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2012

san severo

UGARIT TARRAGONA

MUSEO DI SCANSANO

speciale ALLA RICERCA DELLA VITE ETRUSCA

€ 5,90

Mens. Anno XXVIII numero 11 (333) Novembre 2012 € 5,90 Prezzi di vendita all’estero: Austria € 9,90; Belgio € 9,90; Grecia € 9,40; Lussemburgo € 9,00; Portogallo Cont. € 8,70; Spagna € 8,40; Canton Ticino Chf 14,00 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

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archeo 333 novembre

DIONISO

IN ETRURIA

• NUOVE SCOPERTE SULLE ORIGINI DEL VINO

www.archeo.it

UGARIT

NELLA TERRA DI BAAL

• I L MUSEO DELLA VITE DI SCANSANO

LA GLORIA DI TARRAGONA

SPAGNA ROMANA

RAVENNA

IL MONASTERO SCOMPARSO

scavi clandestini

AST ST PPA

PASSIONE PER LA STORIA

PASSIONE PER LA STORIA

operazione «giunone»


editoriale

la terra salvata dal vino «L’idea del “Progetto VINUM” nasce da un’intuizione rivelatasi geniale: e cioè che gli attuali genotipi della vite silvestre non siano del tutto naturali, ma che – almeno per quelle piante che crescono vicine ai siti archeologici – si tratti invece di forme “inselvatichite” delle antiche viti domestiche degli Etruschi». Presentammo cosí, in una lunga intervista pubblicata nel settembre del 2006 (vedi «Archeo» n. 259; l’articolo è disponibile anche sul sito della rivista, www.archeo.it), i risultati di una ricerca di grande suggestione: il tema era quello della storia della produzione del vino in Etruria, riletta alla luce delle indagini di un team multidisciplinare, composto da archeologi, botanici e biologi molecolari. Oggi, a distanza di sei anni, torniamo sull’argomento dando la parola agli stessi protagonisti della vicenda, gli studiosi dell’Università di Siena, per un aggiornamento sugli ultimi sviluppi e approfondimenti. A essa abbiamo affiancato la voce autorevole di un grande studioso, Michel Gras, che, da «esterno», ha seguito il «Progetto VINUM», diventandone un promotore partecipe. Dopo l’intervista, in cui lo storico e archeologo racconta il «suo» incontro con il vino degli antichi, Gras mi ha confidato che, secondo lui, il Progetto «dovrebbe essere conosciuto al Ministero dell’Ambiente, al Ministero dell’Agricoltura, e anche a Bruxelles! È la dimostrazione di quanto nel mondo scientifico non è stato ancora ben compreso, e non parlo certo soltanto dell’Italia; che si tratta, cioè, di un’indagine di “storia della terra”, adattissima ad avere reali, concrete, ricadute sul territorio; e che, inoltre, suggerisce con forza come, nel partenariato della ricerca – fra soggetti pubblici e privati –, ci sia posto, eccome, per gli enti territoriali». «Ora – prosegue Michel Gras – sappiamo tutti che Comuni, Province e Regioni entreranno nel gioco solo se si accorgono di queste possibilità di ricaduta. La questione centrale è saperli convincere a entrare a far parte di questo gioco. E a ciò possono contribuire in maniera determinante i dati presentati dagli studiosi senesi. Noi tutti, in Europa, dovremmo procedere sulla strada indicata da questo tipo di ricerche. E vorrei sottolineare – conclude – che la Toscana, in particolare, ha molte carte da giocare a questo proposito: può far affidamento su un’immagine unica, legata al vino ovviamente, ma anche al suo paesaggio in generale, a quanto è connesso alla sua percezione nella storia e nell’arte. La Toscana, secondo me, un giorno o l’altro dovrebbe apparire, anche a livello internazionale, al primo posto e aprire la strada a questo tipo di iniziative». Andreas M. Steiner


Sommario Editoriale

La terra salvata dal vino

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di Andreas M. Steiner

Attualità notiziario

recuperi Torna a casa, a Bruxelles, un prezioso ritratto di Livia, trafugato oltre trent’anni fa

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dalla stampa internazionale Un tell in Turchia restituisce una tavoletta scritta in una lingua finora ignota; sorse in Germania la prima città d’Europa? 22

scavi

Storie da un monastero scomparso 24 6

di Andrea Augenti

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parola d’archeologo La Guardia di Finanza salva dalla devastazione una stipe votiva legata al santuario di Giunone Salvatrice di Lanuvio 8

i luoghi della leggenda Ugarit Nella terra di Baal

mostre L’Europa festeggia il semestre di presidenza europea di Cipro con rassegne che ripercorrono la storia plurimillenaria dell’isola 12

mostre

Rame, stagno e fantasia

Direttore responsabile: Pietro Boroli Direttore editoriale: Andreas M. Steiner a.m.steiner@mywaymedia.it Redazione: Stefano Mammini stefano.mammini@mywaymedia.it

Impaginazione: Marialuisa Rossignoli Redazione: Piazza Sallustio, 24 – 00187 Roma tel. 02 21768507

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di David Ekserdjian

Anno XXVIII, n. 11 (333) - novembre 2012 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Ricerca iconografica: Lorella Cecilia lorella.cecilia@mywaymedia.it

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di Massimo Vidale e Andreas M. Steiner

In copertina particolare di una statua di Dioniso. IV sec. d.C. Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme

Comitato Scientifico Internazionale

Richard E. Adams, Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, José M. Blázquez, John Boardman, Larissa Bonfante, Mounir Bouchenaki, Jean Chavaillon, Yves Coppens, W.A. van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Friedrich W. von Hase, Witold Hensel, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis, Conrad M. Stibbe.

Comitato Scientifico Italiano

Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro F. Bondí, Francesco Buranelli, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Giancarlo Ligabue, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale. Hanno collaborato a questo numero: Raffaele Argenziano Bisogni è storico dell’arte presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena. Andrea Augenti è professore di archeologia cristiana e medievale all’Università di Bologna. Duccio Balestracci è professore ordinario di storia medievale presso l’Università degli Studi di Siena. Giuliano Benelli è professore ordinario di telecomunicazioni presso l’Università degli Studi di Siena. Jacopo Bigliazzi è assegnista presso l’Università degli Studi di Siena, Dipartimento di Scienze della vita. Luciano Calenda è presidente del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Francesca Ceci è archeologa presso la

Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Andrea Ciacci è archeologo presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena. Mauro Cresti è presidente del Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Biologia Molecolare delle piante, Università degli Studi di Siena. Alice Del Re è archeologa, in servizio presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Daniele De Luca è esperto di armi da tiro medievali e lavora presso l’Università degli Studi di Firenze. Andrea De Pascale è archeologo conservatore del Museo Archeologico del Finale-IISL. David Ekserdjian è professore di storia dell’arte all’Università di Leicester. Cécile Evers è conservatrice delle collezioni romane ed etrusche dei Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles. Marco Firmati è direttore del Museo Archeologico e della Vite e del Vino di Scansano. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Myriam Giannace è archeologa e responsabile progettazione presso l’Associazione Nazionale Città del Vino. Claudio Gulli è collaboratore presso il Laboratorio di Informatica Applicata all’Iconografia e all’Iconologia, Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena. Paolo Leonini è storico dell’arte. Giacomo Luchini è collaboratore presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena. Daniele Manacorda è docente ordinario di metodologie della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre. Josep M. Macias è ricercatore presso l’Institut Català d’Arqueologia Clàssica (ICAC). Flavia Marimpietri è archeologa specializzata in archeologia greca e romana. Silvia Pallecchi è stata docente di metodologia della ricerca archeologica presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena (sede di Grosseto). Elisa Paolucci è assegnista presso l’Università degli Studi di Siena, Dipartimento di Scienze della vita. Alessandro Pozzebon è assegnista presso l’Università degli Studi di Siena, Dipartimento di Ingegneria dell’informazione e scienze matematiche. Giovanna Quattrocchi è giornalista. Paola Rendini è archeologo direttore coordinatore per la Provincia di Grosseto della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Isabel Rodá è direttrice e professore di archeologia dell’Institut Català d’Arqueologia Clàssica (ICAC). Stefania Sapuppo è archeologa. Monica Scali è biotecnologa presso l’Università degli Studi di Siena, Dipartimento di Scienze della vita. Massimo Vidale è professore di archeologia delle produzioni all’Università degli Studi di Padova. Rita Vignani è biotecnologa presso l’Università degli Studi di Siena, Dipartimento di Scienze della vita. Andrea Zifferero è professore di etruscologia, museologia e museografia presso il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena. Valerio Zorzi è dottore agronomo presso lo Studio Tecnico Gambassi e Zorzi, Siena. Illustrazioni e immagini: Mondadori Portfolio: su concessione del MiBAC: copertina; Picture Desk: pp. 40/41 (sfondo e destra), 42, 45, 48, 67 (basso); Akg Images: pp. 46, 51 (destra), 58, 102; Album: p. 61 (basso) – Archivio ILEAI, UniSiena: pp. 3, 67 (alto), 68/69, 70 (alto), 80, 81 (alto), 84, 87 (alto) – Ufficio stampa Musées royaux d’Art et d’Histoire, Bruxelles: pp. 6, 6/7, 13 – Cortesia autore: pp. 7 (basso), 24-39, 59, 62 (alto), 63, 64 (sinistra), 77, 78, 110 (sinistra) – Cortesia Museo Civico di Lanuvio: p. 8 – Cortesia Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza: pp. 9 (alto), 10 – Cortesia Soprintendenza BA Lazio: p. 9 (basso) – Cortesia Ufficio stampa: p. 12, 16 – Cortesia Ufficio stampa/© Dipartimento alle Antichità di Cipro: p. 14 – Cortesia Ziyaret Tepe Archaeological Project: p. 22 – Cortesia Landesamt für Denkmalpflege Baden-Württemberg. p. 23 – Jean-Claude Golvin: disegno a p. 24 (alto a sinistra) – Giorgio Albertini: disegni ricostruttivi alle pp. 29 e 30/31 – Archivi Alinari, Firenze: RMN/Franck Raux: p. 40 (sinistra); Bridgeman Art Library: pp. 104 (basso),


spagna romana Viva Tarraco!

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di Josep M. Macias e Isabel Rodá

musei

Passeggiando nella valle del vino

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di Paola Rendini e Marco Firmati

Rubriche

vite di archeologi

il mestiere dell’archeologo

di Giovanna Quattrocchi

L’inglese che amava gli Etruschi 104

Faber o sapiens: quale uomo per il terzo millennio? 100 di Daniele Manacorda

l’ordine rovesciato delle cose Quando si dice «negativo»

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di Andrea De Pascale

speciale

Alla ricerca della vite etrusca

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Un nuovo vino antico

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Siena: palio, contrade e vigneti 80 a cura di Andrea Ciacci e Andrea Zifferero; con contributi di Raffaele Argenziano Bisogni, Duccio Balestracci, Giuliano Benelli, Jacopo Bigliazzi, Mauro Cresti,

Daniele De Luca, Alice Del Re, Myriam Giannace, Claudio Gulli, Giacomo Luchini, Silvia Pallecchi, Elisa Paolucci, Alessandro Pozzebon, Monica Scali, Rita Vignani, Valerio Zorzi; coordinamento redazionale di Benedetta Pierfederici

Tutto cominciò a Megara...

l’altra faccia della medaglia Tale madre, tale figlio

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di Francesca Ceci

libri

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incontro con Michel Gras, a cura di Andreas M. Steiner

106 – E. Lessing Archive/Magnum/Contrasto: p. 43 – Doc. red.: pp. 44 (alto), 51 (sinistra), 104 (alto), 105, 107 – Corbis Images: p. 44 (Bettmann) (centro) – Da La terra di Baal, Roma 1984: pp. 44 (basso), 50/51 (alto) – Marka: pp. 47 (Ursula Gahwiler), 50 (Egmont Strigl) – Cortesia Ufficio Stampa: pp. 52 (basso) (Foto Roberto Fortuna & Kira Ursem, The National Museum of Denmark), 53 (Foto Scala, Firenze), 54 (alto) (Foto National Institute of Archaeology with Museum – Bulgarian Academy of Sciences, Sofia), 54/55 (basso) (Foto Antonio Quattrone, Firenze), 56 (Foto Scala, Firenze – Cortesia Ministero Beni e Attività Culturali), 57 (BPK, Berlino/Foto Scala, Firenze) – Cortesia autori/Archivio Digivision: pp. 60, 61 (alto), 62 (basso) – Cortesia autori/Archivio Codex: p. 64 (destra) – Cortesia autori/ Archivio MNAT: p. 65 – Da Archeologia della vite e del vino in Toscana e nel Lazio, Firenze 2012: pp. 70 (basso), 71 (alto) – Elaborazione M. Giannace, E. Santoro: p. 71 (basso) – Elaborazione A. Ciacci: pp. 72/73 (basso) – Da La vite e l’uomo, Gorizia 2004: pp. 72/73 (alto), 76 – Da Il commercio etrusco arcaico, Roma 1985: p. 73 (destra) – Foto di A.M. Steiner: pp. 74/75, 89 – Parco Archeologico di Mas de Tourelles: p. 79 (basso) – Foto Studio Lensini: p. 81 (basso) – Da Senarum Vinea, Siena 2012: pp. 82/83 – Elaborazione V. Zorzi: p. 85 (basso) – Foto F. Mirulla, cortesia Comune di Siena: pp. 86, 87 (basso) – Foto di Paolo Nannini: pp. 79 (alto), 92-99 – Getty Images: pp. 100 (Andreas Solaro), 101 (Stringer) – Mauro Traverso-Centro Studi Sotterranei di Genova: p. 108 – Roberto Bixio-Centro Studi Sotterranei di Genova: elaborazione grafica a p. 108 (basso) e p. 109 – Cortesia Ufficio Stampa: pp. 110 (destra; Bibliothéque Nationale de France, Département de la Reprodution, Parigi), 111 (Santa Giulia, Museo della Città, Brescia/Fotostudio Rapuzzi) – Patrizia Ferrandes: cartine alle pp. 27, 42, 59, 76 – Cippigraphix: cartine alle pp. 23, 93, 109. Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

Archeo è una testata del sistema editoriale

PAST PASSIONE PER LA STORIA

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66 Distribuzione in Italia m-dis Distribuzione Media S.p.A. via Cazzaniga, 19 - 20132- Milano Tel 02 2582.1 Stampa: Officine Grafiche Novara, 1901 SpA Abbonamenti: Direct Channel srl - Via Pindaro, 17, 20128 Milano Per abbonarsi con un click: www.miabbono.com Per informazioni, problemi di ricezione della rivista contattare: E-mail: abbonamenti@miabbono.com Telefono: 02 89708270 [lun-ven 9/13 - 14/18 ] Posta: Miabbono.com c/o Direct Channel Srl Via Pindaro, 17 20128 Milano Arretrati Per richiedere i numeri arretrati contattare: E-mail: arretrati@mywaymedia.it Telefono: 02 21768.1 - Fax: 02 21768550 Posta: My Way Media Srl - Via Ludovico d’Aragona 11, 20132 Milano On-line: http://eshop.mywaymedia-store.it/ Informativa ai sensi dell’art. 13, D. lgs. 196/2003. I suoi dati saranno trattati, manualmente ed elettronicamente da My Way Media Srl- titolare del trattamento- al fine di gestire il Suo rapporto di abbonamento. Inoltre, solo se ha espresso il suo consenso all’ atto della sottoscrizione dell’abbonamento, My Way Media Srl potrà utilizzare i suoi dati per finalità di marketing, attività promozionali, offerte commerciali, analisi statistiche e ricerche di mercato. Responsabile del trattamento è: My Way Media Srl, via Ludovico d’Aragona, 11, 20132 Milano – la quale, appositamente autorizzata, si avvale di Direct Channel Srl, Via Pindaro 17, 20144 Milano. Le categorie di soggetti incaricati del trattamento dei dati per le finalità suddette sono gli addetti all’elaborazione dati, al confezionamento e spedizione del materiale editoriale e promozionale, al servizio di call center, alla gestione amministrativa degli abbonamenti ed alle transazioni e pagamenti connessi. Ai sensi dell’art. 7 d. lgs, 196/2003 potrà esercitare i relativi diritti, fra cui consultare, modificare, cancellare i suoi dati od opporsi al loro utilizzo per fini di comunicazione commerciale interattiva, rivolgendosi a My Way Media Srl. Al titolare potrà rivolgersi per ottenere elencocompleto ed aggiornato dei responsabili.


n oti z i ari o recuperi Belgio

l’imperatrice è tornata a casa

N

ell’inverno del 1976 venne trafugato uno dei ritratti piú importanti delle collezioni romane dei Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles (MRAH), raffigurante l’imperatrice Livia, moglie di Augusto. Il furto fu subito denunciato e ne fu data notizia nelle Nouvelles de l’ICOM (l’International Council of Museums), mentre si provvedeva a fissare in maniera piú sicura le altre sculture che si trovavano al di fuori delle vetrine del museo. Per via della sua eccezionale qualità e dell’interesse scientifico, gli studi sull’iconografia di Livia pubblicati anche dopo il 1976 continuarono a includere la testa di Bruxelles nel repertorio dei ritratti, segnalandone al contempo la sparizione. Sembrava dunque molto difficile che un’opera cosí nota potesse essere recuperata sul mercato artistico internazionale. La lettera ricevuta nello scorso maggio da chi scrive giunse perciò del tutto inaspettata: un collega delle collezioni di antichità dei Musei Statali di Berlino aveva riconosciuto la testa di Bruxelles in un ritratto che gli era stato fatto esaminare da una casa di vendite all’asta berlinese! Il confronto tra le fotografie del ritratto dei MRAH e quelle inviate dalla casa d’aste provava il fatto in maniera evidente: si poteva anche vedere una zona piú bianca, sul collo, in corrispondenza della zona in cui era stato evidentemente cancellato il numero d’inventario. Ci si è dunque rivolti alle autorità inquirenti e alle polizie di Belgio e Germania e quest’ultima

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ha provveduto al sequestro della testa. È stato possibile accertare che il suo attuale proprietario era un professore berlinese, il quale l’aveva acquistata nel 1979 in occasione di un convegno svoltosi a Vienna e, da allora, l’aveva custodita nella piú totale buona fede. In ogni caso, sia la legislazione belga, sia quella tedesca si rivelarono quanto meno inadeguate di fronte a un caso del genere: in Germania la prescrizione scatta dopo trent’anni e in Belgio dopo appena cinque. Si è però riusciti a trovare una soluzione amichevole con il proprietario dell’opera, che ha ricevuto un indennizzo, pari a una frazione del suo valore attuale, per averla conservata in buone condizioni per 33 anni. Grazie alla reazione decisa e tempestiva dei Musei Statali di Berlino e alla collaborazione fra conservatori, magistrati e polizie dei due Paesi, il ritratto di Livia ha ritrovato la sua legittima collocazione. Il ritratto dei MRAH ci mostra l’imperatrice madre, pettinata con una scriminatura centrale e i capelli, ondulati, raccolti posteriormente in uno chignon. Sull’acconciatura è posato un diadema, sul quale si distinguono ancora tracce di un fregio a palmette dipinto. E resti di policromia sono presenti anche sui capelli. Queste tracce, eccezionali, saranno oggetto di studi condotti in collaborazione con il Copenhagen Polychromy Network. La scultura antica, del resto, al


scavi Campania A sinistra e nella pagina accanto: il ritorno del ritratto di Livia ai Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles. In basso, a destra: l’anfiteatro di Avella, la cui fondazione si colloca alla metà del I sec. a.C.

contrario di quella neoclassica, non era candida come il marmo. Sulla testa di Bruxelles l’effetto del colore era rinforzato dagli orecchini in oro, la cui presenza è provata da fori praticati nei lobi delle orecchie. Lo stato di conservazione dell’opera è eccezionale, tanto che, circostanza assai rara per la scultura antica, anche il naso è integro. I ritratti dei membri della famiglia imperiale non erano creazioni uniche: gli imperatori erano soliti commissionare una rappresentazione che poi serviva come modello per l’esecuzione di copie in tutte le province dell’impero. Questo modello ufficiale e le sue repliche formano quello che gli studiosi definiscono un «tipo iconografico». Nel caso di Livia, se ne conoscono 6, collocabili tra il 35 a.C. e l’inizio del principato di Tiberio (14 d.C.). La testa di Bruxelles appartiene all’ultimo tipo, detto «Cerere», probabilmente realizzato dopo che l’imperatrice era rimasta vedova. Questa replica, caratterizzata dal diadema, potrebbe essere un’opera postuma, scolpita all’epoca in cui Claudio era asceso al trono imperiale (41-54 d.C.). Cécile Evers

L’anfiteatro delle sorprese La realizzazione dell’impianto di illuminazione dell’anfiteatro di Avella (Avellino), uno degli edifici pubblici della metà del I secolo a.C. piú noti della Campania, ha fornito l’occasione per indagini che hanno portato a rinvenimenti di particolare interesse. All’esterno del monumento, a ovest e nord-ovest, è stato individuato un recinto, nel quale fu poi aperto un ingresso monumentalizzato. Il recinto isolava l’area dell’anfiteatro dal resto della città e doveva presentare verosimilmente tre accessi, allineati sugli ingressi principali al monumento. Come spiega Enrico Stanco, funzionario responsabile della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, la pulizia del corridoio di accesso occidentale all’arena ha poi portato in luce le tracce dei cancelli sull’arena e verso l’esterno ed è stato rilevato un percorso lastricato in tarda età antonina o severiana, con tracce di usura causate dalle ruote di carri. La strada, che ha una carreggiata di 1,5 m circa, all’esterno si distacca dall’ingresso del monumento con andamento obliquo in direzione sud-ovest verso le mura, per la verosimile presenza di una porta urbica nell’aggere della città. La rimozione dello stipite interno del cancello ha quindi permesso di constatare che tale elemento lapideo faceva parte del basamento, resecato e reimpiegato nei restauri tardi del monumento, di una statua equestre in bronzo dedicata all’imperatore Marco Aurelio, databile al 161-162 d.C. All’interno dell’arena è stata individuata una cisterna a cunicolo con pozzo di captazione tagliata dalla realizzazione del monumento: nell’interro sono stati rinvenuti materiali ceramici databili tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C. e un blocco in calcare di reimpiego con parte di un’iscrizione dedicatoria dell’anfiteatro realizzata in piú copie sugli ingressi principali del monumento. Nell’arena, è stato inoltre identificato, e parzialmente recuperato, un crollo di intonaci affrescati policromi e sono stati individuati quattro capitelli tuscanici in calcare, reimpiegati capovolti e forse utilizzati, con le colonne che dovevano sovrastarli, come mete, quando l’anfiteatro, in periodo tardo, era stato probabilmente trasformato in maneggio. Giampiero Galasso

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parola d’archeologo Flavia Marimpietri

operazione «Giunone» a lanuvio, sui colli albani, una stipe votiva riferibile a uno dei piú importanti santuari latini si era trasformata nella «riserva di caccia» di una squadra di scavatori clandestini. poi, per fortuna, è arrivata la guardia di finanza...

S

ono stati colti sul fatto quattro scavatori clandestini che stavano saccheggiando una stipe votiva di epoca repubblicana, ricolma di ex voto, all’interno di una grotta nel bosco del santuario di Iuno Sospita, la «Giunone salvatrice», a Lanuvio, sui Colli Albani, in provincia di Roma. Tra le mani avevano un migliaio di reperti archeologici, e ne conservavano altre centinaia in casa, pronti per essere smerciati. Una scoperta nella scoperta, giunta dopo mesi di indagini della Guardia di Finanza, che ha portato al ritrovamento di un sito fino a oggi sconosciuto. La Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio ha perciò disposto in via d’urgenza l’avvio di uno scavo che sta restituendo una vera e propria mole di reperti archeologici unici. A darci le prime notizie è Giuseppina Ghini, archeologa responsabile dello scavo per conto della Soprintendenza: «È una scoperta importante innanzitutto dal punto di vista della tutela, perché mostra che la

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sinergia tra Soprintendenza e forze dell’ordine funziona, e poi da un punto di vista storico-archeologico. Si tratta una stipe votiva pertinente a un luogo sacro in grotta, legata probabilmente al culto delle acque che qui ancora sgorgano da fonti spontanee. La cavità naturale – che in realtà si articola in piú grotte – ha all’interno una polla d’acqua ed è situata lungo il costone occidentale dell’acropoli di Lanuvio, non lontano da uno dei santuari piú importanti del mondo latino». Quindi, questo deposito votivo inedito, era forse collegato al famoso santuario di Lanuvio? «Sí, è ipotizzabile che tale contesto sacro fosse in connessione con il vicino santuario di Giunone Sospita, anche perché dalla grotta si dipartono alcuni cunicoli sotterranei, per ora non scavati per motivi di sicurezza, che sembra vadano proprio in direzione del

Lanuvio (Roma). Una delle testine fittili affiorate nel corso dello scavo d’urgenza di una stipe votiva riferibile al santuario di Iuno Sospita (Giunone Salvatrice). Il deposito era stato individuato da scavatori clandestini, che ne avevano avviato il saccheggio: l’intervento della Guardia di Finanza, oltre ad assicurare alla giustizia i malfattori, ha dato il via all’indagine scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio. santuario. Sono gallerie in parte naturali, in parte scavate dall’uomo: forse opere di canalizzazione delle acque, anche se attualmente non possiamo dire con certezza se fossero collegate o meno al santuario». Da alcuni anni il santuario di Lanuvio è oggetto di uno scavo condiretto da Fausto Zevi, ordinario di archeologia classica presso la Scuola di Specializzazione in


Archeologia dell’Università di Roma «La Sapienza», e da Luca Attenni, direttore del Museo Civico di Lanuvio, con il coordinamento di settore di Fabrizio Santi, dottore di ricerca in archeologia classica presso l’Università di Roma «La Sapienza»… «L’esplorazione del santuario prova che il culto di Giunone Sospita è piú antico di quanto si pensasse. Gli scavi hanno infatti riportato alla luce materiali dell’età del Ferro, databili fino al X secolo a.C. Lanuvio è una città latina importante, che mantiene sempre un ruolo privilegiato con Roma anche dopo la sua conquista, nel 338 a.C., proprio per la presenza del santuario. Questi complessi sacri avevano un valore anche economico, perché lí si conservava la ricchezza, sotto forma di offerte dei fedeli e di terreni da amministrare: una sorta di “tesoro” locale. Per questo i Romani, con la conquista delle città latine, trasferirono il culto di Giunone Sospita sul Palatino, collocandolo accanto a quello della Magna Mater, ma mantennero il diritto di partecipazione alla gestione economica del santuario di Lanuvio, accordando alla città alcuni privilegi».

Quale culto doveva invece svolgersi, in epoca antica, all’interno della grotta con la stipe votiva appena scoperta? «Un culto legato alla sanatio, cioè alla guarigione dalle malattie, alla salute in genere e alla fertilità femminile in particolare. Tra gli ex voto ci sono moltissimi anatomici: uteri, organi genitali maschili e, soprattutto, femminili. La percentuale degli elementi femminili è determinante per capire il culto. E poi “mascherine”

di terracotta che rappresentano l’offerente, alcuni esemplari di “Tanagrine” (una produzione di Tanagra) e, cosa unica, una tipologia di ex voto finora inedita, che rappresenta un cavo orale con chiari segni di malattia, a testimonianza del legame con un rituale di cura delle malattie respiratorie. Questi ex voto sono presenti in tale quantità che dobbiamo pensare alla presenza di un’officina, una sorta di opificio per la loro produzione in loco. La particolarità, inoltre, è che la stipe votiva è in acqua: non se ne conservano molte con la sorgente naturale ancora in funzione. Vogliamo far analizzare l’acqua per capirne le proprietà: in questi luoghi di culto, di solito, per scopi rituali ci si bagnava, ma si beveva anche l’acqua». A quando risalgono i reperti provenienti dalla stipe votiva? «La datazione va dal IV fino agli inizi del II secolo a.C. Ci sono ollette di ceramica comune colme di materiale – ancora da analizzare – In alto: l’ispezione della stipe votiva di Lanuvio (Roma) da parte della Guardia di Finanza. A sinistra: operazioni di scavo e di documentazione all’interno del deposito, che si trova in una grotta.


tra cui semi e carboni che possono indicare il contenuto dell’offerta. Lo scavo sta mettendo in luce, per la prima volta in modo scientifico, la modalità delle deposizioni, che avvenivano per gruppi: gli offerenti componevano circoli con pietre locali, al cui interno mettevano i vasi, stipandoli fra loro con zeppe e sassi piú piccoli. Poi coprivano con la terra e facevano libagioni, bruciando resti di volatili e piccoli animali da cortile. Una volta sigillata quella parte di fossa, al di sopra deponevano altri oggetti: a strati. I votivi anatomici, invece, erano offerti da un’altra parte». Elena Calandra, soprintendente archeologo del Lazio, considera la scoperta della stipe di Lanuvio «l’esempio paradigmatico di una buona pratica di tutela». E ha voluto affidare alle pagine di «Archeo» la sua riflessione in proposito: «La nostra Soprintendenza è una delle piú grandi d’Italia e, nonostante la scarsità di risorse finanziarie e umane, si trova a gestire un territorio molto esteso ed estremamente delicato, nel quale si verificano ritrovamenti archeologici continui. Noi siamo presenti sul territorio ma, per fare tutela a 360 gradi ed effettuare un’efficace azione di contrasto degli illeciti, abbiamo bisogno anche della collaborazione dei cittadini. Vorremmo incoraggiare un sentimento di fiducia nelle istituzioni, esortando i privati che vengono a conoscenza di un illecito a comunicarlo, facendone partecipe la Soprintendenza. C’è una sorta di diffidenza, di paura: in pochi sporgono denuncia, in molti tacciono. Questo vale anche per il “sottobosco” di tutti i reperti archeologici tenuti nelle abitazioni private, magari trovati in un campo per caso, o pervenuti per vie diverse, spesso tenuti nascosti alla Soprintendenza per paura di sequestri o denunce. I cittadini dovrebbero cooperare maggiormente, fidandosi delle istituzioni per prima cosa».

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dal pedinamento al sequestro

Quelle scatole per camicie... Un agente della Guardia di Finanza mostra uno dei numerosi reperti provenienti dalla stipe votiva di Lanuvio e sequestrati agli scavatori clandestini. I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria del Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza seguivano da mesi i quattro tombaroli colti in flagranza di reato durante il saccheggio della stipe votiva di Lanuvio. A insospettire gli uomini delle Fiamme Gialle, era stata la presenza massiccia, tra i banchi degli antiquari del Tridente romano, di quegli ex voto anatomici conservati all’interno di scatole per camicie, come spiega ad «Archeo» Massimo Rossi, Comandante del Gruppo Tutela Patrimonio archeologico della Guardia di Finanza: «Ci doveva essere una stipe da qualche parte...», racconta Rossi. «Monitorando il mercato antiquario romano, in particolare la zona tra via del Corso, via del Babuino e via di Ripetta, ma anche le bancarelle di Porta Portese, avevamo notato quelle scatole per camicie da uomo contenenti votivi anatomici, avvolti in carta paglia e suddivisi per tipologia (falli, uteri, ecc.), in pacchi da 20, che venivano vendute sotto banco a 1000 euro l’una oppure, alle case d’asta, a circa 500-600 euro a serie». E come siete arrivati a individuare la provenienza dei pezzi dalla stipe di Lanuvio e a smascherare i clandestini? «Ci siamo messi sulle tracce dei tombaroli nella primavera di quest’anno e lo scorso luglio abbiamo proceduto al fermo dei quattro individui, cogliendoli sul fatto mentre, in piena notte, saccheggiavano il deposito votivo. Da tempo, sul posto, trovavamo la terra smossa e poi abiti, stivali sporchi di fango e cambi di abbigliamento pronti a essere usati dopo lo scavo. I tombaroli si erano resi prevedibili…» Come avete fatto a sorprenderli con le mani nel sacco? «Attraverso l’impiego di un programma, costituito da un geo-radar montato su un iPad, che consente di mappare i rilievi morfologici nel tempo. Il satellite scatta una foto ogni 15 minuti: sovrapponendo la sequenza cronologica delle immagini dell’area si vede se ci sono delle variazioni, cioè se qualcuno sta scavando clandestinamente. Un bel giorno abbiamo notato che, in quella zona, il programma registrava una variazione: era in corso uno scavo. Nella notte tra il 3 e il 4 luglio, abbiamo accerchiato i quattro uomini e recuperato circa mille pezzi, abilmente nascosti in sacchi di iuta». Da quanto tempo i tombaroli «banchettavano» nella grotta, profanando la stipe? «Da qualche mese… Alcuni manufatti erano già stati immessi nel commercio antiquario: analizzando i residui terrosi di alcuni oggetti già venduti, infatti, abbiamo potuto provare che era la stessa terra della stipe votiva. Inoltre, su ordine della Procura di Velletri, abbiamo proceduto alla perquisizione domiciliare a casa di due scavatori clandestini, padre e figlio: qui abbiamo rinvenuto statue di terracotta a grandezza quasi naturale e altri 500 ex voto circa, già inscatolati per la vendita, pronti a partire illegalmente per il mercato del collezionismo internazionale». Parte del materiale recuperato dalla Guardia di Finanza nella stipe votiva inedita di Lanuvio è esposto in questi giorni a Paestum, in occasione della XV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.


n otiz iario

mostre Roma-Bruxelles-Parigi

l’europa rende omaggio a cipro

Dove e quando «Cipro. Isola di Afrodite» Roma, Palazzo del Quirinale, Sale delle Bandiere fino al 5 gennaio 2013 Orario ma-sa, 10,00-13,00 e 15,30-18,30; do, 8,30-12,00; lu e festività chiuso Info www.quirinale.it

L

a presidenza di Cipro del Consiglio dell’Unione Europea è stata salutata anche con numerose iniziative di carattere culturale, volte a diffondere la conoscenza della storia e del ricco patrimonio dell’isola. Tra le altre, meritano d’essere segnalate le rassegne attualmente in corso a Roma, Parigi e Bruxelles, che si propongono come altrettanti specchi di una realtà culturale vivace e articolata. L’esposizione romana è allestita nelle Sale delle Bandiere del Palazzo del Quirinale e riunisce una cinquantina di opere d’arte e reperti archeologici che abbracciano un orizzonte cronologico compreso tra l’età neolitica e l’epoca romana. Fin dalla preistoria, infatti, grazie alla felice posizione geografica – che ne ha fatto un crocevia naturale per le principali culture del Mediterraneo – e alla ricchezza delle sue risorse – prima fra tutte il rame – Cipro è stata la culla di culture assai dinamiche ed evolute,

In alto: statuetta raffigurante una donna con le braccia piegate. Periodo Tardo Cipriota II, 1450-1200 a.C. circa. Nicosia, Museo di Cipro. A sinistra: stele in calcare con iscrizione, forse da Palaepaphos. Ultimo quarto del IV sec. a.C. Paphos, Museo del Distretto archeologico. testimoniate da materiali di notevole pregio. Non è esagerato, per esempio, affermare che l’isola può essere considerata come una sorta di osservatorio privilegiato per lo studio delle piú antiche culture neolitiche, in quanto sembra che l’arrivo di gruppi di coloni provenienti dall’Oriente e portatori

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dei nuovi modelli di vita, basati sull’agricoltura e l’allevamento, risalga all’XI millennio a.C. Piú tardi, sul finire del II millennio a.C., Cipro accolse le popolazioni che, all’indomani della caduta dei palazzi micenei, erano alla ricerca di nuove terre nelle quali potersi stabilire. L’isola diventa cosí una lontana provincia del mondo greco di cui mantiene nella religione, nelle istituzioni e persino nell’uso di una scrittura sillabica tradizioni ed elementi fortemente arcaizzanti. Spesso queste tradizioni ed elementi si fondono con apporti esterni e un simile amalgama dà alla civiltà cipriota la sua caratteristica essenziale: da oltre quattordici millenni Cipro è stata la terra che ha visto qualche volta scontrarsi ma spesso integrarsi l’Occidente e l’Oriente. Tra i materiali giunti al Quirinale, possiamo segnalare una statuetta in terracotta, raffigurante una donna a braccia piegate, quasi a sfiorare il corpo al di sotto del seno, appartenente a una delle categorie piú tipiche della coroplastica cipriota (Periodo Tardo Cipriota II, 1450-1200 a.C. circa); oppure la statua femminile in calcare (Periodo Cipriota Arcaico I, fine del VII secolo a.C.), rinvenuta nel 1917 negli scavi del santuario di Arsos, nella regione orientale dell’isola; o, ancora, una stele in calcare iscritta (ultimo quarto del IV secolo a.C.) scoperta nel 1937, reimpiegata nella muratura di una casa di campagna e presumibilmente proveniente da Palaepaphos, località della costa sud-occidentale.


Dove e quando «Cipro antica. Dialogo tra culture» Bruxelles, Musée du Cinquantenaire fino al 17 febbraio 2013 Orario ma-ve, 9.30-17,00; sa-do, 10,00-17,00; lu chiuso Info www.kmkg-mrah.be

A sinistra: Una prospettiva analoga è quella orecchini d’oro scelta dai Musées Royaux d’Art et con pendente in d’Histoire (MRAH) di Bruxelles, che forma di testa nelle sale del Musée du taurina. Età del Cinquantenaire hanno riunito oltre Bronzo Recente, 300 oggetti, perlopiú concessi in 1550-1050 a.C. prestito da raccolte cipriote e Limassol, Museo. integrati con materiali provenienti A destra: da musei inglesi e belgi. Anche in modellino questo in caso, il percorso in terracotta espositivo sottolinea i fruttuosi policroma di scambi culturali, oltre che economici, di cui Cipro fu uno degli carro, da Ovgoros. 650-550 a.C. circa. attori piú attivi, fin dalla preistoria. Nicosia, Museo Gli oggetti selezionati dai curatori U&C_12_MED_205X135 OK.pdf 1 11/09/12 16:40 di Cipro. del MRAH sono testimonianze


n otiz iario

Dove e quando

Qui accanto: piatto in argento raffigurante le nozze di David, dal tesoro rinvenuto intorno al 1900 a Lambousa, presso Lapithos. 628-630. Nicosia, Museo Archeologico. L’insieme è oggi smembrato e, oltre che a Cipro, se ne conservano altri pezzi a New York e Londra. A destra: lastra tombale di Joannis Petaloudis, trovata a Nicosia nel 1910. XVI sec. Limassol, Museo medievale.

significative delle culture succedutesi nel corso della plurimillenaria storia dell’isola, come, per esempio, un modellino di carro in terrracotta dipinta proveniente dal sito di Ovgoros e databile tra la metà del VII e la metà del VI secolo a.C.; o come nel caso di una statuetta raffigurante BaalAmmone, di epoca classica. Diversa è invece la scelta del Museo del Louvre, che ha scelto di concentrare la propria attenzione sull’epoca medievale e di documentare la storia cipriota nel periodo compreso tra il IV e il XVI secolo. Per farlo, è stata riunita una ricca selezione di miniature, sculture, frammenti architettonici, gioielli e ceramiche, che documentano come, anche nell’Età di Mezzo, Cipro avesse mantenuto la sua natura di snodo cruciale nella rete dei rapporti economici e culturali che coinvolgeva i Paesi del Mediterraneo. In epoca tardoantica l’isola vede accentuarsi la sua connotazione bizantina e registra il moltiplicarsi delle fondazioni basilicali, spesso grandiose, alle quali rimandano molte delle opere esposte. Una delle presenze eccellenti è tuttavia quella di sei piatti d’argento facenti parte del tesoro rinvenuto nella località di Lambousa, presso il villaggio di

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«Cipro. Tra Bisanzio e l’Occidente, IV-XVI secolo» Parigi, Museo del Louvre, Aile Richelieu fino al 28 gennaio 2013 Orario tutti i giorni, 9,00-17,45 (me e ve, apertura serale fino alle 21,45); ma chiuso Info www.louvre.fr

Lapithos: un magnifico insieme di oggetti preziosi, di epoca bizantina, recuperato intorno al 1900 e oggi diviso tra il Museo di Cipro di Nicosia, il Metropolitan di New York e il British Museum. L’importanza del ruolo di crocevia viene ribadita, piú tardi, all’epoca delle crociate, quando Cipro diviene una base essenziale per il controllo occidentale della Terra Santa. Alla fine della terza spedizione cristiana, nel 1191, è Riccardo Cuor di Leone a prendere possesso dell’isola, che entra a far parte dei domini del regno d’Inghilterra, prima d’essere ceduta ai cavalieri dell’Ordine del Tempio e poi a Guido di Lusignano. A questa fase è riconducibile, tra gli altri, lo sviluppo di una tipologia di icone dette appunto «delle crociate» o alla maniera cypria, nelle quali si osserva una singolare fusione tra la tradizione greca e quella latina. Ne è un esempio l’immagine di San Nicola – ritratto con una coppia di donatori latini della famiglia Ravendel – proveniente dalla chiesa di S. Nicola del Tetto, nella quale l’amalgama di stili diversi trova uno degli esiti piú felici. Stefano Mammini


n otiz iario

mostre Venezia

luoghi senza tempo

O

riginaria di Minneapolis, dov’è nata nel 1944, la fotografa statunitense Lynn Davis è approdata all’Archeologico Nazionale di Venezia, le cui sale ospitano le immagini realizzate nell’ambito di un progetto sui monumenti del mondo arabo. Nel solco di una scelta che fin dall’inizio ha caratterizzato il lavoro dell’artista, si tratta di fotografie in bianco e nero, di grande formato, dalle quali emerge il desiderio di accentuare i contrasti di luce e di sfruttare appieno l’intensa gamma di sfumature che è propria di questo genere di riprese. Il risultato è spettacolare e trova una cornice particolarmente affascinante nelle sale del Museo, le cui sculture instaurano un dialogo intrigante e suggestivo con le visioni di Lynn Davis. Il progetto fotografico, e ora il percorso espositivo, si snoda sulle tracce di Ibn Battuta, lo scrittore e viaggiatore marocchino (13041377), a cui si deve una relazione sui viaggi compiuti in tutto il mondo musulmano, nell’Asia

centrale e meridionale e nell’Estremo Oriente, che ancora oggi è una fonte preziosa di notizie soprattutto sull’India e i Paesi del Niger. Anche se, pur lasciandosi guidare da questa sorta di Marco Polo dell’Islam, come scrive Marco In alto: resti di uno degli edifici di Gaochang (Cina), città sorta sulla via della Seta intorno al I sec. a.C. e abbandonata nel XVI sec. A sinistra: una neviera sulla strada per Shiraz (Iran).

Meneguzzo nell’introduzione al catalogo della mostra: «Quelle fotografie sono state scattate oggi per l’oggi, e tutti gli artifici formali di perfezione fotografica messi in campo da Lynn Davis non vogliono ricostruire il passato, quanto piuttosto sfruttarlo per guardare il presente con altri occhi». Dai luoghi che evocano gli scenari delle Mille e una notte, come Shiraz o Isfahan, ai templi buddhisti di Gaochang, in Cina, le immagini esposte a Venezia colpiscono per il loro nitore e, al tempo stesso, offrono visioni che sembrano sospese, in una dimensione senza tempo e perciò universale. S. M.

Dove e quando «Lynn Davis al Museo Archeologico Nazionale di Venezia. Modern View of Ancient Treasures» Venezia, Museo Archeologico Nazionale fino al 13 gennaio 2013 Orario tutti i giorni, 10,00-17,00; chiuso nei giorni di Natale e Capodanno Info tel. 041 5225978; www.polomuseale.venezia.beniculturali.it

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con

archeo in viaggio a

istanbul Dal 6 al 9 dicembre 2012

alla scoperta delle meraviglie della città sospesa tra europa e asia, crogiolo millenario di genti e culture Con la guida di Marco Di Branco, collaboratore di «Archeo» e professore di Storia Bizantina all’Università di Roma «La Sapienza».

DESCRIZIONE QUOTA IN EURO PER PERSONA Quota di partecipazione min. 10 partecipanti

€ 1490

Quota di partecipazione min. 15 partecipanti

€ 1350

Supplemento sistemazione in singola

da € 140

Tasse aeroportuali previste

€ 102

Assicurazione medico/bagaglio/ annullamento da

programma 1° giorno – giovedí 06.12 Roma/Istanbul Ritrovo all’aeroporto di Roma Fiumicino e partenza alle ore 11.00 per Istanbul. Arrivo alle ore 14.30. Trasferimento in città. Alle ore 16.00 passeggiata nell’Ippodromo. Alle ore 18.00 crociera sul Bosforo in battello. Cena in ristorante, situato sul Bosforo. Pernottamento in albergo.

2° giorno – venerdí 07.12 Istanbul Prima colazione in albergo. La mattina visita del Museo archeologico. Pranzo libero. Nel pomeriggio: la chiesa delle Pammakaristos, la chiesa di San Salvatore in Chora e il palazzo delle Blacherne (Tekfur Saray). Cena in ristorante nella zona di Santa Sofia. Pernottamento in albergo.

3° giorno – sabato 08.12 Istanbul Prima colazione in albergo. La mattina visita al Gran Bazar, alla

moschea di Solimano il Magnifico. Pranzo libero. Pomeriggio dedicato alla moschea di Sokollu, al Museo dei Mosaici del Grande Palazzo, alla moschea di Rustem Pasha, al Bazar delle Spezie. Passaggio dal Ponte di Galata e rientro in albergo. Cena con spettacolo sulla Torre di Galata. Rientro in albergo e pernottamento.

4° giorno – domenica 09.12 Istanbul/Roma Prima colazione in albergo. Visita alla chiesa di Santa Sofia e alla cisterna di Yerebatan Saray. Pranzo in ristorante. Partenza per l’aeroporto e rientro a Roma Fiumicino con volo delle ore 16.30. Arrivo alle ore 18.05.

€ 21

La quota comprende: • Passaggi aerei internazionali in classe turistica con franchigia di un bagaglio a persona di Kg. 20 • Sistemazione in camera doppia presso l’Hotel PointTaxim (4* Sup.) o similare • Trattamento di pernottamento e prima colazione con pranzi o cene in ristorante come da programma • Trasferimenti aeroporto/hotel/aeroporto all’arrivo e alla partenza • Visite con guida parlante italiano • Ingressi ai monumenti menzionati nel programma • Assistenza dei nostri corrispondenti in loco • Accompagnamento specialistico dall’Italia La quota non comprende: • Pasti non indicati, bevande, mance e quanto non espressamente menzionato nel programma Condizioni Generali da cataloghi Lombard Gate Milano, 31 agosto 2012 Per informazioni e prenotazioni: Lombard Gate Srl via della Moscova, 60 – 20121 Milano Tel.: 02 33105633 E-mail: info@lombardgate.it


ferrara

Master in didattica

Il Laboratorio di Antichità e Comunicazione del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara, organizza per l’anno accademico 2012-2013 il Master di primo livello in Esperto in Didattica dei Beni Culturali, diretto da Livio Zerbini, che intende preparare professionisti nella didattica e divulgazione dei beni culturali nell’ambito di siti e parchi archeologici, musei, enti e istituzioni culturali, sia pubblici che privati. Nell’ambito del percorso formativo si può optare per il curriculum in Didattica dell’Antico oppure in Didattica Museale. Il master avrà inizio il 25 gennaio 2013 ed è limitato a 35 partecipanti; è prevista un’attività di stage presso enti, istituzioni e musei. Termine ultimo dell’iscrizione è l’11 gennaio 2013. Per ulteriori informazioni e delucidazioni si rimanda al link: http:// www.unife.it/formazionepostlaurea/masterperfezionamentoformazione/2012-13/ master/master-di-i-e-iilivello, o all’indirizzo e-mail: lac@unife.it, oppure ai seguenti recapiti telefonici: 0532 455236-32 (attivi il giovedí e il venerdí, 10,0014,00 e 15,00-19,00).

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Luciano Calenda

archeofilatelia

splendori di siria

L’antica Ugarit era situata una decina di 1 chilometri a nord di Latakia, il piú importante sbocco della Siria sul Mediterraneo. Il sito ebbe il suo apogeo tra il XVI e il XIII secolo a.C., anche se l’insediamento originario, conosciuto come Ras Shamra, risale all’VIII millennio a.C. Dal punto di vista filatelico non c’è quasi nulla di specifico su Ugarit, ma molte altre emissioni, tutte siriane, 2 documentano siti vicini, testimoni dell’eccezionale rilevanza di quest’area nella storia del Mediterraneo. Dunque Latakia, con il suo porto (1) e l’arco di trionfo (2); poco piú a nord, a Minet el-Beida, fu scoperta la tomba 4 5 preistorica che portò, poco dopo, alla localizzazione di Ras Shamra, cioè Ugarit, ove vennero trovate molte tavolette con caratteri cuneiformi con un alfabeto composto di 27-30 segni. L’unico francobollo che cita direttamente il sito (3) riproduce la testa di una dea il cui originale è attualmente nel museo di Damasco 6 (4). Il nome di Ugarit viene trovato per la prima volta in una delle migliaia di tavolette cuneiformi di Ebla, un altro sito molto importante, a 40 km circa da 7 8 Ugarit. Ebla è ricordata con diversi francobolli e il primo è particolarmente interessante perché mostra proprio la tecnica interpretativa dei simboli cuneiformi di una delle tante tavolette (5). Un altro raffigura 9 una famosa scultura di toro in legno e oro (6); il terzo francobollo rappresenta uno dei molti manufatti ritrovati (7), mentre il quarto mostra un bacino votivo (8). A 10 proposito di quest’ultimo, una mera annotazione filatelica: è interessante mostrare lo stesso francobollo con una varietà mancante della stampa del disegno centrale (9)! Nella stessa area, a qualche decina di chilometri, vi è 11 Hama, famosa soprattutto per le norie, ingegnosi meccanismi a ruota realizzati per sollevare l’acqua e portarla nella rete idrica cittadina: macchine raffigurate dagli ultimi due francobolli (10-11).

3

IL CIFT. Questa rubrica è curata dal CIFT (Centro Italiano di Filatelia Tematica); per ulteriori chiarimenti o informazioni, si può scrivere alla redazione di «Archeo» o al CIFT, anche per qualsiasi altro tema, ai seguenti indirizzi:

Segreteria c/o Alviero Batistini Via Tavanti, 8 50134 Firenze info@cift.it, oppure Luciano Calenda, C.P. 17126 Grottarossa 00189 Roma. lcalenda@yahoo.it www.cift.it


incontri Paestum

I giorni della borsa

I

l momento è finalmente arrivato: mentre scriviamo, ha aperto i battenti la XV edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, manifestazione che rinnova il suo impegno per valorizzare destinazioni e siti archeologici, favorire la commercializzazione di prodotti turistici specifici, contribuire alla destagionalizzazione, e incrementare le opportunità economiche e gli effetti occupazionali. Paese Ospite ufficiale è quest’anno l’Armenia, con una presenza nel salone espositivo di oltre 30 Paesi esteri, tra cui, per la prima volta, il Kenya e la Federazione Russa. Ricordiamo, qui di seguito, alcuni degli appuntamenti previsti dal ricco programma della manifestazione (che chiuderà i battenti il 18 novembre). Giovedí 15 e venerdí 16, a cura della Direzione Generale per le Antichità e la Direzione Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale del MiBAC, si svolge il convegno «Conservazione ordinaria e valorizzazione intelligente nelle aree della Magna Grecia». Giovedí 15, la Direzione Generale per l’istruzione e formazione tecnica superiore e per i rapporti con i sistemi formativi delle Regioni del MIUR presenta l’offerta formativa nazionale degli ITS, Istituti Tecnici Superiori, un canale formativo di livello postsecondario, parallelo ai percorsi accademici. Venerdí 16, al VI Incontro delle Testate Archeologiche Internazionali, «Patrimonio culturale e turismo: best practices per lo sviluppo locale, la formazione, la promozione», in collaborazione con ICCROM e «Archeo», partecipano, oltre ai direttori delle principali testate archeologiche, Francesco Bandarin, Vice Direttore Generale dell’UNESCO per la Cultura, Mounir Bouchenaki, Consigliere Speciale Direttore Generale dell’UNESCO, Stefano De Caro, Direttore Generale dell’ICCROM, Maurizio Melani, Direttore

In alto: l’ingresso al Salone espositivo della Borsa. A sinistra: l’area archeologica di Paestum. a r c h e o 19

infor mazione pubblicitar ia

Generale DG per la Promozione del Sistema Paese Ministero degli Affari Esteri. È stato invitato a concludere Piero Gnudi, Ministro per gli Affari Regionali, il Turismo e lo Sport. Modera il direttore di «Archeo» Andreas M. Steiner. Venerdí 16 è previsto il convegno «Prospettive per le missioni archeologiche alla luce degli sviluppi nella sponda Sud del Mediterraneo», a cura della Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri, con la partecipazione dei Direttori delle missioni archeologiche impegnate nei Paesi dell’area: Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria, Tunisia, Turchia. Tra giovedí 15 e sabato 17 gli «Incontri con i Protagonisti» porteranno alla ribalta, tra gli altri, l’ingegner Giorgio Croci e l’architetto Andrea Bruno, tra i massimi esperti di conservazione e restauro architettonico, Folco Quilici, Emanuele Greco, Direttore della Scuola Archeologica di Atene e Presidente Fondazione Paestum, e l’archeologo Andrea Carandini. Domenica 18, in occasione del trentennale della Domenica, avrà luogo la conferenza «Il Manifesto del Sole 24 Ore per la diffusione della cultura, la conservazione, la tutela e la valorizzazione. Le Associazioni per il patrimonio culturale». A questi incontri si affiancano iniziative ormai «tradizionali» per la Borsa, come ArcheoVirtual, mostra e workshop sull’archeologia virtuale; la presentazione di corsi di laurea e master in archeologia, beni culturali e turismo culturale nell’ambito di ArcheoLavoro; la proiezione dei film vincitori della XXIII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto e dei filmati di Rai Educational per ArcheoFilm. Per ulteriori informazioni e per il programma completo: www.borsaturismo.com


calendario

Italia Roma I Predatori dell’Arte e il Patrimonio ritrovato

adria Scripta manent

Marmo, Latte e Biancospino

bologna Il vero e il falso

I documenti Bocchi per l’archeologia di Adria Museo Archeologico Nazionale fino al 15.03.13

...le storie del recupero... Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia fino al 15.12.12 Mostra fotografica sull’Appia Antica Capo di Bove fino al 31.12.12

La moneta, la banconota, la moneta elettronica, 2500 anni di storia del falso monetale Museo Civico Archeologico fino al 02.12.12

L’antico nel moderno Scultura italiana degli anni Trenta Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, Aula ottagona, ex Planetario fino al 06.01.13

Roma caput mundi Una città tra dominio e integrazione Colosseo-Foro romano fino al 10.03.13

chiusi Qui sotto: +110

statuetta in terracotta di cavallerizza con animale, dallo Shaanxi.

milano Costantino. 313 d.C.

Sulla Via della Seta

Palazzo Reale fino al 17.03.13

Antichi sentieri tra Oriente e Occidente Palazzo delle Esposizioni fino al 10.03.13

Montefiore Conca (Rn) Sotto le tavole dei Malatesta

L’Età dell’Equilibrio

Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio Musei Capitolini fino al 05.05.13

Esposizione per i 110 anni dell’edificio che ospita il Museo Nazionale Etrusco Museo Nazionale Etrusco fino al 30.04.13

Qui sotto: placca votiva con croce a bracci espansi fra due occhi. VI-VII sec.

A sinistra: ritratto di Faustina Minore.

Testimonianze archeologiche dalla Rocca di Montefiore Conca Rocca malatestiana fino al 23.06.13

Piatto in maiolica istoriata con satiro a pesca.

roma Il Trono della Regina di Saba

Cultura e diplomazia tra Italia e Yemen: la collezione sudarabica del Museo Nazionale d’Arte Orientale «Giuseppe Tucci» La mostra presenta per la prima volta le raccolte sudarabiche del Museo, formate in Yemen tra il 1929 e il 1939 da medici italiani che, in seguito all’Accordo di Cooperazione e di Amicizia firmato il 2 settembre 1926, lavoravano in diversi ospedali del Paese. Le tre sezioni dell’esposizione – Documenti, Da San‘a a Roma, La Regina di Saba e il suo trono – presentano materiale archeologico, artistico, etnografico e documentario. Nella prima vengono illustrate le vicende che fin dalla fine dell’Ottocento legano l’Italia allo Yemen. Da San‘a a Roma ospita le collezioni storiche del Museo, la piú importante delle quali è la raccolta ZoliAnsaldi, formata negli anni Trenta del Novecento da 20 a r c h e o

dove e quando Museo Nazionale d’Arte Orientale «Giuseppe Tucci» fino al 13 gennaio 2013 Orario ma-me-ve, 9,00-14,00; gio-sado e festivi, 9,00-19,30; lu chiuso Info tel. 06 469748; www.museorientale.beniculturali.it Corrado Zoli, Governatore dell’Oltregiuba, e da Cesare Ansaldi, medico personale dell’Imam Yahya. L’ultimo capitolo è dedicato alla «leggenda della Regina di Saba», che da oltre due millenni alimenta le tradizioni letterarie del giudaismo, del cristianesimo e dell’Islam, i cui elementi simbolici si intrecciano in complesse figurazioni nelle letterature europee, asiatiche e africane (dove in particolare la leggenda è alla base dell’epopea nazionale dell’Etiopia).


Sarà gradito l’invio di informazioni da parte dei direttori di scavi, musei e altre iniziative, ai fini della completezza di questo notiziario.

piacenza Abitavano fuori porta

Gente della Piacenza romana Musei Civici di Palazzo Farnese, Museo Archeologico fino al 31.12.12

Oinochoe (brocca per versare il vino) con Erinni. IV sec. a.C.

Strasburgo Un’arte dell’illusione

Pitture murali romane in Alsazia Musée Archéologique fino al 31.08.13

Danimarca

serrapetrona (MC) La conquista del cielo

Copenaghen Naufragio

Dalla preistoria al sogno di Icaro Palazzo Claudi fino al 30.06.13

Il Tesoretto dei sei imperatori da Camarina Ny Carlsberg Glyptotek fino all’01.02.13

spello Aurea Umbria

Una regione dell’impero nell’era di Costantino Palazzo Comunale fino al 09.12.12

A sinistra: il tesoretto monetale recuperato nelle acque di Camarina.

trento Homo Sapiens

La grande storia della diversità umana Museo delle Scienze fino al 13.01.13

Germania

venafro Splendori dal Medioevo

Stoccarda Il Mondo dei Celti

L’abbazia di San Vincenzo al Volturno al tempo di Carlo Magno Museo Archeologico di Venafro, ex monastero di Santa Chiara fino al 02.12.12

Centri di potere-Tesori d’arte Kunstgebäude e Landesmuseum Württemberg fino al 17.02.13

Gran Bretagna

vulci (Canino, VT) La Sfinge

londra Bronzo

Museo Archeologico Nazionale fino al 31.12.12

Royal Academy of Arts fino al 09.12.12

Austria innsbruck Armi per gli dèi

Guerrieri, trofei, santuari Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum fino al 31.03.13 (dal 07.12.12)

Francia lione Il sottosuolo dell’Antiquaille

Reperti da un antico convento Musée gallo-romain de Lyon-Fourvière fino al 30.11.12

Saint-romain-en-gal e lione Peplum L’antichità al cinema Musées Gallo-Romains fino al 07.04.13

La Chimera di Arezzo. 400 a.C. circa

La Sfinge recuperata a Vulci. 560-550 a.C.

Svizzera basilea Petra. Splendore del deserto Sulle tracce di J.L. Burckhardt Antikenmuseum Basel fino al 17.03.13

A destra: Johann Ludwig Burckhardt come Sheikh Ibrahim.

USA filadelfia Maya 2012: signori del tempo University of Pennsylvania Museum of Art and Archaeology fino al 13.01.13

a r c h e o 21


l’archeologia nella stampa internazionale Andreas M. Steiner

Z

iyaret Tepe è il sito di un’antica città assira posta lungo l’alto corso del Tigri, nell’odierna Turchia sud-orientale, dal 1997 oggetto di esplorazioni da parte di un progetto di scavo internazionale. Di esso fa parte un’équipe dell’Università Johann Gutenberg di Magonza, guidata da Dirk Wilcke. La scorsa estate sono stati resi pubblici i risultati delle ultime campagne, tra cui la lettura di una tavoletta d’argilla con inscrizioni cuneiformi. Niente di straordinario, diranno gli esperti di archeologia vicinoorientale, vista la quantità di questo tipo di reperti di cui la scienza dispone (dei quali spesso, però, e purtroppo, gli scavi clandestini e le vicissitudini belliche che hanno interessato le loro terre d’origine hanno occultato per sempre il contesto di ritrovamento, diminuendo notevolmente il loro valore di documento archeologico). Ma il reperto è particolare, soprattutto per un motivo: esso reca la testimonianza di una lingua fino a oggi mai identificata.

Un’antica lingua sconosciuta? La tavoletta di Ziyaret Tepe faceva verosimilmente parte dell’archivio del palazzo del governatore neoassiro, un edificio risalente all’epoca del re assiro Assurnasirpal II (883-859 a.C.). Furono gli Assiri, infatti, a conquistare la regione nel IX secolo a.C., trasformandola

22 a r c h e o

La tavoletta rinvenuta a Ziyaret Tepe, sito identificabile con la città assira di Tushan, contenente una lista di nomi femminili redatta in una lingua finora sconosciuta.

in un’importante provincia sulla frontiera settentrionale del loro impero. Il sito di Ziyaret Tepe, infatti, viene identificato dagli studiosi con l’antica Tushan, capitale dell’omonima provincia. Ma ecco l’aspetto particolare del reperto: il testo della tavoletta (denominata ZTT30) riporta una lista di 144 nomi di donne – forse prigioniere di guerra o vittime di un trasferimento forzato – di cui solo 59 risultano leggibili, data la frammentarietà del reperto. Di questi 59 nomi, esaminati dal filologo John MacGinnis (membro del McDonald Institute for

Archaeological Research dell’Università di Cambridge) 15 possono essere attribuiti a contesti linguistici accadici, hurriti e luvi, ovvero all’ambito delle lingue antico-iraniche. I restanti 44 nomi non riportano, invece, alcun nesso identificabile con altre lingue conosciute del Vicino Oriente antico. I nomi riportati – tra cui alcuni che possono essere trascritti come Ushimanai, Alaghania, Irsakinna e Bisunumai – non corrispondono alla consueta forma dei nomi vicinoorientali, composti da parti intere, o anche abbreviate, di parole del lessico comune. Come già accennato, le portatrici dei misteriosi nomi potrebbero essere state prelevate da un’altra regione dell’impero e poi condotte a Tushan. Ma John MacGinnis avanza anche un’altra ipotesi: forse le donne appartenevano a una popolazione locale che nella regione nord mesopotamica risiedeva già prima dell’arrivo degli Assiri; quella dei Subri, per esempio, su cui si hanno scarsissime informazioni. Si possono, però, anche prendere in considerazione le popolazioni pre-hurrite e pre-indoiraniche, provenienti dalle aree del Caucaso o dei Monti Zagros, regioni note per la loro molteplicità linguistica (da lí le donne potrebbero essere state prelevate durante le scorrerie degli eserciti dei re assiri Tiglat Pileser III o Sargon). Un’altra possibilità ancora è quella di riconoscere nei nomi – di cui non si riesce a determinare l’etimologia – quelli delle donne del popolo dei Mushki (da alcuni identificati con i Frigi), che nel II millennio a.C. migrarono verso l’Anatolia, provenienti dai Balcani meridionali.


Heuneburg, la prima città a nord delle Alpi? rima dell’arrivo dei Romani, nell’Europa centrale esisteva già qualcosa di simile a una città? Se lo chiede l’ultimo numero del bimestrale britannico Current World Archaeology che espone le ultime ricerche su un importante sito archeologico della Germania meridionale, la Heuneburg (letteralmente «fortezza dei giganti»), un sito pre- e protostorico posto su un’altura sull’alto corso del Danubio, noto per essere stato sede di un centro fortificato celtico del VI secolo a.C. Secondo una tradizione degli studi, la Heuneburg è da identificarsi con Pyrene, la città celtica menzionata da Erodoto, e che lo storico greco del V secolo a.C. colloca in prossimità delle sorgenti del Danubio. Una identificazione che, però, a oggi, non ha ricevuto alcuna conferma. Ma se, fino a ieri, la Heuneburg era considerata poco piú che un insediamento fortificato, le piú recenti indagini archeologiche, svolte dagli studiosi Manuel Fernàndez-Goetz e Dirk Krausse della sovrintendenza alle antichità del Baden-Württemberg sembrano indicare una prospettiva diversa: gli scavi estesi alle pendici della collina fortificata hanno portato alla luce i resti di un insediamento di notevoli dimensioni (circa 100 ettari) e, durante la prima metà del V secolo a.C., abitato da almeno 5000 persone. Forse non è esagerato, dunque, parlare della Heuneburg come della «prima città al di la delle Alpi».

Berlino Olanda

Polonia

P

GER M A N IA Rep. Ceca Francia

Heuneburg Svizzera

Austria

In alto: veduta aerea del sito dell’Heuneburg, nel Land del Baden-Württemberg. A sinistra: cartina della Germania con la localizzazione del sito. In basso: elaborazione digitale che simula la possibile articolazione del sito dell’Heuneburg, simile a quella di una città vera e propria.

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scavi • classe

Storie da un monastero

scomparso

Gli scavi di Classe, presso Ravenna, fanno emergere uno straordinario racconto ambientato a cavallo tra antichità e medioevo: la nascita e la morte di una città, la vicenda di un oscuro vescovo – divenuto santo tra i piú venerati – e i monumenti a lui dedicati, una comunità di monaci che ne eredita e custodisce la memoria di Andrea Augenti


A

nno 967, 17 aprile. L’imperatore Ottone I si trova in Italia, a Ravenna. Presiede un’assemblea, alla quale sono presenti alcune delle piú alte personalità politiche dell’epoca: il papa, l’arcivescovo di Ravenna, gli ambasciatori dei Romani, dei Franchi, dei Longobardi, dei Sassoni e degli Svevi; e poi altri vescovi, signori, alti ufficiali, giudici. In questa occasione Ottone compie un gesto importante: restituisce al papa la città di Ravenna e il suo territorio, in quel momento nelle mani dell’arcivescovo ravennate, il cui potere viene cosí ridimensionato. Tutto questo avviene nel palazzo imperiale presso il monastero di S. Severo, nella città scomparsa di Classe. E tutto questo, fino a poco

tempo fa, lo sapevamo soltanto dalle fonti. Ma i documenti medievali sono spesso laconici, non raccontano i luoghi nel dettaglio; e quindi non era facile farsi un’idea dello scenario in cui si era svolto questo episodio. Perché nessuno aveva piú visto il monastero di S. Severo dopo il suo definitivo abbandono, avvenuto nel XV secolo. Ma dal 2006 l’Università di Bologna, assieme alla Fondazione RavennAntica e in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’EmiliaRomagna, lo sta portando alla luce, con uno scavo di grande estensione.

1500 anni di vita La storia del sito di S. Severo è molto lunga: inizia nel I secolo, al tempo dell’imperatore Augusto, e pro-

In alto: veduta degli scavi nell’area della basilica di S. Severo, edificata alla fine del VI sec. a Classe, presso il mausoleo del vescovo ravennate Severo (sulla sinistra), morto nella seconda metà del IV sec. e qui sepolto nel corso del V sec. Nella pagina accanto, in alto: ricostruzione dell’abitato di Classe e del territorio circostante nel VI sec. La città sorse nel suburbio meridionale di Ravenna, con funzione di porto commerciale. Nella pagina accanto, in basso: busto frammentario di una statua di età imperiale romana e un frammento di decorazione scultorea di epoca tardo-antica, recuperati nell’area del monastero di S. Severo.

a r c h e o 25


scavi • classe

segue per altri 1500 anni. È la vicenda di un luogo che non ha mai smesso di essere abitato, anche se ha cambiato aspetto e funzioni molte volte nel corso del tempo. Da villa a mausoleo, da grande basilica a monastero, prima fuori di una città (Ravenna), poi dentro a un’altra (Classe), e poi di nuovo isolato in aperta campagna: S. Severo è un microcosmo delle molte trasformazioni che il nostro territorio ha subito nel passaggio tra l’antichità e il Medioevo. Lo scavo di questo complesso permette di mettere a fuoco alcuni temi di grande interesse: la nascita e la morte delle città alla fine del mondo antico, la creazione dei luoghi di culto cristiano, la nascita e lo sviluppo delle comunità dei monaci, e i molti aspetti della loro vita quotidiana.

La ceramica e gli altri reperti del monastero di S. Severo A S. Severo i reperti indicano, prima di tutto, che il livello economico del luogo era piuttosto elevato. Abbiamo trovato elementi di pregio tipici dei monasteri dell’epoca, come il frammento di una cassetta in osso decorata con grande raffinatezza, forse proveniente da Costantinopoli. Non mancano oggetti legati al tempo libero, come una splendida pedina da gioco, in osso, con una raffigurazione piuttosto enigmatica (un dragone, o forse una nave?). Anche la qualità e la provenienza della ceramica riflettono le buone condizioni di salute del monastero: dalle stratificazioni sono venuti alla luce molti frammenti di maiolica arcaica (una tipica produzione di ceramiche smaltate e dipinte di età medievale), e altre ceramiche di un certo pregio; e lo stesso vale per gli oggetti in vetro, tra cui alcune bottiglie di ottima fattura. S. Severo era sicuramente un monastero molto potente, e con buone disponibilità di risorse. Le stoviglie in cui mangiavano i monaci provenivano soprattutto dalle botteghe di artigiani della zona circostante (compresa Faenza, già allora famosa per le sue ceramiche), e dell’Italia centrale (perlopiú dal Lazio).

Il frammento di lastrina (a destra) appartenente a una cassetta realizzata in osso e la pedina da gioco (in alto), anch’essa in osso, provenienti entrambi dall’area del monastero.

dai marinai di augusto ai monaci benedettini I secolo d.C. A  ugusto stabilisce la flotta dell’Adriatico a Classe 402 Ravenna residenza imperiale d’Occidente 429-475 Costruzione della Basilica Petriana 476 Deposizione di Romolo Augustolo: caduta dell’impero romano d’Occidente V sec. Impianto del porto; mura di Ravenna; mura di Classe 493-540 Ravenna capitale del regno goto di Teoderico; costruzione della Basilica di S. Apollinare Nuovo 521-549 Basilica di S. Vitale (RA) 523-549 Basilica di S. Apollinare in Classe 535 Inizio della guerra tra Goti e Bizantini 540 I Bizantini conquistano Ravenna

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553 568 570-595 576 (584?) 585-586 712-713 717-718 726-744 732-733

Fine della guerra tra Goti e Bizantini I Longobardi invadono l’Italia Costruzione della chiesa di S. Severo Faroaldo I, duca longobardo di Spoleto, attacca e saccheggia Classe Il generale bizantino Droctulfo libera Classe dai Longobardi Il duca di Spoleto Faroaldo II occupa Classe, che però viene restituita ai Bizantini dal re longobardo Liutprando Liutprando invade e distrugge Classe Un terremoto colpisce Classe. La Basilica Petriana è distrutta Presa di Ravenna (e di Classe?) da parte del re longobardo Astolfo


Inizialmente Ravenna è un centro di media levatura dell’Italia romana. La sua importanza cresce quando Augusto decide di stabilire qui la flotta dell’Adriatico, che deve controllare la zona orientale del Mediterraneo. I marinai della flotta vengono reclutati in zone diverse dell’impero, e a Ravenna si inizia a respirare quell’atmosfera cosmopolita che piú tardi diventerà uno dei suoi tratti essenziali.

le ville del suburbio In piú, i traffici con l’Oriente iniziano a decollare, e cambia anche il paesaggio: la città viene dotata di nuovi monumenti, tra cui uno splendido ingresso monumentale decorato con sculture, la Porta Aurea (costruita al tempo di Claudio). E il suburbio, dove già si trovavano alcune necropoli, inizia a ospitare una serie di ville residenziali, costruite per volere dei piú facoltosi cittadini ravennati. Una di queste ville è stata identificata a sud di Ravenna, nell’attuale zona di Classe. Quando viene costruito, nel I secolo, il complesso si trova in aperta campagna, non lontano da un cimitero. È una villa di grandi dimensioni, con numerosi ambienti decorati con mosaici geometrici, in tessere bianche e nere. Non abbiamo ancora un quadro definitivo della articolazione inter-

na della villa, perché gli scavi non l’hanno portata interamente alla luce; però sappiamo che comprendeva anche una terma (sono state trovate almeno una vasca e un ambiente riscaldato con il sistema a

ipocausto), e che era riccamente decorata con sculture, stucchi, affreschi, colonne… Insomma, tutto quello che ci si può aspettare da un complesso architettonico di alto livello in età imperiale; un edificio

Cesarea

I l doge di Venezia Orso aiuta i Bizantini a riconquistare Ravenna ponendo il blocco a Classe 751 Astolfo conquista Ravenna. Fine dell’esarcato 774 Fine del regno longobardo d’Italia VII-VIII sec. Fasi tarde di occupazione del porto IX sec. Agnello, storico ravennate, definisce Classe una «città scomparsa»; costruzione del monastero di S. Severo X sec. Ottone I stabilisce la sua residenza a Classe; costruzione del palazzo di Ottone I presso S. Severo XV sec. Spoliazione e ricostruzione di S. Severo XIX sec. Definitiva distruzione di S. Severo 735

Canale Porto

Basilica

Mare Adriatico

CLASSE Petriana S. Severo

Necropoli

Suburbio Sud S. Apollinare Necropoli-Cimiteri in Classe Area urbana Area produttivo-commerciale Mura urbane Linea di costa

In alto: veduta aerea con localizzazione delle aree occupate da Ravenna, Classe e Cesarea. A sinistra: schema topografico di Classe, con i principali monumenti e le funzioni di alcune zone della città e del suburbio.

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scavi • classe

la basilica petriana Ricostruzione della pianta della basilica Petriana di Classe alla luce delle indagini magnetometriche (in basso) e localizzazione dei saggi di scavo (in alto). La basilica, il piú importante complesso ecclesiastico di Classe, fu fondata dal vescovo Pietro Crisologo, alla metà del V sec. Dell’edificio, indagato a partire dal 2008, sono stati individuati alcuni tratti dei muri perimetrali, tracce di pavimentazione in opus sectile (in basso), frammenti di decorazione architettonica e, presso l’abside della basilica, migliaia di frammenti di tubi in terracotta con cui fu costruita la calotta absidale.

che da un lato doveva garantire al suo proprietario uno stile di vita distinto e notevole, dall’altro costituiva un messaggio di autorità e potenza molto chiaro per i pari e per i sottoposti. In poche parole, quello che oggi chiameremmo uno status symbol.

i mosaici e l’abside La villa continua a essere ampliata, abbellita e ristrutturata nel corso del tempo: grazie all’analisi delle stratigrafie e ai bolli di mattoni rinvenuti nello scavo siamo sicuri che è oggetto di lavori importanti in età antonina (II secolo) e poi in età severiana (III secolo). Ma anche successivamente gli interventi si susseguono, nel IV come nel V secolo, per esempio con l’aggiunta di nuovi mosaici e perlomeno di un ambiente absidato, in linea con le tendenze dell’epoca: proprio in questo periodo le ville rurali, cosí come le residenze urbane, accolgo28 a r c h e o

no nuovi ambienti di questo tipo; e la linea curva delle absidi diventa un elemento caratteristico delle architetture del mondo romano (basti pensare alla grande villa di Piazza Armerina, in Sicilia). Ma nel corso del V secolo accade anche qualcos’altro. Parte della villa comincia ad andare in rovina, e nasce un paesaggio completamente diverso dal precedente: i muri crollano, e i detriti iniziano ad accumularsi, senza che nessuno li rimuova. Eppure non è esattamente un romantico paesaggio in abbandono e con rovine, quello che si viene a creare. Perché, nello stesso luogo in cui si trovavano alcuni ambienti della villa, viene costruito un piccolo edificio rettangolare, con un ingresso impreziosito da due colonne, e un’abside nel lato opposto. È un mausoleo: il mausoleo nel quale viene sepolto San Severo. Lo dicono a chiare lettere due mosaici con iscrizioni ritrovati qui negli anni


Sessanta del secolo scorso. Di questo santo sappiamo pochissimo, tranne che fu uno dei primi vescovi di Ravenna e che nel 342 partecipò a una assemblea di vescovi in Bulgaria. La sua firma di presenza in calce al resoconto dell’assemblea, in effetti, è l’unica testimo-

nianza diretta che abbiamo di questo personaggio. Morto nella seconda metà del IV secolo, Severo dovette essere sepolto nel cimitero che si trovava presso la villa; la riesumazione del corpo e il suo trasferimento dentro il mausoleo costruito per lui nel V secolo sono episodi

i magazzini In basso: ricostruzione assonometrica di uno dei magazzini in corso di scavo (foto qui sopra), andato a fuoco, e mai piú ricostruito, durante il regno di Teoderico, tra la fine del V e l’inizio del VI secolo. L’edificio aveva un portico in facciata e un cortile sul retro, e, al suo interno, era ripartito in settori: da un lato vi erano le grandi anfore per l’olio, dall’altro le tipiche anfore strette e lunghe (spatheia) per vino e profumi e le casse con dentro le lucerne.

che si comprendono meglio se allarghiamo lo sguardo fino a includere Ravenna. All’inizio del V secolo Ravenna è al centro di una trasformazione epocale: la città viene scelta come residenza imperiale d’Occidente, sostituendo Milano in quel ruolo. Proprio per questo motivo, la sua stessa struttura viene modificata in maniera sostanziale. Non basta piú, la Ravenna di prima, con i suoi scarsi 33 ettari di superficie.Vengono costruite nuove mura, molto piú ampie, che vanno a chiudere un’area pari a 166 ettari.

grandezza e prestigio Ma non è sufficiente: per essere una capitale all’altezza di questo nome, Ravenna deve munirsi di un nuovo paesaggio monumentale; e i monumenti che si costruiscono adesso, quelli che trasmettono la grandezza e il prestigio di una città, non sono piú terme, teatri, anfiteatri e circhi: sono le chiese, i monumenti dell’ideologia dominante. Cosí, oltre a un palazzo pronto ad accogliere gli imperatori durante le loro visite, affiancato da una zecca, Ravenna inizia ad accogliere al suo interno molte basiliche, sontuosamente decorate con marmi e mosaici. Non solo: il progetto urbano su Ravenna, volto a farla diventare davvero protagonista, è piú ampio anche di questa nuova città allarga-

a r c h e o 29


scavi • classe

Un complesso vasto e articolato

N

Ricostruzione assonometrica del complesso monastico di S. Severo, cosí come doveva presentarsi nel XIII sec., cioè nel momento della sua massima fioritura ed espansione.

l’abside della basilica era decorata alla base con pannelli in opus sectile, e, nella calotta, con un mosaico a fondo oro.

la sepoltura del santo

Accanto alla facciata della basilica si trovava il mausoleo di Severo, uno dei primi vescovi di Ravenna, morto nella seconda metà del IV sec. e sepolto in una necropoli nel settore meridionale di Classe, presso una villa romana. Il mausoleo fu costruito nel corso del V sec. sui resti della villa e vi fu trasportato il corpo del santo. Nel VI sec., contestualmente all’erezione della basilica, vi si affiancò un vestibolo, a cui fu aggiunta, nel IX-X sec., un’abside a est, speculare a quella del primo edificio.

30 a r c h e o

V secolo


Ampliamento della sala capitolare

Sala capitolare

Chiostro

Refettorio

Ingresso Cucina

VI secolo

XI secolo

IX secolo

Successione delle piante di fase del complesso monastico di S. Severo, dal V sec. (in alto, a sinistra), epoca in cui esisteva solo il mausoleo del vescovo, fino a quando, nel XIII sec., esso non raggiunse la sua massima articolazione.

Campanile

Chiostro Cortile

Edificio Sud

Officina

XIII secolo

ta. Alla capitale serve un grande porto, che le permetta di affermarsi sull’intero Mediterraneo dal punto di vista politico e commerciale. Per questo scopo viene scelto il suburbio meridionale, e qui nasce la nuova città di Classe, anch’essa difesa da possenti mura. Classe trova il suo centro, la sua vera ragion d’essere, nel porto canale che la attraversa, e che la collega a Ravenna; ma anch’essa viene a ospitare monumenti di carattere

religioso, come la gigantesca basilica Petriana, al centro dell’impianto; o il mausoleo di Severo, dentro la città e non lontano dal tratto meridionale delle mura. Classe è una vera e propria città, insomma. Inoltre, tra Classe e Ravenna si trova una zona intermedia, Cesarea. Anche quest’area verrà considerata parte della conurbazione di Ravenna a tutti gli effetti: accoglie fin da subito chiese importanti, e all’occasione sarà difesa con palizzate. a r c h e o 31


scavi • classe A destra: lo scavo della sala capitolare, nell’ala Est del monastero benedettino sorto alla fine del IX sec. presso la basilica di S. Severo. Il complesso subí numerosi restauri e rifacimenti, cambiando anche comunità, che diviene cistercense, intorno alla metà del XIII sec. Fu quindi abbandonato nel corso del XV sec. In basso: un pilastrino tardoantico riutilizzato come elemento di una conduttura per l’acqua nel chiostro.

Questo il quadro generale, considerando il quale, comprendiamo molto meglio il motivo dell’attenzione per San Severo e della monumentalizzazione della sua tomba con il mausoleo. Nel processo di costruzione di questa nuova Ravenna allargata, una conurbazione che comprende Classe e Cesarea, assumono un grande rilievo i «padri fondatori» della città cristiana: soprattutto Severo e Apollinare (il primo vescovo di Ravenna, la cui esistenza è avvolta nella leggenda). Entrambe le loro sepolture vengono monumentalizzate nel V secolo, e poi – ancora di piú, grazie alla costruzione di grandi basiliche – nel VI secolo.

nuovi capisaldi Le due tombe costituiscono quindi altrettanti capisaldi della nuova topografia di Ravenna, punti di riferimento per una popolazione che doveva ancora prendere dimestichezza con una città molto diversa, molto piú grande della precedente, e farla propria; anzi: sentirla propria. La necessità di recarsi presso le tombe dei santi per venerarli in modo appropriato costringeva gli abitanti di Ravenna – come delle altre città – a 32 a r c h e o

camminare attraverso lo spazio urbano: ovunque, in questo periodo, le processioni sono i fili invisibili, le reti che connettono le basiliche tra loro e permettono ai cittadini di sentirsi parte di una stessa comunità, che si muove e si identifica nelle stesse aree, negli stessi luoghi. Verso la fine del VI secolo il luogo di cui parliamo subisce un’altra, pesante trasformazione. Il culto di Severo diventa sempre piú importante, e il mausoleo non basta piú.

L’arcivescovo Pietro III (570-578) inizia la costruzione di una grande basilica, poi terminata dal suo successore, Giovanni II (578-595). È una chiesa imponente, lunga piú di 60 m, con impianto a tre navate separate da due file di dodici colonne sormontate da preziosi capitelli scolpiti. Nel muro orientale si apre una sola, grande abside, decorata alla base con pannelli in marmi colorati (opus sectile) e nella calotta con un grande mosaico a sfondo d’oro.


La basilica viene affiancata al mausoleo, e ne costituisce in un certo senso un ampliamento. Possiamo immaginare che, una volta terminata la costruzione della chiesa, il corpo di Severo sia stato riesumato per una seconda volta, e riposto sotto l’altare al centro dell’abside (forse dopo una grande processione fino a Ravenna e ritorno… non è improbabile). Però il mausoleo non viene distrutto; resta al suo posto, e in piú gli si affianca un altro piccolo ambiente, una sorta di vestibolo che lo rende ancora piú monumentale. Il mausoleo e il vestibolo continuano ad accogliere sepolture, nel corso dell’alto Medioevo, cosí come succede intorno e dentro la

basilica. Perché i Ravennati piú facoltosi riescono ad acquistare i luoghi di sepoltura piú vicini alla tomba del santo, o al luogo dove il santo era stato sepolto in precedenza. Nel Medioevo si faceva cosí, e veniva chiamata sepoltura «ad sanctos»: l’idea era quella di avvicinarsi il piú possibile con la propria tomba a quella di un santo, per «captarne» l’influsso benefico. Il complesso di S. Severo diventa cosí il fulcro di un nuovo cimitero, attratto qui dalle spoglie di uno dei primi vescovi della città. Gemella della vicina basilica di S. Apollinare in Classe (che si trova però fuori le mura, e viene costruita verso la metà del VI secolo), S.

SALA CAPITOLARE

edificio sud

pozzo affumicatoio lavatoio chiostro

refettorio

Fontana

cucina

portico

vestibolo mausoleo

ingresso

corte esterna

officina

In alto: un particolare delle migliaia di lische di pesce affumicato rinvenute nell’ambiente accanto al refettorio. A sinistra: il complesso monastico di S. Severo, con l’interpretazione funzionale dei singoli ambienti.

Severo è l’ultima grande basilica della conurbazione. L’ultimo tempio di Classe. Nessun altro edificio di culto cosí imponente verrà mai piú costruito in questa zona. Il complesso ebbe una vita piuttosto lunga, che gli consentí di superare in maniera indolore una svolta importante per questo territorio: la morte della città di Classe.

la crisi dei commerci Nata nel V secolo per volere degli imperatori, Classe va incontro a notevoli trasformazioni già nel VII. La causa è molto semplice: in questo periodo entra definitivamente in crisi il grande commercio marittimo, quello per sostenere e ricevere il quale era stato concepito il porto di Classe, e molti altri assieme a lui. Terminano progressivamente le importazioni di olio, grano e stoviglie dall’Africa; di vino dalla Grecia, dalla Palestina e dall’Istria; di a r c h e o 33


scavi • classe A destra: sepolture di età tardo-antica in corso di scavo nell’area del complesso di S. Severo. Nella pagina accanto: planimetria del complesso con la localizzazione dei nuclei di sepolture.

contenitori in ceramica dalla Tur- già morta, a Classe abitavano anco- ritrovare l’intero monastero, che ora chia, e di molti altri prodotti, come ra alcune centinaia di persone, pro- conosciamo nel dettaglio, anche babilmente meno di un migliaio. rispetto alla sua articolazione intermiele, legumi, garum... Classe – e quindi Ravenna – non è Per questo periodo, e probabilmen- na. Il monastero ebbe una lunga piú uno scalo fondamentale del te per un altro centinaio d’anni vita, che terminò nel corso del XV Mediterraneo, perché quei flussi di (all’incirca fino al Mille), dobbiamo secolo, e fu restaurato e trasformato merci si interompono; e il porto immaginare Classe come un luogo piú volte. L’indagine, ancora in corcessa di funzionare. I magazzini per costellato da rovine, dove qua e là si so, ci sta permettendo di riconoscelo stoccaggio delle anfore sono oc- concentrano nuclei di abitazioni, di re le diverse fasi del complesso: è il cupati da abitazioni private, e tra di preferenza intorno alle chiese anco- primo monastero interamente scaessi si moltiplicano le sepolture, fino ra funzionanti. Sí, perché alcune vato in area ravennate, e uno dei piú a formare cimiteri veri e propri. basiliche venivano ancora restaura- estesi scavi di monasteri finora reaAlla fine del VII secolo Classe ha te, anche abbellite con nuove deco- lizzati in Italia e in Europa. perso la sua vera ragion d’essere, e si razioni, e sicuramente continuava- Innanzitutto, una novità importante. L’archeologia ha dimostrato che trasforma in una normale città di no ad assolvere ai loro compiti. quest’epoca, in cui convivono, fian- E proprio accanto a una di queste il monastero non viene fondato nel corso del X secolo, ma già co a fianco, grandi edifici verso gli ultimi decenni di culto ancora in uso e interi quartieri ridotti in Quello di S. Severo è uno del IX. Sembra poca cosa, ma non lo è: la fondaziomacerie. Una città comdei piú estesi scavi di ne di S. Severo, cosí come pletamente diversa dai possiamo datare ora, ci modelli ai quali siamo monasteri finora realizzati laparla di una Ravenna di abituati. È la norma, in età altomedievale in cui questo periodo, e persino in Italia e in Europa non si investe piú nella Roma non doveva precostruzione di chiese e sentarsi molto diversachiese, una delle piú importanti, e basiliche, ma soprattutto di monamente. Classe però superò presto questo cioè S. Severo, nel 955 i documenti steri; ne abbiamo testimonianze per stadio, per entrare in una fase ulte- testimoniano la presenza di un mo- i secoli VIII, IX e X, e queste nuove riore: quella di una città in via di nastero benedettino. Si è conservato strutture vanno a coprire l’intero estinzione. Nel tempo viene attac- il nome dell’abate di questo perio- territorio della grande capitale tarcata in piú di una occasione do, un certo Gregorio. Ed è qui che do-antica (e cioè Ravenna, Classe e dall’esercito dei Longobardi (e que- l’imperatore Ottone I tiene Cesarea). Come dire che, anche sto di sicuro non giovò alla sua quell’assemblea di cui si è detto in dopo il ridimensionamento dovuto alla morte di Classe, Ravenna è ancondizione), e, a causa di un forte apertura. terremoto nell’VIII secolo, perde il Ora, se dovessimo accontentarci dei cora percepita in base a quel prosuo monumento piú grande e fa- documenti scritti, non potremmo getto ambizioso: la «grande Ravenmoso: la basilica Petriana, mai piú dire molto di piú, e per molti anni na» dell’età d’oro, quella gota, biricostruita. Sappiamo però che nel è andata proprio cosí. Ma lo scavo zantina ed esarcale. IX secolo, quando l’ecclesiastico e della fascia di terreno posta a sud E come si presentava il monastero cronista Agnello (801 circa-850 cir- della grande basilica tardo-antica, di S. Severo nella sua prima versioca) ne parla come di una città ormai iniziato nel 2008, ha permesso di ne? Siamo già nel IX secolo, e 34 a r c h e o


N

Basilica

Monastero

quindi i complessi monastici ormai hanno assunto le caratteristiche standard che in precedenza non avevano. Prima di tutto, ovviamente, un chiostro in posizione centrale. Il chiostro è davvero il centro del monastero, dal punto di vista fisico e funzionale. Nel IX-X secolo il chiostro di S. Severo è un ampio cortile dalla forma rettangolare, chiuso a nord dalla grande basilica. Sul lato sud si trova un braccio di un porticato, nel quale si alternano pilastri in muratura e colonne, molte delle cui basi sono rimaste al loro posto; nell’altro braccio del portico, quello a est, la funzione di sostegno viene svolta soltanto da colonne. Il quarto lato è costituito dal mausoleo piú antico e dal suo vestibolo, e

a fianco di quest’ultimo si apre un ingresso che permette l’accesso al chiostro senza passare dalla basilica. Intorno al chiostro, come è consuetudine, si articola la struttura del monastero: si tratta di due corpi di fabbrica rettangolari molto allungati. Dirò subito che non siamo ancora riusciti a comprendere le funzioni di tutti gli spazi che abbiamo scavato; questo è piuttosto normale, quando si scava un monastero; perché dipende da quanti e quali elementi utili per attribuire le funzioni specifiche di ogni ambiente restano conservati nel deposito archeologico (in genere molto pochi, a volte nessuno: raramente questi luoghi vengono abbandonati in fretta e

furia come accadde a Pompei).Tuttavia, a S. Severo siamo stati piuttosto fortunati, e, grazie alle indicazioni delle strutture stabili e dei reperti mobili, siamo riusciti a identificare almeno alcuni tra gli ambienti piú importanti. Per esempio, sappiamo con certezza che nel lato sud trovava posto la cucina, una stanza non troppo grande dove abbiamo rinvenuto un grande focolare in mattoni. Sempre nel lato sud si trovavano probabilmente le cantine, mentre accanto alla cucina c’era il refettorio, la mensa comune dei monaci.

Il primo abate? La grande sepoltura a fossa, datata al XIII sec., rinvenuta nel corso della campagna di scavo del 2012. Posta in posizione di rilievo, nel pavimento della sala capitolare, e segnalata da un grosso blocco di calcare, conteneva al suo interno lo scheletro di un uomo dell’impressionante altezza di 2 m circa, probabilmente il primo abate cistercense del monastero.

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Era una grande sala allungata, dove i monaci potevano sedere intorno ai tavoli in legno e consumare i loro pasti, mentre uno di loro, a turno, leggeva le scritture dal pulpito (e mangiava solo dopo che tutti avevano finito, assieme ai servi). L’ala Est del monastero era quella adiacente alla basilica. Qui abbiamo potuto identificare uno degli spazi piú importanti: la sala capitolare. È un ambiente non troppo grande, anch’esso rettangolare, i cui strati successivi al X secolo contenevano reperti di pregio che ne hanno permesso l’identificazione.

il centro nevralgico del complesso La sala capitolare era la stanza dei bottoni, lo «studio ovale» del monastero. Qui l’abate esercitava il suo potere, prendendo e comunicando le sue decisioni ai monaci; qui venivano letti ogni giorno i calendari (per commemorare i santi) e i necrologi, venivano date le informazioni per lo svolgimento della giornata. Ed era il luogo in cui avvenivano le «correzioni pubbliche»: qui i monaci confessavano le eventuali trasgressioni alla regola, chiedevano perdono e venivano puniti di conseguenza. Qui, inoltre, aveva luogo l’elezione degli abati. Nell’ala Est del monastero abbiamo poi ritrovato alcuni dispositivi in muratura che si possono interpretare come latrine. E dove dormivano i monaci? Molto probabilmente nella stessa ala Est, in un dormitorio al primo piano (è la sistemazione piú tipica nei monasteri medievali). Questo, quindi, l’aspetto del monastero benedettino del IX-X secolo, quello presso il quale va a risiedere Ottone I. È un complesso molto esteso, con una struttura articolata e funzionale a tutte le pratiche della vita quotidiana. Un monastero degno, anche nell’aspetto, della grande basilica a cui fisicamente si appoggia: anche se il materiale da costruzione è costituito esclusivamente da mattoni di reimpiego, l’uso delle colonne e di altre sculture architettoniche, nonché la forma stessa 36 a r c h e o

Lo scavo di un pozzo posto in un cortile a sud del monastero, in un’area aperta, adiacente a una delle officine artigianali.

dell’impianto, denunciano una grande ambizione progettuale. Colpiscono anche l’attenzione e il rispetto per i resti del passato; il mausoleo e il vestibolo vengono inglobati nel complesso, e anzi «potenziati»: al vestibolo viene aggiunta un’abside sul lato est, speculare a quella del mausoleo. Il monastero contiene importanti luoghi del culto locale dei santi, della memoria collettiva dei Ravennati, e una delle sue funzioni è quella di preservarli, mantenerli attivi, e talvolta di renderli ancor piú monumentali.

nuovi interventi Nuove trasformazioni hanno luogo tra l’XI e il XII secolo, quando, prima di tutto, l’intero portico che circonda il chiostro viene ripavimentato in mattoni. Anche in questo caso sono mattoni antichi,

Da fonte a discarica? Il cosiddetto «edificio Sud» visto dall’alto (a destra) e in corso di scavo (nella pagina accanto). Si tratta di un grande ambiente di dubbia interpretazione, dalla forma allungata, realizzato nel corso del XIII sec., separato dal complesso principale. Una parte di questo edificio, forse una fonte monumentale, fu successivamente utilizzata come discarica.

estratti dalle macerie di Classe, ma la pavimentazione viene stesa con grande cura, selezionando i materiali piú integri, e il risultato di questo intervento raggiunge un impatto visivo davvero notevole. E poi, la sala capitolare: la sua superficie viene ampliata verso est, fino a oltrepassare i limiti del monastero stesso su quel lato. Ora è uno spazio ancora piú adeguato all’importanza delle sua funzioni, e i reperti testimoniano di notevoli lavori sul fronte della decorazione interna: abbiamo trovato frammenti di marmi intagliati e tessere di mosaico. La nuova, grande sala capitolare è davvero un ambiente impressionante, con pavimento in opus sectile e decorazioni a mosaico alle pareti. Un altro elemento di spicco di questa fase sono le tracce della produzione di oggetti in ferro, in vetro e


in osso, in un ambiente posto all’esterno del monastero vero e proprio, piú a sud. L’artigianato trova grande spazio, in questo come in molti altri complessi monastici, e in tutte le fasi di vita. Sono attività a volte utili per la costruzione stessa di singole strutture del monastero, e a volte per la fabbricazione di oggetti funzionali alla vita della comunità. È uno di quegli aspetti che

contribuisce a mostrarci un monastero come un’entità autosufficiente, quasi una città in miniatura, nella quale si esercitano quasi tutti i saperi specialistici dell’epoca. L’ultima aggiunta importante di questo periodo (XII secolo) è quella del campanile, costruito presso il lato settentrionale della basilica: una alta torre quadrangolare in mattoni, un punto di riferimento per la vista A sinistra: brocca in ceramica acroma rinvenuta nell’edificio Sud, presso il monastero. XII-XIII sec.

(e l’udito, ovviamente) di tutti coloro che risiedevano nelle campagne circostanti. Lo scavo ha consentito di ritrovare anche una fornace per campane, molto ben conservata, in una zona immediatamente all’esterno del monastero, a ridosso del braccio est.

cambio d’ordine Ma questa storia è ancora lontana dalla sua fine, e qualcosa di sostanziale cambia verso la metà del XIII secolo a S. Severo: cambia la comunità stessa, che da benedettina diventa cistercense. Un altro modo di essere monaci, piú teso all’isolamento, alla povertà (nel vestiario e nella dieta, per esempio) e all’applicazione al lavoro manuale. Di pari passo con questo cambiamento, la struttura del complesso si trasforma sensibilmente. Il chiostro ora diventa piú piccolo, e viene circondato da un portico su tutti e quattro i lati. Piú o meno al centro viene realizzato un pozzo (con vera

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scavi • classe

in mattoni), mentre sul lato lungo meridionale trova posto un lavatoio, una struttura rettangolare che contiene un bacino nel quale i monaci si lavano le mani prima di entrare nel refettorio a consumare i loro pasti. Al lavatoio si affianca una fontana, nell’angolo sud-ovest: un elemento che impreziosisce lo spazio comunitario del chiostro. Abbiamo trovato anche le canalette che collegavano il lavatoio e la fontana, e quest’ultima con il pozzo. Parte della canalizzazione è realiz-

La giornata di un monaco La giornata-tipo di un monaco medievale era piuttosto dura. Era suddivisa in blocchi temporali, in corrispondenza dei quali venivano svolte le diverse attività. La preghiera in comune era ovviamente una delle attività piú frequenti e scandiva, a orari fissi, il giorno e la notte. Cosí venivano chiamate le ore in cui si pregava: Prima (6/7 del mattino); Terza (9); Sesta (12); Nona (15); Vespri (al tramonto); Compieta (verso le 19); Vigilia o Mattutino (verso le due e mezza). Per chi lo abbia letto, è questa la struttura che scandisce il fortunato romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, ambientato proprio in un monastero medievale. Nel tempo che intercorreva tra questi momenti di preghiera, il monaco doveva dedicarsi alle altre occupazioni principali. Prima di tutto la meditazione personale, prendendo spunto da un libro. E poi l’attività manuale, che poteva essere di vario genere: dal lavoro nei campi, alla trascrizione di testi nello scriptorium. Di norma, il pasto principale aveva luogo una volta al giorno, ma poteva essere integrato da una colazione. Una piccola parte del tempo restante veniva poi dedicata all’igiene personale.

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zata con sculture tardo-antiche, dei pilastrini che dovevano aver fatto parte del recinto che chiudeva il presbiterio di una chiesa (probabilmente una di quelle di Classe ormai distrutte). Un altro esempio di quanto la città di Classe e i suoi edifici costituiscano una cava di materiali della quale i monaci possono approfittare al bisogno. Il nuovo chiostro, piú piccolo e meglio articolato, taglia fuori il mausoleo e il vestibolo, che si trovano ora dentro un piccolo spazio aperto: una sorta di «cortile della memoria», nel quale è possibile accedere ai primi edifici cristiani del complesso.

un «gigante» a s. severo Nella campagna di scavo 2012 è venuta alla luce una tomba davvero impressionante, scavata nel pavimento della sala capitolare. È una semplice fossa, ma di dimensioni considerevoli, ed è segnalata da un grosso blocco di calcare (sul quale probabilmente doveva trovarsi una croce, o un altro tipo di segnacolo). Il sepolcro contiene un unico scheletro, di un uomo molto alto: circa 2 m; e risale con certezza al XIII secolo. Vista la posizione e la cronologia, l’ipotesi al momento piú probabile è che sia la sepoltura del primo abate cistercense del monastero (forse un certo Guido, del quale resta testimonianza nei documenti d’archivio). Quasi un fondatore, insomma; e questa sembra davvero la tomba di un fondatore, molto piú grande di tutte le altre e in posizione di rilievo. Altre tombe si trovano intorno alla sala capitolare, in una posizione tipica per le sepolture dei monaci anche in altri monasteri dell’epoca. Un’altra aggiunta notevole è la costruzione di un edificio separato dal complesso e situato piú a sud. È un grande ambiente, molto allungato, di dubbia interpretazione.

Al momento sembra che possa trattarsi di una grande fonte monumentale, con una facciata con pilastri sul lato sud (tipica delle fonti medievali), dietro la quale si trova una vasca con un pavimento in mattoni dal profilo concavo. Successivamente una parte di questo edificio fu utilizzata come discarica: da qui provengono alcuni dei piú pregiati oggetti in ceramica e vetro del monastero, che ci han-

Boccale frammentario in maiolica arcaica decorato con disegni geometrici in verde e bruno, dall’edificio Sud.


A sinistra: i resti del pulpito semicircolare nel refettorio del monastero. In basso: i resti di una fornace per la produzione di campane, realizzata nel XII sec., immediatamente all’esterno del monastero, a ridosso del braccio Est.

no permesso di mettere a fuoco l’alta qualità della cultura materiale di cui si servivano i monaci tra il XIII e il XIV secolo. Al Duecento dovrebbero risalire anche altre tracce di produzione nel monastero; in particolare, una forgia trovata al di fuori del braccio sud. In effetti, finora, l’archeologia dimostra che le attività artigianali si susseguono in maniera incessante, quasi senza interruzioni, nel corso dell’intera vita del complesso. In seguito, nel XIV-XV secolo non si verificano grandi cambiamenti. Tra le trasformazioni piú evidenti, vale la pena di segnalare quella che riguarda il refettorio: il lungo ambiente viene suddiviso in due navate mediante una fila di pilastri. Al refettorio si affianca ora un nuovo spazio, nel quale abbiamo potuto identificare una struttura per l’affumicazione del pesce.

mangiatori di pesce Al di sopra di un focolare si trovava un vero e proprio girarrosto, sostenuto da pali. Tutto intorno, una enorme distesa di lische di pesce con tracce di combustione. Questa scoperta ha aperto una finestra inaspettata sull’alimentazione dei monaci nel XV secolo; ne sapremo di piú quando terminerà l’analisi delle lische e potremo identificare i pesci che – a giudica-

re dalla quantità – costituivano un elemento portante della dieta. Le ultime tracce trovate sono quelle delle spoliazioni a cui viene sottoposto il monastero dalla seconda metà del XV secolo. I suoi muri vengono in gran parte rasi al suolo, per rubare i mattoni con cui costruire altri edifici, altrove (a Ravenna, principalmente). È la fine della nostra storia, confermata anche dai documenti d’archivio: in questo periodo la comunità di S. Severo viene accorpata a quella di S. Apollinare in Classe (dove un altro monastero esisteva già almeno dall’VIII secolo). Ma come può essere successo tutto questo? Come può morire un’istituzione cosí antica e potente? Una indagine approfondita ha dimostra-

to che, all’apice del suo successo, il monastero era un grande proprietario fondiario, con possedimenti a Ravenna, in Romagna, nelle Marche e nel Veneto.

ma perché la crisi? I monaci di S. Severo erano riusciti a lungo a far prosperare un grande complesso lí dove prima era stata una città. Erano loro, i veri custodi della memoria di uno dei piú venerati santi locali; di piú, erano i custodi della memoria di Classe, un centro che un tempo era stato importante, una città portuale che ricordava a tutti il ruolo centrale di Ravenna in età imperiale, gota e bizantina. E allora? Allora, molto probabilmente, in un luogo che sempre di piú si trovò a essere in aperta campagna, in tempo di crisi per Ravenna e la sua Chiesa, non c’era piú bisogno di due monasteri cosí vicini, a Classe. S. Apollinare continuò a essere il piú importante tra i due: in fondo ospitava la tomba del primo vescovo di Ravenna; prese il sopravvento, e a S. Severo rimase soltanto la chiesa, ristrutturata nel XV secolo in forma piú piccola rispetto alla grande basilica tardo-antica. Il culto del santo poteva continuare, ma senz’altro non aveva piú le stesse dimensioni del passato, e da grande santuario dell’età tardo-antica e medievale, questo luogo ospitò a lungo una semplice parrocchia rurale, definitivamente distrutta all’inizio del XIX secolo.

prospettive future Gli scavi del monastero di S. Severo proseguiranno, e presto avremo nuove cose da raccontare su questa storia avvincente. Una storia di grandi imprese edilizie, abbandoni, distruzioni e rinascite e poi di nuovo abbandoni. Una storia che ci ha traghettati dall’impero romano alla tarda antichità e ancora oltre, fino al pieno Medioevo e all’età moderna. Torneremo a parlarne su queste pagine, ma non solo: il sito di S. Severo entrerà a far parte del Parco Archeologico di Classe, un progetto in corso di elaborazione grazie al coordinamento della Fondazione RavennAntica e all’impegno dell’Università di Bologna e della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna. E presto i lettori di «Archeo» potranno verificare di persona l’enorme spessore monumentale di questo sito, dimenticato per piú di cinquecento anni e ora finalmente tornato alla luce. a r c h e o 39


nella terra di baal di Massimo Vidale e Andreas M. Steiner

«Era il 14 maggio del 1929 e il sole stava già tramontando sul promontorio di Ras Shamra, quando ci imbattemmo in un gran numero di tavolette d’argilla coperte di caratteri cuneiformi. Avevamo trovato la biblioteca del palazzo! Ma, con nostro stupore, scoprimmo che la maggioranza dei segni riproduceva un linguaggio del quale nessuno aveva mai sospettato l’esistenza!»

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N

ella primavera del 1928, presso un villaggio dell’attuale costa siriana settentrionale, 11 km a nord di Latakia, un gruppo di sette donne di famiglia alawita – appartenente a una confessione che proclamava la propria discendenza diretta dalla famiglia del Profeta (l’aggettivo alawiti deriva dall’arabo Alawiyya, cioè «discendenti di Ali», con riferimento ad Ali ibn Abi Talib, cugino di Maometto, n.d.r.) – saccheggiò una tomba preistorica casualmente esposta in un campo arato, a 150 m circa dalla spiaggia. Il sito si chiamava Minet el-Beida, la «Baia Bianca». Episodi simili erano avvenuti migliaia di volte prima, e si ripetono tutt’oggi con frequenza quotidiana, ma allora la fortuna mosse qualcuno dei suoi ingranaggi. Le autorità locali informarono il servizio archeologico di Beirut, il cui responsabile, Charles Virolleaud (1879-1968) recuperò ciò che restava. A Parigi, Virolleaud mostrò i reperti a René Dussaud (1868-1958), curatore orientalista del Louvre e membro dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, il quale si accorse che le ceramiche della tomba saccheggiata somigliavano

Qui sopra: statuetta in bronzo dorato raffigurante il dio supremo El in trono, da Ugarit (attuale Ras Shamra), in Siria. XIV-XIII sec. a.C. Damasco, Museo Nazionale. Sullo sfondo: patera in oro decorata con scene di caccia, dall’acropoli di Ugarit. 1450-1365 a.C. circa. Parigi, Museo del Louvre. Nella pagina accanto: statuetta in bronzo dorato raffigurante il dio Baal, da Minet el-Beida. 1300 a.C. circa Parigi, Museo del Louvre.

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ugarit •

i luoghi della leggenda

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L I B A N O

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Damasco al-Quneitra as-Suwayda

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S i r i a c o I R A Q

G I O R D A N I A

molto a quelle micenee di Creta e Cipro. L’Académie – si era in una fase dell’archeologia nella quale ogni prova di illustri precedenti del colonialismo occidentale in Oriente andava valorizzata a tutti i costi – decise di continuare le indagini, e con una scelta bizzarra incaricò degli scavi l’archeologo Claude Schaeffer (18981982). Ma perché bizzarra? Perché Schaeffer, che era allora direttore del Museo Preistorico e Gallo-Romano di Strasburgo, non aveva la benché minima esperienza di scavi nel Vicino Oriente. Insieme all’amico Georges Chenet (1881-1951), uno specialista di ceramiche gallo-romane delle Argonne, Schaeffer si sarebbe rivelato una scelta discutibile – per i metodi di scavo non certo aggiornati –, ma molto fortunata, e destinata a cambiare per sempre il volto dell’archeologia orientale. Al tempo, Latakia era la capitale dello Stato autonomo degli Alawiti, proclamato nel 1920, ma, in realtà, posto sotto il controllo del mandato francese di Siria (il pro42 a r c h e o

In alto: veduta dell’angolo nord-occidentale del Palazzo Reale di Ugarit, con la facciata nord a contrafforti e l’ingresso sul lato ovest. A sinistra: il sito dell’antica Ugarit, affacciato sul Mar Mediterraneo, in Siria. Nella pagina accanto: rhyton (corno per bere, solitamente zoomorfo) in terracotta a testa di animale, da Ugarit. XIV-XII sec. a.C. Parigi, Museo del Louvre.

tettorato che, dopo la prima guerra mondiale, bilanciava sul piano strategico e diplomatico quelli britannici di Palestina, Giordania e Iraq).

Il cimitero della «Baia Bianca» Schaeffer e Chenet vi giunsero su comode automobili americane, ma ben presto realizzarono che si poteva procedere solo a cammello. Con una ventina di guardie siriane e un contingente turco, arruolarono 250 operai locali e iniziarono a scavare il cimitero preistorico di Minet el-Beida. Vennero in luce tombe principesche, che però erano state già ampiamente saccheggiate. Tra i resti delle razzie, tuttavia, furono trovati molti oggetti preziosi, primo tra tutti il pannello in avorio, in stile cretese, che mostra una dea a seno nudo, con una gonna animata da balze multiple come quelle dell’arte di Cnosso, affiancata da due capridi. Schaeffer ebbe l’intelligenza di lasciarla sepolta nella sua tenda, fino al


SETTEMILA ANNI DI STORIA VIII-VII Il sito di Ras Shamra è occupato da un millennio a.C. insediamento neolitico che ancora ignora l’uso della ceramica, indagato con limitati saggi di scavo. VII-VI La località sembra essere stata millennio a.C. abbandonata. V-IV Rinasce un villaggio di case a pianta millennio a.C. rettangolare, con murature in terra battuta e fondazioni in pietra, nel quale si usano ceramiche fatte al tornio simili a quelle della Mesopotamia meridionale (nello stile detto di al-Ubaid). Una ceramica brunita nera e rossa mostra contatti con le regioni nord-orientali (attuali Georgia, Armenia, Azarbaijan). Presso modeste case private gli archeologi trovano profondi pozzi che contengono alla base scheletri completi di animali. III Ugarit è una città di media importanza, millennio a.C. con una acropoli nella quale gli archeologi scoprono i resti di una pressa per le olive e grandi giare cotte al limite della vetrificazione per conservare l’olio. Inizi del II Ugarit, citata nelle tavolette di Ebla millennio a.C. e della vicina Mari, è cinta di mura, che raccolgono una crescente popolazione

urbana. Vi si venerano Baal, Dagan, e divinità hurrite. Ceramiche cipriote e minoiche nelle tombe mostrano intensi contatti commerciali tra la costa siriana e il Mediterraneo orientale. Sull’acropoli tombe aristocratiche contenevano numerosi oggetti in bronzo come asce, punte di lancia, spade, collari e spilloni, a dimostrare il predominio di comunità guerriere. XVIII-XVII Mentre l’Egitto è occupato dai «capi secolo a.C. asiatici» Hyksos, la Palestina e la costa siriana, dove Ugarit continua a essere un centro importante, sviluppano intensi rapporti commerciali e culturali con il Sud, l’entroterra siriano e la Mesopotamia. Divinità hurrite-siriane trovano temporaneamente posto nel pantheon egiziano. La regione siropalestinese diviene un’arena guerriera per quattro grandi potenze in lotta: L’Egitto, i Mitanni (Hurriti), gli Ittiti e gli Assiri. XVI-XIII L’età aurea di Ugarit. Malgrado i continui secolo a.C. conflitti è divenuta un «porto franco» di quasi trentacinque ettari di estensione, fiorente grazie ai vasti traffici tra il Mediterraneo orientale e le carovaniere asiatiche. L’acropoli è dominata da templi visibili da lontano. A ovest sorgono i palazzi reali. La città bassa è un denso agglomerato di case private separate da vicoli tortuosi. Altri centri extraurbani ospitano palazzi, cittadelle e laboratori artigianali.Tutto è costruito in pietre ben squadrate. Inizi del XII Ugarit viene violentemente distrutta, alla secolo a.C. fine di una complessa crisi causata dal generale crollo dei grandi imperi al termine dell’età del Bronzo. Vi contribuirono la fine dei commerci internazionali, oscuri eventi bellici legati alla cosidetta «invasione dei Popoli del Mare», respinti dal faraone Ramesse III sulle foci del Nilo, un peggioramento climatico che portò all’inaridimento di vaste aree del Vicino Oriente; e forse un’eccessiva centralizzazione economica da parte del palazzo reale sulla città. Ugarit sarà rioccupata, ma senza eguagliare la precedente grandezza.

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ugarit • i luoghi della leggenda

uomini in collisione Uno scavo archeologico non è fatto solo di cantieri e scoperte, ma di una complessa trama di eventi casuali e di idee preconcette, di amicizie e di ostilità, di caratteri e di passioni. Lo scavo di Ugarit e la vita di Claude Schaeffer si sono intrecciate con la controversa figura di Immanuel Velikovsky (1895-1979), uno psichiatra ebreo-russo piú noto per i contributi «catastrofisti» alla storia antica che per quelli dati alla psicoanalisi. Schaeffer aveva conosciuto Velikovsky nel 1957 in Svizzera, e secondo i diari di quest’ultimo, divenne suo amico e tale rimase per tutta la vita. Velikovsky, che era stato allievo di un allievo di Sigmund Freud (1856-1939), aveva sviluppato una originale suggestione del caposcuola, secondo il quale il «faraone eretico» Akhenaton (1368-1333 a.C.) sarebbe stato in realtà l’Edipo del mito greco, in base alla similarità di alcuni passi biblici con un inno scoperto sulla parete di una tomba di Tell el-Amarna in Egitto. Velikovsky, inoltre, scrisse diversi libri nei quali sosteneva che la meccanica dei corpi celesti era stata fortemente influenzata da campi elettromagnetici, piuttosto che dalla gravitazione. In Mondi in Collisione – un autentico best seller degli anni Cinquanta – lo psichiatra propose che i fenomeni astronomici che compaiono nella Bibbia fossero effettivamente accaduti, sotto forma di interazioni fra la Terra e corpi extraterrestri. Dopo titanici scontri con altri corpi celesti, il pianeta Venere sarebbe stato responsabile di una catastrofe menzionata nell’Esodo, Marte di un altro episodio astrale avvenuto in occasione dell’assedio di Gerusalemme da parte del re assiro Sennacherib (circa 701-605 a.C.). Sulla base di queste audaci teorie e di nuove correlazioni temporali Velikovsky propose una cronologia rivoluzionata dell’antico Egitto e dell’età del Bronzo del Mediterraneo, che ebbe l’effetto di scontentare, tutti insieme, fisici, astronomi, storici e archeologi, e di metterlo al bando del mondo scientifico «serio». Schaeffer rappresentava per lo studioso russo un potenziale alleato, soprattutto per la datazione dell’ultima distruzione di Ugarit. Ma Schaeffer non sembra aver mai condiviso le teorie «eccentriche» di Velikovsky. Lo trattò comunque con amicizia e rispetto. Si ricorda che i due si recarono ad Atene per rendere insieme omaggio alla tomba di Heinrich Schliemann, che Velikovsky considerava come un altro genio incompreso e ingiustamente diffamato dall’archeologia ufficiale.

In alto: l’archeologo francese Claude Schaeffer (1898-1982), direttore degli scavi sul sito di Ras Shamra, dal 1929. In basso: lo psichiatra russo Immanuel Velikovsky (1895-1979), esponente della teoria «catastrofista», in una fotografia del 1968.

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Foto aerea del tell di Ras Shamra-Ugarit, scattata prima della seconda guerra mondiale, dall’Aeronautica Militare francese. 1. i limiti del tell; 2. quartiere est; 3. il punto piú elevato della città alta; 4. quartiere ovest; 5. e 6. aree dei templi di Baal e Dagan.


termine della missione, per evitare che la preziosa scultura, asciugandosi, andasse in pezzi. Oggi la dea di Ugarit è una delle opere piú celebri delle raccolte orientali del Louvre. In cerca dell’antica città che aveva utilizzato quel ricco cimitero, i Francesi si rivolsero poi al vicino promontorio di Ras Shamra (letteralmente, «L’altura del finocchio selvatico», nome dovuto alla pianta odorosa delle Ombrellifere che ne ricopriva i pendii). Il promontorio sorgeva a 1 km circa dalla linea di costa e si innalzava per una ventina di metri dalla piana circostante. Schaeffer, molto semplicemente, e a prescindere da qualsiasi «misteriosa intuizione», iniziò a scavare sulla cima, dove si vedevano alcune murature affiorare dal terreno eroso, tra gli arbusti. Ma lasciamogli la parola: «In un ambiente suddiviso da tre pilastri ci imbattemmo in un gran numero di tavolette d’argilla coperte di caratteri cuneiformi. Avevamo trovato la biblioteca del

palazzo! Questi documenti scritti promettono di rivelare aspetti fondamentali della storia del Vicino Oriente antico. Alcuni sono redatti in babilonese, il linguaggio diplomatico del tempo, e hanno per argomento importanti trattati di governo». E ancora: «Con nostro stupore, scoprimmo che la maggioranza delle tavolette era stata scritta in un linguaggio del quale nessuno aveva mai sospettato l’esistenza! E, cosa ancor piú straordinaria, in un alfabeto di 27 segni cuneiformi, un vero documento alfabetico del II millennio prima di Cristo!»

La «signora» di ugarit Il piú famoso degli oggetti rinvenuti a Ugarit è il frammento del coperchio di una pisside (o di un contenitore per cosmetici) in avorio decorato dal rilievo raffigurante una «signora degli animali» (una potnia theron), che dà da mangiare a due capre, oggi custodito al Museo del Louvre di Parigi. Scene di donne che manifestano il proprio dominio su animali domestici o selvatici sono molto frequenti sia in Grecia che in Oriente e se, a una prima osservazione, possono sembrare semplici evocazioni di un ambiente pastorale, vengono solitamente interpretate come l’espressione di credenze nella forza simbolica della natura. Nell’avorio di Ugarit si vede una giovane donna sorridente, con le braccia piegate simmetricamente ai lati del busto, che tende alcune spighe a due capre che la sfiorano con il loro muso. Il profilo, caratterizzato dal naso diritto visto come un prolungamento della fronte, e i capelli raccolti in boccoli ricordano immagini simili attestate a Creta e Santorini, somiglianze rese ancor piú stringenti dalla fascia arricciata sulla fronte e dalla lunga coda ondulata che ricade dalla sommità del capo sul collo. Anche l’abito è di chiara ispirazione micenea, mentre il seno è nudo, ornato da una collana con pendenti. La donna siede su uno sgabello, con le gambe viste di profilo, mentre il busto è reso frontalmente. Sulla destra, una parte dello sgabello si confonde con un elemento conico picchiettato, sul quale la capra poggia la zampa; e troviamo un particolare analogo anche a sinistra. L’interpretazione di questi elementi è a tutt’oggi incerta, anche se l’ipotesi piú probabile è che si tratti della rappresentazione stilizzata di un masso

roccioso, simile a quello su cui poggia la figura femminile. Il coperchio fu ricavato da una placca d’avorio ottenuta dal taglio verticale di una zanna. Gli artisti di Ugarit avevano acquisito una notevole maestria nella lavorazione dell’avorio d’elefante o ippopotamo, impiegato per fabbricare oggetti di pregio: contenitori per cosmetici, pettini, strumenti musicali o elementi decorativi per la mobilia. (red.)

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ugarit • i luoghi della leggenda

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Nella pagina accanto: tavoletta di terracotta incisa con caratteri cuneiformi, da Ugarit, contenente il testo di una lettera di un certo Dagan-Bali, mercante di Emar (odierna Tell Meskene) a un funzionario della corte di Ugarit. Inizio del XII sec. a.C. Aleppo, Museo Nazionale.

Un «tesoro» d’argilla Le prime tavolette cuneiformi incise in lingua ugaritica furono rinvenute da Claude Schaeffer e da Georges Chenet nel corso della prima campagna di scavo, nel 1929, e affidate all’archeologo francese Charles Virolleaud, che presentò i primi risultati dei suoi studi sei mesi piú tardi. Virolleaud concluse che, a differenza delle scritture cuneiformi fino ad allora conosciute, quella ugaritica era costituita da pochissimi segni, una trentina, che ricorrevano sistematicamente: si trattava di una scrittura di tipo alfabetico, in cui a ogni segno corrispondeva una singola consonante. Le parole erano brevi e distinte da un piccolo «cuneo di separazione». La decifrazione completa dell’idioma avvenne nel 1930-1931, grazie al lavoro dello studioso tedesco Hans Bauer, che ipotizzò la sua appartenenza al ramo delle lingue semitiche nord-occidentali, e dell’orientalista Edouard Dhorme. In basso: il cosiddetto «abbecedario» di Ugarit, tavoletta frammentaria contenente l’alfabeto ugaritico, con i trenta segni disposti su tre linee (gli ultimi due sono andati perduti). XIV sec. a.C. Damasco, Museo Nazionale.

Restituzione grafica dei segni alfabetici dell’«abbecedario» di Ugarit, con la loro traslitterazione.

L’alfabeto di Ugarit – un ingegnoso adattamento fonetico dei sistemi cuneiformi – apparve secondo alcuni nel XV secolo a.C., mentre secondo altri nel corso del XIII secolo a.C.; ancora oggi è il piú antico sistema di scrittura «moderno» mai rinvenuto.

nuova luce sulla bibbia Le lingue dell’archivio risultarono poi essere numerose (sumerico, akkadico, ittita, hurrita, ma anche egiziano e cipriota-minoico), e i segni erano almeno 30 e non 27: ma l’archivio reale identificava immediatamente la remota collina con l’antica Ugarit, fiorita al tempo storico dell’ingresso degli Israeliti a Canaan. Il «tesoro» cuneiforme di terracotta partí alla volta di Latakia, poi di Beirut, per approdare infine a Parigi. I testi di Ugarit – quelli diplomatici, ma anche quelli

amministrativi e religiosi – ebbero un impatto di portata impressionante sull’intero campo degli studi biblici, sul piano della filologia (lo studio della natura linguistica e grafica dei testi) come su quello, ben piú vasto, della storia delle religioni. I testi, infatti, chiarirono la lettura di alcuni problematici passi della Bibbia, che, di copia in copia, erano diventati incomprensibili, e permisero la decifrazione di antiche parole ebraiche; rivelarono che alcune composizioni derivavano da fonti prossime a quelle di alcune tavolette di Ugarit; la letteratura e la teologia dell’antica città, in ultima analisi, permettono di gettare luce su importanti concetti racchiusi in diversi passi dell’Antico Testamento. Nel 1956 a Ugarit gli archeologi si erano appena imbattuti in un secondo archivio di tavolette cuneiformi, quando la crisi di Suez lasciò ai Francesi 24 ore per

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ugarit • i luoghi della leggenda

lasciare il Paese in fretta e furia. Gli scavatori riempirono velocemente la trincea e partirono. Allora gli stessi operai che avevano ricoperto lo scavo, nella convinzione che i Francesi non sarebbero mai piú tornati, sfondarono gli strati, recuperarono le tavolette e le vendettero immediatamente sul mercato nero. A questo punto entra in scena il pentimento tardivo del capo degli operai, il quale, sul letto di morte, confidò a Schaeffer il nome dell’acquirente. Come un cauto detective, Schaeffer riuscí a ricostruire la sequenza di vendite e acquisizioni dei reperti, sino a rintracciarne l’ultima sede, il caveau di una banca svizzera. Oggi il secondo archivio di Ugarit è stato acquistato dall’Institute for Antiquity and Christianity di Claremont, California, dove è stato messo a disposizione degli studiosi. Al tempo del suo massimo splendore (XVI-XIII secolo a.C.) il piccolo regno di Ugarit controllava un insieme di risorse strategiche: il legname per le navi, ai piedi delle montagne occidentali; una striscia di pianura fertile, destinata alle colture dei cereali, della vite e dell’olivo; l’accesso alle aree di pesca del murex, che consentivano l’estrazione della preziosa porpora; e, soprattutto, una collocazione commerciale davvero invidiabile. I mercanti di Ugarit avevano corposi inte48 a r c h e o

ressi nel traffico del rame di Cipro, del vino, dell’olio e dei tessuti di lusso fabbricati in Siria. In una delle residenze aristocratiche di Ras Ibn Hani – un ricco e ben difeso sobborgo a qualche chilometro dalla città – un laboratorio metallurgico produceva i grandi, pesanti «lingotti a pelle di bue», che molti considerano alla stregua di una «valuta internazionale» della tarda età del Bronzo nel Mediterraneo orientale. La fortunosa scoperta di vascelli del XIV-XIII secolo a.C., affondati con il loro carico a Uluburun e a Capo Gelidonia, al largo della costa turca, ha fotografato un momento delle avventure commerciali del tempo: la nave di Uluburun (fine del XIV secolo a.C.) trasportava 354 lingotti «a pelle di bue» piú 121 altri oggetti, con la stessa funzione, in rame, lingotti di stagno e vetro, zanne d’elefante e di ippopotamo, ceramica cipriota, giare colme di perle di vetro, olive e resina di terebinto, carapaci di tartaruga e uova di struzzo, tronchi d’ebano, armi in bronzo, gioielleria d’oro e argento, altri ornamenti in pietra semipreziosa; vi era anche uno scarabeo d’oro della regina Nefertiti (1336-1338 a.C.). La ricchezza generata dai commerci affluiva in larga misura al Palazzo Reale. La costruzione, arroccata nei quartieri urbani, era a due piani; zone ufficiali, stanze


perchÉ è importante

I l Palazzo Reale di Ugarit fu un esempio mirabile per l’architettura del mondo antico, con la sua estensione di oltre 6000 metri quadrati e l’intricata disposizione degli ambienti interni. Ben cinque archivi contenenti tavolette con iscrizioni furono scoperti dentro il palazzo e nelle vicinanze.

L e tavolette rinvenute a Ugarit custodiscono l’alfabeto più antico del mondo. Scoperte alla fine degli anni ’20, contenevano una scrittura cuneiforme, diversa da tutte le altre fino ad allora note ed in seguito denominata «ugaritica».

I testi decifrati dalle tavolette rappresentano un fonte importante per comprendere la terminologia della Bibbia ebraica e conoscere la cultura cananea in cui essa si sviluppa. Grazie al confronto con questi reperti, i filologi hanno potuto chiarire il significato di alcune parole che occorrono isolatamente nel testo biblico.

il sito nel mito

 garit possedeva un ricco repertorio mitologico. Un posto di primo piano è occupato U dal mito delle origini dell’universo: in esso si narra come si fossero costituiti l’assetto del mondo e la gerarchia degli dèi, attraverso una lotta in cui l’eroe divino Baal-Haddu, fiancheggiato da alcune divinità alleate, sconfigge e subordina altre entità ostili, come il dio della morte Mot.

I l palazzo reale che Baal si costruisce dopo aver conquistato la supremazia, è dotato di una finestra che lo mette in connessione con il mondo degli uomini. In questo modo, il dio potrà udire le preghiere che gli vengono innalzate e rispondere alle richieste con la sua voce di tuono, benigna perché annunciatrice della pioggia e quindi della fertilità.

ugarit nei musei del mondo

Pannello in avorio scolpito a rilievo, raffigurante un principe in preghiera, un uomo con un leoncino e scene di guerra, da Ugarit. XIII sec. a.C. Damasco, Museo Nazionale.

 umerosissimi reperti provenienti da Ugarit sono conservati al Museo Nazionale di N Damasco, tra cui molte delle tavolette con alfabeto cuneiforme, incluso il cosiddetto «abbecedario» in 30 caratteri, quella recante un’iscrizione e uno splendido sigillo regale figurato, nonché vasi e statue.

 l Louvre si possono ammirare il rilievo in avorio con una dea a seni scoperti, che A evidenzia la vicinanza dell’arte micenea ed egeo-anatolica, e la stele in calcare del dio Baal con il fulmine (XVIII sec. a.C. circa).

 d Aleppo, presso il Museo Nazionale, sono esposti statuaria in metallo prezioso e A magnifica oreficeria come la statuetta con incrostazioni in oro rappresentante un falco (metà del II millennio a.C.), o la splendida coppa in oro sbalzato proveniente dal tempio di Baal (XVI-XIII secolo a.C.).

 ll’Institute for Antiquity and Christianity della Claremont School of Theology A (California, USA) sono conservate alcune delle tavolette provenienti dagli archivi del Palazzo Reale, recuperate dopo un’iniziale dispersione sul mercato nero.

informazioni per la visita

 garit si trova nella Siria settentrionale, circa 11 km a nord della cittadina di Latakia, U su una collina (tell) adiacente l’attuale insediamento di Burj al-Qasab. A causa delle vicende belliche in corso, non è al momento consigliabile intraprendere alcun viaggio nell’area. L’Ambasciata Italiana a Damasco ha sospeso le proprie attività dal marzo scorso e il Ministero degli Affari Esteri Italiano ha recentemente diramato un comunicato ufficiale in merito. Info: www.viaggiaresicuri.it/?siria a r c h e o 49


ugarit • i luoghi della leggenda

private e giardini si alternavano, con porte colonnate, a vasti cortili interni. Alcune stanze del lato nord erano state costruite sopra cripte che contenevano vaste camere funerarie destinate alla famiglia reale. Le circostanze della distruzione finale avevano disperso nelle rovine migliaia di tavolette e di oggetti preziosi. Statuette di divinità in bronzo rivestite d’oro, preziosi intarsi d’avorio di ippopotamo ed elefante affissi su mobili lignei, eleganti vasi di alabastro, vasi di lamina d’oro sbalzati, insieme a grandi quantità di ceramiche di lusso importate da Cipro e dal mondo miceneo sono affiorati non solo nelle stanze regali, ma anche nelle costruzioni piú ricche o sacre della città bassa. Molti di questi oggetti di lusso erano stati creati in stili esotici, spesso fortemente influenzati da mode egiziane: ma forse il predominio egiziano sulla Siria settentrionale era piú un dispotismo estetico, che politico-militare. Oltre il palazzo reale, si ergeva l’acropoli, con i templi di Baal e di Dagan, mentre altre divinità erano adorate in edifici simili a poderose torri, forse usate anche per fare segnali alle navi (come suggerito dalle ancore donate come offerte votive). Altri santuari, forse dedicati a divinità protettrici dei quartieri urbani, erano dispersi nella città bassa. Gli scavi francesi hanno portato in luce un vero labirinto di abitazioni private, ricche e povere, e di laboratori artigianali. Molte dimore erano organizzate intorno a un cortile centrale, su due piani, con le stanze da letto al piano superiore, e le stanze per cucinare, per i magazzini e gli animali a terra. Le case ricche avevano impianti igienici ben costruiti, con tubature di terracotta.

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quel che resta di ugarit Dell’antica grandezza di Ugarit oggi non rimane molto. Presso l’ingresso del sito, sono visibili le rovine del Palazzo Reale: costruito tra la fine del XV secolo a.C. e l’inizio del successivo, fu distrutto all’inizio del XII secolo a.C. Era situato nella zona occidentale del tell, circondato da abitazioni private, e composto da vani articolati intorno a cortili a cielo aperto. Poco piú a nord, si conservano i resti del cosiddetto «Palazzo Nord», a pianta quadrata, risalente probabilmente al XVI secolo a.C., e, a sud, si trovano le fondamenta di un altro edificio del XIII secolo a.C., forse un importante centro amministrativo. Sul punto piú alto dell’acropoli sono visibili, a est, le massicce mura di fondazione del tempio dedicato a Dagan, e, a poca distanza, a nord-ovest, i resti del santuario di Baal, in cui sono stati rinvenuti numerosi ex voto di pietra a forma di ancora, offerti al dio da marinai e naviganti.

Disegno ricostruttivo del Palazzo Reale di Ugarit e delle fortificazioni cittadine nel XIII sec. a.C.


9. Tempio di Baal 10. Abitazione del Gran Sacerdote 11. Tempio di Dagan 12. Abitazione dello stregone

1. Palazzo Reale 2. Bastione e postierla 3. Palazzo Sud 4. Casa degli alabastri 5. Quartiere residenziale e Casa di Rapanu 6. Palazzo Nord 7. Edificio del tetrapilo 8. Scavi 1975-76

città bassa

9 10

8

11

acropoli

7 6

città persiana

2

5 1

12

4 acropoli sud

3

città sud

N

Qui accanto: la postierla, alta 5 m, aperta sul lato occidentale delle mura megalitiche di Ugarit, in prossimità dell’ingresso del Palazzo Reale. Nella pagina accanto: uno dei cortili intorno ai quali si articolavano i vani del Palazzo Reale.

A destra: stele in calcare detta «del giuramento», raffigurante un accordo siglato tra due sovrani, rinvenuta sull’acropoli di Ugarit, nei pressi del tempio di Baal. XIV sec. a.C. Aleppo, Museo Nazionale.

nel prossimo numero

delfi l’ombelico del mondo a r c h e o 51


mostra • bronzo

quella del bronzo è una storia plurimillenaria e universale. Che viene ora raccontata dalla rassegna allestita alla royal academy di londra, dove sono approdati i piú grandi capolavori di ogni tempo

rame stagno

di David Ekserdjian

e fantasia


In questa pagina: testa coronata in ottone. Artista di Ife (Nigeria), fine del XIV-inizi del XV sec. Lagos, The National Commission for Museums and Monuments. Interpretata come il ritratto di un sovrano, la figura ha il volto coperto da striature, che probabilmente alludono all’uso della scarificazione, pratica consistente nell’effettuare incisioni nella pelle, inserendo poi bastoncini o sassolini che ritardino la cicatrizzazione, cosí da produrre una sorta di tatuaggio a rilievo. Nella pagina accanto, in alto: la statua in bronzo rinvenuta nelle acque del Canale di Sicilia e oggi nota come Satiro danzante. IV sec. a.C. Mazara del Vallo, Museo del Satiro danzante. Nella pagina accanto, in basso: modellino di carro in bronzo e oro noto come il Carro del Sole, da Trundholm (Danimarca). Età del Bronzo antico, XIV sec. a.C. Copenaghen, Museo Nazionale di Danimarca.

P

rendete il bronzo. E poi provate a elencare i piú grandi capolavori che con la lega di rame e stagno sono stati realizzati da artisti e artigiani di ogni tempo. Possiamo divertirci a immaginare che debba essere stato piú o meno questo il principio che ha ispirato l’ultimo progetto espositivo realizzato dalla Royal Academy di Londra. La mostra «Bronzo», infatti, propone una fantastica carrellata, che dal Carro del Sole di Trundholm, il modellino in bronzo e oro trovato nell’omonimo sito danese e datato all’età del Bronzo (XIV secolo a.C.), arriva fino a sculture firmate da alcuni dei piú grandi maestri dell’arte moderna e contemporanea, tra cui Brancusi, Pablo Picasso e Jasper Johns. Ma lasciamo allora la parola a David Ekserdjian, uno dei curatori dell’esposizione, riportando un ampio stralcio dell’introduzione al catalogo realizzato per l’occasione, che può aiutarci a comprendere la filosofia che ha ispirato la realizzazione della rassegna. a r c h e o 53


mostra • bronzo In basso: il gruppo della Predica del Battista, realizzato da Giovanni Francesco Rustici (1475-1554) tra il 1506 e il 1511. Firenze, Museo dell’Opera del Duomo. Le sculture, eseguite su commissione della corporazione dei mercanti, sono la creazione piú famosa di Rustici, pittore e scultore fiorentino che, formatosi nella bottega di Verrocchio e nella cerchia di Andrea del Sarto, fu sensibilmente influenzato dall’opera di Leonardo.

Testa da una statua in bronzo del sovrano trace Seute III, dinasta degli Odrisi, dal tumulo di Golyama Kosmatka presso Shipka (Bulgaria). 300-290 a.C. Sofia, Museo Archeologico. Al re si deve, tra l’altro, la fondazione della città di Seutopoli, che divenne la capitale del regno di Tracia e sorse pochi chilometri a sud del sepolcro.

Le prime sculture in bronzo fecero la loro comparsa intorno ai cinquemila anni fa La scultura, soprattutto quella in metallo, è l’espressione artistica piú universale e al tempo stesso piú durevole. Analogamente, non ci sono dubbi sul fatto che – nell’ambito della piú ampia categoria della scultura in metallo – le opere in bronzo, innanzitutto quelle raffiguranti uomini e animali, si sono imposte come il mezzo di comunicazione piú rappresentativo e al tempo stesso piú dotato di capacità di ispirazione. Fin dalla loro prima apparizione, circa cinquemila anni fa, i bronzi sono stati realizzati in pratica ovunque, con l’eccezione – prima del contatto con la civiltà occidentale – delle Americhe, dell’Australia e delle isole del Pacifico, le quali hanno tradizioni plastiche di notevole livello in altri mezzi di comunicazione. Scopo principale della nostra selezione è dunque quello di celebra54 a r c h e o

re la straordinaria varietà storica, geografica e stilistica del bronzo a partire dal 3000 a.C. circa nel Vicino Oriente fino all’età contemporanea. Allo stesso tempo una simile rassegna è destinata a suggerire suggestivi paralleli e corrispondenze nel tempo e nello spazio, cosí come una piú generale ricchezza e diversità. Il riferimento alla scultura in metallo di cui si accennava all’inizio può sembrare inutilmente vago, ma, in realtà, intende esprimere un elemento di reale incertezza. Il punto fondamentale è che mentre alcuni artefatti in metallo – in primo luogo quelli in oro e argento – includono soltanto singoli elementi che ricorrono in natura, altri sono assemblaggi fatti dall’uomo di un certo numero di elementi metallici, che possono farsi concreti solo come esito di un procedimento chimico.


Nell’ambito della scultura la maggior parte di queste combinazioni sono leghe di rame, circostanza che, semplicemente, prova che l’elemento predominante tra le opere in esame è appunto il rame. Inoltre, «lega di rame» è la denominazione oggi preferita dalle metodologie di analisi di taglio scientifico sperimentate sulla composizione di pezzi particolari. Tradizionalmente, «bronzo» è il termine adottato per indicare quelle leghe di rame nelle

quali il componente addizionale principale è lo stagno, mentre quando è lo zinco, la lega viene definita «ottone» (le leghe piú antiche comprendevano l’arsenico).

il colore e le patine Tuttavia, la proporzione esatta dei vari elementi all’interno di questi composti è lontana dall’essere uniforme, e, di fatto, non si può essere certi della composizione delle leghe di rame semplicemente attraverso la

loro osservazione, anche perché – e si tratta di un caso frequente – il loro colore naturale è ricoperto da diversi tipi di lacche o patine. Nel Rinascimento italiano quel che noi chiamiamo «bronzo» veniva semplicemente definito «metallo», mentre nel XVIII secolo invalse l’uso di chiamarlo «ottone». Poiché le analisi interessano un numero sempre crescente di pezzi, si stanno ricavando informazioni sempre piú circostanziate sulle formule e sulle metodologie impiegate in determinati momenti e in determinati luoghi, o perfino da singoli laboratori e fonderie, e, sicuramente, nuove sorprese attendono ancora gli studiosi del settore. In ogni caso, si è soliti credere che, fino a tutto il Rinascimento, nell’Europa del Nord, per le sculture, veniva impiegato quasi esclusivamente l’ottone (o «latten» come lo si indica nei documenti in lingua inglese dell’epoca), mentre il bronzo veniva lavorato soltanto dagli Italiani. Ora, invece, emergono dati dai quali si apprende che, per esempio, molti bronzi rinascimentali di produzione veneziana sono in realtà fatti d’ottone. In considerazione di un quadro cosí confuso e data l’ineleganza del termine «lega di rame», nell’ambito del nostro progetto – già fin dal suo titolo – il termine «bronzo» sta a indicare ogni tipo di lega di rame, a meno che non vi siano esigenze specifiche per indicarne in dettaglio la composizione.

un’impresa difficile In altra parte del catalogo della mostra sono esaminate in dettaglio le diverse tecniche adottate nel corso dei millenni per realizzare le sculture in bronzo, ma occorre fin d’ora sottolineare che la manifattura dei bronzi – soprattutto nel caso di quelli di grandi dimensioni – fu un’impresa spesso difficile e dispendiosa. La maggior parte di queste opere si otteneva con la tecnica della cera persa: lo scultore doveva realizzare un modello a grandezza naturale dell’opera in questione, solitaa r c h e o 55


mostra • bronzo Statua di corridore rinvenuta nella Villa dei Papiri di Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. Con ogni probabilità, è la replica di un originale greco (databile tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C.), che celebrava un vincitore di uno dei giochi panellenici.

mente plasmato in argilla, anche se non mancano casi in cui si ricorreva all’uso del legno. Nel tempo questa tecnica fu perfezionata e gli scultori riuscirono a evitare la distruzione del modello in argilla durante la colata – grazie alla tecnica della «cera persa indiretta» – rendendo possibile la realizzazione di multipli dello stesso modello di base, o anche la combinazione di elementi diversi, in una sorta di «copia e incolla». Oggi è ampiamente condivisa la convinzione che queste tecniche fossero già in uso presso gli scultori dell’età antica e che furono riportate in auge durante il Medioevo e poi nel Rinascimento, mentre è 56 a r c h e o

ancora assai vivace il dibattito sulla loro eventuale sopravvivenza nei secoli che seguirono la caduta dell’impero romano.

chi sbaglia, paga L’enorme quantità di metallo necessaria per una statua a grandezza naturale rese elevatissimi i costi delle materie prime e – almeno finché le tecniche non divennero quasi infallibili – la realizzazione dei grandi bronzi si trasformò in un’impresa assai impegnativa. È questa la ragione per cui, per esempio, nella seconda metà del XV secolo, i committenti della statua di San Giovanni Battista che Lorenzo Ghiberti

stava realizzando per la chiesa fiorentina di Orsanmichele addossarono all’artista la responsabilità finanziaria di ogni inconveniente che avesse potuto comprometterne la realizzazione. Al di là dei costi sostenuti per la loro produzione, i grandi bronzi presentano oggi problemi di conservazione che ne impediscono la movimentazione. Una limitazione che ha naturalmente pesato anche nella scelta delle opere riunite alla Royal Academy, ma che, tuttavia, non ha compromesso il raggiungimento dell’obiettivo definito dai curatori del progetto, cioè quello di mettere insieme un corpus di oggetti eccezionali, riferibili a tempi e luoghi anche molto lontani tra loro, cosí da offrire una panoramica completa della straordinaria ricchezza di testimonianze create con la lega di rame.Tutte le opere hanno una propria storia e, nell’insieme, compongono una selezione in cui compaiono capolavori giustamente celebrati e creazioni meno note o di recente acquisizione, che si sono comunque guadagnate un posto sotto i riflettori grazie alle loro qualità estetiche. In questo contesto si sarebbe tentati di sostenere che non vi siano piú grandi bronzi di cui si ignori l’artefice, ma non è cosí. Ne sono un esempio i Bronzi di Riace, il ritrovamento senza dubbio piú spettacolare mai avvenuto nella storia di questa categoria di manufatti, sulla cui attribuzione il dibattito è ben lontano dall’avere trovato un esito condiviso e accettato dal mondo scientifico. All’indomani del recupero dei due celebri guerrieri, si è registrato un numero sorprendente di scoperte analoghe, che hanno riportato alla luce antiche sculture


greche, la maggior parte delle quali giaceva nelle acque del mare, e non è irragionevole ipotizzare che nuovi ritrovamenti possano verificarsi nei prossimi anni.

grandi scoperte I casi piú spettacolari sono quelli dell’Apoxyomenos recuperato nelle acque della Croazia, del Satiro danzante di Mazara del Vallo e della Dama di Kalymnos: opere che testimoniano della passione, e dell’avidità, dei Romani nei confronti della statuaria greca, per certi versi paragonabile a quanto hanno fatto molti grandi collezionisti statunitensi nel tardo XIX secolo con le opere degli artisti europei. A queste straordinarie scoperte sottomarine si possono aggiungere quella della magnifica testa ellenistica trovata nel corso degli scavi di una tomba in Bulgaria e identificata con un ritratto del re Seute III, del tesoro di Nahal Mishmar (nel deserto di Giudea, Israele), del disco solare di Nebra (Germania) e dell’elmo Crosby Garrett (Cumbria, Inghilterra). Volgendo lo sguardo all’Estremo Oriente, molti pezzi di pregio sono stati recuperati in occasione di scavi condotti in Cina. Sebbene i casi piú celebri non abbiano nulla a che fare con il bronzo, come l’esercito di terracotta di Xi’an o alcuni splendidi manufatti in giada, non mancano esempi importanti di scultura in metallo. La scoperta di maggior rilievo è quella compiuta a Sanxingdui, nella provincia dello Sichuan, dove furono recuperati reperti in parte già esposti a Londra, nel 1996, in occasione della mostra «Misteri dell’antica Cina» allestita al British Museum. Una volta definiti i confini eccezionalmente vasti del nostro progetto, ci siamo trovati di fronte alla necesL’Acrobata, bronzo dello scultore manierista francese Barthélemy Prieur. 1600 circa. Berlino, Bode Museum, Skulpturensammlung.

sità di stabilire i criteri con i quali allestire la mostra. Dopo aver scartato la suddivisione in sezioni basate sull’appartenenza geografica e sulla cronologia delle opere, che avrebbe inesorabilmente indotto i visitatori a concentrare la propria attenzione sulle realtà culturali piú note, si è optato per la definizione di una serie di grandi temi – Figure, Divinità, Teste, Animali, Gruppi, Oggetti e Rilievi – che permettono di riunire opere della stessa «specie» riferibili a tempi e luoghi diversi.

toccare per credere Questa scelta avrebbe determinato la giustapposizione di opere di dimensioni molto diverse tra loro, con il rischio di porre in secondo piano quelle di formato piú piccolo. Sarebbe stato un risultato disatroso, poiché sappiamo come nella storia della scultura in bronzo il successo e la fama abbiano premiato tanto le grandi statue, quanto le creazioni in scala ridotta. In età antica, per esempio, dal Vicino Oriente a Roma, le figurine in bronzo godettero sempre di grande popolarità. E anche in epoca rinascimentale si riscoprí il gusto per opere che potevano essere facilmente maneggiate: solo girando attorno alle sculture o sfiorandone le superfici era possibile comprenderne il valore. Inevitabilmente, un museo non può restituire la «magia» di un simile approccio – dal momento che molte sculture sono esposte all’interno di vetrine –, ma, ove possibile, abbiamo fatto ogni sforzo per raggiungere quel risultato. dove e quando «Bronzo» Londra, Royal Academy of Arts fino al 9 dicembre Orario tutti i giorni, 10,00-18,00 (ve apertura serale fino alle 22,00) Info www.royalacademy.org.uk

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storia • spagna romana

Tarragona, Spagna. L’acquedotto romano a due ordini di archi sovrapposti, noto come «Ponte del Diavolo» o «Las Ferreras», realizzato in epoca augustea. L’antica città iberica, occupata dai Romani nel 218 a.C., durante la seconda guerra punica, prese il nome di Tarraco e divenne, nel 197 a.C., capitale della provincia Hispania Tarraconensis. Nella pagina accanto: carta della Spagna in età imperiale, quando era divisa nelle tre province di Baetica, Lusitania e Tarraconensis. 58 a r c h e o


viva tarraco! di Josep M. Macias e Isabel Rodà

Poche città del Mediterraneo occidentale conservano le tracce della presenza romana come la capitale dell’hispania citerior, per secoli la piú grande provincia dell’impero

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oma occupò il territorio di Tarraco (l’odierna Tarragona) nel 218 a.C., con lo scopo di tagliare la retroguardia cartaginese di Annibale, il cui esercito puntava minaccioso verso Roma. Gli Scipioni sbarcarono a Emporion, colonia massaliota alleata di Roma, e da lí, dirigendosi verso sud, si fermarono sulla collina di Tarragona, alta 82 m, e dunque luogo ideale per attuare le proprie strategie miPortus Port Iuliobrigensium u obr oob brigensi gens Retortillo R to Reto t rtt o

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Oceano Atlantico

Frammento di clipeo marmoreo con protome di Giove Ammone, dalla decorazione architettonica dell’attico del triportico della terrazza superiore del Foro Provinciale di Tarraco (vedi alle pp. 62-63), ispirata allo schema iconografico del Foro di Augusto a Roma.

litari. Non a caso, già dal VI secolo a.C., nei pressi del sito si era sviluppato un insediamento degli Iberi, Kesse, capitale della Kessetania iberica. La località soddisfaceva tutte le esigenze strategiche del momento: per la posizione elevata e affacciata su una baia naturale, per la vicinanza alle risorse idriche e per la comunicazione eccellente con le rotte terrestri. Cosí cominciarono per Tarragona nove secoli di storia che hanno lasciato il segno nell’attuale impianto urbano. La città conserva le prime mura romane costruite fuori d’Italia, nonché, nell’anfiteatro, uno dei supporti epigrafici piú lunghi del mondo romano recante il nome dell’ima r c h e o 59


storia • spagna romana

peratore Eliogabalo. Nell’attuale centro storico sono ben conservati un circo, insolitamente costruito intra muros, e la piazza del Concilium Provinciae (Foro Provinciale), la seconda piú grande di tutto l’impero. Vi sono, inoltre, numerosi complessi termali, mentre la necropoli paleocristiana è il migliore esempio, per l’Occidente, di un culto martiriale tardo-imperiale. Per quanto riguarda l’epigrafia, sono state recuperate circa 1500 iscrizioni tra la città e il suo territorio. Queste realtà urbane derivarono dal primo nucleo militarizzato ricordato da Plinio il Vecchio, confermato dalle stesse mura costruite in due fasi (circa 200 e 150-100 a.C). Vi sono inoltre tre torri, un cancello e diverse posterulae. Poco sappiamo della città repubblicana, con l’eccezione degli apprestamenti di difesa e di un piano urbanistico elaborato alla fine del II secolo a.C., in coincidenza con l’allargamento delle mura. Di questa fase sono noti il disegno della cloaca principale della città, la costruzione del forum coloniae e la definizione di una rete urbana composta da insulae che occupavano una superficie pari a 1 per 2 actus. Sono inoltre documentati un cuniculus e una grande fontana pubblica di tradizione ellenistica.

Lampadario in bronzo con raffigurazione di un Bacco infantile, dalla villa romana di La Llosa (Cambrils). In epoca imperiale, nella campagna tarragonese, sorsero molte ville aristocratiche, lussuosamente ornate e dotate di una pars rustica per lo sfruttamento delle risorse agricole.

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dalla parte di cesare Nel I secolo a.C. Tarraco eresse un monumento in onore di Pompeo, sicuramente dopo la sua vittoria su Sertorio nel 71 a.C., con relativa iscrizione dedicatoria. Tuttavia, dopo la guerra civile, la città si schierò con Cesare, e quindi la parte posteriore dell’iscrizione fu utilizzata per onorare Muzio Scevola, forse il deductor della colonia, rango concesso alla città con tutta probabilità da Cesare nel 49 a.C., il quale le conferí il nome di colonia Iulia Urbs Triumphalis Tarraco. Durante la fase conclusiva della conquista dell’Hispania, Augusto rimase a Tarraco negli anni 26-25 a.C. e la presenza dell’imperatore fece

della città una sorta di capitale dell’impero. Nel 25 a.C. Roma diede per concluse, erroneamente, le guerre cantabriche al Nord, e, nel frattempo, venne fondata, con i militari veterani, Augusta Emerita (Mérida), che divenne la capitale dell’Hispania Lusitania. Ma le ostilità al Settentrione non erano ancora finite e, nel 19 a.C., Augusto mandò il suo miglior generale, Agrippa, il quale pose definitivamente termine al conflitto e in seguito avviò un ambizioso progetto di ristrutturazione nel Nord della penisola. Si formarono cosí le tre province ispaniche: l’Hispania Lusitania con capitale ad Augusta Emerita, la Baetica con capitale a Corduba (Córdoba) e la Citerior, la piú vicina a Roma, con capitale a Tarraco. Dalla Tarragona romana furono governati il Nord del Portogallo, la Galizia, gran parte della Meseta fino a una parte dell’attuale Andalusia orientale. Secondo le parole di Pomponio Mela (De chorogr. II, 5), la capitale era una città opulentissiTarragona. Una veduta dell’anfiteatro romano, costruito fuori dal nucleo urbano, nel primo quarto del II sec. d.C. e restaurato sotto Eliogabalo (203-222) nel 221. Sulla sinistra sono i resti della chiesa visigotica eretta in memoria del martire Fruttuoso.


ma sebbene non fosse popolosa, ospitando circa 20 000 abitanti. Arrivò a estendersi su un’area di 80-90 ettari, suddivisi tra una zona intra muros (55-60 ha), una vasta area suburbana (10-15 ha) e una zona portuale (10-15 ha) di imprecisa ubicazione, dal momento che si ignora ancora lo svolg imento dell’estremità meridionale delle mura. Il portus Tarraconis spicca come realtà urbana ed economica, testimoniata dai reperti archeologici e dalle scarse fonti sulle ricchezze della regione. Marziale ricorda i vini di Tarraco come migliori di quelli della Campania e apprezzati tanto quanto quelli dell’Etruria, e Plinio elogia i tessuti di lino sbiancati dalle acque del vicino fiume.

la spinta urbanistica Il territorio (ager) di Tarraco era molto esteso e raggiungeva a nord il fiume Llobregat, punto in cui iniziava quello di Barcino (Barcellona). Mentre a sud e sud-est l’ager Tarraconensis confinava con le montagne che chiudevano la pianura naturale dell’antica Kessetania, separando i territori delle città vicine:

L’arco di Berà, sulla via Augusta, circa 20 km a nord di Tarragona, eretto, in età augustea, per ordine testamentario di L. Licinio Sura, come si deduce dall’iscrizione conservata sul monumento.

Tortosa (Dertosa), Lleida (Ilerda), Guissona (Iesso) e Els Prats de Rei (Sigarra). I dati attuali suggeriscono che il territorio sia stato gradualmente trasformato dalla fine del II secolo a.C. e poi, già in epoca augustea, si assiste alla nascita di molte villae di tradizione italica. Iniziò cosí lo sfruttamento organizzato delle risorse agricole, fondamentale per la prosperità economica di Tarraco. Questo impulso si mantenne fino alla crisi economica del III secolo d.C., quando si registra una diminuzione del numero

di ville e, già in epoca visigotica, l’insorgere di concentrazioni indefinite di popolazioni che prefigurano il modello territoriale medievale. A 20 km circa da Tarraco è conservato l’arco di Berà, fatto erigere per disposizione testamentaria di un tale L. Licinio Sura, da non confondere con l’omonimo collaboratore e uomo di fiducia di Traiano. Fino a poco tempo fa, a causa di questa omonimia, la datazione del monumento sulla via Augusta era appunto r ifer ita all’epoca dell’imperatore, ma gli studi di Xavier Dupré hanno dimostrato che si tratta di un arco eretto in età augustea per un diretto antenato, nonno o bisnonno, del

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storia • spagna romana I resti della basilica nel Foro della colonia, nella parte bassa della città.

celebre Sura d’età traianea, scomparso poco dopo il 107 d.C. La ricchezza e abbondanza di villae nell’ager Tarraconensis è un riflesso diretto del progresso di Tarraco, il cui essere capoluogo di provincia, oltre ai soggiorni di Augusto in città, favorí un boom urbanistico ed economico che modellò la conformazione della ricca urbs dei secoli I-II d.C. In questo sviluppo si inquadra l’evergetismo delle élite locali che, grazie ai diritti ottenuti con le riforme giuridiche di Augusto e Vespasiano, parteciparono ai costi dei servizi urbani e dei processi di monumentalizzazione associati all’estensione del culto imperiale. Ciò portò alla definizione di due tendenze edilizie, legate la prima alla dotazione di risorse proprie di un capoluogo di provincia, e la seconda allo sviluppo di un programma urbanistico a immagine di Roma, come segno di adesione al nuovo ordine stabilito dal princeps e come mezzo di promozione dei magistrati locali e provinciali. Cosí a partire dall’età augustea, si possono rilevare la risistemazione della rete stradale periurbana, con nuovi accessi alla città, e l’avvio dello sviluppo urbanistico dei suburbi e della zona portuale. È forse possibile collocare in questo momento la costruzione di uno degli acquedotti della città e anche il completamento dell’urbanizzazio62 a r c h e o

della conquista ispanica e, da Augusto in poi, vi si documenta un processo di monumentalizzazione da collegare, con le fonti storiche, al ruolo pionier istico di Tarraco nell’accettazione del culto imperiale. Nel decreto di fondazione di Mitilene (27 a.C.), noto per una iscrizione frammentaria, è menzionata anche la città di Tarraco tra quelle che rendevano omaggio all’imperatore. Inoltre, Quintiliano (Institutio Oratoria VI, 77) riporta l’aneddoto dell’apparizione miracolosa di una palma sull’altare dedicato ad Augusto, immagine rapprene dell’area residenziale intra muros, sentata nelle monete della città. progettata durante l’ampliamento Augusto affermò che si meravigliadelle mura repubblicane. La mo- va del fatto, ma che anche questo numentalizzazione della parte bassa della città e del versante marittimo comportò la costruzione del Sull’acropoli della città teatro, delle terme pubbliche lungo Planimetria (a destra) e la strada di collegamento tra la cit- ricostruzione grafica (in basso) tà e il porto e, lungo il vecchio del Concilium Provinciae (Foro foro repubblicano, del forum adie- Provinciale) di Tarraco. ctum, costituito da una piazza e da Il complesso, articolato su una basilica giuridica. La statuaria piú livelli, fu costruito sotto mostra la presenza di un program- l’imperatore Vespasiano, nella ma iconografico incentrato sulla parte alta della città. La terrazza dinastia giulio-claudia ed è attesta- superiore (1), oggi occupata dalla ta la ristrutturazione del vecchio cattedrale medievale, accoglieva tempio capitolino. il santuario dedicato al culto di

Il culto del princeps La parte alta della città è racchiusa in un recinto di circa 19 ettari e, per quanto riguarda l’epoca repubblicana, mostra un vuoto archeologico. Si presume una sua funzione fondamentalmente militare nel contesto

Augusto e della dea Roma, con un programma decorativo ispirato al foro augusteo di Roma. La seconda terrazza (2) era sede della piazza forense. Successivamente, al complesso monumentale fu integrato il circo (3), realizzato, alla fine del I sec. d.C, da Domiziano.


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storia • spagna romana

In alto: i resti del circo di Domiziano, sulla terrazza sottostante la piazza forense. A sinistra: i resti delle terme pubbliche, realizzate nella prima metà del III sec. d.C.

era un segno che l’altare non era stato molto utilizzato, perché in tal caso, il fuoco sacro avrebbe impedito la crescita di questa pianta. L’esatta posizione di questo altare è a oggi ignota, ma è possibile affermare, sulla base di recenti indagini geofisiche confermate da scavi condotti nel 2010 e 2011, che il tempio di Augusto si trova sotto l’attuale cattedrale medievale. Durante il primo anno del regno di Tiberio, una delegazione di Tarraconesi si recò a Roma per chiedere il permesso di costruire un tempio in onore del Divo Augusto. Tiberio diede la sua approvazione e, secondo Tacito, questa iniziativa costituí un «omnes provincias exemplum» (Ann. I, 78). La costruzione, appena pianificata o iniziata, fu commemorata sulle monete coniate da Tarraco, che rappresentano un tempio ottastilo; il suo basamento doveva raggiungere i 27 m di larghezza, come rivelano le indagini archeologiche. Adriano fece poi ripristinare l’«aedem Augusti» (Sparziano, Hadrianus 12, 3) e Settimio Severo sognò di essere il primo che avrebbe provve64 a r c h e o

duto a restaurare il tempio andato in rovina (Spartianus, Septimius Severus, 3, 4-5, in Historia Augusta).

Il modello È roma I risultati degli studi sul tempio di Augusto, insieme all’identificazione di un primo temenos e di frammenti di decorazione architettonica, portano a credere che ci troviamo, come a Cordova, di fronte a una costruzione che s’ispira al tempio di Marte Ultore del Foro di Augusto a Roma. La ricerca attuale tende a ipotizzare una prima fase di monumentalizzazione di età giulio-claudia, che portò a un secondo progetto per la sede del Concilium Provinciae Hispaniae Citerioris, il quale trasformò tutta la zona, rispettando sicuramente il tempio tiberiano primigenio. Cosí, durante la dinastia dei Flavi si sviluppò un grande progetto imperiale di 12 ettari, rimasto invariato fino agli inizi del V secolo, noto come Foro Provinciale. Si eresse allora un santuario superiore la cui forma somiglia a quella del Forum Pacis, ma con un portico

decorato secondo la falsariga iconografica del Foro di Augusto, sottolineando i grandi clipei con la testa di Giove-Ammone. La piazza inferiore di 6 ettari costituiva un recinto in cui erano concentrati i monumenti in onore di personaggi illustri. Sono stati anche recuperati molti piedistalli di statue di sacerdoti del culto imperiale, che dimostrano la vitalità di questa istituzione a Tarraco, considerata come uno dei motori della vita cittadina e potente mezzo di promozione personale e politica. Inoltre, a questa piazza giungeva uno degli specus dell’acquedotto, ed è stata recentemente identificata una vasca monumentale. Chiudeva la parte superiore della città il circo, costruito al tempo di Domiziano, che si estendeva da una parte all’altra delle mura repubblicane. L’edificio ludico, adiacente a un ramo della via Augusta, separava l’area urbana della zona del governo provinciale, e la sua facciata monumentale con 55 archi era la scenografia perfetta per chi arrivava da Barcino. La monumentalizzazione di Tarraco fu completata nel primo quarto del II secolo con la costruzione di un anfiteatro stabile, finanziato da un sacerdote del culto imperiale, il flamen. L’edificio fu abbellito da Eliogabalo nel 221, come riporta la grande iscrizione sul podium.


Dalla fine del II secolo d.C. si possono individuare i primi segni di declino: l’abbandono delle strutture produttive delle ville e, nella città, il disuso del teatro, dei granai urbani e di parte della periferia urbana, la disattivazione del sistema di smaltimento dei rifiuti e, frutto di questo quadro generale, la riduzione di alcune pratiche decorative come i pavimenti musivi, la scultura, le dediche epigrafiche. A tutto questo va aggiunto il grave saccheggio subito durante l’invasione franca della metà del III secolo; piú tardi, la riforma di Diocleziano segnò la frammentazione e la riduzione dei territori dell’antica Hispania Citerior. La costruzione di terme pubbliche simmetriche nella prima metà del III secolo fu prova di un ultimo sforzo urbanistico per costruire un grande impianto urbano per la città e il suo porto. Nella realizzazione dell’edificio furono reimpiegati materiali architettonici recuperati da altre strutture ed è evidente la scarsità delle risorse finanziarie destinate all’impresa. Il III secolo è anche un periodo di

trasformazione ideologica e di tante è la trasformazione, avvenuta espansione del cristianesimo. dagli inizi del V secolo, del recinto sacro e della grande piazza del Concilium Provinciae. All’interno, gli la città cristiana Il primo vescovo ispanico è docu- scavi archeologici hanno potuto mentato a Tarraco grazie alla Passio documentare il saccheggio delle Fructuosi, un testo che racconta la pavimentazioni, la presenza di ridamnatio ad vivicomburium del vesco- fiuti e detriti intra muros e di strutvo Fruttuoso e dei suoi diaconi ture domestiche. Augurio e Eulogio nel 259. Questo Dopo secoli di splendore, la Tarraco evento è fondamentale nello svilup- imperiale lasciò il passo alla Tarracopo del cristianesimo dopo l’Editto na dei Visigoti, una città che rispecdi Tolleranza del 312 d.C., quando chia il processo di adattamento e il culto del martirio implicò la for- ridimensionamento a una nuova mazione della tumulatio ad sanctos realtà economica e geopolitica. Da piú importante del Mediterraneo urbs specchio di Roma, essa divenne occidentale e la costruzione di un una città di periferia, i cui aspetti grande complesso cristiano, di cui principali consistettero nel bagaglio fin’oggi sono note soltanto due ba- culturale derivante dal suo glorioso passato, la presenza del porto e la siliche e molti edifici sepolcrali. A partire dal IV secolo si sviluppò sede vescovile. poi un grande quartiere suburbano Tarracona fu invece protagonista di a carattere portuale, rimasto attivo una grande trasformazione urbanifino all’impatto con il mondo isla- stica nel VI secolo, dovuta all’impianto della città cristiana sugli anmico agli inizi dell’VIII secolo. Il V secolo rappresenta il consoli- tichi spazi del potere imperiale; lo damento definitivo della città cri- smantellamento del tempio di Austiana come sede metropolitana. La gusto era all’epoca già completato. corrispondenza tra Sant’Agostino Questo momento rappresentò l’ule Consenzio dell’anno 419 riflette tima mutazione urbanistica di una l’esistenza di un episcopio, di un città su cui la ricerca archeologica monastero e della cancelleria ec- sta insistendo per colmare le lacune clesiastica. Ma l’evento piú impor- della documentazione storica. Mosaico di Optimus, dalla decorazione di un sepolcro paleocristiano di Tarragona. Tarragona, Museo della Necropoli Paleocristiana.

conoscere per conservare Lo sviluppo di una città moderna alterna continuamente il rispetto per le sue vestigia allo sguardo verso il futuro, trovando nel suo patrimonio monumentale la piú efficace proiezione internazionale. Tarragona ne è un esempio emblematico, soprattutto da quando, nel 1999, si decise di dare vita alla rassegna Tarraco Viva, il festival che, per alcuni giorni fa della città spagnola il massimo riferimento a livello mondiale della divulgazione e della pedagogia relativa alla cultura classica. Il progetto Tarraco Viva nacque per sostenere la candidatura di Tarragona all’inserimento della città nel Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO (ottenuto nel 2000). Tarraco Viva ha definito un nuovo modello di evento culturale, che ha come obiettivo principale la divulgazione della storia, nella consapevolezza della necessità di ampliare la conoscenza del patrimonio storico e archeologico, che è condizione indispensabile per assicurarne la tutela e la trasmissione alle generazioni future. Ogni anno il festival propone un calendario ricchissimo di iniziative, che coinvolgono ogni tipo di pubblico. Per informazioni: www.tarracoviva.com.

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speciale

alla ricerca

vite etrusca della

archeologi, storici, botanici e biologi molecolari indagano le origini della viticoltura in etruria. offrendo preziosi e innovativi suggerimenti per un uso «sostenibile» del nostro paesaggio

a cura di Andrea Ciacci e Andrea Zifferero

P

arlare di paesaggi e territori significa raccontare la storia di chi ha abitato un luogo, uno spazio: uomini, animali, vegetali… Significa ricostruire le dinamiche e le interrelazioni che hanno portato popolazioni a spostarsi o a fermarsi, e specie animali e vegetali a percorrere anche migliaia di chilometri in cerca di cibo, di luoghi piú ospitali, portate dal vento, o dalla curiosità, dalla necessità o dal bisogno. Significa parlare dei prodotti che, insieme agli uomini, ancora oggi continuano a spostarsi, disegnando mappe sempre nuove. Negli ultimi decenni, la lettura dei fenomeni in chiave di «lunga durata», nei centri urbani come nelle campagne, e l’avvio di progetti di ricerca di ampio respiro geografico, hanno consentito all’archeologia del paesaggio e della produzione di affinare la capacità di leggere le vicende e la trasformazione dei paesaggi agricoli o preindustriali. L’indagine dei siti archeologici, quindi, ha sempre piú bisogno di essere integrata con lo studio delle risorse offerte dall’ambiente; necessaria, dunque, per l’archeologia, è la collaborazione con le discipline scientifiche che si occupano in particolare dello studio del suolo e dei vegetali (pedologia, geologia, paleobotanica, archeozoologia). Quando, all’inizio del Novecento, un gruppo di studiosi decise di fondare la rivista Studi Etruschi, gli scienziati della sezione naturalistica cominciarono a interessarsi alla ricostruzione dell’ambiente naturale. Partendo dal confronto dei reperti paleobotanici rinvenuti negli scavi con le specie contemporanee, quegli scien66 a r c h e o

La fioritura di una pianta di vite silvestre, intorno al sito di Ghiaccio Forte, nel territorio di Scansano (Grosseto), sovrapposta a una scena di simposio, durante il quale ai commensali veniva servito vino in abbondanza, particolare della parete di fondo della Tomba dei Leopardi della necropoli etrusca di Monterozzi a Tarquinia. 480-470 a.C. circa.


speciale • alla ricerca della vite etrusca

ziati volevano soprattutto caratterizzare la vegetazione ad alto fusto e definire le specie coltivate per usi alimentari.

segni del passato La ricostruzione dell’ambiente etrusco, per quanto possibile con i metodi del tempo, coinvolgeva soprattutto naturalisti e geografi. Quasi un secolo piú tardi, nel 2004, viene avviato il «Progetto VINUM» per rispondere a due domande: è possibile che nell’attuale vegetazione dell’Etruria meridionale, in particolare nella zona tirrenica, siano sopravvissuti lembi del paesaggio etrusco? Se sí, con quali metodi scientifici è possibile documentarne la natura e l’incidenza sulla vegetazione contemporanea? (vedi anche lo speciale di «Archeo» n. 259, settembre 2006). Uno stretto rapporto tra botanica, biologia molecolare e archeologia è stata la necessaria condizione di partenza di questo progetto. Dal punto di vista paleobotanico, la presenza di vinaccioli di vite silvestre in siti archeologici della media età del Bronzo, associati a vinaccioli piú simili, nella forma, alla vite coltivata, è segno della presenza di una vitivinicoltura molto antica nell’area tirrenica. Inoltre, l’osservazione della presenza di piante di vite selvatica in prossimità di siti archeologici di età etrusca e romana ha dato lo spunto per indagare piú da vicino la possibile relazione tra loro, utilizzando i piú recenti strumenti messi a disposizione dall’indagine genetica. Il campionamento delle piante è avvenuto privilegiando i siti in cui erano presenti strut-

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qualche parola utile... Protodomesticazione I botanici (e in generale gli storici dell’agricoltura) intendono con questo termine il processo legato allo sviluppo delle piante di vite nate dal seme disperso negli immondezzai circostanti i siti abitati dell’età del Bronzo, caratterizzati da popolazione residente e dedita all’agricoltura. Durante questo periodo storico, partendo dalle piante generate dagli immondezzai, l’uomo avrebbe operato una prima selezione nella scelta delle piante da moltiplicare, seguita da un miglioramento dei caratteri utili alla produttività (ermafroditismo, dimensioni dei grappoli e degli acini) e alla qualità del prodotto (grado zuccherino degli acini). Domesticazione La domesticazione è un processo successivo all’età del Bronzo, avvenuto con tutta probabilità in Transcaucasia, che vede ormai compiuta la distinzione tra forma selvatica e forma coltivata della vite, con l’inizio della coltivazione di vitigni ben distinti per fenotipi e caratteri genetici, e processi di vinificazione in grado di produrre vini di pregio per lo scambio e il commercio. Alla prima fase ne sono seguite altre, di diffusione e ulteriori domesticazioni, in varie zone europee, che hanno dato origine ai diversi vitigni. Cultivar In agronomia, questo termine (che deriva dalla contrazione dell’inglese cultivated


variety, «varietà coltivata», calco del latino varietas culta) indica una varietà di pianta coltivata, ottenuta con il miglioramento genetico, che riassume un insieme di caratteri specifici di particolare interesse e trasmissibili per propagazione. Germoplasma È il materiale ereditario trasmesso alla prole mediante le cellule germinali. Nel germoplasma si rintraccia la variabilità genetica totale disponibile. Introgressione Trasferimento di materiale genetico da una specie a un’altra solo parzialmente isolata dalla prima, attraverso l’ibridazione e i ripetuti incroci con una specie parentale. Giropoggio Tipici dell’antico paesaggio agrario e cavalpoggio toscano, sono modi diversi di ovviare alla pendenza piú o meno accentuata dei colli per permetterne la coltivazione. Nel giropoggio le lavorazioni seguono le linee di pendenza, nel calvalpoggio le lavorazioni «cavalcano» i dossi. Fillossera Nella seconda metà del XIX secolo, a partire dalla Francia, i vigneti europei furono invasi dalla Phylloxera Castratrix, un parassita che si nutre delle radici delle viti, distruggendole. L’afide, originaria del continente americano, non attacca le viti americane, né quelle che crescono ad alta quota o su terreni sabbiosi. La lunga e grave crisi della viticoltura europea fu superata innestando vitigni europei su radici di vite americana.

Archeologi, botanici e biologi al lavoro davanti a una lambruscaia (una pianta di vite silvestre che cresce appoggiata ad alberi tutori) individuata e campionata nei pressi del sito etrusco di Ghiaccio Forte.

Le protagoniste Le tipologie di piante campionate e censite nell’ambito dei Progetti «VINUM», «ArcheoVino», «Eleiva» e «Senarum Vinea»: da sinistra a destra, la vite silvestre, i vitigni autoctoni in ambito urbano e gli olivi secolari, selvatici o rinselvatichiti, in prossimità di siti archeologici.

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speciale • alla ricerca della vite etrusca A sinistra: Ghiaccio Forte. Una lambruscaia. Il nome deriva dal virgiliano «labrusca» delle Bucoliche (Ecloga V, 6), che Servio riconduce alla vite silvestre sviluppata ai margini (labra) delle terre arate. Nella pagina accanto, in alto: disegno ricostruttivo della fase numana, con coltivazione della vite su tutore vivo.

come gli etruschi coltivavano la vite Il «Progetto VINUM» ha permesso di individuare caratteri specifici del paesaggio vitato etrusco e di distinguere le tecniche di coltivazione in quattro fasi. 1. Fase della lambruscaia (fine del II millennio a.C.-prima età del Ferro): le comunità proteggono e coltivano piante ai limiti dei boschi. Si tratta di singole viti silvestri, o anche di intere popolazioni della pianta, che crescono avvinghiate a supporti naturali, ad alberi di alto fusto. Le lambruscaie sono curate nell’habitat naturale, con potatura degli alberi tutori, per migliorare l’apporto di luce solare ed eliminare le piante concorrenti. 2. Fase numana (seconda metà dell’VIII-ultimo quarto del VII secolo a.C.): nei latifondi aristocratici si migliora la tecnica delle lambruscaie, spostando nei campi aperti piante in grado di produrre grappoli piú grandi, con acini piú zuccherini, sostenute da alberi tutori. Si introduce la tecnica dell’innesto, con talee importate dai flussi coloniali greci che investono l’Italia centromeridionale e la Sicilia dalla metà dell’VIII secolo a.C.

ture e reperti legati alla vitivinicoltura: trincee di coltivazione della vite, palmenti, abbondanza di contenitori per la conservazione e il trasporto del vino… Contemporaneamente, sono stati effettuati prelievi su viti selvatiche cresciute in ambiente naturale, lontane da siti archeologici. Il prelievo del germoplasma dalle infiorescenze e dalle foglie apicali delle viti ha dato poi spessore all’ipotesi che le differenze genetiche tra le prime e le seconde possano essere attribuite, con buona probabilità, a interventi di paradomesticazione e domesticazione da parte delle comunità antiche. Tale risultato avvalora anche l’ipotesi, riproposta da Attilio Scienza attingendo a Louis Levadoux, che viti selvatiche e vitigni coltivati non siano altro che due diverse fasi cronologiche all’interno di un unico processo di domesticazione. Partendo dall’analisi delle viti selvatiche abbarbicate agli alberi tutori, il percorso iniziale di ricerca si è arricchito con l’indagine sulla forma e sull’evoluzione del vigneto etrusco, prendendo a modello le ormai clasQui sopra: il grafico illustra il processo evolutivo delle viti silvestri, a partire dalle piú antiche. Le popolazioni censite nel corso del «Progetto VINUM» (nel riquadro) si distinguono da tutte le altre sotto il profilo genetico.

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Nella pagina accanto: carta di distribuzione delle presenze archeologiche e delle popolazioni di vite silvestre individuate lungo le pendici del pianoro di Pian Conserva (Tolfa, Roma).


3. Fase del paesaggio organizzato (ultimo quarto del VIImetà del IV secolo a.C.): la popolazione aumenta, si lottizzano le campagne e le tecniche vitivinicole si specializzano. Alla lambruscaia si sostituiscono l’arbustum e la piantata (o alberata), che prevedono l’allineamento degli alberi tutori in filari paralleli, con i tralci portati intorno al tutore e da un tutore all’altro per mezzo di legature o sostegni in legno. L’incremento della produzione è all’origine del commercio sulle rotte del Mediterraneo occidentale, con anfore da trasporto prodotte soprattutto nelle campagne di Cerveteri e Vulci. L’incremento della richiesta (anche sul piano qualitativo) comporta una massiccia circolazione di varietà diverse, con la messa a coltura di vitigni specializzati e di varia provenienza. 4. Fase del vigneto a scassi, o della romanizzazione (dalla seconda metà del IV secolo a.C. in poi): si introduce la tecnica a filari multipli entro scassi a trincea (con sostegni a palo secco che sostituiscono gli alberi

tutori). La nuova tecnica accompagna la conquista romana delle campagne etrusche, diffondendosi nell’Italia centrale, in concomitanza con l’applicazione della stessa pratica nella Grecia continentale e nelle colonie greche occidentali. La lambruscaia, l’arbustum e l’alberata persistono in forma di coltivazione tradizionale in vari comparti etruschi.

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speciale • alla ricerca della vite etrusca

siche analisi di Emilio Sereni sulla sopravvivenza delle tecniche di viticoltura etrusca nel paesaggio italiano degli anni Sessanta.

dalla campagna alla città L’individuazione del rapporto tra viti selvatiche e siti archeologici ha aperto nuove prospettive per il confronto tra le prime, cresciute in ambiente naturale, e i vitigni coltivati. Dopo l’esperienza del «Progetto VINUM», il «Progetto ArcheoVino», nel territorio di Scansano, ha rintracciato in questa porzione di Maremma grossetana già nota per gli impianti di produzione di anfore e per i numerosi siti rurali etruschi e romani, uno dei probabili centri di domesticazione secondaria della vite; mentre il «Progetto Senarum Vinea» ha messo in evidenza, nella città di Siena e nei suoi dintorni, la persistenza di vitigni storici ancora coltivati su sostegno vivo o in forma di pergole, custodi di un patrimonio genetico di grande rilievo e senza dubbio utili per ricostruire la storia della vitivinicoltura medievale e moderna della Toscana centrale. L’archeologia si affianca alle scienze che studiano la viticoltura offrendo gli strumenti per individuare luoghi (le aree boscose e umide intorno ai siti archeologici) e tempi (la cronologia dei siti) dei processi di domesticazione della vite. La proposta di periodizzazione della forma del vigneto etrusco formulata attraverso i dati raccolti con il «Progetto VINUM» (vedi box alle pp. 70-71) ha permesso di individua-

Modello culturale (emporion fenici, cretesi)

un vitigno presente in molti luoghi

molti vitigni simili in luoghi anche lontani

esempio: • Mourvedre • Mataro • Monastrell • muristellu • moradella

esempio: • syrah • lagrein • teroldego • shesh

prefisso mor = nero

re una fase cruciale nel corso dell’VIII secolo a.C., quando il fenomeno della colonizzazione greca del Mediterraneo occidentale introduce vitigni già selezionati in madrepatria, alimentando forme di introgressione genetica in Italia meridionale (vedi box in basso). L’arrivo dei primi vini dall’area insulare greca si accompagna anche a una notevole specializzazione nelle colture, trasferendo verosimilmente, con le prime forme di innesto, talee di vitigni pregiati sul piede delle viti locali. Dobbiamo tuttavia immaginare che l’Etruria, dalle popolazioni di vite selvatica sottoposte a piú intensi processi di domesticazione, abbia

importati e autoctoni La caratterizzazione genetica, il confronto ad ampio raggio di alcuni vitigni nel bacino del Mediterraneo e la loro distribuzione in aree fortemente caratterizzate sotto il profilo coloniale hanno portato a individuare nell’identità tra l’Ansonica/Inzolia (una cultivar diffusa nelle isole dell’Arcipelago toscano e nelle coste tirreniche, oltre che ben presente in Sicilia) e i vitigni greci Roditis e Sideritis un possibile esito del vasto processo di fondazione delle colonie euboiche d’Occidente (VIII secolo a.C.). Il Sangiovese è considerato autoctono dell’area colturale etrusca ed è oggi il piú celebre e diffuso vitigno della Toscana, regione in cui è ricordato a partire dalla fine del XVI secolo. Uno studio effettuato sul Sangiovese ha rivelato tratti di similarità genetica con il Ciliegiolo e con un vitigno denominato Calabrese di Montenuovo, la cui origine è da ricercare invece in Calabria, una regione legata al vino fin dagli albori, come emerge dal nome del suo antico ethnos (gli Enotri) e dalla monetazione dei

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Pisa Vetulonia Roselle Vulci Isola del Giglio

Populonia

Ansonica/Inzolia Sangiovese/Calabrese di Montenuovo Bonamico

Modello schematico, sviluppato dall’agronomo Attilio Scienza, delle origini varietali di alcuni vitigni dell’Italia medio-tirrenica.


Modello demico (città stato della magna grecia)

ogni città un vitigno guida esempio: • crotone = Gaglioppo • siracusa = Frappato

continuato a produrre vini forse assimilabili al cosiddetto temetum di cui parlano le fonti latine, che era un vino autoctono (originariamente di sorbo), distinto dal piú pregiato vino di importazione.Tali processi sono stati intensificati e affinati nel tempo, portando a una viticoltura intensiva e specializzata in alcune zone dell’Etruria meridionale (in particolare nelle campagne di Cerveteri e di Vulci). Questo vino etrusco forse non era di qualità eccelsa, ma certo era prodotto in notevoli quantità e trasportato via mare, dagli inizi del VI al IV secolo a.C., in varie regioni del Mediterraneo occidentale e soprattutto nel-

A sinistra: modello «emporico», sviluppato anch’esso da Attilio Scienza, della diffusione del vino e dei vitigni attraverso la colonizzazione greca. Lo smercio del vino anche in luoghi distanti dall’emporion ne diffonde l’uso e incentiva la coltivazione viticola. Il modello «coloniale» è alla base della diffusione dei vitigni per talea nella chora (la campagna coltivata) e presuppone processi di ibridazione con viti locali, da cui nasce la grande biodiversità tuttora presente in Italia.

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A sinistra: tipologie di anfore etrusche da trasporto rinvenute in Francia meridionale. Nel territorio vulcente, tra Doganella, Fonteblanda e Marsiliana d’Albegna, si trovano le fabbriche di anfore tipo Py 3A e 3B che servirono per trasportare vino in grande quantità nelle terre dei Celti dagli inizi del VI sec. a.C.

3A

3B

Serdaioi, fortemente autorappresentativa, con la raffigurazione di Dioniso e del grappolo d’uva. Particolarmente interessante è poi la parentela genetica riscontrata tra il Bonamico (un vitigno di origine incerta e antica, coltivato sulle colline pisane, con qualche esemplare anche nel Chianti fiorentino) e alcune viti silvestri campionate nei pressi di antichi approdi sul Lago Prile, nella pianura grossetana. Questi tre esempi sono utili per proporre altrettanti possibili modelli sulle origini varietali storicamente definite del paesaggio della vite nell’Italia mediotirrenica. L’Ansonica/Inzolia costituisce il tratto «importato» attraverso la colonizzazione euboica, radicatosi in Sicilia, lungo la costa tirrenica e nelle isole dell’Arcipelago toscano. Il Sangiovese/Calabrese di Montenuovo/Ciliegiolo costituisce un tratto di circolazione varietale «interna», sviluppatosi attraverso forme di ibridazione tra la Calabria e l’Italia centro-settentrionale, mentre il Bonamico verrebbe a costituire un tratto «autoctono», nato per selezione locale.

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4A

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speciale • alla ricerca della vite etrusca

le terre dei Celti (tra Doganella, Fonteblanda e Marsiliana dovrebbero infatti trovarsi le fabbriche delle anfore tipo Py 3A e 3B a pasta arancio che gli studiosi francesi hanno da tempo riconosciuto come una produzione tipica del territorio di Vulci nel corso del VI secolo a.C.). Gli esemplari di vite silvestre sono stati campionati e censiti, nel corso del «Progetto VINUM», in rapporto alle condizioni ambientali, e analizzati individuando

un’elevata biodiversità nella popolazione selvatica. Una biodiversità che andrebbe protetta in quanto tale, ma a maggior ragione se si considera che questi esemplari sono in rapporto diretto con siti archeologici e mostrano tratti genetici con tutta probabilità modificati dalle comunità antiche attraverso un processo di selezione. Sono dunque veri e propri relitti di paesaggi archeologici e quindi, in linea teorica, potrebbero essere tutelati, in quanto com-

Area archeologica di Ghiaccio Forte, Scansano (Grosseto). In alto, a sinistra: veduta dell’insediamento etrusco verso la valle dell’Albegna e la costa tirrenica. In alto, a destra e in basso: una veduta del sito e alcuni dei pannelli esplicativi collocati nell’area archeologica.

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ponenti di un paesaggio archeologico, secondo quanto prevede il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2004. Inoltre, queste piante di vite danno ancora frutto e potrebbero essere riportate a coltura per produrre un vino dal sapore antico, la cui identità sia certificata dalla ricerca biomolecolare. Si potrebbe cioè tentare di promuovere prodotti di nicchia dall’elevato valore aggiunto, richiamando il gusto del vino etrusco o romano e migliorandolo con il progresso del-

la ricerca sui tratti genetici della vite silvestre. Altra importante conseguenza della tutela della vite silvestre sarebbe il recupero di un uso sostenibile del paesaggio, in linea con i valori rilevati dalla Convenzione Europea del Paesaggio del 2000. Si tratterebbe, in questo caso, di una forma di sostenibilità avviata e promossa dalla ricerca archeologica, che cosí estenderebbe oltre i consueti canali della ricerca storica i suoi margini operativi e le sue finalità.

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speciale • alla ricerca della vite etrusca

un nuovo vino antico Il progetto di un parco della vitivinicoltura nel cuore della Maremma, unito a una lunga tradizione agricola, pone le basi per la valorizzazione della ricchezza e della biodiversità dell’ambiente. Un’alternativa all’omologazione delle tecniche di produzione vinicola

A destra: il centro etrusco di Ghiaccio Forte, nella valle dell’Albegna. In questa parte di Maremma, tra il VII e il VI sec. a.C., si sono sviluppati siti rurali aperti, vere e proprie fattorie dedite alla viticoltura e all’olivicoltura.

GROSSETO Scansano Sorano Magliano GHIACCIO Pitigliano FORTE in Toscana Lago Manciano di Bolsena Marsiliana a Albegn Albinia Vulci Orbetello VITERBO

Tarquinia

I

Fioritura delle viti silvestri sugli alberi tutori, intorno al fosso Sanguinaio nei pressi di Ghiaccio Forte.

l paesaggio collinare che dalle pendici del Monte Amiata scivola dolcemente verso il Tirreno è un territorio di lunga tradizione agricola: campi coltivati, olivi, vitigni segnano i rilievi, punteggiati di piccole e medie aziende agricole. Lungo quei poggi si snoda la Strada del Vino e dei Sapori Colli di Maremma. Scansano, centro di produzione del Morellino, accoglie, nello stesso edificio del Museo Civico Archeologico, il Museo della Vite e del Vino (vedi, in questo numero, l’articolo alle pp. 92-97). Qui la produzione vinicola contemporanea ha nella produzione antica un importante valore aggiunto, che ne accresce l’identità culturale: le recenti indagini archeologiche nella Maremma, affiancate dalle analisi biomolecolari, raccontano la storia di un tessuto rurale formato da siti aperti, vere e proprie fattorie, distribuite in modo fitto su altopiani e rilievi collinari attraversati dalle acque di superficie. Questo tessuto si forma tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C., sotto il controllo di Vulci, e sostanzialmente persiste fino alla conquista romana, al termine del primo quarto del III secolo a.C., mutando le forme insediative, ma mantenendo le campagne popolate e, soprattutto, conservando la catena operativa della viticoltura e dell’olivicoltura,


con la veicolazione commerciale dei prodotti. Il nuovo popolamento romano continua in modo intensivo la produzione vitivinicola, confezionando ed esportando le anfore soprattutto nelle province occidentali. Possiamo quindi immaginare questa zona come un vero e proprio «Chianti dell’antichità».

vitigni e archeologia Nella primavera e nell’estate del 2008 un’équipe di archeologi ha censito le popolazioni di vite silvestre a partire dal sito etrusco di Ghiaccio Forte, registrando la presenza di 67 esemplari di vite selvatica. Dopo aver individuato, in collaborazione con un agronomo e un biologo molecolare, le piante integre dal punto di vista sanitario e con caratteri peculiari, gli esemplari sono stati sottoposti ad analisi genetiche. La distribuzione delle piante nell’area indagata mostra una chiara preferenza della vite silvestre per ambienti umidi e riparati, nei quali l’impatto dell’uomo è minore. La copertura vegetale prevalente è di tipo boschivo

o sub-boschivo (al margine del bosco, ai bordi di strade vicinali o piccole radure), mentre gli alberi tutore sono prevalentemente aceri campestri, frassini e olmi. In linea preliminare, è stato possibile osservare una correlazione tra l’habitat di sviluppo delle popolazioni di viti selvatiche e i siti archeologici. In particolare, la stretta parte terminale della valle del fosso Sanguinaio, che ha restituito la maggiore concentrazione di viti, conserva i resti di quattro tombe etrusche a camera di età arcaica (VI secolo a.C.), oltre a varie fattorie di età romana, identificate nonostante la fitta copertura boschiva. Nell’antichità la valle costituiva un percorso di transito in direzione nord-sud piuttosto frequentato, che conduceva a facili guadi sull’Albegna. Nell’area intorno a Ghiaccio Forte si è osservata una minore consistenza delle popolazioni di vite: è però molto significativo che le analisi molecolari abbiano rilevato, in prossimità di fattorie etrusche e romane, due campioni che presentano notevoli similarità con

Le popolazioni di vite silvestre (segnalate in rosso) censite nel 2008 intorno a Ghiaccio Forte e nelle valli dell’Albegna e del fosso Sanguinaio, a confronto con i siti e le presenze archeologiche del periodo etrusco e romano. In evidenza nei cerchi rossi le due piante che hanno presentato similarità genetica con il Sangiovese e Canaiolo nero, vitigni autoctoni toscani.

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speciale • alla ricerca della vite etrusca

il patrimonio genetico dei vitigni Sangiovese e Canaiolo Nero (vedi box in questa pagina). La ricerca connessa al «Progetto ArcheoVino» ha consentito di riconoscere, sia pure a livello ipotetico, ma con il sostegno dei dati biomolecolari, una delle aree di domesticazione secondaria della vite (per ora impostate soltanto a livello teorico), in cui le comunità hanno selezionato, conservato e migliorato il patrimonio genetico della vite attraverso forme intensive di coltivazione promosse in età etrusca e romana.

obiettivo «parco» La ricchezza e la biodiversità dell’ambiente, la portata della produzione vinicola storica, la presenza del Museo Civico Archeologico e del Museo della Vite e del Vino di Scansano all’interno di un articolato sistema museale provinciale, il polo di Ghiaccio Forte e i numerosi siti aperti e rurali, sia etruschi che romani, alcuni dei quali con

Esempi di schede archeobotaniche realizzate nel corso del «Progetto VINUM».

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analisi biomolecolari a scansano Dalla comparazione delle caratteristiche genetiche e morfologiche degli esemplari di vite selvatica individuati a Scansano e scelti come campioni dopo una schedatura preliminare, sono scaturite alcune osservazioni di particolare interesse, che qui riportiamo: – il 51,35% dei campioni di cui è stato possibile determinare la sessualità è risultato femminile o ermafrodito; poiché di norma, in natura, gli esemplari maschili risultano in netta predominanza, si può ragionevolmente ipotizzare che, in età antica, la popolazione esaminata sia stata oggetto di una pressione selettiva da parte dell’uomo, che ne ha privilegiato gli elementi femminili o ermafroditi, quelli cioè produttivi;

– gli esemplari presentano un’alta variabilità genetica, in particolare nel caso delle viti femminili rispetto alle maschili; l’incremento genico può essere dovuto alla concentrazione nella zona di viti provenienti da regioni circostanti o lontane (in seguito a scambi commerciali) e dall’incrocio delle viti locali con quelle provenienti dall’esterno; la popolazione maschile rispecchierebbe di piú quella originaria, mentre quella femminile avrebbe risentito degli incroci e/o delle introduzioni di viti dall’esterno; – l’86% della popolazione in esame può essere suddiviso in tre gruppi, abbastanza omogenei, mentre quattro viti non sono assimilabili a nessun altro individuo; risulta evidente anche la totale estraneità genica rispetto al gruppo di viti delle specie americane (introdotte alla fine del XIX secolo per risolvere l’epidemia di fillossera), convalidando l’ipotesi che il patrimonio genetico sia di origine locale, con un eventuale apporto esterno, che ha seguito però la direttrice est-ovest, dai centri di domesticazione primaria caucasici verso la Penisola ellenica e l’Italia; – 2 campioni presentano interessanti analogie con i vitigni Sangiovese e Canaiolo Nero, ambedue autoctoni toscani; ulteriore elemento di interesse è la posizione dei due campioni, situati piú degli altri in prossimità di siti rurali di età etrusca e romana; queste viti in particolare saranno oggetto di ulteriori, futuri approfondimenti nel corso della ricerca.


resti di impianti di spremitura dell’uva, lo sviluppo dell’imprenditoria agricola legata al Morellino, fanno della zona un comparto di grande interesse per progetti di valorizzazione culturale di ampio respiro che abbiano l’obiettivo di recuperare un sapere fondamentale minacciato dall’incalzare delle moderne e omologanti tecniche di produzione alimentare. I parchi della viticoltura e dei vigneti storici europei, in particolare le ricostruzioni di vigneti antichi quali il «Progetto Vino Villa dei Misteri» a Pompei e la villa gallo-romana di Mas des Tourelles nella proprietà Durand (Languedoc-Roussillon, Francia), ma anche altri progetti francesi («Ampelopolis» in Aquitania) e spagnoli (il «Parque Temático Frontos» alle Canarie e il «Parque Temático del Vino» nei Paesi Baschi), insegnano quanto sia strategica la collaborazione tra pubblico e privato per il sostentamento economico e culturale e la promozione turistica dei distretti agricoli e delle loro tipicità. Inoltre, la vegetazione che cresce lungo i corsi d’acqua costituisce una riserva naturale di In basso: il torchio vinario ricostruito in scala 1:1, sulla base delle fonti letterarie, nella villa gallo-romana di Mas des Tourelles (Francia), per riprodurre le operazioni di spremitura dell’uva secondo le tecniche romane.

biodiversità che può essere investigata con programmi specifici di ricerca botanica e biomolecolare, per arrivare a una scansione piú precisa delle tappe di domesticazione della specie. Si potrebbe dunque avviare una banca-dati sulle popolazioni locali, da costruire con operazioni di campionamento del germoplasma e di monitoraggio delle piante e da impiegare, eventualmente, per produzioni di nicchia. Un ulteriore passo potrebbe essere una vera e propria vendemmia alla maniera etrusca, seguita da operazioni di spremitura e fermentazione che seguano il piú possibile le prescrizioni degli autori antichi e le tecniche ricostruite attraverso lo studio delle fonti. L’obiettivo del progetto di un Parco Vitivinicolo all’interno del quale riproporre le forme del vigneto in Etruria non è quello di «imbalsamare» il paesaggio vitivinicolo, sia nella conservazione di quanto resta, sia nella fisionomia di un parco asettico: intende piuttosto stabilire relazioni dinamiche tra il paesaggio, l’ambiente e lo sfruttamento agricolo attuale e le forme ricostruite del vigneto etrusco, cercando di riguadagnare per ciascuno dei singoli fattori un ruolo attivo, sia nell’ottica della salvaguardia dell’ambiente, con la riduzione dei costi economici dovuti al suo degrado, sia nell’ottica della produzione di reddito e di valore culturale.

Una oinochoe (brocca da vino) e due attingitoi in bucchero, dalla tomba 7 della necropoli del Cancellone (Magliano in Toscana). Prima metà del VI sec. a.C. Scansano, Museo Archeologico.

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speciale • alla ricerca della vite etrusca

siena: palio, contrade e vigneti È possibile realizzare un museo che unisca paesaggio agricolo e architettura, antichi poderi e realtà urbanistica? Numerose sono le iniziative, già operative o in cantiere, per un nuovo tipo di fruizione interdisciplinare del territorio urbano del capoluogo toscano

T

erritorio è anche la città, luogo per eccellenza del continuo adattamento dell’uomo all’ambiente. Lasciamo dunque gli spazi rurali, le colline, le valli e i fossi maremmani, e attraversiamo le porte di Siena, una città che presenta una spiccata stratificazione storica. Qui, la presenza di ampi spazi verdi coltivati all’interno delle mura e di coltivazioni promiscue di orti e vigneti negli immediati dintorni mostra ancora oggi significativi elementi di continuità con l’età medievale. I risultati del «Progetto Senarum Vinea», ancora in corso, stanno dimostrando che parte dello storico e variegato patrimonio viticolo della città è miracolosamente sopravvissuto all’epidemia di fillossera della fine dell’Ottocento, ai conflitti mondiali, alla rivoluzione introdotta dall’agricoltura meccanizzata e alla densità di impianti viticoli che si è impo-

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sta nel Chianti in maniera massiccia negli anni Settanta-Ottanta del Novecento, ed è giunto praticamente intatto, con tutto il suo patrimonio di biodiversità e di tecniche colturali, fino ai nostri giorni. Il Progetto, dunque, può ulteriormente svilupparsi, per contribuire a recuperare questo patrimonio che ha caratterizzato nel tempo il paesaggio della città di Siena e dei suoi dintorni, contrastando al tempo stesso il degrado sempre piú incalzante delle sue matrici storiche. Se, infatti, da una parte il recupero e il rilancio delle cultivar autoctone contribuiscono alla tutela e alla conservazione dell’originalità delle colture viticole, dall’altra la tessitura del paesaggio storico viene preservata attraverso il mantenimento delle tecniche storiche della viticoltura toscana e senese (viti maritate a sostegno vivo, viti a pergola, viti coltivate

L’Orto de’ Pecci, nella valle di Porta Giustizia, interna alle mura della città di Siena. L’area – in cui è attestata la presenza di orti tenuti a vigneto sin dal XII sec. – è oggi caratterizzata da piccole proprietà in cui compaiono filari di vite affiancati a porzioni di terreno coltivate a seminativo e ortivo.


«al modo provenzale», viti a spalliera, viti a palo morto). E davvero urgente appare la necessità di proteggere questo paesaggio urbano per arrestarne l’erosione, visto che nel corso dei primi quattro anni di ricerca (20082012) si è assistito alla distruzione di alcune viti selezionate per la ricerca e, almeno in un caso (strada del Linaiolo), si sta assistendo a forme di reinselvatichimento di vitigni abbandonati.

In alto: Siena, Strada di Busseto. Esempio di filari in cui le viti sono maritate ai «testucchi» (aceri campestri) e ad alberi da frutto. Tecniche di coltivazione e antichi vitigni si mantengono a ridosso della cinta urbica e di aree di nuova urbanizzazione. In basso: due oinochoai rinvenute in una tomba etrusca a Coroncina, Siena. Fine del IV sec. a.C. Siena, Museo Archeologico.

la casa del «capoclan» Le scoperte archeologiche compiute nel corso degli scavi urbani degli ultimi vent’anni hanno ulteriormente confermato l’uso del vino a Siena fin dai decenni finali del VII secolo a.C.: risale infatti a questo periodo la costruzione di un edificio appartenuto a un «capoclan» della comunità etrusca lí insediata, i cui resti sono stati ritrovati sulle pendici del colle che ospita il Duomo e l’Ospedale di S. Maria della Scala. I numerosi frammenti di suppellettili da vino recuperati (coppe, calici, brocche) rientrano in un’ideologia aristocratica in cui il vino è ancora una bevanda con valore sociale piú che alimentare. Il periodo è compreso tra la fine della fase numana e gli inizi della fase del paesaggio organizzato (vedi box alle pp. 70-71). Se i servizi da vino conservati nel Museo Archeologico di S. Maria della Scala dimostrano, per il periodo tra IV e III secolo a.C., un diffuso consumo di vino, la scarsa presenza di rinvenimenti di anfore da trasporto sembra rivelare una produzione di vini «rustici» locali, legati all’autosussistena r c h e o 81


speciale • alla ricerca della vite etrusca Pianta di Siena, sviluppata da Silvia Pallecchi, con la griglia ricostruttiva della colonia romana impostata sull’assetto urbanistico attuale. Le aree non edificate della città moderna, in rosso, si sovrappongono a settori verosimilmente non costruiti della città antica e conservano la loro vocazione a ortivo.

za e/o a un mercato circoscritto all’area della città. In seguito, grazie anche all’ampliarsi del sistema viario attorno alla città, non mancano tracce di vini di importazione dapprima centro-italica e spagnola e poi meridionale. Dai primi secoli dell’Alto Medioevo la circolazione di merci d’importazione subisce un forte ridimensionamento e l’economia vitivinicola tende ad assumere nuovamente i caratteri dell’autoconsumo. Dopo una certa ripresa durante la prima metà dell’VIII secolo nei possedimenti di conventi e monasteri, una decisa rinascita dell’economia agricola senese è legata alla via Francigena, il cui percorso ha probabilmente favorito la veicolazione anche di nuovi vitigni. In età 82 a r c h e o

medievale la designazione di alcuni vitigni (Greco, Grechetto) sottolinea una loro provenienza non locale.

orti e giardini privati Recenti indagini di archeologia urbana nel Terzo di Città, tra Castelvecchio e l’area del colle del Duomo, hanno messo in luce la presenza di spazi verdi, probabilmente utilizzati per orti e giardini, rimasti praticamente intatti dall’antichità; sono dunque aree di notevole interesse per il potenziale recupero di informazioni sulle colture antiche. Le analisi preliminari, di carattere storico, hanno permesso di concentrare l’attenzione su piccole zone che hanno mantenuto nel tempo un valore significativo in termini di variabi-


In basso: il mese di febbraio, in una miniatura di Sano di Pietro dal Breviarum fratrum minorum. 1460 circa. Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati. Sano di Pietro potrebbe aver rappresentato dal vero un lembo del paesaggio urbano del suo tempo, raffigurando una scena di potatura delle viti coltivate al «modo Provenzale, le quali stanno senza ajuto di pali» secondo la citazione di Pietro de’ Crescenzi nel suo trattato di agricoltura degli inizi del XIV sec.

lità genetica. Il riscontro delle fonti archeologiche, archivistiche, iconografiche e fotografiche ha permesso la selezione e la mappatura delle aree urbane e suburbane che sono state indagate nel corso delle stagioni vegetative 2009 e 2010, su una superficie totale di circa un ettaro e mezzo. All’interno delle mura della città sono stati individuati vitigni negli orti privati, nei giardini, nelle aree verdi di contrada, nelle clausure dei conventi e degli istituti religiosi.Tutti questi luoghi si associano all’immagine di un hortus conclusus, una caratteristica che, in modo piú o meno marcato, ha consentito la sopravvivenza di vitigni antichi e di forme storiche di coltivazione tipiche del luogo d’origine. Nei conventi, inoltre, sembra prevalere, piú che altrove, una cura «vivaistica» del vigneto, che si traduce in una prevalenza di vitigni innestati, tendenzialmente riservati alla produzione di vini dolci e liquorosi. Se negli orti urbani viene utilizzata con maggiore frequenza la coltivazione bassa, ad alberello, con il supporto di canne o a pergola, nei poderi fuori dalle mura prevale ancora il promiscuo, con i filari polivarietali allevati su tutore vivo e maggiormente distanziati (alberi da frutto, olivi, aceri campestri, conosciuti nel vernacolo con il nome di «testucchi»). Tale sistema di coltivazione è peculiare dei territori coincidenti con le aree di espansione etrusca (Etruria propria, Etruria padana, entroterra campano): praticata fin dal VI secolo a.C., associando colture ortive a quelle arboree, è arrivata praticamente intatta fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, subendo poi una repentina regressione con l’avanzata della monocoltura arborea specializzata.

La vite nell’arte e nei documenti Tra il 1338 e il 1339 Ambrogio Lorenzetti è all’opera nel Palazzo Pubblico di Siena per affrescare la Sala dei Nove. Nella storia della Repubblica di Siena il periodo del governo dei Nove è stato un periodo fecondo e prolifico: le notissime scene affrescate dal maestro senese, che descrivono gli Effetti del Cattivo e del Buon governo, offrono innumerevoli spunti per conoscere la vita quotidiana della città e dei suoi dintorni in quegli anni. Sono quindi un’ottima fonte di documentazione anche riguardo alla coltura della vite. In una precisa raffigurazione di una vigna parzialmente circondata da una siepe, adiacente alle mura urbane, le giovani viti sono appoggiate a sostegni «morti», costituiti probabilmente da canne comuni. È un’elaborazione locale dell’antico metodo di coltivazione a palo secco (il charax dei Greci) introdotto dai coloni focesi, attraverso Marsiglia, nella Francia meridionale alla fine del VII secolo a.C. Il paesaggio è raffigurato da Ambrogio con particolari di estremo realismo e costituisce un segno preciso della politica gestionale del governo dei Nove nel territorio rurale dipendente da Siena, in cui le coltivazioni di viti a giropoggio e cavalpoggio sembrano anticipare forme di gestione degli assetti idrogeologici del territorio proprie di tempi piú recenti. L’arte senese del tempo recupera altri esempi di forme di coltivazione della vite, quasi a sottolineare un sentire comune, legato al mondo vitivinicolo come risorsa in crescita: negli affreschi risalenti al 1341 della Tebaide e attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti, rinvenu-

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speciale • alla ricerca della vite etrusca

vigneti «made in Siena» Siena ha i suoi vigneti: all’Orto de’ Pecci sono state messe a dimora le prime 149 barbatelle dei vitigni recuperati nel corso del «Progetto Senarum Vinea». Il campo di conservazione, che mira al recupero dei vitigni storici e dei sistemi di allevamento tradizionali e tappa finale del percorso di enotrekking urbano, sarà ultimato tra il 2013 e il 2014, ospitando 10 filari di 20 viti ciascuno. Le giovani viti sono allevate con il sistema ad alberello. Compatibilmente con il reperimento di nuove risorse finanziarie, lungo il percorso dall’orto medievale al campo di conservazione è previsto l’impianto di due filari di viti allevate con il tradizionale sistema della vite maritata, impiegando come tutore l’acero campestre minore, il «testucchio». I «filari didattici» e il campo di conservazione prevederanno attività di educazione ambientale, diversificate per fascia d’età e per programmazione, e percorsi terapeuticoriabilitativi e di inclusione socio-lavorativa per persone con disabilità, anziani e soggetti in condizioni di marginalità sociale.

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Presso l’Istituto Tecnico Agrario «Bettino Ricasoli» verranno messi a dimora gli stessi vitigni, per produrre il materiale vegetale (gemme) da cui ricavare le barbatelle per i vigneti delle aziende interessate alla produzione. Le prime piante saranno pronte nel 2015 e dallo stesso anno si potrà avere una produzione di uva. L’Istituto è anche una delle dieci scuole enologiche d’Italia: tra gli obiettivi del progetto vi è infatti quello di individuare, attraverso microvinificazioni, un possibile vino da portare in produzione. L’Azienda Castel di Pugna di Siena, individuata come azienda pilota, destinerà un lotto dei propri terreni per la messa a coltura dei vitigni selezionati nel corso della ricerca e indicati come piú interessanti sotto il profilo enologico dalle operazioni di microvinificazione. Si punta ad arrivare a una o piú produzioni enologiche in grado di intercettare nuovi segmenti di mercato perché caratterizzate da valore aggiunto in termini di originalità e storicità all’interno di un settore, quello enologico, fortemente omologato per gusto e sistemi di produzione.

In alto: Siena, Strada della Certosa di Maggiano, podere «La Vigna». Viti allevate a tutore vivo («testucchio») in filari polivarietali, un sistema di derivazione etrusca. La località ha una lunga tradizione di colture viticole: nel Medioevo la Tavola delle Possessioni (1316-1320) riporta per questa località espressioni come «terra vignata» o «terra vignata e ortale», mentre il toponimo «Vigna» è registrato almeno a partire dal Catasto Leopoldino (1825). A sinistra: Siena, Istituto S. Girolamo. Le viti nell’orto conventuale sono allevate a pergola, a palo secco e, come in questo caso, a spalliera.

ti recentemente nel complesso di S. Maria della Scala, è raffigurata una coltivazione a pergola in prossimità di una chiesa, certamente legata al simbolismo religioso, ma il cui realismo nella resa dei particolari sottolinea una dimestichezza visiva del pittore, attribuibile alla diffusione della tecnica. Non mancano poi illustrazioni di manoscritti in cui è menzionata la vite. Numerose sono anche le testimonianze di viaggiatori stranieri in terra di Siena che permettono di cogliere descrizioni particolari del paesaggio vitato lungo i percorsi che conducevano alla città.

la tutela del paesaggio Le esperienze italiane e straniere costituiscono il presupposto necessario per definire forme di tutela e valorizzazione sia delle innumerevoli varianti del paesaggio vitato senese, sia delle cultivar autoctone o tradizionali a rischio di estinzione. Tra le esperienze italiane maturate negli ultimi dieci anni riguardo la valorizzazione del patrimonio legato al vino, sono da menzionare quelle del Vino dei Celti, a Robbio


L’analisi biomolecolare dei vitigni Dopo la schedatura preliminare e la scelta dei campioni da sottoporre alle analisi biologicomolecolari per la mappatura del patrimonio genetico, sono stati esaminati 41 individui, oltre a un panel di confronto di 23 vitigni. Gli esemplari sono da considerarsi di grande valore, soprattutto in ragione della limitatezza dell’area indagata. Il 35% dei 20 vitigni individuati è costituito da varietà minori rare e ad alto rischio di estinzione (Gorgottesco, Mammolo, Occhio di Pernice, Rossone, Salamanna, San Colombano, Tenerone) e il 15% da vitigni di interesse storico locale (Moscatello nero, Procanico, Prugnolo Gentile). Il 50% dei campioni, invece, non ha restituito, allo stato attuale, omologie significative. Il dato, già di per sé rilevante, si amplifica in considerazione dello straordinario grado di conservazione della biodiversità in un’area prevalentemente urbana. (R.V., V.Z.)

35%

vitigni a rischio estinzione

• Mammolo • Rossone • Salamanna • Gorgottesco • Occhio di pernice • Tenerone • San Colombano

15%

50%

vitigni di interesse storico locale

da identificare

• Procanico • Prugnolo Gentile • Moscatello nero

• 3 a bacca bianca • 5 a bacca rossa • 2 da identificare

In alto: tabella riassuntiva dei risultati dei confronti congiunti delle analisi ampelografiche e di quelle biologicomolecolari sui campioni di vitigni raccolti sul terreno. A sinistra: esempio di scheda ampelografica impiegata nella registrazione dei dati sul campo nel corso del «Progetto Senarum Vinea».

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speciale • alla ricerca della vite etrusca

(PV), l’Ecovigneto di Ricetto di Candelo (BI), e la riproposizione di vitigni e tecniche di coltivazione tradizionali in un piccolo numero di aziende tra Chianti Fiorentino e Chianti Senese, con lo scopo di arginare l’erosione genetica determinata dall’omologazione delle produzioni. Legato alla città (e in definitiva simile al caso di Siena) è il Giardino Botanico dei Vitigni di Friburgo, centro con una lunga tradizione vinicola, attestata fin dal XII secolo, gestito da cinque cooperative locali. Il Giardino è una sorta di esposizione all’aperto, che ripropone i vitigni locali allevati a palo morto e a pergola.

Indagini di questo tipo possono riportare alla luce veri e propri relitti paesaggistici in cui sopravvivono forme di viticoltura tradizionale, ispirata a tecniche di coltivazione molto antiche e a rischio di estinzione, come appare, oltre che nel caso del Senese, anche nelle pianure emiliane e romagnole e nel caso della piantata aversana nel Casertano. In una prospettiva di tutela e valorizzazione, a Siena è già in atto la ricostruzione di un percorso filologico delle forme storiche della viticoltura senese all’interno di un parco situato nell’Orto de’ Pecci, nella valle intramuraria denominata «di Porta Giustizia» (vedi

Effetti del Buon governo in campagna, particolare dal ciclo affrescato nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena da Ambrogio Lorenzetti tra il 1338 e il 1339. In primo piano la rappresentazione della scena di caccia a protezione di una vigna, secondo quanto riportato negli Statuti del Campaio del 1337. Uno dei balestrieri si accinge a incoccare una freccia con punta smussata per stordire la preda (nel particolare a destra).

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Siena, Orto de’ Pecci. Il campo di conservazione della biodiversità dei vitigni di Siena, ultima tappa lungo il percorso di enotrekking urbano alla scoperta dei vitigni storici senesi. Le barbatelle, ottenute dalle piante recuperate nel corso del «Progetto Senarum Vinea», sono state impiantate nel marzo del 2012. I pali che si vedono sullo sfondo costituiscono i tutori delle piante: è stato utilizzato lo stesso sistema di impianto raffigurato nella scena del Buon governo di Ambrogio Lorenzetti.

Il Campaio, il «Buongoverno» della campagna e la difesa delle vigne La rilettura dell’affresco di Ambrogio Lorenzetti nel corso del «Progetto Senarum Vinea» ha focalizzato l’attenzione sugli Effetti del Buon governo in campagna, e, in particolare, sulla scena che si svolge in primo piano ai margini e all’interno di una vigna. La piantata, delimitata da una siepe di rovi che corre parallela alla strada principale selciata, appare assai fitta e le viti sono appoggiate a paletti verticali, probabilmente canne. I personaggi ritratti sono tre balestrieri esterni alla vigna e uno raffigurato al suo interno, che operano sotto il controllo di un personaggio, anch’esso posto all’esterno del terreno vitato. Verosimilmente, si tratta di una scena di caccia a difesa di una proprietà vitata, che era prerogativa del Campaio, un ufficiale preposto alla difesa dei campi e dei frutti, come riporta la prima redazione dello Statuto del Campaio del 1337. La garanzia della sicurezza fuori della città (sancita dalla Securitas, in volo in direzione della campagna con la forca e il cartiglio), nell’intento del committente,

doveva passare dunque anche attraverso la figura del Campaio (sarebbe suggestivo individuarlo nel personaggio vestito in modo elegante con farsetto e berretto azzurro, reticella pendente dalla cintola, all’estrema destra della vigna), competente nei reati del «danno dato» e ufficiale preposto alla difesa dei campi e dei frutti, e all’azione penale nei confronti dei danneggiatori. Ma da chi o da cosa la vigna doveva essere difesa? Sebbene rimangano dubbi su chi siano i personaggi raffigurati (il Campaio e i suoi subalterni o il proprietario del terreno e i suoi famigli?), la scena sembra cogliere un momento di caccia ad animali che stanno arrecando danno alla vigna (cinghiali?). Ambrogio non li ha rappresentati, ma la posizione chinata di uno dei balestrieri all’esterno della vigna e quella piegata di chi opera al suo interno sembrano lasciare pochi dubbi, inducendo a pensare che si tratti di una citazione dell’art. 80 degli Statuti del Campaio (galline et alii pulli, anseres et anates inventi et invente in vineis vel ortis possint impune occidi); mentre l’art. 67 indica la disposizione di poter trattenere presso il proprietario o i suoi famigli quadrupedi (pecore, capre) che portino danno alla proprietà, fino all’avvenuto risarcimento. Un indizio in questo senso è dato dal tipo di freccia che si vede alla cintura del secondo balestriere da sinistra in basso. Mentre nelle balestre sono incoccati dardi a freccia (quindi per uccidere), la freccia raffigurata presenta una sorta di cappuccio: si tratta di un dardo «blunt», utilizzato per stordire e non uccidere. Come a dire che, in base al tipo di preda, ai personaggi raffigurati era data possibilità di uccidere o di catturare stordendo. Il severo monito della Securitas, dunque, si rimodula in una scena di genere, attinta alla quotidianità, ma cela, dietro un’apparente «leggerezza», l’attenzione del governo dei Nove alla difesa e alla tutela del paesaggio coltivato.

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speciale • alla ricerca della vite etrusca

Andrea Ciacci, Myriam Giannace (a cura di)

senarum vinea Nuova Immagine, Siena, 240 pp., ill. col. 15,00 euro ISBN 978-88-7145-309-5 www.nuovaimmaginesiena.it

Il volume approfondisce i fondamenti, lo sviluppo e le prospettive del progetto. Si delinea il portato dell’archeologia a Senarum Vinea: nell’identificazione delle antiche aree verdi cittadine, nel «Progetto ArcheoVino», negli esemplari di vite rinvenuti in contesti archeologici. Segue un inquadramento storico della ricerca dei sapori, dagli studi d’archivio

box a p. 84). La scelta di quest’area non è casuale: i documenti d’archivio vi attestano la presenza di orti tenuti a vigneto già alla fine del XII secolo. È inoltre in fase di avanzata progettazione (in collaborazione tra il Laboratorio di Etruscologia dell’Università degli Studi di Siena e il Centro Guide Turistiche Siena e Provincia) la creazione di itinerari guidati di enotrekking urbano e periurbano, con soste di visita, alla scoperta dei vigneti storici e delle forme tradizionali di coltivazione della vite negli spazi urbani oggetto della ricerca. In piú, il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università degli Studi di Siena sta lavorando alla messa a punto del sistema Senarum Vinea per smartphone, che offrirà la possibilità di accedere a informazioni multimediali sul percorso guidato (vedi box qui accanto).

Materiali per un museo Gli orti urbani, i poderi suburbani, le clausure degli istituti religiosi, le aree verdi di contrada, in rapporto con il paesaggio agrario, l’architettura, l’urbanistica, diventano dunque spazi di conoscenza e di coinvolgimento per la comunità senese e non: sono essi stessi museo. I loro oggetti sono i vitigni e la loro biodiversità, le forme di allevamento, le tecniche di coltivazione, che servono per interpretare, in una dimensione storica e identitaria, il patrimonio di documenti sulla storia della vite e del vino ospitato nel Palazzo Pubblico, nel complesso museale del S. Maria della Scala, nella Pinacoteca, nell’Archivio di Stato. L’approccio non è semplice: occorre rendere partecipi la comunità e tutti i possibili fruitori di un patrimonio che è vivo e tangibile 88 a r c h e o

fino alla ricostruzione genetica, senza tralasciare le testimonianze iconografiche. Dalla storia al presente, sono esaminate le coltivazioni nelle Masse di Siena e le metodologie per la riscoperta delle antiche colture. Vengono presentati il campo di conservazione dell’Orto de’ Pecci (Siena), quindi le tecnologie elaborate per la tracciabilità dei vitigni e le innovative tecniche fotografiche adottate per lo studio del paesaggio. Il volume si conclude guardando al futuro, con l’identità visiva di Senarum Vinea e una riflessione sulle strategie di valorizzazione economica.

(ma per quanto ancora?), promuovendo forme di tutela e valorizzazione; e occorre, inoltre, ripensare la cultura della pianificazione in termini di governo del territorio, seguendo principi di qualità e coerenza con il dettato costituzionale e normativo: non si può continuare a imbalsamare porzioni di territorio nella conservazione di quanto resta e/o nella fisionomia di un parco asettico e cementificare gli spazi circostanti. Alla realizzazione di questo speciale hanno contribuito: Raffaele Argenziano Bisogni, Duccio Balestracci, Giuliano Benelli, Jacopo Bigliazzi, Mauro Cresti, Daniele De Luca, Alice Del Re, Myriam Giannace, Claudio Gulli, Giacomo Luchini, Silvia Pallecchi, Elisa Paolucci, Alessandro Pozzebon, Monica Scali, Rita Vignani, Valerio Zorzi; il coordinamento redazionale è stato curato da Benedetta Pierfederici

viti multimediali Il gruppo di ricerca in Telecomunicazioni e Telematica del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Siena ha sviluppato uno strumento multimediale basato sull’utilizzo dei codici a barre bidimensionali (QR-Code) per riconoscere i singoli punti d’interesse in cui è suddiviso il percorso guidato sulla cultura della vite e del vino a Siena. La lettura dei codici tramite smartphone permette l’accesso a una pagina web contenente descrizioni testuali multilingue corredate da foto. La descrizione è affiancata da un menú interattivo per accedere a contenuti riguardanti il «Progetto Senarum Vinea», a link utili e a strumenti di navigazione avanzati che forniscono la posizione dell’utente e il percorso da seguire per identificare le diverse tappe lungo l’itinerario. Una sezione contiene animazioni di immagini storiche sovrapposte a foto attuali di uno stesso luogo, offrendo la possibilità di visualizzare in tempo reale i mutamenti intervenuti nel contesto urbano di Siena.


tutto cominciò a megara... Nel 1974, Michel Gras scava a Megara Hyblaea e vi scopre alcune «misteriose» canalette... Ecco come, in un incontro con «Archeo», lo studioso francese, che ha lavorato a lungo in Italia, rievoca i primi passi dell’archeologia del vino e della vite a cura di Andreas M. Steiner

◆P  rofessore, tra i grandi temi da lei affrontati nel corso della sua carriera vi è quello degli scambi commerciali nel Mediter raneo antico. Come, e quando è emerso, in queste sue ricerche, il ruolo del vino? Da quando ho iniziato a interessarmi dell’Italia antica – e del Mar Tirreno in particolare – gli scavi degli insediamenti nella regione della Linguadoca, dove all’epoca risiedevo e studiavo, erano caratterizzati dall’apparizione di oggetti d’importazione etruschi, un fenomeno di cui si erano avute le prime avvisaglie già nell’immediato dopoguerra. Negli anni Sessanta, poi, emergevano in quantità significativa frammenti di bucchero etrusco, in particolare di kantharoi (plurale di kantharos, nome della coppa per bere caratterizzata da due ampie anse, molto comune nella ceramica in bucchero etrusca sin dalla fine del VII secolo a.C., n.d.r.), che, immediatamente, suggerivano un legame con lo stesso fenomeno del consumo e della diffusione del vino. Potrei dire, in un certo senso, di essere venuto a studiare in Italia per r ispondere alle domande che all’epoca circolavano nei seminari delle università francesi, e di Montpellier in particolare, circa le ragioni della presenza di questi materiali etruschi – i frammenti di bucchero – nella nostra regione. Un secondo momento che segna il mio interesse personale per la storia antica del vino si colloca in Sicilia: qui, nel 1974, ero impegnato in un vasto scavo di salvataggio nella necropoli di Megara Hyblaea, durante il quale vennero alla luce lunghe canalette scavate nella roccia e che i

Michel Gras, socio straniero dell’Accademia nazionale dei Lincei, è direttore di ricerca emerito al Centre national de la recherche scientifique (CNRS) e presidente del consiglio di amministrazione della Casa Velázquez (Madrid). È stato a lungo all’École française de Rome, prima come membro (1973-1975), poi direttore degli studi per l’antichità (1976-1985), infine direttore (2003-2011). Vice direttore delle scienze umane al CNRS (1990-1994), ha presieduto il Conseil national de la recherche archéologique in Francia (CNRA) dal 1999 al 2003. Ha pubblicato Trafics tyrrhéniens archaïques (Roma, BEFAR, 1985), Il Mediterraneo arcaico (Fondazione Paestum,1995), L’Universo fenicio (Einaudi, 2000 con P. Rouillard e J. Teixidor), Megara Hyblaea 5, La ville archaïque (2004 con H. Tréziny e H. Broise). Gli è stato conferito nel 2011 il Premio Galileo Galilei.

miei predecessori avevano già notato negli anni Cinquanta, senza però riuscire a interpretarne la funzione. Quelle canalette si estendevano per centinaia di metri e su di una superficie notevole, secondo un ordine sistematico! Nel 1975, dunque, pubblicai le mie conclusioni, affermando che le canalette erano collegate alla coltivazione della vite. La cosa sul momento non riscosse particolare attenzione, fino a quando, nel 1993, Philippe Boissinot cominciò a scoprire, nei pressi di Marsiglia, non canalette simili a quelle che avevo individuato a Megara, ma altre tracce della coltura della vite nella periferia della città antica. E, da allora, le testimonianze relative alla viticoltura antica si sono moltiplicate, in Etruria e altrove in Italia. ◆C  ome è arrivato a spiegare la funzione delle canalette della necropoli megarese? Prima di tutto andando a rileggere i testi degli agronomi romani – da Catone a Columella e altri –, le cui indicazioni relative alla misure di larghezza e profondità corrispondevano perfettamente con quelle delle canalette di Megara. Verosimilmente, all’epoca commisi un errore, a proposito della datazione: a Megara scavavo una necropoli arcaica, del VII-VI secolo a.C., ma le canalette apparivano subito come posteriori a quei secoli. Ora, poiché sapevamo che l’insediamento di Megara era stato rioccupato in età ellenistica, collocai la realizzazione delle canalette tra la fine del IV e gli inizi del III secolo (la fase cosiddetta timoleontea, dal nome di Timoleonte, il generale corinzio allora a capo di Siracusa, n.d.r.), laddove la loro daa r c h e o 89


speciale • alla ricerca della vite etrusca

tazione va probabilmente fissata a dei miei maestri circa le ragioni gatti, allora soprintendente archeoun periodo molto piú recente, tra il della presenza del bucchero etrusco logo dell’Etruria meridionale al Museo di Villa Giulia e che aveva gli nel sud della Francia. II e il I secolo a.C. stessi interessi miei per questo tipo ◆ D a una parte, la ceramica ◆ Oggi esiste una vasta lettera- di reperti, a far uscire, per la prima volta, le anfore dai magazzini. tura sull’argomento… etrusca rinvenuta nel sud della Francia, dall’altra le cosiddette Soprattutto perché, nel frattempo, A questo punto devo aggiungere sono venute alla luce le anfore! Nel un altro aspetto emerso durante le canalette di Megara… Sono i due binari sui quali ha ini- mio libro ho speso molte energie mie ricerche a Megara, legato al viziato a procedere la mia ricerca sul per sottolineare l’origine dall’Etru- no e che ha come protagonista provino, argomento che, poi, ho af- ria di quelle rinvenute nel Sud della prio le anfore: la maggior parte frontato, calandolo in un contesto Francia, un dato che non era affatto delle tombe da me scavate nella piú ampio, nel mio libro sui traffici scontato in quegli anni, nonostante necropoli era rappresentata da inutirrenici in età arcaica. In quel vo- la tipologia elaborata da Michel e mazioni di bambini all’interno di lume, oltre a trattare della Sardegna François Py nel 1974 sulla base dei anfore! Anfore oggi ben conosciute, nel contesto tirrenico, ho preso il frammenti ritrovati in stratgrafie ne- provenienti soprattutto da Corinto, vino come filo conduttore (come gli oppida. Delle anfore, in quegli di tipologie molto diverse tra loro, filo «rosso», potremmo opportuna- anni, non si sapeva quasi nulla: erano alcune anche di origine etrusca. mente dire) per capirne la portata considerate materiale ingombrante, Nello stesso periodo, Paola Pelagatcome fenomeno commerciale e per non erano esposte nei musei italiani, ti stava scavando la necropoli di cercare di rispondere alla domanda né erano pubblicate! Fu Paola Pela- Camarina e anche lí trovò una grande quantità di anfore. Andrea Ciacci, Paola Rendini, Andrea Zifferero (a cura di)

archeologia della vite e del vino in toscana e nel lazio All’Insegna del Giglio, Firenze, 830 pp., ill b/n + 1 CD-ROM 40,00 euro ISBN 978-88-7814-538-2 www.edigiglio.it

La pubblicazione di questo importante volume fa seguito agli atti del convegno internazionale di Scansano

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(2005). Articolato in tre sezioni, include non solo tutti i contributi originali del convegno aggiornati e ampliati, ma anche le trascrizioni delle sedute di discussione, nonché un CD-ROM, con le schede archeologiche di sito e le schede ampelografiche prodotte sul campo nel corso dei Progetti «VINUM», «ArcheoVino» e «Senarum Vinea». La prima sezione è dedicata al convegno, vengono affrontate l’archeologia della vitivinicoltura nel Mediterraneo occidentale, l’apporto delle scienze naturali nello studio dei paesaggi agrari, gli aspetti culturali, religiosi e commerciali del vino nelle società preistoriche e preromane e infine il contesto archeologico e i risultati del «Progetto VINUM». La seconda sezione è dedicata al «Progetto ArcheoVino» (Scansano, GR), ne presenta un inquadramento generale, le metodologie per la ricerca sul campo e ne definisce il contesto di riferimento nel panorama degli studi. La terza sezione, che segue una struttura analoga alla seconda, affronta il «Progetto Senarum Vinea».

◆S  ono gli anni in cui nasce «l’archeologia delle anfore»… Le anfore scoperte nelle necropoli divennero, per noi, significative per il fatto di essere venute alla luce integre. I nostri predecessori che avevano scavato gli abitati antichi, anche in Sicilia, non avevano parlato di anfore, e per un motivo piuttosto semplice: in un abitato le anfore si presentano all’archeologo – a meno che non si abbia la fortuna di incappare in un deposito – perlopiú sotto forma di cocci e, all’epoca, questi erano considerati materiale di scarso interesse (ceramica comune) e nessuno ci faceva caso. Altra cosa era, allora, trovare anfore integre e in gran numero, come nel caso delle due necropoli di Megara e di Camarina, o, naturalmente, nel caso dei carichi d’anfore rinvenuti all’interno dei relitti. E qui è d’obbligo citare la stagione delle ricerche subacquee inaugurata da Nino Lamboglia a partire dagli anni Cinquanta: eppure, nonostante le ricerche di Lamboglia e dei suoi successori, italiani, spagnoli e francesi, non conosciamo a oggi, alcun relitto nel Mediterraneo con materiale greco dell’VIII o del VII secolo. Materiale che, invece, è abbondantissimo nelle città greche della Sicilia e dell’Italia meridionale.


◆ Veniamo alle ricerche degli no molto piú complesso, da esa- non esisteva, archeologi dell’Università di minare sulla lunga durata. eppure… Siena che presentiamo in queLe ricerche che sto numero della nostra rivista: ◆ E qui si inseriscono le ricerche presentate qui, inqual è, secondo lei, il ruolo oggi raccolte nel volume Ar- vece, sono il frutto di dell’Etruria all’interno del cheologia della Vite e del Vino in un bel lavoro di grande tema dell’archeologia squadra (e non ci Toscana e nel Lazio... del vino e della vite? La cosa piú importante della ricerca stancheremo mai di L’importanza del territorio etrusco presentata dagli studiosi senesi è dire che oggi, la riè fondamentale. Prima di parlarne, che, partendo dai dati di cui sopra, cerca archeologica non però, dobbiamo fare un passo indie- essa però, per la prima volta li inse- ha senso se svolta in matro: secondo la tradizione degli studi, risce all’interno di uno studio ter- niera individuale). L’aspetto infatti l’apparizione del vino – ov- ritoriale. Per me, il grande significa- del tutto innovativo del vovero il passaggio dalla vite selvatica to di questa ricerca risiede non solo lume, il significato storico, rialla vite coltivata – era direttamente nell’approccio multidisciplinare, ma siede proprio in questo: esso cala, collegato, piú o meno consapevol- nel fatto che essa collega le meto- per la prima volta, la problematica mente, all’ellenizzazione. Sappiamo dologie piú innovative, piú moder- generale legata alla storia della vite che l’Oriente mediterraneo era, per ne, a un particolare e circoscritto e degli scambi culturali, indagata molti aspetti, in anticipo rispetto territorio. Il volume di cui parliamo avvalendosi degli strumenti piú inall’Occidente, e ciò sembrava valere – e di cui questo speciale di «Ar- novativi della ricerca moderna, anche per il vino: esso è «cultural- cheo» offre una sintesi significativa all’interno di una ricerca che ha mente» presente in tutta la letteratu- – dimostra che ci troviamo a un come campo d’azione un particolara greca piú antica – lo ricordiamo punto di svolta: un punto in cui una re e specifico territorio. nei poemi omerici, e non solo storia degli impatti e degli scambi In questo senso, il libro rappresenta nell’Odissea ma anuna nuova stagione che nell’Iliade – e, aprendo prospettive La ricerca degli studiosi senesi inedite: quella, per naturalmente, nella letteratura del Viciesempio, di poter un è importante per l’approccio no Oriente antico. giorno affermare Questa anteriorità con sicurezza che, multidisciplinare e per culturale dell’Oriensulla base dei dati l’applicazione di metodologie te mediterraneo ha della vegetazione atsuggerito l’idea che tuale e di quelli armoderne e innovative a un proprio l’arrivo, sulcheologici, la storia le coste del Medi- territorio particolare e circoscritto ambientale di un terraneo occidentadato territorio, di un le, dei Greci – e, napreciso spazio, può turalmente e prima ancora, dei Fe- culturali, cosí come l’hanno fatta gli essere ricostruita completamente. nici – abbia dato l’impulso alla na- studiosi della mia generazione, deve scita della vite in Etruria. Un segna- nuovamente tornare a volgere il suo ◆ Si tratta di ricerche di lunga le forte a favore di una lettura sguardo al territorio. È necessario durata e che richiedono impesiffatta è poi costituito da un fa- ricordare, a questo proposito, che gni continui e anche una buomoso passaggio di Giustino a pro- uno studioso italiano aveva già perna dose di investimenti... posito della fondazione di Massa- corso questa via, mi riferisco a Emi- Certo, per ottenere risultati dalle lia (Marsiglia), intorno al 600 a.C., lio Sereni: quando, negli anni Ses- indagini su un territorio ci vuole in cui lo storico del II secolo af- santa, lessi quei suoi straordinari tempo, la ricaduta non è immediata. ferma che furono i Greci a inse- saggi, poi ripubblicati (Terra nuova e Non è – tanto per dire – la stessa gnare agli indigeni come coltivare buoi rossi e altri saggi per una storia cosa dell’apertura di una tomba o la vite. In verità, all’inizio dei miei dell’agricoltura europea, Einaudi simili. Ma gli straordinari esiti del studi sull’argomento, quando an- 1981), rimasi letteralmente folgora- lavoro degli archeologi senesi dicora questa teoria godeva di un to! Le sue ricerche riferite alla To- mostrano proprio il successo di un certo credito, i paleobiologi erano scana e, in parte, anche alla Liguria, tale impegno di lunga durata. E già molto critici a riguardo: si erano assolutamente pionieristiche. voglio sottolineare che il loro merirendevano perfettamente conto, Naturalmente, oltre a lavorare «in to è ancora maggiore se consideriainsomma, che la questione del solitario», Sereni non disponeva dei mo il contesto attuale – non certo passaggio dalla vite silvestre a dati tecnici forniti dalla biologia dei migliori – in cui il lavoro è staquella coltivata fosse un fenome- molecolare che, all’epoca, ancora to compiuto. a r c h e o 91


musei • scansano

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passeggiando

valle vino

nella del

parte dalle suggestive sale del Museo Archeologico di Scansano il nostro viaggio alla scoperta della Maremma etrusca

di Paola Rendini e Marco Firmati

I

l quattrocentesco Palazzo Pretorio, nel centro medievale di Scansano (in provincia di Grosseto), ospita da una dozzina d’anni il Museo Archeologico e della Vite e del Vino. La sua identità è fortemente legata al territorio di cui è espressione: come indica la denominazione, da una parte le testimonianze archeologiche ne illustrano la storia antica, dall’altra ci sono i documenti di una remota tradizione vinicola che, negli ultimi decenni, ha conquistato crescente valore economico. Nel Museo si fondono perciò due percorsi espositivi – oggi distinti, ma che si prevede d’integrare ancora di piú nel prossimo futuro – fortemente connessi dalla coltura della vite, un’attività che ha caratterizzato il paesaggio antico e moderno di questa parte della Maremma. Nel percorso dedicato alla vite s’illustra la storia dei vini a denominazione di origine controllata della Toscana meridionale (AnsonicaCosta dell’Argentario, Bianco di Pitigliano, Capalbio, Morellino di Scansano, Parrina, Sovana), tutti

Emilia-Romagna Liguria Mas as ass a sss sa

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Scansano

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In alto: Scansano (Grosseto). La facciata del Palazzo Pretorio, sede del Museo Archeologico e della Vite e del Vino. XV sec. A sinistra: cartina della Toscana con la localizzazione di Scansano. Nella pagina accanto: ricostruzione della tomba 4 della necropoli di Poggio Marcuccio, Scansano (prima metà del VI sec. a.C.), realizzata per la mostra «La valle del vino etrusco» (vedi box alle pp. 96-97).

Lazio

rappresentati dalla Strada del VinoColli di Maremma. Il percorso archeologico ha una lineare articolazione cronologica, con la suddivisione degli ambienti per argomenti, disposti in modo da offrire un percorso diacronico nella storia del paesaggio naturale e umano della media valle dell’Albegna, attraverso materiali e informazioni restituiti dalle ricerche sistematiche

degli ultimi trent’anni e da qualche scoperta occasionale. Le testimonianze etrusche piú consistenti provengono dal santuario e dall’abitato fortificato di Ghiaccio Forte, a cui si aggiungono quelle derivate dalle recenti ricerche nella vicina necropoli di Poggio Marcuccio. Per l’età romana invece la villa dell’Aia Nova, scavata estesamente, ha fornito una a r c h e o 93


musei • scansano

cospicua documentazione. Il museo presenta anche risultati e materiali provenienti da scavi d’urgenza (fattoria romana di Scrina di Porco, abitato arcaico e romano di Civitella, sepolcreto medievale di Poggioferro) e dalle ricerche sistematiche riprese dal 1999 nel sito di Ghiaccio Forte e nel territorio di Scansano.

un percorso ricco e articolato Pur nella sua breve storia, l’originario percorso espositivo è stato poi arricchito dall’inserimento di due esposizioni: «Le vie del sacro, Santuari e depositi votivi nella Maremma etrusca e romana» nel 2007 (vedi box alle pp. 98-99) e «La valle del vino etrusco, Archeologia della valle dell’Albegna in età arcaica» nel 2011 (vedi box alle pp. 96-97). Entrambe le mostre espongono dati e materiali di ricerche che differenti istituzioni, coordinate dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, hanno condotto nell’area della bassa Maremma negli ultimi anni: contribuiscono in maniera significativa ad approfondire la conoscenza del territorio nell’antichità e a saldare sempre piú strettamente le due anime che del

In alto: Scansano, Museo Archeologico.Vetrine con corredi dalle necropoli di Poggio Marcuccio (Scansano) e Cancellone (Magliano in

Toscana). Prima metà del VI sec. a.C. In basso: il direttore del Museo di Scansano e coautore dell’articolo, Marco Firmati.

museo costituiscono l’identità: archeologia e vino. Il linguaggio della comunicazione vuole essere semplice: evita espressioni tecniche privilegiando invece la chiarezza, cosí da favorire la comprensione anche da parte dei non addetti ai lavori. I materiali sono presentati in modo da testimoniare la loro funzione nel contesto storico in cui furono prodotti e utilizzati, evitando disposizioni di stampo scientifico classificatorio. Un sintetico apparato di pannelli e didascalie presenta la storia antica della valle ricostruita attraverso l’interpretazione dei dati di scavo, ma senza scendere nel dettaglio della trattazione scientifica. Plastici e ricostruzioni ambientali animano il percorso e offrono un’esperienza diretta della realtà antica, riprodotta 94 a r c h e o


Bacini bronzei etruschi esportati verso la Gallia e recuperati dal relitto dell’Enfola (isola d’Elba). Fine del VII-primi decenni del VI sec. a.C.

anch’essa sulla base della documentazione archeologica. A quanti desiderino approfondire le informazioni offerte dai pannelli il bookshop offre un’agile guida al territorio di Scansano e ai Musei, cataloghi scientifici del percorso archeologico e delle mostre e altre pubblicazioni sul territorio.

le prime scoperte A eccezione del ritrovamento d’iscrizioni e rilievi funerari romani negli anni Venti del Novecento poco lontano da fiume Albegna, nessuna scoperta archeologica di spicco è stata effettuata fino agli anni Settanta nel territorio di Scansano, che comprende il versante settentrionale della media valle. In quegli anni nacque a Scansano, attorno alla figura di Zelindo Biagiotti – cultore autodidatta di archeologia – un gruppo archeologico, che dedicava energie e tempo alle ricognizioni di superficie e alla raccolta sistematica di notizie ri-

guardanti l’archeologia locale. Grazie alla loro attività fu scoperto, nel 1970, il primo insediamento etrusco della zona, sulla collina di Ghiaccio Forte. In un primo momento le indagini archeologiche, che portarono alla scoperta dell’intero circuito murario e di un deposito votivo, furono condotte da Anna Talocchini della Soprintendenza, a cui si affiancò Mario Del Chiaro dell’Università di Santa Barbara (USA); in seguito gli interventi di restauro e di scavo furono effettuati dalla stessa Soprintendenza (Anna Talocchini, Paola Rendini) e dal Comune di Scansano. Nel contempo, le frequenti segnalazioni di rinvenimenti casuali (rilievi funerari, frammenti architettonici da fattorie e ville rustiche) sono state affiancate dai già citati scavi d’urgenza: a Civitella, nel 1981, sui resti di una villa romana tardorepubblicana occupata fino al III secolo d.C., che insisteva su un insediamento etrusco del VI secolo

a.C.; a Scrina di Porco, nel 1985, sull’ambiente produttivo con torchio di una fattoria romana. Un magnifico esempio di villa produttiva di età tardo-repubblicana è il complesso dell’Aia Nuova, parzialmente scavato dal 1987 al 1990 da Mario Del Chiaro, dotato di un impianto termale e impreziosito dalle raffinate decorazioni di pavimenti e pareti. Alla casualità degli interventi legati all’attività di tutela ha fatto riscontro, sempre negli anni Ottanta, un sistematico progetto di ricognizione territoriale, diretto da Andrea Carandini, effettuato su aree a campione per lo studio dell’occupazione del territorio dalla preistoria all’Alto Medioevo. Nel 1999 un intervento d’urgenza su una necropoli dei secoli centrali del Medioevo, a Poderuccio di Poggioferro, ha aperto nuove prospettive per l’archeologia medievale di questo territorio. All’iniziativa del Comune di Scana r c h e o 95


musei • scansano Il corredo della tomba 2 della necropoli di Cancellone (Magliano in Toscana). Prima metà del VI sec. a.C.; sulla vetrina è esposta la ricostruzione di un paio di sandali etruschi.

sano, che ha finanziato la valorizzazione dell’insediamento etrusco di Ghiaccio Forte, si deve la ripresa, dal 1999, degli interventi di restauro e di scavo, che hanno portato a nuove scoperte sull’abitato e nella collina orientale, presentate in diversi convegni internazionali. La nascita del museo e la ripresa dell’interesse per l’archeologia locale hanno anche ricreato negli abitanti della zona lo stesso clima di entusiasmo e coinvolgimento, già vissuto ai tempi dei primi scavi degli anni Settanta. Cosí, grazie al loro contributo, la serie di segnalazioni e di rinvenimenti significativi si arricchisce di giorno in giorno, modificando rapidamente la carta degli insediamenti d’età antica del territorio a nord dell’Albegna. Infine, in ordine di tempo, si segnalano la scoperta e lo scavo della necropoli arcaica di Poggio Marcuccio e il nuovo filone di ricerca sull’archeologia della vite e del vino nell’antichità, in stretta collaborazione con Università di Siena e Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana (vedi, in questo numero, lo speciale alle pp. 66-91), che ha trovato nel comprensorio di Ghiaccio Forte un ambito particolarmente fruttuoso. 96 a r c h e o

Qui accanto: bronzetto raffigurante un «falciatore», dalla stipe votiva di Ghiaccio Forte. Fine del IV-inizi del III sec. a.C. Nella pagina accanto: il kouros di Selvanera (Capalbio, GR). 550-540 a.C.

l’archeologia di una valle In un’epoca in cui il vino è oggetto di attenzioni che ne sottolineano anche il valore culturale, la mostra «La valle del vino etrusco. Archeologia della valle dell’Albegna in età arcaica», allestita a Scansano, presenta i dati recenti sulla coltivazione della vite, la produzione del vino e dei contenitori destinati alla sua esportazione transmarina in età etrusca, e in particolare al momento di massima fioritura del fenomeno, che coincide col VI secolo a.C. Il lavoro congiunto di Comune di Scansano, Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e Università di Siena rivela come nella valle dell’Albegna, già nell’antichità, si fosse affermata una complessa filiera per lo sfruttamento vinicolo del territorio, che trova straordinaria corrispondenza con l’odierna produzione del Morellino di Scansano e delle altre pregevoli DOC della valle. La ricerca archeologica contribuisce cosí alla riscoperta, relativamente recente, della vocazione alla produzione del vino in un contesto che si può motivatamente fregiare del titolo di «Valle del vino etrusco». Al vino sono legati aspetti fondamentali della cultura e dell’economia etrusche in età arcaica. Sebbene in Etruria il consumo di una bevanda d’uva fermentata (temetum) fosse documentato forse già dalla media età del Bronzo, nell’VIII secolo a.C. giunge dalla Grecia la «cultura del vino», che comporta una complessa ritualità: dalle occasioni allo strumentario e alle regole per la preparazione e il consumo della bevanda. Bene di prestigio, farmaco e strumento di aggregazione, il vino fu celebrato nelle cerimonie religiose e funebri, ma anche nei rapporti sociali attraverso il simposio (dal greco syn = insieme + pino = bevo), un banchetto che fu insieme espressione di lusso e cerimonia di condivisione tra gruppi aristocratici, ispirata al mondo greco-orientale. Nel simposio coppie di uomini e donne reclinati su letti conversano o cantano accompagnati da musici e accuditi dai ministri delle bevande. Il vino, mescolato con acqua, è preparato e servito con vasellame d’ispirazione greca, anche alle donne del clan. A differenza della Grecia, infatti, dove al simposio


sono ammesse solo le etere, la donna etrusca gode di una considerazione sociale superiore che le consente di partecipare a questa cerimonia in origine esclusiva. Nel VI secolo a.C. la valle dell’Albegna presenta, in larga parte, un popolamento diffuso: le poche abitazioni finora scavate e le piú numerose tombe, con i loro corredi funebri, documentano l’esistenza di una società abbastanza agiata, che partecipa a riti e privilegi soltanto un secolo prima appannaggio di una ristretta élite aristocratica. Tra le manifestazioni piú evidenti del benessere ci sono appunto i corredi da simposio, presenti in tutte le tombe del comprensorio. Il vino, oltre che espressione dello stato sociale, fu probabilmente anche una delle principali risorse economiche di questi «signori di campagna», che controllavano un territorio fin d’allora destinato alla produzione vitivinicola. Le ricerche degli ultimi trent’anni e in particolare quelle piú recenti, di cui la mostra dà conto, descrivono un’economia fortemente legata alla produzione e al commercio del vino nella valle dell’Albegna. Alle testimonianze della fattoria etrusca di Podere Tartuchino (Semproniano), dove si trovava un torchio vinario, si aggiungono le tracce di produzione di anfore da trasporto – proprio per il vino – nell’abitato di Doganella (Orbetello) e quelle rinvenute nei pressi di Marsiliana d’Albegna (Manciano) . Gli scali portuali vicini alla foce dell’Albegna e nelle isole dell’Arcipelago Toscano insieme ai relitti distribuiti lungo le rotte che portavano alle coste liguri e galliche, testimoniano, Marco Firmati, Paola Rendini, Andrea Zifferero (a cura di)

la valle del vino etrusco Edizioni Effigi, Arcidosso (GR) Città, 133 pp., ill. col. 10,00 euro ISBN 978-88-6433-118-8

Il catalogo della mostra allestita a Scansano presenta i risultati delle ricerche piú recenti nella Valle dell’Albegna. Attraverso l’esame dei siti archeologici viene tracciato un quadro

attraverso anfore e vasellame etrusco per il simposio (bucchero e bronzi), il cospicuo flusso commerciale legato all’esportazione del vino prodotto nel territorio dell’etrusca città di Vulci, del quale la nostra valle costituisce la parte piú settentrionale. La ricerca archeologica e genetica avviata pochi anni fa lungo le sponde dell’Albegna e dei suoi affluenti ha portato a individuare una straordinaria concentrazione di viti apparentemente selvatiche, ma in realtà già domesticate in antico. La presenza di viti domesticate in questo paesaggio solo marginalmente interessato dalla rarefatta presenza umana, dal Medioevo a oggi, sembra rimandare ai periodi di intensa attività vitivinicola d’età etrusca e romana. La mostra presenta i risultati di ricerche archeologiche recenti e ancora in corso che riguardano la produzione e il consumo del vino nella valle dell’Albegna nel VI secolo a.C.: numerosi materiali sono esposti per la prima volta al pubblico. Essi provengono da scavi condotti nei territori di Magliano in Toscana, Manciano e Scansano dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, dall’Università degli Studi di Siena e dal Museo Archeologico e della Vite e del Vino di Scansano. Le stesse tre istituzioni hanno progettato, in piena condivisione, e collaborato alla realizzazione dell’esposizione, al termine della quale la maggior parte dei materiali entrerà a far parte del percorso espositivo stabile del Museo, di cui è in programma il rinnovamento. Il progetto dell’esposizione, di respiro comprensoriale, ha trovato nel Comune di Scansano il promotore, con la collaborazione del Comune di Magliano in Toscana ed è stato realizzato grazie al cofinanziamento della Regione Toscana, attraverso la rete dei Musei di Maremma, e il consorzio FarMaremma. complessivo della cultura del vino nell’età etrusca. Dopo gli aspetti botanici e ambientali, vengono descritte le dimensioni della produzione e del commercio, la sfera religiosa e i riti funebri. Un capitolo è dedicato al sito di Ghiaccio Forte, mentre, in appendice, sono presentati i metodi d’indagine e di restauro e le tecnologie informatiche impiegate per le ricostruzioni virtuali.

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musei • scansano

le offerte votive di un popolo di contadini e pastori Il forte legame del Museo di Scansano con il territorio e con le attività maggiormente praticate dai suoi abitanti fin dall’antichità, l’agricoltura e l’allevamento del bestiame – oggi molto ridimensionato – è stato il punto di partenza per la mostra «Le vie del Sacro». Lo spunto è nato in considerazione del forte impatto suscitato, da quando è stato istituito il museo, dalla «stipe» votiva di Ghiaccio Forte, costituita da ex voto in bronzo (tra cui il «falciatore», emblema del Museo) e fittili; fu avviato un progetto di ricognizione dell’ingente massa di offerte votive etrusche (la maggioranza) e romane recuperate nella Valle dell’Albegna e nei territori limitrofi, conservata in diversi depositi. I reperti, databili dall’età arcaica a quella imperiale, con un picco di presenze nell’età ellenistica, riproducono varie tipologie di soggetti, in bronzo e in ceramica, e non erano mai stati valorizzati con una mostra che mettesse a disposizione l’intero complesso di doni votivi, visti come espressione della religiosità popolare etrusca di un territorio di frontiera come la

La vetrina dedicata ai materiali della «stipe votiva» di Ghiaccio Forte, scoperta nel territorio di Scansano nel 1970. I reperti riferibili al deposito abbracciano un orizzonte cronologico compreso tra la prima metà del VI e i primi decenni del III sec. a.C.

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valle dell’Albegna, e come indicatori dei percorsi viari nel corso dei secoli. Nel 2007 fu realizzato il progetto unitario, con il contributo delle Amministrazioni Comunali di Grosseto e di Scansano, suddiviso nei due rispettivi musei civici, che già ospitavano complessi votivi della zona. Gli oggetti votivi offerti per ottenere «protezione» o in segno di grazia ricevuta (ex voto) della valle dell’Albegna, documentano, nella loro tipologia, la straordinaria ricettività agli influssi culturali esterni della zona che, in epoca etrusca, corrispondeva al territorio periferico di Vulci ed era snodo di passaggio tra l’Etruria settentrionale e quella meridionale e tra la costa tirrenica e l’Etruria tiberina. La distribuzione dei depositi votivi e dei rinvenimenti sporadici riflette di conseguenza, in una situazione in gran parte priva di documentazione diretta, la distribuzione topografica dei santuari di tipo campestre, lungo i percorsi viari, e permette di ricostruire, allo stesso tempo, la viabilità antica del territorio.


Tra i reperti esposti vanno ricordate le statuette in bronzo di offerenti del VI secolo a.C., tipiche dell’area etrusca centro-settentrionale, ispirate a opere di maggiore impegno, come il kouros (giovane) di Selvanera. Il periodo compreso tra il IV e l’inizio del III secolo a.C., caratterizzato dalla ripresa delle ostilità con Roma e dalla diffusione di santuari campestri, dedicati alle divinità protettrici della salute, della fertilità e rigenerazione, con complessi votivi misti – bronzetti tradizionali e offerte votive fittili, d’influsso etruscomeridionale –, è ben esemplificato dalla stipe di Ghiaccio Forte. Come anticipato, essa costituisce il nucleo portante del Museo di Scansano, con la sua associazione di bronzi (teste e figure umane, animali) e oggetti fittili (teste ed elementi anatomici umani, raffigurazioni di animali) ed è riferibile a un santuario «di transito», in stategica posizione di controllo verso il guado sull’Albegna, via fluviale proiettata verso l’Etruria tiberina. Nella stipe i bronzetti piú noti, con falx arboraria, identificati con il dio Selvans, alludono anche

alla coltivazione della vite, mentre le figure bronzee e fittili di bovini, spesso in coppia con vitellino, sono un chiaro riferimento alla pastorizia e all’allevamento. I cambiamenti intervenuti nella pratica religiosa a seguito della precoce romanizzazione della Valle dell’Albegna, dopo la conquista romana del 280 a.C., sono esemplificati dai depositi dell’area di Saturnia e Marsiliana, databili tra il III e il II secolo a.C., in cui emerge una graduale acquisizione di elementi di origine romana, come la presenza di soli ex voto fittili, in gran parte riproducenti parti anatomiche. La crisi che, nel corso del II secolo a.C., investe l’intera Penisola italiana coinvolta nelle guerre di Roma per la sua supremazia nel Mediterraneo, colpí anche la valle dell’Albegna: le offerte simboliche vennero dapprima sostituite da un obolo monetario, poi lo spopolamento del territorio, la fine della piccola proprietà e la sostituzione dell’allevameno itinerante con altri sistemi produttivi, decretarono anche la fine dei santuari legati a quel mondo agricolo-pastorale.

dove e quando Museo Archeologico e della Vite e del Vino Scansano (GR), Palazzo Pretorio, piazza Pretorio 4 Orario sabato, 10,00-13,00; domenica, 15,00-18,00 Info tel. 0564 509106 (Museo); tel. 0564 509411 (Comune)

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il mestiere dell’archeologo Daniele Manacorda

faber o sapiens: quale uomo per il terzo millennio? Come superare l’antinomia (apparente) tra cultura umanistica e specializzazione tecnologica

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a qualche tempo ci si interroga, e non solo tra gli addetti ai lavori, sul futuro delle scienze umane. Qui non troverete la risposta, ma possiamo almeno fare un punto, dicendo: parlare di scienze umane implica un discorso anche sulle altre scienze, quelle «vere». Un discorso senza sterili contrapposizioni, però, perché proprio il contrasto ricorrente tra questi due universi del sapere è una delle cause del disagio che viviamo. Non a caso i momenti piú alti della storia della civiltà occidentale sono legati ai periodi in cui scienze umane e scienze della natura sono andate di pari passo, quasi fondendosi. Penso alla grande cultura ellenistica, poi tramontata con il mondo classico. O ai lumi del Settecento, poi offuscati da una concezione idealistica, di cui ancora sentiamo il peso ogni volta che scienza e tecnica vengono percepite come estranee alla cultura, o subordinate a essa. Oggi le tecnologie sembrano aver ribaltato l’angusta classifica che ha lungamente influenzato anche i nostri sistemi scolastici, ma non per questo è venuto meno il dibattito sull’insegnamento delle scienze umane e sul loro declino, accentuato da politiche di drastiche riduzioni della spesa. E quando questo dibattito investe i temi dell’innovazione, dei rapporti tra economia e cultura, tra impresa e

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Il restauro e lo scavo archeologico possono ben rappresentare la complementarità tra discipline umanistiche e tecnologia. In alto: Roma, Foro di Cesare. Il recupero di un’urna funeraria con resti combusti databili all’XI sec. a.C. Nella pagina accanto: Roma, Terme di Traiano, criptoportico. Un momento della ripulitura del mosaico parietale raffigurante Apollo. I sec. d.C. circa. ricerca, e, soprattutto, quello della formazione della classe dirigente nei Paesi dell’Occidente, chiunque si occupi di arte e letteratura, storia e filosofia, antropologia e archeologia dovrebbe interrogarsi sul perché il destino e la missione delle scienze umane siano oggi tanto incerti.

il senso della vita Oggi scienze e tecnologie danno risposte piú immediate ai bisogni primari di masse sterminate di persone, sono piú direttamente vicine alle loro esperienze, nella salute, nei trasporti, nelle comunicazioni; ci fanno anche sognare nell’infinito dell’astrofisica o della biologia molecolare. Tuttavia, le scienze umane sono ancora capaci di parlare al senso profondo della vita, di appagare le necessità piú intime delle persone. La complementarità tra questi due universi del sapere è nelle cose. Le scienze ci insegnano «come

fare» e ci indirizzano sulla strada del «che fare». Le scienze umane ci aiutano ancora, oggi e sempre, a comprendere «perché fare», in un rapporto dialettico che non ha soste. Questa complementarità tra le scienze non sembra tuttavia ben percepita dall’opinione pubblica, né dalla politica. Le scelte strategiche a livello universitario, non solo in Italia, concentrano gli investimenti in campo tecnologico e scientifico, là dove la connessione tra ricerca e sviluppo economico appare piú evidente. Se la ricerca applicata viene indicata come quella a cui si devono preferibilmente indirizzare le risorse, vien voglia di dirsi: produciamo prodotti pronti per l’uso. Facciamo impresa. Ma poi ci assale la domanda se le grandi innovazioni avvengano davvero solo all’interno delle imprese o non piuttosto anche nella ricerca di base, e quindi anche in quella grande azienda pubblica che è, appunto, l’università. Umberto Eco ha denunciato il fatto che questi tagli agli investimenti, che deprimono le facoltà umanistiche, mettono in discussione lo sviluppo armonico dei saperi e consegnano il Paese a una nuova forma di barbarie e dipendenza coloniale. Sono due termini impegnativi, che rimandano a momenti della storia in cui il mondo si è confrontato

aspramente: in un caso al tramonto della grande civiltà classica, nell’altro all’età del colonialismo moderno, quando un mondo infinitamente piú colto, ricco e forte poteva disporre a suo piacimento di un altro mondo piú povero, piú debole, detentore di culture incapaci di stare al passo con quelle dei conquistatori. Noi abbiamo il privilegio raro di vivere un’epoca che, per quanto angosciosa, ci lascia intravedere fenomeni analoghi, in cui un’intera cultura, quella occidentale – dai forti contenuti scientifici e tecnologici, ma dalle profonde radici umanistiche –, si domanda se – e quanto e quando – debba cedere il passo a nuove forze, piú fresche e determinate. Forze che, spesso, sono certo piú incolte, se con questo termine intendiamo la mancanza di strumenti per capire l’eredità profonda della cultura occidentale e il peso che si assume chi a essa intenda sovrapporsi o sostituirsi.

andare oltre i dati Nelle logiche di produzione dei beni e di distribuzione della ricchezza, il confronto avviene solo apparentemente a livello di saperi scientifici e tecnologici, perché, in realtà, esso si consuma sempre piú sul terreno delle scienze umane e dei loro saperi. Tanto che si torna a sottolineare l’importanza degli studi umanistici per costruire società cosmopolite e tolleranti, aperte al confronto, capaci di interpretare le culture degli altri. Interpretare, soprattutto per chi opera nel campo della storia, significa andare al di là dell’accumulo dei dati, per dare significato alle cose, integrarle e ricomporle, ritrovandone i fili, per mostrarle significativamente ordinate nello spazio e nel tempo. L’esercizio dell’interpretazione di un testo, di un’opera d’arte – figuriamoci di un contesto archeologico! – studiati con serietà, ma analizzati liberamente e con mente viva, rafforza infatti le capacità di

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La scuola dei filosofi, tavola dell’artista e illustratore Rainer Ehrt raffigurante, in chiave caricaturale, i maggiori pensatori tedeschi del XVIII e XIX sec.

orientarsi in ambiti complessi, e in primo luogo nel mondo contemporaneo. Filosofia e storia sono quindi la strada maestra per capire i «perché» e i «come» della scienza: sono – se mi permettete l’espressione – la biologia delle idee e delle categorie di giudizio. Se questo è ancora vero, la perdita di autorevolezza sociale, politica e culturale delle discipline umanistiche andrà imputata anche alla chiusura iperspecialistica e alla tecnicizzazione di tante discipline cardine delle scienze umane, che hanno accompagnato una perdita di visione complessiva della realtà, a sua volta seguita dall’erosione del loro compito storico di formazione della classe dirigente. Un grido d’allarme è giunto anni fa proprio dal mondo della scienza, quando il matematico Lucio Russo in un prezioso libricino (Segmenti e bastoncini) chiedeva che la scuola fosse messa in condizione di formare ancora cittadini pensanti e

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non solo utenti piú o meno ben addestrati. Se oggi molti lamentano la scarsa capacità delle nuove generazioni di esercitare quella critica della conoscenza che è indispensabile per orientarsi nel mondo, dovremmo anche chiederci se questo gap interpretativo della realtà – certo inoculato da una pluridecennale ipertrofia del mondo dei media e del cattivo spettacolo – non si sia annidato anche dentro le nostre discipline, che faticano a trovare agganci piú diretti con la realtà e la vita.

economia e cultura Anche per questo, da alcuni anni, non si contano piú le iniziative che prendono di petto il tema del rapporto tra economia e cultura e che, anche sul versante dei beni culturali, puntano il dito sul tema dell’innovazione. Abbiamo ricordato in piú occasioni quanto sia cambiata l’archeologia in questi ultimi decenni, e quanto questi

studi siano uno strumento formidabile per contrastare l’oblio, per non perdere il filo della comprensione della realtà. In Italia, dopo l’uso pubblico della storia praticato dal fascismo, che narrava abusando – come ricorda Andrea Carandini –, ma qualcosa raccontava, si è passati a una lunga separazione fra ricerca e pubblico, povera di passione civile e incapace di comunicare. Oggi quel nodo centrale che va sotto il nome di valorizzazione – sbrigativamente tradotto da un lato in mercificazione, dall’altro in perdita di chissà quale purezza – è finalmente visto nella sua funzione strategica. Al di là della retorica di un patrimonio culturale fin troppo sbandierato, oggi occorre alimentare la convinzione che l’investimento in cultura sia una delle ancore di salvezza per il nostro Paese. Lo è – credo – in una prospettiva planetaria per l’intera Europa. Lo è certamente per l’Italia, perché senza linfa alla cultura il nostro Paese è destinato a una misera retrocessione senza futuro. Se nel presente lo sforzo del Paese va nel senso di contrastare la crisi dell’industria manifatturiera o della produzione di servizi, dove solo l’innovazione ci può salvare, pensiamo che l’innovazione vada portata con forza anche nel mondo dei beni culturali. Le motivazioni del loro valore sono state sempre mutevoli nel corso del tempo. E continueranno a cambiare. Dobbiamo innovare nelle nostre teorie e nelle prassi che ne derivano: nella formazione dei giovani, nella tutela del patrimonio, nel restauro, nella comunicazione, nelle forme della libera circolazione delle informazioni, nel coinvolgimento dei cittadini nella gestione del loro patrimonio storico. Torneremo sull’argomento. (1 – continua)


vite di archeologi Giovanna Quattrocchi

l’inglese che amava gli etruschi nato a Londra nel 1814, George Dennis si rivela, fin da giovane, viaggiatore instancabile. una passione alla quale – complice il fascino romantico delle antichità d’etruria – si aggiunge ben presto quella per l’archeologia

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eorge Dennis ebbe sempre un grande amore per l’avventura, che cercò per tutta la vita, vagabondando di paese in paese. La passione per i viaggi e il desiderio di conoscere il mondo gli erano stati forse tramandati dai suoi antenati: il bisnonno John si trovava in Portogallo nel 1755, anno del terribile terremoto di Lisbona, e il nonno George

risiedette a lungo in Canada, facendo rilievi e tracciando strade militari per l’Ammiragliato inglese. Il padre John, invece, visse in Inghilterra, lavorando nell’Ufficio delle tasse. Ebbe dieci figli: George, il quarto, nacque a Londra il 12 luglio 1814. Il ragazzo crebbe in famiglia, studiò fino a 15 anni poi andò a lavorare con il padre e non poté quindi

In alto: ritratto di George Dennis (1814-1898), oggi ricordato soprattutto per le importanti scoperte archeologiche effettuate nel territorio dell’Etruria. In basso: la tomba Campana di Veio, al momento della scoperta, nel 1842. Incisione da un disegno di George Dennis.


Il frontespizio dell’edizione aggiornata (1878) di The Cities and Cemeteries of Etruria, opera in cui George Dennis diede conto dei viaggi compiuti in Etruria dal 1842 al 1847, pubblicata per la prima volta nel 1848. entrare all’Università. Tuttavia, George odiava il suo lavoro londinese, mal retribuito e che gli impediva di dedicarsi ai viaggi. Cominciò quindi a concedersi periodi di vacanza nei quali girare il mondo. A 18 anni visitò il Galles, poi si recò a Parigi con il padre, appassionato di pittura e buon disegnatore. Nel 1824 si recò in Scozia e la visitò a piedi, in lungo e in largo, attratto e affascinato dai luoghi selvaggi e maestosi.

scomparso nel nulla Non riuscí a partire di nuovo fino al 1836, quando, in maggio, andò via di casa e non diede notizie di sé per tre mesi, con grande ansia dei genitori, che finirono per rivolgersi al Foreign Office. George era andato nella Penisola iberica, dove aveva girato senza sosta, raccogliendo appunti di viaggio e concedendosi anche una puntata in Africa, a Tangeri. Le sue vivaci descrizioni di Siviglia, Cordoba e Granada furono riunite nel libro Un’estate in Andalusia, pubblicato dall’editore Bentley nel 1839, con un discreto successo. La meta successiva del nostro instancabile viaggiatore fu l’Italia. Partí alla metà di luglio del 1839 e, passando per la Svizzera, di cui visitò Ginevra e Saint-Moritz, scese nella Penisola e iniziò da Milano e Venezia. Già educato ad ammirare la pittura, si esaltò di fronte alle belle città e alle splendide opere d’arte, ma trovò Venezia una città decadente e di profonda tristezza. Tornato in Inghilterra, cercò lavoro come redattore e offrí i suoi articoli a diverse riviste, ma senza fortuna, e dovette tornare all’odiato lavoro presso l’ufficio paterno. Nel 1840 era di nuovo in viaggio: Parigi e la Spagna settentrionale. Faceva schizzi e disegni e

manteneva un vivace scambio epistolare con la famiglia. Le sue lunghe lettere ai familiari e agli amici danno un preciso resoconto delle sue peregrinazioni da Burgos, a Madrid, a Saragozza. Tornato a Londra, scrisse un libro sul Cid, l’eroe spagnolo protagonista di un dramma di Corneille. La passione per l’archeologia non si era ancora rivelata, e fu di lí a poco accesa dagli Etruschi. I primi viaggi di Dennis in Etruria si svolsero tra il 1842 e il 1848, in compagnia dell’amico e pittore Samuel Ainsley. Gli itinerari si possono ricostruire studiando il catalogo delle opere di Ainsley, da lui lasciate alla sua morte, avvenuta nel 1874, al British Museum. Prima tappa fu la regione di Tarquinia: mentre Ainsley disegnava le tombe etrusche, le grotte, i ponti e la campagna, Dennis esplorava i sepolcri e le rovine, prendendo nota di tutto ciò che vedeva. Da Tarquinia i due amici si recarono a Bolsena, Orvieto e Bomarzo, poi tornarono a Roma. Qui il luogo da loro piú frequentato era la sede dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica. La conoscenza dei monumenti antichi accendeva in Dennis una passione sempre maggiore per l’archeologia, scienza allora ai suoi primi passi; studiava con foga storia e letteratura antica

e visitava i luoghi piú abbandonati. Nel 1842 era in Sabina a visitare la villa di Orazio: era certo che la fons Bandusiae di cui parla il poeta doveva trovarsi nelle vicinanze, contrariamente all’opinione di un archeologo inglese che riteneva fosse presso Venosa, patria del poeta. Ma aveva ragione Dennis. Il secondo giro in Etruria, nell’ottobre-novembre del 1842, si svolse a nord di Roma, tra Veio, Isola Farnese, Ronciglione, Castel D’Asso, Norchia e Blera: località allora deserte e abbandonate, anche se questo accresceva il loro alone romantico e selvaggio.

ancora in italia Nel gennaio 1843 dovette tornare a Londra, dove il suo posto all’Excise Office era in pericolo, dopo nove mesi di assenza. Aveva dovuto rinunciare a un viaggio in Grecia e tornava al noioso lavoro mal pagato, sua unica fonte di guadagno. Già nell’aprile di quell’anno, però, era di nuovo in Italia, con Ainsley. Il loro terzo giro iniziò da Cerveteri; poi si spinsero a Civita Castellana, Nepi, Falerii, Todi, Perugia, Volterra, Populonia, Vetulonia, Sovana, Chiusi e Cortona. Era il tempo dei primi, eccitanti scavi e dei primi importanti ritrovamenti degli archeologi italiani, come l’ipogeo

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dei Volumni presso Perugia, la necropoli di Vetulonia, quelle di Tarquinia e la tomba Regolini Galassi di Cerveteri, scoperta intatta con tutto il suo corredo. Al ritorno a Londra, nell’estate del 1843, Dennis prese contatto con l’editore Murray per una pubblicazione sulle sue esplorazioni, che fu accettata: trascorse quindi l’anno a scriverne il primo volume. Nel gennaio 1844, prima di partire di nuovo per l’Italia, scrisse a Murray per informarlo che la maggior parte del lavoro era scritta, ma che la portava con sé per «verificarne l’esattezza» e gli comunicò il titolo del futuro

A destra: lampadario etrusco in bronzo (metà del V sec. a.C.) custodito nel Museo di Cortona. Incisione da The Cities and Cemeteries of Etruria di George Dennis. Nella pagina accanto: il Ponte della Badia, a Vulci. Illustrazione realizzata da Samuel James Ainsley nel 1843, in occasione del suo terzo viaggio in Etruria insieme a George Dennis. Londra, British Museum.

volume: The Cities and Cemeteries of Etruria (Città e necropoli d’Etruria), il libro che gli avrebbe valso l’epiteto di «scopritore degli Etruschi». Appena arrivato in Italia, mandò una comunicazione all’Istituto di Corrispondenza Archeologica sulla necropoli etrusca di Sovana. Ormai era conosciuto nell’ambiente come un valido studioso di cose etrusche e il suo nome appariva spesso nel Bollettino dell’Istituto. Nel 1845 Dennis pubblicò il primo articolo su una rivista inglese, Classical Museum, esponendovi la sua ipotesi sull’ubicazione del sito di Vetulonia (in seguito rinvenuto piú a sud). Nell’inverno 1846, di nuovo a Roma, scrisse al padre per farsi mandare abiti e libri; intanto lavorava al volume sull’Etruria e

progettava di stabilirsi nella città eterna, mantenendosi con il lavoro di antiquario e di guida ai turisti inglesi nella visita alle antichità cittadine. Lavorava per terminare il suo libro, nel quale aveva inserito molte città antiche, compresa Roma. Fece una sosta a Firenze per visitare i dintorni e consultare libri che non aveva trovato a Roma.

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I primi successi Finalmente, nel 1848, la grande opera di Dennis fu pubblicata. Già gli proponevano altri lavori di carattere archeologico, quando gli fu offerto il posto di segretario particolare del Governatore della Guyana britannica. Dennis salpò dall’Inghilterra il 17 gennaio 1849. Nel 1851, tornato a Londra in licenza, riprese a lavorare a una

guida della Sicilia, dove si recò brevemente nel 1852, prima di tornare in Guyana. La corrispondenza con l’editore Murray ci informa sulle sue prospettive future e sul suo desiderio di lasciare la colonia. Un secondo congedo, iniziato nel 1856, si protrasse per quindici mesi, con viaggi in Sicilia e a Roma e un intenso lavoro di scrittura. Tornato in Guyana, insieme alle mansioni di segretario continuava a scrivere, oltre alla guida, anche un volumetto sulle condizioni politiche della Sicilia. Anche in Guyana, infatti, era giunta notizia della conquista garibaldina del 1860: e quale inglese meglio di lui poteva conoscere la situazione dell’isola? Nel 1862 si concluse il suo ultimo soggiorno in America: nel settembre di quell’anno Dennis fu


Palermo: sperava che la sua Guida per i viaggiatori in Sicilia, pubblicata nel 1864, gli fosse di aiuto presso il Foreign Office. Nel 1867 ebbe un nuovo incarico a Smirne, dove sperava di riprendere la sua attività archeologica. Di fatto visitò e studiò le città antiche di Sardi e di Efeso; non si deve dimenticare che allora era molto accreditata l’ipotesi di una origine lidia degli Etruschi, e questo rendeva il Paese ancora piú interessante ai suoi occhi. autorizzato a trasferirsi in Sicilia come viceconsole britannico e a cominciare gli scavi a Girgenti (Agrigento) e a Terranova (Gela). A proposito di Gela, nel 1906, quando pubblica i risultati degli scavi condotti tra il 1900 e il 1905, l’archeologo Paolo Orsi ripercorre la storia degli studi del sito e narra di come George Dennis avesse condotto proficui scavi a Capo Soprano, tanto che era riuscito a spedire al British Museum quaranta casse piene di centinaia di vasi di grande valore acquistati con «poche decine di sterline». Nel 1863 Dennis ottenne un incarico in Africa settentrionale. Vi rimase fino al 1867 e anche qui cercò di occuparsi di archeologia, ma la sua aspirazione era soprattutto quella di poter ottenere stabilmente il consolato di

la sicilia, finalmente! Finalmente, nel 1870, Dennis ebbe il tanto atteso consolato britannico in Sicilia, che gli fu concesso per nove anni. L’Italia era ormai unificata e, quando i Piemontesi entrarono a Roma, Dennis con la famiglia era già a Palermo da tre mesi. La sede era spaziosa, il clima perfetto e il lavoro tranquillo, quindi Dennis si accinse alla revisione del suo libro sull’Etruria, che voleva aggiornare rispetto all’edizione del 1848. Preparò molte mappe e piante dei siti, come Fidene, Sutri, Falerii, Sovana, Fiesole, Populonia, Roselle... Chiese inoltre a Murray di pubblicare nel volume una immagine del «meraviglioso sarcofago» etrusco del British Museum, «uno dei piú singolari e

bizzarri monumenti dell’arte etrusca che io abbia mai visto», non immaginando affatto che esso fosse, in effetti, un abilissimo falso. Verso la fine del 1876 scrisse all’editore di aver terminato le prime 600 pagine della nuova edizione, che doveva essere abbellita da disegni e schizzi tra cui quelli, deliziosi, dell’amico Edward Cooke. Il libro uscí alla fine del 1878: le recensioni, se nel complesso furono favorevoli, contenevano però critiche e dissensi che lo ferirono. Egli sperava in quel momento di ottenere il consolato a Smirne per riprendere gli scavi di Sardi. L’ottenne e il 23 giugno 1879 si trasferí nella città turca rimanendovi fino al 1884: per gli scavi di Sardi quegli anni furono proficui. Dennis inoltre sentiva il dovere di visitare tutto il suo distretto, che si estendeva dalla Troade ad Adalia in Panfilia e includeva le isole turche. Nel 1883 ricevette la visita di Heinrich Schliemann e James Ferguson, studioso di architettura. Trascorse gli ultimi anni di vita, dal 1885 al 1898 in Inghilterra, insignito della laurea honoris causa da Oxford nel 1885 e dell’Ordine di San Michele e San Giorgio nel 1888; divenne vicepresidente della Società Archeologica inglese. Né la tarda età, né la morte della moglie, nell’aprile del 1888, gli impedirono di continuare a viaggiare, di tenere conferenze, di lavorare anche dopo il ritiro dal servizio attivo. Morí a Londra il 15 novembre 1898 all’età di 84 anni dopo avere raggiunto una ben meritata fama di archeologo grazie alla sua indomita passione. Una fama ottenuta nonostante la mancanza di supporto accademico e malgrado le innumerevoli difficoltà economiche, logistiche e lavorative, ma attivata con lo studio e una ininterrotta militanza sul campo fin dalla prima gioventú, seguendo una vocazione durata tutta la vita.

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l’ordine rovesciato delle cose Andrea De Pascale

iniziamo il nostro viaggio alla scoperta del mondo sotterraneo scavato dall’uomo nel corso dei millenni. a guidarci, i rami colorati di un albero molto speciale...

quando si dice «negativo» P

er meglio orientarsi nel viaggio alla scoperta delle antiche strutture sotterranee prodotte dall’uomo, occorre accennare alla classificazione realizzata da esperti del settore, formalizzata, in Italia, dalla Commissione Cavità Artificiali. La Commissione è un organo della Società Speleologica Italiana che ha prodotto 3 delle 57 presentazioni informatizzate raggruppate nel progetto «Risorse Didattiche per la Speleologia», a cui fanno riferimento gran parte delle informazioni qui riportate. Tale documentazione è consultabile gratuitamente sul sito web http.//document. speleo.it/. Lo studio e la classificazione degli ipogei di origine antropica hanno come fondamento l’individuazione di alcuni parametri: tecnica di costruzione; destinazione d’uso; epoca di realizzazione;

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In basso: l’albero delle tipologie elaborato dalla Commissione Cavità Artificiali.


correlazione temporale con gli eventi storici generali e locali; sviluppo topografico e delle fasi evolutive della struttura; correlazione spaziale con l’ambiente circostante.

Categorie e tipologie Una prima suddivisione si basa sulle modalità di realizzazione delle cavità artificiali secondo le quali si possono identificare le seguenti categorie: cavità scavate nel sottosuolo; cavità costruite nel sottosuolo; cavità di ricoprimento; cavità artificiali anomale; cavità artificiali miste; grotte antropizzate. Ogni categoria, a sua volta, è classificabile in tipologie in base alla funzione a cui ogni cavità era destinata in origine, o adibita in epoche successive. La struttura scelta dalla Commissione Cavità Artificiali per identificarle in modo sintetico è organizzata «ad albero», basata su sette rami principali, che, a loro volta, danno origine a diversi sottotipi. Nei prossimi mesi, da queste pagine, ci addentreremo in ciascuno di questi.

L’abside (a destra) e la navata centrale (in alto) della chiesa sotterranea di Aubeterresur-Dronne (Charente, Francia), interamente scavata nella roccia. Nella pagina accanto, sopra il titolo: Hal Saflieni (Paola, Malta). Particolare del tempio-necropoli scavato nel sottosuolo tra il 3600 e il 2500 a.C.

turismo sotterraneo

Scolpita nella roccia

Esistono ormai innumerevoli luoghi sotterranei di origine antropica aperti al pubblico che rappresentano un modo inusuale e intrigante di fare turismo culturale: basti pensare ai sotterranei di Napoli, alle egoutes (fogne) di Parigi, alle città nascoste nel sottosuolo della Cappadocia, alle chiese ipogee francesi... In questa rubrica cercheremo di fornire le indicazioni logistiche per scoprire alcune di queste località, a cominciare dalla chiesa sotterranea di Aubeterre-sur-Dronne, una novantina di km a nord-est di Bordeaux, nella Charente (Francia sud-occidentale). Questo spettacolare luogo di culto è scavato interamente nel corpo della falesia sulla quale sorge il suggestivo villaggio medievale. All’esterno sono visibili soltanto due porte intagliate nella parete calcarea, che non lasciano indovinare la grandiosità dell’interno, dove tutti gli elementi architettonici sono ottenuti per sottrazione della roccia. Nella penombra della navata si innalzano due pilastri ottagonali alti 20 m. Una scalinata sale sino a una galleria perimetrale che consente la vista dall’alto di uno straor-

dinario monumento scolpito nel centro dell’abside: di forma esagonale, alto 6 m, decorato con un doppio ordine di colonnine sovrapposte, si ispira alla tomba di Giuseppe d’Arimatea a Gerusalemme. Sul suolo roccioso della navata sono stati scavati un centinaio di tombe a fossa e un grande battistero. Si ritiene che la parte piú antica sia stata realizzata da una comunità di monaci, in epoca merovingia (VI secolo), mentre le colonne e la galleria superiore sarebbero del XII secolo. La visita è molto facile e non è necessaria alcuna attrezzatura. Per informazioni: www.aubeterresurdronne.com Inghilterra Germania

Parigi

Francia Oceano Atlantico

Aubeterre-sur-Dronne

Italia

Bordeaux

Spagna

Corsica Mar Mediterraneo

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l’altra faccia della medaglia Francesca Ceci

tale madre, tale figlio naso aquilino e grandi occhi rivolti verso l’alto. cosí l’iconografia monetale sublima il legame, familiare e ideale, di costantino con elena, madre amata e fida consigliera dell’imperatore

È

stato da poco celebrato il 1700° anniversario della battaglia combattuta presso Ponte Milvio, a Roma, il 28 ottobre del 312, tra le forze di Massenzio e Costantino. Ne uscí vincitore il secondo, che, in accordo alla tradizione, si sarebbe anche avvalso della visione del cristogramma avuta in sogno, simbolo del favore accordatogli dal «nuovo» dio cristiano (Lattanzio, De mortibus persecutorum, 44,5). Immediatamente dopo, nel 313, Costantino emana a Milano il celebre editto, con il quale si concede a tutti gli abitanti dell’impero, compresi i cristiani, «la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo (…) a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità».

simbolo di vittoria Il cristogramma divenne cosí, prima che immagine religiosa, emblema di vittoria sul nemico, addirittura, in certi casi, un efficace e imbattibile amuleto. Le belle monete di Costantino

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A sinistra, in alto: medaglione d’oro per Elena, madre dell’imperatore Costantino. Zecca di Ticinum (Pavia), 324-325 d.C. Qui accanto: dritto di un solido in oro con Costantino affiancato dal dio Sole. Parigi, Bibiliothéque Nationale de France, Département des Monnaies, Médailles et Antiques. riportano fedelmente questi momenti cruciali. Il simbolo celeste del favore divino accordato all’imperatore nella battaglia – un favore dunque piú concreto che spirituale – compare regolarmente e in molte varianti tipologiche, prima tra tutte su un medaglione in argento della zecca di Ticinum (Pavia), nel quale il cristogramma appare seminascosto tra i pennacchi dell’elmo di Costantino, reso in una insolita posizione frontale con il suo nobile destriero, rappresentato di profilo.

La monetazione costantiniana offre inoltre una magnifica carrellata sui membri della famiglia imperiale, con i ritratti dei figli, della moglie e soprattutto della madre dell’imperatore, Flavia Giulia Elena (248-329 circa), donna dalla vita eccezionale. Di umili origini, figlia probabilmente di un taverniere e locandiera essa stessa, divenne la concubina di Costanzo Cloro, dal quale ebbe Costantino nel 272. Ripudiata per ragioni di opportunità politica da Costanzo, che, divenuto Cesare nell’ambito


del sistema tetrarchico diocleazianeo, aveva sposato una fanciulla di nobile lignaggio, Elena non si accompagnò piú ad altro uomo. Con l’elevazione all’impero di Costantino nel 306, fu amata e rispettata con devozione filiale e quindi insignita del titolo di Augusta. Elena fu probabilmente l’unica donna veramente cara a Costantino, che la tenne sempre in gran conto, probabilmente anche quale fida consigliera. Di lei si conoscono il nobile volto e alcuni ritratti; è interessante anche notare come nelle monete, secondo una tendenza che si ritrova già nei profili di Antonio e Cleopatra, la madre e il figlio tendano ad assomigliarsi,

caratterizzati entrambi dal naso aquilino e dal grande occhio che guarda in alto, in una sfera che travalica la comune umanità dei sudditi verso orizzonti divini.

Da donna a santa Il passaggio di Elena da donna eccellente quale Augusta a santa, sia dell’Occidente che dell’Oriente cristiano, è tramandato dalle fonti letterarie e da tradizioni cristiane sorte in particolare intorno al seguente avvenimento.Quasi ottantenne, Elena, intrepida viaggiatrice e archeologa ante litteram, intraprende un viaggio in Terra Santa (Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, III, 42-47), alla ricerca della sacra reliquia

della Vera Croce di Cristo, ritrovata a Gerusalemme con un vero e proprio scavo archeologico, insieme alle altre due piantate sul Golgota accanto a essa, secondo la narrazione evangelica. La venerabile reliquia venne quindi trasportata a Roma con ogni onore, per essere conservata nel palazzo imperiale poi divenuto la chiesa di S. Croce in Gerusalemme. Questo avvenimento, e un supposto ruolo assegnato a Elena nella conversione del figlio, ne hanno fatto ufficialmente una santa, festeggiata sia il 18 agosto dalla chiesa cristiana che il 21 maggio dalla chiesa ortodossa. A questo proposito va ricordato come la sola chiesa ortodossa celebri e riconosca anche Costantino come santo il 21 maggio insieme alla madre. In Italia il suo culto è autorizzato e riconosciuto in Sardegna, dove numerose sono le chiese dedicate, nella forma di Santu Antine, culto importato nel VI secolo da missionari bizantini. Costantino è festeggiato nel grande santuario di Sedilo (Oristano) con una sfrenata corsa di cavalli e cavalieri, spesso cruenta, che si ispira alla battaglia di Ponte Milvio.

tutti a milano

Costantino superstar

Elena scopre la Vera Croce, capolettera miniato da un antifonario del Proprio dei santi, dalla vigilia della festa di Sant’Andrea alla festa di San Michele arcangelo, opera dello Scriptorium bresciano. Seconda metà del XV sec. Brescia, Santa Giulia, Museo della Città. La madre di Costantino effettuò nell’occasione un vero e proprio scavo «archeologico».

Un’occasione imperdibile per conoscere da vicino la storia dell’imperatore «cristiano» è la mostra che si è appena inaugurata a Milano, in Palazzo Reale, «Costantino, 313 d.C.». Il percorso si articola in sezioni che approfondiscono tematiche storiche, artistiche, politiche e religiose: dalla Milano capitale imperiale, alla conversione di Costantino, ai simboli del suo trionfo. Una sezione importante è dedicata naturalmente alla madre Elena, per mettere in risalto la singolarità di questa figura femminile all’interno della corte imperiale e della storia della Chiesa. La mostra, aperta fino al 17 marzo 2013, osserva i seguenti orari: lu, 14,3019,30; ma-me-ve-do, 9,30-19,30; gio-sa, 9,30-22,30; info: tel. 02 54917; www.mostracostantino.it

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i libri di archeo

DALL’ITALIA Ezio Bassani

arte africana Skira Editore, Milano, 304 pp., 297 ill. col. 55,00 euro ISBN 978-88-572-1122-0 www.skira.net

Tra i piú autorevoli studiosi della materia, Ezio Bassani dedica all’arte africana un’opera che inquadra questo straordinario fenomeno in una prospettiva diversa da quelle piú di frequente adottate. L’ambizione è infatti quella di definire una storia dell’arte africana tradizionale, intendendo con quest’ultimo attributo le espressioni maturate in risposta «ai bisogni religiosi, politici e anche estetici delle società africane del passato» e non opere e oggetti realizzati per il mercato. Dopo una lunga introduzione, nella quale vengono meglio precisati gli intendimenti dell’opera, Bassani dedica un ampio capitolo ai problemi di carattere cronologico e alle numerose culture a oggi distinte, che occupano

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vaste regioni dell’Africa sub-sahariana (occorre infatti segnalare che dalla trattazione sono escluse le produzioni artistiche della parte settentrionale del continente, convenzionalmente considerate come una realtà a se stante). Segue la disamina di una classe particolare di opere, quella degli avori afro-portoghesi, che, come si può intuire dalla denominazione, riunisce gli splendidi oggetti commissionati dagli emissari del regno di Portogallo venuti a contatto, dalla metà del XV secolo, con l’arte dei popoli africani e con i suoi abili interpreti. Ne scaturirono manufatti che sono a tutti gli effetti altrettanti ibridi, anche se, come scrive Bassani, il termine non

ha qui una connotazione negativa «in quanto la destinazione europea non ha comportato un abbassamento della qualità». Il capitolo successivo è una delle parti piú interessanti dell’opera, in quanto l’autore si cimenta con il tentativo di attribuire a singoli autori alcune delle opere analizzate, cercando di superare una delle maggiori difficoltà da sempre incontrate nello studio dell’arte africana. Seguono, infine, le sezioni dedicate alle considerazioni sulla forma e la funzione delle opere e degli oggetti, da cui si ricava la definitiva conferma della poliedricità di un universo davvero particolare. Stefano de’ Siena

il vino nel mondo antico Archeologia e cultura di una bevanda speciale Mucchi Editore, Modena, 271 pp., ill b/n 20,00 euro ISBN 978-88-7000-573-8 www.mucchieditore.it

È lecito parlare, come fa l’autore di questo volume, di una «archeologia del vino»? La risposta non può che essere affermativa, poiché il moltiplicarsi di ricerche che vedono affiancate archeologia, paleobotanica e genetica delle piante ha dato vita a un filone di studi che, nel panorama delle indagini sul nostro passato, si rivela tra i piú promettenti e stimolanti. Il succedersi delle scoperte porta sempre piú indietro le lancette dell’ora X,

quella in cui l’uomo ha «scoperto» le potenzialità dei grappoli d’uva, e dà prova di quanto, fin da tempi assai remoti, il vino abbia assunto un ruolo che, nel contesto sociale, andava ben oltre quello della semplice bevanda. Ed è soprattutto questo secondo aspetto a essere oggetto dei capitoli di approfondimento in cui si articola il volume di de’ Siena, che si sofferma in particolar modo sugli usi e costumi di Greci e Romani. Pagina dopo pagina, si scopre quanto il vino, al di là dell’aneddotica sugli effetti collaterali causati dalla sua assunzione in dosi eccessive, fosse una bevanda carica di significati importanti, legati innanzitutto alla sfera religiosa. Nel tempo andò insomma strutturandosi una autentica cultura del vino, a cui sono dedicate le considerazioni finali del saggio e la cui ricostruzione è senza dubbio una delle molle che, soprattutto negli ultimi anni, hanno fatto scattare gli interessi di tanti studiosi sulla storia della vitivinicoltura.


Vincenzo Reda

101 storie maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo Newton Compton Editori, Roma, 320 pp. 12,90 euro ISBN 978-88-541-3323-5 www.newtoncompton.com

Per chi, in attesa del fatidico 21 dicembre 2012, voglia dotarsi di un agile e attendibile bagaglio di conoscenze su una delle piú grandi civiltà precolombiane, è ora disponibile questo brillante e documentato volume. Esso raccoglie 101 «racconti» che intendono fare chiarezza su altrettanti aspetti dell’universo maya, a cominciare dalla verità sui sacrifici umani e sui riti, che includevano il cannibalismo in cui i sacerdoti strappavano i cuori ancora palpitanti dai petti dei prigionieri. Pat Murphy e Klutz Labs

Mummie fai da te Editoriale Scienza, Firenze, 56 pp. (con fustelle), ill col. 19,90 euro ISBN 978-88-7307-612-4 www.editorialescienza.it

Si rivolge al pubblico dei piú piccoli questo

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volume coloratissimo e divertente, che vuole condurre alla scoperta dei segreti della mummificazione. Gran parte degli argomenti vengono sviluppati sotto forma di questionari da compilare, schede da ritagliare, adesivi da collocare nella giusta posizione e molto altro ancora. Compresa la costruzione di un sarcofago in miniatura, destinato ad accogliere la mummia di un… würstel! Che i piccoli lettori, moderni epigoni degli imbalsamatori attivi sulle rive del Nilo, potranno ottenere seguendo scrupolosamente le indicazioni degli autori del libro.

dall’estero Claudia Minniti

ambiente, sussistenza e articolazione sociale nell’italia centrale tra Bronzo medio e primo ferro BAR International Series 2394, Archaeopress, Oxford, 222 pp., ill. b/n 37 GBP ISBN 978-1-4073-0987-3 www.archaeopress.com

Lo studio dei resti di faune è da tempo un tassello essenziale nell’analisi dei

contesti archeologici, e il volume di Claudia Minniti ne offre una ulteriore e significativa conferma. Oggetto delle ricerche condotte dall’autrice sono i materiali faunistici provenienti da siti laziali e abruzzesi databili tra l’età del Bronzo Medio e la prima età del Ferro. Si tratta, in piú di un caso, di materiali recuperati in contesti ancora inediti, circostanza che accresce l’interesse della pubblicazione. L’esame dei campioni considerati, al di là dei dati statistici sulla maggiore o minore ricorrenza delle diverse specie, è utilizzato come chiave interpretativa dei modelli culturali e sociali delle comunità umane a cui gli insediamenti vanno attribuiti e propone spunti di notevole interesse, offrendo anche indicazioni importanti sugli assetti economici e le scelte produttive. Larissa Bonfante (a cura di)

The Barbarians of Ancient Europe Realities and Interactions Cambridge University Press, New York, 420 pp., ill. b/n, XXIII tavv. col. f.t. 60,00 GBP ISBN 978-0-521-19404-4 www.cambridge.org

Il volume raccoglie una parte dei contributi presentati in occasione dell’omonimo congresso internazionale svoltosi presso l’Università di Richmond (Virginia, USA) nel 2003. L’universo dei «barbari» viene dunque osservato da angolazioni diverse, dal mondo degli Sciti a quello dei Celti o, come nel caso di uno degli interventi della curatrice del volume, dal cuore dell’Etruria, in questo caso vista come terra di mediazione fra le genti babariche dell’Europa settentrionale e la civiltà classica. A riprova di quanto relativismo si sia da sempre celato dietro la scelta di definire «barbaro» un popolo altro da sé risulta di particolare interesse il contributo di John Marincola sul rapporto tra Greci e Romani. Cosí come, in fatto di identità, appaiono particolarmente significative le osservazioni di Walter Stevenson sui prestiti culturali e ideologici della tradizione classica occidentale alla civiltà dei Goti. (a cura di Stefano Mammini)


Archeo n. 333, Novembre 2012  
Archeo n. 333, Novembre 2012