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casa dei gladiatori

romani in maremma

numa pompilio

lapislazzuli speciale plinio a pompei

Mens. Anno XXVII numero 5 (315) Maggio 2011  5,90 Prezzi di vendita all’estero: Austria  9,90; Belgio  9,90; Grecia  9,40; Lussemburgo  9,00; Portogallo Cont.  8,70; Spagna  8,40; Canton Ticino Chf 14,00 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

archeo 315 maggio 2011

l’aristocrazia

greca

pompei

• l’ultimo viaggio di plinio il vecchio • nella casa dei gladiatori

la leggenda del re sacerdote

numa pompilio

 5,90


Editoriale La casa del passato È un termine complesso e, pur aleggiando costantemente sulle cose di cui ci occupiamo, appare di rado nelle nostre pagine. In questo numero lo usa Daniele Manacorda, a ricordarci «uno dei beni immateriali piú preziosi che noi archeologi abbiamo la fortuna di assaporare»: la nostalgia, sentimento «moderno» (la parola stessa – dal greco nostos, «ritorno», e algos, «dolore» – fu coniata nel Seicento da un medico svizzero, Johannes Hofer, per descrivere uno stato patologico cui dedicò un trattato, la Dissertatio medica de Nostalgia), intimamente legato alla nostra percezione dell’antico, veicolata dai luoghi che in noi evocano desiderosi ricordi: le rovine, i paesaggi… Il malessere riscontrato da Hofer nei suoi connazionali era legato proprio a questo: i soldati arruolati negli eserciti mercenari e costretti ad abbandonare le montagne e le vallate patrie cadevano in uno stato di prostrazione psicofisica che ne poteva determinare la morte, a meno che non fossero riportati a casa. Heimweh, «mal di casa», è l’altro termine impiegato da Hofer per descrivere la malattia… Nell’articolo di apertura offriamo ai nostri lettori l’opportunità di partecipare a una contemporanea, attualissima «operazione nostalgia»: l’oggetto è una casa di Pompei, la Schola armaturarum (crollata sotto la scure dell’incuria nel novembre dello scorso anno), lo strumento, una sua ricostruzione «virtuale» molto particolare. Lontana dalla neutrale freddezza che abitualmente contraddistingue questa tecnologia informatica, la ricostruzione della Schola sembra, invece, miracolosamente rievocarne la vita. Osservate l’immagine alle pagine 26-27: racconta la storia di un edificio che mostra «i segni del tempo». Ecco perché ci colpisce. Perché dichiara le premesse di quel lungo processo che da manufatto anonimo ne farà un testimone del passato: una rovina, un oggetto del nostro desiderio. Andreas M. Steiner


Sommario



Editoriale

La casa del passato

3

di Andreas M. Steiner

Attualità notiziario

esclusiva Vita (e morte) di una casa di Pompei

26

di Orietta Rossini

6

recuperi La Guardia di Finanza intercetta un container carico di preziosi materiali archeologici scavati clandestinamente in Abruzzo e pronti per essere smerciati sul mercato sino-giapponese 6

scavi Quando Diana cacciava in Maremma

36

a cura di Mario Cygielman, Elena Chirico, Matteo Colombini e Alessandro Sebastiani

scavi L’area archeologica della villa di Teoderico a Galeata è aperta al pubblico e la sua storia è ora piú chiara grazie agli scavi condotti negli ultimi anni 7

le origini di roma/5 Numa Pompilio, un re voluto dagli dèi

parola d’archeologo Mentre Pompei cerca di uscire da una situazione di emergenza pressoché cronica, Ercolano saluta la riapertura di alcuni dei suoi monumenti piú famosi 11

50

58 speciale 50

di Daniele F. Maras

58

di Flavio e Ferruccio Russo

Rubriche il mestiere dell’archeologo

La Gerusalemme contesa/2

dalla stampa internazionale

Ritorno alla nostalgia

Un battello settecentesco nel cuore (ferito) di Manhattan e la svolta «archeologica» di un grande cineasta 20

da atene Un’«intrusa» nella storia

L’ultimo viaggio dell’ammiraglio Plinio

102

di Daniele Manacorda

l’età dei metalli Il lungo viaggio dello shakudo

106

di Claudio Giardino

24

di Valentina Di Napoli

l’altra faccia della medaglia

Le province in tasca/4

storia dei greci/5 Potere e libertà

78

Stravolte dalla sconfitta

di Fabrizio Polacco

di Francesca Ceci

storia

libri

110 112

L’uomo e la materia

Una vena di sangue blu

86

di Massimo Vidale

storia

Misteri d’Etruria/2

26

I misteri di Grotta Porcina di Paola Di Silvio

94

Avviso ai lettori In questo numero, per motivi di spazio, non compaiono le consuete rubriche «Antichi ieri e oggi» e «Medea e le altre», la cui pubblicazione riprenderà regolarmente il prossimo mese


not i z i ari o recuperi Abruzzo

Appena in tempo! patrimonio culturale stava perdere un altro pezzo pregiaIto:lpernostro agli inizi dello scorso marzo,

uomini delle Fiamme Gialle hanno infatti intercettato e sequestrato, a Montesilvano (Pescara), un container in cui erano stati stipati quasi 200 reperti scavati clandestinamente in territorio abruzzese. Gli oggetti, il cui valore complessivo, a una prima stima, supera il milione di euro, comprendono vasellame di produzione etrusca e magno-greca e un gran numero di manufatti in bronzo. Dalle prime osservazioni, si tratta di materiali almeno in parte riferibili a un donario votivo e in parte a un corredo funerario principesco: molto di piú, purtroppo, non è possibile dire, né si potrà farlo in seguito, poiché il saccheggio ha spezzato irreparabilmente il legame fra gli oggetti e il loro contesto di appartenenza. L’intervento della Guardia di Finanza è giunto a coronamento di una indagine protrattasi per vari mesi ed è stato attuato a seguito di una segnalazione riferita appunto all’imminente trasferimento del container: i reperti sarebbero stati trasportati a Copenaghen, da dove poi, con ogni probabilità, sarebbero

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Nelle tre foto: alcuni dei reperti sequestrati dalla Guardia di Finanza a Montesilvano (Pescara), poco prima che venissero illegalmente esportati per essere immessi sul mercato clandestino degli oggetti d’arte.

stati avviati al mercato sino-giapponese, che negli ultimi anni ha mostrato un particolare interesse nei confronti dei materiali archeologici provenienti dal territorio italiano. Fino al momento della partenza, gli oggetti erano stati nascosti in un ambiente sotterraneo ricavato in un fondo agricolo della campagna teatina. All’atto della scoperta i manufatti presentavano ancora le inequivocabili tracce del recente saccheggio, cioè concrezioni terrose e solidificazioni calcaree. Tra i reperti di maggior pregio vi sono 11 vasi di diversa foggia e matrice e numerose statue votive in bronzo. Nell’insieme, si tratta di opere di straordinario interesse storico-artistico, molte delle quali considerate veri e propri pezzi unici della produzione dell’Abruzzo preromano. E che, dal privato godimento di qualche anonimo collezionista, saranno presto resti-

tuite alla fruizione pubblica e musealizzate nelle sale di Villa Frigerj, a Chieti, sede del Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo, di cui potranno integrare e arricchire le collezioni. S. M.


SCAVI Emilia-Romagna

Quando Teoderico incontrò Sant’Ellero

strutture tardo-antiche fornace romana

di Riccardo Villicich

È

stata inaugurata e aperta al pubblico l’area archeologica della villa di Teoderico a Galeata (FC), e, nell’occasione e nel corso del convegno che ha fatto da cornice all’evento, sono stati presentati i risultati delle tredici campagne di scavo condotte sul sito galeatese dal 1998 a oggi. Le prime indagini archeologiche in località Saetta furono intraprese nell’autunno del 1942 dall’Istituto Archeologico Germanico di Roma, in collaborazione con la Soprintendenza alle Antichità di Bologna. Gli scavi condotti da Friedrich Krischen e Siegfried Fuchs riportarono in luce i resti di un vasto complesso residenziale tardo-antico, attribuito al re goto Teoderico, il cui nome è legato al territorio galeatese grazie a un celebre passo della Vita Hilari (una fonte agiografica medievale dell’VIII secolo). Nel testo si narra dell’incon-

strutture romane

Ingresso principale alla villa di teoderico

area degli scavi del 1942 (istituto archeologico germanico di roma)

quartiere termale (scavi dell’università di bologna 1999-2005) canaletta romana

corridoio di accesso alle terme to

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calcare tardo-antiche

tro del Santo Ellero con Teoderico, giunto nell’alta vallata del fiume Bidente per seguire i lavori di ristrutturazione dell’acquedotto di Traiano. Innamoratosi della bellezza del territorio e constatata l’abbondanza di selvaggina, il re goto avrebbe deciso di farsi costruire un palatium proprio sotto il monte dove viveva Ellero («sub ipso monte super Betentem fluvium»). Lo scenario

dell’incontro tra il re goto e il Santo sembrerebbe raffigurato, tra l’altro, in due lastre, non coeve, collocate in origine in un’edicola posta a circa 200 m dall’abbazia di S. Ellero, nel luogo che si presume sia stato lo scenario dell’evento. In realtà, l’interpretazione delle strutture (soprattutto fondazioni murarie) rinvenute negli scavi del 1942 ha costituito argomento di discussione per archeologi e studiosi nel corso dei successivi sessant’anni. Le ipotesi ricostruttive del cosiddetto «Palazzo» proposte dall’architetto Friedrich Krischen sono parse ai piú decisamente forzate e in parte non prive di una «motivazione» ideologica. Gli scavi condotti dal 1998 hanno portato a una diversa chiave di lettura dell’intera area archeologica, consentendo di acquiIn alto: planimetria della villa di Teoderico a Galeata (FC), con l’indicazione delle aree scavate. A sinistra: l’area in cui si estendeva la villa di Teoderico prima dell’inizio degli scavi.

archeo 7


n ot iz iario sire nuove conoscenze su questo luogo pluristratificato, caratterizzato da una frequentazione di circa quindici secoli, dal VI secolo a.C. al IX secolo d.C. La prolungata presenza della vita nel sito, in età preteodericiana, è testimoniata dalle evidenti tracce di un insediamento della tarda età del Ferro e dai numerosi resti romani, di età repubblicana e imperiale, pertinenti a una o piú ville, con aree produttive annesse, come dimostra il rinvenimento di una piccola fornace per ceramica. Le novità piú importanti riguardano, comunque, proprio il cosiddetto «Palazzo» di Teoderico. Si è potuto constatare, infatti, come nell’insieme di ambienti portati in luce dagli archeologi tedeschi sia da riconoscersi solo un settore di una grande villa, la cui costruzione è sí databile fra il tardo V e gli inizi del VI secolo d.C., ma i cui limiti sono decisamente piú estesi di quelli precedentemente ipotizzati. La grande residenza privata, che per cronologia e per ricchezza di soluzioni dovette effettivamente appartenere a Teoderico, era articolata in piú settori o padiglioni, collegati fra loro tramite lunghi corridoi e ampie aree scoperte. Siamo di fronte, quindi, a uno dei piú tardi esempi, almeno in ambito peninsulare, di quella che è stata la tipologia delle grandi residenze private di età tardo-antica; nello stesso tempo, siamo in presenza di uno degli esempi meglio conservati e piú attendibili di quella che viene comunemente

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definita «edilizia palaziale di età teodericiana». Lo schema architettonico a padiglioni è stato confermato dal rinvenimento di una vasta corte quadrangolare, che fungeva da «cerniera» fra le terme della villa e il settore individuato nel 1942, al quale era collegato tramite un lungo corridoio. È ormai quasi certo, purtroppo, che il padiglione di rappresentanza, quello piú prestigioso della villa, sia andato perduto per sempre a seguito del suo crollo nell’alveo del torrente Saetta. Non

Qui sopra: complesso termale della villa di Teoderico. Veduta dall’alto del calidarium ottagonale. In alto: ricostruzione tridimensionale del complesso termale della villa teodericiana (elaborazione grafica G. Milanesi).


In alto: scavo e rilievo di strutture nell’area a nordovest della villa di Teoderico. A sinistra: scavo di una calcara (fornace per calce) utilizzata durante le fasi di costruzione della villa di Teoderico.

si esclude, tuttavia, che un piccolo lembo di tale settore sia ancora conservato sotto l’attuale strada del Pantano. La residenza teodericiana, o parte di essa, sembra essere stata abbandonata nel corso del VII secolo, come testimoniano gli scarichi ceramici e le ossa animali, residui di bivacchi occasionali, nel riempimento della vasca al centro della corte quadrangolare. Di particolare interesse è il rinvenimento del quartiere termale, integralmente riportato in luce, fra il 1998 e il 2005, successivamente restaurato e musealizzato. Proprio le terme dovevano costituire uno dei padiglioni piú prestigiosi della villa di Teoderico. Le dimensioni, la varietà di soluzioni architettoniche e la ricchezza dei materiali sono un indizio evidente del rango di assoluto primo piano del committente. Il quartiere termale, decentrato rispetto al nucleo della villa e suddiviso in un settore

estivo e in uno invernale, era raggiungibile grazie a un lungo ambulacro con fronte porticata affacciata su un’area a giardino a nord delle terme. Dall’ambulacro si accedeva a una corte quadrangolare scoperta, circondata da un alto muro perimetrale, al centro della quale fu ricavata una vasca, o piscina, di forma rettangolare, pavimentata con lastre di arenar ia. La scarsa profondità dell’invaso ne suggerisce una mera funzione ornamentale oppure un utilizzo per semplici e limitate abluzioni refrigeranti. Il settore estivo delle terme, gravitante intorno alla corte quadrangolare, era completato da ambienti destinati prevalentemente ad abluzioni e bagni in acqua fredda o al ristoro di chi soggiornava e consumava pasti nell’area termale quando il clima era mite. A oriente della corte scoperta, quale diaframma fra il settore estivo e quello invernale, venne ricavato

un lungo vano di forma rettangolare, caratterizzato da un vestibolo centrale, o apodyterium, di forma quadrata, attraverso il quale si poteva accedere a due vasche laterali, simmetriche, ubicate a nord e a sud di quest’ultimo. La vasca settentrionale era pavimentata in modo composito, con lastre di arenaria, alternate a listelli e lastre di marmo irregolari. Sul pavimento della vasca, a causa della quota inferiore rispetto ai piani pavimentali, è stato possibile rinvenire parte del crollo della copertura voltata di quest’ultimo ambiente. La presenza di un grande numero di tubuli a siringa, alcuni dei quali ancora concatenati in serie di cinque o sei esemplari, fornisce un importante elemento di riferimento sulla tecnica costruttiva delle volte e sul materiale impiegato. Si ipotizza che l’edificio rettangolare presentasse due volte a botte laterali, che coprivano entrambe le vasche, e una volta a botte «lunettata» in corrispondenza del vestibolo centrale, secondo uno schema peraltro non raro, che consentiva di ricavare finestre lucifere nella volta al centro. L’esistenza di grandi vetrate nell’edificio è peraltro confermata dal rinvenimento di numerosi frammenti di vetri da finestra. Non è chiaro il motivo della duplicazione delle vasche nell’ambito dello stesso edificio. Si può suppor-

archeo 9


n ot iz iario

Una sepoltura medievale successiva all’abbandono della villa di Teoderico.

semicircolare, destinata alle abluzioni in acqua fredda. Il rinvenimento di numerosi frammenti di lastre marmoree, in tutto il settore, dimostra che non solo il rivestimento delle vasche, ma anche i pavimenti e gli zoccoli di alcune pareti dovevano essere di marmo. Nel corso delle ultime campagne di scavo, le indagini archeologiche si sono incentrate in un settore a nord della villa di Teoderico. In questa nuova area di scavo sono venuti in luce i resti di edifici precedenti, coevi e successivi alla residenza del re goto. La maggior parte delle costruzioni sembrano «aggregarsi», nel corso dei decenni, al grande complesso residenziale. Fra queste, sono facilmente riconoscibili piccole strutture abitative e magazzini allineati lungo re che una delle due vasche fosse uno stradello di ghiaia. destinata agli uomini e l’altra alle L’impressione è che l’originaria donne, oppure ricondurre questa pars rustica della residenza teoderisoluzione architettonica a una sem- ciana, nel corso dei decenni, si traplice scelta estetica o a regole di sformi in un vero e proprio villagsimmetria. Immediatamente a nord gio, circoscritto all’interno del mudi una delle due vasche, furono ri- ro di cinta della villa. Gli ultimi cavate le latrine. scavi hanno portato al rinvenimenDall’apodyterium, mediante una to, tra l’altro, proprio del tratto ocrampa, si accedeva al settore inver- cidentale della struttura muraria nale delle terme, costituito da un che circondava l’intero complesso. allineamento assiale di tre ambienti A un periodo successivo alla villa, interpretati come laconicum, tepida- invece, è da attribuirsi un edificio rium e frigidarium, ai quali si innesta, per ora di identificazione incerta, di mediante un piccolo ambiente di cui si conoscono tratti della fondaraccordo, un grande calidarium otta- zione muraria. Ai resti di questo gonale, con annesse tre vasche per edificio potrebbero essere riconbagni in acqua calda (alvei). dotti alcuni elementi di decorazioL’ambiente di forma rettango- ne architettonica, databili fra l’VIII lare, chiuso a meridione da e il IX secolo. Non si esclude, tutun’abside, era sicuramente il fri- tavia, alla luce della situazione emgidarium come è stato confermato brionale di questo settore di scavo, dal rinvenimento di ciò che restava che tali elementi architettonici siadei gradini dell’ampia scala destina- no pertinenti a una struttura piú ta a colmare il dislivello fra il piano antica dell’edificio parzialmente ridel tepidarium, sopraelevato con il portato in luce (a questo punto piú sistema delle suspensurae, e quello tardo del IX secolo) e solo succesdell’ambiente absidato, mettendoli sivamente reimpiegati come matein comunicazione. L’abside, con cui riale da costruzione nelle sue musi chiudeva a sud il vano, doveva rature. È del tutto verosimile, coaccogliere al suo interno una vasca munque, che simili resti figurati

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attestino la presenza nel luogo di uno dei tanti monasteri o conventi che durante l’Alto Medioevo italiano vanno largamente diffondendosi sul territorio. Gli scavi del 2010, in questo settore, hanno fornito nuovi dati per la conoscenza della fase di frequentazione romana del sito. Sono state rinvenute strutture attribuibili agli inizi del I secolo d.C. e all’età medio-imperiale. La fase romana piú antica, allo stato attuale delle ricerche, è testimoniata dalla presenza di una serie di muri, in fondazione, obliterati nella fase successiva. Al III secolo, invece, è pertinente un ampio magazzino per derrate alimentari e granaglie, solo parzialmente scavato. Il magazzino prevedeva un assito ligneo rialzato rispetto alla quota del terreno grazie a pilastrini rotondi recuperati da un ambiente termale distrutto. L’elevato numero di chiodi, in relazione con i residui lignei, è una testimonianza ulteriore della presenza di un ampio e robusto pavimento in legno. Negli strati di crollo e di incendio sono stati rinvenuti resti alimentari, un borsellino composto da alcune monete di bronzo, databili alla metà del III secolo, e diversi vasi interamente ricostruibili. I materiali archeologici piú significativi, rinvenuti nel corso delle campagne di scavo effettuate dall’Università di Bologna nell’area della villa di Teoderico, sono esposti nel Museo «Domenico Mambrini», inaugurato nel marzo 2004 e ospitato in una magnifica sede storica, il cinquecentesco Convento dei Padri Minori Conventuali del borgo di Pianetto, poco a monte di Galeata. Le campagne di scavo a Galeata di cui si dà notizia in questa sede sono state condotte dal Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e con il fondamentale sostegno del Comune di Galeata. Le ricerche sono state dirette da Sandro De Maria e coordinate sul campo da chi scrive.


Parola d’archeologo

di Flavia Marimpietri

Cosí si presenta il decumano massimo di Ercolano, dopo i recenti interventi di restauro.

Ercolano città aperta La riapertura del decumano massimo di una delle vittime illustri dell’eruzione vesuviana del 79 d.C. è un primo segno tangibile del suo recupero er la prima volta, dagli anni Ottanta, tutte le strade di P Ercolano sono aperte al pubblico.

che, nel tempo, è riuscita a fermare e ridurre il degrado della città. Ne parliamo con Jane Thompson, archeologa e project E la città offre oggi un riuscito manager dell’HCP. Nel 2000, due esempio: come restituire al terzi dell’area archeologica godimento collettivo un’area archeologica preziosa, per decenni erano chiusi al pubblico, per problemi conservativi e di in gran parte chiusa e sofferente. sicurezza. Oggi quanto è Lo scorso mese è stato riaperto il visitabile, di Ercolano? decumano massimo, la sua «La città, in dieci anni, ha subito principale arteria, in occasione trasformazioni radicali, che sono dei dieci anni di attività sotto gli occhi di tutti. Entro la dell’Herculaneum Conservation Project (HCP), una collaborazione fine del 2013, saranno aperti al pubblico i due terzi del sito». fra Packard Humanities Institute, Quali angoli di Ercolano si Soprintendenza Speciale per i possono finalmente «scoprire»? Beni Archeologici di Napoli e «Alcune splendide dimore, come, Pompei e British School at Rome. Una sinergia tra pubblico e privato per esempio, la Casa del Doppio

Portale, con il suo eccezionale ingresso, il portico a colonne e gli elementi lignei ancora intatti. O la celebre Casa del Bicentenario, in cui sono ancora in corso lavori importanti. L’intervento sul decumano massimo è l’ultima tappa di un processo di progressiva restituzione al pubblico delle arterie del reticolo urbano, senza piú segnali di divieto. Già nel 2009 e nel 2010, sono state rese visitabili la Casa Sannitica e le Terme Suburbane. E nei prossimi tre anni è prevista l’apertura di altre aree: la Casa del Rilievo di Telefo, nonché l’antica spiaggia, con il suo percorso lungo il mare fino alla Villa dei Papiri».

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Mentre a Pompei si chiude, a Ercolano si apre. In positiva controtendenza, si potrebbe dire… Come avete fatto? «Non abbiamo certo risolto tutti i problemi, ma abbiamo affrontato il tema in modo complessivo, agendo su piú livelli: sulle infrastrutture per migliorare l’accesso al sito, su un buon utilizzo delle risorse per rendere i lavori di conservazione meno costosi e piú efficaci, sulle metodologie di conservazione,

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perché fossero piú efficaci e sostenibili. Prima abbiamo avviato campagne di urgenza e interventi straordinari, e poi ci siamo dedicati a ri-avviare la manutenzione programmata: l’interruzione della quale, negli anni Ottanta, è stata una delle cause principali del periodo di abbandono e degrado che ha caratterizzato l’ultimo ventennio del XX secolo. Era cruciale infatti, rafforzare la Soprintendenza con una presenza continua sul posto, per 12 mesi

l’anno. Un team che unisce specialisti interdisciplinari, ditte specializzate e colleghi della Soprintendenza ha sviluppato metodologie conservative guidate dalle esigenze del sito e le risorse realisticamente disponibili. Inoltre, c’è stato un impegno per creare un bagaglio di conoscenze e strumenti di lavoro pragmatici e “user-friendly” per coloro che devono occuparsi della gestione del sito nel futuro. Esempi sono: il GIS per la programmazione dei lavori; una planimetria nuova di tutto il sito; nuove tecniche per studiare il degrado sviluppate con partner provenienti dall’area locale, ma anche dal resto del mondo. Forse la piú grande difficoltà della Soprintendenza, in passato, è stata quella di non avere risorse umane tali da permettere di approfondire e coordinare gli approcci d’intervento o di continuità nel programma di conservazione». Qual era la situazione, quando siete arrivati, dieci anni fa? «Proprio la situazione di grave degrado, nel 2000, ha motivato David W. Packard a offrire il sostegno della sua fondazione al professor Guzzo (l’allora soprintendente archeologo).


Qui accanto e a sinistra: interventi mirati alla realizzazione di coperture destinate a garantire una migliore conservazione delle strutture che tuttora conservano ampia parte dei loro elevati. Nella pagina accanto, in basso: intervento di restauro su intonaci e pitture parietali.

Tuttavia, la mancanza di risorse finanziarie non era il problema principale della Soprintendenza. Infatti, l’impegno di Packard in questo decennio per il patrimonio archeologico italiano si è distinto non tanto nel versare risorse finanziarie, quanto nel rafforzare il sistema gestionale e puntare su approcci sostenibili oltre la vita del progetto stesso e ri-applicabili ad altri siti. E, soprattutto, nella capacità di offrire un supporto a lungo termine e lungimirante al nostro settore, un caso raro e forse unico nel suo genere: i professionisti coinvolti lavorano all’interno della Soprintendenza, rafforzando meccanismi già in moto, in modo da alleggerirli e semplificarli e, non a caso, il team è al 90% italiano. Packard stesso dice che è un progetto “italiano”. Al successo di tale formula concorre il fatto che la Soprintendenza ha saputo aprirsi e accogliere il meglio dei partner esterni». Per questo Pompei crolla, Ercolano no? «Non è facile fare un confronto. Innanzitutto, Pompei è 10 volte piú grande di Ercolano e cosí ha sofferto maggiormente dalla mancanza cronica di personale

tecnico qualificato, cioè archeologi, architetti, conservatori e ingegneri. Inoltre il suo rapporto con la città moderna è del tutto diverso». In quel caso come in tanti altri, purtroppo, in Italia... «E non solo in Italia. C’è un cambiamento culturale fondamentale in atto, per effetto del quale la tutela si traduce dal concetto di un ente pubblico che “protegge” un bene culturale (quasi a scansare la popolazione locale) al concetto di salvaguardia come responsabilità comune». Restituire Ercolano al suo pubblico, come voi vi proponete di fare, vuol dire anche ricucire, sapientemente, gli strati della città antica con quelli della realtà moderna: in questi dieci anni, dottoressa Thompson, è cambiato qualcosa nel rapporto tra Ercolano e i suoi abitanti? «Senz’altro. La trasformazione del sito sta coinvolgendo anche i rapporti tra città antica e città moderna. E, anche grazie ai fondi europei, interventi di valorizzazione della Soprintendenza hanno cambiato radicalmente il sito da quello che un cittadino di Ercolano o un visitatore avrebbero trovato 10

anni fa. Ci sono un parco bellissimo che affaccia sugli Scavi accessibile ai cittadini, l’area intorno alla biglietteria con connessione internet wireless… C’è un’azione congiunta tra la città moderna e quella antica, tra Comune e Soprintendenza, davvero inusuale». Insomma, alla fine siete riusciti a ricucire l’Ercolano antica con quella moderna? «Fra dieci o vent’anni sapremo se ci siamo riusciti e potremo rispondere a questa domanda. E capire se l’approccio “sostenibile” verso il patrimonio archeologico può dare buoni frutti». L’inclusione della città antica in quella moderna è un tema costante nel lavoro del Centro Herculaneum, di cui fanno parte Comune di Ercolano, Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei e British School at Rome. «Trovare un rapporto piú dinamico e reciprocamente benefico tra antico e moderno è il nostro obiettivo», dice Christian Biggi, archeologo e manager del Centro, attivo dal 2006. «Cerchiamo di far sí che la comunità locale si riappropri del suo patrimonio archeologico, collaborando alla salvaguardia del sito di Ercolano. Le nostre attività creano un punto di incontro tra vari gruppi d’interesse, catalizzando ulteriori iniziative in un ciclo virtuoso: organizziamo corsi per professionisti dei beni culturali, ma anche (e soprattutto) per le scuole, teniamo aggiornata al contempo la popolazione sull’andamento dei lavori, attuiamo piani di inclusione sociale in modo da estendere i progetti di conservazione alla comunità locale. Gli Ercolanesi oggi visitano gli scavi piú di prima, ma non sono gli unici. Grazie all’iniziativa per promuovere i Bed&Breakfast, ospitano nelle loro case specialisti da tutto il mondo che utilizzano gli Scavi di Ercolano come aula all’aperto».

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Il favoloso

Tutankh

traordinaria scoperta nella valle: grandiosa tomba con sigillo intatto.Tutto nuovamenS te interrato fino Sua venuta. Congratulazioni»:

«

cosí scrisse l’archeologo americano Howard Carter, il 6 novembre 1922, al suo mecenate e finanziatore, il conte inglese George Herbert Carnarvon, in quello che è il telegramma piú famoso della storia dell’archeologia. Il breve dispaccio annunciava, infatti, il ritrovamento della tomba di Tutankhamon, dalla quale sarebbe stato di lí a poco recuperato un corredo funerario che, per quantità e qualità degli oggetti che ne

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Egitto di

amon facevano parte, fu subito considerato un autentico tesoro e diede fama immortale al suo proprietario. Tuttavia, il giovane faraone – Tutankhamon morí poco piú che diciottenne –, al di là dello sfarzo di cui volle circondarsi per l’ultimo viaggio, è solo uno dei numerosi protagonisti di una storia, quella dell’antico Egitto, che si è dipanata per molti secoli e ha visto succedersi oltre venti dinastie reali. Una vicenda lunghissima, dunque, che la collana realizzata dalla White Star e ora in edicola grazie all’iniziativa di My Way Media e De Agostini, ripercorre in tutte le sue tappe piú salienti, assegnando a Tutankhamon l’onore e l’onere di farne da battistrada. I sette volumi della serie si avvalgono di firme prestigiose e condividono un apparato iconografico ricco e curato, che offre l’opportunità di ammirare i monumenti e le grandi opere d’arte creati nella terra bagnata dal Nilo in tutti i loro dettagli. Il primo volume, che ha nel tesoro di Tutankhamon il suo scintillante cardine, propone un affresco storico complessivo della storia egiziana, spaziando dall’epoca che pose le basi per l’avvento del potere faraonico – il cosiddetto periodo predinastico – fino al tramonto di quello stesso potere, quando anche l’Egitto venne risucchiato nell’orbita di Roma e divenne una delle tante province di un impero che sembrava destinato a inglobare tutte le terre del mondo allora conosciuto. Ma, si badi bene, stiamo parlando di un orizzonte cronologico che abbraccia oltre

tremila anni, e si può dunque immaginare quanto la civiltà egiziana abbia rappresentato molto piú di una parentesi nel piú generale panorama del mondo antico. E, anzi, scorrendo le pagine del volume, si potrà intuire come il regno dei faraoni, nelle fasi del suo massimo splendore, sia stato di gran lunga uno degli imperi piú potenti e ricchi che si siano mai affacciati sul bacino mediterraneo. Ricchezza e potenza che si tradussero in realizzazioni grandiose, prime fra tutte le piramidi, e nella produzione di opere d’arte e d’artigianato che ancora oggi sorprendono per estro creativo, raffinatezza e modernità delle soluzioni tecniche adottate. Tutto questo viene ora proposto ai nostri lettori, al prezzo speciale di 6,90 euro a volume. Il primo, Tutankhamon, è già disponibile e i successivi verranno distribuiti con cadenza bimestrale. Questi i prossimi appuntamenti: Description de l’Egypte; Egitto ieri ed oggi; Piramidi e sfinge; Antico Egitto, arte e archeologia; Abu Simbel; Luxor e la Valle dei Re. Buona lettura! (red.)

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roma

10 domande a… Giovedí 26 maggio, alle 17,45, ultimo appuntamento con il ciclo di incontri con esperti internazionali nel campo della paleontologia e dell’archeologia preistorica e protostorica organizzato dal Museo Nazionale Preistorico Etnografico «L. Pigorini». A «salire sul palco» sarà Marcello Piperno, già ordinario di paletnologia all’Università di Roma «La Sapienza». Specialista di Paleolitico, Piperno, che è anche membro del Comitato Scientifico e collaboratore di «Archeo» fin dalla fondazione, ha svolto ricerche e scavi, fra gli altri, in Etiopia, a Melka Kunture, uno dei siti chiave per le prime fasi dell’evoluzione dell’uomo in Africa Occidentale. L’incontro è a numero chiuso (massimo 50 partecipanti) e si consiglia pertanto la prenotazione: tel. 06 54952269 (lu-ve, 9,00-15,30) www.pigorini.beniculturali.it

città del vaticano

Una notte al museo Tornano le aperture notturne dei Musei Vaticani: fino al 28 ottobre, le raccolte apriranno le loro porte anche al tramonto, ogni venerdí, dalle 19,00 alle 23,00 (ultimo ingresso alle 21,30), con la sola sospensione nel mese di agosto. Si conferma e si consolida, quindi, l’iniziativa che, nel 2010, ha visto oltre 30 000 visitatori percorrere al chiaro di luna le Gallerie Pontificie. Un invito, quello delle visite by night, rivolto non solo ai turisti, ma anche e soprattutto al popolo romano, troppo impegnato durante le normali ore di apertura in attività lavorative o familiari e che può finalmente appropriarsi del proprio museo, vivendolo e godendolo in un’atmosfera inusuale e speciale. È obbligatoria la prenotazione sul sito www.museivaticani.va

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ricerca Italia

Tutte le ragioni per iscriversi alla «scuola di paesaggio» di Gaetano Di Pasquale

n viaggio in una qualsiasi regione del Mediterraneo è in U molti casi un itinerario dentro la

storia dell’Occidente raccontata dai monumenti e dall’archeologia dei luoghi che si attraversano; troppo spesso, però, non ci si rende conto che la matrice che lega questi episodi tra di loro è il paesaggio. Paesaggio inteso per il suo significato primario di paesaggio rurale, frutto della trasformazione dell’ambiente naturale di un territorio per mano delle comunità umane che vi si sono succedute, e quindi anch’esso determinato dalla medesima storia che sta all’origine del patrimonio architettonico ed archeologico. Con una differenza sostanziale: il paesaggio rurale è l’espressione della cultura materiale e del lavoro finalizzato alla produzione di cibo e altre risorse, e, di conseguenza, tratta la storia da una prospettiva molto diversa da quella di un tempio o di un castello. Oggi le testimonianze dell’evoluzione degli spazi agrari e forestali sono molto spesso ancora ben visibili sul territorio: si tratta di alberi monumentali, varietà di alberi da frutto, terrazzamenti, carbonaie, muri di confine e altro. Un patrimonio unico della nostra storia culturale, poco noto, e perciò soggetto a un maggiore rischio di degrado. Da tali considerazioni, è nata l’idea di organizzare una Scuola per lo studio e la valorizzazione del paesaggio rurale in contesti archeo-

Uno scavo in Maremma, in un tipico paesaggio mediterraneo.

logici mediterranei. Il corso intende fornire gli strumenti per valorizzare e salvaguardare questa componente del paesaggio, con un percorso articolato in moduli teorici e pratici curati da specialisti del paesaggio provenienti dal mondo della ricerca e da quello dell’impresa. Questo perché oggi non ha piú senso raccontare un sito archeologico prescindendo dalla sua realtà territoriale. La scommessa, quindi, è unire archeologia e paesaggio in un unico progetto di sviluppo economico e sociale attraverso una innovativa operazione di valorizzazione del territorio. La prima edizione della scuola si terrà dal 26 giugno al 9 luglio, presso la Tenuta Marsiliana dei Principi Corsini (vedi «Archeo» n. 303, maggio 2010), e prevede max 30 partecipanti (scadenza iscrizioni: 10 giugno; info: www.charcoalab. unina.it/doc/Education.htm); si tratta di un’area particolarmente ricca dal punto di vista del paesaggio agro-forestale, dove già dal 2002 sono in corso indagini archeologiche sui contesti etruschi; le attività saranno finalizzate ad avviare una sistematica operazione di conoscenza e valorizzazione del paesaggio culturale dell’area. Sono previste borse di studio a copertura parziale del costo di iscrizione sulla base di una graduatoria di merito.


n ot iz iario

mostre Belgio

I linguaggi del corpo a nuova esposizione organizzata dal Museo per Non vedenti L del Musée du Cinquantenaire, uno

spazio che allestisce mostre adattate alle esigenze di coloro che soffrano di handicap visivi, è dedicata al simbolismo e alla ricchezza degli ornamenti corporali, una pratica attestata fin dalle piú antiche culture preistoriche. Tatuaggi, pitture, scarificazioni (incisioni della pelle in cui si inseriscono bastoncini o sassolini per ottenere una sorta di tatuaggio a rilievo) o perforazioni finalizzate all’inserimento di monili potevano avere e hanno scopi diversi: marcare la posizione sociale dell’individuo e i suoi legami con la comunità di appartenenza, esaltare la forza e la virilità, accrescere la bellezza, definire il ruolo della persona all’interno dell’universo e il suo rapporto con gli spiriti. Una pluralità di messaggi viene evocata da una cinquantina di oggetti riferibili a culture di interesse etnografico, antiche e moderne, attestate in Asia, Oceania e nelle Americhe. (red.)

Figurina femminile in terracotta. Cultura Chupicuaro, Messico. 300-100 a.C. Bruxelles, MRAH.

Dove e quando Quand le corps se fait parure. Bijoux et ornements des cultures non européennes Bruxelles, Musée du Cinquantenaire (Musée pour Aveugles) fino al 28 ottobre 2012 Orario ma-do, 10,00-17,00; lu chiuso Info www.mrah.be

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Archeofilatelia

a cura di Luciano Calenda

Plinio il Vecchio In altre pagine si legge della conservazione, a Roma, dei presunti resti mortali di Gaio Plinio Secondo, meglio noto come Plinio il Vecchio (vedi lo speciale alle pp. 58-77). Conosciuto come scrittore, storico, e studioso dai molteplici interessi fu anche uomo di Stato e ricoprí importanti cariche civili e militari. L’ultima fu quella di comandante della flotta tirrenica a Capo Miseno quando si verificò l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia nel 79 d.C. La sua attitudine a descrivere quanto vedeva in prima persona fu causa della sua morte: infatti si trovava proprio a Stabia per osservare le conseguenze dell’eruzione quando fu colpito dai gas sulfurei che lo uccisero anche se il nipote, Plinio il Giovane, nel raccontare della sua morte parla dei generosi tentativi fatti dallo zio per salvare alcuni cittadini in fuga. Per quanto riguarda 5 la filatelia, non ci sono ricordi diretti di Plinio il Vecchio, ma si può comunque fare un passaggio tematico della sua morte partendo proprio dal nipote. Infatti l’Italia ha emesso nel 1961 un francobollo per ricordare il 19° centenario della nascita di Plinio il Giovane (1); anch’egli nel 79 assisté all’eruzione trovandosi sul lato della penisola sorrentina, circostanza ben documentabile con un altro francobollo raffigurante il golfo visto dal lato di Castellammare di Stabia (2). Egli raccontò quindi della morte dello zio che, in quel momento, era il comandante della flotta romana nella zona di Pozzuoli-Capo Miseno; e qui si può usare un francobollo raffigurante il Serapeo di Pozzuoli presentato su una cartolina maximum (3) e due francobolli raffiguranti una trireme romana (4-5). Infine per documentare l’eruzione si possono usare due dei numerosi francobolli relativi a Pompei (6-7) e uno che presenta una visione d’assieme degli scavi di Ercolano (8).

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IL CIFT. Questa rubrica è curata dal CIFT (Centro Italiano di Filatelia Tematica); per ulteriori chiarimenti o informazioni, si può scrivere alla redazione di «Archeo» o al CIFT, anche per qualsiasi altro tema, ai seguenti indirizzi:

Segreteria c/o Alviero Batistini Via Tavanti, 8 50134 Firenze info@cift.it, oppure

Luciano Calenda, C.P. 17126 Grottarossa 00189 Roma. lcalenda@yahoo.it www.cift.it


L’archeologia nella stampa internazionale a cura di Andreas M. Steiner

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round Zero, poco piú di sei ettari nella parte sud-occidentale di Manhattan, è il luogo su cui, fino all’11 settembre del 2001, svettavano le torri del World Trade Center. Gli avvenimenti di dieci anni fa ne hanno tragicamente consacrato l’ingresso nei libri di storia. Ma, dato curioso, la storia si affaccia su questo contemporaneo luogo della memoria anche da un’altra finestra, inaspettata: quella dell’esplorazione archeologica. A partire dalla scorsa estate, infatti, i lavori in corso per ripristinare il luogo dell’attacco terroristico hanno visto la presenza di archeologi che, nell’area già occupata dalla Torre sud, hanno portato alla luce i resti lignei di un’imbarcazione di fine Settecento. Ne riferisce la rivista inglese Current World Archaeology.

L’anima del commercio

A destra: disegno ricostruttivo di un’imbarcazione mercantile simile a quelle che navigavano l’Hudson alla fine del Settecento.

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nave, nonché migliaia di piccoli reperti – tra cui pallottole da moLa scoperta della nave mercanti- schetto, bottoni di ottone, semi e le proprio nel luogo in cui erano noci – rinvenuti al suo interno. La nave non è, però, l’unica sorte le torri chiamate, appunto, del «commercio mondiale», attrazione emersa dalle indagini nell’area. Ancora piú interesnon fa che confermare la santi appaiono le imponenti storica vocazione di strutture lignee rinvenute questo sito. «Negli una cinquantina di metri anni della prima coa sud del relitto: si tratta lonizzazione di Mandi enormi travi, disposte hattan – spiega Michael a formare una griglia Pappalardo, direttore regolare, finalizzata a degli scavi – l’area contenere i materiali in oggetto era andi riporto accumucora ricoperta dallati per guadagnare le acque del fiume nuovo ter reno da Hudson. Verso la utilizzare per le nafine del 1700, però, venne messo in atto un am- scenti infrastrutture portuali della bizioso progetto di ampliamento Manhattan di fine Settecento. «Le indagini in questo luogo simdella linea di costa, con il fine di ottenere nuovo terreno edi- bolo della storia di oggi – spiega ficabile, in questa zona già allora Pappalardo – ci hanno aperto una finestra sulle origini di New York. particolarmente ambita». E proprio a quest’epoca appar- E sulla sua vocazione di capitale del tengono i resti del fasciame della commercio internazionale».


Gli scavi nel cantiere di Ground Zero, Manhattan (New York). Al centro, i resti del fasciame di un’imbarcazione del XVIII sec. Nella pagina accanto, a sinistra: pianta di Manhattan, del 1865: in celeste la linea di costa dell’isola al tempo della prima colonizzazione, in beige e blu scuro l’estensione raggiunta alla metà del XIX sec. La scritta Project Site indica il luogo del rinvenimento della nave mercantile.

Un cineasta alle origini dell’arte

I

l noto regista cinematografico tedesco Werner Herzog (Aguirre, furore di Dio, Nosferatu, Fitzcarraldo…) ha dedicato il suo ultimo film a un capolavoro dell’arte preistorica: l’insieme delle pitture rupestri della Grotta Chauvet, scoperta nella Francia sud-orientale nel dicembre del 1994. L’autore, il cui nonno era archeologo, descrive questa sua straordinaria esperienza in un’intervista rilasciata alla rivista Archaeology, organo dell’ Archaeological Institute of America. Il film, intitolato Cave of Forgotten Dreams (La grotta dei sogni dimenticati), e interamente girato (in 3D) all’interno della grotta, indaga il mondo materiale e spirituale degli antichi artisti del Paleolitico.

L ' a r c h e o l o g i a

In alto: il cineasta tedesco Werner Herzog. A sinistra: particolare delle pitture rupestri della Grotta Chauvet (Francia sud-orientale).

f a

r e t e

Il primo portale web fatto dagli archeologi in cui condividere e dare voce alle proprie passioni, cogliere opportunità e scoprire nuovi mezzi di ricerca.

www.archeomega.com


Calendario Italia

legnago (VE)

Roma

Da qui all’eternità

Nerone

Colosseo, Foro Romano, Criptoportico neroniano e Museo Palatino fino al 12.09.11

L’uomo e la morte nel Veronese in 2000 anni di storia Centro Ambientale Archeologico, Museo Civico fino al 29.05.11

altino

milano

Altino. Vetri di laguna

Museo Archeologico Nazionale di Altino (Venezia) fino al 31.05.11 bolzano

Ötzi20

Nutrire il corpo e lo spirito Qui sopra: vasi in vetro da un corredo funerario.

Mostra per il ventennale del ritrovamento della mummia del Similaun Museo Archeologico dell’Alto Adige fino al 15.01.12

Materiali dallo scavo dei pozzi romani di Opitergium Museo della Centuriazione Romana fino al 15.06.11

A sinistra: moneta da un pozzo dell’antica Opitergium.

Ercole il fondatore

Dall’antichità al Rinascimento Museo di Santa Giulia fino al 12.06.11

Storia di Clusium tra il VI e l’VIII secolo Museo Nazionale Etrusco di Chiusi fino al 21.08.11 cortona

Le collezioni del Louvre a Cortona Gli Etruschi dall’Arno al Tevere Palazzo Casali fino al 03.07.11

Busto femminile in terracotta di Arianna, da Falerii Novi. III sec. a.C. Parigi, Museo del Louvre.

genova

L’Africa delle meraviglie Arti africane nelle collezioni italiane Palazzo Ducale, Sottoporticato e Castello d’Albertis fino al 05.06.11

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orvieto

Il fascino dell’Egitto

Il ruolo dell’Italia pre e post-unitaria nella riscoperta dell’antico Egitto Orvieto, Museo «Claudio Faina» e Palazzo Coelli (Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto) fino al 02.10.11

Ritratti. Le tante facce del potere

Goti e Longobardi a Chiusi

Tesori d’arte restaurati Palazzo Pitti fino al 05.06.11

Pittura parietale con il dio Osiride. Firenze, Museo Egizio.

roma

chiusi

Restituzioni 2011

Montefiore Conca (Rn) Testimonianze archeologiche dagli scavi nella Rocca Rocca malatestiana fino al 25.06.11

brescia

firenze

Il significato simbolico del cibo nel mondo antico Museo Archeologico fino al 31.12.11

I colori di Montefiore

borgoricco (PD)

Il segreto del pozzo

Oinochoe (brocca) a figure rosse con scena di libagione.

Figura lignea Mbotumbo. Cultura Baule, Costa d’Avorio. Brescia, Collezione privata.

A partire dalla tarda repubblica, Roma e le città romane risultano affollate da una straordinaria quantità di immagini: i monumenti pubblici e celebrativi, i monumenti funerari e le stesse case trasmettono senza soluzione di continuità i volti di personaggi onorati o degli antenati illustri. È una esigenza di comunicazione tesa alla stabilizzazione del proprio prestigio personale. Non si tratta, infatti, di riprodurre semplicemente le fattezze fisionomiche dell’individuo, quanto di comunicare un messaggio di auto-rappresentazione. Di qui nascono differenti tipi di ritratti che, pur conservando intatta la loro capacità di riprodurre i tratti fisionomici di uomini illustri, ne interpretano le fattezze per offrirne ora un’immagine eroica, dell’energico uomo d’azione, ora dell’uomo politico ormai maturo e pacato. È un fenomeno comunicativo già presente in ambiente greco, che i Romani adeguarono alla loro società in modo eccezionale, come mostrano i ritratti di Augusto, da giovane rappresentato come un novello Alessandro Magno, da uomo maturo come riflessivo e attento al bene


Sarà gradito l’invio di informazioni da parte dei direttori di scavi, musei e altre iniziative, ai fini della completezza di questo notiziario.

strasburgo

scansano (GR)

La valle del vino etrusco

Archeologia della valle dell’Albenga in età arcaica Museo Archeologico della Vite e del Vino, Palazzo Pretorio fino al 31.12.11

Villa Adriana, il Teatro Marittimo in una foto di Luigi Spina.

Statuetta di Eros dormiente con una torcia.

Berlino

Villa Adriana. Dialoghi con l’antico Antiquarium del Canopo e area archeologica fino al 06.11.11

Gli dèi salvati dal palazzo di Tell Halaf

Belgio

Pergamonmuseum fino al 14.08.11

Bruxelles La sua tomba e i suoi tesori Brussels Expo e Musée du Cinquantenaire fino al 06.11.11

Un campo legionario sul Reno (I-IV secolo d.C.) Musée archéologique fino al 31.12.11

Germania

tivoli

Tutankhamon

Strasburgo-Argentorate

mannheim Reliquiario istoriato di Thomas Becket. XIII sec.

Francia parigi

La spada

Usi, miti e simboli Musée de Cluny, Musée national du Moyen Âge fino al 26.09.11

Il ritorno degli dèi

L’Olimpo nascosto di Berlino a Mannheim Reiss-Engelhorn-Museen fino al 13.06.11 monaco

La guerra di Troia

200 anni di Egina a Monaco Glyptothek fino al 31.01.12

Gran Bretagna londra

comune, consono all’esaltazione dei valori religiosi e morali del pontefice massimo e dell’uomo di governo. D’altronde, quasi ogni imperatore ha tentato di farsi raffigurare secondo un codice distintivo che ne esaltasse figurativamente le diversità caratteriali e politiche rispetto ai suoi predecessori: dai lineamenti quasi «barocchi» dell’ultimo ritratto di Nerone, al volto austero e severo di Marco Aurelio, ai ritratti potenti ed energici degli imperatori soldati del III secolo. I ritratti dunque non sono semplici «fotografie», ma sono costruiti secondo un linguaggio programmatico che, nel caso degli imperatori, trasmette un messaggio forte, legato alle loro differenti concezioni del potere. In età imperiale, nell’elaborazione dei ritratti, un ruolo centrale fu giocato anche dal tentativo da parte di privati di adeguare la propria immagine a quella del loro imperatore.

dove e quando Musei Capitolini fino al 25.09.11 Orario ma-do, 9,00-20,00; lu chiuso Info tel. 060608 (attivo tutti i giorni, 9,00-21,00) Catalogo Mondomostre

Afghanistan: crocevia del mondo antico The British Museum fino al 03.07.11

Svizzera

Bicchiere in vetro dipinto con scene di mietitura, da Begram. I-II sec. d.C.

Basilea

L’Egitto, l’Oriente e il modernismo svizzero

La collezione Rudolf Schmidt (1900-1970) Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig fino al 31.07.11

USA new york

Horemheb, generale e sovrano d’Egitto The Metropolitan Museum of Art fino al 04.07.11 Philadelphia

Segreti della Via della Seta University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology fino al 05.06.11

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Corrispondenza da Atene

di Valentina Di Napoli

Un’«intrusa» nella storia Il minuscolo frammento di tavoletta iscritta in Lineare B trovato a Iklaina, in Messenia, potrebbe rivoluzionare le nostre attuali conoscenze sulla civiltà micenea n Messenia, il cuore verde e fertile del Peloponneso, si trova il Ivillaggio di Iklaina – oggi non

molto piú che un paesello tra gli ulivi –, che, da alcuni anni, è oggetto di ricerche da parte di Michael B. Cosmopoulos, professore di archeologia presso l’Università del Missouri (St. Louis). Le indagini, condotte sotto il patrocinio della Società Archeologica Greca e generosamente sponsorizzate da istituzioni greche e statunitensi, hanno dato frutti notevoli: i resti di un importante insediamento e di un palazzo miceneo, dotato di mura ciclopiche di terrazzamento, di un avanzato In alto: veduta aerea degli scavi nel sito di Iklaina, in Messenia. Qui opera la missione diretta da Michael B. Cosmopoulos, a cui si deve la scoperta del frammento di tavoletta con tracce di una iscrizione in Lineare B (a sinistra).

sistema di deflusso delle acque e decorato da pitture parietali di ottima fattura. Siamo vicini a uno dei centri palaziali micenei piú potenti: ci troviamo, infatti, appena 14 km a sud-est di Pilo e del suo famoso «palazzo di Nestore». Le ragioni dell’entusiasmo La scoperta effettuata a Iklaina, che in questi mesi ha suscitato

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Non va trascurato che questo frammento è giunto fino a noi grazie a una casualità, solo perché in qualche modo è capitato in una macchia di bruciato che ne ha consentito la cottura e quindi la conservazione. Infatti, le tavolette di questo tipo erano di argilla cruda, perché destinate a un uso di breve durata, quindi si sono preservate soltanto quelle cotte accidentalmente, in pratica in seguito a incendi. Si tratta, ovviamente, di un documento di archivio; pertanto, questa tavoletta potrebbe attestare la presenza, nel palazzo di Iklaina, di un potere centrale, in un momento in cui, contemporaneamente, fioriva anche il centro palaziale di Pilo. Insomma, per tutti questi motivi, come ha efficacemente affermato Cosmopoulos, «questa tavoletta non doveva trovarsi lí».

Ricostruzione computerizzata delle immagini dipinte su frammenti di affresco recuperati negli scavi del complesso palaziale di Iklaina: si distinguono un’imbarcazione, una figura femminile e una mano. A destra: carta della Grecia con la localizzazione del sito di Iklaina.

scalpore, è il rinvenimento di una tavoletta in Lineare B, o, per essere piú precisi, di un frammento di tavoletta, delle dimensioni di appena 2,5 × 4 cm. Un piccolo lacerto di terracotta, iscritto su entrambe le facce, che però è bastato per mettere in fermento gli archeologi preistorici. Ma che cosa rende «speciale» questa tavoletta? Non certo il contenuto, che, a giudicare da un esame preliminare, appare del tutto comune: un nome proprio maschile su un lato (forse un addetto del personale) e una forma verbale sull’altro lato, probabilmente un participio passato in qualche relazione con attività di manifattura. Ciò che ne fa un rinvenimento eccezionale è, innanzitutto, la datazione: la tavoletta proviene da

un contesto databile tra il Tardo Elladico IIB e, al piú, il Tardo Elladico IIIA2 iniziale, quindi, in termini di cronologia assoluta, potrebbe risalire al 1490-1450 a.C., il che ne fa un esemplare antichissimo – precedente rispetto a tavolette come quelle di Micene, contemporaneo a esemplari di Cnosso e appena anteriore alle prime tavolette della vicina Pilo. Inoltre, è la prima tavoletta finora rinvenuta in un centro miceneo secondario; a tal proposito, ricordiamo che Cosmopoulos ammette l’identificazione di Iklaina col sito chiamato a-pu2 nelle tavolette micenee, quindi con uno dei distretti del regno di Pilo, a esso subalterni.

Non un semplice satellite Che cosa si può dedurre da questa scoperta? Forse che la scrittura era piú diffusa di quanto fino a oggi si creda, non era cioè un appannaggio esclusivo dei centri palaziali principali? Oppure a Iklaina è stato scoperto non un satellite di Pilo, bensí un centro che, in una delle fasi piú antiche del regno di Pilo, era già dotato di un archivio simile a quello del centro palaziale principale? Sia nell’uno che nell’altro caso, questo piccolo frammento di argilla cotta apre nuove prospettive e costringe a interrogarsi sulla validità dei modelli finora proposti. L’enigma si potrà forse chiarire quest’estate, quando riprenderanno gli scavi. Alla campagna parteciperanno studiosi americani e greci, nonché studenti di università statunitensi e canadesi. La nostra promessa è di darne ben presto un ampio resoconto.

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esclusiva schola armaturarum

Pompei

Vita (e morte) di una casa di

Ricostruzione della cosiddetta «Schola armaturarum», affacciata sulla via dell’Abbondanza, a Pompei. Lo studio preliminare alle ricostruzioni virtuali che presentiamo in queste pagine è stato realizzato dall’architetto Marco Capasso (Capware).

di Orietta Rossini; ricostruzioni virtuali di Marco Capasso


Forse non risorgerà mai piú, se non nelle ricostruzioni virtuali riprodotte in queste pagine. Parliamo della Schola armaturarum, la «caserma dei gladiatori» che, prima del recente crollo, si affacciava sulla via dell’Abbondanza, come tanti altri edifici della città sepolta dal Vesuvio. Eppure si tratta di un edificio assai particolare: per la questione – ancora dibattuta – della sua vera identità, ma anche, e soprattutto, per le avventurose vicende che hanno segnato la sua esistenza moderna

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esclusiva schola armaturarum

I

l suo crollo è stato definito una «vergogna nazionale» dal presidente Napolitano e, mentre scriviamo, ciò che resta della Schola armaturarum è ancora sotto sequestro. Solo da qualche settimana sono iniziate le operazioni di rilievo e rimozione delle rovine e nessuno può valutare ancora i tempi e i costi della futura ricostruzione. Nel frattempo, poiché si tutela solo ciò che si conosce, conviene scavare nella storia, per tanti versi sorprendente, di questo tormentato edificio. La Schola fu portata alla luce nei giorni della Pasqua 1915, da una squadra di operai diretti dall’archeologo soprintendente Vittorio Spinazzola, alla presenza dell’allora presidente del Consiglio dei Ministri Antonio Salandra. La straordinaria presenza a Pompei del capo del Governo in occasione di uno scavo fortunato non deve sorprendere piú di tanto: era dal tempo dei Borboni che si usava onorare regnanti o altre personalità di rilievo con simili «scoperte annunciate». In questo modo si creava un «evento» che oggi si definirebbe «mediatico». Ma, in quella particolare circostanza, la scoperta, immediatamente resa nota al pubblico, di un edificio su via dell’Abbondanza che molti caratteri decorativi architettonici annunciavano come importante, assumeva un valore particolare.

Una scoperta «augurale»? L’Italia era sull’orlo del conflitto – e infatti appena un mese dopo sarebbe entrata nella prima guerra mondiale – ma, nell’aprile del 1915, il capo del partito interventista, Salandra appunto, doveva ancora vincere le resistenze di una maggioranza parlamentare tiepida o «neutralista»: pertanto il «felice ritrovamento» pompeiano venne salutato e annunciato al Paese come un «augurale annunzio», venuto alla luce in quella «grave ora della Patria». La cosa, come vedremo, non sarà senza conseguenze neppure sul piano dell’interpretazione che nel tempo verrà data delle funzioni 28 a r c h e o

dell’edificio. Una scoperta augurale, dunque: tanto piú che gli affreschi messi in luce, come si sottolineò subito, erano simboli o addirittura personificazioni di vittorie. In effetti la simbologia era evidente ed è sostanzialmente confermata da letture piú recenti: cosí le armi e gli altri elementi che compongono i due «solenni» trofei di armi dipinti sui due pilastri ai lati dell’ingresso, alti oltre 4 m, vennero subito interpretati come simboli di vittorie terrestri e navali (ancore, tritoni e grifi marini alati), ottenute a Nord contro i barbari (elmi gallici, scudi esagonali, un carro britannico e manti villosi) o contro i nemici orientali dell’impero (scudi lunati e faretre). Ciò che invece portava lo Spinazzola fuori strada era il voler leggere l’apparato decorativo, nel suo complesso, come un riferimento alle vittorie ottenute da Cesare e da Augusto ai confini dell’impero. Questo riferimento ai due piú grandi e «ben augurali» condottieri romani faceva sí che il complesso

Alcune immagini della Schola armaturarum a Pompei, risalenti alla primavera del 1915, anno della sua scoperta. Si riconosce la grande sala quadrata, pavimentata in opus signinum, che si apriva oltre la soglia d’ingresso. Le pareti dell’ambiente, attrezzate nella parte superiore con armadi pensili lignei, erano decorate, nella sezione inferiore, da affreschi di IV stile, in giallo su fondo rosso, raffiguranti Vittorie alate inquadrate da cornici, e candelabri a fusto sottile sui pilastrini di sostegno alle scaffalature.

venisse datato alla prima età imperiale, mentre oggi si ritiene comunemente che la Schola sia stata costruita negli ultimi anni di vita di Pompei, probabilmente dopo il grande terremoto del 62 d.C. Oltre l’ampia soglia, larga 6,15 m, apparve agli scavatori una grande sala quadrata (8,5 x 8,5 metri) pavimentata in opus signinum, con tracce evidenti di uno scavo precedente, che ne aveva quasi distrutto la parete sinistra, mentre quella di destra e la parte inferiore della parete a nord


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esclusiva schola armaturarum apparivano molto ben conservate. Sulla metà superiore delle pareti erano ben riconoscibili gli incassi degli armadi pensili in legno che ornavano la sala, sospesi con grappe alle pareti e sostenuti da pilastrini affrescati nella parte inferiore. Naturalmente, non fu trovato alcun resto ligneo, ma poiché un’anta aveva lasciato sulla cenere la sua impronta, non fu difficile trarne il calco in gesso. Fu anche eseguito il calco dell’impronta lasciata dalla transenna che chiudeva il grande ingresso fra i trofei e fu dunque possibile ricostruirne l’aspetto. Un ulteriore calco fu tratto da un frammento dei capitelli che ornavano i pilastrini di sostegno agli armadi e si vide che conservava tracce dorate. L’insieme affrescato appariva molto vivace, a fondo rosso e ornato in giallo. I piastrini di sostegno erano decorati sul davanti da candelabri a fusto sottile, terminanti in aquile ad ali spiegate, mentre, al centro dei riquadri da essi formati, erano dipinte ben dieci Vittorie alate, una per riquadro, vestite in colori vivaci, diversamente armate e atteggiate, in genere ben conservate.

Senza alcun dubbio... Non furono trovate armi di sorta in questo ambiente, ma il particolare tipo di decorazione, incentrato su elementi militari e di conquista, sebbene privo di riferimenti ad armi tipiche dei gladiatori o ai loro combattimenti, portarono lo Spinazzola a escludere la possibilità di aver scoperto l’armamentarium di una familia gladiatoria. Neppure lo sfiorò il dubbio di trovarsi non di fronte a un edificio pubblico, ma a una domus privata, senz’altro perché gli apparivano inusuali l’ampiezza e il tema dell’ornato, ma forse anche perché venne portato a ritenere lo status pubblico dell’edificio piú consono alle circostanze. L’archeologo pensò piuttosto a un deposito municipale di armi, appartenenti a una piccola milizia locale, un corpo armato cittadino con compiti non troppo diversi dalle 30 a r c h e o


Si presentava cosí, duemila anni fa, la grande sala interna dell’edificio? Secondo la recente interpretazione di Pier Giovanni Guzzo, in esso si può riconoscere non tanto una schola, quanto, piuttosto, una domus privata, decorata con affreschi di ispirazione militare legati all’attività del proprietario.

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esclusiva schola armaturarum

moderne polizie municipali. Ritenne anche che nella sala potesse stazionare una guardia permanente, come lasciava supporre il fatto che la sua chiusura era costituita da una cancellata in legno leggera, poco piú che una transenna a rombi, che non chiudeva neppure tutta l’altezza dell’entrata.

Per le armi dei gladiatori Ancora ogg i la destinazione dell’edificio appare molto controversa. Esclusa la tesi, avanzata da Matteo Della Corte (1875-1962) 32 a r c h e o

e oggi non piú accolta, che in esso si possa riconoscere la Schola iuventutis pompeianae (cioè la sede del sodalizio dei giovani pompeiani), attualmente si tende a riconoscere nella Schola la sede di una non meglio precisabile associazione militare o anche, come ha scritto Arnold de Vos, «il deposito delle armi dei gladiatori». Secondo de Vos, infatti, nonostante l’assenza assoluta di riferimenti ai giochi gladiatori dell’apparato decorativo, trofei dipinti simili a quelli della Schola si vedono

sugli stipiti dell’esedra del Quadriportico, il quale, in una certa fase della sua esistenza, funzionò anche, e sicuramente, da caserma dei gladiatori. L’ipotesi di un deposito usato da una familia gladiatoria di Pompei nei suoi ultimi anni di vita è estremamente suggestiva, anche perché, secondo una rilettura recente delle fonti, letterarie e archeologiche, fa ritenere che, oltre a essere popolarissimi a Pompei, i giochi dei gladiatori nascano proprio in ambito osco-sannitico, come attesterebbero


Ricostruzione ipotetica dell’interno della grande sala della Schola armaturarum.

bondanza ci troviamo all’interno di una sequenza di lotti a destinazione abitativa. E del resto, ci spiega l’ex soprintendente, altre domus riflettono questa stessa struttura, con un grande ambiente d’ingresso privo di fauces, come è il caso dei vicini praedia (possedimenti immobiliari, n.d.r.) di Giulia Felice, che presentano un ampio atrio con scene di vita forense a indicare le attività commerciali esercitate dai proprietari. I quali a Pompei usavano dichiarare, ben visibili anche dall’esterno, la propria identità, la professione e le glorie famigliari. E, del resto, era in genere nella parte piú esposta della casa che si conservavano, dipinti alle pareti o chiusi in armadi come quelli ritrovati nella Schola, i richiami (genealogie, ritratti di antenati, documenti e immagini) al passato della gens proprietaria.

anche pitture tombali campane e lucane del IV secolo a.C. Oggi, però, la destinazione a domus privata dell’edificio è sostenuta con buoni argomenti dall’ex soprintendente Pier Giovanni Guzzo, che ha voluto dare la sua interpretazione ai lettori di «Archeo». Guzzo fa notare come l’ampiezza dell’atrio e le sue caratteristiche decorazioni non necessariamente debbano far pensare a un edificio pubblico ed escludere l’idea di un’abitazione privata, tanto piú che su questa parte di via dell’Ab-

Un ufficiale a riposo? Se si considera questo, fa osservare Guzzo, si può ben riconoscere nella Schola una casa privata, che sviluppa nell’apparato pittorico un tema attinente l’attività del dominus, in questo caso, forse, un ufficiale dell’esercito imperiale a riposo, orgoglioso delle battaglie vinte e dei popoli conosciuti nella sua carriera. Questa lettura illustrerebbe meglio di altre anche la simbologia dei due trofei ai lati dell’ingresso, esposti agli sguardi dei passanti: sul pilastro ovest mostri marini, rostri e una protome di Oceano in riferimento a vittorie ottenute per mare; su quello est, corni con cui si dava il segnale di attacco e un carro con una pelliccia di orso, chiaro trofeo di vittoria nordica, a dire delle vittorie oltremontane. Insomma, la gloria dell’impero romano ottenuta per mare e per terra. Purtroppo i ritrovamenti fatti all’interno della Schola non aiutano a dirimere il dilemma, dato che Spinazzola poté solo raccogliere due

protomi di Minerva: una in osso, servita da ornamento a un gladio, e una seconda in bronzo, che interpretava come ornamento di un mobile. È certo, invece, il fatto che, qualunque ne fosse la destinazione, l’edificio era stato costruito sopra una piú antica domus privata, di cui, almeno fino al momento del recente crollo, rimangono ambienti ancora da esplorare a nord della grande sala. Dopo la scoperta, il ventennio tra le due guerre sembra trascorrere senza fatti notevoli per la Schola, che lo Spinazzola lasciava visitabile e sotto il riparo di una tettoia. Almeno fino allo sbarco delle forze alleate in Sicilia, nel luglio 1943. È questo l’avvenimento che segna il suo destino, come quello di molti altri edifici pompeiani. Consapevole del pericolo (già Ercolano, durante l’avanzata verso nord, era stata sfiorata dai bombardamenti angloamericani) la soprintendenza, allora diretta da Amedeo Maiuri, si affretta a mettere in salvo tutto quanto può essere rimosso e trasportato lontano dalle domus e ricoverato, seppellito o murato, nell’ipogeo delle Terme Stabiane. Si tenta anche, invano, di far allontanare l’artiglieria tedesca dalla Torre del Mercurio, trasformata in un deposito di munizioni. Napoli è bombardata pesantemente nel luglio del 1943. Pompei viene bombardata per la prima volta il 24 agosto, lo stesso giorno dell’eruzione che 1864 anni prima l’aveva seppellita. Gli intellettuali interpellati – come Benedetto Croce, rifugiato a Sorrento – assistono impotenti. Le bombe colpiscono il settore sudovest e subiscono danni gravissimi il Foro, la Casa di Trittolemo, quella di Romolo e Remo, tutta la zona di Porta Marina. Ma, soprattutto, viene distrutto il Museo pompeiano, nelle strutture e nei tesori contenuti, da una bomba di grosso calibro, che perfora il tetto ed esplode nelle due ultime sale. La stampa nazionale dedica poco spazio alla notizia, la stampa estera nessuno. Il 9 settembre gli alleati sbarcano a Salerno e decidono di appoggiare le a r c h e o 33


esclusiva schola armaturarum truppe con pesanti incursioni aeree. Gli osservatori della RAF forniscono l’informazione, sbagliata, di truppe tedesche attestate all’interno degli scavi di Pompei, cosa che forse induce il comando anglo-americano a ritenere che, sotto le lamiere con cui Spinazzola ha ricoperto gli scavi di via dell’Abbondanza, si nascondano nemici e depositi di armi.

La seconda distruzione Le incursioni piú pesanti avvengono il 13 settembre e la notte tra il 14 e il 15. La contraerea tedesca è fuori dagli scavi, dove invece hanno cercato rifugio i contadini della zona. È anche all’esterno dell’anfiteatro e sul viale che conduce alla Villa dei Misteri, prodigiosamente scampata. Il 19 e il 20 settembre viene infine colpita via

dell’Abbondanza. Secondo i calcoli le bombe che colpirono la città antica furono almeno 150. Molte caddero nella zona ancora non scavata e, fino al 1964, chi visitava Pompei poteva trovarne inesplose sul suo percorso. La bomba che distrusse per la seconda volta, dopo l’eruzione, la Schola armaturarum fu sganciata durante l’incursione del 19 settembre. L’ordigno demolí il muro perimetrale occidentale, provocando la perdita totale dei dipinti di IV stile che si trovavano su quella parete e dei due trofei d’armi ai lati dell’ingresso: quello a destra fu polverizzato, mentre a sinistra se ne salvò una porzione, oggi quasi illeggibile. Furono polverizzati anche il calco in gesso dell’armadio e in parte quello della transenna di chiusura.

BAS

Le case e le strade di Pompei 1. Schola armaturarum 2. Praedia di Giulia Felice 3. Domus del Moralista 4. Foro 5. Teatro grande

6. Foro triangolare 7. Terme del Foro 8. Casa del Fauno 9. Terme centrali 10. Casa di Giulio Polibio

11. Palestra Grande 12. Anfiteatro 13. Tempio di Venere 14. Terme stabiane 15. Villa di Diomede 16. Villa dei Misteri

16 Pianta di Pompei con l’ubicazione della Schola armaturarum, degli altri complessi citati nel testo, nonché di alcuni dei principali monumenti della città.

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Pompei. Quel che resta della Schola armaturarum dopo il crollo del 6 novembre 2010.

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Anche tre delle dieci Vittorie alate dell’interno andarono distrutte. Altre tre sono andate perdute nei decenni che ci dividono da quel bombardamento, ma si spera che le quattro che restavano sul posto prima dell’ultimo crollo possano essere recuperate sotto le macerie sequestrate. Nel 1943, andò perduta anche la copertura in lamiera approntata dallo Spinazzola e quando, tre anni dopo, il Maiuri cominciò il restauro dei danni di guerra e le mura vennero ricostruite, anche il tetto della Schola fu rifatto in cemento armato. Oggi il peso di quella copertura, insieme alle abbondanti piogge del novembre 2010, è accusato di aver causato il nuovo crollo delle pareti, avvenuto all’alba del 6 novembre. E poiché appena un anno prima si era proceduto a impermeabilizzare quel tetto vecchio di sessant’anni,

la Procura di Torre Annunziata ha emesso nove avvisi di garanzia «dovuti» contro i tecnici responsabili di quell’operazione, oggi indagati per «crollo colposo». L’ex ministro Bondi – che di fronte alle rovine della Schola aveva suggerito come rimedio la creazione di una Fondazione per gestire con il concorso di privati l’intero sito archeologico –, vista l’intera Soprintendenza indagata, come non si trattasse di un organo del suo ministero e senza attendere l’esito delle indagini affidate ai Carabinieri, si compiacque.

Coincidenze inquietanti Ma qualche giorno dopo il crollo della Schola, a poche decine di metri da essa, era smottato anche il terreno a nord della Domus del Moralista e crollato un lungo tratto del muro settentrionale del suo

giardino esterno. E in questo caso era esclusa la responsabilità di un tetto troppo pesante. Due coincidenze colpiscono dei due crolli a distanza ravvicinata: in entrambi i casi, hanno ceduto strutture murarie ricostruite dopo i bombardamenti e in tutti e due il collasso avveniva a nord, a ridosso del terrapieno non scavato e intriso dalle piogge. Niente di piú probabile di una spinta esercitata dal terreno su strutture già sottoposte a stress. Senza contare che crolli simili, ma ben meno noti e indagati, erano avvenuti a pochi metri da via dell’Abbondanza, nella Casa dei Casti Amanti, durante il cantiere off limits allestito dal commissario straordinario Marcello Fiori. Oggi la perizia finale è affidata al consulente nominato dalla procura di Torre Annunziata, il professor Nicola Augenti, docente del dipartimento di ingegneria dell’Università Federico II di Napoli. Intanto il nuovo ministro Giancarlo Galan, succeduto a Bondi, ha voluto compiere il primo atto pubblico del proprio dicastero proprio visitando Pompei e i resti della Schola. Ha liquidato l’idea di una Fondazione, scongiurando l’ennesima sciagura per gli scavi, e ha parlato di manutenzione e restauri, di assunzioni di archeologi e operai specializzati – ormai merce rara a Pompei –, infine ha promesso fondi che forse solo il ministro del Tesoro potrà liberare, invocando da ultimo l’arrivo salvifico dei privati. Speriamo che la Schola sia per lui ben augurale, come lo fu per il Salandra, mentre a noi stessi auguriamo che i privati chiamati al capezzale di Pompei assomiglino piú a David Woodley Packard (il cui mecenatismo – in silenzio, senza utili, né esclusive – sta salvando Ercolano con decine di milioni di euro spesi solo in restauri; vedi, in questo numero, alle pp. 11-13), che al profilo dei benefattori nostrani. a r c h e o 35


scavi diana in maremma

Quando Diana in Maremma

Ricostruzione del tempio di epoca severiana messo in luce, in località Scoglietto (Marina di Alberese, Grosseto) nei pressi di un’area sacra dedicata a Diana. Il complesso era composto da un temenos, il recinto sacro che delimitava l’area, un tempio su podio e uno spazio aperto, antistante l’entrata, realizzato in opus spicatum. Sulle due pagine: una veduta, dallo Scoglietto, della costa, nel Parco Regionale della Maremma, presso la quale sorge il santuario appena scavato.


cacciava

a cura di Mario Cygielman, Elena Chirico, Matteo Colombini e Alessandro Sebastiani

Era rimasta nascosta per millenni, grazie anche alla protezione esercitata dalla vegetazione incontaminata che caratterizza questo tratto della costa tirrenica. Oggi, un’ampia area sacra dedicata alla dea degli animali selvatici sta venendo alla luce su un promontorio dei monti dell’Uccellina. E, insieme alle indagini condotte presso l’antico porto di Roselle, permette di scrivere un capitolo di storia della regione fino a ieri sconosciuta

C

he l’ampia pianura alla foce del fiume Ombrone compresa tra i monti dell’Uccellina e il tombolo di Castiglione della Pescaia rappresentasse un’area ampiamente sfruttata e popolata in antico, sembrava palese. Le testimonianze di un’antropizzazione precoce della zona, già dal Paleolitico e fino all’età del Bronzo, con la frequentazione di varie grotte (Fabbrica, Golino, Spaccasasso, Scoglietto) ne erano la prova. Risultavano piú tenui, invece, le informazioni per le epoche successive. L’esplorazione del territorio, se si escludono ricognizioni di superficie o rinvenimenti dettati da indagini d’urgenza come quelli degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, aveva portato alla scoperta degli insediamenti di Le Frasche e di Montesanto, nel territorio di Alberese (Grosseto): siti ascrivibili cronologicamente all’epoca imperiale, mentre testimonianze di età romana e successiva furono individuate nelle grotte sopra citate. Ma, data la sua collocazione privilegiata, in prossimità della foce dell’Ombrone – da sempre itinerario sicuro di un percorso di collegamento per l’antica città di Roselle, sia quale sbocco al mare che come direttrice di scambi verso le aree interne della regione –, la zona non poteva non restituire testimonianze significative. La lacuna sembra ora, almeno in a r c h e o 37


scavi diana in maremma

parte, colmata. Grazie alla scoperta casuale di un’epigrafe con dedica a Diana Ombronense, recuperata presso il promontorio di Scoglietto, assieme ad alcuni indizi sulla viabilità antica di questo territorio (la consolare Aurelia vetus doveva transitare attraverso l’interno del Parco Regionale della Maremma, con l’attraversamento del fiume Ombrone in un punto da sempre noto con toponimi diversi, quali «Ponte del Diavolo» o il piú significativo «Botro dei Marmi», oggi noto con il nome Spolverino), è stato possibile avviare non lontano da Marina di Alberese indagini di scavo, svolte tra il 2009 e il 2010. Tali ricerche hanno portato a scoperte significative, con la messa in luce, a Scoglietto, di un’area sacra, attiva a partire dalla fine del I secolo a.C. (dedicata alla Diana dell’epigrafe), e alla quale va riferito un vasto complesso santuariale attiguo al sacello. Presso Spolverino, invece, sono stati scoperti un complesso manifatturiero per la lavorazione del vetro e un’area per lo smistamento delle merci, un vero e proprio porto di cabotaggio posto alla foce del fiume. La prova dell’esistenza di un insediamento religioso sulla sommità dello Scoglietto è la costruzione di un piccolo edificio a pianta rettangolare (8 x 5 m), provvisto di un’esedra 38 a r c h e o

trapezoidale lungo il muro perimetrale settentrionale. La struttura è orientata N-S, e si colloca nei pressi del pendio occidentale della collina. Realizzato in opus incertum, questo ambiente presentava nella sua prima fase costruttiva una pianta semplice, interrotta a tre quarti dal basamento in pietra, che doveva ospitare una statua marmorea, probabilmente raffigurante Diana.

Nell’area sacra a Diana Attraverso i secoli, la planimetria dell’edificio non fu sconvolta, ma rimangono pesanti tracce di interventi edilizi, riassumibili in almeno tre fasi distinte: la costruzione del vano assieme a una prima nicchia rettangolare ricavata all’interno dell’esedra ai cui piedi vi era una fossa per la raccolta delle offerte votive, un ispessimento delle murature perimetrali di circa 20 cm e, infine, la realizzazione di panchine laterali ai muri perimetrali est, nord e ovest e la susseguente posa in opera dell’ultimo pavimento, realizzato in semplice malta. È interessante sin da ora sottolineare come sia la Domus Dianae che il vicino santuario siano contraddistinti da queste diverse fasi costruttive. Durante la fase II, l’edificio era certamente rivestito

da intonaci interni, forse decorati e poi obliterati dalla costruzione delle panchine. Proprio quest’ultimo elemento induce a credere che la struttura non fosse un tempio vero e proprio, ma avesse una funzione collegiale. Molto probabilmente si potrebbe pensare a un luogo di «tesaurizzazione» delle offerte votive fatte dai pellegrini e fedeli in visita al tempio di Diana Ombronense. A favore di tale ipotesi gioca anche la mancata elevazione del podio, tipica dell’architettura prettamente religiosa romana e che si riscontra, invece, nel tempio di età severiana, come vedremo in seguito. L’ingresso all’edificio era garantito da un piccolo vano, posto di fronte all’ambiente principale: sul muro perimetrale di divisione sembra conservarsi in negativo la traccia dell’alloggio di almeno una colonna, anche se è probabile che altre colonne completassero l’ordine decorativo. Nel piccolo sacello sono state individuate due statue in marmo lunense, una delle quali comprendente il basamento in marmo di supporto. Tali statue sono di modeste dimensioni e dovevano servire al completamento dell’arredo interno. A queste si aggiunge il rinvenimen-


A sinistra: l’ubicazione delle aree archeologiche dello Scoglietto e dello Spolverino. È evidenziato l’andamento della linea di costa, che in età antica era piú arretrata rispetto all’attuale.

Nella pagina accanto: veduta aerea del tempio di età severiana in località Scoglietto. Qui sotto: veduta dell’altura

dello Scoglietto, all’interno dell’area protetta del Parco Regionale della Maremma. A destra: veduta aerea dell’area sacra.

Tra la fitta macchia mediterranea emergono i resti del santuario dedicato alla dea

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scavi diana in maremma to del deposito votivo, composto perlopiú da lucerne in terra sigillata italica o di imitazione prodotte da atelier italici, gallici e africani. Il rinvenimento di una statua raffigurante Diana, nella sua veste da cacciatrice e pronta a raccogliere una freccia dalla faretra posta alle sue spalle, conferma l’attestazione del culto alla divinità romana protettrice della caccia, delle selve e delle gestanti. La Domus Dianae fu abbandonata nel corso della seconda metà del II secolo d.C., come testimoniano le ceramiche e le monete rinvenute al suo interno, e non fu mai piú ricostruita.

Le cinque stanze Immediatamente a nord della Domus Dianae, quasi a ridosso di essa e con un orientamento diverso, è stato individuato un complesso edilizio costituito, al momento, da cinque stanze, una nicchia e uno spazio con pavimentazione in opus spicatum. Due ambienti si caratterizzano per le pareti affrescate e la pavimentazione in opus signinum, con tessere in marmo di forma irregolare disposte in ordine sparso. Della decorazione parietale si conservano solo alcuni lacerti di intonaco colorati rinvenuti negli strati di crollo, dei quali restano frammenti di color rosso pompeiano, verde, azzurro, nero ed è intuibile qualche decorazione vegetale, e in forma grezza sullo zoccolo delle pareti. I due ambienti comunicavano tra di loro tramite un’apertura definita da una soglia costituita da un unico blocco di calcare lavorato e con gli alloggi dei cardini. All’interno del crollo dell’ambiente I, oltre ai frammenti di intonaco, è stato rinvenuto un frammento di lesena di ordine dorico in marmo bianco. Per quanto riguarda la tecnica edilizia, invece, le pareti sono tutte in opera mista, realizzata con l’opus testaceum agli angoli e a definire le aperture e, nel resto delle pareti, con l’opera incerta costituita da caementa di 40 a r c h e o

A destra: Domus Dianae. Il Tesauros del santuario. In basso: statua di Diana Umbronensis, rinvenuta nell’area della Domus Dianae, piccolo edificio a pianta rettangolare di epoca imperiale, abbandonato nel corso della seconda metà del II sec. d.C.

calcare, di piccole e medie dimensioni, allettate da una malta di color bianco. L’ambiente II differisce dal I per la presenza di una piccola abside sul lato settentrionale (ambiente VI). Quest’ultima era pavimentata da un mosaico monocromo composto da tessere bianche di palombino e disposte in ordito diritto. Le condizioni frammentarie in cui è stato rinvenuto non indicano se avesse un emblema centrale, mentre alcune tessere nere, rinvenute negli strati di crollo, attestano probabilmente l’esistenza di una cornice bicroma. All’esterno del complesso, accanto all’abside, due contrafforti realizzati con la stessa tecnica mista degli altri ambienti del santuario indicano l’esistenza di un basso loggiato, che doveva decorare il fronte esterno del complesso. L’ambiente II, oltre all’ingresso che permetteva la comunicazione con l’ambiente I, aveva una seconda apertura, a sud, che introduceva nell’ambiente III, aggiunto al complesso in una fase successiva di cui al momento non è possibile fissare la cronologia. Le pareti di quest’ultimo vano sono anch’esse realizzate


in opera incerta, ma differiscono sia le dimensioni dei caementa, piú piccoli, sia il legante, che si presenta di colore grigio. L’ambiente III aveva una pavimentazione in signino, di cui restano vaghissime tracce: la rubricatura caratteristica dell’opera si è completamente persa e non restano elementi che possano contribuire alla ricostruzione né della decorazione pavimentale, né di quella parietale.

I confronti con Roselle Oltre l’ambiente III, in direzione sud, si trova una pavimentazione in opus spicatum che è stata solo parzialmente messa in luce ed è definita sul lato occidentale da una struttura muraria in tecnica incerta (ambiente VII). Allo stato attuale della ricerca è difficile comprendere se si tratti di uno spazio esterno, prospiciente all’ingresso del santuario o di un altro ambiente chiuso, il cui accesso ancora non indagato doveva trovarsi a sud, oltre il limite di scavo. L’ambiente IV e l’ambiente V, infine, presentano pareti realizzate in tecnica mista, con zoccolo in muratura costituito da pietre di piccole e medie dimensioni disposte in modo

Qui sopra: l’abside semicircolare (ambiente VI) individuata nel versante nordoccidentale del Santuario dello Scoglietto, rinvenuto immediatamente a nord della Domus Dianae. A sinistra: planimetria dell’area templare dello Scoglietto. In evidenza i complessi monumentali riportati alla luce: la Domus Dianae; il santuario in opus mixtum – di almeno 7 ambienti – realizzato a nord del sacello, a partire dal I sec. d.C.; il tempio di età severiana.

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scavi diana in maremma

Alcune delle lucerne – di produzione africana e italiana – deposte come ex voto nell’area templare dello Scoglietto, tra il I e il V sec. d.C., rinvenute tra gli strati di crollo del tempio di epoca severiana.

incerto ed elevati in materiali deperibili, i cui disfacimenti sono stati rinvenuti al loro interno. Sia la semplice pavimentazione in terra battuta, sia l’interro delle strutture poste circa 50 cm piú in basso dei signini, sembrano orientare l’interpretazione funzionale degli ambienti a vani di servizio e/o immagazzinamento dei beni (una situazione analoga si riscontra nella vicina città di Roselle presso la cosiddetta Domus dei Mosaici: qui, infatti, si ha la presenza di due strutture rettangolari prospicienti il Cardo Massimo costruite in opus incertum a un livello inferiore di 70-80 cm circa dai pavimenti dell’atrio). Il pianoro ha restituito anche i resti di uno dei piú imponenti edifici religiosi romani mai rinvenuti nel territorio della Maremma grossetana. Le indagini archeologiche hanno permesso di identificare un 42 a r c h e o

complesso sacro composto da un temenos, ovvero un ampio muro di recinzione a delimitazione dell’area sacra, un edificio su podio con scalinata d’accesso posta a nord-est e una piazzetta prospiciente l’entrata realizzata in opus spicatum.

Il tempio di età severiana Il complesso sacro sembra essere piú tardo rispetto alle strutture rinvenute nel pianoro settentrionale, poiché le sue fondamenta sono tagliate in uno strato di discarica che presenta ceramica e vetri databili alla seconda metà del II secolo d.C. Il tempio, dunque, ha un termine post quem che lo colloca in piena età severiana e corrisponde a un tentativo di riorganizzazione monumentale del pianoro che, durante la seconda metà del II secolo d.C., finí con l’essere abbandonato. I dati recenti di scavo sembrano tuttavia indicare la preesistenza di un edificio piú antico, di cui si conservano i crolli sotto i livelli di fondazione del tempio severiano e che poteva essere l’originario tempio di Diana. L’opera realizzata agli inizi del III secolo d.C. si configurerebbe, dun-

que, come una ricostruzione su scala piú monumentale di un edificio verosimilmente in rovina nel corso del secolo precedente. Se il culto di Diana è senza dubbio attestato allo Scoglietto dalla dedica in marmo del I secolo d.C., non è ancora chiaro quale divinità fosse venerata nel tempio di età severiana: è possibile una continuità nel culto della dea cacciatrice, ma non si può escludere una riconversione della struttura alle pratiche di culti di matrice diversa, considerando anche la grande diffusione che ebbero in quegli anni in Italia le dottrine orientali e il rinvenimento al vicino porto dello Spolverino di una presa fittile da lucerna con le sembianze di Serapide, databile al III secolo d.C. La struttura del tempio si articola, come detto, in tre elementi: temenos, podio e uno spazio aperto in opus spicatum (vedi pianta a p. 41). Il temenos, realizzato in blocchi di pietra irregolari legati con malta, doveva svolgere una duplice funzione: simbolica, in quanto recinto sacro, e strutturale, come terrazzamento del versante occidentale. Al suo interno, in posizione assiale, si trova il tempio introdotto da una scalinata lunga 3,30 m, in cui sono ancora leggibili i resti di almeno quattro gradini. Sul podio, era situato il tempio, cuore dell’area sacra, lungo 8,70 m e largo 6,10 con proporzioni coerenti a quelle dell’ordine tuscanico. Il rinvenimento di laterizi da colonna all’interno degli strati di crollo indicano poi la presenza di due colonne poste all’ingresso. Purtroppo, lo spazio che in origine doveva essere stato dedicato alla statua della divinità o all’altare, al centro del sacello, è stato sconvolto dagli interventi di smantellamento e riorganizzazione subiti dal sito in età tardo-romana. L’edificio, tuttavia, si è conservato in alcuni tratti con un elevato di 1,5 m, offrendo una monumentalità non comune a molti contesti coevi. Il lato meridionale, che chiudeva il complesso e correva a 1,5 m dal temenos, sebbene sconvolto dagli


interventi tardo-imperiali e tardoantichi, sembra presentare le tracce di una grande abside semicircolare, la cui traccia in negativo può essere letta negli strati argillosi su cui è fondato il tempio e che poi sono stati utilizzati come pareti della piú tarda capanna semi-scavata. Sul lato settentrionale, invece, la rampa di accesso al podio era preceduta da una piazzetta in opus spicatum, sulla quale doveva svolgersi una parte importante della liturgia.

Monete e lucerne Sia i mattoni dell’opus testaceum con cui è realizzato il tempio, sia i blocchi di pietra del temenos sono rivestiti di uno spesso strato di intonaco, funzionale al fissaggio delle lastre in marmo di rivestimento: lo scavo ha permesso l’eccezionale recupero di molti di questi elementi decorativi, che solitamente sono i primi a esser depredati per un riutilizzo diretto, oppure indiretto, dopo la trasformazione in calce. La posizione isolata del tempio dello Scoglietto ha probabilmente scoraggiato il saccheggio delle sue spoglie, se non addirittura nascosto e cancellato il sito dalla memoria collettiva. Le lastre, cosí come gli elementi decorativi vegetali e il frammento di statua rinvenuto tra i crolli, erano realizzate con marmi di diverse provenienze, dal giallo antico numidico al lunense e, allo stato attuale della ricerca, sembra ipotizzabile il riutilizzo parziale degli arredi provenienti dalle strutture piú antiche del versante settentrionale del pianoro. Tra i materiali rinvenuti durante lo scavo spiccano le circa 100 monete, sia in bronzo che esuberate in argento, alcune delle quali in ottimo stato di conservazione, databili tra la fine del I e il V secolo d.C. Per quanto riguarda i reperti ceramici la classe maggiormente rappresentata è quella delle lucerne, importate dall’ Africa (in terra sigillata africana), o prodotte nella Penisola italica. Monete e lucerne erano parte del materiale votivo e tale impiego ne ha favorito l’ottimo stato di con-

Statuetta votiva frammentaria, rinvenuta negli strati di crollo del tempio di epoca severiana, al momento della scoperta (qui sopra), e dopo il restauro (a destra).

Qui sopra: un asse di Vespasiano recuperato negli strati di crollo del tempio. 71 d.C.

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scavi diana in maremma Sepoltura di giovane uomo rinvenuta all’interno di una fossa nell’area del tempio severiano. Tra i piedi dello scheletro, rinvenuto in connessione anatomica, era deposta una moneta coniata dall’imperatore Costantino II, nel 348 d.C. (foto in basso).

servazione. Questi reperti, assieme alla scarsa ceramica da mensa e ai materiali anforacei (di importazione), contribuiscono a definire la funzione di avamposto territoriale che il tempio severiano dello Scoglietto doveva svolgere all’interno di un sistema in cui Roselle era il centro urbano principale, mentre il fiume Ombrone e la via Aurelia costituivano le due arterie di collegamento con la costa tirrenica e con l’immediato entroterra.

Frammenti marmorei rinvenuti negli strati di crollo del tempio di epoca severiana.

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Per affrontare la crisi I resti dello Scoglietto, assieme ai nuovi dati del vicino porto di cabotaggio dello Spolverino, evocano l’immagine di una Maremma romana organizzata, in grado di rispondere alla crisi del II secolo d.C. dotandosi di un nuovo assetto e di un’organizzazione capillare che


L’area della capanna circolare individuata nel versante sud-orientale del tempio severiano. Nonostante l’assenza del focolare, la struttura, costituita da un unico ambiente, aveva una funzione abitativa. Fu probabilmente abbandonata, a causa di un incendio, intorno alla metà del VI sec. d.C.

permetteva l’arrivo di merci dai nuovi centri di produzione, sempre piú dislocati fuori dalla Penisola, nelle varie province dell’impero. Attorno alla metà del IV secolo d.C. la struttura templare, in fase di abbandono, ospitò una sepoltura, alloggiata all’interno di una piccola fossa sulla risega di fondazione del muro perimetrale ovest, immediatamente al di sotto del primo strato di crollo. L’inumato, deposto con orientamento nord-sud e rinvenuto in connessione anatomica, apparteneva a un individuo abbastanza giovane, di sesso maschile. Le analisi antropologiche non hanno rivelato la causa della morte e l’unica patologia riscontrata sull’uomo è l’artrosi. Fortunatamente la presenza ai suoi piedi di una moneta, coniata dall’imperatore Constantius II o Constantinus II entro il 348 d.C., conferisce un terminus post quem per la datazione di questa fase, indicando che tale deposizione avvenne poco dopo l’abbandono della struttura religiosa. Un ulteriore strato di crollo sigillò la sepoltura, nascondendone ogni traccia sino a che, tra ilV e ilVI secolo, lo Scoglietto conobbe un nuovo

tipo di occupazione. Il riutilizzo del promontorio fu determinato sicuramente dalla posizione strategica sul mare, a cui si aggiungevano altri fattori quali, per esempio, la possibilità di reimpiegare le strutture murarie preesistenti.

Riuso e trasformazione Il sito fu riadattato a un uso abitativo, che trasformò quasi completamente il precedente assetto religioso: la parte terminale del tempio severiano, che ospitava la cella, fu completamente distrutta per consentire la realizzazione di una struttura circolare a fossa in pisé (in terra battuta), accessibile attraverso un viottolo a est, per la cui costruzione fu distrutto il muro perimetrale orientale. Una palizzata in legno intaccò la piazzetta in opus spicatum a delimitazione dell’ingresso al tempio e un muro in tecnica mista a ovest fu addossato al perimetrale occidentale cingendo l’edificio su questo versante. La capanna era costituita da un unico ambiente, all’interno del quale era ricavata una fossa seminterrata, elemento ritenuto tipico, insieme all’armatura di pali esterni e al palo

centrale interno, delle Grubenhäuser. L’edificio, che ha un diametro di 5 m circa ed è costituito da pareti verticali degradanti verso il fondo, fu realizzato in parte demolendo e in parte sfruttando la preparazione pavimentale del tempio, mentre a sud fu invece sfruttato, con ogni probabilità, il taglio dell’abside che doveva chiudere il santuario. Un assito in legno doveva costituire sia la copertura della fossa semiscavata, come sembrano confermare le tracce negative di terra bruciata ricca di carboni conservatasi lungo l’intero diametro, sia la pavimentazione interna accessibile tramite uno scalino nella porzione meridionale del taglio. Dentro la fossa è stato rinvenuto anche uno strato formatosi in seguito alla frequentazione del sito, ricco di ossa animali (resti di pasto) e frammenti di ceramica da cucina e mensa, perlopiú olle in ceramica acroma grezza e vasellame in terra sigillata africana. L’analisi dei materiali ha permesso di definire la struttura come un’abitazione, a dispetto di elementi ritenuti caratteristici, invece, di strutture di servizio quali granai e magazzini, come l’assenza del focolare e la pianta circolare. Per quanto riguarda la rete insediativa, la presenza sul promontorio di una sola abitazione potrebbe far dubitare dell’esistenza di un abitato ben strutturato, ma la frequentazione come abitazione dell’omonima grotta sottostante nello stesso periodo, attestata dal rinvenimento di numerosi reperti ceramici e numismatici ascrivibili al V e agli inizi del VI secolo d.C., rende, invece, plausibile l’ipotesi dell’esistenza di un insediamento a maglie larghe di cui, al momento, sono state individuate solamente due unità abitative. Tale «abitato», o piú precisamente la capanna sul promontorio, sembra sia stata abbandonata intorno alla metà del VI secolo d.C. a causa di un violento incendio, di cui sono state rinvenute tracce vistose sia nei disfacimenti all’interno della fossa, sia nei diversi strati di crollo successivi. a r c h e o 45


scavi diana in maremma

Scavando il porto di Roselle

I

dati scatur iti dagli scavi nell’area dei templi dello Scoglietto assumono un’importanza maggiore grazie agli interventi condotti nel giugno 2010 presso l’ultima ansa dell’Ombrone, in località Spolverino. Qui è stato individuato un grande ambiente, forse interpretabile come l’horreum di un porto fluviale. Il Progetto Archeologico Alberese è intervenuto in quest’area per verificare la natura dei due monconi in muratura che dalla sponda meridionale si sviluppano verso il fiume e che erano stati interpretati come


i resti del ponte romano della via Aurelia vetus sull’Ombrone. Il rinvenimento di una struttura attiva, con varie fasi edilizie, dalla fine del I sino almeno agli inizi del V secolo d.C., smentisce il passaggio in luogo dell’arteria stradale romana, che probabilmente correva poco piú a ovest. Le strutture rinvenute sembrano far riferimento all’antico porto di cabotaggio a servizio dell’ager Rusellanus e, forse, di una mansio a esso connessa. Sia Plinio che Livio, infatti, citano l’esistenza di Umbro, un abitato (o una mansio) situato a 17 miglia da Salumbronis (l’attuale Castiglion della Pescaia) e a 11 da Talamone, distanze coerenti con quelle dello Spolverino. Lo scavo ha interessato il muro perimetrale meridionale di un grande ambiente rettangolare, per un totale di 11 m di lunghezza. Le murature sono realizzate in opus mixtum, con le angolate definite da ricorsi in opus testaceum, e sembrano confrontabili con le coeve costruzioni di Scoglietto. Anche a Spolverino, poi, sono stati rinvenuti diversi frammenti marmorei, molto probabilmente utilizzati per l’arredo interno ed esterno di altre strutture ancora da indagare. La ceramica dello scavo è quasi interamente di provenienza mediterranea: piatti/coperchi dall’Africa, coppe dalla Gallia e anfore dal Medio Oriente, Egitto, Penisola

iberica e Grecia sono solo alcuni dei materiali emersi dallo scavo, ma già evocano l’immagine di un sito che tra il I e il V secolo d.C. doveva essere al centro di una rete commerciale estesa in tutto il bacino del Mediterraneo. Di particolare interesse è stato il ritrovamento di una presa da lucerna modellata con le sembianze di Serapide e databile al III secolo d.C. Il reperto, giunto sulle coste maremmane probabilmente dall’area alessandrina, conferma la presenza di questo culto nella Maremma grossetana, e potrebbe essere legato al coevo santuario del III secolo dello Scoglietto.

Un atelier per il vetro Un’altra importante fase insediativa a Spolverino si apre tra il IV e il V secolo. A seguito delle alluvioni che interessarono l’area del porto di Roselle, nasce un nuovo tipo di insediamento. Direttamente a contatto con i depositi alluvionali, spessi oltre 60 cm, fu realizzata la bottega di un mastro vetraio, dedito alla rifusione di materiali piú antichi. Si tratta di un edificio semplice nella sua realizzazione, con muri perimetrali con basamento in muratura e alzato in pisé (in terra battuta), come testimoniano, i numerosi strati di argilla di disfacimento. Al suo interno, l’atelier era composto da almeno 3 fornaci che lavoravano

Qui sopra: presa di lucerna in terracotta raffigurante il dio Serapide, rinvenuta presso il sito dello Spolverino, e databile al III sec. d.C. Qui sotto: una veduta della foce dell’Ombrone. Nella pagina accanto: veduta aerea dello scavo in località Spolverino. In alto a destra si può vedere il perimetrale sud dell’Horreum, a cui si addossa l’officina tardo-antica con le fornaci per vetro, e l’argine tardoantico.


scavi diana in maremma A sinistra: l’ultima occupazione del sito dello Spolverino (VI sec. d.C.): le tracce dei solchi d’aratro con i semi carbonizzati.

dodici solchi di aratura Il sito dello Spolverino, dopo la fase di riutilizzo artigianale conobbe, a partire dalla fine del V secolo d.C., una diversa destinazione d’uso. Lo scavo, infatti, ha messo in luce l’esistenza di dodici solchi di aratura che costituiscono la testimonianza certa di una conversione agricola dell’area. Tale trasformazione d’uso sembra inserirsi pienamente nel tessuto insediativo individuato nel territorio circostante in questo periodo. A Scoglietto, infatti, un piccolo nucleo familiare aveva costruito in questa fase la propria abitazione sulle rovine del tempio severiano, mentre presso la mansio di Hasta, presso l’attuale centro di Alberese, le ricognizioni di superficie attestano una continuità di frequentazione almeno sino agli inizi del VI secolo d.C., sebbene non abbiamo indicazione alcuna sulla tipologia di tale occupazione. Purtroppo, la mancanza di scavi esaustivi costituisce un grosso limite per la comprensione delle trasformazioni di tutta questa serie di insediamenti apparentemente ancora vitali nel V e nel VI secolo. I pur limitati dati in nostro possesso indicano però come ancora per tutto il V secolo questa parte del territorio fosse abitata e sfruttata dal punto di vista economico e come questo sistema, analogamente a quanto registrato nel resto dell’impero romano, sembra sfaldarsi solo nel corso del VI secolo d.C. Vasi in terra sigillata, dal sito dello Spolverino, databili tra il I e il III sec. d.C.

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in simultanea, mentre una quarta fornace potrebbe essere leggermente precedente all’ultimo impianto produttivo. Dai reperti in nostro possesso si può ipotizzare che l’officina producesse sia lastre da finestra, sia materiale da mensa come coppe e calici. Di particolare interesse, inoltre, è il rinvenimento di un’ingente quantità di monete databili proprio a questa fase. Si tratta di circa 120 monete, che potrebbero testimoniare la presenza di un mercato o di piccole fiere di cui l’atelier individuato rappresenterebbe uno dei principali luoghi di produzione. Sfruttando sia la navigabilità del fiume, sia la vicina Aurelia vetus, quindi, l’officina del vetro si sarebbe ritrovata coinvolta in un’economia locale, forse fiorente, di prodotti ottenuti dal riciclaggio di materiale di epoca precedente.

Il fabbro e il vetraio Sarebbe quindi plausibile ipotizzare una parziale continuità d’uso dell’attracco portuale fluviale, ridotto nella sua importanza, e un uso sistematico degli elementi di connettività con l’entroterra e soprattutto con Roselle. Qui, infatti, nello stesso periodo si registra la costruzione di una bottega manifatturiera per la lavorazione e rifusione di bronzi e metalli provenienti dalle vicine necropoli etrusche. L’impianto termale della cosiddetta Domus dei Mosaici, infatti, fu convertito a forno fusorio, mentre un’altissima quantità di reperti metallici, scorie e scarti di lavorazione è stata rinvenuta al di sopra dei livelli di abbandono della casa romana. Il fabbro di Roselle, cosí come il mastro vetraio di Spolverino potrebbero essere, quindi, i protagonisti di una rinata economia nel corso del IV-V secolo d.C.


storia le origini di roma/5

Numa un re voluto dagli dèi di Daniele F. Maras

Il successore di Romolo inaugurò un’era di pace per il suo popolo. Nel corso del suo lungo regno – oltre quarant’anni, secondo la tradizione –, il sovrano, che agli occhi di tutti era apparso come un predestinato, cambiò il calendario e pose le basi della religione romana

D

opo la morte di Romolo, i senatori erano restii a procedere alla nomina di un nuovo sovrano (e non c’è da stupirsene, date le premesse dell’oscura atmosfera in cui si era verificata la scomparsa del primo). Si venne cosí a creare un periodo di interregno: i piú influenti tra i senatori si alternavano al governo della città, per brevi periodi di tempo; ma, in questo modo, non riuscivano a conservare una linea politica unitaria o a fronteggiare esigenze di piú ampio respiro. Per la nomina di un successore di Romolo si accese, inoltre, una disputa tra la fazione sabina del senato e quella latina, ciascuna delle quali proponeva ovviamente un proprio esponente. Si decise, pertanto, che ciascuna delle due fazioni avrebbe dovuto nominare un candidato scelto fra i membri della comunità opposta: i Latini scelsero Numa Pompilio, un nobile di circa quarant’anni, che risiedeva a Cures Sabini, presso l’odierna Passo Corese. Ai Sabini la scelta piacque al punto che rinunciarono a eleggere un proprio candidato e vennero immediatamente inviati i senatori piú importanti a invitare il nuovo re a Roma. 50 a r c h e o

In un primo tempo Numa non voleva accettare, ma fu poi convinto dal parere favorevole che gli dèi dimostrarono nel corso di un rito augurale, appositamente predisposto.

Un conoscitore delle leggi divine Il nuovo re poteva, in realtà, vantare anche una sorta di diritto ereditario, essendo stato il marito di Tazia, l’unica figlia del re Tito Tazio, il quale aveva condiviso con Romolo il regno sulla città eterna. Ma la sua caratteristica principale, che lo rendeva bene accetto a tutti, era la fama di uomo pio e conoscitore delle leggi divine, che lo poneva al di sopra di ogni sospetto di ambizione o brama di potere. L’attenzione alla religione e alla volontà degli dèi condizionò fortemente il regno di Numa, che, sin dal primo momento, si confermò come un periodo di pace e prosperità, scandito dalle riforme religiose e dall’istituzione di nuovi collegi sacerdotali. Per confermare la sua natura pacifica, la prima azione di Numa in qualità di sovrano fu la soppressione del corpo dei Celeres: la guardia del corpo armata del re voluta da Romolo. Subito dopo, il re fece costru-

Numa Pompilio riceve le leggi dalla Ninfa Egeria. Incisione all’acquaforte di Bartolomeo Pinelli, da Istoria Romana, 1818.


Pompilio

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storia le origini di roma/5 ire un tempio dedicato a Giano, il dio bifronte che simboleggiava lo scorrere del tempo, le cui porte avrebbero dovuto essere aperte soltanto in caso di guerra: quasi inutile dire che durante il suo regno rimasero sempre sigillate. Nella stessa direzione andava l’introduzione del culto di Terminus, dio dei confini e guardiano della giustizia e della pace, nei confronti delle aggressioni ai popoli confinanti.

Le riforme religiose In effetti, la maggioranza delle riforme e delle istituzioni introdotte da Numa riguardava la vita religiosa dei Romani, sulla quale vegliavano nuove figure di sacerdoti, come le Vestali (che curavano il fuoco sacro di Vesta e sovrintendevano alla purezza della città), i Flamini (un collegio che riuniva i principali sacerdoti del culto di Giove e di Marte, a cui si aggiunse quello del neonato dio Quirino) o come il Pontefice Massimo, presidente di un intero collegio di Pontefici – letteralmente «costruttori di ponti (e di strade)» –, che consigliavano il re in materia religiosa e sorvegliavano la conservazione delle antiche tradizioni religiose di Roma. Non meno importante, infine, è la prescrizione, ricordata da Plutarco, che proibiva di produrre immagini di culto delle divinità, perché, inevitabilmente, sarebbero state fatte di un materiale deperibile e non sarebbero state consone alla dignità degli dèi. Nell’antichità, per spiegare l’incredibile competenza di Numa nelle questioni religiose, si diede credito alla leggenda secondo la quale, in realtà, il re aveva relazioni molto strette con gli dèi e, in particolare, con la Ninfa Egeria, che risiedeva in un bosco sacro lungo la via Appia, fuori Porta Capena, e che, secondo alcuni, sarebbe addirittura divenuta moglie del monarca. Numa si sarebbe rivolto a lei per avere chiarimenti in ogni controversia religiosa o per interpretare 52 a r c h e o

fenomeni miracolosi, come per esempio la caduta di uno scudo dal cielo in occasione di una pestilenza, che Egeria rivelò essere lo strumento della protezione divina. Su suo consiglio, Numa chiamò l’artigiano Mamurio Veturio, al quale commissionò la produzione di altri undici scudi identici al primo, in modo che l’arma divina fosse dissimulata tra le altre e non potesse essere trafugata facilmente. La sua conservazione era infatti indispensabile per mantenere la salvezza e il potere di Roma. A tutela dei dodici scudi, denominati complessivamente ancilia (vedi box a p. 54-55), venne costituito il collegio dei Salii, con sede sul Palatino, incaricati di aprire e chiudere ogni anno la stagione dedicata alla guerra. Gli scudi erano portati periodicamente in processione dai Salii, che indossavano costumi arcaici da guerrieri, con un mantello e una leggera corazza pettorale e con un copricapo a punta da sacerdote (il cosiddetto apex). In realtà, il supposto amore tra Numa e la Ninfa Egeria fu considerato con sospetto e cinico razionalismo già dagli autori antichi: Dionigi d’Alicarnasso sosteneva infatti che, secondo alcuni, Numa avrebbe inventato la favola della Ninfa «per-

Asse in bronzo emesso a Roma, raffigurante al dritto la testa di Giano bifronte. 335 a.C. Roma, Museo Nazionale Romano.


Roma. Una veduta della Casa delle Vestali, presso il Foro Romano. Secondo la tradizione fu Numa Pompilio a introdurre a Roma il culto delle giovani sacerdotesse vergini, consacrate alla dea del focolare Vesta e incaricate della sorveglianza del fuoco sacro, che doveva rimanere perennemente acceso all’interno del tempio sul Foro.

ché la gente timorosa delle cose sacre si accostasse a lui piú facilmente e accettasse volentieri le leggi che lui stesso aveva stabilite, come se fossero state portate dagli dèi». Livio, invece, senza mezzi termini, definisce la cosa una finzione del re, che altrimenti non sarebbe

riuscito a «raggiungere l’animo de- dissociata da un’altra importante gli uomini, senza alcun riferimento riforma intrapresa dal re Numa: a eventi soprannaturali». quella del calendario, che portò il numero dei mesi a dodici, dagli originari dieci, facendo in modo Tempo di cambiamenti La leggenda dei dodici Salii, che che Ianuarius, consacrato a Giano, aprivano l’anno militare con una dio del tempo e di tutti gli inizi, cerimonia religiosa, non può essere coincidesse con il solstizio d’invera r c h e o 53


storia le origini di roma/5 l'ancile dei salii Secondo la tradizione romana, il collegio dei sacerdoti salii fu istituito da Numa Pompilio in seguito alla miracolosa caduta dal cielo di uno scudo, dono di Giove a protezione della città: uno dei cosiddetti pignora imperii, «pegni del comando», che il popolo di Roma doveva custodire gelosamente per mantenere nel corso dei secoli la propria supremazia (gli altri «pegni», secondo il tardo grammatico Servio, sarebbero stati l’ago della Madre degli dèi, la quadriga di terracotta del tempio di Giove, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona e il Palladio troiano). In realtà, sacerdoti salii erano conosciuti anche in altre città del Lazio, come a Tivoli (dove veneravano Ercole), a Veio (istituiti dal leggendario re Morrio in onore del suo antenato Haleso, figlio di Nettuno), a Tuscolo (dove sarebbero stati anche piú antichi di quelli romani), ma anche a Roma stessa, dove un secondo collegio sarebbe stato fondato da Tullo Ostilio in onore del dio Quirino. Esisteva inoltre anche una tradizione etrusca, narrata da Plutarco, che ricordava una certa Salia, figlia del re Anion, che sarebbe fuggita con il nobile Kathetos, dopo averlo fatto innamorare di

no. Secondo il vecchio calendario l’anno iniziava con il mese di marzo e il disavanzo tra il numero dei giorni e l’effettiva durata dell’anno solare veniva compensato periodicamente dall’aggiunta di un mese supplementare dopo febbraio, decretata di volta in volta dal collegio dei Pontefici. La creazione di un calendario religioso, che, tra l’altro, stabiliva quali fossero i giorni «fasti» e «nefasti», nei quali era lecito o meno prendere parte ad attività o a compiti istituzionali, fu di importanza capitale per la società e per la religione romana, per la quale la cadenza periodica degli eventi rappresenta un elemento strutturale primario. Ma, oltre a dividere il tempo e lo spazio religioso, Plutarco racconta che Numa fu il primo a introdurre la divisione amministrativa del ter54 a r c h e o

sé danzando. Suo padre inseguí invano la coppia di fuggiaschi fino al fiume Aniene, al quale avrebbe dato il proprio nome, mentre essi si misero in salvo a Roma, dove i loro figli Latino e Salio diedero origine a una nobile discendenza. Compito dei Salii del Palatino, come abbiamo visto, era l’organizzazione di cerimonie rituali a marzo per l’apertura della stagione calda, durante la quale era possibile effettuare operazioni militari (mentre i Salii Quirinales ne celebravano a ottobre la chiusura). Momento centrale di queste celebrazioni era una danza ritmata dei sacerdoti in costume, che percorrevano la città percuotendo gli scudi con la lancia. Allo stesso tempo, i Salii intonavano un canto in latino arcaico, conservatosi per tradizione fino alla tarda età imperiale, sebbene ormai non se ne comprendesse piú il significato! Gli scudi erano l’oggetto piú importante del costume sacerdotale ed erano funzionali anche alla cerimonia: per Varrone il nome ancilia derivava dalla forma «ritagliata» (da ambe-cisu, ritagliato da entrambe le parti), mentre secondo

In alto: asse con al dritto la testa laureata di Antonino Pio (138-160 d.C.) e al rovescio, due dei dodici ancilia, i sacri scudi dalla forma a «otto» custoditi dal collegio sacerdotale dei Salii, istituito, secondo la tradizione, da Numa Pompilio. 141-143 d.C.

ritorio di Roma in pagi e a iniziare la tradizione dei collegi delle Arti e dei Mestieri, che caratterizzò il mondo romano fino alla tarda antichità e proseguí nel Medioevo.

Sepolto con i libri sacri Secondo la tradizione, il regno di Numa ebbe una durata di oltre quarant’anni, a cavallo tra l’VIII e il VII secolo a.C.: ma, per quanto ricordato nei secoli come una sorta di età dell’oro, anch’esso era destinato a finire. Alla morte del re, si dice che la Ninfa Egeria si

ritirasse per sempre nel suo bosco sacro, a piangere per lo sposo perduto; e le sue lacrime diedero origine a una fonte, che portava il nome della dea e che ancora oggi scaturisce nelle vicinanze della via Appia. Ma c’è un’altra leggenda legata alla morte di Numa, che sembra avere una notevole valenza culturale: nella tomba del re scavata sul colle Gianicolo – dedicato a quel dio Giano al quale Numa aveva consacrato molte delle sue attività – sarebbe stata sepolta, accanto a lui, un’arca di pietra, contenente i libri che, secondo le fonti di Plinio, erano scritti in greco e latino, su rotoli di charta (papiro?) trattati con olio di cedro, e contenevano scritti di filosofia pitagorica e di religione latina. In epoca avanzata, ma comunque


un’altra ipotesi poteva derivare dal greco ankylos, «incurvato». Alcuni anni fa, Giovanni Colonna ha dedicato uno studio ampio e dettagliato a questi scudi, dimostrando che si trattava della forma reale di un’arma, in uso sin dalla protostoria e attestata in Etruria ancora in piena epoca villanoviana, nell’VIII secolo a.C., a ridosso dell’età di Numa Pompilio. Nella necropoli di Casale del Fosso, appartenente alla città di Veio, fu scavata già nel 1915 una tomba principesca, che conservava un armamento singolare, composto da numerosi elementi circolari di bronzo decorato. Lo scavo del corredo è stato però in realtà completato soltanto nel 2000 da Francesca Boitani, permettendo di ricostruire e restaurare una coppia di scudi, ciascuno dei quali composto da due

dischi di bronzo tenuti insieme da un dischetto piú piccolo. L’arma veniva cosí ad assumere una forma a «8», in cui è facile riconoscere il modello degli ancilia utilizzati dai Salii e rappresentati su alcune monete di età repubblicana e imperiale. La funzione simbolica e forse religiosa che questo tipo di scudi aveva già nell’VIII secolo a.C. sembra dimostrata dall’associazione con una sorta di scettro a forma di mazza, probabilmente da utilizzare per percuotere lo scudo al ritmo della danza guerriera. Completavano l’armatura una coppia di dischi corazza, originariamente fissati al petto e alla schiena del guerriero-sacerdote con una cinghia di cuoio, e un elmo ad alta cresta, che sottintendeva probabilmente che l’apex a punta dei Salii fosse in origine completato da un cimiero o pennacchio in materiale deperibile. È possibile che questa sontuosa riproduzione in metallo (di cui sono noti altri esempi a Norchia e in forma miniaturistica a Lavinio) fosse ispirata a piú antichi originali in cuoio e legno, che risalivano addirittura a modelli egei dell’età micenea. La forma originaria potrebbe essere quella dello scudo imbracciato dalla statua di Giunone Sospita a Lanuvio, descritta da Cicerone e riprodotta su alcune monete romane repubblicane. In basso: ricostruzione della Regia di Numa Pompilio nel Foro Romano. Secondo la tradizione, il re regnò a Roma, dopo una fase di interregno seguita alla morte di Romolo, per quarant’anni circa, tra l’VIII e il VII sec. a.C.

Qui sopra: due dischi in bronzo pertinenti a uno scudo bilobato, dalla tomba 1036 di Casale del Fosso, Veio. 750-730 a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

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storia le origini di roma/5 per saperne di piú Claudia Santi, La leggenda del discepolato pitagorico di Numa. Genesi e diffusione di un motivo di propaganda, in Il pitagorismo in Italia ieri e oggi (Atti del Convegno, Roma, 2005), Roma 2006; Giovanni Colonna, Gli scudi bilobati dell’Italia centrale e l’ancile dei Salii, in Archeologia Classica XLIII, 1991, pp. 55-122; Mario Torelli, Appius alce. La gemma fiorentina con rito saliare e la presenza dei Clausii in Etruria, in Studi Etruschi LXIII, 1997 (1999), pp. 227-255.

Il rito di purificazione che i sacerdoti salii compivano nel mese di marzo, percuotendo una pelle di cinghiale davanti alla statua di Marte Ultore, pannello da un calendario a mosaico. III sec. d.C. Roma, Galleria Borghese.

le puntate di questa serie • Quando Ercole si fermò sul Tevere... • La leggenda del pio viaggiatore • I gemelli del destino • La «costruzione» del popolo romano (in «Archeo» n. 314, aprile 2011) • Numa Pompilio e il calendario religioso • Tullo Ostilio e la supremazia sui Latini • Anco Marzio e la fondazione di Ostia • Tarquinio Prisco e il tempio di Giove • Gli Etruschi a Roma • Servio Tullio e la riforma dello Stato • Tarquinio il Superbo • La nascita della Repubblica 56 a r c h e o

probabilmente già prima del III secolo a.C., nacque infatti la leggenda secondo la quale Numa sarebbe stato iniziato alla filosofia dallo stesso Pitagora, cosa che avrebbe spiegato sia la sua sapienza e competenza religiosa, sia la sua sobrietà e la sua attività di legislatore. Probabilmente, un ruolo importante nella creazione di questa tradizione ebbero gli ambienti della Taranto ellenistica, come ha ipotizzato recentemente Claudia Santi, interessati a riportare i fenomeni istituzionali dell’Italia antica entro l’ambito della cultura greca. In realtà, già nell’antichità gli storici non mancarono di notare che Pitagora visse molto piú tardi rispetto alla cronologia tradizionale attribuita a Numa Pompilio; ciononostante, la leggenda godette di un notevole seguito e sfociò nel racconto della scoperta del sepolcro del secondo re di Roma, che avvenne sul Gianicolo nel 181 a.C., in cui sarebbero stati ritrovati e riconosciuti i testi del saggio sovrano.

Purtroppo, i Romani dell’età repubblicana, timorosi che la sapienza dell’antico re potesse mettere in pericolo la società del tempo, distrussero i libri in greco, salvando solamente quelli in latino, ritenuti innocui in quanto dedicati a questioni religiose e istituzionali locali.

Il nome delle gentes Numa lasciò quattro figli, di nome Pompone, Pino, Calpo e Mamerco, che divennero, rispettivamente, i capostipiti delle gentes romane dei Pomponii, dei Pinarii, dei Calpurnii e dei Marcii. Questa tradizione è per noi particolarmente importante, perché segna l’inizio dell’uso di tramandare il nome gentilizio di padre in figlio, conservando la memoria dell’appartenenza a un medesimo lignaggio. Fino ad allora, infatti, venivano riportati il solo nome individuale e il patronimico, ovvero un’indicazione dell’identità del padre, come nel caso di Numa, detto Pompilius in quanto figlio di Pompo. Un altro filone, però, ricordava anche l’esistenza di una figlia del re, che sarebbe andata in sposa a un senatore sabino Marcius, divenendo cosí madre del futuro re Anco Marcio, di cui avremo modo di parlare in seguito. (5 – continua)


speciale

Plinio

L’ultimo viaggio dell’ammiraglio

di Flavio e Ferruccio Russo


Pompei, agosto del 79 d.C. Sulla città alle falde del Vesuvio si abbatte una delle piú gravi catastrofi naturali di cui l’antichità abbia memoria. Tra le innumerevoli vittime ve ne è una illustre, lo scrittore e scienziato Gaio Plinio Secondo. L’autore della monumentale Naturalis Historia scomparirà, insieme a migliaia di altri, soffocato dalle esalazioni sulfuree, e del suo corpo non si hanno piú tracce. Fino a duemila anni dopo, quando, un giorno d’estate del 1900…

L’eruzione del Vesuvio a Pompei nel 79 d.C. Litografia a colori di Antonio Niccolini (1772-1850). Collezione privata.

N

ove ampi locali forniti dal Pio Istituto di Santo Spirito di Roma, per complessivi 840 mq, com­ pongono il Museo Storico Na­ zionale dell’Arte Sanitaria. Nella Sala Flaiani, che commemora il promotore del museo – rinomato chirurgo vissuto tra il 1739 e il 1808, già primario del Santo Spi­ rito e archiatra di Pio VI –, in una teca isolata, si osserva quel che resta di un teschio e di un corro­ so pezzo di ferro. Stando all’eti­ chetta, si tratta del teschio di Plinio il Vecchio (vedi box a p. 74), rinvenuto nel 1900, presso la fo­ ce del Sarno (nel corso di scavi privati, condotti dall’ingegnere Gennaro Matrone di Boscotreca­ se), e dei resti del suo gladio. Nessuna ulteriore informazione sul come quei reperti siano giun­ ti nella teca, né, soprattutto, sul perché di cotanta identificazione, che, se mai si rivelasse attendibi­ le, fornirebbe finalmente una te­ stimonianza sulla tragica scom­ parsa di chi volle e guidò la pri­ ma operazio­ne di protezione ci­ vile della storia.

Alla foce del fiume Sarno Essendo, purtroppo, precluso qual­ siasi riscontro osteologico (il cra­ nio non presenta segni particola­ ri), né comparativo del DNA, una indicazione importante potrebbe

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speciale plinio, l’ultimo viaggio derivare soltanto dall’analisi isotopica dello smalto dei denti, che si forma a partire dalla nascita fino ai 7 anni, e che permette di stabilire il luogo in cui l’individuo trascorse l’infanzia. Per Plinio fu Como, e non Roma, peculiarità che, qualora coincidente, ne renderebbe la supposta identificazione molto stringente ma, neanche cosí, inconfutabile! Appare perciò sensato limitarsi alla sola condizione necessaria, nella fattispecie la verifica della congruità fra la rievocazione della sua scomparsa lasciataci dal nipote Plinio il Giovane (61-dopo il 113 d.C.; vedi box a p. 75) e i dettagli di quel lontano rinvenimento archeologico: nell’afa di giugno, nel fondo dell’ingegner Gennaro Matrone, in contrada Bottaro, a oltre un chilometro dalla foce del Sarno, una squadra di operai sta riportando alla luce alcuni ruderi romani.

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Per molti aspetti, piú che una ricerca archeologica, si potrebbe definire una caccia al tesoro, diffusasi dopo il prezioso ritrovamento degli argenti di Boscoreale, rivenduti al barone Rothschild per oltre un milione di franchi e da lui ceduti, parzialmente, al Louvre. Una caccia in cui non difettano le intuizioni, gli indizi e, forse, le segnalazioni di ruderi piú o meno ignoti che circolavano a iosa sui cantieri dell’area vesuviana, in particolare alla foce del Sarno. Si spiega forse cosí l’immediato affiorare, dopo pochi colpi di vanga, di mura romane celate da un metro appena di soffi­ce terriccio. Le difficoltà, se mai, vengono dalla fal­da freatica che permea il sottosuolo ben al di sopra del pie­de dei ruderi e che rapidamente sommerge gli scavi. Nell’afa di giugno, si lavora perciò in corsa contro la sua inesorabile


Un’immagine del monte Vesuvio ripresa dal satellite. Nel riquadro: il golfo di Napoli e, coperta dall’alone di colore nero, l’area interessata dall’eruzione vesuviana del 79 d.C. Nella pagina accanto: particolare del cratere.

sono di plinio quei resti?

Una sala del Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria, presso l’Ospedale S. Spirito di Roma; qui si conserva il presunto teschio di Plinio il Vecchio (foto a destra), rinvenuto da Gennaro Matrone agli inizi del XX sec., nel corso di scavi privati presso la foce del Sarno, in contrada Bottaro (Pompei).

In alto: cammeo di fattura romana raffigurante il profilo di Plinio il Vecchio.

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speciale plinio, l’ultimo viaggio il racconto: diciotto secoli prima, in quello stesso posto Lentamente, dall’innaturale oscurità, al barlume guizzante delle torce, fuoriesce una processione di un centinaio di de­relitti, che avanza tra gemiti sommessi e singhiozzi disperati. Avvalendosi delle indicazioni di un autorevo­le uomo di mezza età, preceduto da un nero gi­gante, munito di una strana lanterna a forma di testa di cavallo, si dirige verso una grande barca con un fanale a prua che, faticosamente, sta accostando, vincendo a forza di remi la contrarietà delle onde e del vento. Non sono anime sulla sponda del fiume in­fernale in attesa della barca di Caronte. I cuscini che stringono isteri­camente sul capo testimoniano l’appartenenza al mondo dei vivi e la strenua volontà di restarci, consapevoli, come confermano gioielli e monete, di

essere vittime di un cataclisma e non della fine del mondo! A dir poco eccentrica la loro guida: un cinturone militare le cinge i fianchi, esaltandone impietosamente la pinguedine, da cui pende il fodero di un gladio con l’elsa d’avorio, ornato con bor­chie dorate a forma di conchiglia. Un’arma da parata incon­cepibile in quel terrificante contesto, non meno dei fastosi monili che ostenta intorno alle dita, ai polsi e al collo. Forse un effeminato patrizio, che non sa staccarsi dalla sua volgare collana, dalle sue vistose armille, dai suoi appariscenti anelli e da quell’assurdo gladio: tra oro e ferro un insieme comico, se non fosse per la drammaticità del momento! Paradossalmente, i barbagli, riflessi dalle armille a ogni suo gesto, non tradiscono un’imbelle viltà ma, al contra­ rio, evidenziano una salda volontà, una determinazione e una risolutezza lucide e fredde, doti precipue di chi è abituato a comandare in qual­siasi circostanza. L’impartire ordini, l’afa e la sottile cenere che continua a cadere, lo costringono a bere spesso lunghe sorsate d’acqua, da una rozza brocca che gli porgono.

A sinistra: la morte di Plinio il Vecchio durante l’eruzione del Vesuvio, in una litografia a colori del 1832.

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risalita, convinti da vari indizi di trovarsi nelle adiacenze dell’antico porto di Pompei, lo stesso da dove molti residenti tentarono di fuggire. La zona ha già restituito numerosi oggetti, legati all’evento, e alcuni scheletri che emanano ancora, come molti testimoni ricordano, un incredibile lezzo cadaverico, tipico delle esumazioni recenti. E il 20 settembre del 1900, rimossa


Con un tonfo sordo la barca, finalmente, si accosta alla banchina per allontanarsene, qualche istan­te dopo, stracarica di gente svanendo di nuovo nelle tenebre. I tanti rimasti, abbattuti dalla stan­chezza e dall’emozione, spiandone dal piú minuto sfavillio il ritorno, si adagiano sul soffice strato di cenere. Qualcuno, esausto, vi si sdraia addirittura, tentando di assopirsi per ingannare l’attesa e fuggi­re dalla realtà. Anche l’uomo col gladio ne imita l’esempio e dopo aver spiegato la tunica, come una sorta di lenzuolo, vi si sdraia sopra, appoggiando le spalle a un pilastro della tetto­ia. L’oscurità non gli consente di leggere il graffito incisovi da una mano ignota: nautae, del marinaio! Un fetore di uova marce, è colto all’improvviso da chi non dorme, sensazione che però si dissolve in breve, al pari della conoscenza. Il vento che ha diffuso la micidiale nube di anidride carbonica e acido solfidrico, trasformando il riposo affranto dei fuggiaschi in riposo eterno, dirada per qualche istante l’impenetrabile caligine. All’equipaggio della barca che si accinge di nuovo ad

accostare non serve piú alcun fanale per ravvisare, con raccapriccio, nelle tuniche svolazzanti al suolo, altrettanti corpi inanimati. Comprendono con orrore che pure l’uomo appisolato appoggiato al pilastro e col capo reclino è ormai cadavere, ve­gliato per sempre dal suo singolare gigante nero, riverso ai suoi piedi con la lanterna spenta. Sconvolti, attribuiscono l’incruenta e inspiegabile strage a una entità maligna, che magari an­cora si aggira sulla banchina tra i magazzini e di cui, infatti, si avverte il tanfo, ben noto a chi è di stanza a Pozzuoli, nei pressi dell’in­gresso degli inferi! Il terrore ha il sopravvento nella mente dei superstiziosi marinai: nessuno osa piú sbar­care. Forzando sui remi, guadagnano rapida­mente la quadriremi che li aspetta al riparo della Pietra di Ercole. Sul ponte, dopo un laconico rapporto, l’angoscia di chi atten­deva un congiunto diviene strazio, appren­dendone la misteriosa fine. E mentre il cielo torna velocemente a oscu­rarsi, la nave, salpata l’ancora, al ritmo serrato dei suoi tanti vogatori, fa rotta per Miseno. Qui accanto: planimetria dei resti romani scavati in località Bottaro, nella proprietà dell’ingegnere Gennaro Matrone. Sul sito furono recuperati 73 scheletri di Pompeiani, in fuga dall’eruzione del Vesuvio, del 79 d.C. A sinistra: il corso del fiume Sarno presso la foce, prima della rettifica del 1859, nella cartografia dell’Officio Topografico del Regno di Napoli. 1817-19.

la col­tre di sedimenti vulcanici, l’inconfondibile miasma aggredisce gli scavatori con anomala intensità, anticipando la scoperta di 73 scheletri. Appartengono, è chiaro, a sfortunati Pompeiani, raggiunti dai gas del vulcano laddove il fiume entrava pigramente nel mare. Alcuni di quei miseri resti sfoggiano ancora i gioielli indossati nel­la ultima uscita, sperando di porli in salvo,

al­tri serrano piccole borse colme di monete, ma i piú nulla restituiscono. Ricchi patrizi e miseri schiavi, coricati insieme per l’eternità su di una coltre di cenere e sotto una coperta di lapilli.

i precedenti, ma supino, con le spalle appoggiate a uno dei pilastri che, a giudicare dalle macerie, sostenevano la lunga tettoia antistante l’allineamento di tabernae portuali; su quel palo, inoltre una mano ignota ha inciso la scritta «nautae». Le ossa tradiscono un anziano, gli Ornamenti preziosi Qualche passo piú innanzi, però, ornamenti un facoltoso: al collo riappare uno scheletro isolato. Non una massiccia collana d’oro di ben giace riverso o raggomi­tolato come 75 maglie, disposta in triplice giro, a r c h e o 63


speciale plinio, l’ultimo viaggio e ai polsi, sempre in triplice giro e in oro massiccio, due armille a forma di serpente. Nell’insieme oltre 1 kg di metallo prezioso, senza contare i tre anelli alle dita, di cui uno di 36 g, con effigiate due teste di serpente affrontate!

Una spada e un orcio Al fianco un gladio e una brocca di coccio: dozzinale la seconda quanto eccezionale il primo. L’elsa, infatti, è d’avorio e sul fodero numerose borchie dorate a forma di conchiglia: piú che un’arma, un em­blema onorifico, ovviamente connesso al mon­do militare in generale e a quello navale in particolare. Pochi metri ancora e appare uno scheletro alto un paio di metri, dai tratti negroidi: nella mano sinistra scarnificata, stringe ancora una strana lucerna di bronzo a forma di testa di cavallo! La tragica commistione di ruderi, preziosi e scheletri consente di rievocare le ultime ore di quei disperati, dipanatesi nelle tenebre assolute, lacerate a settentrione da fulminei riverberi rossastri seguiti da cupi boati, in riva a un mare rivelato ormai solo dal cadenzato frangersi della risacca.

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Gli scavi del Matrone portarono alla luce, contigua alla linea di tabernae, anche una lussuosa villa marittima. Stando alla sua accurata relazione, la dimora, articolata intorno a un grande peristilio di trenta colonne, in laterizio rivestito d’intonaco e di­pinto di rosso, contava numerosi ambienti, solo in parte esplorati. Inviolati, infatti, restarono quelli del settore occidentale, dove for­se si apriva l’ingresso e forse si succede­vano tre vasti saloni, con i relativi disimpegni. Altrettanto ignoto il proprietario della superba residenza, che sorgendo nel borgo marittimo di Pompei, poteva essere un facoltoso commerciante, un ar matore dell’epoca, magari quel Pomponiano verso la cui dimora fece rotta la quadriremi di Plinio. In quest’ultima, remota ipotesi, quegli scheletri sarebbero stati i suoi familiari, i suoi amici, i suoi vicini con i relativi servi, tutti accodatisi per cercare scampo sulla nave di Plinio che, perciò, doveva trovarsi fra loro. Ma come riconoscerne i resti? Il Matrone, colpito dalla quantità d’oro sullo scheletro isolato, suggerí ai funzionari dell’Amministrazione dei Musei che forse si trattava di un

notabile roma­no, ipotesi subito respinta. L’ingegnere, tuttavia, non vi rinunciò, ma avendo anche ottenuto dalle autorità competenti ampia facoltà di disporre a piacimento dei ricchi e numerosi reperti por­tati alla luce, finí per dedicarsi alla loro lucrosa vendita. Gli sche­letri, perciò, tornarono sottoterra in un angolo della villa, mentre tutto il resto fu proficuamente e legalmente venduto: i gioielli finirono in vari forzieri europei, gli affreschi della villa e la statua dell’Ermafrodito nel Museum of Fine Arts di Boston, gli arredi e le sculture a collezionisti europei. Unica eccezione la statua bronzea di Ercole, acquistata a caro prezzo dal Museo Archeologico di Napoli e ribattezzata Ercole Matrone. Per gratitudine, l’ingegnere conservò il teschio del suo notabile, che nel frattempo era assurto a ben piú controversa notorietà.

Il giallo del teschio In data 16 novembre 1901, sul Corriere di Napoli comparve un articolo a firma del viceconsole di Francia a Castellammare di Stabia, Eduard Jammy, in cui il diplomatico identificava il famoso scheletro per quello


Nella pagina accanto: una foto della villa marittima, scavata da Gennaro Matrone, in località Bottaro, con gli affreschi parietali ancora in situ. La residenza presentava un ampio peristilio circondato da ambienti decorati con pitture di IV stile. Qui sotto: affreschi parietali di IV stile, dalla villa Matrone. Boston, Museum of Fine Arts.

di Plinio il Vecchio. Il Matrone fece subito sua l’ipotesi e con lui molti studiosi, tra cui l’ingegner Mariano Cannizzaro (direttore, tra il 190305, degli scavi per il recupero dei frammenti dell’Ara Pacis), che, alcune settimane piú tardi, pubblicò a Londra un piccolo saggio dal titolo Il Cranio di Plinio, breve nota su alcuni nuovi scavi presso la foce del Sarno con illustrazioni tratte da fotografie di G. Ruffo, principe di S. Antimo. Non mancarono, per la verità, neppure strenui oppositori, fra i quali l’archeologo Giuseppe Cosenza, che, a sua volta, pubblicò nel 1902 un altro saggio dall’esplicito titolo: Intorno alla pre­tesa scoperta di Plinio il Naturalista. Ridicolo, a suo dire, persino immaginare un ammiraglio romano ingioiellato come una ballerina da avan­spettacolo e circondato da un codazzo di donne e bam-

Alcuni dei gioielli recuperati durante gli scavi Matrone.

bini! La farsesca immagine cosí im- nendovi a futura memoria l’etichetpietosamente evocata s’impose, an- ta di «Teschio di Plinio il Vecchio». nientando l’identificazione. Quasi un secolo dopo, scomparsi tutti i protagonisti della vicenda, mutati radicalmente i luoghi e apIn una teca, a Roma L’erba rigogliosamente cresciuta sul- profonditasi pure la conoscenza del lo scavo del Matrone, cancellò presto passato, alcuni studiosi, rievocando ogni residua memo­r ia e un’edili­zia la questione, hanno fatto notare che, squallida perfezionò l’ablazione, ren- a partire da Augusto, le onorificenze dendo difficile anche supporre che, militari furono falere, collane e arappena 3 m sotto il casello autostra- mille d’oro o d’argento, mentre le dale di Castellammare di Stabia, decorazioni al valore erano corone l’adiacente iper­mercato e gli edifici castrensi o murali. prospicienti, giac­ciano ruderi roma- Le prime, essendo ricompense econi tanto cospicui. Senza contare i nomiche proporzionali al grado recenti sondaggi, che hanno confer- dell’insignito, finirono per evidenmato proprio lí, dove la foce del ziarlo con la loro rilevanza, per cui Sarno forniva un ottimo scalo alle venivano ostentate soprattutto fuoimbarcazioni, il borgo marinaro di ri dall’ambito militare. L’anello Pompei. Quanto al teschio e ai resti d’oro, poi, costituiva il distintivo del gladio, svanite le suggestioni, fu- precipuo della classe equestre, alla rono donati dall’ingegnere al Museo quale apparteneva lo stesso Plinio il dell’Arte Sanitaria di Roma, appo- Vecchio. In conclusione, una ridona r c h e o 65


speciale plinio, l’ultimo viaggio

Qui sopra: un segmento della Tabula Peutingeriana (copia di epoca medievale di un’antica carta stradale romana) relativo al tratto compreso tra le città di Napoli e Sorrento. Qui sotto: veduta aerea dell’attuale area degli

danza di monili d’oro che avrebbe fatto somigliare i verti­ci militari romani a soubrette d’avanspettacolo, giudizio quanto mai errato e fuorviante!

Il teatro dell’apocalisse Stando agli affreschi pervenutici, che spesso sembrano ispirati da costruzioni reali, fino all’autunno del 79, il litorale tra Ercolano e Stabia era un susseguirsi ininterrotto di ville marittime di straordinaria bellezza, molte con piccole darsene per le imbarcazioni. Tra loro, cinque o sei approdi, utilizzati non di rado anche dalle unità minori della flotta e sempre dai pescatori e dai commercianti locali. Uno dei migliori si 66 a r c h e o

scavi Matrone. È evidenziata, in giallo, la planimetria dei ruderi romani, reinterrati e coperti da costruzioni, 3 m sotto il casello di Castellammare di Stabia, dell’autostrada Napoli-Salerno.

apriva alla base del promontorio dell’odierna Torre del Greco, allora periferia di Ercolano, con un’abbondante sorgente presso la riva e perciò, forse, stazione dei Classiari di Miseno. Piú a sud, l’ampia insenatura formatasi fra i meandri della foce del Sarno, a oltre un chilometro dall’attuale linea di costa, evidenziata dall’antistante scoglio di Rovigliano, forse la Pietra d’Ercole. Dall’opposta riva del fiume iniziava la lunga spiaggia di Stabia, che terminava con un’alta falesia alla pendice dei monti Lattari, da cui si affacciavano le sue ville piú suggestive. Una fascia residenziale lunga una quindicina di chilometri e larga un paio,

con una dozzina di migliaia di abitanti, che, gravitando sul mare, disponeva di un gran numero di imbarcazioni a vela, di qualsiasi tipo, tranne i piccoli gozzi.

Le vie di fuga La viabilità era garantita da una grande strada, che correva parallela alla costa, certificata dalla Tabula Peutigeriana e riproposta dalla medievale Strada Regia delle Calabrie, oggi Strada Nazionale tra Napoli e Castellammare, sulla quale s’innestavano a pettine i piccoli viottoli verso il mare e i piú radi simili, verso il Vesuvio coperto di boschi e con le pendici densamente coltivate. Percorso


Ricostruzione della foce del Sarno prima dell’eruzione del 79 d.C., effettuata in base ai sondaggi. Si può notare la corrispondenza tra i meandri del fiume nel 1818 e la grande insenatura che serviva da porto fluviale.

A sinistra: statua dell’Ermafrodito, dalla villa Matrone. Boston, Museum of Fine Arts.

La catastrofe del 79 si verificò in maniera subitanea e imprevedibile

A destra: statua di Ercole Matrone, dalla villa Matrone. Napoli, Museo Archeologico.

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speciale plinio, l’ultimo viaggio pianeggiante e senza ostacoli, che, con un paio di ore di cammino, avrebbe posto chiunque al sicuro dalle peggiori ire del Vesuvio, anche partendo dal sito piú esposto, la citata Torre del Greco, curioso toponimo derivato da Torre Ottava (vedi box a p. 70-71). Stando alle piú recenti e accurate analisi vulca­nologiche e alle indagini archeolo­g iche condotte negli ultimi anni, la catastrofe del 79, se non fu del tutto improvvisa, si estrinsecò in una maniera, «per l’epoca», subitanea e imprevedibile. Per l’epoca non significa che oggi

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avrebbe un andamento piú tranquillo, e quindi meno pericoloso, ma soltanto che gli attuali strumenti scientifici permettono di riconoscerne anche le fasi prodromiche embrionali, che quando divengono sensibili danno pochi giorni, e forse meno, per fuggire, ora come allora. In definitiva il nostro vantaggio, rispetto ai Romani, è proprio questo modesto margine di preavviso per evacuare e, soprattutto, la certezza di doverlo fare. Si può immaginare che molti abitanti della regione vesuviana nei giorni appena precedenti e piú an-

cora, nella stessa mattinata dell’evento, intensificandosi il parossismo sismico (varie centinaia di scosse al giorno) avessero lasciato l’abitato.

Il sole all’orizzonte L’esperienza, ancora fresca, del terribile terremoto del 62, agí da convincente stimolo, non opponendosi ancora all’esodo alcun ostacolo materiale. Le strade, infatti, erano perfettamente percorribili, non intasate da macerie e con i ponti ben saldi, a differenza del mare agitato da un forte vento da sud-ovest, che impediva a tutte le imbarcazioni di al-


il racconto: una richiesta enigmatica Appena all’aperto, l’ammiraglio comprende la rarità e la grandiosità del fenomeno. Senza perdere un minuto, si reca in un luogo elevato, forse sulla specola del faro, da dove può scorgere nitidamente le pendici del Vesuvio e la nube mostruosa che le sovrasta e che dinanzi ai suoi occhi avidi, in pochi minuti, sta mutando. La nube, o piú esattamente l’immensa colonna biancastra, striata di grigio e solcata da vividi fulmini, con una terrificante successione di bagliori rossastri, i cui soffocati boati si percepiscono con discreto ritardo, si innalza verso il cielo. Appoggiato al parapetto, con il vento che gli agita la tunica e gli scompiglia i radi capelli bianchi, intuisce la natura del fenomeno, avendolo sommariamente descritto nella sua opera e osservato, navigando sotto l’Etna. Si tratta, senza dubbio, di una violentissima eruzione, d’entità inimmaginabile e proiettata dalla sommità di una montagna ritenuta del tutto normale. Evento rarissimo e prodigioso nella sua immane potenza, da non perdere assolutamente, per tentare di carpirne le segrete indicazioni. La natura sembra offrirgli cosí quasi una ricompensa, per i tanti anni spesi nel suo studio! La ridda di supposizioni scientifiche e d’interrogativi filosofici, di osservazioni e comparazioni, che agita la sua mente non gli permette ancora di pensare alla sorte di quanti abitano alle pendici del Vesuvio. Immobile, con gli occhi fissi all’orizzonte, un istante dopo l’altro, scruta il mostruoso fungo e, vedendolo sollevarsi ancora, trae conferma alla congettura circa la sua origine vulcanica. Per meglio percepirne ogni sia pur minima variazione, si convince che deve portarsi piú vicino, proprio alle pendici del Vesuvio, là dove le onde sembrano lambirne il piede.

Il rischio non manca, ma può definirsi calcolato, ben sapendo che le eruzioni, per quanto spettacolari, non sono molto pericolose, a debita distanza sul mare. Dà ordine, perciò, di armare una liburna, per salpare immediatamente alla volta di Ercolano. Mentre l’ordinanza lo precede piú spedita per abbreviargli l’attesa sulla banchina, fa una breve sosta a casa per avvertire della decisione. Chiede al nipote se per caso voglia seguirlo, a riprova della sottovalutazione dei rischi o, piú probabilmente, del disegno di tenersene a distanza di sicurezza. A ogni buon conto, prende e indossa le insegne del grado, paventando inconsciamente di doverle ostentare nel malaugurato caso di un ammutinamento dettato dalla paura. Il nipote, vuoi perché non nuovo a inviti del genere, sempre piú o meno faticosi, vuoi perché angosciato dall’idea di lasciare sola la madre, vuoi, infine, perché in preda a un oscuro presentimento, declina con una scusa l’offerta. Nessuna apprensione per l’iniziativa dello zio, e scarso interesse per l’evento. L’ammiraglio si dirige, quindi, verso la banchina, dove l’imbarcazione, con l’armamento ai remi, è già in attesa. Ma, mentre si accinge a salirvi a bordo, si sente invocare a gran voce. Si volta e un trafelato portaordini, appena giunto, gli porge un drammatico dispaccio, ricevuto da pochi istanti. Legge e immediatamente il suo volto sbianca: il messaggio proviene dalla villa di Rectina, sita non lontana da Ercolano, e sollecita il suo urgente aiuto non restando altra speranza di fuga se non con le navi da guerra, le uniche in grado di muoversi in virtú dei remi. Fermo sulla banchina valuta il da farsi, avendo compreso, perfettamente, la logica della richiesta.

Illustrazione raffigurante i Pompeiani in fuga dalla città.

lontanarsi a vele spiegate. Su questo scenario, dopo una notte travagliata da continue scosse e sordi boati, in un cielo terso il sole iniziò a levarsi sull’orizzonte. Alla latitudine di circa 40° agli inizi dell’autunno il sole sorge intorno alle 6,05 per tramontare alle ore 17,55, dopo una giornata di circa 11 ore e 50 minuti. Per i Romani ne conseguiva una durata di ciascuna ora diurna poco inferiore all’attuale e di quella notturna poco superiore. Ciò premesso, la giornata dell’am-

miraglio Gaio Plinio Secondo a Miseno iniziò come tutte le altre: sveglia sul far dell’alba, breve esposizione al sole, bagno e parca colazione, ritrovandosi intorno alle sette già al lavoro. Immerso nei suoi compiti, non è distratto dai tremori del suolo, in zona abbastanza frequenti, ma dalla sorella che, quattro ore dopo, gli annuncia allibita una nube stranissima, improvvisamente sollevatasi sulla costa, quasi al centro del golfo. È ancora scalzo, all’interno della sua residenza privata, e non ha udito alcun boato, forse perché attutito dal vento e dalla distanza, forse perché assorto nel lavoro. Plinio non può immaginare che, proprio in quel preciso momento, stia avendo inizio l’ultimo capitolo a r c h e o 69


speciale plinio, l’ultimo viaggio della sua vicenda di scienziato e di ammiraglio, nonché della stessa vita, che la meticolosa narrazione del nipote e la conoscenza dei mezzi tecnici disponibili, ci consentono di rievocare. Tornando alle falde del Vesuvio, a questo punto della ricostruzione ci preme stabilire chi realmente sollecitò l’aiuto di Plinio e, soprattutto, in che modo. Nella sua famosa lettera a Tacito, il nipote attribuisce l’iniziativa a una matrona.

La moglie di Basso? La cita solo col cognomen, Rectina, semplificazione che possiamo ragionevolmente attribuire, tanto alla sua notorietà, quanto per converso, alla sua irrilevanza, aggiungendovi pure un Casci, Bassi, Tasci a seconda del manoscritto e della lezione. La maggior parte degli studiosi ha

concluso interpretando quel nome come Bassi, quindi Rectina di Basso, che, considerando il rango del destinatario, poteva essere soltanto la moglie di Basso e non la sua schiava. Di quale Basso però? Non certo il poeta Cesio Basso, di modesta potenzialità economica, ma forse, piú verosimilmente, di Sesto Lucilio Basso, già a capo della flotte di Miseno e di Classe, e membro della gens Lucilia, ricca famiglia patrizia di rango senatorio, che risulta attestata a Pompei, Ostia,Tivoli e nell’Italia settentrionale. Comando ricevuto intorno all’anno 69, al tempo dell’imperatore Vitellio, per effetto del quale riuní ai suoi ordini le flotte, e forse si insediò nell’anzidetta villa, appena ricostruita con insolita prontezza e incredibile sfarzo, dopo il catastrofico sisma del 62. Poco dopo è con Vespasiano, da cui ottiene la nomina a senatore e la conferma del comando, ma per la sola flotta orientale, la classis Ravennatis, essendo posto a capo di quel-

la torre di ottaviano?

In alto: resti di muratura in opus reticolatum, appartenenti forse a una torretta semaforica, sotto la base della torre vicereale, sullo scoglio di Rovigliano, di fronte alla foce del Sarno. A destra: ricostruzione virtuale di una torretta semaforica romana, del tipo impiegato lungo il limes Reno Danubio.

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La prima menzione di un villaggio ubicato nel sito dell’odierna Torre del Greco risale al 1018, e lo indica con la turre che si dice da octaba; la seconda al 1129, con la turris de octavo. Seguono altre citazioni: nel 1267, con la Torre de Octava, nel 1324 con la Turris octave e, nel 1390, la Turris Octavae. Nell’arco di quasi quattro secoli la definizione toponomastica scade da nominale a numerale, quasi che, persosi l’originario riferimento storico, lo si sia sostituito con uno tecnico assonante. Banale risulta la spiegazione attuale: quel nome fu tratto dall’adiacenza all’ottava torre costiera da Napoli, ma non essendoci mai state tante torri in cosí breve spazio, si elaborò una nuova teoria che conservò la torre costiera, ma la collocò all’ottavo miglio da Napoli! Ipotesi altrettanto assurda, poiché l’erezione delle torri costiere ebbe inizio con la Guerra dei Vespri, intorno al 1282! E, dal momento che nell’Alto Medioevo


I ruderi della cosiddetta «Terma Ginnasio», in contrada Bassano, a Torre del Greco, in un dipinto del pittore Nicola Ascione, del 1914. È evidente l’alta

non s’innalzarono torri ai piedi del Vesuvio, il toponimo nasconde un’origine romana. Col termine turris, i Romani indicavano ogni costruzione a prevalente sviluppo verticale, dalle torrette idrauliche ai fari e alle semaforiche. Plinio ricorda queste ultime, erette da Annibale in Spagna per una catena di segnalazione, come Turris Hannibalis, traendo la denominazione dal personaggio che servivano, per cui in un analogo impianto per la villa di Ottaviano a Capri, si sarebbero chiamate Turris Octaviani, o turris octaviae se riferite alla famiglia! Torrette che sarebbero state impiantate sulle eminenze o sugli isolotti costieri, e per identificarle nei loro dispacci, designate col nome del proprietario della villa o del fondo adiacenti, divenendo nella fattispecie turris Octaviae ad villam... o turris Octaviae ad praedium...! Ed è

struttura, sulla destra, che potrebbe considerarsi una torre belvedere o una torre di segnalazione semaforica.

perlomeno significativo che ruderi romani forse riferibili a un simile impianto si osservino ancora sullo scoglio di Rovigliano e che una torretta romana, sulla costa di Torre del Greco, venisse effettivamente riportata alla luce, in scavi condotti sul finire dell’Ottocento, rilevata e fotografata, ispirando poi vari pittori. Si ergeva, prima della sua demolizione, sopra una grandiosa villa marittima, scambiata per una terma-ginnasio, i cui ultimi ruderi si scorgono in località Ponte di Rivieccio, in contrada Bassano e la cui rilevanza fu confermata dalla balaustra di bronzo sostenuta da ermette bifronti con menadi e sileni, identiche a quelle delle navi di Nemi: tre di esse furono vendute al Museo Nazionale di Napoli, le restanti ad altri musei. La torretta fu ritenuta, e forse parzialmente anche lo fu, una cisterna per l’acqua.

la di Miseno Gaio Plinio Secondo, suo parigrado, ma di rango militare preminente. Non vi resta a lungo, essendo inviato a domare gli ultimi focolai di resistenza in Giudea, al comando della X Fretensis, dove morirà nel 73, durante l’epico assedio di Masada. La vedova, verosimilmente ancora giovane e ricchissima, non tardò molto a consolarsi, tanto piú che il vicino collega del marito non dovette farle mancare il suo conforto!

Un’amicizia intima Si sviluppò, forse cosí, quella familiarità fra i due che renderebbe comprensibile la tragica richiesta di soccorso della donna e, ancor di piú, il prodigarsi dell’uomo per esaudirla. Difficile credere altrimenti che una qualsiasi matrona, patrizia e amica che fosse, avrebbe osato chiedere al comandante della prima flotta imperiale di salvarla, con un’operazione tanto complessa e rischiosa, da porre a repentaglio, oltre alla sua, la vita di molti uomia r c h e o 71


speciale plinio, l’ultimo viaggio Il racconto: il dispaccio di rectina e la morte del comandante Appena udita l’immane esplosione, Rectina si precipita sul belvedere della sua villa da dove scorge la terrificante colonna palpitante che sovrasta l’intero abitato, mentre il pavimento le oscilla paurosamente e ininterrottamente sotto i piedi. Non le è difficile comprendere che si sta trovando al centro di un imminente e grandioso cataclisma, e intuire l’urgenza di allontanarsene il piú rapidamente possibile e con qualsiasi mezzo. Prova a fuggire, ma le strade a quel punto sono già sconvolte e devastate dalle macerie degli edifici crollati: una fiumana di fuggiaschi, pazzi di terrore, per giunta le intasa completamente. Si precipita, perciò, al porto per imbarcarsi su un qualsiasi gozzo fra i tanti abitualmente ormeggiati, ma, con stupore, vede che pescatori e marinai stanno inerti e in preda allo sconforto: interrogati, le spiegano che il forte vento contrario e il mare sconvolto, non permettono di prendere il largo. Solo le grosse triremi e le potenti quadriremi della flotta potrebbero farlo, e non senza rischi. Ma chi potrebbe chiamarle,

chi potrebbe convincere l’ammiraglio a farle salpare? Ciò che per quegli umili uomini è impensabile a lei non è precluso, visti gli ottimi rapporti che la legano proprio all’ammiraglio, ben piú stretti di quanto s’immagini. Con brevi parole, convince gli uomini della vicina stazione semaforica a inoltrare a Miseno un’esplicita richiesta di aiuto a suo nome, lungo la linea della marina, che ancora funziona, magari con un segnale di emergenza per l’evacuazione immediata (vedi «Archeo» n. 287, gennaio 2009) lanciato attraverso i grandi specchi. Anche i colombi della stazione sono lanciati con un identico, disperato dispaccio, sperando che, in un modo o nell’altro, arrivi presto a destinazione. La notizia della richiesta presto si diffonde e centinaia di derelitti si dirigono verso il porto, scrutando febbrilmente l’orizzonte nella speranza di veder comparire le navi della flotta che, peraltro, nessuno sa ancora se realmente giungeranno in loro soccorso! Anche per Rectina, da quel momento, inizia la terribile attesa nella sua villa, uscendone con spasmodica

I probabili resti di colombaie portatili in uso sulle navi della flotta (a destra) e una loro ricostruzione virtuale (qui sotto).

ni. Ma, quale che fosse il rapporto tra i due, perché Rectina non si allontanò dal pericolo incombente, che cosí la terrorizzava, con i suoi mezzi via terra o via mare? Se reputava che un suo messaggero fosse in grado di raggiungere l’ammiraglio a Miseno, via terra o via mare, come tutti gli studiosi ritengono sia avvenuto, perché non fece lei, direttamente e personalmente, la stessa cosa? Perché attendere ipote72 a r c h e o


frequenza per spiarne l’arrivo, appoggiandosi alla splendida balaustra in bronzo. In quegli stessi istanti, Plinio, resosi conto del dramma nel quale ormai si dibattono tantissimi residenti sulla costa vesuviana, rinuncia alla liburna e impartisce l’ordine di far uscire in mare tutte le grosse quadriremi, una dozzina. I loro ampi ponti piatti potranno ospitare senza difficoltà gli scampati e portarli al sicuro. Per pura fortuna, non sono state ancora alate negli arsenali per la pausa invernale della navigazione, detta anche mare clausum, pausa che va da novembre a marzo (vedi «Archeo» n. 313, marzo 2011). Recuperati gli equipaggi, le navi salpano rapidamente e, per attingere la massima velocità, oltre ai remi spiegano le vele: il vento, infatti, che soffiando da mare blocca le imbarcazioni vesuviane, è invece a loro propizio. L’ammiraglio è sulla Fortuna, e quando prossimi alla costa i lapilli cominciano a grandinarvi sopra, al pilota, che gli chiede se non sia il caso di cambiare rotta, risponde ironico che la Fortuna aiuta i coraggiosi!

tici soccorsi navali, macerandosi nel mortale dubbio per mezza giornata, e non fuggire subito? E, anche ammettendo che avesse paventato gli eccessivi rischi che quel viaggio comportava, quale speranza avrebbe nutrito sulla consegna della sua richiesta e soprattutto sull’accettazione, per non parlare dell’idoneità delle navi ad attuarla? La questione, comunque la s’imposti, cozza sempre con la medesima incongruenza: in che modo pervenne la richiesta a Plinio? Essendo parere comune dei vulcanologi che l’esplosione del Vesuvio iniziò con l’improvviso erompere della colonna di vapore e cenere intorno alle ore 13, quale che ne fosse l’iniziale entità e connotazione, come si spiega il bre-

Ricostruzione di una trireme greca (imbarcazione simile a una quadrireme romana) in navigazione a vela, ma con i remi pronti a intervenire, con il Vesuvio sullo sfondo.

Le quadriremi, per la mutata profondità del fondale, non atterrano, ma si ormeggiano ad alcune centinaia di metri dalla costa, distribuendosi a ventaglio da Ercolano a Stabia, lasciando alle loro robuste lance il recupero dei fuggiaschi radunatisi sotto ogni struttura foranea. Il trasbordo si attua freneticamente, ma poche ore dopo un’ondata ardente, scaturita dal vulcano, raggiunge velocissima la spiaggia, schiantando sulla sabbia una lancia e uccidendo oltre al suo armamento tutti quelli ancora in attesa del loro turno d’imbarco. Proseguendo la sua mortale corsa, l’ondata raggiunge l’acqua, che subito evapora, sollevandosi in una barriera di denso vapore, che ne abbassa con altrettanta velocità la temperatura, per cui dalle navi viene percepita come una calda folata di vento. Sulla spiaggia di Stabia, dove l’ammiraglio stava tentando di condurre in salvo a bordo molte persone, si propagò invece una letale nube di gas che spense anche lí ogni vita, compresa quella del generoso comandante.

Il trasbordo sulle navi è frenetico, ma un’ondata ardente raggiunge la spiaggia, uccidendo gli uomini ancora in attesa


speciale plinio, l’ultimo viaggio chi era plinio il vecchio? Gaio Plinio Secondo nacque a Como nel 23 (o 24) d.C., da una famiglia equestre. Educato a Roma, intraprese la carriera militare; fu ufficiale di cavalleria in Germania, ai tempi di Claudio; sotto Vespasiano, di cui fu amico, ebbe l’incarico di procuratore imperiale in varie province. Nel 79 comandava la flotta militare a Miseno, e, quando si ebbe l’eruzione del Vesuvio, andò incontro alla fine rievocata in questo articolo. La sua morte è descritta, in una famosa lettera a Tacito (vedi box nella pagina accanto), dal nipote, Plinio il Giovane. Da quest’ultimo apprendiamo anche altri particolari sulla biografia e sulla personalità di Plinio il Vecchio (integro ufficiale, appassionato e infaticabile studioso e ricercatore), nonché l’elenco delle opere. Scrisse due ampie storie, una in 2 libri dedicata alle guerre dei Romani in Germania, l’altra in 31 libri sull’impero, un manuale sulla formazione dell’oratore (per noi perdute) e la superstite, amplissima Naturalis Historia, in 37 libri. L’opera abbraccia tutti gli aspetti del regno della natura (cosmologia, astronomia, geografia, etnografia, antropologia, zoologia, botanica, farmacologia e medicina, mineralogia, arti figurative). Benché le fonti di Plinio non siano tutte ugualmente valide, il suo modo di lavorare (con l’aiuto di molti collaboratori) porti a ripetizioni e contraddizioni e i giudizi siano sommari e basati soprattutto sulla tecnica, il testo costituisce una fonte preziosissima per gli studi archeologici, per la ricchezza di notizie sulla vita e le opere degli artisti antichi. L’opera godette comunque di grandissima fortuna e nel Medioevo fu usata come testo scolastico; fu ammirata da Dante e da Petrarca e consultata con interesse ancora nel periodo rinascimentale. (red.)

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A sinistra: gli scheletri dei fuggiaschi rinvenuti sull’antica spiaggia di Ercolano, accalcati all’interno dei fornici di sostruzione delle terrazze sovrastanti. Sulle due pagine: disegno ricostruttivo della città di Ercolano prima dell’eruzione del 79 d.C.

vissimo intervallo tra l’evento e la ricezione della richiesta di aiuto? Anche ammettendo che, dalla sua villa, Rectina abbia realizzato, nel giro di qualche ora da quel terribile prologo, la gravità della situazione, al punto da far inviare il tragico messaggio, è fuor di dubbio che questo venisse ricevuto da Plinio pochi istanti prima di salire a bordo della liburna. Cioè, anche cosí, qualche ora dopo l’esplosione al massimo, tenendo conto della distanza tra il faro e la banchina, nonché del tempo speso per salutare i congiunti e di quello strettamente indispensabile per salpare! Fatte tutte le debite compensazioni, il dispaccio venne ricevuto appena pochi minuti dopo l’invio: come coprí in quei brevi istanti i quasi 25 km che separano Ercolano da Miseno?

Il racconto della fine Ecco un ampio stralcio della parte finale della lettera scritta da Plinio il Giovane a Tacito, nella quale è contenuta la descrizione delle ultime ore del celebre zio. Plinio il Vecchio è salpato alla volta di Stabia, dove ha raggiunto l’amico Pomponiano: «[...] Quivi Pomponiano [...] aveva trasferito su navi le sue cose, pronto a fuggire non appena il vento si fosse calmato. Ma questo era, invece, favorevole a mio zio che veniva in direzione opposta, abbraccia l’amico impaurito, lo incoraggia, lo conforta [...] Poi se ne andò a dormire e dormí di un autentico sonno, se il suo rumoroso russare, reso piú fragoroso dalla corporatura massiccia, veniva udito da quanti origliavano oltre la soglia. Nel frattempo, il livello del cortile s ‘era cosi tanto innalzato per la caduta di cenere e pomici che non sarebbe piú potuto uscire dalla stanza se avesse piú oltre atteso. Ma, nel cortile, per il quale si andava a quell’appartamento, si era tanto accumulata la cenere mista a pietre, che per poco che egli si fosse fermato nella stanza non avrebbe potuto piú uscirne. Svegliato egli ne esce e ritorna da Pomponiano e dagli altri che non avevano chiuso occhio. Si consultarono tra di loro se dovessero restare in casa o uscire all’aperto [...] Valutati i pericoli fu scelto quest’ultimo partito [...] Messi dei cuscini sul capo li legano bene con lenzuoli [...] Già altrove faceva giorno, ma là era notte, piú scura e fitta di ogni altra notte; ancor che molte fiamme e varie luci la rompessero. Egli volle uscire sul lido e guardare da vicino se fosse il caso di mettersi in mare; ma questo era, tuttavia, tempestoso e impraticabile. Quivi, buttatosi su un lenzuolo disteso, domanda dell’acqua e beve per due volte. Intanto le fiamme e un odore sulfureo annunziatore delle fiamme fanno sí che gli altri fuggano ed egli si riscuote. Sostenuto da due servi si leva e spira nel punto stesso; dal momento che il vapore che aumentava gli impedí, cosi come io penso, il respiro e gli serrò lo stomaco, già di sua natura debole, stretto e soggetto a un frequente bruciore. Come fu giorno (era il terzo da quello della sua morte) il corpo di lui fu ritrovato intero e illeso, con indosso i medesimi vestiti, e in atteggiamento piú di un uomo che dorme che di un uomo già morto».

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speciale plinio, l’ultimo viaggio tutte Le eruzioni del vesuvio In epoca storica l’attività del vulcano ebbe inizio nel 62 o 63 d.C. con un violento terremoto al quale seguí, nel 79, la spaventosa eruzione, che fu catastrofica per Pompei, Ercolano e Stabia. Nel 202 e nel 472 furono nuovamente sepolte da lapilli e ceneri le città che andavano risorgendo ai piedi del Vesuvio. Altre tremende eruzioni ebbero luogo nel

685, nel 993, nel 1036 e nel 1139, alla quale succedette un lungo periodo di quiete protrattosi fino al 1631, allorché, il 16 dicembre, un’eruzione catastrofica distrusse tutti i centri abitati risorti ai piedi del vulcano. Fecero seguito altre eruzioni nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX. Le eruzioni piú recenti risalgono al 1906, al 1929 e al 1944.

Ara con iscrizione dedicatoria del liberto C. Salvio Eutichus per il ritorno di Rectina, identificata con la donna menzionata in una lettera di Plinio il Giovane, forse scampata alla catastrofe del 79 d.C. L’ara è collocata, dal 1854, nei pressi dell’abbazia di Casalpiano a Morrone del Sannio.

C[aius] SALVIUS EUTICHUS LAR[ibus] CAS[anicis]

OB REDIT[um] RECTINAE N[ostrae] V[otum] S[olvit]

Attualmente, grazie all’autostrada e alla tangenziale, persino in condizioni ideali di traffico e a discreta velocità occorre oltre mezz’ora, e non meno con l’aliscafo. Con il mare sconvolto, con le poche strade intasate dalla folla terrorizzata e dalle macerie delle case crollate, con quale mezzo avrebbe potuto viaggiare tanto rapidamente quel corriere?

Le ultime tracce Una sensata obiezione potrebbe far partire il corriere di Rectina nelle prime ore della mattina, quando iniziarono le manifestazioni piú intense e significative. Ma, in tal caso, si capirebbe ancor meno la sua asserzione sull’impossibilità di fuggire, se non per mare e con le navi da guerra. Chi o cosa, infatti, le avrebbe vietato di sottrarsi alla minaccia senza indu76 a r c h e o

gi e per la medesima via del corriere? Per paradossale che possa sembrare, questo basilare dettaglio non è mai stato preso in seria considerazione da storici e archeologi. Intere generazioni di studiosi, invece, si sono prodotte in un’ultrasecolare diatriba sul senso da dare al nome che segue Rectina, che chi scrive, come già accennato, in accordo con la maggioranza dei commentatori, suppone di Basso, cioè moglie di Sesto Lucilio Basso. Una identificazione che spiegherebbe in modo logico la familiarità della donna con Plinio, il suo agire in prima persona, in quanto vedova e, forse, implicitamente, il sistema con il quale il dispaccio fu inviato, essendo inglobata nella sua supposta villa la ricordata torretta, verosimilmente di segnalazione marittima! In tal caso quella che segue potrebbe essere la rievocazione delle ore cruciali di Rectina.


Qui sopra: affresco del IV stile raffigurante il dio Bacco e il monte Vesuvio, prima dell’eruzione del 79 d.C., con le pendici ricoperte da filari di viti, dal lararium dell’atrium secondario della Casa del Centenario a Pompei. I sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. A sinistra: bassorilievo raffigurante una nave romana, da Pozzuoli. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

una delle sue lance. Appare chiara, cosí, la ragione dell’ex voto per il fortunoso ritorno in uno dei suoi latifondi. La dedica è l’ultima traccia della sua vita. Di lei, infatti, piú ancora della sua relazione, si perse il ricordo nello stesso frangente in cui nasceva il mito dello scienziato che, con i gradi di comandante in capo ben in mostra per la gravità del C[aius] SALVIUS momento, andò a morire in una EUTICHUS mattinata autunnale non per amore LAR[ibus] CAS[anicis] della scienza, ma per amore del OB REDIT[um] prossimo che volle soccorrere. RECTINAE N[ostrae] La sua intelligenza non comprese la V[otum] S[olvit] dinamica del vulcanesimo, come («Caio Salvio Eutico, ai Lari domestici, del resto di tanti altri fenomeni naper il ritorno della nostra Rectina, sciol- turali, ma la sua generosità intuí che se questo voto»). L’ara rimonta al I solo una forza militare tornava idosecolo e l’e­strema rarità del cogno- nea a portare rapidamente soccorso, men «Rectina» lascia supporre, con in maniera organizzata, alle vittime motivate ragioni, che la matrona in di una catastrofe, concetto che riquestione fosse pro­prio quella che chiese quasi due millenni per essere invocò l’aiuto di Plinio, e che per- condiviso! Ed è questa sua intuiziociò fu salvata, sul far della sera, da ne, attuata a costo della vita, che lo

A un piú attento esame, il piedistallo di una croce di legno, collocata dal 1854 dinanzi all’abbazia di Casalpiano a Morrone del Sannio, si rivela un’antica ara sacrificale di epoca romana. Dopo il restauro del 1989, infatti, se ne può leggere l’iscrizione che cosí recita:

colloca a giusta ragione tra i benefattori dell’umanità, meritandogli una riconoscente memoria, magari come ideatore, se non fondatore, della Protezione Civile. Senza alcuna retorica temerarietà e senza alcuna pavida indecisione, ma con una bonaria battuta di spirito sulle labbra, puntò la dove tutti cercavano di fuggire e confortò, al di là del verosimile, quanti non speravano piú alcuno scampo. Morí serenamente, di fronte al mare, forse con il capo appoggiato a un pilastro sul quale era incisa una laconica lapide: nautae, «del marinaio». Per saperne di piú Flavio e Ferruccio Russo, 79 d.C. rotta su Pompei, Edizioni Scientifiche e Artistiche, 250 pp., 200 ill. col.(in corso di ristampa); per info e prenotazioni: tel. 081 3593146; www.edizioniesa.com a r c h e o 77


storia storia dei greci/5

Potere e libertà

di Fabrizio Polacco

Chi erano veramente i Proci, gli arroganti pretendenti al trono di Itaca, eroicamente scacciati dal vecchio re Ulisse? Messi in cattiva luce dai versi di Omero, sul piano storico essi rappresentano, invece, l’affermarsi di una nuova classe emergente: quella degli àristoi, i protagonisti di un modello politico e culturale originalissimo, che segnerà lo sviluppo della civiltà ellenica

A

ll’uscita dalla lunga transizione dei «secoli bui» e quando, intorno all’VIIIVII secolo a.C., entra finalmente nella storia grazie alla presenza delle prime fonti scritte (vedi «Archeo» n. 314, aprile 2011), la civiltà ellenica presenta alcuni caratteri costitutivi assai diversi rispetto alle civiltà precedenti o contemporanee. Il primo, sotto l’aspetto politico, è il declino (a cui segue la scomparsa) dei regimi monarchici nella maggior parte dei piccoli Stati in cui il mondo greco era suddiviso. Il secondo, sotto l’aspetto istituzionale, è l’impossibilità di individuare, all’interno di questi, una tipologia di regime politico uniforme e stabile nel tempo. Il terzo, sotto l’aspetto culturale, è l’assenza di un complesso organico e prefissato di credenze o di concezioni ideologiche universalmente accettate e immutabili. Il quarto, sotto l’aspetto religioso, è l’inesistenza di una casta o classe sacerdotale. Fino all’alba del I millennio a.C. non si era ancora vista nella storia

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una società complessa basata sulla divisione del lavoro che non fosse retta da un capo politico unico. La monarchia era stata, in fondo, la risposta piú elementare e intuitiva alle esigenze organizzative create dalla complessità delle grandi civiltà euroasiatiche e mediterranee. Tuttavia, dal momento in cui possiamo leggere qualcosa che i Greci scrissero o raccontarono di sé (pur mancando ancora fonti squisitamente storiografiche), noi osserviamo, in gran parte del mondo ellenico, una monarchia che è già in crisi. Se l’Iliade ci presenta una coalizione di capi chiamati «re» (basileis) impegnati in guerre lontane dalle r ispettive patr ie, è nell’Odissea che possiamo spingere lo sguardo all’interno delle loro regge, cogliendovi con evidenza i sintomi del declino.

Due regge, due modelli Omero ce ne presenta in modo sufficientemente articolato due: la reggia dei Feaci a Scheria e quella di Ulisse a Itaca. Il poeta intende anche


proporci un confronto tra due situazioni contrapposte, conferendo a esse un valore emblematico. Quella di Alcinoo che governa il popolo dei Feaci è il modello di una monarchia salda e ben regolata, che provvede affinché la vita sull’isola di Scheria si svolga all’insegna dell’armonia e della letizia. Invece la situazione di Itaca orfana del suo re – ritenuto dai piú morto dopo un’assenza di quasi vent’anni – costituisce un modello negativo: la casa reale, cosí come l’intera comunità dell’isola, è in preda all’instabilità per le intemperanze del gruppo dei pretendenti alla mano della regina. Costoro si comportano con prepotenza e arroganza e pensano di utilizzare il matrimonio

al fine di impadronirsi del potere regale, sottraendolo al giovane figlio di Ulisse,Telemaco. Quale tra i due quadri delineati dal poeta è il piú vicino alla realtà? La risposta è scontata, poiché quello dei Feaci è un mondo che ci viene presentato come favoloso: le loro navi sono mosse dalla forza del pensiero, i giardini reali germogliano e fruttificano perennemente, l’isola non conosce guerre né lotte intestine. Si tratta di una condizione idealizzata tesa a dare risalto, per contrasto, alla miserevole condizione in cui versa la dimora di Ulisse. Ciononostante, anche a Scheria rileviamo già qualche indizio politico significativo: il re Alcinoo non è

La strage dei Proci, uccisi da Ulisse, con l’aiuto di Telemaco, Eumeo e Filezio, particolare di un cratere campano a figure rosse (nella pagina accanto), da Capua, attribuito al Pittore di Issione. 330 a.C. Parigi, Museo del Louvre.

l’unico re, non è il solo nell’isola a fregiarsi di questo titolo. Altri dodici «re», altrettanto saggi e anziani, governano al suo fianco; egli stesso, dice parlando di sé all’ospite Ulisse, non è che il tredicesimo: una sorta di primus inter pares. Nessuna coloritura favolistica, d’altra parte, è presente nella descrizione della reggia di Itaca: essa perciò a r c h e o 79


storia storia dei greci/5 Poseidone, Apollo e Artemide. Rilievo in marmo pentelico, dal fregio est del Partenone. 447-432 a.C. Atene, Museo dell’Acropoli.

costituisce l’unica plausibile documentazione di uno stato di cose che il poeta poteva percepire ai suoi tempi.Vi è in corso una lotta per il potere senza esclusione di colpi: Telemaco è fatto oggetto di un attentato da parte dei pretendenti; da nessuna parte percepiamo che egli sia necessariamente destinato, per rispetto di un principio dinastico che pure è talvolta richiamato, a subentrare al padre; i Proci (il termine latino, entrato nell’uso delle traduzioni, significa appunto «pretendenti») si installano nella reggia rimasta priva di guida, e danno fondo senza scrupoli alle sostanze reali; nel frattempo, competono tra loro, esercitando pressione psicologica su Penelope per indurla a risposarsi e a dare cosí origine a una nuova casata regnante.

Il doppio volto dei Proci È vero che alla fine Ulisse, tornato inaspettatamente alla reggia, riesce a ristabilire il suo potere. Ma il prezzo della restaurazione è significativamente alto: la strage di tutti i pretendenti – una mattanza in cui saranno coinvolti anche servi e ancelle che a essi si erano inchinati – e un inizio di guerra civile con i familiari degli uccisi pronti a vendicarli; un conflitto sventato solo dall’intervento, vera e propria dea ex machina, di Atena, protettrice di Ulisse. Si tratta di un lieto fine, destinato a compiacere il pubblico, ma che, allo stesso tempo, rivela rischi di forte instabilità politica presenti ai tempi di Omero. Seppur messi in cattiva luce dalla descrizione del poeta, i Proci sono gli esponenti di una classe sociale che stava allora prendendo il potere in quasi tutto il mondo greco, abbattendovi gli antichi sovrani e aprendo, senza 80 a r c h e o

saperlo, la strada a una evoluzione istituzionale che sarà ricca di conseguenze. Si tratta dei fieri e facoltosi esponenti della aristocrazia. Come rivela il termine greco stesso che li definisce, essi sono, o si considerano, «i migliori» («àristoi»; vedi box a p. 82). Come tutte le aristocrazie, anche quella greca è fondata sul sangue: il sangue di una stirpe (il gènos), che pretende di risalire a capostipiti eroici o divini. Per definire i suoi esponenti, Esiodo di Ascra (in Beozia), il primo poeta di cui possediamo notizie biografiche certe, usa ancora il termine generico di «basileis». Ma è ormai un nome svuotato di significato. Poiché il fatto stesso che essi siano molti e non uno, e che governino assieme o competano per il potere, ne fa per l’appunto un gruppo di aristocratici, e non piú dei re. La

regalità, frammentandosi, perde la sua essenza. Mentre nelle contemporanee civiltà orientali le eventuali lotte per il potere contemplavano al piú che a un re – o a una dinastia regnante – se ne sostituisse un altro, in Grecia tale continuità istituzionale si interrompe.

La spartizione del potere Individualisti e ambiziosi, orgogliosi e potenti, gli àristoi comprendono ben presto che potranno trovare tregua alla lotta e alla competizione tra loro solo imparando a frantumare e a spartirsi questo potere di comune accordo: quindi, innanzitutto, impedendo anche formalmente che esso possa di nuovo finire nelle mani di uno solo. È il primo tentativo di «divisione dei poteri» della storia. Questi ricchi possidenti terrieri


che, soli, potevano permettersi l’uso del cavallo e delle costose armature – cosa che consentiva loro di imporre l’ordine all’interno e di difendere le nascenti entità statali dalle scorrerie dei vicini –, fondano cosí le prime «comunità politiche» della storia greca, e lo fanno nel momento stesso in cui si autolimitano dandosi regole per la condivisione del governo. Ovviamente, da principio, si tratta di regole consuetudinarie, non scritte (Thèmis). All’inappellabile sentenza di questi basileis, si debbono ancora, come una volta, rivolgere gli umili, anche i piccoli proprietari tipo Esiodo, qualora siano coinvolti in discordie giudiziarie da comporsi pubblicamente. È vero che gli aristocratici creano queste prime «costituzioni»

i piaceri degli «Àristoi» L’universale riprovazione suscitata dal comportamento dei Proci a Itaca può far dimenticare che essi si dedicavano alle attività proprie di una aristocrazia colta e raffinata: li vediamo, in Omero, lanciare il disco e il giavellotto, perfino cantare e danzare. Ma è nel mondo idealizzato dei Feaci che questa nascente classe sociale appare nel suo pieno fulgore. Si vanta Alcinoo: «Non siamo infatti eccellenti pugili e lottatori, ma corriamo veloci coi piedi e siamo i migliori con le navi; ci sono sempre cari i banchetti, la cetra, i cori danzanti, i vestiti cangianti, i caldi lavacri e i piaceri del letto». I loro nobili figli intratterranno l’ospite Ulisse con una danza accompagnata dal canto che «mima» una vicenda mitologica «galante», gli amori adulterini di Ares e Afrodite, e si cimentano poi dinnanzi a lui in gare atletiche. Significativo è che anche Ulisse, quando si rifiuta da principio di scendere nell’agone, viene rimproverato di non essere «esperto di gare», ma solo un ignobile mercante, che «si guadagna da vivere» coi «rapaci guadagni».

Scena di banchetto, particolare di una coppa a figure rosse. V sec. a.C. Parigi, Museo del Louvre.


storia storia dei greci/5

poter dire la verità Oltre ad àristoi, superlativo dell’aggettivo qualificativo «agathòs» («di buona qualità, valente»), i nobili greci erano detti a seconda delle località gennaíoi («di buona nascita o stirpe»), eupatrídai («dai nobili padri»), geomòroi («possessori di terre»), ippeís o ippobòtai («cavalieri» o «allevatori di cavalli»). Indimenticabile la definizione del poeta Teognide di aletheís («veritieri»): per l’autonomia politica e l’indipendenza economica, essi si consideravano i soli liberi di esprimere con schiettezza il proprio pensiero.

orali soprattutto per garantire se stessi, i propri privilegi e la propria quota di potere. Ma è altrettanto innegabile che essi diventano, con ciò, i primi uomini liberi di diritto, e non solo di fatto, della storia umana. In queste nascenti comunità politiche elleniche, che a partire da ora possiamo già definire poleis (vale a dire: città-stato rette da una costituzione, detta politeia), il potere non si identifica piú con una persona, ma diviene un insieme di funzioni, che quindi possono essere distribuite tra piú soggetti, temporaneamente e secondo modalità previamente concordate: è un potere esercitato 82 a r c h e o

in comune (koinòn) dai nobili. Poiché si tratta di un esperimento senza precedenti, è privo di modelli o di punti di riferimento. Possiamo sintetizzare cosí la questione che ci si trovò allora a dover affrontare: con quali regole e in quali forme conciliare la tendenza alla libertà e all’arbitrio individuali da una parte, con le esigenze limitanti della comunità dall’altra, senza però dover far ricorso alla funzione regolatrice di un sovrano, padrone assoluto dei suoi sudditi? Una delle piú importanti rivoluzioni della storia sta per realizzarsi: la trasformazione di una parte di questi sud-

Guerrieri a Troia, particolare di una coppa attica a figure rosse. VI sec. a.C. Londra, British Museum.

diti in cittadini. La soluzione sarà tanto semplice quanto straordinaria: al di sopra degli uomini non vi è piú un altro uomo, ma la Legge, il Nòmos. Contrariamente alla Thèmis («ciò che è dato, che è posto») tradizionale, che è di matrice divina, il Nòmos richiama, fin dalla sua etimologia, una «distribuzione», una (con)divisione di diritti e poteri. Il potere stesso, spersonalizzato, diviene un concetto razionale. L’arché (il «potere», in greco) si materializza non in un individuo, ma in una carica di governo, esercitata secondo regole ed entro limiti predefiniti, attribuita a uno o piú


esponenti della classe degli àristoi, detti «arconti»: non piú per diritto di discendenza o divino o consuetudinario – quasi un’eredità familiare o un possedimento privato –, ma per volontà collettiva del gruppo dei pari. Nascono cosí nella Grecia arcaica le prime cariche pubbliche, o «magistrature» (vedi box in questa pagina).

Le magistrature elettive Gradualmente il titolo di «arconte» si trasformerà da vitalizio, come era a imitazione di quello del re, a temporaneo.Aristotele nella sua Costituzione degli Ateniesi (l’unico trattato rimastoci che ci descriva nei dettagli l’evoluzione e il funzionamento delle istituzioni di una specifica polis), parla per la città dell’Attica di un’iniziale limitazione temporale della «reggenza» a dieci anni, ridotti poi a un anno. Altro passo fondamentale sarà, come già detto, la suddivisione di questa reggenza tra piú arconti. Temporaneità e collegialità delle cariche pubbliche sono dunque fondamento delle «politeiai» o «costituzioni». A questi due principi se ne aggiunge, inevitabilmente, un terzo: i titolari delle cariche vengono scelti, cioè «eletti» (da ex-lego:

«scelgo da, tra»). Ma scelti tra chi? E da chi? Ovviamente, da coloro che partecipano con pieni diritti ai meccanismi della politeia, vale a dire i polítai; nella traduzione presente in ogni dizionario greco: i cittadini. Seppur aristocratici e privilegiati, e benché costituiscano una minoranza numerica all’interno delle comunità arcaiche, gli àristoi sono i primi cittadini della storia. Sono poste cosí le basi di una evoluzione politica che raggiungerà via via ritmi impensabili (Aristotele ci illustra ben undici diverse «costituzioni» succedutesi nella sola Atene: ma il numero va moltiplicato per le centinaia di città-stato greche libere di perseguire, ciascuna per sé, autonomi sviluppi istituzionali). Ma che cosa rese possibile tutto questo? E perché in Grecia e non altrove? Altri popoli orientali, come i Sumeri e i Fenici, erano strutturati in cittàstato: eppure al loro in-

la legge al posto del re Per comprendere la trasformazione in corso del diritto politico nel mondo greco arcaico, va ricordato che Thèmis (la tradizionale «Legge stabilita») era anche una divinità primordiale, sorella dei Titani generati da Chronos e da Rea, cosa che non si può dire del Nòmos (termine che sarà via via piú utilizzato in sua vece). Il poeta Pindaro parlerà semmai di un Nòmos basileus, di una legge cioè che, piú che divinizzata, si sostituisce per la collettività al sovrano prima concepito come un individuo. Anche il termine «arconte», l’autorità politica della polis nascente, non ha connotazione sovrumana né sacrale: non è, in realtà, che un participio sostantivato di tempo presente del verbo greco «archo», e indica «colui che – temporaneamente – regge» lo Stato. Statua ellenistica in marmo raffigurante la dea Temi nelle vesti di dea della Giustizia. Opera firmata dallo scultore Cherestrato, dal tempio di Ramnunte, in Attica. 300 a.C. Atene, Museo Archeologico Nazionale.


storia storia dei greci/5

né comandamenti né peccatori Nel mondo ellenico, i precetti morali realmente diffusi, piú che veri e propri comandamenti (nessun aristocratico del resto li avrebbe tollerati), sono pochissimi e generici. Tra questi, l’intangibilità dell’ospite e del mendicante, protetti da Zeus, e il rispetto dei giuramenti, vincolanti però anche per gli stessi dèi immortali (i quali giuravano sulle acque dello Stige, fiume infernale). Nell’aldilà omerico vediamo puniti solo singoli personaggi mitologici colpevoli di specifici delitti contro alcuni dèi: come Sisifo, che aveva ingannato Ade per sottrarsi alla morte; Tizio, che aveva tentato di violentare Leto, ecc., mentre sono assenti categorie di persone che scontano i loro peccati.

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La punizione di Sisifo, sullo sfondo Ercole con la pelle di leone. Particolare di un vaso monumentale da Canossa, Puglia. 330 a.C. Monaco, Antikensammlungen und Glyptothek.


terno non si innescò mai una paragonabile dinamica evolutiva della natura del potere. Una risposta interessante possiamo individuarla nelle peculiarità della religiosità ellenica e nel singolare rapporto che essa intrattenne con il potere civile.

La «verità» viene dai poeti In apparenza, ma solo in apparenza, il politeismo greco non è diverso da altri politeismi del mondo antico. Numerose divinità si spartiscono molteplici competenze, corrispondenti alle funzioni umane e sociali diversificate di una civiltà complessa. Le loro vicende sono raccolte in una serie di racconti, i «miti», che le vedono intessere tra loro, e spesso anche con gli uomini, una fitta rete di rapporti. Ma già qui cogliamo una prima, radicale differenza. Presso le civiltà politeistiche dell’Oriente il rapporto dèi-uomini si risolve, quasi esclusivamente, in quello tra la divinità e il sovrano-dio o il sovrano-sacerdote supremo o la gerarchia sacerdotale. La religione è puntello e strumento del potere: non per nulla essa «lega» (re-ligio, dal latino lego) tra loro tutte le parti della comunità. Come ogni altra branca dello Stato dispone di un corpo amministrativo, la classe sacerdotale, che sovrintende alla sfera del sacro, ai riti come alle liturgie, ed esercita prerogative e poteri in collaborazione, a volte in contrapposizione, con quelli del sovrano. E, difatti, anche la classe sacerdotale è gerarchicamente strutturata, in modo non dissimile da quella degli altri funzionari; al suo vertice ha un sommo sacerdote, che può, a seconda dei casi, coincidere col monarca o affiancarsi a esso. Nulla di tutto ciò troviamo in Grecia. I rapporti tra uomini e dèi sono individuali, arbitrari, legati al caso o al capriccio delle stesse divinità, e non sono privilegio esclusivo di sovrani o di autorità religiose. Esistono certo dei sacerdoti, ma non sono che addetti al culto della divinità in singoli santuari (sia pure di grande rilevanza, come Delfi e Olimpia); inoltre, non costituiscono

una classe e non sono organizzati tra loro, né gerarchicamente, né in altro modo. Godono di esenzioni e di privilegi, ma non esercitano poteri. Il loro rapporto con le autorità politiche locali non è uniformemente definito né regolato, dipende da fattori squisitamente personali o contingenti; e, comunque, essi non sono in grado di vincolarle. Nello stesso ambito religioso, i sacerdoti non detengono alcun monopolio, né degli atti di culto – a partire dalla pratica dei sacrifici – né dottrinale. Giungiamo cosí a considerare un altro aspetto singolare: a raccontare e a tramandare i miti, e quindi la «verità» sugli dèi, in Grecia non sono i sacerdoti, ma i poeti: Omero ed Esiodo, innanzitutto (Esiodo fu autore di una «Teogonia», la «Nascita degli dèi»), ma anche altri meno noti. Sono costoro a proporre gli unici testi che parlano degli dèi; le storie ivi narrate sono le sole fonti di «verità» in ambito religioso. E poiché non era prevista alcuna formale investitura poetica, né da parte di una inesistente autorità sacerdotale, né da parte di quella politica, i poeti riproducono, ma in realtà sovente «ricreano» – ogni volta arricchendolo, variandolo e approfondendolo con la fantasia – il patrimonio mitico-religioso dell’intera collettività; o meglio, di tante collettività quante sono le città-stato. I poeti, dunque, concorrono a determinare il complesso delle credenze religiose senza possedere altro sigillo di veridicità che quello procurato dalla loro autorevolezza o da una «ispirazione» proveniente dalle Muse. Tutto ciò spiega perché la Grecia antica non disponga neppure di un libro sacro. E, conseguenza estremamente importante, neanche di «tavole della legge» uniformi e universalmente riconosciute. Lo stesso vuoto di potere che la grecità va gradualmente riempiendo e riorganizzando con originali costruzioni in ambito politico, va registrato anche in ambito religioso e dottrinale. Non esistono, per il politeismo ellenico, «Credo», comandamenti,

le puntate di questa serie Questi gli argomenti dei prossimi capitoli di questa storia dei Greci: • Coloni e primi legislatori • Sparta fuori dagli schemi • L’avanguardia ionica e la scommessa attica • Tra tirannidi e democrazie • Sfida con l’impero: le guerre persiane e l’idea dell’Occidente dottrine, né teologia. Esistono solo racconti, i miti, non fissati una volta per tutte, che crescono e si sviluppano – e talvolta si contraddicono – in libera concorrenza tra loro. Contrariamente a quanto accadde nelle civiltà orientali, la religione non poté quindi in alcun modo vincolare né frenare la trasformazione delle istituzioni politiche elleniche e, fondamentalmente, neppure quella delle norme morali e delle leggi (vedi box nella pagina accanto).

Dèi «troppo umani» Se si considera il ruolo decisivo esercitato dalla sfera religiosa in tutti i settori dell’esistenza delle civiltà antiche, possiamo pensare che fu appunto questa peculiare forma di politeismo a fare la differenza, poiché lasciò libera di evolversi la sfera politica. E la politica, a sua volta, non poggiava su fondamenta ultraterrene, non si era vincolata a investiture divine. Il consueto accordo per lo scambio di potere e privilegi tra classe sacerdotale e classe dirigente, che in genere si sostengono e si legano a vicenda, non era in vigore nella nascente civiltà ellenica. I capricciosi, litigiosi e «troppo umani» dèi dell’Olimpo erano del tutto diversi dalle autoritarie, occhiute ed eternamente uguali a se stesse divinità prodotte dall’Oriente, e non furono perciò in grado di bloccare la civiltà greca a un determinato stadio del suo sviluppo: al contrario, ne seppero accompagnare il progresso proprio grazie al loro carattere originario, che era flessibile e multiforme. (5 – continua) a r c h e o 85


storia L’uomo e la materia

Una vena di sangue blu di Massimo Vidale

Il lapislazzuli è la «pietra del color del cielo» cosparsa di punti dorati. Per impossessarsene, l’uomo ha ucciso e ridotto in schiavitú: una storia che parte dal V millennio a.C. per giungere fino ai giorni nostri…

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indukush: un nodo impenetrabile di vette ghiacciate, valli scoscese e piste impervie che si sviluppa a nord-ovest di Kabul, a separare le valli del fiume omonimo, dell’Hilmand, e dell’Oxus (l’attuale Amu Darya). Insieme a ghiaccio e a burroni, su questa secolare frontiera tra Persia e India si intrecciano nomi antichi: quello di «Caucaso Indiano», inventato dagli storici di Alessandro Magno, o «Paropamiso», oppure ancora «Paese del cristallo», usato dagli antichi geografi arabi, per indicarne l’abbondanza di pietre preziose. Anche l’origine del nome «Hindukush» è questione intricata, e potrebbe essere piuttosto sinistra: per molti, che seguono una tradizione fatta propria dal geografo arabo Ibn Battuta (XIV secolo), esso significherebbe «Uccisore di Hindu», perché gli schiavi rapiti nelle calde pianure dell’Indo e del Gange, e deportati a Occidente, perivano a centinaia tra le sue nevi. Baluardo

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nord-occidentale di queste montagne sono le catene del Pamir, territorio ancor piú aspro Testa ritratto in lapislazzuli di un principe (o, secondo alcuni, di una e inaccessibile, sospeso tra i 3000 e principessa) achemenide, da i 4000 m sul livello del mare, e poPersepoli. 550-330 a.C. Teheran, liticamente dilaniato tra il TagikiMuseo Nazionale d’Iran. stan (in particolare la regione del Gorno-Badakhshan, l’Afghanistan, il Kirgizistan, il Pakistan e la Cina. tekelet («colore del cielo»). Il lapislazzuli è citato nei testi biblici come magico materiale di fondazione Millenni di vendette In queste terre lontane, un vero del Tempio di Gerusalemme, segno dedalo di sentieri, valli e tribú indu- della maestà divina, pavimento sotrite dal gelo e da millenni di guerra to i piedi di Dio, e pietra della quae vendetta, scorre una strana vena di le è fatto il Suo trono. sangue blu. È uno strato di roccia Nel pensiero magico orientale il blu del colore del cielo, cosparso di della pietra, e le sue inclusioni del punti dorati, che da settemila anni colore dell’oro, erano assimilati prende le vie dell’Ovest, per mutar- all’idea del manto stellare degli dèi, si nei gioielli e nei cosmetici dei per cui il lapislazzuli divenne immericchi, come nei blu oltremare piú diato simbolo degli spazi paradisiaci. Persino le tavole con le Leggi date a arditi dei pittori europei. Si tratta del lapislazzuli, una delle Mosè, come credevano alcuni, erano pietre piú affascinanti in cui la no- state incise in questo materiale. I stra specie si sia imbattuta. Nelle commentari ebraici medievali insitradizioni religiose ebraiche la pie- stono a presentare la pietra come tra era chiamata sappir («bellezza») o una manifestazione sensibile del di-


Un seguace del generale afghano Ahmed Shah Massoud – che, a capo dell’Alleanza del Nord, combatté contro il regime talebano – mostra rocce di lapislazzuli, nella roccaforte stabilita nella valle del Panjishir in Afghanistan. Massoud, assassinato il 9 settembre 2001, mirava ad acquisire il controllo della produzione della preziosa roccia per farne salire il prezzo, imponendo anche il pagamento di una tassa sul prodotto, per finanziare l’acquisto di armi per la sua causa.

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storia L’uomo e la materia

In alto: un’altra immagine scattata nel 2001 nella roccaforte di Ahmed Shah Massoud nella valle del Panjishir in Afghanistan. Alcuni uomini del generale mostrano il lapislazzuli accumulato nel tentativo, come già detto, di imporne il prezzo di mercato dopo averne acquisito il controllo della produzione.

vino e una traccia a disposizione dell’uomo per accedere a Dio. Se restiamo nel Vicino Oriente antico, e risaliamo indietro nel tempo, giungiamo alle porte dei palazzi della dinastia akkadica (2300-2100 a.C. circa), dove i medici cantavano antichi scongiuri sui malati («farò il tuo corpo puro come lapislazzuli, le tue membra splendenti come alabastro e argento»); e, ancora piú indietro, al bordo delle fastose e macabre tombe degli ultimi re di Ur (24002300 a.C. circa), letteralmente sepolti nella pietra blu, nell’oro e nel rosso della cornalina. Ancora oggi, chi crede nei poteri mistici delle 88 a r c h e o

A destra: un portatore d’acqua (al centro della foto), durante una sosta nel viaggio verso la cava di lapislazzuli di Sar-i Sang, nell’Hindukush afghano, controllata all’epoca (2001) dagli uomini di Massoud. In basso: carta dell’Afghanistan; in evidenza, i massicci dell’Hindukush e del Pamir.


pietre, pensa che il lapislazzuli doni saggezza e pulisca la mente, il corpo e lo spirito da tossine e negatività, protegga dalla collera e dall’introversione, rinforzi il sistema immunitario e curi i disturbi della laringe e della tiroide… Ma esaminiamo da vicino la fonte di tante meraviglie. Il lapislazzuli è una roccia di media durezza. Il suo forte colore azzurro viene dal predominio, nella roccia, di minerali come la lazurite e l’hayunite, con inclusi dorati di pirite (popolarmente scambiata per oro) e vene stratificate di minerali candidi e traslucidi, in primo luogo diopside e calcite. Le condizioni geologiche della sua formazione sono del tutto particolari, e questo spiega la sua rarità: depositi di lapislazzuli sono infatti noti solamente in Afghani-

stan nord-orientale (nel Badakshan) e nel Tagikistan, come in Siberia (a sud-ovest del lago Baikal), in Cile, in poche ristrette località del Continente nord-americano e dell’Europa. Ma, in pratica, le uniche regioni minerarie sicuramente sfruttate sin dall’inizio delle età dei metalli (5000 a.C. circa) sono quelle che si estendono, come affioramenti discontinui, tra Afghanistan e Tagikistan. Alcune fonti e rapporti archeologici citano spesso i monti Chagai, al confine meridionale dell’Afghanistan con il Pakistan, come un’altra zona di estrazione, ma studi recenti hanno dimostrato che si tratta di un «mito geologico» privo di riscontri scientifici. Il nome occidentale della pietra è composito e complicato, come le sue origini geologiche: viene da

lapis, in latino «pietra», e da «lazuli», trasformazione della parola persiana-arabica lazhward, blu (che risuona anche nell’italiano «azzurro»), il tutto per dire semplicemente «la pietra blu». C’è qualcosa di innaturale, quasi di folle nel blu intenso, screziato d’oro, di questa rarissima roccia.

I misteriosi «mantelli neri» E se gli uomini possono aver letto nel lapislazzuli gli imperativi etici tracciati dal Creatore, per possederlo essi hanno commesso letteralmente pazzie, e spesso ignorato ogni proposito di buona condotta. Nelle valli del Pamir, nel GornoBadakshan, dove le miniere d’alta quota furono riscoperte dai colonialisti russi solo negli anni Trenta del secolo scorso, circolavano leg-

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storia L’uomo e la materia il blu della pietra e il rosso del sangue Ur è il nome dell’antica città sumerica sorta alla destra dell’Eufrate, nel sito dell’odierno centro iracheno di Tell el-Muqaiyar (collina della pece), 20 km a sud-ovest di Nasiriya. Le notizie storiche scritte iniziano con la I dinastia (2500 a.C. circa). Il suo ruolo fu secondario in età presargonica, finché fu conquistata da Sargon di Akkad (2350 a.C. circa), che cercò di controllarla; ma l’ambiente sumerico resistette all’assimilazione, operò varie rivolte (II dinastia) e ottenne il capovolgimento della situazione con la III dinastia (2112-2004 a.C. circa), con la quale la città raggiunse l’apice della potenza, al centro di un impero che controllava l’intera Mesopotamia. In particolare, Ur-Nammu (fondatore della III dinastia) costruí (o ricostruí) a Ur la ziqqurat e altri edifici. La ziqqurat di Ur era una delle opere piú significative del tempo, costruita su tre piani in mattoni crudi tenuti insieme dal bitume. Il figlio di Ur-Nammu, Šulgi, dotò città e impero dell’organizzazione amministrativa ed economica e sotto Ibbi-Sin (ultimo re della III dinastia di Ur, 2028-2004 a.C.) la città fu distrutta dagli Elamiti. La dinastia di Isin si considerò erede di Ur III e curò i rapporti con la città, che però perse importanza e fu distrutta da Samsu-iluna di Babilonia (1740 a.C. circa). Tra il 1922 e il 1934, una missione archeologica condotta dall’archeologo inglese Sir Leonard Woolley (1880-1960) riportò alla luce un sepolcreto presto ribattezzato Cimitero Reale. Dalle tombe, infatti, furono recuperati corredi funebri ricchissimi, ai quali appartenevano numerosi oggetti in lapislazzuli, tanto che, come si legge nell’articolo (vedi a p. 93), è stato calcolato che i sovrani di Ur ne avessero accumulato il 95% di quello allora disponibile. Recenti indagini su resti scheletrici provenienti dal Cimitero (vedi «Archeo» n. 299, gennaio 2011) sembrano aver dimostrato che, alla morte dei sovrani, in occasione della loro sepoltura, si celebrarono ingenti sacrifici di massa, che portarono all’uccisione di centinaia di sudditi. (red.)

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gende sinistre e sanguinose. Si narrava di genti misteriose venute dall’Ovest, chiamate, con parola persiana, syahpush (ossia «mantelli neri»). I «mantelli neri» volevano il lapislazzuli, ma non riuscivano a raggiungere la roccia blu, che svettava oltre gli spessi strati di bianche e dure rocce cristalline dei pendii montuosi. Cosí chiesero alla gente del posto animali e grandi cataste degli arbusti che i locali usavano come combustibile. Uccisero le bestie, pregando sui fuochi sacri. Sangue e carni delle vittime gelavano, indurendosi quasi a formare dei gradini. Ma non vi erano abbastanza animali, e ben presto i «mantelli neri» chiesero giovani vittime umane, che venivano accatastate a formare l’orribile scala. Ma le popolazioni locali si ribella-


Collare a elementi triangolari in oro e lapislazzuli, proveniente da una tomba reale di Ur. III mill. a.C. Baghdad, Museo Nazionale dell’Iraq.

rono, uccidendo i mantelli neri; e, da allora in poi, custodirono gelosamente il segreto della localizzazione delle miniere perdute di Lojvar – parola nella quale non è difficile riconoscere l’antica parola persiana per «azzurro». Chi erano i «mantelli neri» della leggenda? La menzione di preghiere recitate su fuochi sacri fa pensare a popolazioni kafire non islamizzate, o ad altre genti di cultura indoariana oppure di religione iranica, vissute prima dell’arrivo dell’Islam nella regione (VIII secolo). Quello che la leggenda sembra raccontare è l’antichità dell’interesse degli stranieri per questa preziosa risorsa locale, come degli aspri conflitti che scoppiavano per il suo controllo. Ben piú note sono le miniere di Sari Sang, nella valle del fiume Kokcha (se guardate una carta dell’AfghaniL’esercito sumero, particolare della «faccia della guerra» del cosiddetto Stendardo di Ur, dalle tombe reali di Ur. III mill. a.C. circa. Londra, British Museum. Il prezioso reperto, la cui denominazione deriva dall’ipotesi che si trattasse di un’insegna militare, si compone di pannelli lignei riccamente intarsiati con conchiglie, pietra calcarea e lapislazzuli.

stan, si trova subito sotto l’imboccatura dello stretto corridoio che, al limite nord-orientale del Paese, lo porta a confinare con l’attuale territorio cinese). Di queste miniere, che si trovano a una altezza di 2500-2600 m sul livello del mare, ebbe notizia Marco Polo nella seconda metà del XIII secolo. Si raggiungono viaggiando da Kabul verso nord-est, attraverso la valle del Panjishir – che ebbe in Occidente una breve notorietà come principale roccaforte dell’Alleanza del Nord e del comandante Ahmad Shah Massoud nel conflitto con lo Stato dei Talebani (1992-2001) – e di qui proseguendo oltre Kunduz. È un viaggio di quasi 800 km, che si può fare solo da maggio-giugno a novembre, quando le nevi si sciolgono, e ancor oggi minacciato da gruppi instabili e potenzialmente ostili.

incidenti mortali a minatori e trasportatori. Questo mestiere, ancora oggi, dipende da uno strano e mutevole equilibrio tra gli interessi dei centri urbani, sede dei mercati principali e dei capitali da investire nell’estrazione, i mercanti e le popolazioni locali che vantano antichi diritti sulle miniere. Per esempio, quando i mujahidin che combattevano gli invasori russi, negli anni Ottanta, avevano preso controllo totale della regione mineraria, gli imprenditori di Kabul e Peshawar (in Pakistan) dovevano pagare loro i diritti di estrazione; assumevano i locali come minatori, e oltre al salario dovevano ricompensarli con una quota dei profitti. D’altra parte, per le tribú del posto era impossibile eludere la tassazione esercitata dalle autorità centrali sul trasporto su strada asfaltata. Chi voleva fare il minatore in proprio, era costretto a prendere la via dei Dai campi alle miniere Le miniere si aprono su pendii erti sentieri impervi e rischiosi alla vole di difficile accesso. Sono state de- ta dei passi verso l’entroterra pakiscritte come gallerie singole, con stano. In una situazione cosí conflitdiametri di 3-4 m, che si addentra- tuale, non stupisce che, se possibile, no in strati di lapislazzuli spessi da 2 khan e conquistatori della regione, a 4 m e lunghi da 20 a 400 m, al in passato, spesso optassero per contatto tra la pietra e la ganga mezzi tanto semplici quanto brutacomposta di gneiss (una roccia vul- li: l’asservimento di intere vallate e canica) e formazioni di marmo. lo sfruttamento dell’opera degli Sotto alle imboccature delle gallerie schiavi. Chi si azzardava a rompere si trovano vasti scarichi di roccia il monopolio centrale col contrabinfranta, fatti di schegge di queste bando rischiava la vita. Quando una rocce e di lapislazzuli di bassa qua- vena di lapislazzuli si esauriva, folle lità, che scendono a picco verso il di schiavi potevano essere rapidamente deportate e vendute sul merfiume. Le attività estrattive si svolgono nel- cato urbano piú vicino. la buona stagione, da maggio a set- Per cavare il lapislazzuli, i minatori tembre, non solo per il ritiro della accatastavano contro le pareti rocneve, ma anche perché questo pe- ciose legno di salice e tamericio, e riodo coincide con una sosta nel vi appiccavano il fuoco. La parete lavoro dei campi; la gente del posto arroventata veniva poi improvvisaconsidera l’estrazione una impresa mente raffreddata con getti d’acqua dura e rischiosa, spesso piagata da gelata, in modo da renderla piú diinsuccessi e purtroppo da frequenti sgregabile. Si passava poi allo scavo a r c h e o 91


storia L’uomo e la materia

A sinistra: una donna afghana lucida una grande pietra di lapislazzuli. A destra: collana in lapislazzuli e corniola con pendagli in oro, da Ur. III mill. a.C. Baghdad, Museo Nazionale dell’Iraq. In basso: aquila leontocefala (con testa di leone) in oro, lapislazzuli, rame e bitume, da Mari, Tell Hariri, Siria. 2500 a.C. circa. Damasco, MusÊe National de Damas.

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Le prime imitazioni della preziosa pietra blu furono messe a punto in Egitto

di solchi-guida per cunei e scalpelli, alla percussione e al distacco dei blocchi, accuratamente classificati per tipo e qualità. Solo i recenti conflitti armati hanno alterato la tecnologia tradizionale di estrazione, introducendo l’uso di dinamite e di strumenti in acciaio con filo diamantato. La pietra sgrossata e spaccata in cubi e parallelepipedi di forma standardizzata era poi caricata su asini e muli (40 kg per animale circa) e avviata al fondo valle e alle complicate transazioni del commercio. 5000 anni fa, quando il commercio della pietra blu esplose lungo buona parte dell’Eurasia, il trasporto doveva avvenire in larga misura con portatori umani. Di mano in mano, i blocchi squadrati della pietra blu, forse insieme alle greggi in transumanza, raggiungevano dogane, palazzi e laboratori dislocati, in una estenuante catena di spostamenti, tra l’altopiano iranico, la Mesopotamia e le pianure della Siria, ove erano trasformati in

perline, intarsi e sigilli; quindi, piú oltre, e in carichi sempre piú rarefatti, ai confini del Mediterraneo e dell’Egitto, dove il costo del materiale doveva essersi moltiplicato decine di volte. Non è certo un caso che l’Egitto sia una delle prime regioni in cui astuti artigiani ab- biano cercato di

imitare questa e altre pietre semipreziose con materiali ceramici cotti ad alta temperatura (faïence e pietre invetriate). Se, alla luce di tutto ciò, ripensiamo alle tombe reali di Ur, dove, come si è calcolato, si concentra quasi il 95% del lapislazzuli mai trovato nell’intero Vicino Oriente, possiamo capire la vera portata del «miracolo economico» compiuto da queste corti reali. Ma, almeno a quanto ne sappiamo ora, fu un miracolo irrazionale, se non assurdo, dettato da arcaiche necessità di sfoggio del lusso e del rango, piuttosto che dalla fioritura di una dinamica sfera commerciale. I re di Ur, probabilmente, aspiravano a essere riconosciuti come intermediari tra la città e le sue divinità, se non come personaggi divini o semidivini, e questo ben spiegherebbe sia l’uccisione rituale, nei loro funerali, di centinaia di persone, sia la cupa fascinazione per la pietra blu e d’oro in cui si celava un afflato soprannaturale. a r c h e o 93


storia Etruria dei misteri/2

I misteri di Grotta Porcina

di Paola Di Silvio

Qual era la funzione dell’enigmatica struttura rinvenuta nei pressi di uno dei piú maestosi e scenografici tumuli funerari etruschi? Dalle indagini tra le necropoli rupestri del Viterbese emerge la presenza di antichissimi luoghi per la messa in scena di spettacoli

N

arra Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) che nell’anno 364 a.C., in occasione di una grave epidemia, le autorità, per placare l’ira divina, decisero di introdurre a Roma le prime rappresentazioni teatrali (ludi scaenici), per le quali fecero venire appositamente alcuni ludiones (artisti e danzatori) dall’Etruria. Cosí lo storico descrive quella novità (res nova), che andava ad aggiungersi ai giochi del circo: «Senza alcun canto poetico (sine carmine ullo), senza gesti tesi a imitarlo mimicamente, alcuni artisti (ludiones) fatti arrivare dall’Etruria, danzando al suono del flauto, eseguivano movimenti pieni di grazia secondo il modo etrusco (more Tusco). I giovani cominciarono poi a imitarli, scambiandosi nel contempo motteggi in versi volgari e accordando i movimenti alle parole. La novità piacque e si affermò sempre piú. In seguito, agli artisti indigeni, poiché l’attore era chiamato con parola etrusca hister, fu dato il nome di “istrioni”» (Ab urbe condita VII, 2, 3-6). Per Tito Livio, dunque, i giochi scenici latini sono un’importazione d’origine etrusca, e, per avvalorare questo suo racconto esegetico, aggiunge una prova etimologica: uno dei termini latini indicante l’attore, histrio, sarebbe stato formato sulla parola etrusca (h)ister, avente lo stesso significato. Anche Plutarco (46-127 d.C.) si soffermò sull’etimologia di 94 a r c h e o

questo termine nelle sue Quaestiones Romanae, ma con altro esito. Infatti, facendo sempre riferimento alla famosa peste del 364 a.C., l’autore riferisce come la terribile epidemia avesse decimato tutta la corporazione degli attori romani, e, poiché non si potevano piú celebrare i giochi scenici, si fecero venire a Roma alcuni artisti dall’Etruria.

L’importanza di chiamarsi Hister Il piú celebre tra questi artisti era un certo Hister. Il suo successo fu cosí grande e duraturo, che gli attori romani, per appropriarsi di una parte del suo prestigio, presero il nome di «istrioni». Lo stesso termine ludi, con cui erano denominati gli spettacoli romani, che molti autori facevano derivare dal latino ludus ( gioco), secondo altre fonti avrebbe avuto un’origine etrusca. Tertulliano (155-230 d.C.), che dipende però da una fonte piú

Località Grotta Porcina (Vetralla, Viterbo). Il monumentale tumulo etrusco noto come «Grande Ruota» (o «Castelluzzo»), struttura funeraria realizzata nella prima metà del VI sec. a.C. sfruttando l’estremità di un promontorio di roccia tufacea.

antica, scriveva: «Timeo riporta che i Lidi emigrarono dall’Asia in Etruria, guidati da Tirreno, che era partito lasciando il trono a suo fratello, a seguito di una rivalità per il potere. Pertanto essi introdussero in Etruria i riti della loro religione e in particolare gli spettacoli (spectacula) che consideravano religiosi. Quindi i Romani, fatti venire questi artisti (artifices), li imitarono, tanto nelle circostanze degli spettacoli quanto nel nome, infatti li chiamarono ludi da Lidi» (De spectaculis V, 6). Pur nella diversità delle versioni, il fatto storico certo è che a Roma esisteva una comune consapevolezza che artisti d’origine etrusca avessero


Tarquinia, Tomba degli Auguri. Particolare delle pitture della parete sinistra con Phersu mascherato in fuga. 520 a.C. circa. È possibile che, in ambito etrusco, in tali personaggi siano da identificare gli officianti di riti che, sotto forma di spettacoli teatrali e/o giochi, evocavano episodi mitici, il cui significato era ricollegabile alle cerimonie svolte in occasione della sepoltura dei defunti (vedi box alle pp. 100-101). Simili pratiche potevano svolgersi in strutture quali il «teatro» facente parte del tumulo monumentale in località Grotta Porcina (Vetralla, Viterbo) noto come «Grande Ruota» o «Castelluzzo».

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storia etruria dei misteri/2 Qui sotto: restituzione grafica degli ambienti interni del tumulo etrusco di Grotta Porcina noto come «Grande Ruota» (o «Castelluzzo»). Tra la prima e la seconda camera, è indicato il muro divisorio nel quale, al centro, si apriva una porta, incorniciata da una fascia di colore

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rosso. Oggi, di quest’ultima, si conserva solo una tenue traccia, evidenziata nella foto (in basso, a destra). Il muro fu abbattuto in età moderna, quando la tomba venne trasformata in porcilaia: intervento di riuso da cui deriva l’attuale toponimo del sito.


Qui sopra: Grande Ruota. Una delle camere sepolcrali scavate all’interno del tumulo, trasformata in ricovero per maiali in età moderna, come provano gli apprestamenti oggi visibili (foto a destra). In basso, a sinistra: cartina dell’area tosco-laziale con l’indicazione del sito di Grotta Porcina e delle piú importanti località citate nell’articolo.

influenzato in maniera determinante le origini dello spettacolo e del teatro romano. Ma esistono fonti e dati archeologici che attestino in Etruria la precoce presenza di una qualche forma di «teatro etrusco»? Testimonianze sicure di strutture destinate a rappresentazioni di tipo teatrale, per le quali era prevista la presenza o la partecipazione di spettatori, sono state individuate in vari siti d’Etruria, quasi esclusivamente, però, in contesti funerari, cioè in relazione piú o meno diretta con le sepolture.

Saccheggi «esplosivi» Uno di questi eccezionali apprestamenti, forse il piú scenografico e monumentale, e sicuramente il piú originale, è stato riportato alla luce in un’area archeologica rupestre del Viterbese, in località Grotta Porcina, il cui toponimo allude chiaramente alla trasformazione delle tombe etrusche in ricoveri per l’allevamento di maiali, un riuso diffusissimo in contesti a economia prevalentemente agraria. Il sito, sebbene individuato e in parte studiato già nel corso dell’Ottocento, fu oggetto di un’attività sistematica di scavo solo a partire dal 1965, allorché, a seguito di ripetuti e devastanti saccheggi (furono impiegati anche esplosivi!), la

Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale decise di intervenire con una indagine programmata. Gli studi di Giovanni Colonna rivelarono l’esistenza di una necropoli etrusca rupestre, riferibile a un abitato rurale di piccole dimensioni, di cui non è ancora certa la collocazione, che conobbe un periodo di grande fioritura nella prima metà del VI secolo a.C. Le origini dell’insediamento sembrerebbero però piú antiche, almeno a giudicare dalla cronologia dei reperti recuperati. Il sepolcreto occupa due costoni tufacei, dominanti il sottostante corso del Fosso Grignano. La dislocazione delle tombe è funzionale a un percorso viario, proveniente da Blera e che si dirigeva a nord, verso Castel d’Asso, e toccando altri importanti centri, raggiungeva Volsinii (Orvieto). Da Grotta Porcina partiva anche il diverticolo, poi divenuto un tronco della via consolare Clodia (III secolo a.C.), diretto verso i centri di Norchia e Tuscania. La presenza di un nodo stradale di tanto rilievo potrebbe fare ipotizzare una dipendenza della necropoli, e quindi dell’abitato di pertinenza, da questa particolare posizione strategica. Poiché sulle pareti di una tagliata, in un tratto di strada a sud del Fosso Gria r c h e o 97


storia etruria dei misteri/2

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gnano, rimane una iscrizione che ricorda un gentilizio, Cleina, quasi come fosse un marchio di proprietà, si potrebbe ipotizzare che il transito lungo questa via di penetrazione, e forse il guado stesso sul Grignano, fossero sottoposti a forme di pedaggio da parte di questa gens (famiglia), da cui dipendeva la comunità insediata sul pianoro.

La «Grande Ruota»... Non si può escludere che questo gruppo aristocratico sia stato il proprietario del maestoso tumulo, dominante su tutta la vallata, che, per dimensioni e rango, si distingue da qualsiasi altro monumento funerario del territorio. Si tratta, come lo ha definito Elena Di Paolo Colonna, «del piú scenografico forse tra tutti i tumuli etruschi che si conoscono». Noto localmente come «Grande Ruota» o «Castelluzzo», fu ricavato scolpendo all’estremità di un promontorio tufaceo un tambuIn alto: Grotta Porcina. I resti dell’altare cilindrico, ricavato nel tufo, rinvenuto presso la Grande Ruota. Sul basamento, del diametro di 6 m circa, corre un fregio animalistico in stile orientalizzante (inizi del VI sec. a.C.). A sinistra: la base dell’altare, circondato su tre lati da gradinate, destinate, probabilmente, agli spettatori. Sullo sfondo, la Grande Ruota, il tumulo monumentale realizzato sfruttando l’estremità di un promontorio tufaceo.

ro circolare, alto quasi 4 m e con un diametro stimabile in poco piú di 28 m. Una sua peculiarità architettonica è rappresentata dalla rampa di accesso al coronamento del tumulo, un’area riservata al culto funerario. Si tratta di un vero e proprio ponte, risparmiato nello strato naturale di tufo, disposto in maniera diametralmente opposta rispetto al corridoio (dromos) di accesso alla tomba. Sotto il ponte, successivamente murato alle due estremità libere per ricavarne un ambiente abitabile, rimane ancora traccia dell’originaria cornice tripartita della crepidine (fascia, toro, fascia), altrove del tutto erosa. L’interno ospitava tre camere in asse (vedi alle pp. 96-97), che appaiono oggi danneggiate e manomesse dalla trasformazione della tomba in porcilaia. Il riutilizzo ha portato alla demolizione degli arredi interni (pilastri e banchine), alla distruzione delle pareti divisorie e all’apertura, nel pavimento, di una caditoia, comunicante con un grande ambiente sottostante, ricavato nel tufo, utilizzato come deposito per il foraggio. In origine la copertura delle camere era decorata a doppio spiovente con la trave di colmo (columen) e le travi minori (cantherii) a rilievo.Tracce di una finta porta, dipinta di rosso, sono ancora visibili sui residui della parete divisoria tra la prima e la seconda camera. Nei pressi di questa monumentale sepoltura si apre un’altra grande tomba, forse in origine anch’essa a tumulo, con due camere in asse, la prima con soffitto a cassettoni, la seconda con copertura a doppio spiovente e columen rilevato. A questi due tumuli maggiori, che occupano il settore orientale della necropoli, si contrappongono, sul costone occidentale, una decina di tombe rupestri, con camere di piccole dimensioni, e banchine, per la deposizione dei defunti, solo sbozzate. Essendo queste sepolture minori coeve ai tumuli (prima metà del VI secolo a.C.), non è azzardato tentare una lettura in chiave sociale del complesso sepolcrale, individuando nella gerarchia dell’insediamento due grup-

pi gentilizi principali e altri personaggi di rango minore. Si potrebbe cosí ricostruire l’articolazione sociale di questo abitato rurale, che, malgrado la vicinanza a un centro importante in età arcaica, Blera, potrebbe configurarsi come una sorta di potentato autonomo, che basava la sua ricchezza sullo sfruttamento agricolo del territorio e, soprattutto, sul controllo della viabilità. L’opulenza della famiglia egemone trova la sua massima espressione nel monumento piú originale e interessante di tutto il sito. Infatti, alla base della collina dominata dalla Grande Ruota, nel 1965 la Soprintendenza ha messo in luce un complesso di grande rilievo, in cui è stato addirittura riconosciuto il piú antico «teatro» d’Etruria.

... e il «teatro» nella roccia Si tratta di un’area incassata nella roccia (140 mq circa), circondata su almeno tre lati da una gradinata rupestre, che accoglie all’interno, in posizione decentrata, un monumento circolare, ricavato nel tufo, accessibile dalla sommità della gradinata tramite un istmo anch’esso risparmiato nella roccia. Il basamento circolare ha un diametro di 6 m circa ed è decorato, cosí come la rampa di accesso alla sua sommità, con un fregio animalistico a rilievo di gusto orientalizzante (inizi del VI secolo a.C.), nel quale si alternano felini, bovini e forse cavalli, separati da alberelli simili a rami di palma. La superficie del cilindro è purtroppo molto danneggiata. Alla metà del secolo scorso, infatti, scavatori clandestini, pensando che l’interno celasse oggetti preziosi, cercarono di smantellare il basamento, facendo esplodere un rudimentale ordigno. Si ignora cosa sostenesse il cilindro, poiché anche la superficie della piattaforma è interamente distrutta. «In passato ho pensato a un altare – scrive in un suo studio Colonna –, data la preoccupazione di assicurarne l’accesso, ma oggi penso piuttosto a uno o piú cippi, anche di notevoli dimensioni, che erano oggetto di culto, come avveniva sulle terrazze a r c h e o 99


storia etruria dei misteri/2 Particolare della platea ricavata nel tufo, la cui presenza fa ipotizzare che l’area fosse destinata a ospitare spettacoli e cerimonie funebri.

sommitali delle tombe a facciata di Norchia e Castel d’Asso». Si tratterebbe perciò, seguendo tale interpretazione, di un monumentale «portacippi», al servizio del grande tumulo sovrastante, direttamente evocato dalla forma circolare e dal «ponte» di accesso. La presenza di gradinate, capaci di ospitare in origine circa 150 persone, fa ipotizzare che l’area fosse destinata a spettacoli (ludi) e cerimonie funebri. L’esigenza di un ampio coinvolgimento collettivo in pratiche rituali legate al culto dei morti appare evidente anche in altri siti etruschi. Le piú antiche di queste strutture teatriformi, sempre riferibili a sepolture, si trovano a Tarquinia (Tumuli della Doganaccia, di Poggio del Forno, di Poggio Gallinaro, dell’Infernaccio). In questa città le piú imporAffresco raffigurante Phersu. VI sec. a.C. Tarquinia, Tomba degli Auguri.

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tanti tombe a tumulo di età orientalizzante (VII secolo a.C.) presentano un corridoio di accesso assai piú largo della camera funeraria, e sicuramente sproporzionato rispetto alla sua funzione primaria, cioè quella di consentire l’accesso alla tomba. Questi vestiboli, spesso delimitati da gradinate, si configurano come veri e propri piazzali a cielo aperto, dato che probabilmente non venivano neppure interrati al momento di ogni sepoltura. In qualche caso (Tomba Luzi) le gradinate, disposte su piú lati, sono anche sfalsate in altezza, cosí da ottenere una moltiplicazione dei possibili punti di vista simile a quella offerta da una cavea a sviluppo curvilineo. Un intero gruppo gentilizio poteva cosí riunirsi in questi luoghi di sosta e «spettacolo» per assistere alle cerimonie funebri, che si svolgevano davanti alla porta del sepolcro, quale compare in molte tombe dipinte tarquiniesi.

phersu: l’uomo mascherato degli etruschi La parola Phersu si trova dipinta due volte sulle pareti interne della Tomba degli Auguri di Tarquinia (VI secolo a.C.), in riferimento, però, a due personaggi protagonisti di scene del tutto diverse. In un caso il nome è associato a un individuo con maschera rossa, forse di cuoio, che indossa un corto giubbetto maculato, stretta fascia rossa ai fianchi e alto copricapo a punta. Tiene al laccio un cane che assale un uomo ferito, con la testa chiusa in un sacco, che cerca di difendersi dagli attacchi del feroce animale con una clava. Sulla parete opposta, lo stesso personaggio mascherato, ma con abbigliamento diverso, sembra eseguire una sorta di danza, che imita l’attacco di un incontro di boxe, con il pugno sinistro chiuso a sferrare il colpo. Il primo conduce un gioco sanguinario dalle connotazioni ctonie (infere), il secondo invece mima una attività sportiva. Da ciò si evince che la parola Phersu non può indicare un ruolo preciso, né un rito o un gioco particolare, ma solamente l’uomo, che si cela dietro l’anonimato di una maschera (phersu-na). In altri contesti, infatti, il Phersu sembra impegnato in pratiche acrobatiche, come nella Tomba di Poggio al Moro di Chiusi, o intento a imitare, in modo ridicolo, atti ben piú seri. Il piccolo nano mascherato che nella Tomba della Scimmia di Chiusi suona un minuscolo flauto, da cui non può uscire alcun suono, rappresenterebbe la parodia di un auleta. Anche gli atleti potevano essere «vittime» potenziali di questi imitatori, poiché la caricatura sportiva rientrava nel repertorio delle loro esibizioni. Niente, invece, ci consente al momento di affermare che questi artisti abbiano potuto declamare un testo o recitare un dramma. Anzi, doveva essere molto difficile proferire parole sotto


La tipologia delle tombe a tumulo con gradinata antistante alla camera sopravvive, dopo il VII secolo a.C., a Vulci, nella celebre Cuccumella, un monumentale tumulo scavato da Luciano Bonaparte nel 1829, che presenta una sorta di tribuna a gradini, contrapposta alla porta della tomba. Una struttura simile, per funzione e forma, al monumento «teatrale» di Grotta Porcina, e ancora attribuibile a un orizzonte cronologico tardo-arcaico (V secolo a.C.), è stata individuata di recente (2007), nella necropoli etrusca delle Pianacce, a Sarteano. Nei pressi della famosa Tomba della Quadriga

Infernale, una delle testimonianze piú affascinanti e originali della pittura etrusca del IV secolo a.C. (vedi «Archeo» n. 229, marzo 2004), è stata messa in luce un’area in cui è stata individuata una struttura teatriforme, del diametro di 16 m circa, collegata a tre ipogei. Si tratta di una sorta di grande podio-altare, a forma di semicerchio, con il perimetro realizzato in blocchi di travertino squadrati. Anche in questo caso il contesto lascerebbe ipotizzarne l’utilizzo nell’ambito delle manifestazioni sportive e rappresentazioni teatrali dedicate alla commemorazione del defunto.

per l’esposizione del defunto. Qui si svolgeva il funerale etrusco delle famiglie aristocratiche accompagnato da rituali, offerte, gare atletiche e di cavalli». Rispetto a questi confronti, piú o meno coevi, che testimoniano l’esistenza di spazi organizzati in funzione delle cerimonie funebri, l’eccezionalità dell’apprestamento «teatrale» di Grotta Porcina è data soprattutto dall’allontanamento del luogo dello «spettacolo» dal corpo del tumulo, in una posizione poco distante, ma comunque autonoma. Tale collocazione, eccentrica rispetto alla sepoltura, impose la realizzazione del basamento circolare, che fungeva da sostituto del tumulo e dei defunti in Rituali, offerte e gare Qui sotto: Tarquinia, necropoli della esso ospitati. Lo spazio tra il basaLa stessa destinazione emerge dalle Doganaccia. La gradinata d’accesso al mento e i gradini rappresentava parole di Alessandra Minetti, diretTumulo della Regina. Le principali «l’orchestra» a disposizione degli attrice del Museo Archeologico di tombe a tumulo di età orientalizzante Sarteano: «Sopra questa sorta di tori, i ludiones, ricordati da Tito Livio della città etrusca presentano ampi piattaforma veniva sistemata, per nel passo citato. spazi gradinati, antistanti l’ingresso dei sepolcri, organizzati in funzione alcuni giorni, una struttura mobile, Qui potevano svolgersi, in onore dei delle cerimonie funebri. solitamente riparata da un tendone, defunti, sacrifici, danze o ludi di vario genere, come la lotta, il pugilato o i pericolosi giochi praticati dal personaggio con maschera noto come Phersu, da cui attraverso la forma la pesante maschera di cuoio. phersu-na (maschera) derivò il latino Ciononostante alcune persona (attore). Questo attore marappresentazioni sembrano scherato, il cui nome ci è noto grazie alludere a un vero actus a due iscrizioni dipinte sulle pareti scaenicus, e lasciano intendere della Tomba degli Auguri di Tarquiche alcuni fossero attori veri e nia, compare spesso nelle pitture di propri, mimi e danzatori Chiusi ( Tomba di Poggio al Moro) piuttosto che commedianti. e di Tarquinia (Tomba degli Auguri Ai giochi violenti e sanguinari che alcuni praticavano si aggiungevano e Tomba delle Olimpiadi), in situacosí ruoli clowneschi della parodia e della derisione e la funzione dei zioni spettacolari estreme, pericolose mimi-danzatori. Sotto quest’ultima veste rappresentavano probabilmente e acrobatiche, ma anche violente e atti leggendari, noti a tutti, evocati attraverso la messa in scena di una cruenti, che si ripetono con una tale danza, che non costituiva solo un banale spettacolo, ma un rito vero e insistenza nel programma dei giochi proprio, con virtú magico-religiose. È proprio questa l’interpretazione funerari, da fare ipotizzare che si suggerita dal passo di Tito Livio relativo alle circostanze che portarono alla tratti di qualcosa di piú di un sempliprima rappresentazione dei ludi scaenici a Roma. Agli occhi dello storico, i ce divertimento. giochi scenici non potevano avere alcuna efficacia nei confronti dell’ira È probabile che i giochi pericolosi degli dèi: tuttavia, agli occhi di coloro che l’autore considerava vinti dalla di cui il Phersu era protagonista, e superstizione (victis superstitione animis), gli attori fatti venire dall’Etruria che sicuramente appassionavano gli potevano sembrare di capaci di intercedere presso le divinità. spettatori, avessero un significato Possiamo allora immaginare che i mimi, i ludiones, o, meglio, i Phersu, nel simbolico e rituale. Il sangue, evenrappresentare scene mitiche dal profondo significato simbolico, attraverso una silenziosa azione coreografica, svolgessero anche una funzione tualmente sparso, e il rischio morcatartica e un ruolo religioso importante. Dietro la maschera del Phersu, tale sempre incombente, avrebbero possiamo insomma scorgere una categoria, sacra, composta da gente di rappresentato un vero e proprio spettacolo, in cui devono essere riconosciuti gli artifices di un rito, prima sacrificio rituale, in grado di garanancora che gli esecutori di un’azione ludica. tire la «sopravvivenza», in un modo o nell’altro, del defunto. a r c h e o 101


Il mestiere dell’archeologo

di Daniele Manacorda

La Gerusalemme contesa/2

Ritorno alla nostalgia

Per lo studioso israeliano Yoni Mizrachi, l’archeologia nella Città Santa deve liberarsi dal conflitto politico per tornare a essere strumento di conoscenza. E recuperare una delle sue vocazioni piú profonde…

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nche a Gerusalemme, come ovunque, l’archeologia trova e A studia le tracce; e si domanda a chi

atemporalità è, a sua volta, abbarbicata ad argomentazioni di carattere storico quasi banali per la loro evidenza: la cultura ebraica si è appartengano. I guai cominciano infatti sviluppata in quei luoghi nel quando questa ricerca non miri a I millennio a.C.; prima di essa chiarire un evento del passato, ma piuttosto a dare argomenti a chi di fioriva una cultura cananea; dopo la diaspora, alla cultura quelle tracce si considera o si ellenistico-romana hanno fatto pretende erede. «In passato, a Gerusalemme – scrive seguito quella cristiano-bizantina, lo scrittore israeliano Etgar Keret – quella araba, quella ottomana, eccetera, eccetera, come è si sono avvicendati innumerevoli avvenuto in ogni lembo di terra dominatori. L’unica cosa che li del pianeta, e in particolare nel accomuna, negli oltre tremila anni Vecchio Continente. di storia della città, è che non è quasi passato decennio – indipendentemente da chi fosse il signore di turno – senza spargimento di sangue in nome della giustizia e della verità assoluta. Se si guarda all’attuale situazione mediorientale, viene spontaneo elevare la martoriata Gerusalemme a simbolo dell’intero conflitto arabo-israeliano: l’incapacità, o forse l’impossibilità di distaccarsi dal passato, dai diritti “storici” dell’una o dell’altra parte, è la cifra di questa città». Una città che è il simbolo di un conflitto che non ha eguali al mondo, perché racchiude in sé sentimenti individuali e collettivi e interessi geopolitici «in una dimensione atemporale». Paradossalmente, tale Nella pagina accanto: Gerusalemme. Un gruppo di anziani Ebrei al Muro Occidentale, piú noto come Muro del Pianto, in una foto del 1925. La denominazione indica i resti (un tratto della lunghezza di 48 m circa) della grandiosa muratura di contenimento realizzata da Erode il Grande per la vasta spianata su cui fece erigere il Secondo Tempio. In alto: pianta della Città Vecchia di Gerusalemme, con l’indicazione del quartiere arabo di Silwan e dell’area archeologica nota come la Città di David e corrispondente al piú antico insediamento di Gerusalemme, risalente al I mill. a.C.

Le argomentazioni storiche sono dunque evidenti e al tempo stesso opinabili, dal momento che aver abitato una terra mille, duemila o tremila anni prima non costituisce, di per sé, alcun diritto a rioccuparla oggi a danno di chi nei millenni successivi l’ha vissuta a sua volta come patria. Questo è il nodo concettuale del conflitto. Da archeologi potremmo semmai rallegrarci – se non sono male informato – che il DNA di Ötzi è ormai estinto e nessuno se ne potrà mai dichiarare legittimo erede! Su queste pagine vi ho

recentemente invitato a leggere Gente del muro, un libricino scritto dall’archeologo israeliano Yoni Mizrachi, che oggi dirige l’associazione «Emek Shaveh», impegnata nel promuovere l’uso dell’archeologia come ponte fra culture, nel rispetto dei diritti umani (vedi «Archeo» n. 311, gennaio 2011). Una città per molti popoli In un suo recente articolo Mizrachi scrive: «Purtroppo oggi in Israele molti vedono l’archeologia come uno strumento per rafforzare il rapporto tra il popolo ebraico e l’antico passato della terra d’Israele. La pubblicità data ai recenti ritrovamenti a Gerusalemme Est crea una falsa impressione, secondo la quale gli scavi restituiscono solo le tracce riferibili alla storia del popolo ebraico: che si tratti delle supposte vestigia del Palazzo di Davide nella cosiddetta Città di Davide, o del Palazzo della regina Elena nel quartiere palestinese di Silwan, subito a sud del Monte del Tempio». Infatti, gli scavi condotti in queste aree hanno portato alla luce resti risalenti sia ai primordi della Gerusalemme cananea, sia alle epoche successive alla fase ebraica della città. «Questi rinvenimenti dell’età cananea come dei periodi romano, bizantino e musulmano – osserva Mizrachi – ci possono far comprendere le ragioni per cui le popolazioni scelsero di far sorgere Gerusalemme là dove oggi si trova, e perché e come la città si sia sviluppata e trasformata nel corso del tempo. Purtroppo – conclude – questi ritrovamenti e le storie che ci raccontano sono stati tenuti nascosti. Chi visita la

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Gerusalemme. Turisti nelle gallerie della Città di Davide, che si sviluppa all’interno della zona di Al-Bustan, nel quartiere arabo di Silwan, appena fuori le mura della Città Vecchia (vedi pianta alla pagina precedente). Allo scopo di incrementare la fruizione dell’area archeologica, l’amministrazione locale ha approvato, nel 2010, un progetto che prevede la demolizione di oltre venti case che sorgono nei paraggi.

Città di Davide verrà informato sulla storia del regno da lui fondato ma assai poco sulle fasi precedenti la nascita di Gerusalemme e sui millenni della sua storia successiva». Qui giunge l’accusa piú dura, che ci fa riflettere. «Stiamo operando – scrive l’archeologo israeliano – come un gruppo che intende l’archeologia come una occasione per aumentare la nostra forza e per permetterci di tenere sotto controllo altri popoli che vivono in questa stessa striscia di terra. Ignoriamo la semplice verità, che le testimonianze archeologiche di una società che viveva a Gerusalemme duemila anni fa non possono avere il sopravvento su tutte le altre epoche che da allora si sono succedute, e tanto meno sulla cultura della Gerusalemme Est di oggi: una società che include centinaia di migliaia di Palestinesi musulmani, alcuni dei quali soffrono a causa dei progetti archeologici come quello della Città di Davide». Simboli di identità Insomma, per Mizrachi i resti archeologici si sono trasformati in uno strumento politico, da usare contro gli altri, invece che in uno strumento per conoscere le culture di tutti. Di qui un impegno: «Nel momento in cui la lotta per Gerusalemme passa attraverso i simboli e le identità, è urgente per tutti noi fare uno sforzo per liberare la ricerca archeologica dal conflitto politico e per lasciare intatta la storia di resti che

appartengono a tutti coloro che abitano in questa città e ai suoi visitatori. In questo modo, forse, l’archeologia ci aiuterà a portare avanti la comprensione reciproca, la tolleranza e la pace in questa città». Quello che si gioca a Gerusalemme è un confronto tra identità competitive, anzi per il prevalere di un’identità esclusiva. Lascio la parola a un politico israeliano che negli anni scorsi è stato a capo del Parlamento di quello Stato, Avram Burg: «Guardo con angoscia e sgomento a ciò che Gerusalemme è diventata: la capitale del fanatismo, di un oltranzismo zelota che ha cambiato i connotati della città. Gerusalemme è oggi una città triste che appartiene sempre piú ai coloni e agli ultraortodossi. Gerusalemme è fatta a pezzi». «Prigioniera del passato» E, prosegue Burg: «La capitale degli Israeliani – Ebrei e Arabi – si sta trasformando nella capitale di fanatici allucinati e pericolosi. Nella bramosia di possesso assoluto che ispira gli ultranazionalisti e i fondamentalisti religiosi c’è tutto il dramma di Gerusalemme. Città suo malgrado prigioniera del passato […] in un’atmosfera cupa, provocata da chi sta trasformando Gerusalemme in una nuova Teheran…». Non so se siano iperboli del linguaggio politico. È cronaca recente uno degli ultimi successi della componente ultraortodossa della popolazione ebraica di quella città, che ha ottenuto l’istituzione delle linee di autobus cosiddette «mehadrin», in cui le donne devono sedere dietro e agli uomini sono riservati i posti davanti: una innovazione che porta Gerusalemme indietro nel tempo e la fa piú simile a una città dell’Alabama di mezzo secolo fa che non a una delle capitali del Mediterraneo. Ma non tutti gli ortodossi sono cosí. Pochi sanno che esistono gruppi ebraici

fondamentalisti che si schierano invece in favore di uno Stato interetnico e interreligioso. Il mondo è davvero complicato! «Il dovere di imparare» Da parte palestinese, il rettore dell’Università Al-Quds di Gerusalemme Est, Sari Nusseibeh, ci spiazza con il suo disincanto: «Sarà forse per l’età che avanza, ma da tempo Gerusalemme non induce in me alcun atteggiamento passionale. Semmai posso dire di sentirmi prigioniero di Gerusalemme e pian piano provo a liberarmene. L’enfasi sui simboli e sulle pietre ha ridotto al minimo le persone». Lo scrittore e giornalista israeliano Meir Shalev rincalza: «Gerusalemme ha una qualità speciale, che abbassa di cinquanta punti l’intelligenza e fa salire la pressione sanguigna dello stesso valore. Lo fa in modo assolutamente equo per ebrei, cristiani e musulmani». «Quanto al mio popolo – continua – mi sembra che abbiamo il dovere di imparare qualcosa dal lungo periodo in cui il Monte del tempio e il Muro Occidentale non erano nelle nostre mani. I luoghi santi ci sono stati di sostegno allora molto piú di quanto lo siano oggi. Questo perché il Tempio tanto agognato che era nel cuore di ogni Ebreo era molto piú autenticamente significativo per ognuno di noi del Tempio reale di cui i nostri avi hanno avuto tangibile possesso. Da quando lo hanno perso, ci hanno tramandato una buona qualità ebraica che deve essere preservata: la nostalgia». Saprà l’archeologia recuperare tra gli strati contesi del Bacino Sacro di questa città meravigliosa uno dei beni immateriali piú preziosi che noi archeologi abbiamo la fortuna di assaporare, la nostalgia appunto? La nostalgia, che è ricordo, desiderio, sentimento del passato e, al tempo stesso, rinuncia alla sua rivendicazione? (2 – fine)

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L’età dei metalli

di Claudio Giardino

Il lungo viaggio dello shakudo I segreti di un’antichissima tecnica metallurgica, in grado di «colorare» i metalli, sono ancora custoditi dai maestri artigiani giapponesi urante il III Convegno Internazionale di Archeologia D Sperimentale tenutosi nello scorso

aprile nel Centro di Archeologia Sperimentale Antiquitates di Civitella Cesi (Blera,Viterbo) e dedicato ai metalli, è stato possibile assistere, grazie alla partecipazione di Nagai Yutaka, discendente di una vecchia dinastia di mastri orafi, all’esecuzione dello shakudo, una tecnica metallurgica antichissima, oggi perduta in Occidente. Nell’arte giapponese tradizionale la patinatura artificiale di leghe metalliche, detta irogane, occupa un posto a parte. Le due tecniche piú famose sono probabilmente quelle dello shakudo e dello shibuichi, che permettono di conferire, rispettivamente, una tonalità brillante nero-porpora e una grigio-brunastra alle superfici, senza utilizzare pigmenti o pitture. Entrambe erano inizialmente utilizzate in special modo per la decorazione della tsuba, la guardia Uccello in shakudo prodotto nell’Ottocento dai mastri orafi della famiglia Nagai. Tokyo, Collezione privata Nagai Yutaka. Questa antica tecnica, che conferiva agli oggetti un colore nero brillante, era utilizzata, in particolare, per decorare le spade.

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della spada, una placca in bronzo o ferro di forma e spessore variabili che doveva proteggere la mano del guerriero. Già dal Seicento, esse divennero opera di orafi, che le decoravano con motivi delicati e raffinatissimi, facendone veri e propri gioielli che indicavano il rango del proprietario della spada. Il colore che rende caratteristici lo shakudo e lo shibuichi non appare sino a che i metalli non siano stati messi a bollire – con tempi e calore attentamente controllati – entro una soluzione acquosa contenente allume, carbonato e solfato di rame. Questa soluzione è il vero segreto per la riuscita del processo, detto nikomi-chakushoku. Prima di essere immerse nel liquido caldo, le superfici vanno accuratamente preparate, lucidandole a specchio, con carbone di legno di magnolia e di paulonia, per poi sgrassarle e proteggerle dall’ossidazione immergendole in una poltiglia di daikon, una sorta di ravanello

bianco gigante.Tutto il processo è eseguito rigorosamente a mano, impiegando prodotti naturali e respingendo qualsiasi apporto delle moderne tecnologie. Effetto «oro corvino» In giapponese, il nome shibuichi vuol dire «un quarto»: si tratta, infatti, di una lega di rame composta per circa un quarto di argento; quest’ultimo, nel caso in cui se ne aumenti la quantità, rende il metallo piú bianco. Shakudo, termine traducibile con «oro corvino», cioè nero, designa invece una lega di rame contenente piccole percentuali di oro (dallo 0,25% al 10%) e, talora, arsenico; il suo colore, dopo il trattamento, è di un bel nero, con riflessi blu-porpora. In Giappone uno dei primi esempi di shakudo conosciuti è un corredo di accessori per spade appartenuto a Goto Yujo (1440-1512), famoso spadaccino e armaiolo, fondatore


Il risultato finale: a sinistra, shakudo non trattato; qui sotto, shakudo dopo la bollitura, con la caratteristica patina nera.

Qui sotto: bollitura dello shakudo in una soluzione acquosa (nikomi-chakushoku) contenente allume, carbonato e solfato di rame. L’orafo giapponese Nagai Yutaka lucida una lastrina di shakudo nel corso di una dimostrazione pratica effettuata in occasione del III Convegno Internazionale di Archeologia Sperimentale tenutosi presso il Centro di Archeologia Sperimentale Antiquitates di Civitella Cesi (Viterbo).

di una celebre scuola di fabbricanti di elementi per spade. Sia lo shakudo che lo shibuichi erano particolarmente usati nell’agemina, tecnica consistente nell’intarsio di metalli di vari colori su una base anch’essa metallica: inserendo metalli come l’oro e l’argento sullo sfondo reso nero o grigio dal nikomi-chakushoku si ottenevano effetti cromatici particolari ed eleganti. Oltre alle tsuba, venivano realizzati con l’irogane anche fermagli, piccole scatole, ecc. Il procedimento per patinare artificialmente le leghe di rame venne tenuto rigorosamente segreto, in mano solo a poche famiglie e ai loro discendenti, fino al Settecento, quando, nel 1781, fu pubblicato il Soken Kisho, uno dei primi trattati sulla fabbricazione delle spade giapponesi. Ma l’arte di decorare con metalli policromi oggetti di particolare pregio e raffinatezza non è esclusiva del Giappone; essa era già nota e apprezzata anche sulle rive

del Mediterraneo, come provano gli studi di Paul Craddock e Alessandra Giumlia-Mair su reperti archeologici conservati in collezioni europee, prima tra tutte quella del British Museum. Al tempo di Tutankhamon Qui si custodiscono, tra l’altro, alcune statuette provenienti dall’Egitto e piccoli oggetti romani che la caratteristica superficie nera brillante e la composizione della lega

permettono di assimilare allo shakudo. La presenza di una patina nera su alcuni bronzetti egiziani aveva già da tempo stimolato l’interesse degli studiosi, che l’avevano messa in rapporto con il termine «hsmn-km» («rame nero»), che compare in testi del Nuovo Regno dagli inizi della XVIII dinastia (XVI-XIV secolo a.C.) – quella dei Tutmosi, di Akhenaton e di Tutankhamon –, legato alla donazione ai templi di oggetti di valore in metallo ageminato. Già

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alla fine dell’Ottocento fu rilevata la somiglianza fra questi reperti e lo shakudo: alcuni di essi erano costituiti da una lega di rame con basse percentuali di oro e di argento. È verosimile che presso gli antichi Greci la fama del «rame nero» egiziano abbia contribuito alla diffusione della tecnica nell’Ellade. Il bronzo di Corinto Gli autori greci e romani ricordano piú volte l’«aes Corinthium», il «bronzo di Corinto» come un materiale pregiato e assai costoso, il cui valore, secondo Plinio, «è vicinissimo a quello dell’oro e dell’argento, anzi direi che preceda l’argento e quasi anche l’oro». Giuseppe Flavio afferma che le porte del Tempio di Gerusalemme costruito da Erode, il luogo piú sacro per gli Ebrei, erano – almeno in parte – di rame corinzio intarsiato con argento e oro. Descrizioni ci sono fornite da Plutarco e da Plinio, che spiegano come esso fosse composto sostanzialmente da rame mescolato con alcune parti di oro e di argento e che un qualche trattamento fosse necessario per conferirgli l’aspetto definitivo. Purtroppo, come spesso accade nei testi antichi, le descrizioni tecniche del processo sono vaghe e confuse; Zosimo di Panopoli, alchimista alessandrino vissuto a cavallo fra il III e il IV secolo d.C., accenna a un trattamento chimico analogo al nikomi-chakushoku giapponese. Pochissimi reperti di rame corinzio sono giunti sino a noi, anche perché sono riconoscibili con certezza solo attraverso accurate indagini archeometriche che ne rilevino la presenza di metalli preziosi nella lega bronzea. Questo spiega perché i pochi esemplari noti sono stati identificati nei musei stranieri, ma non in quelli italiani, dove l’esame analitico degli oggetti metallici di

età classica è una prassi pressoché inesistente. Eppure proprio in Italia, centro politico ed economico dell’impero romano, dovrebbe esistere il maggior numero di esempi di bronzo corinzio, con cui veniva realizzato soprattutto vasellame di gran pregio. Nella stessa Roma vi erano bronzisti specializzati nella sua produzione, come Lucius Aufidius Aprilis, il quale, durante il regno degli imperatori Flavi, cioè nella seconda metà del I secolo d.C., possedeva una bottega nei pressi del Teatro di Balbo, a due passi dal Campidoglio; la sua ara funeraria, rinvenuta nel 1955 lungo la via Flaminia, è oggi conservata nel Museo Nazionale Romano della Crypta Balbi. La tecnica non scomparve con la caduta di Roma, ma, come molte arti e saperi dell’antichità, migrò verso Oriente, nel mondo bizantino. Intorno al X-XI secolo la traduzione dal greco in arabo delle opere di Zosimo può aver

si ricorda che esso aveva in origine un nome «barbaro», yang mai. È quindi assai verosimile che la tecnica del bronzo corinzio sia pervenuta in Cina attraverso la Via della Seta, il complesso e articolato reticolo attraverso il quale, per circa 8000 km, si snodavano nell’antichità e nel Medioevo i commerci fra l’impero cinese e l’Occidente, mediante vie carovaniere che percorrevano l’Asia Centrale e il Medio Oriente, connettendo l’antica capitale Chang’an (oggi Xi’an) con le rive del Mediterraneo. Dalla Cina al Giappone Lungo la Via della Seta viaggiavano nei due sensi non solo seta, argento e spezie, ma anche idee e cultura. Dalla Cina al Giappone il passo è relativamente breve, considerando che qui lo shakudo non è attestato prima del XV secolo. I rapporti fra i due Paesi furono sempre intensi, tanto che, alla metà del XIII secolo, Kublai Kan, imperatore mongolo della Cina, presso il quale fu ospite Marco Polo, tentò invano, per due volte, di invadere e conquistare il Giappone dei samurai. È assai suggestivo ipotizzare la sopravvivenza, grazie a una lenta trasmissione verso Oriente, di un sapere dimenticato e perduto in Occidente, anche se non si può escludere la possibilità che questa tecnica sia stata ricreata autonomamente in luoghi distanti fra loro nel tempo e nello spazio. Tuttavia, nel caso specifico, vale l’osservazione di Joseph Needham (1900-1995), storico della scienza e profondo conoscitore del mondo cinese, secondo il quale piú una tecnica è complessa e sofisticata – quale è appunto l’aes Corinthium/shakudo, che necessita di speciali leghe e di difficoltose reazioni chimiche –, maggiori probabilità vi sono che sia stata scoperta una sola volta per poi diffondersi grazie a contatti e rapporti culturali.

L’arte di decorare oggetti con metalli policromi era già nota sulle rive del Mediterraneo

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giocato un ruolo molto importante nell’ulteriore diffusione verso Est del rame corinzio. Una descrizione di questo pregiato materiale viene fornita dallo studioso Hassan Bar Bahlul, un cristiano assiro, vissuto a Baghdad nel X secolo. Sin dal X secolo compare nei testi tibetani il riferimento a una lega metallica, lo zi-khyim, costituita da una lega di rame e metalli preziosi, patinata artificialmente. Essa ha un equivalente in Cina nel ch’ih chin («oro scarlatto») e nello tzu mo chin («oro dallo splendore di porpora»). La tradizione cinese segnala che lo tzu mo chin sarebbe giunto dall’Occidente. Nello Shui Ching Chu (Commentario al Classico delle Acque), un’importante opera letteraria databile al VI secolo d.C.,


L’altra faccia della medaglia

di Francesca Ceci

Le province in tasca/4

Stravolte dalla sconfitta Dalle Sabine rapite alle barbare conquistate, i capelli lunghi e scarmigliati rappresentano l’attributo tipico di chi è vinto dai Romani a conquista romana delle regioni che andarono a L costituire le province repubblicane

e poi dell’impero è stata di regola sempre celebrata sui conî monetali. E come si è visto nelle puntate precedenti, gli imperatori scelsero spesso iconografie incentrate sull’aspetto dolente e sottomesso del «barbaro» conquistato. In età repubblicana, invece, si preferí raffigurare la vittoria romana principalmente attraverso una testa femminile di straniera; queste si dovevano probabilmente ispirare a raffigurazioni statuarie di grande formato e a figura intera, presenti numerose a Roma. Si pensi, per esempio, all’esposizione delle gigantesche statue di quattordici nazioni conquistate da Pompeo ed esposte nei portici del suo

teatro in occasione del trionfo celebrato nel 61 a.C. Di queste, realizzate dall’artista romano Coponio, rimangono ancora due esemplari, alti 4 m, conservati nei musei di Napoli e di Parigi. Un’usanza di lunga durata Le prime due province rappresentate sui denari repubblicani sono l’Africa, coronata da un copricapo a spoglia elefantina (aurei di Pompeo del 61 a.C.), e la Spagna, identificata dalle chiome fluenti. Sui denari di Aulo Postumio Albino emessi nell’81

Denario di Aulus Postumius Albinus. 81 a.C. Al dritto, la testa della Spagna volta verso destra e legenda HISPAN. Al rovescio, un personaggio stante, un’aquila legionaria e un fascio consolare e legenda A.POST. A.F. S.N. ALBIN.

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a.C. la testa della Spagna compare al dritto, contraddistinta da un profilo nobile e fiero, incorniciato dai lunghi capelli sciolti e scarmigliati, che fuoriescono abbondanti da un velo poggiato sul retro del capo. Lateralmente compare la leggenda Hispan(ia). A proposito del velo sulla parte posteriore del capo, Strabone ne ricorda l’uso da parte delle donne spagnole (Geografia III, 17), usanza evidentemente di lunga durata, e che ancor oggi rappresenta una delle tipiche iconografie della «Spagnola» con la sua mantiglia in testa. Sul rovescio della moneta si staglia un personaggio togato, affiancato da un’aquila legionaria, simbolo del potere militare, e da un fascio consolare con ascia, emblema del potere civile.Tra le figure si inserisce il nome completo, con tanto di genealogia, del monetiere, A(ulus) POST(umius) A(uli) F(ilius) S(purii) N(epos) ALBIN(us). Questo magistrato fu attivo negli anni Ottanta del I secolo a.C., all’epoca della guerra condotta da Roma contro Sertorio, e, seguace intransigente della fazione di Mario che aveva creato una propria base militare in Spagna, venne infine ucciso su istigazione di Pompeo. La citazione della Spagna riportata nella leggenda allude probabilmente – sebbene possa riferirsi anche alla vicenda sertoriana – al comando spagnolo del pretore Lucio Postumio Albino,


avo del monetiere Aulo, il quale, nell’ambito del consolidamento del potere romano nella provincia di Spagna, vinse nel 180 a.C. le popolazioni dei Vaccei e dei Lusitani, riportandone nel 178 a.C. il trionfo de Vaccaeis et Lusitaneis ex Hispania Ulteriore, simboleggiato dall’aquila legionaria, insieme ai fasti consolari rappresentati dal fascio littorio. Vinte e discinte Quindi, sin dall’età repubblicana la raffigurazione della donna vinta, discinta, in atteggiamento dolente e dalle lunghe chiome scarmigliate divenne un’immagine-tipo, utilizzata per simboleggiare la sottomissione e la conquista di Roma delle altre popolazioni, adottata peraltro anche nella scena del Ratto delle Sabine, come nel fregio della Basilica Emilia (179 a.C.), in cui la fanciulla trasportata dal Romano ha i capelli sciolti e fluenti al vento, nell’impeto del rapimento.

Qui sopra: prigionieri, rilievo dalla Colonna di Marco Aurelio a Roma. 176-192 d.C. A destra: particolare del volto dolente di una «barbara» dai lunghi capelli spettinati.

Tipiche sono poi le donne conquistate e deportate raffigurate in varie posture dolenti sulla colonna innalzata a Roma in onore di Marco Aurelio tra il 176 e il 192 d.C. per celebrare le vittorie dell’imperatore sui Germani e sui Sarmati nel corso delle cosiddette Guerre marcomanniche (161-180 d.C.). Le donne barbare hanno le vesti discinte, sono talvolta a seno nudo, stravolte nella loro prigionia e sempre con i capelli lunghi e spettinati, simbolo della sconfitta di un popolo e della violenza della conquista romana. Le immagini di barbare vinte impresse sulle monete repubblicane e di età imperiale si ispirano senz’altro a questo genere di composizioni, cosí

come l’espressiva testa marmorea di giovane prigioniera barbara, forse germanica, con il volto corrucciato dal dolore e i mossi capelli a ciocche arrotolate intorno a una benda, redatta secondo lo stesso stile delle donne vinte sulla colonna di Marco Aurelio. (4 – fine) per saperne di piÚ Maria Elisa Micheli e Anna Cantucci (a cura di), Comae. Identità femminili nelle acconciature di età romana, Pisa 2011, in part. pp. 89-90.

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I Libri di Archeo DALL’ITALIA Tonio Hölscher

L’Archeologia classica. Un’introduzione a cura di Eugenio La Rocca, «L’Erma» di Bretschneider, Roma, 370 pp., 180 ill. b/n, 2 piante 45,00 euro ISBN 978-88-8265-581-5

Si deve all’iniziativa di Eugenio La Rocca, che ne ha curato l’edizione italiana, la pubblicazione di questo splendido volume di Tonio Hölscher, uno dei piú noti rappresentanti dell’archeologia tedesca di oggi, che in Italia ha assunto il titolo, semplice, ma veritiero di L’Archeologia Classica. Un’introduzione. Una fra le possibili, dunque, ma in questo caso davvero bella. L’offerta di manualistica di ambito archeologico non è certo povera nel nostro Paese. Gli studi universitari si avvalgono di un buon numero di opere che affrontano, con taglio diacronico, le produzioni artistiche greche e romane, in genere dall’età geometrica sino alla tarda antichità. Tra quelle piú utilizzate ricordo i volumi, ormai classici, firmati da Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli, Paul Zanker, per citarne solo alcuni. Ma l’archeologia classica, con le sue infinite sfaccettature, è una disciplina nella quale il succedersi

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di nuove scoperte e l’avanzamento degli studi consente e pretende un aggiornamento costante e una continua differenziazione degli approcci e dei punti di vista. L’archeologia classica è una disciplina complessa, che in passato, e tuttora in molte sedi universitarie, si presenta con la denominazione di «Archeologia e storia dell’arte greca e romana», riflesso di una lunga identificazione della parte costitutiva della materia con le vicende della produzione artistica antica della Grecia e del mondo romano. Tuttavia questi corsi, incentrati sulle svolgimento storico del fenomeno

artistico, raccolgono in sé anche quelle parti della disciplina che fanno invece riferimento alla sua tradizione antiquaria e allo studio degli insediamenti e delle relative architetture. La contraddizione cui ci si trova di fronte riguarda il fatto che da

un lato lo studio del fenomeno artistico ha assunto sempre piú le caratteristiche di un ambito specialistico all’interno della materia considerata nel suo insieme, dall’altro è aumentata la consapevolezza che tradizione storico-artistica, tradizione antiquaria e approccio territoriale e monumentale sono tanto coerentemente intrecciati da doversi mantenere distinti sí, ma al tempo stesso intimamente collegati all’interno di un corpo unico di conoscenze. Da questo punto di vista il volume di Hölscher viene a colmare nel migliore dei modi una lacuna bibliografica e a offrire un quadro, sintetico certo, ma coerente e unitario, dei mille volti della disciplina. Il volume nasce dalla rielaborazione delle dispense curate dall’Autore per i corsi destinati alle matricole dell’Università di Heidelberg. Ha quindi una innata vocazione didattica, con l’ambizione di proporre, come troppo modestamente scrive Hölscher, «una descrizione di carattere introduttivo dei principali ambiti tematici dell’archeologia classica che agevoli un successivo orientamento». In realtà, questa introduzione costituisce invece un solido fondamento per gli

studi, nel quale gli studenti (ma lasciatemi dire: non solo loro) troveranno pianamente e limpidamente esposti i tanti aspetti dell’archeologia del mondo classico, in una prospettiva multifocale e al tempo stesso ricomposta. Gli oggetti artistici (o diremmo i manufatti nel loro insieme) hanno ovviamente un ruolo primario nell’esposizione, ma le informazioni relative alla produzione storico-artistica dell’antichità non sono mai disgiunte, anzi sono programmaticamente inserite dentro un panorama in cui le vicende della storia politica, sociale e culturale, gli scenari della geografia storica, gli strumenti concettuali piú rilevanti delle attuali procedure di ricerca scientifica si trovano organicamente esposti, senza gerarchie o prevaricazioni, tutti in funzione gli uni degli altri, al fine di una ricostruzione storica globale, che è poi l’obiettivo dell’archeologia. Il volume, articolato in 26 capitoli, non è organizzato secondo un ordine di esposizione strettamente cronologico. L’evoluzione storica è seguita nelle tante diverse partizioni che affrontano temi relativi al territorio e alle testimonianze monumentali (Città,


Santuari, Tombe, Architettura, Topografia storica), temi piú tipicamente storicoartistici (Scultura, Ritratti, Rilievo statale romano, Sarcofagi romani, Pittura, Mosaici) e temi che riprendono in una luce moderna alcuni aspetti centrali della tradizione antiquaria (Ceramica, Divinità, Miti, Abbigliamento). Ma sono i capitoli iniziali quelli che danno il tono al manuale, grazie anche ad alcuni accorgimenti dell’edizione italiana (evidenziazione tipografica di alcuni brani, inserimento di titoletti ai margini, nonché un capitolo specifico sulla situazione italiana curato con grande pertinenza da Massimiliano Papini). È qui che si propone non solo una serie di strumenti decisivi per l’orientamento dello studente e per promuovere la sua capacità di contestualizzazione dei fenomeni archeologicamente rilevanti (le Epoche della civiltà greca e romana, la sua Geografia, il rapporto con le Fonti scritte, i Metodi dell’esplorazione sul campo), ma, soprattutto, una riflessione aggiornata e finalmente chiara sui tanto dibattuti rapporti tra questi due termini – archeologia e storia dell’arte – che tanta confusione hanno creato nell’organizzazione degli studi in generale e nella formazione dei giovani in particolare. Ecco, in sintesi, alcune prese di posizione di Hölscher, che ci sentiamo di condividere appieno.

Le testimonianze materiali studiate dagli archeologi comprendono allo stesso modo la cultura materiale e le opere d’arte figurativa. La divisione fra «arte» e cultura materiale è, infatti, un fenomeno dell’età moderna, che nulla ha a che vedere con il mondo antico. Le opere d’arte dell’antichità non erano oggetti da museo concepiti per il godimento artistico, ma avevano precise funzioni nell’economia della vita sociale: immagini nei templi per i riti religiosi, votive nei santuari, portatrici di messaggi politici e sociali nei monumenti pubblici o funerari. Non vi era alcuna distinzione sostanziale, né linguistica tra opera d’arte e prodotto artigianale. Ne consegue che anche un «mostro sacro» come Johan Joachim Winckelmann, di cui si riconosce il grande merito di aver posto l’arte antica per la prima volta nella sua complessa evoluzione storica, cosí come una stagione di studi come quella della Scuola di Vienna, che produsse la rottura con la tradizione antiquaria del XIX secolo, e che ha condizionato al di là di ogni immaginazione la ricerca archeologica del XX secolo, vengono ricollocate nella loro prospettiva storica, nella consapevolezza che l’enfasi posta sull’analisi formale delle opere d’arte antica, trascurando il complesso delle testimonianze e dei contesti archeologici non iscrivibili in seno al concetto di «arte», ha indirizzato l’archeologia

verso un «vicolo cieco». L’arte, infatti, è anche un mezzo di comunicazione e parte integrante e costitutiva della «sfera del vivere». L’avevamo capito da tempo, ma pochi hanno avuto come Tonio Hölscher la capacità di dirlo con tanta chiarezza ai giovani: un merito che solo un profondo conoscitore del fenomeno artistico dell’antichità poteva conseguire. E lo dimostra un breve capitolo intitolato asciuttamente Termini fondamentali della classificazione e dell’analisi storicoartistica, nel quale uno studente universitario troverà organicamente affrontati e discussi alcuni concetti basilari della ricerca archeologica e storico-artistica, quali Funzione, Iconografia (con le distinzioni fra soggetto e motivo iconografico), Iconologia, Analisi formale (con i concetti di stile, struttura, tipo e genere), che nessun altro manuale oggi in commercio è in grado di offrire in modo altrettanto chiaro ed efficace. Daniele Manacorda Filostrato Maggiore

Immagini a cura di Letizia Abbondanza, Nino Aragno Editore, Torino 20,00 euro ISBN 978-88-8419-393-3

«Il satiro dorme; parliamo di lui a voce bassa, affinché non si svegli e non scomponga ciò che vediamo». Basta una sola riga per ritrovarsi immersi nel mondo di Filostrato (erudito nato a Roma

intorno al 191 d.C.). Nella realtà, davanti a noi non ci sono satiri, né alcuna possibilità che qualcosa si scomponga: la scena osservata, infatti, è quella dipinta su un quadro, e gli astanti richiamati al silenzio sono una vivace «scolaresca» di giovinetti (meiràkia) condotti in visita da una guida d’eccezione – un retore dell’età degli imperatori Severi – alla pinacoteca di una lussuosa villa

privata napoletana dei suoi tempi. Il retore è un sofista, i ragazzi sono i suoi allievi già introdotti al mondo dell’arte; il piú piccolo di essi, appena decenne, figlio del ricchissimo proprietario di quella collezione, viene iniziato per sua espressa richiesta ai segreti delle pitture su tavola: da ciò le Eikònes («Immagini») che danno il nome a quest’opera letteraria, singolare per tipologia e per argomento. Se si pensa che quasi nulla è rimasto della pittura antica su tavola o su tela (i ritratti del Fayyum, per esempio), si comprende non solo la grande importanza che riveste per noi quest’opera letteraria della tarda grecità, ma

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anche l’ampiezza del dibattito sviluppatosi negli ultimi secoli sulla reale corrispondenza delle descrizioni filostratee a dipinti realmente esistenti, o addirittura a quelli menzionati da fonti letterarie. Alcuni elementi interni alle Eikònes, come il fatto che il retore non menzioni alcun artista come loro autore, farebbero propendere per una risposta negativa. Ma è pur certo che tali iconografie relative ai miti dell’antichità (Perseo, Pelope, Arianna, Pasifae, Ciclope, Ippolito, ecc.) corrispondono spesso a quelle che vediamo riprodotte, per esempio, sui coevi mosaici di Zeugma o di Antiochia. E allora, possiamo con piacere abbandonarci alle coinvolgenti parole di Filostrato (detto il Maggiore, per distinguerlo da altri omonimi letterati) e lasciare che quelle immagini prendano gradualmente forma e quasi vita dinanzi a noi: una vita particolare, in verità, poiché dipende essenzialmente dall’occhio che le guarda. Ma, come ci ricorda Letizia Abbondanza, curatrice dell’opera, nella sua ampia e illuminante introduzione, «i processi della visione non implicano le stesse regole per la persona comune e la persona colta»: è questa una citazione di Luciano, forse il rappresentante piú celebre di quel variegato milieu della Seconda Sofistica che fiorí, ricollegandosi esplicitamente ai predecessori dell’età attica, in quell’impero

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«romano-ellenistico» che raggiunse il suo apogeo nel II e in parte del III secolo d.C., e al quale apparteneva anche il nostro Filostrato. I sofisti facevano del mondo una questione di interpretazione. E allora solo superficialmente l’argomento dei sessantaquattro quadri che ci vengono descritti sono i miti rappresentati. Cosí come Modest Musorsgkij, nel suo componimento musicale Quadri di una esposizione, tentò di esprimere con le note le impressioni suscitate dai dipinti di una galleria in quel di Kiev, il tentativo altrettanto audace di Filostrato è quello di «riprodurre in parole l’esatto procedimento dell’osservazione, ovvero le impressioni e le risposte dell’occhio». Insomma, le «leggi visive» (si ricorderà che in epoca ellenistica i primi scienziati greci individuavano già le fondamentali leggi dell’ottica) prevalgono nelle Eikònes su una piatta descrittività, che, del resto, anche volendo risulterebbe obiettivamente impossibile (da che cosa partire, infatti, in una descrizione? A quale parte o carattere dell’opera assegnare maggiore o minore spazio? Quale inevitabilmente omettere?). Ecco allora che questi «quadri di un’esposizione» dell’antichità – grazie anche all’ottima traduzione della curatrice, limpidamente «atticizzante», come in effetti è la prosa dell’originale – piú che un

repertorio di immagini sono una dimostrazione visiva del fatto che, come sostenevano Gorgia e Protagora, l’unica realtà su cui possiamo basarci è pur sempre quella creata, incessantemente cangiante e mutevole, dal moto fisico e cerebrale del nostro sguardo. Fabrizio Polacco Michel Rouche

Attila trad. it. Marianna Matullo, Salerno Editrice, Roma, 378 pp. 27,00 euro ISBN 978-88-8402-694-1

Attila, il sovrano di quegli Unni che alla metà del V secolo d.C. seminarono morte e devastazione in tutto l’impero romano, è una figura sospesa fra mito e realtà, il cui solo nome basta a

evocare un’intera epoca storica. Michel Rouche, professore emerito alla Sorbona, in questa biografia del grande conquistatore unno, ora proposta al pubblico italiano da Salerno Editrice, ne disegna un ritratto avvincente e ricco di fascino. L’autore non trascura il tema fondamentale della «fortuna» dell’immagine

di Attila dal Medioevo all’età contemporanea – da Corneille a Verdi e Wagner, fino a Hitler –, cercando di individuare i momenti principali del processo di formazione della sua «figura ideologica», in virtú del quale il personaggio storico del re degli Unni si trasforma, appunto, nell’essenza stessa della barbarie e nel paradigma del flagellum Dei, inviato dalla Provvidenza a punire le colpe dei cristiani. Ma l’aspetto piú interessante del libro di Rouche è il tentativo di contestualizzare Attila all’interno del mondo dei nomadi delle steppe, attraverso l’analisi serrata di quella che l’autore definisce «una società di predatori». A questo riguardo, va detto che, in alcuni casi, Rouche finisce con il riproporre sugli Unni gli stereotipi negativi presenti nelle sue fonti e a confondere piano storico e piano mitico, mostrando di non avere riflettuto fino in fondo sulla lezione di Tzvetan Todorov e Jack Goody, che in studi giustamente celebri ci ricordano come ciascuno tenda a definire «barbarie» ciò che non è nel suo uso. E tuttavia, la ricchezza della documentazione letteraria, epigrafica e archeologica su cui l’opera si basa, l’originalità delle interpretazioni avanzate e la chiarezza espositiva dell’autore, fanno di questo nuovo libro su Attila una lettura irrinunciabile non solo per gli studiosi ma anche per gli appassionati di storia e archeologia. Marco Di Branco


Archeo n. 315, Maggio 2011  
Archeo n. 315, Maggio 2011