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Trimestrale di EDILIZIA BIO - ENERGIA - ECOLOGIA Anno V, Numero 18 | 2015

EDILIZIA BIO

ENERGIA

ECOLOGIA

SPECIALE FIERE

Pi첫 efficienza, ma come? Ecco l'Europa come si prepara

Troppa burocrazia e disordini. Il rebus delle rinnovabili

Acqua, birra o latte: soluzioni per bere sostenibile

Klimahouse 2015 L'edizione dei record

P. 23

P. 39

P. 59

P. 35

L'anno della

green economy Per la prima volta i lavori verdi superano quelli tradizionali. E le aziende che producono maggiore profitto sono quelle verdi. Che sia la volta buona?


Tekneco Numero 18 | 2015

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Editoriale

Parigi vale ancora solo una messa? di Marco Gisotti

Fatalmente il 2015 è l’anno di Parigi. Si è aperto con la strage della redazione di Charlie Hebdo e si chiuderà a dicembre con la Conferenza mondiale sul Clima: i due estremi della politica internazionale. Da un lato i rapporti fra Oriente e Occidente, fra Islam e società capitaliste, in una brutale guerra di culture più che di religioni, ma anche di nuovo assetto geopolitico internazionale. Che siate cattolici, protestanti, musulmani, induisti o semplicemente laici e atei – e se ci state leggendo - non potete fare a meno di luce elettrica ed energia in ogni caso. Una nuova società basata sulle fonti rinnovabili significa avere come fonte primaria di approvvigionamento non più gli idrocarburi, cambiando la mappa economica e politica del mondo. Un futuro difficile da immaginare eppure realistico. Molto più che probabile: prossimo. Gli integralismi religiosi come le lobby del petrolio o del gas possono rallentarlo ma non possono arrestarlo. Un po’ come quando in Italia un governo dopo l’altro commette pasticci sulle rinnovabili ma il progresso tecnologico va avanti. Chi ha ancora lampadine a incandescenza a casa? Quanti frigoriferi di classe C? Ecco. Ed eccoci all’altro capo dell’anno. Dal 30 novembre all’11 dicembre prossimi 196 paesi e istituzioni di tutto il Pianeta si incontreranno a Parigi per la 21a Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici. Lo scopo è costruire il dopo Kyoto, il protocollo scaduto ormai da tempo, ma soprattutto arrestare i danni già in corso del clima modificato. Vedremo se per allora i rappresentanti della Terra sapranno marciare uniti come hanno fatto per la libertà di espressione dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Facendo di meglio, però. A quella marcia hanno partecipato anche capi di Stato di paesi illiberali, dove la libertà di espressione è tutt’altro che garantita. Così per il clima: a parole molti sono amici del futuro del Pianeta, nei fatti molto meno. Lo ha dimostrato l’Italia durante la visita di Renzi negli Stati uniti nel settembre scorso: amico del clima mentre in Italia si dava battaglia contro le rinnovabili. Che a Parigi non si ripeta quanto fece Enrico IV di Borbone, che pur di diventare re di Francia accettò di convertirsi al cattolicesimo. Ma solo per convenienza, pronunciando la famosa frase: «Parigi val bene una messa».


Tekneco Numero 18 | 2015

Sommario

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PRIMO PIANO

di Marco Gisotti a pagina 6

Overview 4

ENERGIA

ECOLOGIA

Acqua, birra o latte: soluzioni per bere sostenibile

Klimahouse 2015 L'edizione dei record

P. 39

P. 59

P. 35

Energia Rinnovabili da semplificare

News

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Ecco il nuovo Modulo termo-fotovoltaico made in Eu di Gianluigi Torchiani L’Autorità vara le norme sui sistemi d’accumulo di Gianluigi Torchiani

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Speciale Convegno Teknedu

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Un futuro roseo, anzi verde di Andrea Ballocchi

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Ecologia Bere senza impatto

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Il Belpaese di cemento di Andrea Ballocchi

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Poveri energetici di Sergio Ferraris

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La scienza che cala dal cielo di Sergio Ferraris

23

Edilizia Bio Efficienza energetica in UE

SPECIALE FIERE

Troppa burocrazia e disordini. Il rebus delle rinnovabili

P. 23

39

Se la Commissione smonta l’ambiente di Andrea Ballocchi

Trimestrale di EDILIZIA BIO - ENERGIA - ECOLOGIA Anno V, Numero 18 | 2015

Più efficienza, ma come? Ecco l'Europa come si prepara

Speciale Klimahouse

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EDILIZIA BIO

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L'anno della

green economy Per la prima volta i lavori verdi superano quelli tradizionali. E le aziende che producono maggiore profitto sono quelle verdi. Che sia la volta buona?

In copertina: Illustrazione di Anna Maria Mangia

Rubriche 1 20 70 72 73 75 80

Editoriale - di Marco Gisotti VedoGreen - di Gianni Parti Shop Internet & Apps Libri Studi & Ricerche Aziende citate


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Tekneco Numero 18 | 2015

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Overview UNIONE EUROPEA

Se la Commissione smonta l’ambiente di Andrea Ballocchi

Il ritiro o rinvio di proposte legislative in materia di qualità dell’aria e di riciclo dei rifiuti sono un nuovo, preoccupante segnale per l’ambiente e la sostenibilità

M

a che succede in Unione europea? La domanda è lecita, osservando quanto sta accadendo in materia di clima, ambiente ed energia. Partiamo da quanto accaduto a dicembre. La Commissione europea ha ritirato una serie di proposte legislative su qualità dell’aria e sul riciclaggio dei rifiuti: nel primo pacchetto si richiedevano limiti più stringenti per emissioni nocive come anidride solforosa, particolato e ossidi d’azoto, nel secondo, riguardante l’“economia circolare” si tendeva a nuovi obiettivi per arrivare entro il 2030 al riciclo del 70% dei rifiuti urbani e dell’80% di quelli da imballaggi, compreso il divieto di conferire in discarica qualunque materiale riciclabile. Il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, presentando la decisione al Parlamento europeo, ha affermato che le disposizioni sull’aria saranno riproposte «in modo che siano in migliore sinergia con il nuovo pacchetto clima/energia per il 2030», non lasciando intendere, però, cosa significhi in concreto. Per quanto concerne il tema riciclo-rifiuti dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere riproposto nel 2015. Ma la questione

poco chiara è la motivazione addotta per il ritiro delle proposte citate e di altre (in tutto circa 80) in nome di una sburocratizzazione e di una maggiore efficacia delle norme Ue, in poche parole “better regulation” – di cui Timmermans è responsabile. Ma già sul pacchetto clima-energia 2030 sono state sollevate diverse critiche, a cominciare dalle percentuali “timide” e riviste al ribasso in fatto di riduzione delle emissioni, crescita delle energie rinnovabili ed efficienza energetica. Ma la questione in ogni caso è: perché rimandare a data da destinarsi decisioni cruciali che, stando solo alla questione dell’aria, eviterebbe pesanti perdite di vite umane? Sì, perché, lo smog è la prima causa di morti premature e una decisione più rigorosa avrebbe consentito, da qui al 2030, di evitare la morte prematura di 58.000 persone; mentre, per quanto riguarda l’economia circolare (proposte nel luglio 2014), misure tendenti alla valorizzazione del riciclo potrebbero supplire alla carenza di materie prime dell’Europa e generare 580.000 nuovi posti di lavoro. Se già a livello istituzionale le politiche ambientali comunitarie suscitano più di un dub-

bio, dalla parte degli ambientalisti è unanime la contrarietà: Green 10, l’alleanza delle principali ONG a livello europeo, attraverso il suo presidente Angelo Caserta, ha scritto una lettera indirizzata a Bruxelles in cui ha espresso la forte preoccupazione che la tutela dell’ambiente e la sostenibilità siano assenti nel Workplan 2015 e riguardo al ritiro dei due provvedimenti su aria e riciclo rifiuti ha sottolineato che ciò non comporta solo una perdita per l’ambiente e la sostenibilità, ma «significa anche perdere un enorme vantaggio per l’economia europea: già solo la direttiva sulla qualità dell’aria potrebbe offrire benefici per la salute quantificabili tra 40 e 140 miliardi di euro in costi esterni evitati e fornirebbe circa 3 miliardi di euro in benefici diretti grazie, tra l’altro, a una maggiore produttività lavorativa e a costi sanitari più bassi». Quindi, riformuliamo la domanda posta all’inizio: cosa sta accadendo all’Unione europea in tema di politica ambientale? «Sta accadendo un attacco delle lobby industriali, soprattutto quelle dell’energia, sconfitte nel 2007 col pacchetto clima-energia 20-2020 e da una visione che mirava a un nuovo modello economico basato sul

solare anziché sul fossile – afferma Angelo Consoli, direttore dell’Ufficio Europeo di Jeremy Rifkin – Questa lobby ha deciso di recuperare il terreno perduto già dalla seconda Commissione Barroso. I principali colossi energetici europei si sono riorganizzati in un vero e proprio gruppo di attacco denominato Gruppo Magritte che è riuscito a far… rientrare dalla finestra le normative sui fossili che erano state mandate fuori dalla porta». Ma il discorso, prosegue ancora Consoli, vale anche per la riconsiderazione del nucleare. Il dubbio che le pressioni delle lobby stiano producendo i loro frutti è forte: per esempio, il ritiro o il ridimensionamento dei due provvedimenti su aria ed economia circolare era già stato proposto, lo scorso 25 novembre, da Business Europe, la confederazione degli industriali europei (di cui fa parte Confindustria) in una lettera indirizzata alla Commissione. Sulle decisioni prese dalla Commissione, diversi sono stati i pareri contrari, a cominciare dal ministro dell’Ambiente italiano, Gian Luca Galletti. Ma anche su questo aspetto Consoli è critico: «Si è persa una grande occasione, perché la presidenza italiana

del Consiglio UE poteva fare molto, molto di più, sotto questo punto di vista, però bisognava ledere interessi particolari dell’industria, che prevalgono su quelli generali e condivisi». Cosa resta da fare perché la situazione non peggiori? Il direttore dell’Ufficio Europeo di Rifkin non ha dubbi: «La Commissione Juncker va tenuta sotto controllo non solo dagli ambientalisti, ma anche dai politici europei più sensibili, ossia molti deputati socialisti e liberali, i verdi naturalmente, e buona parte dei deputati di sinistra, nonché alcuni del Movimento 5 Stelle. Non solo a livello ambientale, ma anche a livello di programmazione economica: basti guardare al proclama degli oltre 300 miliardi, che effettivamente sono 15 circa, che grazie all’effetto leva dovrebbero moltiplicarsi per 15 volte. E anche nel caso delle cifre stanziate occorre fare attenzione per che cosa saranno destinate».

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www.tekneco.it/1801


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PRIMO PIANO

RAPPORTO GREENITALY 2014

Il Paese della green economy

Mentre la gran parte degli indicatori dell’Italia continuano ad andare a picco, le imprese dell’economia verde godono di buona salute e dimostrano di essere all’avanguardia, creando sempre maggiore occupazione. Secondo l’ultima edizione del rapporto Greenitaly sono già tre milioni i lavoratori verdi

di Marco Gisotti

a cosa più sorprendente è che il rapporto Greenitaly, realizzato da Unioncamere e Fondazione Symbola, abbia registrato nel 2014 il superamento dei nuovi lavori verdi sui lavori tradizionali. Certo, anche effetto della crisi che ha contratto in generale la creazione di nuovi posti di lavoro e quindi le professioni legate all’innovazione (che è sempre più spesso legata alle performance ambientali) sono quelle che resistono meglio e offrono maggiori possibilità ai giovani. In numeri assoluti sono 341.500 le aziende italiane (circa il 22%) dell’industria e dei servizi con dipendenti che dal 2008 hanno investito, o lo avranno fatto nel corso del 2014, in tecnologie verdi per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. Un dato che balza al 33% nell’industria manifatturiera. «Un orientamento che – spiega Greenitaly – si rivela strategico, tanto che proprio alla nostra green economy si devono 101 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 10,2% dell’economia nazionale, esclusa la componente imputabile al sommerso». E tutto questo produce lavoro: «già oggi in Italia ci sono 3 milioni di green jobs, ossia occupati che applicano competenze “verdi”. Una cifra di tutto rispetto destinata a salire ancora nel 2014. Dalle realtà della green Italy, infatti, arriveranno quest’anno 234 mila assunzioni. Con i green jobs che diventano protagonisti dell’innovazione e determinano addirittura il 70% di tutte le assunzioni destinate alle attività di ricerca e sviluppo delle nostre aziende. Una percentuale da capogiro superiore al già alto 61,2% dello scorso anno». IL MADE IN ITALY VERDE CREA LAVORO

«Numeri alla mano - dicono Symbola e Unioncamere – risulta evidente che nel nostro Paese la green economy è già in movimento e sta contribuendo in modo determinante a rilanciare la competitività del made in Italy. Per questo, nonostante le difficoltà, dall’inizio del-

la crisi più di un’azienda su cinque ha scommesso sul green». Una “rivoluzione” che coinvolge ormai tutti i settori dell’economia italiana, da quelli più tradizionali a quelli a più alta tecnologia, dalla filiera agroalimentare all’edilizia, dalla manifattura alla chimica, dall’energia ai rifiuti. E che cresce vistosamente nel manifatturiero, dove quasi un’impresa su tre punta decisamente sull’economia verde. Una scelta che porta risultati concreti: nel manifatturiero il 25,8% delle imprese ecoinvestitrici ha visto crescere il proprio fatturato nel 2013, mentre tra quelle che non hanno investito la percentuale è stata solo del 17,5% dei casi. E i risultati si sono fatti sentire anche all’estero, nel senso che fra le imprese manifatturiere “green” ben il 44% esporta stabilmente, contro il 24% di quelle che non investono nell’eco-innovazione. Perché, in altri termini, è l’innovazione che conta: lo scorso anno il 30% delle aziende che puntano sul verde ha sviluppato nuovi prodotti o nuovi servizi, contro il 15% di quelle che non hanno imboccato la via della green economy. Innovazione, export e maggiore redditività, spiega il rapporto, si traducono anche in occupazione e maggiori assunzioni. Ad oggi, nell’intera economia italiana sono presenti quasi 3 milioni di green jobs, che corrispondono al 13,3% del totale nazionale. A cui si aggiungono le 50.700 figure professionali “verdi” e 183.300 figure che abbiano competenze green previste nelle assunzioni programmate dalle aziende dell’industria e dei servizi per il 2014. Nell’insieme si tratta di 234 mila assunzioni, equivalenti al 61% della domanda di lavoro. Il “fattore green” è determinante anche nello stimolare nuove assunzioni, il 26,6% delle imprese eco-investitrici prevedono di assumere nel 2014 contro il 12,1% delle non investitrici. LUCE VERDE ANCHE PER LE START-UP

«La green economy appare una scommessa ragionevole anche per le nuove imprese. Nel primo semestre del 2014 si contano quasi 33.500 start-up gre-


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PRIMO PIANO

en che hanno investito in prodotti e tecnologie verdi già nei primi mesi di vita o prevedono di farlo nei prossimi 12 mesi: ben il 37,1% del totale di tutte le aziende nate nei primi sei mesi di quest’anno». “Efficienza” sembra essere la nuova parola d’ordine. Grazie, infatti, anche alle realtà che puntano sull’efficienza, il nostro Paese vanta importanti successi e primati a livello europeo. Siamo, ad esempio, una delle economie a minore intensità di carbonio dell’UE: per ogni milione di euro prodotto dalla nostra economia emettiamo in atmosfera 104 tonnellate di CO2, contro le 110 di Spagna, le 130 del Regno Unito e le 143 della Germania. Non solo, siamo campioni europei nell’industria del riciclo: a fronte di un avvio a recupero industriale di 163 milioni di tonnellate di rifiuti su scala europea, nel nostro Paese ne sono state recuperate 24,1 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i Paesi europei. Basti dire che la Germania, considerata spesso come la nazione più virtuosa, si piazza dietro all’Italia con 22,4 milioni di tonnellate di rifiuti recuperati. «C’è anche questo dietro al fatto che l’Italia è uno dei cinque Paesi al mondo – assieme a Cina, Germania, Corea del Sud e Giappone che vanta un surplus commerciale con l’estero di prodotti manifatturieri superiore ai cento miliardi di dollari». «Lungi dal soccombere alla globalizzazione, il nostro Paese ha quindi reagito, conquistando nuovi mercati e diversificando la propria specializzazione per intercettare nuove richieste di mercato. La green economy è stato uno dei driver di questa evoluzione, permettendo a molte imprese del nostro made in Italy di tornare ad essere competitive e di riposizionarsi su nicchie ad alto valore aggiunto e di competere efficacemente con i Paesi emergenti». Un volano valido tanto all’estero quanto in casa, visto che i consumatori nostrani – in definitiva tutti noi – dimostrano una sempre maggiore sensibilità verso il tema ambientale. Greenitaly, infatti, riporta anche i risultati di un sondaggio condotto da SWG, secondo il quale il 78% di cittadini italiani è disposto, nonostante la crisi dei consumi,

La geografia dei green jobs a spendere di più per prodotti e servizi eco-sostenibili. Se, all’inizio del nuovo secolo, più della metà degli italiani definiva il green una moda, oggi questo dato ha mutato completamente di colore. Per il 74% dell’opinione pubblica, la green economy è un reale nuovo modo di fare impresa, economia e società. «Non usciremo dalla crisi come ci siamo entrati – spiega Ermete Realacci presidente Fondazione Symbola –, non ci metteremo alle spalle questa tempesta perfetta se non cambiando e imboccando con convinzione la via della green economy, che è anche la strada maestra per contrastare i mutamenti climatici. L’Italia deve affrontare i suoi mali antichi, che vanno ben oltre il debito pubblico e che la crisi ha reso ancora più opprimenti: le diseguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia spesso persecutoria e inefficace. Deve rilanciare il mercato interno, stremato dalla mancanza di lavoro, dalle politiche di rigore e dalla paura. E deve saper fare tesoro della crisi per cogliere le sfide, e le opportunità, della nuova economia mondiale. Scommettendo sull’innovazione, la qualità, la bellezza, la green economy, per rinnovare il suo saper fare, la sua vocazione imprenditoriale

e artigiana. L’Italia, insomma, deve fare l’Italia». «Che la cultura green non sia oggi più soltanto patrimonio di una piccola cerchia di “illuminati”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ma, al contrario, sia un orientamento che sta progressivamente conquistando gran parte dei nostri connazionali, è dimostrato dalla disponibilità, che quasi 8 italiani su 10 dichiarano, a preferire prodotti eco-sostenibili all’atto dell’acquisto. Un acquisto, peraltro, oggi sempre più oculato e attento, visto il permanere di una sostanziale crisi dei consumi. Questa semplice constatazione deve ancora di più valorizzare l’atteggiamento seguito dalle nostre imprese, che si rivelano campioni anche nel fare un diverso tipo di made in Italy, in cui il rispetto della nostra tradizione produttiva si sposa indissolubilmente con la tutela dell’ambiente e si coniuga con una idea di business anche eticamente positiva, oltre che vincente».

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www.tekneco.it/1802

Vista la presenza prevalente di imprese green nel Nord-Ovest, anche la diffusione geografica della domanda di green jobs riproduce quella delle imprese green e vede una marcata concentrazione nel NordOvest, dove le assunzioni previste per il 2014 arrivano a sfiorare le 19.000 unità, di cui ben 13.100 solo in Lombardia. Buone prospettive per le assunzioni dal mondo della green economy anche nel Nord-Est, dove le assunzioni di green jobs programmate per il 2014 sono 11.500, grazie soprattutto al Veneto, dove se ne contano quasi 5.000 unità. Quasi appaiate, con un numero di assunzioni di green jobs previste nel 2014 attorno alle 10.000 unità in ciascuna, le macroripartizioni del Meridione e del Centro; quest’ultimo vanta il Lazio in seconda posizione nella graduatoria per numerosità assoluta di assunzioni di green jobs (5.600). Scendendo nel dettaglio provinciale, troviamo sul podio, con il più elevato numero di assunzioni di green jobs programmate per quest’anno, la provincia di Milano (circa 8.000 unità), cui seguono la provincia di Roma (4.700), Torino (quasi 3.300) e Napoli (più di 1.500).


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News FOTOTHERM ED ALEO SOLAR

Ecco il nuovo

Modulo termo-fotovoltaico made in Eu di Gianluigi Torchiani

Il prodotto è stato realizzato da FOTOTHERM con utilizzo del Modulo fotovoltaico prodotto da ALEO SOLAR. L’azienda punta in questo modo a diffondersi maggiormente sul mercato nazionale, anche grazie al Balcone Solare pensato per il settore residenziale

l mercato nazionale degli impianti a fonti rinnovabili deve ormai fare i conti con la fine della politica di incentivazione da parte dello Stato, con la diminuzione dei prezzi di acquisto dell’energia elettrica sul libero mercato e i costi di realizzazione degli impianti, che non consentono ancora di ripagare le spese di investimento in tempi debiti. Dunque, la tanto agognata Grid Parity è ancora lontana dal suo raggiungimento e, in particolare, la realizzazione di impianti fotovoltaici non ha una sostenibilità economica tale da invogliare e incentivare aziende e privati a realizzare questa tipologia di impianti. Tanto che, con ogni probabilità, quest’anno i numeri del comparto deluderanno le aspettative degli operatori, poiché saranno realizzati meno della metà dei 1.000 MW attesi. Anche per i prossimi anni le stime non sono particolarmente entusiastiche, nonostante la possibilità di un certo incremento sull’onda della nuova Delibera dell’AEGG sui sistemi di accumulo elettrico. Questi ultimi vanno, però, a soddisfare una necessità e domanda di mercato prettamente residenziale, per impianti di piccole taglie. Al contrario, secondo quanto ri-

sulta dai dati del ministero dello Sviluppo Economico e di Snam Rete Gas, sui consumi da Rete di Distribuzione del gas metano dei comuni cittadini, si può notare come questi ultimi, in diverse regioni, siano molto più alti del fabbisogno delle centrali termoelettriche e delle attività industriali. Considerato che i prezzi, poi, non sono per nulla economici, c’è sempre più la necessità di realizzare impianti solari che vadano a integrare la produzione di acqua calda sanitaria e, laddove possibile, di riscaldamento delle famiglie, al fine di ridurre i miliardi di euro spesi annualmente per l’acquisto di metano dalla rete gas. La strada logica che si impone, dunque, è quella di far camminare insieme solare termico e fotovoltaico, grazie ad un’unica soluzione capace di combinare queste due tecnologie nella cogenerazione solare. Questa strada è stata imboccata da tempo da Fototherm, società nata nel 2006 ad opera dell’Ing. Eros Miani e dell’Ing. Luca Maresia, raccogliendo l’esperienza di uno staff di ingegneri operante già nel campo della cogenerazione dall’anno 2000. Tutto ciò ha portato l’azienda a produrre e commercializzare i propri moduli termofotovoltaici con tecnologia proprieta-

ria Fototherm® in tutto il mondo e a diventare nel 2014 una Società per azioni (Fototherm S.p.A.). La più importante novità degli ultimi tempi è la stipula di un importante accordo con il noto marchio tedesco Aleo Solar, che servirà proprio alla realizzazione di un nuovo modulo termo-fotovoltaico. Come racconta a Tekneco l’Ing. Luca Maresia, vice presidente del Gruppo, “Aleo Solar è un produttore tedesco di moduli fotovoltaici, che realizza prodotti di alta efficienza e qualità, presente sul mercato europeo da diversi anni. Aleo Solar è già il nostro fornitore dei moduli fotovoltaici S-79, monocristallini-black e, a partire dal nuovo anno, fornirà il suo nuovo modulo S-79 ad alta efficienza, con potenza sino a 285 W, con cui andremo a realizzare i nostri nuovissimi moduli termo-fotovoltaici che consentiranno di realizzare, con i medesimi spazi e moduli, impianti di potenza maggiore. Per noi si tratta di un valore aggiunto, è molto importante poter contare su un partner così prestigioso”. Con questo nuovo prodotto Fototherm mira a consolidare la sua fetta di mercato termo-fotovoltaico in Italia e non solo, dato che quest’anno l’azienda è “sbarcata” in Turchia

Fototherm Serie AL

e Marocco, dove l’energia solare è spinta da appositi programmi governativi, insieme ad altri partner italiani. “La realizzazione di impianti termo-fotovoltaici va incontro alla richiesta del mercato di andare a realizzare non solo impianti per soddisfare parte dei fabbisogni elettrici, ma, anche e soprattutto, per garantire parte degli ingenti e costosi fabbisogni termici. Questa, non da ultimo, è anche la necessità delle famiglie, a cui è d’obbligo proporre investimenti per il risparmio; fare due impianti in uno (fotovoltaico e solare termico) consente di risparmiare spazio di installazione e di coniugare i due risparmi di energia, elettrica e termica, in un unico impianto di produzione (termofotovoltaico)”, spiega il vice presidente di Fototherm. Alla luce di tutto ciò, Fototherm ha intensificato la sua attività in Italia, soprattutto quella tecnico-commerciale nel Centro-Sud, proponendo la sua tecnologia termo-fotovoltaica agli Ingegneri degli Ordini professionali di Roma, Firenze, Bari, Potenza, Foggia e Matera, tramite appositi seminari tecnici organizzati in collaborazione con i suddetti Ordini professionali. Un discorso a parte merita un altro e

diverso prodotto che Fototherm ha ideato e commercializza, puntando al mercato residenziale, l’unico segmento dove il fotovoltaico sta mostrando numeri interessanti. Stiamo parlando del Balcone Solare, un prodotto nato dalla pressante e ingente domanda di tutte quelle famiglie che abitano in condominio e, pur volendo realizzare un impianto solare, sono impossibilitati a farlo per mancanza di spazi appositi. Da qui l’idea del Balcone Solare, che consiste nell’installazione di moduli termo-fotovoltaici all’esterno delle ringhiere/parapetti dei balconi dei condomini (in verticale), al fine di integrare la produzione di acqua calda sanitaria e soddisfare parte del fabbisogno di energia elettrica delle famiglie. L’impianto base, composto da due moduli termo-fotovoltaici, fornisce una potenza elettrica di 500 We e una potenza termica di ca. 1.800 Wt, garantendo così un risparmio continuo e costante di energia elettrica e gas in rapporto ai fabbisogni delle famiglie. Il Balcone Solare è ideale da collocare in abitazioni con impianto termico autonomo e con balconi esposti nelle direzioni del Sud (Sud-est, Sud-ovest) e può essere installato On Grid o Off-Grid in base alle esigen-

ze della famiglia. In particolare, come accennato in precedenza, si tratta di un prodotto pensato per rispondere alle esigenze delle famiglie che vivono in condominio, anche perché con la recente riforma del codice civile, non c’è neppure bisogno di autorizzazione condominiale per installare impianti asserviti a una singola abitazione come il Balcone Solare (nuovo art 1122 bis del C.C.). I vantaggi per l’utente finale sono di varia natura: innanzitutto l’impianto fornisce un risparmio immediato e può usufruire della detrazione fiscale del 50% prevista dall’Agenzia delle Entrate (Risoluzione n.22/E del 2013), prorogata anche per il 2015 dalla “Legge di Stabilità” dello scorso ottobre. Dunque, questo prodotto si propone di essere installato su condomini esistenti e sulle nuove costruzioni, anche alla luce degli obblighi del D. Lgs 28/2011 per ciò che attiene il soddisfacimento dei fabbisogni termici da fonte rinnovabile.

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Tekneco Numero 18 | 2015

RINNOVABILI

LA CHIMICA IN ITALIA

L’Autorità vara le norme sui sistemi d’accumulo

Un futuro roseo, anzi verde di Andrea Ballocchi

di Gianluigi Torchiani

Secondo TechNavio, il mercato italiano è quarto in UE e in rapida crescita, anche come investimenti. Ma, oltre alle potenzialità, non mancano gli ostacoli

La normativa tende a facilitare l’utilizzo di batterie per conservare la produzione di elettricità da fonti rinnovabili

o scorso 21 novembre è stato un giorno molto importante per il mercato italiano delle rinnovabili: l’Autorità per l’energia (AEEGSI) ha, infatti, pubblicato la tanto attesa delibera 574/2014/R/ eel, che contiene le disposizioni relative all’integrazione dei sistemi di accumulo di energia nel sistema elettrico nazionale. In buona sostanza, si tratta delle speciali batterie che consentono di conservare l’energia prodotta in eccesso da fonti intermittenti, come il fotovoltaico, aumentandone la competitività di mercato. Le nuove norme varate dall’Autorità definiscono le modalità di accesso e utilizzo della rete pubblica nel caso di sistemi di accumulo di energia elettrica e, al tempo stesso, le misure necessarie per la corretta erogazione di incentivi o regimi commerciali speciali atti a favorire i sistemi di accumulo. Nel concreto, tali sistemi saranno considerati come singoli impianti di produzione programmabile e, per il calcolo del corrispettivo per la connessione, saranno applicate le stesse condizioni previste per gli impianti di cogenerazione ad alto rendimento. Nel caso poi di presenza di altri gruppi di generazione su uno stesso punto di connessione alla rete, sarà lasciata ai produttori o ai singoli utenti la decisione di definire un’unità di produzione specifica per i sistemi di accumulo installati, separata dagli altri gruppi di generazione. La delibera stabilisce, inoltre, che se l’energia prelevata dalla rete serve solo per l’alimentazione dei

sistemi di accumulo dei servizi ausiliari di eventuali impianti di produzione, tali prelievi siano valorizzati sulla base del prezzo zonale orario (PO), senza che siano applicate le tariffe di trasmissione, di distribuzione e gli oneri generali di sistema. Se, invece, il prelievo servirà anche per l’alimentazione di unità di consumo, andranno applicate le tariffe di trasmissione, di distribuzione e degli oneri generali, valorizzando l’energia a prezzo unico nazionale (PUN). Il provvedimento è stato accolto con soddisfazione da Anie energia, secondo cui ora, con il quadro legislativo, regolatorio e normativo nettamente più chiaro, sia per i sistemi di accumulo che per i SSPC (SEU in primis), dal 2015 sarà possibile rilanciare la generazione distribuita in autoproduzione, sia per gli ambiti residenziali e commerciali che per quelli industriali.

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www.tekneco.it/1804

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Enea lavora a un progetto per migliorare la sicurezza delle reti Alla bioenergia non manca un sostegno a livello europeo: la nuova Politica Agricola Comune (PAC) per il periodo 2014-2020 non si pronuncia espressamente sul tema ma, tuttavia, presenta opportunità per lo sviluppo di filiere bioenergetiche, in quanto vincola gli aiuti economici da destinare agli agricoltori allo svolgimento di “pratiche verdi” (mantenimento di prati e pascoli permanenti, istituzione di aree di interesse ecologico, ecc.) benefiche per l’ambiente e per il clima (greening). È previsto, esplicitamente, che gli Stati membri possano optare, con impegni nello sviluppo rurale, per delle “pratiche equivalenti” a quelle più propriamente “verdi”, a condizione che queste assicurino ricadute in termini di qualità dell’acqua e del suolo, biodiversità, preservazione del paesaggio, mitigazione dei cambiamenti climatici. Di conseguenza, sarà probabilmente possibile inserire tra le “pratiche equivalenti” lo sviluppo di alcune colture dedicate da destinare alla produzione di energia e/o biocombustibili, ovviamente compatibili con la funzione primaria del sistema agricolo, insieme all’attivazione di filiere bioenergetiche basate sul recupero di biomasse residuali a seguito degli interventi di manutenzione delle formazioni vegetali spontanee.

ome sta andando la chimica verde in Italia? Bene, a giudicare dalle stime del rapporto pubblicato dalla società statunitense di analisi TechNavio, “Global Chemicals Green Market 2014-2018”. Innanzitutto, il settore evidenzia un ottimo stato di salute in tutto il mondo. Secondo il report, il mercato mondiale tenderà, infatti, a una crescita significativa e progressiva nel corso del quinquennio considerato, con un tasso di crescita annuo medio dell’8,16%. Tradotto in cifre, se nel 2013 il valore del mercato è stato di 55,4 miliardi di dollari, nel 2018 passerà a 82 miliardi, con un tasso di crescita variabile dal 6,5% del 2013 al 9,5% del 2018. L’Italia conta su un mercato da 3,3 miliardi di dollari (su un totale europeo di 21 miliardi) e punta sempre più alla sostenibilità: come segnalano gli analisti TechNavio «La crescente consapevolezza ambientale sostenibile ed eco-friendly ha costretto i governi a spostare la loro attenzione verso la produzione di sostanze chimiche verdi, i progressi in termini tecnologici dell’industria chimica in Italia hanno portato non solo alla realizzazione di materie prime convenienti, ma anche a prodotti chimici sostenibili». Da ciò si evidenzia un aumento degli investimenti e l’espansione delle attività quali principali trend in corso in Italia nel 2014-2018. In termini di generazione di entrate, l’Italia è al quarto posto tra i Paesi europei. «È anche uno dei mercati in più rapida crescita in Europa occidentale – si afferma nel report TechNavio –. A

livello globale, l’Italia ha rappresentato una quota del 5-6% del mercato della chimica verde nel 2013». Nell’individuare le tendenze chiave del mercato, gli analisti statunitensi evidenziano i recenti investimenti di espansione nel settore in Italia. Ricordano, in particolare, l’investimento di 186 milioni e mezzo di dollari stanziato da Beta Renewables (joint venture tra Biochemtex, società del gruppo Mossi Ghisolfi, e il fondo di private equity TPG - Texas Pacific Group), nella bio-raffineria di Crescentino (Vercelli), nonché la joint venture Matrìca tra Enimont e Versalis per la riconversione green di Porto Torres, nonché quella (denominata Reverdia) tra DSM e Roquette Frères a Cassano Spinola (Alessandria) per il primo impianto al mondo per la produzione di acido succinico di origine biologica. «Inoltre, il recente divieto di sacchetti di plastica dall’Unione europea favorirà la domanda di materiale bio-plastico», prosegue il report.

Certo, non mancano le difficoltà per il settore, primo dei quali è la forte concorrenza con le sostanze chimiche ottenute dal petrolio, economicamente più convenienti di quelle “verdi”. E gli stessi investimenti, pure in crescita, non sono stati in grado di raggiungere i livelli attesi, comportando un ostacolo alla crescita del mercato; inoltre, la differenza di proprietà rappresenta un vincolo importante alla crescita dei prodotti chimici a base biologica in Italia.

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CONSUMO DI SUOLO

Il Belpaese di cemento di Andrea Ballocchi

L’Italia è il quarto Paese in UE per consumo di suolo. Cosa si sta facendo a livello politico e amministrativo per fermare lo scempio? Poco, secondo Vezio De Lucia

elpaese” è l’appellativo con cui viene ancora oggi ricordata l’Italia, decantata così già da Dante e Petrarca anche per la bellezza del suo paesaggio naturale. Ma questa “grande bellezza” è stata deturpata dalla cementificazione selvaggia nel corso degli anni. Tanto che, per consumo di suolo, l’Italia è quarta in Unione europea. E se consideriamo che a precederla sono Olanda, Belgio e Lussemburgo, ossia tutti Paesi di limitata estensione e con modesta presenza di montagna nel proprio territorio, il dato è ancora più rilevante. A evidenziare la situazione europea è il rapporto elaborato dal Centro studi di Confagricoltura, intitolato “Il consumo di suolo in Italia”. Per comprendere bene l’escalation del fenomeno vale la pena considerare i dati Ispra. Nel suo ultimo rapporto sul tema (febbraio 2014), l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha stimato l’evoluzione della quota di territorio costruito in Italia, dagli anni Cinquanta al 2012, rilevando una crescita di due volte e mezzo, pari ad una superficie di 1,32 milioni di ettari. Si è passati dagli 870 mila ettari di suolo consumato degli anni Cinquanta ai 2.189.000 del 2012, un’escalation con inevitabili pesan-

ti conseguenze: «Per avere un’idea dell’effetto di questa crescita sulla impermeabilizzazione del suolo, si consideri che l’intero sistema idrografico italiano è stato chiamato a smaltire rapidamente, perché immessi in condutture dedicate, 24 milioni di metri cubi d’acqua in più ogni anno per ogni 100 mm di precipitazioni», sottolinea Confagricoltura. Cosa si sta facendo per correre ai ripari? In Parlamento pare - il dubbio è d’obbligo – che qualcosa si stia muovendo: diverse sono le proposte sul tavolo e le due commissioni Ambiente e Agricoltura hanno discusso in seduta congiunta proprio sulla “Legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo”, alla presenza dei ministri Galletti e Martina. «A livello parlamentare, mi pare ci siano quasi 18 disegni di legge in discussione tra Camera e Senato, presentate da tutte le forze politiche e dal Governo. Personalmente sono critico su tutte queste proposte: a partire dal Governo, che se doveva risolvere con sollecitudine una questione era proprio quella dello stop al consumo di suolo. Invece si è fatto ricorso a procedure ordinarie parlamentari, aprendo discussioni che vanno avanti da anni». A dirlo è

un autentico esperto in materia: Vezio De Lucia, urbanista, nel cui curriculum figurano ruoli istituzionali di primo piano sia a livello governativo (è stato, fra l’altro, direttore generale del Coordinamento territoriale e membro del Consiglio superiore dei Lavori pubblici), che a livello regionale, provinciale e comunale; inoltre, ha svolto e svolge attività anche a livello culturale a difesa del consumo del territorio. La sua critica è motivata: «Le procedure imboccate, almeno la gran parte, sono basate sul ricorso al terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione, che riguarda le materie oggetto di legislazione concorrente, quelle cioè per le quali la potestà legislativa spetta alle Regioni, mentre allo Stato compete soltanto la determinazione dei principi fondamentali. In pratica, lo Stato fissa i principi, che devono essere tradotti in leggi operative dalle Regioni; queste ultime obbligano i rispettivi Comuni a strutturare i piani regolatori nel rispetto dei principi della legge statale e stando

alle regole stabilite della legge regionale. Con questa procedura, fatti i conti, per arrivare a una piena operatività, nelle Regioni meno “sensibili” a questo tema possono passare anche 20 anni. Mentre andrebbe imboccata la strada intrapresa dalla Toscana». La Regione ha da pochi mesi varato la nuova legge urbanistica, definita da De Lucia, «l’unico elemento positivo nello scenario italiano. Essa obbliga tutti i Comuni del territorio a perimetrare la parte urbanizzata, separandola da quella che non lo è e ponendo quale vincolo di non consumare, se non in casi veramente eccezionali, il territorio non urbanizzato». Tradotto in altri termini: in Toscana non si potranno erigere mai più case in campagna. Certo, potranno essere realizzate attività di carattere produttivo, per determinati servizi e infrastrutture, ma saranno autorizzate solo a fronte di procedure molto rigorose e che abbiano a riguardare ambiti territoriali più vasti. È una vera boccata d’ossigeno per il

territorio italiano dopo che, spiega l’urbanista, dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi, a fronte di una crescita demografica di poco superiore al 20%, la superficie urbanizzata ha registrato un incremento medio del 1.000%. Oltre alla strada imboccata dalla Toscana, segnala anche la possibilità degli stessi Comuni di attivarsi in questo senso: l’esempio di Cassinetta di Lugagnano (Milano) e del suo Pgt a crescita zero ha fatto storia, ma altre amministrazioni comunali hanno fatto un identico percorso. Il problema è che si è fatto troppo poco: «C’è però una responsabilità delle regioni, che (eccezion fatta per Toscana e Puglia) non hanno approvato i piani paesaggistici che dal 2004 sono obbligatori per legge e che, se ben realizzati, si poteva imporre lo stop al consumo di suolo – commenta De Lucia -. Ma anche lo Stato non è esente da colpe dato che è uno strumento di co-pianificazione. Per cambiare qualcosa c’è anche bi-

sogno di una sollecitazione da parte dell’opinione pubblica, dell’ambientalismo, ma anche della cultura, perché ne va della salvezza del nostro patrimonio» non solo ambientale, ma anche culturale e storico.

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COSTO DELL’ENERGIA

Poveri energetici di Sergio Ferraris

La chiamano “fuel poverty” ed è la nuova forma di povertà di chi non ce la fa a pagare le bollette di gas e luce. Finalmente se ne parla anche in Italia

n Italia non la si conosce quasi per nulla. È la fuel poverty, ossia la povertà indotta dalle spese per l’energia che, assieme alla crisi, “morde” non pochi italiani. Se ne è parlato durante la giornata di presentazione del rapporto di ricerca “Fuel poverty: definizione, dimensione e proposte di policy per l’Italia” a cura di Serena Rugiero e Giuseppe Travaglini, realizzato dall’Associazione Bruno Trentin, Spi Cgil e Federconsumatori che si è tenuta di recente a Roma. La situazione della povertà, infatti, nel nostro Paese è sul filo del rasoio e la questione energetica potrebbe aggravarla. Nel 2012, secondo Eurostat, il 29.9% della popolazione viveva “a rischio di povertà”, in stato di “privazione materiale severa” e, secondo l’ultimo aggiornamento Istat del 2013, il 12.7% delle famiglie era sotto la linea di povertà relativa e, un milione e 725 mila famiglie, il 6.8% delle famiglie residenti, risultavano in condizioni di povertà assoluta. In totale è l’8% della popolazione a essere a rischio, per un totale di 4,4 milioni di persone, per le quali un semplice “incidente” di percorso, come una spesa imprevista o l’aumento di una tariffa, può rappresentare un serio ostacolo alla vita familiare. E ora, assieme al disagio da povertà più generale, si

sta presentando una nuova forma di povertà, ben nota nella realtà anglosassone, dove è studiata attentamente, misurata e divenuta oggetto di piani e finanziamenti, ossia la fuel poverty, termine che potremmo tradurre come “precarietà energetica”, definizione che indica la difficoltà delle famiglie nei Paesi economicamente avanzati ad accedere a servizi essenziali energetici, come quelli dell’elettricità e del gas, a causa dei costi troppo elevati. Parlando in termini meno astratti, si può dire che si possono considerare nello stato di povertà energetica tutte le famiglie che spendono più del 10% del proprio reddito per poter “consumare” energia. «La fuel poverty colpisce le fasce di popolazione più deboli, come pensionati, lavoratori precari, cassaintegrati, giovani disoccupati e le aree territoriali più svantaggiate come il Mezzogiorno, con fenomeni di esclusione sociale e con una maggiore predisposizione nella popolazione all’insorgenza di patologie fisiche e psicologiche dannose per la salute delle persone - afferma Serena Rugiero, ricercatrice dell’Associazione Bruno Trentin, che ha coordinato la ricerca -. La fuel poverty è un fenomeno multidimensionale: frutto di dinamiche complesse e fattori causali di diversa natura».

E il fenomeno è in aumento visto che ogni anno crescono le famiglie morose che ricevono la minaccia di sospensione delle forniture d’energia elettrica e gas: 1,8 milioni per l’elettricità e 360mila per il gas, nel solo 2013. In Italia, nonostante l’evidenza del problema, di questo fenomeno se ne parla poco o addirittura nulla se si fa il confronto con altri Paesi come la Scozia, dove, oltre a conoscere il fenomeno da alcuni anni, si stanno organizzando comunità energetiche dal basso che sviluppano in proprio la produzione energetica da fonti rinnovabili anche e sopratutto per combattere la fuel poverty che in quei territori ha un peso notevole, visto che il 25% dei redditi medio-bassi viene speso per le bollette energetiche. UN BONUS PER L’ENERGIA

In Italia, solo negli ultimi anni, si è avviata una riflessione sull’argomen-

to e dal 2009 è stato introdotto il bonus elettrico e gas che è lo strumento principale per contrastare il fenomeno della fuel poverty. Si tratta, però, di uno strumento che non riesce ad affrontare il problema alla radice. Il bonus, infatti, è erogato a circa un milione di persone e, per come è strutturato oggi, non riesce a far fronte alle famiglie in stato di povertà relativa. La platea dei potenziali utilizzatori del bonus elettrico e gas è poco più di tre milioni di cittadini, ossia poco più di un milione di famiglie con un reddito netto medio pari al 40% della media nazionale e tra queste famiglie oltre il 70% è a rischio di povertà, mentre il 40% in stato di povertà assoluta. Per quanto riguarda i fondi utilizzati nel periodo 2008-2012 per il pagamento del bonus elettrico e gas, nonché il funzionamento del sistema, sono stati spesi poco più di un miliardo di euro, dei quali sono stati erogati

ai clienti finali 554.9 milioni di euro, 376.5 per il bonus elettrico e 178.3 per il bonus gas. Nel 2013, però, solo il 34% degli aventi diritto al bonus elettrico e il 27% degli aventi diritto al bonus gas li hanno utilizzati, mentre meno della metà di coloro che ne hanno usufruito il primo anno ha rinnovato la domanda nell’anno successivo. Si tratta di dati da cui emerge che meno della metà della entità complessiva del bonus è stato erogato alla platea delle potenziali famiglie aventi diritto ed è estremamente limitato il numero di famiglie povere che pur avendo diritto al bonus, lo richiedono effettivamente. Si tratta di un fenomeno che è legato a diversi fattori, quali la non conoscenza del meccanismo, il non voler ammettere che si è poveri e la complessità della domanda per l’accesso. In ultima analisi, lo strumento del bonus è valido anche perché non altera il

mercato energetico, ma è ancora di difficile attuazione e per ciò deve essere profondamente rivisto. In particolare, è necessaria un’attenta revisione delle condizioni di reddito per l’accesso, soprattutto alla luce dell’aggravamento delle condizioni di povertà delle famiglie causato in questi ultimi anni dalla crisi ed è indispensabile una semplificazione nelle modalità di fruizione, avendo presente anche l’impatto che il nuovo ISEE ha dal 1° gennaio 2015. E questo è solo l’inizio. Una ulteriore riflessione dovrebbe essere quella di utilizzare sia l’efficienza energetica, sia le rinnovabili per combattere la fuel poverty, ma sotto questo profilo la strada è ancora lunga.

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DRONI

La scienza che cala dal cielo di Sergio Ferraris e Francesco Tebaldi

L’uso dei droni è diventato sempre più frequente per molti professionisti. Non tutti sanno che però esistono regole di sicurezza come si trattasse di piccoli aeroplani

uso dei droni, i SAPR “Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto”, sta entrando in molte attività. Sono due i “driver” di questo sviluppo. Il primo è il miglioramento delle prestazioni dei SAPR, con un abbassamento dei prezzi, (sebbene spesso siano alti gli investimenti per R&S dei SAPR, dell’ordine di milioni di Euro) mentre il secondo è rappresentato dalla possibilità di dotarsi a prezzi accessibili di sistemi e sensori di monitoraggio da installare sui SAPR. Il tutto si sta traducendo nella realizzazione di servizi, da parte dei professionisti, di controllo e monitoraggio dall’alto a prezzi più bassi rispetto ai sistemi tradizionali. I servizi a oggi realizzabili sono legati al rilevamento cartografico, al dissesto idrogeologico, agli ambiti agroforestali e al rilevamento ambientale, ma non è escluso che, a breve, si possano immaginare altre tipologie di servizi. Non si creda, però, che basti dotarsi di un SAPR, fare qualche prova e si sia pronti. I SAPR sono stati normati attraverso un dettagliato regolamento tecnico stilato dall’ENAC

- Ente Nazionale per l’Aviazione Civile. La competenza del Regolamento Enac riguarda qualsiasi cosa rientri nella definizione di Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto (SAPR) e da cui si rileva la differenza con gli Aeromodelli: i SAPR sono aeromobili come definito dall’art. 743 del Codice della Navigazione, gli Aeromodelli possono invece essere utilizzati solo a scopo ricreazionale. Seguendo, quindi, i dettami della normativa europea (Regolamento CE 216/2008) che affida la competenza di ENAC su tutti i SAPR entro il peso di 150 kg al decollo, viene posto innanzitutto l’accento sull’aspetto che l’Autorità ha l’obbligo di normare e garantire la sicurezza delle operazioni, siano esse di pianificazione, manutenzione ed, ovviamente, di volo. Nella normativa dell’ENAC i SAPR sono suddivisi in inferiori o uguali/superiori alla soglia dei 25 kg di massa massima al decollo, che sono quelli di maggiore interesse per i professionisti. Innanzitutto, il Costruttore del SAPR: deve aver superato la fase di sperimentazione iniziale (R&S) atta a di-

mostrare la soddisfazione dei requisiti di sicurezza imposti da ENAC e deve redigere il Manuale di Volo che l’Autorità deve approvare. Dopo di che è possibile iniziare l’attività sperimentale propedeutica dove l’operatore deve dimostrare di essere in grado di “operare” il sistema, nel rispetto dei requisiti di sicurezza e negli scenari approvati da ENAC. La gestione operativa è affidata all’Operatore (che può essere anche il solo pilota) il quale deve potersi strutturare secondo un’organizzazione interna che preveda alcune figure di responsabilità. L’Operatore deve, quindi, redigere il Manuale delle Operazioni dove, indicati il responsabile delle operazioni ed il responsabile della aeronavigabilità, deve esplicitare tutte le procedure necessarie a garantire il più alto grado di sicurezza nelle operazioni. L’Operatore, in regola con la documentazione, riceve una notifica da ENAC (pubblicata sul sito www.enac. gov.it alla sezione SAPR) a operare su aree non critiche, ossia dove non c’è rischio di procurare danni a per-

sone, cose o alla collettività, ovvero riceve un’autorizzazione a operare in aree critiche, come, per esempio, aree congestionate o comunque con una certa densità di popolazione. Per quanto riguarda, invece, il pilota è necessario sfatare la convinzione che sia necessario un brevetto, un patentino o una licenza, perché i requisiti del pilota sono i seguenti: “deve essere designato dall’Operatore il quale, per le attività di volo approvate su aree non critiche per le quali ha ricevuto notifica da ENAC, se ne assume la totale responsabilità, mentre nell’ambito dell’autorizzazione su aree critiche ENAC ne verifica le capacità e attestazioni; il pilota deve avere un’età minima di 18 anni, essere a conoscenza delle regole dell’aria - quindi aver seguito un apposito corso, oppure essere in possesso di tali competenze in base ad asseverazione di una licenza di volo civile o un attestato sportivo -, ma serve anche un programma d’addestramento per lo specifico SAPR che può rilasciare il costruttore o scuole approvate da ENAC, oltre ad essersi sottoposto ad

una visita medica d’idoneità psicofisica di seconda classe. Il SAPR, infine, deve essere assicurato con copertura RC e tale copertura, cosa importante di cui tenere conto, è necessaria per il fatto che il cliente per il quale si sta realizzando il servizio è corresponsabile circa la rispondenza alle specifiche di sicurezza nell’espletamento delle operazioni specializzate previste da ENAC. ENAC può prevedere semplificazioni per i SAPR del peso inferiore ai 2 kg; per quelli di massa superiore ai 25 kg, oltre a tutto quanto specificato sopra, sono previste norme più restrittive. «Uno studio professionale, una volta fatti tutti i passi necessari per il riconoscimento d’Operatore con un sistema omologato da ENAC, prima sulle aree non critiche e successivamente anche su quelle critiche, ma con la necessaria copertura assicurativa, può fornire a terzi i servizi - ci fanno sapere da FTO Padova Srl che con la sua Divisione FTO Remotefly è azienda attiva nel settore di formazione professionale di piloti e fornitura di servizi specializzati con

SAPR -. Si tratta di un investimento che oscilla tra i 20 e i 50mila euro per un sistema SAPR, omologato da ENAC sotto i 25 kg, ai quali bisogna aggiungere le pratiche per diventare operatore e la formazione dei piloti, per una cifra indicativa tra i 5 e gli 8 mila euro». Ha collaborato Francesco Tebaldi

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VedoGreen premia

l’innovazione verde 2.0 di Gianni Parti

Premiata l’innovazione verde made in Italy. Trenta le imprese più virtuose dell’anno, sia fra le imprese di grandi dimensioni che fra quelle più piccole

lla vigilia di Expo 2015, VedoGreen ha riunito importanti esponenti dell’imprenditoria italiana green, della comunità finanziaria e delle istituzioni all’evento “Aspettando Expo 2015, Green Economy 2.0” per discutere di innovazione tecnologica green, eccellenza del nuovo Made in Italy e strumento in grado di favorire lo sviluppo sostenibile, il rinnovamento del sistema produttivo del Paese e il raggiungimento degli obiettivi europei di Orizzonte 2020. Nel corso dell’evento organizzato da VedoGreen, società del Gruppo IR Top, Partner Equity Markets di Borsa Italiana-LSE Group, specializzata nella finanza per le aziende green, con il patrocinio di Expo 2015, Commissione Europea, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ed Enea e con il supporto di Borsa Italiana, sono stati consegnati i VedoGreen Awards alle 30 migliori aziende italiane per innovazione sostenibile. I premiati sono stati selezionati da una giuria internazionale composta da VedoGreen,

UK Trade & Investment e Dintec (Consorzio per l’innovazione tecnologica) all’interno di una rosa di 120 nomination riconducibili ai 10 settori della green economy individuati da VedoGreen. 6 le categorie del premio: Grandi Imprese, Piccole e Medie Imprese, Progetti Innovativi, Società Quotate Green, Elite Green e Sostenibilità. Partner di “Aspettando Expo 2015, Green Economy 2.0” sono stati: IR Top, UK Trade and Investment, Dintec, Idea Capital Funds Sgr, Cariparma, Hogan Lovells, eV-Now!. Media Partner: MF/Milano Finanza, Tekneco e Little Sea Video. Tra i relatori dell’evento: Marco Giorgino e Anna Lambiase, rispettivamente Presidente e Amministratore Delegato di VedoGreen, Barbara Lunghi, Head of Mid&Small Caps Italy, Primary Markets di Borsa Italiana – LSE Group, Danny Andrews, 1st Secretary Prosperity, Climate and Energy dell’Ambasciata Britannica di Roma, Massimo Guasconi, Presidente Dintec, oltre al saluto di Paolo De Castro, coordinatore per il

Gruppo dei Socialisti e Democratici della Commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo e relatore permanente per Expo 2015, che ha espresso il proprio apprezzamento per l’iniziativa di VedoGreen. “Aspettando Expo 2015, Green Economy 2.0” è stata anche l’occasione per lanciare il nuovo libro “Green Economy 2.0 – 16 storie di imprenditori eccellenti del nuovo Made in Italy a cura di VedoGreen. “Il GreenBook racconta storie di eco-innovazione eccellenti – ha spiegato Anna Lambiase, socio fondatore e Amministratore Delegato di VedoGreen con l’obiettivo di rendere partecipe l’Italia di uno spaccato di industria che investe nello sviluppo di tecnologie pulite e cresce sui mercati mondiali. Le aziende che tra 2008-2013 hanno investito in tecnologie verdi o che hanno intenzione di intraprendere investimenti green nel 2014 sono 341.500 (circa il 22%) nel settore industria e servizi, mentre salgono al 30% nel settore manifatturiero, dove ammontano a circa 81.600 imprese

(dati Unioncamere). Le industrie che hanno registrato i tassi di crescita media composta più elevati nel periodo 2009-2013 sono: Waste Management (8%), Green Chemistry (7%), Agribusiness (6%) e Smart Energy (6%) (dati database VedoGreen, dicembre 2014).” Le imprese della Green Economy si caratterizzano per una significativa presenza internazionale che ne sostiene la redditività ed una maggiore propensione all’innovazione: le domande di brevetto green presentate da aziende italiane all’Ufficio Europeo dei brevetti nel periodo 2009– 2014 (dato previsionale sulla base dell’andamento dei primi tre trimestri dell’anno) sono state 2.210, pari a circa il 9,5% del totale delle domande italiane del periodo. Il dato risulta interessante se si considera che nel periodo in questione si è registrato un rallentamento del totale delle domande di brevetto a fronte di un trend di crescita di quelle green. Oltre il 70% delle domande di brevetto italiane depositate tra il 2009 e il 2013 è riconducibile a tecnologie

per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sistemi per il controllo dell’inquinamento e il risparmio energetico, biocarburanti, mobilità sostenibile, isolamento termico in edilizia, energia eolica, circuiti per la generazione di energia. VedoGreen, la cui mission è favorire l’incontro tra domanda e offerta di capitali, condivide le sfide di Expo 2015 attraverso il supporto alle aziende virtuose nella ricerca di risorse per finanziare interessanti progetti di sviluppo. In qualità di IPO Advisor assiste le società in tutte le fasi pre e post quotazione, affiancandole negli adempimenti regolamentari e nella gestione del rapporto con gli investitori e con i media. Attraverso il proprio Osservatorio, VedoGreen monitora l’andamento del paniere delle quotate green italiane, l’indice VedoGreen Italia, composto da 27 aziende appartenenti ai mercati MTA (48%) e AIM Italia (52%), di cui 7 quotate dal 2014. Le nuove matricole, tutte quotate su AIM Italia (dove le società verdi rappresentano il 28% del listino de-

dicato alle piccole e medie imprese), hanno registrato un fatturato medio 2013 di 21 milioni di euro, con un Ebitda margin del 31% e una capitalizzazione media di 37 milioni di euro (al 17/12/2014). La raccolta totale delle IPO green 2014 si è attestata a 56 milioni di euro.

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Efficienza energetica in UE 24 28

Obiettivo: efficienza di Sergio Ferraris Una strategia per vincere di Sergio Ferraris

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Tardi per l’Europa, tardissimo per l’Italia di Sergio Ferraris

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Facciamo un patto di Sergio Ferraris


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Edilizia Bio | Efficienza energetica in UE

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l’obiettivo europeo per l’efficienza energetica al 2030

LA MINIERA EUROPA

Obiettivo:

efficienza

di Sergio Ferraris

Gli obiettivi al 2030 in fatto di rinnovabili, riduzione delle emissioni climalteranti ed efficienza energetica, decisi di recente, hanno accolto quasi del tutto le richieste dei grandi player dell’energia europei. Basterà?

l gigante nascosto, oppure il vero giacimento energetico europeo. Queste sono solo due delle molte definizioni che si sono utilizzate in questi anni, in Europa, a proposito dell’efficienza energetica e alle quali, spesso, non sono seguiti dei fatti concreti. È almeno dal 2005, anno in cui sono stati creati i famosi obiettivi 20-20-20, ossia più 20% di energie rinnovabili, meno 20% di emissioni climalteranti, meno 20% di consumi d’energia primaria, il tutto al 2020, che si parla molto d’efficienza energetica sia a Bruxelles, sia nelle capitali degli Stati membri dell’Unione europea. Unico problema: proprio l’obiettivo sull’efficienza, che dei tre era l’unico non vincolante. Ragione per la quale nel settore dell’efficienza energetica, nonostante i comunicatori di Bruxelles avessero coniato una bella parola d’ordine come “Fare di più, con meno”, ciò che si è fatto è stato poco e quel poco è stato realizzato in ordine sparso, sia dalle singole nazioni, sia dai privati che hanno identificato nell’efficienza energetica esattamente

ciò che non sono riusciti a individuare le “teste d’uovo” dell’Unione europea, ossia una leva di mercato per le imprese. All’epoca, ed eravamo nella fase pre crisi, si disse che un vincolo anche sull’efficienza sarebbe stato eccessivo e che in realtà i risultati sarebbero arrivati anche dal combinato disposto degli altri due obiettivi: quello sulla CO2 e quello sulle rinnovabili. In effetti, anche solo l’aver fissato un’indicazione, ciò fu recepito da alcuni Paesi come uno stimolo e produsse una serie di risultati abbastanza tangibili. L’aumento dell’efficienza degli elettrodomestici e delle autovetture in tutto il continente, i piani per l’edilizia a bassa emissione della Gran Bretagna e l’ecobonus del 55% in Italia furono delle azioni ben definite che hanno portato, a nove anni di distanza, a risultati concreti come la nuova generazione di elettrodomestici - l’Unione europea ha dovuto aggiungere due classi alle etichette, la +A e la ++A, per stare al passo con l’innovazione - oppure all’operazione Fiat-Chrysler, nella quale la tecnologia dei motori endo-

termici a basso consumo della casa ex-torinese ha giocato un ruolo strategico. E oltre a ciò, ancora, la nascita di un mercato prima inesistente, come quello della ristrutturazione energetica in edilizia, che ora anche i costruttori associati all’Ance difendono a spada tratta. Inoltre, a tutto questo si deve aggiungere l’efficienza nei sistemi industriali che sono stati innovati fin dai primi anni Novanta, seguendo dinamiche squisitamente imprenditoriali e, solo marginalmente, ambientali. Negli anni tra il 2005 e il 2008 parve che l’efficienza potesse addirittura marciare con le proprie gambe, accompagnata da un minimo d’incentivi e, infatti, a quel tempo sembrava spalancarsi l’epoca delle ESCo (Energy Saving Company), ossia delle società energetiche

che traggono il proprio profitto dalla “vendita” di servizi chiavi in mano d’efficienza energetica, ammortizzando contemporaneamente i costi degli interventi. Un modello che avrebbe potuto diffondersi a macchia d’olio, andando oltre i perimetri delle aziende e interessando, così, anche la Pubblica Amministrazione e i privati. Il meccanismo d’innesco dell’efficienza energetica, però, ha incominciato a incepparsi un paio d’anni dopo, con l’approssimarsi della crisi congiunturale che riguarda tutt’ora, dopo sette anni, l’Europa e questo fermo non si può spiegare senza analizzare i fenomeni di contesto. Il dato più sconcertante è che uno dei motivi della crisi dell’efficienza energetica risiede nell’impetuoso sviluppo delle rinnovabili e nel miglioramento del-

le tecnologie per la riduzione dei gas climalteranti, invertendo così la logica che era stata voluta dal legislatore europeo. Il punto cruciale risiede nella rottura del paradigma, in realtà quasi un dogma, relativo allo stretto legame tra l’aumento dei consumi energetici e quello del Prodotto Interno Lordo (Pil) che è anche il motivo della mancanza del vincolo sull’obiettivo relativo all’efficienza energetica. Il crollo della manifattura europea negli anni della crisi fece, infatti, saltare tutte le previsioni sui consumi d’energia nel Vecchio Continente, provocando uno stallo nelle politiche delle compagnie energetiche e specialmente nelle utilities elettriche. Queste aziende, infatti, da un lato hanno visto andare a picco i fatturati a causa dei minori

consumi indotti dalla crisi, mentre, contemporaneamente, sono state incalzate dalle rinnovabili, fotovoltaico in testa, - che hanno costo marginale pari allo zero - quando nel frattempo durante gli anni immediatamente precedenti avevano massicciamente investito nella generazione termoelettrica a ciclo combinato di nuova concezione a gas naturale. Nella sola Italia gli impianti a ciclo combinato contano per 21 GWe, un terzo abbondante della potenza di picco elettrica richiesta nel nostro Paese. E si tratta di un problema europeo che è anche alla base della profonda ristrutturazione del colosso energetico tedesco E.ON il quale, a quanto se ne sa, sta confinando tutti gli asset “fossili” in una società che potrebbe diventare una “bad company” se le cose dovessero continuare ad andare male per i cicli combinati. Anche compagnie petrolifere storiche, come la nostrana Erg, stanno abbandonando il fossile, con l’aggravante che anche la raffinazione di base del petrolio sta diventando poco conveniente, vista la scelta dei Paesi arabi d’investire direttamente su questo settore, per recuperarne la marginalità. Insomma, più di un investitore deve avere preso sul serio il report della banca d’affari svizzera Ubs che alcuni mesi fa consigliava i propri clienti di liberarsi dei pacchetti azionari delle utilities energetiche europee, i cui bilanci sarebbero già ora messi in crisi dalle rinnovabili e dall’efficienza ener-


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Edilizia Bio | Efficienza energetica in UE

getica, anche se prive d’incentivi. E la reazione del settore fossile non si è fatta attendere. Verso la fine del 2013 i Ceo dei primi dieci operatori del settore elettrico europeo Enel, Eni, Cez, Iberdrola, Gasterra, Vattenfall, Gdf Suez, E.ON, Rwe, Gas Natural Fenosa, riuniti nel “Gruppo Magritte”, dal nome del museo dove si sono riuniti la prima volta, hanno ufficialmente richiesto di mettere un freno alle rinnovabili e all’efficienza. E non hanno dovuto attendere molto per vedere i risultati della loro azione di lobby. In molti Paesi dell’Unione europa c’è stata un’inversione di rotta su rinnovabili ed efficienza. In Spagna e in Italia si è messo mano agli incentivi sulle rinnovabili a livello addirittura retroattivo, mentre il governo britannico non è riuscito nell’impresa, ma incentiva il nucleare, e la Germania ha scelto una politica più soft che punta a una fine pilotata degli incentivi, anche perché deve gestire la delicata fase d’uscita dal nucleare, messo al bando dalla Cancelliera Angela Merkel all’indomani dell’incidente ai reattori atomici di Fukuschima. Ma il successo più grande il “Gruppo Magritte” lo ha conseguito sotto il profilo delle politiche europee. Gli obiettivi al 2030 in fatto di rinnovabili, riduzione delle emissioni climalteranti ed efficienza energetica, usciti nei mesi scorsi, hanno visto un accoglimento quasi totale delle richieste dei grandi player dell’energia europei. Si tratta di target appena un poco maggiori dello scenario “business as usual” poiché si richiede al 2030 il raggiungimento del 27% di energie rinnovabili, un aumento “inerziale” di meno del 1% all’anno, visto che oggi stiamo al 16%, il raggiungimento del 40% di riduzione delle emissioni su base del 1990 e un’efficienza energetica al 27%, obiettivo ancora una volta non vincolante che, quindi, sarà costantemente in balia delle politiche dei singoli Stati, per alcuni dei quali l’efficienza energetica non è di sicuro una prio-

rità. Il panorama energetico europeo, oggi, è un pallido ricordo di ciò che era solo alcuni anni addietro ai tempi degli obiettivi al 2020 e ciò si è visto chiaramente anche durante l’ultima “Conference of the parties” (Cop 20) sui cambiamenti climatici di Lima durante la quale l’Unione europea ha giocato un ruolo di retroguardia abdicando, di fatto, la leadership in tema d’energia e clima. E nel frattempo la Cina e gli Usa hanno annunciato un accordo bilaterale in tema di rinnovabili e clima, in grado di spazzare via, nel giro di pochi anni, la leadership europea sulle tecnologie per le nuove energie. Gli Stati Uniti, infatti, ridurranno del 26% le proprie emissioni climalteranti entro il 2030, mentre la Cina soddisferà una fetta della propria fame d’energia, il 20%, con le rinnovabili entro lo stesso anno, bloccando in quella data l’aumento delle emissioni climalteranti. Di colpo si apre un mercato enorme, parliamo di due Paesi che fanno il 34% del Pil del Pianeta per un valore di 24.465 miliardi di dollari, e dietro al quale c’è un accordo di spartizione chiaro per tutte le tecnologie energetiche, giocato in chiave antieuropea. Dalle fonti rinnovabili, alle tecnologie “low carbon”, passando per il nucleare, la partita in quel gigantesco mercato si giocherà solo ed unicamente tra le due sponde dell’Oceano Pacifico, mentre l’Europa affossa da sola il settore dell’efficienza energetica, levandogli lo zoccolo duro del mercato interno. Per reggere una simile competizione, infatti, il Vecchio Continente avrebbe bisogno di politiche rivolte in primo luogo verso il proprio interno, per evitare che le tecnologie mature a livello industriale “emigrino” verso aree dove i costi, sociali e ambientali, sono minori - e bisogna dire che sarebbe un bel paradosso ritrovarsi tra qualche tempo a dover discutere di un qualche materiale isolante per l’edilizia ad altissima efficienza energetica realizzato in Asia, su un brevetto europeo, senza

alcun rispetto per l’ambiente e per i lavoratori. Non paga di tutto ciò, Bruxelles ha dato ancora un altro colpo alle proprie politiche in materia d’ambiente e imprese, cancellando due importanti proposte di direttive che avrebbero spinto le aziende europee in una direzione ancora più virtuosa. Si tratta della direttiva sull’economia circolare, ossia sul riciclo spinto dei rifiuti in chiave di una sempre maggiore produzione di materie prime/seconde, ossia di rifiuti che diventano materie prime per altri cicli di produzione e di quella sulla qualità dell’aria, ossia del testo normativo che impone emissioni inquinanti sempre più basse al settore industriale e a quello automobilistico. Uno stop chiaro e inequivocabile, forse messo in atto

sotto dettatura di qualche altra lobby fossile. In pratica si è trattato di una morsa a tenaglia per le imprese dell’efficienza europee fatte salve, forse, quelle tedesche. Le imprese manifatturiere tedesche, infatti, possono giocare su un mercato di medie dimensioni, quello interno e degli Stati limitrofi, su buone capacità di ricerca e sviluppo, su una forte attitudine all’esportazione, su un costo medio dell’energia e su una buona flessibilità nel mercato del lavoro, tutte caratteristiche che daranno, almeno sul breve periodo, la possibilità alle imprese tedesche, attive nel settore dell’efficienza energetica, di svilupparsi, sempre che Usa e Cina non aumentino la propria aggressività commerciale, magari usando come grimaldello il famigerato accordo

Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) sul libero scambio tra Stati Uniti e Vecchio Continente. Invece a perdere potrebbe essere l’Italia, sotto la cui presidenza di turno sono state prese le decisioni sugli obiettivi e sulle direttive, che ha un sistema manifatturiero altrettanto forte nel campo dell’efficienza energetica, mobilità a parte, ma che possiede delle condizioni di contesto molto diverse, a cominciare dalle politiche energetiche. E se da un lato troviamo, infatti, aziende italiane che realizzano sistemi di climatizzazione estremamente efficienti e performanti per stadi e data center asiatici, dall’altro abbiamo un mercato interno che non consente una crescita adeguata del settore dell’efficienza energetica a causa, prima di tutto,

di un’assenza di politiche industriali e della scarsa visione del ceto politico. Si pensi al continuo “tira e molla” che avviene ogni anno per il rinnovo dell’ecobonus o, ancora peggio visto che il provvedimento sarebbe a costo zero per lo Stato, al rinvio infinito dell’obbligo per la contabilizzazione del calore negli edifici. In un continente che sta perdendo la leadership nel settore, l’Italia rischia di fare il fanalino di coda in un campo come quello dell’efficienza energetica dove, per ora, possiede un discreto vantaggio tecnologico e competitivo.

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mld di Euro risparmiati in Europa con l’efficienza energetica domestica

AGENZIA INTERNAZIONALE PER L’ENERGIA

Una strategia

per vincere

di Sergio Ferraris

Anche la Iea interviene nel dibattito e stima un aumento del Pil per i Paesi che imboccheranno il percorso dell’efficienza energetica, creando dagli 8 ai 27 posti di lavoro per ogni milione di dollari investito. he l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) si occupi di efficienza energetica non è poi così scontato. Eppure è successo con la pubblicazione di un report, “Capturing the Multiple Benefits of Energy Efficiency” con il quale l’agenzia ha iniziato, forse, a ribaltare il proprio approccio verso l’energia. Per la Iea questo cambio di paradigma non è una cosa da poco visto che il centro del suo pensiero sono state le fonti fossili - che sono le prime “vittime” dell’efficienza energetica - e la generazione centralizzata appannaggio dei grandi impianti. Il punto di partenza dell’agenzia sono le cifre e, più precisamente, il dato di spesa in efficienza energetica nel 2012 a livello globale: 300 miliardi di dollari. Il «primo carburante» del Pianeta, afferma la Iea che sottolinea il ruolo di primo piano che avranno i Paesi in via di sviluppo all’interno di questo scenario. L’efficienza, infatti, sarà la chiave per aumentare l’accesso all’energia, utilizzando le infrastrutture già esistenti, che molto spesso è complicato, se non impossibile adeguare. Oltre a ciò, diventa

possibile offrire l’accesso all’energia anche alle fasce più deboli, attraverso sistemi efficienti che limitano il consumo, offrendo gli stessi risultati, riducendo i consumi quotidiani, alleggerendo i costi a chi oggi può, magari faticosamente, accedere all’energia e abbassando la soglia d’ingresso per chi oggi non se lo può premettere l’accesso all’energia. Non parliamo solo del lato domestico dei consumi, ma anche di quello legato alle produzioni industriali dei PVS, cosa utile alla crescita economica che si può coniugare con la difesa ambientale, con vantaggi sia locali in termini d’inquinamento, sia globali sotto il profilo delle emissioni climalteranti, che diventa di cruciale importanza per la difesa della crescita in aree come quelle asiatiche e dei Bric. Fin qui potremmo dire che la Iea sta scoprendo ciò che i sostenitori dell’efficienza energetica e delle rinnovabili vanno sostenendo da tempo, cosa comunque non indifferente se pensiamo alla natura dell’istituzione stessa, ma la novità dello studio della Iea risiede nel fatto che il vantaggio dell’efficienza energetica è stato

quantificato con precisione sia sul fronte economico, cosa che consente l’inserimento di queste metodologie all’interno delle pianificazioni delle politiche economiche e industriali, sia degli Stati, sia delle imprese. La Iea, infatti, afferma che quando le misure circa l’efficienza energetica trovano un posto rilevante all’interno dei tipici calcoli per il ritorno industriale dell’investimento, il punto di “break even” si accorcia di oltre il 50%, passando da circa 4,2 anni a 1,9, mentre per il settore residenziale, sul quale la Iea punta parecchio, i benefici di abitazioni riscaldate in maniera più efficiente si misurano anche in termini di salute e benessere delle persone. Quindi, in una diminuzione delle ore di lavoro perse per malattia e delle spese sanitarie. Tradotto: meno spese sanitarie e maggiore produttività. Due elementi chiave per l’Europa i cui conti sono in sofferenza anche e sopratutto per queste questioni. Il rapporto benefici-costi, stimato dalla Iea, ma confermato anche dall’Enea, circa l’efficienza energetica è di uno a quattro, ossia quattro dollari risparmiati per ogni dollaro

investito, con un potenziale economico di 18mila miliardi di dollari al 2035, un terzo del Pil mondiale annuo, una cifra enorme che produrrebbe effetti duraturi, ma che rischia di essere persa. La Iea, infatti, avverte che questi vantaggi potrebbero rimanere sulla carta, poiché, secondo il suo rapporto, il carattere nascosto e poco visibile dei vantaggi dell’efficienza energetica potrebbe spingere i governi, esattamente come sta succedendo in Italia con il continuo start e stop sull’ecobonus, a non mettere concretamente in piedi le indispensabili misure di politica industriale e ambientale necessarie, per avviare a maturità le tecnologie che ruotano attorno efficienza energetica. Eppure la Iea fornisce ai decisori politici anche gli strumenti per agire, poiché stima l’aumento di Pil tra lo 0,25 e l’1,1% l’anno per i Paesi che imboccheranno il percorso dell’efficienza energetica, mentre si potrebbero creare dagli 8 ai 27 posti di lavoro per ogni milione di dollari investito. A supportare questo schema c’è proprio l’esempio dell’Europa, dove le misure per l’efficienza energetica negli edifici hanno alleggerito i conti pubblici per una cifra tra i 30 e i 40 miliardi di euro, che diventano tra i 67 e i 128 se si contabilizzano le entrate fiscali e i minori costi del welfare sociale e sanitario. Insomma, la partita dell’efficienza energetica fa bene ai cittadini e ai bilanci degli Stati, ma con ogni probabilità le resistenze circa un’accelerazione delle pratiche per il risparmio energetico arrivano proprio dal settore delle fonti fossili che, già messo in crisi dalle rinnovabili, è poco disposto ad accettare ulteriori riduzioni dei consumi, e quindi del mercato, a causa dell’efficienza energetica. LEGGI

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ROAD MAP

di Sergio Ferraris

Poiché dobbiamo abbattere le emissioni del comparto edilizio del 90% entro il 2050, bisogna passare alla riqualificazione spinta, mentre oggi solo l’1% degli interventi sono fatti sull’intero edificio. Ma il problema è finanziario secondo Gianni Silvestrini, presidente del Green Building Council Italia e sull’efficienza energetica l’Europa rallenta lo si nota anche dal fatto che la nuova presidente di turno del Consiglio dell’Ue, la lettone Laimdota Straujuma, presentando il proprio programma di lavoro si sia “dimenticata” dell’ambiente e dell’energia - mentre si è ricordata molto bene il TTIP, il controverso accordo sul libero commercio tra Usa e Ue -, l’Italia sulla materia sta proprio peggiorando. «È un quadro sconcertante - afferma Gianni Girotto, senatore del Movimento Cinque Stelle -. Registriamo il ritardo sulle rinnovabili non elettriche che scadevano il 31 dicembre 2014, mentre sull’efficienza energetica c’è letteralmente una babele con una pletora di norme e regolamenti, alcune volte in palese contraddizione tra di loro, alle quali si aggiungono le interpretazioni degli enti locali. E non basta. L’Autorità per l’energia elettrica, il gas e l’acqua sta fornendo delle interpretazioni restrittive sui Sistemi efficienti d’utenza e persino sulla fornitura energetica delle isole minori». E chi si aspettava la sempli-

ficazione, secondo il senatore M5S, deve ammettere che è arrivata quella per la procedura della conferenza dei servizi che però è più efficace per le grandi opere che per le rinnovabili. «Il nostro è un sistema che è e rimane bloccato non favorendo la crescita dell’efficienza e delle fonti rinnovabili - afferma Livio De Santoli, Delegato per l’edilizia e le politiche energetiche della Sapienza Università di Roma e Presidente AiCARR -. L’esempio più eclatante di ciò è quello del decreto sull’efficienza energetica che recepisce la direttiva europea in materia, nel quale si stanziano complessivamente 800 milioni di euro per la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio pubblico nei prossimi cinque anni. Ebbene, questa operazione, se si rispettano le percentuali indicate da Bruxelles che rappresentano circa tre milioni di metri quadri ogni anno, costerebbe tre miliardi ogni anno. È chiaro quindi che o si sono sbagliati i conti, oppure si vuole scaricare il problema dopo il 2020». E dire che questa della ristrutturazione del patrimonio edilizio pub-

blico esistente, nelle intenzioni del legislatore europeo, avrebbe dovuto essere una sorta d’esempio, o meglio di “faro” per far intraprendere, da un lato, ai cittadini il percorso virtuoso dell’efficienza, dall’altro buttare le basi dei mercati nazionali e far risparmiare, sul lungo periodo, le amministrazioni pubbliche. «E siamo indietro anche su una cosa che l’Unione europea ritiene importante, come quella circa l’aumento della consapevolezza delle famiglie rispetto ai consumi - prosegue De Santoli -. Invece abbiamo dei ritardi notevoli sull’introduzione della contabilizzazione del calore, mentre abbiamo dei contatori elettronici che sono assolutamente complessi da consultare e danno una scarsa percezione dei consumi. La nostra proposta per uscire da questa situazione è quella di realizzare un

testo unico sull’efficienza energetica che è un primo passo, per una reale semplificazione, senza il quale la burocrazia ucciderà il settore. Contemporaneamente l’Italia deve dotarsi di una seria strategia energetica». In effetti l’ufficio complicazione degli affari semplici in questo settore è una costante. Sempre a proposito di obblighi europei, siamo l’unico Paese che ha dato per legge alle regioni l’incarico di normare sulla certificazione energetica. Con il risultato che ora ci si trova all’interno di una vera e propria babele di certificazioni, realizzate con approcci e sistemi diversi, mentre ci sono alcune regioni che a dieci anni di distanza non hanno ancora fatto nulla. Sempre secondo De Santoli, è necessaria una vera cabina di regia per

l’efficienza energetica, anche perché quella istituita dal recente Decreto Legislativo 4 luglio 2014 n. 102 che recita testualmente: «è istituita [...] una cabina di regia, composta dal ministero dello Sviluppo Economico, che la presiede, e dal ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare», è “falsa” visto che ha il compito di coordinare due soli soggetti. «Serve una cabina di regia seria, ossia un’unità di missione per l’efficienza energetica presso la Presidenza del Consiglio, - incalza De Santoli - senza la quale tra cinque anni ci ritroveremo nella stessa situazione di oggi, burocratizzata e incancrenita». «Poiché dobbiamo abbattere le emissioni del comparto edilizio del 90% entro il 2050, bisogna passare alla riqualificazione spinta, mentre oggi solo l’1% degli interventi sono

fatti sull’intero edificio e non è più un problema tecnologico, ma finanziario visto che siamo in una fase di crisi - dice Gianni Silvestrini, presidente del Green Building Council Italia -. E per questo motivo mi sarei aspettato dal governo un intervento in questi senso, magari attraverso dei sistemi finanziari innovativi come sta succedendo in altri Paesi come gli Usa». E in effetti esistono fondi d’investimento disponibili a investire nel settore dell’efficienza energetica degli edifici fino a un punto di break even di dodici anni che però possono non essere sufficienti e qui sarebbe importante l’intervento del pubblico, che con cifre modeste può completare il quadro. E se si aggiungessero i Titoli d’efficienza energetica (Tee) applicati ai grandi progetti edilizi si potrebbero gettare le basi di un mercato solido e duraturo, ma anche le imprese dovrebbero fare la loro parte, facendo filiera per offrire agli utenti un servizio complessivo chiavi in mano. Forse varrebbe la pena sperimentare su questi punti per costruire una nuova finanza innovativa sui temi dell’efficienza energetica.

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COMBATTERE LA CRISI

Facciamo un patto di Sergio Ferraris

In Inghilterra per venire incontro alle esigenze delle famiglie è stata lanciata un’iniziativa che si chiama “Green Deal”, praticamente “patto verde”. Per risparmiare tutti e creare 60mila nuovi posti di lavoro nche se l’Europa non crede fino in fondo all’efficienza energetica, alcuni casi virtuosi, anche se in ordine sparso si trovano. È il caso del programma Green Deal Energy Saving for home or business con il quale in Gran Bretagna si effettuano ristrutturazioni energetiche degli edifici senza impegnare capitali. L’accesso a queste metodologie è consentito anche ai ceti meno abbienti, problematica questa che è molto sentita nel Regno Unito, poiché i prezzi dei carburanti fossili possono far sprofondare le famiglie nella povertà, visto che la spesa annua per il riscaldamento arriva spesso al 25% di un salario basso. Quindi per tentare d’arginare il fenomeno, chiamato anche fuel poverty, il Governo inglese ha messo a punto una strategia chiamata Green Deal. Si tratta di uno strumento che permette a imprese e famiglie di fare tutte le operazioni d’efficientamento energetico, pagandole in periodi anche abbastanza lunghi e utilizzando solo ed esclusivamente i risparmi ottenuti effettivamente in bolletta. Il sistema, che è partito un paio d’anni fa, dovrebbe consentire

a fine 2015 di produrre circa 60mila posti di lavoro, generando investimenti pari a 14 miliardi di sterline (pari a 18,3 miliardi di euro) ed è stato messo a punto con un contributo dell’Unione europea di 700 milioni di euro. Il meccanismo è semplice ed è quello mutuato dalle Energy Saving Company (ESCo), ossia dove un soggetto terzo si prende in carico totalmente la responsabilità dell’intervento d’efficientamento energetico, costi compresi, e trae la propria remunerazione dal risparmio in bolletta che non viene trasmesso all’utente finale - oppure viene trasferito in percentuale bassa - fino al raggiungimento del punto di break even. In questo caso i soggetti che si fanno carico degli interventi sono quelli che conoscono meglio il cliente, sia sul fronte delle esigenze che dei pagamenti e delle “abitudini energetiche”, ossia le multiutility che forniscono energia agli stessi. Gli interventi possibili sono praticamente tutti, gli utenti pagano sul medio lungo - lungo periodo, la bolletta rimane fissa, congelata si potrebbe dire, fino al termine dell’ammortamento e il contratto è legato all’immobile, ragione

per la quale il “debito” non impedisce il trasferimento della proprietà, quindi non ne abbassa il valore. Il Dipartimento dell’Energia e del Cambiamento Climatico (DECC) stima che al termine delle operazioni si sarà intervenuti su 680mila abitazioni, aumentando anche la concorrenza nel settore dei beni immobiliari poiché uno stock così grande di immobili a basso consumo, immesso sul mercato in così poco tempo, ne può valorizzare le dinamiche, innescando un percorso virtuoso d’emulazione che gli altri proprietari dovrebbero intraprendere per non far svalutare i propri immobili. Ma come evitare che in una materia complessa come l’efficienza energetica tutto fili liscio? È semplice, basta normare in maniera chiara, ma con una griglia ben definita, identificando con precisione gli attori e i loro ruoli. Le tre fasi del processo per accendere un contratto Green Deal sono, infatti, chiare. Prima di tutto è necessaria

una diagnosi energetica sull’immobile che sia indipendente e che fornisca indicazioni fattive circa le migliori metodologie da utilizzare per l’efficientamento per quell’immobile specifico, mentre come seconda cosa si attiva il finanziamento da parte di una serie di soggetti, quali banche o finanziarie, accreditati. Questi trarranno i propri ritorni dai risparmi sulle bollette e a questo punto le abitazioni e le aziende chiudono il contratto di ristrutturazione energetica che potrà essere attuata solo utilizzando tecniche e metodologie accreditate da installatori qualificati supervisionati dal Governo, affinché sia certa la qualità degli interventi e la potenzialità di risparmio. E su questo meccanismo è necessario fare qualche considerazione. La prima è relativa al soggetto titolare del contratto che è l’immobile. Si tratta di una cosa non da poco che denota anche la fantasia del legislatore nell’affrontare un passo del genere, ma che è di grande efficacia,

poiché con questo cambio si risolvono molti dei problemi relativi alla bancabilità degli interventi. L’intervento viene incorporato all’interno dell’immobile e come tale non è soggetto a rischi, quali l’insolvenza della famiglia e così via. Anche in casi estremi di pignoramento per morosità il contratto riprenderebbe a “funzionare” non appena l’immobile viene riutilizzato e, inoltre, c’è una marginalità aggiuntiva dovuta all’innalzarsi del valore dello stesso, grazie all’intervento d’efficientamento. Oltre a ciò, c’è anche da aggiungere il fatto che il Green Deal prevede, a tutela dell’investimento, una serie di garanzie quali accreditamenti, polizze assicurative circa i lavori di efficientamento e l’utilizzo di marchi di qualità. Insomma, un corollario di tutele che ha fatto sì che l’attuazione del programma passi attraverso un consorzio pubblico/privato all’interno del quale siedono attori di primaria importanza del settore energetico quali: Green In-

vestent Bank, British Gas, E.ON, EDF Energy, HSBC, Kingfisher, Linklaters, Lloyds Bank, Mark Group, PwC. Il Green Deal, infine, è un meccanismo flessibile e normato, anche dal Governo britannico, al punto tale che sembra impossibile sia arrivato da un Paese il cui profilo economico è stato tracciato dall’ultraliberista Margaret Thatcher, ma evidentemente il fatto che sia win win, ossia una mossa nella quale vincono tutti, è stato una molla così potente da convincere le utilities a collaborare, anche a prezzo di una diminuzione delle vendite di combustibili. Un passo importante che vede le utilities britanniche imboccare per prime quel cambio di paradigma che impone loro di trasformasi da venditori d’energia a venditori di servizi.

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Sotto l’albero di Klimahouse

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Un’edizione da primato


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Speciale Klimahouse

EDIZIONE 2015

Sotto l’albero

di Klimahouse

C’è chi ha costruito case sugli alberi, chi ha costruito case dentro gli alberi, chi ha usato alberi per costruire case e chi farà crescere case come un albero, questo il futuro di abitazioni umane moderne ed ecosostenibili, che applicano i principi fondanti dell’ecologia e della sociologia all’architettura e al design urbano in generale», spiega Reinhold Marsoner, direttore di Fiera Bolzano, in occasione del decimo anniversario di Klimahouse, già festeggiato a settembre a Milano in un incontro pubblico con la stampa nazionale, i partner e gli architetti di fama internazionale che hanno partecipato come relatori al congresso di Klimahouse nelle scorse edizioni. E l’albero è molto di più che un modo di dire per la prima edizione di Klimahouse dopo il giro di boa del decennio: per festeggiare questo traguardo, infatti, Fiera Bolzano ha installato presso la propria sede un albero che i visitatori delle fiere “Klima” potranno contribuire a infoltire di foglie riportanti sogni, speranze e realtà sul rispetto ambientale, sul futuro dell’energia e della nostra terra. Perché Klimahouse, Klimainfisso, Klimaenergy, Klimamobility sono ormai marchi consolidati ed esperienze di successo. Come ha spiegato lo stesso Marsoner a Tekneco «il filo conduttore è la K: Klima è la filosofia dietro all’efficienza energetica in edilizia come Klimahouse e le fiere itineranti, rappresentate quest’anno dalla secon-

Compiuti i dieci anni, la fiera più importante del settore si appresta ad un’edizione ricca di novità e pianta un albero simbolo di rinascita e di nuovo patto con l’ambiente da edizione di Klimahouse Toscana, ad aprile, e la nuova edizione di ComoCasaClima, a novembre. In questo caso si torna a parlare di ristrutturazione dell’esistente, dal punto di vista energetico, di case attive. Altre “tematiche K” sono le rinnovabili con la fiera Klimaenergy a fine marzo, e indirettamente con Klimamobility. Si ribadirà che occorre puntare su fonti come quelle generate dalla biomassa, capaci di fornire energia elettrica e termica. Avremo ancora Klimaenergy Award dove i Comuni e le Province partecipano con progetti realizzati in termini di efficientamento energetico e di energie rinnovabili. Ci sarà spazio a Klimainfisso, a marzo, l’unica fiera dedicata all’infisso e alla sua filiera, con visite guidate a realizzazioni innovative, convegni organizzati in collaborazione con i grandi nomi della ricerca, come l’Istituto Ift Rosenheim o l’Agenzia CasaClima. Avremo poi una mostra di prodotti finiti all’avanguardia per mostrare realmente cos’è innovativo e dove bisogna arrivare». Sotto l’albero di Klimahouse, dunque, natura e impresa troveranno, da oggi in poi, una nuova linfa. «Con questo insieme di radici naturali – spiega l’artista Hansjörg Vienna, artigiano

della Val Sarentino –, si evince tutto il design della natura, un concetto che non è replicabile, ma unico, come tutto quello che produce Madre Natura». Per la realizzazione dell’opera, infatti, sono state utilizzate le radici di albero di cirmolo, legno che per natura ha delle proprietà calmanti e rilassanti, le radici sono state capovolte e quindi, andando verso il cielo, mostrano al visitatore qualcosa che altrimenti rimarrebbe nascosto sotto terra. Tutta l’opera è stata realizzata senza l’ausilio di chiodi, viti e colla e si presenta del tutto naturale, «abbiamo lavorato come si faceva più di cent’anni fa, ritornando alle radici», ha chiosato Vienna. Ma c’è anche un secondo albero. Virtuale. Per i visitatori del proprio sito, infatti, Fiera Bolzano ha studiato un albero virtuale e invita a spendere un pensiero che esprima i contenuti di manifestazioni che parlano del rispetto per l’ambiente e della riqualificazione dell’esistente per la tutela del Pianeta e per dare delle indicazione alle future generazioni per non commettere gli errori del passato. LEGGI

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Le (archi)star dell’edizione 2015 Un programma speciale con ospiti di spicco, quello che caratterizza il Congresso internazionale “Costruire con intelligenza” che si terrà venerdì 30 e sabato 31 gennaio a Fiera Bolzano nell’ambito della decima edizione di Klimahouse. Il focus di quest’anno è su “Design & Comfort”. Per l’apertura dei lavori tocca a quello che è un po’ uno dei padroni di casa, Stefano Fattor, presidente dell’Agenzia per l’Energia Alto Adige – Casaclima, ma è Mario Cucinella, fondatore di Mario Cucinella Architects, a dare inizio al programma scientifico vero e proprio: “Architettura sostenibile: un cambiamento rivoluzionario” è il titolo del suo intervento che sintetizza il percorso di un professionista delle costruzioni particolarmente interessato ai temi legati alla progettazione ambientale e alla sostenibilità in architettura. Per la seconda giornata tocca ad un altro dei padroni di casa, Ulrich

Santa, direttore dell’Agenzia per l’Energia Alto Adige – Casaclima, presentare, fra gli altri, la voce di Wolfgang Feist, uno dei precursori della bio-edilizia e per molti il padre della “casa passiva”. Altro ospite è Andrea Viganò, un architetto partner dello studio Cino Zucchi Architetti, che ha progettato e realizzato negli anni molti edifici pubblici, residenziali e commerciali, incluso il recente master plan per l’area di Keski Pasila a Helsinki. Presente anche Chiara Tonelli, Professoressa dell’Università RomaTre e coordinatrice del team che ha progettato il prototipo abitativo vincitore delle Olimpiadi della Bioarchitettura Solar Dechatlon Europe 2014. Infine, testimonial d’eccezione di diversi appuntamenti targati Klimahouse, ci sarà Matteo Thun, legato a questa manifestazione anche per via dei progetti da lui sviluppati nei campi dell’architettura e del design caratterizzati da una forte impronta ambientale.


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Speciale Klimahouse

Rinnovabili da semplificare

I NUMERI DI UN SUCCESSO ANNUNCIATO

Un’edizione da primato 40 44

Un ricco calendario per espositori e pubblico, che si estende oltre i confini della fiera per portare tutti a vedere come si vive in una casa sostenibile

ltre 400 aziende all’edizione 2015 di Klimahouse. Ma alla parte, per così dire, “commerciale” c’è un’anima portavoce di una cultura del vivere consapevole con un ricco programma culturale e formativo: congressi, convegni, workshop, seminari, mostre e visite guidate rivolte a tecnici e privati. Tornano, per esempio, gli Enertours e i Renertours, 16 visite guidate sul territorio a edifici nuovi costruiti secondo alti standard di efficienza energetica e a edifici riqualificati energeticamente secondo gli standard CasaClima. Per tutti poi, privati cittadini e famiglie, ecco il Klimahouse City Parcour, una vera e propria “living experience” che consente di entrare in abitazioni energeticamente riqualificate secondo gli standard CasaClima. Gli inquilini raccontano in prima persona ai visitatori gli interventi di risanamento. Un altro gradito ritorno è Go to Klimahouse per i visitatori che desiderano godere di una visita in fiera in pie-

no relax senza preoccuparsi dell’organizzazione del viaggio e dell’intera giornata. Klimahouse offre un servizio agevolato “all inclusive” comprensivo di trasferimento in pullman da diverse città del nord Italia (Milano, Bergamo, Brescia, Bologna, Mantova, Verona) con ingresso ai padiglioni espositivi e visita guidata al quartiere ecosostenibile “Le Albere” di Trento, progettato da Renzo Piano Building Workshop. “Costruire con intelligenza” è invece il fiore all’occhiello della manifestazione: organizzato dall’Agenzia CasaClima in collaborazione con Fiera Bolzano, si svolge nei giorni centrali della fiera, con importanti ospiti d’onore (vedi pagina 37). Oltre al congresso internazionale, Klimahouse ospiterà anche i convegni di Sinergie Moderne Network, di Anit, dal titolo “Energia e rumore quasi zero” e dei Commercianti di materiali edili nell‘Unione intitolato “Commercio di materiali edili in Alto Adige: dati di settore e ‘sfide future’. Nuove norme e soluzioni per gli edifici di domani”, oltre a svariati appuntamenti sul Klimahouse Forum, organizzato da Fiera Bolzano in collaborazione con gli espositori, ospitato nelle sale Vajolet e Latemar. Nella giornata di domenica, sempre al Forum, si svolgerà la Giornata di Consulenza, aperta a tutti gli interessati ai temi di risanamento energetico, certificazioni, incentivi e cultura del costruire. Architetti, esperti CasaClima e professionisti di APA sono a disposizione per consulenze gratuite.

Un premio per i migliori Saranno organizzati, inoltre, per gli espositori il Klimahouse Marketing Award e il Klimahouse Trend, per premiare e mettere in risalto, con il supporto di due comitati tecnici, da un lato le aziende espositrici in grado di comunicare e presentare al meglio in fiera le proprie novità di prodotto, coerentemente con la tematica della manifestazione e dall’altro le aziende che presentano i prodotti più innovativi nel campo dell’efficienza energetica e del risanamento.

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Quando l’impianto è quasi un’impresa di Gianluigi Torchiani La lunga e accidentata strada verso il sole di Gianluigi Torchiani

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Nel labirinto delle competenze di Gianluigi Torchiani

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Solon: troppe complicazioni sul fronte delle rinnovabili di Gianluigi Torchiani


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Energia | Rinnovabili da semplificare

BUROCRAZIA FUORI CONTROLLO

Quando l’impianto è quasi un’impresa di Gianluigi Torchiani

Complicazioni burocratiche, spezzettamento di competenze e interpretazioni non univoche. Secondo Ater i problemi riguardano persino le piccole installazioni

nstallare un impianto da fonti rinnovabili nella propria abitazione, potrebbe pensare un non addetto ai lavori, dovrebbe essere relativamente semplice, vista anche la crescente diffusione di pannelli solari e pale eoliche. Magari qualcuno può avere avuto anche la tentazione di fare tutto da solo, acquistando i materiali necessari da qualche elettricista di fiducia e inoltrando direttamente la domanda al proprio fornitore di elettricità. In realtà, nonostante la diffusione delle fonti rinnovabili sia a parole auspicata dallo Stato, in Italia, come da tradizione secolare, c’è da fare i conti con una burocrazia complessa, che rende praticamente impossibile al cittadino comune avviare in solitaria un progetto di questo tipo. Come racconta infatti Simone Bonacini, membro del Consiglio Direttivo di Ater (associazione tecnici energie rinnovabili) “Gli ostacoli sono sicuramente troppi. Il percorso è articolato e varia fortemente in funzione del tipo di impianto e della potenza dello stesso. Una delle casistiche più ‘semplici’ è rappresentata da impianti fotovoltaici con potenza

inferiore ai 20 kW. In questo caso è necessario interfacciarsi con una serie di soggetti: innanzitutto Comune, anche se in alcune zone del Paese esistono portali specifici su cui operare. Ad esempio il ‘MUTA’ per la regione Lombardia. In secondo luogo il distributore di rete (ad esempio Enel). Poi occorre avere a che fare con il gestore di rete Terna e il Gse, per la gestione dello Scambio sul posto e del Ritiro dedicato. Il caso ideale e meno gravoso si riferisce a un impianto installato in un’area e/o edificio privi di vincoli ambientali e architettonici. Impianti di taglia superiore, invece, richiedono autorizzazioni all’esercizio rilasciate dall’Agenzia delle Dogane competente”. Ovviamente, esistono delle differenze nel percorso autorizzativo anche tra le diverse tecnologie rinnovabili: poiché una centrale a biomassa da un MW e un impianto fotovoltaico della stessa taglia realizzato su un capannone industriale non possono essere assimilabili, così come sono molto diversi tra loro un impianto idroelettrico e uno eolico. Alcuni impianti, dunque,

sono più semplici da realizzare rispetto ad altri in termini di minori vincoli burocratici: “Sicuramente gli impianti fotovoltaici sono tra i meno complessi. La tecnologia fotovoltaica è, senza dubbio, la più distribuita sul territorio proprio per la sua relativa capacità di integrarsi con il contesto ambientale, senza impattare in modo significativo. Un impianto fotovoltaico non emette emissioni in atmosfera, non produce rumore significativo, non sfrutta risorse quali acqua o biomassa. È pertanto accessibile da una fetta più ampia della popolazione ed è contestualmente più accettato dalla popolazione stessa. Sono rari (seppur presenti) i casi di sindrome Nimby correlati al fotovoltaico”. L’elenco dei soggetti coinvolti fatto in precedenza, dunque, per quelle altre fonti più critiche dal punto di vista autorizzativo (ad esempio idroelettrico), si allunga, invece, in una spirale districabile solo dopo mesi d’attesa. Si rischia di avere a che fare con provincia, regione, ministero dello Sviluppo economico, ministero Telecomunicazioni, Telecom, Snam (rete gas), so-

printendenze, agenzie del territorio, Forestali, vigili del fuoco, agenzie marittime. In generale, però, ci sono tutta una serie di problemi e ostacoli che accomunano le diverse fonti: come detto, l’eccessiva frammentazione degli enti coinvolti e l’elevato carico burocratico, anche per piccoli interventi. Senza contare la possibilità della variabilità di interpretazione, su tematiche simili, da parte degli enti preposti a seconda delle aree geografiche. A tutto questo vanno aggiunti i continui cambiamenti di norme e legislazioni, che renSi rischia di avere a dono il quadro che fare con provincia, ove operare regione, ministero dello ancora più Sviluppo economico, confuso e l’asministero delle Telecosenza di temmunicazioni, Telecom, Snam (rete gas), pistiche certe soprintendenze, agenzie (o comunque del territorio, Forestali, tempistiche vigili del fuoco, agenzie troppo lunmarittime. ghe) in molti percorsi autorizzativi. Tanto che, nella realizzazione concreta di un impianto da fonti pulite, secondo i

tecnici del settore la vera problematica non è rappresenta dalle richieste dei clienti: “Riteniamo che la difficoltà maggiore sia nei tempi d’esecuzione. Talvolta la realizzazione fisica dell’impianto è la cosa più rapida. In termini di materiali e apparecchiature parliamo di tecnologie mature, pertanto le soluzioni impiantistiche per far fronte alle richieste della clientela si trovano. Gli scogli burocratici, invece, sono spesso incontrollabili anche dal tecnico più esperto. Bastano aggiornamenti o variazioni di un portale informativo, tra quelli citati, a vanificare la programmazione temporale di un intervento. Un altro aspetto importante è l’approccio semplicistico ai temi delle rinnovabili, dove spesso prevale il ‘sentito dire’ rispetto ad una vera formazione culturale; non è facile per la persona comune distinguere chi parla per competenza”, spiega l’esponente di Ater. Secondo cui non esiste una ricetta migliore delle altre per affrontare efficacemente questo ingorgo burocratico: “A livello pratico non vi è una ricetta per affrontare efficacemente il problema. Giocano

certamente un ruolo importante la conoscenza della normativa e del territorio, oltre che dei funzionari coinvolti nel processo. Il lavoro del tecnico si è complicato considerevolmente nell’arco di pochissimi lustri. Le tanto promesse semplificazioni si riducono spesso a slogan o a normative disattese dagli stessi enti che le devono rendere esecutive”. Sullo sfondo c’è poi la recente modifica delle norme sulla valutazione d’impatto ambientale introdotte dal decreto Competitività, che rischia di cambiare “Tutto riguardo l’eolico, molto sul fotovoltaico se lo si considera un impianto industriale. Il problema è in parte legato alle definizioni che sono utilizzate all’interno della norma, ma moltissimo nasce anche da coloro che in una definizione vedono cose che in realtà sono altro. Nel Decreto legislativo 152/2006 le definizioni di ‘un impianto industriale’ o una ‘centrale di produzione di energia’ sono relative a sistemi di produzione che nulla hanno a che


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fare con il fotovoltaico che produce in modo pulito energia elettrica. Mai prima della modifica del testo nel 2014 erano stati associati a questo. Inserire in certe definizioni gli impianti a fonti rinnovabile è, dal nostro punto di vista, una forzatura inqualificabile”. La progettazione di impianti da fonti pulite, inoltre, deve fare i conti anche con alcuni problemi di natura tecnica, primo tra tutti quello della congestione: secondo Ater esistono ancora determinate aree denominate “rosse” dove l’infrastruttura di Enel distribuzione o di Terna è ferma sugli investimenti da anni. “La rivoluzione delle rinnovabili ha portato un oggettivo problema ai gestori di rete che avevano strutturato la stessa solo per utenze passive. L’esplosione delle installazioni di impianti fotovoltaici ed eolici ha di fatto saturato molte aree, rendendo difficoltoso o impossibile allacciare nuovi impianti. La gestione della rete elettrica dovrà cambiare radicalmente, trasformando l’arcaico sistema ‘centralizzato’ in un sistema ‘distribuito’ improntato all’efficienza, le reti elettriche dovranno essere intelligenti (smart-grid) e i sistemi di accumulo di energia elettrica raddoppieranno l’efficacia delle fonti rinnovabili”, spiega Bonacini. Di fondamentale importanza, in questo contesto così complesso, è il ruolo del tecnico, che è chiamato a coordinare e gestire l’attività su più livelli. In prima battuta, a fronte dell’estrema variabilità normativa soprattutto da un punto di vista locale, il tecnico deve accertare la fattibilità dell’intervento, abbandonando totalmente qualsiasi velleità commerciale. Questo significa anche la possibilità di non procedere alla realizzazione dell’impianto, anche per ragioni ambientali (ombreggiamenti, assenza di vento, scarsa portata del flusso d’acqua…). Solo in un successivo momento si può consigliare il proprio cliente nella scelta dei materiali da porre in opera, proponendo solamente soluzioni efficaci volte a garantire la massima funzionalità dell’impianto e la sua du-

rabilità nel tempo. Cosa dovrebbe fare la politica per rendere la vita più semplice a tecnici e comuni cittadini? Le richieste di Ater sono numerose, tra cui quella di attivare il portale unico previsto dal Testo coordinato del Decreto legge 24 giugno 2014, n. 91 articolo 30 comma 1 dove si indica la data del 01-10-2014 per attivare un sistema univoco di gestione dei dati per la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili. Ma a parte le leggi in sé, è importante anche la loro interpretazione: “Occorre mettersi d’accordo sulle classificazioni ed evitare che per un ufficio una cosa sia verde mentre per un altro sia marrone. Creare linee guida nazionali per impianti rinnovabili che obblighi il burocrate locale a non valutare cose secondo il suo personalissimo gusto estetico…. Il progetto più ambizioso è quello di unificare i portali informatici Gse – Terna – Enel - Agenzia delle Dogane, in modo che i dati relativi a qualsiasi impianto siano univoci, trasparenti e inseriti in un unico database nazionale senza possibilità di equivoci, errori e complicazioni”, conclude Bonacini.

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Energia | Rinnovabili da semplificare

SEMPLIFICAZIONE

La lunga e accidentata strada verso il sole di Gianluigi Torchiani

Secondo il dirigente dell’Autorità per l’energia, per i piccoli impianti le procedure autorizzative sono oggi più semplici, ma rimane comunque necessario rivolgersi a un’azienda per l’installazione di un impianto

nche se ci sono stati alcuni passi in avanti negli ultimi tempi, l’opinione di chi sta dall’altra parte della barricata – ossia che le regole contribuisce a elaborarle – è che effettivamente il percorso delle rinnovabili in Italia sia lastricato da una serie di ostacoli burocratici di varia natura. Come racconta, infatti, Federico Luiso dell’Autorità per l’energia, direzione osservatorio vigilanza e controlli (*): ”Il mio giudizio è che sia complesso realizzare in Italia un impianto da fonti rinnovabili, c’è una burocrazia che è senza dubbio molto elevata, ossia il numero di richieste di autorizzazioni che si deve presentare per impianti anche non molto grandi è significativo. Nonostante ci siano dei procedimenti che dovrebbero essere semplificativi, di semplice nella realtà dei fatti c’è ben poco. Anche perché ci sono tantissimi interlocutori: dal gestore di rete per la connessione, al Gse per le qualifiche, all’Agenzia delle Dogane per la parte fiscale (sopra i 20 kW)”. Uno scenario complicato, tra l’altro, dai continui cambiamenti normativi che interessano il settore: “Sicuramente il proliferare delle normative confonde gli operatori e i comuni cittadini, soprattutto per le

modifiche che hanno interessato i sistemi di incentivazione. Ins omma, in Italia non si è stati capaci di effettuare una programmazione nel lungo termine, siamo andati a ondate, provocando incertezza e confusione, perché difficilmente un comune cittadi“...Nonostante ci siano no riesce a stare dei procedimenti che dovrebbero essere sem- dietro a tutto, a capire qual è plificativi, di semplice nella realtà dei fatti c’è l’incentivazione ben poco. Anche perché vigente in quel ci sono tantissimi interpreciso momenlocutori: dal gestore di to, quali siano rete per la connessione, le procedure al Gse per le qualifiche, da seguire. Le all’Agenzia delle Dogane per la parte fiscale stesse delibere (sopra i 20 kW)”. dell’Autorità non sono facili da digerire, non nego che alcune siano scritte in maniera abbastanza complessa, probabilmente si potrebbe fare di meglio”, conferma il dirigente dell’Autorità. Secondo cui l’unico vero elemento di semplificazione ha riguardato l’autorizzazione degli impianti da pochi kW: secondo quanto previsto dal Dlgs 28/11 , a meno

che siano costruiti in zone caratterizzate da vincoli ambientali o architettonici, è sufficiente l’invio di una semplice dichiarazione di inizio lavori al Comune interessato. Però, anche in questi casi, la procedura di connessione dell’impianto alla rete è abbastanza complessa e bisogna richiedere numerose autorizzazioni. “Su questo punto so che il ministero dello Sviluppo economico sta lavorando a un decreto che dovrebbe ulteriormente semplificare la situazione e consentire a un cittadino di inoltrare un’unica richiesta al Comune, senza necessità di interloquire con altri soggetti. Si tratterebbe di un traguardo importante per gli impianti domestici, che anche noi dell’Autorità abbiamo da tempo invocato”. L’Autorità è intervenuta ripetutamente sull’iter della connessione, innanzitutto introducendo una serie di indennizzi automatici. “Ovvero: se il gestore di rete non rispetta il tempo per la messa a disposizione del preventivo e per la realizzazione della connessione è tenuto a versare un corrispettivo, un certo tot di euro, per ogni giorno di ritardo (variabili a seconda delle dimensioni dell’impianto). Se il ritardo supera certi limiti superiori a quanto stabilito dalla normativa che ab-

Federico Luiso Dirigente dell’Autorità per l’Energia

biamo elaborato è possibile un intervento diretto e sostitutivo da parte dell’Autorità. Una possibilità che, a dire il vero, non abbiamo ancora mai messo in atto, perché il sistema degli indennizzi ha complessivamente funzionato: i ritardi ci sono stati, ma questo sistema è, tutto sommato, riuscito a contenere il disagio. Diverso è il discorso del Gse, per il quale non esistono dei tempi vincolanti, anzi, non è neppure un argomento di nostra competenza. Quindi il Gse in teoria ha dei termini temporali, ma se non li rispetta di fatto non succede niente, non deve pagare nulla ai diretti interessati, quindi, è come se questi limiti non ci fossero”. Rispetto ad alcuni anni fa, però, il problema del congestionamento della rete elettrica sembra essere venuto meno: “La vera modifica avvenuta negli ultimi tempi e che ha fatto ridurre il problema della congestione è che, semplicemente, si è ridotto il numero delle domande di connessione. Ai tempi d’oro del fotovoltaico, nelle prime quattro edizioni del Conto energia, c’era stato un vero e proprio boom, con decine di migliaia di domande, spesso non corrispondenti neanche a veri e propri progetti di realizzazione, quindi

si era verificata una situazione di saturazione virtuale. Con il termine degli incentivi, moltissimi progetti non sono stati realizzati e si è liberata capacità. Certo c’è stato anche lo sviluppo della rete, che però è sempre più lento rispetto alla dinamica delle richieste, perché è molto più semplice installare impianti piuttosto che costruire decine di chilometri di linee elettriche”, osserva Luiso. Insomma, pur in un contesto mutato rispetto ai tempi d’oro delle rinnovabili elettriche, l’iter per la costruzione di un impianto resta caratterizzato da un certo grado di complessità, tanto che “da soli è molto difficile riuscire a gestire questa complessità, che è complessa da affrontare anche per un’impresa, che non può certo stare a perdere giornate intere con le scartoffie burocratiche. Le società che si occupano di installazione, le stesse Esco, grazie all’esperienza maturata negli anni, dovrebbero avere oggi le competenze necessarie per gestire le problematiche burocratiche e tecniche legate alla realizzazione e gestione di questo tipo di impianti”, evidenzia Luiso. Che, però, mette in luce un aspetto importante: né da parte dell’Autorità, né da altri soggetti esiste un controllo sul rendimento effetti-

vo degli impianti di produzione e, più in generale, sulle prestazioni promesse dalle imprese installatrici. “Di fatto questo aspetto è lasciato alla negoziazione tra le parti. Esistono comunque della garanzie di produzione e di rendimento degli impianti sull’intera vita utile, che sono garantite perlomeno dai produttori più seri”, conclude il dirigente dell’Autorità. *Le opinioni riportate in questo articolo sono espresse a titolo personale e non impegnano l’Istituzione di appartenenza.

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Energia | Rinnovabili da semplificare

GLI ENTI CHE LEGIFERANO

Nel labirinto

delle competenze di Gianluigi Torchiani

La maggioranza delle normative sulle fonti rinnovabili deriva dalle direttive dell’Unione europea, che sono poi state trasferite a livello nazionale e locale

a complessità delle normative in materia di energie rinnovabili è notevole, anche perché il quadro è in continua evoluzione, con provvedimenti spesso contradditori tra loro, come nel caso del varo del recente decreto Spalma incentivi. Senza contare che esistono diversi livelli di competenza, ossia comunitario, nazionale e regionale, ma alcuni poteri in materia sono detenuti persino da Province e Comuni. Secondo un rapporto del Gse, soltanto per rimanere in materia di autorizzazione, al 30 giugno 2013 erano ben 81 le amministrazioni pubbliche, tra Regioni e Province, che esercitavano le funzioni amministrative del procedimento unico per il rilascio dell’autorizzazione per impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Ma le normative sono tantissime, anche soltanto restando all’ambito nazionale e comunitario. Quest’ultimo è particolarmente importante perché tutta la legislazione in materia di rinnovabili, infatti, ha origine dalla strategia “2020-20” dell’Unione europea, lanciata nel marzo 2007, che ha stabilito una

strategia comune europea su rinnovabili, efficienza energetica ed emissioni di gas serra. Successivamente sono stati istituiti sei strumenti legislativi europei volti a tradurre in pratica gli obiettivi al 2020: in particolare, per quello che ci interessa in questa sede, ci sono da segnalare la Direttiva Fonti Energetiche Rinnovabili (Direttiva 2009/28/CE) e la Direttiva Efficienza Energetica (Dir. 2012/27/EU). A livello nazionale la Direttiva Tutta la legislazione in materia di rinnovabili 2009/28/CE ha origine dalla strateè stata recepigia “20-20-20” dell’Uta dal Decrenione europea, lanciata to Legislativo nel marzo 2007, che ha n.28/2011, che stabilito una strategia ha definito, atcomune europea su rinnovabili, efficienza traverso una energetica ed emissioni serie di decreti di gas serra. attuativi emanati dal ministero dello Sviluppo economico, gli strumenti, i meccanismi, gli incentivi e il quadro istituzionale, finanziario e giuridico, necessari per il raggiungimento degli obiettivi fissati

per il 2020 in materia di quota complessiva di energia da fonti rinnovabili. In precedenza era stato emanato il D.M. 10 settembre 2010, in materia di “Linee guida nazionali per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili”. Molto importante, per quanto riguarda il livello regionale, è stato il Decreto Ministeriale del 15 marzo 2012 “Definizione e quantificazione degli obiettivi regionali in materia di fonti rinnovabili e definizione della modalità di gestione dei casi di mancato raggiungimento degli obiettivi da parte delle Regioni e delle Province autonome (c.d. Burden Sharing)”, adottato in attuazione dell’articolo 37 del Decreto Legislativo n. 28/2011, che definisce e quantifica gli obiettivi intermedi e finali che ciascuna Regione e Provincia autonoma deve conseguire ai fini del raggiungimento degli obiettivi nazionali al 2020 in materia di quota complessiva di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energia. Soltanto lo scorso 4 luglio 2014, invece, è stato emanato il Decreto Legislativo n.102/2014 “Attuazione della

direttiva 2012/27/UE, che modifica le direttive 2009/125/CE e 2010/30/ UE e abroga le direttive 2004/8/CE e 2006/32/CE. Il decreto, in attuazione della direttiva 2012/27/UE, stabilisce un quadro di misure per la promozione e il miglioramento dell’efficienza energetica che concorrono al conseguimento dell’obiettivo nazionale di risparmio energetico stabilito nel Decreto Ministeriale del 15 marzo 2012. Per quanto riguarda la certificazione energetica degli edifici, il DPR n. 75 del 16 aprile 2013 disciplina i criteri di accreditamento per assicurare la qualificazione e l’indipendenza degli esperti e degli organismi a cui affidare la certificazione energetica, mentre la Legge n. 90 del 3 agosto 2013 contiene le disposizioni per il recepimento della Direttiva 2010/31/CE sulla prestazione energetica in edilizia.

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Il modello unico semplificato per i piccoli impianti ancora non vede la luce Un provvedimento che potrebbe semplificare molto le normative in materia di fonti pulite è quello contenuto nell’articolo 30 Decreto-Legge 24 giugno 2014, n. 91. L’articolo prevede che, a decorrere dal 1° ottobre 2014, le procedure autorizzative per la realizzazione e la connessione degli impianti a fonti rinnovabili fino a 50 kW vengano applicate attraverso un modello unico semplificato, approvato dal Ministro dello sviluppo economico, sentita l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ed il sistema idrico. Questo modulo, che andrà a sostituire i modelli eventualmente adottati dai Comuni, dai gestori di rete e dal GSE, dovrebbe contenere esclusivamente: a) i dati anagrafici del proprietario o di chi abbia titolo per presentare la comunicazione, l’indirizzo dell’immobile e la descrizione sommaria dell’intervento; b) la dichiarazione del proprietario di essere in possesso della documentazione rilasciata dal progettista circa la conformità dell’intervento alla regola d’arte e alle normative di settore. Il condizionale è d’obbligo perché, al momento in cui scriviamo (dicembre 2014), nonostante il termine sia ormai abbondantemente scaduto, il modello unico semplificato non ha ancora visto la luce.


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INTERVISTA

Solon: troppe complicazioni sul fronte delle rinnovabili di Gianluigi Torchiani

Simone Quarantino, direttore commerciale dell’azienda, vede meno difficoltà nel settore dell’efficienza energetica, su cui Solon sta puntando Simone Quarantino Direttore commerciale Solon

he ostacoli concreti incontra, da un punto di vista burocratico, un’azienda impegnata quotidianamente nel business delle energie rinnovabili? Sicuramente non poche, come racconta Simone Quarantino, direttore commerciale di Solon. Un’azienda probabilmente emblematica del passaggio che ha vissuto in questi anni il settore green italiano: da produttore di impianti ed Epc contractor focalizzato nella realizzazione di impianti fotovoltaici a terra, Solon si è spostata nell’assistenza e nella fornitura di prodotti alla sua rete di installatori, nonché nella realizzazione di progetti di efficienza energetica, il vero segmento in crescita del mondo green. Che tipo di difficoltà burocratiche incontra un’azienda come la vostra, storicamente attiva nel business delle rinnovabili ma oggi anche nella filiera dell’efficienza energetica? La nostra azienda, che storicamente ha fatto sempre e soltanto fotovoltaico, così come tante altre imprese del

settore, si è un po’ dovuta riconvertire, andando anche verso l’efficienza energetica, vista anche la netta flessione del mercato in seguito alla fine del Conto energia. Da un punto di vista burocratico, il problema delle connessioni oggi noi lo viviamo di riflesso e non direttamente, per il fatto che non facciamo più impianti direttamente oppure li realizziamo all’estero. Dunque, in questa fase, il tema della complessità autorizzativa e burocratica riguarda soprattutto i nostri installatori. Quello che ci viene segnalato da questa categoria è che le problematiche sono sempre le stesse di qualche anno fa, vale a dire che non si è semplificato nulla dal lato connessione, nonostante da anni ci si lamenti che per fare una pratica ci vogliono mille carte, mentre in un Paese come la Germania le procedure sono molto più veloci. Dal lato Enel, in particolare, non si è semplificato nulla, anzi di tanto in tanto continuano a spuntare nuove modifiche che complicano ancora di più il quadro esistente. A quali modifiche fa riferimento?

Un po’ di tempo fa, ad esempio, c’è stata l’imposizione del secondo contatore per gli impianti fotovoltaici. In buona sostanza, adesso ci deve essere un contatore per il prelievo e un altro per lo scambio, quindi questo significa anche ulteriori oneri per l’utente finale. Ma anche in un altro mercato che tutti quanti attendiamo in forte crescita, ossia lo storage, è appena uscita una delibera dell’Autorità che prevede l’introduzione di un terzo e ulteriore contatore. Si dovranno insomma creare degli spazi appositi nelle abitazioni, poiché i contatori stanno cominciando a diventare una parte importante dell’arredamento di casa…. Insomma, misure come queste instillano timore negli utenti sulla possibilità di essere tenuti prima o poi a pagare oneri nuovi e imprevisti. Tanto che gli installatori incontrano una notevole diffidenza da parte dei clienti, che hanno paura di cattive sorprese. Anche nel settore dell’efficienza si riscontra diffidenza da parte dei consumatori? Nel mercato dell’efficienza la situa-

zione è diversa, c’è molto interesse e sicuramente il tema è molto sentito da parte delle imprese, vediamo tanta attenzione ed entusiasmo, anche se i numeri sono molto diversi rispetto a quelli dei tempi d’oro del fotovoltaico. Anche nella parte finanziaria c’è una differenza rispetto alle rinnovabili: oggi le banche credono nell’efficienza e sono disposte a finanziarla, cosa che, invece, non succede più nel fotovoltaico. Noi stiamo provando a realizzare alcuni impianti fotovoltaici che avrebbero diritto ai Tee (titoli di efficienza energetica, ossia i Certificati bianchi, ndr), ma difficilmente riusciamo a ottenere un supporto finanziario da parte delle banche, che apprezzano, invece, interventi come cogenerazione e led, che presentano anche tempi di ritorno dall’investimento molto più veloci. Nell’efficienza energetica esistono ostacoli burocratici comparabili a quelli del settore rinnovabili? Lo Stato non mette i bastoni tra le ruote, anzi. Gli iter, soprattutto per ottenere i Certificati bianchi, sono di

una certa consistenza, ma non sono complicatissimi. Anche se, va detto, la fase di connessione deve sempre passare dall’Enel, non ci sono grandi alternative. Vedo però che lo Stato sta prestando attenzione a questo comparto; ad esempio, in alcune regioni, come la Basilicata, sono stati recentemente erogati finanziamenti importanti per fare interventi. La politica attuale, invece, non dimostra altrettanta attenzione sulle rinnovabili, cosa che effettivamente è un controsenso, perché efficienza e fonti pulite dovrebbero andare a braccetto. Avete un ufficio legale interno? Di che cosa si occupa? Noi abbiamo sempre avuto un ufficio legale interno, perché era sempre richiesto dal tipo di contratti che mettevamo in piedi, a tutela del cliente che installava grandi impianti a terra. Anche oggi ce l’abbiamo, pur di dimensioni più ridotte, a supporto della nostra rete commerciale e dei nostri installatori, che talvolta si rivolgono a noi per consulenze di varia natura. Nei contratti di efficienza, ad esempio,

occorre comunque garantire determinati livelli di prestazioni e di efficientamento al cliente, che assicurano anche il ritorno dall’investimento. Si tratta di temi delicati che, dunque, occorre precisare al meglio.

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Correva l’anno 2005... di Gianfranco Marino Illimitatezza del sapere per contrastare il limite delle risorse di Giuseppe Longhi Le convergenze sostenibili di energia e conoscenze di Masud Esmaillou

Ha inaugurato l’edizione 2014 di Klimahouse Puglia a Bari il convegno organizzato da Teknedu intitolato “Il ruolo di città, architettura, urbanistica, sociologia, ambiente nei Paesi mediterranei ed Efficienza Energetica Sostenibile”. Lo scopo dell’incontro, dedicato agli studenti e agli specialisti del settore, è stato quello di approfondire le tematiche legate all’efficienza, alla bioedilizia e all’ambiente. Tant’è che il convegno ha avuto anche il riconoscimento per la formazione dal Consiglio Nazionale dei Geometri e Geometri Laureati e dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Bari. Pubblichiamo di seguito un estratto degli interventi tenuti da Gianfranco Marino, architetto e presidente di Teknedu, da Masud Esmaillou, Visiting Professor presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Varna in Bulgaria e da Giuseppe Longhi, docente di Urbanistica presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Per conoscere tutte le attività di Teknedu: http://www.teknedu.it/


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Speciale | Convegno Teknedu

UNO SGUARDO D’INSIEME

Correva l’anno 2005... di Gianfranco Marino

Bilanci e prospettive a dieci anni dall’entrata in vigore del Decreto Legislativo 192

uest’anno, come gli esperti del settore sanno, ricorre il decimo anno dall’entrata in vigore del Decreto Legislativo 19 agosto 2005, n. 192, in attuazione della direttiva 2002/91/ CE relativa al rendimento energetico nell’edilizia. È necessario, pertanto, fare le riflessioni e i bilanci opportuni pensando, soprattutto, a quali possano essere le eventuali prospettive. È innegabile che in questi ultimi anni si è registrato un interesse crescente per le best practices in edilizia e una maggiore sensibilità sia in tema di efficienza energetica che in quello di sostenibilità in edilizia. Tutto ciò dettato, forse, dall’obbligatorietà di rispettare una Norma. Tuttavia, nonostante i progressi, resta ancora molto da fare, sebbene l’interesse risulti decisamente elevato, sia in ambito della ricerca di materiali edili innovativi, sia dal punto di vista dei protocolli di certificazione energetica degli edifici che risultano frammentari e differenziati a livello nazionale. Un altro aspetto su cui è opportuno riflettere riguarda le strategie ade-

guate e i piani di rilancio del settore edilizio colpito dalla crisi economica e finanziaria che attanaglia, da ormai troppi anni, la maggior parte dei paesi dell’eurozona. In occasione dello scorso Klimahouse Puglia 2014, nell’ambito del convegno organizzato da Teknedu sulle città nei Paesi mediterranei circa la loro efficienza energetica, sono stati trattati argomenti su come arginare del tutto o almeno in parte la “depressione” che sta interessando il settore edilizio. Sicuramente il tema della convergenza delle idee e dell’approccio interdisciplinare e qualificato alla progettazione e realizzazione di interventi di edilizia efficiente sono elementi fondamentali. Ma una delle risposte, per il rilancio dell’edilizia e per favorire la crescita delle opportunità di occupazione giovanile, è certamente quella della “rigenerazione” urbana e del patrimonio edilizio esistente in ambito energetico che, in Italia, purtroppo è particolarmente datato e inconsistente. Quando parliamo di patrimonio edilizio esistente intendo anche includere

quello artistico e culturale, dove, con ogni probabilità, in Italia si possono sviluppare esperienze molto avanzate e concrete. In tale ambito in particolare, tuttavia, occorre saper coniugare innovazione e tradizione, integrando con oculatezza e perizia le pratiche oggi in uso, al fine di pervenire ai target fissati per il raggiungimento di elevate prestazioni di efficienza energetica. Per quanto concerne la certificazione energetica degli edifici possiamo sostenere che si sono ottenuti risultati ragionevolmente apprezzabili nel settore dell’edilizia privata, mentre altrettanto non si può dire per quello dell’edilizia pubblica. Non perdiamo di vista gli obiettivi che la Direttiva 2010/31/UE ha posto attraverso la sua attuazione. Ovvero, l’obbligo entro il 2018, per gli edifici pubblici, ed entro il 2020, per quelli Privati, di rispettare la soglia di un indice termico ≤ 10 kWh/m2a . Un altro limite della Legge è stato quello di aver dato la facoltà agli enti locali (Regioni) alla libera attuazione della stessa soprattutto sulla scelta dei protocolli di certificazione da adotta-

re, dando così origine alla proliferazione e diversificazione degli stessi in tutte le regioni d’Italia. L’aspetto su cui bisogna riflettere maggiormente è la carenza di controlli, nella maggior parte dei protocolli di certificazione in uso, in fase esecutiva degli interventi impedendo così la possibilità di avere la certezza sul reale raggiungimento dei risultati prefissati in fase progettuale. Il Protocollo di Certificazione CasaClima, in questo senso, è tra quelli che prevedono una serie dettagliata di verifiche che consentono la “certezza” del raggiungimento degli obiettivi. Quindi l’Agenzia per l’Energia Alto Adige - CasaClima, per le sue specifiche peculiarità, può essere quel soggetto promotore, o se si preferisce, “motore” di quel processo di unificazione dei protocolli di certificazione energetica in ambito nazionale ed oserei dire anche europeo. In conclusione ritengo che il periodo di crisi che stiamo vivendo, sia economica che energetica, unitamente all’esigenza di migliorare il livello di vita e degli standard qualitativi e di comfort degli edifici, devono continuare a introdurre significativi cambiamenti sia nella progettazione, nella realizzazione e nell’utilizzo delle abitazioni contemporanee sia nella ristrutturazione del patrimonio storico esistente. LEGGI

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STRATEGIE DI RESILIENZA

Illimitatezza del sapere per contrastare il limite

delle risorse

di Giuseppe Longhi

Serve un progetto a tre livelli: collaborazione, resilienza e innovazione uesto intervento prende spunto dall’alto saggio di disoccupazione nel settore della progettazione, dalla sua concentrazione, in quelli che si possono definire gli hub della disoccupazione, gli ordini professionali e cerca di definire traiettorie per un ampliamento del dialogo, in questo caso con i paesi del Mediterraneo, quale strumento per la ripresa dello sviluppo e (forse) anche dell’occupazione. Riconduco questa situazione a tre eventi: il messaggio di Indira Gandhi alla Conferenza di Stoccolma del 1971 sullo Sviluppo umano: “La peggior forma di inquinamento è la povertà”; la prima Biennale di Architettura di Venezia (1980) in cui Paolo Portoghesi sintetizza mirabilmente lo spazio del progetto con “La strada nuova” alle Corderie dell’Arsenale, la quale è segnata da spazi di flusso (la strada) e di riflessione (le piazze), che sarebbero sterili senza lo spazio dinamico di coesione rappresentato dal Teatro nel mondo di Aldo Rossi, che salpa da piazza San Marco verso Sarajevo; il grande tsunami dell’educazione, come lo definisce il Rettore di Harvard in

un articolo sul Financial Times (14 agosto 2012), ossia l’ondata di innovazione, che investe le strutture universitarie con la rivoluzionaria formula dei MOOC, ossia dei corsi universitari a distanza, offerti gratuitamente. Gli effetti di questi eventi è leggibile anche nei paesi del Mediterraneo, dove il tema del contrasto alla povertà è centrale, così come quello dell’esigenza di un intenso flusso di scambio fra culture diverse e lo tsunami dell’educazione si manifesta con la presenza di operatori innovativi e inusuali, come ad esempio la General Electric, che gestisce la riconversione delle città degli Emirati, proponendo come strutture primarie per lo sviluppo urbano forme innovative di ‘piattaforme’ del sapere, quelle piattaforme promosse dall’UE ed accolte con distacco dal nostro ambiente culturale, professionale e produttivo. La mia riflessione di conseguenza dà centralità all’emergenza dell’alto saggio di disoccupazione, specie giovanile, nel tentativo di individuare un modello, una “piattaforma, che permetta di dialogare-esportare la nostra cultura, i nostri servizi, nella sostanza la

nostra città ripensata/rigenerata per coniugare il progetto con nuova occupazione, secondo un’idea generativa del progetto stesso. E la mia riflessione intende richiamare anche il problema della gestione (difficile) del rapido ciclo di innovazione e di trasformazioni scientifiche e sociali, di cui abbiamo codificato le caratteristiche, ma non abbiamo saputo trasformare in un nuovo modello di sviluppo, da qui l’utilità di lavorare sul progetto più come metodo che come “prodotto”. SULL’ALTO SAGGIO DI DISOCCUPAZIONE

È un evento da lungo atteso. Esso fu previsto dagli economisti classici da Ricardo (all’inizio dell’800 egli proponeva la pessimistica visione che la scarsità di terra ed il saggio decrescente dei ritorni avrebbero inevitabilmente compromesso il futuro), a Marx (con la caduta tendenziale del saggio di profitto), a Keynes (negli anni ‘30, nel saggio “Le possibilità economiche dei nostri pronipoti” sosteneva la tesi del collasso della creazione di ricchezza e declino del capitalismo a favore di comunitarismo e egualitarismo).

L’ambiente di tale collasso annunciato è un mondo in cui l’accumulazione era esclusivamente di capitale fisico, dominato dalla simmetria fra bisogni e prodotti, un modello destinato alla crisi per i saggi di rendimento decrescenti di capitale e lavoro. In questa visione la filiera edificio-infrastruttura- architettura aveva/ha un ruolo centrale. L’antidoto data dalla fine degli anni ‘60 grazie al pensiero di Solow e Jane Jacobs. Solow rileva come la crescita sia generata per l’80% dal progresso tecnologico, che nel modello economico neoclassico veniva considerato esogeno all’impresa; Jane Jacobs osserva che il fattore esogeno progresso tecnologico è il risultato della concentrazione/ sinergia fra risorse umane, quindi la metropoli è il più importante generatore di sviluppo, in quanto capace di connettere ed espandere un grande numero di capacità. Il modello di Solow ha subito continui sviluppi fino ai giorni nostri, il più importante è quello di Romer, il quale ribadisce l’esigenza di internalizzare la creatività nei processi produttivi, in quanto bene illimitato e non competitivo con altre risorse. Il ciclo di pensiero avviato da Solow fino a Romer segna l’inizio del modello di accumulazione (e di progettazione) contemporaneo, dove le risorse umane sono la forze guida, e la loro efficacia dipende dal livello di sapere e creatività. In tale modello il capitale fisico diventa un elemento strumentale per la crescita delle risorse umane e la grande città è l’incubatore del nuovo sviluppo per la sua capacità di concentrare risorse umane. Fine dell’ideologia della progettazione urbana come ancillare al solo sviluppo del capitale fisico e al suo controllo, inizia l’epoca della progettazione strumento per generare nuova ricchezza, a supporto dei processi creativi. Il progetto vive dalla capacità di importare nella città nuovi saperi, nel gestirli in rete e nel saperli esportare. Fine della pubblica amministrazione e degli stru-

menti urbanistici tesi al preminente controllo delle risorse fisiche, lunga vita all’amministrazione motore della tripla elica: ossia le relazioni con il mondo della ricerca, delle imprese, della comunità. L’attività preminente delle amministrazioni non è promuovere piani ma piattaforme. In questo mondo l’architettura deve essere consapevole dell’esigenza di superare l’epoca del lavorare esclusivamente con il fattore limitato terra per manipolare contemporaneamente atomi e bit, a supporto di processi creativi in rete. La missione dell’architettura non è quella di celebrare i fasti di chi ha già accumulato ricchezza, ma di produrre infrastrutture capaci di attrarre nuova creatività e modelli di intervento esportabili, per generare nuova occupazione. SUL CICLO DI INNOVAZIONE

Il bilancio della crescita delle risorse umane in questi 40 anni è segnato da una serie di eventi importanti, alla fine dell’evoluzione del progetto. A questo proposito vale la pena di ricordarne alcuni. L’invenzione delle macchine per assistere la progettazione, l’Architectural machine di Negroponte e del suo Media Lab, che hanno dato il via all’era

del computer moderno e della cibernetica. L’invenzione delle macchine miniaturizzate e multifunzionali che hanno segnato il definitivo declino delle esomacchine ingombranti dell’epoca industriale, per arrivare alle quotidiane proposte di micro macchine incorporate nel corpo umano e negli oggetti, che danno colpi sostanziali ai processi tradizionali di ideazione degli edifici e dei prodotti. Le macchine biologiche, che prendono il via con il riconoscimento del genoma umano, con le quali inizia l’epoca della progettazione ‘antropocenetica’, ossia guidata dalle leggi della natura. E, infine, la connettività a tutti i livelli: tra persone ed oggetti, che avvia una nuova generazione di relazioni sociali e di sviluppo produttivo. Ma questi prodotti della cultura creativa vanno visti in sinergia: uno, con l’enorme crescita della popolazione; due, con il tendenziale esaurimento delle risorse ed il deterioramento dell’ambiente; tre con la straordinaria velocità con cui si manifestano processi innovativi; quattro, con una radicale evoluzione dei modelli organizzativi del progetto; e, cinque, conla grande opportunità del dilatarsi dei mercati. Questi processi innovativi ispirano un modello di progetto antropocene-


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tico in cui i materiali del progetto non sono solo atomi - elementi fisicima anche bit -connettività e dematerializzazione. Le principali caratteristiche del modello è che esso è antropocenetico, occorre progettare in coerenza con le regole del capitale naturale. Di conseguenza il progetto non riguarderà più solo le superfici, ma anche le risorse sopra e sotto la terra. Il progettista da chirurgo plastico dovrà essere anche internista; il suo metodo di lavoro si baserà sulla sinergia con il metabolismo delle risorse, l’energia sarà la sua unità di misura, l’impronta ecologica il suo limite, i targhet delle convenzioni internazionali sull’ambiente le funzioni obiettivo. PROCESSO DI GOVERNANCE APERTO, RESILIENTE ED EQUO

Il processo di governance sarà teso a generare nuove opportunità ai cittadini, in questo supportato dalle nuove tecnologie, esso sarà attrattivo, una continua “caccia al tesoro” alimentata dall’intelligenza e la creatività della comunità. RIPENSARE IL CAPITALE ED I FLUSSI FISICI

Si è detto nei punti precedenti come il ruolo del capitale fisico nel processo di sviluppo sia mutato rispetto alle teorie economiche classiche e neoclassiche, una trasformazione cui ha grandemente contribuito il progresso tecnologico. Si sottolinea ora come il progresso tecnologico, soprattutto grazie alla cibernetica, abbia dato al progetto fisico un significato proattivo: con i progetti di Cedric Price Fun Palace e Pottery Belt il computer permette il passaggio da un’architettura passiva ad una proattiva, in sinergia con il sistema di preferenze degli utenti oggi, con la proliferazione dei mini strumenti telematici che generano uno sprawl delle opportunità localizzative al progetto è assegnato il ruolo di essere ricompositivo, di rigenerare un centro che contrasti la polverizzazione della città e delle relazioni frutto delle nuove tecnologie. In sintesi la sinergia tra le opportunità della connessione e delle realizzazioni biologiche, ha trasformato la

“machine à habiter”, in macchina per abitare, lavorare, divertirsi, produrre energia, produrre cibo, insomma in una moderna arca di Noè o nella moderna navicella spaziale preconizzata da Bulding AUMENTARE IL CAPITALE UMANO

È lo scopo del progetto e la condizione che porta a giustificare gli attuali e futuri manufatti e infrastrutture. L’interdipendenza fra crescita del capitale umano e realizzazione di manufatti implica una serie di innovazioni nell’organizzazione del p r o c e s s o progettuale, a causa delle rapide trasformazioni sociali, tecnologiche e ambientali. L’organizzazione del progetto è riconducibile a tre strati, che nell’immagine sono così sintetizzati: quello centrale, la piattaforma collaborativa, costituita dagli organizzatori della produzione di idee; quello superiore, la piattaforma della resilienza, dove si concentrano i supporti “hard” per produrre le idee; quello inferiore, la produzione di innovazione, composta dalla molteplicità di contributi progettuali facilitati dalla disponibilità delle nuove infrastrutture: la piattaforma collaborativa, la piattaforma della resilienza. La piattaforma collaborativa. Essa fa riferimento ai 10 punti dell’open innovation proposti dall’UE, di conseguenza la progettazione è attivata da una piattaforma “aperta”, promossa dalla pubblica amministrazione, cui partecipano in modo fluido i soggetti della tripla elica: imprenditori, ricerca, rappresentanti della comunità. L’apertura e la fluidità della piattaforma è rappresentata dal nodo di Moebius, in cui nessuno è dentro o fuori, in cui tutti corrono per attivare la “caccia al tesoro” dell’innovazione. L’istituto della piattaforma è previsto dalla legislazione italiana con il “Contratto di rete”, dall’UE (per la quale la piattaforma è obbligatoria per partecipare a gare o finanziamenti), dalle organizzazioni internazionale, in particolare l’ONU, per raggiungere gli standard previsti dalle convenzioni internazionali sull’ambiente. La piattaforma della resilienza. La progettazione deve superare la dimensione artigianale della produzione del

progetto al 100% ”in casa” o della produzione “chiusa” nelle società di progettazione, ma deve imparare a sfruttare le nuove infrastrutture dell’open innovation: la cloud, i big data, gli open data. La piattaforma collaborativa non è una condizione sufficiente per generare progetti innovativi, se i suoi promotori non si attivano per realizzare le nuove infrastrutture ‘di base’ necessarie per stoccare, manipolare e fare interagire la conoscenza. E’ questa la nuova frontiera di organizzazione della P.A e degli ordini professionali che da soggetti passivi, la cui missione principale è il controllo, si trasformano in fornitori di strumenti open, nel nostro caso gli archivi dei progetti, la fornitura in rete di software, gli strumenti per il dialogo collaborativo. In tal modo i progettisti sono sgravati dei costi di base della progettazione (ricerca di best practices, archivio dati, archivio software, strumenti per accesso e dialogo in rete) disponendo di un flusso di strumenti erogati grazie alla cloud e alle sue forme organizzative. Questa struttura è denominata “piattaforma della resilienza” perché i suoi strumenti di base permettono rapidità e adattabilità nell’affrontare i cambiamenti che il progettista deve affrontare. La produzione di progetti innovativi. I progettisti, disponendo dell’infrastruttura della piattaforma collaborativa e dei servizi di base della cloud o “piattaforma della resilienza” possono partecipare attivamente alla “caccia al tesoro” della progettazione avendo il vantaggio di dinamici supporti organizzati e di infrastrutture di base che premettono sia di abbassare sensibilmente il costo del progetto, sia di agevolare l’accesso a mercati più ampi di quello locale.

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UN’IDEA PER LE CITTÀ DEL FUTURO

Le convergenze sostenibili di energia e conoscenze di Masud Esmaillou

Lavorare per un prototipo delle regole sostenibili per la città sostenibile del futuro e per le nuove generazioni ispirazione viene da due grandi eventi che sono stati dimenticati: il primo è il documento rilasciato nel 1987 dalla Commissione Mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED) dalla quale scaturisce Il rapporto Brundtland. Tale evento ha ispirato alcune importanti conferenze delle Nazioni Unite, documenti di programmazione economica e legislazioni nazionali ed internazionali. Il secondo si tratta del convegno Dell’Unesco del 2001 che ha ampliato il concetto di sviluppo sostenibile indicando che “la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura”. La didattica quindi deve adattarsi nel luogo dove viene insegnata: quello che va bene per Oslo non va bene per Città del Capo. Per questi motivi il progetto di cui parliamo si chiama “Sustainable Convergence of Energy & Knowledge”. Vorrei spiegare brevemente il settore di cui mi occupo, soffermandomi in particolare sul contributo che può apportare questo comparto all’individuazione di “Sustainable Convergence of Energy & Knowledge” in grado di affrontare le grandi sfide, ambientali ed economiche che ci stanno dinnanzi. Sinceramente e senza ipocrisia, voglio

offrire una nuova visione e una nuova filosofia nel campo delle Green Solutions, e voglio scommettere con tutta la mia energia umana, professionale, sentimentale ed artistica per poter indicare una strada multidisciplinare che faciliti il difficile rapporto tra “dire” e il “fare” sul tema della sostenibilità, che non deve essere solo uno strumento di mero “marketing”, per rendere più appetibile un prodotto o un servizio, ma deve essere sostenuto da valori culturalmente reali; in questo momento cosi difficile non solo economicamente ma anche nella mancanza di fiducia e credibilità per quello che si fa, credo che sostenere la convinzione che il cambiamento verso la visione sostenibile vera, possa essere la carta vincente per rilanciare il “fare bene”. Tale pensiero è sostenuto anche da un economista della sostenibilità ”...nei momenti più difficili della crisi economica, quello che fa vincere questa difficoltà è la fiducia e la credibilità di colui che ti sta di fronte...”. I valori e gli obiettivi che sono prefissati dal nostro “dire” che diventerà naturale conseguenza e strumento del nostro “fare”. Quali sono le mie linee guida che vorrei emergessero dal dibattito scientifico? Come avevo anticipato all’universi-

tà di Bologna, dobbiamo distinguere molto bene di quale città sostenibile parliamo! Al di la delle diverse visioni tra di noi, dei diversi suggerimenti e dei diversi percorsi da riprendere personalmente vorrei sottolineare l’importanza e parlare di più della “città sostenibile” non solo a livello pratico (marketing) ma anche a livello teorico, culturale, artistico, ambientale, tecnologico, umano, e delle buone regole che possano garantire oggettivamente un “vivere sano” nella nostra Città Ideale, consapevole che sicuramente non si riesce garantire tutto ma essendo nella strada giusta, si può garantire una continua crescita sostenibile nel tempo. Quindi credo che ci sia bisogno di scrivere delle regole del “buon senso” che a volte si trovano in antitesi con le leggi e le regole in vigore. Dobbiamo proporre (o perfezionare quelle già esistenti), delle nuove regole urbanistiche ed architettoniche, dove sia permessa una “vera” crescita; delle regole che prima di rispettare le leggi umane, rispettino le leggi della natura e non dimentichiamo che le norme sono per gli uomini e non gli uomini per le leggi. Quindi con coraggio dobbiamo anche porci contro tante leggi e regolamenti che calpestano i diritti umani, della vegetazione e degli animali.


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Bere senza impatto Lavorare per un prototipo delle regole Sostenibili per la città sostenibile del futuro e per le nuove generazioni. C’è quindi l’esigenza di trovare una linea comune che eviti la possibilità di dare diverse interpretazioni e significati su quello che dovrebbe essere invece un significato univoco e condivisibile. Una sorta di documento che dica chiaramente che cosa siamo e che cosa facciamo in modo oggettivo. Problemi politici e finanziari stanno facendo passare in secondo piano i ritardi ambientali, culturali, formativi e tecnologici che sta scontando il nostro Paese, ma anche buona parte d’Europa. Quale messaggio voglio inviare a chi ci rappresenta affinché si faccia carico delle emergenze che ritardano un armonico sviluppo della società? Bisogna essere trasparenti, dire le cose veramente come stanno. Anche le cose negative vanno raccontate per essere superate, altrimenti non ci può essere crescita. Il mercato è un mondo ricco di falsità. La presa di coscienza può quindi diventare veicolo per dare ordine e far emergere quale può essere l’indirizzo giusto per trovare delle soluzioni. Non fidarsi solo dei “marchi” conosciuti perché famosi/ricchi, ma analizzare meglio cosa vuol dire un prodotto di qualità, e non sempre coincide appunto con l’essere famoso. Ci deve essere un rinnovato spirito della collettività. La Città sostenibile deve crescere in una crescita collettiva aldi la delle capacità economiche; non arricchire chi è già ricco ma far arricchire anche chi non lo è. Essere ricchi è un diritto, essere poveri non è un diritto. Ovviamente si parla di una ricchezza sostenibile che tiene conto di due valori: un’azione positiva fisica e una morale. Si deve rompere l’egemonia dell’arroganza del più ricco e solo così il cittadino saprà che chi lavora di più guadagna di più. Nascerebbe quindi una meritocrazia che la città sostenibile dovrà sempre applaudire. Bisogna creare una “casa” dei diritti, in questo caso i veri citta-

dini avranno una crescita sistematica e non più ideologica di mercato. Il denaro è uno strumento, la crescita invece diventa l’obiettivo che mantiene intrinsecamente la ricchezza economica. La vera città sostenibile diventa un nuovo rinascimento per un grande progetto che deve nascere in un momento giusto, in un luogo giusto, con un costo giusto in un contesto giusto, con un atteggiamento artistico e culturale giusto; questo vuol dire che città sostenibile deve diventare più umana, crediamo che tutti i giornalisti, imprese e cittadini che frequenteranno questa città quando troveranno questo messaggio, questo entrerà nella loro memoria intuitiva, che non ha bisogno delle professionalità specifiche per essere capito, ma basta essere persone “umane” per poter comprendere questo messaggio. Vorrei elencare le diverse convergenze che hanno un ruolo fondamentale nel cambiamento del processo della vita della Terra e di tutti gli esseri viventi; sia convergenze positive che negative. Basta vedere la situazione attuale della Terra ed il crescente degrado e le distruzioni delle risorse naturali ed Umane. Il livello fisico e morale dell’uomo del 21° secolo si trova in forte difficoltà, questo è estremamente preoccupante; per averne la conferma, basta vedere il rapporto dell’Onu del 2014 riguardo la situazione dell’ambiente e della natura del nostro Pianeta Terra. Per prima cosa vado a raggruppare tutte le convergenze e poi seleziono quelle negative e quelle positive. Si può visionare una ricerca, pubblicata mercoledì 9 ottobre 2013, dall’ importante rivista “Nature” , dove si dice che entro il 2047ci saranno tante città che diventeranno invivibili. Nel mio pensiero ho cercato di elencare le diverse tipologie di convergenze: 1 - convergenze essenziale biologica; 2 - convergenza comportamentale consapevole e inconsapevole; 3 - convergenza del libero arbitrio

(di tre titpi: A, quella “religiosa”, quella del “credo”, quella “idealista”, quella “romantica”, quella “virtuale”; B, la convergenza culturale, artistica; C, la convergenza tecnologica e scientifica); 4 - convergenza delle convenienze moda, mas media; 5 - convergenza obbligatorio come eserciti, le guerre; 6 - convergenze politiche, industriali, economiche; 7 - convergenze elettroniche, internet, virtuale. Le convergenze sostenibili raggruppano tutte le conoscenze che cercano di prendere le convergenze positive, e grazie alla coscienza e alle energie umane, cercano di trovare la vera strada della Sostenibilità che non è solo un’azione individuale o personale, ma una sostenibilità che raccoglie tutte le conoscenze convergenti. Nel nostro caso, il contesto dei Paesi mediterranei il processo della sostenibilità dovrebbe avvenire seguendo questo metodo di analisi delle convergenze sostenibili, altrimenti diventerebbe un intervento isolato fine a se stesso, che non raggiungerebbe lo scopo della globalità.

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La nostra acqua quotidiana di Veronica Caciagli Una birra con le bollicine ecologiche di Veronica Caciagli

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Provalo crudo di Letizia Palmisano

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A mensa solo acqua buona di rubinetto di Letizia Palmisano


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Ecologia | Bere senza impatto

BOLLICINE GREEN

La nostra acqua quotidiana di Veronica Caciagli

Come il settore delle bevande sta riducendo l’impatto ambientale

li inglesi hanno le idee chiare sul destino delle bevande: anche il settore beverage deve intraprendere un percorso di sostenibilità. Perciò il governo britannico, in collaborazione con la British Soft Drink Association, ha sviluppato un percorso, la Soft Drink Sustainable Roadmap: è un’iniziativa di carattere volontario, sviluppata con l’obiettivo di migliorare la sostenibilità del settore delle bevande analcoliche. “Il settore delle bevande è una parte importante dell’economia britannica, che genera 7,7 miliardi di pound all’anno e impiega più di 20.000 persone - spiega George Eustice, sottosegretario all’Ambiente, nella prefazione della Roadmap. - Questa iniziativa assicurerà che questo settore costruisca il suo successo, creando un’industria sostenibile che utilizza le risorse in maniera efficiente. Questo è un bene non solo per l’ambiente, ma anche per il business”. La Roadmap riguarda cinque aree chiave: - Riduzione dei rifiuti: per lo sviluppo di una piattaforma per promuovere

best practice nella riduzione dei rifiuti e muoversi verso l’obiettivo zero rifiuti in discarica. - Riduzione delle emissioni di CO2: per puntare ad aumentare l’efficienza e promuovere best practice, in particolar modo per una migliore comprensione delle opportunità di riduzione delle emissioni. - Materie prime: per la diffusione di informazioni al fine di una migliore comprensione delle potenzialità di riduzione dell’impatto ambientale nell’utilizzo di materie prime. - Imballaggi: lo scopo è di diminuire al minimo indispensabile gli imballaggi. - Efficienza acque: per incoraggiare l’uso efficiente dell’acqua nella catena di produzione e contribuire all’obiettivo della Federation House Commitment di ridurre i consumi di acqua del 20% al 2020 rispetto ai livelli del 2007. I migliori risultati sono stati ottenuti sul fronte della riduzione dei consumi di acqua: tra il 2007 e il 2013, i 70 firmatari, tra cui Unilever, Coca Cola e Nestlè, hanno collettivamente raggiunto una riduzione del 15,6% dei loro usi (esclusa l’acqua contenuta nei

prodotti finali). L’equivalente di 6,1 milioni di metri cubi, o 2.430 piscine olimpioniche. Anche l’uso di acqua per prodotto è diminuita, del 22% rispetto al 2007, mentre nello stesso periodo la produzione è aumentata dell’8,2%. Intanto, però, dalle pagine del Guardian le stesse aziende firmatarie sono accusate di non avviare l’innovazione rispetto a un nuovo materiale sviluppato dalla Novelis, che avrebbe la potenzialità di alzare la parte di materiale riciclabile e riciclato. Le nuove lattine prodotte con questo materiale, infatti, sarebbero composte per una percentuale più alta, ovvero fino al 90%, da alluminio, materiale riciclabile al 100%. In Italia: ridurre gli impatti. Nell’ambito del raggiungimento degli obiettivi del Pacchetto Clima Energia, il ministero dell’Ambiente ha promosso e supportato delle iniziative volontarie legate ad alcuni settori produttivi, tra cui quello delle bevande, per la valutazione dell’impronta ambientale. In particolare, attraverso il programma, le aziende aderenti sono incoraggiate a calcolare la carbon footprint, per avviare in seguito azioni di ridu-

zione delle emissioni dei gas ad effetto serra, e della water footprint. L’obiettivo è di realizzare un test realistico per la sperimentazione su vasta scala, e successiva ottimizzazione, delle differenti metodologie di misurazione delle prestazioni ambientali, tenendo conto delle caratteristiche dei diversi settori economici, al fine di poterle armonizzare e renderle replicabili. Il programma italiano oggi coinvolge più di 200 soggetti, tra aziende, comuni e università: tra queste, le aziende del settore beverage San Benedetto, Illycaffè, Carlsberg Italia, Birra Castello, Latteria Soresina, Eurovo Srl, Lactalis, Lavazza. L’adesione avviene attraverso un accordo di natura volontaria stipulato direttamente con il Ministero, oppure attraverso procedure di selezione pubblica promosse e finanziate dal Ministero. UN TRENO PER L’ACQUA MINERALE

Il trasporto delle merci su gomma, come è noto, contribuisce all’inquinamento ambientale, aumentando la quota di anidride carbonica immessa nell’ambiente. L’industria dell’acqua minerale, consapevole di essere al centro del dibattito sull’effettiva utilità del bere acqua in bottiglia e del suo impatto ambientale, nel corso degli ultimi anni ha aumentato le iniziative in favore della riduzione della propria impronta ecologica. Negli ultimi anni, infatti, l’attenzione è stata puntata sulla riduzione degli imballaggi, con i


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programmi di Light Weitghting (‘alleggerimento del peso’). Inoltre, come riporta il sito dell’associazione Mineracqua, una parte del trasporto dell’acqua in bottiglia avviene tramite trasporto ferroviario, riducendo conseguentemente quello su gomma, attraverso investimenti sostenuti dalle marche nazionali. Contro una media nazionale del ricorso al trasporto ferroviario per le merci di circa il 6%, l’acqua minerale raggiunge il 15% (dati Trenitalia, fonte Mineracqua). L’impatto delle acque minerali rimane comunque notevole: sempre secondo i dati Mineracqua, ogni anno vengono messi in commercio circa 2.200.000 tonnellate di imballaggi in plastica, di cui quasi un quinto, 400.000 tonnellate, è costituito da contenitori in PET. Tra questi, 250.000 tonnellate sono bottiglie in PET per l’acqua minerale.

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Il sistema Conai-Corepla riesce a riciclare circa 170.000 tonnellate, di cui 100.000 provenienti dall’acqua minerale. Rimane sempre la domanda: è necessario bere acqua in bottiglia? Secondo il Parlamento la risposta è no: un’altra grande novità tutta italiana è contenuta nel nuovo Collegato Ambientale 2014, in cui è previsto l’obbligo di inserire nei bandi e documenti di gara per la fornitura di beni e servizi delle specifiche tecniche e delle clausole contrattuali contenute nei Criteri Ambientali Minimi, pari almeno al 50% del valore della fornitura nel settore della ristorazione collettiva e delle derrate alimentari, e che, quindi, comprende anche il settore delle bevande. I criteri, chiamati Criteri Ambientali Minimi, sono contenuti nell’allegato 1 Piano d’Azione Nazionale sul Green Public Procurement (PAN GPP), parte integrante del Piano d’azione per la so-

stenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione. Tra i criteri ambientali “di base”, ovvero obbligatori, si prevede esplicitamente che “Non dovrà essere previsto l’utilizzo di acqua e bevande confezionate se non per specifiche e documentate esigenze tecniche (logistiche e igienico-sanitarie). Dovrà pertanto essere individuata la soluzione più idonea in base all’utenza e al contesto, prevedendo l’utilizzo di acqua e bevande sfuse: distribuzione di acqua di rete, distribuzione di acqua microfiltrata e bevande alla spina naturali e gassate (da concentrato).” Le bottiglie di plastica saranno quindi bandite dalle mense pubbliche. AL RISTORANTE: RUBINETTO SÌ, RUBINETTO NO

“A steak and tap water!” - a Londra è usanza comune chiedere come bevanda nei ristoranti della semplice acqua del rubinetto: perfino nei locali di lus-

so e con cibi decisamente poco ecofriendly, nessun ristoratore inglese si sognerebbe mai di rifiutarsi di servire acqua del rubinetto, gratuitamente. Lo stesso in molti Paesi del Nord Europa; al contrario, in questi Stati l’acqua in bottiglia è carissima, a volte persino più costosa di bibite gassate, tanto che molti italiani in vacanza rientrano con la convinzione che all’estero non si beva acqua. E in Italia? L’abitudine di bere acqua del rubinetto al ristorante da noi non è molto diffusa: in parte questo è dovuto all’erronea convinzione che l’acqua in bottiglia sarebbe “più buona”, per cui ciò che accade nei locali pubblici non è altro che un riflesso delle abitudini casalinghe. Gli italiani, infatti, sotto la tempesta di pubblicità inneggianti la presunta maggiore salubrità delle acque minerali, sono grandi consumatori di bottiglie di acqua. Perciò i

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ristoratori più avveduti, e forse anche eco-friendly, hanno iniziato a distribuire acqua microfiltrata, venduta nel rispetto della normativa in merito ai requisiti contenuti nel Decreto Legislativo 2 febbraio 2001, n. 31 “Attuazione della direttiva 98/83/CE relativa alla qualità delle acque destinate al consumo umano”: “tranquillizza” il cliente e, qualora inclusa nel listino prezzi, può essere pagata. Invece, chiedendo l’acqua del rubinetto al ristorante, nella maggior parte dei casi si incontra l’evidente riluttanza dei ristoratori, che di solito declinano con le scuse più varie. Una delle risposte è che “non hanno acqua potabile”: questo è assolutamente falso, in quanto la potabilità dell’acqua è uno dei requisiti contenuti nell’Ordinanza del ministero della Salute del 3 aprile 2002, “Requisiti igienico-sanitari per il commercio dei prodotti alimentari sulle aree pubbliche”. In base a questa ordinanza, all’art. 7 “Attività di somministrazione” si prevede che l’esercizio deve “avere una adeguata erogazione di acqua potabile, avente i requisiti indicati all’art. 1, comma 1, lettera l”, ovvero le stesse caratteristiche contenute nel già citato d.lgs. 31/2011. Per completezza, l’unico caso di non potabilità dell’acqua di un ristorante potrebbe essere quello di un’ordinanza del Sindaco che per ragioni di salute pubblica vieti l’utilizzo dell’acqua corrente, ma di questo il ristoratore ne sarebbe informato. Un’altra scusa, spesso menzionata, è che il ristorante “non è autorizzato a distribuire acqua del rubinetto”: anche questo è falso, in quanto non esiste un’autorizzazione di questo tipo. Inoltre, il medesimo locale già fornisce la stessa acqua potabile tramite il ghiaccio per le bevande; e infatti, come chiarito dall’Ordinanza del ministero della Salute, l’acqua impiegata per la produzione di ghiaccio deve possedere “i medesimi requisiti” previsti per l’e-

rogazione dell’acqua potabile. Queste risposte in realtà vanno a coprire una semplice necessità di affari: anziché distribuire acqua gratis, conviene venderla. Operazione assolutamente legittima e comprensibile, soprattutto in tempi di calo degli introiti per la crisi economica, ma non supportata da alcuna normativa. Il ristoratore potrebbe perfino vendere l’acqua della rete idrica, e per certi versi questo è quanto già accade con l’acqua microfiltrata; per mettere in vendita acqua del rubinetto è sufficiente inserirla nel listino prezzi. D’altro canto, nessuno può obbligare il ristoratore a fornire al cliente un bicchier d’acqua gratuito del rubinetto: è una cortesia, non un obbligo di legge. Per riconoscere i ristoratori “cortesi”, verso l’acqua e verso l’ambiente, una campagna di Altreconomia e Legambiente ha promosso la campagna “Imbrocchiamola”: al sito www. imbrocchiamola.org sono segnalati i locali dove è possibile ricevere acqua del rubinetto. www.britishsoftdrinks.com/write/MediaUploads/Roadmap/2014_Soft_Drinks_Sustainability_Roadmap_Report.pdf www.minambiente.it/pagina/il-programma-di-accordi-volontari www.theguardian.com/sustainable-business/2014/oct/30/recycled-aluminum-novelis-ford-cocacola-pepsi-miller-budweiserbeer

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Ecologia | Bere senza impatto

ECCELLENZE

di Veronica Caciagli

Il sistema di spillatura della birra Carlsberg basato sull’uso di fusti in PET riciclabile. Ora la bevanda esce esclusivamente grazie all’aria compressa. Tutto in nome dell’ambiente

ridurre l’impatto ambientale dei propri prodotti, e in particolare le emissioni di CO2, ci ha pensato un’azienda di produzione della birra: la Carlsberg. La Carlsberg Italia ha ideato un sistema di spillatura della birra basato sull’uso di fusti in PET riciclabile dai quali la birra fuoriesce unicamente grazie ad aria compressa esterna, chiamato Modular 20. Con il nuovo sistema, la birra viaggia in contenitori costituiti da uno strato sottile di plastica PET, che poi può venire facilmente ridotto a un piccolo mucchietto di plastica riciclabile: questo si traduce in una sostituzione del metodo tradizionale di spillatura, composto da trasporto dei fusti di birra e aggiunta di CO2, con un notevole risparmio in termini di CO2 associata alla produzione di rifiuti e consumi idrici. Per conoscere esattamente a quanto ammonta questo risparmio, sia il sistema tradizionale che il Modular 20 sono stati analizzati con un Life Cycle Assessment (LCA), l’analisi comprende tutte le fasi del ciclo vita: dall’”upstream process” (produzione e

Fonte: Carlsberg EPD 2012

Research Center esiste dal 1975 con lo scopo di migliorare il prodotto birra a 360°: dagli ingredienti, alla produzione, al servizio. Il sistema DraughtMaster, di cui Modular 20 è l’espressione più completa, nasce dall’esigenza di garantire ai consumatori la miglior esperienza di birra alla spina, di poter offrire loro la birra come se fosse appena stata prodotta in birrificio (la birra, a differenza del vino, si gusta al meglio quanto più è fresca). Nasce quindi nel centro di ricerca Carlsberg a Copenhagen, ma sono solo la tenacia, l’impegno e la capacità di “saper fare” italiani che riescono a portarla sul mercato e farne un successo che ora sta prendendo piede anche nei mercati internazionali.

trasporto di materie prime, additivi, fusti, bottiglie e lattine), al “core process” (produzione della birra, infustamento o imbottigliamento della birra), fino al “downstream processes” (distribuzione del prodotto finito, manutenzione degli impianti presso i punti vendita, uso, fine di vita, con il trasporto ai centri di smaltimento e raccolta, smaltimento in discarica ed eventuale recupero di materia ed energia). Abbiamo chiesto ad Alberto Frausin, amministratore delegato di Carslberg Italia, le motivazioni di investimento in questo nuovo processo e qual è il risparmio per l’ambiente. Perché Carlsberg Italia investe per migliorare la performance ambientale? La matrice danese è un sinonimo di per sé di attenzione all’ambiente, inteso ad ampio raggio, includendo, quindi, non solo gli aspetti puramente “green”, ma anche gli impatti sulla società, il territorio, ecc. Da un punto di vista nazionale, ovviamente, nascere in una valle quasi incontaminata (la Valganna, fuori Varese, ai confini con la Svizzera) ed essere responsabili di un prodotto

composto per oltre il 90% dall’acqua, non può non rendere immediatamente attenti ai nostri impatti sull’ambiente. Lo sviluppo del progetto DraughtMaster ci ha permesso, poi, di approfondire le nostre conoscenze su questo argomento ed è stato un grandissimo sprone sulla strada del miglioramen-

to continuo. D’altronde, ormai si può parlare di innovazione solo se è intrinsecamente sostenibile, altrimenti va definita in altro modo. Come è nata l’idea del Modular 20? Modular 20 è il frutto dell’approccio Carlsberg alla ricerca. Il Carlsberg

Quali sono i vantaggi in termini ambientali? Modular 20 e il sistema DraugtMaster in generale sono la soluzione di packaging per la distribuzione di birra e di liquidi, attualmente più green sul mercato. Il nostro LCA analizza fusti in PET, fusti in acciaio, bottiglie in vetro a perdere e lattine e i risultati sono eclatanti per quanto riguarda tutte le dimensioni analizzate, dalle emissioni di CO2 alla produzione di rifiuti, dal consumo di risorse ai consumi energetici ed idrici. Inoltre, l’avere LCA ci permette di individuare le aree di miglioramento in tutto il ciclo di vita e approntare così interventi mirati e più efficaci.

I clienti apprezzano questo nuovo metodo di spillatura? I clienti sono stati la nostra prima risorsa. Una volta capito il funzionamento e gli innumerevoli benefici hanno accettato volentieri di essere parte di un processo di innovazione, diventando loro i nostri primi testimonial. Ci hanno raccontato che DraughtMaster ha dato loro un argomento di conversazione con i loro clienti, raccontando della qualità della birra, delle diverse tipologie che possono offrire, dei benefici ambientali, del processo di innovazione. Ormai oltre l’85% dei nostri clienti che ha birra alla spina usa il sistema DraughtMaster. Il modello sarà esportato anche all’estero? L’Italia ha assunto il ruolo di Paesepilota e alla luce del successo avuto è stato costituito un team dedicato allo sviluppo commerciale del progetto sulla scorta di quanto sviluppato qui. L’Italia è diventata quindi una casehistory e questo ci inorgoglisce molto.

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Ecologia | Bere senza impatto

Il primo pasto slow food e a km zero: il latte materno LATTE ALLA SPINA

Provalo crudo

di Letizia Palmisano

Il successo dei distributori alla spina per il latte a chilometri quasi zero. Ricordarsi, però, di bollirlo prima del consumo

l latte è uno degli alimenti più diffusi nella dieta degli italiani a ogni età. I produttori sono presenti in tutta la Penisola e ciò consente, a chi lo voglia, di rifornirsi con prodotti a km zero. A partire dalla metà degli anni 2000, poi, la diffusione di apposite macchine erogatrici (fisse o mobili) ha reso possibile la vendita anche di un prodotto particolare: il latte crudo, solitamente sfuso e quindi acquistabile alla spina anche utilizzando i propri contenitori. Riprendendo le parole del dossier del ministero della Salute, “Latte crudo, una scelta consapevole”, per latte crudo si intende il latte appena munto, refrigerato a temperature non superiori a 4°C e non sottoposto ad alcun trattamento termico. La possibilità di acquistare latte “appena munto”, magari biologico, a km zero e alla spina, ha attratto molti consumatori che godono anche della convenienza economica, sottolineata dal dossier ministeriale, “sia per il produttore sia per il consumatore attraverso l’abbattimento dei co-

sti connessi alla raccolta e al trattamento termico in centrale e alla distribuzione nel circuito commerciale”. Secondo il censimento 2011 delle Asl, si stima che le macchine erogatrici self-service alla spina distribuite sull’intero territorio nazionale ammontano a 1.400 La possibilità di acquistare circa. Dal punto di latte “appena munto”, vista nutrimagari biologico, a km zero e alla spina, ha attrat- zionale, il conto molti consumatori sumo di latte crudo viene frequentemente associato ad un maggior contenuto di enzimi, vitamine del gruppo B e C, acido folico e a un minor rischio di fenomeni allergici in età pediatrica, anche se, in base a quanto diffuso dal Ministero, solo quest’ultimo aspetto è stato confermato da studi scientifici. Tra i motivi che hanno rischiato di limitarne la diffusione, sussiste la potenziale nocività nel caso in cui sia ingerito senza prima essere stato bollito.

Sottolineano, infatti, dal Ministero che il latte crudo, “pur contenendo un certo numero di batteri ‘buoni’, i lattobacilli, presenti anche nel latte pastorizzato, (...) può accidentalmente veicolare anche tossine e germi patogeni per l’uomo”. La normativa ha quindi recentemente previsto l’obbligo di indicazione della bollitura prima dell’utilizzo.

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Il latte crudo a domicilio

Girano per Roma con quaranta appuntamenti settimanali per dieci mesi l’anno: sono i tre furgoni targati Biolà che raggiungono gran parte dei quartieri della Capitale per portare formaggi, carne, gelato e soprattutto latte crudo biologico, direttamente sotto casa dei romani. Il progetto dei distributori in strada è nato nel 2005, ci spiega Giuseppe Brandizzi, titolare dell’azienda, quale alternativa alla collocazione del latte crudo all’industria e per accorciare la filiera del latte già certificato bio dal 1999. In una città trafficata, con oggettive difficoltà di raggiungere le fattorie presenti alle porte della Capitale, l’idea di “spostare la montagna” si è rivelata davvero vincente: i litri di latte sfuso venduti in un anno da Biolà, infatti, sono circa 55 mila.

È di sicuro il primo pasto a kilometro zero e slow food della vita umana e ha tra gli “sponsor” Unicef e Oms che ne promuovono la diffusione a livello internazionale con campagne rivolte in particolar modo alle donne in gravidanza. Parliamo del latte materno. Sebbene, come per ogni mammifero, rappresenti l’alimento principe nella dieta di un cucciolo appena nato, secondo i dati raccolti, negli ultimi decenni la durata dell’allattamento naturale si è ridotta rispetto a quella consigliata da Unicef ed Oms secondo cui il periodo di allattamento esclusivo dovrebbe arrivare a sei mesi mentre quello “misto”, durante lo svezzamento, fino ai due anni. In base ai riferimenti Unicef, infatti, nel 2012, a livello mondiale, solo il 39% dei bambini di sei mesi è stato allattato esclusivamente al seno. Un dato allarmante se si tiene conto che, nei Paesi poveri, i bambini allattati esclusivamente al seno in tale arco temporale hanno 14 volte più probabilità di sopravvivere rispetto agli altri bambini. Come sottolineano gli esperti del Ministero – salve le eccezioni in cui sia espressamente sconsigliato per la madre o il figlio - pediatri e nutrizionisti concordano che “il latte materno rappresenti il miglior alimento per i neonati, in quanto è in grado di fornire tutti i nutrienti di cui hanno bisogno nella prima fase della loro vita, come per esempio certi acidi grassi polinsaturi, proteine, ferro assimilabile. Inoltre, contiene sostanze bioattive e immunologiche che non si trovano nei sostituti artificiali e che, invece, sono fondamentali sia per proteggere il bambino da eventuali infezioni batteriche e virali, sia per favorire lo sviluppo intestinale”. A ciò si affiancano molteplici altri vantaggi per i bambini quali: la riduzione dell’incidenza e della durata delle gastroenteriti, la protezione da una serie di infezioni acute, il minor rischio di sviluppare allergie, le protezioni da condizioni croniche come il diabete tipo 1, la colite ulcerativa e la malattia di Crohn, bassi livelli di pressione del sangue e colesterolo totale, e una ridotta prevalenza di diabete tipo 2 e di sovrappeso ed obesità durante l’adolescenza e la vita adulta. Anche per la madre le ricadute positive non mancano: accelerazione nella ripresa dal parto, l’involuzione dell’utero, la diminuzione del rischio di emorragia e di mortalità, riduzione della perdita di sangue, contribuendo così a mantenere il bilancio del ferro e di rischi connessi al cancro della mammella prima della menopausa e del cancro dell’ovaio, nonché del rischio di osteoporosi. A ciò si può sicuramente aggiungere che l’allattamento materno è una vera e propria risorsa naturale, 100% ecosostenibile visto che non consuma risorse, come detto è a kilometro zero e non lascia rifiuti ….semmai concime naturale. Linkografia: Latte crudo, una scelta consapevole. Ministero della Salute http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_3_1_1.jsp?lingua=italia no&menu=dossier&p=dadossier&id=10 Allattamento. Ministero della Salute http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id= 750&area=Salute%20donna&menu=nascita


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Ecologia | Bere senza impatto

Un sorso di ecosostenibilità senza imballaggi CAPANNORI Menù a km zero e vegan, doggy bag per gli avanzi, utilizzo di stoviglie lavabili o monouso compostabili sono solo alcune delle scelte ecosostenibili adottate da mense e ristoranti in Italia e ciò soprattutto quando queste soluzioni riescono a coniugare il rispetto dell’ambiente al risparmio di spazio e soldi. Sul fronte del beverage, tra le best practice green diffuse nei luoghi di ristorazione, vi è la possibilità di offrire acqua e bevande sfuse, riducendo sensibilmente l’impatto ambientale degli imballaggi e permettendo ai gestori, al contempo, di recuperare lo spazio necessario a stoccare le bottiglie, di ridurre i costi di gestione e offrire, possibilmente, al cliente gli stessi prodotti a prezzo ridotto. Tra i principali attori del settore, in Italia e non solo, v’è l’azienda General Beverage che ha messo a punto un’idea utile a soddisfare tutte queste esigenze: Io Bevo - freebeverage. Il servizio consiste nella distribuzione di acqua microfiltrata e bevande sfuse self-service in quantità e varietà libere a fronte di un costo fisso a pasto, a presenza o a bicchiere. Un case study di tutto rilievo dal punto di vista ambientale: secondo i dati dell’azienda, il servizio “freebeverage” nel 2013 ha servito bevande tradizionali, succhi e bevande equosolidali, salutistiche e regionali in oltre 90 milioni di pasti. I risultati ambientali riportati dall’azienda registrano una forte riduzione dei rifiuti da imballaggio e di riduzione delle emissioni da trasporto per l’acqua e le bevande servite. Dal punto di vista tecnico, le bevande sono servite utilizzando distributori e concentrati in bag in box e ciò permette di utilizzare l’acqua del locale, trattata e microfiltrata, riducendo i rifiuti necessari per le bevande fino al 99%, grazie all’eliminazione di bottiglie e lattine. I numeri dei dati 2013 hanno registrato un risparmio ambientale di 3.300 tonnellate annue di rifiuti da imballaggio. A ciò si affianca “la valenza ecologica del servizio anche rispetto alla logistica, grazie alla notevole diminuzione dei trasporti e quindi del carburante utilizzato”, ci spiega Giovanni Varoli titolare di General Beverage. Tradotti in dati, per il 2013 si sono stimate 5.500 tonnellate di emissioni in meno di CO2 e un risparmio di 4.300 tonnellate di petrolio. Come dire, un sorso di ecosostenibilità tra i tavoli di mense e ristoranti.

A mensa solo acqua buona di rubinetto di Letizia Palmisano

Riduzione dei rifiuti e acqua a km zero: sono molte le mense che (re)introducono l’acqua del rubinetto ai pasti. Per analizzare i dettagli abbiamo intervistato Luca Menesini, sindaco di Capannori (LU), comune noto per aver adottato la strategia Rifiuti Zero e che da qualche anno ha lanciato il progetto “l’acqua buona” ome e quando nasce il progetto “l’acqua buona”? Il territorio comunale è servito da un’efficiente rete dell’acquedotto che eroga acqua di alta qualità, costantemente controllata, con un costo assai inferiore rispetto a quella imbottigliata. L’acqua imbottigliata produce poi rifiuti: il contenitore, sia di plastica o di vetro, anche se riciclato, è uno scarto e quindi un costo di smaltimento per la comunità. Il nostro obiettivo - abbracciato aderendo come primo comune d’Italia, nel 2007, alla strategia “Rifiuti Zero” - è quello di ridurre a monte la produzione di scarti. Non solo vantaggi economici e ambientali, ma anche il bisogno di educazione ambientale ci hanno spinto, in accordo con Acque Spa, gestore del servizio idrico integrato, a introdurre gradualmente l’acqua dalla brocca

(che precedentemente veniva servita nelle bottiglie di plastica, ndr) nelle mense scolastiche a partire dal 2009. Ad oggi quante strutture del comune aderiscono all’acqua in brocca? Dopo la positiva sperimentazione del 2008, il numero dei plessi scolastici che hanno aderito al progetto è salito a 21, coinvolgendo circa 3 mila studenti. Dal 2013 l’acqua del rubinetto in caraffa è arrivata anche alla Casa della Salute del nostro territorio dove ne usufruiscono circa 100 persone, ultra sessantacinquenni con difficoltà: è la prima iniziativa del genere in Toscana a interessare una struttura per persone anziane non autosufficienti o parzialmente autosufficienti. Qual è stata la risposta da parte dei cittadini?

Grazie agli incontri con insegnanti, genitori ed esperti abbiamo spiegato quanto fosse semplice e sicuro l’uso dell’acqua del rubinetto. I cittadini hanno capito l’importanza di mettere in atto buone pratiche ambientali ed è grazie a questo terreno fertile che il progetto “Acqua buona nelle scuole” ha dato i suoi frutti. Quanto è importante che il gestore della rete idrica partecipi a un progetto di “acqua buona”? Senza l’apporto del gestore questo progetto non si sarebbe mai potuto realizzare. Acque Spa, oltre ad averci fornito il supporto iniziale, è costantemente al fianco nostro e delle scuole. Il gestore effettua mensilmente analisi e campionamenti, che vengono trasmessi a noi e alle scuole, in modo che venga garantita l’assoluta potabilità dell’acqua. Tanto per

fare un esempio, nel Basso Valdarno Acque Spa annualmente effettua 20 mila analisi per oltre 250 mila parametri, a cui si aggiungono i controlli effettuati da altri organismi come Asl e Arpat. Sono stati calcolati i risparmi in termini economici e ambientali? I vantaggi sono tangibili: un litro di acqua del rubinetto costa circa 2 millesimi di euro, mentre l’acqua imbottigliata può costare centinaia di volte tanto. Abbiamo fatto anche delle stime sulle bottigliette risparmiate nelle scuole e alla Casa della Salute: ogni anno sono 130 mila. Si capisce, quindi, l’importanza dei benefici economico-ambientali di questo progetto. LEGGI

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SHOP

L’unità mobile per la ricarica dei veicoli elettrici

La seconda vita del vento

L’inverter Solarmax che protegge dai fulmini Solarmax ha recentemente presentato l’inverter trifase multistringa 32HT2, che garantisce una protezione completa contro i fulmini. Più nel dettaglio, questo modello è studiato soprattutto per l’utilizzo in edifici con parafulmini o con cablaggio DC particolarmente lungo. Inoltre, la classe di protezione IP65 del modello e del box connessioni assicura elevati livelli di sicurezza quando l’impianto viene installato all’esterno dell’edificio. Da un punto di vista tecnico, il box connessioni esterno può essere installato sia direttamente sull’inverter, che all’esterno, anche direttamente sotto i moduli. Questo consente di ridurre i costi di cablaggio e d’installazione. Inoltre, è anche possibile installare il box connessioni sotto la copertura dell’edificio, al fine di soddisfare i requisiti di protezione in caso di incendio e facilitare l’accesso ai vigili del fuoco. GT SOLARMAX http://tinyurl.com/solarmax32HT2

Anche per le turbine eoliche arriva il momento della pensione, ma è possibile dare loro una nuova vita. Anziché riciclare il materiale utilizzato per realizzare la turbina eolica, infatti, come materia prima seconda, è possibile rigenerarla, ottenendo un aerogeneratore che è pari al nuovo, con i vantaggi derivati dall’avere una componentistica collaudata. È questa la logica che ha spinto X Wind, un’azienda di Buccino, in provincia di Salerno, a offrire pale eoliche ricondizionate al mercato delle rinnovabili. I modelli disponibili sono i più differenti ed è possibile scegliere anche il depotenziamento elettrico della turbina per rientrare, per esempio, nella categoria del minieolico, al di sotto dei 60 kWe, che non necessita della partecipazione alle aste per essere incentivata. SF X WIND www.xwind.it

Un fiocco per l’efficienza Se vivete in un’abitazione costruita nel dopoguerra, priva di isolamento termico e con una tamponatura realizzata con le pareti a cassavuota, ora potete aumentare l’efficienza della vostra casa con una spesa relativamente bassa e con un occhio alla sostenibilità. Nesocell, una giovane azienda piemontese, infatti, ha immesso sul mercato un nuovo isolante in fiocchi, realizzato a partire dagli scarti di raffinazione della cellulosa di cartiera, stabile e durevole nel tempo, che si può insufflare nelle intercapedini, realizzando all’esterno o all’interno dell’abitazione semplicemente dei fori di cinque centimetri, attraverso i quali si posa in opera l’isolante. In questa maniera si riducono le dispersioni attraverso le superfici opache tra il 70 e il 95%, con risparmi sul riscaldamento dell’ordine del 40%. SF NESOCELL www.nesocell.com

Basso inquinamento per la caldaia Chi deve cambiare la caldaia della propria abitazione deve fare attenzione alla classe. Dal 1° settembre 2013, infatti, per le caldaie appartenenti alle classi d’emissione più basse (1, 2 o 3) è obbligatorio lo scarico al tetto, qualsiasi sia la tipologia abitativa. Per consentire a chi cambia la caldaia lo scarico a parete, permesso per le classi 4 e 5, ed evitare costosi lavori di muratura Italtherm offre la nuova caldaia murale a gas tradizionale CITY Plus 25 F NOx che, grazie al sistema di controllo della miscela di combustione, possiede bassi valori d’emissione delle sostanze inquinanti, rispettando così i requisiti richiesti dalla legislazione sugli scarichi dei fumi a parete. La caldaia è classificata “a basse emissioni inquinanti” e rientra nella Classe 4 secondo UNI EN 483. SF

ITALTHERM www.italtherm.it

Riello UPS, società del gruppo Riello Elettronica, in collaborazione con l’URI, l’Unione dei Radiotaxi d’Italia, ha realizzato il primo sistema integrato per la mobilità dei taxi 100% elettrici nella città di Roma. In assenza di un’adeguata infrastruttura di colonnine di ricarica, URI si è dotata di un furgone allestito a unità mobile attrezzata, ossia dotato di fonti di energia addizionale, pronto a intervenire per rifornimenti volanti nei casi in cui l’esaurirsi dell’autonomia dei taxi elettrici non consentisse loro di raggiungere punti fissi di ricarica eccessivamente distanti. Più precisamente, su un Nissan NV400 è stato installato un UPS serie Master MPS da 30 kVA, capace di gestire un sistema di accumulo da 100KW costituito da 130 batterie Litio-ferrotetrafosfato, predisposto per essere alimentato da fonti rinnovabili e idoneo a ricaricare un veicolo elettrico dal 30% all’80% in appena 15’. GT

RIELLO UPS http://www.riello-ups.it/

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La pompa di calore che filtra l’aria Panasonic ha presentato la nuova pompa di calore Etherea QKE 2014 che, grazie anche a un compressore altamente performante, può garantire risparmi energetici fino al 38%. L’intera gamma è conforme ai requisiti della direttiva ErP e assicura un funzionamento fino a -15 °C in modalità riscaldamento e -10 °C in modalità raffreddamento. La vera particolarità di questo prodotto è la presenza di Nanoe-G, un sistema di purificazione dell’ambiente che garantisce la massima purezza dell’aria a temperature confortevoli e costi soddisfacenti. Sfruttando la nanotecnologia, nell’unità interna del filtro viene neutralizzato il 99% dei microrganismi adesivi presenti nell’aria, come batteri, virus e muffe. Anche quando Etherea non funziona, la tecnologia Nanoe-G continua a lavorare e a mantenere pulita l’unità, disattivando i microrganismi nel filtro. GT PANASONIC http://www.panasonic.eu

Una parete che vive

I Led possono essere anche un elemento di arredamento. Lo dimostra DIADEM LED, il nuovo arrivato nella famiglia degli apparecchi per installazione a soffitto e a sospensione di Osram, studiato per sostituire in maniera efficiente le tradizionali plafoniere con lampade fluorescenti. Il nuovo apparecchio si distingue per il design minimalista ed elegante, con un’illuminazione uniforme e una distribuzione diffusa della luce. DIADEM è disponibile in due versioni, da 600x600 e 1200x300 mm, e due diversi flussi luminosi, 3.100 e 4.000 lumen. La particolarità è che, grazie all’apposito kit, DIADEM LED può essere installato anche a sospensione, integrandosi nell’ambiente per garantire un’illuminazione discreta ed elegante. GT

Arriverà nei primi mesi del 2015 la parete vivente, ossia rivestita da specie vegetali, che consentirà di dare una marcia in più all’edilizia sostenibile. A realizzare queste pareti è la giovane azienda Growing Green che ha messo in piedi un’intera linea si soluzioni all’interno del brand generale GRE_EN_Solutions. GRE_EN_SKin è il rivestimento vegetale sottile, leggero, integrabile su facciate e/o partizioni nuove ed esistenti; GRE_ENvelope_ System è la parete vegetale completa, autoportante e veloce da realizzare; GRE_ EN_Suitcase è l’edificio vegetale leggero, flessibile, trasportabile e dotato di tutti gli impianti. Tutte le GRE_EN_Solutions occupano poco spazio: 4 cm. di spessore, migliorando il comfort termico invernale ed estivo e riducendo i consumi energetici. SF

OSRAM http://www.osram.com

GROWING GREEN www.gre-en-s.com

I Led che si installano a sospensione


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Internet & Apps

Libri

a cura di Veronica Caciagli e Letizia Palmisano

a cura di Marco Gisotti

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La app dei tuoi viaggi App: Minube

L’ultima novità nel mondo dei viaggi: minube permette di creare un ricordo personalizzato del tuo viaggio, con date e mappe, che potrai condividere anche sul web. Perfetta sia per i viaggi di nozze (da sostituire alla serata di presentazione delle foto!) o anche per i viaggiatori ontheroad che desiderano cristallizzare i ricordi e le emozioni degli incontri da backpacker. https://play.google.com/store/apps/ details?id=com.minube.app

Life Unplugged App: Offtime

Sei stanco di non avere una pausa da telefonate, SMS, Facebook, Twitter, Whatsup, Google+ e altri diabolici canali? Ecco l’applicazione che fa per te: (OFFTIME) offre la pace dalle applicazioni, un tempo a te riservato. Può filtrare solo alcune persone o anche inviare auto-reply. Quando la pausa sarà finita, un comodo “activity log” riepilogherà la lista di ciò che è successo in tua assenza.

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Guarda tutti i nostri libri su Anobii: www.anobii.com/ tekneco/books

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Ecogator App: Ecogator

Elettrodomestici: ecco la app che ti aiuta a scegliere quelli a più alta efficienza. Attraverso lo smartphone “legge” l’etichetta del prodotto che si vuol acquistare e calcola i costi medi energetici annuali. Sarà così possibile confrontare modelli e caratteristiche, sapendo anche i diversi costi di consumo.

Eco in città 2014 Edizione Roma e Edizione Milano a cura di MARZIA FIORDALISO

Pentapolis Euro 9,90 – Pagine 250

https://play.google.com/store/apps/ details?id=co.offtime.kit

LastMinuteSottoCasa

La migliore energia su Trovaofferte dell’Autorità

SuperHub

http://www.lastminutesottocasa.it/

://www.autorita.energia.it/it/trovaofferte.htm

http://superhub-project.eu/

App nata a Torino, ma con l’obiettivo di esterdersi nelle altre città, permette ai negozianti di postare in tempo reale cibi in scadenza con le offerte speciali. Grazie alla app i consumatori vengono informati e potranno così orientare i propri acquisti con un risparmio economico e ambientale.

Il metodo più affidabile per valutare le offerte di energia elettrica e di fornitura di gas? È il Trovaofferte dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG): basta inserire il CAP, i kWh consumati annualmente e se si preferisce una tariffa a prezzo bloccato o variabile e il sistema provvede a restituire la lista degli operatori e i relativi costi energetici annui.

Progetto europeo che vede coinvolti ben 20 partners, con l’obiettivo di creare una piattaforma open source e una app in grado di pianificare percorsi urbani personalizzati, combinando in tempo reale tutte le opportunità di trasporto per ridisegnare i diversi possibili percorsi di mobilità e creare un nuovo ecosistema nell’ambito dei servizi urbani di mobilità.

Terza edizione per le guide agli acquisti sostenibili di Pentapolis. Quest’anno il focus riguarda Roma e Milano, due edizioni diverse per due città ricche di complessità e contraddizioni, dove si rischia con grande facilità di incappare nell’errore. Ecco allora dove trovare le bioprofumerie, come si accede al bike sharing, ecc. Tra le curiosità, una sezione tutta dedicata alle eco-mamme e ai piccoli ambientalisti. Un censimento che, oltre a testimoniare un fermento green di tutto rispetto, permette di scoprire circa 1.200 realtà, tra cui: 140 aree verdi, 130 tra bar e ristoranti biologici, vegetariani e vegani, 115 tra negozi, mercati e punti vendita aziendali bio, 25 botteghe equo e solidali, 40 tra mercatini ed esercizi dove acquistare abiti usati, 25 luoghi dedicati all’abbigliamento e accessori, 30 negozi per l’arredamento, 25 fattorie didattiche, 15 nuove bioprofumerie, 15 librerie dedicate ai bambini e ancora piste ciclabili, car sharing, spesa a domicilio. Fra le firme che impreziosiscono le due

guide quelle di Donatella Bianchi, Antonio Cianciullo, Mario Cucinella, Marco Frey, Tessa Gelisio, Luca Mercalli, Giuseppe Onufrio, Fulco Pratesi, Edo Ronchi, Mario Tozzi e del direttore di Tekneco Marco Gisotti.

Le imprese della green economy a cura di E. RONCHI, R. MORABITO, T. FEDERICO, G. BARBERIO

Edizioni Ambiente Euro 24,00 – Pagine 208

Il Rapporto sulla green economy, redatto dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da Enea è ormai il volume che apre gli Stati generali della Green economy che si tengono, ormai da qualche anno, durante la fiera Ecomondo di Rimini. L’edizione 2014 arriva dunque in finale di anno a fare il bilancio di sostenibilità della nostra economia più o meno in contemporanea con l’altro rapporto, Greenitaly di Unioncamere e Fondazione Symbola (vedi il servizio da pagina 6), per dirci che i tempi non sono buoni e che gli unici segnali di ripresa arrivano dalle aziende che stanno investendo in innovazione verde. A dare maggiore corpo a questa tesi, nel volume sono presentati anche i ri-

sultati di un’indagine che ha raggiunto un campione di 437 imprenditori, che gestiscono imprese che danno lavoro a più di 64.000 persone, a dimostrazione che chi “pensa verde” cresce, innova e crea occupazione, soprattutto per donne e giovani. La domanda che tutti noi ci poniamo è fino a quando questi rapporti resteranno voci nel deserto della politica, ovvero quando saranno presi nella debita considerazione dai decisori politici per tratteggiare le linee di sviluppo del prossimo futuro? O crediamo davvero che nel jobs act ci sia il verbo?

Che cos’è il packaging ILARIA VENTURA

Carocci editore Euro 12,00 – Pagine 128 Ridurre i rifiuti: per esempio gli imballaggi. Però l’occhio vuole la sua parte. Lo sanno bene i comunicatori e gli esperti di marketing. Ecco un manuale, completo nella sua brevità, che segue tutto il ciclo di vita del packaging, rivolto a studenti di design e di comunicazione, professionisti del branding, designer e, ovviamente, esperti di marketing.


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Stand: C21-58

STUDI

& RICERCHE

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Finestre “smart” per involucri edilizi innovativi A cura di Alessandro Cannavale - assegnista di ricerca (Unisalento - CNR NNL), Pierluigi Cossari - assegnista di ricerca (Unisalento) e Giuseppe Gigli - docente (Unisalento)

IL COMFORT CAMBIA PROSPETTIVA

Nuova gamma di soffitti radianti Riscaldamento e raffrescamento a soffitto di ultima generazione: benessere termico, alta efficienza e risparmio energetico

www.eurotherm.info

a trasparenza delle vetrate garantisce una continua interazione visuale tra spazio confinato e ambiente circostante. Ciò rappresenta innegabilmente una peculiarità del materiale, sotto il profilo estetico e funzionale, consentendo di impiegare la luce naturale come fonte di illuminazione; ma costituisce, troppo spesso, un punto debole dal punto di vista termofisico. Con lo scopo di reinterpretare dinamicamente la “trasparenza” del vetro, mirando a farne una proprietà non fissa, ma mutevole, in relazione alle condizioni esterne di illuminamento, nasce l’ambito di ricerca sperimentale delle “smart windows”. Le quali sono principalmente basate sull’impiego di materiali e dispositivi cromogenici. Si tratta di una particolare gamma di materiali responsivi, in grado di veder mutate delle specifiche caratteristiche cromatiche in ragione della variazione di uno stimolo esterno specifico: elettrico (elettrocromici), luminoso (fotocromici), termico (termocromici). Queste tecnologie consentono di modificare dinamicamente e in modalità adattiva le proprietà di trasmissione del vetro quando viene attraversato da una radiazione elettromagnetica. Come noto, il vetro consente l’attraversamento a radiazioni aventi lunghezze d’onda comprese tra 315 nm e 3000 nm: ossia i raggi UV(A), lo spettro visibile, tra 380 nm e 780 nm, e il vicino infrarosso, tra 780nm e 3000 nm. Al di sotto e al di sopra di tale range, la radiazione viene assorbita dal vetro. S’intende bene come il controllo dinamico del fattore di trasmissione solare sia il principale obiettivo, ad esempio, dei sistemi elettrocromici. I quali consentono di modulare selettivamente le proprietà spettrali, in risposta ad una applicazione di tensione elettrica esterna di preciso valore. Nelle regioni climatiche in cui si abbiano elevati consumi di energia elettrica per via delle elevate superfici finestrate, le tecnologie elettrocromiche, ormai sul mercato, possono offrire una serie di benefici significativi in termini di risparmio energetico, attraverso una modifica del livello di trasmissione visiva. Giova ricordare che specifici studi apparsi in letteratura scientifica hanno dimostrato come i benefici derivanti dal controllo solare di una finestra elettrocromica siano maggiori rispetto alla produzione di energia che si otterrebbe applicando sulla medesima superficie un sistema fotovoltaico, di pari area.

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Ossia circa 170 kWh/m2anno, alle nostre latitudini. L’entità di tale beneficio può essere amplificata nel momento in cui la strategia di utilizzo del sistema cromogenico, anziché essere affidata all’utenza, possa al contrario essere pilotata in tempo reale dallo spontaneo adattamento delle proprietà spettrali, direttamente collegato alle condizioni ambientali circostanti, in un continuo dialogo tra le grandezze fisiche coinvolte. Lo sforzo della comunità scientifica internazionale, impegnata nella ricerca e nello sviluppo di vetrate smart, è orientato, infatti, al progetto di dispositivi dotati di un carattere di automodulazione cromatica, guidata dalla interazione tra device e radiazione solare incidente, lasciando prefigurare scenari innovativi e sostenibili per gli spazi antropizzati. Soprattutto con riferimento al progetto delle “smart cities”. È ormai verosimile prefigurare uno scenario in cui le vetrature, perso il proprio carattere di fissità estetico-funzionale, acquisiscano specifiche caratteristiche cromatiche in modalità “smart”, o responsiva, attraverso la modulazione di uno stimolo esterno, dietro specifico design. Finestre intelligenti, dunque. Si immagini uno scenario in cui la “pelle” degli edifici, nel corso delle ore diurne, cambi il proprio assetto cromatico, più o meno intensamente, in modo spontaneo, senza la necessità di fonti energetiche esterne di alimentazione, attivando una opportuna schermatura della radiazione solare in eccesso, garantendo, al contempo, una riduzione di carichi termici indesiderati (solar gains) e di garantire idonei livelli di illuminamento indoor (immagine 4). La tecnologia elettrocromica non ha avuto la sperata diffusione a causa degli elevati costi rispetto a una vetratura comune, nonostante gli indiscussi benefici energetici connessi. Uno dei limiti tecnologici può rinvenirsi nell’impiego di elettroliti liquidi, a cui viene affidata la conduzione ionica nell’intercapedine e nella necessità di ottenere la massima compatibilità tra i materiali utilizzati, per garantire il massimo numero di cicli di colorazione/decolorazione, nel tempo. D’altra parte, i risultati incoraggianti e i prodotti attualmente ottenuti in scala laboratorio hanno catalizzato un forte interesse industriale verso la produzione di sistemi scalabili su larga area, per applicazioni nel settore edile e nei settori produttivi che ruotano intorno al comparto del vetro (automobilistico, nautico e aereonautico). In questo scenario, presso il Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie di Lecce (NNL), è stato maturato, nel corso degli anni recenti, uno specifico know-how nell’ambito del design e della fabbricazione di device multifunzione “fotovoltacromici”, capaci di generare energia elettrica mediante un film fotovoltaico semitrasparente e, contemporaneamente, di modulare il colore della vetrata a seconda dei vari stadi di intercalazione di piccoli cationi, la cui mobilità viene garantita da un accorto design del materiale elettrolitico impiegato. Le attività in corso presso NNL sono rivolte alla realizzazione di dispositivi cromogenici a stato completamente solido, in grado di modulare il proprio colore - o trasparenza - in risposta a uno stimolo esterno, di natura elettrica (Immagine 1). Sono attualmente sperimentati, nel gruppo di ricerca del Prof. Giuseppe Gigli, materiali e dispositivi per il design e la fabbricazione di dispositivi multifunzione (fotovoltaici/elettrocromici), in grado di abbinare i più recenti risultati ottenuti nei dispositivi fotovoltaici perovskite-based trasparenti a sistemi elettrocromici basati su membrane ad elevata conduzione ionica, dotate di elevate performance e stabilità elettrochimica (immagine 2).

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Nella pagina precedente: Immagine 1, dispositivo cromogenico ad elevata trasparenza; pagina a destra: Immagine 2, dispositivo elettrocromico solid state su vetro singolo; Immagine 3, dispositivo fotovoltaico/ elettrocromico integrato. 3

Nel medesimo ambito, è stata creata una stretta collaborazione scientifica con il gruppo del Prof. Henry Snaith, del Dipartimento di fisica dell’università di Oxford (Immagine 3). L’attività svolta, dal forte carattere multidisciplinare, include altresì la modellazione software di volumi di edilizia (residenziale e terziario) in cui sia attuata la building integration di sistemi cromogenici, in modo da ottenere due tipologie di feedback di supporto alle attività sperimentali e quindi propedeutici allo scale-up dei device: - Simulazioni Radiance-based per l’assessment del comfort visivo ottenibile, impiegando come input le performance elettro-ottiche dei dispositivi di laboratorio. - Analisi multifisiche agli elementi finiti a supporto del design di architetture innovative per dispositivi cromogenici; esse consentono di ottenere ulteriori dati previsionali, inerenti, ad esempio, le distribuzioni spaziali dei parametri di corrente e di diffusione ionica, il comportamento delle interfacce dei materiali impiegati nei dispositivi medesimi, gli effetti della geometria e delle caratteristiche fisiche e dimensionali degli elettrodi.

LEGGI

www.tekneco.it/1826


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IL VETRO, EDILIZIA E NANOTECNOLOGIE

Le misteriose proprietà ottiche ed estetiche del vetro hanno sempre generato un certo fascino. Almeno da quando lo storico Plinio, nella sua Naturalis Historia, narrò come dei mercanti Fenici, nel 5.000 a.C. scoprirono accidentalmente il processo di fabbricazione del vetro attraverso una casuale mescola di sabbia e soda portate a fusione. Furono poi i Romani i primi a impiegare il vetro nelle loro costruzioni. Essi avevano osservato che l’aggiunta di ossido di manganese consentiva di ottener vetro particolarmente chiaro, da impiegarsi come tamponamento. La realizzazione di chiusure verticali trasparenti non era imposta dalle condizioni climatiche mediterranee. Infatti la tecnologia per vetrate si sviluppò solo durante il Medioevo in Germania, con il glesum, parola poi convertita nell’attuale glass. L’evoluzione della tecnologia di produzione del vetro si è poi evoluta fino al Novecento: il secolo in cui la vetratura è assurta a un ruolo centrale nel linguaggio espressivo dell’architettura (tempratura, float glass, vetri di sicurezza). Fino alla codifica del curtain wall, o facciata continua in vetro: uno dei cinque punti fondamentali dell’architettura di

Le Corbusier. Come nel caso di Mies van der Rohe col suo Seagram Building (1958), un edificio a torre, in cui veniva realizzato il sogno di una facciata interamente in vetro. Parte dei pannelli venne dopata con selenio, consentendo di ottenere elementi dal colore cangiante sotto la luce solare, dal rosa al blu, fino al bronzo. Può a buon diritto considerarsi uno dei primi esperimenti orientati verso il design dell’involucro come “pelle”, in cui la permeabilità visiva perde la sua fissità, per diventare un elemento dalle proprietà dinamiche, cangianti. Al di là delle proprietà estetiche, il vetro ha spesso costituito il principale limite degli involucri architettonici, in termini di proprietà termofisiche, a causa dell’elevata trasmittanza termica (U). Da queste considerazioni, ben si intende il ruolo centrale delle finestrature nel controllo della molteplicità di flussi (termico, luminoso, acustico) di energia da cui sono interessate. Nell’ottica del miglioramento delle proprietà termiche delle finestrature, sono stati introdotti i vetri bassoemissivi, ossia dotati di rivestimenti superficiali di materiali in grado di controllare l’emissività della superficie del pannello e contenere

le dispersioni per irraggiamento nelle intercapedini del vetrocamera. Analoga soluzione, che prevede l’impiego di film sottili, è quella dei vetri a controllo solare, atti a contenere l’aliquota di trasmissione dell’energia attraverso il vetro. Con un impiego prevalentemente estivo, per la riduzione del cosiddetto greenhouse effect. L’applicazione di film sottili di spessore nanometrico mediante tecniche di deposizione fisica in alto vuoto (prevalentemente sputtering magnetronico) può considerarsi una delle prime applicazioni delle nanotecnologie in edilizia. Il grosso limite di questo approccio risiede nel fatto che la deposizione dei film sottili sancisce in modo definitivo il comportamento termofisico di una vetratura con riferimento alla trasmissione di radiazione elettromagnetica. Ben lungi, pertanto, dall’obiettivo progettuale di una “membrana adattiva”, in grado di instaurare un continuo dialogo con l’ambiente circostante e mutare specifiche proprietà in risposta al mutare delle condizioni ambientali circostanti, così da conseguire, con continuità, condizioni di comfort abitativo indoor in termini termici e di visual comfort.

Immagine 4 I potenziali risparmi energetici derivanti dall’impiego di dispositivi cromogenici. Fonte: Granqvist et al. Solar Energy Materials & Solar Cells 93 (2009) 2032–2039 4

Immagine 5 Schema tipico di un dispositivo elettrocromico. Fonte: Granqvist et al. Solar Energy Materials & Solar Cells 93 (2009) 2032–2039

IL FUNZIONAMENTO DI UN DISPOSITIVO ELETTROCROMICO

L’elettrocromismo è il fenomeno che permette il cambiamento di colore di una precisa gamma di materiali, detti elettrocromici, attraverso l’applicazione di una tensione esterna. Si osserva sia in alcuni materiali organici che inorganici. Tra i più diffusi vi sono alcuni ossidi di materiali come il tungsteno, il vanadio, il molibdeno, il nichel. In particolare, uno dei materiali elettrocromici catodici più utilizzati è il triossido di tungsteno, definito in letteratura scientifica come un mixed conductor, ossia un ossido in grado di offrire conduzione ionica ed elettronica al contempo, in precise condizioni. È un materiale che si organizza sotto forma di ottaedri con atomi di tungsteno in posizione centrale, e ossigeno in posizione periferica. Alla mutua disposizione degli ottaedri, che

condividono spigoli o vertici, si deve la formazione di un gran numero di canali vuoti. La presenza di tali canali, detti “tunnel”, costituisce la via di accesso per l’intercalazione di piccoli cationi, come protoni, ioni litio o sodio. La tipica architettura di un dispositivo elettrocromico prevede l’impiego di due materiali a colorazione complementare, detti anodico e catodico, tipicamente ossido di nichel e di tungsteno (Immagine 5). È stato infatti dimostrato che la reazione reversibile di colorazione e decolorazione del triossido di tungsteno si deve a una reazione redox associata a un’iniezione di elettroni e una contemporanea intercalazione di piccoli cationi, che determina un cambio reversibile del bandgap del materiale; il quale, trasparente in condizioni nor-

mali, subisce una transizione ottica fino ad assumere una colorazione blu scuro, per elevati livelli di intercalazione. Tale variazione si deve all’iniezione di elettroni sui siti di tungsteno, che variano il proprio stato di ossidazione, riducendosi da +6 a +5. Così, il fotone incidente avrà energia sufficiente a consentire una transizione di elettroni localizzati tra atomi vicini, e tale impiego di energia spiega la variazione di assorbimento ottico anzidetta. I più moderni trend nel design di dispositivi elettrocromici puntano all’impiego di sistemi completamente a stato solido. Tra i vari approcci è utile citare il tentativo di utilizzare il device elettrocromico, depositato su supporti trasparenti di poliestere, come sistema di laminazione tra vetri (Immagine 6).

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Immagine 6 Dispositivo elettrocromico su supporto in poliestere destinato alla laminazione delle vetrature. Fonte: Granqvist et al. Journal of Vacuum Science & Technology B 32, 060801 (2014) 6


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Aziende citate

Acque Spa - www.acque.net

68

Beta Renewables - www.betarenewables.com

13

Biochemtex - www.biochemtex.com

13

Borsa Italiana-LSE Group - www.borsaitaliana.it 20 British Gas - www.britishgas.co.uk

33

Carlsberg Italia - www.carlsbergitalia.itClass

64

Panasonic - www.panasonic.com/it

71

PwC - www.pwc.com/it

33

Reverdia - www.reverdia.com

13

Riello - www.riello.it

71

Roquette Frères - www.roquette.com

13

Rwe - www.rwe.com

25 40

Cez - www.cez.cz

25

Snam - www.snam.it

Coca Cola - www.coca-cola.it

60

Solarmax - www.solarmax.com/it

70

Conai - www.conai.org

62

Solon - www.solon.com/it

48

Confagricoltura - www.confagricoltura.it/ita

14

Corepla - www.corepla.it

62

DSM - www.dsm.com

13

TechNavio - www.technavio.com

EDF Energy - www.edfenergy.com Enel - www.enel.it

25

Enel - www.enel.it/it-IT

42

Energyka - www.energyka.com

71

EDIRE S.r.l. Sede: via E. Estrafallaces 16, 73100 Lecce Tel. e fax 0832 396996 Società editrice iscritta al ROC con n. 14747

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Terna - www.terna.it

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25, 33 33

Tekneco è una testata giornalistica trimestrale registrata presso il Tribunale di Lecce con n. 1061 del 9 Giugno 2010

Telecom - www.telecomitalia.com/tit/it.html TPG - Texas Pacific Group - tpg.com E.ON - www.eon-italia.com

13

Edilizia Bio - Energia - Ecologia gennaio febbraio marzo 2015

Unilever - www.unilever.it

60

Vattenfall - www.vattenfall.com

25

Andrea Ballocchi, Veronica Caciagli, Alessandro Cannavale, Pierluigi Cossari, Masud Esmaillou, Sergio Ferraris, Giuseppe Gigli, Marco Gisotti, Giuseppe Longhi, Gianfranco Marino, Letizia Palmisano, Gianni Parti, Gianluigi Torchiani

Eni - www.eni.com

25

Expo 2015 - www.expo2015.org

20

Fiat-Chrysler - www.fcagroup.com

24

GESTIONE E OTTIMIZZAZIONE PIATTAFORMA WEB

Fiera Bolzano - www.fierabolzano.it

36

Koinomia, Martano

Fototherm - www.fototherm.com/it

10

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Ingegni Multimediali, Lecce

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Gas Natural Fenosa - www.gasnaturalfenosa.com 25 Gasterra - www.gasterra.nl

25

Gdf Suez - www.gdfsuez.it

25

General Beverage - www.iobevo.com

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Green Investment Bank - www.greeninvestmentbank.com 33

PROGETTO GRAFICO

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Se non diversamente specificato, le immagini utilizzate sono di proprietà Fotolia

Growing Green - www.gre-en-s.com

71

HSBC - www.hsbc.co.uk

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Iberdrola - www.iberdrola.es

25

20.000 copie

IR Top - www.vedogreen.it

20

DISTRIBUZIONE

Italtherm - www.italtherm.it

70

Kingfisher - www.kingfisher.com

33

Linklaters - www.linklaters.com

33

15.000 copie postalizzate ingegneri architetti geometri studi di progettazione nazionali aziende di settore richieste di abbonamento dirette; 5.000 copie distribuite all’interno di fiere nazionali di settore

Lloyds Bank - www.lloydsbank.com

33

Mark Group - www.markgroup.co.uk

33

Matrìca - www.matrica.it

13

Mineracqua - www.mineracqua.it

62

Mossi Ghisolfi - www.gruppomg.com/it

13

Nesocell - www.nesocell.com

70

Nestlè - www.nestle.it

60

Novelis - www.novelis.com

60

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Trimestrale di EDILIZIA BIO - ENERGIA - ECOLOGIA Anno V, Numero 18 | 2015

EDILIZIA BIO

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Pi첫 efficienza, ma come? Ecco l'Europa come si prepara

Troppa burocrazia e disordini. Il rebus delle rinnovabili

Acqua, birra o latte: soluzioni per bere sostenibile

Klimahouse 2015 L'edizione dei record

P. 23

P. 39

P. 59

P. 35

L'anno della

green economy Per la prima volta i lavori verdi superano quelli tradizionali. E le aziende che producono maggiore profitto sono quelle verdi. Che sia la volta buona?


Tekneco #18