Umbria in voce magazine numero uno

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umbria in voce

Dicembre 2018

magazine

PUBBLICAZIONE NON PERIODICA AD INTERESSE CULTURALE LEGATA ALLA MANIFESTAZIONE UMBRIA IN VOCE

scalda la voce

Numerouno

quarto anno insieme


da un’idea di Andrea Cancellotti art director Matteo Fofi grafica Gu.Fo. comunicazione visuale stampa tipografia Donati

info e contatti umbriainvocemagazine@gmail.com

ringraziamenti Ringraziamo di cuore chi ha collaborato alla creazione di questa pubblicazione, sia con un sostegno materiale che di idee e risorse umane. Un ringraziamento sentito all’Associazione Settimana del libro, al Consultorio Alto Chiascio per l’informazione data alle donne sul valore della musica e della lettura ad alta voce, ai Serenologhi, allo SPRAR, agli Alberaioli Eugubini nella persona di Lucio Costantini, a Giulia Nardi, Eleonora Albanese, Maria Stocchi, Andrea Zoppis, Gregorio Paffi, Cristina Calandrini, ai volontari del servizio civile, agli utenti del Cad “Il passo di Ulisse”. Un particolare ringraziamento ad Andrea Cancellotti e Matteo Fofi per la grande generosità e a tutti coloro che con i loro articoli ci hanno aiutato a costruire questa pubblicazione.

umbria in voce e il sociale Questa edizione del festival riceve un sostegno speciale dall’Assessorato ai Servizi Sociali, che ne ha riconosciuto la valenza per quanto concerne la formazione permanente intergenerazionale, la divulgazione di buone pratiche in ambito non solo vocale ma psico-relazionali, affettive, di prevenzione del disagio giovanile, integrazione. Collaborano con noi volontari, ragazzi del servizio civile, utenti del CSM in una prospettiva di allargamento delle possibilità di inclusione.


in voce 03 Emozione, canto, incontro 05 Programma Festival 06 Lucilla Galeazzi e Levocidoro 09 Entropya - recording studio 10 Fai ciò che puoi con ciò che hai, ovunque tu sia

11 Alma voce 11 Preservare la voce 13 L’Albero di Natale più grande del mondo 14 Nehemiah H. Brown 15 Matteo Belli 17 Letture selvagge 19 Panta Rei: essere è divenire 20 Gubbstock Rock Festival 21 Festival ScheggiAcustica 23 Museo del Somaro 23 Asini 25 Il Mausoleo romano di Gubbio 27 Uno spazio per l’arte 27 La mia città come bottega 29 Intervista a Frank, rifugiato ghanese 29 Inizio 31 Potenza e voce 31 Is there anybody out there? 33 Lune Storte 35 Un altro mondo è possibile 37 Frammenti di scuola 39 I Serenologhi 41 Il fenomeno dei club 42 I laboratori di Umbria in Voce

www.umbriainvoce.it www.facebook.com/umbriainvoce

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sommario


Gubbio (PG) via Lodi, 8 t. 075 78 16 100 www.fidoka.it info@fidoka.it


emozione, canto, incontro di Claudia Fofi > direttrice artistica del Festival

Umbria in voce 2017 “CIrcle Land” Laboratorio di circle songs con Albert Hera

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_foto Andrea Cancellotti_

Umbria in voce arriva alla sua quarta edizione, quest’anno con l’appoggio dell’Assessorato ai Servizi Sociali, che ne ha in questo modo riconosciuto la valenza in ambito educativo e della prevenzione attraverso le pratiche proposte a ogni livello e per ogni fascia di età. La voce è uno strumento della comunicazione fondamentale. In una società dominata dai social, che sono per lo più muti, vogliamo sempre di più creare un luogo fisico di accoglienza delle voci. E vogliamo tessere collaborazioni con il territorio, consapevoli che questo può essere uno spazio aperto a proposte e progetti ancora tutti da immaginare. Con il magazine entriamo nel vivo del programma del festival e non solo. Per realizzarlo abbiamo chiesto a tante persone di collaborare, scrivere articoli e riflessioni, raccontare brevi storie, con particolare attenzione ad alcune realtà (non c’è posto per tutte, sarebbero molte di più) che lavorano in ambito artistico, sociale e della divulgazione culturale, creando bellezza, benessere, cura. Tante realtà che vogliamo far conoscere e incontrare. Piccole e grandi storie di persone che per professione o per passione si dedicano alla creazione costante della bellezza. Queste persone spesso sono scollegate tra di loro, non si parlano. Occorre quindi un cambio di paradigma rispetto alla percezione che abbiamo della nostra comunità. Ci sono giovani che hanno cose da dire a cui bisogna dare spazio. Ci sono le età fragili della vita, il disagio, la necessaria integrazione di chi arriva da luoghi lontani. C’è tantissimo da fare per ricostruire una società civile smarrita. Noi nel nostro piccolo vogliamo provarci, con questo festival che non vuole vivere di “spettatori” ma di partecipanti. Quest’anno il festival è diviso in tre sezioni. Anteprima, con laboratori dedicati a gestanti e neonati, ai bambini e agli anziani della casa di riposo. Voce efficace, una sezione specifica dedicata a chi usa la voce per mestiere e vorrebbe acquisire strumenti per gestirla al meglio. Emozione, canto, incontro, con i vari laboratori di canto popolare, voce e movimento, gospel, tecnica vocale, canti in cerchio, canti africani. Il concerto di quest’anno è affidato a Lucilla Galeazzi e Levocidoro, un ensemble di canto popolare di sicuro coinvolgimento. E infine chiuderemo in bellezza con i Serenologhi, che stavolta invece di cantare le serenate alla sposa le insegneranno a tutti i partecipanti. Sarà sicuramente una festa, e siete tutti invitati.


umbria in voce

programma ANTEPRIMA

> SABATO 1 DICEMBRE >Sala Attività Biblioteca Sperelliana di Gubbio ore 15:00 – 16:00 “Pappa di Musica” Laboratorio per gestanti/mamme/neonati con Francesca Staibano > gratuito ore 17:00 – 18:00 “Ping-Pong di letture selvagge” Laboratori di narrazione per bambini e genitori a cura dell’associazione “Settimana del libro” > gratuito > DOMENICA 2 DICEMBRE > Astenotrofio Mosca ore 15:00 – 16:00 “Raccontami” Letture ad alta voce per gli anziani dell’Astenotrofio Mosca a cura di Carmela De Marte > gratuito

VOCE EFFICACE Proposte formative per insegnanti e chiunque usi la voce per motivi professionali. Costo di iscrizione per ciascun incontro 10 €. Per chi si iscrive a tre incontri il costo è 25 €. Può essere utilizzata la Carta del docente. > MARTEDI 4 DICEMBRE > Ex Refettorio Biblioteca Sperelliana di Gubbio ore 17:00 – 18:30 “Preservare la voce” Incontro formativo con Roberto Panzanelli e Roberta Mazzocchi > GIOVEDI 6 DICEMBRE > Ex Refettorio Biblioteca Sperelliana di Gubbio ore 17:30 – 19:00 “Voce, emozione, relazione” Incontro formativo con Rosella de Leonibus e Carla Gariazzo > VENERDI 7 DICEMBRE > Ex Refettorio Biblioteca Sperelliana di Gubbio ore 17:00 – 18:30 “Empowerment vocale” Incontro formativo con Manolo Rivaroli

EMOZIONE, CANTO, INCONTRO > VENERDÌ 7 DICEMBRE >Ex Refettorio Biblioteca Sperelliana di Gubbio ore 21:00 “Accendiamo la voce!” Giochi di voce e canti in cerchio con Nora Tigges > gratuito


Modalità di partecipazione e costi di iscrizione

ore 10:30 – 13:00 “La voce del corpo, il corpo della voce” Laboratorio di canto, movimento e improvvisazione con Marta Raviglia e Alessandra Fabbri > iscrizione 30 €

Si può partecipare a un solo laboratorio oppure a tutto l’evento. Per chi si iscrive a tutti i laboratori dell’8 e 9 c’è uno sconto (100 € invece che 120 €). Per partecipare occorre iscriversi contattando la segreteria del festival 3394076156 - umbriainvoce@gmail.com

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> SABATO 8 DICEMBRE > Ex Refettorio Biblioteca Sperelliana di Gubbio ore 09:00 – 10:00 “Buongiorno voce ” Dolce risveglio vocale con Claudia Fofi > gratuito

ore 13:00 – 14:30 “Canti in via d’estinzione ” Laboratorio di canti popolari con Sara Marini e Fabia Salvucci > iscrizione 20 € ore 15:00 – 18:00 “Introduzione alla voce ” Seminario con Matteo Belli > iscrizione 35 € ore 20:00 > Centro Sociale Anziani Cena presso il Centro Sociali Anziani > 10 € ore 21:15 > Ex Refettorio Biblioteca Sperelliana di Gubbio “Concerto” Lucilla Galeazzi e Levocidoro > ingresso 12 € a seguire “Di voce in voce” Improvvisazione circolare in poesia e canzone A cura di Andrea Zoppis e Gregorio Paffi con la collaborazione di Informagiovani Gubbio > gratuito > DOMENICA 9 DICEMBRE > Ex Refettorio Biblioteca Sperelliana di Gubbio ore 10:00 – 13:00 “La gioia del gospel” Seminario con Nehemiah H. Brown > iscrizione 35 € ore 15:00 – 16:30 “La voce del Griot” Laboratorio di canti e danze con Keba Seck Evento realizzato con il sostegno dello SPRAR di Gubbio > gratuito ore 17:00 – 18:30 “Serenate, che passione!” Incontro informale, giocoso e canterino con i Serenologhi eugubini per imparare a cantare le vecchie serenate in occasione del loro sessantesimo compleanno > gratuito

“Passeggiare cantando senza motivo” Atto situazionista a cura del gruppo di ricerca VocAzione

EVENTI COLLATERALI

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“Il colore della voce ” Costruire una tela corale durante i giorni del festival sotto la guida delle artiste Eleonora Albanese e Giulia Nardi


Lucilla Galeazzi Lucilla, puoi raccontarci il tuo legame con la musica popolare? Il mio legame con la musica popolare nasce in famiglia: papà, mamma, zii, tutti cantavano o suonavano qualche strumento! Seguendo le passioni di famiglia ho iniziato a studiare e ho fatto un incontro che mi ha cambiato la vita con Valentino Paparelli, antropologo e etnomusicologo che mi ha fatto conoscere la sua importante ricerca sui canti della Valnerina. Da lì la mia vita è cambiata poiché ho cominciato ad interessarmi al repertorio popolare umbro e a ricantarlo! Poi ho incontrato Giovanna Marini con la quale ho collaborato per 20 anni ed il Circolo Gianni Bosio, diretto da Sandro Portelli. E l’incontro con Roberto De Simone, con cui ho collaborato per molti anni quando era direttore del teatro San Carlo di Napoli. E poi l’incontro con Ambrogio Sparagna e con la nuova generazione che vuole fare musica tradizionale ma anche comporre cose originali. E poi Luigi Trovesi, Vincent Courtois, Michel Godard, Claude Barthelemy, Pino Minafra, e la musica barocca di Christina Pluhar e l’Arpeggiata... una vita d’incontri bellissimi e fortunati. Quali sono le sfide per il canto popolare oggi? Ecco, bisogna fare i conti con la società di massa, e sapere che certi canti e vocalità erano legate alla cultura contadina e che oggi certi lavori si fanno di meno perché ci sono le macchine, mentre ci sono alcuni lavori che si fanno ancora manualmente: la raccolta dei pomodori, della frutta, la raccolta delle olive. Però i lavoratori, immigrati in mano al “caporalato”, di tutto hanno voglia tranne di cantare! Inoltre il canto popolare era figlio di una società “lenta” mentre oggi tutto corre velocissimo. Però ci sono segnali positivi con numeri importanti, come la grande manifestazione pugliese “LA NOTTE DELLA TARANTA”, che riesce a coinvolgere 150.000 persone nel “Concertone” finale di Melpignano. Quindi si può essere ottimisti!

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_concerto del sabato_

Il coro Levocidoro, fondato da Lucilla Galeazzi, è formato da otto cantanti soliste tutte di origine romana, tranne proprio la Galeazzi, che è di Terni. Il loro repertorio si è formato intorno alla comune passione per il canto popolare, in particolare per il repertorio tradizionale del Centro Italia, nucleo intorno al quale si sviluppa tutta la loro ricerca, con interpretazioni che comprendono i canti umbri, quelli della Sabina, dell’alto Lazio, Viterbo, fino a quelli dei Colli Romani. Il repertorio si estende poi fino alla Puglia, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, e anche alla tradizione del nord Italia. Le grandi qualità vocali delle Vocidoro e le peculiari competenze di ogni componente del gruppo ne fanno uno degli ensemble più interessanti dell’attuale panorama della musica popolare italiana, in una prospettiva di riscoperta, protezione, divulgazione di un patrimonio ricco e variegato, e sempre a rischio di estinzione, quale quello dei canti di tradizione orale. Abbiamo fatto qualche domanda a Lucilla Galeazzi. Perchè Levocidoro? “Beh, se le ho chiamate così, qualche ragione ci sarà! Sono tutte bravissime professioniste, mie ex allieve che hanno acquisito una propria autonomia artistica, tutte attive in progetti legati al canto popolare e alla sua divulgazione” Cosa presenterete al festival? “Data la prossimità con il Natale, pensavamo di proporre una selezione di brani popolari legati a questa importante festività, che ha dato origine a moltissimi canti di ogni parte d’Italia. E poi spazieremo, da sud a nord, naturalmente soffermandoci al centro, che è la nostra “patria” artistica di elezione. Puoi presentarci la formazione? La formazione per l’occasione non è al completo, manca Marta Ricci, assente per problemi di lavoro. Per il resto eccole, con i rispettivi ruoli all’interno del coro: Soprani Susanna Buffa, Nora Tigges, Susanna Ruffini, Mezzosoprani Chiara Casarico, Sara Marchesi, Lucilla Galeazzi Chitarrista-Cantante Stefania Placidi Direttrice Lucilla Galeazzi

Vi aspettiamo dunque, per fare un viaggio nel canto popolare italiano, musiche bellissime, per non perdere la memoria.

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Levocidoro


SCUOLA DI PARRUCCHIERIA IO CLAUDIO A.P.S. Agenzia formativa accreditata con la Regione Umbria

Viale Europa, 41 Cipolleto - Gubbio - 334 27 19 389 scuolaioclaudio@gmail.com - fb io HAIR Academy


Parlare di Entropya-Recording-Studio, è tornare con la memoria a più di trent’anni fa, quando chiusero gli Stone Castle di Carimate, dove lavoravo, e finì così la mia avventura come assistente e fonico. La vita mi ha poi portato per strade diverse, sono arrivato in Umbria e ho iniziato a lavorare come liutaio, abbandonando l’audio per un decennio. Proprio grazie alla liuteria sono poi entrato in contatto con il Mavi Quartet, che mi chiese di registrare una demo e così, quasi senza rendermi conto, mi sono trovato in un mondo che era cambiato completamente a causa del passaggio dall’analogico al digitale. Un mondo che offriva delle opportunità che appena dieci anni prima erano impensabili! Con un amico abbiamo preso una Yamaha 4416 portatile e abbiamo organizzato una sessione di registrazione. Non avevo neanche i microfoni all’inizio e le stanze per registrare non erano separate. Ricordo una prima sessione con Francesco Petreni alla batteria, Ares Tavolazzi al contrabbasso e Valter Ferrero alla chitarra tutti insieme nella sala “regia” e la fisarmonica fuori, sotto la tettoia esterna! Ricordo ancora il cane sdraiato ai piedi di Luciano Biondini tutto il giorno ad ascoltare, con il timore che abbaiasse rovinando tutto, e il vicino che il giorno successivo si complimentava per la bravura del fisarmonicista (che aveva suonato di fuori). Le mandate in cuffia le feci con un Beringher analogico prestato per l’occasione, perché non avevo ancora capito come usare gli Aux… Fu un vero disastro, sarebbe interessante chiedere ai musicisti perché accettarono una condizione così al limite, anche se penso fosse perché per cena c’erano le lasagne della Nonna Eleonora!

Per la seconda sessione, comprando 4 microfoni a condensatore, sono riuscito a registrare su 8 tracce, ma solo nell’ultima sessione sono riuscito ad avere 12 tracce! Nel Frattempo l’etichetta che avrebbe dovuto produrre il CD del Quartetto si tirò indietro e avendo comunque speso tempo soldi ed energie mi impuntai affinché il CD fosse auto prodotto. Così è nata Enthropya, senza sapere cosa stavo facendo, seguendo una passione e la voglia di confrontarmi e portare a termine un cammino iniziato per “caso”. Solo nel 2005 abbiamo deciso di investire seriamente nello studio e abbiamo tolto una H da Entropya per distinguere bene questo passaggio tecnologico fondamentale e di struttura dello studio implementando nuove stanze. L’incontro con Stefano Bechini, con il quale continuo a collaborare oggi, è stato determinante e soprattutto ha fatto veramente fare un salto di qualità allo studio. Abbiamo raggiunto dei risultati bellissimi ma sono convinto che ci sia ancora tanto da fare perché è un mestiere dove non si smette mai di imparare e scoprire qualcosa di nuovo, e proprio per questo impegnativo, ma affascinante.

_entropya_

di Gabriele Ballabio

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entropya - recording studio


fai ciò che puoi con ciò che hai, ovunque tu sia di Paolo Antonio Manetti

C’è una forza nascosta che spinge le persone ad unirsi in campagne (una volta avremmo detto “battaglie”) comuni pur sapendo che non troveranno, almeno nell’immediato, un riscontro nel favore popolare, anzi. Eppure, queste persone, con pervicace testardaggine continuano imperterrite a riunirsi, confrontarsi, decidere, programmare… Da fuori in molti si ostinano a chiedere: “Perchè? Perché continui a riunirti, confrontarti, decidere, programmare… ma per chi lo fai?” Le parole di Theodore Roosevelt con le quali questo breve testo si apre per contribuire, come può, a Umbria in Voce Magazine, sono tra le migliori risposte che mai avremmo potuto trovare in questi nostri sei anni di storia. Bottegart è un’associazione che vive in una zona della provincia di Terni che, da diversi anni ormai, osserva le conseguenze di un progressivo spopolamento il quale non dà origine soltanto ad una perdita demografica, ma anche, e soprattutto, ad uno svuotamento collettivo del fenomeno relazionale. Le persone sembra si siano dimenticate (o forse stancate?) della Bellezza ,del rispetto reciproco e del sostegno ai più sfortunati e si riempiono le guance fino a scoppiare di violenza verbale (a volte non solo) nei confronti di chi, oggi, avrebbe bisogno di un sorriso, piuttosto che di un dito puntato. In uno scenario socio politico in cui, ad esempio, il trattenere delle persone stremate da fatica e malattia in balia del mare per giorni sembri non destare fastidio a chi guarda da dietro uno schermo anzi, sembra addirittura che lo gratifichi, il ritorno alla relazione fisica e non virtuale potrebbe essere la via per non rimanere soli, per “Restare umani”. Quale megafono per un mondo nuovo e possibile, lontano dagli istinti volgari e violenti di chi pensa di erigere la propria posizione screditando o affossando l’altro, si può e si deve riportare in ogni luogo, anche più piccolo, la forza dirompente delle relazioni personali, facendo dell’arte e del soggetto artistico tout cour il mezzo privilegiato per arrivare fin nel cuore delle donne e degli uomini che sembrano aver abbandonato il senso di comunità, riscoprendo la solidarietà che alberga in ognuno di noi, sopita e spesso soffocata da un progetto socio economico che ci vorrebbe per forza gli uni contro gli altri. La musica, il teatro, la danza, il cinema, la letteratura sono l’unico strumento che può far risorgere il senso del “NOI”, che ci riconduca, attraverso un percorso equo e “nonviolento”, alla riscoperta della bellezza delle piccole cose facendo quello che possiamo, con ciò che abbiamo, ovunque noi siamo.


di Gianluca De Gennaro - Dottore in filosofia e counselor «La voce è l’impronta genetica dell’anima perché l’anima si genera dal silenzio della voce, nel sotto voce, nel quasi voce, nel risuonare di ciò che non ha suono, una voce senza voce, un suono senza suono». Ho tratto queste righe dal libro “Filosofia fuori le mura” del prof. Ferraro, docente di filosofia nell’Università di Napoli e filosofo di strada perché è soprattutto nelle carceri che porta le sue parole acute, il suo ascolto e la sua capacità di ripensare il reale. Dice: “ la voce è l’impronta genetica dell’anima” ed ancora: “perché l’anima si genera dal silenzio della voce”. Cantare significa mostrare questa “impronta genetica dell’anima”: ciò che non si vede e che si “genera dal silenzio della voce”. Viene da lì la voce attraverso l’anima. Un mio caro amico, Arturo Paoli, un giorno mi portava a ragionare su un’espressione molto nota nel mondo della Chiesa Latino Americana: “dare voce a chi non ha voce”. Gli oppressi, gli esclusi, gli emarginati sono prima di tutto “privi di voce” e cioè deprivati dell’impronta genetica della loro anima. “Dare voce a chi non ha voce” significa restituirgli l’anima, l’essenza della vita. È una sofferenza atroce quella di chi scopre d’essere stato privato della propria voce ed è ancora più atroce accettare d’aprire questa ferita per rinascere da dentro tornando in quel silenzio da cui si genera l’anima. Assomiglia ad una zona d’ombra, ad un buco nero, al luogo dell’ignoto e della paura. È il luogo dove non abbiamo più avuto la voce: dove la voce è stata impedita e l’anima ha perso il legame con la sua origine. Gli oppressi, gli esclusi e gli emarginati non sono gli altri, siamo noi; tutte quelle volte che attendiamo qualcuno che ci restituisca la parola e con essa la voce. Siamo nel mondo dell’invisibile e dell’immateriale: il mondo della realtà più concreta e determinante della nostra vita. Auguro ad Umbria in Voce di essere non solo un contesto dove fare esperienza della voce, ma un luogo dove farla rinascere da dentro, lì ancora racchiusa e spaventata. La trasformazione sociale, politica, culturale tanto ricercata e strombazzata non potrà che rinascere da qui. Dalla scoperta d’avere tutti questa ferita e di volerla abitare in profondità per risalire la corrente fino a giungere alla sorgente: il silenzio della voce. In quel “sotto voce, nel quasi voce del risuonare di ciò che non ha suono, una voce senza voce, un suono senza suono” da cui l’anima si genera e si rigenera.

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alma voce

preservare la voce Preservare la voce significa proteggere la voce, difenderla dai pericoli, dalle insidie, fare in modo che non si perda, che non si danneggi. In effetti le due cose, perdere la voce e danneggiare la voce, sono correlate. Può capitare a tutti di perdere la voce, per abuso occasionale, per stanchezza. Ma perderla spesso capita a chi perpetua l’abuso. Così si rischia di creare il danno, la patologia. Ecco quindi che scattano le accortezze. Con il logopedista si fa rieducazione vocale. Vengono prescritti dei rimedi, dei medicinali. Si seguono regole, protocolli. Ci sono alcune indicazioni comuni rivolte alle cosiddette voci sensibili: attenzione al respiro (imparare a respirare a partire dal diaframma); attenzione ai locali rumorosi (evitare di parlare in certi ambienti); evitare lo sforzo vocale in generale (non gridare); evitare alcol e fumo; evitare certi cibi (no insaccati, no fritti, no cioccolata). L’insegnante di canto, se tirato in ballo, utilizza principi vocali basilari che possono essere ricondotti alla “voce parlata”. C’è un secondo livello d’indagine che può essere rintracciato da una interpretazione etimologica. Pre-servare la voce può significare: osservare prima (che si faccia il danno) la legge che riguarda la voce. Ecco che il cantante dilettante prende lezioni di canto con continuità, approfondisce, studia veramente, si allena con costanza. Non solo canta, si interessa di fisiologia, vuole capire. Ecco che l’insegnante di scuola con problemi di voce si iscrive per la prima volta a corsi di canto o di recitazione, per comprendere il senso della propria voce, per allenarla. Ed anche per scoprirne il potenziale giocoso, benefico, espressivo. Ci si allena a tirare fuori la voce con gioia, con libertà, senza preoccupazioni, sentendo che è possibile e che non è dannoso. Anzi, si scopre che tirare fuori la voce in un clima giocoso rafforza la voce. E si impara a gridare. Quindi, la regola è elastica, ossia in periodi di emergenza è meglio non forzare la voce, ma, in un periodo di calma e di energie disponibili, è possibile lavorare sulla voce per tirarla fuori al massimo del potenziale. In sintesi, a questo secondo livello d’indagine preservare la voce significa maturare una voce tale per cui nell’usarla non si perda.

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di Roberto Panzanelli


Buone Feste

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Un albero di Natale alto 750 metri: e chi ci crede, non è possibile!!! Nel 1981 qualcuno ci ha creduto, a Gubbio, terra di matti: una cena tra amici, la necessità sentita di riuscire a riportare gli eugubini in cima al Monte Ingino, nella basilica che ospita le spoglie del Vescovo Ubaldo; una idea che viene un po’ derisa ma poi grazie a tanto coraggio, fatica e lavoro come per incanto le pendici del Monte Ingino a ridosso del giorno di Natale del 1981 si illuminano a formare una sagoma luminosa simile ad un albero di Natale. Ad ogni Natale si ripeteva l’impresa, preparata durante tutto l’anno; cresce in maniera esponenziale l’interesse dei media sia nazionali che internazionali per l’originale realizzazione che solo Gubbio può vantare: nel 1997 l’Albero conquista addirittura la prima pagina del Times. Il gruppo negli anni cresce con un ricambio costante: in chi si avvicina alla nostra Associazione c’è una predisposizione al lavoro di squadra, al rispetto degli altri, al sapere di non essere “nati imparati” ma anche di essere comunque consapevoli di essere in grado di imparare dagli altri; si crede con forza in un volontariato serio ed impegnato, nella fiducia reciproca, nella gratuità, nella riconoscenza. I giovani che entrano a far parte del gruppo aprono la comunicazione al mondo del web, proponendo l’Albero ed i suoi valori ad una platea infinita e con i linguaggi che questa predilige e meglio comprende: prima un sito internet e poi i social, facebook, twitter, instagram portano l’Albero oltre ogni confine. La scelta del testimonial diventa funzionale al messaggio che si vuole trasmettere: si cerca un personaggio non tanto “accattivante” quanto di spessore, con una storia non attaccabile, fuori da logiche di compromessi ed opportunismi, lontano da secondi fini strumentali, capace di poter interpretare con trasparenza il messaggio di cui è già testimone. È così che raccolgono il nostro invito come indimenticabili testimonial Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, il professor Pierluigi Pelicci, presidente dell’Istituto Oncologico Europeo, il dottor Guido Bertolaso, impegnato alla guida della Protezione Civile e poi le organizzazioni internazionali Medici Senza Frontiere, già premio Nobel per la Pace, e Save the Children, per calare infine un tris d’assi da record, Papa Benedetto XVI, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Papa Francesco. Il 7 Dicembre 2017, con il saluto di Paolo Nespoli dalla Stazione Spaziale Internazionale. L’Albero entra in orbita, oltrepassa addirittura i confini della nostra atmosfera; certo, nel 1981 nessuno avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere, una così grande attenzione ed ammirazione per una idea nata tra amici, tra gente semplice ma con una grande motivazione, gente determinata, cocciuta e testarda, generosa, gente umbra, eugubini. Quando la sera del 7 Dicembre viene premuto il pulsante per accendere l’Albero proviamo sempre tutti una grande emozione e meraviglia, la stessa che leggiamo sui volti delle centinaia di persone che insieme a noi ogni anno, a Gubbio, accendono l’Albero di Natale più Grande del Mondo. A nome di tutti gli Alberaioli un grande abbraccio con i più cari auguri a tutti voi ed alle vostre famiglie per un sereno Natale.

_Natale 2018_

di Lucio Costantini

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l’Albero di Natale più grande del mondo


Nehemiah H. Brown il gospel

Cantante, pastore, pianista, compositore, arrangiatore, direttore, insegnante di canto e tecnica vocale. È cresciuto nella chiesa di suo padre, la Holy Temple Church of God in Christ in Virginia, dove ha ricevuto il training spirituale e musicale. Laureato in musicologia, tecniche vocali, esperto di canto gospel e spiritual, tiene concerti e seminari negli Stati Uniti e in Europa. A Firenze ha fondato la prima scuola di musica e cultura Afro-Americana “The Florence Gospel Choir School”.

Maestro Brown è Pastore della Florence Gospel Fellowship International di Firenze, dirige due cori internazionali, Il Rhine Main Community Choir in Germania, il Geneva Gospel Choir in Svizzera ed è Direttore Musicale dell’evento “Red Letter Christian Revival” nel Virginia. Grande divulgatore del Gospel, tiene quest’anno per Umbria in Voce un seminario aperto a tutti la mattina del 9 Dicembre.

Gospel in inglese significa Vangelo. Ci si riferisce al Gospel per comprendere una serie di generi diversi che nascono tutti dalla stessa radice afro-americana: dagli schiavi strappati alle loro terre e costretti a vivere e lavorare in un mondo che era loro ostile. Persone spogliate da ogni diritto di essere umano che riversavano nel canto e nella preghiera a Dio tutto il dolore per le umiliazioni subite e allo stesso tempo la speranza che un giorno tutto quel dolore cessasse. Cantavano per darsi il ritmo nelle dure giornate di lavoro nei campi, per poter comunicare con i propri fratelli in un linguaggio in codice, per pianificare tentativi di fuga, o adunanze. Vedevano in Gesù un amico, un alleato, un’entità alla quale aggrapparsi con tutte le loro forze per credere che un giorno, presto o tardi, quella condizione al limite delle possibilità umane sarebbe finalmente cessata, dando loro la tanto sospirata libertà.

“Se anche cantassi come gli angeli, ma non amassi il canto, non faresti altro che rendere sordi gli uomini alle voci del giorno e alle voci della notte” Khalil Gibran


Matteo Belli la voce

“La voce dell’uomo è l’apologia della musica” Friedrich Nietzsche

“La voce umana è il più bello strumento che esista, ma è anche il più difficile da suonare” Richard Strauss

“La voce è il muscolo dell’anima”

Conoscere la propria voce significa liberare la capacità comunicativa ed espressiva di fronte agli altri. Quest’anno Umbria in voce propone un seminario sulla voce tenuto da uno dei più grandi esperti in Italia, Matteo Belli, richiestissimo per i suoi laboratori di vocologia, nonché attore, autore e direttore artistico di “Porretta della favole - Festival sulla narrazione di favole e fiabe” a Porretta Terme (Bologna). Abbiamo chiesto a Matteo Belli di raccontarci perché è importante conoscere la propria voce. “L’essere umano – ha spiegato Belli – ha la capacità e il bisogno di esprimersi ma, spesso, non lo fa nel giusto modo. È importante prendere consapevolezza di ciò che si può trasmettere e fare con la propria voce. Il chakra della gola è il centro energetico in cui ha sede la capacità di ognuno di noi di esprimere con chiarezza e coraggio i propri pensieri, di comunicare e confidarsi senza difficoltà con gli altri”. Cosa riusciremo a fare in tre ore di laboratorio? “Tre ore sono sufficienti per improntare un incontro propedeutico, ma di grande impatto per le conoscenze e i risultati che possiamo apprezzare già dal punto di vista pratico. Respirazione, elasticità muscolare, movimento, emissione vocale, riconoscimento della propria altezza tonale. Dentro di noi siamo spesso bloccati da catene, quando riusciamo a romperle vinciamo la libertà, la dignità dell’individuo. Si apre un mondo, non solo esterno ma interiore. Abbiamo modo di conoscere meglio noi stessi, la nostra voce intima che spesso non esce fuori e comprendere come far arrivare a chi abbiamo davanti quello che davvero vogliamo comunicare”

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Alfred Wolfsohn


ENTROPYA

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LETTURE SELVAGGE per peregrinare nella città di Maria Clara Pascolini

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Tutto è cominciato con l’Officina della Lingua alla Casa Laboratorio di Cenci lo scorso autunno. Avevo scelto il lavoro con Oreste: bambini che leggono a bambini. Per ora eravamo adulti che leggono ad adulti, ma non era che l’inizio. Mi ero entusiasmata dei libri proposti, del clima umano che si era creato nell’agire tra divertimento e impegno, tra eccessi e titubanze. Si focalizzava su tutto: le posture, le tonalità, i ritmi, le vicinanze, i timbri di voce, per arrivare a toccare un incerto equilibrio tra rispetto per la storia che si sta per porgere e passione che anima i lettori coinvolti. Un metodo/nonmetodo, perché non si imparava un come ma ci si interrogava, si provava a dare più spazio alla storia. Il libro era ciò che permetteva di mitigare gli eccessi dell’IO che legge e contemporaneamente ciò che svela l’umano di ognuno, la parte che teniamo nascosta per pudore, sfiducia, paura. Gli esercizi proposti servivano per riprendere contatto con alcune funzioni dimenticate o ridotte del nostro corpo: respirare, affidarsi, emettere suoni, guardarsi, ascoltare, muoversi, camminare anche nel buio di un bosco con la mano dell’altro come unica guida. Appena sono tornata a scuola ho subito provato a ripercorrere in classe l’esperienza. È stata una cosa incredibile, perché, quando i bambini hanno cominciato le prove, consigli e tentativi li hanno catturati così tanto che si cimentavano anche durante la ricreazione. Erano accuratissimi nelle critiche, nelle congratulazioni faticavano, ma poi sono arrivate anche quelle. Intanto altre classi di scuola primaria erano state contagiate dal nonmetodo. Così abbiamo provato a organizzare varie occasioni in cui poter provare queste letture “al servizio del libro” e l’esperienza più intensa è stata quella del Ping pong di letture selvagge in biblioteca tra i bambini della Primaria (III C dell’Edificio scolastico e V di Scorcello) e le ragazze del liceo di Gubbio dell’indirizzo Scienze Umane. La biblioteca comunale insieme all’associazione “la Settimana del Libro”, ci hanno proposto di animare le stanze dei piccoli durante le vacanze di Natale. Abbiamo chiesto alle ragazze di Scienze Umane, di scegliere anche loro dei libri da leggere ai bambini. Le ragazze hanno pensato che fosse un compito facile e senza impegno e sono arrivate all’incontro senza essersi preparate. Quando i bambini, che avevano provato i loro libri almeno quaranta volte, hanno letto la prima storia sono sbiancate e ci hanno detto: “Non ce la possiamo fare!”. Così i piccoli le hanno aiutate raccontando loro il percorso effettuato e il primo pomeriggio è stato di esercitazione per le grandi. Nel secondo Ping pong erano più pronte. La cosa che le ha colpite di più, ci hanno poi confessato, è stata la meticolosità dei consigli ricevuti: critiche e congratulazioni non generiche, ma precise, rivolte alle azioni compiute, a come stavano con i loro corpi, se erano accoglienti o respingenti, se distraevano o coinvolgevano nella lettura, alle loro voci, alle pause, al flusso impresso alle storie. Occasioni pubbliche e contagi ci hanno spinto, con l’associazione Settimana del Libro, a organizzare un aggiornamento con Oreste Brondo a Gubbio, alla biblioteca comunale. È andata bene, si è creato un gruppetto di “persuasi” che ha voluto esportare queste letture e queste modalità nella città, anche per preparare l’avvio del progetto nazionale a sostegno delle biblioteche scolastiche IO LEGGO PERCHÈ a cui le scuole e le librerie eugubine hanno aderito. Durante l’estate siamo riusciti quattro volte a realizzare letture pubbliche in giro per il territorio… e abbiamo intenzione di continuare. Il leggere è fatto così: crea contagio e dipendenza.


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Il concetto del divenire, che connette l’idea dell’incessante evoluzione della verità e della realtà con quella del suo moto dialettico, è la base su cui è sorto e si è evoluto il festival Panta Rei Blues. Contenitore artistico di umanità varia, con contributi provenienti dalla musica, dal teatro, dalle arti visive e dalla pubblica assistenza, che, sedutisi attorno ad un tavolo si pongono l’obbiettivo di ritrovare le parole, i linguaggi, che danno spinta all’evoluzione delle civiltà in senso positivo e che fermano la scoraggiante semplificazione messa in atto dalla società liquida, dove ad essere in crisi è soprattutto il concetto di comunità, che assiste inerme all’emergere di un individualismo sfrenato dove nessuno è più “compagno di strada” ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo “soggettivismo” dove l’uomo assume un valore in base a ciò che possiede e a come si rappresenta e non a ciò che è, rischia di trasformare tutto l’ “umanesimo” in materiale inerte utile solo a raccogliere la polvere di una società disintegrata. Presa coscienza di ciò, il mondo della cultura non può restare a guardare. La sua capacità di leggere ed interpretare il proprio tempo deve essere messa a servizio di tutti, partendo dal tavolo di lavoro per arrivare a toccare il maggior numero di stratificazioni sociali possibili, utilizzando quei linguaggi capaci di essere assorbiti e decodificati da tutti: con la musica, con le arti visive, con il teatro, con la letteratura e, non da ultimo, con il contributo di coloro che sono stati esclusi da questa folle corsa alla “perfezione” che ci ha travolti, trovandoci impreparati, imperfetti, umiliandoci. I cosiddetti “ultimi” sono forse coloro che interpretano meglio questo concetto. Lavorare partendo dalle piccole cose per cambiare ciò che di grande, lontano, irraggiungibile non ci piace, ci rende infelici, arrabbiati, frustrati. Impegno civile, empatia, bene comune, in questo momento storicamente così complesso e drammatico, diventano così il carburante per un cambiamento, forse utopico, sicuramente necessario, che deve avere centro e motore in ogni singola persona chiamata a chiedersi “cosa posso offrire agli altri?”. Panta Rei Blues, nella sua edizione zero, ha offerto numerose occasioni di riflessione e confronto, partendo dalla nascita del Blues, metafora di come il dolore e la sconfitta possano trasformarsi in qualcosa di così prezioso da influenzare positivamente grosse porzioni di futuro, passando dalla rappresentazione del dramma delle migrazioni, della discriminazione sessuale, della crisi economica, dell’emarginazione ed approdando alla decodifica di tutto questo “materiale umano” in forme d’arte varia, espressione di una bellezza che non ha nulla a che fare con la perfezione imposta ed impossibile, ma che è la rappresentazione di un Essere collettivo capace di appagare tutti i nostri sensi e di nutrire la nostra anima, incoraggiandoci a metterci in gioco, ad osare, a renderci attori di questa grande pièce che è la realtà.

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di Giorgia Gigì sez. Arti Visive Panta Rei Blues

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Panta Rei: essere è divenire


Gubbstock Rock Festival, 25 anni di musica giovane di Maria Stocchi

_foto Anastasia Monacelli_

Il Gubbstock Rock Festival nasce 25 anni fa, ma a guardarlo ora, da fuori come dall’interno, sembra un’idea fresca, nuova, con la lampadina che brilla ancora ben accesa, come fosse appena balenata in mente. Uno dei segreti per la sua longevità, o meglio, per la sua eterna giovinezza, è proprio questo: sapersi rinnovare, adattare, essere in grado di mettersi seduto, fermarsi un attimo, riflettere, pensare a cosa va e a cosa no. In breve, permettersi di migliorare, di cambiare. Il cambiamento non è un qualcosa che arriva, spazza via tutto e toglie, bensì una bella mano di vernice che dona luce diversa alla stanza, che la rinnova. La forza del Festival però è sempre la stessa: i giovani. A partire dall’organizzazione (che nasce dall’Informagiovani del Comune di Gubbio) di cui faccio parte da quattro edizioni. Il gruppo è composto da ragazzi e ragazze appassionati di musica, arte e fotografia, legati da una forte amicizia e voglia di fare, i volontari del Servizio Civile Nazionale, sempre pronti a darci una mano, fino alle giovani band del territorio. Gli eventi collaterali di quest’anno sono stati molti. Oltre a Colla, la musica vista attraverso la street poster art, già alla sua seconda edizione, si è aggiunto un altro progetto artistico: INchiostro, con cui vari artisti hanno dato nuova vita ai libri della biblioteca ridisegnandone le copertine. In più, abbiamo avuto il piacere di ospitare :buskercase:, un palco mobile progettato da Andrea Benedetti e pensato per migliorare l’acustica durante esibizioni all’aperto e unplugged. Chiunque ha potuto suonare e cantare al suo interno, cosa che ci ha tenuto lì ad urlare a squarciagola – stonati e non - fino a tarda notte, insieme. Festeggiare i suoi 25 anni, vedendo il chiostro di San Pietro pieno di persone, è stata una vera soddisfazione, perché oltre che organizzatori, siamo ragazzi e ragazze davvero legati a questo fantastico Festival. Lo eravamo da adolescenti quando non vedevamo l’ora che arrivasse per non perderci neanche un concerto e lo siamo adesso, da dietro le quinte come protagonisti nei vari momenti dell’organizzazione, ad esempio quando scegliamo i gruppi di chiusura, quando ascoltiamo le innumerevoli band che si propongono ogni anno, quando spostiamo sedie e tavoli e quando ci occupiamo dei musicisti, tra i quali troviamo ogni anno nuovi amici. Tutto questo è il Gubbstock. E vogliamo che continui ad esserlo, ad avere idee e a metterci in discussione, per poter offrire un Festival sempre giovane, sempre nuovo.


_altri festival_ _©scheggiacustica_

Festival ScheggiAcustica di Mattia Pittella

PERCHÉ SCHEGGIACUSTICA? Il progetto nasce come volontà di valorizzare i luoghi più particolari e affascinanti del territorio di confine tra l’Umbria e le Marche. Io sono un musicista e sono cresciuto tra questi luoghi. Ho sempre desiderato realizzare un progetto che coniugasse la mia infanzia in Umbria e la mia formazione professionale come musicista in Nord Italia. Inoltre, ScheggiAcustica rappresenta un’occasione per raccogliere giovani talenti e nuove energie rimasti a lungo inespressi. COME SI ORGANIZZA UN FESTIVAL DI QUESTO TIPO? Bisogna usare essenzialmente tre criteri: Luoghi Se qualcuno mi dice “Lì è bellissimo ma non c’è nulla” allora quello è il posto giusto! Le soddisfazioni più grandi le abbiamo ottenute nei luoghi e negli orari più insoliti. Bisogna avere il coraggio di rischiare. Questa è la caratteristica che ci distingue da tutti gli altri festival e che ci ha reso dei precursori... Caratteristica che è stata anche molto imitata da altri festival... Artisti Sono i luoghi che stabiliscono gli artisti e non il contrario. Perciò ogni artista è scelto in base alle affinità e alla contingenza che possiede e/o esprime in rapporto al luogo dove andrà a esibirsi. Per noi i luoghi non sono funzionali agli artisti, bensì gli artisti sono funzionali ai luoghi. Comunità Cerchiamo di realizzare un festival per tutti: sia per gli abitanti che per gli ospiti del territorio (turisti e quant’altro), ma anche per gli stessi artisti. L’idea è quella di creare una piccola “Comunità” nel festival che raccolga tutte queste esperienze e che possa confrontarsi in una bella cornice di reciproco scambio e rispetto. CHE TIPO DI FESTIVAL È? CHE TIPO DI MUSICA PROPONE? Di sicuro il respiro del festival è internazionale, ma volto alla valorizzazione di una realtà profondamente locale. Alcuni potranno notare una spiccata eterogeneità tra generi musicali, spettacoli, luoghi e provenienze degli artisti, ma la forza di ScheggiAcustica è proprio questa: si tratta di un viaggio con continue sorprese e inaspettati cambi di direzione, pur avendo ben chiaro il punto di partenza. E QUAL È IL PUNTO DI PARTENZA? Per me è l’acustica. Mi spiego: i luoghi sono fatti di colori, odori, sapori e suoni. Io personalmente ho sempre avuto una grande passione per l’acustica, derivata anche dal lavoro che svolgo. Di conseguenza ho sempre pensato che un modo per riscoprire questi luoghi fosse proprio quello di mostrarne le potenzialità acustiche.

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Mattia Pittella, ideatore e direttore artistico di ScheggiAcustica, racconta com’è nata l’idea del festival e che cos’è.


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di Nello Teodori

Il 23 settembre 2018 è stato inaugurato a Gualdo Tadino, in un palazzo medievale di proprietà del comune recentemente restaurato, il Museo del Somaro. Già nel 1999 avevo iniziato a occuparmi come artista di questo animale, inizialmente a Perugia, in un progetto che è poi diventato itinerante e infine è approdato alla sede di Gualdo Tadino. Un animale affascinante a cui la storia dell’arte, della religione, della letterature hanno tributato omaggi importanti: da Giotto a Duccio, da Pietro Lorenzetti a Caravaggio, Murillo, Goya; fino a contemporanei come Marina Abramovic, Zhang-Huan, Paola Pivi, Maurizio Cattelan, nonché naturalmente il sottoscritto! E poi Apuleio, Cervantes, Dostoevskji, Giordano Bruno, Jimenez, Flaiano, tra gli altri, hanno raccontato questo animale umile, testardo, fortissimo, intelligente e di una dolcezza infinita. Nel Museo del Somaro, che si definisce come Centro per l’Arte Contemporanea, sono presenti opere di artisti visivi, ma anche contributi provenienti dal mondo dello spettacolo, della letteratura, della critica, della scienza, della politica. Un’interessante riflessione sul tema ci è stata inviata per l’inaugurazione da Goffredo Fofi, noto critico e saggista, nostro conterraneo. Uno che di asini se ne intende... essendo, tra l’altro, direttore della rivista “Gli Asini”, e direttore editoriale delle “Edizioni dell’asino”.

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Museo del Somaro

Sono molti i motivi per amare gli asini, oltre quello, evidente, del ribaltamento di un insulto che ci siamo sentiti fare in tanti, alle scuole di un tempo, dove, come in quelle di oggi, spesso gli allievi erano più intelligenti dei maestri, per non parlare poi dei professori. L’asino è buono e testardo. Sono queste sue qualità ad affascinarci, quelle di cui abbiamo più bisogno oggi. Bontà vuol dire generosità e interesse per gli altri, affettuosa curiosità per chi essi sono e per cosa pensano; e testardaggine è saper dire no alle ingiustizie della società, alla criminale stupidità del potere. Un’immagine da ricordare: i detrattori di Gesù lo dipingevano per scherno con la testa d’asino. Un altro motivo d’amore per “mio fratello l’asino” è la sua appartenenza a una società che fu soprattutto contadina. Un personaggio di Silone, mi pare in Fontamara, stabilisce questa spietata gerarchia economica nella vita dei campi: in testa c’è il padrone, poi il fattore suo emissario, poi il contadino, poi l’asino, poi la moglie del contadino! Viene dalla constatazione che il numero degli asini era, nell’Italia dei secoli e fino agli anni Sessanta del Novecento (come è ancora, in molte parti del mondo, tra Nord Africa e Asia), più alto di quello degli occupati, e che, tra le ragioni della nostra sopravvivenza c’era la loro fatica. Vedi i dati dell’Istat. Poi c’è stato il massacro, la loro quasi scomparsa. E con la loro, hanno finito per sparire anche la nostra bontà e la nostra testardaggine, la bontà e testardaggine dei contadini. “Il mondo deve riscoprirsi asino”, ha scritto qualcuno, saggio quanto un asino.

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Asini di Goffredo Fofi


La rinascita di un antico vino

L’Azienda Agraria Semonte si colloca nel vasto territorio eugubino, in cui ambiente e natura incontaminati fanno da splendida cornice a una cittĂ piena di storia, cultura e tradizioni. Ăˆ un contesto di particolare bellezza paesaggistica, con una perfetta geometria dei filari, che offre prodotti agricoli di eccellenza. Una tradizione che rivive oggi grazie all’iniziativa della famiglia di Giovanni Colaiacovo che ha sempre creduto nei valori di un territorio unico nel suo genere.

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di Spartaco Capannelli e Alessandra Pannacci, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria A rifletterci bene, il mausoleo romano di Gubbio ha assolto più che egregiamente la missione per cui fu eretto oltre duemila anni or sono. Ancora oggi, infatti, la sua possente mole di oltre 9 m. d’altezza si staglia fiera ed elegante dinanzi al magnifico sfondo di edifici medioevali e moderni, che compone il singolare quadro della Gubbio contemporanea. Seppur privato del paramento esterno originario in grossi blocchi di calcare bianco, ancora si intuisce la sagoma del sistema a cilindri sovrapposti che doveva rivestire il nucleo in opera cementizia attualmente a vista ed il dado del basamento su cui questi poggiavano. Nel Seicento la monumentale tomba, posta poco lontano dal Teatro Romano, lungo una delle principali vie d’accesso all’antica Iguvium, si mostrava sostanzialmente integra, come dimostra una mappa di Bleau-Mortier. La cella interna conserva intatta la camera sepolcrale a pianta quadrangolare, con copertura a botte, rivestita di imponenti blocchi di calcare lisci, con una raffinata cornice modanata aggettante e diversi fori sulle pareti, probabilmente usati per il fissaggio degli oggetti di ornamento scelti per rappresentare lo status dell’illustre defunto sepolto all’interno. Anche se nulla è rimasto, è suggestivo immaginare l’effetto della luce filtrante dalla finestra a bocca di lupo aperta sopra la porta del sepolcro riflettere sui bronzi, i vasi e gli altri oggetti del ricco corredo che doveva accompagnare l’ultimo viaggio di quell’antico eugubino. E se l’obiettivo per cui queste monumentali tombe venivano erette in epoca romana era quello di eternare la memoria del personaggio sepoltovi all’interno, il mausoleo romano di Gubbio ha avuto, ed ha ancora oggi, il merito di ricordare addirittura due figure, a cui tradizionalmente viene associato. Il primo è un illustre prigioniero di guerra: Genzio, re dell’Illiria (parte dell’attuale penisola balcanica), che sconfitto e catturato dai Romani nel 168 a.C. fu relegato con i familiari a Gubbio, dove morì e fu sepolto. Il secondo è Pomponio Grecino, un altro prestigioso Iguvino, in quanto figlio del console in carica nel 16 d.C. In entrambi i casi l’attribuzione è priva di elementi di concretezza, anche sulla base della datazione del mausoleo alla fine de I sec a.C., ma le storie dei due personaggi e l’imponente mole dell’edificio funerario che ad essi è stato, seppur erroneamente, attribuito rendono ai giorni nostri ancora vivide le immagini della grandiosità della Gubbio romana. E in ogni caso, chiunque sia stato il reale committente del mausoleo, col suo gesto ha effettivamente reso immortale un pezzo di storia della propria città.

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il Mausoleo romano di Gubbio


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Spendo molto del mio tempo nel fare le cose più disparate, tra prove di teatro ed un po’ di musica, tra i miei studi umanistici ed un po’ di disegno. Quando il mio corpo ne ha bisogno, so che il palco del Teatro Ronconi aspetta me come tutti quelli che hanno necessità del teatro, mentre riguardo alla musica non ho mai creduto che questa si debba ancorare ad un unico luogo. Quindi, non ho potuto fare a meno di pensare che forse tanta espressività cittadina si ritrovi in quadri e sculture ed ogni altra sorta di opera, rimasta poi nella stanza di chi l’ha creata. Magari si attende l’opportunità di un trampolino di lancio (pure quando l’arte la si fa per se stessi) che, credo, si potrebbe trovare in una galleria tutta eugubina, organizzata da un curatore ed una commissione specializzata. Le opere nostrane potrebbero accompagnare periodicamente un artista di fama nazionale od internazionale affine alle tecniche o ai temi, cosicché la mostra abbia la sua rilevanza nell’ambiente artistico. In grazia della volontà degli eugubini di vedere la propria arte in una galleria di prestigio, le spese si potrebbero incanalare nella scelta dello spazio, della commissione e dell’artista principale. In questo modo si avrebbe un progetto sostenibile maggiormente rispetto, ad esempio, una Biennale, ma con una visibilità sufficiente, a beneficio dei molti eugubini cresciuti con mani sapienti ed ispirazioni brillanti, che ho avuto modo di conoscere col tempo condividendo il gusto per l’arte nelle sue varie forme.

_giovani utopie_

di Alessandro Pannacci

la mia città come bottega di Elena Casagrande

L’amore per il teatro, sì il teatro come luogo, l’odore inconfondibile di vecchio, di velluto impolverato e lo scricchiolio del legno. Sensazioni che da sempre mi accompagnano e da cui tutto ebbe inizio, l’amore per il violino e gli strumenti, la passione per ogni forma d’arte, espressione dell’anima. Con tanti sacrifici e condizioni sempre più precarie ho scelto tutto questo che è diventato oltre che la mia ragione di vita il mio lavoro. La mia missione è quella di educare alla sensibilità, alla riscoperta del bello, tutto si annienta travolti da questa società così frenetica e superficiale che va ad intaccare e soffocare gli animi ancora così puri di questi giovani. Sogno che la mia città possa essere una bottega dove condividere e forgiare il proprio animo, risvegliare la creatività, riscoprire e custodire il patrimonio che da sempre contraddistingue la nostra terra, il sapere artigiano, l’inventiva, il genio. Poter trasmettere l’insegnamento della tecnica di uno strumento, suonare in altri ensemble, capire come funziona e realizzare un “oggetto” vivo come un violino sono certamente privilegi che dovremmo tenere a mente. Ridar vita alla scuola di liuteria credo che possa essere un punto di partenza, incentivare l’educazione musicale nelle scuole partendo dall’infanzia, ridare importanza e dignità al nostro teatro e sostenere chi già sta facendo tutto questo.

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Ciao Frank, innanzi tutto volevo chiederti: ti trovi bene qui? Sì, Gubbio è okay, è carina. Mi piace vivere qui. C’è qualcosa che ti piace particolarmente? Mi piace il fatto che puoi andare ovunque a piedi. Puoi andare in giro, puoi andare a camminare sul monte oppure a messa. E poi Gubbio è una città turistica, mi piace, vediamo sempre tante persone diverse che vengono a visitarla. Prima pensavo che fosse una piccola cittadina, invece poi ho capito che è una vera e propria città. Qualcosa che non ti piace, invece? L’unica cosa è che è diversa per esempio da Perugia, lì con il pullman puoi andare dove vuoi. Qui invece non è lo stesso, puoi camminare ma ci vuole di più, a volte troppo e non puoi andare dove vorresti. Ti piacerebbe rimanere qui oppure nel futuro vorresti trasferirti? Nessuno conosce il domani. Per ora, posso dirti che mi piace vivere qui, ma non so dove sarò domani, se rimarrò qui o meno. È il futuro, non posso deciderlo ora. Per adesso però voglio vivere qui. Come ti sei trovato con gli eugubini? Ci hai mai interagito? Solo una volta, ma è stata un’esperienza negativa. Ho accompagnato un mio amico all’Eurospin ma non dovevo comprare niente, quindi ho deciso di uscire per aspettarlo. Mi hanno chiesto se avessi qualcosa nello zaino. Ho pensato, ma perché me lo chiedi? Però non gliel’ho detto. Gli ho detto semplicemente che avevo accompagnato un mio amico, che non ero venuto per comprare niente. Poi non mi hanno chiesto nient’altro, mi hanno fatto andare via. Sei più tornato lì? Sì certo! Ci vado sempre. Grazie Frank, ho finito. È stato un piacere conoscerti. Anche per me.

di Martino Tordoni

...sono uno dei ragazzi diversi cresciuti qui/Che nessuno conosce, nome falso come Mouhamed Alì/Ma che ci mette tutto se stesso quando accende il mic/Giriamo per le strade della città medievale/Aperto ai turisti per soldi/ Dove un ragazzo timido e arrabbiato non vale/Pregi pochi, difetti molti/ Ragazzi omologati con camicia risvoltini e capelli sistemati/Quelli con vestiti diversi, capelli colorati non sono accettati/Sputerò tutta la verità su questi 4 vicoli rinchiusi dalle mura di questa città/Se pensi diverso, sei un reietto/Lo esprimo in questo verso, il vostro comportamento non lo accetto/Chiuso, avete messo troppe radici/”ti buttiamo fuori dal club” attento a ciò che dici/Non sapete quante ferite mi avete causato, ora non fanno più male, sono cicatrici e/Vi credete tutti dei fottuti critici/Genitori disumani, guai se riesci a stare in calma, ma se ne fregano se usi le mani/Pensate di metterci il guinzaglio? Vi Sembriamo cani? Facciamo esperienze, è la natura degli esseri umani/Anche se quando mi sveglio/Mi sento più alieno che umano/Mi attacco alle speranze/ Nessuno ti dà una mano/In seconda media mi volevano sospendere/Per i capelli blu/Preside con gonna e capelli arancioni, proprio tu?/Fingo di essere serio/Ma non faccio altro che riderci su/Vestivo particolare, tutto strappato, anelli e collane/Mi ci prendevano in giro/Ora tutti uguali a come vestivo, massa di persone che credono gli artisti persone sbagliate/E della storia mi chiedono un tiro/Un gruppo che ascolta musica e si diverte/Ci date dei drogati/Mi spiace se vi piace sprecare la vita, rassegnati/Ci proviamo da 4 anni/Ma non ci volete far integrare/ Quanto vi piace pensare/Che siamo poveri senza sogni da realizzare...

_giovani utopie_

di Maria Stocchi

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intervista a Frank, 23 anni, rifugiato ghanese. A Gubbio dal 10 Marzo 2018.


_foto Paola Giorgi_


di Simone Gobbi Sabini Se le parole sono importanti la voce che dà loro corpo e anima è fondamentale se non imprescindibile. Una premessa ai confini del pleonastico che in realtà disvela non il caldo dell’acqua bensì la potenza (intesa come atto di un divenire possibile) tipica della presa di parola pubblica. Il dare voce ha un significato in sé che va oltre il significare delle parole, il come dare voce poi, la qualità della voce stessa, rappresenta il valore aggiunto che può trasformare l’insignificante (ahinoi anche le parole possono risultare vuote) in significativo. Sono stonato da generazioni , suscito da sempre ilarità generale nei momenti in cui mi esibisco con canoro trasporto, ho sempre vissuto il canto come uno sfiato e in quanto tale il mio cantare non contempla melodia, nel mio cantare il ritmo è un’eco lontana e il timbro un visto burocratico. Lo ammetto, da sempre sottovaluto la voce, schiavo come sono della teocrazia della parola. Quando dalla terra eugubina (terra di giovanile adozione) è partita l’idea di educare gioiosamente la voce combinandola con la creatività, mi sono trovato a ragionare sulla mediocrità dell’accontentarsi, sulla ristrettezza del considerare poco interessante ciò che non ti appartiene, insomma ho dovuto confessare a me stesso che la voce non è un semplice mezzo ma ha in realtà dei fini in sè che la fanno brillare di luce propria, che la rendono autonoma e l’autonomia è per me ragione di vita, garanzia di dignità. Grazie all’accostamento emozionale tra tecnica canora, improvvisazione e creatività ho quindi scoperto un nuovo mondo, che mi rimane lontanissimo se non impraticabile, e ogni scoperta di un nuovo mondo, soprattutto in epoca di confini ristretti e di bava alla bocca, è una boccata d’aria fresca che rigenera. Non rimane che unire a tecnica, improvvisazione e creatività, la soddisfazione del bisogno dei più deboli, che in quanto tali nell’imperante tracotanza contemporanea rimangono esclusi, restano privi di voce. La storia ci insegna come la chiusura (oggi dei porti domani chissà) sia un atteggiamento che impoverisce tutti anche e soprattutto coloro che pensano di trarne vantaggio. La cronaca, che un giorno sarà storia, a sua volta ci dice che anche una terra solidale e aperta come quella umbra vacilla dinanzi alla legge del più forte. Una legge tipica della giungla che non prevede nessuna evangelica parabola di riscatto e di speranza. Ecco proprio per negare questo regno di ignoranza e prevaricazione che annulla la speranza in nome di un effimero buonsenso, vorrei che Umbria in Voce abbracciasse, dandole forza e risonanza, la voce degli ultimi, di chi, pur avendo molto da dire, se ne sta zitto per evitare problemi, di chi tace per non turbare la tranquillità dei nuovi sovrani. Lo vorrei, anzi sono sicuro che così sarà conoscendo la sensibilità alta di chi questo percorso di alfabetizzazione canora non solo se lo è inventato ma lo ha costruito con contagioso trasporto.

_pensiero libero_

is there anybody out there? di Sergio Bonriposi Può capitare a qualcuno, camminando nel centro storico della città di Gubbio, di imbattersi, in un vecchietto dalla barba e capelli biancastri, l’aria vagamente spaesata e l’andatura claudicante e incerta aiutata da un bastone. Non vi fate ingannare dall’immagine di mesta resa all’inesorabile carico degli anni, da un’ apparente concentrazione sulla sua fragilità: dentro cova un’indomabile voglia di dire, di dare, di fare. Se vorrete rivolgergli la parola scoprirete dalla sua parlata che non è del luogo. Si chiama Sergio. Straniero, immigrato qui da poco e qui intende restare. Meglio. Invece della frenesia metropolitana, la lenta scansione dell’antico borgo medievale. Invece della mortifera cappa padana, il frizzante clima di queste colline, invece dell’anonimo monolocale di un condominio in periferia, una antica casa in pietra con orto nel centro storico. Meglio, molto meglio.” Ma non è venuto fin qui a leccarsi le ferite, a stare quieto negli anni in cui le forze mancano e le impotenze crescono. Il vecchietto si trova bene qui, ma non è tranquillo, non è capace di tirare a campare e, nonostante i numerosi handicap fisici, non riesce a figurarsi da inutile relitto, rintanato nella parte del reduce, del tollerato testimone di ciò che fu. Porta con sé un grande bagaglio di esperienze ancora vive, di capacità progettuali coraggiose sperimentate dentro una metropoli, Milano, dove la bellezza delle persone e delle cose rischia continuamente di essere travolta dall’urgenza dell’utile, da una ruota che gira e macina tempo, significati, valori, Ancora come a ventanni si domanda che senso dare alla sua età in questo luogo nuovo, in questa comunità diversa. Migrante a 75 anni? Vecchio testardo incapace di farsi gli affari suoi, quasi condannato (che viziaccio) a occuparsi della “polis” intesa come comunità dei cittadini, col vizio di pensare al bene comune, capire e agire, ancora, cominciare ancora. Se non vi capita di incontrarlo cercatelo il vecchietto anche se in realtà è lui che cerca voi, che smania di conoscervi e forse lo vedrete aggirarsi con un grande cartello a mo’ di uomo sandwich che dica: “Is there anybody out there?”. C’è qualcuno là fuori? Qualcuno che abbia ancora o già voglia di far rifiorire la speranza, coltivare insieme il futuro, in questa comunità? Chi c’è dica presente, si faccia riconoscere, per favore.

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potenza e voce


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_lune strorte_

Sei anni fa ho proposto un’idea al CSM di Gubbio: realizzare un laboratorio di voce e scrittura della canzone a fianco di persone che per diversi motivi frequentano il Centro Accoglienza Diurno. Persone che nel tempo sono diventate un gruppo vero, e si sono date un nome, Lune Storte. Io non lavoro per teorie, lavoro sulle pratiche, portando il mio bagaglio (una valigia con tanti attrezzi dentro, come ogni buon artigiano) e usandolo senza seguire un vero metodo (non essendo sistematicamente riproducibile, ma di volta in volta diverso, dinamico, fluttuante, il mio non può chiamarsi metodo). Non si può dire come nasce una canzone in un contesto di riabilitazione. Forse dall’ascolto, quindi dal silenzio, dallo spazio che si riesce a fare. La canzone è un pretesto che aiuta le persone, tramite un processo di facilitazione tutto imperniato sulla relazione a riaprire contatti persi o dimenticati con la vita, riannodare fili, re-imparare a comunicare, ritrovare la gioia di vivere. Queste sono competenze smarrite, di cui abbiamo tutti un grandissimo bisogno, a prescindere dal fatto che possiamo essere frequentatori di un CAD oppure no. Competenze che possono essere riattivate tramite una relazione alla pari che include di più la categoria del cuore che non quella del pensiero. Il rapporto che si viene a creare include l’amore. Senza quello non può esistere alcuna vera trasformazione, mai. È amore quello che unisce e cura. Che dona dignità e ascolto. Queste ragazze, le Lune Storte, hanno saputo rintracciare e dare vita a una lingua perduta, la lingua per raccontare il proprio filo d’erba, le proprie conchiglie, i sogni, le pazzie pazze che non fanno più paura quando impari a cantarle a squarciagola. Mi sono spesso domandata da dove vengono queste parole, come emergono dopo anni di silenzio e di incubazione. Lascio questa domanda nell’aria, non sempre è necessario trovare risposte. Le parole arrivano e io le accolgo tutte, non le giudico mai, non voglio mai correggerle. Insieme alle Lune Storte abbiamo osservato tante volte i canti arrivare dai paesi lontani dell’inconscio, le note scoppiettare tra le mani, i sorrisi pieni di soddisfazione che il peso della vita ha abituato a reprimere. Questo viaggio è arrivato al suo culmine con il concerto al Teatro Comunale nell’aprile di quest’anno. Un pubblico commosso ci ha regalato gli applausi più vibranti e sinceri che potevamo desiderare. Lune Storte, vi voglio bene e vi ringrazio per tutto quello che mi avete insegnato, dal più profondo del mio cuore.

_foto Marco Signoretti_

di Claudia Fofi

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lune storte, sei anni di vero amore


il catering

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un altro mondo è possibile di Carla Gariazzo

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_foto Andrea Cancellotti_

“Un altro mondo è possibile” è un laboratorio teatrale aperto. Nasce in seno ad un progetto di Ponte Solidale la Bottega di commercio equo di Ponte San Giovanni. Ed è appunto in questo quartiere di Perugia che avvengono una volta alla settimana i nostri incontri. Io credo, sia già chiaro dal nome che ci siamo dati, quale sia la mission di questo laboratorio: stare insieme per cambiare il mondo, ovviamente in meglio, per renderlo vivibile e condivisibile. Il nostro slogan è anche la nostra immagine: “OTRO MUNDO ES POSIBLE. UN MUNDO DONDE QUEPAN TODOS LOS MUNDOS” Siamo già al secondo anno, quello che doveva essere inizialmente un lab di quattro o cinque incontri è divenuto un laboratorio permanente e in collaborazione con altre realtà che si riconoscono nell’idea portante: quindi oltre a Ponte Solidale, BottegArt , il Piedibus di Madonna Alta e Fuori dalle Scatole che ci ospita nel suo spazio. Ma gli amici si aggiungono un po’ alla volta… Presto sarà con noi anche un gruppo di musicisti… Il laboratorio teatrale è aperto! Nel senso che: è aperto a tutti, è gratuito, la porta è sempre aperta sia in entrata che in uscita; non richiede una presenza continua, si può venire una volta sola, qualche volta o sempre, in armonia con se stessi ed il proprio tempo. Le tematiche, i contenuti sono quelli dell’equo e solidale: una grande attenzione all’essere umano in tutte le sue possibilità e sfaccettature. Il percorso è volto allo scoprire e valorizzare il proprio modus comunicativo attraverso le tecniche teatrali di base. Si lavora sulla propria voce, sul movimento, sullo spazio e le dinamiche relazionali tipiche di un gruppo in continuo cambiamento ed evoluzione. Si fanno anche delle esperienze di scrittura creativa che a volte divengono piccoli testi da mettere in scena. Durante tutto il percorso ci sono, e ci saranno, dei momenti di comunicazione con il pubblico, ed anche momenti in cui il gruppo fa esperienza di visione di comunicazioni di altre realtà teatrali, musicali e culturali in genere. Altre volte, si mangia insieme e si condivide il cibo e il proprio modo di stare al mondo raccontandosi al gruppo. Quest’anno conduciamo il gruppo in due: io, ovvero, Carla Gariazzo e l’attore e autore teatrale Stefano Baffetti. Ci incontriamo tutti i lunedì dalle ore 20:30 alle 22:00 presso “Fuori dalle scatole” il locale con la porta azzurra presso il CVA di Ponte San Giovanni a Perugia. Ovviamente siete tutti invitati!!! Più siamo più ci divertiamo, nel senso profondo della parola!!! per info. 338.1897816


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di Franca Iessichi

Ore 8:20 del mattino, liceo linguistico di una ridente cittadina umbra. “Buongiorno, professoressa!” “Buongiorno a tutti, ragazzi. Come avrete capito, sono la vostra nuova docente di francese. Piacere. Ora cantiamo.” Silenzio. E lì comincia la magia: tra gli occhi un po’ sorpresi, un po’ increduli, un po’sospettosi, ce ne è sempre uno che si lancia prima degli altri: “Ma… davvero? Non vuole conoscerci, prima?” “Certo che voglio conoscervi! Ma dopo aver cantato! Quali canzoni francesi conoscete?” E si inizia. Chi ne conosce di recenti, chi meno, ma pur di cantare in classe, si trova sempre un accordo, un compromesso. “Prof, ma mica ci farà cantare a cappella?” “Non ancora. Per ora con la base, ma vedrete che presto sarete perfettamente in grado di farlo.” “Prof, ma mi vergogno!” “Anch’io mi vergognerò se alla fine dell’anno non saprai pronunciare perfettamente il testo di questa canzone!!!” Si accende la LIM, parte la musica. Chi si alza e balla, chi resta inchiodato alla sedia, chi mi guarda per sapere se è permesso ballare…” Si può ballare, potete alzarvi, se volete.” Ora sì che sono increduli. Ma si alzano. Da una parte pensano che la prof sia completamente matta, dall’altra hanno voglia di farlo e chissenefrega se la prof sta fuori! L’ha detto lei! Cantano, ballano, seguono le parole con enorme facilità. Anche quelli che a francese hanno 4, soprattutto quelli. Perché probabilmente quel 4 lo hanno preso perché passano il loro tempo a guardare video su YouTube. E quindi quel pezzo lo conoscono a memoria. Molto meglio del presente o del congiuntivo. Ed io li adoro tutti. Li adoro quando cantano perché nessun approccio alla lingua straniera avrebbe la stessa universalità. Non puoi pretendere da tutti gli studenti lo stesso lavoro, lo stesso impegno, lo stesso studio, ma falli cantare ed impareranno in due minuti la stessa pronuncia perfetta, gli stessi vocaboli, gli stessi suoni. Nella mia carriera di docente pubblico, ho preso una denuncia penale e non so più quanti richiami per aver chiesto ai miei ragazzi di cantare, urlare e farsi video in classe. La scuola pubblica è così. Ma lo rifaccio ogni anno con lo stesso entusiasmo. Ed un buon avvocato.

L’uso didattico della canzone permette all’insegnante di operare sui processi consci ed inconsci dell’individuo, di coinvolgere tutti gli studenti e di applicare una forma di didattica integrata che metta in opera i due diversi modi di lavorare del cervello umano, di riattivare nello studente competenze personali ed affettive pregresse, in poche parole, di insegnare ‘divertendo’ (Costamagna L. (1990), Cantare l’italiano, Guerra, Perugia)

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o PG

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_foto Gavirati_

i serenologhi Sullo sfondo di questa storia c’è Gubbio, con i suoi vicoli, con le sue piazze e piazzette, e c’è soprattutto un quartiere, quello di San Martino, da sempre il più popoloso e popolare, tanto che per gli eugubini dire San Martino equivale a dire un universo a parte, una città nella città. Ci sono poi un gruppo di ragazzi sui vent’anni, appassionati di musica, allegri, con la battuta sempre pronta, un po’ spavaldi, sfrontati il giusto, ma in fondo sensibili e forse un po’ romantici. Siamo alla fine degli anni cinquanta e questi ragazzi girano instancabili per i vicoli e per le piazzette del quartiere, di notte, col caldo e col freddo, e suonano, e cantano, per strada, sotto le finestre di belle ragazze. Voce, chitarra, mandolino e violino, fanno serenate. E fanno sul serio, perché le ragazze, vincendo la timidezza, si affacciano, apprezzano l’audacia e ringraziano. Non sono un gruppo, un complesso, una band, come si direbbe oggi, loro si vedono, suonano e cantano. Con una battuta semiseria nasce anche il nome con cui saranno riconosciuti fino ad oggi: loro sono i serenologhi. Imprevedibilmente, nel giro di pochi anni, le serenate entrano nel cerimoniale del matrimonio e sono chiamati un po’ dappertutto e non solo a Gubbio. Diventa tradizione che lo sposo si presenti con i serenologhi sotto la finestra della promessa la notte prima del matrimonio e che la futura sposa si affacci solo alla terza canzone, non prima, con un fiore in mano. Sono gesti e atteggiamenti non regolati, non voluti o codificati, sono semplicemente maturati da soli, col tempo, come il gruppo di amici e la loro musica. I serenologhi attraversano un cinquantennio, facendo serenate anche a più generazioni di spose di una stessa famiglia. Allora c’è un fascino in più, quello della tradizione, dei ricordi, dei sentimenti che si rinnovano, tanta commozione e lacrime di felicità. Si, perché i serenologhi, da sempre, portano allegria, spensieratezza, in due parole, fanno festa. Per questo ancora suoniamo e cantiamo, per strada, sotto le finestre, col caldo e col freddo, da circa sessant’anni, perché dietro la tradizione delle serenate non c’è solo la storia di un gruppo di amici, ma perché c’è un pezzo di Gubbio e c’è il cuore degli eugubini.

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di Francesco Mariucci


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il fenomeno dei Club nella Città di Gubbio di Luca Belardi

Come nasce l’idea di club? Qual è la sua funzione? Perché questo fenomeno sembra essere presente solamente nella città di Gubbio e non in altre della nostra regione? Sono queste le domande che hanno guidato le prime fasi della mia ricerca. Il club per molti giovani rappresenta un punto di appoggio, un punto di ritrovo, un luogo comune dove poter condividere parte del tempo della giornata. Ciò che distingue i vari centri, gli uni dagli altri, sono i membri di ogni club. Questo sta a significare quanto importanti e caratterizzanti siano i diversi fattori che determinano l’entità del club. Un altro fattore determinante per evidenziare la tipologia del club è l’età dei giovani. Il “convivere” in queste aggregazioni, infatti, porta ogni elemento del gruppo ad assumersi responsabilità organizzative e di gestione di spazi condivisi. Forse inconsciamente, questa realtà dà modo al collettivo di crescere insieme, creando dei rapporti che possono essere quasi familiari, duraturi nel tempo e basati su una conoscenza più intima. Per molti ragazzi, il club è una seconda casa, è una seconda famiglia, è un luogo dove si collocano le più belle esperienze, le emozioni più vivaci, le vicende più simpatiche da poter poi raccontare. Il club è il luogo dove potersi aprire e condividere emozioni che normalmente potrebbero essere represse o ignorate. Questo metodo d’aggregazione è un elemento positivo per la crescita individuale di ogni ragazzo soprattutto perché il confronto, il dialogare, il generare complicità, possono essere di stimolo e d’aiuto a chi, magari in età adolescenziale, deve superare dei momenti di difficoltà o semplicemente deve affrontare il periodo di trasformazione da ragazzo all’età adulta. Il club non ha un regolamento generalizzato e valido per tutti, ma ogni gruppo si detta le proprie regole e fa in modo che queste vengano rispettate da tutti. Perché è necessario formare i club? La risposta a questa domanda è abbastanza ampia, e introduce quelle che possono essere anche le responsabilità di amministrazioni pubbliche che poco hanno fatto per creare dei punti di svago per i giovani. In effetti i giovani hanno bisogno di avere dei punti di ritrovo, dei luoghi dove passare del tempo, dove poter svolgere attività ludiche, dove trovare amici per scambiare idee, dove potersi esprimere senza la paura di essere rimproverati o criticati. Da queste esigenze nasce l’idea di riunirsi fuori dai contesti scolastici e dalle famiglie e perciò di “creare il club”.

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(Estratto dalla Tesi: Gubbio, I Giovani e i loro centri di aggregazione)


i laboratori di Um SAB

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anteprima

Pappa di musica > Incontro formativo per gestanti e neonati Sappiamo che i suoni, in modo particolare la voce materna, sono uno dei primi fondamentali contatti che il bambino ancora in utero ha con il mondo. Questo laboratorio per gestanti e neonati insegna alle mamme a cantare ai propri bambini. Francesca Staibano musicoterapista diplomata in flauto, è formata per l’insegnamento del metodo Gordon e per la metodologia Orff-Schulwerk. Ping-Pong di letture selvagge > Laboratori di narrazione per bambini e genitori A cura dell’associazione “Settimana del libro” , che si occupa attivamente per la divulgazione della lettura sul territorio eugubino tramite convegni, laboratori, formazione, letture animate, ricerca. Raccontami > Letture ad alta voce per gli anziani dell’Astenotrofio Mosca Carmela de Marte Attrice e autrice calabrese, eugubina di adozione, è fondatrice della compagnia teatrale MalaUmbra e dell’omonimo spazio di produzione e divulgazione di pratiche teatrali.

voce efficace

Questi tre incontri formativi sono un’occasione da prendere al volo! Aperti a tutti e specialmente rivolti a chi fa un uso professionale della voce, per acquisire maggiori consapevolezze ed evitare problemi dovuti all’usura e al cattivo utilizzo. Insegnanti, relatori, formatori, operatori sociali, ma anche cantanti, insegnanti di canto, direttori di coro, chiunque abbia la tendenza a “perdere la voce”. Si affronteranno tre grandi temi: le buone pratiche vocali, la relazione tra voce ed emozioni e i modi per ottenere una voce più tonica. MAR

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Preservare la Voce > Incontro formativo con Roberto Panzanelli e Roberta Mazzocchi

Dott.ssa Roberta Mazzocchi, Logopedista presso il Centro di Audio Foniatria di Spoleto, docente di logopedia all’Università degli Studi di Perugia. Roberto Panzanelli, insegnante di canto, fondatore di Umbriaincanto, centro per la formazione olistica della voce.

Voce, Emozione, Relazione >

Incontro formativo con Rosella de Leonibus e Carla Gariazzo Rosella de Leonibus, psicologa-psicoterapeuta, insegnante nel Corso Quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt Espressiva dell’IPGE - sedi di Roma e Perugia e nel corso di Artiterapia “La Cittadella” di Assisi. È co-fondatrice della Ass. Cult. CIFORMAPER – Gestalt Ecology® Carla Gariazzo, formatrice teatrale, attrice, regista, animatrice culturale, collabora con varie associazioni umbre legate a politiche della pace, relazione, cultura sociale.

Empowerment vocale >

Incontro formativo con Manolo Rivaroli Manolo Rivaroli, cantante, formatore, arrangiatore e compositore, esperto di Canto Funzionale, ricercatore, ha sviluppato il Metodo Vibrazionale e la Meditazione Vibrazionale come suo personale percorso, con il quale tiene corsi in tutta Italia.


emozione canto incontro

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Accendiamo la voce! > Giochi di voce e canti in cerchio con Nora Tigges Cantare in cerchio offre un’occasione per giocare e per mettersi in gioco con il proprio strumento originario: la voce. Si ha modo così di esplorare le risorse espressive della propria vocalità in tutta naturalezza, attraverso semplici pratiche di attivazione corporea e improvvisazione guidata. Questo laboratorio offre l’occasione di sperimentare la fusione delle voci cantando “a cappella”, per ritrovare l’antica gioia di cantare insieme, in un contesto accogliente e protetto. I materiali sonori che incontreremo saranno prevalentemente di origine tradizionale, provenienti da epoche e terre vicine e lontane. Nora Tigges Romana di nascita, cittadina del mondo, è una cantante specializzata in repertori medievali e di tradizione orale. Collabora con Lucilla Galeazzi nel settetto Levocidoro. Negli ultimi anni ha lavorato con Ambrogio Sparagna, con i Micrologus e Flor Enversa. È co-fondatrice dell’ensemble La Contraclau (ricerca e sperimentazione su repertori medievali), del trio vocale Fiordispina, impegnato nella riproposta della tradizione polivocale dell’Italia appenninica. È esperta di “Metodologia e pratica dell’Orff-Schulwerk” e conduce diversi laboratori di canto presso scuole, associazioni di quartiere e centri musicali romani.

Introduzione alla voce > Laboratorio di Matteo Belli Un incontro creato appositamente per offrire a chiunque l’opportunità di avvicinarsi all’espressione vocale, pur senza alcuna esperienza o competenza specifica. Un’occasione per iniziare a conoscere e praticare consapevolmente la propria respirazione, gestire un’emissione più comoda, utilizzare un’articolazione della parola più fluida, produrre una risonanza più ricca e un volume più potente. Matteo Belli è un attore, autore, regista teatrale bolognese. Dotato di incredibili qualità vocali, dal 2005 conduce, assieme al foniatra prof. Franco Fussi, una ricerca sulle qualità risonatorie della voce attoriale, presentata nel corso di alcuni convegni internazionali e confluita, nel 2010, nella pubblicazione del DVD multimediale “Orchestra Solista. Il lavoro vocale nel Teatro di Matteo Belli”. Dal 1992 conduce un’intensa attività didattica, sia in Italia che all’estero. Canti in via d’estinzione > Laboratorio di canto popolare con Sara Marini e Fabia Salvucci Il laboratorio “Canti in via di estinzione” è un’esperienza di riscoperta delle radici musicali della nostra musica popolare a partire da canti in lingue che stanno scomparendo. Il lavoro segue la direzione di un riscaldamento corporeo e vocale adatto a immergerci nel piacere di studiare, comprendere e cantare alcuni brani tradizionali. Spazieremo dall’arbereshe e al griko del sud Italia ai dialetti occitani del nord, per un viaggio sorprendente adatto a tutti gli appassionati e curiosi della nostra memoria musicale arcaica. Per partecipare non è necessario avere competenze musicali, solo tanta voglia di cantare! Sara Marini e Fabia Salvucci si incontrano all’Accademia PercentoMusica di Roma. Grazie alla comune passione per le sonorità etniche e all’amore per la riscoperta delle musiche tradizionali, condividono lo stesso percorso e cominciano da subito a cantare insieme. Studiano e collaborano infatti tutt’ora con artisti ed etnomusicologi tra i più importanti del panorama musicale popolare italiano tra i quali: Giovanna Marini, Elena Ledda, Nando Citarella, Ambrogio Sparagna, Tosca Donati. Nel 2016 danno vita al loro progetto musicale, “Djelem Do Mar”, che fonde il lavoro di ricerca personale di entrambe sulle sonorità del mediterraneo e non solo. Oltre ad esibirsi in concerti e spettacoli, Sara e Fabia lavorano come insegnanti di canto curando numerosi progetti legati alla vocalità popolare, mosse dal desiderio di trasmettere e diffondere il più possibile un patrimonio che sta scomparendo e cercando di renderlo accessibile a tutti.

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_i laboratori_

di Umbria in Voce


i laboratori di Um

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La voce del corpo, il corpo della voce >

Workshop di canto, movimento e improvvisazione condotto da Marta Raviglia & Alessandra Fabbri Questo workshop esplora il legame sottile tra la voce e il corpo che la genera. Si affronteranno alcune delle tematiche centrali dello studio del canto e del movimento attraverso una serie di esercizi mirati allo sviluppo della propriocezione e della percezione dell’altro. Un lavoro che rafforza il senso di identità e di condivisione con il gruppo. Adatto a tutti. Marta Raviglia è una cantante, compositrice e performer. La sua ricerca si muove a cavallo tra il jazz e la musica contemporanea, tra la forma canzone e l’improvvisazione più ardita. Ha collaborato come solista con l’Orchestra Jazz della Sardegna, la Big Band della Radio Nazionale Bulgara, il Coro del Friuli Venezia Giulia, la Corale Polifonica Santa Cecilia di Sassari, l’Orchestra del Conservatorio «Bruno Maderna» di Cesena, l’Orchestra del Conservatorio di Musica «Francesco Morlacchi» di Perugia e molti altri. Insegna canto jazz presso il Conservatorio di Musica «Francesco Morlacchi» di Perugia. Tiene regolarmente seminari sull’improvvisazione e sul rapporto tra voce e movimento ed è stata invitata a presentare la sua ricerca nell’ambito dell’International Jazz Voice Conference di Helsinki. Alessandra Fabbri si è formata come danzatrice presso la Scuola del Balletto di Toscana a Firenze e presso la Folkwang Hochschule di Essen. È diplomata in coreografia presso la Palucca Schule di Dresda. Ha lavorato come performer tra gli altri per Wim Vandekeybus, Romeo Castellucci, Nicoletta Cabassi. Ha collabortato con artisti interdisciplinari come Milka Panayotova e Ian Hattwich. Dal 2013 collabora con il coreografo Nicola Galli. Parallelamente all’attività di interprete, ha sviluppato una propria ricerca basata sull’interazione tra il corpo e gli ambienti naturali.

Buongiorno voce >

Dolce risveglio vocale con Claudia Fofi Risveglio e riscaldamento dolce della voce attraverso un’improvvisazione guidata, alla ricerca della libertà di esplorare. Un esperienza per entrare in profondità dentro di sé e in relazione con lo spazio e con gli altri. Claudia Fofi, cantautrice e autrice, educatrice e ricercatrice della voce. È perfezionata in musicoterapia e operatrice olistica della voce e del suono. Segue da molti anni la formazione in Francia presso il Centro Internazionale Roy Hart, nel Gruppo Pedagogico di ricerca. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti nell’ambito della canzone d’autore, tra cui il Premio Ciampi, Premio Recanati, Musicultura, Grinzane-Cavour. Ha messo a punto un suo approccio di lavoro personale, la Voce Creativa, con il quale fa formazione per enti pubblici e aziende, associazioni, scuole di teatro, musica e danza.

La gioia del Gospel > Seminario con Nehemiah H. Brown Davvero un’occasione unica di formazione, questo esplosivo laboratorio di canto gospel aperto a ogni livello di competenza, per avvicinarsi o approfondire con un grande maestro questo genere di canto in coro. Temi del workshop: musica afro-americana sacra e profana, tecnica vocale afro-americana, improvvisazione. Nehemiah H. Brown è un musicista e cantante di gospel americano. Arrangiatore, compositore, insegnante, vocal coach e direttore di coro. Vive in Italia da qualche anno e gira il mondo con i suoi concerti e seguitissimi seminari. Il suo curriculum è davvero troppo esteso per poter essere riassunto in poche righe. Ricordiamo tra le altre la sua performance durante la prima apparizione di Papa Benedetto XVI nella Sala Nervi in Vaticano. Ha fondato e dirige il Florence Gospel Choir School.


emozione canto incontro

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La voce del Griot > Laboratorio di canti e danze con Keba Seck Laboratorio di turning e canti tradizionale africani. Questo incontro è un viaggio in Africa attraverso il ritmo e il canto. Verrano spiegati i significati delle canzoni e delle emozioni ad esse legate: felicità, connessione, ritualità, terapie, cure magiche. Keba Seck è un musicista e danzatore nato in Senegal e vive da dieci anni in Italia. è un griot, maestro nell’arte di parlare, una biblioteca vivente, un narratore e divulgatore di storie attraverso il canto. Ha collaborato con scuole di danza, teatro, musica a Roma e in tantissimi festival in tutta Italia. Ha suonato tra gli altri con Massimo Ranieri, Patti Pravo, Ghali. Serenate, che passione! >

Incontro informale, giocoso e canterino con i Serenologhi eugubini Compie 60 anni lo storico gruppo eugubino, specialista in serenate per gli sposi e non solo. Musicisti e cantori diversi si sono succeduti attraverso gli anni, mantenendo sempre fedele il rapporto con la tradizione, che vuole le serenate sotto casa della sposa qualche giorno prima delle nozze e poi grandi feste e brindisi alla salute degli sposi e degli invitati. In questo incontro i Serenologhi invece vestiranno gli abiti inconsueti degli insegnanti, per trasmettere ai partecipanti le serenate e cantarle tutti insieme. Si canterà, si farà festa e non mancherà una bella merenda per tutti.

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