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mag magazine Anno 3 N. 10 • agosto/settembre 2010 registrazione al Tribunale di Messina n° 8 del 12/6/08 E 2,50 copia omaggio

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mag Anno 3 N. 10 • agosto/settembre 2010

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Amici e guardati Alieni sulle Madonie Terra di sette e magarie De Niro, il boss a Taormina Cucinotta, mito del Sud


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Via XXVII Luglio, 44 - Messina


Variante anomala a cura della Vucciria.net

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L’arte di conoscere se stessi

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Quando sui santini gocciolava il sangue dell’iniziazione all’onorata società, un importante sacerdote palermitano finì dietro le sbarre per le sue amicizie mafiose. Grazie al nome, che incuteva rispetto, ed al vescovo, che garantì sul suo animo puro, il sacerdote sfuggì alla giustizia terrena. Essendo timorato di Dio, nonostante tutto, visse a lungo nell’incubo che il Padreterno fosse intenzionato a fargliela pagare comunque, sicchè quando gli capitò di subire un intervento chirurgico, credette che il Signore potesse sfruttare l’occasione per comminare la sanzione. Prima di entrare in sala operatoria chiamò a sé il chirurgo che l’avrebbe operato da lì a qualche minuto e afferrandogli saldamente la mano si raccomandò accoratamente a lui, perché – disse senza alcuna remora – se avesse affidato la vita al Padreterno non avrebbe avuto scampo. Il sacerdote sfuggì all’ira del Signore grazie alla bravura del chirurgo e al fatto, assai probabile, che il Padreterno non avesse affatto tanta fretta, ma – a detta di tanti – non ebbe mai il coraggio di guardarsi in faccia. I suoi simili continuò guardarli negli occhi, ma se stesso no. Al contrario, un oscuro ristoratore di Vallelunga Pratameno guadagnò questo privilegio grazie ad un piccolo episodio. In un giorno di chiusura della trattoria negò al “padrino” della mafia siciliana l’accesso al suo locale e servirgli da mangiare. “Io sono Calò Vizzini”, biascicò il boss. Il ristoratore, di rimando, replicò, fermo:” E io sono chiuso”. Bastò perché i paesani giurassero ad occhi chiusi sul coraggio del ristoratore e sulle sue virtù morali e non. Quell’uomo avrebbe potuto guardarsi in faccia per il resto della vita a suo piacimento, a patto che la vita fosse stata generosa con lui. Un episodio, anche il più banale, segna una esistenza. Averne coscienza è però assai complicato. Sono pochi coloro che ci riescono. Eppure, l’opportunità di fare i conti con la propria faccia ci viene offerta ogni giorno, stando davanti allo specchio ogni giorno ed a lungo: le donne, per rendere gradevole il loro aspetto estetico, gli uomini per radersi. A questi ultimi, ed a me stesso, rivolgo perciò un suggerimento: approfittiamone per scoprire sul nostro volto, nei nostri occhi, in ogni pur insignificante battito di ciglia, chi siamo veramente. Davanti allo specchio non possiamo barare con noi stessi, non abbiamo la maschera di circostanza. Trasformiamo, dunque, l’arte di radersi o il maquillage nell’arte di conoscerci. Non c’è altro modo per attingere al meglio della nostra indole che essere, in definitiva, noi stessi. Mi pare che sia una partita da giocare, non credete?

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Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana

direttore responsabile: Roberto Rizzuto Salvatore Parlagreco Giulio Giallombardo Antonella La Rosa Registrazione Pietro Astone al Tribunale di Stefania Brusca Messina Patrizia Mercadante n° 8 del 12/6/08 Azzurra Sichera Alessio Ferlazzo editore: LO.LA Architetti Magazine srl Pasquale Fameli via Industriale, 96 Domenico Giardina 98123 Messina Salvatore D’Anna Anno 2 Numero 9 Graziella Ambrogio giugno 2010 Gaspare Urso info@magmagazine.it Chiara Celona magmagazine.it Paolo Turiaco Annalisa Ricciardi hanno scritto Enzo Bonsangue per Mag: Salvatore Parlagreco ringraziamenti: Giuseppe Di Bella Sud Dimensione

Servizi Alessandra Morace Cristian Vita Ranieri Wanderling Area Marina protetta “Plemmirio” Maria Teresa Panella Vucciria.net Angela Manganaro progetto grafico e impaginazione: Francesca Fulci Gianluca Scalone foto: Daniele Ciraolo, Gabriele Maricchiolo Dominik Diliberto

Salvatore Parlagreco

pubblicità e marketing: magcom@magcom.it tel. +39 347 6636947 stampa: Officine Grafiche Riunite S.p.A Cosentino & Pezzino via Prospero Favier, 10 zona industriale Brancaccio 90124 Palermo tel. 091 6213764/84 email: info@officinegrafiche.it distribuzione gratuita: 15.000 copie Fly Service Messina via Garibaldi, 375

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026 Editoriale Costume

I compari e gli amici Amici e guardati...

Anniversari

Messina 1860

Misteri

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Gli Alieni?

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La Sicilia terra di sette e magarie

Stretto e Immenso

La magia dei fari

Magnifica Sicilia

Pinnuti dello Stretto

Tradizioni

Dialetti si, dialetti no

Miti Infranti

Donne di successo tradite

Società

Quanto l’America è lontana

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Nacque in Sicilia il purgatorio di Gregorio Magno

Ufo sulle Madonie

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Matrimoni combinati Il minorenne è uno stupratore? Stop alla scelta del colore della pelle Noi genitori dello stesso figlio Vita di coppia ecco cosa fare per avere una famiglia felice

Istruzione

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Il maestro invisibile Al Sud le peggiori performances Piccoli geni incompresi Nuovi sguardi urbani: la Sicilia gira la Germania Scacco all’Università

Comunicazione

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Per teatri

Gastronomia

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Trapani conquista Siciliamo 2010

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Novità

La splendida notizia? Vivremo oltre i 100 anni

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Natura

La terapia del sorriso

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Benessere

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Turisti a quattro zampe

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Vacanze

I fondali marini siciliani

Parchi e d’intorni

Area marina protetta del Plemmirio a Siracusa

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È rotonda la nuova forma della convivialità

Dopo i gelati arrivano e le granite gli stecchi

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Angelo Occaso, maestro d’ascia

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A Menfi la spiaggia a misura di bimbo

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Arte Estate

Tango fisicità e passione

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Stress, mal di testa, insonnia: Ecco la vita del pendolare

Fulvio Abbate, Teledurruti

Post-Human Indagine sul corpo confezionato

Cucinotta: il mio sud

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Il viaggio come avventura della mente

Un boss d’eccezione, Robert De Niro

Medea e Atridi

Premio Pulitzer ad un giornale on-line

Bagaglio a mano

Spettacolo

Nastri d’oro a Taormina

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Prodotti tipici, le Madonie lanciano la sfida

Moda

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Sex and the city 2. Moda da mille e una notte

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Libri

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Mag Map

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Dischi ’Italia che resta in Sudafrica, il magistrato Dario Dosio

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In a Box

Una buona cura per il mal di mare è stare seduti sotto un albero Spike Milligan

LA FALCE: IL SOGNO E LE IDEE “Le azioni più decisive a volte sono quelle più avventate” diceva Andrè Gide, ed è proprio così se penso a quello che Zd’A Network è riuscito a fare in poche settimane. Questo gruppo di giovani competenti ed informati con la voglia di sfatare il vecchio detto “il tempo passa ma le cose non cambiano”, che sembra essere ormai il motto di tutti i messinesi, è l’artefice di questo progetto: Zd’A, zona d’Arte, zona di incontro di idee, persone, culture ma anche Zona ad Alto Rischio di Contaminazione, una contaminazione positiva, intelligente in netta contrapposizione con la contaminazione che il territorio ha dovuto subire per anni e di cui ancora la Falce porta i segni. È questo lo spirito che anima i l network: il fare positivo, ciò che nella città dell’inerzia è proprio quello che sorprende.

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Perchè un museo del fango? Piove da anni, da decenni e non piove acqua limpida e discreta e non udiamo “parole più nuove che parlano”, e la pioggia non cade “su i freschi pensieri che l’anima schiude” ma “sul nulla che si fa in queste ore di sciopero generale... piove sui work in regress, piove sui cipressi malati del cimitero, sgocciola sulla pubblica opinione.” Da D’annunzio e da Montale ci separa non solo un secolo ma un pozzo nero, e noi guardiamo dal fondo. Dal fango che ha distrutto e continua a distruggere intere comunità, ed è giunto nel cuore e nelle menti, non ci si ripulirà solo con nuove case, un po’ più in là, o con la solidarietà un po’ pelosa di chi mette a disposizione una infima parte dei propri averi per aiutare chi è in disgrazia (Stato o individuo che sia) ma con la forza e la dinamica delle idee, perché siamo tutti in disgrazia. Ecco perché è necessario, soprattutto dove non c’è nulla, un luogo di raccolta, di provvigione, di riunione, di riordino, di organizzazione, di preparazione, di diffusione, di sperimentazione, di rinnovamento delle idee. Ecco alcune, ancorché parziali, risposte al perché. Per non ricominciare da zero... ma da tre. Almeno da tre elementi: gli artisti e gli uomini di buona volontà (con la loro forza propositiva), le opere d’arte (la cui presenza allerta e promuove l’attenzione), un museo fatto di quelle opere (che crea così un luogo di pregio da contrapporre alla volontà di “dismettere” un sito e una comunità. Il museo del fango raccoglierà opere d’arte, poesie, racconti, opere teatrali e cinematografiche, foto d’autore e servizi giornalistici (in video e su carta) incentrati non solo sull’alluvione del 1° ottobre ma sulla sicurezza e l’ambiente. Sarà un museo che non “museificherà” ma sarà specchio dei tempi e sarà in grado di realizzare l’interazione con il pubblico. Un sito non solo di consultazione ma di riflessione. Sarà il museo dei cittadini di Giampilieri, ma anche di Molino, Altolia, Itala e Scaletta, per i quali rappresenterà anche un indotto, se si creeranno le premesse per l’accoglienza di turisti e studiosi. Un Museo d’Arte Contemporanea Multimediale, unico nella riviera jonica, che metta in relazione artistica e culturale i luoghi martoriati con l’Italia e con l’Europa (con scambi museali e visite turistiche istruttive).

Programma Kalò Nerò 2010 Circolo U. Fiore di Briga Marina (ME) a cura di Museo del Fango Giovedì 12 agosto ore 21,30 Incontro con il teatro e il cinema con Marco Dentici e Nino Frassica Giovedì 19 agosto ore 21,30 Incontro con la musica con Antonio Moncada e Massimo Vita domenica 22 agosto ore 21,30 Concerto Jazz con Il Moro Giovedì 26 agosto ore 21,30 Incontro con la letteratura con Domenico Cacopardo


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Costume di Salvatore Parlagreco

i compari e gli amici la Sicilia dei sentimenti ambigui

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e si chiede ad un siciliano che cosa meriti rispetto più di ogni altra cosa, vi risponderà senza alcun indugio che è l’amicizia il sentimento da salvaguardare sempre e comunque. E aggiungerà che un amico non si tradisce mai, qualunque cosa accada. La moglie (o il marito) sì, un amico no. Non dovete fare domande a questo punto però, accontentandovi di ciò che avete ascoltato, altrimenti succede che vi smarrite. Che significa quel “non si tradisce mai”, infatti? Significa che bisogna difendere il “tuo” nella buona o nella cattiva sorte, perché un amico, o un parente, va spalleggiato, difeso dai “nemici” e aiutato qualunque sia il suo “cursus honorum”, debiti con la giustizia e peccati mortali compresi. Nel codice si chiamerebbe “favoreggiamento” o “concorso esterno”, nella cultura meridionale rispetto dell’amicizia. Non si può che obbedire a questo comandamento. Manca solo che venga fatto valere in sede giudiziaria. Naturalmente non tutti la pensano così, ma è larga l’area di coloro che hanno in gran considerazione il dovere di favorire un amico che ha bisogno a prescindere dal merito della questione.

Il suggello dell’amicizia è il “comparato”.

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Il compare è il padrino del figlio, il testimone di nozze, il consuocero. C’è anche il compare per “simpatia”, per stima, per frequentazione. Un solo l’obbligo, la reciprocità. Eleggere il proprio amico come “compare” pretende che l’altro accetti il riconoscimento e se ne compiaccia visibilmente. È una specie di “titolo” che fa guadagnare alla persona prescelta il diritto di essere più amico di altri. Un privilegio, dunque, ed insieme una responsabilità. Una volta contratto il vincolo, sorgono diritti e doveri, come accade per ogni titolo, fregio,

antico o moderno. Non è possibile voltare le spalle al compare in caso di bisogno, così come accade per un amico. Anzi, la solidarietà si fa più stringente. Diventa complicità: dapprima propone lo scambio di informazioni, opinioni personalissime, piccoli segreti e poi emigra nel mondo degli affari. Il mutuo sostegno si trasforma in convenienza, sollecita affari comuni. La complicità, a questo punto, non è solo la generosa condizione che consacra l’amicizia, ma il sentimento forte che abbatte ogni confine fra lecito ed illecito.

Il comparato vira nel comparaggio e si carica di significati negativi, è l’espressione che connota affari loschi, intrallazzi, furbizie e tanto altro ancora. Nel mondo sanitario il comparaggio segnala i crimini a danno della salute. Per indicare il rapporto “maligno” fra due persone, basta descriverli come i due compari. Non occorre aggiungere altro. Ma in Sicilia, i compari- complici di affari loschi e i compari per amicizia vera e disinteressata, semplice rispetto e simpatia, convivono magnificamente. È frequente assistere a manifestazioni di stima e di considerazione fra consuoceri, testimoni di nozze rimasti amici nel tempo, o padrini di cresima e battesimo. Altrettanto frequente ascoltare e leggere di compari legati da complicità maligne. È un poco quel che è accaduto ai padrini. Il cinema, il teatro e la letteratura, oltre che la cronaca di ogni giorno, hanno trasformato il rapporto pressoché filiale in un contratto criminale di reciproco sostegno, in obbligo a obbedire a qualunque ordine venga dal padrino.

Il comparaggio è una cosa, il comparato un’altra?

Non lasciamoci trascinare dalle forzature del linguaggio, dall’uso dei termini, appropriato o meno. La verità è che i compari continuano ad essere amici nella buona e nella cattiva sorte, sia quando compiono buone azioni, sia quando si dividono il “bottino” di un crimine. Anche gli amici subiscono l’ingiuria del linguaggio. Niente di più blasfemo, per esempio, che attribuire agli amici degli amici, un patto mafioso. E fra i ragazzi più giovani darsi del compare è piacevole, regala alla relazione un tocco di simpatia e di leggiadra spensieratezza. Il compare e l’amico nella buona accezione perdonano errori, piccoli torti, malacreanze dell’altro. Il collante, compari o meno, è il rispetto reciproco, la comprensione, l’ascolto, il dialogo seppur aspro, lo scambio di esperienze che arricchisce. L’amicizia, infatti, abitua alla tolleranza, migliora la sensibilità, aiuta a capire gli altri.Il comparaggio losco e il comparato fra persone che si vogliono bene sono destinati a convivere, così come le persone per bene e quelle che non lo sono. Purtroppo i buoni non stanno da una parte ed i cattivi dall’altra, la pagella di ognuno di noi contiene voti positivi e negativi. Talvolta diventiamo complici di noi stessi, compari, insomma, di malefatte; tal’altra invece “ci vogliamo bene” e ci comportiamo con benevolenza e saggezza con gli altri. C’è dentro di noi il padrino affettuoso e il padrino dispotico e maligno, l’amico sincero e l’approfittatore, il compare generoso e il manipolatore dei sentimenti. I confini non sono mai chiari, la convivenza fra il dottor Dr. Jekyll and Mr. Hyde, è il senso della vita. Meridionalizzare o sicilianizzare questa condizione, dunque, tutto sommato, è ingiusto.


Costume di Dario La Rosa

Amici e guardati… Se prevale la diffidenza

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uali delle mille possibilità? Amico, amica, “amico”, “amica”, amici e guardati… l’amico per trovare lavoro, quello che serve per non pagare il pizzo e via dicendo. Panorama variegato quello della Sicilia. Ma quali sono le coordinate psicologiche che stanno alla base dei rapporti d’amicizia? Per approfondire l’argomento abbiamo scelto di parlare con uno psicologo. Cosa è essere amico, sotto il profilo psicologico, in Sicilia?

A che bisogni rispondono gli amici/e piuttosto che i fidanzati o i genitori? L’amicizia è uno dei più importanti stati emozionali dell’uomo; è alla base della vita sociale perché fonte di collaborazio-

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facebook... che meccanismi entrano in gioco in queste relazioni virtuali? Nella società odierna l’amicizia viene vissuta superficialmente cioè l’amico\a serve solo come contenitore e non come la persona a cui dare consigli e riceverne e aiutarlo quando ha bisogno. Una ragazza in un forum scrive: “io vorrei avere amici, frequentarli, uscire con loro, parlare e condividere dei momenti magici ma la mia vita non mi dà questa opportunità e allora ho amici in chat … con loro passo delle ore bellissime, mi sembra davvero di non poter vivere più senza di loro. Ho un amico speciale che sa tutto di me, delle mie paure, delle mie tristezze, della mia voglia di libertà, dei miei rimpianti”. Oggi attraverso i social network è più facile costruire le proprie esperienze facendo esclusivo affidamento su se stessi, senza l’amore ed il sostegno degli altri, ricercando l’autosufficienza anche sul piano emotivo. In realtà si entra in un mondo virtuale con la possibilità di arrivare a costruire una falsa identità dove prevale la dipendenza, l’isolamento sociale con conseguenze gravi anche psicofisiche. A livello cerebrale, infatti, vengono rilasciate maggiori quantità di sostanze psico-attivanti e a livello mentale si creano meccanismi e schemi ricompensatori che portano al riutilizzo continuo e sempre maggiore.

Lounge bar open 19.30

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Il siciliano per cultura è diffidente – spiega Melita Ricciardi, vicepresidente dell’Ordine nell’Isola - è convinto di non essere amabile, vive da decenni l’ansia di abbandono, ha sfiducia nelle proprie capacità e nelle capacità degli altri. La sua emozione predominante è la colpa. Considerando l’aspetto prettamente sociologico non si possono utilizzare gli stessi codici o paradigmi, tutto il significato che ruota intorno alla parola stessa cambia e cambiano anche i meccanismi emotivi relazionali. Un esempio può essere il bacio che ci si scambia e il significato che ha per il siciliano.

ne al benessere comune ed è aiuto e condivisione. L’essere umano deve per bisogno innato comunicare emozioni agli altri. “Le coccole, i giochi, le intimità del poppare attraverso le quali il bambino impara la piacevolezza del corpo di sua madre, i rituali dell’essere lavati e vestiti con i quali il bambino impara il valore di se stesso, attraverso l’orgoglio e la tenerezza della madre verso le sue piccole membra, queste sono le cose che mancano” (Bowlby) Bowlby aveva intuito che l’attaccamento (la relazione primaria) riveste un ruolo centrale nelle relazioni tra gli esseri umani, dalla nascita alla morte, non è una conseguenza del soddisfacimento del bisogno di nutrizione, bensì è un bisogno primario. Egli ritiene che la ricerca della vicinanza sia la manifestazione più esplicita dell’attaccamento. Queste relazioni si formano durante il primo anno di vita del bambino ed hanno la funzione di proteggere la persona “attaccata”. L’Amicizia è: condivisione, complicità, affinità, fiducia, intesa, reciprocità, essere se stessi. Aristotele   afferma che “è una virtù o s’accompagna alla virtù necessaria alla vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici)”. Da anni gli amici sono anche quelli di

Messina - tel. 347 2890478


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Anniversari di Giuseppe Di Bella

messina 1860: l’assedio garibaldino alla cittadella regolato con un atto consensuale

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ono apparsi in questi mesi, sulla stampa e nel WEB, diversi articoli in merito alla capitolazione della città di Messina nell’ambito dell’invasione garibaldina del Regno delle due Sicilie. Alcune notizie riportate sono state proposte in modo non chiaro: l’equivoco principale in cui sono incorsi i pur valenti redattori, è relativo alla confusione tra due avvenimenti ben distinti. Infatti una cosa è  la resa della città in senso proprio o se vogliamo la sua occupazione da parte dei garibaldini, altra cosa è la resa della cittadella militare fortificata che avverrà otto mesi dopo. Per chiarire la vicenda, sarà bene riepilogare brevemente i fatti, cogliendo l’occasione per pubblicare un interessante atto di regolamento dell’assedio, segnalatomi dall’esimio studioso e collezionista di storia postale siciliana ed italiana, ing. Francesco Lombardo di Palermo.

Perdere una guerra senza combatterla Dopo la sconfitta di Milazzo, il morale delle truppe duosiciliane era distrutto. Lo stesso generale Palmieri fece rapporto al Re il 24 luglio 1860, segnalando la critica situazione e l’umiliazione delle truppe nel vedersi avvilite da forze inferiori, senza che mai fosse stata impegnata tutta la potenza dell’esercito di Francesco II. Ulteriore drammatica testimonianza della confusione in

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cui si trovava Re Francesco e della inadeguatezza, se non della codardia e tradimento, da cui era circondato, è  l’ordine del Ministro Pianelli, datato 24 luglio, di sgombrare Messina e la cittadella, a fronte dell’avanzata garibaldina. Il Generale Clary comandante di quella piazzaforte, si rifiutò di eseguire tale ordine, affermando che ciò non sarebbe avvenuto sotto il suo comando. Gli risultava infatti incre-

Francesco II vuole liberare tutta l’Italia insieme a Vittorio Emanuele

dibile che tale disposizione fosse stata emanata dal Re, poiché nei consigli di guerra tenuti da ultimo, la strategia delineata era quella di tenere Messina ad ogni costo, per poi ripartire alla riconquista dell’Isola, come nel 1849.  Clary si trovava in una posizione drammatica, non tanto militarmente quanto politicamente, poiché non riusciva più a capire a quali ordini obbedire e come dovesse ser-

vir meglio il suo Re. Intanto il generale Medici il 25 luglio entrava nella città di  Messina, mentre da Sud avanzava la colonna di Bixio.  Per ordini di pugno del Re giunti da Napoli, inopinatamente nella stessa data si scioglie il corpo d’esercito in Messina. Buona parte delle truppe vengono imbarcate per Castellammare, le altre si ritirano nella cittadella fortificata.

leggerli così, gli avvenimenti sembrano incredibili. Ma tutto si spiega con le istruzioni del Ministro della guerra Pianelli, consegnate dal Capitano Canzano al generale Clary in data 27 luglio 1860: “È vivo desiderio del Governo (di Napoli) di stabilire una tregua, egli ha dimostrato coi fatti questa sua intenzione sino al punto di rinunziare ad ogni lotta in Sicilia, sebbene avesse avuti i mezzi per continuarla energicamente, e indefinitivamente. Scopo di questo suo desiderio è di facilitare l’alleanza col Piemonte, concorrere liberamente con quel Governo  a liberare il resto dell’Italia, ed evitare la distruzione vicendevole, che una guerra fratricida, tutta a vantaggio dell’Austria, produrrebbe di quelli eserciti che uniti dovrebbero servire a questo fine …”. Il messaggio si chiude con l’autorizzazione a trattare con i garibaldini,  i termini del ritiro dalla città e dell’assedio della cittadella di Messina. Questo incredibile testo non è la visione di un folle, come poi gli avvenimenti lo faranno apparire, ma è l’esito dell’intrigo internazionale che nel frattempo veniva ordito contro l’ingenuo Re delle Sicilie  con la partecipazione delle Cancellerie europee. Non trattiamo oggi di questo, ne parleremo in altra sede, qui ci limitiamo solo a ripetere che Francesco venne ingannato e mal consigliato da tutti, compresi i suoi Ministri e Generali. Se ne accorgerà tardi, durante l’esilio romano. Pertanto in data 28 luglio 1860, la città di Messina viene consegnata senza combattere alle truppe di Garibaldi; nella stessa data viene firmata tra il generale Medici per il Dittatore della Sicilia ed il generale Clary per il Governo Napoletano, una Capitolazione per il ritiro delle regie truppe borboniche dalla Città di Messina, le quali in parte verranno imbarcate per il continente ed in parte si ritireranno nella Cittadella  fortificata. A seguire il testo integrale dell’accordo: 


Addi 28 luglio 1860

Capitolazione per il ritiro de regii dalla città di Messina Tra il generale in capo Clary, e il garibaldino Medici si stipula la seguente capitolazione per lo sgombramento delle reali truppe dalla città di Messina. Art. 1) Le reali truppe abbandoneranno la città di Messina, senza essere molestate, e la città sarà occupata dalle truppe siciliane, senza pure venire queste molestate dalle prime. Art. 2) Le truppe evacueranno i forti di Gonzaga nello spazio di due giorni a partire dalia data della sottoscrizione della presente convenzione: ognuna delle due parti contraenti destinerà due uffiziali, ed un commessario per inventariare le diverse bocche a fuoco, i materiali tutti da guerra, e gli approvigionamenti dei viveri, e di quanto altro esisterà nÈ forti suindicati all’epoca, che questi verranno sgombrati. Resta poi a cura del governo siciliano l’incominciare il trasporto di tutti gli oggetti inventariati appena verrà effettuato lo sgombro dÈ soldati, il compierlo nel minor tempo possibile, e trasportare i materiali nella zona neutrale, di cui si tratterà in appresso. Art. 3)  L’imbarco delle reali truppe verrà eseguito senza molestia veruna per parte dÈ siciliani. Art. 4) Le truppe regie riterranno la cittadella co’ suoi forti detti Blasco, Lanterna, S. Salvatore, con la condizione però di non dovere in qualsiasi avvenimento futuro recar danno alla città, salvo il caso, che tali fortificazioni venissero aggredite, o che lavori di attacco si costruissero nella città medesima: stabilite e mantenute codeste condizioni, la inoffensività della città durerà sino al termine delle ostilità Art. 5) Vi sarà  una fascia di terreno neu-

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trale parallela e contigua alla zona militare inerente alla cittadella, la quale si allargherà per 20 metri, al cui termine saranno apposti dÈ limiti di contrassegno.  Art. 6) Il commercio marittimo rimane completamente libero d’ambo le parti: saranno quindi rispettate le bandiere reciproche. In ultimo resta alla urbanità dÈ comandanti rispettivi, che stipulano la presente convenzione, la libertà d’intendersi per quei bisogni inerenti al viver civile, che per parte delle regie truppe debbono venir soddisfatti, e provveduti nella città di Messina. Fatta, letta, e chiusa il giorno, mese, ed anno come sopra, nella casa del sig. Fiorentino Francesco banchiere sito alle Quattrofontane. Firmato: Tommaso Clary maresciallo di campo Giacomo Medici maggior generale Quindi a far data dal 28 luglio 1860, tutta la città di Messina è nelle mani di Garibaldi, salvo appunto la cittadella militare fortificata.  Clary verrà  richiamato a Napoli l’otto agosto e il comando della cittadella passerà al valoroso Generale Fergola.  L’assedio, continuerà per mesi fino a che a fronte dei rovesci militari borbonici nel continente e dei susseguenti avvenimenti politici, il generale Cialdini decide di rompere i patti sottoscritti e chiede la resa della cittadella con le stesse condizioni offerte a Gaeta.  Fergola si rifiuta di consegnare il forte e sostenuto dalla truppa, si prepara a difendersi con le armi. A fronte di questo rifiuto, Cialdini minaccia di distruggere la cittadella, passare per le armi tanti soldati ed ufficiali borbonici per quanti piemontesi ne verranno ucci-

si,  ed infine consegnare gli ufficiali ed i loro congiunti al popolo di Messina. Infatti i garibaldini contravvenendo ai termini della capitolazione, andavano costruendo opere d’attacco che avrebbero costretto Fergola a sparare sulla città.  I contenuti del carteggio tra Fergola ed il feroce Cialdini vengono diffusi nelle Corti europee, suscitando vere e finte proteste e riprovazioni.  L’11 marzo 1861 Cialdini apre il fuoco contro la cittadella coi cannoni, appoggiato dalle navi: vengono colpiti tre depositi di munizioni e si scatena un vasto incendio, i morti sono centinaia. Alle ore 23 del 12 marzo Fergola annuncia la “resa a discrezione” ovvero si consegna a Cialdini,  le cui condizioni di resa saranno durissime. Dal 13 al 14 marzo si effettua lo sgombramento della cittadella.   È opportuno ricordare che il giorno seguente, 15 marzo 1861, arriva tardivamente a Messina il generale Clary che reca l’ordine per Fergola di consegnare la cittadella, di arrendersi senza combattere per preservare la città di Messina. L’ordine è datato Roma 10 marzo 1861, ed è firmato da Francesco II.  Questa è  l’estrema sintesi degli avvenimenti, ma credo che gli argomenti affrontati, sia pur sommariamente, possano costituire un interessante punto di partenza ed un significativo elemento di riflessione sulle complesse vicende che portarono, più alla “consegna” del Regno delle due Sicilie a Garibaldi, che non alla sua caduta. Tanti sono i fatti ed i documenti che raccontano “una storia diversa” del Risorgimento italiano e del processo unitario, sui quali spesso hanno preso il sopravvento opinioni di parte ed invenzioni di comodo.

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Misteri

di Salvatore Parlagreco

Nacque in Sicilia il Purgatorio di Gregorio Magno Per sei secoli la Sicilia ha ospitato il nascente Purgatorio cristiano. Fino a che non è stato trasferito in una caverna irlandese da San Patrizio. “Più che in tutti gli altri luoghi, è in Sicilia che si sono aperte le marmitte dei tormenti che sputano fuoco…”, dice Gregorio Magno al suo fittizio interlocutore, il monaco Pietro, nei Dialoghi. I crateri dei vulcani siciliani nella geografia dell’oltretomba, dal VI al XII secolo, sono le porte di un ambiguo inferno, cui possono accedere gli uomini che non hanno le carte in regola per andare in Paradiso. Un Purgatorio in embrione, qualcosa che gli assomiglia. Il Purgatorio nascerà solo nel XII secolo quando Papa Innocenzo III, proclamandone l’esistenza, ne definirà compiti e funzioni. Nascendo, tuttavia, il Purgatorio lascerà la Sicilia. Jacques Le Goff percorre le confuse fasi del suo concepimento in un’opera immeritatamente dimenticata, La Nascita del Purgatorio (Einaudi, 1982). Grazie allo storico francese, apprendiamo che la mappa dell’aldilà è stata continuamente aggiornata durante i primi secoli della cristianità. Il luogo dell’espiazione non è nato da un giorno all’altro e la ricerca della sua dimora terrena più propizia è stata faticosa, ha conosciuto vicende alterne, legate ai bisogni materiali e spirituali della Chiesa, ed un epilogo inaspettato. Nella metà del VI secolo non c’è ancora un aldilà per i peccatori redimibili. O l’Inferno o il Paradiso. E’ già gran cosa, perché all’inizio l’oltretomba cristiano era uno solo, l’Inferno. Il sacrificio del figlio di Dio spalancherà le porte del Paradiso ai credenti ed ai puri di spirito. Le fauci dell’Inferno, dunque, continueranno ad ingoiare per molto tempo quelli che non sono “del tutto buoni” o “del tutto cattivi”. L’aldilà infernale, tuttavia, non era uguale per tutti, ed ospitava – diremmo oggi - passeggeri di prima e di seconda classe. I giusti abitavano i piani superiori dell’Inferno senza subire tormenti, in attesa del Paradiso, gli ingiusti abitavano i piani bassi e pativano punizioni severe a causa delle loro dissennatezze. Ma questa separazione è vaga, non basta per concedere una concreta speranza di redenzione. Coloro che stanno in alto non vedranno mai il Paradiso. Stretta nella morsa fra il Paradiso e l’Inferno, che rende immutabile il destino degli uomini e superfluo il ruolo del sacerdozio, la Chiesa cerca perciò un nuovo aldilà, verso il quale dirigere le anime dei redimibili, così da offrire ristoro allo spirito degli uomini e risorse se medesima. Il viaggio verso il Purgatorio comincia a metà del VI secolo. Papa Gregorio Magno lo percorre fra i primi, idealmente con Clemente Alessandro, Origene e Agostino. Per due secoli il volto del Purgatorio, ricorda Le Goff, muterà con il mutare dei bisogni materiali e spirituali, e si alterneranno il Purgatorio infernale e il Purgatorio paradisiaco, senza che alcuno riesca ad insediarsi stabilmente.

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Misteri

di Salvatore Parlagreco

Questa incertezza fa sì che i vulcani siciliani ospitino sia le anime dei redimibili quanto quelle dei dannati, seppure in modo separato. Il Pontefice Gregorio Magno, infatti, usa indica le voragini di fuoco siciliane la Sicilia come monito per gli ingiusti e i nemici della Chiesa e come possibile luogo di redenzione. Servendosi della visione di un sant’uomo del suo tempo - il re gotico Teodorico sull’orlo del cratere dell’Etna, sul punto di essere buttato giù per bruciare in eterno – Gregorio mantiene nell’Isola la dimora purgatoriale con requisiti infernali, adatti ai bisogni del braccio secolare, confermando la tradizionale geografia dell’aldilà, senza rinunciare al suo ruolo salvifico. Da questo empasse tenta di uscire presto. Gregorio si rende conto che la Chiesa non può restare una presenza minacciosa. Sarebbe una strada senza uscita. Essendo un aristocratico oltre che un teologo illuminato, e pressato dal bisogno di intraprendere una strada nuova, giunge ad una sorprendente  conclusione: l’Inferno non è uno solo, sono due.Le anime che legittimamente aspirano al Paradiso sono accolte in luoghi confortevoli ed attendono di trovarsi al cospetto dell’Onnipotente senza subire supplizi, altrimenti il nuovo aldilà sarebbe una copia incolore dell’antico Inferno. Nei piani bassi vanno le anime di quelli che portano sulle spalle il peso di molte colpe e devono patire la giusta punizione. Il Purgatorio è in incubazione. Nasce un Inferno purgatoriale, al quale va concessa una dimora. Gregorio ha una idea stravagante: una stazione termale. Che castigo sarebbe mai questo?, ci si chiede. Non bisogna trarre conclusioni affrettate. Non c’è alcuna abiura dei supplizi per i peccatori, né una assoluzione urbis et orbis per chi si pente, tutt’altro La minaccia del fuoco eterno resta palpabile: Gregorio legittima i vulcani siciliani come luoghi degni per rappresentarla. Essendo la Sicilia, la dimora più adatta per punire i peccatori, per la stessa ragione sarà la meno adatta ad ospitare il nascente Purgatorio. La geografia variabile dell’aldilà non è il cruccio prevalente

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del papa teologo. A chi vuole sfuggire o alleviare le fiamme del Purgatorio, servono le preghiere. Spetta ai vivi impetrare la salvezza dell’anima dei defunti, ed alla Chiesa stimolare la compassione dei sopravvissuti, Gregorio apre così, timidamente, la porta della speranza e della misericordia agli uomini. Ma il cammino è accidentato. I viaggi immaginari nell’aldilà di monaci e teologi nei secoli a venire correggeranno e modificheranno ancora la cartografia dell’aldilà. Giuliano di Valzery vede nella Sicilia il luogo della purgazione. “…i reprobi arsi dalla geenna”, sostiene, “sono chiamati etnici dalla parola Etna…e conosceranno travagli lunghi e penosi dopo la morte del corpo”. E il domenicano Stefano di Bourbon trascinerà il Purgatorio siciliano nell’Inferno, eleggendo l’Etna, come unico luogo dei castighi. Ma il monaco irlandese Patrizio gli contrapporrà una ospitale e generosa caverna in terra d’Irlanda, conosciuta come il pozzo di San Patrizio, luogo di benessere e ricchezza. Di un luogo siffatto si sente urgente necessità per soddisfare i bisogni di una Chiesa povera e disarmata. Papa Innocenzo III rompe ogni indugio nel XII secolo, proclamando l’esistenza del Purgatorio come luogo dell’espiazione (per i mediocremente buoni) e della propiziazione (per i mediocremente cattivi). Troppo compromessi con l’Inferno di Gregorio Magno, Valzery e Bourbon, i vulcani siciliani invece non saranno più il luogo della redenzione. L’antico Inferno, commenta Le Goff, sbarra la strada al giovane Purgatorio siciliano. Meno di un secolo dopo, Dante Alighieri trasferirà altrove i luoghi dell’aldilà. Durante il suo viaggio di purificazione verso la salvezza il sommo poeta troverà il Purgatorio agli antipodi dell’Inferno, nell’emisfero australe, in mezzo al mare. E’ una monte a forma conica sopra la quale c’è il Paradiso. L’Inferno è sotto la città di Gerusalemme. L’Etna, grazie a Dio, è stata sfrattata dall’oltretomba.


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Misteri

di Roberto Rizzuto

gli alieni? Esistono ed è meglio evitarli Parola di scienziato A lanciare l’allarme è una fonte più che autorevole, vale a dire il professor Stephen Hawking, già titolare della cattedra che fu di Isaac Newton a Cambridge: “Gli extraterrestri sono attorno a noi”. Quanto al dilemma se interagire o meno con loro, l’opinione del matematico non lascia spazio a dubbi: “Il contatto – dice – potrebbe essere disastroso per la razza umana, non resta che evitarli”. Malgrado siano alieni, infatti, secondo Hawking, le probabilità che essi si comportino esattamente come gli uomini sono alte. Questo per il semplice fatto che morale e tecnologia non percorrono per forza il medesimo binario, e una civiltà evoluta – come quella extraterrestre – non è necessariamente ispirata da buoni sentimenti.

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Alle certezze del professore si aggiungono i numerosi avvistamenti di oggetti volanti non identificati, meglio noti sotto l’acronimo “ufo”, registrati in tutto il mondo. Il primo caso risalirebbe al 24 giugno 1947, quando tale Kenneth Arnold avvistò nove dischi volanti nell’area di Monte Rainier, non lontano da Seattle, descrivendoli come “una serie di piatti sull’acqua”, anche se, andando a ritroso nel tempo, non mancano altre testimonianze significative. Tito Livio, ad esempio, fa riferimento a scudi circolari apparsi nei cieli delle città dell’Impero, oggetti che avrebbe visto lo stesso Numa Pompilio. Di “scudi di fuoco” e “travi luminose” parlano poi Plinio il Vecchio e Seneca. In tutto il mondo, oggi, sono cinque i centri di ricerca che si occupano di ufo. Tra questi c’è il Centro ufologico nazionale italiano, nato nel 1966, che esegue ricerche e indagini in modo rigoroso e organizza momenti di incontro e di riflessione sull’argomento. Proprio il Cun, sulla base della casistica maturata nel 2009, ha sottolineato la massiccia presenza di ufo nei cieli siciliani. Sono stati 160 gli avvistamenti giudicati attendibili, con riferimento allo scorso anno, su un totale di circa 700 segnalazioni. Numeri, questi, che collocano l’Isola al di sopra della media nazionale. “Non è sempre stato così – spiega Vito Piero Di Stefano, referente provinciale del centro di ricerca – Se si esclude un anno particolare come il 1978, in cui si riscontrarono 110 casi attendibili, la media degli avvistamenti, in Sicilia, fino al 2003, si è di norma attestata intorno a una ventina di casi all’anno.

Tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, ovvero in concomitanza con quanto accaduto a Canneto di Caronia, quando si ebbe quella serie di incendi apparentemente inspiegabili, tutto è cambiato. Da quel momento le segnalazioni sono aumentate costantemente fino a raggiungere, appunto, i 160 casi del 2009”. Dati alla mano, è nelle province di Palermo, Catania

e Messina che si concentra il maggior numero di casi, anche se, puntualizza Di Stefano, “un’altra area ad alta densità è quella compresa tra Enna e Agrigento”. Che la terra di Sicilia fosse ricca di fascino e mistero, ad ogni modo, lo sapevamo già. Ma a quanto pare, e questa è la novità, anche il cielo non è da meno…


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Misteri di Giulio Giallombardo

Ufo sulle Madonie S

trani incontri “molto ravvicinati”, misteriose luci nel cielo, automobili che si spengono d’improvviso in galleria: che sta succedendo sulle Madonie? Pare che le cime del suggestivo massiccio montuoso siciliano siano luogo deputato per esperienze molto “particolari”, almeno dalle tante testimonianze che abbiamo raccolto negli ultimi mesi.

metri e mezzo, con braccia lunghe e “appuntite”. Questo, in sintesi, è ciò che ci ha raccontato Antonino Russo, ventiduenne castellanese, testimone, suo malgrado, di un’avventura un po’ troppo sopra le righe. “Era un’ombra alta almeno due metri e mezzo, – racconta Antonino – la vedevo avanzare verso la macchina, senza far rumore. Le braccia erano molto lunghe e terminavano con una punta, come dei tentacoli”.

Sarà forse l’aria rarefatta di montagna o la suggestione di certi luoghi selvaggi ed isolati, ma sembra che, in particolare, a Castellana Sicula si facciano strani incontri la notte. Con chi o che cosa non è dato saperlo con certezza, ma, stando ai racconti di alcuni giovani del tranquillo paesino del Palermitano, ai confini del Parco delle Madonie, questi “incontri” non sembrano essere stati molto divertenti.

Lo strano episodio è, in qualche modo, confermato anche da un altro giovane del posto, il diciottenne Gabriele Guarneri, che appena appresa dalla coppia la notizia dell’incontro “ravvicinato”, decide di avventurarsi in auto nello stesso posto. Ma giunto sul luogo, la macchina va in tilt e decide di non mettersi più in moto. Dopo svariati tentativi, il giovane riesce a partire e fugge a tutto gas. Un particolare: poco prima dell’”incontro”, secondo diversi testimoni, sui cieli di Castellana sono apparsi strani lampi, nonostante fosse un sereno sabato sera di maggio, senza alcun temporale in arrivo.

Immaginate di trovarvi nella vostra auto, di notte, in compagnia della vostra ragazza, in un luogo isolato e all’apparenza tranquillo, quando, all’improvviso, vi sbuca davanti un “omone” alto due

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Ci spostiamo adesso a Polizzi Generosa, a pochi chilometri da Castellana, dove, nello stesso periodo è apparsa in cielo una misteriosa sfera di luce. Testimone del curioso evento celeste è stato Francesco Silvestri, 41 anni, titolare di una macelleria del paese. Ma l’avvistamento sarebbe confermato anche da altri residenti. “Avevo da poco finito di lavorare, - racconta l’uomo – appena fuori dal negozio, intorno alle nove di sera, ho visto apparire nel cielo una grande palla luminosa. Come una specie di cometa, ma più grande. Dopo pochi secondi, la sfera si è mossa svanendo dietro alla montagna di fronte al paese”. Chiudiamo “in bellezza” con un altro episodio che ci ha lasciati un po’ perplessi. Diversi testimoni, sei per l’esattezza, ci hanno raccontato di essere rimasti d’improvviso fermi in macchina, all’interno della galleria di Tremonzelli, sull’autostrada PalermoCatania, alle pendici delle Madonie, durante un blackout durato una decina di secondi. Dunque, tanto per chiarire, totalmente al buio con l’auto spenta senza luci. Lo stesso fatto sarebbe

accaduto anche ad un motociclista, salvo per miracolo. La prima testimonianza risale addirittura agli inizi degli anni ‘90, la più recente è dell’anno scorso. Ma cosa dice la scienza a riguardo? “Potrebbe trattarsi di radiazioni elettromagnetiche, – spiega il professor Maurizio Leone, ordinario di Fisica applicata presso l’Università degli studi di Palermo ed esperto di elettromagnetismo – ma bisognerebbe fare ulteriori verifiche per poter esprimere un’ipotesi scientifica”. Secondo Leone, inoltre, si sarebbe potuto trattare di due eventi separati, il blackout e lo spegnimento dell’auto, riconducibili a cause diverse ma legati da una contemporaneità di accadimento. Insomma, il territorio delle Madonie si confermerebbe particolarmente attraente, oltre che per la flora e la fauna, anche per fenomeni non proprio all’ordine del giorno. Una cosa è certa: ancora oggi i fortunati testimoni, attraversando la galleria di Tremonzelli, hanno i brividi lungo la la schiena.


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Misteri di Giulio Giallombardo

la Sicilia terra

di sette e magarie S

ette, maghi e sedicenti guaritori: questo l’esoterismo del nuovo millennio. Spopolano in giro per il mondo bizzarri imbonitori, in certi casi anche molto pericolosi, e astrologi dell’ultim’ora dal profumo televisivo.Tutti tesi a creare dipendenza nelle fasce psicologicamente più deboli della società. Ma in Sicilia quanto sono diffuse le pratiche esoteriche? Parecchio, a quanto pare. Secondo quanto si legge nel rapporto 2010 del Telefono Antiplagio/European Consumers, magia nera, satanismo e astrologia trovano terra assai fertile in Sicilia. Nell’Isola, infatti, sono presenti ben 47 sette sataniche. Un primato che porta la Trinacria al quarto posto nella classifica delle regioni italiane, preceduta soltanto da Lombardia, Piemonte e Lazio, rispettivamente con 69, 59 e 52 sette documentate. La tipologia delle vittime che cadono nella rete sono i minori tra i 15 e i 17 anni e gli adulti trentacinquenni, con una leggera prevalenza delle donne rispetto agli uomini. I motivi che spingono i giovani verso i misteriosi fumi dell’esoterismo sono diversi: si va dalla voglia di ottenere risultati pratici (29%) alla noia (28%), dalla solitudine (20%) alla paura del futuro (10%). C’è chi lo fa anche per il semplice gusto del proibito (7%). La musica non cambia se si parla di astrologia. Anche in

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questo caso la Sicilia è al quarto posto, nelle zone alte della classifica, con ben 1.500 fra maghi e astrologi pronti a predire il futuro. Il volume d’affari non è niente male: si aggira intorno ai 60 milioni di euro, pagati profumatamente da ben 100.000 ignare vittime. Inoltre, Palermo è la quinta provincia italiana con il più alto numero di maghi, con un incasso annuo medio di 6 miliardi di euro; per non parlare poi dell’evasione fiscale degli abili “divinatori”, che si attesta al 95%. “Moltissimi ragazzi portatori di un disagio interiore non necessariamente patologico, - affermava l’antropologa Cecila Gatto Trocchi – corrono a dissetarsi alle fonti impure della magia e dell’occultismo, entrando in sette para-sataniche o esoteriche. Avendo io stessa subito più di sessanta iniziazioni, posso garantire che i grandi misteri che vengono rivelati dopo mesi e mesi di lezioni melense e noiose, sono penosamente simili”. Il quadro che emerge è preoccupante. È pur vero che magia ed esoterismo hanno da sempre esercitato un fascino trasgressivo su coscienze più o meno ingenue. Il valore simbolico dell’astrologia è indubbio, così come la sua forte matrice filosofica. Senza trascurare il fatto che certe conoscenze esoteriche stanno alla base di gran parte del sapere occidentale. Ma gli stregoni e gli astrologi da supermercato del sapere profondo non sapranno mai nulla.


Stretto e immenso di Antonella La Rosa Foto Dominik

La magia dei fari Al mito dello Stretto di Scilla e Cariddi si è costituita la tranquillizzante presenza dei due fari, da sempre importante punto di riferimento per i naviganti  Andar per fari non è solo un’avventura, ma una serie di esperienze indimenticabili: è l’incontro con i venti e con la libertà del mare, la ricerca della pace nelle solitudini e nei silenzi.Viene quasi spontaneo pensare ai fari come situati lungo le onde furiose degli oceani o nei porti lontani, e invece si trovano in città, sui promontori, nelle isole, insomma ovunque. Ma non si può parlare di queste splendide strutture senza citare la mitica figura del guardiano del faro, un personaggio che ha tanto colpito l’immaginario collettivo, un uomo sospeso tra cielo e mare, padrone di una nave ancorata al terreno, che innamorato più che mai del suo lavoro lo considera una sorta di privilegio. Grazie alla collaborazione del Capitano di Vascello Santo G. Legrottaglie Comandante Zona Fari Sicilia e Calabria, che ci ha accompagnato passo dopo passo in quest’avventura, è stato possibile scoprire la vita che si svolge all’interno del faro di Capo Peloro di Messina, e così una volta addentrati nell’edificio, oltre ai 150 scalini a chiocciola che conducono in cima alla torre, ad attenderci anche: Gaspare Timpanelli e Romolo Bellomia, i due guardiani. È una giornata di sole, il termometro segna oltre trenta gradi, ma nemmeno il caldo ci ferma e saliti su, a circa quaranta metri di altezza, una volta affacciati dalla torre, ecco che in pochi secondi riaffiora la storia e la mitologia dello Stretto, e tutto assume un sapore diverso. Da lassù si assiste ai lampi verdi del faro che sembrano dialogare con le luci rosse del frontale faro calabro di Punta Pezzo, uno spettacolo indescrivibile!

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Stretto e immenso

Panoramica dello stretto di Messina vista dal Faro ed interni della struttura

Per i “faristi” è punto d’orgoglio mostrare l’apparecchiatura a orologeria ormai inutilizzabile, ma sempre al suo posto, tenuta in ordine come se da un momento all’altro la manovella dovesse essere usata per far scendere il peso che faceva girare tutto l’apparato illuminante. Antiche lampade, carte nautiche, vecchi compassi e oggetti di navigazione sono sparsi ovunque, sembra quasi tornare indietro nel tempo. Comandante qual è la struttura del faro di Capo Peloro? “La torre cilindrica a strisce bianche e nere sorta nell’ottocento presenta una struttura in pietra rotta, i gradini sono formati da blocchi di granito con piombo in modo da agevolare la flessibilità dell’edificio. La parte superiore del faro distrutta dal terremoto del 1908 è stata riattivata nel 1929. Inizialmente il faro sorgeva all’interno del Forte degli Inglesi, struttura appartenente al XVI secolo situata sulla punta dello Stretto dove era installata un’ottima lanterna”.    Quanti fari ci sono a Messina?   “Due: quello di Capo Peloro in cui il personale è responsabile delle zone di: Rasocolmo, Milazzo e Capo d’Orlando, e quello di Punta San Raineri che invece controlla i segnalamenti delle Isole Eolie. Quest’ultimo è il secondo faro più antico d’Italia, la cui struttura è formata da un torrione in pietra, nato per avversare Cariddi, il “mostro” delle correnti che i pescatori chiamavano “u garofalu”, di conseguenza anche il faro era definito “Torre del Garofalo”, ma in realtà prende il nome da santo eremita Raineri, che pare venisse qua ad accendere fuochi per guidare i naviganti”.    Che ruolo hanno oggi i fari?

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  “Nonostante esistano nuovi sistemi di navigazione con le barche dotate di Gps, essi continuano a essere un importante punto di riferimento. Chi va in mare si augura che queste magnifiche strutture non spariscano mai perché la tecnologia può sempre subire un’avaria, un qualsiasi tipo di black – out, e allora cosa di meglio della vista di quella luce lontana e rassicurante, che si accende quasi miracolosamente ogni sera e che suggerisce cosa fare e dove andare”.. Quante reggenze ci sono in Sicilia?   “In totale ci sono trentasette reggenze abitate da circa una quarantina di uomini, strutture interessanti anche dal punto di vista architettonico. Una caratteristica che accomuna i fari è che si sviluppano in altezza in modo da oscillare al vento, ciò garantisce stabilità anche quando la torre sorge a picco sul mare”.    Parliamo della posizione dei fari messinesi..   “La particolarità sta proprio nel fatto che sorgono imponenti sullo Stretto di fronte a quello calabro di Punta Pezzo, ma se si osserva bene l’orizzonte si nota anche quello di Scilla. Capo Peloro agevola l’entrata delle navi in porto, mentre san Raineri ne facilita l’uscita”.    La figura del guardiano del faro è destinata a scomparire in futuro?   “In molte strutture non ci sono più faristi, è triste ma purtroppo questa figura tenderà a scomparire perché si andrà avanti tramite l’ausilio di attrezzature elettroniche sempre più sofisticate. Ma per il momento godiamoci ancora la presenza di questi meravigliosi uomini che dedicano anima e corpo al loro mestiere rendendo partecipi spesso anche i loro cari, una realtà del tutto attuale; basta pensare ai guardiani messinesi che vivono all’interno dei fari con le rispettive famiglie”. 


Magnifica Sicilia

Un giro sott’acqua alla scoperta di particolari e straordinari piccoli abitanti

di Pietro Astone

pinnuti dello stretto

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Un mondo affascinante fatto di colori, un immenso affresco naturale formato da migliaia di variegati pesci e da altre creature acquatiche

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ltro piccolo ma variopinto essere dei nostri fondali è il rosso peperoncino minore (Tripterygion minor), minuscolo pescetto che ama saltellare tra i sassi dei bassi fondali . “Nuvolette di pescetti blu fosforescente” di cosa si tratta? Non sono altro che gli avannotti della castagnola (Chromis chromis), meglio conosciuta dalle nostre parti come“monacedda”

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uarda quel pesce schizzare dallo scoglio!!!!!” Vi sarà capitato di sentire questa affermazione durante una estiva giornata a mare… Beh l’autore del tuffo poteva benissimo essere la bavosa cervina (Parablennius zvonimiri), simpaticissimo blennide dalle pronunciate “corna”, che ama stazionare nelle pozze di marea. Potreste scorgere, da una fessura, la testolina della bavosa bianca (parablennius rouxi) osservarvi, con fare cauto, pronta a ritirarsi al minimo accenno di pericolo.

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1. Macrorhamphosus scolopax 2. Crenilabrus mediterraneus - Symphodus rostratus 3. Parablennius zvonimiri 4. Crenilabrus quinquemaculatus 5. Chromis chromis 6. Parablennius rouxi


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Magnifica Sicilia

pinnutti dello stretto

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9 7. Tripterygion minor 8. Schedophilus medusophagus 9. Hippocampus guttulatus 10. Symphodus rostratus 11. Serranus cabrillla

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Variegate e variopinte livree le si riscontrano nei tordi (Symphodus ocellatus, Symphodus rostratus, Crenilabrus mediterraneus, Crenilabrus quinquemaculatus), vivaci e splendidi rappresentanti della famiglia dei labridi. Un pesce veramente curioso e raro da osservare è il mangia meduse (Schedophilus medusophagus), pesce pelagico ghiotto dell’urticante celenterato e bellissimo nella sua gialla livrea giovanile. Nello Stretto abbiamo l’opportunità quasi unica di poter incontrare in immersione gli affascinanti pesci trombetta (Macrorhamphosus scolopax) generalmente riscontrabili a profondità abissali. Mimetizzato tra le foglie della Posidonia oceanica vive il timido e prezioso cavalluccio marino (hippocampus guttulatus) pesce dalle abitudini riproduttive uniche: forma una coppia per la vita, le uova dopo essere state fecondate vengono affidate al maschio che le accudisce in una sacca marsupiale fino alla nascita dei piccoli avannotti. Chiudiamo la nostra rassegna con il pesce emblema della “messinesità”: U buddaci (serranus cabrilla), piccolo serranide dalla spiccata apertura boccale, dal carattere molto battagliero. Magari potremmo prendere esempio da lui...aripotremmo prendere esempio da lui... per info: info@gloriamaris.it 10


magcom

Tradizioni di Domenico Giardina

Dialetti sì, dialetti no.

In Italia il dialetto è cultura Una parte fondamentale delle nostre vite

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n pescivendolo triestino è stato multato perché ha esposto i nomi dei prodotti che vendeva utilizzando il dialetto anziché l’italiano. Una normativa dell’Unione Europea impedirebbe l’utilizzo del dialetto al posto della lingua materna nel commercio perché diventerebbe discriminante nei confronti di chi quel dialetto non lo parla. Ma quanto c’è di vero in quest’affermazione? Ma soprattutto, quanto sono diffuse le parole dei dialetti più comuni anche all’interno della lingua italiana? Non crediamo di esagerare sostenendo che certe forme sono ormai diventate di pubblico dominio. Prendiamo ad esempio la cozza il cui vero nome è mitilo. Ma ci pensate alla faccia del cameriere di un ristorante dopo avere ricevuto l’ordinazione di un piatto di “mitili”? Che ne sarebbe dei mercati palermitani come Ballarò o la Vucciria se i nomi degli alimenti fossero scritti tutti in perfetto italiano? Si perderebbe la caratteristica principale di quei luoghi. Il discorso si può allargare anche all’arte. Camilleri non sarebbe più Camilleri senza il grammelot siculo-italiano dei suoi libri. I suoi romanzi perderebbero in forza e incisività. Lo stesso vale per i film di Verdone, Montesano, Proietti, Sordi e tanti altri attori romani, che con la loro classica parlata danno quel tocco in più di colore alla loro recitazione. I dialetti fanno parte delle nostre vite e della nostra storia. Metterli da parte in nome di un italiano completamente puro significherebbe perdere parte della nostra identità. Così come sarebbe altrettanto preoccupante l’eccesso di parlata locale che tenderebbe a chiudere le comunità. Il tutto sta al buon senso delle amministrazioni nazionali e locali affinché si eviti la caduta negli eccessi. Anche perché il pane con la milza è più gustoso in quei luoghi dove viene chiamato “pani ca meusa”.

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Miti infranti di Clara Picciotto

donne di successo tradite

Era il 1897 quando Nora, la protagonista dell’opera più conosciuta e rappresentata di Ibsen, se ne andava di casa dicendo di non voler stare accanto ad un uomo che la tratta come una bambola. Alcuni uomini sembra che la lezione non l’abbiano ancora capita. Pare al contrario che se una donna sia capace, abbia successo, guadagni bene e riceva dei riconoscimenti importanti, inevitabilmente verrà lasciata e perché no, anche tradita e umiliata.

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Le “business woman”, come le definisce lo psicologo Davide Algeri (www.davidealgeri.com) “sono donne gratificate professionalmente, ma lo stesso non si può dire per l’aspetto relazionale”. Infatti i loro partner, invece di dimostrarsi orgogliosi e fieri del fatto che una donna in gamba li abbia scelti come compagni, si celano dietro strati di insicurezze, diventano frustrati, perdono l’autostima e si sentono inadeguati, rifugiandosi in relazioni più semplici dove potranno ricoprire il ruolo up, sentendosi finalmente appagati: scelgono di “abbandonare, di lasciar stare e di cercare una donna, forse meno pretenziosa, che si accontenti di poco, con la quale non debba lottare giorno dopo giorno e che gli permetta di ristabilire, in modo naturale il suo ruolo primordiale”, commenta lo psicologo. Alla base di tutto il fatto che nel corso degli anni le donne si sono dovute rimboccare le maniche per conquistare ciò che agli uomini veniva da sempre riconosciuto, dal voto ad una carriera, e adesso di certo non vogliono rinunciarvi per un compagno che non si dimostri capace di condividere il loro successo. “Sono donne - continua il dr. Algeri - che inevitabilmente, per il loro modo di essere, finiscono con il capovolgere i ruoli nella coppia (al ristorante, a teatro è lei che paga è non più lui), portando il loro compagno ad essere l’uomo frustrato, che non è in grado di soddisfarle per come vorrebbero, proprio perché loro stesse, sono in grado di soddisfarsi da sole. Donne che hanno potere, prerogativa fino a qualche tempo fa solo dell’uomo, che fanno paura, perché vogliono comandare, perché hanno la capacità di farlo, smontando l’uomo dal suo ruolo”. Prima riuscivano a conquistare le copertine dei giornali perché erano le fidanzate o le mogli di un personaggio noto, poi le donne hanno cominciato a capire di non voler brillare necessariamente di luce riflessa ma che anche loro potevano rivestire un ruolo di primo piano. Molte devono ancora lottare contro colleghi uomini che si sentono minacciati e contro ingiustizie derivanti dal confronto con gli uomini: ma mentre per quest’ultimi il confronto appare molto spesso come una minaccia, per le donne ha rappresentato una sfida e un’opportunità per venire ancora più fuori e per dimostrare davvero il proprio potenziale e le proprie capacità. Freud scrisse: “le ragazze sentono profondamente la mancanza di un organo sessuale di egual valore a quello maschile, esse si considerano inferiori e l’invidia del pene è il motivo principale di un certo numero di caratteristiche reazioni femminili”. Forse è ancora presto per teorizzare l’invidia della vagina ma chiedetelo a Sandra Bullock magari lei è più ferrata sull’argomento…


Società

Società

di Roberto Rizzuto

di Stefania Brusca

Quanto è lontana

l’America

La storia della bimba con due papà

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edrà la luce a Boston, Stati Uniti, alla fine di agosto. Nicole – nome di fantasia – sarà una bambina come le altre. O quasi. La gravidanza che culminerà con la sua nascita ha richiesto il contributo di due mamme, una biologica che ha messo a disposizione gli ovuli da fecondare, e una surrogata, che ha dato in “affitto” l’utero. Di queste due donne, tuttavia, all’anagrafe non ci sarà traccia alcuna. Nicole avrà infatti due padri omosessuali, Antonio e Chris, quarantenni, italiano il primo, americano il secondo. Si sono conosciuti cinque anni fa e, recentemente, hanno coronato il loro sogno d’amore sposandosi in Massachusetts, uno dei sei Stati degli Usa nei quali sono consentite le nozze tra persone dello stesso sesso. “Un’amica d’infanzia – spiega Antonio – si è offerta, con l’appoggio del marito, di realizzare il nostro desiderio, portando avanti una gravidanza, ma con gli ovuli di un’altra donna, non volendo essere lei la mamma biologica”. Per individuare la donatrice, il percorso è stato più tortuoso. I due aspiranti padri hanno passato in rassegna  le foto di alcune donatrici, accompagnate da un dossier articolato, contenente dati relativi ai profili estetici e a eventuali malattie genetiche.

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Matrimoni combinati

L’infanzia spezzata delle “spose bambine” Storie di diritti negati e vite vissute a metà tra due mondi

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lla fine, la scelta è caduta su una “bellissima ragazza italoamericana”, che resterà anonima e non sarà informata sull’esito della fecondazione. Una storia, quella di Antonio e Chris, che, salvo complicazioni dell’ultim’ora, conoscerà presto un lieto fine con la nascita della piccola Nicole. Il sogno di Antonio e Chris è stato reso possibile dalla legislazione statunitense. In Italia, la coppia non avrebbe avuto alcuna speranza di portare a termine un percorso del genere. I due, infatti, non avrebbero potuto, nell’ordine, vedere riconosciuta la loro unione, accedere alla fecondazione assistita eterologa (vietata pure alle coppie di sesso diverso) o, in ultima istanza, adottare un bambino. Un significativo (quanto inaspettato) segnale di apertura, in materia di riconoscimento delle coppie di fatto, arriva dal Sud della nostra penisola, e in particolare dalla Sicilia. Nelle scorse settimane, all’Ars, il deputato del Pd Pino Apprendi ha presentato un disegno di legge “sull’istituzione di un registro regionale delle unioni civili”. Il testo del ddl recita così: “La Regione siciliana riconosce le formazioni sociali, culturali, economiche e politiche nelle quali si promuovono la personalità umana e il libero svolgimento delle sue funzioni ed attività e riconosce altresì ogni forma di convivenza, rifiutando qualsiasi discriminazione legata all’etnia, alla religione e all’orientamento sessuale. Al fine di dare pratica attuazione al comma precedente, in tutti i comuni della Regione è istituito il registro delle unioni civili”. Certo, la Sicilia, terra in cui il concetto di famiglia mantiene intatta la sua sacralità, non si trasformerà di colpo nel Massachusetts. Eppure, proprio dall’Isola, inizia a soffiare un leggero vento di Scirocco. Basterà a scaldare il resto del paese?

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l giorno più bello. Nell’immaginario femminile questa frase si associa al matrimonio. Per le “spose bambine” il sogno si infrange presto, sin dai 13 anni, quando vengono costrette dalle famiglie a unirsi con uomini anche molto più vecchi di loro. Adolescenti, soprattutto indiane e pachistane, ma anche marocchine, egiziane e romene, a volte vendute per poche migliaia di euro o usate per sancire una “alleanza” tra famiglie. Spesso la convivenza forzata si trasforma in un incubo. Non è infrequente che subiscano maltrattamenti, che vengano obbligate a interrompere gli studi o, se vivono all’estero, a tornare nei loro Paesi d’origine. In Sicilia fino a 50 anni fa i matrimoni combinati erano all’ordine del giorno e venivano celebrati più o meno per le stesse ragioni. Anticamente esisteva “’U paraninfu”, un intermediario che si

occupava di far incontrare i due giovani destinati a sposarsi. Una figura celebrata nel secondo ‘800 dall’omonima opera di Luigi Capuana. I numeri sulla diffusione del fenomeno nel nostro Paese sono ancora pochi. L’unica stima è quella elaborata dall’Istat nel 2007 che riferisce di un crollo del numero di matrimoni che coinvolgono minorenni da quasi mille agli inizi degli anni Novanta a 156. L’International center of research on woman, con sede a Washington, però fotografa una realtà molto diversa. Stima che le spose bambine nel mondo siano sessanta milioni, duemila casi solo in Italia. L’Unfpa, il fondo per le nazioni Unite per la popolazione riporta una cifra leggermente inferiore, 50 milioni di casi. Un dato che non modifica nella sostanza la realtà sul degrado della condizione femminile a livello globale. Naturalmente il principio che deve essere rispettato è quello di non criminalizzare culture diverse, semplicemente in quanto tali. Un altro problema riguarda i cosiddetti “conflitti latenti”. Si stima che le adolescenti straniere nel nostro Paese siano 175mila. Sono ragazzine che vivono a metà, in bilico tra la famiglia, la scuola e il mondo che le circonda, fatto di regole e diritti diversi rispetto a quelli in vigore nel loro Paese d’origine. Piccole donne che crescono a due velocità e che spesso sono costrette a scendere a compromessi. Quando non lo fanno vanno incontro a un futuro incerto. Basti pensare al caso

di Sanaa Dafani, la 18enne di origine marocchina sgozzata a Pordenone nel settembre scorso dal padre, perché non accettava la relazione della figlia con un italiano. La stessa situazione di degrado a Brescia, con risvolti ancora più gravi. Una bambina romena di 13 anni è stata strappata a un connazionale 22enne malato di Aids, al quale la piccola sarebbe stata venduta. La ragazzina ha contratto il virus. Il “marito” e la “suocera” sono finiti in carcere. Non capiscono cosa sia successo. Dicono che la tradizione del loro paese li autorizzava a comportarsi così.  Ma qual è il confine tra il rispetto per gli usi di un popolo e la tutela dei diritti umani? Sembra che ultimamente in questo senso stiano arrivando segnali incoraggianti dal mondo islamico. In Arabia Saudita, l’ulema (dotto musulmano in “scienze religiose”) Sheikh Abdullah Al-Manie ha enunciato una storica fatwa (giudizio) a proposito del caso in esame al tribunale di Buraidah. Una bambina di quasi 12 anni ha chiesto il divorzio dal marito 80enne, al quale era stata venduta per poco più di 16mila euro. L’ulema ha stabilito che oggi non si può fare riferimento al matrimonio del profeta Maometto con Aisha, di appena 9 anni, avvenuto 14 secoli fa, per giustificare le nozze con “spose bambine”. Qualcosa sta cambiando, ma ancora troppo lentamente. Intanto milioni di piccole donne nel mondo continuano a vivere la loro infanzia spezzata.


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Società di Roberto Rizzuto

Il minorenne è uno stupratore? Per lui pagano mamma e papà

I genitori non devono limitarsi a vigilare sulla condotta dei propri figli maschi, ma sono tenuti a impartire loro “una educazione dei sentimenti e delle emozioni” nei rapporti con le ragazze.

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il principio fissato dal tribunale civile di Milano, chiamato a fare giustizia su un caso di violenza sessuale ai danni di una dodicenne per mano di un branco di stupratori minorenni. Punire questi ultimi, per i giudici, non era sufficiente. Occorreva puntare più in alto, dritto ai genitori dei responsabili, che dovranno quindi versare un risarcimento di 450 mila euro alla famiglia della vittima. Una sentenza, quella emessa dal tribunale meneghino, che stabilisce un significativo precedente a livello giurisprudenziale, attribuendo a padri e madri la responsabilità diretta delle condotte violente dei propri figli. “Se messaggi educativi vi sono stati – scrive il giudice nella sentenza di condanna – non sono stati adeguati o assimilati, sicché deve ritenersi che i genitori non abbiano prestato la dovuta attenzione all’avvenuta assimilazione, da

parte dei figli, dei valori trasmessi”. Tra i genitori condannati al pagamento del risarcimento figurano anche alcuni padri separati, in quanto, scrive il giudice, “il legislatore riconosce al coniuge non affidatario non solo il diritto, ma anche il dovere di vigilare sull’educazione del figlio”. “Quando sono accertate le carenze educative di padri e madri – dice Fulvio Scaparro, psicoterapeuta – che per negligenza, disinteresse, opportunismo o desiderio di compiacere i figli non hanno trasmesso loro nemmeno la coscienza del disvalore della propria condotta, allora è il momento di richiamare anche i genitori a rispondere delle conseguenze degli atti dei loro ragazzi”. Insomma, alla luce della sentenza di Milano, le mamme e i papà distratti di tutta Italia non hanno più scuse.


Società

Società

di Patrizia Mercadante

di Stefania Brusca

stop

alla scelta del colore della pelle

A giorni la sentenza della Cassazione sulle adozioni.

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iente adozione per quelle coppie che fanno distinzione di pelle tra i bambini. La procura della Cassazione ha detto no a chi vuole essere genitore dichiarandosi indisponibili a ricevere bimbi di pelle nera o di etnia non europea. Le sezioni unite della Corte di Cassazione sono intervenute su un ricorso presentato dall’Associazione amici dei bambini e altri settanta enti autorizzati alle adozioni internazionali, contro il tribunale di Catania che aveva emanato un decreto di idoneità alle adozioni specificando il colore della pelle del bambino. A fine aprile la procura generale lo aveva sostenuto con forza che non si può scegliere che tipo di bimbo adottare, ovvero non il colore della sua pelle perlomeno. Dunque la Cassazione ha smentito di fatto il Tribunale di Catania che aveva dato lo sta bene a coppie che esprimevano preferenze sui bambini da adottare. Anche il Governo per bocca del sottosegretario con delega alle adozioni internazionali, Carlo Giovanardi, ha espresso parere positivo nei confronti della decisione della Cassazione precisando comunque che bisogna fare attenzione alle capacità genitoriali e alle scelte delle coppie. In Italia la procedura per l’adozione non è cosa da poco. Possono adottare un bambino i coniugi con almeno 3 anni di matrimonio, che abbiano una differenza minima di 18 anni e massima di 45 con il bambino adottato. La richiesta si deve presentare al tribunale per i minorenni,

mentre i servizi sociali dei Comuni compiono le indagini necessarie e rilasciano il certificato di idoneità. I tempi variano: se la coppia desidera un solo figlio, sano e in tenera età, i tempi si allungano. Se, invece, è disponibile ad accogliere bambini più grandi e gruppi di fratelli, i tempi si accorciano. La coppia di solito si affida a un Ente e quando questo abbina un bimbo ai futuri genitori, questi ultimi partono per conoscerlo. La permanenza all’estero dipende dalle leggi locali. E se gli incontri si concludono con il parere positivo del Paese straniero la famiglia può tornare in Italia. Dopo un periodo di affidamento preadottivo, il Tribunale per i minorenni trascrive l’adozione nei registri dello stato civile e il bimbo diventa cittadino italiano. Ma il caso del tribunale di Catania non è l’unico e il solo. Da quasi cinque anni non se ne vedevano più in giro di cosiddetti “decreti vincolanti”, ovvero emessi a favore dei genitori adottivi che vincolano l’idoneità di mamma e papà ad alcuni requisiti specifici del bambino. Tra il 2000 e il 2004 ne erano stati emessi tanti di questi decreti, un po’ in tutta Italia, con i conseguenti ricorsi. Prima di oggi i ricorsi erano stati presentati al CSM, ma questa volta l’Aibi ha preferito ricorrere in Cassazione dopo la storica sentenza di due anni fa sulla Kafalah, una sorta di affidamento disciplinato dal diritto islamico: la Suprema Corte, in quel caso, ha ritenuto valido la Kafalah come motivo di ricongiungimento familiare.

Noi genitori dello stesso figlio Famiglie in crisi e bimbi in affido

condizioni in cui versa una famiglia che non può più occuparsi dei figli sono complesse e delicate da valutare e raccontano storie di degrado e di povertà. A Palermo la maggior parte degli affidi sono giudiziari, ovvero decisi dal tribunale contro il parere dei genitori. Quelli consensuali riguardano invece per lo più i figli degli immigrati. Nel nostro Paese  la legge è molto garantista e  difficilmente i tempi sono brevi per revocare la patria potestà.   Senza contare che si può ricorrere in appello e in cassazione. Capita quindi spesso che il tribunale proroghi i tempi dell’affido con le conseguenze che ne derivano, prima su tutte il rafforzamento del legame con le famiglie che ospitano i minori. olidarietà e senso della comunità. Su questi cardini si  Le maggiori problematiche legate all’affidamento temporaneo fonda l’istituto dell’affido in Italia (legge 184/83). Uno nascono proprio quando le famiglie affidatarie vengono illuse strumento creato per aiutare i figli delle famiglie in di poter ricorrere a questo strumento in alternativa a quello difficoltà a fronteggiare un temporaneo momento di crisi. dell’adozione. Ci sono  casi in cui  queste pensano di poter Un’opportunità per chi vuole dare il proprio sostegno offerta adottare i piccoli, quando è ormai chiaro che i genitori naturali anche ai single. Come spesso accade quando dalla teoria non possono più prendersene cura, per poi vedersi rifiutare legislativa si passa alla pratica, ovvero quando la legge viene perfino la possibilità di continuare a vederli una volta adottati. attuata, i bisogni dei piccoli si intrecciano con quelli delle loro Oppure casi in cui persone che vivono da sole vengano poi famiglie e con le speranze e le aspettative di chi li accoglie, escluse da qualsiasi rapporto con il bambino. Recentemente che devono essere chiare e ben definite fin dal principio. “La per tutelare il rapporto tra i bambini e le persone che li formazione di coloro che decidono di rendersi disponibili accolgono l’associazione “La Gabbianella” ha proposto una ad accogliere un minore in difficoltà – dice Anna Savoja, per modifica della legge in vigore  che preveda la protezione dieci anni giudice onorario al tribunale per i minorenni di dei rapporti già consolidati nel caso in cui “l’affidamento del Palermo - deve mettere subito in chiaro che questi devono minore si risolva in un’adozione per il mancato recupero della collaborare  per fare tornare i bambini ai nuclei d’origine. È famiglia d’origine”. Non bisogna dimenticare però che restano la trasposizione della famiglia allargata. Come un parente sempre i bambini i veri protagonisti di queste contese. Vivono che offre  sostegno e cura per non lasciare solo il piccolo in periodi di disagio e subiscono traumi dai quali si libereranno un momento di disagio. È importante anche che le famiglie difficilmente nel corso della loro vita.  Come fare un passo in affidatarie non tendano a sminuire la figura materna o paterna avanti e superare questa condizione?  “Ci vorrebbe una legge di riferimento del bambino, contribuendo così a garantire che guardi più all’interesse del minore piuttosto che a quello l’identità del piccolo”. Per favorire questo processo spesso si di una   famiglia realmente compromessa. Sarebbe corretto scelgono anche nuclei familiari di ceto simile a quella d’origine, che in casi molto gravi questa fosse invitata a rinunciare al per non rendere il ritorno a casa del minore più difficile. Le bambino per garantirgli così un avvenire”, conclude Savoja.

Storie di solidarietà, speranze infrante e diritti negati

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Società di Azzurra Sichera

vita di coppia ecco cosa fare per avere una famiglia felice

L Un giusto equilibrio che concede alla coppia di ritrovare gli spazi perduti, e ai figli di crescere sereni

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’allarme viene anche questa volta dall’America: attenzione genitori, se volete che i vostri figli siano felici dedicate più tempo al vostro compagno. A tenere alto l’interesse sull’argomento, il family coaching David Arthur Code, il quale ha trovato la formula giusta per avere una famiglia felice e l’ha raccolta in 8 lezioni audio, disponibili (a pagamento) sul suo sito www.davidarthurcode. com. Ma il pensiero di fondo è facilmente sintetizzabile: quando si diventa genitori non si deve dimenticare di avere un partner. Un amore non esclude l’altro né deve essere trascurato a discapito di una delle due relazioni. Il giusto equilibrio consente sia di mantenere vivo un rapporto di coppia consolidato, che crescere dei figli in un ambiente sereno e con dei modelli solidi a cui riferirsi. Del resto “se la coppia perde la sua dimensione coniugale – dichiara Roberto Cavaliere, psicologo e psicoterapeuta, responsabile del sito www. iltuopsicologo.it – tale perdita si ripercuote non solo sulla coppia ma su tutta la famiglia. È come se quest’ultima perdesse la sua identità di partenza. Una famiglia senza una coppia che si ritaglia i suoi spazi è deficitaria della dimensione coniugale. Per la coppia tale perdita di spazi significa la morte della coppia stessa”.

Inoltre essere genitori troppo presenti e a volte quasi soffocanti, rischia di avere ripercussioni negative sui figli stessi, perché nega la loro autonomia e li fa diventare molto spesso insicuri e ansiosi. Quindi niente sensi di colpa se ogni tanto si affidano ad una babysitter o ai nonni, perché fa bene alla vita di coppia ma anche alla loro crescita perché necessitano “non solo di un modello educativo familiare e di un modello affettivo genitoriale – continua il dott. Cavaliere – , ma anche di un modello affettivo e relazionale di coppia. Avere una coppia di genitori che assolvono solo la funzione di genitori non permette loro di costruire un modello interno di coppia genitoriale che sono anche coppia relazionale e affettiva, con le conseguenze sul loro vivere la famiglia in età adulta facili da immaginare”. Un giusto equilibrio dunque che concede alla coppia di ritrovare gli spazi perduti, e ai figli di crescere sereni. Non un compito facile ma raggiungibile, e una dimensione che può anche prevenire dei disagi “come la sindrome del nido vuoto – conclude Cavaliere – che in molte coppie si manifesta nel momento in cui i figli diventano adolescenti. Ciò non sarebbe successo se durante tutta la vita non avessero cresciuto solo loro ma anche la coppia”.

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’ Associazione ABC, Amici dei Bimbi in Corsia, costituita recentemente a Messina, e che ad oggi conta oltre quaranta volontari, ha come scopo quello di rendere meno gravosa la permanenza dei bambini e degli adolescenti in ospedale, tramite attività ludiche e di intrattenimento, operando a sostegno e supporto morale delle famiglie degli stessi che spesso vivono in maniera traumatica l’ esperienza del ricovero. Obiettivo primario è, in coordinamento con il personale medico e paramedico delle strutture di accoglienza, quello dell’ umanizzazione delle stesse, agendo ove possibile anche sull’ ambiente rendendolo di impatto più gradevole e meno forzato. L’attività di volontariato, si svolge all’ interno dei reparti pediatrici in maniera assolutamente gratuita organizzando tempi e spazi secondo la disponibilità della struttura che accoglie l’ Associazione. Ogni volontario assolve al suo compito dopo avere superato un adeguato corso di formazione che lo porti ad avere le competenze necessarie per un compito così delicato e dopo avere conseguito 60 ore di tirocinio con i volontari anziani.

Il 18 settembre 2010 dalle 10.00 alle 20.00 e il 19 dalle 9.00 alle 13.00 l’associazione raccoglierà fondi in cambio di una piantina grassa. L’intero ricavato sarà devoluto all’associazione per sostenere l’attività che i volontari svolgono quotidianamente. L’associazione si prefigge di supportare se richieste dal personale medico, attività es: accompagnare per distrarre il piccolo paziente agli esami di routine; fare accoglienza al day hospital o al pronto soccorso pediatrico rendendosi disponibili per accompagnare genitori e bambini nei vari reparti; attività ludica con i bambini nei reparti di degenza, sala giochi o posto letto se risultasse impossibile lo spostamento in sale comuni; supporto e sostegno morale alle famiglie. L’ Associazione è apartitica ed apolitica, e l’ attività si svolge nel rispetto di ogni singolo individuo senza in alcun modo intervenire sulle ideologie qualunque esse siano. In nessun caso il volontario si sostituirà al personale medico o paramedico, il suo sarà solo un supporto morale e ludico senza mai entrare nel merito di cure o patologie ed anche fisicamente si atterrà ai compiti che deve assolvere nella sua attività di volontario non intervenendo in altra maniera. Il progetto dell’ Associazione è quello di prestare la propria opera nei reparti pediatrici disponibili es. genetica, nefrologia, neuropsichiatria, ed a seguire ovunque ve ne sia la possibilità.

ABC Onlus

Amici dei Bimbi in Corsia C/O Az.Osp.Univ. “G.Martino” Pad. NI Via Consolare Valeria, 98100 Messina -Tel.348 8673781 / 347 9116624 email: amicibimbincorsia@gmail.com


49 s w e n b e w e ll e d Palermo, capitale

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iornalisti nativi e contenti, come si fabbrica no il miracolo sicilia

te a che vedei scrive non ha nien ch e ti pa am st ali rn gio eredita gli carta stampata. Ne lla de a st ali rn gio il anizre con o. Il linguaggio, l’org ltr t’a en ni e à sit rio umori, le cu uti, la grafipaginazione, i conten l’im o, or lav l de ne zio un’altra za tizie sono diversi. È no lle de to en m ta at ipa ca, il tr iato, il lettore partec ed m im ù pi è gio ag cosa. Il lingu la boccia o notizia: la completa, lla de ” ne zio fe on “c ioni di alla ntiene anche le opin Marco Sciortino co ia ne tiz zio no da re La . lla ve de che ha stimolanem- la promuo All’ultima riunione tre di quelle opinioni non ha partecipato nu à si rit e ve e in gg o, le at la i ip ch ec non ha part itato. buon motivo. reazioni che ha susc ecedenti. Aveva un pr lle un i de on e ni to riu e tiall ar o men ibridi: un giornale ed te, i suoi no an so st ne no -li no on iò i C ian e. id ist ot n es I nostri qu completezza, Marco Sciortino no lettori, sono in testa o la tempestività e la di nn o er ha m o nu im r pr l gio de ag ; m og mediato, coli vantano il o alle riunioni di bl ione e il feedback im az en ip m ec o i rt ip pa ec la rt o pa nd he prendel seco alla graduatoria. C ire un’ottica di com er gg . su za di an a rt rc po ce im si a un rpretazione - con il quale redazione non ha alc aspetti, di dare l’inte esista e realizzi il re n gli no ne o rir in rt op io sc Sc di , co ne ficato o Il fatto che Mar chiesto ai miei sio l suo corretto signi o su H . re re de pi ca ua rs da pe e di cil , rnale on-line sia una cord di lettori è diffi si sentisse “giusta” gio ci il e e m ch co so ri, ua to rs ra pe bo colla al giorno. rilevanza. Sono redattori, cronisti e e non esiste. Nessi ripete mille volte ch e a ch st lo ali co rn ira gio m un di con da ie ec ad essere battuti si compromettono ho saputo dare sp tà n rie no na di so or es ra st st io e ed Normalità suno mi ha risposto . roco. ile sib au pl ne zio notizia, la one. beneficio recip op pr alcuna spiega ne -li on ttore seleziona la da ale re rn il , gio co un po e ch un a e i miat Non è l’unico enigm lica – tutto in poch nza renderce- Pens bb se pu o e rn a gio gin al pa ali im , rn gio scrive, edita e del mondo, Noi facciamo cento ne letta in ogni part tizia smontiamo tutto vie no ia a tiz un a no riv la ar e – do ti ne conto: quan di quando nu te. con la stessa lena po di ca da o contemporaneamen m cia in e com uito su un fazzoletto rib st di ne vie ? eo ile ac ib rt poss condo può - Il giornale ca cominciamo. Com’è arriva ovunque; il se ntrollata e commen ne co -li , on tta le , ale sa rn te gio at il a, ne stesso Ogni notizia vie iaia di persone terr apo e Caracas nello igl C m l n de co à o itt C am a rli Pa tto ri. a il né cono- essere le tata dai nostri letto cato o condiviso, m o iti un cr ss e ne to ia ta cc fa en m in m dere omento, co ve viene ogni giorno senza ve sapessimo tutto m gliato e letto fin do se sfo e re m se co es è ò ed pu , à, no tit o rivono, prim scere la loro iden do ci leggono e ci sc an qu , no uito. ita ab e ov ato parecchie di loro. D formazioni distrib in ali qu i, nt o, può essere sfogli ale re ev ae pr un ni n io in co op to ro on-line, via lo In quali sono le stampato. Il giornale perfino le loro abio o at m st cia re os se on es C . po no mpo do gradiscono e quali ger e realizza nel te rare qualcu- ore nt og bl co l in de di to ta bi pi l’a ca a ci ss nto inoltre, indo idee di ogni tudini. Di tanto in ta abitudini, opinioni, persona importante a le un n è i co ar ità ag un m m ri, co tto a disputa no dei nostri le che, generalmente, mo che ci legge un ria ale ur op pl sc e ità ti un ta m en co es rina .U alla quale veniamo pr piacere di farlo, cont stra newslet- blog il r no pe la e” tto nd tu tte su “a a e e ch e si confront lle persone. nelle ore notturne za degli eventi e de tto. La qualcosa mi fa le en a sc re no da co an a di all a do im uta”, si en ter quotidiana pr giornale on-line “disp ra e al Giornale bu il , L’O og bl ale l rn de a gio nz al re o or conosciute. e il Ma a diffe ricordare il mio lav sulle notizie, appena ore piccole per aver ga le alo no di va e ce a fa nt si ro nf do co re che pardi Sicilia, quan eva l’odore inconed i bisogni del letto av a ti rt en ca im La nt . se pa i am se tast e ch giornale fresco di n cambia nulla, il risul no i, i titoloni neri ci An tin lta an vo am he ad alc no qu so e e anche quanche tecipa non fondibile del piombo la diversità arricchisc i emozionavamo an C o: i. on an bu m e lle pr su m o se storia è gn lasciavano il se onsenso alla nostra di un giornale è to bu ra di ttu o fa zz a pe all e un ar ip ae ec are do sottr allora perché part l’avventura di realizz e. ni qu gio un ra m te co , es pi qu m r te Pe . Atri i quotidiana. un’esperienza unica a che vedere con te en ni ha n no ne Il giornale on-li

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un quotidiano on-line è straordinaria, irripetibile. Ho scritto e lavorato per quotidiani, radio, televisione, cinema, editori di narrativa e di libri per la scuola, ma niente, proprio niente, ha a che vedere con il quotidiano on-line. Dovete sapere che chi si mette in testa di farne nascere uno – sempre che voglia fare sul serio (giornalisti professionisti, agenzie di stampa, redazione fisica, testate registrate e tutto il resto) – corre un rischio inevitabile, di diventare editore senza saperlo, come è capitato a me. Ho cominciato nello studio di casa mia insieme ad un web master geniale ma mezza testa ed ad una ragazzina alle prime armi, controllavo il numero dei lettori come fossero le candele votive dei simulacri nelle chiese. Sono stato giornate intere davanti al computer, quattordici, sedici ore al giorno. Una follia. Scrivendo di tutto, pubblicando, sostituendo, modificando. Il numero dei lettori aumentava di giorno in giorno e con il numero di lettori la voglia di fare di più e meglio. Un passaggio cruciale, perché a quel punto bisogna investire risorse e trasformarsi in editore, rimanendo giornalista in tutto e per tutto. Oggi mi sento, insieme ai giovani professionisti che lavorano con me , un pioniere. È avvenuto tutto così in fretta che mi viene di usare la metafora di quei film western che raccontano la corsa dei carri dei pionieri lanciati verso le immense praterie da conquistare per costruirci la casa, la fattoria e viverci per sempre. Impossibile se non si ha l’animo predisposto all’avventura, se non si è affascinati dal mistero che le tecnologie sprigionano. Ho capito, grazie all’esperienza fatta, che non è la conoscenza a sedurre, non solo quella, ma anche il mistero di ciò che permette alle cose che fai di arrivare ovunque in tempo reale. Quando registrai la prima testata – SiciliaInformazioni – diventata la più letta nell’Isola – volli aggiungere sotto una espressione in lingua inglese (non chiedetemene il motivo, non lo so),“looking deep, looking far”, guardare lontano, guardare in profondità. Il webmaster aggrottò la fronte, ed il suo silenzio fu eloquente. Era una cosa senza senso per un giornale on-line fatto in Sicilia. A distanza di due anni, la nascita del quotidiano in lingua inglese, NowItaly.com, ha dato un senso a questa idea. Per andare lontano e in profondità occorre usare la lingua degli altri, non solo la nostra. Ci sono milioni di italiani che vivono in ogni parte del mondo ma non parlano più la loro lingua. Sono cittadini del Paese in cui vivono ma non hanno perduto le radici. Perché non realizzare un “ponte” che permetta di dialogare con loro, informandoli su ciò che succede nei paesi e nelle comunità che i loro genitori, antenati, hanno lasciato? Ebbene, noi abbiamo cominciato a avvicinarli grazie a NowItaly.com e AhoraItalia.com, l’edizione spagnola delle nostre testate. Le istituzioni dovrebbero “appropriarsene” , usarli, per “parlare” agli italiani nel mondo. Spendono molti soldi per raccontare quel che succede in Italia ed in Sicilia a italiani e siciliani, dovrebbero investire qualcosa per fare sapere agli italiani che abitano altrove quel che

succede. E invece non lo fanno, almeno non lo fanno ancora. Il mondo dell’informazione on-line, infatti, è ancora quasi sconosciuto, nonostante il numero di coloro che usano la rete sia maggiore di quello che legge i giornali. Le nostre testate vengono lette da circa quarantamila persone al giorno, la nostra è una comunità folta, composta da uomini, donne e ragazzi curiosi e, generalmente, con un buon bagaglio di conoscenze. Sono l’avanguardia alfabetizzata, tecnologicamente, della società contemporanea. Ma c’è un’altra fetta della società che non si avvicina alla rete, non ha idea di ciò che essa rappresenti oggi per l’umanità, quante conoscenze e opportunità offre. Nel mondo del commercio e dell’impresa, la rete specie nel Sud ed in Sicilia, arriva tardi. Eppure è ormai impossibile sviluppare il commercio o l’impresa senza servirsi della rete. Se non si risponde ad una richiesta di informazione o ad un ordine di acquisto entro mezz’ora, dicono nel marketing, si è “fuori”, out. Fra pochi mesi, tuttavia, accanto alla lavatrice ed al televisore le famiglie avranno l’Adsl e il computer; lo pretenderanno i ragazzi, quelli che sono nati al tempo della “new tecnology”. Viviamo, senza rendercene conto, un tempo straordinario. Come giornalisti, editori, imprenditori. Il mondo delle “new tecnology” non è un mondo ostile, ma “friendly”. Aiuta a incontrarci e a migliorare il patrimonio delle nostre conoscenze. Sviluppa il dialogo, abbatte i pregiudizi, accresce le libertà, la convivenza civile, scavalca barriere inaccessibili. In Sicilia abbiamo compiuto il nostro piccolo miracolo. SiciliaInformazioni. com è il quotidiano on-line più letto, ItaliaInformazioni.com è l’unico giornale nazionale realizzato in Sicilia, NowItaly.com e AhoraItalia.com sono gli unici giornali in lingua straniera fatti in Italia, la nostra è l’unica redazione “professionalizzata” nativa d’Italia, Sicinform Srl è l’unico editore nativo con quattro testate quotidiane d’informazione. ItaliaInformazioni e SiciliaInformazioni hanno 26 rubriche di settore e alcune pagine speciali come “Libriamo”, “Cinema mon amour”, “Rotocalcio” e “In prima linea”. Ci si è assunti un compito importante, far sapere ciò che fanno le persone speciali che lavorano in ogni parte del mondo per aiutare la gente che ha bisogno. È un pò il nostro fiore all’occhiello. Sono molto orgoglioso di tutto questo. Lo sono ancora i giornalisti che lavorano con me. Orgogliosi perché sanno di possedere un know how straordinario e di avere, perciò, un grande futuro. Come le nostre testate. La nostra avventura è appena cominciata. Salvatore Parlagreco


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Istruzione didiPietro Salvatore Astone Parlagreco

il maestro invisibile I

mezzi di comunicazione di massa sono i nuovi maestri del nostro tempo: mae­stri che vedono senza vederci, ascoltano senza ascoltarci, organizzano il sapere senza averne. Essi si rivolgono a tutti nello stesso istante e con le stesse informazio­ni, adatte alla formazione delle nostre opinioni. Molte propugnano una democrazia del sapere (e del potere) realizzano una dispotica selezione delle conoscenze. Questi maestri hanno un volto, una ragione, bisogni e sentimenti diversi, ma in realtà hanno un solo volto, un solo sentimento. Quale? Farsi ascoltare e vedere più a lungo possibile; perciò hanno la necessità di stabilire un forte legame con coloro che li vedono e li ascoltano. Sanno che per soddisfare questa necessità devono rap­presentare i sentimenti, i bisogni, le idee di tutti. Una utopia, che diviene, come per miracolo una realtà. Come? Facendo in modo che essa sia conosciuta come tale da tutti. La realtà virtuale non è illusoria o vana, deve essere possibile, concreta. Il mae­stro invisibile riesce a realizzare una realtà virtuale che si può toccare con mano. I fruitori del suo sapere divengono così come sono raccontati, visti, ascoltati. II maestro invisibile non può servirsi di una verità che si basa sulla scienza, né è in grado di inviare messaggi complessi ed articolati o stabilire una rigorosa relazione fra dati, fatti, persone. Per queste ragioni fonda il suo castello della sapienza sulle opinioni mutevoli e sfuggenti, ma adatte a riflettere e rappresentare compiutamente il disordine del mondo. I mezzi tradizionali di educazione - la famiglia, la scuola - non propongono una realtà virtuale, ma la realtà quale è attraverso le scienze, l’arte, l’esperienza diretta. Non rispecchiano i bisogni degli «utenti», ma mirano a riordinare il loro sapere, ad esprimere idee su ciò che vedono, ascoltano o leggono. Il loro compito è di formare individui, non di rappresentare una realtà mediata, perciò inesistente, nella quale tutti possano riconoscersi. Le conseguenze sono molteplici. La vita, la morte, la violenza, l’amore - tutte le tragedie e le gioie dell’umanità -durano

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lo spazio di un racconto o un programma televisivo, non provocano alcun effetto e possono rappresentarsi tutte le volte che lo si desidera. Come ogni spettacolo. Nella vita un uomo muore, viene rimpianto, nella realtà virtuale egli muore senza morire perché rivedremo un’altra storia che lo avrà come protagonista. Gli attori dello spettacolo televisivo sono audaci al punto da rischiare la vita, sono protagoni­sti di storie importanti, hanno successo nel bene e nel male, sono eroi del loro tempo, calamitano l’attenzione qualunque cosa facciano. Giocano alla roulette russa, s’impiccano, ammazzano la gente senza ragione, hanno una grande causa da difendere. Non sono mai anonimi, né costretti a studiare, annoiarsi, assistere impotenti ai litigi familiari, star seduti sui banchi per ore. Scappano, si ribellano, fini­scono in prigione, si procurano quello che vogliono, ottengono comunque di esserci più degli altri, di avere più degli altri. Tutto è semplificato, tutto è possibile, tutto è giusto. Il mondospettacolo viene rap­presentato ad una platea eterogenea nella quale siedono in prima fila i bambini, i ragazzi e i giovani. Gli spettatori, qualunque sia la loro età, vivono in autentica simbiosi con quel mondo che non c’è, credono in esso più che ai genitori, alla scuola e alla scienza, e non sanno distinguere il vero dal falso, la realtà dalla finzione, il bene dal male. E scambiano, perciò, la vita con un telefilm: si uccidono o uccidono, manifestano violenza distruttiva, si ribellano con ferocia ad una realtà piatta, ingiusta, priva di stimo­li, colpevole della loro solitudine. Non accettano la vita che fanno, non si accorgono dell’amore di cui sono circondati, delle attenzioni che ricevono: tutto sembra poco, nulla. Niente ha valore, niente è paragonabile all’esistenza dei loro eroi virtuali. Le vittime di questa metamorfosi sono soprattutto i bambini, i ragazzi, i giovani. La cronaca offre testimonianze sconvolgenti: Imiatz, quattordici anni, vive a Londra. È un ragazzo sereno, sensibile, che ama i

cartoni animati. Soprattutto l’ulti­mo, // re leone, della Walt Disney, dove per la prima volta il Buono muore, davanti agli occhi del figlio e a causa del fratello cattivo. Imiatz non vuole sopravvivere alla fine del suo eroe buono e si uccide. «Voglio essere il re leone, ho intenzione di mori­re», scrive ai genitori. «Mamma e papà, per favore», raccomanda, «mettete la cas­setta del film nella mia tomba». Laura ha tredici anni, vive a Lumezzano, e non ha mai fatto disperare nessuno. È vivace, originale, assolutamente normale. Da qualche tempo nutre una passione, Brundon Lee, l’eroe di molti giovani che adorano il rock forte. Brundon Lee muore nella finzione filmica e nella realtà, perché la pistola preparata per la sparatoria finale sul set ha pallottole in canna vere. Un mistero inspiegabile. La disgrazia costringe il regista a modificare la storia. Risuscita con il computer il protagonista. La realtà vir­tuale fa parte della storia vera. Il protagonista del film vive dopo la morte, giusto il tempo necessario per vendicare la compagna trucidata nella notte di Halloween alla vigilia del matrimonio e ritrovare nell’aldilà la pace insieme alla sua donna. Prima di andarsene, dice ad una ragazzina: «Non può piovere per sempre». Laura ripete in un biglietto la stessa frase. Ed aggiunge: «Spero scopriate presto il suo significato». Prende uno straccio, lo taglia a strisce, lo usa come cappio da appendere alla maniglia della finestra e si impicca. Forse con il cuore contento, sicu­ra di potere risuscitare quando un giorno tornerà il sole. Finzione e realtà s’intersecano,si sovrappongono, abbattendo ogni confine, fino a stordire Laura. La terribile sequenza finale di un condannato a morte eseguita negli Stati Uniti viene proposta durante un programma televisivo per illustrarne la crudeltà. Un bam­bino di Noceto, dopo avere assistito alla trasmissione, se ne va in cantina e si impic­ca per provare il nodo scorsoio. Ha visto troppi cadaveri sanguinanti per preoccupar­si che finisca male. La televisione non fa morire nessuno sul serio. La realtà diventa finzione e questa realtà, in un ambiguo mortale gioco ad incastro. Varapodio è un paesino vicino a Reggio Calabria, nella piana di Gioia Tauro. Pochi ne conoscono l’esistenza, finché in aprile del 1996,

Paolo, quindici anni, un ragazzo promettente e ben saldo, decide di sfidare la morte alla roulette. Sceglie la pistola per farlo e concede all’arma una probabilità su sei. La sua è una sfida solita­ria. Fa entrare la morte nella sua stanza, determinato, sicuro di sé. La posta in gioco è la vita. Se vincerà la scommessa, sarà invulnerabile. Non avrà, infatti, più paura della morte. Gioca la partita secondo le regole. Non vuole barare. Come ogni giocatore rispettabile segnerà diligentemente i risultati di ogni mano giocata. «Un colpo ogni cinque minuti» scrive. «Se ci arrivo, il sesto non lo faccio e divento missiona­rio». Preme il grilletto. Il primo colpo, poi il secondo, il terzo. Alla quarta mano, la morte si prende l’intera posta. Non declina l’invito. Non avrebbe potuto. La morte è reale quanto la vita. Paolo lo sapeva, ma ha rischiato ugualmente. Come l’eroe del film // cacciatore che scommette ogni sera la sua vita alla roulette russa. Sergio, studente liceale di diciannove anni, si impicca ad un albero. Ama i giochi di ruolo. L’avvocato del padre è sicuro che il ragazzo si sia ucciso per rispettare la parte che le carte gli imponevano. Nei giochi di ruolo le carte assegnano ad ogni giocatore una parte, quella della vittima o dell’assassino, indifferentemente. Il giocatore dovrà affrontare i pericoli che la carta scelta gli impone, cercare di sopravvivere e di rag­giungere lo scopo. Sono assassinii e violenze simboliche, che appartengono allo spiri­to del gioco. Interpretare un personaggio non significa smarrire la propria identità. Ma la realtà s’incarica di smentire anche qui, ogni ragionevole sicurezza. Qualcuno, più fragile degli altri, s’immedesima nella parte, e perde il contatto con la realtà. Come Laura, Paolo, le altre vittime del grande gioco che è la realtà virtuale. A Madrid alcuni giovani decidono di affidare al computer, ad un video-game la loro serata violenta. Uccideranno coloro che il computer vorrà: una donna di colore o incinta, un vecchio barbone o un netturbino. Eseguono l’ordine, ammazzano tre per­sone e raccontano in un diario la loro allucinante storia. Due ragazzi, negli Stati Uniti, tentano di emulare le gesta dei protagonisti del film di Oliver Stone, Assassini nati, e uccidono una coppia di amici

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Istruzione di Pietro Astone

senza alcuna ragione, per il piacere di farlo. Ragazzi normali, come gli altri. Bisogna oscurare gli schermi televisivi? Censurare gli autori? Regolamentare la loro fantasia? Distruggere le macchine della comunicazione di massa? Da che parte sta il progresso? Che cosa è giusto e che cosa non lo è? È proprio tutta colpa del maestro invisibile? Un decennio addietro si addebitava ogni turpitudine alla società. I delitti più effe­rati avevano colpevoli «non colpevoli», perché il crimine era sempre e ovunque il frutto velenoso di una vita difficile, di un contesto familiare terribile, del quartiere ghetto, dell’emarginazione. Oggi, la causa di tutto è la comunicazione sbagliata, l’informazione drogata, la televisione violenta. I ragazzi violenti abitavano (ed abitano) quartieri ghetto, privi di tutto. La loro ribellione, talvolta feroce, è una reazione annunciata ad un contesto di esasperata violenza. Ma è un fatto che episodi violenti, ben raccontati dalle immagini televisive, stimolino comportamenti imitativi. Se i mezzi di comunicazione di massa sono capaci di condizionare i gusti, le mode e le scelte, perché non dovrebbero condizionare anche altri comportamenti? La violenza induce violenza: essa nasce e si sviluppa ovunque, a casa, a scuola, nella strada, nei rapporti con il gruppo. La televisione violenta induce violenza quan­to un genitore, un insegnante, un amico violento. L’aggressività insorge con virulenza quando è latente. Essa è favorita dalla solitu­dine, dalla latitanza delle famiglie, dall’indifferenza degli educatori. Quando il cinema e la televisione divengono i sostituti della famiglia, della scuola, degli amici, delle isti­tuzioni, la realtà virtuale annichilisce la realtà vera. E il maestro invisibile diviene l’u­nico maestro. Secondo dati raccolti da esperti, i bambini al nono anno di età hanno già visto morire in televisione quarantamila persone, ma non hanno mai assistito alla morte di un parente o una persona cara, né subito l’atroce sofferenza che essa porta con sé. La morte è uno spettacolo innocuo. La morte esistenziale per loro non esiste. Il compito dei maestri è allora quello di ristabilire i confini, di far sapere, di far indos­sare ai ragazzi un’armatura solida, capace di lasciare sulla soglia la violenza gratuita, la cinica ferocia. L’antidoto è il sapere, la consapevolezza, il senso critico. Non è possi­bile impedire la visione di importanti opere cinematografiche, come ad esempio // padrino, ma è possibile accompagnare (e precedere) la loro visione con alcune infor­ mazioni essenziali, che mettano in chiaro il piano della finzione

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e quello della realtà, in modo che si possa gustare il film e l’interpretazione di Marion Brando, senza innamo­rarsi del boss della mafia dispensatore di giustizia e della sua aureola d’eroe. Non solo la violenza, ma anche la stupidità, la banalità, l’insultante demenzialità hanno bisogno di antidoti. Quando ci si consegna, inermi, al mezzo televisivo, i gua­sti sono innumerevoli. Cambiano i gusti, le mode, i bisogni, i sentimenti, le idee, tutto, senza che se ne abbia coscienza. Anche gli eroi positivi provocano preoccupanti stili di vita. Il protagonismo è dive­nuto, ormai, parte del carattere di ragazzi ed adulti sprovvisti di misura, responsabilità e senso critico. Molti ragazzi e soprattutto ragazze, condizionati dal mito dell’immagi­ne, non accettano il loro corpo e lo sfidano pericolosamente; i loro eroi e le loro eroine hanno corpi statuari e visi bellissimi. Per diventare come loro, rinunciano a nutrirsi. La bruttezza costerna genitori e bambini quanto un handicap fisico. È come se il sapere avesse abdicato, rinunciato al potere, alla verità. Lascia la conoscenza del mondo a un mezzo debole ed inaffidabile, quale è la televisione. Debole perché incapace di trasmettere la verità, inaffidabile perché a differenza del sapere scientifico, produce opinioni e tende a cancellare la diversità. I bambini credono di essere degli adulti e gli adulti si comportano da bambini. II piccolo Russel, educato e gentile con gli ospiti, aiuta due sconosciuti che di notte penetrano a casa sua e stanno portando via il televisore ed i soldi. «Dobbiamo depositare in banca il denaro di papà», dicono gli ospiti. Russel assente e ringrazia. La sua gentilezza finisce sul Times di Londra, città in cui vive. La zia legge l’articolo e rassicura: Russel non sarà punito. Perché avrebbero dovuto punirlo, domanda il bambino. Ricevuta la risposta, Russel descrive il volto dei due uomini, consentendo alla polizia di arrestarli. Molti bambini, ed altri che non lo sono più, si comportano come Russel quando incontrano gli sconosciuti. Non sanno e non si curano di sape­ re. Così, aprono la porta a sconosciuti e li aiutano a rubare ogni cosa, la ragione, i desideri, perfino l’istinto di sopravvivenza. Davanti al televisore assomigliamo proprio a Russel: lo facciamo entrare a casa e ne facciamo l’ospite più affidabile e assiduo prima di sapere qualcosa sul suo conto. Non avendo una zia che ci avverte della sua vera natura, ci facciamo spogliare di tutto, i pensieri, i sentimenti, i bisogni. E ci chiediamo poi com’è potuto accadere.


55 Mercedes-Benz si aggiudica l‘AUTO BILD Design Award 2010

La nuova Mercedes-Benz SLS AMG è la vettura tedesca più affascinante

Stoccarda – 100.000 lettori della rivista automobilistica AUTO BILD hanno eletto Mercedes-Benz SLS AMG vettura tedesca più affascinante dell’anno. La nuova Mercedes-Benz Classe E Cabriolet si è aggiudicata il secondo posto. Mercedes-Benz F 800 Style è risultata vincitrice nella categoria “Studies & Concept Cars”. Per la quinta volta, la più importante rivista automobilistica tedesca, AUTO BILD, ha chiesto ai propri lettori di eleggere la vettura più affascinante dell’anno, scegliendo tra ben 103 nuovi modelli in cinque diverse categorie. La prima classificata assoluta in questo importante concorso automobilistico è Mercedes-Benz SLS AMG, mentre la nuova Classe E Cabriolet si è piazzata al secondo posto. I lettori di AUTO BILD hanno, inoltre, eletto Mercedes-Benz F 800 Style capolavoro visivo tra le concept car in concorso.

Il Professor Gorden Wagener, Responsabile del Design Mercedes-Benz, afferma: “I nostri modelli si confermano trend setter in termini di eleganza e sportività. SLS AMG, Classe E Cabriolet e F 800 Style rappresentano perfettamente l’attuale linguaggio di design Mercedes-Benz, stabilendo nuovi parametri di riferimento nei rispettivi segmenti”. Mercedes-Benz ha dominato anche la passata edizione del concorso: nell’AUTO BILD Design Award 2009, il primo posto era andato alla Classe E Berlina come vettura tedesca più affascinante, mentre Classe E Coupé si era aggiudicata la vittoria nella categoria. Ulteriori informazioni su Mercedes-Benz sono disponibili nei siti Internet: media.mercedes-benz.it e www.media.daimler.com

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Istruzione didiPietro Alessio Astone Ferlazzo

di Alessio Ferlazzo

al sud le peggiori performances Agli studenti meridionali la “palma” dei più somari. Ecco cosa incide nel loro rendimento Gli studenti del Sud sono più somari rispetto a quelli del nord. E’ questo quello che sostiene uno studio di Bankitalia che ha cercato di misurare il livello di competenza degli studenti nelle scuole superiori italiane. Il risultato non lascia quindi spazio a dubbi: nel Meridione dal punto di vista scolastico si progredisce di meno. Secondo la ricerca preparata da Piero Cipollone, Pasqualino Montanaro e Paolo Sestito la preparazione degli studenti risente di diversi fattori. Le scuole del sud mostrano un “divario ampio in tutte le materie” rispetto a quelle del nord, con picchi del 20 per cento di preparazione in meno. E nel passaggio dalla prima alla terza classe le scuole superiori del meridione perdono ulteriormente posizioni soprattutto in matematica e scienze. Al nord invece è proprio nelle materie scientifiche che si registrano i progressi maggiori nei primi tre anni di scuola. Nei licei gli studenti “presentano in media un livello più elevato di competenze - si legge nella ricerca di Bankitalia - questo negli anni successivi resta vero soltanto per quanto riguarda le loro

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Istruzione

performance in italiano mentre nelle altre materie perdono il vantaggio rispetto agli istituti tecnici e professionali. Questo in sostanza rivela che le discrete prestazioni degli studenti dei licei dipendono più dal fatto che a queste scuole si iscrivono studenti provenienti da famiglie con livelli di istruzione già alti in partenza che non dall’effetto positivo degli insegnamenti o dei corsi di studio”. Un altro fattore determinate per i risultati scolastici degli studenti italiani è il cosiddetto “turnover” degli insegnanti che influenza soprattutto il rendimento in matematica. Il continuo viavai dei docenti “è indice tanto di discontinuità nell’attività didattica quanto di scarsa motivazione all’insegnamento nella singola scuola, impatta negativamente sulla progressione degli apprendimenti”, sottolineano i ricercatori di Bankitalia. La ricerca dà quindi ragione al Ministro dell’Istruzione , Maria Stella Gelmini che nel suo progetto di riforma complessivo dello stato giuridico dei docenti punta a legare i professori all’incarico per almeno tre anni.

Piccoli geni incompresi

Quando la società non aiuta i super intelligenti In Inghilterra li chiamano “gifted”, ovvero coloro che hanno un dono e molto spesso non sanno come usarlo, soprattutto nel nostro Paese. Il sistema scolastico italiano, infatti, è privo di metodi che permettano agli alunni con grandi potenzialità di emergere. I bambini che superano la soglia minima per essere definiti enfant prodige (QI di 130 per la scala Wisc) sono appena il 3% e per il consiglio d’Europa dovrebbero essere valorizzati godendo di condizioni di insegnamento appropriate. Tutto ciò però continua a essere ignorato dal sistema scolastico del nostro Paese. “In Italia non esiste nessuna struttura per i bambini superdotati – sottolinea Federica Mormando, psichiatra, psicoterapeuta e presidente in Italia di Eurotalent, un’associazione dedicata al riconoscimento e all’aiuto delle persone particolarmente dotate intellettualmente - In Sicilia ha operato fino al 1975 il “Villaggio del Superdotato”, fondato da un sacerdote, don Calogero La Placa, nei pressi di Palermo. Poi per 10 anni sono stata direttrice di una scuola italiana per bambini particolarmente dotati. Dal 1994 non esistono strutture di alcune genere”. In molti paesi europei sono stati organizzati dei veri e propri programmi speciali, in cui i bambini precoci sono inseriti insieme e immersi per alcune ore al giorno in un contesto stimolante e creativo, che soddisfa il loro bisogno di apprendere e sviluppare competenze. “In Italia invece l’assenza di preparazione da parte degli insegnanti è il primo problema - continua la Mormando – questo settore è stato dimenticato e lo Stato dovrebbe intervenire formando i maestri. Essere degli enfant prodige non è una malattia e non servono psichiatri ma docenti preparati ad ascoltare e a rispondere ai bambini iperdotati”. L’aiuto fondamentale deve arrivare anche dai genitori che devono sostenere i propri figli incentivando la loro curiosità e le loro capacità. In sintesi bisogna ascoltarne le esigenze, non spegnere la loro curiosità nei confronti del mondo e aiutarli a scoprire e riflettere sulle cose.

In Italia essere troppo intelligenti può creare molte difficoltà. Il quoziente d’intelligenza (QI) elevato può diventare un boomerang per i piccoli Einstein ed il loro talento rischia di rimanere inespresso.


Istruzione di Pietro Astone

Nuovi sguardi urbani:

la Sicilia gira la Germania P

alermo e Amburgo, due città portuali geograficamente agli antipodi eppure con molte affinità. Il concorso Nuovi sguardi urbani era rivolto a giovani registi siciliani che volessero raccontare Amburgo in maniera originale, con uno sguardo da “stranieri”. Il premio consiste in tre settimane di soggiorno (dal 23 agosto al 13 settembre 2010) ad Amburgo per realizzare le riprese e nella produzione del video. Il vincitore del concorso è Luca Lucchesi. Nato a Palermo il 14/11/1983, Luca Lucchesi ha al suo attivo cortometraggi,

Giuria: Maria Andaloro editore rivista MAG Karl Hoffmann giornalista, corrispondente ARD Paola Nicita giornalista La Repubblica Palermo e critico di arti visive Alessandro Rais, storico del cinema Mario Rubino, germanista, s crittore e saggista cinematografico Heidi Sciacchitano, direttore Goethe-Institut Palermo

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documentari e collaborazioni importanti. Vive tra Palermo e Berlino. Titolo provvisorio del lavoro: Ohne Sonne, Amburgo. Il video sarà presentato nel 2011 a Palermo e in seguito ad Amburgo. La giuria, riunitasi a Palermo il 6 luglio 2010, ha premiato il vincitore con la seguente motivazione: la presentazione del progetto, attento ai dettagli e connotato da una raffinata qualità di scrittura, lascia presagire un approccio non banale e fecondamente problematico alla città di Amburgo. Lucchesi non perde mai di vista le radici “geografiche” del suo sguardo registico,

forgiato dalla particolare temperatura della luce siciliana, e si confronta con la diversa “solarità” della metropoli tedesca. Giocato sul filo conduttore dello “sguardo dell’altro”, il progetto si affida a varie tipologie di personaggi che appartengono a generazioni ed esperienze diverse per formulare nuove ipotesi sul senso della città. Un’iniziativa del Goethe-Institut di Palermo in collaborazione con numerosi partner, tra cui l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, la Bundeszentrale für Politische Bildung (Bonn) e il Cinefest di Amburgo.


Istruzione di Silvia Andretti

Scacco

all’università

I

l ragionamento alla base della riforma universitaria del 1999, che con il decreto ministeriale 509 ha introdotto il famigerato sistema 3+2, non faceva una piega. Le famiglie dei giovani disoccupati italiani, alla ricerca di un sempre più improbabile posto di lavoro, si sono sempre contentate di assicurare ai figli almeno un dignitoso ‘pezzo di carta’. Invece di attendere 5 lunghi anni per potere esporre in salotto la pergamena che conferisce il titolo di dottore al proprio rampollo, sembrava in effetti ragionevole - e molto più economico - poter raggiungere l’ambìto risultato in 3 anni soltanto.

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Come farla a pezzi in poche semplici mosse Il ddl Gelmini, difeso dal ministro dell’Università che parla di meritocrazia, ridimensionamento degli sprechi e lotta ai baronati, in sostanza scardina ora il modello che ha sempre garantito ‘il diritto allo studio’, cioè il diritto assicurato a chiunque di potere ottenere il proprio pezzo di carta frequentando gli atenei pubblici. Dopo un rapido bilancio degli ultimi 10 anni di disastroso rimaneggiamento del sistema universitario, docenti, ricercatori e studenti mobilitati da Milano a Palermo, mettono in atto bellicose e creative forme di protesta promettendo un incandescente inizio d’autunno. Facciamo un passo indietro. Corre l’anno 1999 quando entra in vigore la riforma passata alla storia con la denominazione ‘3+2’. L’intento dichiarato è quello di adeguare i nostri monolitici corsi di laurea a quelli, più flessibili, della maggior parte dei paesi europei e allo stesso tempo contenere il diffuso fenomeno dell’abbandono degli studi. Si introducono così diversi livelli di formazione universitaria: oltre alla laurea a ciclo unico (quadriennale o quinquennale) viene istituita la laurea triennale e la successiva laurea specialistica o magistrale, che prevede appunto due anni di specializzazione supplementare. Si assiste anche ad un aumento esponenziale di corsi di studio dislocati sul territorio attraverso la creazione di poli didattici decentrati. Idea che, sempre secondo le intenzioni, avrebbe

dovuto evitare concentrazioni di studenti ‘fuorisede’ nelle aree metropolitane e allo stesso tempo avrebbe potuto riqualificare, attraverso la presenza dei giovani e della ‘azienda’ universitaria, le zone economicamente depresse. Sfortunatamente, il fallimento della riforma 3+2 è oggi sotto gli occhi di tutti: il doppio ciclo triennale-specialistica non ha prodotto alcun aumento di laureati e, in alcuni casi, ne ha addirittura allungato a dismisura l’iter formativo. La riforma si basava sul presupposto che il mondo del lavoro potesse assorbire il gran numero di titolari delle nuove lauree brevi. Da un lato però, non sono stati considerati i vincoli imposti dagli ordini professionali, che continuano a vedere la preparazione fornita dalle lauree triennali semplicemente insufficiente; dall’altro, non si è tenuto conto, nel seguire un modello d’istruzione secondaria d’ispirazione nordeuropeo, di un tessuto sociale e lavorativo assolutamente anomalo e difforme rispetto ad altri paesi dell’Unione. Per quel che concerne la moltiplicazione dei corsi di studio (alcuni dei quali seguiti da non più di dieci studenti l’anno o addirittura mai avviati per mancanza di richieste), nei corridoi degli atenei s’insinua che qualcuna delle sedi decentrate sia stata creata ad hoc in risposta all’esubero di personale docente e non certo nell’interesse degli studenti che frequentano i poli, che lamentano spesso l’assenza dei servizi assicurati invece ai colleghi iscritti nelle grandi città.


Comunicazione

Istruzione

didiPietro Alessio Astone Ferlazzo

Torniamo al presente. Nelle intenzioni del ministro Gelmini, si vuole porre rimedio a tale disastrosa situazione con una cura che potrebbe rivelarsi più pericolosa della malattia stessa. La nuova riforma lascia sostanzialmente invariati i due cicli formativi: laurea di primo livello più laurea magistrale (ovvero 3+2), oltre al rilancio dei master di primo e secondo livello già ampiamente sperimentati nel corso degli ultimi anni. I punti più discussi del ddl riguardano non tanto l’assetto dei corsi quanto il riordino del sistema di accesso ai concorsi nazionali abilitanti, la possibilità di fondere gli atenei minori e meno competitivi o addirittura di cancellarli, la possibilità di erogare maggiori finanziamenti a quelle università che saranno definite ‘virtuose’. Quest’ultimo provvedimento in particolare renderà la vita di molte università parecchio difficile. Gli atenei che continueranno a far confluire oltre il 90% dei finanziamenti statali (fondo di finanziamento ordinario) negli stipendi del personale non potranno più bandire concorsi. Inoltre, parte dei fondi che annualmente lo stato trasferisce alle università sarà stanziato solo se darà l’assenso l’Anvur, la nuova Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, istituita dal governo proprio allo scopo di classificare le università in base al merito. A questo proposito va ricordato che gli atenei siciliani non si sono mai trovati in cima a quelle classifiche di virtuosità calcolate in passato dal Censis in base a indicatori come i servizi, le strutture, la capacità di internazionalizzazione. Secondo i dati Censis, nell’anno accademico 2009/2010, fra le ‘mega università’ (quelle cioè con un numero superiore ai 40 mila iscritti), Catania e Palermo si attestano, rispettivamente, al settimo e ottavo posto della classifica nazionale, seguite solo da Bari, La Sapienza di Roma e Napoli. L’università di Messina rappresenta invece il fanalino di coda nella categoria relativa ai ‘grandi atenei’ (più di 20 mila iscritti). Le proiezioni dell’Anvur sono anche peggiori: nessuno fra gli atenei siciliani raggiungerebbe il criterio qualitativo minimo per accedere alla distribuzione dei finanziamenti. L’effetto immediato dei drastici tagli al budget è l’innalzamento delle tasse universitarie che gli studenti definiscono ‘fuori controllo’. A partire dal prossimo anno accademico infatti, ci saranno aumenti sostanziali, fra il 15 e il 40% in più per tutte le fasce di reddito. Coerentemente con il disperato tentativo di dimostrare che questo governo non vuole mettere le mani nelle tasche dei cittadini, interviene il ministero dell’Economia con la proposta di un fondo per il merito degli universitari che eroghi borse di studio, buoni e prestiti d’onore per gli studenti più capaci.

Probabilmente non serviranno altri 10 anni per fare un bilancio della nuova riforma universitaria. Abbandonata la disastrosa applicazione tutta italiana del modello accademico europeo, nelle migliori intenzioni del ministro Gelmini ci si avvia verso un sistema di stampo statunitense, in cui a sopravvivere saranno solo le migliori università e i migliori studenti (oppure quelli più ricchi). Ma di buone intenzioni, com’è noto, è lastricata la strada per l’inferno.

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Il premio Pulitzer ad un giornale on-line Il mondo dell’informazione sta cambiando

L

a nuova editoria sta soppiantando quella vecchia. Ormai è un dato di fatto, il giornalismo sta cambiando e le testate per sopravvivere devono adeguarsi alle nuove tecnologie. Molti considerano questo cambiamento ancora troppo lontano per giustificare uno sforzo a questo rinnovamento. Per gli scettici è arrivata, però, una notizia che potrebbe definirsi un fulmine a ciel sereno. Per la prima volta, infatti, il prestigioso premio Pulitzer è stato assegnato ad un sito web sull’informazione indipendente nato e cresciuto sull’on-line. La redazione di Pro Publica è composta da 32 giornalisti ed inviati ed è riuscita a vincere l’ambito premio grazie ad una mega inchiesta sulle morti sospette all’ospedale di New Orleans dopo l’uragano Katrina. Alla fine è stato scoperto che, in diversi casi, i medici incapaci di curare i feriti causati dall’uragano effettuavano l’eutanasia.

Il premio Pulitzer a Pro Publica è stato solo l’ultimo segnale di un mondo che sta cambiando. I media digitali hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione ed è stato molto forte il loro impatto sia sulla diffusione e sia sulla pubblicità dei giornali”. Pro Publica si autofinanzia grazie ai contributi annuali di due magnati e ai lettori non costa assolutamente nulla. Non è la prima volta che un Premio Pulitzer va al giornalismo online, ma è la prima volta che una testata esplicitamente ‘non-profit’ sale ai vertici del giornalismo mondiale. I premi Pulitzer di quest’anno, tuttavia, sono un chiaro messaggio di innovazione. Tra i vincitori ci sono anche Mark Fiore, vignettista che pubblica esclusivamente on-line, e il Seattle Times, giornale locale premiato per il suo utilizzo di Twitter, che usa per ottenere segnalazioni dai lettori.


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Comunicazione

didiPietro GiulioAstone Giallombardo

fulvio abbate Teledurruti È un contenitore d’ironici “non-sense”, libere riflessioni politiche e vivaci chiacchierate in strada con personaggi della cultura, politici o giornalisti. Gli studi televisivi sono del tutto “domestici”, ovvero le stanze di un appartamento, e per le riprese basta una banalissima webcam o una comune videocamera. I contenuti del palinsesto? Tutto ciò che passa per la mente al “direttore artistico”: Fulvio Abbate. Dall’estro dello scrittore palermitano nasce “Teledurruti” (www.teledurrutti), un anticanale televisivo che va in onda su internet, ispirato alla memoria di Buenaventura Durruti, il sindacalista anarchico, protagonista della guerra civile spagnola. L’atipico canale, a dire il vero, esiste dall’ottobre del 1998. Fino alla primavera del 2003 è andato in onda sulle emittenti romane Teleambiente e Teledonna. Ma all’origine di tutto c’è un libro, Teledurruti appunto, in cui Abbate ha descritto le linee guida di ciò che sarebbe diventata la sua televisione. Adesso, lo scrittore siciliano, “cacciato” prima dall’Unità, poi dal Foglio e dal Riformista e adesso approdato alle pagine del Fatto quotidiano, ha raccontato in un nuovo libro, edito da Cooper, come si fa a mettere in piedi una televisione faida-te, una riposta semiseria al vuoto di contenuti delle emittenti generaliste. Si tratta del Manuale italiano di sopravvivenza, ovvero “Come fare una televisione monolocale e vivere felici in un paese perduto”.

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Navigando nei meandri del web ci si può imbattere in una bizzarra “televisione monolocale” dal respiro autarchico e a budget zero.

Citando il titolo del suo libro, come si fa a “vivere felici in un paese perduto”? “Si cerca di limitare il danno. Creando una televisione dentro la rete sono riuscito a resistere ai torti che ho subito personalmente. Sono stato cacciato via da tre quotidiani. L’intento era quello di farmi tacere e grazie alla televisione monolocale non ci sono riusciti”. Un atto di resistenza, quindi. “Si, assolutamente.Ad esempio, quando Berlusconi ha mandato via Enrico Mentana da Matrix, io senza alcuna ironia ho detto che lo avrei ospitato a Teledurruti. Non ho ricevuto nessuna risposta. Però poi i tempi mi hanno dato ragione, perché in queste settimane Mentana, è in rete che fa una trasmissione, per arginare le ultime norme assurde sulla par condicio”. Che consigli darebbe a chi vuole crearsi una televisione “monolocale”? “Semplice: andare su Youtube, aprirsi un account e imparare a fare filmati attraverso la webcam. Tutti noi possiamo diventare come Berlusconi, forse meno ricchi, però direttori artistici della nostra esistenza”. Internet è attualmente il luogo deputato di Teledurruti, ma come vedrebbe un ritorno in televisione? “La forza della televisione monolocale sta nel fatto che comincia e finisce con te. Nessuno può dire quello che devi fare. In televisione non avrei la stessa libertà, anche se sono convinto che, in uno spazio di quel tipo, Teledurruti potrebbe avere risvolti notevoli. Però, avendone sempre il controllo in prima persona. Mi viene in mente un fatto. Uno scrittore, di cui non voglio fare il nome, nello stesso periodo in cui io creavo Teledurruti, otteneva, per ragioni clientelari, una spazio in televisione, in Rai. La cosa meravigliosa che Teledurruti si è conquistata un capitolo in un libro sulla storia della televisione locale in Italia, “Il mucchio selvaggio”, scritto da Giancarlo Dotto e Sandro Piccinini, mentre, di quello scrittore, si ricorderà che è stato piazzato lì dal suo referente politico”. Lei vive a Roma da quasi trent’anni, perché è andato via da Palermo?

“Sono andato via nel 1983, nel momento peggiore della storia cittadina, in piena guerra di mafia. La città era invivibile ed io ho pensato che, per la mia crescita personale, dovessi andarmene. Di questo sono contento, perché andando via, sono cresciuto. Ho visto qualcosa che, se fossi rimasto lì, non avrei mai scoperto. È abbastanza paradossale pensare, come accade a tanti palermitani, che Palermo sia l’ombelico del mondo. Ogni tanto torno in città, ma mi sento un estraneo”. Cosa pensa, da siciliano, dell’attuale situazione politica nell’Isola. “Non ne so nulla, non seguo la politica siciliana. Non so chi sia Lombardo. Quando sono andato via c’erano ancora Lima e Ciancimino. Ho un ricordo di Gianfranco Miccichè solo come giovane rampollo di buona famiglia”. Riguardo, invece, al “caso” Unità, cosa direbbe oggi al direttore del quotidiano, Concita De Gregorio? “Veramente lei dovrebbe dire a me per quale motivo mi ha cacciato. Dovrebbe dire la verità, ovvero che ha ricevuto da Walter Veltroni, l’input di cancellare la mia presenza sulle pagine di quel giornale. Lei è stata ospite di Zoro, (il web talkshow di Diego Bianchi, NdR) le prime domande che le sono state fatte hanno riguardato il mio caso. Le sue risposte sono inesistenti: ha detto che io volevo un contratto. Intanto, se così fosse, mi sembra il minimo. Ma la ragione non è questa. Lei, arrivando all’Unità, ha deciso di cacciarmi e il mandante della mia cacciata è Walter Veltroni, il suo sponsor politico, quello che l’ha piazzata lì, ed è meraviglioso che Veltroni sia adesso un cadavere politico e la signora De Gregorio stia lì alla ricerca di nuovi sponsor per poter sopravvivere, e probabilmente li troverà. Questo è il segno della miseria e della mancanza di fantasia della sinistra italiana”. Lei va a votare? “No, io non voto più, mi voglio amare, insomma. Ho militato nel Partito Comunista Italiano, ho 53 anni. Adesso chiedano il voto ai loro amici, non a me. Ormai, il mio vero mondo è Teledurruti”.


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Bagaglio a mano a cura di LO.LA. Architetti

Mario Loteta

Giovanni La Fauci

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Il viaggio come avventura

2. Trasportati dai Balloons 3. Gonzaga Guggenheim 4. Pilone vegetale

della mente

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icognizione. In queste pagine ripercorriamo brevemente le fasi salienti di un itinerario durato un anno e che ha attraversato tutta la città di Messina, da Nord a Sud. Torniamo sulle tracce del gioco immaginario, reso possibile da tutti gli autori che hanno contribuito a quest’avventura, e sicuri di averne tralasciata qualcuna per ragioni di spazio, riproponiamo le “visioni” che hanno stimolato maggiormente i sorrisi, le discussioni, la fantasia, le idee ardite e le controversie che nutrono l’utopia civica. Quella che, purtroppo spesso, viene a mancare ancor prima di diventare politica, storia o economia.

1. Masterplan

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Un’opera d’arte è soprattutto un’avventura della mente (Eugène Ionesco)


Bagaglio a mano

Il viaggio come avventura

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della mente

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11. La spina nel fianco 12. Utopia

13. Santa madre degli sconti

14. Santa ecclesia euri

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L

’utopia che si interroga sul perché di uno spazio urbano, su chi lo costruisce e con quali criteri. Ma soprattutto, su chi ne fa le spese, belle o brutte. Le immagini sono, allora, dei doni preziosi e servono a riempire quel bagaglio a mano che speriamo ogni cittadino porti con sé, ogni volta che vive la propria città, ogni volta che è in grado di viaggiare con la propria fantasia. lola.architetti@gmail.com

5. Feluca sul lago 6. Vox populi 7. Cube colors 8. Cittadella della Cultura 9. Diritto di superficie 10. Circo di turno

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16. Parco ciclistico Vincenzo Nibali

15. Città futura


Arte estate di Pasquale Fameli

71 Scultura - Boy with frof - Charles Ray

: N A M U H OST POST-HUMAN: P indagine sul corpo confezionato

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egli ultimi venticinque anni la tecnocrazia, le logiche massmediali, le rivoluzioni informatiche, la genetica avanzata e la biotecnologia hanno modificato profondamente la nostra vita quotidiana e l’interpretazione di molti aspetti dell’essere biologico, dalla nascita alla morte, e tutto ciò che riguarda la salute e il modo di vivere e percepire il corpo e le relazioni fisiche, sia interne che esterne. Ci troviamo così a convivere con stereotipi ormai sedimentati di “uomo” e di “donna” che non ci corrispondono, ma in cui molti cercano di identificarsi, costruendo un’immagine di sé fittizia ed illusoria, che rappresenta una vera e propria storpiatura della concezione di essere umano. Come sostiene infatti il filosofo Umberto Galimberti: “Oggi il corpo è diventato semplicemente un manichino, qualcosa di completamente separato da noi. La gente lo tratta come se fosse un oggetto che si allestisce, che si costruisce, esattamente come se fosse una vetrina. È quindi diventato il luogo della nostra falsificazione. […] Un corpo confezionato che non coincide più con noi. […] La cultura dell’anima è venuta definitivamente meno.” Il corpo passa così da simulacro dell’anima, scrigno dell’identità e della memoria

a mero feticcio, corpo-oggetto, sottoposto ad artifici e alterazioni. Questo processo mercificatorio del corpo umano ha dunque lasciato il posto a nuovi modi di intendere la persona, in forme ibridate, decostruite, contaminate, deformate. Il senso pieno di queste trasformazioni sono state colte e trasfigurate nelle più disparate forme espressive da molti artisti di varia provenienza confluiti nella famosa mostra Post-human, ideata da Jeffrey Deitch e tenutasi per la prima volta al FAE Musée d’Art Contemporain di Pully-Losanna nel 1992, per diventare successivamente una mostra itinerante di successo mondiale che ha toccato tappe importanti quali il Castello di  Rivoli (TO), la Deste  Foundation for Contemporary Art di Atene e il Deichtorhallen di Amburgo. L’etichetta post-human definisce proprio la crisi dell’individuo, in particolare nella sua accezione fisica, e dei valori ad esso correlati. Tra i grandi nomi spiccano quello di Matthew Barney, noto per il ciclo di cinque film dal titolo Cremaster, che fonde mitologia, sessualità e chirurgia plastica attraverso una complessa stratificazione simbolica e retorica, e quello di Paul McCarthy che, mescolando linguaggi artistici differenti, sintetizza con ironia provocatoria, fatti di

Frame da Cremaster - di Matthew Barney Frame da Cremaster - di Matthew Barney

cronaca e politica con la pornografia e lo splatter. Corpi fanciulleschi ermafroditi fusi tra loro caratterizzano invece le opere dei fratelli Jake & Dinos Chapman; queste sculture sono costituite da esseri senza anima e dalle moltiplicate identità sessuali, che richiamano tematiche morali e religiose in una sorta di parodico trans-gendering di massa. Il lavoro di Charles Ray è incentrato invece sulla spersonalizzazione e la clonazione dell’uomo: egli riproduce centinaia di manichini, dai lineamenti impersonali ed inespressivi, che rendono in maniera essenziale lo svuotamento della personalità individuale. Le plastiche sono ovviamente i materiali più utilizzati da questi artisti, proprio per le loro intrinseche caratteristiche di malleabilità e sinteticità. Un caso a parte è quello dell’artista Marc Quinn, che utilizza anche sangue, ghiaccio, feci e tecniche scientifiche per la conservazione e la criogenesi; particolarmente interessanti anche le sue sculture deformi o mutile che fanno il verso alle statue della Grecia classica, quasi a voler indicare la deformità fisica quale nuovo paradigma del bello. Tuttavia ci sono artisti che lavorano anche con mezzi più tradizionali, ad esempio la fotografia, mezzo tecnologico che più di tutti, per diffusione dell’uso comune, è legato all’identità e alla memoria personale. È questo il caso di Thomas Ruff, allievo dei coniugi Bernd & Hilla Becher, maestri della fotografia concettuale degli anni ’70, che realizza ritratti freddi e impersonali, esageratamente stereotipati, annullando l’emotività dei volti. Egli ha inoltre realizzato importanti serie fotografiche ingrandendo a dismisura frames a bassa risoluzione tratti da film pornografici, indagando il rapporto tra sessualità

“Oggi il corpo è diventato semplicemente un manichino, qualcosa di completamente separato da noi...”’

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pasqualefameli@hotmail.it Scultura di Marc Quinn

Untitled - Foto di Cindy Sherman

e virtualità. Le grandi fotografie di Cindy Sherman, quasi tutte autoritratti e tutte incentrate sul rapporto tra corpo e identità, ci invitano poi a riflettere sugli stereotipi femminili costruiti dai media nel corso degli ultimi decenni. L’artista ricostruisce sequenze narrative cinematografiche che sintetizzano la condizione e lo stato d’animo delle donne ritratte. Con la sua estetica viscerale, il post-human affonda nei problemi dell’individuo per prendere coscienza di una diversa condizione esistenziale. Particolare della scultura intitolata Siren 2008 - Marc Quinn


Spettacolo difonte: Pietroansa Astone foto di Gabriele Maricchiolo

Nastri d’oro a Taormina

un’edizione all’insegna del Fair Play Italiani compatti contro la crisi

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arà ricordata come un’ edizione all’insegna del fair play, oltre che degli ex aequo, quella dei Nastri d’argento 2010, i premi del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani che vengono consegnati questa sera al teatro antico di Taormina. E’ stato come se il cinema italiano, afflitto da mille difficoltà economiche e produttive ma non creative, avesse fatto quadrato per difendersi, unito, dalle avversità. “Non riesco a sentire la competizione”, ha detto Ferzan Ozpetek, il cui Mine Vaganti è stato premiato come miglior commedia, durante la conferenza stampa di annuncio dei premi. “Fosse stato per me avrei premiato tutti i candidati di tutte le categorie” ha aggiunto ricordando che quando aveva 20 anni chiese a Carlo Verdone di prenderlo come assistente. E il maestro Ennio Morricone, che stasera salirà sul palco in rappresentanza del film di Giuseppe Tornatore Baaria insieme agli attori Margareth Madé e Francesco Scianna, allo scenografo Maurizio Sabatini e al direttore della fotografia Enrico Lucidi, ha detto di avvertire che “la scelta dei giornalisti cinematografici, con così tanti ex aequo, è stata corale, una scelta di enorme considerazione per tutto il cinema italiano, tormentato, oppresso, ma sempre creativo”. Grande fair play anche da parte di Christian De Sica, premiato come migliore attore per Il

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figlio più piccolo di Pupi Avati ex aequo con Elio Germano, protagonista di La nostra vita di Daniele Luchetti: “Per me è una doppia festa - ha detto De Sica io che ho 59 anni e sono sempre stato nazional-popolare, divido un premio con un ragazzo giovane e sono molto contento. Il pubblico non vedrà premiare solo un buzzicone come me che fa i cinepanettoni, ma anche un giovane che fa il mestiere dell’attore”. Autoironico rispetto alle sue dichiarazioni anti-berlusconiane del festival di Cannes è stato Elio Germano: “non dico più niente: viva l’amore, siamo il partito dell’amore...l’odio è una brutta cosa”. Stefania Sandrelli, premiata come miglior attrice insieme a Micaela Ramazzotti che interpreta il suo stesso personaggio da giovane nel film di Paolo Virzì La prima cosa bella, è stata particolarmente affettuosa: “io e Micaela siamo una sola donna, condividere il ruolo con lei è stato fantastico. Micaela è una bella persona e sarà sempre di più una grande attrice, mi fa piacere passarle lo scettro”. E’ stato infine molto critico nei confronti della politica, ma anche molto applaudito, l’intervento del presidente dell’ Anica Paolo Ferrari, assai orgoglioso per “l’annata eccezionale del cinema italiano” cui ha però augurato di riuscire finalmente a reggersi sulle proprie gambe in modo da “affrancarsi da tutti gli interventi governativi”.

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Spettacolo didiPietro Antonella Astone La Rosa foto di Dominik Diliberto

Un boss d’eccezione

Al Taormina Film Festival ospite d’onore Robert De Niro, che a 35 anni di distanza dalle riprese de “Il Padrino” torna in Sicilia con la moglie

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attore ospite d’onore della 56° edizione del Taormina Film Festival, è stato premiato con il Taormina Art Award, dopo la proiezione di The Good Shepherd – l’ombra del potere, sua seconda regia.    De Niro dopo 35 anni torna sull’isola con la moglie, e durante la master class tra le novità anche un fuori programma: un giovane studente siciliano prende il microfono e affronta l’argomento “mafia”. Avvicinatosi all’attore gli porge delle foto in bianco e nero di persone ormai scomparse, proponendogli i suoi racconti assemblati su fatti mafiosi della sua terra. Ironia della sorte, proprio De Niro, mito del grande schermo che ha rivestito più volte il ruolo di gangster, accoglie la proposta del giovane con solidarietà, tutto fila per il verso giusto, e ancora una volta il divo si guadagna la stima del pubblico.  Parliamo di The Good Shepherd..  “Il film narra della Cia e racconta 25 anni di storia, dalle origini della Seconda Guerra Mondiale fino al fallito sbarco di esuli anticastristi alla Baia dei Porci. Ho sempre trovato le storie sull’Intelligence inglese, israeliana e americana, non solo importanti, ma pure affascinanti. Certo, non nascondo che mi piacerebbe realizzare altri due film: un sequel che completi la trilogia, per mettere in luce il periodo storico dal’61 alla caduta del Muro di Berlino, e dal Muro dell’89 fino ai nostri giorni”.   Secondo quale criterio sceglie i film che produce?  “I film che produco in realtà sono molto diversi dal genere in cui mi cimento da attore. Ci sono tante cose che mi spingono a scegliere un argomento piuttosto che un altro, di solito prediligo le storie vere. Tornerò alla regia per il terzo e ultimo

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film della trilogia “Ti presento i miei” e forse poi ancora per altri due film, dopo di che vorrei fermarmi”. Ma cosa predilige fare: l’attore o il regista?   “Non ci sono dubbi: meglio fare l’attore! Il regista fa più sacrifici perché ha tutta la responsabilità sulle spalle, deve sapersi rapportare con la produzione, con lo staff e rendere conto di determinate scelte piuttosto che altre, e dulcis in fundo: non ha mai tempo libero. Per produrre un film ci vogliono almeno un paio di anni di preparazione, realizzare “The Good Shepherd” è stato difficile”. Cosa pensa del cinema americano?  “Non credo sia più quello di una volta, ho la sensazione che sia in declino. Oggi ci sono più film indipendenti e cresce l’attenzione verso i cartoni animati. Io non penso assolutamente di essere tagliato per questo genere”.   Tra gli attori e i registi italiani, c’è qualcuno che preferisce?   “Non sono molto informato sul cinema italiano, però mi piacciono molto Fellini,Tornatore,Veronesi, per esempio, di cui ho visto “Manuale d’amore”, e l’ho trovato molto divertente”.   Dei giovani attori a chi darebbe consigli?  “Se qualcuno viene a chiedermi consigli glieli do di cuore! è già capitato, ma li ho anche ricevuti per esempio da Marlon Brando, un uomo intelligente, che per me rimane uno degli attori più carismatici della storia del cinema”.   Le  capita mai di rivedere i suoi film?   “Purtroppo no, ma prima o poi mi prenderò un mese e li rivedrò tutti”. In questo momento ha in mente qualche progetto particolare?  “Sì, certo, sono in continuo fermento e le idee per fortuna non mi mancano. Sto pensando in particolare a due nuovi

Ad attendere il divo hollywoodiano Robert De Niro in Sicilia, un foltissimo pubblico di fan appostati per ore davanti al Teatro Antico di Taormina, nella speranza di ricevere anche solo da lontano un saluto.

progetti con Scorsese, uno dei quali da realizzare entro i prossimi due anni in stile “Quei bravi ragazzi”, tratto da un libro intitolato “Ho sentito che dipingi casa” con la sceneggiatura di Eric Roth, che racconta la storia di un personaggio che confessa in punto di morte di avere ucciso Jimmy Hoffa, il capo del sindacato camionisti ai tempi di Kennedy”.    Quando ha conosciuto Scorsese non avevate proprio gli stessi gusti, oggi che rapporto avete?  “Non posso negare che siamo diversi. Infatti, nella vita non ci frequentiamo molto, ma quando lavoriamo, riusciamo a trovare un’ottima intesa che ci permette di fare cose interessanti. Diciamo che professionalmente ci completiamo alla grande!”   Si è sempre dedicato totalmente al suo lavoro tanto da ingrassare o dimagrire secondo le necessità del copione. Lo consiglierebbe oggi ai giovani attori?  “è vero, da trentenne ho fatto anche questo perché amando follemente il mio lavoro mi ci sono dato totalmente, forse è il caso di dire anima e corpo, ma non lo consiglierei più a nessuno perché tutto sommato era un modo troppo rigido di avvicinarmi ai miei personaggi. Oggi non lo rifarei, per l’età, preferisco fare attenzione alla linea,

anche se con l’ottima cucina siciliana in questi ultimi giorni è stato veramente difficile”.   Conosciuto come attore drammatico, negli ultimi anni l’abbiamo vista impegnato con le commedie, racconti..  “Le commedie mi mancavano, sono felice perché mi divertono, e poi grazie ad esse anch’io ho scoperto un De Niro diverso”. Da quanto tempo non veniva a Taormina?  “Sono già passati 35 anni dall’ultima volta, esattamente da quando ho girato “Il Padrino”. Ricordo che all’epoca alloggiavo in un hotel

sulla spiaggia, il paesaggio era talmente bello che non l’ho mai dimenticato! La prima volta sono arrivato in Sicilia in autostop, cosa insolita ma divertente, dentro me sento di avere un legame forte con questa terra, infatti, è la quarta volta che ci torno”. Si sente soddisfatto dal punto di vista lavorativo o ha qualche rimpianto? E nella vita?  “Credo ci sia sempre qualche rimpianto sia nel lavoro che nella vita, ma per carità non potrei mai lamentarmi, mi considero un uomo fortemente fortunato”.


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Spettacolo di Antonella La Rosa foto di Dominik Diliberto

Dopo “L’imbroglio nel lenzuolo” Maria Grazia Cucinotta vola a Budapest, per affiancare Anthony Hopkins in “The Rite”

Bellezza tipicamente mediterranea, sensuale per eccellenza è l’amata Maria Grazia Cucinotta, ospite della 56° edizione del Taormina Film Festival, in occasione della presentazione ufficiale del suo ultimo film: “L’imbroglio nel lenzuolo” tratto dal romanzo di Francesco Costa, uscito nelle sale a giugno.

Decisa e tenace, unica nel suo genere, la bella attrice e produttrice siciliana non smette mai di sorprende e passa da un film al’altro con disinvoltura, mostrando talento e professionalità da vendere. Accolta e acclamata dal pubblico, Maria Grazia Cucinotta si presenta in una mise elegante, abito nero lungo tempestato di pietre luccicanti firmato Armani, tacchi rigorosamente alti, e al collo una splendida collana della collezione: Gerardo Sacco, creata nell’86 per Elizabeth Taylor nel film “Il giovane Toscanini”. Parliamo de: “L”imbroglio nel lenzuolo”, di cui lei oltre a interpretare il ruolo di Marianna è anche produttrice. Di che storia si tratta? “E’ un film di Alfonso Arau, tratto dal libro omonimo dello scrittore Francesco Costa. Protagonisti: Federico, Marianna e Beatrice. La vicenda si svolge all’inizio del Novecento, e narra l’amore di Federico nei confronti del cinema, una passione così intensa  da spingerlo ad abbandonare gli studi in medicina. Marianna, inconsapevole del suo fascino, diviene a sua insaputa musa ispiratrice del giovane che la riprende nuda, mentre si bagna nelle acque del lago d’Averno. E da questo momento, qualcosa nel suo destino cambierà per sempre. Tra gli attori del cast: Anne Parillaud, Primo Reggiani e Geraldine Chaplin”. Dov’è ambientato il film? “Tra la Sicilia e Napoli. Io ho girato la mia parte in Sicilia, dove grazie ad un cast eccellente sono stata benissimo. A essere sincera ho unito il lavoro al piacere, e sono tornata alle vecchie abitudini dato che tra una ripresa e l’altra mi sono divertita a mangiare arancini e granite. Quando sono sull’Isola una cosa

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Cucinotta: il mio Sud

che adoro è ascoltare il mio dialetto, e perché no, magari scambiarne qualche battuta, tutto ciò mi fa sentire veramente a casa!” Come mai ha scelto proprio questo personaggio? “Marianna è una donna autentica che vive in modo semplice e senza convezioni, infatti, è molto legata alla natura e a tutti i suoi aspetti. Ho imparato ad apprezzarla per il suo temperamento forte e deciso, e per l’energia inesauribile. Confesso che in alcuni suoi atteggiamenti mi rivedo”. Che rapporto ha con l’autore del libro, Francesco Costa? “Costa, oltre a essere uno scrittore magnifico, è anche un uomo molto intelligente, che stimo parecchio. La sua scrittura è profonda, curata, attenta all’animo dei personaggi e alle loro diverse sfumature psicologiche. Mi piace soprattutto il modo in cui l’autore sa entrare nel loro sentire, nel loro essere. Si tratta di uno di quegli scrittori che lasciano il segno e che ricordi a lungo dopo averli letti.” Questo film è un modo per raccontare il Sud? “Sicuramente. Credo che durante il film s’intuisca bene la complessità culturale di questa terra, così incredibilmente bella e ricca di potenzialità, ma allo stesso tempo straziata dai problemi e dall’arretratezza.” L’abbiamo anche vista impegnata ne “La bella società”, com’è andata? “Devo dire che è stata un’esperienza interessante.“La bella società” è un film drammatico diretto da Gian Paolo Cugno che descrive le lotte accese tra gli operai, i licenziamenti, il terrorismo e gli scontri di classe, insomma tutti argomenti che hanno profondamente segnato la storia dell’Italia dagli anni ‘60 agli ‘80. Certo girare le scene in costumi originali dell’epoca è stato più che affascinante, per giunta in una Sicilia incantevole dove a fare da sfondo erano certi panorami meravigliosi, quindi cosa chiedere di più?” Spesso ha interpretato donne di altri tempi, le piace l’epoca in cui vive? “Certo mi piace, però sono convinta che in passato la gente s’impegnava di più per ottenere quello che desiderava, e una volta raggiunto l’obiettivo si sentiva realizzata e felice. Oggi forse siamo abituati ad avere un pò tutto, di conseguenza siamo più pigri e più annoiati”. Tra tutti qual è il ruolo che più le è rimasto nel cuore? “A dire la verità non saprei scegliere perché credo non ce ne sia uno in particolare visto che rimango fortemente legata a tutti i personaggi che interpreto. Quando prendo in mano un copione cerco prima di studiare bene gli atteggiamenti, le idee e le problematiche che ruotano intorno al soggetto da rappresentare, solo dopo essermi immedesimata nella parte mi rendo conto di capire

più cose. Recitare è un pò come la vita, ogni giorno s’impara qualcosa di nuovo”. Cosa le manca dell’Italia quando è fuori per lavoro? “Ho girato il mondo ma non mi stanco mai di dire che il nostro è un Paese meraviglioso, anzi per me il migliore in assoluto”. E della Sicilia? “Parecchie cose, non per essere retorica o banale, ma mi manca il mare, la semplicità e la realtà che si vive in questa terra per certi versi complessa, ma nel contempo magica”. Lei è una donna molto impegnata, quanto tempo le rimane per la vita privata? “Tra una cosa e l’altra trovo sempre il tempo per stare con la mia famiglia: mia figlia e mio marito sono la mia vera forza. Il binomio matrimonio-carriera è possibile se davvero lo si vuole.” Il suo sogno più grande? “Vedere felice mia figlia! Giulia è la mia vita, mi manca il respiro quando è lontana, per lei farei follie”. Le piacerebbe se sua figlia da grande volesse seguire la sua strada? “Certo, saprei bene a quanti sacrifici andrebbe incontro facendo l’attrice, ma qualsiasi sua scelta mi va bene purché sia serena e soddisfatta”. Lei è una persona ancorata al passato o che guarda al futuro? “Cerco di vivere giorno dopo giorno, però ammetto di pensare molto al futuro. Credo sia giusto nella vita avere continuamente prospettive e sperare fortemente che si realizzino, per il resto sono una grande sognatrice, per fortuna questo è concesso a tutti”. C’è in particolare qualcuno con il quale non ha ancora lavorato ma che le piacerebbe tanto? “Certamente, potendo scegliere mi piacerebbe fare un film con Roberto Benigni, un attore magnifico che stimo e ammiro per il suo talento. è un grande.” Attualmente a cosa sta lavorando? “Sto girando un film a Budapest che s’intitola “The Rite”, diretto da Mikael Hafstrom, scritto da Michael Petroni e ispirato al romanzo di Matt Baglio. Si tratta di un thriller che racconta la storia di possessioni demoniache, in cui io interpreto la zia di una ragazzina posseduta. Affiancherò uno dei mostri sacri del cinema: Anthony Hopkins che riveste i panni di un prete californiano che trasferitosi in Vaticano per frequentare la scuola di esorcismo, trova dentro di sé la fede grazie al continuo incontro - scontro con le forze demoniache. Sono più che soddisfatta del cast e del regista, tutta gente seria con la quale è un piacere lavorare. Lìuscita del film è prevista per l’anno prossimo”.


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Spettacolo di Antonella La Rosa

Tango fisicità e passione La tango mania non cede il passo, con ritmo incalzante arriva anche in Sicilia dove ogni anno si svolgono interessanti manifestazioni internazionali

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ualcuno lo definisce un “ossessione struggente”, qualche altro un “pensiero triste che si balla”, il tango è un’antica passione che s’insinua fra corpo e mente, seduce nell’anima e trasporta il flusso emozionale nel movimento e nella destrezza dei passi che si legano in maniera perfetta alle ritmicità sincopate dalla musica. Tango Argentino apoteosi di sensualità, nella libera espressione di corpi fluttuanti, evocazione d’erotismo e di sguardi lanciati a chilometri di distanza. Una delle grandi virtù di questo ballo consiste nel suo potere revocatore, esso riesce nell’arco fulmineo e intenso di alcuni istanti a ricondurre spiritualmente nei luoghi atemporali della passione, creando atmosfere suggestive. Una piacevole danza che nasce a Buenos Aires e riporta al ricordo di terre infuocate dall’ardore, una cultura sorta da un forte rapporto simbiotico con la tradizione, di una modernità ostentata e il riflesso di un futuro che avanza ma che rimane, comunque lontano. Il tango fa il giro del mondo, con passo veloce arriva anche in Sicilia, a Messina la prima Associazione nasce nel 2001 con: “Tango Kuerido” presieduta da Angela Giuffrida, grazie alla quale s’introduce nel territorio la cultura di questa nuova arte, successivamente seguita dall’Associazione: “Puerto de Buenos Aires”. Oggi il tango è una realtà molto presente nella città dello Stretto, interessanti sono, infatti, le iniziative culturali come: “Bailongo loco” di Maria Pia Rizzo e Lia del Nevo, e “Hasta la Milonga”, di Cristiana Casuscelli dove è possibile studiarlo grazie all’insegnamento di maestri specializzati. Ecco come l’insegnante Casuscelli spiega alcune caratteristiche di questo ballo tanto seguito e amato ovunque.

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Quanti tipi di tango esistono? Molti, quelli più ballati sono però: il “Milonguero” e il “Tango show”, quest’ultimo è più da esibizione ed è più frequente durante le performance nei teatri. Dall’unione di questi due generi nasce il: “Nuevo Tango”, che ha una struttura innovativa composta da: dissonanze, improvvisazioni e struggenti e raffinate melodie. In pista è sempre l’uomo a invitare la donna? Tutto inizia dalla “mirada”, l’uomo corteggia la donna prima secondo un gioco di sguardi, se ella ricambia vuol dire che desidera ballare con lui, in caso contrario non bisogna insistere. Quando si accetta un invito di conseguenza si dovrebbero ballare quattro tanghi di fila, abbandonare la donna in pista dopo il primo, equivale a una grande forma di maleducazione. Più che di regole si tratta di etica di comportamento. Quali sono i passi più frequenti? In verità più che di passi si parla di “possibilità”, il tango è improvvisazione proprio come il jazz, infatti, mentre si balla si creano delle sequenze che successivamente diventeranno “passi” assumendo nomi specifici. Chi guida nel tango? È l’uomo che “marca” la donna, cioè la guida lanciandole messaggi con il corpo, esattamente con il busto. Attenzione, non stiamo parlando di un ballo maschilista, ma semplicemente di una danza che educa a una disciplina di ascolto. Certo l’uomo ha un ruolo importantissimo perché ha anche la possibilità di creare sequenze e quindi

sbizzarrire la propria fantasia, ma non bisogna dimenticare che lo fa solo ed esclusivamente per mettersi al servizio della donna. Per fare un esempio, il tango può paragonarsi ad un “film” in cui l’uomo è il regista e la donna il film stesso. Hai mai avuto un modello al quale ti sei ispirata e perché? Mi sono sempre rifatta a Karlos Gavito, un grande maestro oltre che uno straordinario tanguero, egli ha sicuramente cambiato il mio modo di intendere questo ballo. Ho sempre trovato interessante la sua concezione della “pausa”, una tecnica particolare soprattutto per la ricchezza di significati che racchiude. Gavito affermava che quando si danza non bisogna mai pensare a quello che si sta facendo perché si balla la musica e non le figure. Ogni tango ha colori diversi, nessun maestro può insegnare a vederli, bisogna dunque imparare da sé. Il vero segreto sta in quell’istante d’improvvisazione che si crea tra passo e passo. Ecco chi era Gavito! Il tango è “maschio”? Il tango è virile! La galanteria che sta alla base di tutto spinge l’uomo ad avere cura e rispetto della donna. In sostanza quale è la vera filosofia del tango? Essa consiste principalmente nell’affidarsi all’altro mentre si balla. L’abbraccio per esempio, è uno degli aspetti fondamentali, è l’unione di due corpi che danzano sulla musica, con sentimento e perché no, divertendosi. Il tango esprime la filosofia dell’essere: la vita va gustata attimo per attimo.

Una delle grandi virtùdi questo ballo consiste nel suo potere revocatore, esso riesce nell’arco fulmineo e intenso di alcuni istanti a ricondurre spiritualmente nei luoghi atemporali della passione, creando atmosfere suggestive...


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Spettacolo

Tango fisicità e passione È un ballo molto diffuso anche in Sicilia? Certamente! Da dieci anni a questa parte si svolge a Catania nel periodo di Ferragosto: “Catania Tango Festival”, una delle manifestazioni più importanti per quanto riguarda il tango, la kermesse è organizzata dall’Associazione Culturale: “Caminito Tango” grazie ad Angelo Grasso, alla quale partecipano ballerini provenienti da tutto il mondo. La situazione non è da meno neanche in altre parti dell’Isola, per esempio ogni anno si tiene a Palermo: “Sicilia Tango Festival”, svolto dall’Associazione “Colortango”, anche qui arrivano artisti di fama internazionale. Bisogna ammettere che in quest’ambito la Sicilia si muove piuttosto bene. Si sente spesso parlare di milonghe, cosa sono esattamente? Erroneamente si pensa a un luogo dove si balla il tango, in realtà non è così perché prima di tutto si tratta di un genere musicale tipico della tradizione argentina, solo in seguito il termine è stato associato anche al luogo dove si danza. Chi balla tango? Quello del tango è un mondo variegato che nasce da un pluralismo di voci, da diverse commistioni di popoli quindi per questo è un ballo capito e interpretato in tutto il mondo. Solitamente si viene a contatto con tutte le tipologie di persone: giovani, mature, colte e non, ma quando si danza non si avverte nessuna differenza. Il tango è anche lustrini, merletti e tacchi.. Si parte dal presupposto che il tango è eleganza dell’anima che si riversa su tutto il resto. Noi tangheri siamo attentissimi anche all’abbigliamento e alle pettinature, noi donne persino ai tacchi alti. Scegliere una tipologia di abito piuttosto che un altro è solo questione di gusti personali, l’importante però che siano tessuti elasticizzati, che abbiano spacchi adeguati in modo da permettere la libertà dei movimenti. In tutto ciò se riesce a essere anche più sexy è meglio! Ballare fa bene? Il tango aiuta a tenersi giovani sia fisicamente che mentalmente, si dice che il suo ritmo sia simile a quello del nostro cuore, di conseguenza ballarlo equivale a fare ginnastica. Niente male direi.

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In quanto tempo s’impara il tango? Sicuramente ci vogliono dei mesi prima di riuscire a ballarlo. Una delle prime cose che noi maestri insegniamo è la concezione della: “dissociazione”, cioè riuscire a muovere alcune parti del corpo indipendentemente da altre, all’inizio non è facile ma gradualmente viene tutto spontaneo. Se si ha la pazienza e la volontà, pian piano arriveranno anche le soddisfazioni. Importante è riuscire a incorporare tecnica e musicalità, senza però intaccare quello che sta alla base, cioè senza sottovalutare la radice popolare del tango più tradizionale, anzi è giusto partire proprio da questo per creare nel tempo uno stile personale. Come trascorri le tue giornate? Le mie giornate sono piuttosto frenetiche perché tengo cinque corsi di tango fra Messina e Reggio Calabria, quindi mi divido tra una sponda e l’altra. Da anni lavoro in coppia con il maestro argentino Javier Guiraldi, un ballerino eccellente con il quale mi trovo benissimo. Il tango richiede molto impegno ma io lo faccio ben volentieri perché lo adoro, anzi non riuscirei a immaginare la mia vita senza. Chissà quanti amori, quante gelosie all’interno delle milonghe.. Nostalgia, donne, passione il tango è tutto questo! È emozione, magma incandescente che infiamma i cuori, sintonia di due che diventano uno, insomma è la danza dell’amore per eccellenza, quindi è ovvio che si assiste spesso anche alla nascita di nuovi amori. Insomma diciamo che noi tangheri non ci facciamo mancare proprio nulla. Di cosa si nutre il tango? l tango si alimenta di tristezza, ogni felicità è effimera, illusoria, beffarda. È un linguaggio vivo di cultura, che oltrepassa i confini della sua terra. Le canzoni rivelano la malinconia di cose perse e lontane, non a caso il suo sigillo è il bandoneòn, strumento dal suono denso e dal fraseggio frammentario.

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Per teatri di Gigi Giacobbe

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Al Teatro Antico di Tindari

medea atridi MEDEA di Euripide Traduzione e adattamento di Filippo Amoroso Regia di Maurizio Panici Scene di Michele Ciacciofera Costumi di Lucia Mariani Musiche di Luciano Vavolo Con Pamela Villoresi, David Sebasti, Renato Campese, Maurizio Panici, Silvia Budri Da Maren, Andrea Bacci, Elena Sbardella. Produzione: Teatro dei Due Mari Argot Produzioni Associazione Teatrale Pistoiese

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el decennale della sua nascita, ilTeatro dei due Mari ripropone a Tindari la Medea di Euripide dopo essere stata rappresentata sette anni fa a Taormina con la stessa Pamela Villoresi nei panni della protagonista. Che per quanto mostri gli artigli da lupa, la sua, è una Medea molto glamour, per via dei suoi capelli corti arruffati e il suo lungo vestito rosso, ben tagliato, con strascico e generoso spacco sul davanti che indossa elegantemente come una mannequin e che incede annacandosi a piedi nudi accanto a due mini-cavee terrose, una di fronte all’altra, con tappeto ovoidale nero al centro. Qualcosa che somiglia pu­ re ad una prigione, quella di Corinto, in cui s’è cac­ciata questa terribile donna, esule e maga, che dopo aver aiutato il suo Giasone (qui vestito militarmente da David Sebasti) a conquistare il vello d’oro e avergli dato due figlioletti, è stata da costui abbandonata per sposare Creusa, figlia del re Creonte. Per Medea

sono solo corna, comportamenti maschilisti che non riesce a perdonare, anche se compiuti da un padre che pensa a dare un futuro di benessere ai propri figli. E se l’offesa è certamente una bomba che scoppia nel cuore della donna, la sua reazione è ancor più devastante. Manderà in fiamme la rivale e suo padre e accoltellerà i suoi due figlioletti (che non compariranno mai sulla scena). Qui la Medea della Villoresi dopo aver sfoderato un campionario di toni e registri vocali, non volerà su un carro alato verso il nonno Sole con i due cadaverini, ma apparirà e scomparirà su alcune pietre della skené mentre verranno sparati sul pub­ blico diecimila watt di luci gialle. Buona la prova dei pro­ tagonisti, tutti microfonati, saggia la regia di Panici, pure nel ruolo di Egeo, che appare in abito bianco, comprese scarpe cravatta e cuffietta, sbucato fuori quasi da una prova di candeggio.

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oddisfazione mista a commozione da parte di chi ha prodotto questa edizione degli Atridi dall’Orestea di Eschilo, con la vigorosa regia di Maurizio Panici. Per due motivi sostanzialmente: perchè è la prima volta che questo classico in salsa mafiosa si rappresenta in Sicilia, dopo aver girato in lungo e largo in aree padane 12 anni fa e perché il giorno della “prima” (23 maggio) coincideva col 18° anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone e lo spettacolo veniva a lui dedicato. Uno spettacolo curioso e intrigante sin dalle prime battute quando sulla scena di Arnaldo Pomodoro, costituita da un grande triangolo similoro lambito da una serie di pedane tratteggianti lo spazio scenico verso la skené, appare un prete, di nome Don Pino, vestito con molto pathos da David Sebasti, che parla con accenti siciliani con l’Elettra della valida Silvia Budri Da Maren, sullo status della sua famiglia, mentre sopraggiunge il conciliante monsignor Mario di Renato Campese in odore di mafia. Il passato si mescola al presente e questa storia degli Atridi di 25 secoli fa sembra sia successa ieri in una delle nostre regioni del sud dove i componenti d’una famiglia si ammazzano tra loro creando faide senza fine. Spicca la Clitennestra di Pamela Villoresi, commovente in versione sicula, agghindata con abito bordeaux e nero a vita alta in stile anni ‘20/’30, scarpe due misure più grandi, orecchini pendenti, turbante in testa da farla somigliare a Daniela Rocca del Divorzio all’italiana di Germi. Santiare, camurriare, testiare, sono i verbi che i protagonisti coniugano in tutti i tempi e a differenza dell’opera eschilea dove Oreste (Andrea Bacci), affidato ad un consesso di saggi veniva poi assolto grazie al voto di Atena, qui sarà Don Pino (che verrà più tardi ammazzato come succederà al Don Puglisi di Palermo ) a invitare Oreste a collaborare con la giustizia e farsi giudicare in tribunale in un normale processo. Verrà condannato a 12 anni, a 30 l’ex-monsignore che ha deposto gli abiti talari santiando contro i giudici.

ATRIDI dall’ORESTEA di Eschilo Traduzione e adattamento di Filippo Amoroso Suggestioni linguistiche e drammaturgiche di Michele Di Martino Impianto scenico di Arnaldo Pomodoro Costumi di Dialmo Ferrari. Musiche di Stefano Saletti Con Pamela Villoresi, David Sebasti, Renato Campese, Silvia Budri Da Maren, Andrea Bacci, Elena Sbardella, Maurizio Panici Produzione: Teatro dei Due Mari - Argot Produzioni Associazione Teatrale Pistoiese.-

Pamela Villoresi e David Sebasti foto di Barbara Ledda Pamela Villoresi in Atridi


Benessere di Enzo Bonsangue

di Patrizia Mercadante

la splendida notizia?

Vivremo oltre i 100 anni Quella cattiva? Ci sarà da sudare parecchio La straordinaria notizia è che vivremo oltre cent’anni. Quella un po’ meno esaltante, invece, è che per riuscirci dovremo sgomitare parecchio. E i motivi sono numerosi. Primo fra tutti, gli “intoppi” di origine economica. Il dubbio di fondo, per l’esattezza, è: se l’età media sale così velocemente, avremo le risorse per garantirci la serenità così a lungo? È questa la domanda che si pongono gli studiosi davanti a grafici che evidenziano una verità inequivocabile: negli ultimi anni, l’allungamento della vita è stato esponenziale. Per capirci, nell’ultimo mezzo secolo, uomini e donne hanno “guadagnato” un’aspettativa di vita di quasi 15 anni. Dall’età media di 73 anni, del 1951, secondo i dati Istat, nel 2006 si è passati a una quota che tocca quasi quota 87. Ma per guardare avanti, è necessario fare un passo indietro. Perché basandosi sui ritmi di questa crescita, e considerando anche la de-natalità, in Occidente gli enti previdenziali nazionali calcolano quale deve essere il tetto massimo delle pensioni. Ma dallo stesso calcolo viene ignorato un fattore, quella che l’americano Ray Kurzwell ha chiamato la “legge del ritorno accelerato”. Secondo lo studioso, l’accelerazione della “tecnologia dell’informazione”, ovvero la tecnologia applicata alle attività umane, entrerà sempre di più nella biologia, con il risultato di moltiplicare sempre più la sua capacità di influire sulla vita in senso positivo. Una sorta di “valanga” dello sviluppo, che cresce man mano che si procede, e che sarà difficile da fermare. “La tecnologia dell’informazione – ha sottolineato Kurzwell – cresce in modo esponenziale: non lineare, raddoppio cioè ogni anno, e fra 10 anni sarà mille volte più potente”. Applicata alla medicina, la vita non dovrebbe più allungare di un anno ogni tre, ma di un anno ogni due. E, successivamente, ogni dodici mesi, ogni 8, e così via, proprio grazie alle nanotecnologie e alla robotica. Tutto ciò rischia inevitabilmente di far sballare ogni previsione

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Benessere

per il calcolo delle pensioni. E se si aggiungono, per mantenerci sull’esempio italiano, le immigrazioni, oltre al fatto che la natalità non salirà in maniera tanto cospicua, è chiaro che le pensioni, prima del 2050, dovranno diminuire ancora. Immaginiamoci così: tanti, tantissimi, ma anche più “giovani” (grazie alla tecnologia dell’informazione) pur essendo “vecchi”. Il problema, dunque, sarà quello di costruirsi una sicurezza finanziaria con pensioni che per tutti si ridurranno parecchio. Vivremo di più, dunque. Ma dovremo studiare bene, per riuscirci alla grande. LA “VECCHIA” ITALIA Quella italiana è una delle popolazioni più longeve al mondo. Le Marche sono la regione in cui è maggiore la speranza di vita, mentre alla Sicilia, in compagnia della Campania, appartiene il dato opposto. Secondo le ultime cifre pubblicate dall’Istat, sono gli ottantenni sardi mediamente i più longevi insieme ai marchigiani e ai laziali, mentre le ottantenni marchigiane e trentine detengono il primato italiano con 10,1 anni di sopravvivenza. Nell’ambito dei Paesi Ue, aspettative di vita migliori di quella italiana si registrano solo in Svezia (77,9), limitatamente agli uomini, e in Spagna (83,6) e in Francia (82,9) per quanto riguarda le donne. L’aspettativa di vita è crescita dal 1974 di circa sette anni per le donne e di poco meno di otto per gli uomini. E il dato nazionale della sopravvivenza è solo la sintesi di una realtà piuttosto eterogenea a livello territoriale. Nel 2003 gli uomini residenti nelle regioni del Nord possono contare su una speranza di vita alla nascita pari a 77,1 anni, 77,6 per quelli nel Centro e 76,9 per quelli nel Mezzogiorno. Le donne sono invece avvantaggiate in eguale misura al Centro e al Nord, 83,1 anni nel 2003, rispetto alle residenti nel Mezzogiorno attestatesi a 82,2 anni.

La Terapia del sorriso

Una risata al giorno..... fa bene alla salute. Uno studio californiano spiega i benefici della terapia del sorriso

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l riso abbonda nella bocca degli stolti dice un vecchio e saggio proverbio, ma pare che una risata al giorno possa essere di aiuto al nostro sistema immunitario. Già Norman Cousins, giornalista scientifico e direttore di prestigiosi giornali americani, tra gli anni settanta e ottanta aveva intuito che la risata aveva proprietà terapeutiche e immunologiche. Affetto da numerose patologie, il giornalista decise di curarsi guardando per tre o quattro ore al giorno film comici, soprattutto dei fratelli Marx, e assumendo quotidianamente per flebo 25 grammi di vitamina C. Contro ogni previsione, Cousins nell’ arco di un anno guarì. Se Cousins era arrivato alla sue conclusioni e dunque alla consapevolezza che la terapia del sorriso poteva garantire una migliore qualità della vita, i medici della LomaLinda University in California hanno optato per un metodo più scientifico. Hanno, infatti, arruolato una ventina di volontari e anziché sottoporli

a trattamenti e farmaci sperimentali, li hanno messi a guardare film e sketch comici, scelti da loro stessi. L’esperimento è durato tre settimane, con frammenti di commedie da venti minuti ciascuno tutti i giorni. I medici prima del controllo hanno effettuato degli esami del sangue e confrontandoli con quelli eseguiti dopo aver visto film ansiogeni o tristi. Lo specialista in medicina preventiva, Lee Berk, che ha condotto gli studi, ha osservato che nei pazienti trattati con risate, tutte persone affette da diabete e con un alto eccesso di grassi nel sangue, un miglioramento dell’equilibrio ormonale; cortisolo ed epinefrina (due sostanze che aumentano nei periodi di maggiore stress) si erano abbassate. La terapia della risata aveva fatto abbassare anche il livello della leptina e crescere quello della grelina, creando l’effetto di un miglioramento dell’appetito. Berk ha sottolineato che se questo effetto può essere sconsigliato agli obesi, di contro può aiutare i malati sottoposti

a chemioterapia o depressi. L’effetto dei film comici sugli esami di sangue si apprezza anche nel livello di colesterolo: l’équipe californiana ha notato, infatti, una riduzione di quello cattivo. Inoltre si abbassano anche i livelli di tutte quelle proteine che indicano uno stato di infiammazione del sistema cardiovascolare e sono associate al rischio di arteriosclerosi. Tutti questi effetti benefici regolano la pressione sanguigna e migliorano il tono generale dell’umore, facendo arrivare alle conclusioni che una risata prolungata e sonora equivale a una sessione di sport. “Ridere – ha spiegato Berk – ha l’effetto di modulare molti aspetti della salute umana e la risposta dell’organismo a un riso prolungato è analoga alla risposta che si ha dopo un’attività fisica moderata, aumento di appetito incluso”. Dopo queste conclusione il medico californiano, si appresta a compiere nuove ricerche e studi sugli effetti benefici dell’ascoltare musica e del cantare.


Benessere di R. R.

Stress, mal di testa, insonnia.

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Ecco la vita del pendolare S

tress, ansia, mal di testa, insonnia, eccesso o mancanza di appetito, problemi nei rapporti interpersonali, maggior rischio di contrarre infezioni, aumento della pressione arteriosa e difficoltà respiratorie. Sembra un bollettino di guerra, e invece sono i disturbi con cui, spesso, sono obbligati a convivere i pendolari. Un esercito che, soltanto in Sicilia, può contare su circa 800 mila “soldati”. Persone che vivono lontano dai rispettivi luoghi di lavoro, costrette ogni giorno a mettersi in viaggio – a bordo di autobus, treni o automobili – e a fare i conti con ritardi, code chilometriche e simili. Abitudini di vita logoranti, che, alla lunga, giocano un ruolo tutt’altro che ininfluente. Stando alle stime di una ricerca inglese recentemente pubblicata, pare che i pendolari vivano mediamente un paio di anni in meno rispetto a chi ha la fortuna di non dover fare troppa strada per recarsi in ufficio. Non solo: il loro livello di stress sarebbe superiore a quello riscontrato tra i piloti di guerra o i poliziotti antisommossa. Non tutti i pendolari, però, è bene precisarlo, sono indistintamente condannati a soffrire di stress cronico. Per prevenire gli effetti più nefasti dei viaggi quotidiani di lavoro è sufficiente adottare alcune semplici ma efficaci contromisure. Gli esperti, ad esempio, consigliano, quando è possibile, di percorrere a piedi o in bicicletta almeno un tratto del tragitto; muoversi al di fuori delle ore di punta, sacrificando magari qualche minuto di sonno in più; svolgere, nel tempo trascorso in viaggio, attività gratificanti: dall’ascolto della musica alla lettura di un libro, dalla conversazione alla riflessione personale. Rimedi, questi, apparentemente banali e scontati, ma che, assicurano gli esperti, servono ad attenuare gli effetti del pendolarismo.

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Vacanze di Alessio Ferlazzo

A Menfi la spiaggia a misura di bimbo Ecco la lista delle località balneari adatte ai più piccoli

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iamo in piena estate e come ogni anno le famiglie affollano le spiagge italiane. Nella scelta delle località influisce la presenza dei bambini, soprattutto quelli più piccoli. Per il terzo anno consecutivo la rivista “Ok Salute” insieme al pediatra Italo Farnetani ha assegnato le bandiere verdi alle località adatte per i più piccoli. Per questa ricerca sono stati consultati 115 pediatri che hanno ideato una lista di 20 luoghi, presenti in cinque regioni, ideali per la famiglie. In alcuni casi le località sono isolate e immerse nella natura, altre sono vicine a centri urbani anche frequentati, ma basta spostarsi di qualche chilometro e si raggiungono spiagge quasi deserte. Per meritare questa segnalazione le località dovevano possedere alcuni parametri ben precisi: spiaggia con sabbia e arenile basso, ombrelloni distanziati, mare pulito, strutture ricettive non lontane dalle spiagge, pineta o macchia mediterranea per trovare rifugio dal caldo estivo. È interessante notare che a livello di area geografica quella che ha riscosso più preferenze è il litorale ionico dalla Puglia alla Calabria, mentre la località che ha avuto il maggior numero di preferenze è stata Porto Palo di Menfi (Ag). “Non sono state considerate la presenza di attrezzature in spiaggia o la presenza di personale di salvataggio - commenta Farnetani - perché i bambini più piccoli amano giocare con i genitori, pertanto la migliore sorveglianza è quella di mamma e papà”.

Le 20 località balneari, scelte dai pediatri, catalogate per regioni

Basilicata:   1. Marina di Pisticci (Matera):  mare tranquillo, c’è verde e servizi in spiaggia tutto con un pizzico di mondanità   Calabria: 2. Bovalino (Reggio Calabria):  si trova nella costa ionica, consigliata in particolare provenendo da Reggio Calabria, prima di arrivare al paese c’è una spiaggia libera e incontaminata lunga circa 500 metri. 3. Bova Marina (Reggio Calabria): è un piccolo e isolato paese della costa ionica consigliata in particolare, provenendo da Reggio Calabria, prima di arrivare al paese c’è una spiaggia libera e incontaminata lunga circa 200 metri. La spiaggia è riparata perciò l’acqua è sempre calda. 4. Cariati (Cosenza): nel paese vengono organizzati eventi per tutta l’estate, c’è un lungomare chiuso al traffico dalle 19 in poi, ma nell’arco di cinque chilometri si possono trovare calette deserte raggiungibili a piedi o in auto. 5. Mirto Crosia (Cosenza) e Pietrapaola (Cosenza):  sono due paesi che delimitano un tratto di costa caratterizzato da numerose spiagge, spesso isolate e poco frequentate, ma facilmente

raggiungibili con l’auto; nei due paesi alla sera ci sono opportunità di divertimento soprattutto nel lungomare delle due località. 6. Santa Caterina dello Ionio Marina (Catanzaro):  una lunga spiaggia immersa nella natura, poco frequentata, ma dispone di recettività alberghiera. Nel paese c’è una passeggiata lungomare, di nuova costruzione, di circa settecento metri chiusa al traffico.   Puglia: 7. Marina di Pescoluse (Lecce):  Dune sabbiose, sabbia finissima e bianca, acqua bassa e trasparente. Questa spiaggia è al centro della costa leccese, una delle più adatte per i bambini. A quaranta chilometri  c’è Gallipoli, bandiera verde nelle liste delle mondane. 8. Marina di Lizzano (Taranto): ci sono le dune, poca mondanità e confusione. L’acqua è particolarmente bassa: per una cinquantina di metri dalla battigia arriva al ginocchio.   Sardegna: 9. Bari Sardo (Ogliastra):  a nord del paese c’è la spiaggia Cea acqua bassa, scoglius arrubius,

granito rosso, a 10 km arbataz, rocce granitiche rosse e il faro di capo Bellavista. 10. Cala Domestica (Carbonia-Iglesias):  isolata,il paese più vicino è a dieci Km un fiordo lungo, che si allarga in fondo è riparata dal maestrale. 11. Is Aruttas e Mari Ermi (Oristano): sono formate da chicchi di quarzo di dimensioni piuttosto uniformi e si ha un aspetto suggestivo infatti la gente del posto le chiama “spiaggia del riso”. 12. Isola di San Pietro (Carbonia-Iglesias, consigliate le spiagge: La Caletta, Punta Nera, Girin, Guidi): in caso di vento può cambiare spiaggia e trovare zone protette. 13. Marina di Orosei, consigliate le spiagge: Berchida c’è acqua bassa e dietro la spiaggia c’è vegetazione; l’altra spiaggia è Bidderosa, c’è una pineta (ci sono limitazioni per entrare).  14. Capo Coda Cavallo (Olbia -Tempio): consigliate due spiagge dal panorama eccezionale, adatte anche a bambini piccoli, Cala Brandinchi da cui si vede l’ isola Tavolara caratterizzata da rocce calcari biancastre e la spiaggia di Lu impostu che è una lingua sabbiosa che ha dietro uno stagno. A 13 Km c’è SanTeodoro, Bandiera verde elenco mondanità.


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15. Casuzze - Ragusa: consigliate anche le vicine spiagge di Punta secca e Caucana): ci sono le barche dei pescatori che vendono il pesce appena pescato direttamente sulla spiaggia è una zona riparata dal vento di tramontana e di ponente. La località si trova a tre Km da Marina di Ragusa, che ha la bandiera verde. È compresa nelle localià “mondane”. 16. Granitola Torretta (Trapani):  è un borgo marinaro, c’è un bel

Chevrolet Matiz in pronta consegna paesaggio con un faro. C’è la tradizione della pesca e salatura delle sarde, pertanto si trovano appena pescate. 17. Porto Palo di Menfi (Agrigento):  è un’area molto verde; il paese è in una zona collinare, poco edificata 18. Scoglitti (Ragusa): è un posto particolarmente tranquillo al riparato dal vento di tramontana e di ponente,c’è una spiaggia ampia,poco frequentata e l’acqua per i primi trenta metri è molto bassa perciò adatta anche per i bambini molto piccoli. C’è un porto

peschereccio per cui si trova sempre ottimo pesce fresco. 19. Tre Fontane (Trapani):  c’è sabbia in abbondanza, ci sono le dune e le cave di sabbia. C’è un grande arenile di circa dieci chilometri e l’acqua è particolarmente bassa: un adulto può camminare, cioè “tocca”, fino a trecento metri dalla battigia. 20. Vendicari (Siracusa): è una località immersa in un parco naturale protetto. Per raggiungere la spiaggia è necessario camminare per circa quindici minuti di facile sentiero dal parcheggio, ma ne vale la pena.

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un lido veramente alla portata di tutti

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n luogo dove le differenze non esistono, dove le barriere sono state demolite e dove tutti possono sentirsi a proprio agio come a casa. Stiamo parlando del lido “La Fenice” di Milazzo, diretta emanazione dell’Associazione Onlus che prende lo stesso nome. In questa porzione di spiaggia del litorale messinese i diversamente abili non conoscono ostacoli di nessun tipo. Dalle barriere architettoniche a quelle di integrazione, ogni muro che tende a dividere è stato abbattuto. “Il nostro non è soltanto un semplice lido ma anche e soprattutto un centro di

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aggregazione dove tutti sono i benvenuti e dove abbiamo provveduto ad abbattere le barriere più difficili da superare: quelle mentali” spiega Daniela Rullo, rappresentante dell’Associazione. “Noi non siamo finanziati da nessuno ma veniamo supportati da alcune aziende del territorio. Inoltre tutti coloro che non hanno un handicap fisico lasciano un’offerta all’ingresso e questo ci permette di rendere totalmente gratuiti i servizi per i disabili”. Sì, perché “La Fenice” non è un semplice lido dove tutti possono andare a godersi una bella giornata di mare. Ciò che lo rende speciale è anche la presenza di

personale specializzato che si occupa degli ospiti dello stabilimento. Non tutto però è rose e fiori per chi vive questa realtà: “Sono cambiate molte cose negli ultimi anni ma le difficoltà per un disabile sono ancora tante. Nella nostra cittadina sono poche le strutture attrezzate per ospitare  i diversamente abili. Questo non facilita tutti coloro che vengono da fuori per una vacanza. Noi delle associazioni cerchiamo di fare il possibile ma bisognerebbe acquisire una maggiore consapevolezza a livello globale, così che tutti siano veramente liberi di vivere la loro vita senza condizionamenti esterni”.

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Vacanze di Salvatore D’Anna

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erra di meraviglie misconosciute, sottaciute, nascoste. La Sicilia, isola dalle celate bellezze. Sorprese che riservano incantevoli quadri, fatati scenari, spettacoli sospesi nel tempo e nello spazio. Non solo sulla terraferma, sulla superficie baciata dal sole, ma anche sotto lo specchio del Mare Nostrum, che circonda con i suoi flutti le frastagliate coste sicule. Un mare ammaliante, la Madre che protegge e nasconde tesori della natura e monumenti sommersi.Un tuffo nel mare della Storia, nel naturale capolavoro dei fondali. La nostra regione è un paradiso per i sub. Località come Salina, Menfi, Ustica, Favignana, Lampedusa, Linosa, San Vito Lo Capo, Pantelleria, Lipari, Marsala, Portopalo di Capo Passero, Taormina ed Acireale sono tra le più gettonate da chi si immerge nei mari. “Ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il mare”, cantava mr. Volare Domenico Modugno. Come dargli torto. Basta indossare una maschera, un paio di pinne, lanciarsi nelle acque cristalline e il gioco è fatto.

Dal semplice snorkeling (il nuotare in superficie utilizzando un boccaglio), alle immersioni in profondità con bombola e respiratore, il limpido blu della Sicilia accoglie amatori e appassionati dei fondali marini, rivelando gli scrigni che custodiscono luoghi incontaminati ed intatti, pronti ad essere ammirati. Basti pensare alle sei aree marine protette: dalla riserva naturale delle Isole Egadi, a quella delle Isole Ciclopi, passando per quelle di Ustica e Lampedusa, senza dimenticare le aree protette del Plemmirio, in provincia di Siracusa, e delle Isole Pelagie. Tanta è la varietà dei fondali siciliani, spesso di origine vulcanica, che non c’è bisogno di scendere troppo in profondità per incontrare pareti rocciose, grotte sommerse, canyon sottomarini e costoni a strapiombo. E poi la fauna marina. I sub nuotano in compagnia di pesci grandi e piccoli, possono vedere ricciole, saraghi, cernie, cefali, spigole, orate, ma anche balenottere, balene, delfini, tartarughe. Nelle riserve il contatto con guizzanti pesci è assicurato, così come l’osservazione della flora che prospera nelle acque salate del Mediterraneo.

I fondali marini siciliani

Una “passeggiata” nelle profondità significa immergersi in un trionfo di colori, che virano dal rosso più acceso al brioso giallo, e poi il vivace verde e il bianco. Non solo i coralli, ma anche le alghe, che ancorate al fondo ossigenano l’acqua, svolgendo lo stesso ruolo che in superficie ha la flora dotata di foglie. Tutte piante introvabili sulla terraferma, molte ben nascoste, visibili solo se illuminate dalla luce artificiale di un torcia. Lì sotto, nelle grandi profondità marine, i raggi del sole non filtrano, nascondendo le ramificazioni dei boschi sommersi. Per chi cerca la cultura, e magari ama vivere forti emozioni, nei fondali siciliani troverà pane per i suoi denti. Il Mediterraneo è ricco di reperti sommersi. Siti archeologici, relitti di vecchie navi, vascelli affondati tanto tempo fa, resti di porti, ancore ed anfore rimaste per secoli sul fondo, sono diventati parte di un’unica visione di insieme con il resto dell’ecosistema marino.

Impossibile elencare tutto il patrimonio siciliano. Ustica presenta innumerevoli spunti naturalistici con le sue coste frastagliate ricche di grotte e cale, bagnate da un mare limpidissimo, ed è considerata un paradiso naturale grazie al suo isolamento. I suoi fondali costituiscono un polo d’attrazione per tutti i sub, che incontrano cefali, saraghi, spigole, orate, polpi, murene, corvine, grandi cernie. Le Pelagie (Lampedusa, Linosa e Lampione) offrono un mare puro e dal colore cangiante, ideale per le immersioni. Qui è il regno delle tartarughe marine, che scelgono Lampedusa per deporre le loro uova. I fondali sono colonizzati da spugne, turnicati, serpulidi, madreporari, briozoi.

spugne, turnicati, serpulidi, madreporari, briozoi

Incantevoli scenari sotto lo specchio del Mare Nostrum

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Isola Bella - Taormina


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Scopello - Castellammare - Faraglioni

Oreficeria - Gioielleria

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i si potrà imbattere anche in una statua sottomarina della Madonna, posta in una grotta chiamata “Passante”, posata in mare nel 1980 del fotografo e scrittore Roberto Merlo. L’isola di Linosa è nota ai sub per le guglie, le grotte e i colorati organismi marini. I fondali incontaminati di Portopalo di Capo Passero, frazione di Pachino, pullulano di anfratti rocciosi, secche, relitti, pareti ricoperte di margherite di mare. Le trasparenti acque di Scopello, città del golfo di Castellammare, permettono di ammirarne i bei fondali, e un percorso subacqueo consente la visita di reperti in prossimità dei Faraglioni.

luoghi incontaminati ed intatti, fatti per essere ammirati

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L

e sette isole Eolie - Alicudi, Filicudi, Lipari, Panarea,Vulcano,Salina e Stromboli -regalano immersioni in un ambiente incontaminato e suggestivo. Qui il mare è ricco di vita e di testimonianze del passato, con siti archeologici che nascondono relitti di imbarcazioni carichi di tesori, fondali che diradano fino ad una profondità di 2.000 metri, grotte, scogliere, montagne sommerse, pareti rocciose di ossidiana, fondali di pomice bianca, secche. Praterie di poseidonie e gorgonie nascondono crostacei, molluschi, pesce azzurro, aragoste, pesce spada e tonno, così come relitti di navi infrante sugli scogli o arenate nelle secche.

Favignana

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a riserva naturale di Isola Bella, di fronte Taormina, richiama gli appassionati di seawatching, per la ricchezza della fauna ittica e per la bellezza dei fondali. Gli appassionati di attività subacquee possono spingersi fino allo scoglio di “Zì Gennaro”, particolare perché il suo fondale non supera i 10 metri, ma verso il largo cade improvvisamente a 45 metri. A poche miglia da qui, verso sud, l’area marina delle Isole Ciclopi presenta fondali ricchi di anfratti, grotte e scogliere che ospitano una vegetazione ricca di specie, con spugne e gorgonie, cavallucci marini e pesci ago, stelle di mare e gruppi di saraghi ed altri pesci colorati. A Isola delle Femmine - Capo Gallo cernie ed aragoste si nascondono tra poseidonie e gorgonie rosse. Nei bassi fondali vivono stelle marine, cavallucci marini, polpi, ricci. La flora subacquea dell’isola presenta oltre cento specie di alghe. Panarea, nelle Eolie, dietro la sua maschera modaiola, ha inaspettate caratteristiche. Davanti alla sua costa orientale si trova un arcipelago minore composto da piccole isole (Dattilo, Bottaro, Basiluzzo, Lisca Bianca e Lisca Nera e le Formiche), noto per la bellezza naturalistica con le calette, le rocce dai colori vistosi e i bei fondali, con i resti di antiche strutture romane, probabilmente delle terme oggi sommerse ma ancora presenti grazie al risalire, dai fondali circostanti, di colonne di bollicine di origine vulcanica. Qui furono trovate nel 2009 due navi di epoca antica cariche di centinaia di anfore e vasi. Numerosi ritrovamenti vengono fatti ogni anno nella zona di Gela, soprattutto reperti di epoca greco-ellenistica, romana e bizantina, anfore per il trasporto di alimenti (olio, vino, grano), vasi, ancore, trasportati dalle navi che sono affondate sulle secche o contro gli scogli a causa di improvvise tempeste. Qui sono stati rinvenuti il relitto di una nave greco-arcaica, custodita per 2.500 anni nei fondali, che si aggiunge alle tre famose “navi greche di Gela”, e un emporio arcaico seppellito da una duna. A Menfi, precisamente a Porto Palo, antico approdo dei greci della vicina Selinunte, fu trovato il relitto di una nave romana il cui naufragio risale al II-I secolo a. C.. La nave delle terrecotte a Favignana, una nave araba risalente intorno all’XI secolo con il suo enorme carico di anfore, piatti, tegole è stato rilevato ad una profondità di 70 metri. Una nave dei punici fu scoperta invece a Marsala.In questo settore ci sono percorsi archeologici studiati e progettati dalla Soprintendenza del Mare, realizzati con reperti rinvenuti e mantenuti nella loro giacitura originale. A Levanzo adagiati sul fondo si trovano numerosi ceppi d’ancora in piombo, lì dove esisteva il luogo d’ancoraggio delle navi romane che affrontarono la flotta cartaginese. A Pantelleria anfore e ceramiche di vario tipo, un ceppo d’ancora plumbea, porzioni lignee di uno scafo affondato. A Filicudi un museo sommerso in prossimità della Secca di Capo Graziano. E per chi non sa nuotare? Niente paura. Rimane sempre la possibilità, in molte località della Sicilia, di farsi un giretto a bordo di battelli con la chiglia trasparente che consentono di ammirare i maestosi fondali. Oppure, come nelle Pelagie, ci si può dedicare nel periodo estivo al “Dolphin watching”, l’avvistamento dei delfini, comodamente seduti su potenti motoscafi.

Sapersi

distinguere

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Parchi e d’intorni di Graziella Ambrogio

Ufficio Comunicazione Area Marina Protetta del Plemmirio

Area marina protetta del Plemmirio a Siracusa

Un tripudio di colori, profumi e suggestioni, questo è il biglietto da visita della più giovane Area Marina Protetta d’Italia istituita in Sicilia.

Il Plemmirio, preistorico villaggio sulla costa siracusana cantato da Virgilio nell’Eneide, dà il nome all’Area Marina Protetta creata lungo la costa di Penisola Maddalena e Capo Murro di Porco, situata a sud di Siracusa. Quindici chilometri di mare e suggestivi paesaggi, dove passeggiare, immergersi e vivere a stretto contatto con la natura grazie ad un susseguirsi di coste alte, calette, grotte emerse e un territorio ricco di straordinaria flora e fauna, ma anche di storia e cultura, un vero paradiso per il diving. Creata grazie allo sforzo congiunto del Comune e della Provincia di Siracusa, uniti in una strategia di rilancio delle risorse marittime quale elemento determinante di sviluppo locale sostenibile, patrocinata e finanziata dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del mare, l’Amp del Plemmirio è nata all’insegna dell’accessibilità totale. Il mare dell’Area Marina Protetta del Plemmirio offre in diversi punti un panorama spettacolare ed emozionanti visioni. Da Capo Castelluccio a Punta Tavernara, i limpidi fondali si mantengono bassi per trecento metri dalla costa per poi scendere improvvisamente a quote più elevate, mentre da Punta Tavernara a Capo Murro di Porco, già sottocosta, i fondali superano i 40 metri. Un mare ricco anche di storia. I fondali del Parco Marino sono ricchissimi di importanti e numerosi reperti archeologici di varie epoche e civiltà. Il mare di Siracusa, città Unesco patrimonio dell’umanità ha rappresentato la rotta più battuta dell’antichità dalle imbarcazioni d’epoca. Un territorio tutto da scoprire, a terra come in mare.

Consorzio Plemmirio Piazza Euripide 21 - Siracusa tel. + 39 0931 449310 - fax + 39 0931 449954 www.plemmirio.it

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X-Mag

Angelo Occaso

di Gaspare Urso

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maestro ’ascia

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d accoglierti nel suo cantiere sono linee tracciate su fogli di carta, pezzi di legno e barche in attesa di prendere il largo. Ogni passo nell’area di Riva Forte Gallo a Siracusa è un salto indietro nel tempo di anni, a volte secoli, arrivando fino a Cristoforo Colombo. Nel cantiere di Angelo Occaso, uno degli ultimi maestri d’ascia viventi, le parole d’ordine sono “iabbu”, “ordinate”, “buzzetti”.Termini antichi ma testimoni viventi di una professione che ormai da anni combatte contro l’oblio e la cancellazione. Occaso, settant’anni, nato a Licata ma ormai da trent’anni a Siracusa porta ancora avanti, seppur tra mille difficoltà, la professione del “calafataro”, del costruttore di barche. Lo fa in uno spazio piccolo, angusto, inadatto per chiunque ma non per lui e la sua passione che continua a vivere e si snoda tra piccole riparazioni, la costruzione dei “buzzetti”, la tipica barca da pesca siracusana, e la realizzazione di un sogno, o forse sarebbe meglio dire di un’impresa: far rivivere una delle caravelle, la “Pinta”, utilizzata da Cristoforo Colombo per scoprire l’America. “Ci abbiamo lavorato in tre”, racconta Occaso, “partendo semplicemente da uno dei modellini che si possono trovare in tutte le edicole”. Un punto di partenza minuscolo per creare “i disegni e ricostruirla in scala 1:50”. Insieme ad Occaso, in questa impresa anche il figlio Vincenzo e Massimo Salino che con grande creatività e passione sta cercando di portare avanti la tradizione dei “calafatari” siracusani. Ed è con grande orgoglio che Occaso parla della “Pinta”. “Ogni singolo pezzo”, spiega, “è stato riprodotto in maniera autentica. Dal timone, ai boccaporti, dalla griglia di copertura alle scalette”. In fondo, sono passati secoli ma,

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sottolinea Occaso “il procedimento di costruzione della caravella è praticamente lo stesso di quello di una barca. La struttura interna è uguale per tutti”. Lunga 17 metri, larga 6 e alta 5, con tre alberi, la “Pinta” siracusana è stata realizzata con legni fatti arrivare da Napoli. “Abbiamo usato la quercia per l’ossatura, l’azobè per la chiglia e pino e larice per il fasciame”, è il racconto di Occaso. Per la verniciatura c’è stata qualche difficoltà in più perché noi non sapevamo cosa avessero utilizzato. Gli antichi, per far durare la tavola, si servivano di olio di balena ma noi l’abbiamo verniciata con pittura al mignon e piombo per resistere sott’acqua”. A “spingere” la caravella, commissionata dall’assessorato regionale al Turismo per essere un’attrazione per i visitatori, due motori da cinquecento cavalli l’uno. “Sarà omologata per cinquanta persone”, continua il maestro d’ascia, “ed avrà anche dei tavoli ed un piccolo bar”. Insomma dalla scoperta dell’America a giri turistici allietati da piatti tipici locali. Un salto enorme per la “Pinta” ma anche una vera e propria impresa per Occaso che ha “incontrato” le barche da piccolissimo. “Andavo ancora a scuola”, dice, “a quei tempi le mamme ci mandavano prima a scuola e poi a lavorare e così io ho a 10 andavo e venivo dal cantiere imparando il mestiere”. Un’immagine, questa, sbiadita dal tempo e dalla tecnologia. “Adesso ogni tanto viene qualche ragazzo che mi dice di voler imparare”, continua Occaso, “io li metto lì a pitturare ma se non c’è la passione è difficile”. La realtà, dice non senza un filo di tristezza Occaso “è che non c’è più futuro. Non troviamo personale che possa imparare il mestiere, almeno qui a Siracusa. In queste condizioni è difficile andare avanti”.

A Licata, invece, sessant’anni prima, “aiutavo il maestro, l’operaio più specializzato a costruire le barche, ad inchiodare la tavola, a mettere i pezzi di legno. Seguendo le sue istruzioni noi chiodavamo, calafatavamo e pulivamo la barca. Così, pian piano, passo dopo passo ho imparato”. In un mestiere dove l’esperienza è tutto, la costruzione della barca “avveniva ad occhio, con l’aiuto della pratica acquisita e l’utilizzo di una sola sagoma, il garbo”. Partendo da un semplice mezzo modello “riuscivamo ad avere dati e misure. Solo in un secondo momento disegnavamo il piano di costruzione della barca e ne tracciavamo sommariamente le forme”. È qui che il mestiere del maestro d’ascia incontra quello dello scultore. L’arte si fonde per dare vita ad un’imbarcazione, ad un modello che cresceva nelle mani e nella testa del “calafataro” esattamente come una scultura. Da un blocco di legno ad una barca. Tutto basato su leggi mai scritte ma assimilate in anni di lavoro. “Il mezzo modello”, racconta Occaso, “ci consente di sapere in anticipo come sarà la barca, di valutarne con l’occhio e soprattutto con il tatto l’avviamento delle linee”. Dal “garbo” si realizzata il “madiere”, cioè le ordinate della barca che rappresentano lo scheletro. “Tutto”, ci tiene a precisare Occaso, “viene elaborato in testa, non sulla carta. È così che si fabbricano le sagome in legno che servono da modello per le costole delle imbarcazioni”. E proprio il legno è uno dei “segreti” del mestiere. “La quercia è privilegiata per l’ossatura perché resistente per tenere la tavola e metterei i chiodi. Per il fasciame, si usano invece legni come il larice, il pino, il faggio o il gelso, tutti adatti a stare a contatto con l’acqua”. Il legno, però, non andava solo tagliato ma anche modellato. Ed è probabilmente questa una delle parti più complicate di tutta la lavorazione. “Per renderla più elastica”, dice Occaso, “la tavola veniva fatta bollire all’interno di un tubo di ferro riempito d’acqua, sotto il quale veniva acceso il fuoco. Poi si procedeva con la piegatura forzandola su forme curve appositamente predisposte per dar loro la forma giusta. Fatto questo la tavola veniva fatta raffreddare”. Un procedimento molto complicato, per la temperatura da utilizzare ma anche per la delicatezza da usare per piegare la tavola, che Occaso “liquida” con poche parole. “Se si sa il mestiere”, racconta. “per noi non c’è niente di difficile, forse è più faticoso trovare il giusto pezzo di legno per adeguarlo alla barca”. Oggi tutta questa storia fatta di famiglie e persone che hanno dedicato la loro vita alle barche ed al mare sta pian piano scomparendo ed anche l’attività del maestro d’ascia è mutata. “Facciamo tante riparazioni”, racconta Occaso, che non è un’attività così semplice come sembra visto che bisogna controllare lo stato dei legni, valutare quali possono essere lasciati e quali invece vanno cambiati”. E poi c’è l’azione del “calafatare” che significa “fare caldo”, cioè fornire calore per

ripulire le superfici incrostate da ripristinare. “Per farlo”, è il racconto di Occaso, “si inseriscono dei cordoni di stoppa o di cascame di lino tra le fessure delle tavole”. L’anno scorso, ad Occaso è stato affidato il compito di realizzare i “gozzi” o “buzzetti” per la Regata dei quartieri storici che si svolge a Siracusa, ogni anno, in concomitanza con la Festa dell’Assunta. A sfidarsi, nella manifestazione organizzata dall’associazione “Il gozzo di Marika”, sono le barche dei cinque quartieri storici della città, Ortigia, Epipoli, Akradina, Neapolis e Tiche. L’evento è in programma il 22 agosto ma già dal 20 sarà aperto il “Villaggio della regata” con stand di prodotti tipici e spettacoli. Gli equipaggi che rappresentano i quartieri, ognuno con un suo colore ed il proprio “gozzo” si daranno battaglia lungo un percorso di 6 chilometri che dallo Sbarcadero Santa Lucia arriva al Foro italico, uno dei posti più suggestivi della città. “Quest’anno”, ha spiegato Emanuele Schiavone, presidente dell’associazione “Il gozzo di Marika”, “ospiteremo il sindaco di Isla, una cittadina maltese. Con loro contiamo di avviare un gemellaggio nel segno delle tradizioni marinare”. Occaso, lo scorso anno ha realizzato cinque barche, tutte completamente uguali nelle dimensioni e nelle decorazioni. “Abbiamo realizzato tutto noi”, dice Occaso, “compresi remi e timone. In un secondo momento alla barca sono stati aggiunti l’albero e la vela in modo da poterla utilizzare anche per altre attività”. Un progetto presente che però sembra non riuscire a frenare un futuro fatto di tanta incertezza. Perché Occaso ripete che “mi piace fare il maestro d’ascia e finché “c’ho” la salute, anche se sono vecchio, continuerò a farlo”, ma la realtà è fatta di un cantiere dove è difficile anche semplicemente scendere la barca in acqua. “Nessuno ci dà aiuto”, aggiunge Occaso, “il luogo dove sorge il cantiere non può essere ristrutturato per via dell’impatto ambientale visto che vicino al cantiere sono presenti le mura spagnole. Noi abbiamo tanti progetti ed anche i mezzi per realizzarli però abbiamo anche bisogno dei permessi. Ci vogliono i mezzi adatti, qui si lavora all’antica”.Tanta amarezza ma anche un moto d’orgoglio. “Noi siamo parte di questo posto”, dice Occaso, “i vecchi calafatari sono nati qui e penso dovranno morire qui ma non ci consentono di apportare almeno delle migliorie al cantiere”. È questo il grido non solo di un maestro d’ascia settantenne ma anche di un’intera professione, e di “caravelle” che tornano a vivere. Nella speranza che davanti a questi capolavori, il mondo esterno non lasci scorrere tutto con indifferenza ma sappia rimboccarsi le maniche per salvaguardare un mestiere e l’identità stessa di un territorio senza confini.


Gastronomia di Annalisa Ricciardi

È rotonda la nuova forma della

convivialità?

Sedersi a tavola in Sicilia tra moda e superstizione Mettete una sera a cena, una lunga tavolata e voi a una decina di posti dall’unica persona con cui avreste potuto intavolare una discussione un po’ più interessante delle previsioni del tempo. La cena a quel punto diventa un vero e proprio supplizio, ci si alza o, peggio, ci si sporge puntando i gomiti sul tavolo e si cerca di conversare ad alta voce per riuscire a farsi sentire a distanza, infrangendo quelle regole basilari del galateo che avevano provato a insegnarci con la certezza che un giorno ci sarebbero servite. Tutto questo però si può evitare grazie a una nuova forma della convivialità: il tavolo rotondo. Molto più comodo ed elegante del tavolo quadrato o di quello rettangolare, dove peraltro si rischia, aggiungendo un posto all’ultimo minuto, di trovarsi seduti agli angoli, temuti posti per i siciliani più scaramantici. “Col tavolo rotondo i commensali sono tutti più vicini e, oltre alle distanze, si annullano anche le gerarchie”, spiega Costantino Guzzo, chef del ristorante Donna Ina di Palermo, “qui in Sicilia però non è ancora molto richiesto dai clienti”. La moda sembra infatti essere più diffusa al Nord Italia, dove i clienti lo richiedono espressamente e dove rappresenta addirittura un elemento discriminante. Secondo Peppe Giuffrè, uno dei più noti chef siciliani che gestisce anche il ristorante della Rinascente di Palermo, la tendenza che si diffonde tra i siciliani è quella del living restaurant, “un ristorante da vivere in ogni momento della giornata e in cui i posti a sedere sono vari, dalla seduta alta al bancone per l’aperitivo o il takeaway, alla seduta bassa al tavolo per il living in comodi tavoli quadrati”. “La comodità del tavolo quadrato”, precisa Iuri Bellomo, chef del ristorante Lubie di Palermo, “consiste nel fatto che è meno ingombrante e che può facilmente diventare rettangolare ospitando il numero desiderato di persone”. Secondo lo chef, nuove tendenze riguardano anche la mise en place: “negli anni siamo passati dal tovagliato coi coprimacchia

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sfalsati rispetto alla tovaglia e di colore diverso, a coprimacchia in tinta e che coprono esattamente le tovaglie, ai “runner” ovvero strisce di tessuto che lasciano parte della tovaglia scoperta. L’ultima frontiera: le tovagliette all’americana”. Tavolo tondo o quadrato, tovagliato alla moda o meno, l’importante è che a tavola non ci si sieda in tredici. Una “paura” antichissima. Si narra infatti che il “seggio periglioso” fosse il tredicesimo seggio vacante alla Tavola Rotonda di Re Artù, riservato dal mago Merlino all’unico nobile cavaliere che sarebbe riuscito a ritrovare il Santo Graal. Chiunque altro avrebbe rischiato gravi sventure, dalla morte immediata all’essere inghiottito da una voragine. “In realtà il tavolo rotondo è più diffuso nella banchettistica perché è molto elegante, specie se la tovaglia cade ai piedi, quello quadrato è più da prima colazione”, precisa Francesco D’Alessandro, da dieci anni maitre del ristorante dell’Hotel Centrale di Palermo, che ha lavorato anche in Svizzera e in Germania in ristoranti “stellati” Michelin. Secondo l’esperto non ci sono regole precise di galateo da rispettare, come per i tavoli rettangolari. “Non esiste il capotavola e di solito chi invita fa scegliere i posti ai commensali”, spiega, “però normalmente si preferisce dare alle persone che vanno servite prima i posti più facili da raggiungere e vale sempre la regola di alternare un uomo e una donna e, proprio al gentil sesso, sono in genere riservati i posti che dominano la sala”. Le dimensioni sono variabili in relazione agli ospiti. Si parte da un diametro di 90 centimetri per due persone, si passa poi a 120 per quattro posti e poi si sale a 160 o ancora a 185 per dieci posti comodi. E se poi ci si dovesse trovare ad essere 150 quanti si narra fossero i cavalieri della tavola rotonda si può passare al tavolo imperiale, ovvero un tavolo rettangolare con due mezze lune alle estremità. Anche qui le gerarchie si annullano, sulla vicinanza di tutti i commensali invece è legittimo qualche dubbio…


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Gastronomia di Annalisa Ricciardi i secondi la premiazione

Trapani conquista Siciliamo 2010 antipasto ragusa

secondo ragusa

antipasto trapani

secondo trapani

Un antipasto di alici marinate agli agrumi con pesche, erbette di campo e salsetta alla menta, un primo piatto di ragù di triglie dello Stagnone e finocchietto di montagna in pasta verde, un secondo di filetto di tonno rosso del Mediterraneo al fieno e sale grosso di Trapani, e infine per dessert una rosellina gelata al Marsala e sesamo croccante su ganache alla cannella e scaglie di frolla alle mandorle. È stato questo il menù che ha vinto la seconda edizione della “Sicilian Cooking Cup” di Siciliamo, la kermesse enogastromica che anche quest’anno si è tenuta al Palace Hotel di Marsala, in provincia di Trapani. A preparare i piatti del menù vincitore sono stati tre chef, Alessio Zichichi, Emanuele Russo e Vito Filingeri, guidati dal loro tutor Gianni Zichichi. Non solo un’esposizione di prodotti, dunque, ma un vero e proprio coinvolgimento per tre giorni dei migliori produttori e degli interpreti dell’agroalimentare made in Sicily, che ha visto impegnata una giuria fatta dagli associati a Le Soste di Ulisse, l’associazione che racchiude l’eccellenza della ristorazione e ospitalità della Sicilia, supportati da giornalisti di settore, comunicatori, operatori ed esperti di enogastronomia. I criteri di valutazione sono stati la scelta degli ingredienti, la presentazione dei piatti e la loro originalità ma anche il gusto ha fatto la sua parte. A promuovere l’iniziativa e premiare i vincitori è stata la Camera di Commercio di Trapani, grazie alla cui collaborazione è stato presentato un panorama delle migliori aziende del vino e dell’olio extravergine di oliva dell’isola, affiancate da una selezione dei prodotti dell’agroalimentare.

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Una giuria di esperti ha gustato oltre 20 piatti di 17 chef

primo ragusa

dolce ragusa

primo zichichi

dolce trapani

La competizione è stata coordinata da Luigi Cremona, noto giornalista del settore, con il supporto tecnico de Le Soste di Ulisse. Un vero e proprio viaggio in tre tappe. La prima, ha visto gli chef del Trapanese sfidarsi tra loro. La seconda ha fatto registrare una competizione culinaria tra quattro squadre, dal tema “Pesce azzurro – frutta rossa di stagione”. Più in dettaglio, la “Palermo Caltanissetta”, capitanata da Gigi Mangia, era formata da Giuseppe Costantino, Ciro Pepe e Giacomo Maria Chichi. Per la “Catania Siracusa”, la giovanissima Maria Alaimo, Giuseppe Lorefice e Giuseppe Venezia hanno lavorato sotto la guida di Emanuela Marino e il keniota Massimo Giaquinta. Per la “Messina Enna” gli chef Michele Bellanca, Onofrio Radicini e Giovanni Grasso hanno preparato i loro piatti guidati da Pietro D’Agostino. Ma a vincere questa seconda competizione è stata la quarta squadra, la “Agrigento Ragusa”, formata da Luigi Causarano, Peppe Bonsignore e il pasticcere Stefano Rosa coordinati da Peppe Barone. La finale, dunque, si è ripetuta rispetto all’anno scorso: Trapani contro Ragusa. Questa volta però ha vinto l’ultima sfida, quella del lunedì, la squadra di casa. Il tema del menù: “Erbe di campo - viva il gelato”. Un vero trionfo di sapori e profumi aperta al pubblico che ha potuto seguire dal vivo e da vicino l’esibizione gastronomica. Non solo. Durante la manifestazione i produttori siciliani hanno potuto incontrare alcuni buyer provenienti da tutto il mondo e invitati dall’organizzazione. Una opportunità per lo sviluppo del business dell’agroalimentare siciliano.


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Novità

stecchi

1920 GOOD HUMOR Nel 1920 il venditore di caramelle statunitense Harry Burt utilizza lo stecco di un lecca-lecca della sua produzione come supporto del proprio gelato ricoperto al cioccolato. Chiamò il suo gelato “Good Humor Ice Cream Bar” e lo brevettò nel 1923. 1921 ESKIMO PIE Intorno al 1921 un danese immigrato negli Stati Uniti, Christian Kent Nelson, che possedeva un negozio di dolciumi, vide un ragazzino che non riusciva a decidersi se scegliere una barretta di cioccolato o un gelato alla vaniglia. Gli venne così l’idea di unire le due cose e con la collaborazione di un produttore locale di cioccolato, Russell C. Stover, creò il pinguino, mettendolo in commercio chiamandolo Eskimo Pie.

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La straordinaria bontà e freschezza degli stecchi geryanna, rendono il prodotto naturale e ricercato soprattutto dai bambini che lo consumano anche per una merenda nutriente, dissetante e senza senza conservanti.

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Si tratta di un gelato i cui ingredienti principali, latte fresco, zucchero, panna e uova, oltre gli stabilizzanti naturali, come la farina di semi carruba e la farina di semi guar e il tuorlo d’uovo come emulsionante, miscelati attraverso la pesatura di ogni singolo ingrediente, garantiscono un prodotto unico, sano ed equilibrato e sempre totalmente genuino. L’utilizzo delle migliori materie prime siciliane come gli agrumi, le fragole, le more di gelso (in ogni stecco dal 40 al 70% di frutta fresca) nonché il rinomato pistacchio di Bronte come le nocciole, determinano un gelato di altissimo livello assolutamente senza aromi, coloranti, conservanti, additivi chimici, grassi idrogenati, surrogati o prodotti di sintesi. Tutto siciliano il gelato su stecco prodotto da Geryanna possiede percentuali importanti di prodotti naturali come succo d’ARANCIA al 50%, succo di LIMONE al 20%, polpa di FRAGOLA al 40%, polpa di GELSI al 40% o polpa d’ ANGURIA fino al 70%. Attualmente si può trovare a Messina e provincia in hotels, villaggi vacanze, stabilimenti balneari, resort, Golf, Yacht e Tennis Club e centri wellness.

La sua storia risale ai primi anni del XX secolo e l’origine della sua nascita è casuale, dovuta alla scoperta di un bambino americano, Frank Epperson, che, in una fredda notte invernale, lasciò sul davanzale della finestra un bicchiere di acqua e soda con dentro il bastoncino usato per mescolare il liquido. Il giorno dopo, Frank riuscì a liberare il blocco di ghiaccio formatosi facendo scorrere acqua calda sul bicchiere, e prese a mangiare il primo “ghiacciolo” usando il bastoncino come manico. Nel 1923 Epperson ottenne il brevetto con il nome di Epperson Icicle, in seguito abbreviato in “popsicle“.

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L’Industria ha spesso “preso a prestito” molte idee della Gelateria Artigianale, oggi parliamo del gelato su stecco. Molti pensano che i comunemente detti “pinguini o ghiaccioli” sia stata proprio l’industria ad inventarli, invece, si conoscono diverse storie su chi abbia inventato il gelato su stecco.

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Dopo i gelati e le granite arrivano gli

In Italia il primo Pinguino comparve a Torino, nel 1935, nella Gelateria Pepino, brevettato con il nome di Pinguino, in quanto all’epoca veniva prodotto solamente al gusto di crema vaniglia e ricoperto di cioccolato amaro, ricordando così la livrea dell’uccello antartico. Il gelato su stecco diviene una specialità del vecchio gelatiere, che estende la varietà dei gusti proposti, ed affiancando ad essi anche i “ghiaccioli” costituiti da acqua, frutta fresca e zuccheri. Poi l’industria ha copiato sia la filosofia che la forma. Nasce così il mottarello creato dall’industria Motta nel 1948, al gusto di fiordilatte ricoperto di cioccolato. Le caratteristiche migliori di questo prodotto restano comunque la natura genuina delle materie prime e l’artigianalità col quale viene lavorato. A Messina esiste un’azienda che esegue questa lavorazione di gelato su stecco in modo del tutto artigianale.

La quantità e la qualità di prodotto naturale impiegata per la lavorazione di stecchi artigianali è veramente importante: succo d’ARANCIA 50%, succo di LIMONE 20%, polpa di FRAGOLA 40%, polpa di GELSI 40% polpa d’ANGURIA 70%.


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Natura di Roberto Rizzuto

agricoltura biologica

PRODOTTI TIPICI, LE MADONIE LANCIANO LA SFIDA

P

romozione dell’agricoltura biologica e rinaturazione delle aree degradate: sono alcuni degli obiettivi individuati dal laboratorio biologico delle Madonie, che ha avviato dei progetti ad hoc finalizzati, tra l’altro, alla conservazione del germoplasma autoctono, senza perdere d’occhio lo sviluppo delle opportunità occupazionali per i giovani dell’area madonita. Un’attività, quella del laboratorio, che si protrae dall’ottobre 2009 e che mira a divulgare e sostenere le attività compatibili con la tutela ambientale, per la valorizzazione del patrimonio del Parco delle Madonie. Numerose le iniziative promosse dal laboratorio, che, in collaborazione con il dipartimento di Scienze botaniche dell’Università di Palermo, ha realizzato a Villa Sgadari, a Petralia Soprana, un campo di collezione che ospita oltre 400 esemplari di specie frutticole. A Collesano, invece, in una villetta comunale, è stato allestito un campo dimostrativo di piante aromatiche. Grande rilievo è stato dato infine all’agricoltura biologica madonita, tramite attività di animazione territoriale e di promozione dei prodotti delle circa 170 aziende che operano in biologico sul territorio.

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Moda

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Foto di Sex and the City 2 Craig Blankenhorn, © MMX NEW LINE PRODUCTIONS, INC.

didiPietro Chiara Astone Celona

Sex city2 and the

moda da mille e una notte

Carrie ha preso le sue Manolo ed è sbarcata ad Abu Dhabi, non senza le sue inseparabili amiche. Patricia Field, la costumista del film, ha pescato fra i suoi bauli pezzi vintage, haute couture e di designer emergenti, e li ha perfettamente cuciti addosso ad ogni personaggio. Noi ci abbiamo aggiunto qualche ingrediente, direttamente dalle passerelle estive 2010. Dimenticate Sex and the City. Parlo della serie. Sex and the City 2, il film, è davvero un’altra cosa. Sex and the city 2 è un viaggio, un lungo momento di evasione, un racconto leggero e piacevole, una chiacchierata con Carrie&Co., da gustare con le aspettative che merita, senza troppe pretese. Sex and the city 2 è divertimento, colore, lusso, atmosfere esotiche, arabeggianti, ed è anche, soprattutto, moda. Fedele a se stesso nell’attenzione allo stile, si discosta da tutto quanto visto in precedenza nelle atmosfere e nelle ispirazioni. Lasciata New York alla volta di Abu Dhabi (anche se il film è stato girato in Marocco), l’atmosfera si trasforma, le cromie si fanno più calde ed intense, gli abiti si allungano, s’inseriscono numerose soluzioni per coprire le spalle, come vuole la cultura dei paesi arabi, mentre gli accessori cercano possibilità creative fra l’art deco, l’etnico e il contemporaneo. I look del film, quelli di Carrie-Sarah Jessica Parker in primis, sono i veri protagonisti di queste pagine, che vogliamo offrirvi come un mix fra pezzi realmente indossati sul grande schermo dalle 4 ormai ex-ragazze e pezzi scelti, in abbinamento ai primi, fra le collezioni primavera-estate 2010. D’altronde, il sapiente gioco del “mix and match” è sempre stato il segreto, e credo anche la fortuna, di Patricia Field, storica costumista anche della serie, che questa volta ha potuto dare libero sfogo al suo estro creativo senza preoccuparsi troppo della sofisticata realtà newyorkese. Abbiamo deciso di dedicare un po’ più di spazio a Carrie, la scrittrice e voce narrante della serie, perché è sempre stata lei la vera ed indiscussa icona di stile, nonostante scelte spesso eclettiche e stravaganti; a lei abbiamo tutte invidiato la pur caotica cabina armadio, trasformata poi nei film in un

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più ordinato universo di eleganza. Proprio la cabina armadio di Carrie sembra fare da ponte fra serie e film: in Sex and the City 2, Carrie fa addirittura “visita” al vecchio guardaroba, rimasto nella sua prima casa, e ne tira fuori lo splendido abito “newspaper” di John Galliano per Dior (le patite della serie lo ricorderanno nella terza stagione), con cui riporta Mr.Big indietro nel tempo di dieci anni. A parte questi piccoli omaggi a quello che Carrie era, la sig. ra Preston vista in Sex and the City 2 continua a stupire, e lo fa con il primo dei look che vi proponiamo (figura 1), quello che la stessa Parker ha ammesso essere il suo preferito. La spettacolare gonna (anche se in realtà si tratta di un sotto gonna) di Zac Posen viene accostata alla t-shirt vintage di Christian Dior. Anche la giacca viene dalla collezione di Posen, la borsa è vintage, mentre le scarpe a stringhe rosa sono dell’immancabile Manolo Blahnik,disegnate appositamente per questo film. Carrie trova, con questi accostamenti, il suo personale modo per non passare inosservata persino nel coloratissimo e caotico souk di Marrakech. E’ ancora un abito lungo (figura 2) la scelta di Patricia Field per la Parker nella scena della tenda beduina, allestita per le protagoniste nel deserto. Si tratta, questa volta, di un abito rosa cipria della maison Halston, altra firma molto sfruttata per Sex and the City 2. I bracciali rigidi a fascia visti nel film sono Cocotay, le scarpe ancora Manolo, ma un cenno lo merita la bellissima pochette di Bea Valdes, chiamata “Bella Thistle”, adagiata sul tappeto di fronte a Carrie. Ogni “Bella Bag”, come ci ha fatto sapere l‘ufficio stampa, richiede 100 ore di lavoro ed è realizzata con 6000 cristalli Swarovski cuciti a mano e completata da un nastro da polso in satin. Per chiudere con la selezione degli abiti indossati da Sarah Jessica, abbiamo scelto il lungo abito Halston (figura 3), che impreziosisce la scena in cui Carrie cammina da sola lungo la spiaggia. Balze leggermente plissettate, spalline sottili e un colore caldo che ricorda il tramonto. Abito perfetto nella sua sobrietà, impreziosito da un monile importante di Rodrigo Otazu, che vi proponiamo in dettaglio. Godetevi allora il puzzle di pezzi originali o appositamente selezionati, fra le collezioni primavera-estate 2010, per far rima con quelli del set. Perdetevi in un caldo, colorato e lontano sogno, effimero come la moda, ma altrettanto irresistibile.

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gonna e giacca: Zac Posen

2

tage

• t-shirt: Dior • borsa: vin

Abito: Vivienne Westwood T-shirt: Pinko Sandali: Zara

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em Acra Abito: Halston • Cintura: Re Valdes Bea sa: Bracciali: Cocotay • Bor k hni Bla Scarpe: Manolo

Tuta: Blugirl by Blumarine Bracciale: ilias LALAoUNIS Bella Thistle Bag: Bea Valdes

3

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*

Abito: Halston Bracciale: Rodrigo Otazu

Abito: Reem Acra(*) Abito con bretelline: Stefanel Bracciale: Rodrigo Otazu


Moda

Foto di Sex and the City 2 Craig Blankenhorn, © MMX NEW LINE PRODUCTIONS, INC.

di Pietro Astone

Grembiule: “Bib Audrey Cupcakes” di Jessie Steele, disponibile sul sito www.jessisteele.com

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Grembiule: Jessie Steele

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• Pantaloni: Missoni Abito e cappello: Hermés o Scarpe: Salvatore Ferragam • li Cintura: Roberto Caval

y2 Sex and the Cit ntha Kim Cattrall/Sama

ini: vintage

Abito: Marc Bauer • Orecch

Orecchini: Sodini

Sfilata Laura Biagiotti p/e 2010

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Libri

Classifica

a cura di Alessandra Morace ma g

Caterina

• Acqua in Bocca

V.le S. Martino, 15 - 98123 Messina tel. e fax 090 9430614

Diario di un padre nella tempesta

autori: A. Camilleri, C. Lucarelli editore: Minimum prezzo: € 10,00

autore: Antonio Socci editore: Rizzoli prezzo: € 16,50

Narrativa

Canale Mussolini – PREMIO STREGA 2010

autore: Antonio Pennacchi • editore: Mondadori • prezzo: € 20,00 Canale Mussolini è l’asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l’acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare. Il vanitoso Adelchi, più adatto a comandare che a lavorare, il cocco di mamma. Iseo e Temistocle, Treves e Turati, fratelli legati da un affetto profondo fatto di poche parole e gesti assoluti, promesse dette a voce strozzata sui campi di lavoro o nelle trincee sanguinanti della guerra. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti. E poi c’è lei, l’Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. E Paride, il nipote prediletto, buono e giusto, ma destinato, come l’eroe di cui porta il nome, a essere causa della sfortuna che colpirà i Peruzzi e li travolgerà.

Il Sari Rosso

autore: Javier Moro • editore: Il Saggiatore • prezzo: € 18,50 Cambridge, 1965. Due ragazzi si conoscono e si innamorano. Lei si chiama Sonia Maino, è italiana e proviene da una famiglia semplice. Lui è indiano e sì chiama Rajiv Gandhi: è figlio di Indira e nipote del Pandit Nehru, il fondatore, insieme al Mahatma Gandhi, dell’India indipendente. Superata l’opposizione iniziale del padre della ragazza, nel 1968 i due si sposano. Al matrimonio, lei indossa un sari rosso, il colore delle spose indiane. Nascono due figli, ma la tranquillità familiare non durerà a lungo. Presto Rajiv diventerà consigliere della madre e segretario generale del Partito del Congresso. Nel 1984 Indira Gandhi, al secondo mandato come primo ministro, perde la vita in un attentato e il figlio le succede. La tragedia incombe: nel maggio del 1991 Rajiv viene assassinato da un commando delle Tigri Tamil. Nel 1995 avviene l’incredibile: Sonia accetta il ruolo di leader offertole dal Partito del Congresso. Sarà proprio lei a portare alla vittoria il suo schieramento alle elezioni del maggio 2001, rinunciando poi al ruolo di primo ministro, pur rimanendo alla presidenza del Partito per perseguire il suo obiettivo iniziale, lo stesso del marito e della suocera: la lotta alla povertà. Con una scrittura epica e carica di sensualità, sulla scia di “Stanotte la libertà” di Dominique Lapierre e Larry Collins, Javier Moro ricostruisce nel suo “Sari rosso” la storia memorabile e appassionante dell’”italiana” diventata “figlia dell’India”.

Scene dalla vita di un villaggio

autore: Amos Oz • editore: Feltrinelli • prezzo: € 16,00

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Un uomo capita, quasi per caso, in un pittoresco villaggio d’Israele, Tel Ilan. Tutto sembra immerso in una quiete pastorale, se non fosse che invece in quell’armonia formicolano segreti, fenomeni inquietanti, tresche amorose, eventi di sangue. Tocca al visitatore cercare di svelare l’enigma, o anche soltanto conciliarsi con tutti questi misteri. Come quello di Benni Avni, sindaco del villaggio, che un giorno riceve un biglietto dalla moglie con solo quattro parole: “Non preoccuparti per me”. Il marito naturalmente si preoccupa, la cerca in casa, in un rifugio antiaereo in rovina, in una sinagoga vuota, in una scuola - e questo è quanto. Non sapremo mai dov’è finita la moglie di Benni Avni. Né sapremo mai l’identità di quella strana donna, vestita da escursionista, che improvvisamente appare davanti all’agente immobiliare Yossi Sasson. O cosa è successo al nipote della dottoressa Ghili Steiner, che doveva arrivare al villaggio con l’ultimo pullman, ma non si è mai visto. O chi sia lo strambo Wolf Maftzir, che si infiltra nella vita e nella casa di Arieh Zelnik. Qualcosa di terribile è accaduto nel passato dei protagonisti di Tel Ilan. Qualcosa non è stato assorbito dalle loro menti e non è stato preservato nelle loro memorie, eppure esiste da qualche parte, nelle cantine, freme negli oggetti stessi, rivissuto ancora e ancora attraverso il dimenticare, in attesa del momento della rivelazione.

• Acciaio autore: Silvia Avallone editore: Rizzoli prezzo: €18,00

• Il filo che brucia autore: Jeffery Deaver editore: Rizzoli prezzo: € 19,50

• La breve seconda vita di Bre Tanner autore: Stephenie Meyer editore: Fazi prezzo: € 16,00

• Il fattore scarpetta autore: Patricia Cornwell editore: Mondadori prezzo: € 16,00

Legacy

Sag gist ica

Raga zzi

autore: Cayla Kluver editore:Spearling & Kupfer prezzo: € 17,90

Una cascata di capelli scuri, occhi neri come l’ebano e l’animo inquieto di chi guarda al domani con trepidazione: è la giovane Alera, principessa di Hytanica. Il suo diciottesimo compleanno si avvicina, e con esso il momento in cui dovrà annunciare al popolo il nome del suo futuro sposo. La ragione di Stato le impone di cedere al corteggiamento serrato del prescelto, il nobile e coraggioso Steldor, ma Alera non riesce a rassegnarsi: vorrebbe rimanere fedele ai propri sogni e sposarsi per amore. Un giorno, a palazzo arriva Narian, un ragazzo dal passato oscuro e dal sorriso dolcissimo. Ad Alera basta uno sguardo per innamorarsi perdutamente e accantonare gli obblighi di corte. Nel corso di lunghe chiacchierate notturne, Narian le racconta di essere cresciuto in una terra governata da leggi molto diverse da quelle di Hytanica, una terra in cui le donne sono libere di scegliere il proprio destino senza sottomettersi alla guida e al volere degli uomini, e le mostra un modo nuovo di affrontare la vita. Tanto che la principessa ora è pronta a tenere testa al padre. Ma presto Alera deve fare i conti con un’amara verità: scopre infatti che Narian proviene dall’odiato regno di Cokyri e che il suo nome è legato a una terribile maledizione, capace di distruggere il futuro di Hytanica. Soltanto lei potrà salvare il suo mondo. E per farlo dovrà affrontare una dura battaglia interiore... Età di lettura: da 13 anni.

Settembre 2009, Caterina, ventiquattro anni, la figlia maggiore di Antonio Socci, è in coma dopo un arresto cardiaco. Attorno a lei e alla sua famiglia si crea una straordinaria catena di solidarietà e di preghiera, uno spettacolo di fede e amore offerto non solo dagli amici, ma anche dai numerosi lettori del blog di suo padre. Fra di loro molti sono atei e agnostici, eppure l’esperienza di Caterina spinge queste persone a riscoprire il significato e il valore della preghiera, a ritrovare il senso di una fede perduta o lasciata in disparte. Ma sono soprattutto i suoi genitori e gli amici più cari che, giorno dopo giorno, malgrado la durezza della prova a cui sono sottoposti, si affidano con ancora maggior certezza a Gesù Cristo. Il loro è un atto di fede che ottiene presto segni di speranza: il cuore di Caterina riprende a battere da solo e il suo respiro non ha più bisogno di macchine. Di lì a poco, in una sera del gennaio 2010, mentre sua madre le sta leggendo un divertente passo del “Giovane Holden”, Caterina si lascia andare a una bellissima e contagiosa risata. Da quel giorno, un po’ alla volta, riprende conoscenza e intraprende un faticoso cammino di riabilitazione, sia pure pieno di incognite. In questo diario, Socci ci mostra che con la fede (nella presenza viva di Gesù fra noi) e la preghiera possiamo trovare un aiuto straordinario per superare i momenti più drammatici della vita.

Di Testa Nostra

Cronache con rabbia 2009-2010

autore: A. Camilleri, S. Lodato editore: Chiare Lettere prezzo: € 13,60 Il problema nasce quando i nani si rappresentano il loro dio... E il problema è ancora più grave quando un nano si crede addirittura dio. Lei pensa che io stia alludendo? Non si sbaglia.” Eravamo partiti dall’ars amatoria di Berlusconi e siamo arrivati ai condomini “facilitati” dei politici e alla crisi economica. In mezzo, tra commedia e tragedia, con accenti talvolta comici, il divorzio di B., il nuovo giornalismo alla Minzolini, le amazzoni di Gheddafi, il G8 all’Aquila e gli scandali che hanno investito la Protezione civile, l’attacco a Gomorra, Garibaldi, la crisi del Pd, il ddl sulle intercettazioni... Commenta Camilleri: “Pirandello ai suoi tempi sembrò cervellotico, oggi sarebbe cronista di scarsa fantasia”. E conclude, riferendosi alla classe politica:”Per confrontarsi sulle idee, bisogna innanzitutto averle”. Il viaggio nel “paese senza verità” (Sciascia) non smette di stupire.

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2010

Un Festival di grandi entusiasmi

C

L

’ultima serata è stata la più bella. Le premiazioni, gli ospiti, le luci. Ma soprattutto l’ultima diva del cinema italiano: Sandra Milo a Milazzo alla quinta edizione del Film Festival, voluto, pensato, diretto dal regista Salvatore Presti. Sandra Milo: bionda, magra, adulta. La musa di Federico Fellini porta in dote i segni del tempo che avanza. Con scioltezza. Con fierezza. Perché di memorie da condividere, Sandra Milo ne ha tante. Senza gelosia. Lo ha fatto nell’incontro con gli autori che il Festival organizza ogni anno al Caffè Libreria Puck in piazza Duomo dove si svolgono le serate di spettacolo del Festival. E che quest’anno ha ospitato anche Pippo Franco e Alvaro Vitali.

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Una sintesi perfetta fra popolarità e ricercatezza autorale.

Milazzo Film Festival V Edizione 12/18 luglio 2010

osì è il Festival di Presti che in questa quinta edizione ha ricordato figure epocali del nostro cinema: Turi Vasile, cineasta messinese scomparso da meno di un anno; Ennio Flaiano, giornalista e sceneggiatore di cui si celebrano i cento anni dalla nascita; Federico Fellini, mirabile interprete di un’Italia in declino ma pura di sentimenti a novant’anni dalla nascita. E poi il cinema tedesco e Rainer Werner Fassbinder, nel solco della collaborazione che il Festival di Milazzo ha cementato con il Goethe Institute di Palermo. Quattro figure indimenticabili del cinema europeo celebrate attraverso le proiezioni di pellicole mitiche: Gambe d’oro; Pane e Cioccolata; Io la conoscevo bene; Il padre di famiglia; I Vinti; Roma. È su questo film proiettato il sabato sera (il festival si è svolto fra il 12 e il 18 luglio scorsi) che Presti si è superato. Roma (in cui Vitali è protagonista secondario nei panni di un attore di avanspettacolo) è stato proiettato con sette minuti inediti, recuperati e restaurati dalla cineteca di Bologna. E che grazie alla collaborazione col direttore Gianluca Farinelli, il direttore artistico del Milazzo Film Festival ha portato in esclusiva nella città del Capo. Seconda volta in assoluto in Italia. Ma di esclusive questa rassegna cinematografica - non chiamatela più semplicemente concorso per corti, please – ne ha riservato almeno un’altra. Lo spettacolo della diva Sandra: che da piazza Duomo, domenica 18 luglio, insieme a Pino Strabioli, dialogante, provocatore, egli stesso attore che veste i panni di Fellini nella piece in fase di allestimento, ha ricordato la sua “Dolce vita” con il regista. “Caro Federico” è il titolo dello spettacolo che a partire dal prossimo autunno farà tappa in tutti i teatri italiani. Un festival che – se non è più solo un concorso per corti – resta la platea e insieme il trampolino di lancio del cinema per autori. Quattro i corti premiati. Ha vinto la quinta edizione del Premio Milazzo Film Festival “Encourage” per la regia di Eleonora Campanella, il Premio Polifemo (riservato agli autori nati o residenti in Sicilia) è andato a “Tommasina” per la regia di Margherita Spampinato; riconoscimento G2-Colori riflessi a “Xie Zi” di Giuseppe Marco Albano; premio Cortobello assegnato dal pubblico a “Bravi Italiani” di Daniele Barillà. Questa quinta edizione inoltre, si è arricchita anche di un altro riconoscimento, il Premio Attilio Liga per i lungometraggi. Il premio è stato attribuito a “Sopralluoghi per un film su un poliziotto ucciso” di Roberto Greco che ricostruisce la storia di Boris Giuliano. A consegnare il premio è stato Francesco Milio, nipote di Attilio Liga e viceprefetto aggiunto di Palermo. A concludere il ciclo delle premiazioni è stato il riconoscimento che il Festival dedica ogni anno ad una influente personalità del nostro tempo. Il Premio “Lo sguardo di Ulisse”, una creazione in pietra eoliana e argento realizzata dal maestro Antonello Piccione, è stato attribuito all’ambasciatore Francesco Paolo Fulci (nella foto) “per aver veicolato nel mondo una immagine positiva e vincente dell’Italia e della Sicilia, tracciando valori esemplari per il nostro tempo”.

flaiano fassbinder fellini vasile


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MUSICA D’A…MARE “Tutti al mare, tutti al mare…”cantavano i nostri genitori. Finalmente è arrivata l’estate: sole, caldo e tanta musica. Qui di seguito troverete alcuni consigli utili per la vostra giornata ideale all’insegna di una sana dieta musicale che vi permetterà di gustare a pieno e vivere il calore del sole e il sapore dei tramonti. Ore 10:00... sveglia. Si…perché d’estate più o meno è questa l’ora! Con gli occhi ancora chiusi, a tentoni, ci si alza dal letto alla ricerca del primo disco con il quale incominciare la giornata: Tracey Thorn, la cantante degli EBTG è l’ideale per rimettere in sesto tutte le funzioni motorie e celebrali. Ore 11:00... costume e melone sotto il braccio pronti per andare al mare…ovviamente l’Hi-Pod suonerà il disco degli UB40 e il nuovo album di Nass e Damien Marley. Ci sembra di essere in Jamaica arrivati direttamente sulle spiagge di Kingston evitando il traffico cittadino ma, ahimè, le meduse che lambiscono i piedi ci riportano alle nostre assolate spiagge! Ore 13:00... dopo una ghiacciata doccia per togliersi il sale da dosso, una bella granita e brioche in compagnia di Dave Matthews quindi dritti a casa per una leggera pennichella; David Sylvian ci aiuterà a prendere sonno! Ore 16:00... in piedi! Un bel caffè e di nuovo mare. Questa volta per assaporare l’imbrunire tra le chiacchiere con un amico; Paolo Nutini ci accompagnerà al lento calare del sole. Ore 19:00... aperitivo cadenzato dai ritmi di un buon Hip Hop e un leggero suono techno: sono loro, i maestri del genere: Kruder e Dorfmeister.

Finalmente cala la “noche” • soluzione A - discoteca al ritmo sfrenato e assordante della techno più avanzata…bagno di folla e qui il successo dipende dalla qualità del DJ! Mi astengo dal darvi consigli! • soluzione B - cena sorseggiando un buon vino e gustando del pesce fresco: sicuramente Chris Botti fa al caso nostro con la sua tromba decisamente ammaliante. Se i sintomi della sbronza, per i reduci dalla disco, sono già evidenti, allora un paio di canzoni di Tom Waits potranno lenire i primi conati …“lui si che di alcol ne capisce”!!! Per coloro i quali, invece, già mostrano segni di una cottarella estiva (occhi stralunati, discorsi incomprensibili) bisogna correre subito ai ripari: senza dubbio Led Zeppelin…non in “supposta” ma direttamente “sparato” in cuffietta. Alla fine della giornata, stanchi ma soddisfatti, in qualsiasi caso chiuderemo gli occhi pronti a riprendere il “ritmo” al sorgere del nuovo sole.

Essenza

parma

di Paolo Turiaco

Acqua

Dischi

Buone vacanze e buon ascolto con in valigia: Tracey Thorn (Out of the Woods), UB40 (Labour of love), Nass e Damien Marley (s.t.), Dave Matthew (Liva), David Sylvian (The cake on the bees), Paolo Nutini (Sunny Side Up), Kruder e Dorfmeister (K-D-Session), Chris Botti (Night session), Tom Waits (Blue Valentine), Led Zeppelin (1°).

Profumeria

Viale San Martino, 85 - Messina

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...Profumieri per passione


X-Mag

di Alessio Ferlazzo ma g

L’Italia che resta in Sudafrica, il magistrato Dario Dosio Nei recenti campionati del Mondo di calcio che si sono svolti in Sudafrica gli occhi di tutti gli appassionati del globo erano rivolti alla nazionale italiana, detentrice del titolo. Gli azzurri però hanno deluso tutti. Ultimi nel proprio girone, considerato il più facile tra gli otto del mondiale, la Nazionale è tornata a casa con le pive nel sacco. Ma se l’Italia del calcio non ha trovato i successi sperati nel mondiale sudafricano c’è un nostro connazionale che in Sudafrica ha già vinto. Parliamo di Dario Dosio, magistrato, che rappresenta il Sudafrica presso l’Associazione Internazionale dei Giudici e quella dei Giudici del Commonwealth ed è anche il vice segretario generale dell’associazione internazionale per il trattamento dei reati sessuali. Ha, inoltre, interagito a vari livelli con i giudici italiani in quanto controllano il segretariato dell’Associazione Internazionale dei Giudici. “Questa è un’attività che svolgo in aggiunta alle mie giornate di lavoro in tribunale, che si compongono di processi per omicidio, omicidio colposo, stupro, rapina a mano armata. Mi occupo anche di questioni pertinenti ai giudici, come ad

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esempio il malgoverno della categoria, ma fornisco anche contributi per le nuove leggi e quelle emergenti, organizzo momenti di formazione per i magistrati, nonché faccio loro da portavoce presso l’ufficio governativo competente per la negoziazione degli stipendi e dei benefit”- ha dichiarato Dosio durante la riunione della Commissione Continentale Anglofona Extra Europea del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Sono un italo-sudafricano fiero di vivere in questo Paese e farò tutto quello che è in mio potere per farlo crescere. Continuerò a dedicare me stesso al sistema giudiziario perché questo rappresenta indiscutibilmente la base per la nostra sopravvivenza. Senza un giudiziario forte e indipendente il nostro paese subirebbe certamente una battuta d’arresto. Dario Dosio da anni si impegna nella lotta alla microcriminalità. “Abbiamo questo problema con la gente che viene dal Nord Africa e che arriva in Sudafrica probabilmente scappando dai problemi politici dei loro paesi ed entrano nel nostro Paese perché si trovano meglio. – ha detto Dosio in una recente intervista al Tg2 Dossier - Allo stesso tempo non tutti trovano lavoro e per questo iniziano a delinquere”.


MagMap ma g

agosto/settembre 2010

TAORMINA

PALERMO

trapani

caltanissetta

Gli eventi l ed i luoghi de co presente elenessere potrebbero

AGRIGENTO

7-08-2010 Giovanni Vernia CAMPOFELICE DI ROCCELLA ( PA)

7-08-2010 Allevi TINDARI 7-08-2010 Teo Teocoli PARTANNA 8-08-2010 Teo Teocoli CAPO D’ORLANDO 8-08-2010 Carmen - Rossella Brescia MASCALUCIA

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SIRACUSA RAGUSA

8-08-2010 Teo Teocoli CAPO D’ORLANDO 8-08-2010 Africa Unite CATANIA 9-08-2010 Piovani TINDARI 9-08-2010 Tuccio Musumeci MILO ( CT ) 10-08-2010 Antonello Venditti S.AGATA MILITELLO 10-08-2010 Raffaele Paganini in Tango e Sirtaki PALERMO 10-08-2010 Brigantini MILO ( CT ) 10-08-2010 Raffaele Paganini in Tango e Sirtaki ZAFFERANA 11-08-2010 Empedocle TINDARI

MASTER CLASS di CANTO

Eventi

8-08-2010 Ayala TINDARI

16-08-2010 Marco Mengoni ZAFFERANA 17-08-2010 Marco Mengoni ALCAMO 20-08-2010 I Menecmi con G. Castiglia ZAFFERANA 22-08-2010 Pino Daniele SEGESTA 22-08-2010 Mario Biondi CAPO D’ORLANDO 23-08-2010 Biancaneve ZAFFERANA 23-08-2010 Mario Biondi TAORMINA 24-08-2010 Renzo Arbore e Orchestra TAORMINA 25-08-2010 Dalla-De Gregori TAORMINA

29-08-2010 Alessandra Amoroso TAORMINA 4 - 5/09/2010 Guns N’Roses ROMA-MILANO 4-09-2010 Carmen Consoli TAORMINA 4-09-2010 Diaframma CATANIA 5-09-2010 Malika Ayane TAORMINA 8-09-2010 Pino Daniele TAORMINA 9-09-2010 Uto Ughi TAORMINA 10-12 /09/2010 Gran Premio Formula 1 MONZA 15-09-2010 Elisa TAORMINA

12-08-2010 Massimo Bagnato CAMPOFELICE DI ROCCELLA (PA)

26-08-2010 Massimo Ranieri ALCAMO

13-08-2010 Massimo Bagnato ZAFFERANA

27-08-2010 Alice nel paese delle Meraviglie ZAFFERANA

13-08-2010 Litfiba CAMPOFELICE DI ROCCELLA (PA)

27-08-2010 Enrico Brignano TAORMINA

25-09-2010 Cristiano De Andrè TAORMINA

14-08-2010 Toquinho ZAFFERANA

28-08-2010 Massimo Ranieri TAORMINA

26-09-2010 Peter Gabriel VERONA

16-08-2010 Insieme con Salvo La Rosa MILO ( CT )

29-08-2010 Massimo Ranieri PALERMO

3-11-2010 Sting TORINO

18-09-2010 Gigi D’Alessio TAORMINA 24-09-2010 Elton John with Ray Cooper TAORMINA

Si tratta della prima Master Class del genere a Catania. Come visiting professor ci sarà Marta Gerbi (cantante lanciata nel 2002 dal talent show “Amici” di Maria De Filippi), la quale terrà un seminario sulla composizione. Proprio da alcune settimane è uscito il suo primo cd da solista intitolato “Stranissimo Viaggio”. Gli altri docenti sono tutti giovani e affermati professionisti (attori, musical performer, vocal coach...). La Master Class prevede oltre 40 ore di lezione ed ha un costo di 350€ (meno di 9 euro l’ora). Per chi venisse da fuori Catania è possibile usufruire della convezione con un hotel. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito http://www.artlantide.it

Premio Mag

per il Milazzo Film Festival 2010 È il secondo anno del premio Mag, il secondo riconoscimento alle opere di ingegno che propongono e non “distruggono”. Il premio Mag assegnato dalla nostra rivista nell’ambito del Milazzo Film Festival è andato nell’edizione che si è appena conclusa al corto firmato da Alessandro Marinaro “Fumetti all’italiana” di Alessandro Marinaro che narra la storia di Cristina, giovane ragazza in cerca di fama facile che si ritroverà ad affrontare un provino piuttosto bizzarro. Nel corso della serata conclusiva sono stati assegnati anche altri premi della stampa: la rivista Terminal ha premiato “Ex Cinere” di Luca Emanuele Galzignato mentre il Premio Duellanti, della rivista specializzata in cinema è andato a “Nuvole, Mani” di Simone Massi.

A Barcellona p.g. un’estate... fantastica 07 AGOSTO Flags of our Fathers (2006), regia di Clint Eastwood 10 AGOSTO Toro scatenato (1980), regia di Martin Scorsese 12 AGOSTO Lettere da Iwo Jima (2006), regia di Clint Eastwood

Chi perde la ricchezza, perde molto; chi perde gli amici, perde ancora di più: ma chi perde il proprio spirito, perde tutto. Detto spagnolo

15 AGOSTO SERATA AMICI & BAND DA AVANSPETTACOLO con la partecipazione dei RAGAZZI DI AMICI 29 AGOSTO CONCERTO Angelo BRANDUARDI 30 AGOSTO SOTTO LE STELLE SHOW

MUSICA

Tanta Musica, Cinema e Teatro. Questi alcuni appuntamenti:

cinema

7-08-2010 Flamenco y pasion MASCALUCIA

ili suscettibo e di varia zi n

musica

03-04/08/2010 Jesus Christ Superstar PALERMO 5-08-2010 Giovanni Vernia ZAFFERANA 6-08-2010 Carmen con Rossella Brescia TINDARI 06 - 08 /08/ 2010 U 2 TORINO-ROMA 06 - 08 /08/ 2010 Turandot TAORMINA 6-08-2010 Kledi Kadiu “Non solo Bolero” MASCALUCIA

ma g

CATANIA

enna

• 31 luglio e 1 agosto Jesus Christ Superstar TINDARI 1-08-2010 Dalla-De Gregori RAGUSA • 2-08-2010 Carmen Consoli PALERMO 2-08-2010 Il gatto con gli stivali ZAFFERANA 3-08-2010 Stefano Bollani ZAFFERANA

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In a Box

MESSINA

14 AGOSTO “Luce verticale” Rosario Livatino. Il martirio (Italia, 2007), regia di Salvatore Presti 19 AGOSTO Brazil (1985), regia di Terry Gilliam 21 AGOSTO Gran Torino (2008), regia di Clint Eastwood

24 AGOSTO Bronx (1993), regia di Robert De Niro 26 AGOSTO Invictus (2009), regia di Clint Eastwood 27 AGOSTO Casinò (1995), regia di Martin Scorsese

...e altro ancora

cinema

teATRO

Estate

aBarcellona Pozzodi Gotto


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