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pyrgi

civiltà nuragica

ipogeo di arpi

colossi di memnone

speciale alessandro magno e l’islam

IL RACCONTO DELLA CIVILTà NURAGICA

SPECIALE

ALESSANDRO IL MACEDONE, UN EROE DELL’ISLAM?

www.archeo.it

2014

Mens. Anno XXX numero 2 (348) Febbraio 2014 € 5,90 Prezzi di vendita all’estero: Austria € 9,90; Belgio € 9,90; Grecia € 9,40; Lussemburgo € 9,00; Portogallo Cont. € 8,70; Spagna € 8,40; Canton Ticino Chf 14,00 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

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archeo 348 febbraio

EGITTO

IL E LA SPEDIZIONE RITROVATA

COLOSSO

PYRGI

ULTIME SCOPERTE NEL PORTO DEGLI ETRUSCHI

SARDEGNA

€ 5,90


editoriale

mai piú come prima...

Una giovane donna, Monica Hanna, è destinata a diventare la nuova icona dell’archeologia egiziana. O forse lo è già. La trentenne studiosa è stata appena insignita del premio SAFE Beacon Award per il suo impegno nel documentare e denunciare i drammatici e incessanti saccheggi che, dal 2011, stanno devastando il patrimonio monumentale e archeologico del suo Paese (vedi in apertura del notiziario e alle pp. 28-29). Un lavoro di verifica in loco svolto dall’archeologa in prima persona, mettendo a rischio anche la propria sicurezza (come quando, durante una delle sue ricognizioni, ha dovuto affrontare un gruppo di scavatori clandestini armati) e i cui risultati sono diffusi attraverso i canali accademici internazionali e i social network. SAFE (Saving Antiquities for Everyone) è un’organizzazione senza fini di lucro, nata sull’onda dell’indignazione suscitata dalla razzia del Museo di Baghdad nel 2003, e finalizzata a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’irreversibilità dei danni causati dagli scavi clandestini e dal traffico illecito delle antichità. Tra le personalità alle quali, in passato, è stato consegnato il SAFE Beacon Award figurano Donny George, l’archeologo iracheno noto come «l’uomo che salvò il Museo Nazionale dell’Iraq», Peter Watson e Cecilia Todeschini, gli autori di The Medici Conspiracy, e Colin Renfrew, lo studioso britannico da sempre impegnato nella lotta contro il saccheggio dei siti archeologici. Una piccola, buona notizia, quella della premiazione di Monica Hanna e della sua task force per la salvaguardia del patrimonio dell’Egitto, che cade in un momento drammatico per le antichità del Paese del Nilo, e non solo. Che ne sarà, infatti, di siti, monumenti e musei degli altri Paesi (la Siria, in prima istanza) attraversati dall’illusoria stagione della «primavera araba»? Non possiamo, né vogliamo, azzardare risposte. Alla luce di quanto è accaduto e di quanto, verosimilmente, ancora accadrà, una sola cosa appare certa: sull’altra sponda del Mediterraneo è stata imboccata una via del non ritorno e, per l’archeologia del Vicino Oriente, niente sarà piú come prima. Andreas M. Steiner Le piramidi e la Sfinge di Giza in una litografia acquerellata di David Roberts. 1846.


Sommario Editoriale

Mai piú come prima... 3 di Andreas M. Steiner

Attualità la notizia del mese

In esclusiva: il reportage, da Assuan, sul saccheggio della tomba di User, funzionario vissuto nel Nuovo Regno

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di Marco Chioffi e Giuliana Rigamonti

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notiziario scoperte Scavi statunitensi ad Abido riportano alla luce il sepolcro di un faraone sconosciuto

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scavi Le ultime campagne di ricerca dell’Università di Napoli «L’Orientale» gettano nuova luce sulla storia della città di Cuma 14 parola d’archeologo A colloquio con Paolo Pastorello, presidente della neonata associazione Restauratori Senza Frontiere 20

dalla stampa internazionale 10

Un accorato grido d’allarme

per il patrimonio archeologico dell’Egitto

28

scavi

Pyrgi. Le storie all’ombra del castello

32

di Flavio Enei

civiltà nuragica In Etruria, sulle orme dei Sardi

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di Maria Letizia Arancio, Franco Campus, Carlo Casi, Flavia Trucco

In copertina uno dei Colossi di Memnone, a Luxor, statue che, in realtà, ritraggono il faraone Amenofi III e facevano parte della facciata del suo tempio funerario.

Anno XXX, n. 2 (348) - febbraio 2014 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Direttore responsabile: Pietro Boroli Direttore editoriale: Andreas M. Steiner a.m.steiner@mywaymedia.it Redazione: Stefano Mammini stefano.mammini@mywaymedia.it Collaboratori della redazione: Ricerca iconografica: Lorella Cecilia lorella.cecilia@mywaymedia.it Impaginazione: Marialuisa Rossignoli Redazione: Piazza Sallustio, 24 – 00187 Roma tel. 02 21768.507 Comitato Scientifico Internazionale

Richard E. Adams, Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, José M. Blázquez, John Boardman, Larissa Bonfante, Mounir Bouchenaki, Jean Chavaillon, Yves Coppens, W.A. van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Friedrich W. von Hase, Witold Hensel, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis, Conrad M. Stibbe.

Comitato Scientifico Italiano

Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro F. Bondí, Francesco Buranelli, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Giancarlo Ligabue, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro,

Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale. Hanno collaborato a questo numero: Maria Letizia Arancio è archeologo presso la Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale. Andrea Augenti è professore di archeologia medievale all’Università di Bologna. Franco Campus è archeologo. Carlo Casi è archeologo e direttore di Mastarna s.r.l., ente gestore del Parco Naturalistico Archeologico di Vulci. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Francesca Cenerini è professore di storia romana all’Università di Bologna. Marco Chioffi è egittologo e membro dell’International Association of Egyptologists. Giuseppe M. Della Fina è direttore scientifico della Fondazione «Claudio Faina» di Orvieto. Andrea De Pascale è conservatore del Museo Archeologico del Finale (IISL) e membro del Centro Studi Sotterranei di Genova. Marco Di Branco è ricercatore di storia bizantina e islamica all’Istituto Storico Germanico di Roma. Flavio Enei è direttore del Museo Civico di Santa Marinella «Museo del Mare e della Navigazione Antica». Cristina Ferrari è archeologa e giornalista. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Paolo Leonini è storico dell’arte. Daniele Manacorda è professore ordinario di metodologie della ricerca archeologica all’Università degli Studi Roma Tre. Flavia Marimpietri è archeologa specializzata in archeologia greca e romana. Sergio Pernigotti è professore emerito di egittologia all’Università di Bologna. Giuliana Rigamonti è egittologa e membro dell’International Association of Egyptologists. Giorgio Rossignoli è dottore in scienze politiche. Romolo A. Staccioli è stato professore di etruscologia e antichità italiche presso Sapienza Università di Roma. Stephan Steingräber è professore associato di etruscologia e antichità italiche all’Università degli Studi Roma Tre. Flavia Trucco è archeologo presso la Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale. Illustrazioni e immagini: Marka: Petr Svarc: copertina (in primo piano) – Corbis: Historical Picture Archive: copertina (sfondo; e pp. 62/63); Yann Arthus-Bertrand: pp. 66/67 (alto) – Mondadori Portfolio: AKG Images: pp. 3, 72/73, 74 (destra), 78, 79, 86; The Art Archive: pp. 74 (alto, a sinistra), 82-85; Leemage: p. 95 (alto) – Cortesia degli autori: pp. 6-9, 14-16, 104 (basso), 105, 110-111 – Cortesia Penn Museum: Josef Wegner: pp. 10 (alto), 11 (basso, a sinistra); Jennifer Wegner: p. 10 (basso) – Doc. red.: pp. 11 (alto e basso, a destra), 13, 69 (alto), 76-77, 98, 102 (alto) – Cortesia Waseda University: pp. 12 – Cortesia Idialab: p. 18 – Cortesia RSF Onlus Italia: pp. 20-22 – Cortesia Ufficio stampa: pp. 24-25 – Cortesia Monica Hanna: pp. 28-29 – Cortesia Museo Civico di Santa Marinella «Museo del Mare e della Navigazione Antica»: Archivio Museo del Mare-GATC: pp. 34 (basso, a sinistra), 35, 36-41, 44; Flavio Atturo:


s.o.s. patrimonio Salvate l’Ipogeo della Medusa!

speciale

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Alessandro/Iskandar

di Stephan Steingräber

L’eroe dei due mondi72

72

antico egitto

Memnone e la spedizione ritrovata62

di Marco Di Branco

di Sergio Pernigotti

letteratura e archeologia

Ombre della sera

90

di Giuseppe M. Della Fina

Rubriche il mestiere dell’archeologo Un capolavoro e il suo doppio

scavare il medioevo 96

Storie di una cattedrale104

di Daniele Manacorda

di Andrea Augenti

antichi ieri e oggi

l’ordine rovesciato delle cose

Quando si ferma l’aratro...100 di Romolo A. Staccioli

Archeo è una testata del sistema editoriale

PAST PASSIONE PER LA STORIA

Editore: My Way Media S.r.l. Presidente: Cesare Biffi Direttore generale: Lidia Rossi Coordinatore editoriale: Alessandra Villa Segreteria marketing e pubblicità: segreteriacommerciale@mywaymedia.it tel. 02 21768.507 Direzione: via Ludovico d’Aragona 11, 20132 Milano tel. 02 21768 507 fax 02 21768 550 Sede legale e operativa: via Ludovico d’Aragona 11, 20132 Milano

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di Francesca Cenerini

Quel dio senza volto110

di Andrea De Pascale

Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

La sposa infelice

l’altra faccia della medaglia

Città invisibili

pp. 32/33; Antonio Marziali: p. 34 (destra); Stefano Vannozzi: disegni alle pp. 42-43, 45 – Archivio Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale: pp. 46-48, 49 (basso), 50-55 – Shutterstock: pp. 49 (alto), 65, 66, 80/81, 87, 88/89, 91, 92/93 (alto), 93, 96 – Stephan Steingräber: pp. 56-61 – DeA Picture Library: pp. 67 (basso), 92, 95 (centro e basso); G. Dagli Orti: pp. 64, 69 (basso), 108; G. Nimatallah: pp. 90 (sinistra e destra), 101, 102/103; J.E. Bulloz: p. 94; A. Dagli Orti: p. 100 – SeaWiFS Project, NASA/Goddard Space Flight Center/ORBIMAGE: p. 68 – ANSA: p. 70 – Archivi Alinari, Firenze: RMN/Grand Palais/Tony Querrec: p. 71 – Foto Scala, Firenze: BPK, Bildagentur fuer Kunst, Kultur und Geschichte, Berlin: pp. 96/97 – Da Voyages sur la Méditerranée romaine, Arles-Parigi 2005: p. 104 (alto) – Roberto Gagliardi: p. 106 (sinistra) – Mauro Traverso: p. 106 (destra) – Andrea Bixio: p. 107 (sinistra) – Roberto Bixio: p. 107 (destra) – Cippigraphix: cartine alle pp. 7, 35 (alto), 65, 75.

divi e donne

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di Francesca Ceci

libri

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Distribuzione in Italia m-dis Distribuzione Media S.p.A. via Cazzaniga, 19 - 20132 Milano Tel 02 2582.1 Stampa: Arti Grafiche Amilcare Pizzi Spa, Milano Abbonamenti: Direct Channel srl - Via Pindaro, 17, 20128 Milano Per abbonarsi con un click: www.miabbono.com Per informazioni, problemi di ricezione della rivista contattare: E-mail: abbonamenti@directchannel.it Telefono: 02 89708270 [lun-ven 9/13 - 14/18 ] Posta: Miabbono.com c/o Direct Channel Srl Via Pindaro, 17 20128 Milano Arretrati Per richiedere i numeri arretrati contattare: E-mail: arretrati@mywaymedia.it Fax: 02 21768550 Posta: My Way Media Srl - Via Ludovico d’Aragona 11, 20132 Milano On-line: http://eshop.mywaymedia-store.it/

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la notizia del mese Marco Chioffi e Giuliana Rigamonti

i colori perduti di user

in esclusiva per archeo, le immagini di una magnifica tomba scoperta nei pressi di assuan. il sepolcro, appartenuto a un funzionario del nuovo regno, è stato in parte devastato e privato dei suoi arredi dagli scavatori clandestini

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Mar Mediterraneo

Cairo

N ilo

EGITTO

Assuan

Ma r R oss o

Lago Nasser

In alto: cartina dell’Egitto con la localizzazione di Assuan. Sulle due pagine: due delle quattro tombe rupestri scoperte nei pressi del villaggio di Assuan Nord, che, al momento del sopralluogo di cui si dà conto nell’articolo erano state parzialmente scavate dai clandestini. Nella pagina accanto, in alto: la collina in cui sono state scavate le tombe in una immagine satellitare. Nella pagina accanto, in basso: la foto della tomba di User diffusa in rete, dalla quale ha preso avvio la ricerca narrata nell’articolo.

P

rimavera 2013. In rete compare la fotografia dell’interno di una tomba rupestre: l’immagine è amatoriale, non è ben definita; il suolo appare stranamente traslucido e, sulla destra, si intravede la macchina fotografica di qualcuno, fuori campo, che sta effettuando una ripresa. Nella didascalia si legge: «Scoperta tomba a nord di Aswan». Ottobre 2013. A Qubbet el-Hawa

(località situata di fronte ad Assuan, in cui si conservano numerose tombe rupestri di funzionari dell’Antico, Medio e Nuovo Regno, n.d.r.), terminati il lavoro sulla tomba 98 di Ishemai e il sopralluogo di altre sepolture, decidiamo di cercare il sepolcro visto su Google. Con la sola fotografia, senza indicazioni paesaggistiche di riferimento, né, tanto meno, le coordinate,

perlustriamo le colline e il deserto circostanti finché, sopra il villaggio di Assuan Nord, troviamo quattro tombe rupestri aperte, ma seminascoste da cumuli di materiale di riporto. Appartengono certamente a una necropoli di piú vaste dimensioni, data l’orografia della zona: la collina è rocciosa, coperta da sabbia e dai conoidi che dalla sommità cadono a grappolo sul versante. L’ingresso delle


In alto: un momento della documentazione fotografica della tomba di User. In basso: la vivace decorazione pittorica della parete nord del sepolcro. tombe è rivolto a ovest e le camere interne penetrano nella roccia lungo l’asse est-ovest. Mentre siamo impegnati nelle nostre osservazioni, ci avvicinano due nubiani, i quali ci fanno capire che il sito appartiene a loro ed è vietato accedervi. Dobbiamo quindi andarcene subito. Spacciandoci per turisti, chiediamo allora di poter «sbirciare» all’interno delle tombe, con la promessa di un lauto baksheesh. La nostra richiesta viene accolta e, scendendo per 4-5 m dai cumuli di materiale

8 archeo

asportato, entriamo nella terza tomba da destra: è proprio la sepoltura comparsa in rete!

Uno spettacolo desolante Ci assale un misto di emozione e disperazione, perché il sito appare devastato: nella parete est, l’architrave della porta fra la prima e la seconda camera è stato asportato, distruggendo la parte superiore dei montanti; cumuli di detriti sono addossati alla parete sud; a sinistra della porta nella

parete est il muro è affrescato e iscritto con colori brillanti; la parete nord, incorniciata da tralci e grappoli d’uva, presenta teorie di personaggi e scritte geroglifiche che sembrano appena dipinte; nell’angolo nord-est è stato scavato un pozzo profondo 6-7 m, da cui parte un cunicolo verso la camera funeraria sottostante. I due «proprietari» della tomba ci consentono di scattare qualche fotografia e si vantano di aver trovato, nella camera funeraria, mummie, sarcofagi di legno e oggetti di corredo funerario che hanno estratto attraverso il pozzo. Un sarcofago di pietra – dicono – è ancora nella camera sottostante. A un rapido esame si direbbe che le raffigurazioni sulle pareti est e nord siano state eseguite in momenti differenti, da due mani diverse e, addirittura, forse per mancanza di tempo, le immagini del defunto, della moglie e di un terzo personaggio femminile (forse la sorella della moglie), oltre a undici offerenti, sembrano essere state completate in modo alquanto affrettato. I colori e il fondo presentano sbavature, non sono omogenei, gli abiti degli offerenti e i vasi d’offerta non sono stati dipinti. Non cosí i ventiquattro personaggi – 16 maschili e 8 femminili – nella sezione ovest della parete nord: disegnati e dipinti con tratto raffinato e deciso, presentano una ricchezza di particolari straordinaria. I testi geroglifici, neri su fondo bianco, sono scritti in colonna e ci dicono che il sepolcro accolse le spoglie di User e della moglie Tuyu, vissuti verosimilmente all’epoca del Nuovo Regno (1543-1069 a.C.). Prseguiamo poi nel sopralluogo. La quarta tomba da destra presenta sulla facciata testi geroglifici incisi, raffigurazioni del defunto e di altri personaggi. Il governatore di Elefantina, Imenhetep, con la moglie Hatshepesut compaiono anche sulle pareti della prima delle tre camere che costituiscono la tomba. Le pareti della prima


camera sono coperte da testi in geroglifico inciso in modo elegante e raffinato. Non si notano tracce di colorazione. Le prime due tombe, a destra nella necropoli, sono state scavate parzialmente e, in ciascuna di esse, la prima stanza è ancora colma di materiale per un’altezza di circa 1 m. Una magnifica scala di circa dieci gradini, ben conservati, regolarmente squadrati, in parte intagliati nella roccia, introduce nella corte della prima.

Ecco il bottino! Qui sotto: l’architrave dipinto staccato dalla porta tra la prima e la seconda camera funeraria della tomba di User.

pronti all’espatrio? I due nubiani si fanno però impazienti e dobbiamo porre fine all’esplorazione. Grazie a un ulteriore baksheesh, possiamo però seguirli fino a casa, che dista non piú di 200 m dalla necropoli. Una volta arrivati, nel cortile, vediamo l’architrave della tomba di User. Altre lire egiziane e possiamo fotografarlo; anzi, uno dei nostri ospiti ci mostra altri reperti provenienti dalla tomba: ushabti, una maschera lignea e una testina in arenaria. Il materiale fotografico in nostro possesso e che qui presentiamo in esclusiva è forse l’unica e ultima testimonianza dell’architrave e dei reperti che, purtroppo, al momento in cui scriviamo, potrebbero essere già finiti sul mercato clandestino. Al rientro al Cairo abbiamo incontrato il Viceministro egiziano Amr Abbas (già Ambasciatore in Italia) che ci ha suggerito di informare lo SCA (Supreme Council for Antiquities). Cosí, tornati in Italia, abbiamo trasmesso la nostra documentazione al Consolato Egiziano in Italia con una relazione per lo SCA. Dal Console Generale d’Egitto, Ali El-Halawani, abbiamo ricevuto un ringraziamento formale e l’assicurazione che avrebbe seguito gli sviluppi di una situazione che danneggia l’Egitto e l’intero mondo della cultura. Speriamo non sia troppo tardi. Gli autori sono egittologi e membri della International Association of Egyptologists.

In basso: altri reperti trafugati dalla tomba: ushabti, una testina in pietra arenaria e una maschera lignea.

archeo 9


n otiz iari o SCoperte Egitto

abido e la dinastia sconosciuta

F

ra gli elementi che segnano la storia dell’Egitto nel Secondo Periodo Intermedio (1797-1543 a.C.) vi è la frammentazione del potere faraonico, che si traduce nell’avvento di piú di una dinastia di sovrani. Un arricchimento di questo quadro viene ora dalla scoperta compiuta ad Abido da una équipe del Museo di Antropologia e Archeologia della Penn University. Confermando l’ipotesi, già avanzata in passato, circa l’esistenza di una dinastia avente come sede la stessa Abido, gli archeologi statunitensi hanno scoperto la tomba di uno dei suoi membri, finora sconosciuto, il faraone Woseribre Senebkay, il quale, sulla scorta delle prime osservazioni, dovrebbe aver A destra: il cartiglio di Woseribre Senebkay dipinto all’interno della sua tomba, appena scoperta ad Abido.

10 a r c h e o

regnato in un momento compreso tra il 1650 e il 1600 a.C. Si tratta di un’acquisizione di grande importanza, che giunge a coronamento delle ricerche avviate nello scorso anno, all’indomani del ritrovamento di una colossale camera funeraria in forma di sarcofago (del peso di 60 t circa) nell’area meridionale del sito egiziano. Del manufatto,

realizzato con quarzite rossa trasportata da Gebel Ahmar (località nei pressi dell’odierna Cairo), era stata proposta una datazione al Medio Regno (2064-1797 a.C.), ma non era stato possibile identificarne il proprietario. Unica e inspiegabile certezza era quella che il sarcofago doveva essere stato rimosso dalla sua posizione originaria e riutilizzato per una sepoltura piú tarda, di cui però rimaneva ignoto il titolare. Alla ripresa delle indagini, le nebbie hanno cominciato a diradarsi: è stato infatti accertato che il sarcofago era stato realizzato per la tomba di un faraone di nome Sobekhotep (forse I, della XIII dinastia), che era stata poi sfruttata come «cava» da vari sovrani succedutisi nel corso del Secondo Periodo Intermedio: tra di essi vi era appunto Woseribre Senebkay, il


cui sepolcro è stato scoperto non lontano dal grande sarcofago in quarzite di Sobekhotep. La tomba di Senebkay, violata e depredata già in antico, si articola in quattro ambienti, uno dei quali, la camera funeraria, è decorato da pitture con immagini di varie divinità femminili (Nut, Nefti, Iside) e conserva testi in cui, si legge il nome del suo titolare, indicato come «Re dell’Alto e Basso Egitto, Woseribre, il figlio di Ra, Senebkay». Nonostante le razzie, è stato possibile recuperare una quantità considerevole di reperti, che sono attualmente in corso di studio, nonché lo scheletro del faraone: sulla base delle prime osservazioni, è stato possibile stabilire che il re era alto circa 1,75 e morí intorno ai 40 anni di età. Stefano Mammini

Nella pagina accanto, in alto: il grande sarcofago in quarzite di Sobekhotep, nei pressi del quale è stata scoperta la tomba del faraone, finora sconosciuto, Woseribre Senebkay, che regnò intorno al 1650-1600 a.C. Qui sotto: veduta d’insieme della tomba di Woseribre Senebkay.

SCoperte Turchia

vulcano o leopardo?

L

a ricerca condotta da un’équipe dell’Università della California sull’insediamento neolitico di Çatal Höyük (vedi «Archeo» n. 331, settembre 2012) sembra aver dato una risposta definitiva alla storica questione interpretativa di cosa fosse raffigurato nel suggestivo dipinto murale scoperto in uno degli edifici. In sintesi, due ipotesi si fronteggiavano: la prima, avanzata dallo scopritore del dipinto James Mellaart, sosteneva che la raffigurazione mostrasse un vulcano in eruzione, la seconda, invece, vi riconosceva la rappresentazione stilizzata di un grande leopardo con il manto a macchie scure. Il recente studio ha confrontato la cronologia dei livelli di scavo dell’insediamento neolitico (il VII, datato post 6600 a.C., contiene il murale) con i risultati delle analisi geocronologiche effettuate su campioni minerali di pomice andesitica prelevati dalla cima e dai fianchi del vulcano Hasan Dagi, situato circa 140 km a nord-est di Çatal Höyük. Per datare i campioni, è stata impiegata una tecnica basata sul decadimento dell’uranio e del torio, che ha fornito il riscontro di un’eruzione effettivamente coeva al periodo della frequentazione di Çatal Höyük. L’ipotesi, dunque, che il murale fosse stato realizzato dagli abitanti dopo aver assistito in lontananza al fenomeno eruttivo viene pertanto confortata ora anche da un dato scientifico. Paolo Leonini In alto: la pittura murale di Çatal Höyük che, secondo un team dell’Università della California, rappresenterebbe una violenta eruzione del vulcano Hasan Dagi. In basso: disegno ricostruttivo dell’insediamento.

Errata corrige con riferimento alla notizia Il vino piú antico del mondo (vedi «Archeo» n. 346, dicembre 2013) desideriamo precisare che la capacità stimata delle giare scoperte a Tel Kabri, pari a 2000 l, si riferisce, naturalmente, al loro insieme e non a quella di ogni singolo contenitore. Della svista ci scusiamo con i nostri lettori.

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n otiz iario

SCoperte Egitto

Una birra dell’altro mondo...

K

honsuemheb: è questo il nome di un apprezzato mastro birraio che, 3200 anni fa, produceva in Egitto un’ottima birra anche «per gli dèi e per i morti». La sua tomba è stata rinvenuta, poche settimane fa, nel settore ovest di Tebe, da una missione archeologica guidata da Jiro Kondo, della Waseda University di Tokyo, durante i lavori di pulitura nell’adiacente sepoltura di Userhat, dignitario del faraone Amenofi III. La scoperta è stata salutata dal ministro della cultura egiziano Mohamed Ibrahim come una delle piú importanti mai effettuate nella necropoli di Tebe. La tomba ha una forma a «T» e presenta magnifiche pitture su gran parte della superficie del corridoio minore. Una datazione su base stilistica riconduce al periodo ramesside (XIII-XI sec. a.C.). Le iscrizioni identificano Khonsuemheb come il capo del laboratorio nel tempio di Mut, nonché sovrintendente alla produzione della birra. Anche la sua famiglia è rappresentata: la moglie Mutemheb e la figlia Isetkha sono indicate come «cantanti di Mut», e il figlio è ritratto mentre onora la mummia del padre. Gli archeologi hanno potuto constatare l’ottimo stato di conservazione degli interni: le decorazioni hanno mantenuto colori vivissimi e rappresentano numerosi particolari della vita

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In alto: le statue del mastro birraio Khonsuemheb e dei suoi familiari scolpite all’interno della tomba recentemente scoperta a Tebe. Qui sopra: pittura in cui, sulla sinistra, la mummia di Khonsuemheb viene onorata dal figlio; sulla destra si snoda una processione funebre. In basso: Khonsuemheb e la sua famiglia omaggiano Ra-Harakhty e Osiride. quotidiana, nonché rituali religiosi. In una delle scene, il mastro birraio compare, con la moglie e la figlia, mentre presenta offerte agli dèi; in un’altra è raffigurata la processione funebre per la sua sepoltura.

Le autorità egiziane hanno messo in sicurezza il sito e le future ricerche dell’équipe del professor Kondo potranno senz’altro fornire importanti aggiornamenti. P. L.


SCoperte Israele

svizzera

Qumran a Lugano

...e Un vino scadente

I

l mistero del frammento di pithos con incisa la piú antica iscrizione in alfabeto ebraico a oggi ritrovata (vedi «Archeo» n. 342, agosto 2013; anche on line su archeo.it), ha recentemente avuto un interessante seguito, con l’ipotesi di decifrazione avanzata da Gershon Galil dell’Università di Haifa. Vi avevamo anticipato che le otto lettere sul recipiente, rinvenuto nel corso degli scavi condotti da Eilat Mazar nell’area dell’Ophel (presso il Monte del Tempio), stavano forse a indicarne il contenuto e lo studio lo ha confermato. Si tratterebbe, infatti, di una sorta di registrazione di stoccaggio: secondo Galil, la prima lettera sarebbe l’ultima parte di una iscrizione piú lunga, indicante una data, rimasta tronca nella frattura del vaso. L’insieme centrale delle lettere si riferirebbe effettivamente al contenuto della brocca, indicato come «vino di bassa qualità», e, infine, l’ultima lettera sarebbe il frammento di una terza sequenza, indicante il luogo di provenienza. Lo studioso ha datato l’iscrizione alla metà del X secolo a.C., un momento in cui si sarebbero rese necessarie ingenti quantità di vino di bassa qualità, come quello conservato in questo recipiente, destinate ai lavoratori dei cantieri di Gerusalemme. Come Gershon Galil ha scritto sulla rivista New Studies on Jerusalem, «questo vino non era servito alla mensa di re Salomone né utilizzato nel tempio, ma era invece, probabilmente, consumato dagli schiavi che lavoravano alla

In alto: foto e disegno del frammento di pithos con l’iscrizione riferibile alle forniture di vino per i lavoratori al servizio della corte di re Salomone. costruzione degli edifici e dalle guardie che li sorvegliavano. Cibo e bevande per questi lavoratori erano conservate soprattutto nell’area dell’Ophel». Il portato scientifico di questa scoperta risiede, secondo Galil, nella dimostrazione che la società governata da re Salomone aveva sviluppato un apparato amministrativo e burocratico ben strutturato e organizzato, in cui l’uso della scrittura aveva un ruolo fondamentale. Un sistema efficace, che poteva gestire anche la forza lavoro, inclusi gli approvvigionamenti alimentari a essa destinati. P. L.

Si svolge all’Istituto di Cultura e Archeologia delle Terre Bibliche della Facoltà di Teologia di Lugano, nei giorni 20 e 21 febbraio, il IV Convegno internazionale TerraSancta, dedicato alle Grotte di Qumran e alla regione del Mar Morto. Tema centrale, dunque, non sono le rovine del celebre insediamento di Khirbet Qumran, bensí le cavità stesse sparse nella falesia prospicente il Mar Morto, e non soltanto le undici grotte in cui furono rinvenuti i celebri manoscritti, ma tutte quelle della regione da cui sono emersi materiali di interesse archeologico. Le quattro sessioni del convegno sono dedicate, rispettivamente, alla topografia di Qumran, ai Manoscritti, agli altri rinvenimenti archeologici (ceramiche, terrecotte, tessuti ecc.) e alla storia dell’utilizzo delle grotte durante tutto l’evo antico. Per informazioni e iscrizioni: Facoltà di Teologia di Lugano; tel. 0041 58 6664555; e-mail: terrassancta@ teologialugano.ch

La falesia di Qumran (Israele) con, in primo piano, una delle grotte in cui furono trovati i celebri manoscritti del Mar Morto. a r c h e o 13


n otiz iario

SCAVI Campania

ultimissime da cuma

L’

Università degli Studi di Napoli «L’Orientale» ha intrapreso nel 2007 lo scavo in estensione del quartiere abitativo greco-romano di Cuma, compreso tra il Foro e le mura settentrionali. A dirigere le indagini è Matteo D’Acunto, docente di archeologia e storia dell’arte greca presso l’ateneo napoletano. Lo abbiamo incontrato, per avere da lui un quadro delle acquisizioni piú recenti e significative. Professore, quali sono le scoperte piú importanti compiute nelle ultime campagne di scavo? «Per la prima volta, nella storia delle ricerche archeologiche a Cuma, viene messo in luce un quartiere abitativo della città,

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rivelandone il sistema stradale e un ininterrotto palinsesto di tutta la sua storia, dalla fondazione della colonia greca (verso la metà dell’VIII secolo a.C.) all’abbandono della città (nel VI secolo d.C.). Il sistema stradale messo in luce ruota attorno a una plateia con orientamento nord-sud, che collega il Foro con le mura settentrionali della città, ed è scandito in isolati da una serie di stenopoi che si sviluppano in senso est-ovest: sia la plateia che gli stenopoi presentano anomalie nel loro andamento, la cui spiegazione deve essere in parte cercata nella necessità di adeguarsi alle curve di livello di questo settore del sito. Questo sistema viario, costituito da strade lastricate di basoli e, per alcuni stenopoi, da un piano in terra battuta, è ascrivibile al lungo periodo di vita della città di epoca romana. Ma alcuni saggi stratigrafici condotti in profondità hanno già consentito di dimostrare in alcuni punti la continuità nel corso del tempo del sistema viario, facendolo risalire all’impianto urbano della colonia greca. Il prosieguo delle ricerche si prospetta, dunque, molto promettente per la ricostruzione

In alto: Cuma. Veduta generale dello scavo. A sinistra, l’acropoli, e, sullo sfondo, le mura settentrionali. A sinistra: il piano refrattario di un focolare, realizzato con frammenti ceramici. Fine dell’VIII sec. a.C. In basso, a sinistra: resti di una bottega di età ellenistica, in cui si conserva l’angolo di un’abitazione alto-arcaica dotata del focolare illustrato nella foto soprastante. Qui sotto: l’interno di un’abitazione della prima metà del VII sec. a.C.


del sistema stradale non solo della città romana, ma anche della colonia greca alto-arcaica; e ciò potrà fornire un interessante termine di confronto con altri impianti coloniali greci, quali quelli di Megara Hyblaea, Naxos e Selinunte». Quali sono le aree interessate dalle campagne di ricerca e quali i dati emersi dai nuovi ritrovamenti? «Lo scavo in estensione si è concentrato su un isolato, caratterizzato da domus romane affacciate sull’asse stradale nordsud. I saggi in profondità effettuati all’interno di questi ambienti dimostrano che la presenza greca in questo quartiere risale a un momento compreso tra la fine del Medio Geometrico II e il Tardo Geometrico I, offrendo argomenti a favore della cronologia “alta” della fondazione di Cuma (intorno alla metà dell’VIII secolo a.C. o poco dopo) e chiarendo sempre di piú la complementarità tra Pithecusa e Cuma in questo primo orizzonte cronologico. Questi saggi hanno rivelato la presenza di abitazioni alto-arcaiche associate ad aree aperte. Di due

delle abitazioni alto-arcaiche sono state messe in luce sequenze di focolari, che riflettono le attività da cucina e da mensa, a cui sono associati i vasi adoperati per bere – kotylai (coppe) e skyphoi (tazze), assieme alle oinochoai (brocche) per versare il vino –, cuocere – olle –, e mangiare – lekanai (bacini) e piatti di tipo fenicio –, insieme ai reperti archeozoologici che documentano le pratiche alimentari. Significativo è anche il rinvenimento di un apprestamento e di scorie di bronzo e di ferro, legati a un’attività metallurgica ascrivibile al primo orizzonte della colonia greca, nell’area di scavo piú prossima al limite settentrionale della città: ciò offre in prospettiva – attraverso l’ampliamento delle ricerche e un chiarimento di questo contesto in estensione – un possibile termine di confronto per le coeve testimonianze metallurgiche di Pithecusa». Come pensa di proseguire in futuro i lavori di scavo in questo settore urbano e quali sono gli obiettivi per quanto concerne la prima fase della colonia greca? «L’auspicio è che l’ampliamento dei

saggi sui livelli alto-arcaici possa precisare in maniera piú chiara la periodizzazione e le dinamiche che caratterizzano il primo arrivo dei Greci in questo quartiere, la divisione degli spazi tra i coloni, a discapito dell’insediamento indigeno opico che occupava Cuma prima della fondazione della colonia». Siete riusciti a ricavare ulteriori nuovi dati relativi allo sviluppo della città greca e di quella romana? «Dopo la successiva fase abitativa del VI secolo a.C., in relazione alla quale è stata rinvenuta ceramica attica da simposio di notevole qualità, il quartiere è interessato da una ricostruzione monumentale delle abitazioni in opera quadrata di epoca classica. Da questo momento in poi è possibile leggere, in estensione e in diacronia, un vero e proprio palinsesto delle trasformazioni edilizie di un quartiere centrale della città. Comincia a delinearsi, attraverso segmenti, il sistema delle abitazioni di epoca altoellenistica, costituite da pochi ambienti affacciati su un piccolo atrio, a cui si accedeva dalle fauces, affiancate dalla bottega aperta sulla strada. Successivamente, in epoca tardo-repubblicana due grandi domus occupano l’isolato: esse sono caratterizzate dalla presenza di fauces (ingresso) con botteghe aperte sulla strada, atrio e peristilio, e da ambienti i cui pavimenti sono decorati a opus signinum con complessi motivi ornamentali (tra cui, in un’esedra affacciata sul peristilio, un labirinto). Queste domus sono ulteriormente monumentalizzate all’esterno grazie alla costruzione nel I secolo d.C. di una porticus aperta sulla strada nord-sud». È stato possibile ricavare dati sulla frequentazione delle due domus indagate? «Significative trasformazioni nella vita dei due edifici sono

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n otiz iario In alto: esedra sul peristilio di una domus, con pavimento in opus signinum. Epoca tardo-repubblicana. riconoscibili in epoca imperiale: in particolare, una delle due domus viene riorganizzata attorno a un grande cortile aperto con vasca a mosaico ed è sviluppata su almeno un piano superiore servito da scale (fine del I-inizi del II secolo d.C.), il che sembra riflettere l’adozione di modelli edilizi ormai distinti da quelli noti dalle domus dei centri vesuviani distrutti dall’eruzione del 79 d.C. Queste domus restituiscono i piani pavimentali (che riflettono in alcuni casi un significativo conservatorismo dei pavimenti in signino tardo-repubblicani), i partiti decorativi dipinti degli ambienti (soprattutto quelli del II-inizi del III secolo d.C.), nonché gli utensili e il vasellame domestico, offrendo uno spaccato della vita quotidiana di un quartiere centrale della città. In alcuni casi sono stati rinvenuti oggetti pregiati, in possesso delle élite residenti nel quartiere, quali due gemme-sigillo in corniola: una rappresentante Nerone con la corona radiata (64-68 d.C.), e l’altro la dea Cerere (fine del I-inizi del II secolo d.C.); quest’ultima gemma era forse originariamente in possesso di una sacerdotessa pubblica della dea, che ricopriva la carica religiosa femminile piú alta della città». E quali sono le ultime fasi di frequentazione del quartiere riportato alla luce? Questo quartiere abitativo entra in

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crisi nel III secolo d.C. In epoca tardo-antica alcuni vani sono rioccupati, ma non viene ri-abitato in maniera estensiva tutto il sistema degli ambienti dell’insula, riflesso della crisi in cui entra la città bassa di Cuma assai prima della guerra greco-gotica (535-553 d.C.): questo fenomeno di crisi della città in epoca tardo-antica è evidenziato anche da altri contesti cumani, quali il Foro e la necropoli settentrionale. Lo scavo di questo quartiere abitativo si prospetta particolarmente importante anche in funzione della fruizione delle aree archeologiche della città bassa di Cuma: la sua messa in luce costituisce uno snodo essenziale per unificare il percorso di visita del Foro con quello delle mura settentrionali e della necropoli di epoca romana. Grazie a questo scavo, i turisti, seguendo il percorso delle strade antiche del quartiere e visitandone le abitazioni, potranno in futuro recuperare la dimensione quotidiana della città, che completa il quadro delle testimonianze già messe in luce dei santuari dell’acropoli, dell’area pubblica del Foro, delle mura difensive e dei mausolei all’esterno del perimetro urbano».

Le indagini dell’Università degli Studi «L’Orientale» di Napoli a Cuma vengono condotte in regime di concessione dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo sotto l’egida della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Si svolgono ogni anno secondo la formula dello scavo-scuola, che prevede la partecipazione di studenti dell’«Orientale» e di altri atenei italiani e stranieri a tutte la fasi del lavoro sul campo. Giampiero Galasso

In alto: l’immagine di un polpo dipinta su un frammento di kylix attica a figure nere attribuita al cosiddetto Pittore C. 570-560 a.C. In basso: figura di efebo dipinta su una kylix attica a figure rosse attribuita al cosiddetto Pittore di Euergides. Fine del VI sec. a.C.


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scoperte Roma

l’ombra dell’obelisco

C

ome si presentava il Campo Marzio al tempo di Augusto? L’obelisco era veramente collocato in modo da allineare la sua ombra con l’ingresso dell’Ara Pacis nel giorno del compleanno dell’imperatore, secondo l’ipotesi dell’archeologo tedesco Edmund Buchner (1923-2011), che alla meridiana di Augusto aveva dedicato lunghi studi e ne aveva scoperto nel 1979 ampi resti? Sono questi alcuni degli interrogativi affrontati dal team guidato da Bernard Frischer e John Fillwalk (rispettivamente professore al dipartimento di Informatica dell’Università dell’Indiana e direttore dell’Institute for Digital Intermedia Arts della Ball State University), che hanno svolto le loro ricerche attraverso una

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ricostruzione digitale tridimensionale dell’area. Non è il primo modello digitale del sito romano. Un precedente era stato realizzato da John Pollini e da Nicholas Cipolla della University of Southern California. Quella ricostruzione sembrava confermare l’ipotesi di Buchner; tuttavia, un esame approfondito da parte di Frischer e Fillwalk, ha chiarito come la posizione del sole non fosse attendibile, perché basata su valori odierni e non storici. L’équipe dell’Università dell’Indiana ha invece utilizzato dati della NASA per risalire alla posizione del sole e della luna nel I secolo a.C., e si è avvalsa della consulenza dell’ingegnere e specialista di orologi solari Paolo Albèri Auber e dell’archeoastronomo Robert Hannah. Gli studiosi statunitensi hanno cosí potuto seguire la posizione dell’ombra gettata dall’obelisco sulla superficie

In alto e in basso: elaborazioni tridimensionali e planimetrie realizzate da Bernard Frischer e John Fillwalk nell’ambito del recente studio sull’orologio solare di Augusto. dell’Ara Pacis, escludendo l’allineamento con il suo ingresso nella data del 23 settembre. In quel giorno, infatti, l’ombra vi giunge prossima, ma non abbastanza da poter parlare di un allineamento, che, invece, si verifica in altre date dell’anno. La ricostruzione ha anche aiutato a formulare un’ipotesi piú precisa sull’altezza originale dell’obelisco dal terreno, che pare essere stata di 100 piedi romani (pari a poco meno di 30 m). Un simile numero (a differenza delle altre cifre ipotizzate, prossime ma meno rotonde), è supportata dal fatto che questo comporterebbe una notevole semplificazione nei calcoli astronomici che gli antichi avrebbero dovuto eseguire per tracciare al suolo le linee della meridiana del Campo Marzio. Paolo Leonini


parola d’archeologo Flavia Marimpietri

ecco i restauratori senza frontiere!

S

i chiama «Restauratori Senza Frontiere», opera per fini di utilità sociale nel campo della salvaguardia del patrimonio culturale, ed è appena nata. È un’associazione senza scopo di lucro che riunisce professionisti del restauro e della conservazione dei beni culturali, con l’intento di promuovere la tutela delle risorse storico-artistiche, in particolare nelle aree piú critiche del mondo. La prima riunione del comitato scientifico della neo-nata organizzazione non governativa si è svolta lo scorso 24 gennaio, come racconta il suo presidente, Paolo Pastorello, restauratore.

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Presidente, perché e come nasce l’associazione,? «Il nostro obiettivo è intervenire nei contesti in cui è in pericolo la salvaguardia del patrimonio culturale. Per questo ci rivolgiamo a governi e popoli che, per motivi politici, economici, oppure a causa di conflitti bellici e calamità naturali, rischiano di non riuscire a conservare la propria storia attraverso l’arte e la cultura. Per reagire alle situazioni di crisi è necessario dare spazio alla creatività e all’innovazione, preservando le conquiste e le esperienze del passato: in questo senso il restauro è uno strumento

fondamentale per garantire il passato ai posteri. Purtroppo, in Italia, in questo momento, stiamo andando nella direzione opposta». Non è dunque un caso che Restauratori Senza Frontiere nasca in un momento di crisi economica, anche per il nostro Paese? «Certo che no. La crisi è un elemento determinante per fare associazione. E Restauratori Senza Frontiere nasce in questo contesto storico perché se ne sono verificate le condizioni: lo spirito aggregativo diventa piú potente in un momento di crisi. La nostra idea è dare un contributo concreto alla diffusione della cultura del restauro italiano


È nata una associazione che si propone di intervenire ovunque venga messa in pericolo la salvaguardia del patrimonio culturale. È Aperta al contributo di chiunque abbia a cuore l’etica della tutela e intende riservare un particolare spazio ai giovani. ne abbiamo parlato con il suo presidente, paolo pastorello

che, per la sua tradizione decennale, per l’impostazione metodologica e filosofica, costituisce un riferimento a livello mondiale. Il nostro obiettivo è ridare valore al restauro per dare un contributo concreto alla salvaguardia dei monumenti e dei siti archeologici». Quali risultati sperate dunque di ottenere? «Il nostro intento è ricercare fonti di finanziamento, individuare i monumenti dimenticati o trascurati (anche all’interno dei percorsi turistici), garantirne la conservazione laddove non esistano fondi, progettare e

realizzare interventi di restauro e tutela del patrimonio artisticoculturale in Italia e all’estero, coinvolgere le comunità locali in progetti formativi e, infine, creare una banca dati dei professionisti disponibili per eventuali emergenze. Al momento le iscrizioni non sono ancora aperte, ma abbiamo già piú di mille preiscritti sulla nostra pagina Facebook». I Restauratori Senza Frontiere lavoreranno solo in forma volontaria? «Poiché la nostra associazione è una Onlus, ovvero un’organizzazione a scopi non

lucrativi, ma di utilità sociale, nei casi di emergenza, come catastrofi naturali, terremoti, conflitti bellici, operiamo sotto forma di assistenza e volontariato, lavorando a fianco alle grandi organizzazioni umanitarie, Croce Rossa e Protezione Civile; altrimenti lavoriamo in forma retribuita, anche attraverso i fondi reperiti, fornendo specialisti qualificati nell’ambito degli appalti delle opere pubbliche». In quali altre opere di utilità sociale si impegna l’associazione? «Un aspetto molto importante per noi è il coinvolgimento delle comunità locali e dei giovani

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interessati, sia nei nostri progetti che sui cantieri di scavo o di restauro». Tra le finalità di Restauratori Senza Frontiere c’è anche quella di mettere in evidenza le criticità del settore? «Noi vogliamo far notare ciò che non è coerente con la tradizione del restauro italiano. Attualmente, in Italia, stiamo vivendo una fase molto critica: un momento di deterioramento di quella tradizione positiva – seguita in tutto il mondo – che si è formata in Italia, a partire dagli anni Cinquanta, con la scuola di Brandi e dell’Istituto Centrale del Restauro (oggi Istituro Superiore per la Conservazione e il Restauro). Noi vogliamo richiamare i valori che hanno formato il concetto di restauro, di patrimonio culturale come bene inalienabile, con il relativo impianto legislativo. I traguardi italiani rischiano di essere dimenticati. Già oggi li stiamo perdendo, stiamo vivendo un momento deteriore». A suo avviso, quando è iniziata questa «regressione» dai traguardi raggiunti dall’Italia nel campo del restauro dei beni culturali?

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«Oltre dieci anni fa, in occasione del Giubileo, quando sono entrate nel mercato le imprese cosiddette “generaliste”. E ha avuto una progressione lineare fino a oggi. Nel 2000 le imprese di costruzione sono state sollecitate a entrare nel settore del restauro e, con la disponibilità di forti capitali, hanno iniziato a operare in campi che fino ad allora erano stati di appannaggio solo di specialisti altamente formati. Il mercato, cosí, è stato stravolto: oggi noi specialisti dobbiamo entrare negli appalti per le opere pubbliche a fianco delle imprese edili, e gli appalti stessi sono costruiti in modo tale da favorire le opere edili. Il restauratore dei beni culturali si trova a lavorare all’interno di piú ampi appalti edilizi, da milioni di euro, vinti da un’impresa che, magari, fino a ieri, realizzava il tetto e gli impianti di consolidamento di un edificio. Viviamo un momento critico della politica della tutela della cultura in Italia. Nel campo del restauro dei beni culturali, dobbiamo prendere atto di una regressione dai traguardi raggiunti».

Quali passi indietro sono stati fatti, secondo lei? «Dal punto di vista legislativo ci sono segni di regressione verso standard ormai superati. Un esempio recente: il 22 dicembre scorso il Consiglio di Stato, con un Decreto controfirmato dal Presidente della Repubblica, ha espresso parere positivo al ricorso di dieci grandi imprese generaliste, per cui sono stati di fatto abrogati alcuni commi del Regolamento sugli Appalti, consentendo a queste imprese di eseguire tutte le opere che vogliono, senza doversi attenere alle regole di collaborazione con le associazioni specialistiche, di restauro o di scavo archeologico. Potrebbe cosí accadere, per esempio, che una società come Impregilo vinca l’appalto per il Ponte sullo Stretto e, insieme, per il restauro di una eventuale chiesetta antica annessa alle strutture, dal momento che non è piú obbligata, per legge, a costituire un’associazione temporanea con un’impresa specialistica: è una follia, significa dare carta bianca alle lobby».


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mostre Roma

quando vincono i buoni...

R

innovando una tradizione già sperimentata con successo con le opere restituite da vari musei statunitensi nel 2007 e con la leonardesca Tavola Doria, rientrata in Italia nel 2012, il Quirinale ha aperto le sue porte per esporre poco piú di 100 reperti archeologici e opere d’arte recuperati dal Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri. Grazie a indagini capillari e tenaci, gli uomini guidati dal generale Mariano Mossa hanno ridato ai materiali esposti la loro identità naturale, cioè quella di beni appartenenti al patrimonio dello Stato, e, cosa ancor piú importante, hanno permesso di ricucire le lacerazioni del contesto storico di appartenenza che il loro trafugamento aveva causato. Va detto, scorrendo la lista delle provenienze «secondarie» dei reperti, che, nonostante In alto: elmo in bronzo. Fine del V sec. a.C. circa. A destra: kantharos apulo a figure rosse. Attribuito al Pittore dei Sakkoi Bianchi, 330-300 a.C. In basso: piatto apulo a figure rosse. Attribuibile alla bottega dei Pittori di Dario e dell’Oltretomba, 340-320 a.C.

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Dove e quando «La memoria ritrovata. Tesori recuperati dall’Arma dei Carabinieri» Roma, Palazzo del Quirinale fino al 16 marzo Orario ma-sa, 10,00-13,00 e 15,30-18,30; do, 8,30-12,00; lu chiuso Info www.quirinale.it; www.civita.it


A destra: monete medievali coniate in mistura, una lega con basso contenuto d’argento. XII sec. In basso, a sinistra: cratere apulo a volute con mascheroni. Attribuibile alla cerchia del Pittore di Copenhagen 4223, 350-340 a.C.

l’intensificarsi delle attività di repressione e di indagine, i meccanismi della razzia continuano a essere quelli di sempre e vedono in primo piano, tra i centri di smistamento, luoghi come il Porto franco di Ginevra. Una realtà che dimostra quanto la pur efficace attività di contrasto non riesca a tenere il passo delle organizzazioni dedite al commercio clandestino, che, del resto, possono contare su appoggi

sempre piú vasti, se si considera, come ha dichiarato il generale Mossa, che i proventi di questa attività illecita hanno raggiunto un giro d’affari vorticoso, secondo solo a quelli di droga e armi. Tornando alla mostra, allestita nell’ala occidentale del Palazzo del Quirinale, nelle Sale degli Scrigni, di Ercole e degli Ambasciatori, uno dei principali motivi d’interesse è dato dall’esposizione delle urne funerarie provenienti dall’Ipogeo dei Cacni (vedi «Archeo» n. 342, agosto 2013; anche on line su archeo.it), la tomba gentilizia scavata clandestinamente a Perugia, alla cui individuazione si è giunti proprio grazie al

recupero dei materiali che ne erano stati trafugati e che si avviavano a essere illegalmente smerciati. Le urne, realizzate perlopiú in travertino e in molti casi decorate a rilievo con scene di soggetto mitologico, attestano l’utilizzo del sepolcro per un lungo arco di tempo, compreso tra il III e il I secolo a.C., e permettono dunque si seguire la storia di piú generazioni dei Cacni, che furono una delle famiglie etrusche piú in vista dell’antica Perugia. E, tra gli altri, possiamo ancora ricordare i numerosi vasi figurati, sia d’importazione greca che di produzione italica, nonché una testa di leone di produzione vulcente, scolpita in nenfro. Stefano Mammini

A destra: urna in travertino con la rappresentazione del mito di Enomao. III-II sec. a.C. Lo splendido cinerario è stato recuperato nell’Ipogeo dei Cacni, sepolcro gentilizio monumentale scoperto a Perugia da scavatori clandestini.

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calendario

Italia roma La riscoperta dell’antico

Urna cineraria con Centauromachia, dall’Ipogeo dei Cacni. II sec. a.C.

Gli acquerelli di Edward Dodwell e Simone Pomardi Foro Romano, Curia Iulia fino al 23.02.14

La Sardegna dei 10.000 Nuraghi

La favola dell’anima Villa Reale fino al 04.05.14

La memoria ritrovata Tesori recuperati dall’Arma dei Carabinieri Palazzo del Quirinale fino al 16.03.14

Palermo Viaggio in Sicilia

Il taccuino di Spencer Joshua Alwyne Compton Palazzo Branciforte fino al 23.02.14

La Cina Arcaica (3500 a.C.-221 a.C.) Palazzo Venezia fino al 20.03.14

Il Mausoleo di Adriano Castel Sant’Angelo fino al 27.04.04

Evan Gorga. Il collezionista Museo Nazionale Romano, Palazzo Altemps fino al 04.05.14 (prorogata)

Mostri

Creature fantastiche della paura e del mito Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo fino all’01.06.14

La biblioteca infinita

I luoghi del sapere nel mondo antico Colosseo fino al 05.10.14 (dal 22.02.14)

Museo Archeologico Nazionale fino al 31.07.14

Imperatori, filosofi e dèi alle origini del cristianesimo Civico Museo Archeologico fino al 20.06.14 26 a r c h e o

Capolavori strappati da Pompei a Giotto, da Correggio a Tiepolo Risalgono ai tempi di Vitruvio e di Plinio le prime operazioni di distacco, secondo una tecnica che prevedeva la rimozione delle opere con l’intonaco e il muro che le ospitava. Il cosiddetto «massello», che favorí il trasporto a Roma di dipinti provenienti dalle terre conquistate altrimenti inamovibili, dopo secoli di oblio trovò nuova fortuna a partire dal Rinascimento. Un modus operandi difficile e dispendioso che, a partire dal secondo quarto del Secolo dei Lumi, fu affiancato, e gradualmente sostituito, dalla piú innovativa e pratica tecnica dello strappo. Una vera rivoluzione nel campo del restauro, della conservazione, ma anche del collezionismo del patrimonio murale italiano. Cosí mentre nelle appena riscoperte Ercolano e Pompei si trasportavano su nuovo supporto e quindi al Museo di Portici le piú belle pitture murali dell’antichità, nel resto d’Italia si diffondeva la rivoluzione dello strappo. Nulla sarebbe stato piú come prima.

Dove e quando

firenze Cortona, l’alba dei principi

milano Da Gerusalemme a Milano

Una delle videoproiezioni realizzate a partire dai vasi figurati esposti a Montesarchio.

ravenna L’incanto dell’affresco

Apoteosi. Da uomini a Dei

Nuove scoperte nella città romana MUSA, Museo Storico-Archeologico dell’Università del Salento fino al 07.03.14

Il racconto dei vasi di Caudium Museo Archeologico del Sannio Caudino fino al 30.09.14 (prorogata)

Monza Amore e Psiche

Simboli e miti dal Passato Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia fino al 16.03.14

Lecce Iside a Lecce

montesarchio Rosso Immaginario

In alto: cinerario in bronzo, da Cortona. Fine del VII sec. a.C. A destra: quadretto ad affresco, da Pompei.

Museo d’Arte della città di Ravenna fino al 15 aprile 2014 Orario fino al 31 marzo: ma-ve,9,00-18,00, sa-do, 9,00-19,00; lu chiuso dal 1° aprile: ma-gio, 9,00-18,00; ve, 9,00-21,00; sa-do, 9,00-19,00; lu chiuso Info tel. 0544 482477 o 482356; e-mail: info@museocitta.ra.it; www.mar.ra.it


Sarà gradito l’invio di informazioni da parte dei direttori di scavi, musei e altre iniziative, ai fini della completezza di questo notiziario.

Gran Bretagna trento La città e l’archeologia del sacro

Londra Oltre l’Eldorado

Il potere e l’oro nell’antica Colombia The British Museum fino al 23.03.14

Il recupero dell’area di S. Maria Maggiore Museo Diocesano Tridentino fino al 23.02.14

A sinistra: tre pezzi degli scacchi Lewis, dall’omonima isola scozzese. Manifattura normanna, fine del XII sec.

Treviso Magie dell’India

Dal tempio alla corte, capolavori dell’arte indiana Casa dei Carraresi fino al 31.05.14

vulci I Predatori dell’Arte a Vulci

e il Patrimonio ritrovato Museo Archeologico Nazionale fino al 31.05.14 (prorogata)

Francia lens Gli Etruschi e il Mediterraneo La città di Cerveteri Musée du Louvre-Lens fino al 10.03.14

Lione Antinopoli, alla vita, alla moda Visioni di eleganza nelle solitudini Musée des Tissus-Musée des Arts Décoratifs fino al 28.02.14

saint-romain-en-gal - vienne Gli Irochesi del San Lorenzo, popolo del mais Musée romain fino al 15.04.14

A sinistra: antefissa etrusca in terracotta policroma con Menade e Sileno.

I Vichinghi

Vita e leggenda The British Museum fino al 22.06.14 (dal 06.03.14)

Paesi Bassi leida Petra

Meraviglia del deserto Rijksmuseum van Oudheden fino al 23.03.14

Spagna Madrid La Villa dei Papiri Casa del Lector fino al 23.04.14

Svizzera hauterive Fiori dei faraoni

Germania

Resti botanici e simboli della vita eterna nell’antico Egitto Laténium, Parco e museo d’archeologia di Neuchâtel fino al 02.03.14

karlsruhe L’impero degli dèi

USA

Iside-Mitra-Cristo. Culti e religioni nell’impero romano Badisches Landesmuseum fino al 18.05.14

Monaco Pompei. Vivere sul vulcano Kunsthalle der Hypo-Kulturstiftung fino al 23.03.14

Qui sopra: busto in bronzo di Zeus/Serapide, dal tempio dei Leoni alati di Petra. II-III sec. d.C.

New York Silla: il regno d’oro di Corea The Metropolitan Museum of Art fino al 24.02.14

L’ago di Cleopatra

The Metropolitan Museum of Art fino all’08.06.14 a r c h e o 27


l’archeologia nella stampa internazionale Andreas M. Steiner

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n un comunicato diffuso dalle agenzie di stampa lo scorso 7 gennaio, la polizia egiziana afferma di aver recuperato oltre 1500 reperti – perlopiú sculture e frammenti architettonici – scavati clandestinamente e pronti per essere immessi nel mercato antiquario clandestino (vedi, a questo proposito, la notizia in apertura di questo numero). La razzia, spiega il comunicato, è avvenuta nella provincia di Giza, per opera di una banda armata e ben organizzata. La notizia, solo in apparenza tranquillizzante, è l’indice della minaccia alla quale è sottoposto il patrimonio archeologico dell’Egitto, ormai da piú di due anni, da quando il Paese è sprofondato nel caos

Dall’alto: l’archeologa egiziana Monica Hanna sul sito della necropoli di Abu Sir al-Malaq (Beni Suef), devastata da scavi clandestini; frammenti di un sarcofago ligneo dipinto trafugato; il reportage apparso su Current World Archaeology.

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politico seguito alla cosiddetta «primavera araba». Come ha riferito Nicole Alexanian, archeologa dell’Istituto Archeologico Germanico al Cairo, i siti archeologici del Paese sono da tempo abbandonati a se stessi, con personale di sorveglianza inadeguato e alla mercé non soltanto delle organizzazioni criminali, ma anche delle stesse popolazioni locali che, esasperate dalla povertà, si avventano nottetempo sulle aree di scavo. Il punto sullo stato di degrado e


devastazione in cui versa l’archeologia egiziana viene offerto da un reportage pubblicato da Current World Archaeology, firmato dall’archeologa egiziana Monica Hanna, promotrice della Egypt’s Heritage Task Force (www.facebook.com/ EgyptsHeritageTaskForce). Per l’impegno a favore del patrimonio archeologico del suo Paese, la giovane studiosa è stata insignita del 2014 SAFE Bacon Award per la protezione del patrimonio in aree di conflitto bellico.

la guerra di monica «Tra le principali vittime dei disordini politici che hanno investito l’Egitto – scrive Monica Hanna – vi è forse proprio il ricchissimo patrimonio culturale del Paese. Il crimine organizzato ha colto l’opportunità offerta dal vuoto di sicurezza seguito ai moti rivoluzionari iniziati il 25 gennaio del 2011, mentre una crisi economica in continuo aumento fa sí che gli stessi abitanti dei villaggi saccheggino i vicini siti archeologici». Recenti immagini satellitari mostrano l’area archeologica della necropoli di Menfi simile «a un formaggio svizzero». Ma non sono soltanto gli scavi clandestini a insidiare il patrimonio monumentale egiziano: in questi mesi, infatti, una vera e propria ondata di nuove lottizzazioni sta

investendo tutto il territorio nazionale. «Il sistema preposto alla tutela e conservazione di siti e monumenti è al collasso – scrive Hanna – e il risultato è un cambiamento drastico del paesaggio archeologico del Paese». Tra le principali distruzioni riportate nell’elenco stilato dall’archeologa egiziana figurano 60 dei 126 siti archeologici registrati nell’area di Sharqiya, caduti sotto le ruspe dei costruttori, il saccheggio sistematico dei siti copti di Kilia e Nitria a Monufiya, della già menzionata necropoli di Menfi, Abusir, Saqqara e Dashur (qui la «Piramide nera» di Amenemhat III è stata completamente saccheggiata), il tempio di Ptah a Mit Rahina. Gli archeologi dell’UCLA (Università della California a Los Angeles) sono stati costretti da criminali locali ad abbandonare lo scavo di el-Hiba, presso Beni Suef, e la necropoli di Abu Sir al-Malaq è stata depredata. Nel Fayyum sono stati saccheggiati i siti di Medinet Madi e Arsinoe; parte del cosiddetto labirinto di Amenemhat III a el-Lahun è stato trasformato in campo agricolo. Costruzioni e campi agricoli stanno invadendo le antichità di Amarna, a Sohag progetti edili stanno minacciando i siti di Abido e Akhmim. Anche il sito di Gebelein (presso Esna) è stato saccheggiato e nuove costruzioni ricoprono le celebri tombe del Primo

Periodo Intermedio. Ad Assuan, il personale del Ministero delle Antichità non è ancora riuscito a riottenere il controllo delle tombe nella necropoli occidentale, depredata e occupata dalla popolazione locale… Un quadro di tetra desolazione, non resta che dire, a cui Monica Hanna oppone la fioca luce di alcune iniziative locali, nate spontaneamente proprio per contrastare il degrado imperante e spianare la via per un futuro migliore: sono i gruppi di giovani volontari e professionisti riunitisi intorno alle sigle quali Save_ Dashur, Save_Alexandria, Save_ Portsaid, Save_Mansoura nonché del Mallawi Cultural Center. A loro, oggi, sono affidate le sorti del patrimonio monumentale e paesaggistico dell’Egitto. Difficile credere – anche alla luce delle ricorrenti minacce, da parte degli integralisti islamici, di distruggere le statue delle antiche divinità egizie – che nel corso dell’anno nuovo non si verifichino ulteriori, irrimediabili, distruzioni; a danno del patrimonio culturale del Paese del Nilo e, di conseguenza, di tutta l’umanità. Un cimitero moderno in costruzione sul terreno dell’antica necropoli di Dashur, saccheggiata dai clandestini. Sullo sfondo, la Piramide Nera di Amenemhat III.

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pyrgi le storie all’ombra del castello

di Flavio Enei

Un’iscrizione dedicata ad Aplu, il tratto sommerso delle mura romane, imponenti resti di una chiesa paleocristiana e un’enigmatica sepoltura medievale: sono i successi di dieci anni di indagini condotte nel celebre sito etrusco sulla costa laziale 32 a r c h e o


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conclusione di ricerche condotte a piú riprese, a partire dal 2003, grazie al contributo di tanti amici e colleghi, vogliamo presentare ai lettori di «Archeo» i risultati di quella che, allo stato attuale, è una delle piú avvincenti avventure archeologiche che negli ultimi tempi abbiano interessato il noto sito di Pyrgi – uno dei porti dell’etrusca Cerveteri – e del Castello di Santa Severa (50 km circa a nord di Roma, nel territorio dell’odierno Comune di Santa Marinella). Dopo i grandi scavi del santuario etrusco, avviati da Massimo Pallottino e condotti da Giovanni Colonna, con l’enorme messe di dati recuperata alla conoscenza dal lungo e proficuo lavoro di generazioni di studiosi, si è ora riusciti a gettare luce anche sulle stratigrafie di epoca romana e medievale, sepolte sotto il castello e il suo borgo. Per la prima volta è stato possibile esplorare con metodo rigorosamente stratigrafico alcuni piccoli ma significativi settori dell’enorme deposito archeologico situato all’interno del castrum romano, edificato sulla città etrusca nel III secolo a.C., sul quale si è sviluppato, in seguito, l’insediamento medievale di Santa Severa.

Il Castello e il borgo di Santa Severa in una foto aerea. Sorto sul luogo dell’antica città etrusca e poi romana di Pyrgi, il sito è uno dei principali complessi monumentali e museali di interesse storico e archeologico sul litorale tirrenico a nord di Roma. Gli scavi condotti tra il 2003 e il 2013, dei quali si dà conto in queste pagine, hanno offerto novità di eccezionale importanza sulla sua storia.

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Tra il 2003 e il 2013, è stato possibile documentare, tramite scavi di recupero, interessanti sequenze stratigrafiche all’interno dell’area urbana pyrgense, delimitata dalla possente cinta poligonale costruita dai Romani nella prima metà del III secolo a.C. occupando parte del preesistente abitato etrusco. I nuovi dati, emersi dalle indagini terrestri e da prospezioni subacquee, risultano di grande valore in considerazione della penuria di notizie fino a oggi disponibili circa l’assetto topografico e urbanistico dell’insediamento, nonché in relazione al divenire storico della

la prima fondazione Oltre al rinvenimento di materiali databili tra la fine dell’età del Bronzo e il primo Ferro nell’area della sorgente perenne sita alle spalle del santuario etrusco di Pyrgi, lo scavo nella «piazza della Torretta» ha restituito alcuni frammenti in impasto, tra cui quello di una tazza carenata con decorazione a costolature databile tra la seconda metà dell’VIII secolo e gli inizi del VII secolo a.C. (vedi foto e disegno in basso). I materiali potrebbero attestare una fondazione del sito di Pyrgi piú antica di almeno un secolo rispetto a quanto finora ipotizzato. L’insediamento originario potrebbe essere sorto nell’età del Ferro proprio sulla zona piú elevata dominante il punto di approdo, nell’area oggi occupata dal Castello di Santa Severa.

A destra: un’altra veduta del Castello di Santa Severa. Sulla sinistra è la sede del Museo Civico, vicino alla quale è stato rinvenuto il frammento di tazza dell’età del Ferro (in alto).

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città nel passaggio dalla fase etrusca a quella romana e dal tardo-antico al Medioevo. In alcuni punti è stato possibile esplorare depositi significativi, stratificati fino alla profondità di 3 m circa al di sotto dell’attuale piano di calpestio.

una frequentazione plurisecolare Le indagini hanno permesso di scoprire una straordinaria continuità di frequentazione del sito, ininterrotta a partire forse già dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C., iniziando finalmente a gettare luce anche sul-

le fasi tardo-antiche e altomedievali, fino a oggi di fatto sconosciute. In particolare è stato possibile giungere alla sensazionale scoperta della chiesa paleocristiana di S. Severa che, insieme al suo battistero, costituisce una delle piú antiche presenze cristiane sul litorale nord di Roma e nell’intera Etruria marittima. Il culto di Santa Severa, a suo tempo ritenuto «indegno di fede» dalla stessa Chiesa, ritrova ora, grazie all’archeologia, le sue origini storiche che risalgono almeno al V secolo. Per quanto riguarda la fase etrusca, le indagini hanno portato alla sco-


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perta di interessanti resti dell’abitato e tracce di un probabile tempio, sito all’interno dell’area del castrum cinto dalle mura poligonali, che oggi, per circa un quarto della sua superficie, è occupato dal complesso monumentale del Castello di Santa Severa. In tre distinte zone è stato possibile scendere fino ai livelli precedenti la città romana, nella «piazza della Torretta», lungo il «viale del Castello» e nel «Grande Giardino», aree nelle quali lo scavo ha permesso di esplorare alcuni limitati ma

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Populonia Vetulonia

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In alto: cartina del territorio etrusco con la localizzazione di Pyrgi.

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A sinistra: evidenziate dai colori, le aree interessate dai recenti scavi nel Castello di Santa Severa: 1. piazza della Torretta; 2. viale del Castello; 3. Grande Giardino; 4. piazza delle Due Chiese; 5. piazza della Rocca; 6. Casa del Nostromo; 7. La Buca; 8. Casa della Legnaia; 9. il viale di accesso alla spiaggia. In basso: terrecotte architettoniche, lastre figurate e frammenti ceramici di epoca tardo-arcaica ed ellenistica rinvenuti nei pressi del Grande Giardino, probabilmente riferibili a un edificio templare attivo tra la fine del VI e il IV-III sec. a.C.

significativi lembi di stratigrafia, riferibili all’abbandono e alla demolizione di case di epoca tardo etrusca. Di notevole interesse, per le origini dell’insediamento, è la presenza di un frammento residuo di una tazza in impasto bruno lucido decorato con leggere costolature sulla carena, inquadrabile tra la seconda metà dell’VIII secolo e gli inizi del VII secolo a.C. (vedi box alla pagina precedente). Nella piazza della Torretta, proprio dinanzi alla sede del Museo del Mare, gli scavi hanno portato in luce un tratto di muro in pietre e tufi che delimita una struttura monumentale formata da una pavimentazione a grandi lastre di tufo grigio bordate da un gradino, forse da riferire a una piazza di epoca tardo etrusca o comunque a una pavimentazione di un edificio importante. Sulle evidenti tracce dell’avvenuta spoliazione delle lastre giaceva uno strato d’incendio, spesso 25 cm circa, che conteneva materiali ceramici databili nella prima metà del III secolo a.C.

la conquista romana È molto probabile che si tratti di strutture monumentali etrusche inquadrabili nella fase subito precedente o contemporanea alla romanizzazione dell’area e alla costruzione del castrum. Resta da dimostrare se le tracce del grande incendio e la successiva spoliazione delle lastre possano essere collegate a un evento bellico, come, per esempio, alla possibile conquista violenta della città da parte dei Romani e alle successive conseguenze. Altre interessanti stratigrafie sono state indagate lungo il viale del Castello e nel Grande Giardino dove è tornata in luce una chiara sovrapposizione di strutture di epoca tardo-etrusca, romana primo imperiale, tardo-antica e medievale. I resti di epoca etrusca appaiono riferibili ad almeno quattro ambienti rettangolari, pertinenti a una o piú case con murature in pietra, orientati NO-SE. I muri di base, sui quali dovevano essere impostate pareti in a r c h e o 35


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mattoni crudi, si presentano conservati anche fino a 70 cm circa di altezza, costruiti con pietre di calcare, ciottoli fluitati, blocchetti di tufo e frammenti di tegole e coppi. Di grande interesse sono anche gli strati di disfacimento e di crollo, contenenti materiali ceramici databili nel III secolo a.C. Tra i materiali spicca la presenza di numerosi frammenti di terrecotte architettoniche di epoca tardo arcaica ed ellenistica forse reimpiegati nelle murature come materiali da costruzione. Si tratta di lastre di rivestimento con decorazione floreale, tegole di gronda e lastre dipinte che attestano nell’area la presenza di almeno un edificio templare monumentale vissuto tra la fine del VI e il IV-III secolo a.C. Confermano la presenza di un luogo di culto i frammenti di ceramica greca a figure nere e rosse e di altre ceramiche segnate con sigle e lettere graffite in etrusco e in greco, nonché il bordo di un grande louterion con decorazione a rilievo (vedi box in questa pagina). In particolare, il ritrovamento di una piccola coppa con iscrizione di dedica al dio Aplu consente di ipotizzare che il tempio fosse dedicato al dio Apollo, già presente in altra forma a Pyrgi, nell’area sacra sud, con il teonimo Suri (vedi box alla pagina accanto).

in posizione ideale Nel complesso, i risultati degli scavi, in relazione alla topografia e all’urbanistica dell’abitato etrusco, consentono di intravedere un probabile orientamento regolare del tessuto urbano, con edifici disposti all’incirca NO-SE, con un andamento che si rivela leggermente obliquo rispetto alla cinta poligonale del successivo castrum romano. L’abitato di Pyrgi, nel V-IV secolo a.C., sembra articolarsi intorno a un nucleo prominente, sopraelevato sul mare di almeno 4 m, basato su un rilievo naturale che permetteva senza dubbio il migliore controllo di un ampio tratto di costa, ma, soprattutto, il presidio dei sottostanti impianti portuali e dell’annesso santuario emporico. 36 a r c h e o

È probabile che in questa parte dell’area urbana, leggermente piú elevata rispetto ai dintorni, e ora compresa nel Castello di Santa Severa, si trovasse la parte piú antica dell’insediamento, risalente alla fine dell’VIII inizi del VII secolo a.C., con importanti edifici pubblici e di culto come testimoniano i diversi frammenti di terrecotte architettoniche e i reperti rinvenuti nel corso degli scavi.

la colonia marittima E forse proprio in relazione a queste preesistenti caratteristiche dell’abitato, sorto sulla sommità di un promontorio naturale, tale area, per ragioni di evidente interesse strategico e militare, venne scelta dai Romani per l’insediamento della colonia marittima. Un intero settore della città piú antica dovette di

fatto essere incluso all’interno dell’imponente circuito murario in opera poligonale. Gli scavi ancora non consentono di comprendere fino in fondo e con chiarezza quale fu il destino degli edifici etruschi che finirono compresi nel castrum. È molto probabile che la costruzione della cinta muraria in poligonale abbia comportato la sistematica demolizione di interi isolati di case direttamente attraversati dal muro e posti nelle fasce di rispetto subito adiacenti; viceversa, non è inverosimile che il resto del tessuto abitativo sia stato almeno in parte conservato e di fatto sia rimasto in vita per tutta l’epoca romana, seppure attraverso continui rifacimenti e trasformazioni. La cinta muraria del castrum potrebbe aver semplicemente fortificato la zona piú elevata dell’abitato

farsa o immagine religiosa?

Dall’area del Grande Giardino proviene questo frammento dell’orlo di un grande bacino lustrale (louterion) decorato con scena d’ispirazione mitologica, di probabile produzione siceliota, forse gelese. Due satiri assistono alla scena che si svolge dinanzi a loro appoggiati a bastoni nodosi. In posizione centrale è posta una figura, forse con un bimbo in braccio, seduta su un’ara quadrangolare contraddistinta dall’iscrizione Leukon a caratteri greci capitali. Dinanzi a lei un altro satiro si avvicina porgendo due grandi fiaccole. Tra le possibili proposte di lettura si è pensato che il personaggio centrale seduto sull’ara possa essere l’eroe tebano Leucone, figlio del re della Beozia Atamante e della moglie Nefele. In questo caso potrebbe trattarsi della rappresentazione di una scena di farsa fliacica con personaggi in maschera: un genere comico-drammatico di teatro tipicamente magno-greco di epoca ellenistica (IV-III secolo a.C.). Viceversa, in relazione al famoso culto pyrgense di Leukothea, si può pensare anche a un’ipotetica raffigurazione della dea in una scena che la ritrarrebbe come Ino-Leukothea nutrice del piccolo Dioniso.


In questa pagina: foto e disegno del frammento di coppa con l’iscrizione APL(us), l’Apollo etrusco. Fine del IV-inizi del III sec. a.C. Nella pagina accanto: il frammento di bacino lustrale (louterion) decorato con scena mitologica e caratterizzato dalla scritta Leukon.

tre lettere per una «prova regina» Sul fondo esterno di questo frammento di una piccola coppa a vernice nera con piede a disco resta parte dell’iscrizione etrusca APL[us] riferibile in modo diretto al dio Aplu, l’Apollo etrusco che certamente ebbe un suo importante luogo di culto pyrgense ricordato da Eliano (Ael., Var Hist I, 20), saccheggiato in occasione del famoso attacco di Dionigi di Siracusa nel 384 a.C. Per Pyrgi si tratta della prima attestazione archeologica diretta del nome del dio nella forma Aplu. Il ritrovamento potrebbe costituire una traccia dell’esistenza all’interno dell’abitato pyrgense di un tempio dedicato ad Apollo identificato con il teonimo Aplu: un culto praticato nell’area urbana, in seguito occupata dal castrum romano, certamente diverso e recenziore rispetto a quello di Sur/ Suri, venerato nell’area sacra sud del santuario.

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Tombe II-IV sec. d.C.

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A destra: lo scavo di un pozzo di età giulio-claudia, che sfrutta il corpo di un’anfora come vaschetta di raccolta. Qui sotto: planimetria del Castello di Santa Severa su cui è sovrapposta la pianta del castrum romano di Pyrgi. In verde è il perimetro murario, ancora in parte visibile; in rosso, il tratto oggi sommerso dal mare. In basso: strutture emerse durante le indagini nella piazza della Torretta: sotto il piazzale basolato, delimitato da murature in opus reticolatum, si apriva un probabile spazio pubblico.

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etrusco dominante il porto, conservando al suo interno parte del tessuto urbano e del patrimonio edilizio preesistente. La romanizzazione della fascia costiera del territorio cerite, avviata nei primi decenni del III secolo a.C., comportò la deduzione di varie colonie marittime, delle quali Pyrgi fu certo una delle piú importanti, creata forse intorno al 264 a.C. Il presidio fu posto in funzione antipunica a controllo del litorale, del porto e degli interessi commerciali su questo gravitanti. La città fortificata, a pianta rettangolare con un lato in parte obliquo, venne edificata su un settore dell’insediamento etrusco, provvista di possenti mura in opera poligonale con porte di accesso, aperte circa a metà di ciascun lato. Rimangono notevoli tratti delle mura di fortificazione pertinenti ai lati rivolti a terra; il quarto lato, dominante sul porto, è stato scoperto solo nel 1988 ed è visibile, in parte, nella cantina della «Casa della Legnaia» dove sono recentemente emersi altri resti, al di sotto delle murature medievali.

seguendo la costa Le ultime ricerche inerenti il lato marino hanno definitivamente dimostrato che il percorso delle mura in questo settore venne adattato all’antica conformazione della costa ma soprattutto, costruito in funzione del presidio delle strutture del porto. Dopo un primo tratto retti38 a r c h e o

lineo, il muro piega verso sud est in direzione di una darsena protetta da un lungo antemurale, oggi sommersa nello specchio di mare compreso tra il bastione del castello e il santuario etrusco. In relazione alla fase romana, gli scavi condotti all’interno della cinta muraria in opera poligonale e in quella subito esterna, affacciata direttamente sul porto canale, consentono di fissare alcuni primi interessanti dati relativi all’archeologia e alla topografia antica della città. La scoperta di maggiore rilievo è costituita dal grande piazzale basolato emerso nella piazza della Torretta, dinanzi al Museo del Mare in una posizione distante poche decine di metri dall’ideale centro geometrico della città. La piazza, bordata da murature in opera reticolata, larga 9,50 m circa, si apre con una porta verso nord-est, oltre la quale la presenza di due pilastri in laterizi, tra loro allineati, lascia supporre l’esistenza di un probabile portico avente il medesimo orientamento. Intorno alla piazza sembrano sussistere spazi aperti pavimentati in terra battuta, come quello emerso sul lato meridionale oltre il muro in reticolato, dove è situato un pozzo per l’acqua con la rispettiva vaschetta di raccolta. Si tratta di strutture che i materiali rinvenuti datano tra l’epoca augustea e la prima metà del I secolo d.C., forse in epoca giulio-claudia. È probabile che si tratti di uno spazio pubblico di


In questa pagina: nella Casa del Nostromo, situata nell’area sovrastante il porto canale, all’esterno delle mura, sono stati rinvenuti resti riferibili a una ricca villa marittima, forse quella dei Domitii: un frammento di affresco con figura femminile offerente (qui sopra), una pavimentazione in mosaico geometrico (in alto, a destra) e una porta con stipiti in travertino del II sec. d.C. (a destra).

passaggio, una piazza pedonale non carrabile, di certo prossima e collegata a edifici di una certa importanza, vista la sua posizione centrale nell’ambito del tessuto urbano pyrgense. Qualora si estendesse molto in lunghezza al di sotto delle ex «Casa del Commendatore» e del «Caminetto», potrebbe anche trattarsi di un piazzale in qualche modo collegato a un possibile foro della città. Poco distante gli scavi indiziano la presenza di strutture pertinenti a a r c h e o 39


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probabili domus, di epoca augustea o giulio-claudia, vissute attraverso varie ristrutturazioni e rifacimenti fino in epoca tardoantica, in un lungo periodo compreso tra gli ultimi decenni del I secolo a.C. e il IV secolo d.C. Purtroppo, resta ancora da definire la destinazione di una grande esedra monumentale scoperta nei pressi del Grande Giardino e ancora da indagare, per la quale può essere ipotizzato un diametro di 15 m circa, costruita in cementizio con paramenti in scapoli di pietra e frammenti di laterizi, di probabile epoca tardoantica (IV-V secolo d.C.?).

continuità di vita Dopo questo termine, segnalato dalle murature tardo antiche, la stratigrafia ha permesso, comunque, di riconoscere una continuità nell’insediamento grazie ai materiali ceramici e a interessanti resti di strutture precarie, realizzate per intero con materiale edilizio di riuso, inquadrabili nell’ambito del VI–VII secolo d.C., direttamente appoggiate alle murature precedenti. È fin troppo evidente che in alcuni settori della città romana l’insediamento sia proseguito, senza alcuna soluzione di continuità, fino in epoca altomedievale, ben oltre la fine del mondo antico. Anche nell’area soprastante il porto canale, subito all’esterno della cinta muraria, tra il lato marino del castrum e il mare, è stato possibile indagare alcuni settori di stratigrafia relativi ai resti di un grande complesso monumentale di epoca romana vissuto fino in epoca tardo-antica. Le strutture rinvenute segnalano l’esistenza di notevoli muri in reticolato, lunghi almeno 25 m, alcuni spessi anche 1,20 m, che paralleli tra loro alla distanza di 7 m circa, si dispongono a pettine tra le mura poligonali, alle quali sembrano essere appoggiati, e il mare, con andamento perfetta40 a r c h e o

mente solidale al circuito difensivo del castrum. Altri muri ortogonali collegano i vari setti, disegnando la pianta di un probabile complesso residenziale a pianta regolare affacciato direttamente sul canale. I materiali rinvenuti segnalano l’esistenza di ambienti riscaldati, forse termali, riccamente decorati con affreschi di II, III e forse anche IV stile, stucchi dipinti, pavimenti musivi e marmorei, rivestimenti parietali in lastre marmoree. Anche in questo caso, le murature in opera reticolata e laterizia raccontano lunIn questa pagina: vasi in maiolica ghe vicende edilizie che dall’epoca dal riempimento della chiesa tardo repubblicana arrivano a quella paleocristiana di S. Severa. XIII sec. tardo-antica senza soluzione di conNella pagina accanto, in alto: due tinuità. Gli stucchi e le pitture semmomenti dello scavo della chiesa. brano riferirsi a un ricco apparato Nella pagina accanto, al centro: due decorativo di epoca giulio-claudia, piante della chiesa di S. Severa. A sinistra sono indicate le preesistenti ma anche del pieno I secolo d.C., mentre i prodotti laterizi bollati sestutture di epoca romana in opera reticolata (rosso) e la pavimentazione gnalano un’importante fase di ampliamento e ristrutturazione da colmusiva. A destra sono evidenziate locarsi in epoca adrianea, poco prile varie fasi costruttive: V-VI sec. ma della metà del II secolo d.C. (marrone), VIII-IX sec. (giallo) Ceramiche a vernice nera, sigillate e XIII-XIV sec. (verde). italiche e africane, africane da cuciNella pagina accanto, in basso: resti na, anfore, ceramiche comuni da di mosaico geometrico di epoca mensa e da fuoco, monete e lucerne romana rinvenuti sotto la chiesa e di documentano una frequentazione una vasca rettangolare rivestita in malta idraulica collocata nella navata protrattasi per molti secoli, dal II a.C. fino almeno alla metà del V d.C., destra, forse un fonte battesimale. quando una parte del complesso viene occupata dalla costruzione della chiesa paleocristiana.

La villa dei Domizi? È molto probabile che ci si trovi di fronte ai resti di una ricca villa marittima sorta in epoca repubblicana su parte delle strutture dell’antico porto pyrgense e rimasta in uso fino in epoca tardo-romana, come già attestato per molte delle ville marittime dell’antico litorale cerite. Molto suggestiva, ma ancora da dimostrare, è l’ipotesi che possa trattarsi della villa dei Domitii, la cui esistenza nella città di Pyrgi è indirettamente segnalata da un passo di Svetonio relativo alla morte di Domizio Enobarbo, padre


La chiesa paleocristiana Nel marzo del 2007 sono emersi i primi resti della chiesa nella «Piazza della Rocca» ai piedi della «Torre Saracena» del castello. L’eccezionalità del ritrovamento è costituita dallo stato di conservazione delle strutture,

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dell’imperatore Nerone, avvenuta proprio a Pyrgi nel 40 d.C. per le conseguenze dell’idropisia (Suet., De Vita Caes., Nero 5). La villa, alla quale potrebbe essere riferita anche la grande peschiera ancora visibile sui lati del canale portuale, può certamente essere annoverata tra le villae grandes, ancora attive e funzionanti, viste da Rutilio Namaziano durante il suo viaggio di ritorno verso la Gallia, effettuato intorno al 417 d.C. (Rut. Nam. I, 222-223).

visibili per oltre 3 m di altezza, con alcune colonne e pilastri ancora in situ. L’edificio, di 11 x 14 m, è a tre navate con abside centrale, costruito all’interno della villa marittima romana della quale sfrutta diverse strutture in opera reticolata e forse anche un ingresso, appoggiandosi al muro poligonale del castrum. L’intera costruzione risulta edificata forse nella seconda metà del V secolo, con materiali di spoglio provenienti dall’edificio romano, inserendo l’abside, ampia 3,60 m circa e con tracce di pittura, a cavallo di due muri in reticolato che di fatto costituiscono le testate delle navate laterali. Molto importante è stata la scoperta di una vasca battistero nella navata destra, ricavata all’interno di una struttura termale della villa. (segue a p. 45) a r c h e o 41


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flagellata insieme ai fratelli Il nome della martire Severa nel corso dell’Alto Medioevo deve aver sostituito quello dell’antica Pyrgi, riuscendo a far dimenticare la denominazione di origine greca che per secoli era stata nota e diffusa in gran parte del Mediterraneo. Le ricerche hanno fatto conoscere meglio gli atti della passione della santa già narrata in codici del IX, XI e XII secolo. La festa di santa Severa, inizialmente celebrata il 5 di giugno in ricordo del giorno del suo martirio

In alto: disegno ricostruttivo della chiesa di S. Severa nell’XI sec., appoggiata alle mura difensive e accessibile da due ingressi laterali. A destra: la chiesa nell’XI-XII sec., circondata da numerose sepolture.

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(dies natalis) fu solo in seguito spostata al 29 gennaio. Nella piĂş antica passio farfense del IX secolo Severa risulta uccisa a Pyrgi per flagellazione insieme ai fratelli Calendino e Marco e sepolta vicino al mare (iuxta mare) in eodem loco (nello stesso luogo). La sua tomba fu probabilmente venerata fin dai primi secoli del cristianesimo e da essa ebbe origine il culto che, in breve tempo, dovette dar vita alla costruzione della chiesa ad corpus, tornata in luce in occasione degli ultimi scavi.

In alto: sezione ricostruttiva della chiesa di S. Severa, la cui struttura era parzialmente sotterranea. In basso: ricostruzione delle operazioni di demolizione e spoglio della chiesa, nella seconda metĂ del XIV sec.

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dallo scavo alla pubblicazione Gli scavi svolti tra il 2003 e il 2009 nel castello di Santa Severa nel sito dell’antica Pyrgi sono stati pubblicati di recente nel volume Santa Severa tra leggenda e realtà storica. Pyrgi e il Castello di Santa Severa alla luce delle recenti scoperte, curato da Flavio Enei. Il volume, di 415 pagine a colori e 786 illustrazioni, è stato pubblicato dal Museo Civico di Santa Marinella «Museo del Mare e della Navigazione Antica», con i fondi del Piano Musei 2011 (L.R. 42/97). È in distribuzione gratuita presso le principali biblioteche di Roma e del Lazio. Può essere richiesto da studiosi, biblioteche ed enti di ricerca all’indirizzo di posta elettronica del museo (fenei@comune.santamarinella.rm.it), oppure contattando il numero 0766 570077.

Oltraggio al prelato? Una delle tombe scoperte nell’area della chiesa di S. Severa accoglieva il corpo di un uomo di circa 60 anni, rinvenuto riverso in un sarcofago a lastre con croce scolpita all’interno e coperchio monolitico a due spioventi (foto nella pagina accanto). Potrebbe trattarsi di un caso di immediata depredazione, di una morte apparente, di un condannato sepolto vivo oppure inumato in posizione supina in segno di sfregio e dannazione (vedi disegno in basso). Il personaggio vissuto nell’VIII secolo d.C. deve aver rivestito un ruolo importante nell’ambito della comunità di Santa Severa: un uomo di rango, forse un prelato, longevo, di buona costituzione, ben nutrito negli ultimi anni di vita con una dieta molto ricca di proteine animali.

Lo scavo ha dimostrato che la chiesa era semisotterranea per oltre la metà dell’alzato e che fu abbandonata, spogliata e in parte demolita nella seconda metà del XIV secolo, forse in seguito a un incendio. La struttura fu colmata di macerie e usata come discarica. Lo scavo stratigrafico dell’interro, realizzato in un lasso di tempo relativamente breve, ha restituito una enorme quantità di materiali pertinenti alla vita quotidiana del castello, tra il XIII e il XIV secolo. Ceramiche, vetri, metalli, e, soprattutto, avanzi di pasto e di cucina raccontano la vita quotidiana della rocca e del suo borgo.

le sepolture Intorno alla chiesa, per almeno 1500 mq, si estende il cimitero, solo parzialmente esplorato, che ha restituito i resti di circa 450 individui, molti vissuti tra il IX e il XIV secolo, in corso di studio da parte degli antropologi dell’Università di Roma Tor Vergata guidati da Olga Rickards. Si tratta di un campione di popolazione medievale tra i piú completi e interessanti dell’Italia centrale. Tra le sepolture entro sarcofagi a lastre di tufo o in terra, prive di corredo, si segnala quella di un adulto di circa 60 anni. L’uomo giaceva in un grande sarcofago con coperchio a spioventi monolitico con una croce scolpita a rilievo all’interno della cassa. Di certo un personaggio di rango, probabilmente ecclesiastico, vissuto nell’VIII secolo secondo i risultati delle analisi al radiocarbonio: rimane il mistero della sua sepoltura prona e scompo-

sta (vedi box in questa pagina). La scoperta della chiesa ad corpus e del cimitero è avvenuta nell’area prossima alla Rocca, all’interno del castrum medievale piú antico che in epoca bizantina venne costruito a controllo del porto canale, sui resti della villa romana. La posizione dell’edificio corrisponde molto bene a quanto descritto nella donazione che il conte Girardo di Galeria fece all’abbazia di Farfa nel 1068 quando la chiesa dedicata a Santa Severa risulta situata in capite civitatis sanctae Severae, lí dove la piú antica passio del IX secolo ricordava iuxta mare l’avvenuto martirio della giovane e dei suoi due fratelli Calendino e Marco, alla fine del III secolo d.C. (vedi box alle pp. 42-43). I dati e le acquisizioni presentati nell’articolo sono il frutto di scavi e di ricerche condotte dallo scrivente coadiuvato da tutti coloro che nel tempo hanno partecipato agli scavi, alla conservazione e agli studi: soci del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite, studiosi e laureandi delle Università di «Roma Tor Vergata» «Roma Tre», «Sapienza», «Università della Tuscia», semplici appassionati e cultori della materia. Soltanto grazie alla felice e illuminata disponibilità della Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale nella persona dell’ex Soprintendente, Anna Maria Moretti, e del funzionario addetto, Rita Cosentino, è stato possibile l’intervento di ricerca svolto in collaborazione con il Comune di Santa Marinella e con i volontari specializzati del Gruppo Archeologico e del suo Centro Studi Marittimi. a r c h e o 45


sardegna • civiltà nuragica

IN ETRURIA, SULLE ORME DEI SARDI

di Maria Letizia Arancio, Franco Campus, Carlo Casi, Flavia Trucco

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crocevia «obbligato» per le genti che solcavano le acque del mediterraneo, la sardegna fu la culla di una delle civiltà piú importanti e singolari dell’occidente antico. e, come racconta una mostra in corso a roma, la civiltà nuragica si diffuse ben oltre i confini dell’isola

T

erra aspra e selvaggia, la Sardegna emerge dal mare quasi come l’impronta concrezionata impressa da un colosso di passaggio. Abitata da fate e giganti, che hanno lasciato di sé tracce enigmatiche, l’Ichnussa di greca memoria è anche la regione che ha ospitato quella che, a detta di molti studiosi, è la piú originale tra le antiche popolazioni insediatesi sulle coste del Mediterraneo tra la metà del II e gli inizi del I millennio a.C.: i nuragici. Il paesaggio dell’isola ne è ancora fortemente permeato. Lasciando le

In alto: disegno in cui si immagina una riunione di membri dell’élite nuragica in una «capanna delle riunioni», seduti intorno a un altare-nuraghe. Nella pagina accanto: il vano E del nuraghe-santuario di Su Mulinu (Villanovafranca), adibito intorno al X sec.a.C. a sacello con l’inserimento di un altare modellato in forma di fortezza nuragica.

frequentate spiagge alle spalle e inoltrandosi per le strade che s’inerpicano verso l’interno, è impossibile non imbattersi in uno dei migliaia di nuraghi ancora disseminati sul territorio. Testimonianze certe di un passato importante, che vide la Sardegna, già nell’età del Bronzo, occupare il ruolo di scalo obbligatorio nel Mediterraneo centrale. Luogo privilegiato di scambi, non solo di materiali ma anche di idee e costumi, l’isola ha visto sbarcare genti provenienti dall’Etruria, dalla Sicilia, dalla Spagna, dalla Grecia, da Creta, da Rodi e da Cipro, che ne hanno irrimediabilmente modificato la storia. Anche i ritrovamenti di manufatti nuragici effettuati lontano dalle sue frastagliate coste confermano il ruolo di intermediazione che la Sardegna ha certamente svolto in questo periodo. Essa stessa doveva probabilmente essere vista da alcuni popoli come un importante mercato. È sicuraa r c h e o 47


sardegna • civiltà nuragica

un vivace «import/export» A sinistra: navicella bronzea del «Re Sole» con colonnine conformate a modello di nuraghe, da Padria, località Badde Rupida. Sassari, Museo Archeologico «G.A. Sanna». Qui sotto: cartina dell’Italia peninsulare con le località che hanno restituito manufatti nuragici.

Bologna

Pisa Montaione Populonia

San Feliciano Vetulonia Roselle Marcellano Vulci Tarquinia Cerveteri Veio Portus

Cuma Pontecagnano

Crotone

Qui sopra: «bottone» bronzeo in forma di nuraghe quadrilobato, da Orgosolo, complesso culturale di Orulú. Nuoro, Museo Archeologico Nazionale.

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Qui accanto, da sinistra: due brocchette askoidi, provenienti da Ozieri e da Sorso, recinto nuragico di Monte Cao. Sassari, Museo Archeologico «G.A. Sanna».


mente questo il caso dei mercanti ciprioti, che approfittarono dell’esaurirsi delle risorse minerarie sarde facendo fronte alla incessante domanda di metalli degli abitanti dell’isola e fornendo loro, tra il XIV e l’XI secolo a. C., i lingotti di rame dalla caratteristica forma «a pelle di bue». Fino a questo momento, il metallo cuprifero, elemento base per la produzione del bronzo, doveva aver avuto una posizione molto importante nell’economia e perfino nell’organizzazione sociale delle culture antiche. Ma, sul finire del I millennio a.C., le cose mutano radicalmente: Cipro interrompe la produzione dei lingotti, mentre si affaccia irresistibilmente sul panorama sardo il ferro villanoviano dell’isola d’Elba. A partire da questo periodo appare, dunque, documentata la complessa trama di relazioni che caratterizzò i rapporti tra Etruria e Sardegna. Solo un breve tratto di mare le divide e le correnti, a seconda dei periodi dell’anno, ne favoriscono il contatto. In primavera e all’inizio dell’estate si raggiungono facilmente Ca-

In alto: Arzachena. La tomba di giganti in località Li Lolghi. La struttura, una sepoltura collettiva, ebbe uno dei momenti di massimo utilizzo nella fase piú antica della civiltà nuragica, intorno al XVI sec. a.C. A sinistra e in basso: restituzione grafica di una «faretrina» votiva.

Cipro sopperí all’esaurimento delle miniere sarde facendo affluire lingotti di rame a forma di pelle di bue a r c h e o 49


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po Linaro (Santa Marinella) e l’Argentario, che, con i suoi 180 km di distanza, rappresenta il punto continentale piú vicino all’isola, mentre le correnti estive e autunnali privilegiano le coste della Campania.

tirreno e sardò E chissà che alcuni Sardi non si siano stanziati direttamente nel vicino continente, come hanno supposto diversi studiosi, confermando cosí la leggenda secondo la quale Tirreno, padre fondatore del popolo etrusco, giunse dalla Lidia portando con sé la moglie Sardò, eponima dell’isola. Che gli antichi abitanti dei nuraghi siano stati abili navigatori è testimoniato anche dal ritrovamento di numerosi modellini di imbarcazione. Gli esemplari realizzati in terracotta avevano generalmente funzioni di lucerna, mentre quelli forgiati in bronzo (prova dell’elevato livello artigianale e artistico raggiunto), sono interpretabili come un richiamo alla potenza marinara e com50 a r c h e o

Il nuraghe complesso di Arrubio (rosso), nell’altopiano di Pran’e Muru, lungo il corso del Flumendosa. XIV sec. a.C. Presenta un bastione pentalobato, su cui si eleva la torre centrale, racchiuso da un’ulteriore cinta esterna di mura e torri. Su un cortile con pozzo, all’interno del corpo principale, si aprono gli ingressi monumentali per la torre centrale e per tre torri laterali.

uno, cento, mille nuraghi Secondo l’ipotesi piú comune, «nuraghe» significa «cumulo di pietre con cavità interna». Il vocabolo è sicuramente non indoeuropeo e pertanto si può pensare che la sua origine sia da ricondurre all’epoca della costruzione del monumento. Edificati in tecnica megalitica, cioè con l’utilizzo di grossi blocchi di pietra cavati nelle immediate vicinanze al luogo dove si stabilí di costruire la struttura (basalto, soprattutto, e poi calcare, trachite, granito, ma anche arenaria, scisto, ecc.), i nuraghi imprimono nel paesaggio della Sardegna un segno inconfondibile. I blocchi, di dimensioni variabili a seconda del monumento e del tipo di roccia utilizzata, vennero posti in opera appena sbozzati, senza l’ausilio di malte, ma con l’impiego di terra o argilla e zeppe. In generale i primi filari sono costituiti da blocchi di dimensioni maggiori che vanno riducendosi verso la sommità. Nelle parti superiori i conci sono spesso squadrati e lavorati, realizzati con materiali diversi (per esempio basalto e calcare), cosí da conferire all’edificio uno straordinario effetto cromatico. La forma base è quella di un tronco di cono rovesciato sormontato da un terrazzo sporgente. L’ingresso, orientato quasi sempre a sud-est e a profilo


tendenzialmente trapezoidale, prevede l’impiego di un sistema costituito da un grande architrave poggiante su piedritti. Nell’andito di accesso, coperto normalmente da lastroni che formano un solaio piano, è posta, quasi sempre a destra, una nicchia, mentre a sinistra si trova la scala elicoidale ricavata nello spessore del muro, che conduce a una seconda (o terza) camera e al terrazzo. La camera interna è di solito circolare e presenta una copertura a falsa cupola (o tholos), mentre sulle pareti si aprono nicchie, perlopiú disposte a croce rispetto all’ingresso. Rispetto alla struttura descritta esistono numerose varianti ed eccezioni, sia per quanto concerne la pianta della camera interna, che per il numero di nicchie e per la posizione del vano-scala, ecc. Caratteristica comune dei nuraghi è il terrazzo che coronava ogni torre, come testimoniano i modelli eseguiti in pietra e bronzo che rappresentano l’edificio quando era ancora integro. Mensoloni sporgenti simili a un coronamento di torre medievale sorreggevano un ballatoio con parapetto di pietra oppure di legno. Alcuni di essi sono stati rinvenuti ancora in opera. Al nuraghe monotorre venivano spesso aggiunte altre torri in numero variabile da una a cinque, disposte anche a seconda delle

caratteristiche del luogo. Raccordate da possenti murature, chiamate cortine, le torri creavano impianti planimetrici definiti bilobati, trilobati, quadrilobati o pentalobati. Tra la torre principale e i corpi aggiunti venivano risparmiati cortili che mettevano in comunicazione i diversi ambienti dell’edificio. Un’ulteriore cinta esterna di torri collegate da altri muri e definita antemurale, recingeva il corpo centrale. I recenti studi mostrano che talvolta questi nuraghi, definiti complessi, non sono frutto di aggiunte successive, ma piuttosto di un disegno unitario e di un progetto vero e proprio. Circa la funzione di queste strutture, oggi si è molto prudenti sull’attribuzione di uno scopo univoco. Il nuraghe, infatti, va considerato in relazione al sistema territoriale di cui faceva parte. In sintesi, ciascun edificio è parte integrante di un numero variabile di monumenti semplici e complessi (ma anche di edifici di culto e di sepolture) in cui il ruolo di ciascuno è funzionale al controllo del territorio e delle sue risorse. In quest’ambito, alcuni nuraghi assumono una valenza particolare come centro politico, economico e simbolo di ricchezza per la comunità che lo costruí. Ma non tutti i nuraghi hanno avuto lo stesso ruolo e la stessa funzione, benché l’utilizzo prevalente fosse quello abitativo.

Modello bronzeo di un nuraghe quadrilobato e un edificio con copertura a doppio spiovente, forse un tempio a pozzo o a megaron, con uccelli sull’acroterio, da Ittireddu, località sconosciuta. Cagliari, Museo Archeologico Nazionale.

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merciale che le genti sarde esercitavano nel Mediterraneo. Questi oggetti si distinguono non solo per l’alto valore intrinseco ma, soprattutto, in quanto portatori di molteplici significati e messaggi ideologici. Simboli del potere sul mare ma anche del possesso della terra, le navicelle in bronzo sono attestate anche nella Penisola, generalmente in contesti funerari. In Etruria settentrionale ben cinque esemplari provengono da Vetulonia (tre dal Circolo delle Tre Navicelle, in località Le Pellicce, uno dal Cir-

la Tomba dei Bronzetti sardi di Vulci A oltre mezzo secolo dalla scoperta (1958) nella necropoli di Cavalupo, sulla riva sinistra del Fiora, la Tomba dei Bronzetti sardi resta un punto di riferimento per gli studi sulla fase iniziale della prima età del Ferro di Vulci (1020/960-880/850 a.C. circa), come anche sui coevi rituali funerari riservati a personaggi femminili di altissima condizione sociale. Il recente riesame di questo famoso contesto, esposto nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, ha permesso di ricomporre il corredo funerario e di evidenziare, attraverso le analisi antropologiche, la presenza nell’urna di due individui, cremati e deposti simultaneamente: un’adulta di età compresa tra i 25 e 35 anni e un individuo infantile di 8-10 anni, forse la figlia. A fare di questa tomba un unicum, sono la grande custodia di forma cilindro-ovoidale, realizzata in una roccia non locale, cioè il tufo; l’ossuario e la scodella-coperchio in impasto, insolitamente adorni di un’elaborata decorazione geometrica ottenuta nella non comune tecnica delle lamelle metalliche applicate: manufatti che formano un insieme omogeneo, realizzato appositamente per la sepoltura. Soprattutto, però, è unica l’eccezionalità qualitativa e quantitativa del corredo, che accoglie, oltre agli utensili per la filatura, numerosi ornamenti in bronzo (fra cui 15 fibule e diverse catenelle, bottoncini e anellini), quasi tutti di produzione locale, ma anche pregiati oggetti in oro (due coppie di fermatrecce, 5 bottoni, 6 elementi cilindrici di collana e 5 anelli) e pasta vitrea (elementi di collana), importati da altre regioni, al pari del gruppo di bronzi di manifattura sarda. La duplice deposizione spiega ora sia la ripetizione di oggetti di solito attestati singolarmente, quali la fusaiola e la rotella di fuso, sia il numero eccezionale delle fibule, delle quali i tre esemplari di dimensioni ridotte che non formano coppia sono forse riferibili alla defunta piú giovane, secondo uno schema noto per gli individui che non hanno ancora raggiunto la classe d’età per contrarre matrimonio. Databili entro l’età del Bronzo Finale e destinati in madrepatria a un uso esclusivamente cultuale, i bronzetti nuragici, dei quali quello a figura umana costituisce tuttora un’attestazione unica nei contesti funerari dell’Italia continentale, oltre ad assumere una valenza di esotici beni di prestigio, vengono a connotarsi come veri e propri simboli di rango. La condizione sociale elevata delle titolari della tomba è ulteriormente accreditata da alcuni aspetti del rituale funerario. Le catenelle, i bottoncini e gli anellini di bronzo rinvenuti nella custodia all’esterno del cinerario testimoniano che l’ossuario fu deposto avvolto in un tessuto adorno di applicazioni metalliche,

Da sinistra: figura di sacerdote (o pugile), uno sgabello miniaturistico rituale e una cesta con coperchio, dalla Tomba dei Bronzetti sardi nella necropoli di Cavalupo (Vulci). Prima età del Ferro, IX sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

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colo della Navicella, in località Costiaccia Bambagini, e una dalla Tomba del Duce, in località Poggio al Bello) e uno dal ripostiglio di Falda della Guardiola di Populonia; in Etruria meridionale alla navicella dal santuario di Hera a Gravisca e alle due di provenienza incerta dal Lazio e dal Porto di Ostia (collezione Torlonia) si è aggiunta la recente acquisizione della navicella di Vulci (dal sequestro Medici, vedi «Archeo» n. 344, ottobre 2013). mentre la collana di bronzo intorno al collo dell’urna, enfaticamente collocata su un piedistallo mobile anch’esso in tufo, connota simbolicamente il vaso di una chiara valenza antropomorfa. Il repertorio ornamentale del vaso cinerario e la tipologia delle fibule piú antiche, fanno guardare verso quel comparto della Campania meridionale caratterizzato da precoci rapporti con Tarquinia e Vulci e a sua volta aperto agli scambi con la Sardegna, come documenta, fra l’altro, la presenza di una cesta in bronzo simile rinvenuta in una tomba maschile di Pontecagnano. E i bronzi di manifattura sarda, verosimilmente conservati per piú generazioni, sembrano collegati da un tenue filo che potrebbe alludere al ruolo rivestito dalla maggiore delle due defunte, forse connesso alla sfera magico-religiosa. In linea con tale ipotesi appare lo scettro con i sonagli, con il quale peraltro ben si coniugherebbero la figuretta, forse di sacerdote, e la cesta miniaturistica, che potrebbe aver contenuto preziose sostanze aromatiche.

In questa pagina: altri materiali del corredo della Tomba dei Bronzetti sardi. Dall’alto: oreficerie, fibule in bronzo e l’urna cineraria, con al collo una collana bronzea, e la sua scodella coperchio, entrambe decorate con lamelle metalliche. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

da tesoro a corredo La discrasia cronologica fra la produzione nuragica e la datazione dei contesti peninsulari (VIII-fine del VI secolo a.C.) sembra superabile ipotizzandone, come già per il bronzo figurato della tomba di Vulci, la tesaurizzazione fino alla definitiva deposizione in ricche tombe orientalizzanti appartenenti a persone di rango aristocratico o in santuari quale offerta sacra. Come per le navicelle, considerazioni analoghe si possono fare per altre classi di oggetti, fra cui le brocche askoidi (cosí chiamate perché caratterizzate da un collo eccentrico rispetto al corpo, che imita un otre, in greco askos, n.d.r.) che, fin dagli inizi del secolo scorso, hanno attirato l’attenzione degli studiosi quale indicatore fondamentale nella ricostruzione della trama di relazioni che legò la Sardegna alla Penisola. La diffusione delle brocche askoidi e la loro riproduzione nell’Etruria tirrenica, spesso in maniera poco fedele rispetto ai prototipi provenienti dall’isola, anche in epoche successive a quelle della prima fabbricazione, è prova di contenuti materiali e simbolici di grande valore: solo questo fatto può spiegare la vasta circolazione di questa forma ceramica, non solo in Italia centrale, ma anche in Sicilia, a Cartagine, e in siti della costa atlantica della penisola Iberica interessati dalla a r c h e o 53


sardegna • civiltà nuragica

LA CIVILTà NURAGICA E I SUOI SIMBOLI IN MOSTRA Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia accoglie sempre piú spesso mostre temporanee, realizzate sia per condividere con il pubblico l’attività che la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale svolge sul territorio, sia per illustrare temi suggestivi grazie all’adattamento di esposizioni nate in territori la cui storia si è intrecciata con quella dell’Etruria meridionale. È questo il caso della mostra «La Sardegna dei 10.000 Nuraghi. Simboli e miti dal Passato», rielaborazione di quella sarda «Simbolo di un simbolo». Intorno al XII secolo a.C., il profondo cambiamento che coinvolse la civiltà nuragica fece sí che s’interrompesse anche la costruzione dei nuraghi stessi. Il contesto socio-economico vide una riorganizzazione generale delle comunità in un sistema fortemente gerarchico. In questo quadro culturale le élite, per legittimare il proprio potere politico e religioso e garantirsi sentimenti di adesione collettiva, ricorsero al mito del passato illustre. Per questo motivo riprodussero il nuraghe sia in pietra, con i grandi modelli-simulacro presenti nei luoghi di culto e nelle capanne delle riunioni, sia in bronzo, come singoli oggetti, come parti di rappresentazioni piú complesse – quali gli alberi maestri delle

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navicelle –, oppure i cosiddetti «bottoni», che divengono doni cerimoniali, adatti a ostentare il benessere e a suggellare il legame sociale fra uomini, strumento ideale per chiedere all’entità superiore maggiore ricchezza, protezione e vantaggi. Il modello di nuraghe diventa il simbolo di un simbolo, l’elemento aggregante della comunità, la bandiera, espressione dell’unità sociale e dell’autodeterminazione della forza collettiva. Intorno al modello si crea un importante apparato figurativo, con manufatti in bronzo di grande pregio tecnico e stilistico, che costituisce il retaggio del modo con cui i nuragici non solo si autorappresentarono ma, soprattutto, espressero il racconto dei propri miti. Miti funzionali alla creazione di un tradizione e di una memoria culturale o necessari a legittimare potere e privilegi acquisiti dai gruppi dominanti vengono «significati» attraverso un efficace sistema di propaganda sociale e politica. Compaiono le armi tipiche della panoplia nuragica, pugnali e trofei di caccia, con spade e cervi infilzati sulla sommità, animali di vario genere, che sono espressione della forza economica (tori e arieti) della comunità, ma sono anche legati alla simbologia paneuropea quale

tramite tra la sfera celeste e quella umana (volatili). Proliferano, inoltre, esseri demoniaci e superiori, che raccontano storie di eroi divinizzati raffigurati nella bronzistica insieme a coloro che consentivano di realizzare il mito stesso attraverso una complessa ritualità: figure di sacerdoti/sacerdotesse, di maghi, di sciamani e indovini, cioè coloro che, trovando soluzioni alle situazioni mitiche e ai conflitti dell’individuo, diventano essi stessi nuovi eroi. La mostra di Villa Giulia, coordinata da Alfonsina Russo, nasce su sollecitazione di Fulvia Lo Schiavo, per lungo tempo soprintendente a Sassari, ed è curata da Franco Campus e Flavia Trucco. Primo finanziatore di questa iniziativa è il Comune di Ittireddu – luogo di rinvenimento della raffinata riproduzione in bronzo di nuraghe simbolo della mostra – i cui amministratori hanno dimostrato una sensibilità non comune verso la storia della propria terra. L’iniziativa è anche un’occasione per sostenere la popolazione della Sardegna colpita dall’alluvione attraverso la Caritas-Parrocchia Nostra Signora De La Salette di Olbia (IBAN IT 42 M 03359 01600 100000069823, causale: EMERGENZA ALLUVIONE OLBIA) o attraverso una offerta direttamente in museo.


dove e quando «La Sardegna dei 10.000 nuraghi. Simboli e miti dal passato» Orario ma-do, 8,30-19,30; lu chiuso Info tel. 06 3226571; http://villagiulia.beniculturali.it Catalogo ARA Edizioni, Monteriggioni (SI)

In alto, sulle due pagine: due immagini dell’allestimento della mostra in corso al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. A destra: lisciatoio in pietra in forma di nuraghe quadrilobato, dal nuraghe Su Tutturu di Irgoli. Irgoli, Museo Archeologico.

ristiche tipologiche della foggia e cioè che solo in rarissimi casi si tratta di importazioni dall’area settentrionale della Sardegna. Ciò significa che gli esemplari della Penisola, che costituiscono una costante nella composizione dei corredi tombali dalla fine del IX e per tutto l’VIII secolo a.C., sono prodotti in loco. Per ciò che riguarda la funzione del recipiente, alcune analisi sui residui organici effettuate su esemplari rinvenuti in Sardegna ed Etruria hanno accertato che hanno contenuto del vino. Ciò presuppone l’introduzione di nuove forme di commensalità fra élite e di rituacolonizzazione fenicia, come Cadi- lità in ambito funerario. ce e Huelva. Analogamente ad altre tipologie di oggetti, anche le brocbottoni e fiasche chette ebbero destinazioni diverse Come per le brocche askoidi il fenell’isola e in Etruria. Infatti, se nel nomeno della rielaborazione locale primo caso la forma si rinviene si riscontra anche per altre classi di quasi esclusivamente in contesti materiali quali le cosiddette «farelegati al culto, nella Penisola essa è trine» e i «bottoni» in bronzo, caratattestata quasi esclusivamente in terizzate da un notevole distacco ambito funerario. Unica eccezione, dell’impianto figurativo rispetto ai al momento, è il rinvenimento di modelli nuragici. E altrettanto si alcuni frammenti, in strati residuali, può dire per i pendagli «a pendolo» nell’abitato del Poggio del Telegra- che raffigurano, in miniatura, le fo, a Populonia. «fiasche da pellegrino», fogge di Per quanto riguarda l’Etruria, fu ascendenza cipriota, o, secondo alforse Vetulonia, nella seconda metà cuni, filistea, che in Sardegna sono del IX secolo, a svolgere la funzione riprodotte anche in ceramica con di «diffusore» della foggia negli altri esemplari di grandi dimensioni. centri dell’Etruria meridionale. Queste rielaborazioni originali, Recenti analisi sulle argille di di- frutto di alcuni secoli di interrelaversi esemplari vetuloniesi hanno zione con la Sardegna, indicano in confermato quanto era possibile modo inequivocabile, già dalla seevincere dallo studio delle caratte- conda metà dell’VIII secolo, un definitivo «passaggio di consegne» fra gli eredi degli antichi costruttori di torri e i Tyrrenoi. La talassocrazia dell’isola dei Sardi cede il passo a quella degli Etruschi. E i nuovi componenti dell’aristocrazia di questo variegato ethnos, in cui permangono echi dei secolari rapporti con la Sardegna in diversi costumi e nei prodotti della metallurgia, rimarcarono il nuovo dominio sul mare e l’inizio di una nuova stagione, anche con la deposizione, in ricche tombe principesche orientalizzanti, di raffigurazioni di imbarcazioni bronzee. a r c h e o 55


s.o.s. patrimonio • l’ipogeo di arpi

salvate L’IPOGEO DELLA MEDUSA! lo spettacolare monumento funerario scoperto nel territorio di arpi, in puglia, era destinato a divenire l’elemento di punta di un grande parco archeologico. ma mentre Quel progetto stenta a decollare, la splendida tomba, oggi di fatto abbandonata a se stessa, rischia di andare perduta per sempre... di Stephan Steingräber

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L’

antica cittadina di Arpi, pochi chilometri a nord di Foggia, è tornata a essere un caso, legato al suo monumento piú famoso, l’Ipogeo della Medusa. E, purtroppo non in senso positivo. Nel corso di una recente ricognizione (effettuata con due tecnici e restauratori della Soprintendenza, Franco Racano e Salvatore Patete) non si è potuto far altro che constatarne il diffuso e deplorevole stato di degrado e abbandono. Una situazione che offende la memoria di Marina Mazzei, brillante archeologa prematuramente scomparsa nell’agosto del 2004, che è stata l’anima indimenticabile e insostituibile nonché il motore dell’archeologia dauna e arpana negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. La studiosa combatté i saccheggi degli scavi clandestini e cercò di restituire, nonostante le difficoltà e gli scarsi mezzi a disposizione, la storia del già glorioso centro dauno di Arpi – predecessore della Foggia medievale – e delle sue necropoli, con ricchissime tombe e corredi, sottoposte allo scempio delle ruspe, dei metal detector e dei picconi anonimi. Fin dagli anni Settanta, Arpi è stata una delle fonti di approvvigionamento piú fiorenti del mercato internazionale di antichità, con una vastissima dispersione di reperti (si calcola che siano oltre 200 000 gli oggetti trafugati).

un tesoro senza tutela L’Ipogeo della Medusa doveva rappresentare, secondo Marina Mazzei, il centro di un Parco Archeologico di Arpi poi mai realizzato. La grande struttura circolare che protegge la tomba, con cupola in cemento, ferro e vetro, creata nei primi anni del nuovo millennio per la musealizzazione della tomba e l’accoglienza dei visitatori, è stata presa d’assalto dai vandali ed è da tempo vittima – e simbolo – dell’abbandono e della incuria dell’uomo. Ormai si notano soprattutto i vetri e le cabine distrutte, le recinzioni divelte, erbacce incolte e cancelli d’ingresso come altre strutture del cantiere smontati e portati via. L’area è diventata «terra di nessuno» e la vittima principale di questo saccheggio è la tomba. Le colonne della facciata sono state abbattute, una base è stata addirittura rubata. Gli affreschi – restaurati tempo addietro con costi notevoli– risultano gravemente compromessi. Nonostante lo stanziamento di risorse finanziarie considerevoli, le lungaggini burocratiche, i fallimenti della ditta incaricata dei lavori, l’indifferenza e il colpevole silenzio delle autorità preposte alla tutela e alla salvaguar-


Gorgoneion dal frontone dell’Ipogeo della Medusa. Prima metà del III sec. a.C. Foggia, Museo Civico. Scoperta e saccheggiata da scavatori clandestini, la tomba è stata poi recuperata ed è considerata come una delle espressioni piú alte dell’ellenismo italico.

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s.o.s. patrimonio • l’ipogeo di arpi

dia del nostro patrimonio hanno impedito che il Parco Archeologico di Arpi fosse completato. E cosí l’Ipogeo della Medusa, che doveva essere anche un simbolo della rivincita dell’archeologia sugli scavi clandestini e sul commercio illegale delle opere d’arte, continua a morire, e un’importante scorcio di storia antica apulo-dauna dal valore inestimabile rischia d’essere distrutto e cancellato per sempre!

il recupero L’Ipogeo fu individuato nel 1980 da scavatori clandestini e quasi completamente saccheggiato del suo corredo. Nel 1984 essi tornarono con un escavatore meccanico, distruggendo la copertura del vestibolo e riuscendo a trafugare il frontone con il rilievo della Medusa e i capitelli figurati della facciata. Questi materiali furono poi casualmente recuperati e sono oggi conservati nel Museo Civico di Foggia insieme al pinax dipinto e ad alcune ricostruzioni virtuali. Nel 1989, sotto la direzione di Marina Mazzei, la Soprintendenza Archeologica della Puglia avviò i lavori di scavo e di recupero, che riguardarono anche le vicine Tombe del Ganimede e delle Anfore. L’Ipogeo della Medusa fu pubblicato poi nel 1995, sempre a cura di Marina Mazzei, in una grande monografia, e conquistò, per la sua eccezionalità, anche l’interesse di vari studiosi a livello internazionale, testimoniato dal convegno del marzo 1996 organizzato a Foggia su «Il 58 a r c h e o


caso Arpi», accompagnato da una mostra nel locale Museo Civico. L’Ipogeo della Medusa è caratterizzato da un’architettura monumentale e innovativa. Un lungo dromos aperto (che era stato interrato completamente dopo l’ultimo utilizzo, ma forse anche già dopo il primo) conduce all’ingresso della tomba. Probabilmente, in occasione di ogni funerale, il dromos e la facciata della tomba venivano rinnovati. La facciata con frontone e gorgoneion di espressione patetica al centro trova

un parallelo iconografico nell’Ipogeo Cristallini a Napoli. I capitelli figurati corinzieggianti delle quattro colonne sono invece di tradizione apulo-tarantina, con teste che, probabilmente, raffigurano divinità come Ade, Eracle, Demetra e Persefone. La tomba stessa consiste di un vestibolo e tre camere affiancate e possiede un sofisticato apparato decorativo plastico, pittorico e a mosaico. Il vestibolo è decorato da un fregio in stucco con dentelli, un pinax dipinto con un togato e un

Nella pagina accanto: due immagini della struttura che protegge l’Ipogeo della Medusa, ma che, negli ultimi anni, versa in stato d’abbandono. In basso: l’interno della camera centrale del sepolcro arpano, decorato con pittura a zone. Si riconosce l’inizio della volta a botte che copre l’ambiente.

i secoli di arpi La tradizione letteraria attribuisce la fondazione di Arpi all’eroe greco Diomede, dopo la guerra troiana. Frequentata già nel Neolitico, Arpi fu abitata dall’VIII secolo a.C. all’età tardo-antica. Dal VI secolo un imponente aggere con fossato esterno lungo circa 11 km racchiudeva un insediamento vastissimo, il principale e piú esteso della Daunia preromana. Fra i secoli IV e III l’abitato – che contava 30 000 abitanti circa – fu organizzato con un impianto urbano compreso da mura e un quartiere di case aristocratiche. Oltre alle tombe a fossa e a grotticella vi erano tombe a semicamera e a camera. La ricca aristocrazia fondiaria di Arpi fondava il suo potere, anche politico, innanzitutto su un rinnovato sistema di cerealicoltura. Gli elementi culturali dauni cedevano il passo a nuovi modelli, di tipo tarantino, ma anche macedone. Alleata di Roma dalla fine del IV secolo Arpi fu protagonista di episodi della seconda guerra sannitica e partecipò nel 279 a.C. con un contingente militare alla battaglia presso Ausculum (Ascoli Satriano) contro Pirro. I tentennamenti politici della sua classe dirigente (fra cui un certo Dasius Altinus a cui si attribuivano ricchezze straordinarie) nel corso della seconda guerra punica, fortemente ellenizzata in senso culturale e artistico, causarono interventi punitivi da parte dei Romani, che fondarono nel suo territorio la colonia di Siponto. Le testimonianze archeologiche sottolineano comunque, ancora nel II secolo a.C., il notevole benessere di alcune famiglie arpane. Abitata in età romana e forse abbandonata in età tardo-antica, dall’età medievale la sua memoria riemerge solo per ricollegarsi alla storia della vicina Foggia che già poco dopo la sua nascita si presentò come l’erede della grande Arpi. a r c h e o 59


s.o.s. patrimonio • l’ipogeo di arpi

cavaliere, firmato dall’artista (Artos pinave) e un dipinto con cerbero, che faceva parte, forse, di una deductio ad inferos (il viaggio nell’aldilà, n.d.r.). La firma d’artista è la prima e l’unica a oggi nota di un pittore nell’Italia meridionale preromana. La camera centrale ha una volta a botte, pitture parietali a zona e un fregio a tralci su fondo blu scuro di altissima qualità. Un mosaico con esseri marini (realizzato in una tecnica transizionale fra ciottoli e tessere) si trova al centro del pavimento. Le due camere laterali funerarie – anch’esse coperte da una volta a botte – sono provviste di una kline in lastre di pietra, con funzione di sarcofago. Non sappiamo se l’Ipogeo della Medusa fosse stato in origine coperto da un tumulo o indicato da segnacoli esterni.

anche altre notevoli tombe a camera e a semicamera, databili fra la seconda metà del IV e la prima metà del III secolo a.C. ma parzialmente usate ancora in epoca postannibalica, fino alla prima metà del II secolo a.C. Le piú importanti sono le Tombe delle Anfore, del MOdelli macedoni Il modello di riferimento della Ganimede, dei Cavalieri, del Vaso tomba è macedone, non solo in dei Niobidi, del Trono e della Nike senso architettonico e decorativo, (l’ultima scoperta di Marina Mazma anche di vita, di valori e, soprat- zei, nel 2003). tutto, di organizzazione politica. Questo modello ebbe una vastissicase nobili ma diffusione in Daunia, Campania Un altro fenomeno eccezionale ed Etruria, ma anche in Illiria, Tra- dell’abitato di Arpi sono le case cia, Asia Minore e Alessandria fra aristocratiche a peristilio, cioè grangruppi sociali elitari. di domus o case-palazzo, fra cui la Piú volte saccheggiata, la tomba ha Domus del Mosaico dei Grifi e restituito solo pochi elementi del delle Pantere (con un impianto tercorredo, databili fra la prima metà male) caratterizzate da una forte del III e la prima metà del II secolo impronta greco-macedone per a.C. (fra cui un servizio da banchet- quanto riguarda i modelli planimeto in marmo). Il problema della trici e decorativi, ripresi dalle dimocronologia – del primo o del medio re reali e aristocratiche di Pella, ellenismo ? – è stato molto discusso Olinto ed Eretria. Queste case nofra gli studiosi. Oggi, una datazione bili arpane erano decorate con entro la prima metà del III secolo stucchi, pitture e mosaici; i mosaici dell’Ipogeo della Medusa sembra decoravano prevalentemente gli ancomunque la piú plausibile, sebbe- drones, sale destinate a banchetti e ad ne il sepolcro sia stato usato e fre- attività di rappresentanza, confronquentato fino al periodo post-anni- tabili con quelle di Volcei (Buccino) balico, cioè fino alla prima metà del in Campania. Esse sono il corrispetII secolo a.C. In ogni caso, la con- tivo delle strutture funerarie monucezione architettonica e decorativa mentali ed espressione di una sociefanno della tomba uno dei piú si- tà a struttura fortemente elitaria, gnificativi monumenti dell’elleni- piú ispirata al modello macedone smo italico. che a quello della polis. Sin dagli anni Ottanta nelle varie Tipica di Arpi – e ben diversa da necropoli arpane sono state scavate quella canosina – è inoltre la produ60 a r c h e o

In alto: ricostruzione virtuale dell’Ipogeo della Medusa alla quale sono riferiti un capitello figurato appartenente alla decorazione della facciata e il mosaico pavimentale che ornava la camera centrale. Foggia, Museo Civico. In basso: ricostruzione virtuale della facciata dell’Ipogeo della Medusa.


zione di ceramica policroma a tempera, studiata da Marina Mazzei. Le scene di battaglia dipinte su fondo rosa soprattutto su crateri dipendono tecnicamente e iconograficamente dalla grande pittura parietale andata in gran parte perduta.

un quadro da rivedere Come ha sottolineato Angela Pontrandolfo, la qualità dei monumenti arpani – fra cui soprattutto l’Ipogeo della Medusa – ha in parte rivoluzionato il quadro dell’ellenismo italico, le cui forme espressive sono state spesso definite facendo ricorso al termine koinè e privilegiando gli aspetti unificanti, mentre oggi si avverte sempre piú l’esigenza di denotare, all’interno di un linguaggio apparentemente comune, la specificità delle singole aree, cercando di dare una piú giusta collo-

cazione a fenomeni artistici che hanno il loro radicamento in complesse realtà politiche, economiche e sociali. C’erano ovviamente modi diversi della ricezione di elementi ellenistici in Italia e, soprattutto, della loro funzionalizzazione simbolico-comunicativa da parte di strutture sociali diverse. Nel caso delle caratteristiche politico-socioculturali di Arpi, durante il primo ellenismo si possono constatare soprattutto la forte ellenizzazione e l’atteggiamento filomacedone-epirota (e in questo contesto è anche da ricordare la presenza di Alessandro del Molosso in Daunia). Per concludere, lancio un (quasi) disperato appello alle istituzioni competenti: che le singolari testimonianze archeologiche di Arpi con l’Ipogeo della Medusa al centro non vadano definitivamente distrutte e perdute per sempre!

per saperne di piÚ Marcello Tagliente (a cura di), Italici in Magna Grecia. Lingua, insediamenti, strutture, Atti del Convegno, Osanna, Venosa 1990 Marina Mazzei (a cura di), Arpi. L’Ipogeo della Medusa e la necropoli, Edipuglia, Bari 1995 Marina Mazzei (a cura di), Il Caso Arpi. Ambiente italico e magnogreco tra primo e medio ellenismo, Atti della Tavola Rotonda, Centro FG, Foggia-Roma 1998 Daniel Graepler, Marina Mazzei (a cura di), Fundort: Unbekannt. Raubgrabungen zerstören das archäologische Erbe, W. Biering GmbH, Monaco 1993 Stephan Steingräber, Arpi-Apulien-Makedonien. Studien zum unteritalischen Grabwesen in hellenistischer Zeit, Magonza 2000

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antico egitto • kom el-hettan

memnone

e la spedizione ritrovata

di Sergio Pernigotti

Numerose sono le leggende ispirate dalle due solitarie statue colossali poste a guardia del tempio di Amenofi III a Tebe e che i Greci – erroneamente – identificarono con la raffigurazione di personaggi della loro mitologia. Eppure, i rapporti tra gli abitanti del Nilo e le terre dell’Egeo esistevano sin dai tempi piú remoti. Come testimonia la scoperta di un’iscrizione molto particolare...

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I Colossi di Memnone durante la piena del Nilo, in una litografia di David Roberts. 1840 circa. Le sculture sono ritratti del faraone Amenofi III, facenti parte della facciata del suo tempio funerario a Kom el-Hettan, presso Luxor.


L’

Egitto vanta un numero forse incalcolabile di siti archeologici che ci hanno restituito monumenti di ogni tipo. Molti di essi erano già ben noti nell’antichità, e costituivano il vanto degli abitanti, oltre a suscitare l’ammirazione dei popoli che avevano la ventura di venirne a contatto: un’architettura senza confronti, le cui realizzazioni si collocavano tra le meraviglie del mondo, e arti figurative che generazioni di pittori e scultori si tramandavano facendo uso di una tecnica raffinata per raffigurare i loro sovrani (i loro veri committenti) o rendere perpetue per il culto le immagini di dignitari e delle loro famiglie per la vita nell’aldilà. Questa produzione artistica ha avuto la durata di alcuni millenni, fino a quando sono subentrate quella ellenistica e romana e, infine, in età tardo-antica, quella cristiana: tutto ciò ci ha permesso di avere una conoscenza profonda della civiltà egiziana, anche perché quasi tutti i monumenti che ci sono giunti hanno tramandato iscrizioni

redatte nelle tre scritture che il Paese, in epoche diverse della sua storia, ha adottato. Disponiamo cosí di una mole immensa di documenti, nei quali sono riflessi gli avvenimenti storici, le idee religiose, la concezione della vita di un popolo che, per alcuni millenni, ha dominato, nel pensiero e nell’azione, il Mediterraneo. Una parte consistente di questo patrimonio è fatta di opere di routine e le stesse iscrizioni sono spesso ripetitive e di scarsa utilità, ma la quantità di dati che possiamo ricavarne è comunque enorme e il quadro che ne risulta ricco e coerente insieme.

l’importanza delle iscrizioni In realtà molti popoli del Vicino Oriente antico si trovano in condizioni non dissimili, ma l’Egitto presenta almeno due particolarità: la prima consiste nel fatto che il suo suolo continua a restituirci iscrizioni della piú grande importanza (si pensi a quelle, in protogeroglifico, della tomba U-J risalenti al 3500 circa

a. C.), che ci portano assai vicino alle origini della scrittura; la seconda è data dal riesame, che non conosce soste, da parte degli studiosi, di ciò che si è conservato. L’approfondimento delle conoscenze sulla scrittura e sulla lingua ci fa comprendere cose che prima rimanevano oscure e ora si inseriscono nel quadro, assai vasto, delle civiltà del Mediterraneo.

giganti solitari La cosa piú sorprendente è che ciò avviene talvolta nello studio o nel riesame di monumenti notissimi, Chiunque abbia qualche nozione di archeologia egiziana o abbia visitato l’Egitto in compagnia di una buona guida turistica conosce i «colossi di Memnone». Chi sia stato sulla riva sinistra del Nilo, a Luxor, recandosi a visitare la Valle dei Re, non può fare a meno di scorgere, guardando sulla sinistra, queste due statue in pietra, colossali, appunto, e in cattivo stato di conservazione, che raffigurano un sovrano seduto in trono che guarda verso est: tutt’intorno non vi sono edifici di dimensioni altrettanto imponenti, ma solo brandelli di muri

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antico egitto • kom el-hettan

non facilmente «leggibili», come dicono gli archeologi. La prima impressione è che i due giganti siano stati costruiti in uno spazio vuoto e che abbiano avuto come scopo quello di commemorare un sovrano, certamente importante, date le loro dimensioni. E fin qui, però, non c’è nulla di sorprendente, perché il gigantismo delle sculture che ritraggono i sovrani e di altre opere architettoniche e un dato ricorrente in alcuni periodi della storia dell’arte egiziana e molto caratteristico dell’ideologia sviluppatasi intorno alla regalità faraonica.

tra leggenda e storia I colossi di Luxor hanno stupito i visitatori di ogni tempo e su di loro sono nate non poche leggende. Ma gli studiosi li hanno liberati da ogni incrostazione del mito e li hanno riportati alla loro realtà storica. Oggi sappiamo che si tratta di quanto resta delle statue colossali della facciata, volta verso est, del tempio funerario di Amenofi III (13871348 a.C.), il grande faraone della XVIII dinastia, padre di Akhenaton (1348-1331 a.C.). Era un edificio di dimensioni enormi, che non ha resistito all’usura del tempo perché costruito sul terreno agricolo con fondazioni poco profonde – come spesso accadeva in Egitto – ed è presto crollato: in seguito, molti degli edifici reali costruiti nella stessa zona hanno riutilizzato materiali che da esso provenivano. Sono rimaste però le colossali statue della facciata, i cui resti quasi informi nei tratti del faraone sfiorano, compresa la base, i 20 m di altezza: di fronte a loro si stende il vuoto dalla campagna che conduce al Nilo. Questo stato di solitaria rovina ha fatto sí che le due statue, la cui identità rimaneva altrimenti incomprensibile, fossero identificate dai Greci con personaggi della loro mitologia. Il colosso nord, in modo particolare, attirò la loro attenzione, perché, danneggiato nel 27 a.C. da un terremoto, all’alba di ogni giorno 64 a r c h e o

emetteva, a causa di una larga frattura nella pietra, un suono che veniva spiegato come il saluto dell’eroe greco Memnone alla propria Madre, l’Aurora: si trattava, in realtà, di un fenomeno del tutto naturale, dovuto al fatto che, al sorgere del sole, la pietra di scaldava ed emetteva quel suono curioso, che andò perduto quando l’imperatore Settimio Severo fece restaurare la scultura, che cosí smise di «salutare» la madre. Nel frattempo, però, il colosso era diventato una grande attrazione turistica (fu visitato anche dall’imperatore Adriano) e si coprí delle iscrizioni dei turisti piú illustri, alcune delle quali di grande importanza: basti pensare a quelle che conservano le poesie della poetessa greca Giulia Balbilla (attiva nel II secolo d.C.). Dal punto di vista egittologico, le cose vanno un po’ diversamente: le precarie condizioni di conservazione non hanno impedito agli archeologi di compiere un’indagine approfondita del tempio e di restituirne la struttura nelle sue linee essenziali. Quel che ne resta si trova nella zona oggi chiamata Kom elHettan («la collina dei muri» in arabo, con allusione alle molte strutture che si trovano in superficie). Il santuario aveva lo scopo di provvedere, con altre strutture situate nella stessa area, al culto funerario del sovrano. Non era dunque destinato al culto degli dèi, bensí a quello di Amenofi III e della famiglia reale, e, per adempiere a questa sua funzione, si ricollegava idealmente alla tomba del faraone.

il nome dello scultore Le statue della facciata sono di grande interesse perché, circostanza assai rara in Egitto, conosciamo il nome dello scultore che le ha realizzate: su tratta di Men, citato in un graffito conservato ad Assuan, opera del figlio, lo scultore Bak, che, a sua volta, fu autore delle prime e piú innovative sculture di Akhenaton, nonché uno dei protagonisti della rivoluzione artistica del periodo di Amarna.


Mar Mediterraneo

Cairo Alessandria

grandi sepolcri e templi funerari

Saqqara

Dell’antica città di Tebe, situata sulla riva orientale del Nilo (alla destra del fiume), restano solo i grandi complessi templari di Luxor e Karnak, mentre è scomparsa la parte piú propriamente urbana, occupata ora dalla vivace città di Luxor. Di fronte, sulla riva occidentale, sorgeva la città dei morti. Nonostante le depredazioni vi si trovano, tuttora ben conservate, le necropoli regali e private, con i templi funerari connessi. È da notare che qui, certo per ragioni di sicurezza, il tempio funerario regale è scisso dalla tomba, e mentre il primo resta in vista ai margini del terreno coltivato, la seconda viene nascosta nei recessi della montagna. Tra i templi funerari meglio conservati sono, a partire da nord, quello di Seti I a Qurna, i tre di Deir el-Bahari e quelli di Ramesse II (Ramesseo), Amenofi III (restano solo i cosiddetti colossi di Memnone), Ramesse III (Medinet Habu). Le necropoli regali, nascoste in due profonde vallate della catena libica, sono riservate l’una ai faraoni (Valle dei Re) e l’altra alle spose e ai figli regali (Valle delle Regine). Con le necropoli regali è connesso il villaggio operaio di Deir el-Medina, pervenutoci quasi intatto.

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In alto: cartina dell’Egitto con l’ubicazione di Luxor, città che coincide con una parte dell’area urbana dell’antica Tebe. Nella pagina accanto: statua di Amenofi III, dal tempio di Luxor. XVIII dinastia, regno di Amenofi III (1387-1348 a.C.). Luxor, Museo dell’Arte dell’Antico Egitto. In basso: uno scorcio del colonnato di Amenofi III nel grandioso santuario di Amon a Luxor.

Porto Said

Giza

Luxor el-Balyana Esna Qena Egitto

Coptos

Abido Dendera Esna

Tebe

Luxor

Egitto

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antico egitto • kom el-hettan

Qualche anno fa, durante lo scavo e i lavori di ripulitura di questo importante monumento è stata compiuta una scoperta sensazionale, soprattutto se inserita nel quadro delle relazioni internazionali dell’Egitto della XVIII dinastia. Durante la XVIII e poi nella XIX dinastia, l’Egitto era infatti divenuto una grande potenza che, direttamente o indirettamente, esercitò un dominio quasi incontrastato sui Paesi con cui aveva intessuto scambi piú o meno importanti. Ciò comportava anche la necessità di elaborare una teoria in cui inserire la sua politica internazionale e questo rappresentava, in fondo, l’aspetto piú semplice dell’intera questione. Per gli Egiziani il faraone era un dio e, come tale, era il padrone assoluto non solo dell’Egitto, ma di ogni altro

Paese. Il rapporto con lo straniero era solo quello della sottomissione a un dio, il faraone, spesso lontano e incognito, al quale si dovevano onore e tributi. Per questo il sovrano è sempre rappresentato mentre schiaccia gli stranieri sconfitti o li tiene legati come si conviene a prigionieri ridotti alla sua mercé. Altri rapporti non erano concepibili: come osservava il grande egittologo francese François Daumas (1915-1984), secondo i suoi abitanti, l’Egitto era abitato da un popolo di santi guidati da un sovrano sempre vittorioso, e certo Amenofi III, nel pieno della sua regalità divina, non era da meno a nessun altro, come il gigantismo delle sue sculture dimostra bene.

relazioni pacifiche Queste erano le linee guida della sua politica estera e anche delle sue relazioni commerciali (che di quella politica costituivano una parte considerevole), cosicché notevoli erano i suoi rapporti con i Paesi stranieri, come dimostrano i ritrovamenti di oggetti egiziani in varie aree del Mediterraneo orientale: si tratta perlopiú di oggetti di scarso pregio, la cui diffusione dimostra, però, che le relazioni erano attive, bilaterali e pacifiche, e continuavano i piú antichi rapporti tra l’Egitto e il mondo egeo risalenti

almeno al tempo di Thutmosi III (1479-1424 a.C.). Ma torniamo a Kom el-Hettan. Qui, all’interno del cortile principale, si è conservata una base di statua di cui rimangono soltanto i piedi: una raffigurazione del sovrano stante, la cui statua è andata perduta. Intorno alla base vi è una serie di toponomi stranieri che fin dal I Colossi di Memnone, grandiosi ritratti del faraone Amenofi III realizzati da uno scultore di nome Men.

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A sinistra: l’area del tempio funerario di Amenofi III a Kom el-Hettan, con i Colossi di Memnone in primo piano. Qui sotto: pianta del tempio funerario di Amenofi III, sulla quale sono indicati gli elementi a oggi noti. In basso: ricostruzione ipotetica dell’ingresso del tempio. Tempio di Ptah-Sokar-Osiride

Stele

Corte solare

Resti di statue erette

Resti di statue

Resti di statue sedute Parete di recinzione

primo esame, tra la sorpresa generale degli studiosi, si sono rivelati come nomi egei e non del Vicino Oriente antico. Di per sé il fatto non era realmente sorprendente: i rapporti con il mondo minoico esistevano da tempo, come prova, per esempio, la scena di navigazione scoperta ad Aktoriri (nell’isola di Thera/Santorini) che raffigura un viaggio per mare verso un Paese africano attraversato da un grande fiume affiancato da palme e gazzelle, che non può essere altro che l’Egitto bagnato dal Nilo.

ma sicuramente risalente a un esemplare piú antico, che riporta una formula medico-magica redatta in minoico (e non in miceneo) trascritta in egiziano e a oggi non comprensibile, dal momento che il minoico non è stato ancora decifrato. Le iscrizioni di Kom el-Hettan presentano invece una situazione del

N

colossi di Memnone

tutto diversa: i nomi trascritti in egiziano sono leggibili, perché scritti in caratteri geroglifici, perché appartengono in gran parte (se non tutti) al mondo egeo, e perché sono indicati in miceneo, idioma leggibile in quanto scritto in Lineare B, la scrittura sillabica decifrata nel 1952 da Michael Ventris. Dunque la scrittura geroglifica qui trascriveva in

I colossi facevano da spettacolari «sentinelle» all’ingresso del tempio

il salto del toro Ma, come già detto, sotto Thutmosi III tali rapporti appaiono piú visibili, e infatti a quest’epoca risale la scoperta di Manfred Bietak a Tell Dab’a, nel Delta, di una scena di taurokathapsia (la corrida incruenta con salto del toro tipica del mondo minoico). Solo in un caso, invece, è stato trovato un documento scritto: si tratta di un papiro datato al regno di Tutankhamon (1328-1318 a.C.), a r c h e o 67


antico egitto • kom el-hettan

egiziano nomi micenei, cioè greci: si trattava di una novità sensazionale, una delle maggiori dell’archeologia e dell’epigrafia egiziane. L’iscrizione pone sostanzialmente due problemi: il primo è la lettura dei nomi, mentre il secondo sta nella identificazione dei siti menzionati. La soluzione delle due questioni consentirebbe di giungere all’interpretazione generale del documento, al di là dei modi e dei termini della propaganda regale, che, tuttavia, resta un dato certo e forse decisivo. Fin qui, comunque, non vi è niente di nuovo né di significativo, perché ci muoviamo in un ambito comune a molta della documentazione del Vicino Oriente antico coevo al Nuovo Regno egiziano (1543-1069 a.C.) e al mondo minoico e miceneo.

scrivere senza vocali Il problema principale è rappresentato dal fatto che i toponimi non sono scritti nella «normale» scrittura geroglifica, ma in una scrittura geroglifica speciale, solitamente usata nel Nuovo Regno per trascrivere i nomi stranieri. Occorre a questo punto ricordare che la scrittura (se si preferisce, le scritture: geroglifica, ieratica e la molto piú tarda demotica) egiziana riproduce solo lo scheletro consonantico delle parole, con l’integrazione di pochi segni che servono a rendere le semiconsonanti o le semivocali. La resa – e quindi l’identificazione – dei nomi stranieri risulta perciò particolarmente complessa. Si è perciò deciso di creare un sistema nuovo, quello della scrittura sillabica appunto, che avrebbe dovuto semplificare le cose, ma cosí non è stato. Tuttavia, gli scribi egiziani che lo hanno inventato, lo hanno considerato come un passo in avanti, che certamente poneva problemi di lettura e di comprensione anche per loro, soprattutto quando i nomi appartenevano a un ambito linguistico diverso come, per esempio, quello semitico. Tale semplificazione non ha facilitato il nostro compito, anche per68 a r c h e o

micene nauplia

citera creta

Mar Mediterraneo

ché, non essendo alle prese con una vera e propria vocalizzazione, rimangono seri problemi di lettura e di identificazione dei luoghi.Vi sono casi di toponimi che si somigliano molto nella scrittura ma, ciò malgrado, sembrano trovarsi in aree completamente diverse e lontane. Inoltre, talvolta a incognita si aggiunge incognita, nel senso che noi non conosciamo affatto il nome che si nasconde sotto la scrittura geroglifica e perciò accostarlo a nomi di area non egiziana noti da altre fonti (vicino-orientali o egee) diventa assai problematico e può portare a conclusioni contrastanti.

Non deve perciò sorprendere che la pronta identificazione dei toponimi della lista di Kom el-Hettan con località dell’area egea (Creta e continente – soprattutto il Peloponneso –, l’Anatolia, forse) abbia sollevato piú di una perplessità, non tanto per l’insieme dei toponimi, quanto per le singole località menzionate.

da cnosso a micene Del resto, quando nelle fonti egiziane ci si trova di fronte a toponimi come Cnosso, Micene, Nauplia, Tebe (?), Messene, ecc. non si può non rimanere perplessi, nel senso che tutto ciò appare troppo bello


i nomi e l’itinerario A destra: uno dei lati della base della statua di Amenofi III trovata a Kom el-Hettan che reca una lista di nomi di città greche scritti in caratteri geroglifici. Nella pagina accanto: il possibile itinerario della spedizione dall’Egitto alla Grecia a cui si ipotizza possa riferirsi la lista di città riportata sulla base della statua. In basso: Tebe, tomba di Sennefer. Particolare di una pittura murale con l’immagine di un’imbarcazione.

per essere vero, proprio come scrisse Ventris quando, in una tavoletta in Lineare B – nella fase iniziale della decifrazione e quando non era del tutto certo che la lingua fosse una forma arcaica di greco –, lesse «Athana potnia», che interpretò come «Atena Signora» (oggi sappiamo invece che si tratta della «signora di Atana»). Permangono dunque non poche difficoltà. Facciamo un esempio: nella lista c’è un nome che nella scrittura sillabica egiziana si legge jw-r/-jj-i o w3-jw-r/l-y-i e che venne dapprima interpretato come Wilios «Ilios», cioè Troia. Un’interpretazio-

ne entusiasmante, ma oggi considerata improbabile. E, al proposito, vale la pena di ricordare come la tentazione di trovare nei toponimi stranieri citati nei testi geroglifici il nome di Ilio/Troia non abbia finora dato alcun risultato. Analizzando la situazione dal punto di visto egiziano, possiamo dire di essere su un terreno sicuro: il ritrovamento della lista nel tempio funerario di Amenofi III prova che essa va ascritta al suo regno. Se correliamo questo dato con la grande quantità di ceramica micenea trovata ad Amarna (ma anche nel Fayyum), è evidente che la crono-

logia di cui disponiamo è sicura. L’affievolirsi e il cessare dei rapporti dopo il ritorno della famiglia reale a Tebe rappresenta solo un aspetto della politica estera di Amenofi III e del figlio, dovuta certo all’urgere dei problemi che andavano insorgendo nel Vicino Oriente. La lista dei toponimi si colloca evidentemente all’interno della politica di Amenofi III diretta ad allargare, almeno sul piano della propaganda, l’egemonia (vera o presunta) verso nord, in modo da comprendervi anche Creta e la Grecia continentale, e specialmente il Peloponneso. Quello che sembra si possa escludea r c h e o 69


antico egitto • kom el-hettan

i nuovi colossi Da poco piú di un anno i Colossi di Memnone sono un po’ meno soli. In occasione di recenti lavori di ripristino di un impianto di irrigazione sono infatti tornati alla luce altri due ritratti colossali di Amenofi III che, già individuati nel 1933 e nel 2010, erano poi stati interrati. Questa volta le due statue (che qui vediamo durante le operazioni di scavo), che misurano 14 m d’altezza e poggiano su basi a loro volta alte circa 4 m, sono state recuperate e ne è stata avviata la ricomposizione, alla quale collabora una missione tedesca.

re è una espansione o un’egemonia militare (un protettorato?), se non altro perché il mare ha sempre rappresentato per gli Egiziani un confine pressoché invalicabile.

una spedizione commerciale? Una spedizione fu senz’altro effettuata, vista la sorprendente precisione dei redattori della lista. Ma l’itinerario deve riferirsi a un’iniziativa commerciale (legata alla ceramica!) e/o a una spedizione esplorativa di carattere diplomatico, diretta a rafforzare i rapporti preesistenti o a crearne di nuovi. La presenza delle iscrizioni nel tempio funerario del faraone ne conferma il carattere ufficiale, ma gli oggetti egiziani ritrovati a Micene e in altri luoghi menzionati nella lista (placchette in faïence con nome di Amenofi III o scarabei a nome della regina Ty), portano a escludere, per la loro modestia, che fossero doni regali: gli oggetti sembrano infatti piú simili a souvenir di una spedizione in Egitto compiuta da viaggiatori micenei. Non resta allora che pensare a una missione esplorativa di tipo commerciale, compiuta con il beneplacito della corte, che se ne sarebbe poi impadronita per collocarla all’interno dei temi della propaganda regale: una spedizione che ebbe successo, come dimostra il cospicuo afflusso della ceramica micenea. 70 a r c h e o

Prima di prenderne in esame il percorso (se mai l’impresa fu realmente compiuta), giova sottolineare che non vi è alcuna testimonianza, da parte micenea, che ci possa ricondurre all’arrivo degli Egiziani. Le tavolette in Lineare B, per la loro stessa natura di documenti amministrativi riferibili a un periodo cronologicamente assai ristretto, ben difficilmente potevano conservare qualche dato utilizzabile a tal fine.

il pastore egiziano Vi è un solo caso in cui l’Egitto fa la sua comparsa in tale documentazione. Una tavoletta proveniente da Cnosso (ora al Museo di Iraklion) e databile al XIV secolo a.C, registra un gregge di 25 montoni e 28 pecore appartenenti a un pastore di Su-ri-mo, una piccola località della Creta centrale. La cosa interessante è che tale pastore viene chiamato o designato come Ai-ku-pi-to-jo, cioè Aigyptios, «Egiziano» o «l’Egiziano» (in miceneo non esiste l’articolo). Non vi sono elementi per dire se si tratti di un etnico «(il pastore) egiziano» o di un pastore cretese (o egiziano) che si chiamava «Egiziano». Personalmente preferisco la prima ipotesi, perché nei testi in Lineare B vi sono etnici stranieri, come «donne di Mileto», riferito a schiave che risiedevano a Pilo. Purtroppo, però, si tratta di un epi-

sodio isolato che non si presta a generalizzazioni. Ma torniamo ancora una volta alla lista di Kom el-Hettan. I toponomi si possono raggruppare in due elenchi distinti, uno designato come Keftiu (termine che in quest’epoca indica sicuramente Creta) e che quindi comprendeva le località cretesi, e l’altro come tj-n3-y-w, che, malgrado le molte discussioni di cui è stato fatto oggetto, credo non possa intendersi altro che come Danaia, e cioè «la terra dei Danai», vale a dire la Grecia continentale, e in particolare il Peloponneso: in questo secondo caso non può sfuggire la significativa vicinanza con il Danao, padre delle cinquanta fanciulle del mito e fratello di Egitto (vedi box alla pagina accanto). Tra i due gruppi di elenchi si colloca un toponimo che sembra isolato: ku-t-i-t/l, identificato con Kythera, «Citera»: nome che potrebbe rappresentare la chiave di tutto il sistema. In effetti, esiste anche il problema dell’or ientamento secondo il quale la lista è stata redatta e secondo il quale debba essere letta. Il fatto che essa possa leggersi indifferentemente in un senso o nell’altro sta a significare che essa si riferisce a un viaggio di andata e ritorno. Se le cose stanno cosí, non ci sono dubbi sul fatto che il percorso da considerare per primo è quello sud-nord. La partenza può dunque essere


individutata in una qualunque delle località del Delta, da cui la spedizione avrebbe fatto rotta verso Creta (si noti, incidentalmente, contro il vento che normalmente soffia da nord a sud e che rende cosí agevole il percorso da Creta all’Egitto, cioè il viaggio di ritorno). La prima sosta è avvenuta a Creta, ma nessuna delle località menzionate nella lista (Amnisos, Wilios, Knossos, Liktos, Sitia, Kydonia, Festos) poteva dirsi veramente un porto, cosa che appare abbastanza sorprendente, ma che ritengo si possa spiegare tenendo conto che quella che abbiamo di fronte non è una carta geografica e si può quindi ammettere una certa approssimazione.

(che però non compare nella lista), ma Argo e Midea non possono essere escluse (nessuna delle due è citata nella lista) cosí come non può essere esclusa Micene, benché fosse la piú lontana delle località fin qui citate, ma che è menzionata nella lista di Kom el-Hettan. Il suo legame con l’Egitto appare peraltro solido: secondo Pausania, Nauplia sarebbe stata fondata dagli Egiziani, al tempo di Danao, ed è saldamente inserita in altri miti greci come il ritorno di Elena e Menelao dall’Egitto. Dopo Micene, che segue immediatamente Nauplia, la coerenza

la sosta a citera Il viaggio deve essere proseguito con una sosta intermedia a Citera, ormai nei pressi del Peloponneso e l’arrivo sul continente greco deve aver avuto luogo quasi certamente a Nauplia, un porto di facile accesso sulla costa meridionale del Peloponneso, donde la delegazione egiziana deve aver proseguito via terra verso le altre località menzionate. A Nauplia vi sono sicure testimonianze in età micenea, grazie al ritrovamento di una cinquantina di tombe e di altri resti architettonici. Non conosciamo il ruolo della città nella topografia dell’Argolide: può essere stata il porto di Tirinto

Le Danaidi Le 50 figlie di Danao sono protagoniste di un complesso mito greco sull’origine della nazione dei Danai (altro nome dei Greci). Il mito si fonda sull’antagonismo tra Danao, re di Libia, e suo fratello Egitto. Per sfuggire a Egitto, Danao e le figlie vanno ad Argo, dove sono raggiunti dai 50 figli di Egitto, che chiedono di sposare le Danaidi. Istigate dal padre, esse sposano i figli di Egitto e li uccidono, tranne Ipermnestra che risparmia il marito Linceo. In seguito Danao fa sposare le proprie figlie con gente del luogo e da questi matrimoni discenderanno i Danai. Linceo vendica i fratelli uccidendo a sua volta Danao e le Danaidi, che agli Inferi sono condannate a riempire per l’eternità una botte senza fondo. Qui accanto: Le Danaidi, dipinto di Alexandre-Denis Abel de Pujol. 1836. Valenciennes, Musée des Beaux-Arts.

dell’itinerario sembra dissolversi o, meglio, diramarsi in due direzioni: a est, verso l’«impossibile» Tebe, e a ovest, in cui la menzione di Messene appare sicura. Altre località appaiono di incerta identificazione allo stato attuale delle nostre conoscenze. Tuttavia l’iscrizione egiziana dimostra l’antichità dei rapporti tra l’Egitto e il Peloponneso, e il mito – quello delle Danaidi e quelli il cui ricordo sanguinoso si è mantenuto attraverso il teatro tragico –, ci garantisce, al di là di ogni dubbio, che i rapporti tra i due Paesi non erano frutto solo della fantasia dei poeti.


speciale • alessandro/iskandar

L’eroe DEI DUE MONDI 72 a r c h e o


Accade a tutti i grandi eroi: piú sono lontani e avvolti dall’ingannevole nebbia della storia, piú la loro immagine viene trasfigurata dallo zelo dei posteri. In queste pagine, il racconto di un caso «estremo»: quello – epico – di Alessandro Magno, il quale, da condottiero macedone, divenne «Iskandar», paladino dell’Islam! di Marco Di Branco

I

Particolare di una illustrazione raffigurante Alessandro Magno (Iskandar) con i sette sapienti (Socrate, Platone, Aristotele, Talete, Apollonio di Tiana, Ermete Trismegisto e Porfirio), da un’edizione del Khamsa, raccolta di cinque poemi epico-cavallereschi del persiano Nizami. XVI sec. Istanbul, Museo d’Arte Turca e Islamica.

n tempi come questi, in cui si susseguono dibattiti infiniti su veri o supposti scontri di civiltà, può essere utile tornare a riflettere su una figura-chiave della storia, sospesa fra mondo orientale e mondo occidentale: quella di Alessandro Magno. Per farlo, possiamo iniziare da una stimolante provocazione dello storico Franco Cardini (apparsa sul quotidiano Avvenire del 7 maggio 2011, con il titolo Alessandro, un eroe «arabo»): «Una bella domanda per i fautori della teoria dello scontro fra Oriente e Occidente; ma, a pensarci bene, anche per quelli della tesi dell’incontro. Alessandro Magno, a quale dei due mondi appartiene? Senza dubbio al nostro, affermeranno convinti i primi: non parlava forse greco (per quanto i Greci lo considerassero un barbaro)? Non aveva Aristotele come maestro? Non umiliò e distrusse l’impero persiano? Già – obietteranno i secondi –: ma per sposare una principessa iranica e insediarsi in Babilonia come Monarca Sacro secondo una tradizione babilonese e persiana, non certo ellenica; e non si fece forse seppellire e adorare fra il Nilo e il deserto, come un dio egizio? E non fu da lui, dal suo mito, dalla sua memoria, che gli Scipioni prima, Giulio Cesare e Marco Antonio poi, trassero l’ispirazione per quell’incontro fra il mondo greco-romano e quello orientale che (...) sarebbe diventato l’essenza stessa a r c h e o 73


speciale • alessandro/iskandar

Il Romanzo di Alessandro

Il Romanzo di Alessandro fu assemblato tra il III secolo a.C. e il VII secolo d.C., con materiali eterogenei e di varia provenienza. È probabile che il suo sostrato piú antico attinga a materiali contemporanei all’avventura di Alessandro e immediatamente successivi alla sua morte. Il Romanzo fu attribuito tradizionalmente a Callistene, il disgraziato nipote di Aristotele, che, coinvolto in una congiura contro Alessandro fu una delle vittime della natura collerica e violenta del grande condottiero macedone (secondo alcune fonti, fu torturato e poi giustiziato; altri riferiscono di un suo suicidio, n.d.r.). Ma proprio per la sua genesi plurima, l’opera è universalmente nota come Romanzo dello PseudoCallistene.


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L’impero di Alessandro Regno di Macedonia all’avvento di Alessandro (336 a.C.) Lega di Corinto alleata di Alessandro Territori conquistati da Alessandro (336-323 a.C.)

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Le spedizioni in Asia (334-326 a.C.)

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Esercito di Alessandro in marcia verso est

Il ritorno in Occidente Esercito di Alessandro Esercito di Cratero Flotta di Nearco

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Anno delle conquiste

Battaglie e data

Limite estremo dell’impero

Città fondate da Alessandro

In alto: l’impero di Alessandro all’epoca della massima estensione. Nella pagina accanto: miniatura raffigurante Alessandro Magno che riceve messaggeri di Dario III, da un’edizione del Romanzo di Alessandro. XIII sec. Venezia, Biblioteca del Monastero Mechitarista di S.Lazzaro degli Armeni. A sinistra: particolare di una statua di Dioscuro con testa di Alessandro Magno, da Cirene. 100-50 a.C. Cirene, Museo Archeologico.

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400 Km

dell’impero? “L’Oriente è l’Oriente, e l’Occidente è l’Occidente – dice un celebre verso del vecchio Kipling –: e non s’incontreranno mai”. Le vicende del mito di Alessandro sembrano fatte apposta per sconfessare questa certezza».

Marinai e gorgoni Alle parole di Cardini, possiamo affiancare quelle dello scrittore e viaggiatore Patrick Leigh Fermor (1915-2011). Nel suo libro piú bello, dedicato al Mani, l’estrema, magnifica propaggine del Peloponneso (Mani. Viaggi nel Peloponneso, Adelphi 2006), Fermor riporta infatti una leggenda diffusa tra Egeo e Mar Nero che ha come protagonisti marinai e «gorgoni», inquietanti donne-pesce dotate di magici poteri, e naturalmente, il grande conquistatore macedone: «In quelle acque – scrive Fermor –, belle gorgoni solitarie affiorano d’improvviso nel tumulto di una tempesta cicladica o eusina, specialmente, per un qualche motivo, il sabato sera; afferrano il bompresso dello sballottato caicco e domandano con voce sonante al capitano: “Dov’è Alessandro (segue a p. 78) a r c h e o 75


speciale • alessandro/iskandar 334 a.C. Alessandro attraversa l’Ellesponto e raggiunge le forze macedoni già in Asia. Alessandro sbaraglia le forze persiane al Granico e annette i territori e le città della costa dell’Asia Minore. Poi entra in Paflagonia, Cappadocia e Cilicia. L’esercito avanza verso la Siria.

333 a.C. novembre Alessandro rovescia l’esercito persiano, condotto dallo stesso Dario III, nella battaglia di Isso. Dario fugge, ma lascia la famiglia prigioniera dei Macedoni.

332 a.C. Occupazione delle città della Fenicia, della Siria e dell’Egitto. Qui viene accettato dai sacerdoti di Menfi come un nuovo faraone. L’oracolo dell’Oasi di Siwa lo proclama «Figlio di Amon».

«Alessandro il greco», nemico della Persia Nella tradizione persiana Alessandro è trasformato in un eroe negativo, al servizio del dio malvagio Ahriman, costantemente in lotta con il dio buono, Ahura Mazda. Ecco, per esempio, quanto si legge nell’Arda Wiraz Namag (il Libro di Arda Wiraz), un testo apocalittico mazdeo di epoca islamica basato su fonti sasanidi, in cui l’immagine del Macedone assume tratti addirittura demoniaci: «Si racconta che in altri tempi il santo Zarathustra avesse diffuso nel mondo la Legge che aveva ricevuto da Ahura Mazda. Per trecento anni la Legge restò pura e gli uomini conservarono la Fede. Poi, il maledetto Ahriman, il dannato, per far perdere agli uomini la Fede e il rispetto della Legge, spinse questo maledetto Alessandro, il greco, a venire nel paese d’Iran per portarvi l’oppressione, la guerra e le devastazioni. Egli venne e mise a morte i governatori delle province dell’Iran. Saccheggiò e fece cadere in rovina la Porta del Re, la capitale. La Legge, scritta in lettere d’oro su pelli di bue, era conservata nella «fortezza degli scritti» della capitale. Ma il perfido Ahriman guidò il malfattore Alessandro e bruciò i libri della Legge. Fece perire i saggi, gli uomini della Legge e i sapienti del paese d’Iran. Seminò l’odio e la discordia tra i grandi, sicché, schiacciato anche lui, si precipitò all’inferno». 327 a.C. Fondazione della città di Nikaia («Vittoria») a sud di Kabul (attuale Begram). I Macedoni attraversano la regione del Ghandara e occupano la città di Peucelaotis (attuale Charsadda). Alessandro entra nella regione delle valli del Bajaur, del Dir e del fiume Swat, impadronendosi di città e fortezze. Alla confluenza con l’Indo, gli viene consegnata la città di Taxila. L’esercito macedone si spinge verso il Punjab (la valle formata dai 5 affluenti dell’Indo).

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326 a.C. Un re del Punjab di nome Poros (l’indiano Paurava) sbarra la strada ad Alessandro sulle sponde del fiume Idaspe (odierno Jhelum). Alessandro riesce ad avere la meglio sull’esercito indiano e i suoi elefanti da guerra, ma, impressionato dal coraggio del re, lo reinsedia sul trono. Procede lungo l’Idraote (oggi Ravi) verso i territori del Kashmir. Giunge cosí all’Ifasi (Beas), confine ultimo con la valle del Gange. Qui avviene la famosa rivolta dei suoi soldati, che si rifiutano di procedere oltre e gli impongono il ritorno. L’esercito procede alla volta della confluenza dei rami dell’Indo. Occupazione del Sindh ed esplorazione del delta del grande fiume.


331 a.C. Nuova vittoria macedone a Gaugamela, in Mesopotamia. Alessandro giunge a Babilonia, sacrifica al dio Marduk e riceve l’antico titolo sumero-accadico di «re delle 4 parti del mondo». Arrivato a Susa, nel Khuzistan, recupera le statue dei Tirannicidi che i Persiani avevano rubato ad Atene in segno di sfregio verso la politica democratica della città.

330 a.C. Giunge a Persepoli (Parsa), a Pasargade, poi a Ecbatana, e si impadronisce del tesoro reale persiano. Incendio di Persepoli. Dario III fugge verso l’Ircania, la sponda sud-orientale del Mar Caspio, dove il satrapo Besso lo cattura, e, all’arrivo di Alessandro, lo fa pugnalare a morte.

330-327 a.C. Conquista e sistemazione dei regni orientali: Ircania, Partia (attuale Khorassan), Aria (Afghanistan centrale), Drangiana (Sistan), Gedrosia (Makran, Beluchistan meridionale), Aracosia (Afghanistan meridionale, regione di Kandahar). Nel 329 occupa la Battriana. Qui fonda una città che chiamerà «Alessandria Estrema», «Ultima», a segnare il compimento di un’altra tappa della sua impresa: la conquista dell’Oriente fino alle frontiere dell’India.

Il re Dario III in fuga (qui accanto) e Alessandro Magno in sella al cavallo Bucefalo (nella pagina accanto), due particolari del mosaico pavimentale raffigurante la battaglia di Isso, dalla Casa del Fauno di Pompei. Copia romana del II-I sec. a.C. di un’opera pittorica di epoca ellenistica realizzata da Filosseno d’Eretria. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

325 a.C. Alessandro e un esercito di truppe scelte tentano la traversata dei deserti della Gedrosia, teatro di fallimenti leggendari da parte di Semiramide e di Ciro il Grande. La traversata, durata due mesi, è fatale per gran parte dei soldati. Nearco, al comando della flotta, naviga la costa nord del Golfo Persico verso lo Stretto di Hormuz. Di qui raggiunge le bocche del Tigri. Alessandro con i superstiti raggiunge la Carmania (Kerman) e consolida i regni dell’Iran centro-orientale. Restaura con tutti gli onori la tomba di Ciro il Grande, violata a Pasargade.

324 a.C. Alessandro giunge a Susa e si dedica al rafforzamento del suo regno sterminato. Deve sedare una pericolosa rivolta scoppiata in Mesopotamia tra le sue truppe. Combatte nelle valli dei monti Zagros e procede verso ovest.

323 a.C. Accompagnato da sinistri presagi, Alessandro entra a Babilonia. Vi muore il 10 giugno, all’età di 33 anni, vittima di una malattia o, secondo altre versioni, di avvelenamento, mentre prepara una grande spedizione navale diretta alle coste dell’Arabia.

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speciale • alessandro/iskandar Nella pagina accanto: miniatura che raffigura Iskandar (Alessandro) sul mare occidentale, da un’edizione dello Shahnameh. XVI sec. Collezione privata. In basso: miniatura raffigurante Alessandro al capezzale di Dario morente, da un’edizione turca dell’Iskandar name di Nizami. 1468. Istanbul, Biblioteca Universitaria.

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Magno?”. Il capitano deve rispondere con tutto il fiato che ha in corpo: “Alessandro vive e regna!” aggiungendo magari: “e tiene il mondo in pace!”. A queste parole la gorgone svanisce e le onde si placano. Se si dà la risposta sbagliata, la tempesta con fragore assordante raddoppia di furore, la gorgone tira giú il bompresso verso il fondo del mare e il caicco si inabissa con tutti i marinai. Questa strana leggenda, largamente diffusa tra i naviganti del mondo greco, ha una forte presa sull’immaginazione (…). È degno di nota che Alessandro Magno sia l’unico eroe greco sopravvissuto nell’animo popolare. (…) le sue molte leggende sotto il nome di Iskandar, in arabo, in persiano e in parecchie altre lingue, dominano l’Islam fino all’Himalaya: con quanta maggior ragione, dunque, accade che egli viva e regni nella mente dei suoi compatrioti». Nel folklore neo-greco, dunque, Alessandro Magno vive e regna per sempre: d’altra parte, la ricerca dell’immortalità e l’esplorazione dei limiti ultimi del cosmo costitu-

iscono due dei motivi-chiave del suo mito. Tuttavia – come nota giustamente lo stesso Fermor – questa mitizzazione del grande conquistatore macedone non sembra essere un elemento esclusivo del mondo ellenico: dall’Egitto all’Himalaya, dalla Britannia all’Uzbekistan, la leggenda di Alessandro si è propagata in tutto il mondo, trasformando il personaggio storico nell’ultimo degli eroi greci, una delle piú sfavillanti icone mitiche elaborate dal pensiero umano. Alessandro diviene leggenda mentre è ancora vivo e procede alla conquista del mondo conosciuto e sconosciuto. Alla creazione del suo mito contribuisce il nipote di Aristotele, Callistene, che ha seguito a lungo il Macedone nelle sue campagne militari. In ogni caso, a Callistene è attribuito il nucleo piú antico del Romanzo di Alessandro, che trasfigura in epiche imprese anche ciò che il suo protagonista aveva solo sognato di compiere.

l’ultimo degli eroi Questo eccezionale best seller, composto originariamente in greco, fu letto, copiato, rielaborato, ampliato e tradotto, senza soluzione di continuità, dall’epoca ellenistica fino alle soglie dell’età contemporanea (vedi box a p. 74). L’opera si presenta come un’intrigante e pluristratificata commistione di generi: lettere, diatribe retoriche, passi di prosa mista a versi e cosí via. E, proprio tramite il Romanzo, la leggenda di Alessandro raggiunse l’Oriente: di esso, infatti, vennero prodotte versioni in mediopersiano (pahlavi, la lingua persiana in epoca sasanide, n.d.r.), siriaco, armeno, etiopico, copto, arabo ed ebraico, ed esso fu alla base delle celebri rielaborazioni poetiche neopersiane di due dei massimi poeti della Persia islamica, Firdusi (935-1020) e Nizami (1141/1146-1180/1217). La fortuna della figura di Alessandro nel mondo orientale è soprattutto legata alla cultura islamica, fortemente attratta dal mito del grande conquistatore greco: in effetti, la letteratura araba e, successivamente, come si è visto, anche quella della Persia islamizzata si mostrano particolarmente interessate a tutte le tematiche legate alla figura di Alessandro, indipendentemente dal ruolo ideologico o religioso che esse avevano giocato negli specifici contesti di provenienza. Il personaggio di Alessandro, dunque, è una di quelle grandi figure destinate ad abbandonare presto il palcoscenico della


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speciale • alessandro/iskandar

storia, per raggiungere la sfera del mito. Ma come è avvenuto questo straordinario passaggio? Nel suo Pensiero storico classico Santo Mazzarino affronta lucidamente la questione, giungendo a una conclusione semplice e al tempo stesso illuminante: «Noi, oggi, non possiamo piú accettare integralmente la divisione netta, che tuttavia apprendemmo sui banchi della scuola, fra la tradizione “veridica” sulle impre-

se di Alessandro Magno e la tradizione “fantastica” intorno a quelle imprese medesime. Possiamo dire che c’era un piú o un meno d’invenzione; anzi, che ce n’era in taluni storici d’Alessandro moltissima, un minimo in altri; ma non ci riuscirà mai di segnare una barriera netta fra la storiografia pragmatica e quella retorica (...). Anche la leggenda fantastica, come (...) il Romanzo di Alessandro, affonda le sue radici nella stessa personalità storica di Alessandro e nell’interpretazione che di lui avevano dato i contemporanei».

Da Bisanzio alla Persia Il legame di Alessandro con il mito è dunque un «carattere originario» della sua figura e della sua vicenda: nei secoli – e nei

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Persepoli, il Palazzo di Dario. VI-V sec. a.C. La figura di Alessandro è stata spesso oggetto di un vero e proprio tentativo di «iranizzazione», fino a postularne la parentela con i sovrani persiani.


millenni – egli diviene non solo l’archetipo del conquistatore che vive e regna per sempre, ma anche quello dell’uomo alla ricerca della sapienza, della verità e della vita immortale. Se a Roma la figura del Macedone è oggetto di ammirazione ed emulazione da parte degli imperatori (è il celebre fenomeno della cosiddetta imitatio Alexandri, l’emulazione di Alessandro), ma anche di condanna e riprovazione da parte dei senatori che vedono in lui un pericoloso modello di autocrazia, a Bisanzio, anche a causa dell’assenza di un ceto senatorio influente come quello romano, Alessandro tende ad assumere tout court le fattezze del «buon re» (kalós basileus), capostipite dei sovrani costantinopolitani: nei panegirici imperiali il paragone con il grande conquistatore macedone costituisce un pun-

to di riferimento ineludibile. Inoltre, proprio in quanto termine di confronto per gli imperatori, lo stesso Alessandro si trasforma in monarca bizantino: in una versione tarda del Romanzo, composta tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo d.C. – la cosiddetta Recensione epsilon –, si ritrovano, per esempio, le medesime formule e i medesimi gesti del cerimoniale di corte di Costantinopoli. A Bisanzio, inoltre, Alessandro viene rappre-

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speciale • alessandro/iskandar

munità cristiane insediate nei territori dell’impero persiano vedevano nel conquistatore della Persia al tempo stesso un modello e una speranza di liberazione dal giogo dei Sasanidi: non è certo un caso, come vedremo, che la leggenda di Alessandro abbia conosciuto una fortuna particolare proprio in ambito siriaco. La letteratura siriaca, una delle piú importanti letterature dell’Oriente cristiano sottomesso ai Sasanidi, annovera varie opere riguardanti la figura di Alessandro, fra le quali spicca la rielaborazione del Romanzo dello Pseudo-Callistene.

sentato come grande costruttore di antichi monumenti (come il non meglio noto Strateghion della capitale imperiale, il tempio di Capo Sunio e il faro di Alessandria, opere che, in realtà, non possono certo essere attribuite al Macedone), come mago e taumaturgo. A oriente di Bisanzio, per quanto riguarda il giudizio sulla figura di Alessandro, si registra invece una sostanziale dicotomia di atteggiamenti, fondata sull’appartenenza politica e religiosa. In effetti, la tradizione mazdea dell’Iran di epoca sasanide non può non essere fieramente ostile nei confronti del condottiero greco che aveva sottomesso la Persia, trionfando sugli Achemenidi (vedi glossario a p. 89). Al contrario, le co82 a r c h e o

l’ambigua fedeltà dei cristiani d’Oriente Questi testi nascono, appunto, all’interno del milieu cristiano installato nei territori dell’impero sasanide e il cui atteggiamento nei confronti dei Persiani è stato efficacemente definito come «un caso di lealtà divisa»: in effetti, tale milieu, pur mantenendo le proprie tradizioni religiose, era, almeno formalmente (e con tutte le ambiguità del caso), fedele all’autorità persiana, anche quando quest’ultima si trovasse in una condizione di conflitto con Bisanzio. Doveva ovviamente trattarsi di una situazione piuttosto fluida, in cui, a periodi di tranquilla convivenza, si succedevano momenti di estrema tensione, soggetti a sfociare in persecuzioni su larga scala motivate dal persistente sospetto di connivenza con il nemico che gravava (spesso a ragione) sui cristiani di Persia. In questa tormentata temperie politica, religiosa e culturale, la vicenda di Alessandro assume, di volta in volta, nuove sfumature, a seconda che ne siano accentuati gli aspetti politici, militari o religiosi. Un caso esemplare in tal senso è quello della versione siriaca del Romanzo di Alessandro: essa, infatti, fondendo insieme, sull’impalcatura dell’opera dello Pseudo-Callistene, elementi propagandistici filo-bizantini, temi biblici e miti di tradizione mesopotamica, colloca la «figura ideologica» del conquistatore macedone al centro dell’immaginario collettivo dei cristiani d’Oriente. Per costoro, Alessandro diviene l’esempio classico dell’imperatore cristiano che ottempera ai suoi doveri terreni secondo la volontà – e con l’aiuto – di Dio. Allo stesso modo, i lamenti dei filosofi sulla tomba di Alessandro, appartenenti alla categoria degli gnomologia (le raccolte di detti attribuiti ai sapienti dell’antichità, contenenti forme di «filosofia popolare», che eb-


bero grande diffusione nel mondo di lingua siriaca e araba, n.d.r.), inducono il cristiano a riflettere sulla caducità della grandezza terrena e sono strettamente connessi alla radicale cristianizzazione dell’immagine del Macedone. Quest’ultimo emerge particolarmente in alcuni poemi siriaci dedicati ad Alessandro composti negli anni Trenta del VII secolo d.C. In tali testi, Alessandro incarna il sovrano umile e pio e indossa i panni del re-sacerdote biblico, incaricato di portare a compimento una missione divina: costruire un cancello che sbarri la strada a Gog e Magog, leggendarie popolazioni dell’Asia centrale, citate nella tradizione biblica quali genti selvagge e sanguinarie. Come tutte le grandi figure sospese fra il mito e la storia, anche Alessandro è un eroe flessibile, su cui si cristallizzano, a

A destra: busto in marmo raffigurante Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Copia romana da un originale greco, I sec. d.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Galleria Chiaramonti. Nella pagina accanto: miniatura raffigurante Alessandro Magno e una statua del faraone Nectanebo, da una copia armena del Romanzo di Alessandro. XIV sec. Venezia, Biblioteca del Monastero Mechitarista di S.Lazzaro degli Armeni.

alessandro, una famiglia allargata Fila

Olimpiade

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Alessandro d’Epiro

Cleopatra

Alessandro Magno (336-323) Roxane Alessandro IV

Cleopatra Filippo II (359-336)

Europa Audata Cinna

Aminta Adeia

Filinna Filippo III A(r)rideo

A(r)rideo

Euridice Nicesipoli Tessalonice

Cassandro

Meda

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speciale • alessandro/iskandar

«Quanto è forte il profumo di Sandar!» Riportiamo, qui di seguito, un brano dei Racconti dettagliati di Dinawari, che nell’opera diede particolare rilevanza alle imprese di Alessandro, soprattutto in rapporto alla storia della Persia: «Dara, dopo aver governato per dodici anni, sul letto di morte consegnò il regno a suo figlio Dara, cioè a quello che è noto come Dario, l’avversario di Alessandro (...). Costui aveva una grande potenza e truppe numerose, e al tempo suo non c’era sulla terra alcun re che non lo ascoltasse e non gli pagasse il tributo. Intanto Alessandro divenne adulto. Sulla sua genealogia i dotti hanno diverse opinioni: i Persiani affermano che egli non era figlio di Filippo, ma della figlia di costui, e che suo padre era piuttosto Dara, figlio di Bahman: essi affermano che Filippo, quando Dara portò la guerra nella terra dei Rum (Roma, n.d.r.), si sarebbe impegnato negli accordi di pace a pagare un tributo; in seguito, Dara desiderò in sposa la figlia di Filippo, e dopo che quest’ultimo gliela diede, quello la portò con sé nella sua patria. Ma quando volle avere rapporti sessuali con lei, notò che ella aveva un cattivo odore e divenne mal disposto verso di lei. Egli dunque la consegnò alla tutrice delle sue donne, ordinandole di utilizzare qualche mezzo contro quell’odore. In verità l’odore scomparve, in buona parte grazie alla potenza di una pianta chiamata Sandar. Quando Dara fece tornare sua moglie, notò il profumo di Sandar e disse “Al Sandar”, cioè “Quanto è forte il profumo di Sandar!”. “Al” significa infatti in persiano “forte”.

seconda dei contesti politici, sociali e culturali e dei momenti storici, valori positivi o negativi. Cosí, mentre i Bizantini – come già ricordato – fecero di Alessandro il modello regale per eccellenza, i Sasanidi crearono invece una vera e propria «leggenda nera» del Macedone, che ebbe un ruolo fondamentale per la propaganda della nuova dinastia, propaganda che intendeva enfatizzare gli elementi «nazionalistici», rifacendosi all’antica tradizione achemenide e a quella del clero mazdeo. Proprio tale clero fu il primo responsabile della trasmissione di un’immagine negativa di Alessandro, rappresentato come malvagio sovvertitore della monarchia persiana e della religione iranica, e quale implacabile distruttore dei templi del fuoco e dei libri sacri del mazdeismo. Dall’epoca della composizione del primo nucleo del Romanzo, la figura del grande conquistatore macedone non cessa dunque di modificarsi. Alla sua «costruzione» contribuiscono la tradizione ellenistico-romana, quella di matrice sasanide e quella cristiana orientale di lingua siriaca. Nelle opere degli autori arabo-islamici, infine, tutte queste tradizioni finiscono per so84 a r c h e o

vrapporsi. Ed esattamente da tale fusione A sinistra: nasce quella che possiamo definire «l’im- miniatura magine islamica» di Alessandro Magno. raffigurante

alla corte dei califfi Se si prescinde da un famoso – e discusso – riferimento ad Alessandro contenuto nella sura XVIII (83-98) del Corano (vedi oltre, a p. 88), il piú antico testo arabo che lo menzioni e di cui abbiamo notizia è la traduzione di una raccolta di epistole di Aristotele ad Alessandro. Il libraio di Baghdad Ibn al-Nadim, nel suo catalogo di testi arabi completato intorno al 987-8 (Kitab al-fihrist, III 2), scrive che un tale Salim, soprannominato Abu ’l-‘Ala’, segretario del califfo omayyade Hisham ibn ‘Abd al-Malik (724-743), «era un maestro di stile letterario e di eloquenza; costui fece una traduzione delle epistole di Aristotele ad Alessandro, oppure esse furono tradotte per lui ed egli corresse la traduzione; la sua raccolta di lettere comprende circa cento fogli». La notizia del libraio Ibn al-Nadim sulla traduzione di Salim Abu ’l-‘Ala’ è indicativa del precoce interesse del mondo arabo-islamico per la storia di Alessandro. Dopo le iniziali conquiste in Siria, Palestina ed Egitto, il trasferimento dei dominatori arabi e dei mem-

la nascita di Alessandro, da una copia armena del Romanzo di Alessandro. XIV sec. Venezia, Biblioteca del Monastero Mechitarista di S.Lazzaro degli Armeni.


Egli poi la possedette e lei rimase incinta di lui, ma poiché, a causa dell’odore, la sua disposizione nei suoi confronti era rimasta negativa, la rinviò a suo padre Filippo. Là ella diede alla luce Alessandro – cosí lo chiamò dal nome della pianta con la quale era stata trattata (...). Alessandro crebbe fino a diventare un ragazzo assennato, ben educato e intelligente; poiché suo nonno Filippo riconosceva in lui la sua prudenza e la sua energia, gli affidò tutto il potere. (...) Dopo l’ascesa al trono Alessandro non aveva in mente altra impresa che non fosse quella di impadronirsi del regno di suo padre Dara figlio di Bahman. Perciò egli mosse contro suo fratello Dario e combatté con lui per il regno. Ma i dotti dei Rum respingono questo racconto e affermano che Alessandro era il figlio carnale di Filippo. Come essi narrano, quando egli, dopo la morte di Filippo, divenne re, rifiutò a Dario figlio di Dara il tributo che suo padre gli aveva pagato. Allora Dario gli scrisse di mandargli quel tributo che si basava su un accordo fra lui e suo padre. Ma Alessandro gli scrisse di rimando che la gallina che aveva deposto quelle uova era morta. Allora Dario andò in collera e giurò di muovere personalmente verso la terra dei Rum e di distruggerla, ma Alessandro non si preoccupò minimamente della cosa. (Dinawari, I racconti dettagliati, Brill, Leida 1888). In alto: miniatura raffigurante il re persiano Dario con i suoi dignitari, da una copia armena del Romanzo di Alessandro. XIV sec. Venezia, Biblioteca del Monastero Mechitarista di S.Lazzaro degli Armeni.

bri delle tribú in territori di lingua greca aveva reso inevitabili le traduzioni dal greco in arabo, tanto negli ambienti di governo quanto nella vita di tutti i giorni. E ciò vale per tutto il periodo omayyade. Per evidenti motivi di «continuità», fu necessario, per i primi Omayyadi, assumere nella loro corte di Damasco funzionari di lingua greca e adottare essi stessi questa lingua.

Un manuale di virtú Altrettanto legate alle necessità dell’élite al governo furono le traduzioni in arabo di testi greci.Va tuttavia sottolineato che queste attività di volgarizzamento rappresentano casi fortuiti, adattamenti ad hoc ai bisogni del tempo, e nulla hanno a che vedere con lo straordinario fenomeno del «movimento di traduzione» di epoca abbaside (IX-X secolo d.C.). In età omayyade la gran parte del materiale greco (documenti amministrativi, burocratici, politici e mercantili) fu tradotto per ragioni pratiche. Anche i materiali che possono essere considerati «culturali», come appunto le presunte lettere di Aristotele ad Alessandro avevano, infatti, uno scopo eminentemente «utilitaristico»: quello di fornire ai califfi di Damasco, sovrani di un nuovo grande impero universale,

uno speculum principis (un manuale di virtú regale, n.d.r.) a cui uniformarsi. L’interesse degli Omayyadi per Alessandro è, inoltre, confermato da un altro testo, all’incirca contemporaneo: la traduzione, attribuita a Ibn al-Muqaffa‘ (morto nel 756) della cosiddetta Lettera di Tansar (o Tosar), un’opera composta originariamente in pahlavi nel VI secolo d.C., oggi nota solo attraverso una versione neopersiana eseguita sull’asserita traduzione di Ibn al-Muqaffa‘. Nell’epistola, Tansar, ministro del re persiano Ardashir, elogia le istituzioni dello Stato sasanide, facendo riferimento alla sua organizzazione, al suo ordine sociale, al diritto pubblico e privato, alla religione e alla storia della Persia. In tale contesto filo-persiano sono collocate lettere nelle quali Aristotele condanna il massacro dei principi persiani, meditato da Alessandro, come contrario alla legge religiosa. Non sappiamo se qui Ibn al-Muqaffa‘ attingesse alla traduzione di Salim Abu ’l-‘Ala’ o se utilizzasse una fonte indipendente, ma è ancora una volta evidente come i supposti scambi epistolari fra Alessandro e Aristotele su temi politici legati alla conquista della Persia dovessero suscitare un notevole interesse fra i membri dell’élite omayyade, alle prese con il riassetto dei territori dell’ex-impero sasanide. a r c h e o 85


speciale • alessandro/iskandar

Jaddua, sommo sacerdote di Israele, che consegna le chiavi di Gerusalemme ad Alessandro Magno, incisione di Matthäus Merian il Vecchio realizzata per la Historische Chronica di Johann Ludwig Gottfried. 1630. La scena immagina l’arrivo del Macedone a Gerusalemme, al termine del pellegrinaggio narrato da Flavio Giuseppe nelle Antichità giudaiche.

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In effetti, il quadro che emerge dalle fonti mostra per questo periodo un’ampia diffusione dei temi «alessandrini» relativi alla conquista e alla riorganizzazione dell’impero persiano, e, al tempo stesso, l’assenza pressoché totale degli elementi leggendari, filosofici, mistici e alchemici legati alla figura del Macedone, che conobbero invece un enorme successo nel mondo islamico a partire dallo scorcio finale del IX secolo d.C. D’altra parte, anche i numerosi e pervicaci tentativi di rintracciare elementi di una precoce versione araba del Romanzo dello PseudoCallistene hanno ottenuto, quasi paradossalmente, il risultato di evidenziare come di tale versione esistano soltanto attestazioni assai tardive: sembra proprio che per lungo tempo l’unico «romanzo arabo» di Alessandro sia stato quello costituito dalle sintesi operate dagli storici e letterati islamici sulla base della versione siriaca dello Pseudo-Callistene.

da rampollo Persiano... Una delle piú antiche opere storiche arabe conservate sono i Racconti dettagliati (al-akhbar al-tiwal) dello storico, geografo e astronomo Abu Hanifa Dinawari (morto nell’894-5).

Questo testo costituisce una notevole eccezione nel panorama storiografico dei primi secoli dell’Islam, dal momento che i piú antichi storici musulmani non considerano affatto il primo periodo islamico come derivante dal passato della Persia sasanide – o in qualche misura collegato a esso –, ma piuttosto come a una fase radicalmente nuova della storia del mondo. Il pensiero di Dinawari, invece, studioso arabo di origini iraniche, appare imbevuto di valori etici e di un senso della storia che affondano le loro radici nella tradizione sasanide, al punto che nei Racconti dettagliati le gesta del Profeta Muhammad sono quasi del tutto ignorate. In tale contesto, appare ovvio che le imprese di Alessandro assumano particolare rilevanza, soprattutto in rapporto alla storia della Persia: nei Racconti, infatti, ampio spazio è dato alle vicende della conquista, nelle quali emerge ancora una volta il topos «sasanide» della crudeltà di Alessandro, che congiura segretamente contro Dario e poi fa ricadere ipocritamente la colpa della sua morte sui sicari da lui stesso inviati, non vergognandosi di rivolgere calorose parole di consolazione allo stesso re persiano morente, a sua madre e a sua moglie.


Ma Alessandro non è solo subdolo e ipocrita; egli è anche, almeno inizialmente, un tiranno dispotico e irascibile, che non esita a chiudere in prigione il saggio Aristotele quando quest’ultimo osa rimproverarlo. Fin qui, Dinawari sembra procedere nel solco della tradizione sasanide ostile ad Alessandro. Improvvisamente, però, fa la sua comparsa un tema nuovo: l’autore, infatti, riferisce di un significativo contrasto fra Persiani e Bizantini a proposito della genealogia del Macedone. Siamo in presenza di un tentativo da parte persiana di appropriarsi della figura di Alessandro, attraverso una rielaborazione della leggenda di Nectanebo (Pseudo-Callistene, I 1-10): come quest’ultima faceva del Macedone un figlio spurio del faraone Nectanebo, alludendo a una sua origine egizia, cosí il racconto di Dinawari ne fa addirittura un rampollo di Dario II, presupponendo una sua ascendenza persiana. Il tentativo di «iranizzare» Alessandro è necessariamente posteriore alla caduta dell’impero sasanide (durante il quale, come si è detto, la sua figura subisce un processo di piena demonizzazione) e va attribuito a un gruppo di tradizionisti islamici di origine

persiana che del Macedone hanno un’opinione estremamente positiva e che – come vedremo tra breve – finiranno per trasformarlo in un pio musulmano.

...a pio monoteista L’elemento piú singolare contenuto nel testo di Dinawari è, senza dubbio, la trasfigurazione del grande condottiero macedone in pio pellegrino, purificatore del santuario di Mecca. Questo tema, del resto già presente nell’opera del tradizionista yemenita Wahb ibn Munabbih (654-728/732 circa), sancisce un cambio di atteggiamento nei confronti della figura di Alessandro, che comportò il progressivo ridimensionamento della tradizione sasanide a lui ostile (ancora ben presente nell’opera di Dinawari) ed ebbe il suo culmine proprio in terra persiana, dove all’immagine tutta negativa dei testi pahlavi, si sostituí, proprio dalla fine del IX secolo d.C., una visione del Macedone come modello esemplare di virtú e di saggezza. Alla radice di questa metamorfosi v’è certamente un celebre passo delle Antichità giudaiche (XI 317-45) dello storico romano di origine ebraica Flavio Giuseppe (circa 37-

Gerusalemme. La Cupola della Roccia, il piú importante monumento islamico della città, costruito tra il 687 e il 691 per volere del califfo omayyade ‘Abd al-Malik.

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100 d.C.), nel quale si descrive un pellegrinaggio di Alessandro a Gerusalemme: in tale occasione egli sarebbe stato ricevuto dal gran sacerdote e avrebbe fatto un sacrificio al Dio degli Ebrei, ai quali avrebbe concesso di potersi valere delle loro leggi patrie e di poter essere immuni dai tributi ogni settimo anno. Alessandro concedette loro ogni cosa. Ispirandosi a questo racconto, Dinawari si spinge fino al punto di delineare un’immagine di Alessandro che si avvicina a quella di un eroe dell’Islam. Scrive infatti lo storico arabo: «Poiché Dio aveva buone intenzioni nei riguardi di Alessandro, questi rientro in sé e rifletté su quelle sagge parole, che gli giunsero fino al cuore e gli fecero cambiare radicalmente opinione. Cosí, fece chiamare Aristotele a colloquio, lo ascoltò e fu convinto dai suoi ammonimenti e dal suo esempio. Riconobbe che aveva ragione e che tutto ciò che non è adorazione di Dio è vanità, si convertí, accolse la verità e divenne ortodosso. Allora disse a quel servo di Dio: “Ti prego, resta sempre con me, affinché io sia illuminato dal tuo sapere e sia rischiarato dalla luce della tua saggezza”. Quello replicò che, se davvero lo voleva, doveva impedire al suo seguito di commettere ingiustizia, oppressione e ulteriori misfatti. Di conseguenza, Alessandro diede precisi ordini in cui minacciava punizioni, quindi radunò i capi dei suoi sudditi e i suoi generali e parlò loro cosí: “Sapete che noi fino a oggi non abbiamo adorato nient’altro che idoli che non ci hanno giovato e non ci hanno danneggiato. Ora io vi do un ordine che non tollera obiezioni: desidero per la vostra salvezza quello che io faccio per la mia, e cioè che adoriate Dio solo e nessun idolo, e che rinneghiate ogni altra divinità che in passato adoravamo”. Allora tutti dissero: “Accettiamo le tue parole e riconosciamo che hai detto la verità e crediamo al tuo e nostro Dio”» (Racconti dettagliati, ed. cit., pp. 34 ss.).

Un modello politico... Nella cultura islamica, questa immagine eccezionalmente positiva di Alessandro si affermerà sempre di piú, e da ciò deriverà la tendenza a ravvisare nella sua figura un modello politico a cui conformarsi, tendenza che è alquanto irrobustita dal progressivo imporsi nel mondo islamico dell’identificazione fra l’eroe macedone e il misterioso «Bicorne» (Dhu ’l-Qarnayn) menzionato in alcuni versetti della XVIII sura del Corano. Fra il IX e l’XI secolo d.C. la maggior parte 88 a r c h e o

dei commentatori del testo coranico ha infatti elaborato un’interpretazione di questi versetti secondo cui Dhu ’l-Qarnayn – che seguí una via «fino al luogo dove il sole tramonta», un’altra «fino al luogo dove sorge il sole», e un’altra ancora fino alle «Due barriere», dove costruí una Muraglia contro Gog e Magog e ne preannunciò la distruzione da parte di Dio al momento della fine del mondo – andrebbe appunto identificato con Alessandro Magno. Cosí, per esempio, nella celebre iscrizione che illustra le realizzazioni del sultano mamelucco al-Malik al-Ashraf Khalil (12901294) posta al di sopra del grande portale d’ingresso della cittadella di Aleppo, l’elogio piú grande riservato al sultano è quello di «Alessandro del suo tempo» (Iskandar al-zaman). Sebbene tale epiteto sia stato utilizzato in precedenza da alcuni emiri turchi e dal sultano Baybars I (1260-1277), esso ha qui un significato particolare in ragione delle grandi vittorie riportate da al-Malik alAshraf Khalil contro i Franchi e gli Armeni e, di conseguenza, delle sue speranze di riconquistare l’Iraq, sottraendolo al dominio della dinastia mongola degli Ilkhanidi. Le

Aleppo. Una veduta della cittadella. Nell’iscrizione che sormonta il portale d’ingresso, il sultano mamelucco al-Malik al-Ashraf Khalil si definí l’«Alessandro del suo tempo».


imprese del sultano, la cui ambizione era quella di restaurare il califfato a Baghdad, acquistavano cosí una dimensione escatologica che faceva di lui nello stesso tempo un conquistatore universale e il fondatore di una nuova era dell’Islam.

Glossario Achemenidi Nome della dinastia originaria della Persia e che, dalla metà del VI al IV sec. a. C., regnò su gran parte dell’Asia anteriore. Tra i re della dinastia emergono Ciro il Grande (558-530 a.C.), col quale si affermò pienamente la potenza degli Achemenidi e che fu il primo a esser chiamato «re di Persia», Cambise (530-522), Dario I (522-485), Serse I (485-465) e Artaserse I (465-424). La dinastia si estinse nel 330 a. C. con Dario III, assassinato dopo essere stato vinto da Alessandro Magno. Sasanidi La dinastia sasanide, che prende il nome dal suo fondatore, Sasan, fu l’ultimo casato di origine locale a governare la Persia prima della conquista islamica. Il primo imperatore sasanide fu Ardashir I, che nel 224 d.C. rovesciò gli Arsacidi e nel 226 assunse il titolo di «Re dei re». I Sasanidi mantennero il controllo della Persia fino al 651 d.C., quando furono sconfitti dagli Arabi. Mazdeismo È la religione piú importante dell’Iran preislamico, ampiamente diffusa in quasi tutta l’Asia centrale fino al VII secolo d.C. I suoi fedeli si definivano «adoratori di Mazda», designandosi quindi come seguaci del Dio creatore denominato Ahura Mazda, il «Saggio signore» o il «Signore che crea con il pensiero». I sacerdoti del culto mazdeo divennero noti in Occidente con il nome di «magi».

...ma anche un semplice uomo E tuttavia, molti intellettuali musulmani, pur accettando l’identificazione fra Alessandro e Dhu ’l-Qarnayn, tendevano a ritrarre il Macedone come un semplice uomo, preda di debolezze e paure del tutto umane. Possiamo allora concludere il nostro viaggio alla ricerca dell’immagine islamica di Alessandro con gli splendidi versi del poeta Nizami dedicati alle riflessioni dell’eroe sul mistero della morte: «Cosí disse Alessandro (…): “Ma dove sono andati quei santi filosofi sui quali feci piovere oro come fosse sabbia? Dite loro: ‘venite dunque, la sabbia in oro mutate, ovvero un rimedio fabbricate che salvi la vita di Alessandro’! E dov’è Aristotele? Con la sapienza e l’ingegno possa lui farmi uscire da queste mie angustie! (…)”. E poi cosí continuò: “Ma queste mie parole sono vento e basta, in simile pena solo a Dio possiamo ricorrere (…). Cosí leggero come venni è meglio anche che me ne vada. Un uccello vedi posarsi d’un tratto sulla vetta e poco dopo volare via: ebbene, la vetta ne è per questo diminuita o incrementata? Io sono invero quell’uccello e il regno è la mia montagna, se io me ne vado, il mondo può forse soffrirne? Molti a me simili esso generò e poco dopo uccise (…). Quanto a me, se è vero che molti godettero della mia benevolenza, qualcuno pure avrà patito da me oppressione. Perdonatemi, dunque se a volte vi ho oppresso, d’altronde ho eliminato piú di un oppressore […]. Quanto a voi, piuttosto di cospargervi il capo di polvere nel dolore, la lingua inumidite nel perdono”. Questo disse Alessandro, e poiché nessuno poteva rispondergli, si distese e obliò se stesso nel sonno» (Nizami, Il Libro della fortuna di Alessandro, a cura di Carlo Saccone, Rizzoli, Milano 1997). per saperne di piú Marco Di Branco, Storie arabe di greci e di romani, PLUS-Università di Pisa, Pisa 2009 Marco Di Branco, Alessandro Magno. Eroe arabo nel Medioevo, Salerno Editrice, Roma 2011 a r c h e o 89


letteratura e archeologia

ombre

della

sera Non tutti sanno che Mika Waltari, autore del best seller internazionale Sinuhe l’egiziano, scrisse anche un romanzo ambientato tra gli Etruschi. Ripubblicato a distanza di quasi sessant’anni, il racconto offre l’occasione per riflettere sul difficile rapporto tra ricerca storica e letteratura di Giuseppe M. Della Fina

Il bronzetto etrusco noto come L’Ombra della sera. III sec. a.C. Volterra, Museo Etrusco «Guarnacci». La statuetta, cosí ribattezzata, probabilmente, da Gabriele D’Annunzio, raffigura un giovinetto nudo (un offerente) ed è uno dei simboli della civiltà etrusca.

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«I

o, Lars Turms, l’immortale, mi svegliai alla primavera e vidi che la terra era nuovamente rifiorita», cosí si apre il romanzo Turms l’etrusco di Mika Waltari di recente ripubblicato in Italia. Il libro, il cui titolo originario è Turms Koulematon, venne stampato nel 1955 in Finlandia e subito dopo – in lingua inglese – a New York per i tipi della G.P. Putnam’s Sons. Nato a Helsinki nel 1908, lo scrittore in quegli anni era già noto, soprattutto grazie al successo internazionale del romanzo storico Sinuhe l’egiziano (1945), che divenne un fortunato film (1954), prodotto dalla 20th Century Fox: diretto da Michael Curtiz, fu candidato all’Oscar per la migliore fotografia. Waltari, autore prolifico scomparso nel 1979, è stato un pioniere di una letteratura che voleva parlare – riuscendoci a pieno nel suo caso – a un pubblico ampio e internazionale pur non perdendo in qualità. Una scelta da cui nasce, probabilmente, il perdurare del suo successo. Proviamo allora a riassumere la complessa trama del romanzo. Il protagonista, Turms, si muove in decenni importanti per la storia del Mediterraneo del I millennio a.C.: gli anni, a cavallo tra il VI e il V secolo a.C., che videro la distruzione della polis di Sibari in Magna Grecia (510 a.C.); la rivolta ionica terminata con la rovina di Mileto (500494 a.C.); il superamento della monarchia e l’affermazione della repubblica a Roma (509 a.C.); la vittoria dei Greci sui Persiani a Maratona (490 a.C.) e nella battaglia navale di Salamina (480 a.C.) e sui Cartaginesi a Imera (480 a.C.); il ridimensionamento dell’influenza etrusca nel Mar Tirreno, con la sconfitta patita nelle acque antistanti Cuma (474 a.C.). Turms si muove in mezzo a tali avvenimenti storici cercando se stesso e scoprendo, al termine di varie peripezie, di essere il figlio di

Lars Porsenna, il condottiero piú noto e celebrato della storia etrusca, e di essere un lucumone, vale a dire una guida politica, ma, soprattutto, spirituale per gli Etruschi. Nella sua personale odissea, Turms ha modo di conoscere personaggi sia realmente esistiti, sia immaginari, come l’affascinante Arsinoe – che è di fatto la protagonista femminile del libro –, e di vagare per il Mediterraneo raggiungendo Sibari, la Ionia, Delfi, la Sicilia, Roma e, in Etruria, Veio, Tarquinia, Cerveteri, Populonia, Chiusi, Volsinii (Orvieto) e il Fanum Voltumnae per limitarci solo ad alcune delle tappe del lungo viaggio alla riscoperta della sua vera identità e del suo destino.

un certo seguito e che oggi appare superata, poiché gli archeologi sono oggi piú inclini a collocarlo ai piedi della rupe orvietana. Allo stesso tempo va segnalato che Waltari, che sembra collocare Volsinii a Orvieto, in apertura del capitolo conclusivo del libro afferma: «[Bolsena] il lago piú luminoso e piú azzurro di quanti io abbia veduti era il lago sacro del nostro popolo (...). La ricca e potente città di Volsinii sorgeva in cima a un’altura a mezza giornata di cammino». Un’ipotesi avanzata per la prima volta nel 1828 da Karl Otfried Müller, ma che, negli anni in cui lo scrittore finlandese scriveva, era ancora ritenuta dubbia, essendo stata riconosciuta pienamente valida soltanto negli anni Sessanta del Noveromanzo o storia? Il quadro storico delineato è credi- cento. In questo caso possiamo dire bile? Prima di rispondere a tale che Waltari anticipò un giudizio domanda occorre ribadire che a critico fatto proprio solo qualche uno scrittore non si deve chiedere tempo dopo dalla maggioranza deuna perfetta coerenza storica: un gli archeologi e degli storici. romanzo non può e non deve esse- Con queste necessarie premesse, si re un trattato di storia. Narrativa e può affermare che il quadro storico saggistica sono due realtà distinte, delineato dallo scrittore è pienamente coerente e ha i suoi punti di dotate di caratteristiche proprie. A uno scrittore di romanzi storici forza nello sguardo d’insieme che – come è stato autorevolmente Mi- Waltari mostra di avere sull’intera ka Waltari – si può chiedere però di tracciare un quadro credibile del periodo preso in esame senza svarioni grossolani e di cercare di cogliere gli aspetti ancora vitali di una civiltà scomparsa e lontana nel tempo e nello spazio. Il nostro giudizio deve essere espresso inoltre alla luce delle conoscenze scientifiche degli anni in cui il romanzo venne composto: la storia continua a essere riscritta e alcune verità assodate possono in seguito non apparire piú tali. Un caso concreto che tocca il romanzo di Waltari è quello del Fanum Voltumnae, il santuario federale degli Etruschi che viene collocato in prossimità del lago di Bolsena. Una tesi che negli anni Cinquanta aveva a r c h e o 91


letteratura e archeologia • turms l’etrusco

storia del Mediterraneo nei decenni in cui aveva scelto di ambientare le avventure di Turms. I singoli eventi vengono interpretati in maniera corretta alla luce dello scontro tra Greci, Persiani e Cartaginesi, le «superpotenze» dell’epoca, della crescita progressiva di Roma pronta ad allargare il proprio raggio di azione e a comportarsi da «potenza regionale», e del ridimensionamento delle ambizioni etrusche. Un gioco di potere che sembra rinviare indirettamente al confronto tra Stati Uniti d’America, Unione Sovietica ed Europa, che carat-

terizzava il mondo negli anni Cinquanta del Novecento.

nella scia di seneca Si è affermato che un romanzo storico deve saper individuare gli aspetti vitali di una civiltà scomparsa e anche questa operazione appare riuscita in Turms l’etrusco. Degli Etruschi viene colta l’intensa religiosità, con una presenza divina che sembra essere immanente nella natura e nella storia. Un aspetto della loro civiltà colto già da Seneca: «Questa è la differenza tra noi e gli Etruschi che sono espertissimi

nell’arte fulgurale: noi crediamo che i fulmini si producano perché le nubi entrano in collisione, essi invece ritengono che le nubi si scontrino per emettere fulmini» (Quaestiones naturales, II, 32, 2). Turms viene riconosciuto, al termine del romanzo, come un lucumone, e sulle caratteristiche attribuite all’alta funzione da lui esercitata e sulle modalità del riconoscimento vi sono alcune forzature. Waltari sembra instaurare un collegamento ideale tra una religione scomparsa e una tuttora praticata, tra il sentire religioso etrusco e il buddhismo tibetano: il lucumone appare simile a un Dalai-lama. Gli etruscologi sanno che ci troviamo di fronte a una incomprensione, ma occorre riconoscere che l’espediente può dare la possibilità di tentare di comprendere una religiosità profonda e diversa dalla nostra. Nel Novecento e nei primi anni del XXI secolo altri scrittori si sono interessati al mondo degli Etruschi. Il tema etrusco appare, per esempio, in Gabriele D’Annunzio e, in particolare, nel romanzo Forse che sí forse che no (1910) ambientato in gran parte a Volterra. L’attenzione è per il 92 a r c h e o


Cardarelli, presenti nelle raccolte Il sole a picco (1929) e Il cielo sulle città (1939), e di Alberto Savinio in Dico a te, Clio (1939). Ne Il cielo sulle città vi è quasi un saggio dedicato agli Etruschi, che si conclude con un’interessante intuizione critica: «In mezzo alle giovani popolazioni autoctone dell’Italia antica, la vecchia Etruria sacerdotale, impolitica, magica, dispotica, fa pensare a Bisanzio. Ma Bisanzio è lo spettro di Roma, laddove l’Etruria ne è la spirituale matrice. La semplicità romana fiorisce su questo abisso». In entrambi, ma piú in Savinio, è presente il rapporto tra gli Etruschi e il tema della morte, e su ciò devono avere pesato gli indirizzi della

Museo «Guarnacci» e per i bassorilievi presenti sulla fronte delle urne che ospitava e ospita. Uno dei protagonisti descrive le scene raffigurate nel modo seguente: «Chi parte non piange; chi resta non piange. Si guardano fissi con la mano nella mano; si accomiatano senza parole, presso il limite sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divina Tristezza; perché la Tristezza è la musa etrusca».

il viaggio di lawrence In proposito si può ricordare che le urne conservate nel museo volterrano impressionarono anche David Herbert Lawrence in Etruscan Places (1932), un volumetto uscito postumo e che raccoglie una serie di articoli scritti dopo un viaggio in Etruria avvenuto nella primavera del 1927: «Eravamo capitati in una mattina d’aprile tanto gelida da farmi sentire vicino alla tomba piú di quanto non mi sia sentito in vita mia. Eppure quasi subito nelle sale piene di centinaia di piccoli sarcofagi, cinerari o urne, come vengono chiamati, l’energia della vita antica cominciò a riscaldarci». A cavallo tra il racconto e il libro di viaggio sono le pagine di Vincenzo

In alto: Cerveteri, necropoli della Banditaccia. La Tomba delle Colonne Doriche. IV sec. a.C. Nella pagina accanto: lo scrittore finlandese Mika Waltari (1908-1979), autore del romanzo Turms l’etrusco, pubblicato per la prima volta nel 1955. A destra: statua di sfinge alata. 550 a.C. circa. Chiusi, Museo Archeologico Nazionale.

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letteratura e archeologia • turms l’etrusco

stumo nel 1995, in cui ricorda che il suo incontro con il mondo etrusco avvenne nel Museo di Villa Giulia a Roma e in merito osservò: «Che abbia contribuito anche, al mio riconoscermi negli etruschi, per bene che stessi a Parigi, la nostalgia per l’Italia? Da lontano si è portati a condensare la Patria in simboli (…) l’arte etrusca è pure un assai bel simbolo d’Italia per chi viva nella modernità di Parigi». Nella poesia anche è continuata l’attenzione per il mondo etrusco e possono essere richiamati i versi di Gaio Fratini, un poeta conosciuto soprattutto per la sua vena satirica, ma con una produzione lirica che ha accompagnato in sottofondo la sua attività: Là nella dolce Etruria venne pubblicata nel 1961 nella raccolta Il re di Sardegna. Nella stessa raccolta vi è un’altra lirica dedicata al mondo etrusco: Arse Verse.

ricerca archeologica che sino a quegli anni avevano privilegiato a lungo lo scavo delle necropoli): si tratta, in fondo, dell’unico scambio tra etruscologia e letteratura. Scrive Savinio in Dico a te, Clio: «La necropoli continuava la città, e l’uomo, morendo, non faceva che cambiar quartiere, passando dai quartieri del centro a quelli della periferia, piú salubri e signorili. Il paese di Utopia gli Etruschi non lo confinavano in terre inaccessibili, in isole lontane, ma nella morte che è accessibile a tutti».

da bassani a wiesel La visita alla necropoli di Cerveteri apre anche Il Giardino dei FinziContini (1962) di Giorgio Bassani. E una sorta di confronto tra mondo etrusco ed ebraico lo ritrovia94 a r c h e o

mo nel racconto L’éternité étrusque, inserito nel volume Paroles d’etranger di Elie Wiesel (1982). Né gli Etruschi potevano mancare in Maledetti Toscani (1956) di Curzio Malaparte, che li vide come i progenitori degli attuali Toscani (un accostamento, in verità, che risale assai indietro nel tempo). Il volume di D.H. Lawrence ha introdotto il tema della letteratura di viaggio e per l’Italia si deve menzionare almeno Viaggio in Italia (1957) di Guido Piovene, nel quale s’incontrano gli Etruschi presenti anche in Terre d’Italia di Cesare Brandi con l’attenzione prestata soprattutto all’Etruria «minore». Accenni agli Etruschi non mancano in autobiografie di artisti: è il caso, per esempio, di Nuovi scrupoli di Massimo Campigli, pubblicato po-

una mostra internazionale È possibile che l’interesse di Malaparte (1956), Fratini (1961) e Bassani (1962) possa essere stato stimolato dal successo della Mostra dell’arte e della civiltà etrusca che, tra il 1955 e il 1956, toccò Zurigo, Milano, Parigi, L’Aja, Oslo e Colonia, e portò gli Etruschi all’attenzione della cultura nazionale ed europea. Nel 1973 gli Etruschi riaffiorano nel romanzo Il tempio etrusco di J. Rodolfo Wilcock, incentrato sulla «pazza idea» di un Consiglio Comunale di costruire un edificio sacro etrusco come spartitraffico in un luogo centrale – Piazza delle Conchiglie – di una città immaginaria. Hanno un ruolo importante anche nel romanzo di maggiore successo dello scrittore ed economista spagnolo José L. Sampedro, La sonrisa etrusca (1985). Si potrebbe forse pensare che nella produzione contemporanea gli Etruschi non siano presenti, svaniti insieme con i molti misteri che li circondavano e che la scienza ha saputo circoscrivere e superare. Ma non è cosí, il romanzo Un infinito numero di Sebastiano Vassalli è solo


del 1999. E tra i protagonisti prinNella pagina cipali vi sono Mecenate e Virgilio, accanto: lastre che vanno alla riscoperta del passafittili policrome, to etrusco interrogandosi – soprat- del tipo Campana, tutto Virgilio – sul rapporto degli da Cerveteri. Etruschi con la scrittura. VI sec. a.C. Del 2001 è il romanzo giallo ChiParigi, Museo maira di Valerio Massimo Manfredi, del Louvre. al centro del cui intreccio si trova il A destra: gli bronzetto noto come L’ombra della scrittori D.H. sera – la definizione si deve proba- Lawrence (sopra) bilmente a Gabriele D’Annunzio – e Curzio conservato presso il Museo «GuarMalaparte. nacci» di Volterra. È, infine, fresco di In basso: stampa, I Guardiani della Storia di frammento di Elisabetta Cametti, romanzo in cui antefissa con il mondo etrusco – ritenuto deten- testa di sileno, da tore di segrete conoscenze – vuole Falerii Veteres essere riportato alla luce da oscuri (oggi Civita personaggi e contro essi lotta – iniCastellana, zialmente controvoglia e quasi inViterbo). credula – una giovane donna. Gli IV sec. a.C. Etruschi continuano dunque a parRoma, Museo lare agli scrittori contemporanei e Nazionale alla cultura del nostro tempo. Etrusco di Villa Giulia.

pagine etrusche Ecco l’elenco dei volumi citati nell’articolo (editore e data si riferiscono alla prima edizione delle opere) • Vincenzo Cardarelli, Il sole a picco (L’Italiano Editore, Bologna 1929) • David Herbert Lawrence, Etruscan Places (M. Secker, Londra 1932) • Vincenzo Cardarelli, Il cielo sulle città (Bompiani, Milano 1939) • Alberto Savinio, Dico a te, Clio (Sansoni, Firenze 1939) • Mika Waltari, Turms l’etrusco (Wsoy, Helsinki 1955) • Curzio Malaparte, Maledetti Toscani (Vallecchi, Firenze 1956) • Guido Piovene, Viaggio in Italia (Mondadori, Milano 1957) • Gaio Fratini, Là nella dolce Etruria e Arse Verse, in Il re di Sardegna (All’insegna del pesce d’oro, Milano 1961) • Giorgio Bassani, Il Giardino dei Finzi-Contini (Einaudi, Torino 1962) • J. Rodolfo Wilcock, Il tempio etrusco (Rizzoli, Milano 1973) • Elie Wiesel, L’éternité étrusque, in Paroles d’etranger (Seuil, 1982) • José L. Sampedro, La sonrisa etrusca (Alfaguara, Madrid 1985) • Cesare Brandi, Terre d’Italia (Editori Riuniti, Roma 1991) • Massimo Campigli, Nuovi scrupoli (Allemandi, Torino 1995) • Sebastiano Vassalli, Un infinito numero (Einaudi, Torino 1999) • Valerio Massimo Manfredi, Chimaira (Mondadori, Milano 2001) • Elisabetta Cametti, I guardiani della storia (Giunti, Firenze 2013) a r c h e o 95


il mestiere dell’archeologo Daniele Manacorda

un capolavoro e il suo doppio la vera età della lupa capitolina è, da anni, un pomo della discordia. oggi, una nuova ipotesi potrebbe risolvere l’enigma della sua reale datazione

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n questi anni i lettori di «Archeo» sono stati informati del dibattito che ha accompagnato la proposta di datare uno dei simboli piú prestigiosi di Roma, la Lupa Capitolina, non piú all’età dei primi consoli, ma a una indeterminata età medievale (vedi nn. 266 e 284, aprile 2007 e ottobre 2008; anche on line su archeo.it). Quell’idea non era nuova, ma questa volta nasceva da osservazioni tecniche e scientifiche compiute nel corso del restauro dell’opera da parte di Anna Maria Carruba, sostenuta

In questa pagina: la Lupa Capitolina. Roma, Musei Capitolini. Secondo Edilberto Formigli la scultura in bronzo sarebbe la replica medievale dell’originale di età antica. Nella pagina accanto: il Laterano in una veduta di Maarten van Heemskerck. 1532-36. Berlino, Staatliche Museen. La Lupa, come la statua equestre di Marco Aurelio che si vede nel disegno, si trovava qui prima del trasferimento in Campidoglio.

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dall’autorevole opinione di Adriano La Regina. Che una tale proposta dovesse suscitare un confronto di idee anche aspro era inevitabile, e anche auspicabile. E cosí è stato. I dati delle nuove analisi, seppur incontrovertibili, prestavano il fianco a dubbi e incertezze e le consolidate osservazioni storiche, iconografiche e stilistiche permettevano di argomentare contro la nuova ipotesi. Si sono formati due schieramenti composti di archeologi, storici, storici dell’arte antica e medievale e,


ovviamente, restauratori, scienziati e storici delle tecniche, che ci hanno lasciato in questi anni con il fiato sospeso alla ricerca di una «prova regina» che potesse sciogliere il nodo. È di pochi anni fa un convegno, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma, nel quale le due parti si sono confrontate, lasciando agli atti di quella giornata le buone ragioni degli uni e degli altri. Il disagio è stato grande in particolare tra gli esperti di arte antica e medievale, recalcitrando i primi a rinunciare a uno dei pezzi piú celebri dei loro manuali e i secondi a dover aprire nei loro testi una pagina nuova apposta per la Lupa. Nel momento in cui lo studio della tecnologia produttiva e le analisi

scientifiche (petrografia, termoluminescenza, radiocarbonio) non sembravano sufficienti a demolire le «certezze» dell’analisi stilistica tradizionale, tutti potevano almeno convenire che questo celeberrimo simbolo bronzeo della Capitale doveva essere stato prodotto nella valle del Tevere, tra Roma e Orvieto, con una tecnica di fusione che difficilmente trovava riscontri nell’età classica ed ellenistica e in un’età che l’archeometria indicava preferibilmente tra i secoli VIII e XIV, quindi nel pieno Medioevo. Ma la sua forma era tipicamente classica, e verisimilmente riferibile allo stile proprio dei primi decenni del V secolo a.C. Per una datazione all’età medievale si è sempre

dichiarato Edilberto Formigli, uno dei massimi studiosi di metallurgia antica. Dobbiamo a lui un ritorno sul tema, che apre uno spiraglio nuovo, e forse definitivo, per la soluzione del problema: la Lupa Capitolina altro non sarebbe, infatti, che una copia medievale eseguita a partire da un originale antico.

un approccio nuovo Ragionare in termini di copia sposta la discussione e l’approccio al monumento su di un piano sul quale sin qui non ci si era misurati. Formigli argomenta la sua tesi attraverso un gran numero di riscontri di natura preminentemente tecnica, che prendono in considerazione l’insieme dell’opera e le sue singole parti, come la coda,

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che non fu calcata ma modellata ex novo (il vello originario e quello della coda sono infatti completamente diversi), gli orecchi, gli occhi e il muso (con le incongruenze nella modellazione dei denti dovute alla difficoltà di ottenere il calco in sottosquadro). Le zampe della Lupa, in particolare, dimostrano che i loro modelli di cera furono ricavati distintamente da quelli del corpo, che si trovava separato dalle zampe. E proprio le caratteristiche delle zampe guidano Formigli nell’ipotesi di precisare l’ambito cronologico nel quale porre l’esecuzione della copia. Qui entra in campo quello che a noi piú interessa dal punto di vista del metodo, e che Tiziano Mannoni chiamava «il cambio di metodo al

Duecento, da Magister Gregorius, autore di una celebre guida alle Meraviglie di Roma. Andiamo a leggerla: «Nel portico antistante il palazzo d’inverno del signor Papa c’è la statua di bronzo di quella lupa, che si dice abbia nutrito Romolo e Remo (…). Questa lupa di bronzo sta per attaccare un ariete, anch’esso di bronzo, che davanti al citato palazzo versa acqua dalla bocca per lavarsi le mani. Anche la lupa un tempo emetteva l’acqua per lavarsi le mani dalle singole mammelle, ma ora, dopo che si sono rotte le zampe, è stata rimossa dal luogo dove stava». Si sono versati non solo zampilli d’acqua ma anche fiumi di inchiostro per interpretare il testo. Quante erano le lupe bronzee a cui

bivio». È possibile passare ad altro sistema di fonti, e quindi ad altre metodologie di indagine, per rafforzare l’ipotesi costruita a partire dall’analisi tecnica e scientifica della Lupa, cioè dalla sua analisi archeologica? La risposta è sí, se questo sistema di fonti lo individuiamo addirittura là dove forse sarebbe stato utopistico e rischioso andarlo a cercare, e cioè nelle fonti scritte.

accenna Magister Gregorius, una o due? Se erano due, quale ha visto davanti al Laterano, la prima, quella rotta, o la seconda, quella nuova? Ecco allora che è proprio la nuova lettura della Lupa Capitolina come copia medievale di un originale antico, che ci aiuta a capire meglio il testo di Gregorio. Nella prima metà del XIII secolo, davanti alla sede papale, c’erano dunque due statue di bronzo: un ariete, che versava acqua dal muso, e una lupa, che lo affrontava puntandolo. Ma questa lupa non versava acqua (sarebbe questa infatti la copia medievale, la nostra Lupa Capitolina), che invece era versata un tempo dalle mammelle di una lupa che in precedenza stava

Le parole di Gregorio C’è un testo letterario che è stato ripetutamente citato per raccontare la storia medievale e poi moderna della Lupa Capitolina, e cioè la descrizione dell’area del Laterano fornita, nella prima metà del

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in quello stesso posto (sarebbe dunque quella antica, il modello) e che ora non c’è piú, perché le zampe si sono spezzate, e la statua di conseguenza è stata rimossa e messa chissà dove.

l’originale perduto Gregorio non vide questa seconda statua, di cui pur ebbe notizia, perché evidentemente era stata portata via per trarre da essa le matrici per produrre il calco della nuova. E, probabilmente, questa lupa primitiva ai suoi tempi non esisteva piú, se per la nuova fusione fu utilizzato anche il suo bronzo, come si è pur supposto per spiegare la qualità della lega della Lupa Capitolina, molto vicina a quella usata nell’antichità in ambiente etrusco-italico. Questo è quanto gli studi piú recenti ci permettono di argomentare oggi. L’archeologia antiquaria ha sempre ricavato dai testi scritti le descrizioni, le idee, i collegamenti che gli oggetti muti da soli non avrebbero permesso di trarre. In questo caso è l’analisi archeologica dell’oggetto, con i metodi tradizionali della storia dell’arte, le osservazioni tecnologiche e le diverse analisi scientifiche, che permette finalmente di leggere con maggiore chiarezza quello che Magister Gregorius aveva voluto dire quando stendeva gli appunti della sua visita alle «meraviglie» del Laterano. Che poi la Lupa originaria fosse quella che si trovava un tempo nell’antico Lupercale alle falde del Palatino, e che fosse stata trasferita al Laterano quando papa Gelasio, nel V secolo, lo fece chiudere in odio ai culti pagani, è ipotesi certamente ardita e che difficilmente troverà la sponda di una prova, ma che ci piace tenere presente per il fascino che ne promana. Didramma in argento. 297 a.C. Roma, Musei Capitolini. Al dritto, testa di Ercole; al verso, la lupa che allatta i gemelli e la scritta Romano.


antichi ieri e oggi Romolo A. Staccioli

quando si ferma l’aratro... legate, in origine, al mondo agricolo, le feste d’inizio d’anno si diffusero in ogni angolo della città. tanto che, nel iv secolo, si dice che i loro organizzatori, i vicomagistri, fossero piú di 400!

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l mese di gennaio – che per lungo tempo fu il penultimo dell’antico calendario romano e iniziava con l’offerta di una focaccia (chiamata Ianual) a Giano, il dio d’ogni principio, dal quale il mese stesso prendeva il nome – non aveva feste fisse, o stativae, di particolare importanza. Ne aveva però un paio di mobili (o conceptivae) di tutto rispetto. La prima era quella dei Compitalia, che, di fatto, si traduceva in una serie di feste di quartiere o, piú propriamente, «di vicinato», dato che col termine vicus si designavano le ripartizioni territoriali all’interno di ciascuna delle regiones in cui era suddivisa la città. E i festeggiamenti si svolgevano avendo come fulcro il compitum, un’edicola (o un semplice altare) che sorgeva nel «crocicchio» piú importante e piú frequentato, ossia nel punto d’incontro tra le due strade principali del quartiere. La festa era dedicata ai Lares Compitales che, in numero di due, presiedevano a ogni compitum ed erano considerati come i patroni e i protettori del vicus. Era indetta anno per anno, ma si celebrava, in ogni caso, generalmente all’inizio del mese, prima delle «none», nei giorni fra il 3 e il 5. Se ne attribuiva l’istituzione al re Servio Tullio (con un successivo intervento di «perfezionamento» per opera di Tarquinio il Superbo), ma le sue radici – come in tanti altri casi – erano sicuramente contadine. In origine, infatti, prima di diventare una festività urbana, si celebrava, nelle campagne, in coincidenza con la pausa invernale dei lavori agricoli e durava per piú giorni, con cerimonie e divertimenti di

vario genere. Il compitum si trovava (o veniva approntato per l’occasione) presso i «crocicchi» d’importanti strade campestri ed era aperto su tutti i lati, in modo da permetterne il libero accesso ai Lari che, in questo caso, erano i protettori dei campi e delle fattorie.

dolci, miele e statuine All’altare s’appendeva un aratro spezzato, a simboleggiare la fine dei lavori, e la notte della vigilia vi si facevano offerte di dolci e miele, insieme alle viscere di un maiale sacrificato per l’occasione. In segno di buon auspicio, presso lo stesso altare si deponevano piccole maschere o statuine d’argilla dette sigilla (diminutivo di signa, «immagini») – sicché i giorni di festa erano chiamati sigillarii – oppure bamboline di lana, una per ogni membro della famiglia, e una palla, anch’essa in lana, per ogni schiavo: bastava contare le une e le altre, al termine delle cerimonie, per compiere una semplice ma esauriente

operazione di censimento della popolazione del contado. Nelle feste urbane – anch’esse arricchite da momenti d’evasione e di divertimento – le offerte erano affidate agli schiavi, privati di qualsiasi simbolo o allusione alla loro condizione. Gli stessi schiavi – come avveniva in occasione di altre feste – godevano di una «pausa di libertà» (vedi «Archeo» n. 347, gennaio 2014); erano gratificati di razioni supplementari di vino e potevano partecipare in proprio alle offerte. L’organizzazione della festa pubblica e, in particolare, la cura delle cerimonie del culto, erano affidate ad appositi «comitati di quartiere» (collegia compitalicia) presieduti da magistrati locali che prendevano il nome di magistri vici (o vicomagistri). Eletti annualmente, il loro numero variò a seconda delle epoche: al tempo di Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., erano quattro. Pur essendo il loro compito limitato alla manutenzione delle edicole o degli altari e allo svolgimento delle pratiche

Nella pagina accanto: particolare di un’ara dei vicomagistri del vicus Aesculetus con scena di sacrificio. I sec. d.C. Roma, Musei Capitolini. A destra: testa di Giano bifronte, da Vulci. II sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

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religiose, collegia e vicomagistri costituivano un «punto di riferimento» stabile per gli abitanti del «vicinato» che in essi si riconoscevano e a essi affidavano la rappresentanza e la cura dei loro comuni interessi. È facile immaginare come, specialmente durante i tempi «irrequieti» della fine della repubblica, ne potessero derivare veri e propri gruppi di pressione e «strumenti» da utilizzare e manovrare nella lotta politica. Per questo, nel 64 a.C., con un decreto del Senato, i collegi compitalici furono soppressi. Poi, però, nel 58, furono ricostituiti e quindi nuovamente soppressi da Cesare. Fino a che non furono «riesumati» e ufficializzati da Augusto, nel 7 a.C., nell’ambito del suo programma di restaurazione religiosa e in occasione della riorganizzazione amministrativa e territoriale della città. Della «restituzione» augustea sono oggi testimonianza i resti materiali di alcuni compita variamente ritrovati. Come quelli del Vicus Corniculanus, all’interno della Regione III, nella zona tra il Colle Oppio e il Colosseo. O quelli, ben piú consistenti, del cosiddetto Compitum Acilium, nella Regione IV, che, come il vicus in cui si trovava, prendeva il nome da quello della famiglia degli Acilii Glabriones, che nel «quartiere» (connotato dalla tradizionale presenza di medici e di strutture connesse con la loro funzione) doveva avere importanti proprietà. Il Compitum era situato sull’altura della Velia, dietro la basilica di Massenzio, e la sua scoperta avvenne nel maggio del 1932, in occasione del taglio della collina per farvi passare quella che è oggi la via dei Fori Imperiali. Si trattava di una piccola edicola – una sorta di tempietto – a pianta quasi quadrata, di circa 3 m di lato, con

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A sinistra: particolare di un mosaico pavimentale romano con il calendario, da Thysdrus (oggi El Djem, Tunisia). III sec. d.C. Sousse, Museo Archeologico. Le 4 stagioni e i 12 mesi, qui è gennaio, sono rappresentati da attività agricole o festività. In basso: particolare del fregio che orna la cosiddetta Base dei Vicomagistri, III sec. d.C. Città del Vaticano, Museo Gregoriano Profano.

un podio alto 1,40 m e una cella (1,56 x 2,38 m) preceduta da una scala di quattro gradini, dotata, sulla fronte, di due colonnine sormontate da un frontoncino. I resti delle iscrizioni dei vicomagistri (tra le quali una dedica ai Lari di Augusto), consentono di datare la costruzione al primo semestre dell’anno 5 a.C.

culto della lealtà Tornando ai Collegi, va detto che, con la «restituzione» augustea furono a essi affidate funzioni esclusivamente sacrali e dopo che al tradizionale culto dei Lari era stato associato quello del Genio dell’imperatore (Genius Augusti): una forma larvata di predivinizzazione dell’imperatore stesso e, insieme, una sorta di «culto della lealtà» con il quale Augusto pensò bene di legare strettamente a sé – con vincoli sacri ribaditi anno per anno – tutti gli abitanti della città. Non a caso, i vicomagistri entravano in carica, da allora, alle calende d’agosto che era il vecchio mese di sextilis «ribattezzato» con il nome del principe. In questa prospettiva, se si considera che nel censimento dell’anno 74 d.C. (al tempo di Vespasiano) i vici erano


265; che essi diventarono 304 (o 306) al tempo di Diocleziano, mentre i Cataloghi Regionari del IV secolo danno addirittura la strabiliante cifra di 424, si può avere un’idea dell’importanza e del ruolo svolto all’interno della città e nei confronti della sua popolazione da una innumerevole serie di piccole – e concomitanti – «feste de... noantri», come a Roma si direbbero al giorno d’oggi (sull’esempio, classico, di quella che, a luglio, si svolge tuttora nel rione di Trastevere). La seconda festa mobile di gennaio era anch’essa d’origine contadina e mantenne sempre le sue caratteristiche legate al mondo

dell’agricoltura. Si celebrava sullo scorcio del mese ed era quella delle cosiddette Feriae sementivae, la cui data era stabilita, volta per volta, dai Pontefici.

per cerere e tellus Ovidio, nei Fasti (I, 657 e segg.), ne sottolinea l’incertezza del giorno contrapponendola alla certezza della stagione («quando il campo è pregno dei semi in esso gettati»), ma poi la colloca nei giorni 22 o 26. La festa era dedicata alle dee Cerere e Tellus (laTerra): la prima, sempre come dice Ovidio, «dava origine alle messi», la seconda «offriva loro il luogo». Di entrambe s’invocava la protezione, contro possibili

danneggiamenti provocati alle sementi prossime a germogliare, dalle avversità atmosferiche, in particolare dal gelo («che l’erba nuova non venga bruciata dalle gelide nevi»), e dagli animali («che stormi d’uccelli non devastino i campi (...) e anche voi, o formiche, risparmiate i grani sotterrati. Dopo la mietitura, ci sarà piú abbondanza di preda»). Alle due divinità si offrivano focacce di spelta e il sacrificio di una scrofa gravida, mentre piccoli dischi di pietra o di terracotta, detti oscilla, decorati da figure di vario genere, venivano appesi agli alberi, in funzione apotropaica, per tenere magicamente lontani gli spiriti e gli influssi malefici.


scavare il medioevo Andrea Augenti

storie di una cattedrale la basilica sorta in età tardo-antica nel sito di porto, alla foce del tevere, È stata indagata per oltre un quindicennio. gli scavi hanno permesso di ricostruire le vicende del monumento e, piú in generale, quelle delle città romane nei primi secoli del medioevo

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l sistema dei porti di Roma era piuttosto articolato: ne facevano parte ben due centri, Ostia e Porto (Portus Romae), entrambi localizzati presso la foce del Tevere. Quando Ostia, intorno al II secolo, si dimostra insufficiente per smistare il traffico delle merci dirette a Roma, Porto viene «amplificata», e dotata di un secondo bacino a pianta esagonale dall’imperatore Traiano. E quando il porto di Ostia diventa quasi inaccessibile, per via dei detriti portati dal Tevere che rendono difficile l’avvicinamento delle navi, allora Porto diventa la vera protagonista dei commerci; e viene potenziata con l’aggiunta di mura e di monumenti che la trasformano in una città vera e propria. Tra tutti, spicca la cattedrale, la chiesa madre del nuovo centro urbano. E proprio alle indagini compiute nella cattedrale di Porto tra il 1991 e il 2007 è dedicato un recente volume (di cui trovate la recensione in questo numero, a p. 112), curato da Mauro Maiorano e di Lidia Paroli (quest’ultima, purtroppo, da poco prematuramente scomparsa).

dopo l’impero La cattedrale di Porto è una sorta di specchio fedele dei molti fenomeni che coinvolgono la città che la ospita, e, piú in generale, le città dell’impero romano dopo la fine del mondo antico. La vicenda di questo monumento, collocato nel pieno centro dell’area urbana, inizia tra il I e il II secolo d.C., quando la zona è occupata da un

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In alto: disegno ricostruttivo della città di Porto in età imperiale. È evidenziata l’area in cui, nel IV sec., sorgeva il primo nucleo della basilica altomedievale. Nella pagina accanto: planimetria dei resti della basilica di Porto. In basso: la basilica portuense in corso di scavo.


edificio di cui sono stati trovati diversi ambienti, alcuni dei quali con pavimenti a mosaico. Un complesso legato all’amministrazione e alla gestione dei commerci? Forse, ma non ci sono certezze al riguardo. È certa, invece, la natura delle costruzioni successive, che si collocano nella prima metà del IV secolo: grandi stanze con pavimenti a mosaico, lunghi corridoi, cortili e un ninfeo: siamo di fronte a una tipica domus

di età tardo-antica, la residenza di un membro dell’aristocrazia. Ma le trasformazioni non sono finite, la città non smette di essere ridisegnata in maniera incessante: verso il 370 la domus viene sostituita da una grande aula rettangolare, suddivisa in tre navate da due colonnati e preceduta da uno spazio porticato. Gli indizi vanno tutti nella stessa direzione: dovrebbe trattarsi della cattedrale nella sua prima fase;

solo in seguito, verso il 430, alla chiesa viene aggiunta un’abside che la rende simile a molti altri luoghi di culto dello stesso periodo. Le ristrutturazioni si susseguono nel tempo, quasi senza tregua. E in piú, a partire dall’VIII secolo, la cattedrale viene dotata di un fonte battesimale e diventa anche una basilica funeraria: il suo pavimento ospiterà molte tombe, quelle di coloro che continuano ad abitare a Porto anche quando la città si sta decisamente ridimensionando.

un lento declino

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E proprio intorno alla cattedrale sono state trovate alcune case altomedievali, che confermano anche qui quanto già sapevamo per Roma e altri centri: nei secoli dell’Alto Medioevo le chiese sono uno dei luoghi con maggior tenuta dentro le aree urbane, sono tra i pochi monumenti funzionanti superstiti; e l’abitato tende ad addensarsi attorno a esse, formando cosí piccoli villaggi distinti tra loro. La storia di Porto come luogo dei commerci termina alla fine dell’Alto Medioevo, verso il X secolo. Ma la città è dura a morire, come spesso accade: ci vuole tempo, non siamo in presenza di una catastrofe naturale come a Pompei. Di questo troviamo riscontro nella storia della cattedrale, che viene ancora restaurata e rimodellata nel XII secolo. In questo periodo alcune colonne vengono sostituite da pilastri, si esegue un nuovo ciclo di affreschi e viene aggiunto un campanile. La lenta morte dell’edificio inizia invece nel corso del Duecento: poco a poco, pezzo dopo pezzo viene smantellata, e diventa una cava a cielo aperto, un serbatoio di marmi da bruciare per produrre calce e di mattoni da riutilizzare per nuove costruzioni. Stavolta è davvero finita, la città non esiste piú e non c’è alcun bisogno di una cattedrale nel deserto. La parola passa all’archeologia, che ci ha raccontato questa storia grazie a un progetto intelligente, portato a termine con successo.

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l’ordine rovesciato delle cose Andrea De Pascale

CITTÀ invisibili lo sviluppo delle aree abitate ha prodotto non solo l’espansione orizzontale della superficie edificata, ma anche una crescita verticale, stratificata nel sottosuolo. un mondo nascosto, nel quale spesso si celano opere davvero straordinarie

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l piú noto esempio di città sovrapposta è Troia. Tutti, probabilmente, hanno sentito parlare delle sue sette città (in realtà sono di piú) che, dal III millennio a.C. all’epoca romana, compresa la famosa guerra celebrata da Omero, si sono sviluppate una sulle rovine dell’altra. Ma anche le nostre moderne città sono cresciute sui loro stessi resti, ricoprendo e conservando le tracce degli edifici di epoche precedenti che spesso riemergono alla luce del sole. Oggi, infatti, le nuove costruzioni presuppongono profonde fondamenta e inoltre si realizzano nel sottosuolo, con scavi anche immensi, volumi verticali finalizzati a servizi di vario tipo, come parcheggi, stazioni ferroviarie e centri commerciali. Tuttavia, l’utilizzo del sottosuolo dei centri abitati è un fenomeno che anche

A sinistra: Napoli. Una gigantesca cava sotterranea utilizzata per la costruzione del soprastante rione.

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nell’antichità e in contesti diversi ha conosciuto episodi eccezionali, producendo spazi ipogei ancora oggi presenti sotto i nostri piedi, che in alcuni casi costituiscono vere e proprie città rovesciate.

dalla cappadocia... In Cappadocia (Turchia centrale), sotto l’odierna città di Derinkuyu, in epoca bizantina è stato scavato un insediamento sotterraneo corrispondente a quello di superficie, dotato di aree residenziali, magazzini e ricoveri per animali, pigiatoi per produrre vino, riserve idriche, luoghi di culto ed efficaci sistemi di difesa contro le scorrerie arabe tra l’VIII e il X secolo. Secondo fonti locali esistono piú di 600 ingressi con esigui cunicoli che, partendo dall’interno delle case di superficie, si inoltrano nel sottosuolo sino a una profondità di 45 m e si sviluppano radialmente su livelli sovrapposti, tra loro comunicanti, formando un intricato reticolo, che si dirama per chilometri. L’esatta


Nella pagina accanto, in alto: torrente sottostante una delle vie di grande traffico di Genova. In basso: Cappadocia (Turchia). Pozzo di collegamento tra due piani sovrapposti. A destra: planimetria di due dei settori della città sotterranea di Derinkuyu (Turchia).

estensione è ancora oggi sconosciuta. A Parigi si valuta che le antiche cave sotterranee di pietra calcarea e gesso, usate, per esempio, per costruire la chiesa di Saint-Etienne nel III secolo o le parti piú antiche di Notre-Dame nel 1257, si estendano per oltre 300 km, su almeno tre livelli compresi tra 16 e 22 m. Oggi giacciono perlopiú abbandonate nel sottosuolo di molti arrondissement, dal Jardin du Luxembourg al Trocadero, da Montmartre a Montparnasse. Nel XVIII secolo una parte di questo enorme reticolo fu riutilizzato per trasferire i resti di oltre sei milioni di individui provenienti dal soppresso Cimitero degli Innocenti: le Catacombes, da subito meta di visitatori, sono ancora oggi accessibili al pubblico che, sino al 1972, doveva provvedere a munirsi personalmente di candele per l’illuminazione del percorso. Ma a Parigi ancor piú famose sono les egoutes, le fogne. Si estendono

per centinaia di chilometri e già erano visitabili nell’Ottocento con zattere dotate di orchestrina. Alle signore venivano consegnate boccette di profumo da tenere sotto il naso per minimizzare i miasmi prodotti dalle acque putride che scorrono nelle gallerie.

...al cuore di Napoli I palazzi del centro storico di Napoli sono sospesi su gigantesche cave di tufo, sfruttate per la costruzione degli edifici soprastanti. La loro piú antica origine risale all’epoca greca, come testimonia il ritrovamento di una straordinaria latomia databile tra il IV e il III secolo a.C. Ma fu durante il periodo borbonico, a seguito di forti limitazioni all’importazione di materiali da costruzione entro la cerchia cittadina per contrastare il rilevante processo di migrazione dalle campagne alla città, che i Napoletani si ingegnarono per ricavare materiali da costruzione letteralmente da sotto i propri piedi. L’industria era cosí fiorente

che nell’arco dei decenni si crearono, nel ventre di Napoli, cavità immense. Ragioni pressoché opposte hanno indotto, almeno dall’età medievale sino ai giorni nostri, a ricoprire gradualmente gli alvei dei corsi d’acqua che attraversano Genova, compressa in un’esigua striscia di terra tra monti e mare, al fine di recuperare spazi per la crescita urbana e vie di superficie. Cinquantadue sono i rivi diventati a tutti gli effetti sotterranei che, oltre a continuare ad assicurare il deflusso delle acque, consentono, con specifiche attrezzature, di transitare sotto una buona parte del centro cittadino. Nel loro insieme costituiscono la maggior parte dello sviluppo complessivo dei sotterranei genovesi, valutabile in oltre 100 km, composto da strutture eterogenee: antichi acquedotti e cisterne, resti di fortificazioni medievali e rifugi antiaerei dell’ultima guerra, gallerie tramviarie e pedonali, ninfei e cripte.

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divi e donne Francesca Cenerini

La sposa infelice

moglie di adriano, vibia sabina ne condivise la politica e le scelte culturali. ma non ebbe una vita coniugale altrettanto armoniosa

F

iglia di un discendente delle gentes Vibia e Mindia, di (Vibia) Sabina le fonti non ci hanno tramandato il nome completo, ma non è detto che avesse necessariamente il cognomen Sabinus, che la figlia poteva avere ereditato attraverso un’altra parentela. Sua madre è Matidia Maggiore, nipote per parte di madre dell’imperatore Traiano, nonché suocera dell’imperatore Adriano (vedi «Archeo» n. 347, gennaio 2014). Sabina si sposa intorno al 100 d.C. con Adriano e compare come Augusta sulle monete della zecca imperiale soltanto a partire dal 128 d.C., ma il conferimento di tale titolo dovrebbe risalire a un periodo precedente, non registrato dalle fonti, da collocarsi negli anni immediatamente successivi all’inizio del principato del marito (117 d.C.), o nel 119 oppure nel 123 d.C., come è attestato dalla documentazione epigrafica e dalla monetazione di alcune province dell’impero.

una dedica a creta Non tutti gli studiosi, però, sono d’accordo con quest’ipotesi dato che Sabina è onorata ufficialmente nell’isola di Creta tra la fine del 124 e il 125 d.C. e in questa dedica non compare il titolo di Augusta associato al suo nome.

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discendente di traiano L. Vibio Sabino

Matidia Minore

Matidia maggiore Vibia Sabina

Nella pagina accanto: gruppo scultoreo con Adriano e Vibia Sabina rappresentati come Marte e Venere. II sec. d.C. Parigi, Museo del Louvre. Ma si tratta di un documento locale e quindi la sua testimonianza non può essere generalizzata, né decisiva; sembrerebbe strano che Sabina sia stata insignita di tale titolo soltanto dieci anni dopo l’ascesa al potere imperiale del marito, visto l’importante ruolo che la sua famiglia aveva rivestito nella successione dello stesso Adriano. Sulla monetazione imperiale ufficiale Sabina Augusta compare, come si è detto, dal 128 d.C., sulla base della documentazione in nostro possesso: al dritto è raffigurato il suo ritratto e, al rovescio, Giunone Regina, Vesta, Venere Genitrice, Cerere, a riprova che la Augusta poteva essere identificata con le piú tradizionali divinità femminili del pantheon romano, oppure rappresentare le virtú divinizzate che dovevano rispecchiare l’etica romana imperiale: Concordia Augusta, Pietas Augusta e Pudicitia. In ogni caso, si ha l’impressione che nella famiglia di Traiano e di Adriano il titolo di Augusta venga trasmesso a un’altra donna della famiglia ogni volta che, per cosí dire, diviene vacante, per la morte della titolare o per altri motivi. Anche Sabina, come la madre e la nonna, dopo la morte, avvenuta tra la fine del 136 e il 137 d.C., viene divinizzata, secondo una prassi ormai consolidata e sono attestate numerose sacerdotesse del suo culto (diva Sabina). Come molte donne appartenenti

P. Elio Adriano Afro P. Elio Adriano

all’entourage imperiale, Sabina possedeva fabbriche di laterizi (figlinae), la cui attività è documentata dai marchi di proprietà e di fabbrica sui prodotti. Le fonti letterarie scrivono che il matrimonio fra Adriano e Sabina è stato fortemente voluto da Plotina, moglie di Traiano, per rinsaldare i legami familiari tra Adriano e Traiano, in quanto Sabina era pronipote di Traiano (Vita di Adriano, 2, 10). Sembra, inoltre, che questo matrimonio sia stato molto infelice, anche se queste categorie interpretative, piú contemporanee che antiche, hanno un valore molto relativo per la comprensione delle dinamiche politiche della corte imperiale in età romana. Allo stesso modo, non credo che, oggi, possiamo valutare con i nostri parametri di giudizio i sentimenti di Sabina nei confronti della passione di Adriano per il giovane Antinoo. Possiamo solo affermare di non sapere nulla del comportamento, dei pensieri e dei sentimenti di Sabina in questo frangente.

Intrattabile e insopportabile Secondo le parole del biografo della Historia Augusta (Vita di Adriano, 11, 3), il marito era solito definire la moglie morosa et aspera («intrattabile e insopportabile») e ripeteva che avrebbe volentieri divorziato se fosse stato un privato cittadino. Possiamo pensare che Sabina, forte di una potente famiglia alle spalle, potesse non condividere in tutto e per tutto la politica di Adriano, e che questo suo antagonismo abbia contribuito

Domizia Paolina Maggiore E. Domizia Paolina Minore

L. Giulio Urso Serviano

a formare le caratteristiche negative di questo suo ritratto. Possediamo, però, anche il rovescio della medaglia, cioè una tradizione antagonista ad Adriano: secondo l’autore dell’Epitome dei Cesari (14, 8), Sabina avrebbe affermato che non voleva dare figli ad Adriano per non rovinare il genere umano (ad humani generis perniciem) e secondo questa stessa fonte, la donna sarebbe stata indotta al suicidio dal comportamento gravemente offensivo del marito nei suoi confronti. Ma, al di là dei consueti pettegolezzi riportati dalle fonti, l’immagine ufficiale della coppia appare concorde nel propagandare gli indirizzi politici e culturali dell’imperatore. Sabina, infatti, è assidua accompagnatrice di Adriano nei suoi numerosi viaggi nelle province, in particolare in Grecia, in Asia Minore e in Egitto ed è epigraficamente ricordata la sua visita al Colosso di Memnone a Tebe (130 d.C.). Il motivo del contrasto tra i coniugi può forse essere ricercato nell’adozione da parte di Adriano di L. Ceionio Commodo. Il 136-137 d.C., infatti, è l’anno in cui si registra una violenta crisi dinastica, causata dall’adozione da parte di Adriano, malato e senza figli, di L. Ceionius Commodus, con ogni probabilità parente di Adriano per parte della madre, Domizia Paolina Maggiore, nonché padre del futuro imperatore Lucio Vero. È stato anche ipotizzato che L. Ceionio Commodo fosse figlio naturale di Adriano, oppure il suo amante, e sarebbe questo il motivo per cui era malvisto da Sabina.

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l’altra faccia della medaglia Francesca Ceci

quel dio senza volto Una pietra, possibilmente nera, è una tra le piú antiche manifestazioni del divino. che si ritrova con frequenza anche in numerose emissioni monetali

«T

u sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa» (Matteo, 16, 18; Giovanni, 1, 42): cosí Gesú rinomina Simone, attribuendogli un ruolo fondante nella nuova Chiesa. Nella Bibbia e, in particolare, nel Nuovo Testamento, il paragone e la metafora con la pietra ricorrono piú volte, riferite sia a Gesú che ai suoi seguaci. E antichissima è la tradizione religiosa relativa all’adorazione di pietre aniconiche e betili (dal semitico beth-el «Casa di Dio»), intese quali forma o abitazione della divinità, presente nel mondo vicino-orientale e nella religiosità minoico-micenea. Le testimonianze di quest’uso cultuale si ritrovano nelle fonti letterarie antiche e nelle rappresentazioni su sigilli e anelli provenienti dall’Egeo e poi, in particolare, sulle monete provinciali romane.

Abbracciare le pietre Eccezionale è il ritrovamento dell’immagine di culto del Tempio di Afrodite a Paphos nell’isola di Cipro, che consiste appunto in una pietra nera lisciata (vedi «Archeo»

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In alto: moneta in bronzo da Pergamo, Mysia. 133-116 a.C. Al dritto, la testa di Asclepio; al rovescio, l’immagine di una serpe avvolta intorno all’omphalos ornato di bende. A destra: simulacro aniconico in andesite, dal tempio di Afrodite Pafia a Palaepaphos (Cipro). Kouklia, Museo. Il monolite è la rappresentazione simbolica di una divinità identificata, in questo caso, con la dea Afrodite, particolarmente venerata nell’isola di Cipro.


n. 347, gennaio 2014): a oggi, è l’unica identificata e si può ammirarla nel museo di Kouklia (l’abitato moderno sviluppatosi nell’area di Palaepaphos, n.d.r.). La lisciatura che la contraddistingue è dovuta alla secolare devozione fatta di libagioni, unzioni e aspersioni, e che forse contemplava anche un «abbraccio sacro» della pietra, da parte di chi officiava il culto o anche dei fedeli, cosí come è riprodotto su alcuni anelli minoici. Neanche le forme primitive della religiosità romana dovevano prevedere una forma statuaria antropomorfa della divinità, e, secondo la tradizione, Numa proibí ai Romani di adorare immagini con aspetto umano o animale perché non era conveniente che si avvicinassero gli esseri divini – perfetti – a quelli inferiori – e peggiori – come i mortali (Plutarco, Numa, VIII, 7-8). Varrone ricorda che anche ai suoi tempi (I secolo a.C.) si continuavano a venerare idoli aniconici, che convivevano con le raffigurazioni statuarie (Antiquitates rerum divinarum, XVI, 34). Nella monetazione antica compaiono celebri santuari del mondo greco e vicino-orientale dove l’oggetto del culto è una pietra,

come l’omphalos (ombelico) di Apollo a Delfi, la pietra sacra considerata centro del mondo, cinto di bende, unto ritualmente e oggetto di cerimonie legate all’oracolo delfico. Questo monolite è raffigurato su alcune monete, come quelle seleucidi di Antioco I (280-261 a.C.), con Apollo seduto sulla sacra pietra, e le emissioni in bronzo di Pergamo in Mysia, con un serpente avvolto attorno all’omphalos (133-116 a.C.), in questo caso da riconnettersi a rituali salutari pertinenti ad Asclepio e all’aspetto medico di Apollo.

l’inganno di rea Come provano i casi di Paphos con Afrodite e di Delfi con Apollo, le sacre pietre si riferiscono a divinità femminili e maschili, spesso connesse alla sfera del bello e della fertilità. Anche Zeus, massimo rettore del pantheon greco, poteva essere raffigurato come una pietra: basti pensare all’inganno al quale egli doveva la vita, quando la madre Rea diede al padre Crono, che voleva divorarlo, una pietra avvolta in fasce. Con l’avvento del regno di Zeus, Crono rigetta la pietra, che viene posta alle pendici del monte Parnaso, monumento sempiterno e oggetto di meraviglia per gli uomini (Esiodo, Teogonia, 498-

500; Pausania, Periegesi, X, 24,6). Zeus in forma di pietra era venerato sul Monte Casio (Jebel Aqra), nella Siria nord-occidentale presso il fiume Oronte; il monte era stato originariamente consacrato dalle popolazioni pregreche al dio ugaritico Baal, legato alle tempeste e al tuono. Nei suoi pressi, intorno al 300 a.C., il generale di Alessandro Magno Seleuco I Nicatore fondò la città di Seleucia di Pieria, le cui emissioni sono incentrate sulla celebrazione del dio attraverso gli attributi che lo simboleggiano. Le monete preromane hanno sul rovescio il fulmine di Zeus su un trono, mentre in età romana a questa iconografia si affiancano quella dell’aquila, animale-simbolo, e la pietra aniconica di Zeus Casio, usata a partire dal regno di Traiano. Una moneta battuta durante il suo principato (98-117 d.C.) raffigura il betilo oggetto di culto entro un sacello tetrastilo con tetto piramidale sormontato dall’aquila. Zeus Casio conobbe grande fortuna in tutto l’ambito mediterraneo e oltre ancora, diffondendosi dalla Siria alla Pannonia, invocato a protezione della navigazione e probabilmente anche dei commerci, venerato sotto l’ineffabile forma perfetta di una pietra sacra.

Moneta in bronzo di Traiano, battuta a Seleucia di Pieria (Siria). 98-117 d.C. Al dritto, la testa dell’imperatore; al rovescio, un betilo di Zeus Casio collocato all’interno di un tempietto tetrastilo, sormontato da un’aquila.

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i libri di archeo

DALL’ITALIA Mauro Maiorano e Lidia Paroli (a cura di)

la basilica portuense Scavi 1991-2007 Edizioni All’Insegna del Giglio, Borgo S. Lorenzo (FI), 2 voll., 675 pp. complessive, ill. b/n e col. 70,00 euro ISBN 978-88-7814-571-9 www.insegnadelgiglio.it

La prima scoperta dei resti della Basilica di Porto, uno dei due scali di cui Roma si era dotata alla foce del Tevere (l’altro era quello di Ostia), risale al 1865, anno in cui la famiglia Torlonia, allora proprietaria dell’area, effettuò scavi che miravano a recuperare materiali con i quali arricchire le proprie collezioni di antichità. In seguito, per oltre un secolo, il sito fu oggetto di interventi sporadici, che ne lasciavano comunque intuire l’importanza, fino a quando, grazie alla demanializzazione dei terreni interessati, nel 1991, non ebbero inizio campagne di scavo sistematico che si sono

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protratte, in piú riprese, fino al 2007 e di cui quest’opera, di taglio specialistico, dà ora conto. I due volumi sono frutto della collaborazione di molti studiosi, grazie ai quali la storia della Basilica Portuense acquista uno spessore che va ben oltre la periodizzazione o l’analisi tecnica delle architetture. Attraverso i tasselli che compongono questo mosaico editoriale, l’edificio di culto diviene infatti un osservatorio

privilegiato per seguire lo sviluppo storico del contesto in cui l’edificio sorse e si sviluppò. Una vicenda che abbraccia i secoli dell’Alto Medioevo e che potrà essere ulteriormente precisata con la pubblicazione degli studi tuttora in corso, annunciata in sede di prefazione. Stefano Mammini Claudia Lambrugo e Chiara Torre (a cura di)

Il gioco e i giochi nel mondo antico Tra cultura materiale e immateriale

agli automata o alla presenza di bambole e astragali in alcuni tipi di sepolture. S. M. Marco De Marco (a cura di)

Fiesole. Museo civico archeologico

Edipuglia, Bari, 198 pp., ill. b/n 40,00 euro ISBN 978-88-7228-700-2 www.edipuglia.it

Molto si è scritto sulla serietà del gioco e in questa scia si inserisce la pubblicazione degli studi realizzati nell’ambito di un programma di ricerca sull’argomento, promosso dall’Università di Milano. I contributi confluiti nella pubblicazione affiancano analisi su classi tipologiche o reperti specifici a considerazioni sul valore e il ruolo che i giochi potevano avere presso le civiltà antiche. Ne risulta quindi uno stimolante dialogo tra realtà materiali e immateriali, che ha appunto come filo conduttore una complessità spesso inaspettata (soprattutto per i non addetti ai lavori). Tra le varie declinazioni del tema ludico spiccano contributi su problemi di tipo linguistico e letterario, che fanno da contraltare agli interventi piú prettamente archeologici, come per esempio quelli dedicati

Un secolo di bellezza Edizioni Polistampa, Firenze, 176 pp., ill. col. 28,00 euro ISBN 978-88-596-1323-7 www.polistampa.it

Il Museo Civico Archeologico di Fiesole compie cento anni e la ricorrenza viene salutata dalla pubblicazione di questo ricco volume, che ripercorre la storia dell’istituzione e delle ricerche nel territorio comunale e offre il catalogo illustrato dei materiali inseriti nel percorso espositivo. Ed è sufficiente scorrere poche pagine del libro per avere un’idea immediata di quanto Fiesole, che in questo condivide il destino di tanti centri minori della nostra Penisola, abbia costituito una presenza significativa nel panorama dell’Italia antica. Di origini etrusche, l’abitato si


sviluppò soprattutto in epoca romana, periodo al quale risalgono i suoi monumenti piú importanti e molti degli oggetti di maggior pregio della collezione museale. Del tutto, il volume offre una documentazione ampia e sistematica, a cui si affianca la storia degli studi e delle scoperte realizzati nel Fiesolano sin dalla fine del XVIII secolo, quando si ebbero i primi ritrovamenti da parte dell’abate Lanzi. S. M. Consuelo Manetta (a cura di)

l’archeologia dei colli albani fra tradizione e nuove prospettive di ricerca Atti del XXX Corso di Archeologia e Storia Antica del Museo Civico Albano Museo Civico Albano Laziale, Firenze, 112 pp., ill. b/n s.i.p. ISBN 978-88-909389-10

archeologica, il Museo Civico di Albano. Strumenti di ricerca tradizionali e moderni confluiscono nel dibattito scientifico incentrato nell’area dei Colli Albani, attraverso studi sulla topografia e sulla storia del luogo, con particolare riferimento ad alcuni reperti rinvenuti nella zona e facenti parte delle collezioni museali. Come spiega la curatrice del lavoro, obiettivo di questa edizione del corso, inaugurato nel 1981 e da allora divenuto un punto di riferimento didattico e di approfondimento, è quello di focalizzare l’attenzione sulle prospettive future di sviluppo di una nuova politica di gestione culturale del territorio. Un’iniziativa di ampio respiro, tra archeologia e turismo, in cui il Museo si pone come elemento promotore di nuove attività di ricerca, senza tralasciare il maggiore coinvolgimento da parte del pubblico. Giorgio Rossignoli

dall’estero Lawrence Barham

from hand to handle The First Industrial Revolution Oxford University Press, Oxford, 348 pp., ill. b/n 75,00 GBP ISBN 978-0-19-960471-5 www.oup.com

La pubblicazione degli Atti del XXX corso di Archeologia e Storia Antica raccoglie i recenti contributi relativi a una delle piú importanti realtà di divulgazione

Un saggio denso, di taglio specialistico, ma che meritrebbe una traduzione in lingua italiana, poiché affronta un tema di eccezionale interesse, una

ISBN 978-0-19-956988-5 www.oup.com

di quelle questioni che hanno avuto una portata davvero «rivoluzionaria», peraltro evocata dal sottotitolo dell’opera. Barham sceglie infatti di indagare il momento in cui, intorno ai 500 000 anni fa, l’uomo compie un decisivo salto in avanti nella sua esperienza di faber e comincia a dotare i suoi strumenti di un manico. Detta cosí, può sembrare un’idea di poco conto, ma non è difficile immaginare, anche per chi non sia un esperto in materia, quanto una simile novità abbia invece inciso nella vita di ogni giorno. Da quel momento in poi, come è tipico di questi fenomeni, l’accelerazione non conosce soste e nel volume viene analizzato l’intero fenomeno, ampliando lo studio anche ai suoi risvolti immateriali. S. M.

L’archeologia africana è un universo ricchissimo che non è solo il logico riflesso della vastità del continente, ma anche l’esito di una vivacità e di un dinamismo culturale straordinari. Nel cimentarsi con una sintesi dei problemi piú importanti, analizzati alla luce delle acquisizioni piú recenti, questo nuovo Handbook ha dunque proporzioni considerevoli, ma si tratta di una quantità che, come sempre, si apprezza innanzitutto per la sua qualità. Alla sezione introduttiva di carattere metodologico fanno seguito quelle dedicate ai grandi temi dell’archeologia africana, dalla comparsa delle prime specie umane fino all’epoca della colonizzazione e delle conseguenti interazioni tra culture indigene e culture straniere. Un’opera di respiro piú che ampio, che mette a fuoco tutti i fenomeni che piú hanno contraddistinto una storia lunga oltre due milioni di anni. S. M.

Peter Mitchell e Paul Lane (a cura di)

The Oxford Handbook of African Archaeology Oxford University Press, Oxford, 1080 pp., ill. b/n 120 GBP

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Archeo n. 348, Febbraio 2014  
Archeo n. 348, Febbraio 2014