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PAESAGGIO E PSICHE 1


In copertina: a piedi nel parco, sullo sfondo di grattacieli (foto di Laura Facchinelli).


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Rivista quadrimestrale settembre-dicembre 2016 anno XVI, numero 46 Direttore responsabile Laura Facchinelli

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Direzione e redazione Cannaregio 1980 – 30121 Venezia Via Venti Settembre 30/A – 37129 Verona e-mail: info@trasportiecultura.net laura.facchinelli@alice.it per invio materiale: casella postale n. 40 ufficio postale Venezia 12, S. Croce 511 – 30125 Venezia

7 PAESAGGIO E PSICHE. LE RADICI “AMBIENTALI” DEL NOSTRO STATO PSICOFISICO

Comitato Scienti co Giuseppe Goisis Università Ca’ Foscari, Venezia Massimo Guarascio Università La Sapienza, Roma Giuseppe Mazzeo Consiglio Nazionale delle Ricerche, Napoli Cristiana Mazzoni Ecole Nationale Supérieure d’Architecture, Strasbourg Marco Pasetto Università di Padova Franco Purini Università La Sapienza, Roma Enzo Siviero Università Iuav, Venezia Zeila Tesoriere Università di Palermo - LIAT ENSAP-Malaquais Maria Cristina Treu Politecnico di Milano La rivista è sottoposta a referee Traduzioni in lingua inglese di Olga Barmine

di Laura Facchinelli

di Francesca Pazzaglia

9 PAESAGGIO E PSICHE. IL PUNTO DI VISTA DELLA PSICOLOGIA AMBIENTALE di Rosa Baroni

15 PAESAGGIO E PSICHE. LA PROSPET TIVA DELLA PROGETTAZIONE di Enzo Siviero e Michele Culatti

19 QUALITÀ TERZIARIE E AFFORDANCES NELLO STUDIO DEL PAESAGGIO di Michele Sinico

27 PERCEZIONE DEL PAESAGGIO E

VALUTAZIONE DI INFRASTRUTTURE di Michele Culatti

37 OLTRE LE LINEE NON ACCREDITATE di Luigi Stendardo

43 SODDISFAZIONE RESIDENZIALE

E QUALITÀ URBANA PERCEPITA di Marino Bonaiuto

La rivista è pubblicata on-line nel sito www.trasportiecultura.net

51 GLI AMBIENTI CHE RIGENERANO di Francesca Pazzaglia e Angelomaria Alessio

2016 © Laura Facchinelli Norme per il copyright: v. ultima pagina Editore: Laura Facchinelli C.F. FCC LRA 50P66 L736S Pubblicato a Venezia nel mese di dicembre 2016

Autorizzazione del Tribunale di Verona n. 1443 del 11/5/2001 ISSN 2280-3998

61 LEGATI” ALLA NATURA DA BAMBI NI PER DIVENTARE ADULTI CHE HANNO CURA DELL’AMBIENTE di Rita Berto e Margherita Pasini

69 MALESSERE, BENESSERE E LUOGHI QUOTIDIANI NELL’ESPERIENZA TERAPEUTICA. ANALISI BIBLIO GRAFICA E RIFLESSIONI di Mirella Siragusa

77 COSTRUIRE L’ARMONIA: VILLE E ABBAZIE di Gianmario Guidarelli ed Elena Svalduz

83 IL PAESAGGIO, L’ARTE, LE TRASFORMAZIONI DEL MONDO dI Laura Facchinelli

93 IL CASTELLO DEL PRINCIPE BAR BABLÚ, OVVERO L’ARCHITETTURA DI UN PAESAGGIO INTERIORE di Marco Bellussi


TRASPORTI & CULTURA N.46

Landscape and Psyche by Laura Facchinelli

The title of this monograph issue, “Landscape and Psyche” has a long history behind it. A history that arose from a profound conviction of the importance of our emotional relation with the world around us, and that began way back in 2005. That year, while organizing the 18th edition of the literary contest Premio Letterario San Vidal Venezia, we conceived a conference that would bring together the many voices that could represent the theme of “Place and Psyche”. The subtitle, “Perceptions, Relations”, opened a scenario of stories that ranged from the natural place of artistic creation to the arti cial place of architectural design, from the place of passage in psychology to the place in the theatrical space that visualizes emotion, with forays into music, literature, philosophical thought, astronomy. Very unusual. We repeated that initial experience in December 2013 in Venice, at the Palazzo dei Prigioni, in the nal moment of our new Premio Letterario Paesaggi Futuri. This literary award was conceived to draw attention to the landscape in ction, as the sensory and emotional perception of the surrounding environment, and as a witness to its transformation. We entitled the conference-awards ceremony “Landscape and Psyche”, merging literature and architecture, philosophy and construction technology. A few months later, at the Museo degli Eremitani in Padua, a different conference, with different ideas, once again embraced different and complementary professional elds. Two speakers from the point of view of Psychology, opening up to Environmental Psychology. The landscape from a philosophical point of view. An analysis of empathy towards the territory, ranging across the eld of the Neurosciences. Unexpected analogies between landscape and handwriting, suggested by a graphologist. Also in 2014, a meeting at Mart, the important museum in Rovereto, coinciding with the two exhibitions dedicated to the representation of the landscape by contemporary artists. This was followed in 2015 by two seminars on a speci c theme that was only apparently technical, but in fact extraordinarily rich in symbolic echoes: the bridge. The speakers explored the representation of the bridge in art: not just in painting, but in cinema, theatre and literature. This magazine and the research group Paesaggi Futuri (active for over eight years) have always been committed to the study of our psychological and physical relationship with the places in our lives. Not just to understand what gives us a sense of harmony, or what bothers us, but to understand why we modify the landscape (especially the urban landscape) in certain ways. And hence, the evolving taste of the designers that we choose to represent us in the present time, between continuity, breaking with the past, provocation, narcissistic exhibitionism. I would like to mention at least two newsworthy phenomena. One is spectacularization: the new architectural buildings we like are strong, out of the ordinary, tending to excess (such as the more spectacular buildings in the Porta Nuova project in Milan, which make the streets around them seem monotonous). The other phenomenon is the tendency to “update” historic buildings, not with slight renovations that serve to guarantee the building’s function, but with big signs that “mark the territory”. This also happens in the theatre, with acclaimed directors who tear the literary work from the historical era for which it was conceived, to tickle today’s taste for irony, for sarcastic distance, for crudely exhibited emotions, even when whispered... More excess. Are we unable to enjoy a Medieval space as it was? Have we no right to see Shakespeare and experience the original power of his writing? Of course the encounter between the historical and the new is an important, even fundamental theme (we have dedicated an issue of the magazine to this theme, and are currently considering exploring it further). But it is hard to nd a balance. It takes wisdom. We need high-pro le decision-makers who, when in doubt, choose not to alter the places that are bound to our identity. Especially if the transformations are irreversible. The transformations in our cities are about us. Understanding them means understanding ourselves. Landscape as Mirror.

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TRASPORTI & CULTURA N.46

Paesaggio e Psiche di Laura Facchinelli

Il titolo di questo numero monogra co, “Paesaggio e Psiche”, ha già una lunga storia. Una storia che - radicata in una convinzione profonda dell’importanza delle nostre relazioni emozionali col mondo che ci circonda – registra un antefatto nel lontano 2005. In quell’anno, nell’organizzare la 18^ edizione del Premio Letterario San Vidal Venezia, abbiamo pensato a un convegno che riunisse molte voci lungo il lo conduttore “Luogo e Psiche”. Il sottotitolo, “Percezioni, relazioni”, apriva uno scenario di testimonianze che spaziavano dal luogo naturale della creazione artistica a quello arti ciale del progetto di architettura, dal luogo di passaggio in psicologia al luogo nello spazio scenico che visualizza le emozioni, con incursioni verso musica, letteratura, pensiero loso co, astronomia. Insolito, decisamente. Abbiamo ripreso quella prima esperienza nel dicembre 2013, a Venezia, Palazzo delle Prigioni, nel momento conclusivo del nostro nuovo Premio Letterario Paesaggi Futuri. Un premio che si propone di ricercare, nelle opere di narrativa, l’attenzione al paesaggio come percezione sensoriale ed emozionale dell’ambiente circostante e come testimonianza delle sue trasformazioni. Abbiamo dato al convegno-premiazione il titolo “Paesaggio e Psiche”, facendo incontrare letteratura e architettura, loso a e tecnica delle costruzioni. La puntata successiva si è svolta qualche mese più tardi a Padova, al Museo degli Eremitani. Un altro convegno, altre suggestioni, ancora una volta abbracciando ambiti professionali e conoscenze completamente diversi. Due interventi dal punto di vista della Psicologia con apertura alla Psicologia Ambientale. Il paesaggio dal punto di vista loso co. Un’analisi sull’empatia del territorio, spaziando nel campo delle Neuroscienze. Inaspettate analogie fra paesaggio e scrittura manuale, suggerite da una grafologa. Sempre nel 2014 un incontro al Mart, l’importante sede museale di Rovereto, in coincidenza con esposizioni dedicate a rappresentazioni del paesaggio pensate da artisti contemporanei. Seguivano, nel 2015, due approfondimenti su un tema speci co, all’apparenza solo tecnico, in realtà straordinariamente ricco di connotazioni simboliche: il ponte. I relatori hanno indagato sulla rappresentazione del ponte nelle arti: non solo nella pittura, ma nel cinema, nel teatro, nella letteratura. Siamo sempre impegnati, noi della rivista e del gruppo di studio Paesaggi Futuri (che opera già da otto anni), nell’indagare sulla relazione psico sica con i luoghi della nostra vita. Non solo per comprendere cosa ci dà un senso di armonia e cosa ci provoca disagio, ma anche per comprendere perché modi chiamo il paesaggio (soprattutto il paesaggio urbano) in un certo modo. E dunque come si evolve il gusto degli architetti che scegliamo per rappresentarci nel tempo presente, fra continuità, rottura col passato, provocazione, esibizione narcisistica. Vorrei citare almeno due fenomeni degni di nota. Uno è la spettacolarizzazione: le nuove architetture che ci piacciono sono forti, al di fuori dell’ordinario, tendenti agli eccessi (pensiamo agli edi ci più spettacolari del progetto Porta Nuova a Milano, che fanno apparire monotone le strade intorno). L’altro fenomeno è la tendenza ad “aggiornare” un edi cio storico non con gli interventi minimi volti a garantirne la funzionalità, ma con segni che “marcano il territorio”. Accade anche a teatro, dove hanno successo i registi che, nella messa in scena, strappano via il testo letterario dal periodo storico in cui è stato concepito per solleticare l’attuale voglia di ironia, di sarcastico distacco, di emozioni crudamente esibite, anziché solo sussurrate… Ancora eccessi, dunque. Ma non siamo più in grado di godere uno spazio medioevale intatto? Non abbiamo il diritto di conoscere Shakespeare nella forza originaria della sua scrittura? Certo l’incontro della storia col nuovo è un tema importante, anzi fondamentale (gli abbiamo dedicato un numero della rivista, stiamo pensando a momenti di approfondimento). Ma è difficile trovare un equilibrio. Ci vorrebbe saggezza. Ci vorrebbero decisori di alto pro lo che, nel dubbio, scegliessero di non alterare i luoghi ai quali si lega la nostra identità. Tanto più quando le trasformazioni proposte sono irreversibili. Le trasformazioni delle nostre città parlano di noi. Capirle, vuol dire conoscere noi stessi. Paesaggio-Specchio.

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Paesaggio e Psiche. Le radici “ambientali” del nostro stato psico- sico di Francesca Pazzaglia

Da circa mezzo secolo, la psicologia ambientale (PA) analizza l’interazione tra essere umano e ambiente sico. Uno dei precursori di tale ambito di ricerca, l’urbanista K. Lynch (1960), affermava che un ambiente “ordinato”, quindi “leggibile”, fosse fondamentale per la crescita e il benessere individuale. Il presente numero monogra co titolato a Paesaggio e Psiche si inserisce in questa tradizione teorica e intende fornire uno spaccato di ricerche e ri essioni relative all’in uenza dei “luoghi” su emozioni, cognizione e benessere. Come riportato da Baroni (pag. 9), la PA nasce alla ne degli anni sessanta del secolo scorso negli Stati Uniti, a cui fa seguito una rapida diffusione nel Nord Europa, con gli studi sull’in uenza delle strutture architettoniche sul comportamento degli individui. È innegabile, tuttavia, che altre aree di ricerca all’interno della Psicologia si fossero già occupate di ambiente. Un apporto rilevante deriva dalla Psicologia della Gestalt e dal concetto di “affordance” (Gibson, 1979). Sinico analizza e attualizza tali tematiche e supporta l’idea della presenza di caratteristiche siche, oggettive di un paesaggio in grado di suscitare determinate reazioni emotivo/comportamentali negli osservatori: “Questa tradizione di ricerche … attesta che il carattere espressivo di ciò che vediamo in un paesaggio è qualcosa di oggettivo ed è qualcosa che, … ha un impatto primario sugli osservatori. (Sinico, pag. 19). Se ambiente sico e ambiente costruito suscitano in noi emozioni e stati d’animo, val la pena di approfondire quali caratteristiche possano portare a riduzione dello stress e buon funzionamento cognitivo. A tale proposito abbiamo il punto di vista del progettista, che sottolinea l’importanza degli elementi “percettivi” nella progettazione di infrastrutture (Culatti, pag. 27), e quello dello psicologo ambientale (Pazzaglia e Alessio, pag. 59), centrato sul concetto di restorativeness: “… restorativeness può essere quindi de nita come possibilità di recupero da una situazione di stress psico siologico …, riduzione dell’affaticamento mentale e recupero dell’attenzione diretta …, attraverso l’esposizione ad ambienti naturali o costruiti”. L’importanza degli ambienti naturali nel favorire benessere è sottolineata anche da Berto e Pasini (pag. 69), le quali dimostrano che l’atteggiamento pro-ambientale si fonda sulla promozione precoce della relazione tra bambino e Natura. Altre ricerche suggeriscono tuttavia che anche taluni ambienti

costruiti, quelli caratterizzati da elementi storici, artistici e di spiritualità, possano avere caratteristiche ristorative. Guidarelli e Svalduz (pag. 85), propongono una analisi storico/architettonica e paesaggistica di una abbazia e una villa situate nei Colli Euganei, delineando le caratteristiche che le rendono esempi di armonia tra ambiente naturale e costruito. Cosa può essere detto degli ambienti “ordinari” della vita quotidiana? Bonaiuto, Fornara e Amicone (pag. 51) affrontano il tema della soddisfazione residenziale e della qualità urbana percepita, delineandone le componenti affettive e cognitive. I luoghi sono anche fonte di stress e spersonalizzazione. È quanto argomenta Siragusa (pag. 77), psicoterapeuta, a partire dalla sua esperienza clinica: “I temi … si sono maturati in me nel corso dei colloqui terapeutici, riscontrando quanto disagio e malessere provocano nelle persone le problematiche legate alla loro città, all’ambiente in cui vivono, alla mancanza di valori, causando intense emozioni e varie modalità di reazione.” E, infatti, anche la sensibilità artistica sa cogliere il valore dei “luoghi” come rappresentazioni delle parti più profonde, e talvolta inquietanti, dell’io. È ciò che dimostrano Facchinelli, storica dell’arte, che esamina il paesaggio nelle arti gurative (pag. 91), e Bellussi (pag. 101), regista teatrale, nella sua analisi della rappresentazione scenica del Castello del principe Barbablù di Bela Bartok: “… quando ascoltai per la prima volta Il castello del principe Barbablù ne rimasi del tutto affascinato. … Il primo frutto della mia ri essione sul testo mi portò subito a comprendere come il castello altro non fosse se non una proiezione della mente del principe. In tale ottica tutte le indicazioni per l’allestimento fornite dall’autore assumevano un signi cato ben preciso ai miei occhi”. I contributi qui riportati sono in parte il frutto di ri essioni nate all’interno del gruppo di studio Paesaggi Futuri (www.trasportiecultura.net), e delle iniziative promosse dal Master in Psicologia Architettonica e del Paesaggio (http://www.unipd.it/ psicologia-architettonica-paesaggio). Ci auguriamo che possano contribuire alla diffusione delle conoscenze sulla complessa relazione tra individuo e ambiente. © Riproduzione riservata

Nella pagina a anco: super ci specchianti, euforia e disagio (foto di Laura Facchinelli).

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Paesaggio e Psiche. Il punto di vista della Psicologia Ambientale di Rosa Baroni

La nascita della psicologia ambientale è generalmente collocata alla ne degli anni ’60 del Novecento negli Stati Uniti, con i primi studi di psicologia architettonica (in cui veniva messa a fuoco l’in uenza che le strutture architettoniche potevano avere sul comportamento degli individui), a cui è seguita una rapida diffusione nel Nord Europa. Tra i padri fondatori di questa disciplina possiamo citare negli Stati Uniti William Ittelson e Harold Proshansky e in Inghilterra Terence Lee e Donald Canter. Già diverse altre scienze si erano occupate del rapporto individuo-ambiente focalizzandosi anche su aspetti comportamentali, per esempio la geogra a umana, l’antropologia, la biologia, la sociologia e appunto l’architettura. E d’altra parte la psicologia aveva sottolineato l’importanza del ruolo dell’ambiente già nei primi decenni del secolo, anche se la parola “ambiente” storicamente ha avuto accezioni anche abbastanza diverse: basti pensare alla discussione su ereditarietà e ambiente nella psicologia dello sviluppo, o alla considerazione dell’ambiente come possibile fonte di “effetti di disturbo” nella metodologia della ricerca sperimentale; o alla “madre-ambiente” nella psicologia dinamica di Winnicott (Baroni, 2006). Queste accezioni tuttavia condividono il riferimento a tutto quello che circonda l’individuo, e con cui l’individuo si può mettere in relazione. A questo proposito, a me sembra che nell’albero genealogico della psicologia ambientale si debba riconoscere un posto di rilievo alla Scuola della Psicologia della Gestalt, che ha introdotto la distinzione tra ambiente geogra co e ambiente comportamentale, cioè tra gli oggetti sici e gli oggetti fenomenici, tra il mondo che percepiamo e quello in cui ci muoviamo. Un esempio portato da Koffka (1935) è quello del cavaliere di una famosa leggenda tedesca che, durante una tempesta di neve, attraversa a cavallo quella che a lui appare come una pianura gelata (oggetto fenomenico). Arrivato nalmente a ripararsi in una locanda, l’oste lo informa che quello che lui ha attraversato è in realtà il lago di Costanza (oggetto sico), e il cavaliere viene preso dal terrore. Come il cavaliere di Koffka, noi ci muoviamo in un mondo trasformato dalla nostra attività percettiva (Gerbino, 1997, p. 112), il nostro riferimento non è l’ambiente geogra co ma quello fenomenico e comportamentale. Un’altra intuizione della psicologia della Gestalt che verrà ripresa dalla psicologia ambientale è l’impossibilità di considerare la percezione di un oggetto indipendentemente dal suo contesto. L’attuale psicologia ambientale, secondo me, è debitrice di uno dei suoi punti di vista più importanti agli studi di Kurt Lewin ( g. 1), che molto prima della sua famosa equazione “C=f(P,A)” (che

Landscape and Psyche. From the Perspective of Environmental Psychology by Rosa Baroni Environmental psychology originated in the USA at the end of the 1960s, with the rst studies in architectural psychology. Other sciences had dealt in the past with the relation between an individual and his/her environment focusing on behavioural aspects (e.g. human geography, anthropology, and biology). In the 1930s, Gestalt psychology introduced two important concepts that would become focal points of environmental psychology: the distinction between the physical and the behavioural environment, and the impossibility to consider the perception of an object regardless of its context. At the beginning, the key topics were environmental assessment, cognitive maps, environmental stress, and spatial behaviour. Among the environmental aspects that can in uence the psychophysical wellbeing of individuals, we will brie y address environmental legibility. This refers to the features of an environment that can provide information on the nature and the function of objects, on the resources and the obstacles within it. A legible environment favours good orientation and offers more opportunities for action. For these reasons, it can also foster a positive affective response, and can be perceived as a supportive environment. The article presents instances of practical applications of environmental legibility, focusing on the use of the environment by disabled or elderly people and the importance of environmental communication in preventing and managing environmental emergencies, such as natural or technological disasters.

Nella pagina a anco: due vedute dello Zwinger di Dresda.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 de nisce il comportamento come una funzione dell’ambiente e della persona) (Lewin, 1936), aveva delineato il concetto di “spazio di vita” in uno dei suoi primi lavori, Kriegslandschaft (Paesaggio di guerra), del 1917. In questo articolo Lewin descrive un paesaggio tedesco da lui attraversato durante la prima guerra mondiale: ma non si sofferma a descrivere le tracce della guerra, le modi cazioni siche dell’ambiente, come le case distrutte, anzi dice che queste fanno ancora parte in un certo senso di un paesaggio di pace. Quello che ha stravolto il paesaggio, secondo Lewin, sono stati i cambiamenti nelle “direzioni” in cui si può muovere lo sguardo: mentre normalmente l’orizzonte viene percepito come qualcosa che si estende verso l’in nito, nel paesaggio di guerra, avvicinandosi al fronte, l’orizzonte si restringe e il paesaggio “appare orientato”, non possiede più “un davanti e un dietro”, e questo ben prima che la linea del fronte diventi sicamente visibile. Il paesaggio descritto da Lewin non ha solo connotazioni spaziali, ma è un ambiente in cui si integrano diversi aspetti: certamente quello sico (un paesaggio collinare descritto nei suoi aspetti geogra ci), ma anche quello affettivo ed emozionale (la paura per quello che si deve ancora vedere, il sentirsi trascinati in una direzione con la chiusura di tutte le altre), quello sociale ( il senso di condivisione con gli altri soldati che marciano con lui), quello comportamentale (l’incapacità del soggetto di orientarsi nel paesaggio che ha cambiato sistema di orientamento con la guerra, il suo andare avanti nell’unica direzione in cui viene spinto). “Paesaggio di pace” e “paesaggio di guerra” sono strutture astratte che attivano in chi percepisce, ricorda o immagina questo ambiente una serie di aspettative percettive, cognitive, affettive e comportamentali: sono, quasi 60 anni ante litteram, “schemi ambientali”. Il nome di environmental psychology come nuova branca della psicologia viene usato all’inizio degli anni ’70 del Novecento (Proshansky, Ittelson, Rivlin,1970; Craik, 1970, Wohlwill, 1970). Nascono in quegli anni le due principali riviste dedicate alla nuova disciplina: “Environment and Behavior”, nata nel negli Stati Uniti nel 1969 e “Journal of Environmental Psychology”, nata in Inghilterra nel 1981. I temi più trattati nei primi anni sono l’environmental assessment, cioè la valutazione ambientale, nei suoi aspetti cognitivo e affettivo, le mappe cognitive, lo stress ambientale e il comportamento spaziale riguardo alla territorialità e alla privacy (Holahan,1986). Negli anni successivi emerge da un lato l’esigenza di identi care o di dare vita a delle teorie di largo respiro sul rapporto individuo-ambiente (Saegert e Winkel, 1990), come il “paradigma dell’adattamento” (Kaplan e Kaplan, 1973), quello dell’ “ambiente come struttura di opportunità” (Carlstein, 1982), e in ne il “paradigma socioculturale” (Bronfenbrenner, 1979); e dall’altro anche la necessità di de nire meglio i possibili ambiti di intervento della nuova disciplina (Sundstrom, Bell, Busby, e Asmus, 1996), come la soddisfazione residenziale nei vari ambienti (di abitazione, di cura, di studio, di lavoro, e così via), il modo di affrontare gli stress ambientali (dagli eventi cataclismatici ai problemi quotidiani), gli atteggiamenti verso l’ambiente, la percezione dei rischi ambientali. Tra i temi di ricerca della psicologia ambientale che continuano a essere molto attuali è quello dello stress ambientale, che riguarda il modo in cui l’ambiente può interagire con i nostri processi siologici, cognitivi e affettivi per indurre uno stato 10

di malessere psico sico. Lo stress è una situazione di pressione, di costrizione, di limitazione delle nostre capacità di controllo sul comportamento nostro e degli altri, a cui ci riesce difficile fare fronte. I modelli psicologici dello stress sono centrati sull’interazione tra le caratteristiche ambientali e quelle personali dell’individuo: questo spiega perché le stesse caratteristiche ambientali (per esempio una grande densità di persone in un piccolo spazio) provochino in un individuo maggiore stress che in un altro. Pensiamo per esempio alla sensazione sgradevole di affollamento che possiamo avere in un autobus nell’ora di punta e alla stessa densità di persone, ma senza sensazione soggettiva di affollamento, che un giovane può ricercare volontariamente tra gli spettatori di un grande concerto ( g. 2). La valutazione soggettiva dello stress inoltre comprende almeno due elementi: la valutazione dell’entità dell’evento stressante e quella della nostra capacità di affrontarlo. Secondo Evans e Cohen (1987) le dimensioni che caratterizzano le fonti di stress (gli stressori) ambientali sono: la salienza percettiva, il tipo di adattamento richiesto, la valenza positiva o negativa dell’evento, il grado di controllabilità, la predicibilità, la necessità o importanza della fonte di stress, il fatto che lo stress sia legato a comportamenti umani, la durata e periodicità. Basti pensare, nel caso di uno stress ambientale molto diffuso, come il rumore, la differenza che fa, per il soggetto che lo subisce, che un rumore sia più o meno controllabile o predicibile nei suoi tempi; che sia dovuto a un vicino di casa maleducato che tiene troppo alto il volume della televisione o a una riparazione stradale necessaria; che per affrontarlo basti chiudere le nestre o che la fonte sia in casa propria. Questi pochi esempi bastano a farci capire come in realtà agli stress ambientali siamo esposti durante tutta la nostra vita quotidiana e come non sempre le risorse che abbiamo per affrontarli siano adeguate. Le conseguenze sul nostro organismo e sulla nostra mente dei maggiori stress ambientali (il rumore, l’affollamento, il traffico, le variazioni di temperatura e l’inquinamento dell’aria) sono note (Baroni e Berto, 2013) e solo in parte diversi cate a seconda del tipo di stress. In presenza di stress ambientali si veri cano variazioni siologiche (per esempio alterazioni del sistema cardiocircolatorio e neuroendocrino), cognitive (come un decremento delle prestazioni in compiti di attenzione, di apprendimento e di memoria) e anche comportamentali (per esempio un aumento dell’aggressività e un calo del comportamento altruistico). Il problema del recupero dallo stress è quindi cruciale su molti piani diversi, sia per gli stress violenti e improvvisi sia per quelli ad azione lenta, che tendono a diventare cronici. A questo proposito, tra i temi della psicologia ambientale che possono avere interessanti ricadute sul benessere psicologico degli individui, in particolare nelle situazioni di stress, è emerso recentemente quello della restorativeness, cioè della capacità che hanno gli ambienti naturali con determinate caratteristiche di “rigenerare” i processi cognitivi dopo un eccesso di affaticamento mentale (Berto, 2005, 2007; Berto, Baroni, Zainaghi, Bettella, 2010; Berto, Baroni, Damian, Duchek, 2015). Di questo tema tratterà approfonditamente uno degli altri interventi pubblicati in questo numero (si veda Pazzaglia e Alessio, pag. 51). Per portare un esempio di un altro tema che in questi anni ha mostrato di poter essere affrontato util-


TRASPORTI & CULTURA N.46 mente con approcci teorici e strumenti di indagine e di intervento della psicologia ambientale, qui di seguito si parlerà della leggibilità ambientale.

La leggibilità ambientale Il termine leggibilità applicato agli ambienti risale al lavoro classico di Kevin Lynch The image of the city del 1960. Legibility e imageability sono caratteristiche di un ambiente che esprimono rispettivamente la facilità con cui un ambiente può essere compreso nei suoi vari aspetti e la facilità con cui può essere rappresentato nella mente e ricordato. Secondo Lynch, che era un architetto e non uno psicologo, le caratteristiche percettive che un elemento ambientale deve avere per essere facilmente immaginabile e leggibile hanno le radici nelle leggi di organizzazione della percezione elaborate dalla Scuola della Gestalt: nel caso di un edi cio, questo deve distinguersi dagli altri (singularity), essere di forme geometricamente semplici; nel caso di una strada rispettare la continuità e la chiarezza delle direzioni, e così via. Nella storia della psicologia ambientale ha avuto più fortuna il concetto di leggibilità che ha inglobato anche una parte del signi cato dell’immaginabilità. La mappa cognitiva di un ambiente, cioè la rappresentazione in memoria delle informazioni spaziali che ci permettono di riconoscere un ambiente, di orientarci in esso e in de nitiva di usarlo, viene costruita dall’individuo in base appunto alla leggibilità-immaginabilità. Un ambiente leggibile è un ambiente in cui l’aspetto e la posizione dei vari elementi danno indicazioni sulla loro natura e funzione: di conseguenza il soggetto può riconoscere di che tipo di ambiente si tratta, che risorse può offrire, che ostacoli sono presenti. Per questo motivo un ambiente leggibile offre più opportunità di azione e permette un buon orientamento. Naturalmente, anche dopo il primo contatto, la familiarità con

un ambiente è un fattore che ne aumenta la leggibilità e ne consolida e arricchisce di dettagli la mappa cognitiva. Da questo già si capisce che la leggibilità non è un fattore relativo solamente all’ambiente, ma dipende fortemente da alcune caratteristiche del soggetto, per esempio dalle sue esperienze passate, dalla ricchezza degli schemi ambientali che possiede, dalla sua personale capacità di fare inferenze e così via. Nella Figura 3 è rappresentato un ambiente con un buon grado di leggibilità almeno per le persone che vivono all’interno della nostra cultura: molto probabilmente tutti riconoscono che si tratta della porta di una città, vista dall’esterno, e l’orientamento è facilitato dalla visibilità, attraverso l’apertura della porta, di uno scorcio della strada che porta in direzione dell’interno della città. Per chi ha qualche nozione di storia dell’arte, poi, l’immagine offre informazioni sull’epoca medievale di costruzione della porta, sulle in uenze stilistiche arabe nell’architettura (e quindi informazioni sulla storia della città), sulla probabilità che la porta sia inserita in una cinta di mura, e così via. La leggibilità di un ambiente è quindi basata sull’interazione tra le caratteristiche siche dell’ambiente e i processi cognitivi del soggetto, ma è stata messa in luce anche la sua in uenza sulla risposta affettiva. Nel modello della valutazione della preferenza ambientale di Kaplan e collaboratori (Kaplan, 1987; Kaplan e Kaplan,1989; Kaplan, Kaplan e Brown, 1989), la leggibilità è considerata un predittore della valutazione positiva di un ambiente. Un ambiente che siamo consapevoli di essere in grado di conoscere più a fondo suscita una risposta affettiva positiva, mentre un ambiente che si presenta confuso, poco riconoscibile, difficile da esplorare percettivamente, suscita una risposta affettiva negativa. Il supporting environment teorizzato da Canter (1983) è un ambiente che alla percezione del soggetto fornisce tutte le informazioni necessarie

1 - Foto di Kurt Lewin. Da Wikimedia Commons, l’archivio di le multimediali liberi https://commons.wikimedia. org/wiki/File:Lewin_kurt. jpg?uselang=it 2 - A Rolling Stones crowd,1976, Knebworth House B&W. Foto di Sérgio Valle Duarte. Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:A_Rolling_ Sto nes_crowd_ -_ 1976_ Knebworth_House_B%26W. jpg

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TRASPORTI & CULTURA N.46 non funziona. La città non è leggibile: possono non essere conoscibili le direzioni dei mezzi di trasporto pubblico, può non essere reperibile un negozio o non essere rintracciabile la strada di casa se, per esempio, è sopravvenuto un temporaneo cambiamento ambientale. «So che c’è una chiesa in una certa strada qui a sinistra, il mercato della verdura è a destra, dietro di me ci sono i binari della ferrovia e la sassaia, e davanti a me, pochi isolati più in là, c’è una certa vetrina di un negozio che ha una specie di imbiancatura a calce – e nella calce delle facce, come quelle che disegnano i bambini. All’interno di questo recinto c’è tutta la mia America, e se mi avventurassi oltre sarei perduta. Anzi», rise, «dovessero mai lavare quella vetrina, forse non riuscirei più a trovare la via di casa». (H. Roth, Chiamalo sonno)

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3 - La Puerta del Sol di Toledo.

4 - La sinagoga di Dresda.

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per facilitare il suo orientamento e le sue azioni, segnalando l’esistenza di risorse e rendendo facilmente riconoscibili gli ostacoli o i pericoli. In questo modo la leggibilità ambientale si traduce anche in sicurezza, sostegno, incoraggiamento all’azione (Baroni, 2008). Da questa breve sintesi del costrutto di leggibilità possiamo ricavare alcune conseguenze, che hanno importanti ricadute sul piano applicativo. - Gli ambienti con un buon grado di leggibilità per un adulto normale (la normalità risulta essere sempre più un’astrazione su cui però si modellano molte delle comunicazioni ambientali nei contesti urbani), possono non essere leggibili per bambini, anziani con qualche de cit cognitivo, disabili sensoriali, disabili mentali adulti, malati psichici. A queste categorie si possono aggiungere gli stranieri che non leggono la lingua locale. In circostanze diverse, temporanee o no, di diverso grado di drammaticità, per questi fruitori della città, che possono essere considerati persone a ridotta competenza ambientale, il sistema di comunicazione adottato dalla normale segnaletica

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La leggibilità ambientale ha un ruolo molto importante anche nella prevenzione e negli interventi in caso di disastri ambientali (come terremoti, incidenti nucleari, inquinamento da agenti chimici). La gestione delle informazioni ambientali diventa uno dei problemi più delicati (Slovic, 1999): da un lato c’è la necessità di dare informazioni corrette e comprensibili e di evitare fraintendimenti sia nella direzione della sopravvalutazione sia in quella della sottovalutazione; dall’altro la necessità di dare indicazioni di comportamento chiare e semplici, che possano essere recepite anche da persone stressate e spaventate. In casi in cui sia necessaria l’evacuazione di un centro abitato, si può davvero constatare l’importanza che un ambiente sia leggibile e che la gente in base a poche indicazioni possa capire il livello di pericolo delle diverse zone urbane e raggiungere velocemente i punti di raccolta (Zuliani, 2007). Un’applicazione recente di tecniche di comunicazione per la gestione di un disastro possibile (e per fortuna poi non avvenuto) si è potuta osservare alcuni anni fa (Nicolini, Baroni, Zuliani, Getrevi, Motta, 2002) con l’evacuazione di settantamila persone da un quartiere di Vicenza per permettere il lavoro di disinnesco di una bomba inesplosa della seconda guerra mondiale, rinvenuta nel cimitero. Quest’ultimo particolare della localizzazione, di altissimo valore simbolico per l’attaccamento ai luoghi degli abitanti più anziani, non è stato affatto indifferente per la gestione delle domande e delle paure espresse dai cittadini al centro di ascolto appositamente istituito. Nella preparazione dei cittadini all’evacuazione durante le settimane precedenti, e nell’organizzazione della giornata dell’evacuazione, in cui ciascuno doveva affrontare anche la lontana eventualità, nel caso peggiore, di non poter più fare ritorno alla propria casa, il ruolo dello psicologo ambientale è stato determinante. La perdita dell’orientamento, la sensazione di non riconoscere l’ambiente in cui siamo, è un’esperienza che ha una coloritura affettiva fortemente negativa, di contenuto angoscioso, che può richiamare non solo esperienze antiche di perdersi e paura della solitudine e dell’abbandono, ma anche in soggetti particolarmente “vulnerabili” (il termine è tecnico, di Lawton, 1982) dal punto di vista ambientale, provocare un danno all’autostima e all’autoefficacia con effetti paralizzanti sull’autonomia dell’individuo. Per esempio, il non sapersi


TRASPORTI & CULTURA N.46 orientare in una casa di riposo (spesso a causa della struttura architettonica troppo uniforme e scarsamente differenziata, con poche segnalazioni di aree con funzioni diverse) può avere conseguenze di “impotenza appresa” (proprio nel senso usato da Seligman, 1975): può cioè indurre i soggetti, dopo ripetuti fallimenti, a non essere più motivati a uscire da soli dalla propria stanza; a sua volta la mancanza di autonomia e di senso di controllo sull’ambiente può fare scivolare i soggetti in uno stato di depressione cronica (Peterson e Seligman, 1984; Parmalee, Lawton, 1990).

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Una maggiore attenzione alla leggibilità, da realizzare con il coinvolgimento degli psicologi ambientali nelle fasi di progettazione e di ristrutturazione di ambienti costruiti e di percorsi urbani o all’interno di edi ci, è certamente la direzione in cui è necessario andare per rendere città e abitazioni adatte ai loro reali fruitori, anche a quelli che presentano diversi tipi di disabilità.

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Paesaggio e psiche: la prospettiva della progettazione di Enzo Siviero e Michele Culatti

La percezione di un Paese in materiale dissoluzione è estesa ed è particolarmente sentita da quella parte di collettività che vede il territorio sgretolarsi sotto i propri piedi, essere oggetto di inondazioni, di degrado urbano e ambientale. Le misure di intervento, “costruire meglio”, “costruire in sicurezza”, “ri-costruire così com’era”, “riquali care”, “ri-generare”, spesso sono presupposti di miglioramento di una condizione naturale e antropica più teorica che operativa. Non è solo una questione di risorse nanziarie ma anche di approccio culturale al ri-progetto dei luoghi. La parcellizzazione del sapere sempre più specializzato, il carattere d’urgenza dell’intervento rischiano di far perdere di vista il senso degli interventi su quella che sarà percezione della collettività. Un esempio: siamo sicuri che lo slogan “ricostruire così com’era” sia la ricetta giusta per la collettività? Forse sì, di pancia, per essere rassicurati da un’idea di ricostruzione dell’identità dei luoghi, ma è pur sempre una condizione dove il “verosimile sembra contare più del vero”. Ma come odoreranno quei muri? Come saranno autentici i colori che ricorderanno i colori delle case di un tempo ora distrutte dal terremoto? Quale integrità di traiettorie visive faranno cogliere gli antichi skyline? É un tema aperto che dovrebbe tenere conto di una riprogettazione capace di essere pluridisciplinare e non settoriale, una riprogettazione in grado di coordinare le sensibilità di geogra , antropologi, psicologi, urbanisti, architetti, ingegneri, tutte competenze che dovrebbero mettersi al servizio della collettività. Certamente la sicurezza territoriale va intesa anche come Paesaggio Culturale indipendentemente dal vincolo paesaggistico o dalla presenza di siti Unesco: non dobbiamo dimenticare che noi siamo Italia! Ciò vale non solo per le aree terremotate o alluvionate, ma anche per quei luoghi sempre più dimenticati come le periferie, gli sfridi del costruito, le aree delle infrastrutture a cui si aggiungono molti centri urbani in via di spopolamento. Oggi le città e i territori sono sistemi complessi, con diversi livelli di fragilità, sedi di bellezze e di bruttezze, talvolta noiose o anonime e talvolta sorprendenti e accoglienti e spetta alle amministrazioni e alla piani cazione di settore mediare, a diverse scale, tra conservazione e richiesta di servizi efficienti, rilevare valori e disvalori per riprogettare e rimodulare il con ne (evanescente) tra pubblico e privato, tra contesto (territorio-contenitore) e opera (intervento-contenuto). É un problema di “messa-non messa in campo” di cultura del progetto (qualsiasi tipo di progetto),

Landscape and Psyche. From the Perspective of Design by Enzo Siviero and Michele Culatti Cities and territories are complex systems today, with varying levels of frailty, with places of beauty and others without, some boring or anonymous and others surprising and welcoming. It is up to the authorities to mediate between conservation and the demand for efficient services in sectorial planning, at different scales; to detect positive and negative values to redesign and restructure the (blurred) border between public and private, between context (landcontainer) and work (intervention-content). These are open issues that should apply not a sectorial but a multidisciplinary approach to redesigning the area, coordinating the concerns of geographers, anthropologists, psychologists, planners, architects and engineers, all areas of expertise that must be put at the service of the community. The community itself in fact provides the feedback: if it accepts or rejects a space, whether an open, semi-public, semiprivate space or “market stalls”, people feel attracted, the community feels engaged because it participated more or less directly in its realization. Recently, a revision of the declaration of the (ICAR) 15 Scienti c Sector - Civil Engineering and Architecture –Landscape Architecture, introduced the possibility of approaching the transformation of the territory from a new perspective: the coordination of knowledge. In this scienti c society, the landscape is de ned as an ecological device and becomes a coordinating instrument of knowledge, that aims at both physical and psychological wellbeing.

Nella pagina a anco: centrale idroelettrica Semenza, situata sulla sponda sinistra del ume Adda.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 dove spesso gli obiettivi hanno la miopia di un mandato politico e la loro estensione è priva di un disegno in grado di recepire le molte variabili che entrano in gioco, non ultima la dinamicità del territorio. La cartina al tornasole è proprio la collettività: se accetta o ri uta uno spazio, se in quello spazio aperto, semipubblico, o semiprivato “sta”, ci vuole andare, si sente attratta, lo sente come suo perché ha partecipato più o meno direttamente alla sua realizzazione. Se si ammette che il progetto ri-disegna e re-interpreta un’esigenza, pubblica o privata, sfugge spesso il tema di “come” quel progetto verrà fruito e, conseguentemente, verrà respinto o accolto. In generale, nella progettazione edilizio-funzionale che ha occupato la stragrande maggioranza dei nostri territori, manca la de nizione di uno scopo percettivo che persegua una nalità di benessere sico e psichico dei futuri, siano essi diretti o indiretti. É evidente che a tale mancanza non c’è una risposta univoca. Esistono in nite risposte come esistono in nite re-interpretazioni dei luoghi. Ma non vanno dimenticate alcune indicazioni di metodo che dovrebbero almeno tentare di trovare punti di equilibrio tra esigenza della collettività di un’opera architettonica, tutela e conservazione dei luoghi, le volontà dei portatori d’interesse, l’integrazione dell’opera nel contesto, il benessere della collettività. Una strada, almeno per quel che riguarda il mondo tecnico-culturale, è di ri-vedere i fondamentali, esplorare i nuclei formativi che educano le sensibilità e le coscienze dei futuri professionisti e dove i saperi possono con uire, invece di convergere. Recentemente una rivisitazione della declaratoria del Settore Scienti co Disciplinare - Ingegneria Civile e Architettura (ICAR ) 15 – Architettura del Paesaggio, messa appunto dagli autori di questo articolo, per la verità non accolta dal mondo accademico architettonico e pertanto reindirizzata verso la de nizione di una Società Scienti ca del Paesaggio orientata, oggi, alla valorizzazione di Ingegneria Civile e Ambientale, rimette in gioco la possibilità di approcciarsi alle trasformazioni del territorio secondo una nuova prospettiva: quella del coordinamento dei saperi. Come evidenziato in seguito, in cui sono espressi gli assunti di base della Società Scienti ca del Paesaggio, il paesaggio inteso come oggetto di studio diviene un “dispositivo ecologico per la valorizzazione, la trasformazione e lo sviluppo sostenibile dei contesti […]” e “I processi di progettazione comprendono attività multidisciplinari riguardanti la piani cazione e gestione paesistica del territorio […]”; inoltre “Oggetto di studio sono, inoltre, il paesaggio come bene naturale comune, patrimonio e bisogno collettivo, nella sua produzione di benessere e valore sociale” In questi tre punti troviamo un trinomio importante: valorizzazione (dei contesti) – multidisciplinarietà – benessere e valore sociale, trinomio dove il paesaggio, inteso come un dispositivo ecologico, diventa uno strumento-coordinatore di saperi, che persegue una nalità, quella di benessere sico e psichico. Di seguito vengono presentati gli assunti di base della Società Scienti ca sul Paesaggio I contenuti scienti co-disciplinari hanno per oggetto lo studio del paesaggio come valore culturale, estetico e come dispositivo ecologico per la valorizza16

zione, la trasformazione e lo sviluppo sostenibile dei contesti insediativi, delle aree non edi cate e degli spazi aperti, nonché l’organizzazione del verde, quale sistema entro cui si collocano la parte costruita delle città e del territorio, nonché le grandi reti delle infrastrutture materiali. Vanno riconosciuti come elementi fondanti la tematica percettiva e le diversità ambientali, storiche, culturali, antropologiche, geogra che, ecologiche, geologiche e geomorfologiche, idrogeologiche, economiche, sociali, antropiche, tipologiche che caratterizzano i diversi paesaggi. I processi di progettazione comprendono attività multidisciplinari riguardanti la piani cazione e gestione paesistica del territorio; la progettazione dei sistemi dei movimenti di terra, del verde e delle relative opere edilizie anche per la messa in sicurezza di aree a rischio; la riquali cazione, il recupero, il riciclo e la valorizzazione delle aree degradate e del territorio in genere; la riquali cazione e rigenerazione a tutte le scale come processi di trasformazione dell’abitare nel paesaggio e strumenti di incremento e di salvaguardia attiva della qualità paesaggistica; la progettazione degli spazi aperti, dei giardini e dei parchi; l’inserimento paesaggistico delle infrastrutture e dell’edi cato; il miglioramento e la valorizzazione delle infrastrutture e degli insediamenti esistenti attraverso azioni di mitigazione e compensazione ecologica, il controllo dell’evoluzione del paesaggio quale entità dinamica; la valutazione delle forme che compongono il paesaggio nella generazione di funzioni e signi cati, nell’interrelazione con l’uomo e come espressione di identità e di senso. Oggetto di studio sono, inoltre, il paesaggio come bene naturale comune, patrimonio e bisogno collettivo, nella sua produzione di benessere e valore sociale; i fenomeni generatori del paesaggio in relazione agli strumenti e agli obiettivi per il governo delle trasformazioni territoriali; gli strumenti per la concertazione, la partecipazione e la condivisione sociale dei progetti di cambiamento; l’evoluzione storica del concetto di paesaggio, quale tematica multidisciplinare, nonché le declinazioni culturali sviluppatesi e ancora in evoluzione, negli ambiti istituzionali e nella normativa a livello nazionale e internazionale. É evidente che avere buoni propositi non basta: ammesso che nella formazione si determinino le condizioni per creare un dispositivo ecologico coordinatore di saperi e valorizzatore di contesti, questo va collocato a diversi livelli. É un tema che riguarda il Ministero di Grazia e Giustizia e riguarda gli Ordini Professionali, in particolar modo quello degli CNAPPC (Consiglio Nazionale dei Piani catori, Paesaggisti e Conservatori) e CONAF (Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali) che vanno sensibilizzati sulla promozione del ruolo di questa materia, anche alla luce di un rilancio professionale a livello istituzionale. E, dunque, è un tema che riguarda anche i Ministeri dei Beni e Attività Culturali e Turismo, dell’Ambiente, Tutela del Territorio e del Mare, delle Infrastrutture e Trasporti, delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e dello Sviluppo Economico nonché le Regioni e i comuni, ovvero tutte quelle strutture che direttamente o indirettamente sono attive nel governo del territorio. É indiscutibile che la frammentazione dei processi decisionali, insieme ai de cit culturali che coinvolgono sia la committenza sia il progettista, creino, di fatto, contraddizioni nel territorio, spesso anche forti, generando la percezione di un disvalore diffuso.


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1 - Veduta del castello di Avellino.

Quindi, andrebbe inserita nelle istituzioni, per norma, la presenza di una gura tecnica e culturalmente preparata in grado di coordinare saperi riguardanti “la tematica percettiva e le diversità ambientali, storiche, culturali, antropologiche, geogra che, ecologiche, geologiche e geomorfologiche, idrogeologiche, economiche, sociali, antropiche, tipologiche che caratterizzano i diversi paesaggi”, ovvero una gura che affianchi l’Ente decisore nella scelta nale sulla trasformazione di una determinata parte di territorio. In questo modo l’azione di questa gura, che per il momento potremmo chiamare Coordinatore Paesaggista, non viene limitata alla piani cazione, ma acquista peso speci co nella costruzione di Paesaggio, nella misura in cui riesce a supportare operativamente le trasformazione dei territori, traducendo le indicazioni della Convenzione Europea del Paesaggio e inoltre: - individuando e colmando le contraddizioni e i vuoti della normativa italiana in materia di paesaggio e di Lavori Pubblici; - avendo attenzione all’evoluzione dei concetti alla base dei criteri di iscrizione di beni nella WHL dell’UNESCO; - rispondendo ad una gestione del “percepito”; - valutando le trasformazioni del territorio attraverso il coordinamento di saperi esperti; - cogliendo le modi cazioni, le alterazioni e i miglioramenti del Paesaggio, gestendo in forma sistemica il progetto di conservazione o di trasformazione di un territorio valutandone i rischi rispetto alle variazioni delle pressioni antropiche e naturali e rispetto alla cultura e alla memoria dei luoghi; - introducendo, indipendentemente dalla norma, l’idea di buffer zone, aree-soglia, tra il vincolo e il non vincolo; - indirizzando verso il progetto di paesaggio le azioni di prevenzione nei confronti dei terre-

moti, dei dissesti idrogeologici e delle diverse forme di degrado a scala urbana e territoriale; - valorizzando, attraverso processi informativi con gli Enti e con i progettisti, la trasversalità della disciplina di Coordinatore Paesaggista nella “produzione” di cultura del territorio e nel processo di sensibilizzazione sul Paesaggio da intendersi come generatore di valore; nalizzando le azioni territoriali al benessere psico- sico. Tutto ciò è velleitario? No. Stiamo lavorando perché ciò avvenga (per ora almeno sul piano universitario). Mettere in piedi un dispositivo ecologico come presupposto fondante di un progetto di trasformazione ha certamente una serie di vantaggi che possono essere letti su più piani: nell’Università che avrebbe un ulteriore appeal da spendere sul piano didattico-formativo, oltre alla possibilità di moltiplicare la ricerca nella direzione della connessione dei saperi e nella produzione scienti ca con contenuti più in linea con l’evoluzione della de nizione di Paesaggio o anche indagando e mettendo a punto strumenti operativi per rendere funzionali gli assunti di base espressi nella succitata Società Scienti ca del Paesaggio; alla professione di Coordinatore Paesaggista, questa nuova gura che se istituzionalmente riconosciuta darebbe alla Pubblica Amministrazione un elevato valore aggiunto; al territorio il cui governo sarebbe supportato da una visione culturale di insieme ed in cui potrebbero nalmente convergere specialismi a sostegno di progetti di trasformazione per la collettività. © Riproduzione riservata

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Qualità terziarie e affordances nello studio del paesaggio di Michele Sinico

Prima di parlare di qualità terziarie e di affordances, devo premettere due ostacoli che frenano l’accettazione di questi due concetti. La cultura scienti ca, che è data per scontata nei libri del liceo, che assimiliamo diffusamente dagli strumenti dell’informazione, che si alimenta sull’inerzia di una concezione positivista, è pervasa da almeno due pregiudizi tra loro opposti: quello sicalista e quello soggettivista. Il primo afferma che la Realtà è la realtà sica; il secondo afferma che le qualità dell’esperienza, quelle non sicamente determinabili, sono proiezioni soggettive, e rientrano nella sfera dello psicologismo. Messi insieme, questi due pregiudizi, nella loro complementarità, offrono un’illusoria esplicazione dell’esperienza fenomenica. Il pregiudizio sicalista, se portato alle estreme conseguenze epistemologiche, diventa meta sica e per uno scienziato antimeta sico, proprio perché scienziato contemporaneo, è uno scacco. Sul pregiudizio sicalista non posso qui dilungarmi, mi limito solo ad annotare che quando Galileo Galilei fondò la scienza sica, distinguendo le qualità dell’esperienza primarie e secondarie (uso questi termini anche se i termini “primario” e “secondario” sono stati introdotti successivamente dal chimico irlandese Robert Boyle), per cui le prime (peso, forma, grandezza, ecc.) sono oggettive, sono riducibili alla misurazione, mentre le qualità secondarie (colore, suono, odore, ecc.) non sono oggettive perché il ruolo dell’osservatore è costitutivo, Galileo - dicevo - non ebbe uno scopo ontologico, non volle affermare che solo alle prime si può concedere il titolo di Realtà. Non a caso, in molti passi, Galileo giusti ca la verità sica sulla base delle leggi percettologiche (Sinico, 2012a). Tra i casi, ricordo la lettera al principe Leopoldo dei Medici, sul candore della Luna, in cui egli usa la legge del contrasto percettivo come premessa vera per dedurre una verità sica (ovvero che il candore della Luna non è dovuto alla stessa materia lunare). A Galileo, cosa che la scienza ottocentesca ha poi dimenticato per colorarsi di dogmatismo, interessava una via metodologica per leggere la natura nel linguaggio della matematica, ma senza intenti ontologici. Purtroppo, questo dogmatismo positivista è penetrato e si è diffuso nella cultura generale di cui l’uomo di cultura media (ma anche lo scienziato di cultura media) stenta a mettere in discussione. L’altro pregiudizio, quello soggettivista, afferma invece che le qualità dell’esperienza, quelle che non rientrano nello schema misurativo, come sono appunto le qualità terziarie, per esempio il caldo e il freddo visivi ( g. a pag. 18), l’allegria, la minacciosità, eccetera, sono del tutto soggettive,

Tertiary qualities and affordances in the study of the landscape by Michele Sinico This paper is an introduction to the study of the landscape from the point of view of perception. It discusses the theories of tertiary qualities and affordances in order to explain the theoretical contribution of Experimental Phenomenology. The philosopher Georg Simmel was a precursor in this line of research applied to the landscape, with the introduction of the concept of Stimmung. Tertiary qualities have been studied by Gestalt psychologists: this theory considers tertiary qualities as immediate properties of the perceptual eld, independent of the subject. According to James J. Gibson, the father of Ecological Psychology, affordance is a relational concept that implies the action of organisms; but values and meanings in the environment are “external to the perceiver” (Gibson, 1979, The Ecological Approach to Visual Perception, p. 127). The article concludes that the phenomenological theory of expressive qualities, considered as objective properties of the environment, is crucial to psychological studies on the landscape.

Nella pagina a anco: sapere che il deserto è caldo e la neve è fredda non in uisce sul carattere espressivo freddo e caldo dei colori percepiti.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 nuta nell’ambiente. Se una persona triste arriva a Venezia nel giorno di Carnevale, non vede tutti addolorati e emmatici, i colori non gli appaiono smorti, non sente le trombette con suoni ochi e calanti, semmai prova fastidio perché l’allegria diffusa, i colori saturi, i suoni squillanti e acuti gli generano egodistonia. Quindi le emozioni possono presentarsi negli oggetti dell’ambiente comportamentale, nelle unità del campo fenomenico, tanto quanto nell’io. Conclude Koffka: «sarei persino propenso a credere che un campo senza organizzazione dell’io può essere altamente emozionale» (Ibidem, p. 343).

1 - Alcuni fotogrammi del lmato di Heider e Simmel.

sono proiezioni dell’osservatore. Così se uno vede un paesaggio ridente, dato che è ovvio che il paesaggio sico non possa essere ridente, la risata deve averla proiettata lui, l’osservatore. Ma, nota Kurt Koffka: «un paesaggio può apparirci triste anche se personalmente siamo del tutto allegri. Un pioppo non può forse apparire superbo, una giovane betulla timida? E non ha forse Wordsworth immortalato la gioia degli asfodeli? La psicologia tradizionale ribatterà che siamo noi a proiettare questi sentimenti entro quegli oggetti naturali, e che non si può sostenere seriamente che un paesaggio sia davvero triste e che gli asfodeli siano davvero gioiosi; siamo noi ha dotare questi oggetti delle nostre emozioni, mediante il processo chiamato empatia» (1935. Trad. it. 1970, p. 342).

La sostenibilità di questa teoria poggia però su due deboli assunzioni. Anzitutto, come dice lo stesso Koffka: «quando attribuiamo la tristezza a un paesaggio, intendiamo parlare del paesaggio geogra co; questo sì che sarebbe evidentemente assurdo» (Ibidem, p. 342).

Per Koffka, l’ambiente “geogra co”, che è l’ambiente contrapposto a quello comportamentale, è descrivibile con una riduzione metrica. Ora, sarebbe del tutto senza ragione pensare che la tristezza sia proprio del mondo sico. La seconda assunzione è un diallelo, un circolo vizioso. Il paesaggio appare triste e la tristezza è una proiezione del soggetto. Ma l’empatia non dimostra questa soggettività, è semmai la conseguenza dell’assunzione che le emozioni sono soggettive. Si giusti ca insomma l’emozione, che si vede propria di un paesaggio, con l’empatia; ma l’empatia è una implicazione dell’assunzione della soggettività delle emozioni. Quindi si dimostra ciò che si è assunto.1 Il fatto è che le emozioni siano solitamente sperimentate come appartenenti al nostro io non signi ca che siano sempre del nostro io. È data la circostanza normalissima che lo stato d’animo dell’osservatore sia opposto all’emozione rinve1 Non entro nel merito delle ricerche sui neuroni specchio che hanno rivitalizzato la teoria dell’empatia. Mi limito solo a notare che i neuroni specchio non cambiano il problema, non solo perché tra i meccanismi neurali e l’esperienza fenomenica c’è un incolmabile salto ontologico, ma perché non è de nito se il comportamento cellulare “ri esso” sia la causa o la conseguenza della percezione emozionale: nella misura in cui posso percepire la tristezza di una landa senza dover essere triste, la percezione è una precondizione indipendente della relazione empatica.

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Il mio obiettivo è qui presentare due prospettive psicologiche, e più precisamente fenomenologico-sperimentali, per lo studio del paesaggio: la prospettiva gestaltista e quella della psicologia ecologica. La prima ha concettualizzato le qualità espressive, la seconda l’affordance come strumenti teorici utili per una presa conoscitiva sul paesaggio. Parto, per coerenza cronologica, dalla psicologia della Gestalt. Anzi parto da un predecessore dei gestaltisti Georg Simmel.

Simmel e l’unità atmosferica del paesaggio Georg Simmel ha scritto alcuni testi classici sul paesaggio (cfr. Saggi sul paesaggio, 2006; e in particolare Filoso a del paesaggio, 1913). Ricordo, per contestualizzare storicamente, che Simmel ha insegnato dal 1901 al 1914 a Berlino, dove si formò, nei primi anni del secolo, anche il padre della psicologia della Gestalt Max Wertheimer. Per Simmel il paesaggio ha due importanti aspetti speci ci: l’unità degli elementi e una Stimmung, quella che potremmo tradurre molto approssimativamente con il termine “atmosfera”2 e, come vedremo, è uno strumento concettuale che poi sarà sviluppato, con altre sfumature teoriche, proprio dai gestaltisti (ma anche più recentemente da studiosi come Gernot Böhme, 2010). Per quanto riguarda l’unità, Simmel afferma che quando camminiamo nella natura vediamo «alberi e acque, prati e campi di grano, colline e case, e tutti i mille cambiamenti della luce e delle nuvole3 – ma, per il fatto che osserviamo questi singoli particolari o anche vediamo insieme questo e quello di loro, non siamo ancora convinti di vedere un “paesaggio”» (1913. Trad. it. 2006, p. 53).

Non vediamo ancora un paesaggio perché una cosa è la natura, senza parti, come “ininterrotta nascita e distruzione delle forme”, un’altra cosa è il paesaggio che si costituisce appunto come unità della totalità della natura: «La nostra coscienza ha bisogno di una nuova totalità, unitaria, che superi gli elementi, senza essere legata ai loro signi cati particolari ed essere meccanicamente composta da essi – questo soltanto è il paesaggio» (Ibidem, p. 53). 2 Si potrebbe infatti anche tradurla come: “tonalità spirituale”, “stato d’animo” o “umore”. 3 Non si può non notare una somiglianza con l’incipit del famoso articolo di Wertheimer sull’organizzazione percettiva del 1923: «Sto alla nestra e vedo una casa, degli alberi, il cielo. In via di principio, potrei anche contare, e dire: “qui ci sono… 317 tonalità di colore”. Ma ho davvero davanti a me il 327?”, senza ipotizzare che quest’ultimo tragga spunto proprio dal saggio sul paesaggio di Simmel.


TRASPORTI & CULTURA N.46 Nel rapporto con l’osservatore, il paesaggio quindi si con gura in quanto unità che invece non si dà nella natura dove tutto è indistinto, senza un criterio: «Perché ciò che abbracciamo con uno sguardo o all’interno del nostro orizzonte momentaneo non è ancora paesaggio, ma tutt’al più materiale per esso – come una quantità di libri accatastati non è “una biblioteca”, ma lo diventa piuttosto, senza che se ne aggiunga o se ne tolga alcuno, solo quando un concetto uni cante li ordina secondo il proprio criterio formale» (Ibidem, p. 57).

L’unità non è tuttavia una proiezione soggettiva sulla natura. Per Simmel c’è un momento unico in cui, per dirla in altri termini, le forze dell’io e quelle dell’empiria determinano insieme il paesaggio come unità. La differenziazione è solo una presa di coscienza successiva. Il secondo concetto chiave per capire il paesaggio è la Stimmung. Con questo termine si intende un senso di insieme da cui emerge un carattere speci co dell’unità sotto osservazione, è dunque un quid unitario che «pur non essendo collegato in modo preciso al particolare, è tuttavia l’universale in cui tutti i particolari si incontrano - così la Stimmung del paesaggio pervade tutti i suoi singoli elementi, spesso senza che si possa stabilire quali di essi ne sia la causa; in un modo difficilmente de nibile ciascuno ne fa parte – ma essa non esiste al di fuori di questi apporti, né è composta da essi (Ibidem, p. 64).

Per cui un paesaggio può essere descritto, o meglio, può essere: «sereno o triste, eroico o monotono, tempestoso o melanconico» (Ibidem, p. 67).

Qui siamo proprio nell’ordine delle qualità espressive. Ora, anche la Stimmung, per Simmel, non è separabile dall’unità, non è un momento diverso dalla sua formazione: «l’unità che il paesaggio realizza come tale, e lo stato d’animo che si origina dal paesaggio e con il quale lo percepiamo, sono solo la scomposizione successiva di un solo atto» (Ibidem, p. 66).

L’unità e la Stimmung sono dunque compresenti e immanenti, date entro i limiti dell’esperienza immediata. Da ciò consegue che il paesaggio non è una costruzione soggettiva arbitraria, è piuttosto il notare un’unità presente oggettivamente: «il paesaggio possiede tutta la sua oggettività di paesaggio all’interno della sfera d’azione della nostra attività formatrice, lo stato d’animo, che è una particolare espressione o una particolare dinamica di questa attività, ha la propria piena oggettività in esso» (Ibidem, p. 67).

Si può in ne concludere affermando che, per Simmel, la Stimmung, sebbene non sia data in assenza di un io, di un’attività formatrice, è una proprietà oggettiva del paesaggio, del mondo inanimato.

Gestaltisti e le qualità terziarioespressive Un paesaggio può essere descritto in modi diversi. Un modo è quello geogra co o sico-geometrico; un altro modo è quello fenomenologico. Per capi-

re empiricamente questa differenza è utile vedere o rivedere il famoso lmato di Heider e Simmel (che non è Georg Simmel, e neanche un suo familiare, ma è Marianne, un’allieva di Fritz Heider), in cui gli sperimentatori chiedevano a un gruppo di soggetti di descrivere liberamente ciò che vedevano (Fig. 1). Il risultato è che le descrizioni non coglievano affatto il dato sico-geometrico ma le gure geometriche erano identi cate come esseri viventi. Le gure erano antropomor zzate, avevano un’anima, un’identità, una personalità coerente nel tempo, stabilivano determinate relazioni interpersonali che davano vita a una storiellina di inseguimenti, di fughe, pause, irritazioni, rivalse, accordi, e un lieto ne. Questo esperimento dimostra in primo luogo che determinate condizioni cinetiche appaiono intersoggettivamente e immediatamente espressive. Basta cioè rispettare determinate condizioni cinetiche per avere, in modo necessario, una speci ca percezione espressiva. Questa dimostrazione è rimarchevole anche perché permette di attestare che ciò che incide nell’osservatore di un’animazione come questa, tanto quanto di una qualsiasi scena percettiva,

2 e 3 - Le metafore spirituali veicolate dai segni dell’immagine a sinistra contrastano con il valore percettivoespressivo nell’immagine a destra.

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4 - Una piuma è il simbolo della leggerezza ma se si aggiungono condizioni percettive determinate: diversa l’inclinazione, stilizzazione dei margini, compattamento della texture, capovolgimento della gura, si ottiene una piuma che non appare affatto leggera, per un conitto tra il piano segnico e percettivo che sono dunque indipendenti.

tanto quanto di un paesaggio, è l’ambiente comportamentale, con la sua immediata presenza espressiva, terziaria, e non invece l’ambiente geogra co, che lo scienziato descrive mediante il ricorso a misurazioni. Gli Psicologi della Gestalt sono il più importante riferimento teorico per le qualità terziarie, quelle qualità che erano state reiette dalla concezione sicalista (ed è veramente interessante annotare che il gestaltista Wolfgang Köhler si formò nell’ambito della sica, frequentando sici del calibro di Walter Nernst e Max Planck). I Gestaltisti adottano un approccio fenomenologico, secondo il quale la conoscenza si basa sull’esperienza immediata, sul dato incontrato nell’esperienza fenomenica. Tutte le altre conoscenze, come quelle indirette della sica, che presuppongono una mediazione misurativa, o quelle siologiche che presuppongono un’ispezione che vada al di là del corpo, ossia nell’organismo (giacché il cervello, per come lo conosciamo dalle neuroscienze, è “organismo” non è “corpo”, non è dato all’esperienza fenomenica) sono il transfenomenico, cioè teoria, cioè astrazione. Una teoria può essere vera o falsa, mentre il dato fenomenico è sempre vero: è un dato. Quindi le qualità terziarie, e come sottocategoria delle qualità terziarie le qualità espressive, sono tradizionalmente le qualità dell’esperienza che non possono essere ridotte entro uno schema misurativo (com’è per le qualità primarie) e che non possono essere ridotte in un dato siologico (com’è per le qualità secondarie) – e non perché la neuroscienza “non ci è ancora arrivata”, ma perché c’è una differenza ontologica che non è sanabile tra l’organismo e il fenomenico. L’allegria che vediamo in un paesaggio non è riducibile misurativamente né con l’allegrometro, che nessuno ha ancora inventato, né con le scariche di qualche recettore sensibile all’ilarità; è tuttavia un dato percettivo evidente e intersoggettivo.4 4 Ci sono ovviamente i correlati siologici, ma anche i correlati sono la risposta di un sistema alla presa percettiva di un goal, non sono la conoscenza del goal. Si potrebbe costruire una macchia che replica il cervello quando si prova l’esperienza dell’allegria; ma non si conoscerebbe così l’allegria esperita, si

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Stando su un piano di descrizione non riduzionistico, bisogna poi ancora distinguere almeno due diversi piani: uno è quello segnico l’altro è quello espressivo (Sinico, 2012b). Prendiamo uno dei massimi pittori del paesaggio, Caspar David Friedrich, si constata sì che l’immagine è tutta costellata di valori simbolico-religiosi (le rocce alludono alla Fede, la cima a Dio, gli alberi gli uomini, ecc.), segni che richiedono appunto una conoscenza, senza la quale non si può “vedere” il signi cato rimandato dal simbolo. Ma persino in questi quadri c’è una lettura in termini espressivi. Friedrich non usa forme, colori, ombre, a caso. Se si cambiano, ad esempio, i colori (Figg. 2 e 3), il Riesengebirge, luogo spirituale in cui la fede umana è colma di devozione per la sublime presenza divina, appare come una landa infernale pronta ad accogliere i truci dannati della Commedia. Valori simbolici ed espressivi sono dunque compresenti in un’immagine (vedi anche Fig. 4). La differenza sta che i primi richiedono una conoscenza pregressa, i secondi sono universali e immediati. Laddove il piano simbolico richiede una conoscenza, e quindi varia da cultura a cultura, il piano percettivo-espressivo è intersoggettivo, almeno per organismi che hanno il medesimo sistema sensoriale. L’intersoggettività è inoltre alla base dell’oggettività sperimentale. Per questo si parla di fenomenologia sperimentale: lo studio mediante la manipolazione sistematica di una variabile indipendente fenomenica in funzione di una variabile dipendente fenomenica (anche se al ne della realizzazione sperimentale, le variabili fenomeniche possono benissimo essere operazionalizzate e descritte in termini metrici – ma non per questo si confonde il dato fenomenico con una sua misurazione). Dalla prima e famosissima dimostrazione sperimentale di Köhler (1929), in cui egli chiedeva ai soggetti sperimentali di associare due parole prive di senso, “tachete” e “maluma”, a due gure viste per la prima volta, una spigolosa e una rotondeggiante (Fig. 5), e dai quali risultati lo stesso concludeva che l’associaconoscerebbe il funzionamento del cervello.


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5 - Chi è takete e chi è maluma?

zione dei soggetti è basata sulla similarità dei tratti espressivi, è succeduta una ricca letteratura sperimentale (Sinico, 2015). Questa letteratura mostra come la percezione del paesaggio, proprio nel suo carattere d’insieme, incontra tratti espressivi che ne condizionano la relazione. Non perché ci emozioniamo, ma perché la nostra percezione cosciente ha presente un valore espressivo. Prima di passare a Gibson, cioè colui ha invece teorizzato la relazionalità organismo-ambiente, voglio concludere ribadire che per i Gestaltisti le qualità espressive del paesaggio sono dati fenomenici oggettivi. Cito Kohler: «(...) una volta, durante un’ascensione sulle Alpi, mentre aggiravo con cautela uno sperone di roccia, vidi una grossa nuvola scura che si moveva lentamente e in silenzio verso di me, risalendo il pendio. Era una visione terribilmente sinistra e terri cante; geneticamente questo può essere stato provocato da un caso di empatia, ma per quel che io potevo vedere in quel momento, la minaccia si trovava proprio nella nuvola. (...). Allo stesso modo, è proprio l’oceano a essere “selvaggio” in una tempesta; e una montagna che si stagli alta sopra le altre cime, illuminata da una luce strana, è di per sé stessa “maestosa” o “angosciante”.» (1937, trad. it. 1971, pp. 263-264).

E ancora: «(...) non vedo alcuna ragione per cui tali “qualità terziarie” non dovrebbero appartenere al lato oggettivo del campo fenomenico» (1938, trad. it. 1969, p. 63).

Gibson e l’affordance Premetto che lo psicologo americano James J. Gibson aveva ben presente la teoria della Gestalt, il concetto di “Aufforderungscharakter” di Kurt Lewin, per indicare proprietà relazionali come ad esempio l’attraente, il piacevole, l’opprimente, ecc. e i cosiddetti “caratteri di invito” teorizzati da Koffka, per cui la mela dice “mangiami!”, l’acqua dice “bevimi!”, il tuono dice “temimi!”, e la donna dice “amami!” (ma oggi dice anche “temimi!” - ndr). Perché è importante la teoria ecologica di Gibson

per lo studio del paesaggio? Perché Gibson rivoluziona la psicologia della percezione introducendo il concetto di “nicchia”. È un concetto che va oltre la nozione di “habitat” nella misura in cui è speci co per ciascun organismo. L’habitat di un rapace diurno può essere lo stesso di quello di un rapace notturno ma, di giorno o di notte quel luogo cambia completamente, e i due hanno una nicchia diversa e speci ca. Da qui si desume facilmente che la percezione non riguarda esclusivamente il rapporto psico sico, che poggia sullo sterile assunto del dualismo cartesiano, non considera il sico, che non implica le caratteristiche speci che dell’organismo, ma riguarda l’ambiente nel quale l’organismo agisce. Per Gibson quindi la percezione non è solo la passiva registrazione cosciente, non è qualcosa che va di conseguenza studiata in laboratorio costringendo il soggetto sperimentale con il poggiatesta, ma è funzionale al controllo del comportamento entro un sistema organismo-ambiente, è connessa all’azione in quello speci co ambiente, in quella nicchia. Il sistema, e non più l’oggetto o il soggetto, diventa lo scopo conoscitivo della ricerca nella psicologia ecologica (Costall, 1981). Questa teoria ha spinto Gibson, nella sua ultima fase della ri essione, parlo della seconda metà degli anni Settanta (Gibson, 1977; 1979), a introdurre il termine “affordance”. Affordance è la sostantivizzazione del verbo “to afford”, che ha due signi cati: ciò che l’ambiente offre all’organismo e, nel contempo, ciò che l’organismo coglie nell’ambiente. Le affordances offrono quindi all’organismo un insieme di proprietà che consentono a quest’ultimo di agire adattivamente nell’ambiente speci co. Ad esempio, la super cie offre all’organismo la possibilità di camminare quando è piatta, estesa, solida, ecc. (Fig. 6). Quando invece la super cie veicola altre caratteristiche nel usso ottico, l’animale non è guidato al comportamento del camminare (Fig. 7). Tutte queste proprietà sono speci cate nella congurazione ottica dell’ambiente, che sarebbe a dire nella luce. Non è richiesta alcuna elaborazione mentale. Il paesaggio non si con gura soltanto come un dato da cogliere passivamente: induce un comportamento, guida a un’azione, ed è pro23


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6 - Una super cie terrestre orizzontale, piatta, estesa e solida. Questa super cie è un’affordance di sostegno che chiamiamo ‘suolo’ o ‘pavimento’, nella misura in cui consente un appoggio e la posizione eretta perché è ‘stazionabile’, ‘camminabile’, ‘percorribile’.

prio con questo termine che è possibile spiegare il rapporto dell’organismo nell’ambiente (Chemero, 2003). E nell’VIII capitolo di Un approccio ecologico alla percezione visiva, presentando la teoria delle affordances, Gibson afferma: «È questa un’ipotesi radicale, in quanto implica che i “valori” e i “signi cati” delle cose dell’ambiente possono essere percepiti direttamente. In più, un’ipotesi del genere è in grado di spiegare in che senso valori e signi cati sono esterni al percipiente» (1979; trad. it, 1999, p. 205).

Anche per Gibson valori e signi cati stanno nell’ambiente esterno, in attesa che l’organismo, per adattarsi, li colga. Ma dunque sono oggettivi.

Conclusioni

7 - L’ambiente offre direttamente l’informazione per guidare l’azione pertinente: questa super cie non è ‘stazionabile’, ‘camminabile’, ‘percorribile’, è invece, come precisa Gibson, ‘tuffabile’.

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Questa tradizione di ricerche, che attraversa tutta la storia della psicologia, attesta che il carattere espressivo di ciò che vediamo in un paesaggio è qualcosa di oggettivo ed è qualcosa che, al di là delle determinazioni siche misurative, ha un impatto primario sugli osservatori. Per cui si distingue una percezione espressivo-emotiva ma anche una relazione emozionale con il paesaggio. Teoricamente questa conclusione è importante perché, se si assumesse una posizione sicalista secondo la tradizione, si sarebbe obbligati a escludere l’oggettività esterna di queste qualità, che diventerebbero solo un processo del sistema in chiave funzionalistica. Questo è un utilissimo piano di spiegazione, ma siccome non esiste uno studio del cervello se prima non si ha una de nizione di contenuti dell’esperienza (e la de nizione sica abbiamo visto esclude questo pezzo di Realtà del dato immediato), come nessuno si sarebbe mai posto il problema di studiare il sistema visivo a livello neurale se tutti fossero sempre stati ciechi, e non avessero mai visto il cielo, gli alberi, le case,

e nemmeno una nestra, la de nizione delle leggi strutturali del mondo fenomenico, secondo la fenomenologia sperimentale, anche nello studio del paesaggio, sono e saranno sempre imprescindibili. © Riproduzione riservata


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Paesaggio e infrastrutture viarie: con itti e opportunità di Michele Culatti

Se si vuole affrontare il tema del paesaggio dal punto di vista della sua progressiva trasformazione, accettando il presupposto che “paesaggio” e “percezione” siano connessi in modo indissolubile, si deve necessariamente valutare il ruolo delle infrastrutture viarie come principale dispositivo percettivo. Infatti, in quest’ottica, strade e ponti sono contemporaneamente soggetto e oggetto di paesaggio. Il primo caso si veri ca perché le infrastrutture viarie divengono strumento di percezione, ovvero sono il veicolo attraverso il quale è possibile cogliere le forme e i contenuti degli spazi attraversati, siano essi urbani o di scala vasta; il secondo caso, ovvero sono oggetto di paesaggio, perché si percepiscono dall’esterno della strada, quindi diventano componenti di paesaggio. É nella doppia valenza percettiva di questi “ lamenti urbani”, da dentro e da fuori la strada, che si determina il valore aggiunto o sottratto agli spazi attraversati. É ben noto quanto il rapporto tra un “contesto” ed un sistema lineare o puntuale (strada o ponte) sia con ittuale sul piano ambientale e paesaggistico determinando, in genere, valori sottratti. Tuttavia se, sugli aspetti ambientali, esistono ampia letteratura, consolidata normativa e signi cativa casistica che forniscono gli ordini di grandezza e la tipologia degli impatti, per il paesaggio, per quanto ci siano strumenti di controllo sulle modi cazioni del contesto, l’Italia sconta ancora un’arretratezza culturale ed operativa che possiamo constatare nelle contraddizioni tipologico-formali dell’edilizia della strada che cogliamo quotidianamente. Le cause sono diverse e sono sicuramente da ricercarsi primariamente nel ruolo minoritario che le istituzioni hanno dato, no ad ora, al paesaggio, oltre che in un quadro di riferimento normativo poco coordinato e non in linea con l’evoluzione del concetto di paesaggio. Il paesaggio, infatti, non è ancora visto come risorsa, come veicolo di conoscenza della cultura, come funzione terapeutica, come appeal di una visione strategica capace di cogliere la vocazione turistica del nostro Paese. Conseguentemente, le infrastrutture viarie, che sono componenti del paesaggio, non hanno avuto una sistematica attenzione strategica: vivono con logiche decisionali separate da una gestione del paesaggio e sono viste dai fautori di infrastrutture e dai loro committenti come mero fatto funzionale. Manca, infatti, sul piano normativo e procedurale, un approccio progettuale in cui il disegno della strada sia accompagnato anche da un ri-disegno del paesaggio. Attualmente, per norma, prima si progetta la strada e solo poi si valuta l’impatto sul piano paesaggistico. Quindi ci trova costantemente di fronte alla ne-

Titolo Landscape and road Autore infrastructure: con icts and opportunities by Michele Culatti Fuga. Qui aborers picimin conemo od maio

ipis re lam dolo quiam ut rem repe plab ipsaperum anda idignimet poritam vendio quatissiment officia velias aut oditi quunt In Italy, the legislation on infrastructure repro vellatur quat aut projects deals am withinverchit the issueexped of landscape, pa cum con coremporro expelitatum considering cases with marginally quam autat et quuntur, quunt labor si odis reptat negative impact, whereas perceptual perero blabo. Nemporio te digendaera aspects are addressed only in the visual nes eat ex estioraerae volum laciet unt sense. facesto volecup taerspi endundis dunt et So, it is important to ask this question: eos cusant restia cus ned idunto qui how numet, should perception be de so that ratquam ra accust earum repraes tiamus. it might best support design decisions Borit hitaque non endissincit exerumq that take the landscape into account? uisque am, aturi dolescite comnis simpos There is more than one answer, however, et stiumqu amustiu rerumque et ut andoffi it ciu is interesting to explore de nitions et aut archili gentur mostem venistiundi from different disciplines such as voloreicil maximil itemos estiandae anthropology andipsanih psychology. verum dolor alibus ne atiore Studying perception within the ilis eum re que volorem eturia nos mi, et sim anthropological dimension canvolorest, be useful, enim nobitia temquo id qui quiaspeditat says Franco Cecla, to understand how we eos disquos ut rerem sam consed que perceive space through ouriusa spatial sense licitius, as et volectem ratio test, vellibus, organ, the body. This is how man feels apis nonsed quaestemque pediciendam, himself to be in a space. The body helps nullupt inulparum ipictat. him de ne directions and boundaries, and Faccabo. nis eatent volorum etur? he uses itEcae accordingly. Ucientinctus rerum, sitas quiate nullabo Moving into the cognitive eld, relying remque ad made volorenda comnim on a particular nition ofcorum, perception reicia optatquam simus cum,how sinctor by Prof.cus, Alberto Argenton, we see epudaercius, ommolo berume et hilictate our senses concur to help us grasp what vendipsandem et aborat rem fugiass we come into contact with, and assess iminumet expediti dolorem its characteristics, forms, functionsharuptas and restor mint es secumet ommo modipsam meaning. quis sequiofnobis accus atat Thesedoluptiatur two de nitions perception can mi, voluptati volor aligenimet quaepudant help man understand the relationship labo. Nam lique and vitaeptaquis between roadvendae infrastructure the molupie ntibusamus volore, offictio landscape of existing works, and perceive dolupta tisimeniant omnis re require dollab ipsunt the values and concerns that quisque di dolorehenis demporepudis consideration in the design of works alibus dipidiwith quitheque verovit ibuscius, “connected” landscape. quidenet, od eribearum aut que dolest et, odigeni andebit volorum ipis et exera samus cum nos et fuga. Us, consequia volorem oluptio quam voluptatur, omnimporecus dest, in et ipiciis citiam sit elitibu sandis venissitis aut experias rerio blandio. Ribusci mpore, iur sanissequae vendis suntium et quaesto mod quam, ut il es mo voluptae

Nella pagina a anco, in alto: ponte della Costituzione a Venezia: tendenza a camminare nella parte centrale per avere maggiore senso di sicurezza. in basso: veduta del ponte dal basso.

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Il quadro di riferimento normativo: il progetto della strada, paesaggio, percezione Dal punto di vista normativo, il progetto della strada o del ponte - che ricordiamo essere opere pubbliche - hanno speci ca normativa che però non contempla aspetti paesaggistici o percettivi. In linea generale ovviamente, con le dovute eccezioni, per i fautori di infrastrutture l’obiettivo qualitativo è legato a fattori tecnico – prestazionali. Fino al 2010, per quanto poco considerata, esisteva all’interno del Testo Unico sui Lavori Pubblici (DPR 554/99) l’articolo 46 riguardante la veri ca del progetto preliminare: “La veri ca è nalizzata ad accertare la qualità concettuale, sociale, ecologica, ambientale ed economica della soluzione progettuale prescelta e la sua conformità alle speciche disposizioni funzionali prestazionali e tecniche contenute nel documento preliminare alla progettazione e tende all’obiettivo di ottimizzare la soluzione progettuale prescelta”. Dal punto di vista del rapporto tra opera progettata e contesto, un aspetto importante di questo articolo consisteva nella necessità di veri care la qualità concettuale e sociale dell’opera progettata quasi a voler riscattare gli ultimi trent’anni di massi cazione di infrastrutture di bassa o nulla qualità formale. In effetti, tali veri che, se opportunamen-

1 e 2 - Ponte del Mare a Pescara. Successione di immagini che mostrano l’approssimarsi al ponte: da linee direttive che orientano l’attenzione verso il mare a cambiamenti di orientamento nell’esperienza spaziale del ponte.

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cessità di gestire il con itto tra il contesto paesaggistico e la realizzazione di infrastrutture viarie (o l’adeguamento funzionale di quelle esistenti). Si tratta di un con itto non solo paesaggistico, riscontrabile in un mancato disegno delle componenti territoriali, ma anche di prossimità poiché spesso accade che, a mano a mano che ci si avvicina all’infrastruttura (o alla sua idea), si genera nel fruitore sia l’attesa di infrastrutture di elevata qualità prestazionale, sia il loro ri uto, proprio perché normalmente concepite e percepite come “fognature del traffico” (in tal senso si ricorda il ben noto fenomeno NIMBY- Not in My Back Yard). Per comprendere le caratteristiche di questo conitto è necessario capirne le ragioni e sottolineare come, con un’inversione di tendenza, le infrastrutture viarie possono sviluppare un ampio potenziale di costruzione paesaggistica in una direzione “positiva”. Per fare questo, è necessario ri ettere su alcune questioni concettuali ed operative che riguardano nello speci co il tema della percezione sia all’interno del quadro di riferimento normativo sul paesaggio, sia come possibile strumento di lettura della relazione tra infrastruttura viaria e contesto paesaggistico, per approdare ad un approccio al progetto infrastrutturale viario nella determinazione della sua qualità esterna.

te approfondite, si potevano tradurre in attente riessioni per costruire scientemente, proprio attraverso l’infrastruttura viaria, porzioni di paesaggio. Oggi le cose non sono più così: prima il DPR 207/10 (regolamento di esecuzione e attuazione del Decreto Legislativo 12 aprile 2006, n. 163) e successivamente il DLgs 50/16, all’interno della veri ca della prima fase progettuale, viene eliminata l’espressione qualità concettuale e sociale azzerando la possibilità di ri ettere sul senso di una infrastruttura in un dato luogo all’interno del percorso progettuale normato. Osservando, ora, il punto di vista del paesaggio, va premesso che, da tempo, nei dibattiti accademici ed istituzionali si è sollevata la questione sulla denizione stessa di paesaggio, non solo per le numerose declinazioni ed evoluzioni concettuali che comunque lasciano importanti spazi per ri essioni trasversali e che coinvolgono architetti, ingegneri, paesaggisti, agronomi, geogra , loso e psicologi, ma anche per come è stata recepita nel nostro Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio rispetto a quanto, invece, indicato nella Convenzione Europea del Paesaggio del 2000. Il paesaggio è una materia pluridisciplinare, soggetta a diversi punti di vista ed ad evoluzioni semantiche e linguistiche, tuttavia la de nizione


TRASPORTI & CULTURA N.46 emersa dalla Convenzione europea del paesaggio del 2000 è attualmente la più accreditata, anche perché rati cata e recepita dagli Stati che ne hanno preso parte. Ma nel nostro Codice il legislatore ha recepito tale de nizione in modo diverso da quanto indicato nella Convenzione e ciò non è marginale in quanto può dare origine a discrasie sul signi cato di paesaggio e sulla sua interpretazione in termini applicativi, con ricadute anche sullo studio della relazione tra opera infrastrutturale e contesto paesaggistico. Infatti, è cosa ben diversa considerare paesaggio come “[…] una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle persone, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni” (da Convenzione Europea del Paesaggio del 2000) e “[…] territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni” (DLgs 42/2004- Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio). Nel secondo caso, l’assenza dell’accezione percettiva crea un vuoto concettuale determinato dalla negazione di un fruitore, ovvero viene esclusa la presenza di colui che entra in relazione con lo spazio che lo circonda. Nella realtà, non sembra possibile separare il concetto di paesaggio dall’attività di percepirlo. Il termine percezione contenuto nella de nizione di paesaggio della Convenzione Europea del Paesaggio non è speci cato, tuttavia per come è co-

alla qualità visiva (se siamo in presenza di particolari qualità sceniche, panoramiche), con riferimento ai parametri di lettura della qualità paesaggistica; alla capacità di assorbimento visuale con riferimento ai parametri di lettura del rischio paesaggistico; e a tutte le modi cazioni ed alterazioni che possono incidere sulla percezione visiva del paesaggio. Tuttavia, anche qui troviamo due ordini di “vuoti” normativi. Il primo riguarda il fatto che il DPCM citato, per quanto esaustivo nel cogliere gli aspetti strutturali, morfologici e sistemici del paesaggio, quando fa speci catamente riferimento alla percezione, introduce solo un senso delle facoltà percettive dell’uomo, cioè la vista, creando una condizione di analisi e valutazione parziali. Infatti, tornando alle infrastrutture viarie, non sempre il paesaggio è “visto da fuori”: ci sono condizioni, come avviene ad esempio per le passerelle pedonali, in cui possiamo essere immersi nel paesaggio, cogliendone odori, suoni, vibrazioni. Oppure possiamo trovarci di fronte ad un paesaggio visivamente straordinario, ma se siamo nelle vicinanze di produzioni industriali che emettono suoni oppure esalazioni sgradevoli, il “paesaggio sonoro” e quello “olfattivo” condizionano la percezione complessiva del paesaggio. Il DPCM non tiene ancora conto di queste condizioni. Il secondo “vuoto” riguarda l’esclusiva logica impattiva del citato DPCM, con conseguente “atteg-

struita l’espressione (almeno nella versione italiana), sembra avere un signi cato sostanzialmente “mnemonico”, stante a ribadire “ciò che resta impresso nella popolazione”. Il paesaggio ha sicuramente una componente mnemonica come avvalorato da alcuni autori come ad esempio Eugenio Turri1 che, a proposito del rapporto paesaggiomemoria, si esprime nel seguente modo: “Il processo di incasellamento nella memoria degli elementi che via scorrono davanti al viaggiatore è inscindibile dal processo mentale di acquisizione del contesto in cui i singoli elementi si collocano, contesto che nel nostro caso corrisponde al paesaggio”.

giamento” conservativo. Le note a supporto della stesura della Relazione Paesaggistica, classi cano un’ampia gamma di modi cazioni, indicando le tipologie di trasformazioni, e di alterazioni se le trasformazioni portano a cambiare le caratteristiche del paesaggio no a creare “qualcos’altro” (in senso negativo in quanto possono avere effetti totalmente o parzialmente distruttivi). Tuttavia, non v’è cenno sulla possibilità di considerare le trasformazioni in senso positivo, ovvero prevedere situazioni in cui il contesto viene migliorato proprio per la presenza dell’infrastruttura. Dunque, la visione conservatrice della norma tende a escludere lo sviluppo compatibile.

Tuttavia è sufficiente incominciare a valutare il rapporto tra infrastruttura viaria e contesto in termini paesaggistici per capire che la percezione entra in gioco con presupposti diversi da quanto espresso dalla citata Convenzione. Infatti, applicando il DPCM 12/12/2005, documento che disciplina la stesura della Relazione Paesaggistica in aree sottoposte a vincolo e che ha sicuramente il grande pregio di aver tentato di separare il giudizio soggettivo da una valutazione parametrizzata, troviamo indicatori “percettivi” attinenti 1 E. Turri, Il paesaggio degli uomini - la natura, la cultura, la storia, Zanichelli, 2003

3 - Ponte del Mare. Una nuova offerta paesaggistica.

Ricapitolando, dal punto di vista normativo, la logica del progetto infrastrutturale non include il tema del paesaggio; quando questo si veri ca per valutare degli impatti sul paesaggio, avviene considerando, della percezione, gli aspetti legati alla visibilità e solo nell’accezione negativa. Allora, come declinare la percezione in modo più aderente alla realtà e comunque utile per sostenere scelte progettali? Concettualmente di strade ce ne sono diverse, ma può essere vantaggioso esplorare alcune de nizioni appartenenti a settori disciplinari diversi come quello antropologico e quello psicologico. 29


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4 e 5 - Ponte del Mare. Il ponte come “eco” delle forme presenti nel contesto.

Letture percettive Se indaghiamo la percezione nella dimensione antropologica può essere d’aiuto quanto afferma Franco La Cecla2, infatti la percezione dello spazio entra in gioco attraverso l’organo di senso spaziale, ovvero usando tutto il corpo. Ed è attraverso questo che l’uomo sente di essere in uno spazio, de nisce le direzioni ed i con ni e lo usa di conseguenza. Se, poi, ci spostiamo nell’ambito della cognizione, Alberto Argenton3 nella de nizione di percezione, indica in quali termini, con tutti i sensi, noi cogliamo ciò con cui entriamo in contatto, ovvero “valutandone” le caratteriche di forma, di funzione e di signi cato. Con queste due de nizioni di percezione possiamo provare a leggere il rapporto tra infrastruttura viaria e contesto paesaggistico di opere esistenti e cogliere valori e criticità da prendersi come spunti di ri essione per progettare opere “connesse” con il paesaggio. In tal senso una lettura di alcune opere d’arte, ci può aiutare a comprendere il senso di questo approccio metodologico. 2 “La presenza dello spazio è un’attività di conoscenza. Ha dunque a che fare con i sensi, con la percezione, con la percezione che proviene in questo caso da tutto il corpo. L’organo del “senso spaziale”, se così si può chiamare, è il corpo nel suo insieme. Sentire di essere qui è una percezione complessa e unitaria difficilmente separabile dalla sensazione che il corpo di ha sé. Ma la “mente locale” è sì percezione ma anche de nizione dello spazio intorno, tracciamento su di esso delle proprie intenzioni, dei propri movimenti. Ed è anche l’uso di questo stesso spazio, cioè servirsi del intorno come di uno strumento, uno strumento involucro, una protesi della presenza corporea” F.La Cecla, Perdersi. L’uomo senza ambiente, Edizioni Laterza, 2000, pag. 94, 97. 3 “La percezione di qualche cosa è sempre integrata da più o meno consapevoli, spesso intuitivi o automatici, atti valutativi che si risolvono in un apprezzamento delle caratteristiche di forma, di signi cato e di funzione di quel qualche cosa” A. Argenton, Arte e Cognizione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996, pag.161.

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Prendiamo ad esempio il ponte della Costituzione, a Venezia. Come è ben noto, i gradini sono tripartiti: la parte centrale è costituita da lastre di trachite mentre le parti laterali sono in vetro. Accade, soprattutto quando piove, che chi l’attraversa tenda a posizionarsi verso il centro, nella parte in trachite, perché, altrimenti, teme di scivolare sui gradini in vetro. Quindi, quello che doveva essere una caratteristica architettonica del ponte, di fatto, tende a riverberarsi sulla percezione di sicurezza. Ciò che ne deriva è l’uso e la ride nizione dei con ni del ponte che, in particolare nei giorni di pioggia, si “restringono” verso il centro, rendendo il ponte “utile” prevalentemente nella parte centrale. Un’altra opera interessante dal punto di vista della lettura percettiva, è il Ponte del Mare a Pescara. Se, a Pescara, percorriamo il Lungomare Matteotti, in direzione Sud, ad un certo punto, tra il sistema verticale dei pali di illuminazione, scorgiamo un elemento inclinato che polarizza l’attenzione. Tale elemento non spicca solo per l’inclinazione ma anche per le dimensioni: si nota infatti che giace sullo stesso piano verticale del monumento a colonna che si trova sullo sfondo (Madonnina del Pescatore) ma, rispetto a questo, l’elemento inclinato risulta di dimensioni molto maggiori. Questa evidente differenza di scala ci avverte che sta per accadere qualcosa di importante dal punto di vista dimensionale. Procedendo nel cammino, l’esperienza dell’immersione del corpo nello spazio si fa sentire nella misura in cui incominciamo a percepire le direttrici che ci proiettano fuori dal nostro percorso. Infatti, le linee prospettiche del nostro percorso, ovvero il marciapiede, costituiscono una sorta di binario che si conclude in un punto: nel basamento del monumento a colonna; ma quel punto costituisce un punto di applicazione di una serie di for-


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ze: una verticale che si porta no alla conclusione dell’altezza del monumento e l’altra, verso sinistra, tracciata dall’impalcato del Ponte del Mare, verso il mare; poi, in prossimità della conclusione di questa forza, se ne aggiunge un’altra, verticale, verso il cielo (l’antenna del ponte). Una progressione di forze direttrici, che, ancora prima di interagire con il ponte, ci invitano ad affacciarci al mare de nendo nuovi con ni. Saliamo sul Ponte del Mare ed il sistema di curve, insieme allo sdoppiamento del percorso, creano un momentaneo disorientamento perché si sale in quota e si perdono i riferimenti edilizi che ora sono alle nostre spalle: è un disorientamento da cui ci si

riprende subito in virtù della presenza dell’antenna, che funge da punto di riferimento e ordinatore dello spazio. Poi, sulla sommità del ponte: l’immersione del corpo è totale. Si sentono i rumori degli stralli in tensione, le vibrazioni e le lievi oscillazioni; ma soprattutto accediamo ad una nuova offerta di paesaggio: il mare, la spiaggia, il sistema urbano e sullo sfondo la Maiella, e poi ancora il ume ed il mare, una sorta di “ nestra in nita” a tutto campo, a 360°. Ma questo nuovo paesaggio acquista particolare valore perché per i pescaresi signi ca spostare la linea dell’orizzonte ben oltre quanto avevano potuto fare prima della realizzazione del ponte.

6 - Ponte del Mare. Il ponte come punto di aggregazione e punto di riferimento per la collettività nel suo divenire polifunzionale.

7 - Ponte del Mare come simbolo e luogo di valore estetico e simbolo cittadino e regionale.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 è come lmare, produrre meno immagini che tracce mnemoniche nuove, inverosimili, soprannaturali”5. Infatti, con l’aumento della velocità, il rischio per il viaggiatore automobilista, è quello di perdere la possibilità di cogliere le forme di ciò che lo circonda e di darne, quindi, signi cato. Il tema della velocità introduce un altro aspetto legato alla percezione: il suo accesso. L’accesso alla percezione è un tema fortemente sottostimato nella progettazione di infrastrutture viarie e riguarda quanto si può percepire di un’opera contestualizzata in funzione sia dello spazio, ovvero in base al numero e alle caratteristiche dei punti di vista, sia del tempo. Infatti è cosa ben diversa, ad esempio, valutare paesaggisticamente una strada od un ponte che si intravvedono per una manciata di secondi da altri che si percepiscono a scala vasta e praticamente continuamente. Si tratta di parametri ben quanti cabili sui quali è possibile costruire matrici valutative.

8 - Padova, passerella di via Goito. Esempio di mimetizzazione cromatica.

Osserviamo ora il ponte dal punto di vista delle forme, delle funzioni e dei signi cati. É interessante notare che il ponte, rispetto al suo contesto paesaggistico, si con gura come “eco” delle forme presenti sia nel Mare Adriatico che nel ume Pescara; infatti, con la sua composizione di antenna e stralli richiama le imbarcazioni ormeggiate al porto e lungo il ume. Dal punto di vista della funzione, oggi il ponte per la sua lunghezza e per le sue caratteristiche altimetriche è diventato luogo di s da per ciclisti e podisti, nonché luogo di sosta, punto di ritrovo per cittadini e fonte di attrazione turistica. Per quanto riguarda il signi cato, è diventato il luogo dove immortalare importanti eventi della propria vita come il matrimonio ed oggi il Ponte del Mare è diventato il simbolo non solo di Pescara ma anche dell’Abruzzo. Analoghe letture possono essere condotte anche per le strade, veri cando punto-punto ciò che avviene dal punto di vista percettivo. Certamente l’immersione del corpo nello spazio, che ha sei piani (davanti, dietro, sopra, sotto, destra, sinistra), è limitata da due elementi: il veicolo e la velocità. Essere su un veicolo, infatti, implica un sistema spaziale strati cato: quello appartenente alla strada e quello del veicolo su cui si viaggia per un totale di almeno dodici piani. Ecco allora che ad esempio il “davanti” può avere la seguente straticazione: volante – cruscotto – cofano dell’auto – linee convergenti della strada - territorio ai lati della strada - cielo. Questa strati cazione di spazi, l’uno dentro l’altro, che si traduce in una percezione dello spazio ltrato, non impedisce, però, di cogliere, almeno visivamente, i con ni, le densità, le forme, le funzioni ed i signi cati del paesaggio che si attraversa. Lo stesso Eugenio Turri, a proposito dei viaggi afferma: “Ogni viaggio si esplica come successione di impressioni. Centinaia, migliaia di impressioni. Esse sono prevalentemente visive se si viaggia in treno o in aereo; più totali, più vissute, se andiamo a piedi”4. L’altro elemento, la velocità, tende a compromettere la percezione del paesaggio. In tal senso, Paul Virilio afferma: “La velocità considera la visione come materia prima, con l’accelerazione viaggiare 4 Turri E., 2007, 26-27

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Approccio alla qualità esterna dell’infrastruttura viaria Considerati i vuoti normativi indicati in precedenza e alcuni principi percettivi, come possiamo impostare un lavoro sulla qualità esterna delle infrastrutture viarie, ovvero sulla qualità percepita? La partita si gioca, evidentemente, sul piano culturale, nel dialogo tra progettista e committente. É in questo dialogo che, verosimilmente, si dovrebbero strutturare strumenti culturali che internalizzino lo studio della relazione tra infrastruttura viaria e territorio, nell’ottica della costruzione di paesaggio e quindi di un interfaccia luogo e genti. Dunque, per uscire da una situazione d’empasse, e trasformare un sistema lineare come una strada con i suoi ponti, da sistema paesaggisticamente impattante (in senso negativo), a dispositivo percettivo quali cante, una via percorribile è quella di lavorare sulla patrimonializzazione dell’infrastruttura viaria. Perché ciò avvenga è necessario assumere nel progetto, sia l’aspetto impattante sul paesaggio (già ampiamente declinato nel DPCM 12/12/2005) sia l’aspetto quali cate, ma quest’ultimo da intendersi non come risposta agli impatti (attraverso le mitigazioni) ma come ridisegno del luogo. Se a proposito di impatto sul paesaggio, il detto DPCM si esprime in termini di alterazione declinata in “intrusione[…]”, “suddivisione […]”, “frammentazione […]”, “riduzione[…]”, “eliminazione[…]”, “concentrazione[…]”, “interruzione[…]” “destrutturazione[…]” “deconnotazione[…]”, una contrapposizione terminologica, rivolta al ridisegno di un luogo attraverso un’infrastruttura viaria, può essere delineata nella ricerca dell’integrazione declinata, ad esempio, in: “coerenza cromatica[…]”, “coerenza materica[…]”, “coerenza formale[…]”, “signi cato simbolico[…]”, “costituzione di relazioni percettive[…]” , “distribuzione e ritmo di elementi[…]”, “controllo delle proporzioni alle diverse scale[…]”, “caratterizzazione di un luogo, introducendo elementi che ne rafforzino l’identità[…]” , “ricomposizione di aree frammentate[…]”6. 5 Virilio P., 1992, 48 6 M. Culatti, 2014, “De nizione di una metodologia per la veri ca della qualità paesaggistica di ponti e viadotti” studio condotto all’interno della convenzione ANAS - l’Università IUAV di Venezia dal titolo: “Approfondimenti scienti ci e soluzioni


TRASPORTI & CULTURA N.46 I veri esiti paesaggistici, dunque si otterrebbero dal bilanciamento delle alterazioni e delle integrazioni. Dunque, perché una strada moderna non può elevarsi al rango di bene culturale, così come lo è, almeno in parte, il suo contesto? “Porre domande: perché? e perché così?” . Ad esempio è interessante vedere nell’opera di Michael Baxandall “Le forme dell’intenzione”, quante e quali ragioni hanno portato alla realizzazione del notissimo ponte Firth of Forth di Benjamin Backer. Ben ventiquattro condizioni che sono state alla base di un’opera eccezionale sul piano formale e sul signicato monumentale che ancora oggi detiene. Oggi i processi di realizzazione di un’opera infrastrutturale viaria sono piuttosto codi cati, tuttavia, spesso, sfuggono ancora a delle regole molto semplici, quelle del “buon senso”. Quindi, è fondamentale incominciare a farsi delle domande, apparentemente banali, ma porle su piani diversi, andando così a declinare progressivamente le ragioni del progetto. Innanzitutto: “questo progetto di strada, serve? e a chi?” e se veramente serve “noi (progettista e committente), quale nuovo sistema percettivo vogliamo generare? Quali valori del territorio vogliamo recuperare o far conoscere? Qual è il dialogo formale - architettonico con le altre infrastrutture? E con gli altri elementi del paesaggio? Con la risposta a queste poche domande, già si determina un parallelismo, n dalla nascita del progetto, tra il valore d’uso della strada, ovvero la sua ragion d’essere, ed un valore aggiunto al territorio attraverso l’individuazione di uno scopo paesaggistico. Ma quali sono i criteri, almeno generali, su cui si può sostanziare una convivenza paesaggistica tra strada e territorio de nendo lo scopo paesaggistico di una infrastruttura viaria? Gli approcci, ovviamente, sono numerosi, tuttavia una visione antropocentrica che includa l’esplorazione della dimensione percettiva, può contribuire a porre le domande in modo sufficientemente esaustivo per declinare, almeno in parte, quelle che possiamo de nire le “ragioni paesaggistiche” del progetto. Proviamo a procedere con domande per triadi, nuclei concettuali quasi didascalici ma utili, come promemoria, nella guida per la costruzione di un legame paesaggistico tra strada e territorio. Partendo dallo spazio geogra co e dalla dimensione temporale per attraversare il tema della percezione e, in ne, avanzare qualche considerazione su alcune tipologie di effetti che contribuiscono a de nire il paesaggio. Spazio geogra co - Quanto e come, nel progetto, teniamo conto della distribuzione ed estensione dei fenomeni sici di quelli biologici e di quelli umani? Sappiamo misurare distanze e le direzioni della propagazione degli effetti paesaggistici del nostro progetto? Il tempo (di lungo periodo) - Quanto e come, nel progetto, teniamo conto del passato, del presente e del futuro? Siamo in grado di recuperare valori, simboli appartenenti alla tradizione del luogo in cui adiamo ad operare? Sappiamo, con il nostro progetto di strada, risolvere l’urgenza o l’esigenza progettuali tipologiche per la trasformazione di opere d’arte a travi appoggiate in strutture integrali o semi-integrali attraverso l’eliminazione di giunti e appoggi o di giunti ai ni del miglioramento funzionale e/o sismico”.

immediata, ma anche scommettere su una strategia di lungo periodo? La relazione tra infrastruttura viaria e contesto paesaggistico: un approccio percettivo - Li abbiamo incontrati nel paragrafo precedente: sentire (di essere qui), de nire, usare in una visione antropologica; forma, funzione e signi cato, in una accezione cognitiva; spazio, tempo (di percezione), velocità, come grandezze siche che incidono sull’accesso alla percezione. Quindi… sappiamo, dove possibile, con il nostro progetto infrastrutturale viario creare le condizioni per l’esperienza dell’immersione del corpo dello spazio che, attraverso la de nizione di con ni, possa stabilirne l’uso? Ad esempio lo spazio della strada, punto per punto, è aperto o chiuso a tunnel (di solito con guardrail e barriere antirumore)? Se è aperto, è su luoghi di pregio? Posso sostare in prossimità di questi luoghi oppure sono solo indicati? Nel progetto dell’infrastruttura viaria, della de nizione delle geometrie, no a che punto si osserva e si valuta la forma, anche delle componenti del contesto per ricercare possibili riferimenti? Fino a che punto si tiene conto della polifunzionalità della strada? Può essere integrata con tecnologia “smart-city”? Può essere raccordata con aree utili alla produzione della biodiversità? Può avere delle aree utilizzate a scambiatore di traffico? Dal punto di vista del signi cato: qual è il valore simbolico che ha la strada in progetto? Inserisco degli elementi ricorrenti che tendano a tipizzare una strada? A livello di accesso alla percezione: quanto percepiamo dello spazio occupato da una strada o da un ponte? Per quanti secondi, giorni, anni? A quale velocità possiamo cogliere i dettagli di una infrastruttura viaria? Dunque, porsi queste (e molte altre) domande, ha lo scopo di rendere trasparente, nella fase progettuale, il rapporto tra volontà del progetto e consapevolezza degli effetti.

9 - Risalto: Ponte Alamillo, sul ume Guadalquivir. Santiago Calatrava, 1992. Ponte che connette la città di Siviglia con l’Isola di Cartuja. Opera monumentale che si “stacca” completamente dal contesto.

Sempre per didascaliche triadi vediamo alcuni dei principali effetti delle infrastrutture viarie. Innanzitutto ricordiamo gli effetti sul paesaggio. Come già evidenziato, il DPCM 12/12/05 tratta le modi cazioni, le alterazioni, ma, come abbiamo visto, è includendo anche i miglioramenti che si può 33


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10 - Istanbul. Halic Metro Crossing Bridge. Esito dello studio per la determinazione della coerenza cromatica del ponte con i valori del luogo. A sinistra il ponte bianco, neutro. A destra il ponte integrato dal punto di vista cromatico.

11 - Gra co che sottolinea il progressivo evidenziarsi di una infrastruttura con i relativi effetti sull’identità percepita.

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avere un quadro complessivo da cui è possibile trarre un effettivo bilancio “costi/bene ci”. Considerata la categorizzazione dei non-luoghi antropologici, espressa da Marc Augé, che include le infrastrutture viarie, va sottolineata l’importanza della costruzione anche di luoghi storici, relazionali, identitari, almeno dove possibile ed in funzione della velocità di percorrenza. (In tal senso non dimentichiamo che esistono dei luoghi per eccellenza come i ponti abitati, ad esempio come il ponte di Rialto a Venezia e Ponte Vecchio a Firenze. Questi luoghi sono tali perché innanzitutto seducono, ovvero invitano all’attraversamento non solo con una fruizione di transito, ma anche con il commercio o con la possibilità di una vista suggestiva su un corso d’acqua. In generale, i ponti pedonali, si prestano bene a congurarsi come luoghi in quanto divengono “oggetti relazionali”, ovvero spazi in cui si possono stabilire rapporti umani che si storicizzano e per tale motivo acquistano un’identità. Altro effetto, è l’identità dell’infrastruttura viaria rispetto al contesto paesaggistico che può tradursi in una gamma di tre condizioni: mimesi, coerenza, risalto. Effetto “mimesi”o sparizione o per effetti di elevata velocità di percorrenza, oppure per estrema mitigazione nel contesto. In questo caso, l’identità del ponte viene negata o comunque sopraffatta dalla componente vegetazionale del contesto. Si tratta di una sorta di compenetrazione, di fusione del ponte che si confonde nel territorio. Effetto “risalto”: in generale, l’opera resta evidente da molti punti di vista, polarizza l’attenzione per le sue dimensioni e tende a dominare il contesto in cui è inserita. In questo senso va fatta una distinzione, ovvero: - se l’opera non riesce ad interpretare i valori presenti nel luogo, di fatto, si avrà un effetto di estraneità, un landmark ne a se stesso, con l’elevato rischio di ri uto da parte della collettività, in questo le archistar si sono cimentate abbondantemente; - se, diversamente, riuscirà a farsi interprete dei valori culturali o storici del luogo, contribuirà a costituire per la collettività l’effetto monumento. Tra queste due tendenze, mimesi e risalto, si colloca l’effetto di coerenza che può essere declinata secondo diversi aspetti, ad esempio, coerenza per forma, per materiale, per colore, per dimensioni. Un caso di coerenza cromatica è stato l’approfondito studio sull’Halic Metro Crossing Bridge di Istanbul, basato sul rilevamento del colore associato ad un modello valutativo e basato sui principi di tutela previsti dall’ UNESCO per le aree iscritte nella WHL 7 e che ha consen to di rilevare le gamme croma che del contesto orientando la scelta del colore del ponte. La traduzione della collocazione di una infrastruttura viaria, strada o ponte, dal punto di vista identitario, all’interno del contesto paesaggistico, può essere sintetizzata nel gra co alla g. 11. 7 Per la de nizione dei colori del nuovo ponte della Metro sul Corno d’Oro, è stato impostato uno speci co approccio metodologico multidisciplinare capace di legare il colore al contesto non solo in termini “quantitativi”, ma anche e soprattutto in termini “qualitativi”, ovvero tenendo conto del signi cato del luogo e dei valori che lo caratterizzano. In tal modo, il colore del ponte - e così il ponte stesso - non acquista più un semplice valore funzionale, ma un signi cato ben più profondo che lo “lega al luogo”e che con esso stabilisce relazioni producendo effetti diversi.

Conclusioni Sul modo di dare risposta alle domande proposte e quindi generare architettura della strada con la consapevolezza che contemporaneamente si crea architettura del paesaggio, c’è ampia possibilità. Se, negli ultimi quarant’anni, le infrastrutture viarie sono state attente, al più, alla rmitas e all’utilitas, bisogna anche dire che, oggi, nelle aule universitarie italiane dove si fa ricerca e dove diversi Settori Scienti co Disciplinari affrontano il paesaggio nel suo ruolo “alto”, si sta formando un’attenzione culturale, affatto marginale, alla strada e ai ponti. In tal senso le sperimentazioni sono numerose per quanto frammentate. Ma il paesaggio sta avendo anche un nuovo importante tavolo di discussione, il CUN (Consiglio Universitario Nazionale), in cui l’attenzione alla tematica sta avendo ampio riscontro. Forse le istituzioni dovrebbero incominciare a guardare a questi fermenti come risorsa e occasione per rilanciare il tema del servizio alla mobilità in modo più strategico e colto, internalizzando, nel progetto, una visione più ampia dell’utilitas e una ricerca più attenta alla venustas, nell’ottica di coniugare le reali esigenze della collettività con il ri-disegno dei luoghi e rimodulando, quindi, gli


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obiettivi di riquali cazione dei territori attraversati. É auspicabile che in un futuro non lontano, per norma, si inserisca in modo chiaro ed esplicito, all’interno del processo progettuale delle infrastrutture viarie, la gura del Paesaggista che, con il ruolo e la responsabilità di coordinare saperi provenienti da discipline diverse, possa interfacciarsi con il progettista ed il committente. Un affiancamento evidentemente necessario per il governo di territori sempre più fragili, in cui l’infrastruttura viaria può essere un efficace dispositivo proprio per la gestione del paesaggio, ma anche utile per stimolare l’attenzione negli Ordini Professionali, rilanciando la gura del Paesaggista nel suo ruolo culturale ed operativo. © Riproduzione riservata

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Oltre le linee non accreditate di Luigi Stendardo

Ci capita sempre più spesso di attraversare, frequentare, abitare spazi ai quali non siamo abituati; spazi che non sono accreditati nel nostro immaginario come luoghi minimamente accoglienti, deputati alla vita quotidiana. Sono situati al di là dei con ni della città rasserenante e al di là dell’orizzonte mentale entro il quale riusciamo a costruirci con agio una mappa che ci consenta di navigare con sicurezza attraverso di essi. Si tratta di spazi che solo per necessità attraversiamo, con riluttanza, o almeno con insofferenza, talvolta accompagnati dalla paura, ma sempre con un certo disagio emotivo. Eviteremmo volentieri di attraversare un sottopasso male illuminato, gli svincoli stradali sul retro di una stazione di corriere, i binari morti di un parco ferroviario abbandonato, lo sterrato al di sotto di un viadotto autostradale, il piazzale per la movimentazione delle merci in un’area industriale dismessa, un dock portuale sul quale si accumulano containers; se lo facciamo è perché ormai questi spazi rientrano nell’estensione della città contemporanea ed è spesso inevitabile almeno attraversarli, se non frequentarli o addirittura abitarli. Spinti dalla necessità, li percorriamo spesso con diffidenza, ostentando indifferenza, intabarrati in un mantello di impermeabilità dei sensi per ridurre al minimo lo scambio di emozioni con luoghi rispetto ai quali non proviamo alcun senso di appartenenza e dai quali supponiamo di doverci proteggere, percependone tutta l’effettiva, potenziale o immaginaria ostilità. Se è vero che ormai, in virtù dell’abitudine a frequentarli, raramente ne abbiamo paura, è pur vero che una certa condizione di sospensione delle relazioni, isolamento, autismo viene attivata nell’attraversarli. Il processo che dalla paura, dalla diffidenza e dal ri uto di questi luoghi, va verso la loro accettazione e il loro assorbimento, più o meno consapevole, nella koinè quotidiana è un percorso lungo e complesso, non scevro di accidenti di diversa natura, che procede a velocità incostante e in modo non lineare, e che solitamente attraversa più generazioni prima di giungere a compimento. Gruppi sociali diversi, per fascia d’età, per provenienza, per cultura, maturano questa assimilazione con intensità e tempi diversi: alcuni sono avanti, mentre altri oppongono resistenza ai mutamenti. Finché il processo non è in una fase avanzata, le forme e gli spazi urbani che non godono di accreditamento presso le collettività che li percorrono, non consentono a queste ultime di costruire paesaggi, laddove il paesaggio si costruisce proprio attraverso l’accumulazione e l’intreccio di discorsi sulle forme, a più voci e su differenti registri. L’incapacità culturale di manipolare queste forme come materiali per la costruzione dell’immaginario col-

Beyond unacknowledged lines by Luigi Stendardo We are increasingly prone to walk through, visit or inhabit spaces that in our collective imagination are not perceived as being warm or friendly for our everyday lives. They are located beyond the boundaries of the reassuring city. They are spaces that we walk through out of necessity, reluctantly or at least edgily, sometimes fearfully, with some sense of anxiety. The process that leads from our fear, mistrust and rejection of these places, towards an acceptance of them in our everyday koinè, is a long and complex one. Because of the progressive extension of the contemporary city and in particular, the role played by infrastructural routes, these areas and construction works have now come to play a new central role in the territory. They constitute a territory open to all the uses that are not possible, tolerated or permitted in historic city centres. It comes natural to believe that these places are theatres of con ict, mistrust, challenge, but it is surprising to observe how rich they are in differences, intersections, unexpected relationships, interactions, dialogue, solidarity. Several different qualities concur to make these places desirable. First: the extent of the void, with the abandoned buildings. Second: the less restrictive social conventions and constraints, that do indeed encourage anti-social phenomena, but also innovative initiatives. Third: the multiplicity of conditions that fuel diversity. These are the factors that can upgrade these places from refuse to resource.

Nella pagina a anco e in quelle che seguono: Heeresbekleidungsamt Bernau. Il complesso, costituito da otto capannoni su un’area di 65.000 mq, fu realizzato tra il 1939 e il 1942 e usato come fabbrica e magazzino delle uniformi dell’esercito nazista. Alla ne della guerra fu occupato e utilizzato come base militare sovietica. Foto di Marco Cortese (agosto 2016).

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TRASPORTI & CULTURA N.46 lettivo e della città contemporanea costituisce un serio problema per diverse ragioni. A tale proposito osserviamo, in primo luogo, che gli spazi in questione coincidono in larga parte con aree e manufatti considerati originariamente di servizio per la città compatta tradizionale, ovvero con aree industriali, dismesse o meno, situate ai margini della città storica, con fasci di linee infrastrutturali che cingono e innervano le aree urbane o, in ne, con diversi segmenti di città diffusa nel territorio peri-urbano. In ragione del fenomeno della progressiva diffusione in estensione della città contemporanea e, in particolare, per il ruolo che nella attuale società liquida1 e in costante mutazione assumono gli scambi e la mobilità e con essi le linee infrastrutturali, queste aree e questi manufatti assurgono oggi a ruoli di nuove centralità sul territorio, di fondamentale importanza per la vitalità stessa della collettività. Questi spazi che in prima battuta riconosciamo proprio per il loro carattere di inospitalità, di inadeguatezza agli usi consueti, per il fatto che non sembrano offrirci alcuna affordance2, sono oggetto di una sempre più massiccia e variegata frequentazione. Di fatto, per una serie di ragioni, cominciano gradualmente a essere apprezzati come risorsa. Proprio per la loro indisponibilità ad usi codi cati, questi luoghi sono, per chi inconsapevolmente o deliberatamente non ne è intimidito, un territorio aperto a tutti quegli usi che non sono possibili, tollerati o consentiti nella città storica; usi talora illegali, non ricompresi all’interno di codici di comportamento prestabiliti, caratterizzati da volumi di spazio, di luce e di suono non compatibili con le dimensioni dello spazio urbano tradizionale; usi segreti, clandestini, promiscui, ma anche usi innovativi che promuovono diverse forme di socialità che danno risposta a nuove esigenze che emergono all’interno della collettività. In virtù di questa proprietà secondo la quale all’inadeguatezza a ospitare usi codi cati corrisponde la disponibilità ad usi imprevisti, lo scenario urbano si presenta tanto attraente per alcuni quanto decisamente ostile per altri individui o gruppi. È facile immaginare come i pionieri colonizzatori di tali luoghi siano coloro che, per diversi motivi, non trovano spazio nella città dei comportamenti convenzionali. La disomogenea comunità che popola questi spazi oltre i con ni dell’urbano accreditato si compone di diversi individui e gruppi: nomadi, immigrati, diseredati, emarginati, vagabondi per disperazione o per passione, gruppi di membri di associazioni, squadre sportive amatoriali, escursionisti e incursionisti, runners, bikers, skaters, climbers, ma anche artisti, writers, street artists, saltimbanchi, musicisti, cacciatori di tesori e innamorati… tutti alla ricerca di uno spazio che non è dato altrove. È immediato ipotizzare che tali luoghi siano teatri di con itto, diffidenza, s de, ma è sorprendente constatare quanto siano ricchi in termini di differenze, intersezioni, sovrapposizioni, relazioni inattese, scambi, dialoghi, solidarietà. In questi luoghi si abita, si coltiva, si produce, si commercia, si traffica, si ozia, si pratica sport, si occupa, ci si incontra e ci si scontra, si parlano lingue diverse, si fa cruising, ci si apparta e ci si esibisce, si sussurra e si schiamazza, si fanno feste, raduni e ash mobs, si mangia, si beve, si fa musica, si balla, si cerca la bellezza e si pesca nel torbido, uttuando 1 Per il concetto di liquidità si veda Z. Bauman, Liquid Modernity, Polity, Cambridge 2000. 2 Per il concetto di affordance si veda J.J. Gibson, The Ecological Approach to Visual Perception, Houghton Mifflin, Boston 1979.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 in una zona grigia di sovrapposizione tra il lecito e il proibito. I con ni tra ciò che è privato e ciò che è pubblico diventano incerti. Se confrontiamo lo spazio pubblico convenzionale della città consolidata con questo spazio delle differenze, ci accorgiamo come all’omogeneità delle forme e alla convenzionalità dei comportamenti nel primo, si contrappongano l’eterogeneità e l’imprevedibilità nel secondo, all’unitarietà la frammentarietà, alla serenità l’inquietudine, alla ssità la mutevolezza, alla lentezza la velocità. La città storica si costruisce e si riconosce per parti omogenee, nella città contemporanea si intrecciano layers eterogenei3. Lo spazio delle differenze è territorio condiviso nel quale si esprime la diversità. Man mano che se ne scopre la disponibilità, lo spazio viene occupato per successive e mutevoli approssimazioni che determinano stati di equilibrio instabile che permangono nché lo spazio non diventa oggetto di altre brame. Con discontinua rapidità questi luoghi smettono di essere percepiti come scarti e cominciano a essere apprezzati come beni e la ridondante disponibilità di risorse non placa la fame, anzi alimenta l’appetito. A rendere desiderabili questi luoghi contribuiscono diverse qualità che, ai ni delle osservazioni che qui si conducono, possono essere rapidamente schematizzate in tre categorie, senza la pretesa di esaurirle tutte. La prima comprende caratteristiche siche degli spazi: l’estensione del vuoto – che generalmente si presenta di un ordine di grandezza superiore a quello della città consolidata  – spesso accompagnata dalla presenza di edi ci dismessi, disponibili allo squatting, ma anche a iniziative sociali, culturali e imprenditoriali con basso investimento iniziale; la prossimità di infrastrutture di trasporto e la disponibilità di aree di parcheggio, che li rende, effettivamente o potenzialmente, facilmente raggiungibili e accessibili; la frequente presenza di terzo paesaggio4 che, scalfendo la durezza dell’arti cio, riveste un ruolo fondamentale nell’innescare un processo di smantellamento della ostile sterilità dei luoghi in favore di una loro rinascita, non solo biologica. La seconda categoria riguarda le convenzioni sociali, i codici di comportamento, le regole del gioco o di ingaggio, anche in senso economico, e quindi le strategie che istintivamente o programmaticamente possono essere messe in atto; siamo infatti in una zona grigia, nella quale le convenzioni sociali e anche i vincoli normativi tendono a essere meno restrittivi in favore di un aumento della tolleranza verso comportamenti non rigidamente codi cati e se questa deregulation da un lato sembrerebbe favorire fenomeni antisociali o addirittura illegali, dall’altro promuove iniziative caratterizzate da originalità e innovatività che possono innescare riprese culturali, sociali ed economiche. In una terza categoria sono annoverabili quelle presenze che rendono in qualche modo fertili questi terreni: l’accumulazione di un humus organico, sociale, culturale, caratterizzato da una spiccata diversità, che deriva dalla graduale occupazione di anfratti e nicchie da parte di pionieri dotati di marcate capacità di resistenza, versatilità, disponibilità 3 Cfr. L. Stendardo, Dalla città per parti alla città per layers, in F. Rispoli (a cura di), Forme a venire. La città in estensione nel territorio campano, Gangemi, Roma 2013, pp. 68-77. 4 Per il concetto di terzo paesaggio di veda G. Clément, Manifest du Tiers paysage, Éditions Sujet/Objet, Montreuil 2004.

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al dialogo, alla contaminazione, alla promiscuità e all’inaspettato. Disponibilità di spazio, deregulation e diversità costituiscono quindi tre fattori che, con diversi gradi di incidenza a seconda dei contesti e degli stakeholders, alimentano l’upgrade di questi luoghi da scarti a risorse. Se la prima colonizzazione avviene perché alcuni, costretti dalla necessità, si adattano a riutilizzare lo scarto, in seguito diversi gruppi, sempre più variegati e numerosi, intuiscono le potenzialità dei luoghi che niscono per attirare investitori, nché la collettività tutta e le istituzioni che la rappresentano non solo colgono l’opportunità di sfruttare una risorsa, ma niscono addirittura col rendersi conto che non è più possibile consentirsi di trascurarla o sottoutilizzarla. A questo punto è generalmente già tardi per accendere uno sguardo progettuale e mettere in atto strategie; le collettività e le istituzioni si trovano spesso impreparate e soccombono sotto la potente spinta del mercato che prevale sulla democrazia. Le azioni che apparentemente leniscono i con itti, molto spesso li inaspriscono, ricollocandoli su un livello più alto, e li risolvono non attraverso la mediazione ma decretando la débâcle dei più deboli. Le dinamiche top-down prevalgono su quelle bottom-up e il più probabile destino di queste aree è una qualche variante dei processi di gentri cation, nella quale il capitale culturale e sociale5 dei pionieri resta depauperato e morti cato, quando non annichilito. Emerge così con evidenza l’opportunità di mettere in moto un pensiero capace di sviluppare strategie per ottimizzare le risorse in un contesto democratico, anziché obliterarle. Oggetto delle presenti riessioni non sono le azioni politiche, sociali o economiche che possono accompagnare o guidare i processi di riappropriazione di tali luoghi da parte della collettività. Quello che qui interessa mettere a fuoco è qualcosa che dovrebbe precedere e informare tali azioni: la costruzione di paesaggi e immaginari collettivi sui quali possano fondarsi sensi 5 Per i concetti di capitale culturale, capitale sociale e, più avanti, di capitale simbolico si fa qui riferimento al pensiero di Pierre Bourdieu (1930-2002).

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di appartenenza e identità non esclusivi. È necessario che i diversi capitali culturali in campo interagiscano tra loro e reagiscano con le forme e gli spazi in modo da rielaborare i capitali immateriali e raccogliere le forme concrete in capitale oggettivato, no a costruire capitali simbolici. Prendere possesso di uno spazio non signi ca solo occuparlo sicamente, e utilizzarlo, ma ricomprenderlo in un orizzonte sico e immaginario di forme, alle quali si possano attribuire valori e signi cati, si possano affidare le proprie memorie, e attraverso le quali sia possibile riconoscere la propria identità, rappresentare sé stessi, raccontare le proprie storie, immaginare il proprio futuro. Tutto questo è relativamente facile quando ci si trova immersi in spazi disegnati da forme che già godono di accreditamento. Quando, al contrario, non ci si trova davanti a ciò che propriamente nelle lingue neolatine de niamo patrimonio e in quelle anglosassoni eredità (heritage in inglese, Erbe in tedesco) – e cioè, in entrambi i casi, a forme intrise di valori, che ci preesistono e che riceviamo come lascito da parte dei nostri avi – questo processo si presenta particolarmente laborioso. In questo caso è necessario costruire il paesaggio ex novo, partendo da materiali formali che non solo non sono accreditati – non fanno parte del nostro consolidato vocabolario di forme  – ma addirittura sono spesso inquinati da valori o signi cati negativi. Così, nella maggior parte dei casi, il processo di costruzione del paesaggio non può prescindere da una fase di accreditamento delle forme, nella quale è necessario svincolare le forme stesse dal pregiudizio dei signi cati negativi che ad esse sono rimasti attaccati, recidendo i legami sovrastrutturali, e smantellare un immaginario collettivo paralizzante. Perché lo spazio possa essere abitato è necessario che esso torni a essere ground zero. Ciò per alcuni non è difficile, o addirittura non è un problema, perché non hanno memoria o, più precisamente, la loro memoria è altrove – talmente lontana da non poter essere automaticamente ricollocata nei luoghi – e hanno ebili legami con la cultura dominante consolidata; per altri, che spesso costituiscono la maggioranza, il problema è serio: una fabbrica dismessa rappresenta un fallimento, la decadenza, il ri uto a valle della fatica, una condizione dura dell’esistenza, una ciminiera è l’inquinamento, i metalli pesanti, le morti per intossicazione, l’amianto è il suolo mai boni cato. Così sarà opportuno mettere in atto azioni progettuali, capaci di accendere nuovi sguardi e di generare visioni. L’operazione di accreditamento delle forme non è inusuale nelle arti e può avvalersi di diverse tecniche. Essa è quasi sempre fondata su un’azione che mira a ridurre l’oggetto a forma pura, a scaricare la forma dal peso delle sovrastrutture che le compromettono e a evidenziarne le sue proprietà intrinseche, evitando peraltro, nei casi più rigorosi, di sostituire immediatamente nuovi signi cati a quelli rimossi. Queste operazioni sono relativamente semplici per chi de nisce, manipola, controlla le forme per mestiere, mentre possono essere ostiche no all’impossibile per il cittadino comune se non è stimolato a farlo in modo appropriato ed efficace, tanto che all’accreditamento di forme compromesse si oppongono spesso diverse resistenze, che rendono il processo lungo e faticoso. Tuttavia queste azioni hanno sempre determinato, o accompagnato, straordinari e fondamentali mutamenti di paradigmi nel corso della


TRASPORTI & CULTURA N.46 storia, si pensi all’accreditamento delle lingue volgari – valgano gli esempi della Commedia di Dante o delle Lyrical Ballads di William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge6 – o quello della musica popolare, o ancora della pop art. Nel campo delle forme dell’architettura, della città e del paesaggio, possono essere citate ad esempio azioni, tecniche e strategie diverse. Si pensi, per esempio, all’operazione di accreditamento, compiuta in particolare in ambito storiogra co, che ha consentito di sdoganare tanta, formalmente eccellente, architettura del razionalismo italiano, rimuovendole l’etichetta di architettura fascista. Oppure, per rientrare più decisamente nell’ambito della τέχνη, può essere utile ricordare il ruolo che l’arte italiana del secolo scorso, tra Avanguardie, Meta sica e Novecento, ha avuto nell’accreditamento dei paesaggi industriali, così come la fotogra a d’autore, dai fratelli Alinari a Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Mimmo Iodice, o ancora il cinema neorealista nel descrivere la forma della città contemporanea con maestria e efficacia nella direzione della rielaborazione dell’immaginario collettivo e della costruzione dei paesaggi. Anche se non nalizzate all’accreditamento, possono senz’altro essere annoverate tra le tecniche nalizzate a rivelare la forma pura, in quanto tale, quella adottata da Le Corbusier, che descrive le architetture urbane come volumi puri o come loro composizioni7, o quella sulla quale si esercita Peter Eisenman nel lavoro sulle case tra la ne degli anni Sessanta e la metà dei Settanta, a partire dalla House  I, dove si sforza di liberare le forme da ogni signi cato non formale8. A tale proposito sono ancora signi cative diverse azioni condotte nel campo della urban e land art, valga ad esempio la tecnica del wrapping praticata da Christo and Jeanne-Claude su architetture come il Reichstag a Berlino o la Torre a Spoleto, su oggetti come barili di petrolio, o su elementi vegetali o minerali a diverse scale come alberi e interi tratti di costa9. Inoltre, al di là degli esempi aulici, sono numerosi i casi in cui le operazioni di accreditamento, intenzionali o meno che siano, trovano luogo in attività diverse, come la pubblicità, la ction o il gioco. Il paesaggio industriale italiano nell’epoca della ricostruzione post-bellica e del boom economico degli anni Sessanta ha trovato un veicolo di accreditamento anche nella gra ca e negli spot pubblicitari, spesso di altissima qualità formale, quando le visioni che venivano proposte non contemplavano mulini, aie di fattorie e gallinelle10. È ancora interessante osservare come gli spazi urbani di cui qui trattiamo, siano sempre più ricercati come location di ction televisive, ma anche di shooting fotogra ci per prodotti che per raffinatezza contrastano fortemente con la durezza di questi luoghi, come avviene nel campo della moda. Non da ultimo è signi cativo citare come tali luoghi siano sempre più riprodotti o presi a modello come location per giochi d’azione in realtà virtuale o aumentata, in particolare quelli del tipo rst-person shooter11, nei quali si mette in sce-

na un paesaggio da guerriglia urbana. Sono gli artisti, fotogra , cineasti, pubblicitari, architetti, paesaggisti, sceneggiatori, poeti, ad essere in grado di immaginare paesaggi e produrre visioni in tali contesti; ce li mostrano, e forzando la resistenza iniziale dell’uomo comune, niscono per svelarci la bellezza che si cela in quei luoghi nei quali oggi si vanno ridisegnando le mappe dei diritti, soprattutto di quelli negati. © Riproduzione riservata

6 Cfr. William Wordsworth, Samuel Taylor Coleridge, Advertisment to Lyrical Ballads, with a Few Other Poems, J. & A. Arch, London 1798. 7 Cfr. Le Corbusier, Vers une architecture, Cres, Paris 1923. 8 Cfr. Peter Eisenman, Cardboard Architecture, in Five Architects: Eisenman, Graves, Gwathmey, Hejduk, Meier, Oxford University Press, New York 1975. 9 Cfr. h p://christojeanneclaude.net/. 10 Ogni riferimento agli spot che hanno per protagonista Antonio Banderas è puramente casuale. 11 h ps://en.wikipedia.org/wiki/First-person_shooter.

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Soddisfazione Residenziale e Qualità Urbana Percepita di Marino Bonaiuto, Ferdinando Fornara e Giulia Amicone

La qualità dell’ambiente urbano, e in particolar modo di quello residenziale, è un elemento chiave per la qualità della vita delle persone, nonostante tenda a essere classi cato come meno importante rispetto ad altri indicatori di qualità della vita, come ad esempio tempo libero, condizioni economiche, amicizie, vita matrimoniale e familiare (Lawrence, 2002; Tognoli, 1987). Nelle ultime decadi il principale scopo dei ricercatori è stato quello di identi care misure adeguate di qualità della vita circoscritte a livello nazionale (Human Development Index, Legatum Prosperity Index), mentre un’attenzione minore è stata data a strumenti di misura inerenti città e quartiere di appartenenza, luoghi che costituiscono la maggior parte dell’esperienza residenziale quotidiana. Un’eccezione piuttosto conosciuta può essere rappresentata dallo UN-HABITAT City Prosperity Index (UN-HABITAT, 2012), un indice statistico proposto dalle Nazioni Unite che mostra come una città possa essere valutata in cinque aree chiave: produttività, infrastrutture, equità, qualità di vita e sostenibilità ambientale; tale indice può rappresentare un utile riferimento generale per potervi agganciare una più speci ca valutazione delle componenti percepite e psicologiche delle valutazioni residenziali basata sulle esperienze degli abitanti (e.g., Bonaiuto et al., 2015). Per soddisfazione residenziale s’intende una valutazione generale del luogo di vita da parte dei suoi abitanti; essa può essere de nita come l’esperienza di piacere o grati cazione derivata dal vivere in un posto speci co, e una valutazione globale possibile a vari livelli (ad esempio casa, edi cio, quartiere). Concettualmente la soddisfazione residenziale include le tre classiche componenti principali del costrutto psicologico dell’atteggiamento: cognizione, affetto e comportamento. Essa sostanzialmente riguarda questi diversi aspetti psicologico-sociali: le valutazioni cognitive dell’ambiente residenziale da parte degli utenti, la risposta affettiva degli stessi verso il loro ambiente residenziale, e le azioni da loro stessi operate in quell’ambiente (Bonaiuto e Alves, 2012). A livello operativo nelle scale di misura - si tratta infatti tipicamente di strumenti self-report - la soddisfazione residenziale è misurata da item quali “quanto sei soddisfatto dalla tua casa/edi cio/ quartiere?” con risposte che vanno da “per niente” a “del tutto”. Questi punteggi di soddisfazione residenziale non hanno validità assoluta, bensì relativa e comparativa: laddove altri fattori sono equivalenti, un ambiente con un alto punteggio di soddisfazione risulta migliore di uno con un punteggio basso.

Residential Satisfaction and Perceived Urban Quality by Marino Bonaiuto, Ferdinando Fornara and Giulia Amicone The quality of the urban environment, and of the residential environment in particular, is one of the main components affecting individual quality of life. People’s satisfaction with their own residential environment is determined by both affective and cognitive factors. People experience feelings (attachment to place) and assess the level of quality for each different feature of their own homes or neighbourhoods (residential quality). Residential satisfaction, residential attachment, and residential quality referred to the inhabitants of a speci c place are important indicators that can guide design, management, and policy.

Nella pagina a anco, vedute di Camogli (in alto) e di Palermo (in basso). Tutte le foto che accompagnano questo articolo sono di Laura Facchinelli.

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1 - Veduta panoramica di Genova.

2 - Scorcio dei portici di Pisa.

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La componente comportamentale della soddisfazione residenziale è stata affrontata da ben pochi studi, soprattutto grazie all’indagine dell’intenzione delle persone di traslocare dalla residenza attuale (Aragonés, Francescato e Gärling, 2001), mentre le dimensioni affettive e cognitive sono state studiate in maggiore profondità. Questi ultimi due aspetti sono affrontati da due importanti costrutti strettamente legati tra loro e in parte connessi alla soddisfazione residenziale: rispettivamente l’attaccamento di luogo e la qualità urbana residenziale percepita, misurata da indicatori quali gli Indicatori di Qualità Urbana Residenziale Percepita (IQURP; e.g., Fornara, Bonaiuto, Bonnes, 2010a). L’attaccamento al luogo, in questo caso più speci camente l’attaccamento residenziale, si riferisce a quei sentimenti che le persone sviluppano nel corso del tempo e alla loro esperienza riguardo alle abitazioni o al quartiere di residenza. Esso comprende aspetti cognitivi, motivazionali, comportamentali, e si esprime attraverso la tendenza delle persone a valutare positivamente le loro dimore, alla volontà di apportare miglioramenti e alla riluttanza ad abbandonarli. A livello operativo l’attaccamento di luogo è misurato da quegli item che connotano emotivamente il proprio luogo di appartenenza, come ad esempio “questo quartiere è parte di me” o “sarebbe veramente difficile per me abbandonare questo quartiere”. L’obiettivo è di comprendere le risposte affettive delle persone circa il loro ambiente di residenza; l’attaccamento di luogo può essere attribuito alle stesse componenti cognitive, affettive e comportamentali, e allo stesso tempo è anche considerato come un componente primario della relazione persona-residenza o anche come emergente dalla storia di questa relazione, la quale richiede però tempo ed esperienze passate per poter essere sviluppata. Vi sono poi le valutazioni inerenti la qualità residenziale percepita. La scala IQURP (Fornara, Bonaiuto e Bonnes, 2010a, 2010b) si riferisce alle valutazioni date da parte delle persone riguardo al grado di qualità delle singole caratteristiche del loro quartiere residenziale. Operativamente è de nita dalle risposte degli abitanti ad affermazioni (item) come ad esempio “gli edi ci hanno colori sgradevoli” o “l’aria è pulita”. Lo scopo è quello di comprendere valutazioni cognitive speci che riguardo a una serie di speci che caratteristiche residenziali dal punto di vista delle persone utenti delle stesse. In tale ottica la qualità ambientale è tipicamente considerata come un costrutto multidimensionale (Bonaiuto et al., 1999). La qualità residenziale può includere infatti una serie di caratteristiche, da quelle di progettazione architettonica e urbana, a quelle umane e sociali, no ai servizi agli elementi contestuali. Ognuna di queste categorie può includere una serie di sottocategorie, e ognuna di esse è composta da diversi item. Da un punto di vista psicologico, la qualità urbana residenziale percepita non richiede necessariamente tempo o una relazione a lungo termine tra persona e residenza, e può essere quindi vissuta, esperita anche in un tempo molto breve, risultando anche da una semplice prima occhiata, particolarmente in alcuni aspetti. In ne, la qualità urbana residenziale percepita può essere vista in termini di valutazioni sia tecniche sia non (Gifford, 2002). Secondo le prime, è valutata sulle basi di un sistema tecnico di misurazione (de nito come valutazione oggettiva o esperta). Per le seconde, la qualità ambientale percepita è


TRASPORTI & CULTURA N.46 valutata sulle basi delle impressioni espresse secondo il linguaggio degli abitanti (cosiddetta valutazione “soggettiva” o “ingenua”).

Qualità urbana residenziale percepita nelle valutazioni di esperti e abitanti La qualità del medesimo ambiente urbano può essere appunto valutata da queste due diverse prospettive, la valutazione basata su pareri esperti e quella derivata dai pareri non tecnici degli abitanti. La prima utilizza appunto misure relative a discipline tecnico-scienti che, mentre la seconda si avvale di misure self-report , producendo un approccio basato sull’evidenza e centrato sull’utente per la progettazione e gestione urbana (Hamilton, 2003). Entrambi i tipi di valutazione ambientale, esperta e ingenua, aspirano all’obiettività e allo stesso modo cercano di avere misure riproducibili che siano valide, affidabili, sensibili, e utili (Craik e Feimer, 1987). D’altro canto entrambe sono soggettive, almeno a un certo livello, dal momento che la valutazione tecnica si basa comunque anche su decisioni umane riguardanti le dimensioni da esaminare e l’interpretazione dei risultati; mentre la valutazione ingenua, per de nizione, è derivata da risposte individuali basate sull’esperienza (che talvolta possono comunque sorprendentemente mostrare un alto accordo inter-soggettivo). Entrambi i tipi di valutazione hanno lo scopo di valutare l’ambiente in cui le persone vivono, ma è probabile che siano la conseguenza di diversi valori, ideali e obiettivi, come pure pratiche residenziali. Teoricamente tali discrepanze ri ettono i processi di costruzione sociale e culturale dell’ambiente e delle problematiche ambientali, dove i con itti sociali e le controversie in uenzano descrizioni e valutazioni ambientali. Ad esempio etica, estetica, e componenti politico-ideologiche svolgono un ruolo nel de nire ciò che dovrebbe essere considerato come “inquinato” o “pericoloso” per l’ambiente e per le persone. Perciò il grado di corrispondenza tra i diversi tipi di valutazione (tecnica e ingenua) può essere problematico. Per esempio, nella valutazione della qualità delle aree verdi urbane, tecnici e non esperti sono spesso in forte disaccordo, dal momento che gli abitanti pongono una forte rilevanza sull’accessibilità e l’usabilità, mentre gli esperti tendono a trascurare questi aspetti per sottolineare la qualità dell’elemento biologico in sé (Bonnes e Bonaiuto, 1995). Quindi diversi sistemi di valori possono generare differenti e talvolta opposte valutazioni di qualità dello stesso ambiente residenziale urbano. Per questo motivo, è importante confrontare valutazioni tecniche e ingenue nella progettazione e gestione dell’ambiente; un esempio d’integrazione tra le misure soggettive e oggettive di qualità ambientale a livello urbano è fornito dalla possibile combinazione tra gli indicatori e alcuni aspetti dell’UN-HABITAT City Prosperity Index (UN-HABITAT, 2012). L’utilizzo di queste misure, tipicamente più conosciuto in campo decisionale, trarrebbe però bene cio dall’unione con la misura delle caratteristiche urbane percepite dagli utenti e quindi con le prospettive degli abitanti in materia. Per quanto riguarda la qualità ambientale a livello 45


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3 - Roma, ponti sul Tevere.

di quartiere, una recente proposta è uno strumento per la valutazione dell’ambiente residenziale, il Residential Environment Assessment Tool - REAT 2.0, il quale misura le qualità oggettive del quartiere così come giudicato da coppie di osservatori quali cati (Poortinga et al., 2016).

Soddisfazione residenziale e qualità urbana residenziale percepita Un problema fondamentale nell’ambito della valutazione soggettive è rappresentato dalla de nizione di criteri e di strumenti validi e affidabili utili a misurare e descrivere operativamente costrutti come la soddisfazione residenziale e la qualità percepita dell’ambiente residenziale. L’obiettivo generale è quello di conoscere le modalità con cui utenti tecnicamente inesperti (ad esempio i residenti) percepiscono e valutano questi costrutti. Tale problema può essere generalmente inquadrato all’interno della più ampia “teoria del luogo” (cfr. ad esempio, Bonnes e Secchiaroli, 1992) la quale considera ogni esperienza di un luogo, a qualsiasi livello, come psicologicamente composta da tre elementi principali: gli attributi sici del contesto, le attività svolte in esso, e le descrizioni o concezioni che le persone hanno di quel contesto. Per46

tanto, descrivere la soddisfazione residenziale e la qualità residenziale percepita è un prerequisito per ottenere un quadro completo di un certo luogo a livello psicologico-ambientale (ciò dovrebbe, però, essere integrato da una valutazione tecnica delle caratteristiche siche, oltre che da una valutazione dell’utilizzo che gli abitanti ne fanno). Nel descrivere come gli abitanti percepiscono, concepiscono, rappresentano e valutano un ambiente residenziale, possono essere adottati due principali approcci metodologici: un approccio più “induttivo”, che ha a che fare con quello che gli abitanti spontaneamente pensano riguardo al proprio ambiente residenziale, e un approccio più “deduttivo”, che riguarda quelle caratteristiche dell’ambiente residenziale considerate teoricamente rilevanti dal ricercatore e successivamente soggette alla valutazione da parte degli abitanti; spesso questi due approcci rappresentano due fasi successive di un progetto di ricerca più ampio. Sulla base del primo approccio, gli abitanti possono prendere parte a interviste non strutturate, semi-strutturate o in discussioni in piccoli gruppi, e il ricercatore può quindi provare a descrivere il modo in cui costoro descrivono il loro ambiente residenziale. Utilizzando il secondo approccio, agli abitanti sono in genere somministrati questionari o checklist composte da quegli item che sono stati precedentemente selezionati come rilevanti all’inter-


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no della cornice teorica de nita dal ricercatore. Gli item sono generalmente organizzati in scale di accordo/disaccordo o di soddisfazione/insoddisfazione. Questo secondo approccio tipicamente privilegia metodi quantitativi, con campioni piuttosto ampi composti da abitanti, e metodi statistici per inferire le principali tendenze della popolazione. Più di recente, quest’approccio è stato anche arricchito da misurazioni automatiche o strumenti e metodologie psico- siologiche e neuro-scienti che, le quali aiutano a conoscere la relazione personaambiente in modo più immediato, senza necessariamente considerare modalità di funzionamento psicologico volontarie e consapevoli. Il primo approccio offre una descrizione di “etnogra a residenziale”, ovvero i modi che gli abitanti hanno di dare signi cato e organizzare la loro realtà residenziale a livello sico e sociale. Il secondo approccio può offrire un’informazione veloce, ampia e sistematica su come gli abitanti si posizionano in relazione all’intera gamma di caratteristiche considerate cruciali dai ricercatori per valutare la qualità urbana residenziale percepita. Ogni metodo può enfatizzare diversi aspetti; parlando di qualità residenziale percepita, se si dà libera espressione agli abitanti, si noterà che essi mettono assieme la valutazione di aspetti che normalmente a livello tecnico o teorico sarebbero considerati separatamente (come caratteristiche architettoniche o di progettazione urbana).

D’altra parte, se si chiede direttamente agli abitanti di valutare le caratteristiche dell’ambiente residenziale utilizzando scale preparate ad hoc, si nirà invece per ottenere indicatori separati per ognuna delle caratteristiche di qualità residenziale. Nel primo caso questo metodo consente di ricostruire la trama delle percezioni e delle valutazioni residenziali degli abitanti, vedendo come spontaneamente mettono assieme le diverse caratteristiche. Nel secondo caso invece è possibile utilizzare le risposte degli abitanti riguardo le stesse tematiche di interesse, isolandole e poi utilizzandole per effettuare confronti sistematici tra diversi gruppi o luoghi, o tra queste percezioni e altre valutazioni esperte, lavorando speci catamente su ciascuna singola caratteristica. A partire da ciò, deve essere riconosciuta una convergenza tra i risultati di studi effettuati in diversi Paesi negli ultimi quaranta anni, i quali mostrano una struttura piuttosto stabile sottostante alle valutazioni dell’ambiente residenziale da parte degli abitanti. Quando si tratta di comprendere la qualità urbana residenziale percepita, evidenze consistenti in letteratura confermano infatti l’utilizzo di un modello teorico che include tre o quattro aree principali. Speci camente, le prime tre aree sono tradizionalmente presenti in letteratura, mentre la quarta area è stata proposta più recentemente. 1. Caratteristiche spaziali (progettazione architettonica e urbanistica, incluse le aree verdi).

4 - Un’animata strada di Napoli, di sera.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 2. Caratteristiche sociali e umane (popolazione e tipi di relazioni sociali). 3. Caratteristiche funzionali (servizi disponibili). 4. Caratteristiche contestuali (stile di vita, inquinamento/salute, manutenzione). Ognuna di queste macro-aree consta di diversi aspetti, e ci sono scale di misura disponibili per descrivere la qualità percepita di ogni speci co aspetto da parte degli abitanti (e.g., Bonaiuto, Fornara e Bonnes, 2003; Fornara, Bonaiuto, Bonnes, 2010b). Di seguito un esempio di alcuni indicatori IQURP, per ognuno dei quali sono presenti speci che scale, valide e affidabili (in versione integrale e ridotta, in diverse lingue, con riferimento alle diverse aree geogra che, contesti culturali e città di diverse dimensioni, tutte riferite al quartiere o ai vicini di casa): Estetica degli edi ci - Densità degli edi ci - Volumetria degli edi ci - Praticabilità degli spazi interni - Collegamenti col resto della città - Spazi verdi (presenza e cura) - Discrezione - Sicurezza - Socievolezza - Servizi scolastici - Servizi sociosanitari - Servizi e impianti sportivi - Attività socioculturali - Servizi commerciali - Servizi di trasporto - Tranquillità vs caos - Stimolazione vs monotonia - Salubrità ambientale (ambiente non inquinato) Manutenzione e cura. Gli indicatori IQURP, a livello di quartiere, in parte ricordano le dimensioni coperte a livello più ampio dal UN-HABITAT City Prosperity Index, anche se il primo caso si riferisce a valutazioni “soggettive”, mentre il secondo a misure “oggettive”. Inoltre, gli indicatori IQURP sono generalmente più speci ci delle caratteristiche incluse nell’ UN-HABITAT City Prosperity Index. In sintesi, gli indicatori IQURP si propongono di fornire conoscenza scienti ca per comprendere i rapporti reciproci tra le persone e il loro quartiere, contribuendo a offrire una piattaforma basata sull’evidenza per la progettazione o la gestione ambientale. Al ne di rendere tali indicatori generalizzabili a diverse culture e contesti linguistici, studi recenti (Bonaiuto et al, 2015 (a); Bonaiuto et al, 2015 (b); Mao et al, 2015; Debek & Janda-Debek, 2015; Ferreira et al., 2016) si sono focalizzati su ambienti urbani in vari paesi, da Europa (ad esempio, Francia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia) a Vicino e Medio Oriente (ad esempio, Turchia , Iran), a Estremo Oriente (per esempio, la Cina); altri studi sono stati realizzati in Oceania (ad esempio, Australia) e Sud America (per esempio, Ecuador). L’uso di questo tipo di strumento per scopi comparativi tra i Paesi dovrebbe contribuire a rilevare le differenze culturali nelle dimensioni che riguardano risposte psicologico-sociali più generali, come l’attaccamento al quartiere e la soddisfazione residenziale.

La Soddisfazione Residenziale In generale in letteratura sono stati proposti due principali modelli per spiegare la soddisfazione residenziale. Un primo modello la considera come un criterio, cercando di identi carne i predittori più rilevanti in modo da produrre informazioni utili per la progettazione e la gestione della città. Un secondo modello utilizza la soddisfazione residenziale come variabile in grado di produrre comportamenti rilevanti come la scelta e la mobilità residenziale. La soddisfazione residenziale può dipendere da diversi fattori: personali, sociali e sici. Per quan48

to riguarda i fattori personali, la soddisfazione residenziale tende ad aumentare con l’età, il livello socioeconomico e con le aspettative di miglioramento; essa tende invece a diminuire quando le persone sono caratterizzate da tratti aggressivi di personalità o quando si tende a comparare la propria residenza con altre soluzioni di alto livello. Per quanto concerne i fattori sociali, la soddisfazione residenziale tende ad aumentare quando sono presenti relazioni di buon vicinato, accordo con i propri vicini, un giusto equilibrio tra il rispetto della privacy e la solidarietà, e conformità a norme sociali. Per quanto riguarda i fattori sici, le abitazioni singole sono ritenute più soddisfacenti rispetto agli appartamenti (perlomeno in Nord America), e le aree verdi determinano più soddisfazione residenziale. Lo stile architettonico preferito, così come le preferenze per gli interni, tendono a variare con il background culturale degli abitanti. Anche il colore presenta una relazione complessa con la soddisfazione residenziale, dal momento che essa dipende da aspetti inerenti la tonalità, la saturazione, la luminosità. In generale la soddisfazione residenziale è maggiore quando le caratteristiche delle abitazioni ri ettono quelle culturali degli abitanti, probabilmente perché corrispondono a pattern di comportamento tipici di quella cultura. Inoltre tutti questi fattori possono anche in uenzare preferenze molto speci che per le diverse soluzioni residenziali. Per riassumere, all’interno di un modello generale, tutti i fattori precedentemente menzionati possono in uenzare le impressioni che gli abitanti hanno dei loro luoghi di residenza, e questi ultimi a loro volta in uire sulle loro risposte cognitive, affettive e comportamentali. Queste risposte possono essere poi condizionate (direttamente o indirettamente) anche dalle impressioni che gli abitanti hanno delle caratteristiche delle loro abitazioni. Come è stato notato precedentemente, la soddisfazione e l’attaccamento rispetto al quartiere sono correlati a una serie di fattori personali, sociali e residenziali e a determinati aspetti della qualità urbana residenziale percepita. Relativamente a queste caratteristiche personali e residenziali, l’età, il possedere una casa di proprietà, la durata della residenza in un determinato quartiere e le dimensioni della casa sono solitamente positivamente correlate alla soddisfazione residenziale, mentre il sovraffollamento ne è inversamente correlato. Delle caratteristiche della qualità urbana residenziale percepita (IQURP), alcune sono in genere positivamente associate con soddisfazione e attaccamento residenziale: il clima sociale e psicologico (opportunità offerte dal luogo e tranquillità), le caratteristiche estetiche dell’edi cio e la presenza e la manutenzione delle aree verdi, le relazioni sociali (socialità, discrezione, sicurezza e tolleranza), la presenza e l’accesso a servizi e strutture. Nel caso dell’attaccamento residenziale il pattern di relazioni è analogo, semplicemente la qualità delle relazioni sociali riveste maggiore importanza. Nel complesso, inoltre, si riscontra che sia la soddisfazione residenziale sia l’attaccamento al luogo residenziale sono associate a una serie di diversi indicatori di qualità appartenenti a diverse aree: caratteristiche di progettazione architettonica e urbanistica, relazioni sociali, servizi e contesto generale. Nel complesso quindi la multidimensionalità dei possibili predittori di attaccamento e sod-


TRASPORTI & CULTURA N.46 disfazione residenziale si presenta con una rosa di aspetti la quale abbraccia tutte le aree di qualità urbana percepita combinando tra loro indicatori appartenenti alle quattro diverse aree (cfr. Bonaiuto, et al., 1999).

Applicazioni La soddisfazione e l’attaccamento residenziale e gli indicatori IQURP possono essere applicati in setting speci ci per la progettazione o la valutazione residenziale (Fornara, Bonaiuto e Bonnes, 2010a). In genere, le più importanti domande di ricerca riguardano (a) il rapporto tra valutazioni esperte e ingenue, (b) il rapporto tra diverse valutazioni (ad esempio, cognitive e affettive, molecolari e molari), e (c) l’impiego di questi costrutti e le misure nella valutazione post- occupazione (POE, Post Occupancy Evaluation). La valutazione residenziale POE può essere de nita come un esame dell’efficacia per utenti umani di ambienti residenziali. Dovrebbe essere un processo sistematico, che include tutti i gruppi di utenti, tutte le attività importanti che si veri cano in un luogo, e i rigorosi metodi di raccolta e di analisi dei dati. Si può fare riferimento a qualsiasi costrutto e strumento, ma quando sono gli ambienti residenziali a essere presi in considerazione, sarebbe certamente utile valutare sia la soddisfazione residenziale e alcuni indicatori IQURP sia l’attaccamento residenziale; anche le attività e usi del quartiere e degli altri luoghi urbani possono però essere correlati alle valutazioni di qualità urbana percepita (Bonaiuto, Bonnes e Continisio, 2004). In sintesi, conoscere il modo in cui la qualità (percepita e tecnica) dell’ambiente residenziale si riferisce alla soddisfazione e all’attaccamento residenziale degli abitanti di un luogo speci co può essere un valido aiuto per la progettazione, la gestione e le politiche urbane. Anche se l’intenzione da parte delle persone di cambiare la propria residenza è già stata studiata (per lo più come conseguenza del comportamento), sono necessari più studi per comprendere una serie di più ampie possibili conseguenze della soddisfazione e della qualità residenziale, in particolare sottolineando i risultati positivi quali, tra altri, salute e benessere, azioni pro-sociali e pro-ambientali e mobilità. © Riproduzione riservata

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Ambienti che rigenerano di Francesca Pazzaglia e Angelomaria Alessio

È esperienza quotidiana il percepirsi in consonanza o dissonanza con l’ambiente in cui ci si trova. Perché alcuni ambienti, indipendentemente dall’attività che vi svolgiamo e dalle persone con cui interagiamo, sono per noi preferibili, più graditi di altri? Perché alcuni ci appaiono ristoratori e rigeneranti? Negli ultimi decenni, la Psicologia ambientale, un’area di indagine multidisciplinare nell’ambito della ricerca psicologica, ha investigato le caratteristiche di ambienti naturali e costruiti, con l’intento di individuare cosa fa sì che un ambiente venga considerato ristorativo e quali sono le sue caratteristiche. Ne è nato un pro cuo lone di ricerca, centrato, appunto, sul tema della Restorativeness.

Restorativeness: verso una de nizione Il termine restorativeness è difficilmente traducibile nella sua completezza in italiano: le traduzioni quali “ristoro”, “ristoratività”, “rigenerazione”, pur indicando correttamente il concetto, risultano però limitate. Esse non rendono pienamente l’orizzonte ampio di senso racchiuso dal termine, che comprende l’esperienza di ristoro, ma non si esaurisce a questa, per l’ampia gamma di ambiti coinvolti, da quello cognitivo a quello emozionale, a quello evolutivo. La restorativeness è una esperienza caratterizzata da un processo di recupero psicologico e siologico, stimolato, innescato o favorito da un contesto ambientale speci co o anche da una con gurazione ambientale maggiormente articolata e dai con ni più sfumati. Seguendo le principali ricerche, restorativeness può essere quindi de nita come possibilità di recupero da una situazione di stress psico siologico (Ulrich, 1981), riduzione dell’affaticamento mentale e recupero dell’attenzione diretta (Kaplan, 1995), attraverso l’esposizione ad ambienti naturali o costruiti. Sono da segnalare inoltre, per meglio tematizzare il contesto, le interessanti ricerche del gruppo di ricerca di Purcell che ha accostato il tema della restorativeness a quello delle preferenze ambientali, riscontrando un parallelismo sulle risposte ai due temi (Purcell, Peron, Berto, 2001; Purcell, Peron, Berto, 2002). Infatti i risultati hanno rilevato come “i luoghi naturali non solo sono preferiti ai luoghi costruiti, ma sono valutati anche come più ristorative, cioè più rigenerativi” (Berto, 2004, pag.47). Contestualmente le ricerche hanno tentato di veri care se l’effetto “familiarità” potesse esercitare in uenza sul giudizio di preferenza, giungendo però alla conclusione che tale caratteristica non

Regenerating environments by Francesca Pazzaglia and Angelomaria Alessio

Within the framework of Attention Restoration Theory (Kaplan, 1995) and Stress Recovery Theory (Ulrich, 1983), many studies have found so far that natural (wild and managed nature) and built environments help to relieve stress and mental fatigue. This paper reviews the literature on the concept of “restorativeness” and examines the restorative effects of different kinds of natural and built contexts (such as gardens, urban parks, historic city centres, churches, museums, and art galleries). It shows that both natural and built environments can have bene cial effects on cognitive and affective human resources.

Nella pagina a anco: paesaggio naturale e paesaggio costruito (Porto no): due esempi differenti di armonia e bellezza. Tutte le foto che accompagnano questo articolo sono di Laura Facchinelli.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 in uenza in maniera signi cativa l’effetto restorativeness (Kaplan e Kaplan, 1989; Peron et al., 2002).

Restorativeness e natura: alcune prospettive

1 - Un albero, esempio magnico di vitalità della Natura.

Una prima evidenza, scorrendo l’abbondante letteratura circa la capacità ristorativa dei luoghi (si veda Staats, 2012; Gifford, 2014), è il fatto che l’uomo prediliga gli ambienti naturali rispetto a quelli costruiti. Molteplici ricerche confermano tali preferenze, in modo particolare se gli ambienti racchiudono elementi vegetali e richiamanti l’elemento acqueo. Parallelamente, anche le ricerche che si sono occupate di ambienti urbani o costruiti hanno rilevato grande interesse e preferenza verso le situazioni arricchite dalla presenza di elementi vegetali (Bianchi e Perussia,1986; Costa, 2013). Tali evidenze giungono a far riconoscere un vero e proprio bisogno di contatto con gli alberi e le aree verdi delle città (Gold,1977). A partire da questi dati, la ricerca si è soffermata in questi anni a veri care eventuali componenti evolutive, in grado di supportare tali preferenze. L’odierno status quaestionis identi ca plurimi orientamenti teorici al tema della preferenza ambientale per gli ambienti naturali (Gifford, 2014).

La prospettiva evoluzionistica - Una prima prospettiva a sfondo evoluzionista riconosce nel contesto naturale forti richiami al ruolo della vegetazione per la sopravvivenza della specie, associando le risorse naturali alla garanzia di conservazione della vita e connotando di conseguenza l’ambiente naturale di tratti affettivi (Balling e Falk, 1982). Interessanti in questo senso le ricerche di Wilson (1984) sul tema della bio lia, cioè di una innata affiliazione emozionale che, dal suo apparire sulla terra, lega l’uomo ad ogni altro uomo e ad ogni forma di vita. Wilson afferma che la bio lia è la tendenza innata a concentrare il proprio interesse sulla vita e sui processi vitali. Fin dall’infanzia, gli esseri umani concentrano la loro attenzione su loro stessi e sugli altri organismi viventi, apprendono a distinguere la vita dal mondo inanimato. In tal modo, secondo Wilson, la vita, di qualsiasi genere essa sia, è molto più interessante di qualsiasi varietà concepibile di materia inanimata. È sempre la ricerca di Wilson poi, a legare inscindibilmente il tema della preferenza ambientale a quello della restorativeness, attraverso i concetti di qualità della vita e di benessere complessivo. Egli afferma che “la qualità della vita” dipende in gran parte, dal grado di connessione con la natura. Il mondo naturale fornisce necessità materiali come cibo, acqua, aria, abbigliamento, medicine e svolge un ruolo importante in altri aspetti della vita, come la capacità intellettuale, la creatività, l’immaginazione, i legami emotivi e l’attrazione estetica. Il benessere sico, materiale, intellettuale, emotivo e spirituale dipende in gran parte dal rapporto con il mondo naturale (…) e se la bio lia è davvero una parte della natura umana, se è veramente un istinto, dovremmo riuscire a trovare dimostrazioni di un effetto positivo del mondo naturale e di altri organismi sulla salute” (1985, p.137). Ecco dunque una forte connessione della teoria evolutiva con il tema della restorativeness. Altre prospettive recenti - A anco della prospettiva evoluzionista, nel tempo, si sono andate sviluppando altre teorie, alcune delle quali oggi appaiono integrabili o comunque complementari all’evoluzionista (Steg, Van den Berg, Groot, 2014). La prima teoria alternativa, almeno in ordine di tempo, è la prospettiva costruttivista (Tuan, 1971; Lyons,1983), che ha letto il tema della preferenza per gli ambienti naturali come un atteggiamento di tipo culturale acquisito nella fanciullezza, connesso alla dimensione del gioco, sperimentato soprattutto nei luoghi aperti. Preferenza ambientale naturale quindi come conseguenza di valutazioni cognitive, su sfondo culturale. Più recentemente, la Perceptual Fluency Account (Joye, 2007; Joye e Van Den Berg, 2011), ha postulato la preferenza ambientale per i luoghi naturali rispetto a quelli costruiti e di conseguenza la restorativeness degli stessi, basandosi sul fenomeno della uidità percettiva: gli ambienti naturali necessiterebbero di minor dispendio di risorse cognitive per essere elaborati in quanto costituiti da stimoli più ricchi e ridondanti di informazioni, quindi più uidi e immediati da interpretare e codi care. Un’ulteriore prospettiva è quella caratterizzata dalla percezione dell’inscindibile connessione con la natura: Steg (2014) richiama una ipotesi di ricerca di Mayer, Frantz, Bruehlman-Senecale Dolliver (2009) in cui fu dimostrato sperimentalmente che l’esposizione agli ambienti naturali era in grado di in uenzare positivamente gli stati emotivi, portando il soggetto ad una maggiore consapevolez-

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TRASPORTI & CULTURA N.46 za di se stesso e del mondo circostante. In ne è da menzionare una delle prime intuizioni di Kaplan (2001) circa le esperienze micro-ristorative in seguito ad un contatto con il contesto naturale, in maniera diretta, cioè in un vero e proprio setting naturale, o in maniera mediata, attraverso l’apertura di una nestra, un dipinto a soggetto naturale, un racconto di elementi naturali.

Restorativeness: teorie principali Nell’orizzonte ampio delle prospettive che indagano il tema della ristoratività degli ambienti naturali e costruiti, Baroni (2008) sottolinea come nel corso degli anni si sono venute a delineare due teorie fondamentali, che hanno permesso di dare unità e consistenza alle ricerche ambientali: la Stress Recovery Theory (SRT; Ulrich, 1983) e la Attention Restoration Theory (ART; Kaplan e Kaplan, 1989). Attention Restoration Theory - La teoria di Kaplan e Kaplan (1989) si focalizza sulla capacità dell’ambiente di sostenere e ristorare i processi dell’attenzione. Antecedenti di tale prospettiva sono gli studi di James (1892) che sostengono la presenza di due diverse modalità attentive: una prima de nita volontaria o diretta, che permette in maniera intenzionale di concentrare il focus dell’attenzione

su ciò che non appare immediatamente evidente, ma che è ritenuto importante; una seconda, denita involontaria o indiretta, che coglie aspetti molteplici del reale, senza però comportare coinvolgimento intenzionale. Sulla scia di James, Kaplan de nisce “attenzione diretta” il processo volontario in cui il soggetto intenzionalmente desidera cogliere alcuni aspetti speci ci dell’ambiente, escludendo gli elementi ritenuti non essenziali, attivando quindi un ltro inibitore. Comportando uno sforzo cognitivo, questa è una funzione che tende naturalmente ad indebolirsi e ad affaticarsi se sottoposta a richieste intense e prolungate che ne facilitano la naturale decadenza e, sovraccaricando il sistema cognitivo, giungono all’affaticamento dell’attenzione diretta stessa (Directed Attention Fatigue, DAF). È ancora lo stesso Kaplan a riconoscere gli effetti negativi della DAF su comportamenti, stati d’animo, relazioni: l’affaticamento attentivo, specie se prolungato, provoca irritabilità, distrazione, ansia generalizzata, impazienza, rabbia e frustrazione. Tra le conseguenze individuate c’è anche la messa in atto di comportamenti rischiosi o dannosi per la salute (ad esempio guida poco prudente o consumo di cibi poco salutari), e la riduzione delle prestazioni in compiti cognitivi di memoria e/o di piani cazione e ragionamento (Kaplan,1993). Se l’attenzione diretta gioca un ruolo così impor-

2 - Veduta delle Cinque Terre, con le case aggrappate alla roccia. Fatica, tenacia, fascino dell’essenziale.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 tante nell’efficacia dell’agire umano è necessario che tale processo debba essere protetto, conservato, rigenerato. In quest’ottica, Kaplan riprende il tema dell’attenzione involontaria di James, che lui de nirà spontanea, quale ambito privilegiato per permettere al complesso sistema dell’attenzione diretta di riposare: tale modalità attentiva spontanea o involontaria, de nita anche fascination, non necessita infatti di attivazione del sistema inibitorio e di conseguenza non necessita di particolari risorse, non portando a dispendi cognitivi. Kaplan descrive la fascination lungo due coordinate, la hard-fascination e la soft-fascination (Staats, 2012). Lo stato di soft-fascination, verrebbe attivato da stimoli a bassa intensità, percepiti come gradevoli, in qualche modo attraenti, coinvolgenti, in grado di attivare il processo di restorativeness a favore della componente attentiva. L’ambiente naturale quindi offrirebbe la possibilità di entrare in un contesto di minor attivazione dell’attenzione diretta, di riduzione della fatica mentale e quindi di rigenerazione delle funzioni attentive, permettendo maggior comfort e benessere per il ripristino delle naturali risorse. A conferma delle intuizioni iniziali di James, Kaplan riporta i risultati di recenti ricerche nell’ambito delle neuroscienze che individuano nella corteccia prefrontale la localizzazione dei disturbi dell’attenzione volontaria, quindi nell’area del cervello deputata al sistema inibitorio (Kaplan, 1995). Stress RecoveryTheory - La teoria del recupero dallo stress di Ulrich (1981), parte da un presupposto diverso, per cui ciò che spinge l’uomo a cercare restorativeness non è tanto l’affaticamento mentale, ma lo stress psico siologico. La dinamica di risposta allo stress prevede una triplice attivazione - psicologica, siologica e comportamentale - con reazioni, nei casi più eclatanti, di aggressività, isolamento sociale, fumo, abuso di sostanze, declino delle capacità cognitive, esponendo il soggetto a minor tolleranza alle frustrazioni (Baroni, 2013). Ulrich, già nel 1983, evidenziava come la piacevolezza ambientale inducesse una rapida risposta emozionale a connotazione affettiva, rafforzando le emozioni positive, conducendo quindi a uno stato di rilassamento che porterebbe poi ad un graduale e completo recupero dalle alterazioni psico- siologiche attivate dalla situazione di stress. L’intervento ambientale andrebbe quindi ad innestarsi direttamente a livello di Sistema Nervoso Autonomo, riportando il soggetto omeostaticamente alla situazione antecedente all’esperienza stressogena. La SRT è teoria psico-evoluzionistica, in cui è sostenuto che poiché l’ambiente naturale ha costituito nel corso dei secoli l’involucro all’evoluzione umana, l’umanità si sia adattata e in una qualche misura anche modellata sullo stesso, per cui questo verrebbe a costituire il contesto propizio per il superamento delle situazioni di empasse, difficoltà o stress. Dagli anni ‘80 ad oggi una lunga serie di ricerche hanno avvalorato l’ipotesi di Ulrich, indagando gli ambiti più svariati: dalla rigenerazione della fatica mentale e del recupero cognitivo in ambienti naturali (Kaplan e Talbot, 1983), al decorso post-operatorio più rapido in pazienti cui era permessa la vista dell’ambiente naturale (Ulrich, 1984); dallo stress dei carcerati isolati dal contesto naturale (Moore, 1981; West, 1986) alla serenità dei pazienti odontoiatrici in un contesto con scene naturali (Heerwagen e Orians, 1996; Heerwagen, 1990). 54


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Proprietà ristorative ambientali Kaplan (1995) sostiene che un ambiente per poter essere de nito rigenerativo debba possedere quattro caratteristiche: - Being-away. Il concetto, che potremmo tradurre con “senso di evasione”, caratterizza la possibilità di sperimentare un ambiente diverso rispetto alla quotidianità, cioè la percezione di trovarsi altrove o di realizzare cose nuove, la capacità di rilassarsi sicamente e psicologicamente, allontanandosi da tutto ciò che affatica mentalmente e che quindi conduce alla DAF; - Extent. Tale attributo è strettamente legato alle caratteristiche ambientali, denotando le dimensioni spaziali dell’estensione e della coerenza, in modo da poter esercitare un’attrazione mentale per un periodo prolungato, promuovendo l’esplorazione senza sforzo ed impegno di risorse cognitive. L’ambiente rigenerativo è colto quindi come un ambiente fortemente coeso e coerente, in cui tutto è collegato e la cui elaborazione cognitiva è percepita come meno impegnativa. Inoltre, è indice di percezione di relatività dei singoli elementi che compongono l’ambiente, stimolando ad andare oltre, coinvolgendo nella ricchezza ambientale, ed attivando le dinamiche attentive indirette per favorirne l’esplorazione; - Fascination. È questa la già citata dimensione dell’attenzione involontaria, spontanea o anche passiva, che non richiede sforzo cognitivo e di conseguenza permette un recupero dinamico dell’attenzione diretta o volontaria; - Compatibility. Tale caratteristica denota la possibilità di un contesto ambientale di supportare le intenzioni e le aspettative del soggetto, costituisce quindi la congruenza tra le opportunità che l’ambiente offre e gli obiettivi, gli interessi, le inclinazioni del soggetto. Le quattro caratteristiche sopra menzionate agirebbero quali predittori attivi della capacità di restorativeness di un luogo. Per Kaplan (1995), quindi, l’aspetto ristorativo di un luogo è connesso in maniera diretta alla sua capacità di ridurre l’affaticamento mentale e creare il contesto propizio alla rigenerazione dell’attenzione diretta. Herzog (1997) riconosce tale evidenza nell’affermare che la teoria dell’attenzione rigenerata è in grado di connettere la dimensione cognitiva all’ambiente naturale circostante, con il bene co effetto di liberare la mente dal frastuono e dal sovraccarico cognitivo. Parallelamente però Kaplan e Kaplan (1989), riconoscono alle quattro caratteristiche sopra elencate la capacità di sostenere l’innata propensione dell’uomo a raccogliersi nella propria interiorità, prestare ascolto ai problemi personali, rimodulando le proprie necessità, priorità, ordini valoriali a cui tendere.

Alcuni studi confermativi sugli ambienti naturali Nel corso degli anni diverse ricerche empiriche hanno testato sperimentalmente gli assunti delle teorie di Kaplan e Ulrich per veri care se effettivamente l’esposizione ad ambienti naturali “ristora” le risorse cognitive ed affettive. Solo a livello indicativo, per esempio una ricerca di Tennessee e Cimprich (1995) ha dimostrato come gli studenti che dalla nestra del loro dormitorio potevano osservare un contesto naturale, testati in compiti 55


TRASPORTI & CULTURA N.46 3 - A pag. 54, in alto: albero, rami, foglie. 4 - A pag. 54, al centro: parco e villa a Rapallo. 5 - A pag. 54, in basso: nel parco della Reggia di Caserta. 6 - A pag. 55, in alto: Napoli col Vesuvio. 7 - A pag. 55, al centro: una piazza di Palermo. 8 - A pag. 55, in basso: biblioteca nel Palazzo della Carovana, sede dell’Università Normale Superiore di Pisa.

9 e 10 - In questa pagina:: architettura barocca a Palermo (in alto) e Roma (in basso).

di attenzione, ottenevano punteggi di prestazione migliori rispetto ai loro omologhi, privi di tale panorama; ed ancora, gli studi di Sullivan (2003) hanno dimostrato che bambini tra i 7 e i 12 anni con disturbo di de cit di attenzione, ottenevano notevoli miglioramenti nelle loro capacità relazionali e di concentrazione dal contatto quotidiano 56

prolungato con la natura (Steg et al, 2014). Allo stesso modo, diverse ricerche psico siologiche hanno rilevato che, dopo aver trascorso del tempo in un parco, soggetti adulti presentavano una diminuzione della pressione arteriosa e della conduttanza cutanea, segnali di una diminuzione dello stress generale (Gifford, 2014). È interessante


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11 - Architettura di un chiostro racchiusa da edi ci residenziali nel centro di Roma.

notare inoltre che, su questa linea, la letteratura scienti ca offre diversi esempi di quelli che potremmo de nire “giardini terapeutici” realizzati allo scopo di sostenere la riabilitazione di pazienti e ridurre i tempi di degenza ospedaliera (Gifford, 2014), o di migliorare la qualità della vita di pazienti affetti da demenza. Sulla scia di questi promettenti risultati diversi studi hanno teorizzato diversi livelli di interazione ambientale: per immersione, quindi introducendo i soggetti nel contesto naturale; per osservazione, cioè inserendo componenti naturali o arricchimenti vegetali nell’architettura; per richiamo, ossia offrendo solo dei rimandi agli ambienti naturali, grazie all’utilizzo di dipinti, piuttosto che immagini proiettate, ottenendo riscontri positivi sulla ristorativeness percepita, in tutte le situazioni sperimentali.

Anche gli ambienti costruiti possono offrire restorativeness? Pur riconoscendo al contesto ambientale naturale un ruolo principale e indiscusso per il processo di ristoro cognitivo, l’ART non postula che l’esperienza della restorativeness avvenga solo in ambienti naturali e nemmeno che tutti gli ambienti urbani o costruiti manchino di qualità rigenerative (Baroni, 2013). Diverse ricerche hanno tentato di spostare l’attenzione dal contenuto al processo ristorativo, sostenendo che la rigenerazione dell’attenzione diretta è permessa dall’attivazione dell’attenzione involontaria, piuttosto che da un contenuto specico e che tale processo è ottenibile ipoteticamente in qualsiasi contesto ambientale (Baroni, 2013). In alcuni luoghi naturali, ad esempio, la restorativeness non sarebbe possibile perché percepiti come pericolosi o minacciosi, a differenza per esempio

di alcuni ambiti costruiti ritenuti attrattivi, protettivi, facilmente accessibili e compatibili con i ritmi della vita in città (Berto, 2014). Alcuni autori hanno ipotizzato anche che le opportunità di svago, presenti nei contesti urbani, potrebbero fornire maggiori bene ci rispetto al relax o svago in natura (Gifford, 2014). Ad oggi però, gli studi circa i restorative environment arti ciali, risultano ancora poco numerosi e forse anche marginali nel grande orizzonte della restorativeness. Sono da segnalare in quest’ottica per esempio il lavoro di Kaplan, Bardwell e Sakter (1993) in cui viene esplorato il potenziale effetto ristorativo dell’ambiente museale e dove si afferma la potenzialità di tali ambienti di permettere una rigenerazione cognitiva ed emotiva. Risultati analoghi sono ottenuti anche dalle ricerche di Bond (Gifford, 2014), che confermano il contesto museale come luogo ideale per sperimentare fascination, being away, extent e compatibility. Interessanti anche le ricerche di Kjellgreen e Buhrall (2010) circa la ristoratività degli ambienti urbani in genere e le costruzioni residenziali. Un settore particolare in cui si sono svolte diverse ricerche è quello degli ambienti costruiti a connotazione religiosa, monasteri, chiese, luoghi di culto: a partire dalla ricerca di Ouellette, Kaplan e Kaplan (2005) in cui si è indagata la ristoratività percepita da un gruppo di partecipanti ad un ritiro in un monastero canadese, con il risultato che i soggetti si sono sentiti, a ne esperienza, riposati, lucidi mentalmente, capaci ed abili, vigili, percependo una forte rigenerazione attentiva (Staats, 2012). Risultati simili sono stati ottenuti anche da Herzog, Ouellette, Rolens e Koenings (2010) che hanno approfondito in maniera diretta le capacità ristorative dei luoghi di culto: i soggetti che vi accedono, sia per motivi religiosi speci ci che 57


TRASPORTI & CULTURA N.46 dell’interno di musei e gallerie d’arte pari a quello registrato per i giardini e signi cativamente superiore a quello degli ambienti di controllo (stazioni e aeoroporti). Per quanto riguarda l’interno delle chiese, questo è stato valutato anch’esso come più ristorativo delle stazioni, ma leggermente inferiore a quello dei giardini.

Conclusioni Gli studi degli ultimi decenni nell’ambito della Psicologia ambientale hanno dimostrato che determinati ambienti, naturali e costruiti, possono essere vissuti come restorative environments e avere effetti bene ci sull’attenzione e sul benessere psico sico. Gli studi di Kaplan hanno contribuito nora a delinearne alcune caratteristiche (beingaway, extent, fascination e compatibility), che possono essere ugualmente presenti non solo in contesti naturali, ma anche, come si è visto, in particolari luoghi, caratterizzati da una forte valenza artistica, storica e/o spirituale. Comprendere in modo sempre più approfondito le caratteristiche che contraddistinguono i luoghi ristorativi, il riconoscerli come tali e il ripresentarli in modo innovativo in realizzazione architettoniche e urbanistiche potrebbe portare un contributo al comune benessere. Nonostante ad oggi le ricerche siano ancora quantitativamente limitate, i primi dati confermano la potenzialità degli ambienti costruiti di essere considerati restorative environments: un ambito di ricerca che si prospetta interessante e che, ci auguriamo, contribuirà nei prossimi anni, a nuovi approcci, sviluppi e ri essioni di carattere interdisciplinare.

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per semplice curiosità o scopi culturali, possono sperimentare fascination, being away che unite ad emozioni suscitate dal contesto ambientale contribuiscono a raggiungere uno stato di restoration (Staats, 2012). Più recentemente alcune ricerche sono state condotte presso il laboratorio di Memory and Learning del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Padova (Pazzaglia, Alessio, Moè, 2016). Nel corso di questi studi una metodologia sperimentale è stata utilizzata per veri care la ristoratività percepita di ambienti costruiti come, appunto, luoghi di culto e musei. Il giudizio di restoratività percepita dopo l’esposizione a questi luoghi è stato confrontato con quello ottenuto dopo l’esposizione a ambienti naturali (giardini) e ad ambienti costruiti utilizzati come controllo (stazioni ferroviarie e aeroporti). In alcuni di questi esperimenti gli ambienti sono stati presentati ai partecipanti tramite immagini proiettate sulla parete, in altri casi attraverso un contatto diretto con l’ambiente. I risultati hanno evidenziato in tutti i casi un livello di ristoratività percepita

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Legati alla Natura da bambini, per diventare adulti che hanno cura dell’ambiente di Rita Berto e Margherita Pasini

Più della metà della popolazione mondiale vive in aree urbane, siano esse piccole città o megalopoli; al tempo stesso sono ormai numerosi gli studi che dimostrano il valore positivo degli ambienti naturali per il benessere sico e psicologico delle persone. Per questo motivo l’importanza di una progettazione che integri elementi naturali con il contesto residenziale urbano diventa irrinunciabile, non tanto e non solo per motivi estetici, ma anche per migliorare la qualità della vita personale e sociale delle persone che vi abitano.

Il rapporto Uomo-Natura La sola presenza del verde urbano, tuttavia, non è di per sé garanzia dello sviluppo di un atteggiamento di tutela e salvaguardia del territorio e del paesaggio né di cura verso il mondo naturale, anche se tale atteggiamento ha degli effetti positivi sull’individuo e sulla comunità. La ricerca scienti ca mostra che preservare e migliorare il verde urbano e il paesaggio nelle nostre città ha degli effetti positivi su molti aspetti della vita delle persone Ad esempio un ambiente naturale curato migliora il senso di appartenenza ad una comunità (Stewart, Liebert, Larkin, 2004), accresce i comportamenti connessi con una maggiore salute sica e psicologica, quali camminare – e quindi incontrarsi tra persone – o andare in bicicletta (Korpela, Hartig, Kaiser, Fuhrer, 2001), diminuisce l’affaticamento mentale e riduce lo stress e i comportamenti violenti (Cackowski, Nasar, 2003). Tali effetti bene ci degli ambienti naturali sulle persone non riguardano soltanto gli adulti, ma anche i bambini, il cui sviluppo trae bene cio dal contatto con la Natura1, con una in uenza positiva anche sulla la loro capacità di attenzione (Berto, Pasini, Barbiero, 2012; 2015). Anche per questi motivi è molto importante capire quali sono i fattori che in uenzano l’atteggiamento e di conseguenza i comportamenti delle persone verso il mondo naturale. Negli ultimi trent’anni la ricerca ha cercato di dare delle risposte a questo interrogativo, basandosi prevalentemente sulla teoria degli atteggiamenti (cfr. Hewstone et al., 1988): per “atteggiamento” si intende un sentimento durevole, positivo o negativo, nei riguardi di un “oggetto di atteggiamento”, che può essere una persona, una cosa, 1 In questo articolo useremo il termine “Natura” con l’iniziale maiuscola come gesto di rispetto nei confronti di questa entità che ci trascende come esseri umani e per evitare la confusione con la “natura” intensa come qualità intrinseca di una certa creatura o di un certo fenomeno (cfr. Barbiero, Berto, 2016).

Connected to Nature as children, to become environmentally-conscious adults by Rita Berto and Margherita Pasini It is important to integrate the natural environment into urban planning and management, because the effects of Nature on individuals and communities is recognised as being positive. At the same time, forming a positive relationship towards the natural environment during childhood affects an adult’s attitude towards Nature and fosters environmentally-friendly behaviour, namely those actions aimed to prevent damage to the natural environment and to protect natural resources. The aim of this work is to highlight the bene cial effects of a positive child-Nature relationship on environmental care. The paper ends with a re ection on the importance of enacting participative policies in order to sustain and enhance children’s and adults’ relationship with Nature, not only to help them appreciate Nature’s restorative potential, but also to embrace the importance of caring for it.

Nella pagina a anco, in alto: un esempio di come gli elementi naturali possono essere integrati in un contesto residenziale urbano che si affaccia su una strada, aumentando il valore estetico della costruzione e il legame con il mondo naturale dei residenti (Scottsdale, AZ, USA). Foto di Rita Berto. In basso: un parco giochi “non tradizionale” progettato sfruttando le affordances naturali (outdoor learning environment; North Playground Revitalization Proposal, 2014). Fonte: Barbiero, Berto (2016).

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1 - Magni ca vegetazione in un giardino di Tokyo (foto di Laura Facchinelli).

un argomento o l’ambiente. In pratica si tratta di predisposizioni a rispondere a una data classe di stimoli mediante determinate classi di risposte, che sono distinte in affettive (sentimenti, emozioni e preferenze), cognitive (credenze, opinioni e idee sull’oggetto di atteggiamento), e comportamentali (intenzioni comportamentali o azioni manifeste). Sebbene pro cuo, questo approccio manca di chiare fondamenta teoriche che spieghino perché le persone sviluppano certi atteggiamenti verso l’ambiente. Stern, Dietz e Guagnano (1995) hanno identi cato tre tipi di valori associati agli atteggiamenti ambientali, che hanno etichettato come egoistico, altruistico e biosferico. I valori di tipo egoistico ruotano intorno al sé e sono caratterizzati da obiettivi orientati esclusivamente a se stessi (potere sociale, ricchezza, successo personale); quelli di tipo altruistico si focalizzano invece sulle altre persone (la famiglia, gli amici, la comunità, 62

l’umanità); in ne i valori di tipo biosferico sono centrati sul benessere di tutti gli esseri viventi (piante, animali, ambiente). Ovviamente ognuno di questi valori conduce a atteggiamenti e comportamenti molto diversi nei riguardi dell’ambiente naturale (Thompson, Barton, 1994; Stern, Dietz, Guagnano, 1995). Schultz (2001) e Schultz e Zelezni (1999) hanno dimostrato che questa struttura di valori è “universale”; dai loro numerosi studi condotti in 14 nazioni dove sono state analizzate le risposte dei partecipanti a una serie di problemi ambientali, è sempre emersa una struttura corrispondente a preoccupazioni di tipo egoistico (me, il mio stile di vita, la mia salute, il mio futuro), altruistico (i componenti della mia famiglia, le persone della mia comunità, i bambini, le generazioni future) e biosferico (le piante, la vita marina, gli uccelli, gli animali). Sebbene questi risultati siano coerenti anche


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con la teoria degli atteggiamenti, Schulz et al. (2004) offrono una spiegazione alternativa: le risposte dei partecipanti dipendono da quanto l’individuo si sente parte del mondo naturale e da quanto si sente superiore a piante e animali. In pratica, le risposte degli individui sarebbero disposte su un continuum, dove ad un estremo c’è un individuo che pensa di essere parte della Natura, che possiede credenze ugualitarie e preoccupazioni biosferiche che alimentano un senso di vicinanza con piante e animali, invece all’estremo opposto c’è un individuo che crede di essere completamente separato dalla Natura, che possiede credenze gerarchiche, cioè che gli esseri umani dominano su piante e animali, e ha interessi egoistici. La misura in cui gli individui si identi cano con il mondo naturale sentendo di farne parte è legata alla rappresentazione cognitiva che hanno di

questo legame, che viene de nito connectedness to Nature (Mayer, McPherson Frantz, 2004), ovvero legame con la Natura2. Numerosi studi sostengono che la connectedeness to Nature sia un tratto positivo della personalità che aumenta il benessere cognitivo, affettivo e emozionale (Schultz et al., 2004; Schultz, Tabanico, 2007; Mayer et al., 2009). Addirittura sembra che il tratto connectedness to Nature sia positivamente associato alla felicità, alla pari di altre forme di legami importanti come quello con i familiari e gli amici (Waugh, Fredrickson, 2006; Leary, Tipsord, Tate, 2008; Malone, Pillow, Osman, 2011). Il costrutto connectedness to Nature mette insieme nu2 Nel seguito di questo contributo si preferisce continuare ad utilizzare l’espressione in lingua inglese, connectedness to Nature, utilizzata nella letteratura scienti ca per riferirsi a questo costrutto psicologico.

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2 - Un prato orito nel nostro ambiente alpino (foto di Laura Facchinelli).

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merosi costrutti interessanti: sembra infatti che gli individui fortemente connessi alla Natura quando attuano dei comportamenti proambientali (usare la bicicletta al posto dell’automobile, fare la raccolta differenziata, spegnere la luce se non c’è nessuno in una stanza) non li vivano come dei sacri ci, piuttosto li considerino dei comportamenti che li rendono felici e soddisfatti (O’Brien, 2008; McPherson Frantz, Mayer, 2009); felicità e comportamento proambientale sono, per tali individui, obiettivi complementari (Brown, Kasser, 2005; Corral-Verdugo et al., 2011). Di fatto il legame con la Natura è un predittore signi cativo della maggior parte degli indicatori di felicità (Zelenski, Nisbet, 2014). Particolarmente rilevante è la relazione che intercorre tra connectedness to Nature e benessere psicologico: le persone che si sentono fortemente legate alla Natura sono più soddisfatte della vita, più generose, e si sentono più felici (Weinstein, Przybylski, Ryan, 2009; Tam, 2013; Zelenski, Nisbet, 2014). Recenti ricerche hanno dimostrato che la connectedness to Nature è associata anche alla pratica della meditazione di consapevolezza – mindfulness (cfr. Barbiero, Berto, 2016; Howell et al., 2011; Howell, Passmore, 2013), a una maggiore spiritualità (Kamitsis, Francis, 2013) e alla capacità di trovare signi cati nella vita (Cervinka, Roderer, He er, 2012).

Connectedness to Nature e comportamento proambientale Le differenze individuali nel legame affettivo, cognitivo e di esperienze con l’ambiente naturale racchiuse nel costrutto connectedness to Nature si traducono poi in atteggiamenti e comportamenti concreti verso l’ambiente. Uno degli scopi delle scienze psico-sociali è proprio incoraggiare il comportamento responsabile nei confronti dell’ambiente, quello che viene de nito comportamento proambientale, cioè azioni che contribuiscono alla conservazione dell’ambiente (Axelrod, Lehman, 1993). L’attuazione di comportamenti proambientali dipende principalmente da come è concettualizzato il problema, cioè dalla conoscenza ambientale dell’individuo e dal peso che differenze individuali come età, genere e istruzione hanno su questa conoscenza (per una rassegna cfr. Kollmuss, Agyeman, 2002). Per fornire una struttura di base che spieghi come si concretizzano i comportamenti degli individui, la maggior parte delle teorie e dei modelli che hanno per oggetto il comportamento proambientale, lo considerano o una sottocategoria del comportamento altruistico, cioè in uenzato direttamente da valori e norme personali (Kaplan, 2000), oppure il frutto del legame tra l’intenzione comportamentale,


TRASPORTI & CULTURA N.46 l’atteggiamento verso il comportamento e le norme soggettive (cfr.Teoria dell’Azione Ragionata3; Ajzen, 1985). Comunque, al di là delle classi cazioni, ci sono buone ragioni per assumere che per alcuni atteggiamenti, tra i quali quello ambientale, un ruolo importante sia svolto dalla componente affettiva dell’atteggiamento: sarebbe cioè la cosiddetta emotional sensitivity a determinare l’atteggiamento generale verso l’ambiente e di conseguenza l’attuazione di un comportamento responsabile (Traminof, Sheeran, 1998; Iwata, 2001). La letteratura dimostra infatti che la connecedness to Nature è un predittore signi cativo e indipendente delle intenzioni di impegnarsi a tutela dell’ambiente naturale (Hinds, Sparks, 2008). Di fatto nel caso dell’atteggiamento verso la Natura la componente affettiva è il predittore più importante, insieme alle esperienze a contatto con la Natura (Schulz, 2000). La connectedness to Nature è legata inoltre a numerosi valori ambientali (per es. negativamente con il consumismo, positivamente con l’ambientalismo), con il comportamento ecologico, con un sistema di valori di tipo biosferico, e con uno stato di benessere soggettivo generale; in pratica, quando un individuo si sente più connesso alla Natura, allora sarà meno probabile che la danneggi perché questo vorrebbe dire danneggiare se stessi (Mayer, McPherson Frantz, 2004).

Il legame bambino-mondo naturale Ma quale è il pensiero che il bambino sviluppa nei confronti della Natura, come si pone nei suoi confronti? Si tratta di una domanda che potrebbe sembrare oziosa, ma che invece permette di capire se la connectedness to Nature sia un sentimento che possa anche essere legato alle esperienze del bambino con il mondo naturale. Al di là dei risultati speci ci di ogni singolo studio, la letteratura ha dimostrato la essibilità nello sviluppo dei concetti che riguardano la Natura. Ad esempio, il modo di percepire la Natura rispetto all’essere umano varia a seconda del linguaggio (Anggoro,Waxman, Medin, 2008), della prospettiva culturale (Herrmann, Waxman, Medin, 2010; Unsworth et al., 2012) e della quantità di esperienze dirette che il bambino ha con la Natura (Ross et al., 2003). I bambini che sono cresciuti in famiglie che allevano pesci (Inagaki, Hatano, 2002) o in una fattoria a contatto con gli animali (Medin et al., 2010), mostrano risposte e comportamenti meno antropocentrici, e riescono a vedere più somiglianze tra gli esseri umani e gli animali, rispetto ai bambini di città, che normalmente non hanno le stesse esperienze. Levin e Unsworth (2013) hanno dimostrato che nei primi stadi dello sviluppo c’è una maggiore probabilità di pensare che gli esseri umani appartengono alla Natura se viene suggerito al bambino di pensare ad associazioni personali 3 Secondo la Teoria dell’Azione Ragionata il comportamento di un individuo nei confronti di qualche oggetto di atteggiamento è il prodotto congiunto di tre fattori: l’intenzione al comportamento che esercita un’azione diretta e primaria verso una speci ca condotta, l’atteggiamento personale verso il comportamento, ossia l’attitudine che un individuo ha ad adottare uno speci co comportamento, e la norma soggettiva, cioè l’in uenza delle opinioni altrui sulle scelte dell’individuo. In pratica, l’atteggiamento e le norme soggettive esercitano un’in uenza indiretta sul comportamento, attraverso la costruzione delle intenzioni.

con il mondo naturale (hai mai visto un uccellino nel tuo giardino?), rispetto a quando viene detto al bambino di pensare alla Natura in maniera astratta (cosa sai degli uccelli?). Anche i giudizi su cosa può essere considerato “vivente” variano a seconda della cultura e delle esperienze di vita del bambino. I bambini giapponesi sono molto più portati dei bambini americani a pensare che una montagna sia viva e a considerare “vivi” numerosi oggetti, mentre i bambini israeliani spesso ri utano di ammettere che anche le piante sono esseri viventi (Hatano et al., 1993). Ricerche più recenti suggeriscono che i bambini in età prescolare che vivono in città, in campagna e i nativi americani possono differire nell’attribuire la vita alle piante. Tutti questi bambini attribuiscono la vita agli animali, dai vermi agli orsi, ma solo i bambini nativi americani la attribuiscono anche alle piante, i bambini di campagna lo fanno col tempo, mentre in quelli di città c’è molta resistenza a sviluppare questa attribuzione (Ross et al., 2003). Bang, Medin e Atran (2007) hanno dimostrato che gli indiani d’America Menominee adulti descrivono numerose relazioni personali con piante e animali (per es. i modi in cui le diverse specie sono usate personalmente come cibo o medicine), più degli europei e degli americani adulti che vivono in campagna, e dicono che vogliono che i loro gli sentano di essere parte della Natura; tali orientamenti culturali verso la Natura si imparano n dai primi stadi dello sviluppo. Questi risultati presi insieme dimostrano che sia gli adulti che i bambini possiedono numerosi quadri di riferimento per ragionare sulla Natura e che è possibile suggerire loro da che prospettiva guardarla; sarà proprio questa prospettiva a in uenzare il loro atteggiamento verso il mondo naturale (Schulz, 2000). In particolare, suggerire associazioni personali con la Natura (piuttosto che astratte) può aumentare il senso di connectedness to Nature perché in un certo senso si “forzano” gli individui a percepire maggiore sovrapposizione tra loro e il mondo naturale (Schulz, 2001; Davis, Green, Reed, 2009).

Dal legame con la Natura alla responsabilità ecologica: prospettive psico-educative per una gestione corresponsabile dell’ambiente Nonostante la riconosciuta importanza dell’esposizione dei bambini agli ambienti naturali per il loro benessere sico e psicologico, e le conseguenti positive ripercussioni anche sull’ambiente sociale, la nostra epoca è caratterizzata dalla perdita di contatto con il mondo naturale e questo può causare seri danni allo sviluppo psico sico dei bambini, impoverendone le capacità sensoriali, rendendone meno efficace il pensiero e inaridendone la spiritualità (Vegetti-Finzi, 2006; Barbiero, 2009). Tra le cause di questa perdita di contatto con la Natura, gioca un ruolo importante la mancanza di tempo libero dei bambini. Il tempo extra-scolastico è organizzato in attività di vario genere, molto spesso sportive. Nonostante si tratti di attività che possono favorire lo sviluppo psico sico del bambino, esse non equivalgono assolutamente al 65


TRASPORTI & CULTURA N.46 gioco libero all’aperto. Tra il 1981 e il 1997 il gioco libero dei bambini è sceso del 25%, proprio a causa del tempo speso in attività più strutturate (Hofferth, Sandberg, 2001). In questo modo si è arrivati quasi ad annullare il tempo libero e il gioco creativo che una volta contraddistinguevano l’infanzia, e al tempo stesso la possibilità per i bambini di una libera esplorazione di ambienti che non siano la casa e i luoghi in cui sono coinvolti in attività strutturate. Questo ha di fatto anche portato ad una diminuzione del tempo trascorso liberamente all’aperto, in contatto con la Natura. Anche un uso massiccio della tecnologia ha contribuito a diminuire la connessione tra i bambini e la Natura. Nei paesi occidentali il contatto simbolico o vicario con l’ambiente esterno ha spostato la vita quotidiana dei bambini non solo dall’esterno all’interno della casa, ma addirittura all’interno di uno “spazio” (il dispositivo) che si tiene tra le mani. In pratica il modo in cui una volta i bambini erano connessi al mondo naturale (esplorazione curiosa, gioco libero all’esterno, esperienze nella Natura) è quasi scomparso dal loro stile di vita (Louv, 2005). A questo si aggiunga la convinzione di molti genitori che gli spazi naturali possono nascondere molti pericoli; ovviamente anche questa paura ha contribuito a portare il gioco dei bambini dentro casa facendogli assumere nuove forme. Il bambino viene così privato di tutte quelle esperienze ricche e diversi cate che può offrire il mondo naturale, per paura del traffico, del crimine, degli sconosciuti e della Natura stessa (Louv, 2005). Tuttavia sembra che i bambini siano molto più spaventati dagli oggetti della modernità, e sanno benissimo che una pistola è potenzialmente più pericolosa di un ragno o di un topo (Heerwagen, Orians, 2002). Anche la scuola non sempre favorisce il legame tra bambini e Natura, dal momento che accade a volte che le questioni ecologiche o ambientali siano relegate a sporadiche esperienze, a vantaggio di discipline più “convenzionali”. Fanno eccezione alcune esperienze educative all’aperto promosse, soprattutto per la prima infanzia ma non solo, in particolare in alcuni paesi del nord Europa (in particolare Svezia e Danimarca), le cosiddette “Forest schools”, o scuole nel bosco, i cui vantaggi educativi, anche in termini di prestazioni cognitive, sono riconosciuti. Ecologi (cfr. Orr, 1994) e ecopsicologi (cfr. Roszak, 1992) sostengono che la connectedness to Nature è la componente chiave per incoraggiare il comportamento ecologico. Quindi stimolare il senso di connectedness to Nature del bambino, cioè il legame affettivo con il mondo naturale, è un passo importante perché ha un effetto sia sulla percezione del valore rigenerativo della Natura, sia sul comportamento di cura per l’ambiente naturale. Sono queste ormai delle certezze e non più delle supposizioni, come tanta ricerca scienti ca ha dimostrato. Eppure sembra che ben poche ricerche su questo tema (non più del 3%, cfr. Restall e Conrad, 2015) abbiano tentato un coinvolgimento diretto di politici e amministratori locali per implementare politiche partecipative orientate ad incrementare questo legame con la Natura, con lo scopo di sviluppare quelli che sono certamente degli ottimi pre-requisiti di comportamenti a tutela dell’ambiente. Se i luoghi in cui abitiamo, siano essi piccoli borghi o grandi città, saranno luoghi in cui le politiche educative favoriscono atteggiamenti che portano ad incrementare il legame dell’essere umano con la Natura, allora potremo duciosamente credere che tali atteggiamenti si trasforme66

ranno in comportamenti di cura per l’ambiente, con tutti gli effetti bene ci che tale cura può riservare alla Natura e all’umano che vi abita. © Riproduzione riservata

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Malessere, benessere e luoghi quotidiani nell’esperienza terapeutica. Analisi bibliogra ca e ri essioni di Mirella Siragusa

Affronterò il tema delle nostre emozioni in relazione ai luoghi della vita quotidiana partendo dalla mia posizione di psicologa psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, in quanto, nel corso della mia attività professionale, ho incontrato varie forme di sofferenza e malessere, aventi molteplici cause, ma sempre più emerge il disagio provocato dall’impatto con l’ambiente. Molta insoddisfazione é legata al modo in cui si trasformano le città e alla scarsa attenzione prestata alla dimensione umana. Ho delineato il mio pensiero attraverso lo studio accurato di autori appartenenti a varie discipline, che condividono professionalità tecnico-scienti ca e un forte interesse per il benessere dell’uomo, l’ambiente e il paesaggio, al ne di comprendere le relazioni che s’intrecciano fra questi elementi. Nel corso dei colloqui é spesso emerso un senso di impotenza e di inutilità, quasi che fosse irrilevante avere dei principi etici, di fronte alla banalizzazione, la super cialità, il conformismo, la voglia di denaro e potere come unici obiettivi. In realtà senza neppure rendercene conto, lentamente ma inesorabilmente, i valori e gli ideali si sono trasformati. Sentimenti ed emozioni, che potrebbero aiutarci ad interagire col mondo in cui viviamo, vengono considerati fuorvianti. Eppure sono proprio loro gli arte ci necessari per uscire da una specie di anestesia che avvolge il nostro sentire e costituire il preludio di un risveglio. É il contatto con il nostro Io Interiore a renderci consapevoli, per non affievolire la nostra capacità di pensare, funzione che richiede tempo e disponibilità ad impegnarsi. Separati dal nostro mondo emotivo e dalla ricchezza della nostra mente, rischiamo di divenire degli automi e soffrire di una forma di depersonalizzazione che procura s ducia in se stessi, insicurezza e difficoltà nei rapporti interpersonali. La nostra società é dominata da una tecnologia sempre più so sticata e dai mass media, che si esprimono attraverso un’ampia rete di canali. Tutto contribuisce a creare dei modelli, sociali e culturali, attraverso i quali ci costruiamo la nostra visione del mondo. Seppure in modo passivo e inconsapevole noi assorbiamo il mondo di oggi attraverso la televisione, internet, i giornali, l’utilizzo del cellulare. Molto del nostro tempo é dedicato alla conoscenza di questi utili strumenti, che ci fanno sentire efcienti, non tagliati fuori da una modernità incalzante, a discapito di un altro universo più nascosto, fatto di bisogni, aspirazioni e desideri, pensieri non formulati ad alta voce. Il rischio quindi sta nel considerare l’uomo più come un numero che come una persona. Di conseguenza le esperienze acquisite, le risorse personali e professionali vengono poco rispettate, svalorizzando l’individuo.

Feeling uneasy, feeling good and everyday places in psychological therapy. Bibliographic analysis and considerations by Mirella Siragusa The author addresses the issues of wellbeing and feeling uneasy in relation to the places in which life takes place, based on her work as a psychologist and therapist in the area of psychoanalysis. Throughout her professional career she has encountered various forms of suffering and anxiety, with many different causes, but a growing factor is the sense of uneasiness provoked by the impact with the environment. There is great dissatisfaction with the way cities are being transformed and the lack of attention to the human dimension. The author has de ned her thoughts through the study of authors working in different disciplines, who share a technical and scienti c professional approach and a strong interest in the wellbeing of man, the environment and the landscape, in the search to understand the relationships that bind these elements together.

Nella pagina a anco: architettura storica sullo sfondo di un giardino orito, una sintesi di bellezza (foto di Laura Facchinelli).

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2 - Prato, lago, montagne, nuvole in ambiente nordico (foto di Laura Facchinelli).

“Nascondere, occultare, negare il malessere, ci dice Anna Salvo, é l’invito prevalente e ossessivo che riceviamo dalla vita sociale e di relazione”.... “É invece fondamentale il percorso di integrazione e dell’elaborazione di ciò che muove in noi sofferenza contro ogni tentativo o tentazione di soffocamento e di negazione” (Depressione e Sentimenti p. 214). L’insegnamento che il contributo psicoanalitico può offrirci, spiega ancora l’autrice, circa il modo di guardare alla depressione consiste proprio “nell’imparare a darsi un tempo e uno spazio per avere cura di sé” (ib. p.216). La capacità di essere soli é un processo di apprendimento continuo e forse abbiamo perso questa capacità, non siamo più in grado di apprezzare la distanza che può separarci temporaneamente dagli altri, ma metterci in contatto con le nostre parti e sentimenti più autentici, per incontrarli e non sfuggirli. Viviamo invece questa distanza come perdita e abbandono e la colmiamo attraverso l’uso compulsivo di quanto la tecnologia può offrirci. In Amore e volontà Rollo May, considerato tra i padri fondatori della psicologia umanistico-esistenziale, evidenzia il fatto che la nostra società si caratterizza per il con itto fra l’eros e la tecnologia, in quanto questa necessita di ordine e di regole, 70

mentre l’eros é una forza propulsiva che attrae ed unisce, ma anche sconvolge. L’eros ha bisogno di tempo per far lavorare la nostra immaginazione e dare signi cato alle esperienze che viviamo, ma il tempo sembra un prodotto di cui scarseggiamo. “L’eros é la tendenza a ricercare l’unione con ciò cui si appartiene – unione con le nostre stesse possibilità, unione con le altre importanti persone che fanno parte del mondo in cui viviamo e in rapporto alle quali scopriamo la nostra propria autorealizzazione (op. cit. p.71). L’Eros quindi é un desiderio che non cerca l’immediata soddisfazione ma é una spinta per trovare nuovi stimoli, per entrare in contatto con noi stessi e con l’Altro o con qualunque attività che abbia un signi cato per noi. E la banalizzazione, di cui purtroppo oggi abbondiamo, toglie signi cato alle cose. Essa é la negazione del valore dell’esperienza e della soggettività ed é spesso usata come difesa mentale per non pensare e non conoscere; per uscire dalla fatica di vivere. Si svalorizza l’altro perché viene vissuto come un nemico, ma le persone hanno bisogno di dare un signi cato all’ambiente con cui entrano in contatto, proprio per non sentirsi esse stesse spersonalizzate. Il Professor Umberto Galimberti, losofo e psicoanalista, nel suo libro L’Ospite Inquietante afferma


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che il disagio ha sia una origine psicologica che culturale, in quanto tutti i progressi tecnologici di cui disponiamo, non risolvono la nostra infelicità, la mancanza di amore, l’incapacità di creare delle relazioni soddisfacenti, anche se migliorano la qualità della vita. Affrontando il tema del nichilismo, evidenzia come i valori supremi siano andati perduti, di quanto ci sentiamo smarriti per la perdita di signi cato nei confronti dell’ambiente, del paesaggio e delle persone. Se oggi, fa notare lo psicoanalista, c’é tanta rabbia e violenza, c’é anche tanta solitudine perché soprattutto i giovani sono sprovvisti di quegli strumenti emotivi che li aiuterebbero ad acquisire consapevolezza di sé, autocontrollo ed empatia. I criteri attuali sono efficienza, competizione, produttività, a spese però della possibilità di vivere una vita signi cativa. La comunicazione, svuotata di signi cato e di risonanza emotiva, affievolisce il senso di appartenenza. Ogni epoca va incontro a delle trasformazioni ma ciò che caratterizza la nostra é la velocità con cui queste avvengono al punto che la mente umana ha difficoltà ad adattarsi in modo altrettanto veloce. La psicologia é interessata ad approfondire la conoscenza dei cambiamenti e dei nuovi bisogni che la società cerca di esprimere. La Psicologia Ambien-

tale infatti ne studia i requisiti in relazione ai luoghi, affinché questi diano benessere e trasmettano un sentimento d’intimità e di appartenenza. Aprendoci alla varietà di stimoli che attivano sensazioni ed emozioni, possiamo risvegliare le nostre reazioni e renderci conto che quanto ci circonda può peggiorare o migliorare il nostro benessere psico sico perché il corpo e la psiche sono due entità in relazione fra loro e con l’ambiente che le circonda. Ecco allora che, di fronte ad un paesaggio, un’opera o un’infrastruttura, ci dovremmo interrogare su quanto stia comunicando o su che cosa noi stiamo provando. Accostarci a questo nuovo linguaggio con un’attenzione libera da schemi pregiudiziali, tenendo presente il fatto che come i nostri interventi modi cano l’ambiente, così questo incide su di noi. Il Gruppo di Studio a cui appartengo si interroga sulle trasformazioni che stanno subendo le città, sul come le strade incidono sul paesaggio o questo può essere in uenzato dalla percezione della strada, sul perché esse sono importanti e in quale modo tutto ciò può determinare del benessere o del malessere. Anna Moretti, nel suo saggio Le strade, un progetto a molte dimensioni, ci fa ri ettere sul fatto che del-

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TRASPORTI & CULTURA N.46 le piante, poste adeguatamente lungo il margine della strada, migliorano la vivacità del panorama, aumentano il livello di gradimento e fungono anche da guida ottica, delineando in anticipo il suo andamento. Questa funzione determina una sensazione di sicurezza e di tranquillità che favorisce la conoscenza di quanto osserviamo. Le strade, con le facciate degli edi ci che le affiancano, gli androni, i porticati, i cortili e le nestre, aiutano a de nire l’identità di una città, in quanto costituiscono gli spazi in cui si integra la vita sociale con le esperienze che la popolazione vive. L’incremento del traffico all’interno della città dà alla strada un aspetto inospitale, che crea disagio e disadattamento. Quando una strada cittadina perde il suo carattere di spazio conosciuto, in cui vivere le esperienze di scambio comunicativo e relazionale, diventa un luogo disagevole e ambiguo, che ci trasmette una sensazione di estraneità. Nel suo saggio La casa come luogo dell’anima, Christopher Day evidenzia come l’Architettura sia l’arte che nutre i nostri sensi e, quando questo nutrimento estetico viene a mancare, é la parte emotiva dell’uomo a soffrirne. La ricchezza delle esperienze sensoriali é il primo passo per accedere ad una valutazione più spirituale della bellezza. É grazie a questa sensibilità estetica se possiamo cogliere i rischi che provengono dal degrado ambientale e, nel contempo, attribuire il giusto valore alle identità locali. I luoghi più intensi, più vivi sono quelli in cui la gente s’incontra e svolge delle attività, che offrono stimoli e una sensazione rilassante dello spazio, che danno un senso stabile di continuità e di appartenenza. In passato i nostri antenati avevano imparato a valorizzare tutti quegli spazi sici che favorivano il passaggio e quindi la preparazione ad una trasformazione interiore: viali alberati, soglie, chiostri. Oggi molti luoghi sici rischiano di essere trascurati e si trasformano in frammenti di desolazione e di squallore. Ma un luogo arido, spersonalizzato non é solo causa di malessere ma persino può favorire un incremento della crimi-

2 - L’armonia di un chiostro con giardino orito (foto di Mirella Siragusa).

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nalità. Di conseguenza nessuno spazio dovrebbe essere visto come “inutile” ma trasformarsi in un “luogo da vivere” in sintonia con l’essere umano. Edward T. Hall nel suo libro La Dimensione Nascosta (1966), affronta in modo scienti co la dimensione dello spazio come la realtà in cui viviamo ed afferma che ogni cultura ha modi differenti di vivere lo spazio e di attribuirgli un signi cato, attraverso il quale comunica un qualcosa che va oltre le parole e i gesti ma ugualmente determina il nostro rapporto con gli altri. La nostra società é dominata dalla velocità e a questa dimensione é associata anche la dimensione spazio-temporale. Il mondo moderno si identi ca con l’automobile e molto spazio, un tempo dedicato a luoghi in cui vivere le relazioni umane, é oggi occupato da questo mezzo di trasporto. Strade e autostrade sono il simbolo di questo mondo in quanto favoriscono la velocità, incidono sul territorio ed evocano un’immagine di prestigio. L’autostrada favorisce l’incremento di velocità, accorcia le distanze e ci fa guadagnare del tempo. In questo senso il panorama o il paesaggio vengono vissuti come uno spazio da percorrere e le strade come i mezzi più veloci per conoscere e controllare il territorio. L’autore mette però in evidenza che la velocità impoverisce la sensazione del movimento attraverso lo spazio, isola i viaggiatori e contrae il campo visivo, per cui i particolari vicini possono essere più sfuocati, alterando il rapporto con il paesaggio. Anche Ruth Ammann, architetto e psicoanalista, si é interessata allo studio relativo all’impatto che gli spazi abitativi hanno sulla condizione psicologica delle persone. Nel suo saggio Gli spazi che abitiamo, affronta questo tema mettendo in luce l’importanza degli spazi sin da quando siamo piccoli e quale in uenza signi cativa possono avere nel successivo nostro sviluppo. Il bambino ha un estremo bisogno di avere uno spazio seppure piccolo, tutto per sé, per sviluppare la propria creatività in solitudine, anche se la madre gli é accanto senza interferire. Nel suo saggio evidenzia come le case e le persone siano lo specchio le une delle


TRASPORTI & CULTURA N.46 altre e la relazione, che si instaura fra loro, diventa l’espressione emblematica della società. Quanto più l’architetto sa decodi care i bisogni del suo cliente, distinguendoli dai propri, tanto più evita di costruire degli ambienti che, seppur belli, possono risultare estranei a chi li abita perché non corrispondenti ai suoi desideri, per cui questa persona potrebbe soffrire di disturbi emotivi perché viene intaccato il suo senso di appartenenza. James Hillman, partendo dalla Psicologia Sociale ed Ecologica, in Politica della bellezza evidenzia che depressione ed aggressività derivano sia da difficoltà personali o da relazioni infelici, ma anche dalle violenze quotidiane che il nostro senso estetico subisce dalla realtà odierna. L’autore afferma che é fondamentale e terapeutico modi care la realtà interna del soggetto, senza però trascurare l’importanza dell’ambiente esterno in quanto senza bellezza l’Eros si spegne e lascia come conseguenza una psiche depressa. Si può quindi dire che il malessere psico- sico deriva sia dalla presenza di un ambiente squallido, trascurato, frustrante sia dal fatto che un individuo privo di ideali, senza punti di riferimento o una meta verso cui orientarsi, prova una profonda sofferenza psichica, che si può manifestare dai disturbi psicologici individuali alla devastazione dell’ambiente o all’indifferenza verso la propria città. Purtroppo se un luogo é considerato solo per i suoi aspetti utilitaristici o funzionali ed é soggetto allo sfruttamento economico e aggredito da un turismo scadente, perde la sua magni cenza e solennità. Da ciò può derivare quel senso di solitudine, fastidio o indifferenza che porta alla perdita del senso storico e simbolico dei luoghi. Affinché una città mantenga la propria identità e le persone un senso di appartenenza deve essere dotata di “bellezza urbana”. Con questo termine Leopold Kohr, nel suo libro La città a dimensione umana, fa riferimento all’insieme di risorse estetiche, sociali e spirituali di un luogo, più ancora che a quelle economiche. Si riferisce pertanto sia alla bellezza architettonica che all’armonia del paesaggio, estendendo questo concetto anche

all’importanza che può assumere, per il benessere psico sico dell’individuo, la possibilità di condurre un’esistenza conviviale e di sviluppare le suddette risorse nel tempo e nello spazio. Affinché ciò avvenga, é necessario che si crei fra le persone e i luoghi in cui vivono, un legame emotivo-affettivo, afnché abbiano cura per le bellezze della loro città. Si può quindi dedurre quanto una cattiva architettura come un ambiente degradato o spersonalizzato possono creare problemi alla salute psicosica, senso di alienazione o desensibilizzazione, oppure un incremento di comportamenti devianti o antisociali, dovuti alla sporcizia e alla miseria. Sempre più spesso il paesaggio delle nostre città é desolante in quanto ha subito radicali trasformazioni rispetto a quello originario. L’edilizia disordinata e il traffico incombente evidenziano l’indifferenza per i bisogni dei cittadini e le città spesso si presentano come luoghi inospitali che trasmettono una sensazione di estraneità. Qualsiasi luogo verso il quale non c’é un investimento affettivo é percepito come estraneo, in quanto il nostro senso di appartenenza o di estraniazione é legato al modo in cui percepiamo l’ambiente. In Paesaggio e Silenzio Eugenio Turri afferma: “quando il paesaggio viene aggredito da nuove costruzioni, nuovi usi e nuovi signi cati, le generazioni più recenti rischiano di perdere il valore del patrimonio passato e il linguaggio del paesaggio diventa effimero. L’ambiente é connesso al paesaggio che é “la rappresentazione del nostro spazio di vita, del territorio che abbiamo costruito e modellato in quanto nostra dimora” (p. 13). L’autore osserva che noi guardiamo al paesaggio, per comprendere il senso delle nostre azioni, in quanto esse incidono nel mondo, divenendo una testimonianza del nostro agire. Comprendere il senso del paesaggio ci aiuta a dare un nome alle emozioni che ancora la bellezza della natura o della creatività umana può attivare in noi. Si crea un legame fra chi abita un luogo e il paesaggio, dato da ciò che é visibile e da ciò che è invisibile, che vive però nella mente dei suoi abitanti perché rimanda a ricordi

3 - Strada fra gli alberi, con i colori dell’autunno (foto di Mirella Siragusa).

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TRASPORTI & CULTURA N.46 ed eventi storici che nel tempo si sono inscritti nel paesaggio. Quindi ciò che resta permanente sono anche tutte le trasformazioni subite dal paesaggio in conseguenza alle trasformazioni della società a cui appartiene. Naturalmente il paesaggio della città ha caratteristiche sue proprie, determinate dagli edi ci, dal loro stile e modo di essere aggregati, dalla presenza o meno di una eleganza architettonica come dalle strade e dal traffico, perché tutto ciò indica il modo di vivere dei cittadini. Più questi ci tengono all’identità del luogo, più hanno cura e attenzione per il paesaggio. James Hillman, col suo saggio L’anima dei luoghi, cerca di risvegliare la nostra cultura per sensibilizzarla alla bellezza ed afferma che i luoghi hanno un’anima, ma questa deve essere scoperta, come quella di una persona, e per fare ciò sono necessari tempo e ripetuti incontri. Come nella persona l’amore o l’afflizione rivelano l’anima, così un luogo può perdere la sua quando perde il senso di appartenenza perché l’anima di un luogo sfugge il chiasso, la sfacciataggine, la violenza, mentre invece orisce là dove c’é la spontaneità, lo scambio e l’incontro. Salvatore Settis, architetto e storico dell’arte, ci ricorda, nel suo splendido libro Se Venezia muore, che una città comincia a morire quando perde la memoria di sé e i suoi cittadini non ne comprendono più lo spirito divenendo stranieri a se stessi. Purtroppo questa perdita si accompagna, come accade per le persone, alla perdita di dignità. L’oblio si manifesta piano piano e nel frattempo subentra l’indifferenza, per cui é indispensabile cogliere la presenza di sintomi n dal loro nascere per porvi rimedio. Questo vale anche per la città e i suoi cittadini affinché non cadano nell’oblio e possano salvare la bellezza della loro città, perché essa é un patrimonio che coinvolge l’intera comunità. E ciò può avvenire avendo cura della sua memoria, storia, tradizioni ed economa. L’autore si chiede se le città hanno un’anima. Attenendosi alla de nizione socratica di Anima intesa come Psiche, per cui questa é “il vero Io; coscienza di sé e del mondo, principio di conoscenza, agente morale e razionale, guida di un operare secondo moralità” ... “anima e corpo si integrano come due aspetti della stessa individualità. Il corpo é lo strumento dell’anima, che lo guida e ne controlla gli impulsi in nome e in vista di un ne eticamente elevato”. (op. cit. pp. 13-14). Settis estende questo concetto in senso metaforico dall’individuo alla città. Se il corpo di una città é dato dalle sue case, mura, strade, piazze e la sua anima é data sia dai cittadini ma anche dalla rete formata dai miti, le memorie, la storia, il linguaggio e le istituzioni, nonché dai progetti che determinano il suo presente e delineano il suo possibile futuro, si può dire che la città visibile convive con quella invisibile per cui il corpo della città é il visibile, la sua anima é l’invisibile che nel tempo modella la città visibile e la trasforma a sua propria immagine e somiglianza. La città invisibile é dentro i suoi abitanti, si muove con loro: é loro. Quando una città perde la sua identità storico-culturale e i suoi cittadini non ritrovano i luoghi in cui incontrarsi, il tessuto sociale si disgrega e si perde il senso di appartenenza in quanto vengono cancellate la socialità e la memoria. La città quindi perde la sua anima. Spegnere il senso di appartenenza signi ca spegnere l’interesse, la cura e l’amore per la propria città. Quando i cittadini più giovani sono costretti ad allontanarsi, si perde energia creativa, vita sociale e comunitaria e quindi la ricchezza culturale di un luogo. Nel libro La città contemporanea, Serena Vicari 74

Haddock affronta il tema della città contemporanea e delle sue profonde trasformazioni. Pur prendendo in considerazione le città europee e quelle americane, la sua analisi é centrata sulla città italiana metropolitana, i cui processi di crescita sono un importante fattore di cambiamento e fulcro di culture diverse, sempre più speci che, in cui si evidenziano stili di vita e forme di espressività differenti. L’ampia varietà culturale favorisce il mercato, che produce beni e servizi, i quali aumentano a loro volta le possibilità di scelta dei consumi stessi. Ma se in passato la famiglia e il lavoro costituivano punti di ancoraggio per la formazione dell’identità, oggi questi sono divenuti più fragili e la costruzione dell’identità é frutto di un continuo esercizio che richiede un processo impegnativo, in quanto implica una costante ride nizione di sé. Nonostante l’incremento della mobilità, data sia dai mezzi di trasporto che dalla tecnologia, le persone esprimono il bisogno di avere luoghi in cui incontrarsi e interagire per costruire un senso stabile di identità e ducia. La città contemporanea sembra sempre più caratterizzata dal moltiplicarsi di spazi in cui predominano le dimensioni funzionali e strumentali e scarseggia di luoghi che rimandino a identità e relazioni signi cative; prevalgono gli spazi a cui l’individuo sente di non appartenere e con cui intrattiene rapporti privi di signi cato,

L’esperienza terapeutica I temi che ho trattato nei convegni o negli articoli si sono maturati in me nel corso dei colloqui terapeutici, riscontrando quanto disagio e malessere provocano nelle persone le problematiche legate alla loro città, all’ambiente in cui vivono, alla mancanza di valori, causando intense emozioni e varie modalità di reazione. Non ho notato differenze signi cative né fra maschi e femmine, né per differenze di età. Ciò signi ca che alcune problematiche sono percepite a prescindere dal sesso e dall’età. Si tratta invece di persone che amano il bello, dotate di un gusto estetico raffinato. Alcuni di loro ruotano attorno al mondo artistico. Sono persone che conservano ancora dei valori e non considerano il denaro come l’unico potere a cui inchinarsi. Gli argomenti, che emergono dai colloqui, hanno inoltre favorito lo sviluppo di una maggior attenzione e sensibilità da parte mia, prestando un ascolto ancora più vigile a quanto mi viene detto, dal momento che queste problematiche causano sofferenza, disagio, rabbia, senso di solitudine. La città prevalentemente considerata é Venezia, perché in essa vivo e lavoro. Un tema ricorrente é la poca valorizzazione attribuita al loro lavoro e alle esperienze acquisite nel corso del tempo. Questo é soprattutto presente in chi si trova alle dipendenze di grandi catene commerciali, e questo atteggiamento provoca un profondo senso si frustrazione e di inutilità, dal momento che la loro fatica e il loro impegno non vengono riconosciuti. Un altro tema é il grande cambiamento subito da Venezia nell’arco degli ultimi quindici-vent’anni, che crea in loro un miscuglio di rabbia, dispiacere ed amarezza. Provano anche un senso di ingiustizia per come é trattata la città, anche dai turisti e sono particolarmente infastiditi in quanto devono subire una situazione non voluta ma che li coinvolge sia sul piano economico che lavorativo. Esprimono malessere e rabbia repressa per il livello di indifferenza, così almeno lo percepiscono, rivolto sia alla città che


TRASPORTI & CULTURA N.46 ai cittadini, in quanto sembra che a nessuno importi realmente di porre un rimedio ai reali problemi della città quali: degrado, trascuratezza, sporcizia, persino in Piazza San Marco, che dovrebbe essere considerata come un gioiello di cui aver cura, invece di essere solo sfruttata per la sua bellezza. É diffuso il senso quasi di disgusto per l’uniformità dei negozi che toglie la voglia di passeggiare per le strade e l’insofferenza per l’assenza di quei negozi della vita quotidiana, che in passato permettevano anche di avere una vita sociale, dove la gente si serviva e, con l’occasione, scambiava due chiacchiere, passava un po’ di tempo e si sentiva come a casa. Le persone si lamentano per la mancanza di questi luoghi semplici, ma di aggregazione, molto presenti in un passato non lontano e per la mancanza dei negozi storici a cui fare riferimento. Non si riconoscono più in questa città, così piena di gente eppur così vuota di senso, come spersonalizzata. C’é anche un senso di esasperazione per la perdita progressiva della speranza di uscirne fuori. Qualcuno vorrebbe essere ottimista ma fa fatica ad esserlo e soprattutto non sa come fare. La rabbia e il senso di ingiustizia nel subire tutto ciò spinge le persone a parlare, anche a lungo, sebbene pensino sia inutile, ma vivono male questo senso d’impotenza. A mia volta presto molta attenzione al fatto che, se fra i vari argomenti, scelgono di portare in terapia e per ripetuti incontri questi temi, ciò signi ca che il loro malessere é notevole. Cerco inoltre di capire quale altro problema si possa celare dietro le loro parole e la loro sofferenza, problema attivato comunque da questa situazione esterna, scatenando forti emozioni che perdurano nel tempo e sentimenti depressivi. Il mio modo di comunicare é semplice ma autentico, affinché ci sia uno scambio emotivo che permetta loro di aprirsi ad una nuova visione e prospettiva, tenendo sempre presente il loro benessere, le loro difficoltà, le eventuali resistenze ad un cambiamento. Credo sia importante sostenere e valorizzare il loro Io, ciò che dicono o fanno, per creare un’alleanza terapeutica che li predisponga ad accogliere e a comprendere temi più con ittuali presenti nel loro mondo interiore, a divenire più consapevoli e accettare la conoscenza della realtà come una risorsa e uno strumento per migliorare la qualità della vita e non solo come un incubo da cui fuggire. In breve, la perdita del sentimento di appartenenza, la trasformazione dei luoghi in cui non si riconoscono più, il senso di estraniazione nel camminare per le strade che hanno perso l’abituale familiarità, dove si sentono più ospiti che cittadini, la rabbia per questa inversione in quanto loro sono gli abitanti e gli altri gli stranieri, sebbene tutto sembri muoversi come se fosse il contrario, provoca diverse emozioni e reazioni. E c’é ugualmente rabbia e frustrazione in chi si é sentito costretto ad andar via da Venezia, quando invece voleva rimanere legato ai luoghi della sua esistenza perché davano un senso alla sua vita e la riempivano in quanto costituivano una parte integrante della sua identità e delle relazioni interpersonali. Il mio compito é anche quello di aiutarli ad elaborare questa aggressività che provoca rabbia, risentimento e quindi senso di colpa: tutte emozioni e sentimenti che impediscono di vedere altre possibili soluzioni. Da un punto di vista terapeutico non é positivo rimanere bloccati nella trappola della lamentela, perché questo atteggiamento non li aiuta ad uscire dalla loro situazione né a star meglio. Infatti per star bene devono avere un futuro

in cui credere. Questo signi ca che devono fare un cammino e confrontarsi con le loro capacità e i loro limiti. Attraverso le esperienze, l’impegno, il desiderio di comprendere che possono modi care la loro visione della vita, riusciranno a conquistare l’autostima perduta. A questo obiettivo si perviene mano a mano che si creano degli obiettivi possibili da raggiungere e quando riescono poi a realizzarli. Io comunico loro questa ducia, tenendo presente da un lato le possibilità del loro Io, creando l’alleanza terapeutica che dia loro sostegno e sicurezza onde favorire la crescita emotiva, e dall’altro cercando di non sopravvalutare la forza dell’Io, per non porre obiettivi troppo difficili da raggiungere, con un fallimento che li metterebbe in crisi. Se non si può modi care l’ambiente esterno, devono imparare a modi care un qualcosa nel loro mondo interno e vedere le situazioni con occhi diversi. Li accompagno in questo percorso psico-affettivo e cognitivo e loro sono felici di ciò, si sentono carichi di energia e sono più disponibili ad accedere a dei contenuti emotivi più profondi e più dolorosi perché non si sentono più soli, né abbandonati, né trascurati, ma soprattutto perché la speranza può tornare in loro e vedono un futuro possibile. Anche imparare a conservare del tempo per sé, senza lasciarsi fagocitare dal ritmo che la società impone loro, o porre rimedio a delle piccole cose che possono migliorare la qualità della loro vita, sono passi importanti per acquisire ducia ed autostima. © Riproduzione riservata

Bibliogra a AA.VV. (1996). Le strade, un progetto a molte dimensioni, a cura di Anna Moretti. Milano, Franco Angeli. Ammann R. (2001). “Gli spazi che abitiamo. Architettura e psicoanalisi”, in AA.VV. Per sentieri nascosti, a cura di Francesco Donfrancesco, “Anima”. Bergamo, Moretti & Vitali. Crepet P. (2013). Impara ad essere felice. Torino, Einaudi. Day C. (1993). La casa come luogo dell’anima. Como, Red. Galimberti U. (1996). Paesaggi dell’anima. Milano, Mondadori. Galimberti U. (2007). L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. Milano, Feltrinelli. Hall E.T. (2001) La dimensione nascosta. Milano, Bompiani. Hillman J. (1999). Politica della bellezza. Bergamo, Moretti & Vitali. Hillman J. (2004). L’anima dei luoghi. Conversazione con Carlo Truppi. Milano, Rizzoli Kohr L. (1992). La città a dimensione umana. Piani cazione, bellezza, convivialità nella città policentrica. Como, Red. May R. (1971). L’amore e la volontà. Roma, Astrolabio-Ubaldini. Salvo A. (1994). Depressione e sentimenti. L’incapacità di essere felici. Milano, Mondadori. Turri E. (2004). Il paesaggio e il silenzio. Venezia, Marsilio. Vicari Haddock S. (2004 ), La città contemporanea, Il Mulino,

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TRASPORTI & CULTURA N.46

Costruire l’armonia: ville e abbazie di Gianmario Guidarelli ed Elena Svalduz

Ah, domata qual voi l’agra natura, pari alla vostra il ciel mi dia ventura e in armonia pur io possa compormi Andrea Zanzotto, Noti cazione di presenza sui Colli Euganei

Building harmony: villas and abbeys

Armonie composte

by Gianmario Guidarelli and Elena Svalduz

Il paesaggio costruito è sempre più al centro di una serie di ri essioni e contributi da parte degli storici dell’architettura, per lo meno di quelli più attenti ai processi di formazione e trasformazione dell’ambiente (Tosco, 2007, 2009). Il che non sorprende, se si accetta il fatto che qualunque architettura modi ca il contesto preesistente naturale o arti ciale in cui è collocata trasformandolo in un sistema organico (Connors, 2004). L’insieme degli interventi, aggiunte e sottrazioni apportate dall’uomo, che guarda, interpreta e costruisce il paesaggio, ha spesso prodotto disarmonie. Ne siamo tutti ben consapevoli. Esistono, tuttavia, strutture capaci di generare composizioni territoriali armoniche. Si pensi alla Rotonda di Andrea Palladio, da sempre celebrata proprio per la sua capacità di dialogare con il contesto naturale de nito e circondato da “amenissimi colli, che rendono l’aspetto di un molto grande Theatro, e sono tutti coltivati, et abondanti di frutti eccellentissimi, et di buonissime viti” (Palladio, 1570). Qual è, allora, il contributo che la storia dell’architettura può offrire alla conoscenza del paesaggio, inteso come organismo da osservare attraverso le diverse “lenti” disciplinari nella sua sedimentazione storica, e a sua volta come strumento per comprendere la complessità delle architetture e degli spazi costruiti? Armonie composte. Il paesaggio costruito, il paesaggio nell’arte è il titolo del primo seminario del ciclo “Armonie composte”, curato da Gianmario Guidarelli ed Elena Svalduz entrambi storici dell’architettura. Il seminario si è svolto presso il Centro convegni dell’Abbazia di Praglia dal 12 al 14 maggio 2016. Nato nel corso del 2015 dal rapporto di collaborazione tra l’Abbazia di Praglia e l’Università degli studi di Padova, il progetto “Armonie composte” è stato concepito nel corso del 2015 come piattaforma di dialogo tra discipline, con l’obiettivo di “seminare” cioè di diffondere attraverso una serie di iniziative la cultura del paesaggio a partire dalle forme costruite1. La disponibilità dell’Abbazia, 1 http://www.praglia.it/wordpress/?p=44554. Il comitato scienti co è composto da Jacopo Bonetto, Giordana Mariani Canova, Benedetta Castiglioni, Paolo Fassera osb, Gianmario Guidarelli, Mauro Maccarinelli osb, Carmelo Maiorana, Alessandra Pattanaro, Carlo Pellegrino, Vittoria Romani, Guglielmo Scan-

In 2015, the Praglia Abbey and the University of Padua launched “Armonie composte”, a joint project designed to raise awareness of the Benedictine system of environmental planning and stewardship, based on the unique approach to community life established by the Rule of Saint Benedict and in all the monastic philosophy that it inspired in general. The rst of these meetings focused on the general context of the subject matter and on a speci c exploration of the relationship between Benedictine thought, its effect on land management and the contribution made in various forms of artistic expression to the development of the concept of landscape, with particular reference to rural settings. This article seeks to analyse the Praglia Abbey and the Villa dei Vescovi, both located in the area of the Colli Euganei, as two examples of landscape structures.

Nella pagina a anco, in alto: Abbazia di Praglia, la sella del monte su cui si allineano la chiesa e il Refettorio monumentale (foto di Gianmario Guidarelli, maggio 2016). IN basso: Villa dei Vescovi, la relazione tra lo spazio recintato e il colle (foto di Elena Svalduz).

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TRASPORTI & CULTURA N.46 come un vero e proprio osservatorio sicamente aperto sul paesaggio, favorisce la diretta e immediata conoscenza del sistema benedettino di progettazione e cura del territorio, basato sulla peculiare impostazione della vita comunitaria indicata dalla Regola di san Benedetto dove gestione del territorio, rispetto della natura ed equilibrio delle risorse sono parte integrante della vita dei monaci (S. Regola, 2016). L’obiettivo sotteso al progetto è quello di analizzare il paesaggio monastico nelle sue molteplici valenze per interpretare (e quindi tutelare) il territorio che di questo intervento legato al pensiero e dalla tradizione benedettina è esito storico. É un obiettivo che diventa una s da in una fase come quella che viviamo, in cui le intense trasformazioni/distruzioni subite dal territorio ci invitano a individuare modelli operativi, come dimostrano le più recenti discussioni sul “dov’era com’era” per i paesaggi storici urbani danneggiati da eventi traumatici e sul “rammendo” come soluzione ai problemi dei paesaggi di periferia.

Colli Euganei come territorio esemplare

1 - Rizzi Zanoni, La Gran carta del Padovano (1780) particolare con Praglia e Luvigliano.

2 - Abbazia di Praglia, da Google Heart.

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Alla luce degli obbiettivi scienti ci che si pone il progetto “Armonie composte”, soprattutto nel contesto di un serrato confronto tra discipline, l’area dei colli Euganei, nel suo sviluppo storico, può costituire un caso esemplare di studio. In effetti, n dall’antichità, il territorio dei colli è rinomato per le acque termali, come risulta dalle testimonianze di Plinio il Vecchio, Marziale e Tito Livio. Ma è con l’Umanesimo che la percezione di questa area assume anche una valenza estetica. É il punto d’inizio di un nuovo modo di contemplare e di concepire il paesaggio costruito (Tosco 2011), che ritroviamo a distanza di secoli nelle ri essioni di Andrea Zanzotto e in particolare in un suo sonetto d’imitazione petrarchesca (Zanzotto 1962). È proprio dal suo studio della casa di Arquà che Francesco Petrarca rivolge il suo sguardo verso l’esterno e quello che no ad allora era stato concepito come territorio (rurale, termale…) inizia ad essere percepito come “paesaggio”. Un processo di elaborazione intellettuale che giunge no alla dettagliata relazione che ne fa Leandro Alberti, che nella Descrittione di tutta Italia pubblicata a Bologna nel 1550. Alberti delinea le bellezze naturali del luogo, che viene lucidamente descritto come un continuum tra ambiente antropizzato e aree boschive. I colli appaiono punteggiati di ville e monasteri, due tipi di strutture insediative perfettamente integrate nel quadro paesistico delineato dall’umanista bolognese (Alberti 1550). Questa circostanza ci ha sollecitato a veri care quali rapporti potessero intercorrere tra questi due tipi edilizi che hanno avuto un processo di sviluppo apparentemente autonomo: la villa è una “reinvenzione” antiquaria del XV secolo, quando ad un insediamento prevalentemente produttivo viene associata anche una funzione di svago e di otium umanistico. D’altro canto, il monastero benedettino (soprattutto nell’ambito della riforma nerini osb, Elena Svalduz, Francesco Trolese osb, Giovanna Valenzano, Norberto Villa osb, Giuseppe Zaccaria, Stefano Zaggia. La segreteria organizzativa è curata da Paola Vettore Ferraro.Il prossimo seminario, curato da Benedetta Castiglioni e Stefano Zaggia, sarà dedicato a “Monastero e territorio: periferie dello spirito e dello spazio” e si terrà il 18-20 maggio 2017.


TRASPORTI & CULTURA N.46 promossa a Santa Giustina da Ludovico Barbo nel 1408) conosce un profondo rinnovamento tipologico connesso ad una diversa concezione della vita monastica (Trolese 1980, pp. 61-62; Lunardi 1984, pp. 64-65; Beltramini 1991, p. 85 n. 9; Zaggia 2003, II, p. 411). Quello che maggiormente accomuna l’evoluzione di due tipi edilizi nel Rinascimento non è tanto il movente che non è più solo funzionale, ma intellettuale (l’otium umanistico nel primo caso; la meditazione personale del monaco nel secondo), ma soprattutto il rapporto sico e percettivo con il paesaggio. Sia villa che monastero sono certamente nuclei di organizzazione territoriale, in quanto centro di vaste proprietà agricole. Ma sono anche spazi architettonici la cui conformazione, inizialmente concepita in relazione con il territorio, è sempre più condizionata dalla loro “apertura” sul paesaggio. Per questo, si tratta di due architetture che condensano il senso della nostra ri essione sul paesaggio costruito. Due architetture costruite a ridosso di pochi anni e a pochissima distanza: la villa dei Vescovi a Luvigliano e l’abbazia di Praglia.

Villa dei Vescovi Posta sulla sommità di un declivio che domina la valle fra il monte Solone e il monte Lonzina, circondato da una cerchia di monti (Pendice, Pirio e Rina) e aperto sulla piana verso Torreglia e Montegrotto, la villa dei Vescovi di Padova appare perfettamente integrata nel contesto naturale dei colli Euganei. Giovanni Maria Falconetto intorno al 1535 imposta a Luvigliano, su una piattaforma quadrata di più di trenta metri per lato sorretta da massicce costruzioni, una struttura architettonica con tre lati aperti da arcate. Nonostante i successivi interventi dovuti a Giulio Romano prima e ad Andrea da Valle poi, questo impianto non perderà mai la sua permeabilità ossia la sua capacità di entrare in consonanza con il contesto naturale. Non è un caso se sarà Andrea Palladio, l’architetto che “ rma” il paesaggio plasmandone le forme attraverso l’architettura (Cosgrove, 1993), a sviluppare questo aspetto dell’integrazione natura-arti cio attraverso i quattro pronai applicati al corpo cubico della villa ai margini dei colli Berici. Ed è probabile che in questa sua proposta egli sia stato in uenzato dalla valenza paesistica della villa di Luvigliano. Descrivendo infatti come una scena teatrale il contesto collinare (Turri, 1996), e richiamando a sua volta l’immagine accostata da Plinio il Giovane alla propria villa Laurentina, oggi scomparsa, sembra evocare l’an teatro naturale di cui la villa di Luvigliano costruisce il palcoscenico. Si tratta, come è stato suggerito, di architetture costruite come “macchine per guardare il paesaggio” (Beltramini, 2012). Al centro di queste “armonie”, la villa di Luvigliano è anche il luogo in cui agiscono forti stimoli culturali, legati alla rivalutazione della villa come luogo dell’otium e rafforzati dalla presenza attiva di Alvise Cornaro. Sensibile alla nuova architettura, insieme al suo architetto di ducia, Falconetto, favorisce il rinnovamento di quella che tradizionalmente era pensato come il Livianum, luogo della villa di Tito Livio. Tenuta in vita dai vescovi umanisti padovani proprietari del complesso e committenti dell’opera, questa lunga tradizione legata all’ideologia della vita in villa nel territorio euganeo emerge in controluce nelle parole di Angelo Portenari che descrive così il complesso in una fase in cui i 79


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3 - Panorama con l’Abbazia di Praglia.

4 - Villa dei Vescovi, da Google Heart.

lavori di riorganizzazione del complesso possono considerarsi conclusi: “luogo delitiosissimo, dove il Vescovo di Padova ha un superbo palagio con vaghissimi giardini, fontane, et altre cose da prencipe” detto “Liviano, perché Tito Livio vi fabricò palagi, giardini, et altri luoghi ameni” (Portenari, 1623). Al di là degli architetti, dei committenti e delle gure coinvolte a vario titolo nella progettazione della villa, la descrizione secentesca sembra cogliere la principale caratteristiche della villa che si presenta come una struttura chiusa eretta su criptoportico, sul modello delle ville centroitaliane (la Medici di Poggio a Caiano di Giuliano da Sangallo e la Lante sul Gianicolo di Giulio Romano), ma via via articolata attraverso logge, scalee (sui lati est e ovest) che ne alleggeriscono il rapporto con le adiacenze, in linea con gli esempi veneti.

Abbazia di Praglia Le prime testimonianze di un insediamento benedettino a Praglia datano agli inizi del XII secolo, a partire dalla notizia del terremoto del 1117 che interessò anche le strutture del monastero. Si trattava fondamentalmente di un chiostro costruito 80

sulla sommità di uno sperone roccioso, in un contesto orogra co di grande ricchezza e complessità (Guidarelli 2013). A nord, la strada di accesso al monastero attraversava un pianoro ancora in parte paludoso: è su questo fronte che si trova l’ingresso all’edi cio e la chiesa, tradizionalmente impostata sempre sul lato settentrionale del chiostro. Il pianoro circonda il monastero anche sul lato orientale, dove lo sguardo può estendersi no ad Abano. A sud, n dalle prime testimonianze, si trovava l’area destinata alle attività agricole, orientata verso la sella del colle Boscalbò. Anche il fronte occidentale dell’abbazia medievale era prospiciente la falda di un colle, il Lonzina, che, grazie a delle sorgenti naturali poteva rifornire il monastero di acqua corrente. Nella riorganizzazione dell’intero monastero, impostata nel 1460 e conclusa nella seconda metà del XVI secolo vengono costruiti, in successive campagne di lavori, il chiostro doppio (1460-1484 ca), il corpo dei chiostro pensile e botanico insieme alla prima fase costruttiva della chiesa (14901509), che, a sua volta, verrà completata soltanto nella seconda metà del XVI secolo, dopo un periodo di interruzione. In queste tre fasi ricostruttive, viene seguito un programma edilizio che appare


TRASPORTI & CULTURA N.46 templazione del paesaggio dalla cella; per la corte del Vescovo, coltivare l’”otium” umanistico voleva dire anche affacciarsi sulle logge per godere delle molteplici visuali sui colli Euganei.

unitario e dotato di grande coerenza. Il nuovo complesso sostituisce il manufatto medievale, conservando posizione e dimensioni del chiostro preesistente come il cuore del nuovo insediamento. Il nuovo monastero si apre a “ventaglio” attorno allo sperone roccioso, sopra il quale si era insediato il primitivo nucleo architettonico; questa operazione, però, comporta una complessivo riorientamento del monastero, dovuto in prima istanza alla rotazione della chiesa da un asse Est-Ovest ad uno Nord-Sud (Beltramini 1991; Guidarelli 2013). Questo cambiamento è dovuto, probabilmente, alla necessità di accogliere una comunità di monaci che nel frattempo era molto cresciuta di numero: l’unico modo per poter realizzare una chiesa adeguata a questo salto di scala era sfruttare il prolungamento nella direzione della strada di accesso. Questa operazione determina la riquali cazione del fronte settentrionale del monastero, ma non ne cambia l’assetto distributivo. La ricostruzione dell’intero complesso, invece, sembra dettata da un altro principio: il piccolo monastero medievale, arroccato sulla roccia, lascia spazio ad un più articolato manufatto, che si apre verso il paesaggio con varchi visuali studiati attentamente e posizionati in modo da rispondere alla orogra a del territorio circostante. I lunghi corridoi dei diversi corpi di fabbrica sono orientati verso visuali speci che; la loggia si apre verso la piana di Abano; le celle dei monaci si aprono a raggiera verso le diverse linee di orizzonte. Insomma una riorganizzazione basata anche su un principio di “controllo visivo” del territorio attraverso lo sguardo che introduce nella progettazione di ambienti monastici un più organico rapporto con l’ambiente dei colli. La costruzione successiva del “Cortile del Lavoro” (il brolo sul anco sud-est del monastero), del Refettorio Ordinario e delle due ali della Foresteria e del Noviziato (XVII secolo), nonché la sistemazione del Chiostro Rustico (terminata nel 1720), portano a compimento un programma unitario (sicuramente elaborato dai monaci) che sembra impostato già alla ne del XV secolo.

Guido Beltramini, “Villa dei Vescovi: l’architettura”, in Villa dei Vescovi, a cura di L. Borromeo Dina, Milano, FAI, 2012, pp. 38-53.

Ri essioni conclusive

Congregazione Sublacense Cassinese dell’ordine di San Benedetto. S. Regola, costituzioni, ordinamenti, Bresseo, [Teolo] : Scritti monastici, 2016.

Il rinnovamento della villa dei Vescovi e la ricostruzione del monastero di Praglia, tra la seconda metà del XV e la prima metà del XVI secolo, sono due vicende architettoniche parallele che, a distanza di pochi anni e di pochi chilometri vedono il paesaggio come un elemento fondamentale del processo progettuale. Entrambi i manufatti vengono costruiti su un podio che valorizza la posizione dominante sul territorio e che permette di intercettare delle visuali privilegiate su cui si riorientano i due edi ci. In effetti, la rotazione dell’asse, pur essendo esito di due diverse istanze progettuali, assume in entrambi i casi una valenza paesaggistica. Infatti, se nella Villa dei Vescovi pare condizionante la necessità di riorganizzare le funzioni spostando l’ingresso principale, a Praglia è la necessità di costruire una chiesa di maggiori dimensioni che obbliga a ruotarne l’asse di 90 gradi. In entrambi i casi, le nuove visuali sul paesaggio che risultano possibili dal riorientamento condizionano la costruzione di logge, portici e aperture. Sullo sfondo, in entrambi i casi, è la cultura umanistica che coinvolge una risemantizzazione in senso estetico del territorio. Per i monaci, la meditazione sui testi sacri e la preghiera personale trovavano alimento nella con-

© Riproduzione riservata L’elaborazione di questo saggio nasce da una comune ri essione e da una continua collaborazione in fase di stesura. Elena Svalduz ha scritto le sezioni 1 e 2, Gianmario Guidarelli ha scritto le sezioni 2 e 4.

Bibliogra a Leandro Alberti, Descrittione di tutta Italia di F. Leandro Alberti Bolognese…., In Bologna, per Anselmo Giaccarelli, 1550. Guido Beltramini, “Andrea Moroni e la chiesa di Santa Maria di Praglia”, Annali di architettura, 3, 1991, pp. 70-89.

Joseph Connors, “La storia nel costruito. Licenza di fare storia”, in Tante storie. Storici delle idee, delle istituzioni, dell’arte e dell’architettura, a cura di F. Cigni, V. Tomasi, Milano, Bruno Mondadori, 2004, pp. 131-146. Denis Cosgrove, The Palladian Landscape: geographical change and its cultural representations in sixteenth-century Italy, Leicester 1993 (trad it.: Il paesaggio palladiano: la trasformazione geogra ca e le sue rappresentazioni culturali nell’Italia del XVI secolo, a cura di F. Vallerani, Verona 2000). Gianmario Guidarelli, “L’abbazia di Praglia, Il complesso delle architetture: chiesa e monastero”, in Santa Maria Assunta di Praglia, Storia, arte, vita di un’abbazia benedettina, a cura di Chiara Ceschi, Mauro Maccarinelli, Paola Vettore Ferraro, coordinamento scienti co di Giordana Mariani Canova, Anna Maria Spiazzi, Francesco G.B. Trolese, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2013, pp. 271-294. Andrea Palladio, I Quattro Libri dell’Architettura, in Venetia, appresso Dominico de’ Franceschi, 1570. Angelo Portenari, Della felicità di Padova, 1623.

Carlo Tosco, Il paesaggio come storia, Bologna, Il Mulino, 2007. Carlo Tosco, Il paesaggio storico. Fonti e metodi di ricerca, RomaBari, Laterza, 2009. Carlo Tosco, Petrarca: paesaggi, città, architetture, Macerata : Quodlibet, 2011. Francesco Trolese, “La riforma benedettina di S. Giustina nel Quattrocento”, in I Benedettini a Padova e nel territorio padovano attraverso i secoli: saggi storici sul movimento benedettino a Padova. Catalogo della mostra storico-artistica nel 15. centenario della nascita di San Benedetto (Padova, Abbazia di S. Giustina, ottobre-dicembre 1980), redazione e coordinamento a cura di: A. De Nicolo Salmazo e F. G. Trolese ; Treviso : Canova, 1980, pp. 55-74. Eugenio Turri, Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Venezia 2006. Michele Zaggia, “Mantova e la Sicilia nel Cinquecento”, vol. II, La congregazione benedettina cassinese nel Cinquecento, Firenze 2003. Andrea Zanzotto, IX Ecloghe, Milano, Mondadori, 1962.

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Il paesaggio, l’arte, le trasformazioni del mondo di Laura Facchinelli

Questo contributo parte da una constatazione: c’è una relazione stretta fra le trasformazioni storiche e sociali, il paesaggio e la rappresentazione artistica. Cercherò di tracciarne alcune linee di interpretazione, centrando l’attenzione sull’ultimo scorcio dell’800 e soprattutto sul ‘900. Perché in questo secolo i mutamenti sono stati radicali e velocissimi. Il paesaggio si trasforma soprattutto in conseguenza delle nuove costruzioni che vengono realizzate. Le modalità del costruire dipendono, sì, dalle condizioni economiche, dalle esigenze sociali, dalle abilità tecniche, dall’evoluzione del gusto ecc., ma rispecchiano, soprattutto, il nostro pensiero, la nostra concezione del mondo. Pensiamo alle trasformazioni che si sono veri cate nel paesaggio per tutto il ‘900, ma soprattutto nel dopoguerra. Se la nostra Pianura Padana, a partire dagli anni del boom economico, si è popolata di capannoni in modo dissennato, non possiamo che dar la colpa alla mancanza (per incapacità o per scelta deliberata) di un disegno d’insieme che regolasse gli insediamenti produttivi. E se le nostre città (quasi tutte) hanno un cuore antico e tutt’intorno la banalità (talvolta lo scempio) delle periferie è perché, a un certo punto, qualcuno ha messo “Le mani sulla città” e chi doveva impedirlo ha trovato comodo voltarsi dall’altra parte. Uno, dieci, mille casi come quello raccontato nel profetico lm di Francesco Rosi, ed ecco che l’Italia di oggi è un mosaico di gioielli del passato assediati da tanta bruttezza recente. Seconda notazione: se consideriamo com’è descritto il paesaggio nella scrittura possiamo cogliere più in profondità quelle trasformazioni. Lo stesso vale, e lo sappiamo bene, per il cinema, che visualizza le situazioni con grande efficacia. Un’ulteriore chiave di lettura (forse meno familiare al grande pubblico) è la rappresentazione attraverso le arti visive: la pittura e le altre modalità espressive che l’hanno affiancata o sostituita nel tempo. Un dato è certo: coloro che pensano in modo autonomo e creativo – narratori e poeti, pittori e registi cinematogra ci, senza dimenticare i musicisti - sanno intuire meglio degli altri energie, sfumature, trasalimenti, inquietudini e, ciascuno col suo linguaggio, rendono comprensibile quello che di solito sfugge. In questa sede seguirò il lo conduttore della rappresentazione del linguaggio nella pittura, soffermandomi, come ho già detto, sull’ultimo secolo e mezzo. Seguendo il percorso che ho in mente vedremo (terzo punto) che l’arte stessa continuamente si trasforma, rincorrendo instancabilmente nuove forme e linguaggi narrativi i quali – a loro volta – risentono delle idee del momento (o an-

The landscape, art and the transformations of the world by Laura Facchinelli Starting from a speci c idea – that there is a relationship between historic and social transformations, the landscape and its artistic representation - the author delineates several possible interpretations, concentrating on the late nineteenth century and in particular on the twentieth century, a century in which the changes were rapid and radical. The landscape changes most signi cantly when new constructions are built. The construction methods depend of course on economic conditions, social needs, technical skills and the evolution of taste, but above all they re ect our thinking, our conception of the world. A useful key to a deeper understanding of the transformations in the landscape is its representation in the visual arts: painting and the other expressive means that have accompanied or replaced it over time. Following this thread, we will observe how art itself is in constant transformation, as it pursues new forms and narrative languages that are in turn in uenced by the ideas of the time (or anticipate future ideas). It is highly likely that the difficult and sometimes unpleasant art of our time is truly a mirror of our present day.

Nella pagina a anco, in alto: Antonio Canal detto Canaletto: Il Canal Grande verso la punta della Dogana, 1745. In basso: Fabrizio Plessi, opera collocata all’interno del Museo Plessi, aperto nel 2013.

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TRASPORTI & CULTURA N.46 ticipano le idee future). Ed è molto probabile che l’arte ostica, talvolta sgradevole dei nostri giorni sia lo specchio del tempo presente.

Ottocento, verso una nuova rappresentazione del paesaggio Per segnare il punto di partenza nella rappresentazione del paesaggio, viene spontaneo pensare ai Vedutisti veneziani del ‘700 (pensiamo a Canaletto), che costruivano prospettive precise, per mettere in scena la città monumentale, grandiosa, splendida. Analogamente altri artisti ebbero incarico di realizzare il “bel ritratto” di altre città (Bernardo Bellotto, per esempio, lavoro a Dresda e Varsavia; nel secolo successivo Angelo Inganni rafgurò Milano e altre città lombarde). Tecnica dunque, applicata in modo rigoroso, allo scopo di rappresentare la bellezza. Un bagaglio di conoscenze, una nalità chiara, raggiunta la quale era legittimo aspettarsi la generale approvazione. Nell’800 alcune personalità portarono nuove dimensioni nella rappresentazione del paesaggio. Devo citare almeno Friedrich, Turner, Courbet. Caspar Friedrich, pittore tedesco del periodo romantico, nel Paesaggio al tramonto con due gure (1830-35) mette in scena due uomini che osservano il paesaggio nella luce del crepuscolo. Li vediamo di spalle, il loro punto di vista è il nostro. C’è il senso dell’in nito; si avverte un senso di partecipazione emotiva, di intensa spiritualità, ma anche uno stato d’animo di malinconia, perché quella bellezza si può solo ammirare, non ci appartiene. L’inglese William Turner dipinge con un colore diluito, sfumato. A stimolare la sua immaginazione sono i naufragi, gli incendi, le catastro naturali e i fenomeni atmosferici come tempeste e nebbia. Atmosfera, impressioni. Nei quadri della maturità come Tramonto sul lago (1840) si concentra sugli effetti di luce, con scelte (all’epoca molto discusse) di non- nito. In certo senso il suo stile ha posto le basi per la nascita dell’Impressionismo. Completamente diverso Gustave Courbet, per il quale era importante il rapporto immediato con la realtà. Nel dipinto L’onda (1869) c’è una visione realistica e potente del mare in tempesta, resa con una materia densa applicata con una spatola. In quegli anni la stessa s da realista nella rappresentazione del mare era condivisa dai fotogra , e Courbet nutriva molto interesse per la fotogra a. In Italia potremmo ricordare il realismo di Giovanni Fattori, che apparteneva alla corrente dei Macchiaioli. Oltre a dipingere soggetti risorgimentali, Fattori ambientava spesso i suoi dipinti nella Maremma toscana cercando gli aspetti più veri, anche umili, della vita quotidiana, con persone e animali in ambiente rustico. Un passaggio fondamentale in tema di rappresentazione del paesaggio si veri ca nella Parigi di ne ‘800: è la “rivoluzione” dei pittori Impressionisti. I quali, tralasciando i modelli accademici, rendono gli spazi con una pittura di tocco veloce e ricca di colore. Si incantano davanti ai campi e giardini oriti e, in città, non cercano più il rigore delle prospettive, ma captano la mobilità dell’aria e il mutar della luce. E guardano con grande interesse i viali alberati percorsi dalle automobili e i ponti, anche quelli costruiti dagli ingegneri delle ferrovie, segni dinamici dei tempi nuovi. L’artista si sente libero di tradurre sulla tela le proprie emozioni, è lui l’inter84


TRASPORTI & CULTURA N.46 prete della realtà che gli sta intorno. Un esempio convincente può essere la serie di dipinti che Claude Monet dedica alla Gare Saint-Lazare, cogliendola nelle diverse condizioni di luce lungo l’arco della giornata. Non è l’unico caso in cui l’artista compie un’operazione multipla: è ancor più famosa la serie di tele dedicate alla cattedrale di Rouen, ma quello della stazione parigina è un caso interessante perché le emozioni sono suscitate da un ambiente che raramente, prima di Monet, veniva preso in considerazione. Monet concepisce la pittura come specchio delle emozioni. L’artista si pone in ascolto del paesaggio e della luce. Ma segretamente teme che la sua pennellata non sappia tradurre in pieno quello che percepisce con i sensi. La natura tutt’intorno, splendida, ma sfuggente nelle ore mutevoli della luce, è attrazione, ma anche tormento. Riuscire a rappresentarla è questione vitale. L’artista viaggia esplorando la natura nelle sue diverse forme. Finché si rifugia nella dolce, ossessionante bellezza del suo giardino, a Giverny.1

Conosciamo bene i pittori impressionisti – Degas, Renoir, Signac, Pissarro ecc. - grazie anche alle mostre numerose degli anni recenti e al costante interesse del grande pubblico. Ancora più coinvolgente è la pittura di Vincent Van Gogh, un artista amato per l’emozionante legame della sua pittura con la malattia mentale. L’artista usa quasi solo colori puri, tralasciando i motivi naturalistici del gruppo artistico parigino, intendendo invece la pittura come espressione immediata dei suoi tormenti interiori, che a volte arrivano a una tensione allucinata. Per esempio Notte stellata (1889) è un quadro ricco di energia, attraversato da rapidi movimenti luminosi, all’apparenza gioioso, in realtà turbato da inquietudini. E dunque la pittura si fa pura espressione, indipendente dalla funzione rappresentativa. Un altro esempio di paesaggio che assorbe e ampli ca lo stato d’animo dell’autore lo troviamo in Edvard Munch, artista norvegese che si fa interprete dei tormenti dell’esistenza. La sua prematura esperienza della morte, il senso doloroso dell’amore, l’amarezza della solitudine determinano un persistente stato d’animo di sofferenza che arriva a momenti di vera e propria angoscia (L’urlo). Nel dipinto Sera nel corso Karl Johann (1892) regna un’atmosfera allucinata, con una folla di uomini e donne della società borghese che passeggiano lungo il boulevard principale di Oslo mostrando sionomie stravolte, occhi sbarrati e privi di espressione. Le persone sembrano procedere senza scopo e sono tagliate all’altezza del petto, così lo spettatore vive una sensazione di oppressione, accentuata dalla sagoma ostile dell’albero e dal cielo blu-viola irreale. In quegli anni Arnold Böcklin dipinge L’isola dei morti (1883). Un isolotto roccioso con cipressi, l’ac1 Questa citazione e quelle che seguono sono tratte dal lavoro teatrale Arte & Scrittura, realizzato dall’autrice di questo articolo con la collaborazione di Matilde Caponi (scelta dei testi), Nina Gori (ricerca musicale) e Nicola Mansueti (elaborazione video digitale). Protagonisti sono 10 grandi pittori del Novecento, che raccontano se stessi. Gli artisti vengono presentati a “coppie”, con soluzioni insolite, ai limiti dell’azzardo: De Chirico assieme a Boccioni, Monet con Burri, Bacon con Morandi, Chagall con Fontana, Picasso con Kandinsky. Accanto alla pittura e alla scrittura entra in scena anche la musica, con scelte basate sulle emozioni. Il senso ultimo di questo incontro a più voci è quello di sottolineare il valore assoluto e irrinunciabile dell’Arte. Di tutte le Arti. Mise en scene a cura della compagnia Teatro Scienti co di Verona. Prima rappresentazione a Verona, novembre 201; replica a Venezia, gennaio 2012.

qua scura, una piccola barca a remi che si avvicina all’isola, a prua una gura con una bara bianca. Simbolismo: l’immaginazione, il sogno, la psiche. siamo di fronte a un dipinto straordinario che affascinò, con le sue cinque versioni, personaggi come Freud, Lenin, Dalì, D’Annunzio, Hitler. Per il mistero lugubre, per l’intensità delle emozioni, per il nodo di inquietudini che riguardano la morte.

Novecento: niente è più come prima Col nuovo secolo, le città ormai convivono con le fabbriche, il traffico delle automobili si fa sempre più intenso e rumoroso, le periferie delle case popolari si dilatano. La società si trasforma, cambiano i ritmi di vita. Gli artisti mettono in discussione i modelli della tradizione e cercano nuove modalità espressive: nascono movimenti d’avanguardia, e la città è un elemento importante della ri essione artistica, è il soggetto che meglio di altri è in grado di esprimere le contraddizioni di un’epoca in rapido mutamento. Sulla scena internazionale ci sono i Fauves, il movimento Die Brücke. Il Cubismo letteralmente ribalta il modello di rappresentazione del mondo. E il mondo cambia, si moltiplicano le prospettive, si cercano nuovi dimensioni, ed ecco che Pablo Picasso (e con lui Georges Braque e altri) analizza la struttura di gure, oggetti, architetture, e quindi li scompone e ricompone geometricamente secondo molteplici punti di vista. Non è una pittura empatica, quella cubista: le forme non sono più riconoscibili, il colore si smorza su una tonalità neutra. Occorre uno sforzo per entrare in sintonia con quell’impegno di tradurre visivamente la complessità, per avvertire un’emozione che non è dei sensi, ma della mente. Ma l’indiscusso valore dell’elaborazione cubista è ampli cato dalla grande in uenza che questo movimento ebbe sugli artisti delle generazioni successive. Tuttavia la gura di Picasso non si identi ca solo col Cubismo, ma si fa emblema di un più profondo, esistenziale bisogno di rinnovamento. Picasso rappresenta la vitalità, l’energia, l’impulso a godere esperienze sempre nuove, nelle relazioni umane come nella creatività artistica. Godere vuol dire vivere il presente. Per un artista è fondamentale stare da solo, per tirare fuori quello che c’è dentro di sé. Lasciando intatta l’emozione. Ma l’emozione non basta: per creare un quadro occorre risalire all’essenziale … L’artista innovatore si trova di fronte il muro dell’incomprensione: ma lui la gioia l’ha già avuta nell’atto creativo.

In Italia il movimento d’avanguardia che, nei primi anni del Novecento, scardina la tradizione è il Futurismo, che pone al centro dell’attenzione la macchina, il movimento, la città. Motivo propulsore è l’adesione convinta alla modernità. “Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido” proclama il Manifesto della pittura futurista. Tommaso Marinetti vorrebbe demolire le vecchie città legate alla tradizione, per promuovere lo sviluppo delle metropoli industriali. Figura centrale del movimento è Umberto Boccioni, del quale vanno ricordati almeno due dipinti. Il primo, Officine a Porta Romana (1908), mostra una periferia con fabbriche e ciminiere fumanti sullo sfondo di un caseggiato in costruzione (rappresentazione obiettiva). La città che sale (1910) è invece un quadro-simbolo del Futurismo: raffigura una strada di Milano vista dal balcone di casa e, col suo moto ascensionale rapidissimo reso a pennellate che creano linee e

1 - Caspar Friedrich, Paesaggio al tramonto con due gure, 1830. 2 - William Turner, Pioggia, vapore e velocità, 1844. 3 - Claude Monet, La gare Saint-Lazare, 1877 (versione conservata al Museo d’Orsay di Parigi).

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TRASPORTI & CULTURA N.46 vortici, esalta il lavoro, il progresso dell’industria, i veicoli in movimento (rappresentazione emotiva). C’è una resa visiva della forza, un movimento frenetico (linee oblique, dinamismo) di uomini e cavalli, sullo sfondo di una periferia in costruzione. La pittura è intesa come vocazione, come impegno civile. Per il futurista Boccioni la pittura e la scultura devono rappresentare il mondo in modo obiettivo, senza convenzioni né menzogne. La ricerca artistica si fa totalizzante, no all’esasperazione.

Al dinamismo della città guarda anche Gino Severini che, in Città di notte, il treno è passato, costruisce onde sonore che vibrano nell’aria. Altri interpreti di quel vitalismo dinamico sono Giacomo Balla, Luigi Russolo, Fillia, Fortunato Depero, senza dimenticare gli artisti dell’Aeropittura come Gerardo Dottori. Di grande interesse, per la relazione arte-città, la gura di Antonio Sant’Elia, che realizza le intenzioni del Manifesto dell’architettura futurista progettando metropoli concepite come immensi cantieri con grandi edi ci, strade sotterranee, percorsi incrociati di arterie stradali, ferrovie, metropolitane. Coi suoi disegni (pur non realizzati) anticipa gli sviluppi futuri dell’architettura del Novecento.

Luoghi dello spirito Kandinsky è l’artista che per primo intuisce la forza insita nel colore indipendentemente dalla forma (esprime le sue teorie nel libro Lo spirituale nell’arte). La prima composizione astratta è un acquerello del 2011. Dello stesso anno il dipinto Composizione n. 4 dove crea un’armonia fra elementi gurativi (due cavalieri, una montagna blu) e suggestioni astratte. L’opera (come, in generale, tutte le creazioni di questo artista) si presta ad una puntuale analisi dei signi cati partendo dalla sua struttura narrativa, ma consente anche una lettura immediata, emozionale. È infatti un dipinto di grande impatto, al di là degli elementi riconoscibili, per il fascino delle zone cromatiche luminose di colore puro, per i segni neri energici, l’equilibrio della composizione, l’andamento gioioso, la libertà della pennellata. Giorgio De Chirico apre un capitolo nuovo nell’arte italiana, quello della Pittura Meta sica, creando immagini dal sapore onirico, con personaggi enigmatici che si muovono in spazi resi irreali e inquietanti anche da controllati effetti di deformazione prospettica. Un senso di smarrimento e insicurezza si avverte nelle Piazze d’Italia, e il treno che s la sbuffando sullo sfondo richiama l’incertezza del futuro. L’inquietudine meta sica investe anche la stazione, luogo di attesa per l’incontro e l’addio. La malinconia della partenza (1914) mostra un piano inclinato che rende la situazione instabile: il porticato è un vuoto buio che minaccia di inghiottire. Mobili nella valle (1927) è un quadro dalla straordinaria potenza evocativa, per lo straniamento degli arredi collocati in luogo estraneo. Con Marc Chagall entriamo in una dimensione fantastica. Nei suoi dipinti si fondono gure umane, animali, paesaggi, motivi del mondo biblico ed evangelico ( n dall’inizio si ispira alla tradizione poetica e religiosa ebraica russa). È narratore abesco; i suoi colori sono irreali, le gure svincolate dalle leggi di gravità. Nel dipinto La passeggiata (1917-18), il pittore, con un’aria felice, tiene per mano la moglie Bella mentre vola nell’aria. Alle 86


TRASPORTI & CULTURA N.46 spalle la città di Vitebsk. L’amore che lega profondamente due persone va oltre i limiti imposti dalla natura, ha del trascendente. La nostra psiche è intessuta di ricordi, sogni, fantasie, ma il nostro Io razionale separa quelle dimensioni “altre” dalla realtà. Un artista come Chagall le ricolloca al centro delle nostre emozioni. L’arte catalizza energie vitali e può svelare agli uomini il signi cato dell’esistenza…

Altre ricerche sul mondo dell’indicibile sono quelle dei pittori Surrealisti, come il celebre Salvador Dalì e Yves Tanguy: quest’ultimo si esprime con forme organiche non riconoscibili e allucinate, ambientate in spazi che lasciano affiorare le emozioni dell’inconscio

Testimonianze sulla realtà La vita negli spazi urbani è protagonista nella pittura di Mario Sironi, che pone al centro delle sue gurazioni periferie desolate, edi ci industriali a anco di caseggiati popolari, mezzi di trasporto nelle strade deserte, rendendo il tutto con pochi colori, terrosi e cupi. In Periferia con camion (1920), incombe un lungo muro, le case si stagliano sull’orizzonte con le nestre nere, e scura è la sagoma del veicolo. La luce è plumbea, un giallo livido rischiara appena l’orizzonte. Una sagoma umana è come appiattita contro il muro, oppressa dalla paura dell’ignoto. I paesaggi di Sironi sono degli anni Venti, segnati dalla frenesia dell’industrializzazione. Si avvertono presagi cupi. Disagio e rassegnazione nei dipinti di Mario Mafai e di altri artisti della Scuola Romana che, negli anni ’30, rivolgono uno sguardo critico nei confronti dei vistosi interventi compiuti dal Fascismo (Demolizioni, 1937). Indaga la realtà urbana anche Georg Grosz, ma l’attenzione di questo artista è rivolta soprattutto al degrado morale della società nel dopoguerra, dopo la disfatta prussiana. Nelle composizioni l’artista richiama iconogra e popolari, disegni caricaturali che rendono vedute urbane violente, apocalittiche. Emblematico il dipinto Metropolis (1916-17) dove si coglie la rabbia. Il segno corrosivo dà vita a prostitute, ubriachi, uomini d’affari avidi e volgari, dietro l’apparente rispettabilità. Deformazioni dell’Espressionismo e piani multipli di Cubismo e Futurismo provocano tensioni dolorose che si trasmettono agli spazi urbani.

4 - Nella pagina a anco, in alto: Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889. 5 - Nella pagina a anco, al centro: Edvard Munch, Sera nel corso Karl Johann, 1892. 6 - Nella pagina a anco, in basso: Giorgio De Chirico, Malinconia della partenza, 1914. 7 - In questa pagina, in alto: Pablo Picasso, Paesaggio a Céret, 1911. 8 - In questa pagina, al centro: Umberto Boccioni, La città che sale, 1910. 9 - In questa pagina, in basso: Wassily Kandinsky, Composizione n. 4, 1911.

Esperienze del dopoguerra L’Italia del dopoguerra vede le città impegnate nella faticosa opera di ricostruzione, seguita dai primi segnali di una crescita economica, con le città sempre più popolate, dove si moltiplicano quartieri di periferia, automobili e strade. Il rinnovamento nel campo artistico prende avvio col Fronte Nuovo delle Arti, dove Renato Guttuso incarna l’anima più realista, testimoniando il suo impegno sociale e politico. Fra le opere ricordiamo almeno Croci ssione (1941), ambientata sullo sfondo di una città spettrale, e Vucciria (1974), che offre un affresco della vita quotidiana nella su Palermo. E poi ci sono gli artisti rivolti all’astrazione - Antonio Corpora, Afro Basaldella, Emilio Vedova – che danno vita al Gruppo degli Otto, radicando comunque la propria libertà compositiva sulle esperienze paesaggistiche degli anni giovanili. 87


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10 - Mario Sironi, Periferia con camion, 1920. 11 - Mario Mafai, Demolizioni, 1937.

Due artisti si stagliano, originali, potenti, sulla scena di quegli anni: sono Fontana e Burri. Franco Fontana giunge al culmine del suo ricco percorso artistico quando, in piedi davanti alla tela, decide di non dipingerla… Anziché stendervi colori, l’artista aggredisce la tela, la buca. E sottolinea, sul piano concettuale, la forza innovatrice di quel suo gesto primordiale, che vuole conquistare lo spazio. L’artista incide la super cie della tela con una lama affilata come un bisturi. Di fronte a quei tagli – paralleli, controllatissimi – si sente appagato. Buchi e tagli costituiscono il linguaggio di Fontana. Che ne esplora le potenzialità evocative cambiando colori e materiali.

Quello di Fontana è un gesto di protesta, di contrapposizione, di apertura verso una nuova concezione della gura dell’artista.

Alberto Burri, medico, inizia a dipingere quando è prigioniero in guerra. Poi sceglie l’attività artistica, e per esprimere le sue emozioni lavora su materiali poveri come tele di sacco strappate e ricucite, 88

plastiche combuste, ferri, legni, collage, catrame, lacerazioni, bruciature, cretti dalla super cie spaccata. La violenza è solo apparente: l’artista vuole soprattutto entrare in relazione diretta, tattile con la materia. Al tempo stesso ricerca la bellezza, come tentativo di dare un ordine perfetto alla complessità. Le opere di Burri raccontano le contraddizioni dell’esistenza e dei luoghi, amandone la materia e i colori. Per proseguire questo racconto storico – che si limita alla pittura italiana, ma con i riferimenti necessari allo scenario internazionale – è il momento di lanciare lo sguardo oltreoceano e di considerare Edward Hopper, straordinario, coinvolgente narratore della solitudine dell’uomo moderno. Hopper predilige architetture, strade di città, interni di case, di uffici, teatri, bar. Gli spazi sono reali, ma con qualcosa di meta sico che incute un senso di insicurezza. La scena è spesso deserta, immersa nel silenzio, senza gure umane; quando sono presenti persone, queste si sentono estranee l’una all’altra, non sanno comunicare. Nottambuli (il dipinto è del 1942) sono quelli che, essendo soli, cercano la vicinanza sica (difficile quella emotiva) di altri esseri umani. La città è vuota, la strada deserta gira ad angolo verso l’ignoto. Sullo sfondo le vetrine buie di un negozio, buie le nestre, come di casa disabitata. L’unico luogo vissuto è il bar, ma le gure che si appoggiano al bancone sembrano non dialogare, chiuse nei loro pensieri. La luce dell’interno è troppo forte, cala dall’alto con effetto sgradevole. Sempre nel continente americano, a partire dagli anni ’60, troviamo l’Iperrealismo, che con esasperante precisione mette in scena, in prevalenza, strade, le insegne dei negozi, le automobili, il consumismo, la banalità del vivere quotidiano. Le modalità sono diverse da quelle di Hopper, lo stato d’animo, in ultima analisi, è comunque di straniamento. Nei decenni successivi si sviluppa il Graffitismo, un’espressione che trova seguaci ovunque, diffondendosi sui muri di metropolitane e delle case di periferie. Lasciare il proprio segno sui muri e sulle vetture ferroviarie è un’ambizione molto diffusa anche in Italia. Alcuni graffitisti, come Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, proprio grazie al gesto irriverente e sfrontato, sono stati notati, e poi addirittura “consacrati” dal mercato dell’arte (ciò non toglie che la smania di marcare il territorio da parte dei graffitisti debba essere considerato, nella stragrande maggioranza dei casi, uno sterile atto di vandalismo). Nel continente europeo si staglia, netta e potente, la gura di Francis Bacon. Che disegna soprattutto personaggi ambigui e inquietanti, che fanno parte della sua sfera personale e si mostrano in modo crudo, senza spiragli di luce, senza scampo. Le ambientazioni sono soprattutto gli interni di esperienze inconfessabili. Le rare raffigurazioni di esterni – ad esempio Figura in un paesaggio - mostrano un ambiente devastato, proprio come i corpi.

Artisti d’oggi. Provocazioni. Nuovi spazi per l’arte In questa rassegna molto sintetica, non può che essere molto personale la scelta degli artisti contemporanei, che giocoforza non godono del ltro rassicurante della storia. Come grandi interpreti del tempo presente vorrei indicare Kiefer e Ples-


TRASPORTI & CULTURA N.46 si perché, per ragioni diversissime, mi sembrano molto autonomi e ricchi di prospettive. Il tedesco Anselm Kiefer è un personaggio controverso, accusato di neo-nazismo, da altri esaltato per il coraggio di narrare una storia scomoda. Kiefer dipinge paesaggi e ambienti dove le tragedie delle storia si sono consumate. Gli uomini appaiono fagocitati dal vortice del male. Nel dipinto Il famoso ordine della notte (1995) si vede un uomo disteso a terra, forse un cadavere. Il terreno è arido, spaccato, il cielo è nero, punteggiato di stelle. Composizione monocroma bianco-sabbia-grigio scuro. Immobilità, destino atroce al quale non si può sfuggire. Di tutt’altra natura il nostro Fabrizio Plessi, che coniuga natura, cultura e tecnologie. Dagli anni ’70 lavora per videoinstallazioni e videosculture che combinano monitor con strutture di legno, ferro, pietra, con effetti di grande impatto visivo. Elementi naturali (acqua e fuoco) vengono resi in forma digitale: è la tecnologia a mediare il nostro rapporto con la natura. Oggi più che mai dobbiamo fare i conti con una dinamica che ha grande in uenza sull’arte: si tratta del mercato sempre più so sticato, a tratti spregiudicato, che fa schizzare in alto le quotazioni di un certo artista secondo scelte calcolate, spesso indipendenti dal valore autentico delle opere (e, inevitabilmente, orienta anche la produzione degli artisti). Poi c’è una seconda componente dominante della produzione artistica, ed è la ricerca del nuovo a tutti i costi e soprattutto il gusto della provocazione. Abbiamo visto le scelte dirompenti di Fontana e Burri a partire dagli anni ’50, scelte dettate dal bisogno di rinnovare il linguaggio artistico, probabilmente anche sotto l’impulso dello scardinamento delle certezze provocato dalla guerra. Un atteggiamento che, in seguito, vedrà molti artisti in sintonia con la forza sovvertitrice del ’68. Oggi, certe azioni artistiche di rottura, prive di un obiettivo preciso, sembrano più che altro ispirate da un diffuso disagio per un mondo in sempre più rapida trasformazione. A esibirsi – nell’attuale mancanza di regole e di requisiti “tecnici” – sono talvolta artisti improvvisati che cercano la popolarità con sortite mai tentate prima, magari con performance ampli cate da You Tube. Ai vertici delle quotazioni di mercato c’è Maurizio Cattelan, quello che propone un cavallo con la testa in lata nel muro e un altro appeso al lampadario; quello della testa-autoritratto che affiora da un buco nel pavimento, del papa colpito da un meteorite, della gura di Hitler inginocchiato sull’angolo. È dura riuscire a scuotere, indignare, far nauseare la gente d’oggi, abituata a tutto. Cattelan, con le sue provocazioni, ci è riuscito. Con grande clamore quando ha fatto collocare a Milano il n troppo famoso “dito medio”, che campeggia irritante in PIazza Affari. Poi ci sono, nello scenario contemporaneo, episodi di vero e proprio superamento del senso comune, no alla patologia: è il caso, per esempio, dell’autolesionismo di Orlan, che sottopone il proprio corpo ad interventi chirurgici presentati come interventi artistici. L’arte - sottolinea la storica Angela Vettese - “si fa con tutto” (questo è anche il titolo di un suo libro dedicato ai linguaggi dell’arte contemporanea). Insomma gli storici dell’arte non reagiscono, prendono atto: così anche le provocazioni ne a se stesse sono classi cate come “arte” ed entrano a

far parte della storia. Intanto la gente è, sì, incuriosita, ma progressivamente si allontana dall’arte. O meglio, si allontana dall’arte dei nostri giorni, rifugiandosi nelle atmosfere rassicuranti degli Impressionisti.

12 - Marc Chagall, La passeggiata , 1918. 13 - Georg Grosz, Metropolis, 1916-17.

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14 - In alto: Edward Hopper, I nottambuli, 1942.

15 - In basso a sinistra: Alberto Burri, Sacco, anni ‘50. 16 - Lucio Fontana, Concetto spaziale, attese, 1968.

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Tuttavia se gli artisti d’oggi spesso, coi loro lavori, ci infastidiscono, dovremmo tener presente che tutti noi siamo alla ricerca di valori che sostituiscano quelli del passato, ormai consumati, e che anche il mondo in cui viviamo presenta aspetti difcili, sconcertanti, spesso sgradevoli. Importante è comprendere che l’arte è lo specchio di quello che siamo. E dunque capire l’arte sarebbe importante per capire noi stessi. A proposito della ricerca del nuovo come valore riconosciuto, teniamo presente che si tratta di un paradigma dell’arte occidentale. Un confronto con esempi asiatici (pensiamo alla Cina e al Giappone, che hanno una grande storia) ci fa constatare che, nelle arti gurative e nell’architettura, nella musica, nel teatro ecc., per secoli gli artisti di quei paesi hanno seguito gli schemi espressivi tradizionali. Nella pittura, in particolare, per secoli ha dominato la rappresentazione del paesaggio. Quella persistenza delle forme intesa come dovere di continuità dovrebbe farci ri ettere, tanto più che la nostra Italia ha una storia straordinaria nel campo delle

arti, storia che è stata “scavalcata” dall’incalzante globalizzazione. Anche nei citati paesi dell’Asia, comunque, la tradizione ha ceduto il passo alle tendenze internazionalmente riconosciute. Fra gli artisti che sanno mantenere saldo il senso di appartenenza, un bell’esempio è Han Meilin, artista cinese che spazia dalla pittura alla calligra a, dalla scultura alla ceramica. Nel 2015 è stato nominato Artista per la pace dall’Unesco per il suo impegno per promuovere l’arte e l’educazione artistica nel suo paese e quest’anno ha iniziato una serie di mostre in Italia, a partire da Venezia. L’arte da tempo è uscita dalle gallerie d’arte e dai musei per diffondersi negli spazi pubblici, e in particolare nei luoghi di passaggio, come le stazioni ferroviarie e le metropolitane, entrando a far parte del paesaggio urbano. Nel nostro paese c’è il caso molto interessante della metropolitana di Napoli: le nuove stazioni sono infatti progettate da architetti, con inserimento


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17 - William Kentridge, Processione di Napoli, mosaico, stazione Toledo della Metropolitana di Napoli, 2012.

18 - Ansel Kiefer, Il famoso ordine della notte, 1997. 19 - Christo e Jeanne-Claude, Imballaggio del PontNeuf, 1985.

di opere d’arte. La stazione più ammirata è stata nora quella di Toledo, progettata dall’architetto catalano Oscar Tousquets Blanco e arricchita, all’interno, da opere di William Kendridge, Bob Wilson e Achille Cevoli. In tema di “arte nel paesaggio”, un fenomeno di grande interesse è la Land Art, che dagli anni ’60 ha visto artisti realizzare interventi su luoghi naturali. Si tratta di interventi per lo più effimeri, che vengono “consumati” dal tempo e dagli agenti atmosferici. Fra quelli permanenti, è di grande suggestione il “Cretto” realizzato da Alberto Burri a Gibellina, cementi cando i luoghi in precedenza devastati dal terremoto. Un caso singolare è l’artista Christo che, lavorando con la sua compagna Jeanne-Claude, si distingue da sempre per la scelta di “impacchettare” spazi naturali oppure opere monumentali in città. Ne risultano opere di grande effetto, come la passerella galleggiante realizzata nel 2016 sulle acque del Lago d’Iseo, che è stata percorsa da migliaia e migliaia di persone.

Le opere di Christo sono molto impegnative, sia nell’elaborazione progettuale che nelle procedure, anche burocratiche, preliminari alla concreta realizzazione, e naturalmente nei costi. Il tutto per una permanenza dell’opera di pochi giorni. Restano gli schizzi, restano le registrazioni video e, naturalmente, l’emozione del pubblico per quella forma d’arte che, nel momento in cui si realizza nel paesaggio, si fa essa stessa paesaggio. © Riproduzione riservata

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Il Castello del principe Barbablù, ovvero l’architettura di un paesaggio interiore di Marco Bellussi

I soggetti operistici traggono spesso spunto da illustri precedenti letterari. Basti pensare al Don Giovanni di Mozart, al Macbeth di Verdi o alla Cavalleria rusticana di Mascagni i cui libretti sono esplicite derivazioni di altrettanti capolavori di Tirso De Molina/Moliere, Shakespeare e Verga. Così è anche per Il castello del principe Barbablù di Bartòk il quale si rifà alla celebre aba di Perrault. Nel caso del Barbablù occorre tuttavia porre in evidenza come il librettista ed il compositore abbiano fornito una propria personalissima versione del soggetto; come abbiano sviluppato i caratteri dei due protagonisti e le loro psicodinamiche staccandosi nettamente dal precedente letterario. La nostra indagine si concentrerà dunque sulla versione operistica cercando di cogliere i reali intenti di Belas Belzas e Bela Bartok Mi sembra opportuno a questo punto evidenziare come esista una profonda differenza tra l’analisi della realtà e l’analisi di una drammaturgia. Se Barbablù fosse una persona realmente esistente e dovessimo produrci in un giudizio sulle sue azioni ci troveremmo tutti concordi nel de nirlo un pericoloso e spietato criminale pluriomicida e per lui non si prenderebbero in considerazione attenuanti di sorta. In questa sede dobbiamo invece condurre l’analisi di una costruzione drammaturgica; in questo caso l’indagine è volta alla comprensione del pensiero del drammaturgo, perchè solo in quello possiamo trovare la verità.... ovviamente non mi riferisco alla verità assoluta, bensi alla verità relativa. Entriamo dunque nel mondo di Barbablù e Giuditta, così come animati dalla creatività di Belzas e Bartok. Devo ammettere che quando ascoltai per la prima volta Il castello del principe Barbablù ne rimasi del tutto affascinato. In parte per l’atmosfera cupa in cui lo spettatore viene subitamente calato, in parte per la straordinaria bellezza del tessuto musicale, in parte perchè avvertivo che qualcosa sfuggiva alla mia comprensione. Da qui il desiderio di approfondire la ri essione sull’opera che, tratta liberamente da una aba di Charles Perrault, coniuga genialmente forme melodiche della tradizione folkloristica ungherese (l’elemento fabulistico) con un linguaggio colto di raffinata espressività (l’elemento loso co). Trattandosi di un’opera tanto bella quanto poco rappresentata, ritengo utile tracciarne in poche righe una breve trama; giusto per avere i riferimenti basilari sui contenuti. Barbablù e la sua nuova sposa Giuditta entrano nell’atrio del castello. Esso ha sette porte. Barba-

Bluebeard’s Castle, or the architecture of an inner landscape by Marco Bellussi Bluebeard’s Castle by B. Bartòk and B.Balàsz is a rare example of a lyrical opera structured entirely on the basis of an approach to dramaturgy and composition that might be de ned as symbolicpsychoanalytical. A dense network of metaphorical elements and allegorical references describes the complex interiority of Prince Bluebeard, his intricate psychological dynamics, the stirrings of a soul that oscillates dangerously between contrasting emotions and is constantly poisoned by the pain he suffered in the past. The entire story, focused on the prince and his young wife Judith, is told through sagacious and highly re ned descriptions of the environment; a detailed description of the physical space of Bluebeard’s castle analyses even its most secret corners. It is obvious how, in the symbolicpsychological perspective of the opera, the castle becomes a projection of the prince’s mind... and the viewer becomes involved in a singular exploration of the deepest self, all the more fascinating for its lack of moral judgment or assessment. Nella pagina a anco: due disegni di Matteo Paoletti Franzato che visualizzano un’idea registico-scenogra ca dell’opera di Béla Bartòk Il Castello del principe Barbablù. In alto: una luce accecante accompagna l’ingresso di Giuditta; esattamente sopra Barbablù si staglia la gura della donna che preannuncia l’atto volitivo che condurrà nei confronti del consorte. In basso: l’apertura della terza porta presenta un dorato taglio di luce che scinde lo spazio e attraversa lo stesso Barbablù: uno squarcio che rimarrà visibile sul terreno come una cicatrice.

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1 - Un altro disegno di Matteo Paoletti Franzato: la quarta porta si apre, svelando una pioggia di petali di luce, nei cui ri essi echeggia il purpureo sanguigno.

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blù invita Giuditta a ri ettere sulla decisione di lasciare la famiglia per dedicarsi interamente a lui, che ha sposato segretamente. Giuditta si dice risoluta e quindi i due si chiudono nel loro mondo incantato. Barbablù desidera che le porte rimangano chiuse, tuttavia Giuditta, vinta dalla curiosità, apre la prima delle sette porte e scopre un locale pieno di strumenti di tortura insanguinati. La giovane sposa non sembra turbata dalla scoperta e chiede la chiave per aprire la seconda porta, quella dell’armeria, anch’essa bagnata di sangue. Il principe concede, pur esitante, di aprire anche la terza stanza: la stanza del tesoro piena di splendide gemme insanguinate. La quarta porta rivela invece il rigoglioso giardino coltivato a rose; ma dallo stelo di una rosa colta da Giuditta grondano gocce di sangue. La quinta porta dà sulle ter-

re del principe: possedimenti scon nati e velati all’orizzonte da una purpurea nube sanguigna. Barbablù scongiura Giuditta di non aprire le altre due porte, ma la curiosità di Giuditta è troppo forte. La sesta porta scopre un cupo lago fatto di lacrime e dall’ultima porta entrano tre spettri: le tre precedenti mogli del principe trasformate in esseri incorporei per aver voluto vedere ciò che Giuditta ha appena visto. La prima fu incontrata di mattina e ad essa è consacrata l’alba; la seconda fu incontrata a mezzodì e ad essa è consacrato il pomeriggio; la terza di sera e la sera le è dedicata. Giuditta, incontrata di notte, varca la soglia lasciando solo, nel buio atrio del castello, il principe Barbablù. Il valore simbolico dell’opera è evidente. Il primo frutto della mia ri essione sul testo mi


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portò subito a comprendere come il castello altro non fosse se non una proiezione della mente del principe. In tale ottica tutte le indicazioni per l’allestimento fornite dall’autore assumevano un signi cato ben preciso ai miei occhi: nel grande atrio del castello sette porte, nessuna nestra. Il tutto immerso nell’oscurità. Fin troppo facile correlare le caratteristiche del castello alla personalità del principe: un animo cupo, solitario, isolato più o meno volontariamente dall’esterno, ma ricco di sfaccettature e risvolti che egli aveva sempre cercato di tenere segreti agli altri: le sette stanze sono serrate da sette porte. Partendo da questi presupposti potrebbe essere

lecito pensare al principe Barbablù come al personaggio forte della vicenda, pervaso da un bisogno di segretezza tanto intenso e patologico da sentire la necessità di spegnere nel sangue anche l’ingenua curiosità della giovane sposa Giuditta. Di conseguenza si potrebbe interpretare tutto il sangue che pervade le sette stanze come il sangue delle precedenti mogli le quali avevano peccato di invadenza, al pari di Giuditta. Ma in questo caso perchè aperta la prima porta e rinvenuti gli strumenti di tortura insanguinati, Giuditta non ne è stupita e neppure intimorita? Se quel sangue fosse stato delle tre precedenti mogli, e potenzialmente anche il suo, la donna avrebbe dovuto intuire un pericolo e avrebbe potuto cercare scampo nella fuga. Ma così non è. Allora o la caratterizzazione del personaggio è imprecisa ed inefficace, o deve esistere un’altra chiave di lettura al testo. E se quel sangue fosse la proiezione simbolica dell’intima lacerazione di Barbablù? E se le lacrime che formano il lago celato dalla sesta porta fossero la proiezione del pianto del principe? In questo caso ecco ribaltarsi totalmente la visione dell’opera. Barbablù è la vittima e il castello lo testimonia: sangue e lacrime in ogni suo segreto. Giuditta, dal canto suo, dietro ad una apparenza ingenua ed eterea, è una donna nella quale la spinta alla curiosità supera di gran lunga l’amore. Perdonerete se una sorta di deformazione professionale mi conduce ad immaginare, accanto ed in conseguenza della chiave di lettura, qualche elemento caratterizzante una visione personale dell’opera. In questo senso ritengo che gli spiriti delle tre precedenti mogli, la cui presenza è richiesta solo all’apertura della settima porta, potrebbero sentirsi aleggiare già da prima. In fondo questi fantasmi pervadono la mente, ovvero il castello del principe, come veri e propri spettri mentali. Come è evidente ogni scelta registica deve trovare supporto e giustificazione nel tessuto musicale dell’opera. Consideriamo quindi le notevoli influenze tardo-romantiche da cui Bartok non si è ancora liberato e la conseguente presenza di alcuni passaggi musicali in cui il suono sembra articolarsi in “respiro”; ebbene questi passaggi rendendo particolarmente adatto l’inserimento sporadico delle presenze incorporee. Dunque presenze solo suggerite e non dichiarate fino all’apertura della settima porta e poi, all’apertura dell’ultima porta, esplicitate come vuole il libretto. Un’ulteriore considerazione mi permette di giungere ad una interpretazione particolare dell’epilogo della vicenda. La prima sposa fu incontrata all’alba, la seconda a mezzodì la terza alla sera e per ultima Giuditta di notte. Sono persuaso che l’autore non volesse riferirsi agli spazi temporali di una giornata, bensì a quelli di una vita umana: Barbablù incontrò la prima sposa nella sua prima giovinezza, la seconda in età matura, la terza all’inizio della vecchiaia e Giuditta all’approssimarsi della morte. Cosa mi ha condotto a questa conclusione? Una delle indicazioni visive che si trovano nel libretto: mentre la giovane varca la soglia della settima stanza, tutte le porte si chiudono e Barbablù resta solo, inghiottito dal buio. 95


TRASPORTI & CULTURA N.46 Dunque, alla ne dell’opera a morire non sarebbe solo Giuditta ma anche lo stesso Barbablù il cui castello (la cui mente) si spegne per sempre.

2 - La curiosità ha superato l’amore. Giuditta apre la settima porta e vede le mogli del passato compiere il suo stesso errore, oltrepassare il limite, stracciando l’intimità e il rispetto di un uomo (Matteo Paoletti Franzato).

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Come si può facilmente capire, gli autori (Belas Belzas per il testo letterario e Bela Bartok per il testo musicale) forniscono molte indicazioni visive, assai preziose per chi debba curare una messa in scena dell’opera e comunque interessanti per chi voglia capire appieno il testo ed entrare con la fantasia nel mondo di barbablù e Giuditta. Sulla base di queste indicazioni e dell’esperienza che mi regalano ormai vent’anni di teatro, credo di non sbagliare se dico che, trattandosi di un’opera di profondo valore simbolico e di esplicita ispirazione fabulistica (anche se di aba in senso tecnico non si può parlare visto che ne mancano alcuni elementi strutturali, primo far tutti il lieto

ne) debba essere messa in scena senza precisi riferimenti spazio-temporali. Il richiamo preciso ad un’epoca e ad una collocazione geogra ca rischierebbe di togliere fascino alla vicenda e, soprattutto, di entrare in contraddizione con l’assunto fondamentale, ovvero che il castello non è un luogo sico bensì una proiezione della mente del principe. Teniamo inoltre presente che l’inde nito spaziotemporale risulta indispensabile per sottrarre la vicenda all’hic et nunc, per fare di uno paesaggio geogra co un paesaggio interiore che faccia risultare a tutto tondo gli inquietanti pro li psicologici di Giuditta e Barbablù. Mi interessa a questo punto fornire al lettore qualche spunto visivo che possa supportare i concetti n qui espressi. A tal ne ho ritenuto utile coinvol-


TRASPORTI & CULTURA N.46 gere lo scenografo Matteo Franzato Paoletti, col quale collaboro stabilmente per i miei allestimenti di opere teatrali e col quale ho una profonda sintonia e facilità di comunicazione derivante da una comune sensibilità estetica e un modello d’indagine drammaturgica condiviso, affinchè sviluppasse un progetto scenogra co per una ipotetica messa in scena dell’opera di Bela Bartok. Ho chiesto quindi a Franzato Paoletti di concepire uno spazio non immediatamente identi cabile nelle sue reali dimensioni e direzioni. Gli ho suggerito di pensare ad una scenogra a priva di un unico senso con una profondità non certamente quanti cabile. Soprattutto gli ho proposto di immaginare un luogo/non luogo che, pur essendo architettonico, serbasse una dose di incorporeità e mantenesse dei margini di essibilità e mutevolezza nel processo di paragone che la penetrazio-

ne al suo interno di un elemento estraneo (alias la pungente curiosità di Giuditta) necessariamente comporta. Gli ho chiesto, in buona sostanza, di progettare un impianto scenogra co che rispettasse il simbolo attorno cui ruota l’intera concezione del dramma: il castello come proiezione della mente del principe Barbablù. Ecco dunque la realizzazione gra ca dell’idea registico-scenogra ca che proponiamo; quattro momenti cruciali dell’opera di Bela Bartok contestualizzati attraverso il tratto raffinato ed intenso di Paoletti Franzato. In particolare: - l’ingresso di Giuditta nel cupo antro del castello, lo spazio privato del principe Barbablù; - l’apertura della terza porta che conduce alla stanza del tesoro, ovvero al “prezioso” che ognuno di sé intende custodire; - l’apertura della quarta porta che svela lo splendido giardino, ovvero il frutto della cura amorevole e della dedizione alla propria parte vitale; - l’apertura dell’ultima porta, ovvero l’innesco del subitaneo ed inevitabile epilogo della vicenda. Nella speranza di aver offerto una prospettiva interessante su un’opera tanto densa di contenuti e suggestioni, desidero congedarmi da Voi, gentili lettori, con un invito. Se vi capiterà di incrociare nei vostri percorsi culturali una esecuzione de Il castello del principe Barbablù, ponetevi cauti ma permeabili di fronte a tanta bellezza..., siate vigili ma aperti di fronte ai messaggi del testo..., siate testimoni ma discreti di fronte alla nudità dell’animo umano..., soprattutto siate benevoli nei confronti di Barbablù, che fu al contempo vittima e carne ce. © Riproduzione riservata

Nella pagina seguente, in alto: Parigi, grattacieli nel quartiere La Defence. In basso: costruzioni ed elementi della natura in un giardino di Kyoto. Le foto sono di Laura Facchinelli.

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Autori Francesca Pazzaglia - Prof. Ordinario di Psicologia Generale, Università di Padova Rosa Baroni - già Prof. Ordinario di Psicologia Ambientale, Università di Padova Enzo Siviero - già Prof. Ordinario di Tecnica delle Costruzioni, Università Iuav, Venezia, ora Vice Presidente RMEI, The Réseau Méditerranéen des Ecoles d’Ingénieurs et de Management Michele Culatti - Architetto e dottore di ricerca in Ingegneria delle Strutture Michele Sinico – Prof. Associato di Psicologia Generale, Università Iuav, Venezia Luigi Stendardo – Prof. Associato di Progettazione architettonica e urbana, Università di Padova Marino Bonaiuto – Prof. Ordinario di Psicologia Sociale, Sapienza Università di Roma; Direttore del CIRPA - Centro Interuniversitario di Ricerca in Psicologia Ambientale Ferdinando Fornara – Ricercatore, Dipartimento di Pedagogia, Psicologia, Università di Cagliari; CIRPA - Centro Interuniversitario di Ricerca in Psicologia Ambientale Giulia Amicone – Dottoranda in Psicologia sociale, dello sviluppo e ricerca educativa, Sapienza Università di Roma Angelomaria Alessio - Laureato in Psicologia, Dottore di ricerca in Neuroscienze Rita Berto - Psicologa, dottore di ricerca, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Verona Margherita Pasini – Prof. Associato di Psicometria, Università di Verona Mirella Siragusa – Psicologa psicoterapeuta, Venezia Gianmario Guidarelli – Assegnista di ricerca di Storia dell’Architettura, Università di Padova Elena Svalduz – Ricercatore di Storia dell’Architettura, Università di Padova Marco Bellussi – Regista teatrale

Questo numero della rivista è stato curato da Francesca Pazzaglia, Prof. Ordinario di Psicologia Generale, Università degli Studi di Padova.

Copyright Questa rivista è open access, in quanto si ritiene importante la libera diffusione delle conoscenze scienti che e la circolazione di idee ed esperienze. Gli autori sono responsabili dei contenuti dei loro elaborati ed attribuiscono, a titolo gratuito, alla rivista Trasporti & Cultura il diritto di pubblicarli e distribuirli. Non è consentita l’utilizzazione degli elaborati da parte di terzi, per ni commerciali o comunque non autorizzati: qualsiasi riutilizzo, modi ca o copia anche parziale dei contenuti senza preavviso è considerata violazione di copyright e perseguibile secondo i termini di legge. Sono consentite le citazioni, purché siano accompagnate dalle corrette indicazioni della fonte e della paternità originale del documento e riportino fedelmente le opinioni espresse dall’autore nel testo originario. Tutto il materiale iconogra co presente su Trasporti & Cultura ha il solo scopo di valorizzare, sul piano didattico-scienti co i contributi pubblicati. Il suddetto materiale proviene da diverse fonti, che vengono espressamente citate. Nel caso di violazione del copyright o ove i soggetti e gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, si prega di darne immediata segnalazione alla redazione della rivista - scrivendo all’indirizzo info@trasportiecultura.net – e questa provvederà prontamente alla rimozione del materiale stesso, previa valutazione della richiesta.

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PAESAGGIO E PSICHE  

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