava, tra un risotto da mescolare e il rammendo dei calzini. Piegata l'ultima federa, entrò  in casa con la voluminosa cesta in mano. Mancavano poche ore prima che i suoi uomini rientrassero, impolverati e stanchi. Allora sı̀   che  per lei non ci sarebbe stata pace! Avrebbe dovuto correre come una trottola dall'uno all'altro,  preparare mastelli di acqua fumante, camicie pulite e profumate, pane e salame e vino fresco.  Non avrebbe avuto per sé  un solo minuto. Si guardò  attorno assaporando il silenzio delle stanze ombrose e sospirò  pensando con timore  al  suo  futuro  incerto,  non  ancor  ben  delineato.  Di  una  cosa  però   era  ben  sicura.  Lei  non  si  sarebbe rassegnata, non avrebbe fatto la serva tutta la vita, come sua madre stremata dai parti  e dalla fatica, come le sue vicine vecchie e sformate a quaranta anni.  No.  Avrebbe continuato a  leggere, a studiare,  per poi  inalmente spiccare il volo!  Guardò   dapprima  il  cesto  della  biancheria  che  l'attendeva,  poi  l'orologio  alla  parete...  C'era  tempo! Furtivamente estrasse dalle tasche del grembiule un quadernino tutto stropicciato e un  mozzicone di matita, sedette davanti al tavolo di marmo e iniziò  a scrivere: "Quel pomeriggio il  cielo era incredibilmente turchino..." Ps.  Per  scrivere  questo  racconto  mi  sono  ispirata  a  mia  madre  e  alle  donne  come  lei  che  ci  hanno insegnato a spiccare il volo. 10


Le donne del mondo classico: Elena di Troia Elena di Troia è  uno dei personaggi più  noti della letteratura classica. Molte sono le varianti del mito che  vedono protagonista la donna accusata di aver provocato la guerra di Troia. Talvolta viene associata a una divinità  campestre, oggetto di culto semplice nelle campagne: il suo nome  signi ica  infatti  “nepitella”,  una  pianta  che  cresce  spontanea  con  proprietà   medicinali  (è   la  nostra  'mentuccia', che ha proprietà  antireumatiche, antispasmodiche e digestive) Le  vicende  personali  di  Elena  risultano  complesse  in  dalla  sua  nascita.  Secondo  una  versione  la  dea  Nemesi,  nel  tentativo  di  sfuggire  a  Zeus  che  voleva  unirsi  a  lei,  si  trasforma  in  un'oca:  Zeus,  sotto  l'aspetto di un cigno, la raggiunge e riesce nel suo intento; Nemesi depone un uovo da cui uscirà  Elena.  Secondo  un'altra  tradizione,  Leda,  regina  di  Sparta,  trova  l'uovo  e  se  ne  prende  cura  ino  al  momento  della schiusa. Un'ulteriore versione sostituisce a Nemesi la stessa Leda, amata da Zeus‐cigno. In  ogni  caso,  Elena  cresce  bellissima,  la  più   bella  del  mondo:  spesso  il  suo  nome  è   accompagnato  dall'epiteto “splendida donna”. Omero le attribuisce connotati adeguati al suo ruolo: folti capelli  biondi,  braccia  bianche,  caviglie  sottili;  raf inata,  profumata,  come tutte le donne affascinanti, indossa solo candidi  veli  e  vive  da  regina,  circondata  da  ancelle  eleganti,  intenta  a  tessere  e  ricamare  vesti  di  straordinaria  raf inatezza.

[Elena di Troia di Dante Gabriel Rossetti (1863)]   Destinata ad essere oggetto del desiderio degli uomini  proprio per questa leggendaria bellezza, già  a 12 anni  viene rapita e portata in Attica dall'ateniese Teseo che  vuole  darla  in  moglie  ad  un  amico;  viene  liberata  dai  suoi fratelli Castore e Polluce, i Dioscuri, e riportata a  Sparta. Quando raggiunge l'età  da marito ne chiedono  la  mano  tutti  i  più   nobili  partiti  della  Grecia:  viene  scelto  Menelao,  re  di  Sparta,  che  ha  offerto  in  cambio  ricchissimi doni. A Sparta però  giunge in visita Paride,  iglio  di  Priamo,  re  di  Troia:  il  giovane  è   colpito  dalla  bellezza della donna; Afrodite, che gli ha già  promesso  Elena in premio quando era stato scelto come giudice  dalle dee che si erano contese la mela d'oro destinata alla più  bella, ne  facilita i propositi rendendolo  ancora  più   bello  di  quanto  sia  già ,  in  modo  che  Elena  non  possa  resistere  al  suo  fascino.  I  due,  contravvenendo alle leggi degli dei e degli uomini, fuggono insieme portando via parte delle ricchezze di  Menelao.  A questa vicenda  fa riferimento la poetessa greca Saffo (sec. VII‐VI a. C.) nel frammento 16: “colei che  superò di gran lunga / in bellezza i mortali, Elena, lasciando il migliore dei mariti / se ne andò per mare a  Troia/ né si ricordò affatto della  iglia / né dei suoi genitori, ma la sedusse Venere”.          I principi greci, accorsi per tutelare l'onore di Menelao, dichiarano guerra a Troia, la città  di colui che ha  tradito  i  sacri  vincoli  dell'ospitalità .  Dopo  dieci  anni  di  assedio  si  decide  che  l'esito  della  guerra  sia  af idato  a  un  duello  tra  Menelao  e  Paride,  ma  lo  scontro  appare  privo  di  tensione:  a  nulla  valgono  il  coraggio e l'abilità  del re spartano perché   l'avversario è  protetto dagli dei e in particolare da Afrodite,  che lo avvolge “in una molta nebbia e lo porta nel talamo odoroso di balsamo” (Iliade, l. 3° vv. 381‐382).  Al duello assiste Elena, presentata da Omero come una donna infelice, pienamente consapevole di essere  causa dei tanti lutti che la guerra ha provocato. Nella scena dei funerali di Ettore che chiude il poema, il  suo pianto  disperato e le sue parole sono testimonianza della sua sofferenza e della sua solitudine. E già   più  volte aveva espresso questi suoi sentimenti, ferita dai giudizi negativi di chi le sta intorno: “... di me  cagna che ha tramato disgrazie, funesta, / meglio sarebbe stato che nel giorno in cui la madre mi generò / 

11

UNITRE  Mogliano Veneto

Maria Caterina Ragusa


una malvagia tempesta di venti mi avesse trascinato via, / e le onde mi avessero travolta prima che questi  mali si compissero. / Ma poiché gli dei hanno stabilito queste sciagure, / avrei preferito essere la sposa di  un uomo più valoroso, / che conoscesse la vendetta e le innumerevoli offese degli uomini” (Iliade, VI 345‐ 354).  Anche i racconti relativi alla morte di Elena sono divergenti. Secondo una profezia lei e Menelao erano  destinati  a  non  conoscere  la  morte,  ma  ad  essere  accolti  dagli  dei  nei  Campi  Elisi;  secondo  un'altra  versione, dopo la morte di Menelao Elena viene condotta a Rodi dove morirà  strangolata.  Qualche critico ha voluto vedere nella Elena di Omero una sorta di femminista ante litteram: ripensando  a  quanto  accaduto,  la  donna  fa  capire  di  soffrire  non  per  opera  degli  altri,  ma  per  un  con litto  con  se  stessa,  tra  un  barlume  di  responsabilità   morale  e  impotenza  di  fronte  agli  dei.  Compie  vani  sforzi  per  liberarsi del dominio di Afrodite e via via acquista  coscienza dei limiti della sua autonomia. E mentre  Paride indulge alle proprie passioni, Elena appare  capace  di  autocritica  e  giudica  l'uomo  privo  di  dignità  e di quell'amor proprio riconosciuto come  dote degli uomini dell'età  eroica.

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

[Elena di Troia, di Antonio Canova]

Una interpretazione diversa delle vicende di Elena  si  diffonde  nel  secolo  VI  a.  C.:  secondo  una  leggenda,  il  poeta  Stesicoro,  che  in  un  suo  carme  aveva  cantato  l'adulterio  di  Elena,  suscita  l'ira  di  Castore  e  Polluce  (fratelli  di  Elena),  i  quali  per  vendetta lo accecano. Stesicoro allora compone un  altro  carme  per  ritrattare  quanto  affermato  precedentemente: “Non è  vero questo racconto; tu  non andasti sulle navi e mai arrivasti alla rocca di  Troia.”: ottiene cosı̀ il perdono e riacquista la vista. Per  Euripide  questa  versione  stesicorea  costituisce  un  argomento  troppo  allettante  per  lasciarselo  sfuggire. Cosı̀  nel 412 a. C. mette in scena la sua tragedia “Elena” in un momento storicamente dif icile   per gli Ateniesi, per i quali si è   appena conclusa disastrosamente la spedizione in Sicilia all'interno della  guerra  del  Peloponneso.  Il  poeta  vuole  esprimere  il  diffuso  senso  di  s iducia  nelle  istituzioni  laiche  e  religiose tra gli Ateniesi e intende denunciare l'inconsistenza delle cause che scatenano tutte le guerre,  proponendo un messaggio di grande modernità : Elena non è  stata responsabile della guerra di Troia e  dunque non deve essere considerata quale simbolo di distruzione e portatrice di dolore. Elena non è  mai stata a Troia, non è  stata rapita da Paride con le conseguenze narrate da Omero. A Troia  c'è  solo un èidolon (oggi diremmo un ologramma), un'immagine fatta di aria creata da Era: la vera Elena,  inconsapevole  di  quanto  si  trama  ai  suoi  danni,  è   rimasta  in  Egitto,  e  precisamente  nell'isola  di  Faro,  dove è  stata condotta presso  il saggio re Prò teo perché  la custodisse e la restituisse al marito Menelao. E  quando  questi  arriva,  Elena,  dopo  un'iniziale  dif idenza  per  quell'uomo  dall'aspetto  malandato  per  il  naufragio  subı̀to,  lo  riconosce  e  si  getta  fra  le  sue  braccia,  nonostante  egli  ancora  ri iuti  di  credere  ai  propri occhi. E' solo la prova tangibile della dissoluzione della falsa immagine a convincerlo della verità   delle  parole  di  Elena.  Il  dramma  ha  cosı̀  uno  scioglimento  positivo  ed  Elena,  lucida  e  determinata,  si  dichiara  convinta  che  “anche  le  donne  hanno  cervello”  e  che  “solo  la  giustizia  può   dare  speranza  di  salvezza”.  Il dramma sembra concludersi con un lieto  ine, ma in realtà  la tragicità  della vicenda è  evidente quando  Euripide  sottolinea  come  la  vita  dell'uomo  sia  fortemente  dominata  dalla  volontà   degli  dei  e  come  determinante  sia  soprattutto  quell'entità   sovrumana  che  indirizza  e  domina  lo  svolgersi  degli  eventi  umani: è  la Tyche, il Caso, la causa prima dell'infelicità  dell'uomo, penetrarne le leggi è  impossibile.

12


Il giardino delle Muse: la poesia

IN STALA A FIO’

GELO

Nei fredi inverni de na volta durante el dı̀, ma sopratuto a sera, par tuti a stala  deventava un logo de lavoro, zogo,canto e de preghiera. Se radunava i veci, i tosatei  e femene a far calse e a giustar, tanti tosati in serca de morosa co' tanta voja de ridar e de cantar. Ghe gera spesso uno che lezeva, tuti in siensio i lo stava a scoltar, iabe, poesie, i promessi sposi, cussı̀ i se inzegnava par imparar. E ogni sera el nonno ghe contava chea volta che ’l ga visto el massariò lo, no ’l dı̀se che a miseria gera granda e se magnava tanto poenta e scò lo. Po' se cantava, se magnava a fava e se bevea on goto de vinterno, cussı̀ fra cose serie e meditae come on saloto gera a stala d'inverno. E mi che go vissuo 'sti anni 'ndai me porto in cuor co' tanta nostalgia tante serate bè e passà e a  iò piene d'amor, serenità  e magia.

Boccate di gelo nell’aria frizzante profumi ghiacciati evocano. Sottili aghi pungono lievi. Vette importanti soggiogano nell’abbagliante nitore.

UNITRE  Mogliano Veneto

Michela Trabucco

MATTINO Mattino di nebbia. Gocce sui rami stecchiti bagnati dal guazzo notturno. Tronchi di gelido muschio radi richiami nell’aria. Grigiore in inito. Dorme la terra, dimentica dello splendore autunnale.

Cecilia Barbato

Massariò lo = gnomo dispettoso    scolo= latticello Vinterno = vin piccolo

Angela Caccin

http://www.radioemiliaromagna.it/programmi/racconti­autore/pane­sotto­neve.aspx

13


Nuovi orizzonti per l'Unitre Quattro anni fa, dovendo scegliere una disciplina con cui iniziare il mio percorso di docente all’Unitre, ho  pensato che poteva essere interessante insegnare a leggere ad alta voce, non tanto per noi stessi ma  soprattutto per far giungere il testo ad altre persone che, per vari motivi, non potessero leggerlo.  L’entusiasmo dimostrato dai miei alunni mi ha fatto capire che la strada scelta era quella giusta ma non  avrei mai pensato che le abilità  acquisite nel Corso potessero varcare l’ambito familiare. Sono stata  contattata, invece, dal sig. Andrea Mazzanti, editore, che è  venuto a presentarci una lodevole iniziativa e  a chiedere la nostra collaborazione. Già  quattro alunne hanno superato il provino e adesso sono  diventate “donatrici di voce”: la loro voce, infatti, permetterà  a molte persone in dif icoltà  di “ascoltare”  un libro e di trascorrere un po’ di tempo in buona compagnia. Siamo tutti molto orgogliosi del traguardo  raggiunto che dimostra come il volontariato sia un percorso che trova sempre nuovi agganci per  valorizzarsi.

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Gabriella Madeyski

Donare la voce è donare un libro a chi non può leggere Andrea Mazzanti

Coordinatore Service App Libro ParlatoLions

Ascoltare un libro registrato da una voce umana è   per molte persone l’unico modo per accedere alla  lettura ed alla conoscenza. Donare la propria voce  af inché   queste  persone  meno  fortunate  possano  godere  di  questo  diritto  è   un’attività   di  volontariato di grande valore. Il Servizio delle App  del  Libro  parlato  Lions  è   inalizzato  a  dare  il  piacere di ascoltare un libro a chi non può  leggere  e a chiedere la voce a chi può  farne dono. Un  esercito  di  persone  nel  mondo,  infatti,  lotta  contro  la  cecità   e  l’impossibilità   di  leggere.  Secondo  le  stime,  e  non  a  caso  parlo  di  stime  perché   non  ci  sono  dati  certi,  nel  mondo  ci  sono  285 milioni di disabili visivi, di cui 39 milioni non  vedenti e 246 milioni ipovedenti (Forum europeo  contro la cecità  ‐ Efab). Ma la comprensione di un  testo  non  è   solo  un  problema  di  ipovedenza.  Il  problema  della  dislessia  af ligge,  secondo  i  più   recenti  studi  medici  (non  esistono  statistiche  esatte  sull’argomento),  una  persona  su  20,  un  numero  impressionante  di  ragazzi  e  ragazze,  uomini e donne, senza alcun de icit cognitivo che,  a causa di questo disturbo, non riescono a leggere,  ed  hanno  bisogno  di  un  supporto  speci ico  che  permetta di trasferire loro gli stessi contenuti nel 

14

modo più  fedele possibile. Come abbiamo letto e sentito tante volte, nel 1925  la  sordo‐cieca  Helen  Keller  lanciò   una  s ida  ai  Lions  af inché   diventassero  i  “cavalieri  dei  non  vedenti  nella  crociata  contro  le  tenebre”.  Noi  abbiamo  accettato  quella  s ida  ed  oggi  la  tutela  della  vista  resta  una  delle  nostre  vocazioni  principali.  Da  quasi  un  secolo  i  soci  LIONS  lavorano  a  progetti  che  hanno  lo  scopo  di  prevenire la cecità , restituire la vista, migliorare la  salute  degli  occhi,  i  servizi  oculistici  e  la  qualità   della  vita  per  centinaia  di  milioni  di  persone  in  tutto il mondo.  Aiutare  a  migliorare  la  qualità   della  vita  delle  persone  non  vedenti  o  ipovedenti  non  signi ica  però   solo  prevenire  e  curare  malattie,  ma  anche  procurare  strumenti  idonei  a  consentire  loro  di  svolgere  una  tra  le  funzioni  più   importanti  della  vita  umana:  la  lettura  e  la  comprensione  di  un  testo. Il  service  delle  App  del  Libro  Parlato  Lions,  su  iniziativa  del  Club  Lions  di  San  Donà   di  Piave,  ha  rinnovato  tecnologicamente  un  service  nato  nell’ormai  lontano  1975.  In  modo  del  tutto  gratuito, sono state ideate, progettate e realizzate, 


Come fare  per  donare  la  propria  voce?  Grazie  al  service  la  realizzazione  del  provino  e  la  registrazione del libro, si possono ora fare tramite  la  stessa  applicazione,  con  il  proprio  telefonino  o  tablet. In una sezione dedicata, infatti, è  possibile  registrare  il  provino  grazie  al  microfono  incorporato  dell’apparato  e  inviarlo  ad  un’apposita  commissione  per  la  valutazione.  Una  volta ottenuto il via libera (entro 48 ore), sarà  poi  addirittura  possibile  registrare  i  libri  con  una  qualità   ottimale  e  inviarli  ai  volontari  del  Service  con un semplice click. Chi  desiderasse  diventare  donatore  di  voce,  può   semplicemente  scaricare  l’app  (Libro  Parlato  Lions) dagli store di Apple e di Google e registrare  il  provino,  oppure  scrivere  un’email  all’indirizzo  coordinatori@applibroparlatolions.it  chiedendo  informazioni.  Il  sito  internet  del  service  è   www.applibroparlatolions.it  E  importante  sapere,  in ine,  che  il  Service  delle  App del Libro Parlato Lions è  gestito direttamente 

dal Lions  Club  International  in  modo  del  tutto  gratuito e senza l’intermediazione di Associazioni  ONLUS  private  esterne  e  non  appartenenti  al  mondo  lionistico  dotate  di  dipendenti  e  per  questo  motivo  può ,  non  solo  erogare  il  servizio  agli  iscritti  che  ne  hanno  diritto  (dif icoltà   di  lettura  certi icate  da  un  medico)  ma  anche  alle  persone  non  iscritte  ma  che  si  trovano  negli  ospedali  e  nelle  Residenze  per  Anziani,  tramite  convenzioni senza costi sia per gli enti che per gli  utenti.

15

UNITRE  Mogliano Veneto

secondo i  migliori  standard  tecnici  e  in  linea  con  le  speci iche  previste  per  non  vedenti  e  ipovedenti,  le  App  in  grado  di  raggiungere  il  maggior  numero  possibile  di  persone  e  di  permettere  loro  di  ascoltare,  tramite  una  voce  umana registrata, la lettura di testi che altrimenti  non avrebbero l’opportunità  di leggere da soli. E  non  stiamo  parlando  “soltanto”  di  ipovedenti  ma  anche  di  tutte  quelle  persone  che  pur  non  avendo  de icit  di  vista  (come  appunto  la  dislessia),  o  per  periodi  di  ricovero  o  malattia  invalidante  o  per  disturbi  della  vecchiaia  non  sono  in  grado  di  leggere,  studiare  o  semplicemente  assaporare  il  piacere  inestimabile  di leggere un buon libro. Le  applicazioni  per  Smartphone  e  Tablet  Apple  e  Android  permettono  di  erogare  in  modo  funzionale  e  innovativo,  attraverso  il  proprio  telefonino,  il  servizio  fornito  dal  Libro  Parlato  Lions  del  tutto  gratuitamente  (nessuna  spesa  né   di  acquisto  né   di  iscrizione).  Grazie  a  queste  App  non sarà  più  necessario recarsi in una Biblioteca e  accedere  alle  speci iche  postazioni,  o  utilizzare  lettori  MP3  o  doversi  sedere  davanti  a  un  PC,  basterà   usare  il  proprio  smartphone  o  il  proprio  tablet, oppure usufruire di quelli dati in dotazione  alle tantissime strutture convenzionate (in Veneto  oltre 46 convenzioni per oltre 70 ospedali, case di  cura, residenze per anziani). Non  è   tutto.  Poiché   uno  degli  ostacoli  principali  alla  diffusione  del  Libro  Parlato  è   proprio  la  donazione di voce. L’attuale  catalogo  dei  libri  messi  a  disposizione  dal  server  per  mezzo  delle  App  è   già   molto  importante,  quasi  10  mila  titoli,  tra  narrativa,  saggistica  e  biblioteca  per  ragazzi.  Ma  tantissimi  titoli  sono  ancora  da  registrare  e  moltissimi  altri  di  grande  valore  vengono  ogni  anno  pubblicati  dalle  Case  Editrici.  Sono  quasi  un  centinaio  i  donatori  di  voce  che  del  tutto  gratuitamente  in  questi anni si sono adoperati per registrare i libri  parlati ma molti di più  ne servono per consentirci  di mettere a disposizione di oltre 12 mila utenti e  di  una  moltitudine  di  persone  ricoverate  in  ospedale o residenti in casa di riposo, un catalogo  sempre più  ricco e soprattutto aggiornato ai titoli  di nuova pubblicazione. 


Cosa sappiamo della melatonina

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Giuseppe Ragusa La    melatonina  è     un  ormone  secreto  principalmente  dalle  cellule  dell’epi isi  (conosciuta  anche  con  il  nome di ghiandola pineale per la sua forma simile ad una pigna), che è  una piccola ghiandola endocrina,  della  lunghezza di circa 8 mm e dal peso di 0,5 gr., situata al centro del cervello. Oltre che dall’epi isi, la melatonina viene secreta anche da  altri  distretti  quali  l’ipo isi,  la  tiroide,  le  ghiandole  surrenali, le gonadi, la retina, la mucosa intestinale. Questo ormone presenta numerose funzioni (alcune delle  quali tutt’oggi poco conosciute): protegge il nostro corpo  dai radicali liberi, rinforza il nostro sistema immunitario,  riduce  la  pressione  sanguigna  e  il  livello  di  colesterolo  contribuendo  cosı̀  a  prevenire  le  malattie  cardiache,  agisce  come  supporto  nelle  terapie  tumorali  (in  questo  campo  il  suo  impiego  è   ancora  oggetto  di  numerose  ricerche mediche), ha un effetto bene ico contro diabete,  emicrania  e  in  caso  di  dolori  cronici,  ed  il  suo  uso  è   sempre più  diffuso nella prevenzione della depressione e   del  morbo  di  Alzheimer.  Ancora  più   recente,  e  non  del  tutto  caratterizzata,  è   l'applicazione  della  melatonina  in  ambito  antiaging,  cioè   per  contrastare  i  fenomeni  dell’invecchiamento. Il  compito  principale  della  sostanza  è   però   la  regolazione  del  ciclo  sonno‐veglia  (quello  che  scienti icamente chiamiamo ritmo circadiano) in risposta alla luce o al buio dell'ambiente esterno. Vediamo  nei  particolari  come  funziona  questo  meccanismo  di  regolazione  della  secrezione  della  melatonina.  In  condizioni  di  luce  la  retina  trasmette  gli  impulsi  luminosi  dagli  occhi  al  nucleo  soprachiasmatico ‐ una sorta di centralina del nostro cervello ‐  che è  a sua volta collegato alla epi isi: in  queste  condizioni  la  ghiandola  non  secerne  il  suo  ormone.  In  queste  condizioni  il  nostro  organismo  rimane  sveglio  ed  attivo.  Al  contrario,  quando  vi  è   assenza  di  luce  (come  nelle  ore  notturne),  l’epi isi  secerne  la  melatonina,  le  cui  concentrazioni  nel  sangue  aumentano  rapidamente  e  raggiungono  il  massimo tra le 2 e le 4 di notte per poi ridursi gradualmente quando si approssima il mattino. L’aumento  della concentrazione di melatonina nel nostro corpo regola la necessità  del riposo e del sonno. Nei primi tre mesi di vita il livello di melatonina è   isiologicamente molto basso, quindi in questa fascia  d’età  è  pressoché  normale che  i neonati abbiano un sonno irregolare, con frequenti risvegli. La  produzione  dell’ormone  aumenta  progressivamente  nel  corso  della  crescita,  in  concomitanza  alla  maturazione della ghiandola pineale per arrivare ad un suo completamento intorno ai tre anni, con una  normalizzazione del sonno. Nell’età  adulta s’innesca un lento ma progressivo processo di calci icazione  dell’epi isi, con una conseguente diminuzione di melatonina secreta e diminuzione delle ore di sonno. Quali sono le indicazioni terapeutiche? Assumere la melatonina può  essere un prezioso sostegno per regolare i ritmi del sonno e della veglia. I problemi d’insonnia colpiscono oltre 9 milioni di italiani e sono in aumento anche nell’età  pediatrica:  ben il 35‐40% dei bambini nel nostro Paese, infatti, soffre di problemi di sonno durante la crescita. I disturbi del sonno si possono suddividere in due principali categorie: la prima comprende tutte quelle  persone che fanno molta fatica a prendere sonno ma che quando si addormentano portano a termine il  loro  riposo  (Sindrome  del  ritardo  di  fase);    nella  seconda  troviamo  soggetti  che  si  addormentano  facilmente ma che si svegliano nel cuore della notte o nelle prime ore della mattina senza poi riuscire a  riaddormentarsi. 

16


17

UNITRE  Mogliano Veneto

La melatonina agisce positivamente sulla prima categoria di insonnia; il suo pregio è  di non essere un  ipnotico  vero  e  proprio  e  pertanto  di  non  dare  fenomeni  di  intolleranza,  quindi  con  il  tempo  non  si  riduce  la  sua  ef icacia  né   dà   problemi  di  dipendenza,  osservati  invece  in  diversi  sedativi/ipnotici  tradizionali, quali ad esempio le benzodiazepine.  La  melatonina  comunque  non  è   una  sostanza  completamente  innocua,  presenta  infatti  qualche  controindicazione  o  effetto  collaterale  (mal  di  testa,  vertigini  e  sonnolenza  durante  il  giorno,  o  tachicardia, o stato di ansia e nervosismo): pertanto, è  sempre opportuno chiedere un parere al proprio  medico per capire se eventualmente la sua assunzione possa andare a interagire con qualche patologia  (soprattutto epatica o renale) o interferire con qualche farmaco che prendiamo abitualmente. La sostanza è  sempre più  comunemente usata anche per favorire il sonno in lattanti e bambini, ma il suo  utilizzo deve essere sempre valutato preventivamente con il pediatra. La  melatonina  viene  ef icacemente  consigliata  anche  per  superare  l'effetto  del  Jet  lag,  disturbo  che  si  veri ica  quando  si  attraversano  vari  fusi  orari  (di  solito  più   di  due  fusi  orari),  come  avviene  nel  caso  di  un  lungo  viaggio  in  aereo:  questa  sindrome  si  caratterizza  per  disturbi  del  sonno,  mancanza  di  appetito,  dif icoltà   digestive,  nervo‐ sismo  ed  irritabilità .  Un'  inte‐grazione  di  melatonina  interviene  in  questi  casi  per  regolarizzare  l'orologio  biologico  interno, scombussolato dal fuso orario.  In ine, è  un ottimo regolatore per coloro  https://www.humanitas.it/news/15898‐insonnia che  lavorano  su  turni  anche  notturni  e  devono continuamente variare gli orari deputati al riposo. Quali sono le modalità di assunzione e la posologia?  In commercio si trovano integratori a base di melatonina sotto varie forme: compresse, sciroppi, tisane,  gocce, e, ultimo arrivato, spray; a volte si trovano associate altre sostanze, quali vitamine, minerali (quali  magnesio,  zinco  o  selenio),  erbe  o  piante  (valeriana,  camomilla)  con  funzioni  calmanti  e  concilianti  il  sonno. E’ disponibile in due versioni, quella da 1 mg che è  un prodotto da banco e quella da 2 mg che è   classi icata come un vero e proprio farmaco e per la quale serve la ricetta del medico; la dose consigliata  è  in genere pari a 1 mg di melatonina. E molto importante assumere la melatonina correttamente.  Salvo diversa indicazione del medico (che,  ricordo,  va  sempre  consultato  prima  di  intraprendere  qualsiasi  terapia)  in  caso  di  disturbi  del  sonno,  essa   va assunta dai 30 minuti a 1‐2 ore prima di andare a letto; se ci sveglia nel bel mezzo della notte,  non la si deve assumere per riprendere a dormire, altrimenti si rischia di alterare il ciclo circadiano.  Se  l’assunzione  degli  integratori  non  dovesse  bastare,  la  natura  ci  viene  incontro:  alimenti  di  origine  vegetale, come l’avena, il mais, le mandorle, il cacao, alcuni ortaggi, tra cui pomodori e cavoli, e frutta,  come  per  esempio  mele,  ananas,  arance  e  banane,  sono  ricchi  di  melatonina  o  ne  favoriscono  la  secrezione.  Ovviamente  dobbiamo  aiutare  l'effetto  e  i  bene ici  della  melatonina  anche  con  uno  stile  di  vita  equilibrato  e  corretto  che  quindi  contempli  un  po'  di  sano  movimento  isico,  una  dieta  equilibrata  e  leggera, una vita più  regolare possibile. E’ meglio evitare anche di intraprendere attività  molto faticose  prima di andare a dormire, o di studiare o lavorare  ino a tardi, o di mangiare troppo la sera; sarebbero  da evitare anche alcolici, caffeina o teina.  In ine, anche il sovrappeso può  rappresentare un fattore di rischio per l'insonnia e per lo squilibrio tra  veglia e sonno.


La mia morte sul Monte Bianco

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Vittorio Pellizzari Mi trovavo con mia madre in alta Val d’Aosta, dove l’avevo accompagnata per incontrare i suoi allievi di  quand’era  una  maestra  di  17  anni,  appena  diplomata.  Un  giorno  decisi  di  fare  una  spedizione  molto  leggera  sul  terribile  Bianco:  salita  in  funivia  ino  al  pavillon,  2000  metri,  pranzo,  chiacchiere  con  gli  addetti, notizie sui sentieri e qualche bella foto dei dintorni. Niente attrezzatura da montagna tranne gli  scarponi, niente viveri e acqua, una gita nel cortile di casa, pensavo. In funivia trovai solo gente con gli  sci. Fui  l’unico  a  scendere  al  pavillon,  feci  due  metri  e  vidi  incollato  alla  porta  un  avviso:  il  ristorante  è   chiuso, riapriremo a Natale. La  mia  imprevidenza  mi  faceva  fare  la  igura  dello  stupido,    ma  bastava  attendere  la  prima  funivia  in  discesa  e  tornare  scornato  a  La  Salle,  dove  mia  madre  stava  riposando  in  albergo,  dopo  le  grandi  emozioni dell’incontro del giorno precedente. Pensai di fare un giretto nella zona, qualche foto, e poi tornare. Non sarei certo morto di fame! La zona, assolutamente selvaggia, mi portava di qua e di là , tra marmotte urlanti. Ci fu poi l’incontro con  due grandi camosci che bloccavano la traccia del sentiero. Per evitarli scivolai in un pendio ghiaioso con  una caduta e faticosa risalita di un centinaio di metri. Finii per allontanarmi dalla funivia e non sapere  più  dove ero né  che ora fosse. Ero tutto sudato e non potevo togliere il giacchino nelle cui tasche c’erano l’esposimetro, la pellicola di  riserva ed altri preziosissimi strumenti della fotogra ia. Improvvisamente la luce cominciò  rapidamente a calare, dovevo tornare alla funivia senza indugio. Ma  dove era la funivia? E il pavillon? Mi ero allontanato senza un percorso preciso, non vedevo sentieri né   tracce di animali. Feci il massimo sforzo di concentrazione … Era  buio  pesto  quando  arrivai  con  fatica  alla  stazione  della  funivia,  ma  l’ultima  corsa  delle  20  era  già   passata  da  mezz’ora.  Dovevo  scendere  a  piedi  per  un  sentiero  che  non  conoscevo,  forse  dif icile  e  pericoloso col buio.

Il Monte Bianco visto da La Salle presso il Col de Bard (2180 m.s.l.m.)

Ormai il panico era arrivato e mi agitavo come una mosca in un bicchiere rovesciato da cui non poteva  uscire. L’atroce pensiero della morte, della morte per congelamento, mi trapanò  il cervello. Bagnato  di  sudore,  senza  indumenti  di  ricambio  e  a  digiuno  dalle  otto  di  mattina,  non  avrei  superato  il  gelo  notturno dei 2000 metri di settembre. Mi distesi sull’erba.  No, c’era ancora una cosa che, da montanaro e non da fotografo, dovevo fare: dovevo  gridare tre volte aiuto e poi potevo riposare … de initivamente. Non  so  quanto  tempo  trascorse,  ne  avevo  perso  la  cognizione,  quando  una  voce  gentile  mi  disse:  E’  ferito? Mi riscossi, aprii gli occhi, sollevai il busto e fui sommerso dalla vergogna per la mia stupidità . “No, non  sono ferito, ma mi sono cacciato in un bel guaio, e con la mia stupidità  disturbo lei, le chiedo scusa”. Una  guardia di  inanza francese era venuta in mio soccorso. “Di qui non è  facile uscire e dovremmo fare un po’ di roccia. Adesso le faccio sicurezza”. Aveva sulle spalle  un  rotolo  di  corda,  mi  imbragò   e  poi  si  sistemò   sulla  parete.  Seguii  esattamente  le  sue  istruzioni  e,  lentamente,  una  gran  gioia  scendeva  nel  mio  cuore.  La  scalata,  anche  se  al  buio,  era  meglio  di  tutto,  anche dell’amore ricambiato, nulla era cosı̀  travolgente e appagante che scivolare come senza peso sulla  roccia. Improvvisamente la guida mi disse “Basta, è  sul sentiero, ora scendo anch’io”. Arrivammo  a  una  baracchetta  che  fungeva  anche  da  bar  e  accettò   solo  un  succo  di  frutta.  Io  avevo  bisogno  di  un  whiskey  che  assaporai  anche  per  issare  la  memoria  del  mio  trionfo  dopo  la  disfatta.  Ci  salutammo e io promisi che sarei stato molto più  attento: non sempre si ha la fortuna di incontrare una  guardia doganale francese che sente e allerta. Tornato in taxi all’albergo, mezz’ora dopo ero a letto e mia madre, che riposava tranquilla, non seppe mai  che il mattino precedente poteva avermi visto per l’ultima volta.

18


Il piacere della lettura Tracy Chevalier – STRANE CREATURE – Neri Pozza Editore 2009

In questo  romanzo  ,  fondendo  sapientemente  realtà   e  fantasia,  l’autrice  statunitense  ci  porta  sulla  costa  inglese  affacciata  sulla  Manica  nei  primi  decenni  dell’800 e ci racconta dell’amicizia, non facile, stabilitasi tra due donne diverse per  ceto e per età , ma accomunate da una straordinaria passione per i fossili. Proprio  come le “strane creature“ di cui vanno alla ricerca nella Jurassic Coast, anche le due  protagoniste,  Mary  Anning  ed  Elisabeth  Philpot,  iniranno  per  essere  altrettanto  “strane“  :  s idando  tutti  i  pregiudizi  e  le  restrizioni  nei  confronti  delle  donne  di  quell’epoca, avranno la volontà  e il coraggio di coltivare la propria passione  ino in  fondo,  raggiungendo  risultati  incredibili  e  determinanti  per  la  storia  dell’evoluzione della specie.

Tracy Chevalier è   autrice di numerosi romanzi di ambientazione storica tra i quali  segnalo: La ragazza con l’orecchino di perla  e  la Dama e l’Unicorno Andrea Camilleri – ORA DIMMI DI TE. LETTERA A MATILDA  (Ed. Giunti‐  Bompiani, Firenze 2018)

Andrea Camilleri, un grande della letteratura italiana contemporanea, ha più  di  novanta  anni  ed  è   lucidissimo  pur  avendo  perso  il  dono  della  vista.  Ha  una  nipotina di 4 anni, Matilda, alla quale vuole lasciare un ricordo del nonno sotto  forma  di  lettera.  Camilleri  lascia  alla  nipote  ed  a  noi  lettori  la  sua  biogra ia,  la  storia della sua vita: la gioventù  negli anni Venti tormentati dalle insicurezze, dai  disordini  postbellici  e  dalla  lenta  ascesa  dell’ideologia  fascista  sino  ai  successi  professionali  come  regista  teatrale  e  televisivo.  Il  ripudio  del  Fascismo,  l’iscrizione al Partito Comunista, l’attenzione sempre vigile per i più  deboli e le  classi  meno  fortunate,  un  rigore  morale  senza  tentennamenti  sono  argomenti  che  Camilleri  tratta  con  passione  e  sincerità .  Matilda  leggerà ,  farà   tesoro  di  quanto  il  nonno  le  ha  trasmesso,  magari  idealmente  vorrà   rispondergli  (“ora  dimmi  di  te”),  portavoce  di  quei  giovani  che  Camilleri  invita  a  cambiare  il  mondo, “sostenendo le proprie ragioni con fermezza, spiegandole e rispiegandole,  e magari perché no, cambiando la propria idea” perché “….scon itta o vittoriosa, non c’è bandiera che non  stinga al sole”. Letto in tre ore. Tutto d’un  iato. Un piccolo manuale di vita. Gabriella  Madeyski Giuseppina Torregrossa ‐ LA MISCELA SEGRETA DI CASA OLIVARES ‐ Mondadori Editore ‐ 2017

Palermo anni  '40.La  torrefazione  degli  Olivares  è   famosa  in  città .  Perno  della  famiglia è  Viola che predice il futuro leggendo i fondi di caffè . Attorno a lei la sua  famiglia  numerosa,  il  marito  innamoratissimo  e  i  suoi  cinque  igli.  Scoppia  la  guerra  crudele  e  inesorabile  ,  restano  solo  macerie,  e  niente  sarà   più   come  prima.  La  iglia  Genziana,  rimasta  sola,  saprà   riprendere  in  mano  la  sua  vita,  quella della ditta, gli affetti più  cari e l'amore per Medoro.  Chi  è   già   stato  a  Palermo  ne  ritrova  in  questo  libro  tutti  i  profumi,  gli  aromi  ,  i  colori e i sapori, e chi non c'è  mai stato avrà , dopo la lettura, senz'altro la voglia  di andarci. La  Torregrossa,  palermitana,  e  medico  specialista  in  ginecologia,  ha  esordito  tardi  nella  scrittura,  a  cinquantun  anni  ed  è   autrice  di  numerosi  romanzi  ambientati in Sicilia.

Donatella Grespi

19

UNITRE  Mogliano Veneto

Albachiara Gasparella


In classe con Giuseppe Berto

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Cecilia Barbato Era da poco iniziato l’anno scolastico nell’ormai lontano 1977 ed io insegnavo in una quarta elementare  della scuola “G.B. Piranesi” di Mogliano. L’autunno  già   si  faceva  sentire  e  di  questo  c’era  il  segno  anche  nelle  pagine  dei  quaderni,  dove  brevi  prose  e  poesie  avevano  avvicinato  i  bambini  alla  sensibilità   di  vari  autori  tra  cui,  per  la  prima  volta,  Giuseppe Berto del quale avevo scelto un brano tratto da uno dei suoi scritti. Una  mia  ex  alunna,  Alessandra  Baradel,  conserva  ancora  tutti  i  quaderni  relativi  al  quinquennio,  fatti  rilegare  dai  suoi  genitori  in  cinque  volumetti  dalla  scrittura  nitida  e  armoniosa:  in  quello  relativo  alla  classe quarta, appare l’autografo dello scrittore moglianese. Egli giunse infatti un giorno nella nostra classe, nell’ala sud della scuola: ne aspettavamo la venuta da un  giorno  all’altro,  come  ci  aveva  promesso  la  mamma  di  Elena,  un’altra  alunna.  Questa  signora  lo  conosceva  ed  era  amica  della  sorella  presso  cui  lo  scrittore  era  sempre  ospitato  quando  veniva  a  Mogliano. Un leggero bussare alla porta, un saluto reciproco e i suoi occhi chiari e ridenti si posarono sui bambini e  sulle bambine che erano già  in fermento: era un vero scrittore! E a differenza di altri conosciuti nei libri  di lettura, era … “vivo”!  Sapevano di trovarsi a tu per tu con un autore molto importante. “Sono qui per conoscere la classe della mia nipotina Elena”, disse avvicinandosi al banco della bambina,  in  realtà   lei  lo  chiamava  familiarmente  “zio”.  Si  trattenne  a  parlare  con  tutti  e  a  rispondere  alle  loro  domande,  ricordo  bene  solo  la  più   impertinente  che  mi  imbarazzò   molto  “  Ma  lei  quanti  soldi  ha  guadagnato vendendo tanti libri?” Giunse,  richiestissimo,  il  momento  degli  autogra i  e  tutti  aprirono  il  quaderno  alla  data  21  settembre  1977, dove c’era la “sua” pagina. Vi fu un po’ di confusione prevedibile ma ciascuno ebbe il suo piccolo  “trofeo” da mostrare a mamma e papà . Il suono dell’intervallo giunse puntuale alle 10,30:  tutti uscirono a giocare nell’atrio spazioso e Giuseppe  Berto si fermò  per tutto il tempo della “ricreazione”, per nulla infastidito dal chiassoso vociare. Lo presentai alle colleghe uscite nel frattempo con i loro scolari e felicemente sorprese. Quando la classe fu rientrata, un rapido saluto dalla porta segnò  la  ine del nostro incontro e lo scrittore  se ne andò  con passo leggero, cosı̀ com’era arrivato.

Giuseppe Berto

20


Il ricordo del 10 febbraio "Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è   contro di me e soprattutto la mia quali ica di ex nemico che mi fa considerare imputato ". Con  queste  parole  il  presidente  del  consiglio  italiano  Alcide  De  Gasperi  aprı̀  il  10  agosto  1946  il  suo  discorso alla Conferenza di Parigi davanti ad una assemblea fredda e ostile che rappresentava 21 Paesi e  che aveva già  deciso il destino di un'Italia uscita dalla sciagurata guerra a  ianco di Hitler ma che aveva  cercato  di  riscattarsi  con  la  guerra  di  liberazione  a  ianco  delle  Nazioni  Unite.  Dopo  le  atrocità   nei  confronti dei nostri connazionali considerati fascisti solo per la loro nazionalità  da parte dei partigiani  titini,  che  li  gettavano,  innocenti,  nelle  foibe  carsiche  per  attuare  la  pulizia  etnica,  si  delineavano  altre  terribili  sofferenze  nella  terra  che  era  stata  redenta  nel  1918  e  che  ora  stavamo  per  perdere  nuovamente  :  la  Venezia  Giulia.  Fu  un  lungo  calvario  diplomatico  quello  che  portò   il  nostro  Paese  e,  soprattutto  la  sua  regione  orientale  alle  drammatiche  conclusioni  del  trattato  di  pace  dei  10  febbraio  1947.  Fu  adottata  come  nuova  frontiera  tra  Italia  e  Jugoslavia  la  linea  proposta  dalla  commissione  francese  che,  come  faceva  notare  De  Gasperi,  era  una  linea  politica  di  comodo  anzi,  io  aggiungerei,  vendicativa , visto che la Francia nutriva rancore per la vile "pugnalata sul letto di morte " che Mussolini  le aveva inferto quando era già  agonizzante sotto il tallone nazista. In spregio a ogni principio etnico ,  tale  linea  assegnava  alla  Jugoslavia  le  città   italianissime  sia  etnicamente  che  culturalmente  della  costa  istriana  quali  Pola,  Parenzo,  Rovigno  oltre  a  Fiume,  sul  Golfo  del  Quarnero  e  la  dalmata  Zara.  Rischiammo  di  perdere  anche  Trieste  a  causa  della  successiva  decisione  di  costituire  uno  Stato  indipendente, il Territorio Libero con capitale quella città . Fortunatamente Trieste ci venne restituita nel  1954. E ' noto l'esodo cui furono costretti centinaia di migliaia di nostri connazionali giuliani,  iumani e  dalmati che persero tutti i loro beni con iscati dal regime di Tito e conobbero il dolore del distacco dalla  propria terra. Una targa che commemora questa tristissima pagina della nostra storia si trova nei pressi  del municipio di Mogliano Veneto : raf igura il pro ilo geogra ico dell'Istria e della Dalmazia e il piroscafo  Toscana  sul  quale  si  imbarcarono  i  profughi  istriani  nel  1947  per  sfuggire  alla  persecuzione  dei  comunisti jugoslavi. 

21

UNITRE  Mogliano Veneto

Mauro Cicero


Aria sulla quarta corda, di Johann Sebastian Bach

L'albero della vita  Febbraio ­ Marzo

Edo Guarneri Johann  Sebastian  Bach  (1685‐1750)  è   stato  un  compositore  e  musicista tedesco del periodo barocco, universalmente considerato  uno  dei  più   grandi  geni  nella  storia  della  musica  La  sua  opera  costituı̀  la summa e lo sviluppo delle svariate tendenze compositive  della sua epoca, e le sue composizioni sono notevoli per profondità   intellettuale,  padronanza  dei  mezzi  tecnici  ed  espressivi  e  per  bellezza artistica.  In  quest’articolo  è   mio  desiderio  presentarvi,  tra  le  tantissime  famose  opere,  una  delle  più   belle  melodie  scritte  da  Bach,  il  2°  movimento della Suite n°3 BWV 1068 (la sigla BWV contrassegna il  sistema  di  catalogazione  delle  opere  di  Bach),  universalmente  nota  come  Aria  sulla  quarta  corda,  e  conosciuta  al  grande  pubblico  per  essere la sigla di Quark, il programma televisivo di Piero Angela. Bach compose 4 Suites per orchestra sul modello secentesco di Jean‐ Baptiste  Lully,  molto  probabilmente  tra  il  1718  e  il  1726,  una  musica  che  contraddice  chi  pensa  al  compositore di Eisenach come ad un maestro severo e cerebrale.  Le Suites sono una sequenza di movimenti, ora veloci, ora più  lenti, che riprendono le danze in voga in  quel periodo. Ognuna delle 4 Suites di Bach è  formata da una introduzione (Ouverture), seguita da una  serie di movimenti alternati; in queste pagine la genialità  di Bach si manifesta non solo nell’assegnare ad  ogni  suite  movimenti  di  danza  diversi,  ma  soprattutto  nello  stabilire  organici  diversi  che,  di  fatto,  rendono ogni composizione immediatamente riconoscibile. Il secondo movimento della 3a suite è  impropriamente conosciuto con il nome di Aria sulla quarta corda  e  si  differenzia  dal  resto  della  suite  in  quanto  è   l'unico  movimento  nel  quale  l'organico  comprende  esclusivamente  strumenti  ad  arco.  Il  nome  Aria  sulla  quarta  corda  non  è   di  Bach,  ma  deriva  da  una  trasposizione del violinista tedesco August Wilhelmj, il quale portò  la composizione da re maggiore a do  maggiore e la abbassò  di un'ottava, in modo da poterla suonare tutta sulla quarta corda del violino. Il  brano  disegna  una  lenta  igura  di  danza  basata  su  una  melodia  ampia,  fortemente  espressiva,  nella  quale con un tocco geniale Bach apre gli orizzonti poetici del patetico e del sentimentalismo: si ascolta  una  tersa  e  limpidissima  melodia  cantabile,  un  gioiello  di  equilibrio  fra  tensione  espressiva,  ioritura  ornamentale  e  sottile  ricamo  contrappuntistico,  sul  quale  si  libra  aereo  il  canto  dei  violini,  con  l’accompagnamento  dei  contrabbassi  che  salgono  e  scendono  una  scala  di  una  bellezza  indecifrabile  eppure semplice. La melodia è  struggente e sembra ispirare un’esperienza quasi mistica. A dispetto di tutte le pubblicità  e sigle dell’universo, questo brano continua a mettere i brividi a più  di  250 anni dalla sua composizione. Se  desiderate  acquistare  il  CD  vi  consiglio  la  stupenda  interpretazione  di  Trevor  Pinnock  che  dirige  la  sua  orchestra  barocca  The  English  Concert  (dove  tra  l'altro  troverete  anche  i  6  stupendi  Concerti  Brandeburghesi sempre di Bach). 

22


“Il Cristo giallo” di Paul Gauguin ­ (1889) E’ raf igurata una scena legata alla religiosità  popolare ed alla semplicità  della civiltà  contadina. Ai piedi  del Cristo sono rappresentate tre donne, dal caratteristico copricapo bretone, raccolte in preghiera. Non si può  apprezzare la rivoluzione pittorica di Gauguin se prima non si fanno alcune considerazioni. Gauguin espose con gli impressionisti condividendone i valori pittorici. Ad un certo punto, però , capı̀ che  l’impressionismo  si  limitava  soprattutto  ad  un’indagine  ossessiva  sul  problema  della  luce  e  della  vibrazione  atmosferica,  capı̀  che  l’impressionismo  si  limitava  esclusivamente  ad  una  rappresentazione,  seppur  piacevolissima,  del  mondo  e  della  natura,  ma  aveva  dimenticato  l’aspetto  spirituale  dell’arte.  Gauguin  era  immerso  nella  vita  parigina,  era  agente  di  Borsa, ma questo modello di  società   cominciò   a  nau‐ searlo.  Decise  di  lasciare  tutto  e  nel  1886  si  recò   in  Bretagna  a  Pont‐Aven,  una  terra  arcaica,  aspra,  lontana  dalle  misti icazioni  parigine  e  nella  quale  si  poteva  ancora  ritrovare  uno  stile  di  vita  semplice,  uno  stato  di  grazia  che  sembrava  ormai  de initivamente  sparito.  Osservando le pitture e l’arte  tipiche  di  questa  regione,  fatte  ancora  con  uno  stile  primitivo,  arcaico,  uno  stile  lontano  da  tutte  le  strati icazioni  delle  avan‐ https://i.pinimg.com/ guardie  pittoriche,  Gauguin  dette  il  via  ad  una  grande  rivoluzione  del  linguaggio  pittorico  che  si  può   cosı̀  riassumere:  stesure  uniformi  cromaticamente  vivaci  ed  intense  spesso  prive  della gradazione coloristica in modo da accentuare cosı̀  l’effetto  simbolico del colore; forme semplici e  piatte prive della tradizionale prospettiva; contorni ben marcati; l’uso arbitrario dei colori rispetto alla  realtà ;  una  componente  anticlassica  rivelata  da  un  interesse  per  il  primitivo  e  l’arcaico;  il  recupero  di  una sacralità  primitiva legato ad una concezione di vita semplice, autentica e rude. In quest’opera è  condensata tutta la tecnica pittorica e la concezione di vita di Gauguin. Gauguin dimostrò  che nell’aspetto primitivo ed arcaico delle forme e del pensiero si cela la modernità .  Questo aspetto è  presente in molta arte moderna.

23

UNITRE  Mogliano Veneto

Paolo Baldan


Profile for UNITRE MOGLIANO Vto

Albero della vita n° 4-1 2019  

UNITRE MOGLIANO Vto Giornale del'Università della Terza Età

Albero della vita n° 4-1 2019  

UNITRE MOGLIANO Vto Giornale del'Università della Terza Età

Advertisement