Umbria in voce magazine numero tre

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umbria in voce

Luglio Agosto 2020

magazine

PUBBLICAZIONE NON PERIODICA AD INTERESSE CULTURALE LEGATA ALLA MANIFESTAZIONE UMBRIA IN VOCE

all’aria aperta

Numerotre

sesta edizione


con il sostegno

info e contatti umbriainvocemagazine@gmail.com

da un’idea di Andrea Cancellotti art director Matteo Fofi grafica Gu.Fo. comunicazione visuale stampa Tipografia Donati

ringraziamenti Ringraziamo per la disponibilità e il sostegno il Sindaco di Gubbio Filippo Mario Stirati, gli assessori Nello Oderisi Fiorucci e Simona Minelli. Ringraziamo tutti gli sponsor che contribuiscono alla realizzazione di questa pubblicazione. Senza di voi non si potrebbe fare niente, quindi grazie per avere capito e sostenuto negli anni il nostro progetto. Abbiamo costruito insieme un piccolo archivio di esperienze che dal sociale alla cultura esprimono il meglio della nostra comunità e dove molti giovani trovano uno spazio per raccontarsi. È una cosa importante, in un mondo sempre più complesso e disgregato. Un grazie speciale ai volontari del festival che a vario titolo ci aiutano sia nella progettazione che nella realizzazione di questo lavoro. In particolare: Cristina Calandrini, Maria Stocchi, Irene Battistelli, Gregorio Paffi, Michele Menichetti, Giulia Nardi e i ragazzi del servizio civile. Grazie a Federico Giubilei e Beatrice Tomassoli per la loro fiducia incondizionata. Grazie a chi ha voluto regalare un laboratorio o un concerto al festival, anche questi sono gesti di grande generosità che ci commuovono. E grazie di cuore a tutti gli scrittori, fotografi, disegnatori, giovani poeti e giornalisti che hanno donato un loro contributo a questa pubblicazione. Grazie Grazie Grazie a Matteo Fofi e Andrea Cancellotti.

Associazione di Promozione Sociale

Commissione Pari Opportunità del Comune di Gubbio


in voce 03 All’aria aperta 05 Programma Festival 07 Programma Festival 09 Scheggia e Pascelupo 11 Voc-Azioni 13 A strati 14 SNEM 15 Musica a Gubbio 17 Rogare 19 Lirica 20 L’officina del fare e del sapere 21 Spazio Liuteria 22 Concerto Claudia Fofi 23 Concerto Sara Marini 25 Il Palazzo dei Consoli 27 Una disputa a buon fine 27 Dischiudere 29 Maturità 2020 29 Esperienze creative 30 Marta Fofi 31 Canto alla bellezza 33 L’anno della Scimmia di Patti Smith 35 NoBorders Masterclass 36 Il bosco incantato 37 Non ho le parole 39 Poesia 41 Iridio 42 Duemila - 20 43 Ecologia: di cosa parliamo? 44 I laboratori di Umbria in Voce

www.umbriainvoce.it www.facebook.com/umbriainvoce

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sommario



All’aria aperta di Claudia Fofi > direttrice artistica del Festival

Umbria in voce 2019 laboratorio con Tran Quang Hai

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_foto Andrea Cancellotti_

Umbria in voce è giunto alla sesta edizione in un momento della storia in cui stiamo perdendo certezze da ogni punto di vista e c’è da fare un enorme lavoro di ricostruzione non solo economico, ma su tanti livelli, a partire da quello culturale, artistico ed educativo. Un piccolo festival come il nostro poteva soccombere e scoraggiarsi oppure reagire e provare a trovare strade nuove per interpretare questo difficile passaggio storico. Insomma bisognava trovare il coraggio, che significa l’agire del cuore. Dopo diversi anni di lavoro proprio alla fine del 2019 è stata fondata l’Associazione Umbria in voce APS – ETS, con il contributo di amici e collaboratori storici del festival (l’Associazione Archè in primis). Eravamo pronti per una fase nuova, più strutturata, quando è scoppiata la pandemia. Dopo un primo naturale momento di spaesamento abbiamo pensato di rivoluzionare il festival rischiando un’impresa diversa, spostando il periodo di svolgimento in estate per rispondere a un bisogno di incontro, relazione e cura attraverso l’arte e la cultura che ci pare emerga chiaramente nella società. La voce come sempre è il filo conduttore, arricchito da nuove e diverse esperienze ed esperimenti. Un festival all’aria aperta, con artisti e formatori a chilometro zero, questa l’idea in sintesi. Produrre un evento che coinvolga il territorio nel suo insieme, le energie di tante esperienze di alto livello che qui vivono e lavorano. Laboratori di teatro, canto, arteterapia, reading poetici, concerti, passeggiate nella natura e nella cultura si svolgeranno a Villa Filippetti a San Martino in Colle, Teatro Romano, Caffè del Teatro, Palazzo Ducale, Teatro della Basilica di Sant’Ubaldo, Comune di Scheggia e Pascelupo. A questa impresa partecipano concretamente o con il loro partenariato la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, gli sponsor che ci aiutano contribuendo alla realizzazione di questo magazine, il comune di Gubbio, Scheggia e Pascelupo, la Commissione Pari Opportunità, il CAI, il Jazz Club Gubbio, l’Associazione Casa della Paesologia di Franco Arminio, l’IIS Cassata Gattapone, il Teatro della Fama. Una grande rete di persone. Un lavoro in cui non si perde mai di vista il valore sociale ed educativo della cultura. Il festival vuole essere una casa abitata dalle energie migliori della nostra comunità, vogliamo renderla sempre più ospitale. Vi aspettiamo.


umbria in voce

programma

Tutti gli eventi sono su prenotazione, escluso il vernissage Dove il costo non è indicato, l’evento è gratuito PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI: umbriainvoce@gmail.com 3394076156 (Cristina) 3349843087 (Irene) > Villa Filippetti

SABATO 18 LUGLIO <

ore 18:00 “Voc-Azioni” Vernissage della mostra di scultura e installazioni land art a cura di Toni Bellucci e Cesare Coppari con letture di Riccardo Tordoni e Simona Minelli. Accompagnamento alla chitarra Paolo Ceccarelli

> Villa Filippetti

DOMENICA 19 LUGLIO <

ore 10:30 – 13:00 “La voce dell’albero” Laboratorio di arteterapia nel bosco a cura del gruppo di ricerca “Amarte” Giulia Nardi, Francesca Nicchi e Giulia Borsini ore 17:00 – 19:30 “Lettere a un lupo” Laboratorio di scrittura e pratica vocale liberamente ispirato a “Teatro con bosco e animali” di Giuliano Scabia a cura di Carla Gariazzo > 15 €

> Caffè del Teatro Romano

MARTEDÌ 21 LUGLIO <

ore 19:00 “A che serve la poesia?” Reading, chiacchiere e musica a cura del Teatro della Fama con la partecipazione di Letizia Bianconi Live Painting Musiche di Paolo Ceccarelli

> Teatro Romano

VENERDÌ 24 LUGLIO <

ore 21:00 Concerto “Teoria degli affetti” di Claudia Fofi Con Ares Tavolazzi contrabbasso, Alessandro Gwis pianoforte, Paolo Ceccarelli chitarre, Alessandro Paternesi batteria Apertura concerto Gregorio Paffi voce e pianoforte, Andrea Angeloni trombone Prevendita consigliata a causa della riduzione dei posti >10€


> Villa Filippetti ore 10:00 – 12:00 “CircularMusic - Ritmo e comunicazione nel cerchio” con Stefano Baroni > 15 €

_programma_

SABATO 25 LUGLIO <

> Villa Filippetti ore 16:30 – 18:30 “Regolalirica” Masterclass di Canto Lirico con Sabrina Sannipoli > 25 € ore 21:30 Concerto “Arie del bel canto. Seicento e Settecento” Pepita Francia e con la partecipazione di Margherita Bingrossi Accompagnamento al pianoforte Gregorio Paffi

SABATO 1 AGOSTO < > Villa Filippetti ore 10:30 – 12:30 “Il naturale suono della fantasia” Laboratorio di costruzione di scacciapensieri immaginari con Maddalena Vantaggi

> Teatro all’aperto della Basilica di Sant’Ubaldo ore 17:00 “Canti in cammino” Con Sara Marini alla scoperta del canto popolare di tradizione orale. Proponiamo una passeggiata sul monte Ingino con approdo al Teatro all’aperto della Basilica di Sant’Ubaldo, dove avverrà il laboratorio di canto. Appuntamento ore 17:00 davanti alla chiesa di San Marziale. Da lì si sale per gli stradoni del monte fino alla Basilica. Lì si svolge il laboratorio di canti e si torna camminando e cantando i canti appresi. Per chi vuole è possibile raggiungere il gruppo in auto o con la funivia direttamente al teatro della Basilica. In collaborazione con CAI Gubbio

DOMENICA 2 AGOSTO < ore 10:00 – 11:30 “Canto e incanto nel bosco” Laboratorio di voce e mindfulness nella relazione con se stessi, con gli altri, con gli elementi naturali. Con Federico Giubilei

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> Villa Filippetti


umbria in voce

programma

> Palazzo Ducale

DOMENICA 2 AGOSTO <

ore 17:00 “Di-Stanza” Laboratorio di improvvisazione vocale presso il Palazzo Ducale, nell’area conosciuta come “Voltone”, nel centro storico di Gubbio con Claudia Fofi > 10 € ore 18:30 Visita guidata al Palazzo Ducale e nel chiostro del palazzo per il costo dell’ingresso visitare il sito: http://polomusealeumbria.beniculturali.it/?page_id=3679 ore 19:00 Nel chiostro del Palazzo Ducale “Le arti de lo Duca da Montefeltro” lettura drammatizzata a cura del Teatro della Fama

> Villa Filippetti

GIOVEDÌ 6 AGOSTO <

ore 18:00 “Un’oscura capacità di volo” Antologia di poete umbre Presentazione delle curatrici dell’opera. Con l’intervento “La voce delle donne, donne di ieri, di oggi e di domani” di Giorgia Gaggiotti, Presidente della Commissione Pari Opportunità A seguire reading poetico ore 20:30 “È festa, la tua vita è in tavola” Cena e poesia, per nutrire corpo anima e mente. Cucina Beatrice Tomassoli Durante e dopo la cena Fausto Paffi in “Acustico. Il pianoforte e me” > 20 € cena su prenotazione, posti limitati

> Scheggia e Pascelupo

MARTEDÌ 11 AGOSTO <

“Non mi abbandonare. Il paese, laboratorio di umanità”

ore 16:00 Abbazia di Sitria “Paesi che resistono?” Conversazione con le persone del posto, intellettuali e artisti sul ruolo del paese come metafora di umanità resistente. Interverventi di Fabio Vergari sindaco di Scheggia, Mauro Barbacci fotografo e con la partecipazione di Leonardo Animali che presenta il libro “La strategia dell’abbandono. Cronache di una modernità senza visione”. A seguire: Passeggiata guidata per le strade di Scheggia e Pascelupo con una escursione al paese abbandonato di Monte Fiume con le eccezionali guide del maestro Flavio Cenci e di Giovanni Nardi


ore 21:00 “Suonappenino” Concerti di Eterocromie / FSO / Daniele Cannella Ore 22:30 Palco aperto ai poeti per fare nottata

> Teatro Romano

_programma_

Nel tardo pomeriggio inaugurazione della riqualificazione del centro storico con la presenza delle autorità civili e religiose

MERCOLEDÌ 12 AGOSTO <

ore 21:00 Concerto “Torrendeadomo – Ritorno a casa” di Sara Marini Con Paolo Ceccarelli alle chitarre, Lorenzo Cannelli al pianoforte, Goffredo Degli Esposti ai fiati etnici e Francesco Savoretti alle percussioni mediterranee. Ospite speciale: Monica Neri all’organetto Prevendita consigliata a causa della riduzione dei posti > 10 €

> Villa Filippetti

VENERDÌ, SABATO, DOMENICA < 21/22/23 AGOSTO <

“Shakespeare nel bosco” Laboratorio intensivo di ricerca teatrale e vocale Con Riccardo Tordoni e Claudia Fofi > Quota d’iscrizione € 150. Sotto i 18 anni € 50

> Palazzo dei Consoli

GIOVEDÌ, LUNEDÌ, GIOVEDÌ < 20/24/27 AGOSTO <

_foto Andrea Cancellotti_

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“Gubbio NoBorders Masterclass 2020” Evento gestito da Jazz Club Gubbio Per iscrizioni e informazioni: 3348534002 / 3204233404 Tre giornate di formazione, in ognuna delle quali verrà approfondita un tipo di formazione concertistica in tutte le sue sfaccettature. Didattica e concerti: Marta Raviglia, Angelo Olivieri, Silvia Bolognesi, Pietro Paris, Cristiano Arcelli, Lorenzo Brilli


foto Mauro Barbacci


di Mauro Barbacci Quando mi immergo nella natura selvaggia del mio territorio per svolgere il mio lavoro di fotografo naturalista, mi trovo sempre ad avere la stessa sensazione. È come se il tempo si fermasse e non ci fosse più nessun riferimento alla vita reale. È una sensazione di assoluta impotenza nei confronti della natura e l’unica cosa che posso fare è immortalare la bellezza che essa mi offre. Sono sempre vissuto in queste terre piacevolmente isolate, ma il mio lavoro mi permette di girare il mondo e di visitare paradisi naturalistici molto belli però, tutte le volte che rientro a casa, metto gli scarponi da trekking e torno nei “miei spazi” per vivere e fotografare la mia natura. Scrivo e racconto continuamente del mio territorio. Osservare un torrente e scoprire che ogni giorno dell’anno c’è qualcosa di nuovo e di interessante. Studiare il comportamento degli animali e degli insetti per poi fotografarli, in pratica grazie al mio territorio non mi annoio mai! Purtroppo e per fortuna non sappiamo cosa abbiamo intorno e questo permette alla natura di rimanere selvaggia e senza troppa influenza umana. Da un lato è un bene dall’altro è un peccato, perché è un territorio che affascinerebbe chiunque. Io adoro vivermelo in solitaria con la mia macchina fotografica e passare giornate intere a Rio Freddo, magari anche senza scattare ma semplicemente apprezzando il paesaggio che mi si presenta. Spesso mi immergo nella natura anche in piena notte, sia in estate che in inverno per ascoltare tutti i suoi suoni (a molti questa cosa spaventa mentre a me rilassa). Qui l’inquinamento luminoso è bassissimo e questo mi permette di leggere il cielo notturno con tutte le sue costellazioni. È un privilegio per pochi vivere in un territorio così ed apprezzarlo per quello che è, più che una fortuna lo definirei un lusso soprattutto in un periodo storico come questo. Ogni corso d’acqua, fiore, montagna, pianta o animale hanno le loro particolarità che collegate alla bellezza dei piccoli borghi restituiscono un connubio perfetto tra storia e natura. Uno degli esempi più affascinanti è Pascelupo ma soprattutto il suo eremo, in alcuni periodi dell’anno ci regala l’emozione della cascata chiamata “la piscia de’ frati”. Diventa tutto surreale ed è inevitabile sentirsi tornare indietro nel tempo. Penso che la mia vita continuerà qui e la mia voglia di vivere la natura del mio territorio non finirà mai, tanto che ho diversi progetti fotografici e video tutti dedicati alle mie terre!

di Giulia Nardi È fra il fumo dei camini e i campi coltivati che nascono le mie radici, nasco in questo paese dal nome buffo: Scheggia e Pascelupo. Mi piace tantissimo questo nome perché porta con sé la velocità di una scheggia e il verbo pasce che dal latino pascere significa pascolare-nutrire; per poi finire con lupo, quel lupo che ci fa tanta paura ma che in fondo, in fondo tutti sappiamo che è solo affamato. Scheggia è nell’infinitesima parte del mondo, tutto intorno a noi è grande e tutto sembra offrire qualcosa in più. Noi cosa possiamo offrire dall’infinitesima parte del tutto? Qualcosa c’è, ma non lo si vede subito e a volte non lo si vede mai. Scheggia offre i profumi delle stagioni, il suono delle campane, le passeggiate di notte, la rabbia, la velocità del pettegolezzo, la cultura dei contadini, gli sguardi buoni e quelli cattivi, le ciliegie di notte, le lucciole nei barattoli, nascondino, la musica nel bar, andare a scuola a piedi, la solitudine, la noia. Scheggia è la maestra dei sogni, ti insegna ad immaginarti altrove, a desiderare; ti insegna l’emozione dell’attesa, si aspetta sempre che arrivi qualcuno di nuovo o che succeda qualcosa di incredibile; ti offre la possibilità di prendere in mano la sua piccolezza e di proteggerla con piccoli gesti. Per esempio, quando ti devi presentare ad altre persone e ti chiedono: “Di dove sei?”, ecco! In quel momento lei ti chiede di far brillare gli occhi mentre dici: “Sono di Scheggia e Pascelupo!”, non pretende altro; ti insegna il valore del distacco portandoti spesso ad odiarla, disprezzarla, per non tenerti legata a sé ma allo stesso tempo pianta il tuo cuore nei suoi monti e in qualsiasi parte del mondo ti trovi, il cuore lascia sempre qualche battito in quel verde acceso e cupo che la protegge come un manto. Da ogni infinitesimo parte il tutto, dalle radici l’albero cresce, dal seme il fiore si colora, dall’invisibile nasce la vita, e da qui voglio rinascere, da Scheggia, da questo frammento che sempre mi ha contenuta. Il lupo affamato comincia ad avere meno fame, perché qualcuno l’ha nutrito qui a Scheggia dove il mondo sembra sempre fuori, finché non ci si guarda dentro.

_Scheggia_

Scheggia e Pascelupo

“Quando voglio stare bene al mondo io so dove andare: devo andare in un paese a parlare con i vecchi” (Franco Arminio – Cedi la strada agli alberi)

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L’11 agosto Umbria in voce dedica una giornata al comune di Scheggia e Pascelupo. L’iniziativa rientra nella rete dei festival della Paesologia, il movimento del poeta Franco Arminio che porta la sua riflessione sull’abbandono dei piccoli paesi dell’Italia interna.


Azienda Agraria

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Un dialogo a più voci tra opere di artisti e performer differenti per provenienza, formazione, esperienza e poetica, tutti accomunati dallo scopo di dimostrare che l’uomo può trarre dall’ambiente incoraggiamenti quando decide di non sopraffarlo, ma di integrarsi ad esso, per scoprire e far scoprire che gli stessi fenomeni naturali possono costituire importanti eventi artistici. Un dialogo ospitato negli spazi interni ed esterni della settecentesca Villa Filippetti, una delle sedi principali degli appuntamenti di Umbria in Voce 6. Dove le voci sono quelle di operatori di lungo corso come Giuseppe Allegrucci, Toni Bellucci, Paolo Biagioli, Nello Bocci, Mario Boldrini, Sara Campagna, Daniele Covarino, Giancarlo Ferranti, Horstmann Rolf, Giulia Nardi, Francesca Nicchi, Marilena Scavizzi, Luciano Tittarelli e Gabriele Tognoloni, ma anche quelle degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Perugia Andrea Dionigi, Gianluca Ghirelli, Sara Checconi e Sara Tosti. Voci intenzionalmente evocate anche nel titolo della mostra: Voc-azioni: tracce di artisti nella natura. Perché, come noto, il sostantivo femminile vocazione viene dal latino vocatio-onis, termine che sta propriamente per «chiamata, invito» ma che rinvia al verbo vocare, cioè «chiamare». Un senso che qui va ben oltre la ovvia disposizione naturale degli autori delle opere in mostra a seguire l’inclinazione o la disposizione naturale ad esercitare la loro arte. Se tale iniziativa ha un senso è proprio quello di obbedire alla chiamata che induce l’uomo a determinate scelte nell’ambito dei possibili stati di vita, e quindi ad agire in accordo con essi. Una chiamata avvertita dagli autori di opere e performance aggruppate a Villa Filippetti proprio per coinvolgere un pubblico desideroso di ripartire, di emozionarsi e di immaginare un nuovo futuro secondo forme di vita finalmente capaci di armonizzare natura e cultura in un mondo oggi invece paralizzato dalle epidemie, dall’inquinamento e dal rumore. Né si creda che questa chiamata sia solo da tirar fuori da opere che la voce possono solo rappresentarla, o da cogliere nei suoni di quel contesto ambientale in cui esse si trovano immerse nel tentativo di interpretarlo. Saranno infatti gli accenti delle parole declamate da Riccardo Tordoni e Simona Minelli e delle note del chitarrista Paolo Ceccarelli ad aprire una mostra che potrà trarre vantaggio dal fare da sfondo a gran parte degli appuntamenti di Umbria in Voce, manifestazione fatta di laboratori con parole pronunciate nei boschi, di letture, chiacchiere e musica, di concerti, di ritmi espressi in un cerchio, di lirica e canti in cammino, di poesia recitata per relazionarsi con sé stessi, con gli altri e con gli elementi naturali.

_Voc-azioni _

di Cesare Coppari

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Voc-azioni: tracce di artisti nella natura


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di Alessandro Pannacci

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A STRATI


illustrazione SNEM


di Elia Casagrande

Siamo stati abituati fin da piccoli e da generazioni ormai, a considerare Gubbio ed i suoi abitanti come portatori di una mentalità prettamente di paese, ovvero paesana, inteso se vogliamo nel senso dispregiativo del termine, quindi incapaci di avere e di conseguenza sostenere e supportare una visione “altra” delle dinamiche sociali proprie del mondo globalizzato attuale. Lavorando e a tratti vivendo a Perugia come educatore e artista, ormai da cinque anni, ho potuto constatare le differenze sostanziali che le due cittadine, seppur così vicine, denotano. Nell’ultimo anno, in seguito a cambiamenti radicali inerenti al mio stile di vita, alle mie aspettative e ai miei progetti artistici, Perugia mi ha offerto l’opportunità di approfondire il mondo del rap essendo stato individuato e selezionato da un produttore della zona che, incurante della mia totale inesperienza nel settore, ha comunque deciso di volermi nella sua crew, al tempo i rude bastards. Lì ho avuto l’onore di fare gavetta (vari concerti nella zona e l’apertura ad artisti del calibro di quentin 40 e Rancore) e di conoscere i rudimenti di questa arte ancora troppe volte fraintesa dal senso comune che le si attribuisce. Il rap, o meglio l’hip hop nascono come strumento di espressione e di ribellione nei confronti di chi detiene le redini dello status quo e costringe le menti pensanti a una sorta di omologazione imperante decisa dal mercato e da chi detiene il potere esecutivo sulla popolazione. Interrotto il mio rapporto con tale crew ho avuto modo di tornare a Gubbio con degli occhi diversi e più maturi, abili a vedere ora il potenziale nascosto che si annidava nelle generazioni più giovani. Ho come percepito che parzialmente una nuova visione del mondo della società e dell’arte si stava facendo spazio tra i giovani, una visione più liquida dove gli stereotipi monolitici propri della nostra popolazione erano messi in discussione in favore di una nuova percezione della realtà, priva di cardini specifici e per questo aperta al cambiamento. Street View vive da un anno ormai e si è fatta forte dell’inclusione, del dialogo intergenerazionale e della capacità dei suoi membri di mettersi in discussione in favore di uno scopo comune: creare unione mossi da una passione condivisa e fronteggiare il senso di disgregazione proprio di questi tempi. La nostra crew è formata da ragazzi ancora minorenni fino ad arrivare a membri over 30. Il nostro intento è quello di favorire una socialità attiva, impegnata ed aperta ai cambiamenti senza fossilizzarci sulle differenze che ci vorrebbero diversi, distanti e disgregati, puntando tutto su ciò che invece ci vuole simili: l’essere umani e per questo artisti in quanto capaci di creare al di fuori, al di sopra e al di sotto di ciò che altri hanno pensato e strutturato per noi.

_Musica a Gubbio_

Street View: visione di strada

GUBBSTOCK DA CAMERETTA,

Aperitivi Musicali Al Tempo Del Lockdown Non potete negarlo, un pensiero comune durante la quarantena è stato: “Fortuna i social network!”. In questi mesi passati le nostre giornate sono state scandite da prodezze in cucina, ricerche di hobby improbabili e videochiamate su Zoom, ma non sono mancate le tante iniziative online nate per creare momenti di formazione, informazione, divertimento o semplicemente per sentirsi vicini. Appuntamenti giornalieri, settimanali o a cadenza “ci si prova” com’è stato il nostro Gubbstock da cameretta. Questo format, pensato nel corso del lockdown, è nato per cercare di portare le atmosfere del Festival nelle nostre case accompagnando l’orario aperitivo, ma è stato anche un esperimento per vedere, in un momento di tale incertezza, come sarebbe stata un’eventuale edizione del Gubbstock a distanza (Plot Twist: l’edizione 2020 si farà, tra mascherine, distanze e disinfettanti, in presenza!). L’iniziativa è andata avanti dal 17 aprile al 22 maggio attraverso dirette via Facebook sulla pagina del Gubbstock Rock Festival. È stata anche una bella occasione di reunion per riascoltare alcuni dei gruppi che hanno fatto la storia del Festival. Tra i “big” hanno partecipato: Jesse the Faccio, che calcò il palco nel 2017 come membro dei Moplen, i Sadside Project, che suonarono per noi nel 2013, i Sycamore Age, altro piacevole ritorno dall’edizione 2015, JM, che ha recuperato alla grande dopo la sfortunata assenza nel 2016, Altre di B, direttamente dal Gubbstock 2014 e La Gabbia, freschi freschi dal Festival dello scorso anno. In apertura delle dirette si sono esibiti principalmente musicisti nostrani (segue un altro elenco brutto da vedere ma doveroso): Eterocromie, progetto artistico di Andrea Zoppis e Lorenzo Ghirelli, Roberto Pezzini, Gregorio Paffi, i Soul Brothers, gli Antefatti, gruppo non-nostrano che partecipò al Gubbstock 2013, Beatrice Goracci e gli FSO. Le esibizioni rimangono tutte disponibili sulla pagina Facebook del Gubbstock Rock Festival (se qualcuno volesse fare un bel rewatch, consigliatissimo!) insieme alle biografie più dettagliate di tutti i gruppi e artisti che hanno dato forza a questa iniziativa. Ora che la quarantena sembra già un lontano ricordo chiudiamo il Gubbstock da cameretta in un cassetto per prepararci all’edizione di quest’anno, che abbiamo tanto sognato quant’è stata la paura di non poterla vivere. Chissà, magari nei prossimi anni potrà diventare un appuntamento fisso in attesa del Festival ufficiale. Ci vediamo, dal vivo, il 25 e 26 agosto (si accettano consigli per slogan simpatici, quest’anno niente pogo ma fosse poco!).

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di Gaia Berettoni


un progetto per il teatro

JUJI

servizi per lo spettacolo


ROGARE

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Un bel giorno di Aprile mi arriva la chiamata di Albert Hera che mi dice: “Hey fratello come stai? Ho avuto un’idea, te la senti di fare una camminata da Assisi a Roma? Una specie di pellegrinaggio laico per l’arte, siamo Francesca della Monica, tu ed io, ora ti racconto…”. La risposta è stata immediata ed affermativa e da lì sono scaturiti alcuni incontri on line che hanno portato all’organizzazione vera e propria. Il cammino è stato chiamato Rogare; le Rogazioni Maggiori hanno un’origine molto antica, erano processioni e riti fatti allo scopo di propiziare il buon esito dell’annata agraria e per chiedere la protezione delle persone e del lavoro nei campi. Cultura significa esattamente coltivare il bene dell’uomo ed è per questo che abbiamo pensato di celebrare con una grande ROGAZIONE la forza dell’arte e degli artisti. Siamo partiti dall’Eremo delle Carceri di Assisi il 9 Settembre di buon mattino e siamo entrati in quella che di sicuro è stata una delle esperienze più significative della nostra vita; dopo anni di vita passata in un bellissimo frullatore che ci portava ogni settimana ad essere in un posto diverso d’Italia o del mondo a condividere la musica con persone diverse abbiamo vissuto ogni singolo giorno la bellezza dell’andare lentamente, del godere di quei particolari che non puoi notare viaggiando in auto o semplicemente vivendo col pensiero costantemente rivolto al futuro, a quello che si deve fare domani; abbiamo avuto l’opportunità di essere presenti nel momento scoprendo che poi la vita offre delle sorprese incredibili, momenti di profonda condivisione, incontri che non ti saresti mai aspettato, conferme dell’affetto profondo di amici/che che ti sostengono anche da lontano. Ci siamo anche interrogati su cosa sia la comunicazione e sul ruolo dei social network che, pur essendo uno strumento potente che ci ha permesso di stare in contatto durante le dirette anche con persone che stavano dall’altra parte del mondo, rischiano di essere percepiti come il territorio in cui si vive piuttosto che come una mappa, una rappresentazione non reale. Dopo aver zigzagato ed aver goduto della gentilezza di amici vecchi e nuovi siamo arrivati a Roma il 21 Giugno, Giorno della Festa della Musica, ed abbiamo messo in atto, insieme ad una trentina di persone provenienti da vari luoghi d’Italia, l’esecuzione di un’opera improvvisata che si chiama “Bocche Cucite” che ha riunito simbolicamente tutti coloro che non hanno voce ma che in maniera creativa hanno voluto esprimere la loro condizione e il loro sentire in questo momento di grande crisi, 4.33 minuti di improvvisazione a bocca chiusa per ribadire che anche se non ci viene data la possibilità di parlare, attraverso l’arte e la creatività abbiamo comunque la possibilità di esprimerci. Siamo grati a tutte le persone che ci hanno accolto, che ci hanno pensato, scritto, chiamato o messo in contatto con loro amici, alle persone che ci hanno dato una mano con i comunicati stampa, a quelle che sono salite su un treno o in macchina ed hanno camminato con noi, a quelle che avrebbero voluto ma non hanno potuto, a tutti coloro che hanno condiviso 4.33 minuti di Bocche Cucite il 21 Giugno, a tutti coloro che ancora ci danno la possibilità di parlare di questa esperienza.

_rogare_

di Stefano Baroni


Piccoli produttori del nostro territorio per cucina vegetariana. Via Cavour 27, Gubbio (PG) Tel: +39 075 927 767 - info@ortogubbio.com


Chi non ha mai sentito almeno una volta “Ah, che bel vivere, che bel piacere, per un barbiere di qualità!”? Questi versi sono cantati da un signore al lavoro in una bottega, il quale aiuta il Conte di Almaviva a conquistare una fanciulla! Fuori Parigi posso ascoltare invece una giovane, che canta al suo amato: Amami, Alfredo, Quant’io t’amo! Nell’Opera si sa, succede di tutto: un “dottore” che vende un elisir d’amore, un gobbo a cui rapiscono la figlia, una zingara che vendica sua madre, un poeta che vive in una fredda stanza a Parigi innamorato della vicina di nome Mimì etc. I protagonisti di queste storie sono attori-cantanti accompagnati da un’orchestra: la musica è legata al testo e il testo alla musica e la musica stessa è scritta in funzione dell’azione drammatica. Se in passato le produzioni operistiche venivano messe in scena nei grandi Teatri di tradizione fino ai piccoli teatri di provincia durante tutto l’anno, oggi il numero di rappresentazioni è inferiore. C’è comunque una grande quantità di registrazioni, sia del passato che più recenti e le tv trasmettono ottime recite e le rendono disponibili in streaming, ma forse il pubblico più giovane rimane meno coinvolto. Quando a scuola si parla di teatro musicale non sempre gli studenti conoscono i libretti, gli interpreti e i repertori, ma questo non significa che il pubblico più giovane non abbia interesse. In un mondo veloce e connesso l’Opera ha bisogno dei suoi tempi, dei suoi spazi. I colori delle scenografie, dei costumi, le regie, vanno scoperte dal vivo. L’orchestra e soprattutto gli interpreti vanno ascoltati in Teatro: è proprio lì che l’emozione ci tocca in prima persona. È sufficiente comunque recitare a scuola alcuni versi di un libretto, aiutandosi con registrazioni e subito i giovani studenti si incuriosiscono. Collaboro ad un progetto destinato agli alunni delle scuole primarie dove l’insegnante ogni anno elabora un libretto facendolo recitare alle classi, inserendo alcune arie eseguite dal vivo: durante lo spettacolo il pubblico prevalentemente di genitori e familiari degli stessi ragazzi ha partecipato in silenzio e con interesse. E’ stato per me piacevole ascoltare durante una replica di uno di questi spettacoli, alcuni bambini che canticchiavano i cori di Elisir d’Amore mentre aspettavano di entrare in scena dietro le quinte! Da qualche anno infine, oltre alle classi di Canto di Conservatorio, sono state attivate le classi di canto nei Licei Musicali. In una fascia d’età in cui la voce si modifica e diventa lentamente adulta, uno studente può scoprire anche musiche tratte dalle opere dei secoli XVII e XVIII. Un patrimonio musicale, made in Italy, quello vocale e quello operistico, che va fatto conoscere e diffuso nelle scuole trasmettendolo ai più giovani.

_lirica_

di Alessandro Zucchetti

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L’Opera a Scuola


L’OFFICINA DEL FARE E DEL SAPERE UNA SCUOLA DIVERSA A GUBBIO di Barbara Orlandini L’Officina del Fare e del Sapere è un progetto educativo sperimentale rivolto ai ragazzi che frequentano la scuola secondaria di primo grado. Ha appena concluso il suo primo anno di attività con un gruppo di 11 ragazzi/e di prima, seconda e terza media. Il progetto è gestito dall’Associazione di Promozione Sociale La Chiocciola ed è nata da un gruppo di genitori che si sono attivati, ormai più di due anni fa, per dare vita ad un progetto sperimentale che potesse rispondere alle esigenze educative dei propri figli. Seguiti dalla pedagogista Nicoletta Sensi, i genitori hanno intrapreso un lavoro preliminare mirato ad identificare la loro visione dei figli ed identificare una visione antropologica comune dei ragazzi come esseri multidimensionali, dove ogni dimensione – fisica, emozionale, mentale e spirituale – ha bisogno di una cura specifica e cosciente. L’Officina del Fare e del Sapere si ispira ai principi dell’Educazione Diffusa di Paolo Mottana dell’Università Biccoca di Milano, che segue il progetto sin dalla sua fase embrionale, e dell’outdoor education. I ragazzi sono supportati a “diventare ciò che sono” sperimentandosi nella società e misurandosi con tutto ciò che li circonda. Un’esperienza educativa che proietta i giovani verso la città, i suoi abitanti e i suoi saperi.

In questo primo anno, ogni ragazzo ha passato due ore alla settimana (interrotte ahimè dal lockdown) all’interno di una bottega artigiana della città “imparando facendo” assieme al fabbro, il falegname, lo scalpellino, la sarta e tante altre eccellenze artigiane di Gubbio! Con loro hanno creato un manufatto che servirà a decorare ed arredare la loro scuola. Hanno inoltre collaborato con lo Sprar, incontrandosi regolarmente con i ragazzi immigrati, aiutandoli con l’italiano ed apprendendo da loro nozioni sui loro paesi di origine, la geografia, la storia e le tradizioni. Questo significa una scuola aperta al tessuto sociale cittadino, che lavora a stretto contatto con le istituzioni e con le associazioni del territorio, uscendo dalla forma tradizionale di scuola tra quattro mura. Si parte dal presupposto che l’apprendimento vero avviene solo se c’è interesse ed entusiasmo da parte dei ragazzi, che plasmeranno le loro conoscenze mossi dall’entusiasmo più che dall’obbligo scolastico. La programmazione giornaliera, mensile e annuale della scuola segue il ciclo naturale di vita dell’uomo e della Terra scanditi dalle stagioni: l’autunno è di preparazione, l’inverno di interiorizzazione, la primavera di apertura e l’estate di scoperta e ozio. La scuola si svolge dal lunedì al venerdì, cinque ore, di mattina. Poi ci sono due pomeriggi con laboratori specifici. In quei giorni i ragazzi cucinano e mangiano assieme il proprio pranzo con il supporto e la guida di un “nonno”, membro dell’associazione. A questa scuola non ci si iscrive semplicemente, si partecipa e ci si conosce per condividere l’idea e portare avanti il progetto. È molto coinvolgente anche per i genitori e questa è una parte fondamentale, oltre che interessante e piacevole. Per informazioni https://www.facebook.com/officinadelfareedelsapere o scrivete a officinafaresapere@gmail.com


di Paolo Ceccarelli La liuteria è la raffinata e preziosa arte della costruzione di strumenti musicali. È dalla necessità di valorizzare questo artigianato artistico che l’Associazione Culturale Arché insieme al Comune di Gubbio e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia ha dato vita al progetto Spazio Liuteria, che prenderà il via a ottobre 2020 a Gubbio: uno “spazio” completamente dedicato alla liuteria. • Spazio come luogo: la città di Gubbio e la sede comunale della “Scuola Maestri Liutai di Gubbio”, un incontro tra storia, artigianato artistico e una decennale esperienza didattica. • Spazio come tempo: la progettazione, la costruzione, il restauro degli strumenti. Questo è il corso di liuteria. • Spazio come conquista: dare valore a chi si affaccia a questo artigianato con la prima edizione del “Concorso giovani liutai città di Gubbio 2020” • Spazio cosmico: ancestrale ma ancora da esplorare. Ugualmente la liuteria. L’uomo ha costruito strumenti musicali già dai tempi preistorici e approfondire l’evoluzione della loro costruzione serve a comprendere anche l’evoluzione dei gusti musicali, dei gusti estetici e del progresso tecnologico delle varie epoche e società. Con l’aumentare della complessità costruttiva degli strumenti si è reso necessario, per i costruttori, avere conoscenze molto specifiche della materia, tanto che nel Medioevo viene attribuito un nome a questo “nuovo” mestiere così peculiare: il liutaio, da liuto (strumento a corda portato in Europa dagli arabi nel Medioevo). Il liuto diventa lo strumento principe del Rinascimento e arriva anche a Gubbio: lo si trova ritratto nel famoso affresco di Ottaviano Nelli “La Madonna del Belvedere” (1415) nella chiesa Santa Maria Nuova. I primi documenti che attestano la presenza di botteghe di liuteria a Gubbio risalgono al XVI secolo quando questa fiorente forma di artigianato è diffusa in tutta la penisola. Il XVII secolo fino alla metà del secolo successivo è l’epoca d’oro della liuteria italiana: comincia e si sviluppa la costruzione del violino, che raggiunge il massimo splendore con le opere di Stradivari e del Guarnieri del Gesù. Questo periodo definisce la liuteria classica italiana e slega il nome “liutaio” dal liuto, ma descrive più in generale colui che costruisce strumenti musicali. Il XIX secolo fino al presente è il periodo della liuteria moderna: molti strumenti diventano obsoleti e ne vengono concepiti dei nuovi. Tra tutti citiamo la chitarra, oggigiorno lo strumento più diffuso al mondo, che ha ispirato tantissime varianti soprattutto popolari e che più di tutti è riuscito a integrare le scoperte tecnologiche legate all’elettrificazione del suono, generando la chitarra elettrica. Con la liuteria moderna Gubbio ritorna protagonista, grazie al lavoro del M° Liutaio Guerriero Spataffi, sia con la sua produzione liutistica sia con l’istituzione della “Scuola Maestri Liutai di Gubbio” che dal 1978 al 2014 ha trasmesso a studenti da tutto il mondo questo mestiere. Il progetto Spazio Liuteria vuole partire da queste radici per continuare a esplorare questo universo.

_scuole_

A GUBBIO DA OTTOBRE 2020

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SPAZIO LIUTERIA


Claudia Fofi in concerto GUBBIO venerdì 24 Luglio 2020 ore 21:00 Teatro Romano

_foto Isabella Sannipoli_

CONCERTI 2020

“È molto difficile che musica come quella di Claudia Fofi possa essere ascoltata a Sanremo e forse è un bene, che la canzone veramente d’autore stia fuori da un baraccone pieno di lustrini e privo di significati. È vero, inoltre, che la musica di Sanremo si vende pure a stento e fa solo la felicità di qualche ascoltatore di streaming. La musica della Fofi no, perchè è dotata dello stesso fluire e spessore di quella di Fossati, De Gregori e della migliore Mannoia. C’è il jazz e c’è il blues nel suo “Teoria degli affetti”, ma su tutto ci sono melodia e testi, che non sono mai banali. C’è il contrabbasso di Ares Tavolazzi e le belle chitarre di Paolo Ceccarelli, che portano il lavoro su un livello diverso, quello della musica propriamente cantautorale. Un lavoro in cui perdersi, tra testi e musiche. Giudizio artistico: eccezionale.” Simone Bardazzi - Audiophile Sound


Sara Marini in concerto _foto Isabella Sannipoli_

GUBBIO mercoledì 12 Agosto 2020 ore 21:00 Teatro Romano

CONCERTI 2020

“Sara Marini ci trascina dentro uno scenario interessante perché insolito. Il punto di partenza – come lei stessa ci spiega nelle note di questo ottimo “Torrendeadomo. Ritorno a casa”, curatissimo nelle voci e nei suoni - è un’idea tutt’altro che scontata, articolata con discrezione e determinazione, soprattutto grazie alla presenza (non solo come strumentisti) di artisti straordinari che, insieme alla Marini, riescono a esprimere con equilibrio e coerenza gli elementi più affascinanti di questi “due mondi ancestrali lontani, in cui inevitabilmente si fondono l’arcaico e il contemporaneo”. Una nuova “visione” musicale e, insieme, geo-culturale (passiamoci il termine a favore di una sintesi volutamente pragmatica), articolandola in modo eccellente dentro uno spazio ricchissimo di suoni e parole.” Daniele Castellini - Bloogfoolk


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di Spartaco Capannelli da Leggere la città

_foto Andrea Cancellotti_

Nell’anno 1321 viene deliberato dal Consiglio Generale del Popolo il trasferimento delle sedi del Palazzo del Popolo e di quello del Podestà nei nuovi palazzi, che avrebbero dovuto essere edificati per diventare sede di tutti gli uffici politico-amministrativi della città. Si tratta di un’impresa urbanistica di vaste proporzioni che rivela la volontà del Maggior Consiglio del Comune eugubino di definire il centro cittadino come sito principale rispetto ad ogni altro luogo dell’abitato e della pianura circostante, a dimostrazione della supremazia del governo comunale sulle altre autorità. Il concetto di centro cittadino, inteso come area della comunità, pertinente a tutti i quartieri ed equidistante da essi, trova concreta definizione nella proposta del Capitano del Popolo, messa ai voti nella seduta del Consiglio dei Cento Maggiorenti del 14 dicembre 1321, documento approvato con 63 voti favorevoli e 30 contrari. L’individuazione del luogo dove edificare i due palazzi evidenzia la volontà da parte delle autorità di trasmettere precisi significati: centralità e autonomia comunale. Condizione inderogabile per la loro realizzazione è che uno degli edifici lambisca i quartieri di San Giuliano e di San Martino e l’altro i quartieri di Sant’Andrea e San Pietro. Il Palazzo riporta due iscrizioni sul portale d’ingresso: la prima è stata realizzata sull’architrave, mentre la seconda si sviluppa lungo l’arco della lunetta. Quella posta sull’architrave vede al centro gli stemmi del Comune, dello Stato della Chiesa e del re Roberto d’Angiò. Il Palazzo, secondo quanto riferito nella suddetta iscrizione, fu iniziato nel 1332 e dopo cinque anni, ossia nel 1337, i lavori di costruzione erano progrediti sino al livello corrispondente all’attuale arco che è sopra il portale d’ingresso. Al 1337 risale un importante documento che conferma il ruolo di Angelo da Orvieto quale architetto del Palazzo dei Consoli. Nell’aprile del 1338 il Consiglio generale si riunisce per la prima volta nel Palazzo, inaugurando così la nuova residenza delle principali istituzioni

cittadine, un avvenimento importante e solenne, nonostante il palazzo sia ancora incompleto. Nel luglio del 1341 è documentata l’utilizzazione della sala superiore del Palazzo, evidentemente ultimata nelle parti essenziali: “Gonfaloniere e Consoli si riuniscono nella sala superiore del palazzo, che era stata coperta con un tetto provvisorio” (Actum in civitate eugubini in sala palatii populi superiori, presentibus…). A far data dal 16 giugno 1377 più volte il consiglio ristretto del Gonfaloniere e dei Consoli si riunisce nella loggia superiore del Palazzo. Nel 1380 il Palazzo viene dotato del primo campanone, il che dimostra che la torretta era stata ultimata. Nel 1384 la città di Gubbio passa sotto il dominio dei Montefeltro, prima conti poi duchi. Il conte Antonio di Montefeltro è a capo dello Stato urbinate e assume il ruolo di “protettore della città”, la cui amministrazione pur sotto il controllo del governo è demandata ad uffici locali occupati da cittadini eugubini. Dai registri delle Riformanze e dai protocolli notarili sappiamo che la sede dei principali uffici e il luogo di riunione dei consigli maggiori e ristretti continua ad essere, anche in epoca feltresca, il palazzo dei Consoli. Nell’ottobre del 1496 viene appaltata la costruzione del parapetto merlato sulla sommità del palazzo. Nel 1532, in Consiglio Comunale, ci si interroga se eseguire la manutenzione del tetto del palazzo o fabbricare le volte sopra la sala superiore. Nel 1536 viene affidato l’incarico di realizzare le volte della sala superiore del palazzo e nel 1549 si discute sulla continuazione di tali lavori che vengono completati nello stesso anno. Nel 1660 si delibera il restauro dei merli e del campanile del palazzo. La mattina del 24 aprile 1741 una terribile e lunga scossa di terremoto danneggia il palazzo nella cantonata verso l’attuale via dei Consoli, già strada di S. Giuliano e su proposta del Gonfaloniere il Consiglio dei Deputati delibera di riparare i danni provocati dal sisma. Nel 1781, un’ulteriore scossa danneggia ancora una volta il palazzo e i suoi merli. Agli inizi del XIX secolo si ricostruirono i “paretoni” devastati dalle truppe Estere, che avevano posto il quartiere generale all’interno del palazzo. Il palazzo oggi è sede di un museo civico.

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il Palazzo dei Consoli


Carlo Baldinelli Via Avicenna, 4 - 06024 Gubbio (PG)


di Alessandra Martini

La margherita dischiuse gli occhi: Aveva per bocca una ferita E ad ogni ciocca, V’eran dei fiocchi Di maiolica. Per caso, forse, incontrò il sole: le imperlò il viso di sudore; Fu allor che corse all’ombra D’un’attigua, egregia fronda. Ma, per disgrazia, Li c’era un’orsa Che, di prede sazia, Le disse, di corsa: -Tana per me il lunedì; Per giunta ringrazia Che sia andata così, Senza rabbia, nè forza. Lei si sentì umiliata, Giacché piccina era nata, E quando presto fu sloggiata, Si prese in testa tutto il resto: I chicchi della grandinata Che affatto i campi rimette in sesto. Tornata a casa, tutta morata, nel suo bugigattolo, Dimenticò la porta accostata E uno scoiattolo Le prese un po’ di crostata. Lo scontro si accese E da ogni parete, Si sentivan gli strilli, Pur essendo sopiti Dal vociare dei grilli, Dietro rovi avvizziti Di lamponi e mirtilli. La lotta, durò un lungo momento, Attutita dal vento, Botta su botta, Sulla schiena e sul mento, Finchè, con lor’ grande spavento,

Irruppe lo squillo D’una sirena: Venuto era il coccodrillo, Furioso assai, com’una iena. Questo era il finimondo, Ma non durò più d’un secondo: Un viso barbuto emerse dalla paglia: Mentre fra tutti v’era del fiele, Lui teneva in man il dolce miele Pareva un involto di coperte E le sue fauci pure aperte. Ben si notava la sua taglia... Chissà se aveva indosso una maglia?

_giovani utopie_

Una disputa a buon fine

Appena ebbe fatto ingresso, Volle saper che fosse successo, Poi, con tono sommesso, Chiese a tutti di darsi l’amplesso, Per mitigar l’aggressore E curare l’oppresso. Fu dunque che ognuno fece pace, Ma la margherita, ’si perspicace, Volle sapere la storia del vecchio, Cui tutti, in seguito, porsero orecchio. Sicché scopriron che quello era l’orso, Compagno di quella Che, la scorsa mattina, Aveva cercato di dar un morso Alla qui presente margheritina. E gli altri via a farle coraggio, Presero il pane, il vino e il formaggio, Allestendo così una splendida festa Che ricordò all’intera foresta Di non alzar troppo la cresta. Ciò stette bene anche al gallo Che scese in pista al primo ballo E non dispiacque alla gallina Che s’accucciò sulla panchina, Con la sua assidua parlantina. Ma più che mai compiacque il pavone, Che lavava il piumaggio col sapone Per render omaggio all’arancione, Ed ora, senza una ragione, Ne faceva un aquilone, con l’aiuto di Sansone.

Dischiudere di Carlotta Campara

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Ho acquisito la concretezza: guardare la vita senza chiedersi troppo cos’è che la giostra, la dirige, la proietta, la conduce. Ho scoperto che c’è saggezza nell’accettazione, che non capire è fondamentale oltre a essere frustrante. Ho toccato le cose, le ho pensate meno. Ho fatto conoscenza con la mia umanità, ho notato l’umanità degli altri. E ora, pian piano che i giorni passano, un pezzo di me cade a terra stanco e uno nuovo si stiracchia come dopo uno sbadiglio.


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di Maria de Gennaro, Giovanna Menichetti, Marta Pierotti, Nicola Stocchi Ci hanno spesso chiesto come sia stato vivere la tanto attesa maturità in questo periodo così difficile. A causa della pandemia, infatti, noi studenti siamo stati costretti a concludere l’anno scolastico con lezioni e verifiche online. Questo nuovo modo di fare scuola, inevitabilmente, ha portato ad una modifica dell’esame di maturità, non più costituito da tre prove (due scritte e una orale), ma da un unico colloquio orale che si è distinto per le parole soffocate dalle mascherine e per le strette di mano mancate. La nostra, infatti, non è stata la maturità che da sempre ogni studente sogna e teme: per noi non c’è stata nessuna gita di istituto, niente 100 giorni e inizio del conto alla rovescia agli scritti, nessun ripasso di gruppo e nessuna serenata ai prof la notte prima degli esami. Nessun banco disposto lungo il corridoio in attesa della prima prova e nessuna ultima campanella… E così, senza accorgercene, in un mercoledì qualunque, abbiamo lasciato per l’ultima volta la scuola che ci ha visti crescere. Possiamo comunque dirci fortunati di aver avuto la possibilità di metterci in gioco e di dimostrare il nostro valore, nonostante tutte le incertezze, le difficoltà e il cambiamento drastico che tre mesi di didattica online hanno portato. Mesi che ci hanno insegnato a non dare nulla per scontato, che ci hanno fatto crescere e riscoprire l’importanza di condividere e stare insieme. Tuttavia, alla domanda “non ti sei sentito/a sollevato/a a dover affrontare una maturità facilitata?”, la nostra risposta rimane comunque un no. Avremmo preferito concludere il nostro percorso scolastico vivendo da protagonisti tutti i momenti di questa tappa fondamentale.

_giovani utopie_

Maturità 2020

Esperienze creative di Gregorio Paffi

Questo è un pensiero in forma poetica dedicato ai giovanissimi, in particolare a mio fratello Martino. È una testimonianza di gioia, che deriva dalla creatività, dal riuscire a fare quello che ci piace, al meglio.

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Sii felice quando il Sole tramonta e non c’è più spazio in te per tanta gioia. Sei pieno, le tue fibre sono complete, illuminate, dilatate. Ti godi il panorama da un posto di rilievo, privilegiato, concesso a pochi. E non lo sai. Sei solo sul tetto del mondo, colline verdi e poca gente intorno, silenzio completo della mente e degli occhi. Sguardo comprensivo, riflessivo, tranquillo e sognante ma anche arguto, semplice e illuminante. Tutto quello che c’è è tuo. Tutta la gioia che hai, è tua. Lasciala arrivare, espandere, andare e venire, riposare. Sei l’artefice di una nuova creatura, di un nuovo mondo. Una visione nuova, pura, autentica. La visione, lo stato d’animo, il sentimento, il benessere, la sensazione. Quando ti troverai su quella collina, pensa a quando te l’avevo raccontato e dimmi, se non avevo ragione...


illustrazione Marta Fofi


Canto alla bellezza di Maria Stocchi Penso alla bellezza. Forse parlarne è impossibile, com’è impossibile pensare di poterla in qualche modo spiegare. Quello che segue, perciò, non è un tentativo logico: è un canto. È una mia lettera d’amore alla bellezza. Penso a cos’è per me. La vedo sbucare dalle ombre e dalle crepe, la vedo dappertutto, farmi l’occhiolino nella luce che filtra dalle persiane e accende la polvere facendone tante, minuscole lucciole. La vedo viva, cruda, esposta come un nervo. Struccata. Non la cerco, ci inciampo; me la trovo tra i piedi, tra le dita, tra le pagine di tutti i libri che devo ancora leggere, tra i sassi di tutte le strade che devo ancora percorrere. La paura la rincorre; le ansie cercano di mangiarla viva, ma lei ride, scappa, fa pernacchie e dice qui, sono qui, prova a prendermi, a fermarmi, sono davanti, ora di lato, ora dietro, ora ovunque. È vanitosa, non ci prova neanche a nascondersi. Eppure bisogna allenarsi, alla bellezza. Lei bussa, canta, agita le braccia, vuole farsi notare, ma non è facile coglierla perché la bellezza non si vede, non si tocca, non si percepisce se non la si ha dentro. La vera bellezza è nella pancia, è una gemma incastonata tra i polmoni. La vera bellezza bisogna trovarla, prima di tutto, in noi. Perché senza questa bellezza originaria, creatrice, siamo miopi. La sua assenza ci lascia analfabeti. Rimaniamo convinti che sia fuori, da qualche parte. Che sia solamente in alcune cose - in un tramonto, in una canzone, in un sorriso - quando invece possiamo trovarla in tutto. Siamo certi che sia l’alternativa a ciò che ci spaventa, che non ci piace, che ci inorridisce; invece, la bellezza va a braccetto con il non bello – esterno o interno che sia -, la bellezza è anche il non bello, perché senza di esso non esisterebbe. Trovare la bellezza in noi non è semplice: bisogna diventare minatori; scavare, prenderla, spolverarla, maneggiarla con cura. Da minatori, poi, trasformarsi in contadini e annaffiarla, nutrirla e proteggerla. Una volta forte, però, possiamo indossarla come un paio di occhiali nuovi e poter finalmente guardare. Guardare e capire che è molto semplice: la bellezza è l’essere vivi e vive. È rossa, calda, rumorosa, pesante. Non è nascosta nelle teche, sfugge a ogni ragionamento, come una strizza l’occhio, ci sorride – guarda, le manca un dente.

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bambina seduta scomposta, con le ginocchia sbucciate. Ci


NOLEGGIO BIANCHERIA DAL 1947 www.lavanderiabarbetti.it


L’anno della scimmia di Patti Smith il nuovo libro della poetessa del rock di Valentina Pigmei

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Sfogliando il nuovo libro di Patti Smith ho notato che la regina del rock è nata nel dicembre del ‘46 e dunque ha 73 anni; io sono nata nel novembre 1973 e ho 46 anni. Entrambe siamo nate alla fine dell’anno e quindi non abbiamo ancora compiuto rispettivamente 74 e 47 anni. Questi nostri numeri speculari – un chiasmo di cui non mi ero mai accorta nonostante sia una sua fan dalla tenera età - mi hanno fatto sorridere. Leggendo “L’anno della scimmia” (Bompiani, nelle librerie il 29 luglio. Traduzione di Tiziana Lo Porto) infatti - un travelogue poeticissimo ambientato nel 2016, anno che porta con sé svolte inaspettate e passaggi esistenziali - ho pensato più volte quanto fosse giovane Patti Smith. Quanto la sua voce di narratrice suoni come quella di una donna molto più giovane, sicuramente più giovane di me. Perdendomi tra le pagine di questo strano racconto fatto di viaggi e preghiere, di sogni e rivelazioni, ho notato che la sua voce è sempre priva di manierismi, di caducità: in sostanza non sente il peso dell’età. Se l’indimenticabile “Just Kids” (Feltrinelli), il suo capolavoro, racconta proprio gli anni della giovinezza, e dell’amicizia con il compianto Robert Mapplethorpe, anche “L’anno della scimmia” è pieno di perdite: quella commovente di Sandy Pearlman, amatissimo mentore; quella da Sam Shepard, amico di una vita, che arretra di fronte alla SLA. “Questo è ciò che so. Sam è morto. Mio fratello è morto. Mia madre è morta. Mio padre è morto. Mio marito è morto. Il mio gatto è morto. E il mio cane che era morto nel 1957 è sempre morto. Eppure continuo a pensare che qualcosa di meraviglioso stia per accadere. Magari domani. Un domani che segue tutta una serie di domani”. Patti Smith riversa la sua forza ironica e poetica sulla pagina, con altrettanta se non maggior potenza di quella che ha sul palco, trasportando il lettore dalle coste della California centrale attraverso i paesaggi deserti del Kentucky, da Rockaway Beach, Queens dove Patti ha il suo rifugio fino al Belgio dove segue le orme di un pittore fiammingo. Instancabile ma profondamente saggia, la poetessa del rock fa colazione con uova e cipollotti verdi accompagnati da caffè nero, legge, scrive e non smette di suonare, con la speranza che il suo spettacolo “darà un pochino di gioia collettiva”. Il libro è arricchito da sue polaroid e da un nuovo epilogo pubblicato nell’edizione tascabile del 2020 in cui l’autrice tira a suo modo le somme riguardo questo inizio di anno così complicato: “Dov’è lo splendore? Dov’è la giustizia prudente? domandiamo, difendendo la nostra posizione con l’aratro della mente, gravati del compito di restare in equilibrio in questi tempi squilibrati”. Noi, così vecchi e affranti dai tempi che corrono, vorremmo risponderle soltanto: Magari domani.


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NoBorders Masterclass è una scommessa azzardata (e vinta) due anni fa quando il Jazz Club di Gubbio ha iniziato a pensare di mettere in piedi una proposta formativa nuova di rilievo nazionale. Rivolgendo lo sguardo a realtà di spicco nel campo della didattica jazz, nella cornice unica della città, gli iscritti per sei giorni si immergono nel mondo della musica improvvisata. Il programma delle lezioni va infatti al di là del linguaggio strettamente legato al jazz, ma analizza il panorama dell’improvvisazione sotto vari punti di vista. Una grande presa di coscienza dei molteplici aspetti tecnico-espressivi del linguaggio musicale per acquisire poi la libertà di creare in maniera estemporanea ed interconnessa con l’ambiente di stimoli circostanti. Sei giornate serrate, tra nozioni di armonia, tecniche improvvisative e strumentali, musica d’insieme ed improvvisazione radicale per abbattere qualsiasi schema e trovare un proprio linguaggio. Il corpo docente è stato scelto tra nomi di spicco del panorama nazionale seguendo il principio della massima apertura stilistica: studiare la tradizione mettendola poi al servizio di una spinta propulsiva verso l’evoluzione del linguaggio. Questi sono a nostro avviso gli aspetti che hanno reso la musica jazz uno dei fenomeni artistici di maggior rilievo del ventesimo secolo e che ancora lo rendono così avvincente nella sua direzione artistica. La condivisione sia dei momenti di studio che del tempo libero negli spazi comuni, le jam session serali insieme tra insegnanti e docenti e il clima accogliente di Gubbio hanno permesso, in entrambe le edizioni passate, di instaurare un’atmosfera unica di entusiasmo e partecipazione. Le manifestazioni di apprezzamento ci hanno spinto a proporre, anche in questo momento così strano e difficile, una formula ridotta ma che rispetta la nostra idea di una didattica aperta e rivolta alle nuove realtà. NoBorders Masterclass 2020 sarà quindi un percorso per analizzare la performance concertistica e capire come essa viene concepita e messa in piedi. Tre momenti in cui i nostri docenti parleranno delle loro idee e di come le stesse diventano materia musicale viva e messaggio per il pubblico.

_Jazz Club Gubbio_

di Andrea Angeloni e Leonardo Radicchi

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NoBorders Masterclass


Il bosco incantato di Simone Gobbi Sabini Quando si ritrovò, dopo i mesi infiniti di quarantena forzata, nel solito circolo di sedie improvvisate negli spazi comuni del condominio, Matteo ebbe una strana sensazione. Eppure quella di darsi appuntamento, nei tardi pomeriggi primaverili o nelle calde serate estive, per chiacchierare del più e del meno, con gli altri componenti della palazzina che abitava ormai da alcuni anni, era una regola così rispettata da non dover essere scritta. Un’usanza che sembrava appartenere da sempre alla pancia di quella città, costruita intorno a una fabbrica totale, circondata da una natura che continuava imperterrita a contrastare i fumi pestilenziali di quelle ciminiere che nel tempo avevano garantito lavoro e ricchezza. Mai si era riusciti a trovare un compromesso accettabile tra le esigenze invasive dell’industria siderurgica e le ragioni precauzionali della sanità pubblica. Un argomento che neanche l’amicalità circolare del giardino condominiale riusciva a dibattere senza arrivare a punti di rottura indolori, tanto che per istinto di sopravvivenza il gruppo, eterogeneo nella sua fissità da interni, non lo affrontava. Troppa distanza tra le posizioni guelfe e quelle ghibelline. Quando dopo quei mesi di clausura decisa per decreto, si ritrovarono per la prima volta insieme, Matteo fu colpito da due cose: la prima il trasporto con cui ognuno raccontava la propria esperienza, la seconda, quella che lo colpì maggiormente, l’attenzione con cui si ascoltava senza interrompere la narrazione dell’altro. Certo quella era la prima sera, dopo tanto tempo, ma un rispetto così, dedusse silente e pensieroso, non poteva che discendere dalla consapevolezza di ciascuno della necessità di riconoscersi attraverso l’altro. Per lui poi, che con masochistico trasporto si era fatto bombardare dalle parole di un’informazione, ondivaga nei dati trasmessi e allarmante nelle incertezze letali inoculate, quello stantio rituale, fatto di voci stanche e monotone, che ogni sera alla stessa ora elencavano contrite numeri crescenti di morti, contagi e ricoveri, fu un vero colpo di grazia che finì con l’indebolirlo nella sua capacità critica, rendendolo oltretutto orfano del suo ostinato voler andare oltre le apparenze. Incapace di sottrarsi, vorace nell’ingoiare inabile nell’espellere, aveva messo in scena una bulimia monca che non prevedeva rimorso, ma sottomissione. Mesi di insopportabile grigio, cadenzati da un martellamento terroristico, lo avevano disumanizzato. Come riportare tutto ciò, come spiegarlo agli altri per farlo comprendere a pieno a se stesso. Come? Quando toccò a lui prendere la parola, immerso come era nelle sue riflessioni empatiche e nelle sue angosce solipsistiche, non stette lì troppo a ragionare e decise, più per spirito di necessità che per scelta ponderata, di andare a braccio. Ciascuno aveva incentrato l’ intervento, le modalità furono decise in realtà dal primo a prendere la parola, sulla “cosa” che più era mancata nei mesi di isolamento coatto. Chi tirò fuori i parenti, chi gli amici, chi i rapporti occasionali dall’intimità spinta, chi la palestra, insomma un racconto polifonico senza sorprese. Lui, ignorando la linearità collettiva, e guidato dall’ossessione, rimbalzata da un organo d’informazione all’altro, della perdita dell’olfatto come effetto permanente del virus, dopo aver inspirato profondamente, disse che la cosa che più gli era mancata era stata il bosco. Il bosco? Ribattè sbigottita Antonietta la sua storica dirimpettaia, che mai lo aveva visto andare in un bosco, che mai lo aveva sentito parlare del bosco. Si il bosco, rispose Matteo, con una seraficità al limite dell’evangelico. I suoi odori, le sue ombre che per paradosso finiscono per creare luce, la molteplicità delle vite che lo animano, i richiami contrapposti e sinergici di chi lo abita quasi a creare uno spartito orchestrale, il mistero letterario cui da sempre dà ambientazione, il rifugio ovattato dal caotico tran tran cittadino, i cibi succulenti e infidi che vi trovano dimora, la facilità dello smarrirsi, la perizia nell’orientarsi, il riparo dal calore opprimente dell’estate torrida e implacabile, per non parlare del minimalismo magico degli gnomi o del banditismo redistributivo di Robin Hood. Non volò una mosca durante l’iperbolica narrazione, anche Antonietta fu rapita dall’esposizione visionaria di Matteo. Forte dell’attenzione calamitica ottenuta, decise, da attore non improvvisato qual era sempre stato, che era arrivato il momento di dare degna conclusione al suo intervento con il ricorso alla morale finale. Nessuna storia si regge senza una sua morale di fondo, in fondo. Così dopo il richiamo concreto al torrido estivo e quello astratto a gnomi e Robin Hood, se ne uscì con un: perché, vedete, se qualcosa questo virus mi ha insegnato è che l’uomo dipende da due cose essenzialmente, dall’incontro che ha con l’altro e dall’ambiente che vive. Ecco perché mi è mancato il bosco. Il bosco rende l’uomo migliore e c’è un bisogno impellente di un uomo migliore, lo so io lo sapete voi… Lasciò scivolare le ultime parole creando una sospensione scenica che spinse gli altri ad applaudire, contrariamente a ogni abitudine condominiale. A lui in quell’istante piacque però pensare che non furono i tempi teatrali a determinare quel riconoscimento collettivo, ma che Il semplice evocare il bosco aveva reso tutti migliori, liberandoli da vincoli e reticenze. Il solito ottimismo del sempreverde Peter Pan, bussola empatica che va oltre ogni ragione e che quella sera decise di incidere il suo nord nell’umanità ritrovata del bosco incantato.

_spazio Bandini - i racconti di Umbria in Voce_


Non mi ci sono trovata per caso, in un’isola semideserta, sperduta nel Mediterraneo, costretta in una casa senza acqua corrente e con pochissima energia elettrica, senza potermi muovere per oltre tre mesi. Li ho fortemente voluti, e scelti fra mille e mille, quella casa scarna e difficile, con le pochissime comodità affidate a una piccola cisterna di acqua piovana e a un unico pannello solare, e quel silenzio notturno di stelle senza numero, quella voce del mare, unico suono udito a volte per giorni e giorni. Settanta persone in tutta l’isola, quasi tutte lontane dalla mia casa arroccata sulla montagna. Metto insieme gli avvenimenti salienti di questi mesi, tutti accoppiati a suoni e più spesso a silenzi. Un giorno, sopra la pergola della casa del mio unico vicino anglocinese, è arrivato un piccione con una fascetta alla zampina. Veniva da Malta. Emetteva deboli suoni. Era sfinito dal lungo viaggio e la zampa che gli si era gonfiata. Il mio vicino l’ha nutrito con mandorle e noccioline. Lui si è ripreso ed è ripartito. Lo abbiamo chiamato Corto Maltese. Dopo tre mesi è tornato, ma solo per un saluto fugace. Aveva da fare. Un suono sommesso e via, verso i suoi affari maltesi. L’assassinio del geco a opera di una lunga biscia nera, invece, è avvenuto nel silenzio più assoluto. Lei è uscita all’improvviso da un tubo e l’ha subito catturato. Lui era grasso e ben pasciuto dai tanti insetti che ogni sera divorava. La biscia non è riuscita a ingoiarlo subito tutto, lui puntava disperatamente le sue zampette adesive contro i muri e lei ci ha messo parecchio per staccarlo e ingoiarlo del tutto. È sparito così, nel silenzio delle sue fauci. Ho provato dolore per il geco e gioia per la biscia. Nel silenzio di una notte di luna piena sono nati i cinque cuccioli della mia gatta. Solo dopo un po’ di giorni hanno iniziato a pigolare. Tutti, da piccoli, pigolano, in un modo quasi identico, gatti, cani, pulcini, forse topi. Con me era un’amica di Messina, con la quale ci siamo ritrovate a convivere per tanti giorni senza averlo programmato davvero. Lei aveva una gran paura dei topi. Noi, vecchi dell’isola, ormai ci siamo abituati e non urliamo più come le prime volte, quando ne vediamo uno. Così sono stata zitta quando l’ho visto, rincantucciato in posizione fetale in una tazzina da caffè nella cassapanca. Lei non se n’è accorta. Continuava a dire che in quella cassapanca c’era un profumo buonissimo. C’era un sacchetto di potpourri dal profumo meraviglioso, è vero, ma c’era anche lui, quel povero topino morto nella tazzina del servizio buono che lascio “per i carmini”. Si era rincantucciato, tutto ripiegato su se stesso, nella stessa posizione in cui ho trovato mio padre, quando è partito per il viaggio più importante della sua vita. La tazzina dai bei colori del mare dipinti a mano lo conteneva tutto, come una piccola culla. Aveva il pelo staccato da quel che restava del suo corpicino, ridotto a una nuvola polverosa. E ancora nel cuore di tante notti mute sono cresciuti i piccoli miracoli del primo orto della mia vita. Zucchine, cetrioli, melanzane, pomodori sono venuti su nel silenzio, cullati dalla notte, dalle maree e dalla luna. E la mattina gridavamo di gioia, io e il vicino, a vedere quei miracoli vegetali. Ho imparato la gratitudine, in questo esilio di pochissime parole. Ancora, a volte, strappo soprappensiero fiori e piantine dal grembo della madre, meccanicamente e senza pensarci troppo. Ma sempre più spesso mi ritrovo a chiedere il permesso di farlo a questo mondo bellissimo e silenzioso dove tutto succede.

_lockdown_

di Giovanna Nigi

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Non ho le parole


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Lo studio dentistico Dott. Fecchi Cleto sta con Umbria in Voce


di Nicoletta Nuzzo Grazie a questa oscura capacità le donne hanno lasciato segni della loro presenza nella Storia e nella

_poesia_

Quell’oscura capacità di volo Letteratura nonostante una loro sistematica cancellazione operata dal sistema patriarcale. Sì è il mistero della fenice che si autorigenera ma anche la forza di una genealogia femminile che ha fatto da radice e memoria. Di più la possibilità di rappresentare se stesse senza necessariamente passare dall’immaginario maschile. La poesia femminile è tale non perché inferiore o di nicchia ma perché risente del corpo sessuato nei contenuti e nei modi. Se le emozioni che riceviamo diventano pensiero partendo dal corpo, un corpo femminile cavo non può essere simile ad un corpo maschile. Questa differenza, lontanissima da qualsiasi impostazione gerarchica, è una delle ricchezze che la poesia ci ha offerto nel libro/viaggio: Un’oscura capacità di volo. Poete e poetiche nell’Umbria d’oggi, di Nicoletta Nuzzo, Silvana Sonno, Federica Ziarelli, Edizioni Era Nuova. La poesia è terapeutica nel porgere le domande fondamentali…“Cercavo di aderire al mondo reale, tentavo di raggiungerlo chiamandolo. Ignoravo allora che la poesia sarebbe diventata la mia presa diretta sull’enigma che ciascuno venendo al mondo cerca di dipanare nel tempo e nelle forme che sono concesse.” (Anna Buoninsegni) Penso di essere nata rivolgendo subito a mia madre la domanda “Chi sono?” e lei non aveva risposte se non la sofferenza di non aver mai potuto scegliere. Ma lei era una lupa non addomesticabile e ha lasciato il suo segno nei suoi dipinti e in noi figlie come passione di essere fedeli a noi stesse. Questa fedeltà a me stessa ha significato una fatica costante nel riunire le mie parti divise tra residui/coercizioni del passato e desideri di libertà. E ogni mattina al risveglio mi devo ricomporre e arginare l’angoscia con rituali rassicuranti. Patteggio continuamente tra il bisogno di espiare e la gioia di vivere e condividere. La poesia è la mia automedicazione e la cosa che più mi somiglia e soprattutto un modo per comunicare e condividere con gli altri/e. La poesia ci accende a quel ronzio che siamo noi corpo/alveare e che di solito teniamo in sottofondo come il cuore che batte perché sarebbe troppo acuta la coscienza di essere vivi/e. Leggendo Lila di Marilynne Robinson ho trovato queste parole: ”Non riesco ad amarti quanto ti amo, non riesco ad essere felice quanto lo sono...” …abbiamo dei limiti e persino l’amore e la felicità non

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sono facili da reggere…che mistero?!


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Generali Italia S.p.A. Agenzia Generale di Gubbio Verdi via Giuseppe Verdi • tel. 0759 273 917 • fax 0759274831 Agenti Vittorio Vantaggi Massimo Vinciarelli agenzia.gubbioverdi.it@generali.com vittorio.vantaggi.agenti.it@generali.com www.agenzie.generali.it/gubbioverdi


_foto Andrea Cancellotti_

IRIDIO di Andrea Zoppis

Domenica 7 aprile 2019 veniva presentato presso la Biblioteca Sperelliana di Gubbio il piccolo libro rosso intitolato Bauxite. Questo era l’insieme di pensieri, frammenti e poesie che avevo raccolto negli otto anni precedenti alla sua pubblicazione, a seguito dei miei viaggi e di quella che è stata la mia esperienza bolognese. A partire da quel giorno un gruppo di ragazzi e ragazze ha cominciato, grazie ad una costante dedizione, a radunarsi intorno a questo libro ed intorno alla potenza che la parola di ognuno ed ognuna sprigionava nell’intensità dell’intreccio delle nostre relazioni: stava nascendo il collettivo Bauxite. Il nostro principale obiettivo come collettivo è stato sin dall’inizio quello di riuscire a frequentare questa intensità delle parole, cercando di ricomprenderne le implicazioni nelle nostre relazioni quotidiane e creando degli appuntamenti pubblici per poterla praticare. Gli eventi si sono susseguiti con cadenza costante, attirando a sé l’attenzione di tutte quelle persone che avevano bisogno di un confronto personale e intimo con se stesse attraverso le parole. Ecco che quindi, nel corso di una delle nostre riunioni organizzative, è emersa la voglia di riuscire a lasciare un segno ulteriore, di imprimere su carta quello che stavamo facendo. Per noi la poesia è stata un modo di stare insieme, una condivisione non vincolata alle esigenze formali, destinata piuttosto ad ampliare il nostro orizzonte percettivo, a renderci consapevoli del valore ecologico del nostro pensare e del nostro sentire. Dunque, dicevo, si è fatta largo l’idea di mettere su carta quello che fino a quel momento era stato il nostro modo di vivere la poesia. Iridio era un bel nome, ci permetteva di riconoscere in qualche modo la nostra sana “follia”, ci legava insieme in un sentimento. Sotto di esso abbiamo raccolto i nostri scritti, mettendoli in un ordine emerso dall’interazione delle nostre diverse personalità (le sezioni: Silenzio – Fughe – Radici – Le voci del fuoco – Carne), senza firmare direttamente i nostri scritti, ma lasciandoli vorticare l’uno dopo l’altro. È così che in questo flusso di creazioni poetiche e visuali (ad accompagnare il libro ci sono infatti anche i disegni di Letizia Bianconi e Giulia Nardi) è venuta a dispiegarsi quell’esigenza che ci aveva accompagnato nelle nostre serate, nelle nostre passeggiate, in quel modo di stare insieme così singolare da non potersi mai ripetere allo stesso modo.

Prefazione di Claudia Fofi Postfazione di Gianluca De Gennaro.

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Scritti di: Letizia Bianconi – Elia Casagrande – Maria Frati – Jacopo Ghirelli - Lorenzo Ghirelli – Giovanna Marini – Michele Menichetti – Gregorio Paffi – Maria Stocchi – Andrea Zoppis


DUEMILA - 20 di Simona Bianchi

“Quanto più studiamo la società, tanto più scompare la nostra rabbia, oppure la mettiamo da parte perché poco importante. Nel discorso accademico non c’è spazio per il grido. E quando diventiamo scienziati sociali impariamo che per comprendere dobbiamo cercare l’obiettività, dobbiamo mettere da parte i nostri sentimenti. Non è quello che impariamo che zittisce il nostro grido, ma il modo in cui lo impariamo. Per questo dobbiamo infrangere un tabù scientifico e gridare, gridare come bambini, sollevare il grido da tutte le spiegazioni scientifiche e dire: - Non ci interessa! Non ci interessa di quello che dicono gli psichiatri, non ci interessa se la nostra soggettività è solo una costruzione sociale. Questo è il nostro grido, queste sono le nostre lacrime, questo è il nostro dolore. Che ci chiamino pure infantili o adolescenti ma questo è il nostro punto di partenza: noi gridiamo!...-”. Questo è un frammento del testo “recitato” da una delle giovani partecipanti al progetto ed estratto dall’incantevole (nel senso che ti incanta o, per meglio dire, ti incatena per un’ora e 27 minuti) film documentario “Duemila-20”, realizzato da Matteo Fofi e Francesco Biccheri, film che racconta per immagini, magistralmente e con delicatezza rara, il percorso del progetto “Generazioni” (Regia di Riccardo Tordoni, con la collaborazione di Simona Bianchi e Giulia Nardi), svoltosi quest’anno presso l’IIS Cassata Gattapone e rivolto al tutta la cittadinanza. Raccontarlo a parole, scritte per di più, è però tutto un altro paio di maniche: potrebbe appunto riuscirci solo questo breve stralcio tratto da “Cambiare il mondo senza prendere il potere” di John Holloway, a mio avviso. Ma mi è stato chiesto, e ci devo provare, anche se è un compito arduo, ben al di sopra delle mie forze. Perché in un luogo dove impera l’Essere, bisogna appunto “Esserci” per poterlo prima “sentire” e per poi poterne eventualmente parlare (ma molto sottovoce, sia chiaro, e mai a chi non c’Era; lo sapevano bene i filosofi che hanno avuto in passato l’ardire di addentrarsi nei meandri della metafisica usando il raziocinio e la parola: quelli contemporanei, infatti, se ne tengono mediamente lontani). Ugualmente però, e con tutte le precauzioni del caso, non è per niente detto che ti riesca: sono innumerevoli gli autorevoli esempi di chi ci ha inciampato. Sulla questione dell’Essere intendo. Eppure, è proprio questa semplice, abusata, martoriata parola che continua a riaffiorarmi quando penso ai giorni, alle settimane, ai mesi passati ad assistere a questo lavoro: “Essere”. O meglio, “Esserci”. Essere dunque, Esserci. Fino in fondo. Perché erano lacrime vere quelle che versavano i ragazzi durante le improvvisazioni, e che dalle loro guance passavano alle mie e a quelle degli altri adulti presenti (ne ho viste scendere di soppiatto anche dalle guancia di qualche anziano, prontamente catturata con l’accessorio che li caratterizza, proprio come il ciuccio caratterizza i neonati: il fazzoletto. Potrei scrivere pagine e pagine d’amore sul rapporto tra gli anziani e il loro fazzoletto, e su quel gesto che fanno per asciugarsi gli occhi nel ricordo forse di una mamma lontana, gesto che ogni volta mi strazia, ma non è questa la sede). Lacrime che scaturivano dalla presenza vera dei ragazzi dicevo, quindi dal loro Esserci nel lavoro tutti interi, fino al collo, fino alle lacrime. Ma anche fino ai sorrisi, fino alle risate, fino alle danze selvagge, agli abbracci con rincorsa, alle carezze delicate, agli sguardi infiniti, ai canti, alle lotte corpo a corpo, alle esplosioni di rabbia. Fino al grido appunto. Esserci in tutto quello che facevano. Esserci come di solito nessuno permette loro di Essere: coraggiosamente e generosamente, lasciandosi guardare, spargendo tutto intorno le maschere che di solito sono costretti a portare nella vita cosiddetta “vera” per proteggersi (no, in questo tipo di teatro curiosamente non ne occorrono!), e finalmente poter timidamente indossare il proprio viso (alcuni per la prima volta) scoprendo che non è poi tanto male. E come potere, in un Essere lì tutti insieme, testimoni di un momento tanto prezioso, non piangere anche tutti insieme? Esserci per l’altro, in un continuo osservarsi vivere, in un vero con-vivere e sentire insieme, tenendosi forte per aiutare l’altro sì, ma in ciò di cui ha davvero bisogno, non oltre: per non possederlo, lasciandolo libero di viversi. Di Essere. Lasciandolo magari libero di sentire anche il dolore a tratti, anticamera della crescita, e poi della gioia. Tenendosi forte pure per non incappare nel problema opposto: esplodere talmente di vita propria da non accorgersi più dell’altro e del bisogno veicolato dal suo sguardo, perché troppo concentrati a sentire se stessi e intenti a “detonare”... Il teatro che abbiamo vissuto, sopra e sotto il palco, in una comunità vera fatta di chi guardava con rispetto e da chi si lasciava guardare con coraggio, ci ha insegnato l’equilibrio, la via di mezzo, il limite, senza il quale non c’è libertà. Ovvero: ad immergerti in te stesso quanto più riesci a scendere, senza perdere di vista l’altro. Se non rispetti quel filo sottile che solo i funamboli (figure non a caso molto care a Riccardo Tordoni) sanno percorrere ti aspettano due rischi, ugualmente tremendi: di non conoscere mai te stesso per occuparti dell’altro spesso schermandotici dietro, oppure di sentirti l’unica entità degna di vita e ammirazione, devastando così senza accorgerti chi ti circonda perché accecato dalla luce fatua del tuo ego, che ti precipita però nel buio della solitudine quando si spegne la ribalta. La soluzione è, forse, Esserci appunto. Essere insieme. https://www.youtube.com/watch?v=hBvHNOfybwQ&t=9s


_ecologia_

Ecosfera sembra un parolone di quelli sofisticati, di quelli che chi vuol “sbalordire” l’uditorio o chi legge: proprio NO! Scomponiamo la parola ECOSFERA, abbiamo due parti: ECO e SFERA. SFERA la liquidiamo subito, in quanto essa è la Terra come comunemente la intendiamo: il PIANETA TERRA che ha una forma sferica per cui il termine è facilmente intuibile. Diverso è il termine ECO che lo si sente spessissimo citare, per indicare qualcosa di naturale, non sofisticato, non “chimico”; sia che si tratti di alimenti o di altri prodotti cosiddetti ecologici: per esempio i cosmetici, insomma per intenderci, per indicare, prodotti ritenuti “naturali”. Non è proprio così! La parola ECO e quindi ECOLOGIA, la inventò nel 1866 Hernst Haeckel enunciando: “la scienza dell’insieme dei rapporti degli organismi con il mondo circostante comprende, in senso lato, tutte le condizioni dell’esistenza”. Haeckel era partito dalla convinzione, condivisa poi universalmente, che la Terra in effetti è una CASA COMUNE in cui animali, compreso l’uomo, vegetali, aria, terra, acqua, grazie all’energia solare, la abitano e ci vivono in sintonia ed armonia, proprio come in una casa! Da qui il termine ECOSFERA, cioè la casa comune composta da: ATMOSFERA (ARIA), LITOSFERA (TERRA E ROCCE), BIOSFERA (TUTTI GLI ESSERI ANIMALI E VEGETALI) il tutto è in armonia pur avendo ognuno un suo ciclo ma in armonia l’uno con l’altro. L’energia solare è quella che permette che questi cicli si mantengano e conservino questa armonia tra loro. Capiamo meglio il concetto di CASA COMUNE: ECO deriva dal greco OICOS il cui primo significato è proprio quello di CASA (poi esteso ad ambiente). Da qui è facile intuire la verità insita nella parola ECOLOGIA: prendere coscienza di VIVERE IN UNA CASA COMUNE in cui la Natura ci insegna che tutto è in armonia grazie al suo ciclo chiuso in cui tutto viene riutilizzato per altra VITA.

_Duemila - 20_

di Giovanni Vantaggi Medico per l’ambiente ISDE-Italia

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Ecologia: di cosa parliamo?


i laboratori di U DOM

19 LUG

DOM

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SAB

25 LUG

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SAB

01 AGO

La voce dell’albero > Laboratorio di arteterapia nella natura Condotto dal gruppo di ricerca “Amarte”, Giulia Nardi, Francesca Nicchi e Giulia Borsini Il gruppo di ricerca “Amarte” nasce dall’idea che le immagini artistiche possano aiutarci a capire chi siamo, a esprimere sentimenti e idee, ad arricchire la vita attraverso l’espressione di sé. Questo laboratorio nasce dall’incontro tra arte e natura, partendo da un dialogo interiore fra quello che è il sentire personale di ognuno e ciò che la natura offre nelle sue infinite forme di bellezza. Lettere a un lupo > Laboratorio di scrittura e pratica vocale liberamente ispirato a “Teatro con bosco e animali” di Giuliano Scabia a cura di Carla Gariazzo attrice, regista e formatrice teatrale. Il narratore si rivolge a una creatura apparentemente spaventosa scoprendo in lei un interlocutore comprensivo e affettuoso. Al lupo confessa le proprie ansie, le paure, le malinconie, mettendo in gioco la stupidità dell’uomo postindustriale, arrivando a invocare il lupo come una divinità naturale perché aiuti l’essere umano “a ritrovare i fondamenti del gioco e dell’amore”. Nel laboratorio giocheremo con la voce e le parole fino ad esternare, dapprima in una lettera, l’essenza di ciò che vorremmo dire al lupo, poi in un secondo tempo leggendone il contenuto tra noi e a chi vorrà ascoltare i nostri tentativi di dialogo con la parte di noi più silvestre. Circular Music > di Stefano Baroni Musica Circolare è un approccio alla musica in cui il cerchio è la forma principale, in cui ogni singolo contributo dato da ciascun membro del gruppo è unico ed ha lo stesso Valore degli altri. Musica Circolare è musica che si ripete, che si canta, che si suona sui tamburi o col corpo, è Musica che crea Relazioni e moltiplica Sorrisi, è un luogo in cui possiamo Imparare insieme agli altri, è un luogo in cui il giudizio non esiste e in cui si esercita l’Ascolto. “Regola Lirica” > masterclass di canto lirico con Sabrina Sannipoli La parola “canone” in greco significa canna, regolo, norma. Lo studio del Canone come approccio naturale e giocoso alla polifonia e alla naturale impostazione vocale è al centro di questa masterclass tenuta da Sabrina Sannipoli. Cogliendo l’occasione di omaggiare Beethoven per i 250 anni dalla nascita verranno studiati 3 semplici canoni della tradizione popolare e classica europea. Cenni sull’approccio vocale in generale e sull’impostazione della voce lirica. Al momento dell’iscrizione occorre richiedere le parti in anticipo. Il naturale suono della fantasia> Laboratorio di costruzione di scacciapensieri immaginari con Maddalena Vantaggi Laboratorio fantasiologico di esplorazione del bosco per la creazione di strumenti naturali sonori. Osservando, toccando e ascoltando quello che la natura offre in maniera nuova e libera, creiamo dei dispositivi sonori, degli scacciapensieri boschivi, che suonino la nostra fantasia. Quella fantasia che ci rende liberi di vedere in un sasso, una foglia o un ramoscello, un mondo da esplorare.


01 AGO

DOM

02 AGO

DOM

02 AGO

VEN

21 AGO

SAB

22 AGO

DOM

23 AGO

Canti in cammino > Alla scoperta dei canti popolari italiani e del mondo con Sara Marini Camminare immersi nel paesaggio naturale e cantare. Passeggiata nei nostri bellissimi territori naturali con approdo al Teatro all’aperto della Basilica di Sant’Ubaldo, dove si svolgerà il laboratorio di canti di tradizione orale. Il laboratorio è aperto a chiunque abbia interesse ad avvicinarsi al canto popolare. Unici requisiti indispensabili: la curiosità e la voglia di mettersi in gioco con la propria voce. Appuntamento alle ore 17 davanti alla Chiesa di San Marziale. Da lì si sale per gli stradoni del monte fino alla Basilica. Lì si svolge il laboratorio di canti e si torna camminando e cantando i canti appresi. Per chi vuole è possibile raggiungere il gruppo in auto o con la funivia direttamente al teatro della Basilica. In collaborazione con CAI Gubbio.

Canto e Incanto nel bosco > Laboratorio di voce e mindfulness Nella relazione con se stessi, con gli altri, con gli elementi naturali. Aperto a chiunque senta di essere in un processo di ricerca, l’incanto del bosco e i suoni che esso ospita libera le nostre voci a partire dalla percezione attenta e curiosa dei sensi. A conclusione dell’esperienza si propone ai partecipanti un cerchio di condivisione, per raccogliere sensazioni, idee, vissuti, silenzi. Esperienza che intreccia le professionalità di psicoterepeuta, musicista e musicoterapeuta di Federico Giubilei. Di-Stanza > Laboratorio di improvvisazione vocale con Claudia Fofi Un’immersione nell’improvvisazione vocale in uno dei luoghi più suggestivi di Gubbio. In poesia una stanza è una porzione di una grande composizione, per esempio di un poema. Ma è anche qualcosa di più complesso. È il luogo in cui il poeta pensa, trova la forza, le parole per comporre le sue poesie. La stanza è un luogo dove ci si isola per creare una condizione mentale in grado di far interagire il poeta (il cantore, nel nostro caso) con un mondo diverso, quello delle idee. Nell’atto creativo entriamo dunque nella stanza per creare una poesia senza parole, che non si traduce in scrittura ma svanisce nell’aria nel momento esatto in cui viene espressa dalla voce. La voce crea il legame, accorcia le distanze. Il luogo scelto, il Voltone, dotato di un reverbero molto lungo, farà da cassa di risonanza ai canti, aiutandoci a esplorare le dinamiche interiori della nostra poetica personale per farle confluire in un canto condiviso. Shakespeare nel Bosco> Laboratorio di ricerca teatrale e vocale Costruzione di un corpo scenico corale Questo laboratorio, guidato da Riccardo Tordoni e Claudia Fofi, va alla ricerca di distanze e vicinanze tra corpo e voce. Si lavorerà sulla voce, esplorando il proprio suono e la relazione tra il corpo e l’ambiente naturale. Gli stati di tensione, gli abbandoni, i sussurri, le esplosioni. E si lavorerà sul coro, sulla possibilità di cantare insieme. Si inventeranno canti. Si cercheranno corrispondenze, assonanze e dissonanze, polifonie e assoli. La voce e il corpo si muoveranno guidati dal bisogno di superare la distanza in modi che non contemplano l’abbraccio fisico ma in qualche modo lo sublimano. I testi usati, presi da vario repertorio shakespeariano, saranno lo spunto per la creazione del corpo scenico corale.

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_i laboratori_

Umbria in Voce


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