RAMO DEL NILO
AFFRESCHI POMPEI
MONSELICE
ATLETA DI FANO
ALFABETO A CUMA
SPECIALE L’ORACOLO DI SIWA
Mens. Anno XXXIX n. 472 giugno 2024 € 6,50 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.
LONGOBARDI A MONSELICE
L’ARRIVO DEI LONGOBARDI
MOSTRE
EGITTO
QUANDO L’ALFABETO ARRIVÒ IN ITALIA
UN ANTICO RAMO DEL NILO L’INCHIESTA
QUALE FUTURO PER L’ATLETA DI FANO? SCOPERTE POMPEI
GLI AFFRESCHI DELLA REGIO IX
SPECIALE EGITTO
SIWA. L’ORACOLO NEL DESERTO
www.archeo.it
IN EDICOLA L’ 8 GIUGNO 2024
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ARCHEO 472 GIUGNO
€ 6,50
SOMMARIO EDITORIALE
Un’area «centrale» 3
MOSTRE Contrasto, tutela e valorizzazione
di Andreas M. Steiner
di Sandra Bedetti e Alberta Facchi
Attualità
ARCHEOFILATELIA Applausi antichi e moderni
NOTIZIARIO
SCOPERTE Su quel ramo del grande fiume... ALL’OMBRA DEL VULCANO Educare alla bellezza
6
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di Luciano Calenda
SCAVI 6
Monselice, il segreto dei Longobardi 40
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di Elena Percivaldi
di Alessandra Randazzo
SCAVI La storia nel torrente
Una storia fatta di segni
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74 € 6,50
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IN EDICOLA L’ 8 GIUGNO 2024
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ARCHEO 472 GIUGNO
Amministrazione amministrazione@timelinepublishing.it
L’ARRIVO DEI LONGOBARDI
Comitato Scientifico Internazionale Mens. Anno XXXIX n. 472 giugno 2024 € 6,50 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.
SPECIALE L’ORACOLO DI SIWA
Impaginazione Davide Tesei
ALFABETO A CUMA
Lorella Cecilia (ricerca iconografica) l.cecilia@timelinepublishing.it
ATLETA DI FANO
Redazione Stefano Mammini s.mammini@timelinepublishing.it
MONSELICE
LONGOBARDI A MONSELICE
Direttore responsabile Andreas M. Steiner a.m.steiner@timelinepublishing.it
Federico Curti
AFFRESCHI POMPEI
Editore Timeline Publishing S.r.l. Via Angelo Poliziano, 76 – 00184 Roma tel. 06 86932068 – e-mail: info@timelinepublishing.it
In copertina veduta dall’alto della Rocca di Monselice e del cantiere di scavo aperto ai piedi della struttura fortificata, nel quale opera l’Università di Padova.
Presidente
RAMO DEL NILO
Anno XL, n. 472 - giugno 2024 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990
74
di Fabio Pagano, Carlo Rescigno e Matilde Civitillo
he
di Flavia Marimpietri
Le avventure di un «giovane vittorioso» 58
MOSTRE
di Elisabetta Giorgi
MOSTRE Una coppia principesca MOSTRE Aspettando la fiaccola PAROLA D’ARCHEOLOGO Quell’incontro fatale...
INCHIESTE
di Mariateresa Curcio, Rachele Dubbini e Giuditta Giardini
12
di Giampiero Galasso
A TUTTO CAMPO Rinascere dalle macerie
58
MOSTRE
EGITTO
QUANDO L’ALFABETO ARRIVÒ IN ITALIA
UN ANTICO RAMO DEL NILO L’INCHIESTA
QUALE FUTURO PER L’ATLETA DI FANO? SCOPERTE POMPEI
GLI AFFRESCHI DELLA REGIO IX
arc472_Cop.indd 1
SPECIALE EGITTO
Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, John Boardman, Mounir Bouchenaki, Wim van Es, M’Hamed Fantar, Louis Godart, Svend Hansen, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Venceslas Kruta, Henry de Lumley, Javier Nieto
SIWA. L’ORACOLO NEL DESERTO
28/05/24 14:24
Comitato Scientifico Italiano
Enrico Acquaro, Carla Alfano, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro Filippo Bondí, Francesco Buranelli, Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Giulio Paolucci, Sergio Pernigotti, Sergio Ribichini, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Jacopo Tabolli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale, Andrea Zifferero Hanno collaborato a questo numero: Andrea Augenti è professore ordinario di archeologia medievale all’Università di Bologna. Sandra Bedetti è archeologa, Studio Agorà, Adria. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Matilde Civitillo è professoressa associata in filologia e civiltà dell’Egeo e del Mediterraneo preclassico all’Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli». Francesco Colotta è giornalista. Mariateresa Curcio è archeologa. Rachele Dubbini è professoressa associata di archeologia classica presso l’Università degli Studi di Ferrara. Alberta Facchi è direttore del Museo Archeologico Nazionale di Adria, Direzione regionale Musei del Veneto. Luciano Frazzoni è archeologo. Giampiero Galasso è giornalista. Elisabetta Giorgi è ricercatrice di metodologia della ricerca Archeologica all’Università di Siena. Giuditta Giardini è avvocata, consulente presso la Procura Distrettuale di New York. Flavia Marimpietri è giornalista. Fabio Pagano è direttore del Parco archeologico dei Campi Flegrei. Elena Percivaldi è giornalista e storica del Medioevo. Alessandra Randazzo è giornalista. Carlo Rescigno è professore ordinario di archeologia classica all’Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli». Stefano Struffolino è professore di storia greca all’Università telematica Pegaso e membro delle missioni archeologiche in Libia e a Cipro dell’Università degli Studi di Chieti-Pescara.
Rubriche SCAVARE IL MEDIOEVO La memoria è nel nome
104
di Andrea Augenti
104 TERRA, ACQUA, FUOCO, VENTO
Il rosso e il nero
106
di Luciano Frazzoni
L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA
Bella tra le belle
86 110
di Francesca Ceci
LIBRI
112
SPECIALE
Siwa. Ammone e l’oracolo nel deserto
86
di Stefano Struffolino
Illustrazioni e immagini: Cortesia degli autori: copertina (e pp. 42/43) pp. 14-15, 42 (basso), 44-47, 48, 49 (basso), 50-51, 52, 53, 55, 61 (basso), 88 (basso), 92-93, 96 (alto), 101, 111 – Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura: p. 3 – Eman Ghoneim et alii: p. 6 (alto) – Eman Ghoneim: pp. 6/7, 7, 8-9 – Parco Archeologico di Pompei: pp. 10-11 – Cortesia Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli-Venezia Giulia: p. 12 – Cortesia Ufficio stampa Studio Esseci/ Castello del Buonconsiglio: pp. 16-17 – Museo del Louvre, Service de presse: Collections Musée Olympique, Losanna: p. 18 (alto); École française d’Athènes, Atene: pp. 18 (basso), 20; The Trustees of the British Museum: p. 19 (alto); Beaux-Arts de Paris, dist. RMN-Grand Palais/image Beaux-Arts de Paris: p. 19 (in basso, a sinistra); RMN-Grand Palais (Musée du Louvre)/Stéphane Maréchalle: p. 19 (in basso, a destra) – Su concessione del MIC-Parco Archeologico di Pompei: pp. 22-26 – Cortesia Direzione regionale Musei Veneto-Museo archeologico nazionale di Adria: pp. 28-29 – Shutterstock: pp. 40/41, 68, 70, 74/75, 86/87, 88/89, 90, 94/95, 96/97, 98-99, 102/103, 104 (alto) – Doc. red.: pp. 49 (alto), 64/65, 69, 104 (basso), 105, 106-108, 110 – Shie Shaomin: disegno alle pp. 52/53 – Alamy Stock Photo: pp. 54, 62/63, 100 – The J. Paul Getty Museum: pp. 58-59, 60, 66 – Mondadori Portfolio: Art Media/Heritage Images: p. 67; AKG Images: p. 91; Ashmolean Museum, University of Oxford/Heritage Images: p. 94 – Cortesia Parco archeologico dei Campi Flegrei: pp. 75, 76-85 – The Metropolitan Museum of Art, New York: p. 97 – Cippigraphix: cartine alle pp. 42, 61 e 88 (alto).
Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.
Pubblicità e marketing Rita Cusani e-mail: cusanimedia@gmail.com – tel. 335 8437534 Distribuzione in Italia Press-Di - Distribuzione, Stampa e Multimedia srl Via Mondadori, 1 - 20090 Segrate (MI) Stampa Roto3 Industria Grafica srl via Turbigo 11/B - 20022 Castano Primo (MI) Servizio Abbonamenti È possibile richiedere informazioni e sottoscrivere un abbonamento tramite sito web: www.abbonamenti.it/archeo; e-mail: abbonamenti@directchannel.it; telefono: 02 49572016 [lun-ven, 9-18; costo della chiamata in base al proprio piano tariffario]; oppure tramite posta scrivendo a: Direct Channel SpA Casella Postale 97 – Via Dalmazia, 13 – 25126 Brescia (BS) L’abbonamento può avere inizio in qualsiasi momento dell’anno. Arretrati Il Servizio Arretrati è a cura di: Press-Di - Distribuzione, Stampa e Multimedia Srl - 20090 Segrate (MI) I clienti privati possono richiedere copie degli arretrati tramite e-mail agli indirizzi: collez@mondadori.it e arretrati@mondadori.it Per le edicole e i distributori è inoltre disponibile il sito: https://arretrati. pressdi.it
L’indice di «Archeo» 1985-2023 è disponibile sul sito https://ulissenet.comperio.it/ Registrandosi sulla home page si ottengono le credenziali per la consultazione di prova
A TUTTO CAMPO Elisabetta Giorgi
RINASCERE DALLE MACERIE LO SCAVO MICROSTRATIGRAFICO DEI FRAMMENTI DI PITTURE PARIETALI CROLLATI A TERRA È IL PUNTO DI PARTENZA PER RICOSTRUIRE LE DECORAZIONI INTERNE DEGLI AMBIENTI DI UNA VILLA DI DUEMILA ANNI FA
I
n uno scavo archeologico, il rinvenimento di uno strato di crollo all’interno di un ambiente genera sempre grandi aspettative; sotto i crolli si possono infatti conservare, a volte in condizioni eccezionali, contesti sigillati che restituiscono vere e proprie istantanee della vita del passato. Ma anche i crolli stessi possono restituire informazioni importanti, come la tecnica di costruzione degli edifici e di copertura dei tetti, o la
Planimetria del sito di Vignale (Piombino, Livorno).
14 a r c h e o
presenza di eventuali decorazioni. A parte il caso di eventi particolarmente distruttivi, come forti terremoti, gli strati di macerie si formano secondo una dinamica piú o meno ricostruibile: il tetto collassa spesso a partire da uno sfondamento al centro o in angolo, lasciando esposte alle intemperie le creste dei muri perimetrali, che progressivamente si sgretolano, causando il distacco dei rivestimenti e poi il crollo dei muri stessi.
Quando nei crolli si individuano frammenti di pitture parietali, lo scavo di questi micro-strati rappresenta un’occasione unica per tentare di individuare la posizione che esse occupavano sulle pareti e per ricostruire, cosí, lo schema decorativo dell’ambiente. Si tratta di un’operazione laboriosa, che produce spesso immagini inattese, soprattutto nei siti in cui i resti delle murature sono molto esigui, come accade per esempio
nella villa di Vignale (Piombino, Livorno), da vari anni oggetto di studio da parte dell’Università di Siena e che è anche al centro del Progetto di ricerca Mi.L.O.S (Misurare il Lusso Oltre lo Stile), finanziato dalla stessa Università, che ha lo scopo di individuare la presenza di markers di lusso oggettivamente misurabili negli allestimenti della villa. Il sito di Vignale era delimitato nell’antichità sul lato orientale dalla via Aurelia e, verso occidente, dai bacini interni del sistema lagunare di Falesia; tra il I secolo a.C. e il I
Qui sopra: ortofoto nella quale sono evidenziati alcuni degli insiemi di crollo distinti in fase di scavo. In alto, a destra: l’insieme che ha restituito la porzione piú ampia di pittura parietale. A sinistra: la rimozione degli insiemi dopo il consolidamento con garze e resina acrilica Paraloid.
secolo d.C. la villa assunse la forma che oggi conosciamo, per poi vivere a lungo, dal momento che le ultime testimonianze consistono in un ampio cimitero, con cronologie estese sino all’XI secolo. In seguito a una delle numerose ristrutturazioni dell’edificio, nel corpo centrale vennero ricavati due ambienti adiacenti (nn. 16 e 19), che hanno restituito resti consistenti di intonaci parietali dipinti in posizione di crollo – in parte in insiemi ancora connessi –, che giacevano in piú strati, con le superfici pittoriche rivolte sia verso il basso che verso l’alto. Il crollo di uno di questi ambienti (n. 16) è stato scavato seguendo la procedura messa a punto sul cantiere di scavo della villa di Settefinestre (Orbetello, Grosseto), ovvero mappando i diversi insiemi di crollo e attribuendo a ciascun insieme coerente un codice numerico, in cui il primo numero identifica lo strato (o insieme) e il secondo rappresenta il sottoinsieme; gli insiemi sono stati poi documentati con foto zenitali e georiferiti, in modo da conservare memoria dell’esatta posizione.
LAVORI IN CORSO Dopo la schedatura, ogni insieme è stato garzato con resina acrilica Paraloid (con applicazione di carta giapponese in caso di pellicole pittoriche a vista), per mantenere le connessioni tra i frammenti, ed è stato rimosso con lancette o trowel, per poi essere sistemato in cassette di polistirolo riempite di sabbia. La pulizia dei primi insiemi di frammenti coerenti, affidata al restauratore Alessandro Fonti, sta rivelando elementi molto interessanti per la ricostruzione della decorazione parietale dell’ambiente. Il piú esteso degli insiemi recuperati restituisce una porzione di intonaco parietale dipinto, articolata in tre campiture di colore: un’area dipinta in bianco,
una fascia rossa scura con un elemento verticale in verde azzurro con una linea rosso scuro, un secondo campo bianco che ospita una pannellatura rosso chiaro/rosa, delimitata da una linea di colore rosso scuro. Alla stessa porzione di parete dipinta appartenevano frammenti situati piú in basso nella sequenza microstratigrafica, per il momento puliti e stabilizzati, e che restituiscono tracce degli stessi elementi decorativi. A questi erano connessi diversi insiemi di frammenti di colore rosso chiaro, che attendono ancora di essere trattati e analizzati, ma che possono essere attribuiti alla stessa porzione di parete sulla base della loro posizione stratigrafica. Ci sono ottime possibilità che la pulizia di tutti i frammenti e il parallelo lavoro di ricerca degli attacchi tra i diversi insiemi possa portare alla ricomposizione di una porzione di parete abbastanza estesa, tale da poter essere confrontata con le pitture di altri contesti residenziali; questo passaggio servirà a valutare il livello qualitativo degli allestimenti della villa di Vignale secondo un criterio stilistico, mentre le future analisi chimico-fisiche sui pigmenti potranno fornire elementi oggettivi di valutazione a partire dalle materie prime impiegate. (elisabetta.giorgi@unisi.it; www.uominiecoseavignale.it; Facebook-Instagram: uominiecoseavignale)
a r c h e o 15
SCAVI • VENETO
MONSELICE, IL SEGRETO DEI LONGOBARDI 40 a r c h e o
L
EDIFICI TURRITI, UN CIMITERO E UNA CHIESA DEDICATA A SANTA GIUSTINA: GLI SCAVI DELL’UNIVERSITÀ DI PADOVA RIPORTANO ALLA LUCE L’AFFASCINANTE STORIA DI UNA ROCCA CON VISTA SUI COLLI EUGANEI, INSIEME ALLE VICENDE DEI SUOI ABITANTI di Elena Percivaldi Veduta a volo d’uccello di Monselice (Padova), che permette di apprezzare la posizione dominante della Rocca e il circuito delle mura.
a vista, dall’alto, è a dir poco spettacolare: da una parte il dolce profilo dei Colli Euganei e le alte cime delle Prealpi venete, dall’altro la brulicante Pianura Padana, oggi fitta di insediamenti ma un tempo impaludata, giú fino a Chioggia e all’Adriatico, seguendo il corso dell’Adige. Ed è senza dubbio per questa sua posizione invidiabile, oltre che per l’abbondanza di cave di selci di trachite – da cui il nome «mons silicis», «monte della selce» –, che Monselice fu abitata sin dai tempi remoti e poi fortificata in epoca tardo-antica, cosí da presidiare le importanti vie di comunicazione che dai Colli conducevano alla pianura e alle vie d’acqua. Nel 568, quando giunsero in Italia, i Longobardi presero quasi subito Vicenza, Verona e altre città della Venetia, ma non Monselice, che, come Padova, rimase inizialmente sotto il controllo bizantino. Cadde in mano longobarda, racconta Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, solo un trentennio piú tardi, seguendo le sorti della città patavina, che cedette nel 601603 alle armate di re Agilulfo. Seguirono nel 639, con Rotari, la presa di Altino e infine, nel 669, di Oderzo, conquiste che compirono la definitiva frattura tra la terraferma, dominata dai discendenti di Alboino, e l’area costiera, ancora controllata dall’impero, dove piú tardi sorse Venezia. Separati da lembi di terra scarsamente popolati e via via destinati a impaludarsi, nel corso dell’Alto Medioevo entroterra e laguna ebbero per secoli storie e interessi assai diversi. Con il passaggio al dominio longobardo, il castrum Mons Silicis, che controllava la strada da Patavium (Padova) a Bononia (Bologna), divenne capoluogo di un ampio distretto territoriale, mentre Padova perse il proprio ruolo giuridico di città e, per quasi due secoli, sparí a r c h e o 41
INCHIESTE • ATLETA DI FANO
LE AVVENTURE DI UN «GIOVANE
VITTORIOSO» IL RECENTE PRONUNCIAMENTO DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO HA RIACCESO I RIFLETTORI SULLA VICENDA DELL’ATLETA DI FANO, LA MERAVIGLIOSA STATUA IN BRONZO ATTRIBUITA A LISIPPO E DETENUTA DAL GETTY MUSEUM. MA CHE SI SPERA DI VEDERE PRESTO TORNARE IN ITALIA di Mariateresa Curcio, Rachele Dubbini e Giuditta Giardini
L
a seconda vita dell’Atleta di Fano ha inizio al largo della costa marchigiana nell’estate del 1964, quando la statua in bronzo fu issata sul peschereccio Ferruccio Ferri, battente bandiera italiana e registrato presso la Capitaneria di Porto di Fano. Dal momento in cui la scultura, ricoperta da pesanti incrostazioni, è stata portata a bordo del vascello, essa è entrata non soltanto «in territorio italiano», come è stato ribadito, recentemente, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma anche nell’immaginario culturale dei Fanesi. Ogni abitante della cittadina marchigiana la cui famiglia faccia parte delle schiere dei cosiddetti «portulot» (termine dialettale che indica gli abitanti del porto, n.d.r.), è depositario di un aneddoto, tramandato oralmente, legato al ritrovamento del bronzo. C’è chi narra di come la statua sia stata rocambolescamente portata dal peschereccio 58 a r c h e o
Sulle due pagine: immagini della statua in bronzo a oggi variamente denominata, ma per la quale si predilige qui il nome di Atleta di Fano, perché portata a terra nella cittadina marchigiana. L’opera, attribuita a Lisippo, risale all’epoca ellenistica. È attualmente esposta nel Getty Museum di Malibu (California, USA).
alla piccola casa a schiera di Romeo Pirani, dove venne nascosta nel sottoscala; chi aggiunge dettagli olfattivi, come l’odore di pesce marcio, e, ancora, chi narra di visite segrete e riunioni di marinai locali per consigliare Pirani sul da farsi.
NASCOSTO FRA I CAVOLI Anche sul presunto trasporto della statua dal porto di Fano alla vicina località di Carrara si moltiplicano gli aneddoti: per alcuni Pirani dovette farsi prestare una Fiat 600 Multipla, una vettura extra large, dunque, tanto era grande il bronzo, mentre altri raccontano che, per coprire il fetore emanato dalle incrostazioni marine, la statua venne sepolta in un campo di cavoli (anche se non erano di stagione). Di certo, dopo il breve soggiorno fanese, la statua venne acquistata dalla famiglia Barbetti, imprenditori di Gubbio, che la collocarono nella vasca da bagno della canonica del prete eugubino don Giovanni Nagni. A questo punto la leggenda assume una dimensione internazionale. A Gubbio, come racconterà l’ex a r c h e o 59
MOSTRE • CAMPANIA
Il Castello aragonese di Baia, i cui spazi ospitano il Museo Archeologico dei Campi Flegrei, sede della mostra «La pittura della voce. L’alfabeto prima e dopo Cuma».
UNA STORIA FATTA DI SEGNI VIVIAMO NEL PIENO DI UNA RIVOLUZIONE DEI MEZZI E DELLE MODALITÀ DELLA COMUNICAZIONE SCRITTA: UNA TRANSIZIONE PARAGONABILE A QUELLA, CRUCIALE, DELLA DIFFUSIONE DELL’ALFABETO? UNA RAFFINATA MOSTRA ALLESTITA NEL CASTELLO ARAGONESE DI BAIA AFFRONTA LA QUESTIONE, ESPONENDO UN’ANTOLOGIA DELLE PIÚ SIGNIFICATIVE MANIFESTAZIONI DELLA SCRITTURA NELL’ITALIA ANTICA di Fabio Pagano, Carlo Rescigno e Matilde Civitillo 74 a r c h e o
In alto: lekythos di tipo protocorinzio di produzione pithecusano-cumana. Fine dell’VIII sec. a.C. Cuma, Museo archeologico dei Campi Flegrei. In basso: la kotyle nota come Coppa di Nestore, della necropoli di Pithecusae, Valle San Montano. Seconda metà dell’VIII sec. a.C. Lacco Ameno (Ischia), Museo Archeologico di Pithecusae.
N
el 1928, uno tra i piú celebri filologi classici, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff (1848-1931), concepiva la «creazione» dell’alfabeto (greco) come fatto puntuale, avvenuto a opera di un famoso «ignoto benefattore dell’umanità». Tale invenzione avrebbe costituito uno dei piú prodigiosi vettori di civilizzazione e progresso della civiltà greca (e, con essa, di quella occidentale), segnando un cambiamento epocale anche nel progresso cognitivo dell’umanità. Tuttavia, sembra oggi piú verosimile che la diffusione di tale potente strumento non sia da interpretare in termini di monogenesi, a r c h e o 75
SPECIALE • EGITTO
AMMONE E L’ORACOLO NEL DESERTO
SIWA, LA PIÚ SETTENTRIONALE FRA LE OASI EGIZIANE SITUATA NEI PRESSI DELL’ATTUALE CONFINE CON LA LIBIA, FU UNO DEI PIÚ CELEBRI CENTRI ORACOLARI DELL’ANTICO MONDO MEDITERRANEO. NELL’ANNO 331 A.C. VENNE CONSULTATO DA UN VISITATORE D’ECCEZIONE, ALESSANDRO IL MACEDONE. ECCO UN VIAGGIO – E UN’INDAGINE – ALLA RISCOPERTA DI UN LUOGO MITICO di Stefano Struffolino Umm ‘Ubayda, oasi di Siwa (Egitto). Il muro superstite di un luogo di culto che è stato a lungo identificato con la sede dell’oracolo di Ammone e nel quale è stato invece riconosciuto il «secondo tempio» in onore del dio, menzionato da Diodoro Siculo.
86 a r c h e o
P
rima di lasciare spazio al grande mare di sabbia che si perde nelle profondità del continente africano, il tavolato su cui poggia l’infuocato e pietroso deserto della Marmarica crolla in un arco di depressioni che nella sua parte orientale – la grande area di al-Qattara – raggiunge i 133 m sotto il livello del mare, andando poi a chiudersi oltre l’odierno confine libico con la piccola oasi di Giarabub. Siwa, oggi in territorio egiziano e a circa 300 km di distanza dalla costa mediterranea, occupa il punto mediano di quest’arco e si allunga da ovest a est per 82 km e, da nord a sud, nel punto di massima estensione, raggiunge i 30 km, coprendo una superficie complessiva di circa 800 km², che scende dagli 11 ai 22 m sotto il livello del mare. Al viaggiatore che, dopo una discesa di 200 m, supera i maestosi contrafforti di roccia scolpiti dal vento che segnano il confine settentrionale della depressione, o che, da sud, si lascia alle spalle le infinite dune del Sahara, si schiude un panorama lussureggiante, dominato dalla verde distesa di palme da dattero, olivi, sorgenti e giardini irrigati. Il colore grigio-azzurro dei laghi salati, contrasta con il deserto e le brulle montagne rocciose e caratterizza in modo spettacolare il paesaggio dell’oasi. Della località divenuta famosa in antico per il culto oracolare del dio grecoegizio Ammone e ricordata soprattutto per la visita e la consultazione da parte di Alessandro Magno, non troviamo traccia lungo quasi tutta la storia dell’Egitto faraonico, quando le oasi del deserto occidentale passavano dall’essere considerate territori stranieri abitati da popolazioni spesso ostili, utili avamposti
SCAVARE IL MEDIOEVO Andrea Augenti
LA MEMORIA È NEL NOME DAL NORD AL SUD DELLA PENISOLA SONO NUMEROSE LE CITTÀ SCOMPARSE, «SOPRAVVISSUTE» GRAZIE ALLA FONDAZIONE DI COMPLESSI MONASTICI CHE NE RIEVOCANO L’ESISTENZA
L
e città sono organismi: nascono, si sviluppano, possono entrare in crisi e, a volte, morire. Soprattutto prima dell’anno Mille, quest’ultima eventualità si è verificata piú volte e queste scomparse sono in media fenomeni piuttosto lenti: molto spesso i centri antichi impiegano piú secoli, per morire definitivamente... o quasi. Le fonti scritte e l’archeologia fanno infatti luce su un aspetto diffuso dal Nord fino al profondo Sud della Penisola: le città abbandonate, in molti casi, vengono sostituite da edifici ecclesiastici o monasteri. Già esistenti al momento della scomparsa del centro urbano, oppure fondati in un momento successivo, questi monumenti possono trovarsi dentro la città o ai suoi margini, ma progressivamente
restano soltanto loro. E, spesso, contribuiscono a tenere in vita la memoria della città scomparsa attraverso le loro denominazioni.
UNA DISLOCAZIONE Prendiamo il caso di Pedona, una città romana del Piemonte meridionale che terminò la sua esistenza intorno al IV-V secolo. Qui, nell’area di un cimitero suburbano, viene costruita nel VI secolo una chiesa, che poi – nell’VIII secolo – diventa il nucleo centrale di un complesso monastico: l’abbazia di S. Dalmazzo. È uno di quei casi in cui si verifica una dislocazione, rispetto al luogo originario del centro urbano, e quindi il toponimo «Pedona» viene mantenuto in vita, la sua memoria tramandata, ma in connessione a
un luogo periferico rispetto alla città romana. Nell’XI secolo la chiesa fu completamente ricostruita in forme romaniche e, nel XII, raggiunse il suo massimo sviluppo. L’abbazia attirò poi intorno a sé un abitato, primo nucleo dell’odierna Borgo San Dalmazzo (Cuneo). Diverso è il caso di Classe, la città portuale legata a Ravenna. Qui gli
Borgo San Dalmazzo (Cuneo). In alto, la facciata della chiesa parrocchiale, che sorge in corrispondenza dell’area occupata dall’abbazia di S. Dalmazzo in Pedona, la cui fisionomia è documentata dal modellino riprodotto nella foto qui accanto. scavi condotti nell’area del porto hanno individuato una serie di progressive trasformazioni e di abbandoni a partire dalla prima metà del VII secolo. La città però non è ancora deserta: molteplici tracce archeologiche, riferibili anche ad attività artigianali, si datano perlomeno fino all’VIII secolo. La chiesa di S. Severo viene costruita, nella seconda
104 a r c h e o
Plastico ricostruttivo della basilica di S. Severo, fondata a Classe, il porto di Ravenna, nella seconda metà del VI sec.
metà del VI secolo, nella zona meridionale della città, non lontano dalle mura urbane. Ma nella seconda metà del IX secolo, quando Classe è decisamente avviata verso la sua scomparsa, accanto alla chiesa viene costruito un grandioso monastero benedettino. Il complesso rimase a lungo in vita, ben oltre la morte di Classe; venne pesantemente ristrutturato nel corso del XII secolo (la sua epoca d’oro, anche dal punto di vista economico) e fu smantellato soltanto nel Quattrocento. Per secoli, quindi, il monastero di S. Severo fu uno dei pochi monumenti superstiti in un ampio paesaggio con rovine. In seguito, dopo la sua scomparsa, il toponimo «in Classe» venne mantenuto dall’altro monastero della zona: quello di S. Apollinare, che in origine si trovava molto piú
a sud della città, in pieno suburbio e presso la tomba del primo vescovo di Ravenna.
CRISI E SOPRAVVIVENZA Simile è la vicenda di Falerii Novi (presso l’odierna Civita Castellana, in provincia di Viterbo). Falerii diventa sede vescovile nel V secolo, ma va incontro a una crisi profonda intorno alla seconda metà del VI secolo. Le ultime indagini archeologiche hanno segnalato tracce che sembrano indicare un certo grado di sopravvivenza dell’abitato nei secoli dell’Alto Medioevo. Si tratta, probabilmente, di un’occupazione in scala molto ridotta, addensata soltanto in alcune zone. Ma i segni di una ripresa piú consistente li abbiamo tra l’XI e il XII secolo, quando viene fondato il monastero di S. Maria di Falleri. Anche questo complesso fu per La facciata della chiesa di S. Maria di Falleri (Civita Castellana, Viterbo).
secoli il solo monumento dell’area e il suo nome garantí nel tempo la memoria della città scomparsa. Pedona, Classe, Falerii Novi sono solo tre esempi di un fenomeno le cui modalità restano sempre le stesse: tra il IX e l’XI secolo, nei luoghi, o nelle immediate vicinanze di una antica città abbandonata, un edificio ecclesiastico o un monastero vengono potenziati, oppure fondati. Queste chiese e monasteri sono i veri eredi delle città presso le quali erano stati costruiti, e di queste assumono anche i toponimi. Esistono senz’altro validi motivi pratici, per fondare una chiesa o un monastero presso un centro urbano abbandonato: prima tra tutti, l’ampia disponibilità di materiale da costruzione da recuperare e riutilizzare, cosí come la presenza di infrastrutture (strade, prima di tutto) in base alle quali organizzare le proprie attività. Dietro alle nuove fondazioni, però, vi sono sicuramente anche motivi ideologici: il potersi agganciare – dal punto di vista topografico e materiale – al passato, a una antichità percepita come lontana e gloriosa, era un fattore che rafforzava enormemente l’identità e il peso politico di quelle stesse comunità di religiosi. E cosí, proprio grazie a queste nuove fondazioni si è tramandata nel tempo la memoria storica dei centri abbandonati.
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