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I giorni della locusta. Le stragi di Palermo Misteri, enigmi, dubbi, infamie.

L'ispettore Erik Lonrot si era messo a studiare i diversi nomi di Dio per scoprire l'assassino di un rabbino. Giovanni Falcone si era messo a studiare i conti svizzeri per scoprire le trame dei delitti palermitani. Perché allora ricordo Lonrot? Forse perché Borges deve avere avuto in testa uno come Falcone per creare il suo inquisitore più amato e controverso: la faccia schietta e familiare, i baffi ben curati, gli occhi furbi perennemente in movimento e capaci di penetrare i pensieri più nascosti. Un sorriso indecifrabile, riservato, mansueto; un po' di timidezza ma anche il piglio deciso. Gli umori cangianti, il parlare con parole essenziali e idee appena accennate che costringono ad inseguire il ragionamento, a sapere quanto non è stato detto. La consuetudine a voltare le spalle per non trovarsi al cospetto della persona indesiderata. E la malinconia in agguato di chi percepisce nitidamente la realtà e sospetta di poterne essere soverchiato. Non sapremo mai se Giovanni Falcone abbia messo in conto questa terribile fine. Se l'abbia messa in conto veramente, dico. Quando mai smise di essere un inquisitore, a dispetto di avvertimenti, minacce, morti ammazzati che gli fecero rotolare tra i piedi? Nel labirinto della solitudine ci sono tre linee di troppo, disse l'assassino di Lonrot prima di premere il grilletto. La temeraria perspicacia dell'ispettore non impedì l'ultimo crimine _ quello compiuto ai suoi danni _ ma permise di individuare la segreta morfologia della malvagia serie di delitti. E di considerare per l'ultima volta il problema delle morti simmetriche e periodiche. Non ho avuto il tempo di raccogliere elementi utili per mettere insieme un ragionamento plausibile. Devo affidarmi a pochi fatti, per giunta tutti da verificare. E tentare di disporli su basi logiche. Il metodo è obbligatorio: eliminare tutte le ipotesi, eccettuata una: quella che i fatti disponibili privilegiano. So bene che è irrituale, che c'è il rischio di sbatter la testa, di prendere abbagli, ma è meglio così che l'indagine a 360 gradi, consueta agli inquisitori che la sanno lunga o non sanno nulla. I fatti, dunque. Sul tavolo di Giovanni Falcone, al ministero di Grazia e giustizia, era arrivato un documento di eccezionale importanza che spiegava le ragioni per le quali l'indagine milanese sulle tangenti richiedeva la rogatoria internazionale allo scopo di leggere alcuni conti correnti aperti nelle banche. Il documento contiene nomi e numeri di conto? E quali? 1


«Lo avevo sentito al telefono proprio venerdì mattina e aveva parlato a lungo degli sviluppi della inchiesta», ha detto il sostituto procuratore Antonio Di Pietro. Sabato alle 18,40 l'agguato mortale: Giovanni Falcone, la moglie Francesca e i tre uomini della scorta muoiono in un attentato al tritolo lungo l'autostrada Punta Raisi-Palermo. Che cosa si sono detti i due magistrati? Quali sviluppi avrebbe avuto l'inchiesta?

Lo scambio delle informazioni è avvenuto in un contesto che oggettivamente offre scarse garanzie di riservatezza. Già in passato egli aveva sperimentato questo tipo di difficoltà. Nel corso di una audizione alla Commissione Antimafia _ è il mese di giugno 1989 _ riferendo sul fallito attentato all'Addaura (chili di tritolo rimasti inesplosi), Giovanni Falcone suppose che avessero cercato di ucciderlo per le sue indagini sul riciclaggio di narcodollari. Il 21 giugno del 1989, giorno dell'attentato fallito, si trovavano a Palermo il Procuratore del Canton Ticino Claudia Del Ponte e un suo collega. Nel corso di una cena con Falcone, cena che precedette di alcune ore il deposito di tritolo su un piccolo molo all'Addaura, la Del Ponte espresse il desiderio di recarsi nella villa a mare di Falcone: un appuntamento con la morte, se la borsa al tritolo non fosse stata scoperta dai poliziotti. I due magistrati svizzeri si trovavano a Palermo per interrogare Leonardo Greco, boss di Bagheria, titolare di un conto di ben 10 milioni di dollari in una banca svizzera a Mendrisio (denaro depositato per conto di alcune famiglie siciliane ed italo americane). E una specie di anteprima della strage di Capaci. Ci sono tutti gli elementi essenziali: i santuari svizzeri dell’alta finanza internazionale e delle multinazionali del crimine, il riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite e affidato a un boss siciliano. Perfino l'esplosivo, identico a quello usato sull'autostrada di Punta Raisi. Stavolta, tuttavia, i conti appartengono a importanti uomini d'affari e personalità politiche. Ma solo a loro? La risposta sarebbe stata affidata alle nuove indagini, sulle quali Falcone avrebbe sicuramente mantenuto un ruolo chiave. Si era sempre comportato da inquisitore, e soprattutto non aveva mai abbandonato la vecchia pista svizzera, quella che nel 1987 aveva consentito di incastrare Vito Ciancimino grazie ad una distinta di accredito di una forte somma trovata in una valigetta di un boss di Cosa nostra (sicura prova dei collegamenti fra il leader politico e la mafia). Da Palermo a Milano, da qui a Lugano corre un filo sul quale si potrebbe dispiegare la strategia «militare» che ha messo a punto l'assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre poliziotti. Nei conti svizzeri protetti dal segreto potrebbero celarsi i nomi di coloro che hanno deciso o finanziato la strage di Capaci. Se così fosse, il potere di cui dispongono 2


sarebbe enorme: le informazioni più riservate, il completo controllo del territorio, una struttura logistica quasi perfetta, mezzi e uomini efficienti. Possibile che non abbiano commesso errori? È possibile che non abbiano commesso errori? Sono uomini. Implacabili, efficienti ma solo uomini. Per giorni la fiducia nell'errore possibile ha tenuto insieme il filo dei miei pensieri. Non avevo alternative. A dieci giorni dalla strage di Capaci, le notizie, le informazioni e le rivelazioni di pentiti e di amici e colleghi di Giovanni Falcone, si sommano, si elidono, segnalano una pista, un movente. Ma anche il suo contrario. Deve esserci una logica anche in questo intrigo di sentimenti, di ragioni e di buona e cattiva coscienza che dal giorno dopo stimolano le esternazioni, fanno parlare i collaboratori della giustizia e litigare gli uomini che contano. D'accordo, la realtà non ha alcun obbligo di essere interessante, ma deve esserci una misura ai pregiudizi e ai luoghi comuni. Per partire con l'animo adatto mi convinco che il delitto perfetto non esiste. Quando 1 ' assassino sfugge alla giustizia, 1 ' inquisitore deve chiedersi dove ha sbagliato. E ricominciare da capo, se necessario. Se la verità è ben nascosta, c'è sempre la realtà del giorno dopo, ad offrire uno scenario da esplorare. Certo, è come toccare gli oggetti senza mai stringerli: ma è meglio che niente. Ciò che emerge con assoluta chiarezza attraverso la successione degli attentati e delle minacce fatte a Giovanni Falcone, è la permanenza del pericolo. Una sentenza di morte pronunciata da sempre, che cerca il contesto giusto. Non solo il tempo e il luogo, ma anche _ come dire _ la soglia da non superare. Insomma, Falcone sarebbe rimasto in vita, se il rischio fosse rimasto accettabile: il rischio che le sue indagini, le sue iniziative, causavano agli assassini. Il contesto è apparso ottimale il 23 maggio. Gli eventi stavano camminando così velocemente, a causa di Falcone, che non è rimasto tempo agli assassini, per valutare con il bilancino i pro e i contro dell'azione. Giovanni Falcone sapeva di vivere «a due pollici» dalla morte. Ripetutamente domanda, come quel personaggio di Rabelais, quanto sia spessa la chiglia della nave sulla quale egli naviga. «Oh, sono tavole molto buone, doppie, spesse due pollici», rassicura il capitano. «Allora», conclude quello «noi siamo a due pollici dalla morte?». Il contesto, dunque. Paludoso, ambiguo, confuso, eppure _ per alcuni versi _ semplice, veritiero, plateale. Esso rivela un altro dato certo: l'attentato è stato eseguito dalle cosche siciliane. Potrebbero avere ricevuto un mandato. Una specie di contratto, alla stregua dei killer professionisti. Potrebbero avere ricevuto la collaborazione di qualche specialista 3


esterno: l'uomo che ha preparato il congegno. Più che un contratto per uccidere, tuttavia, considero l'incarico _ ammesso che vi sia un mandante esterno __ il risultato di un accordo, un patto: una specie di joint-venture. L'organizzazione logistica, la rete informativa, le complicità diffuse sono le armi formidabili della mafia, armi che offrono una potenza di fuoco inimmaginabile. Il luogo, quindi, non poteva che essere la Sicilia; ed in Sicilia, la provincia di Palermo; ed in provincia di Palermo, l'area più sicura. «Il problema più importante _ sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino è di assicurarsi l'impunità. Una costante per la mafia, ma non per il terrorismo... La protezione di Falcone a Palermo era più accurata che a Roma, ma l'omicidio è stato fatto a Palermo perché è un omicidio di mafia... Gli omicidi di mafia non possono farsi fuori, si devono fare dove la mafia controlla il territorio». Guido Lo Forte, giudice del pool antimafia di Palermo e Francesco Di Maggio, il magistrato che ha lavorato presso l'Alto Commissariato per la lotta alla mafia, giungono alle stesse conclusioni. «Potevano ucciderlo a Roma con maggiore facilità», osserva Lo Forte. E aggiunge: «Gli omicidi eccellenti si compiono in Sicilia, fa parte del rituale...». Di Maggio ricorda quanto gli riferì Falcone. «Finalmente, dopo anni di vita blindata, mi disse Giovanni, da quando si era trasferito a Roma, poteva fare una vita quasi comune». Ucciderlo a Roma era, dunque, apparentemente più semplice, ma in realtà infinitamente più rischioso. «La certezza di non rischiare _ sostiene Borsellino _ la si può avere laddove il controllo del territorio è totale». E convincente. Ma non del tutto. Borsellino fa un'acuta distinzione fra le abitudini della mafia e quelle del terrorismo. La mafia non agisce «ovunque», vuole sicurezza; il terrorismo accetta il rischio, ha bisogno di agire laddove ha individuato l'obiettivo da colpire. E, soprattutto, ha bisogno di far sapere. Se la sua azione rimane ignota, l'obiettivo fallisce. Il delitto viene compiuto perché tutti sappiano che il gruppo colpisce quando e come vuole, perché provochi sgomento e dia l'immagine di uno Stato debole, ingovernabile, da buttare giù. «Abbiamo fatto un regalo di nozze a Salvino Madonia», confida una voce ignota al centralinista del Giornale di Sicilia, la sera del 23 maggio. Salvino Madonia s'era sposato la mattina dello stesso giorno con Manuela Di Trapani, nelle carceri dell'Ucciardone. I Di Trapani regnano a Capaci e sono associati alla cosca dei Madonia. Possibile che abbiano voluto rivendicare la strage? Per guadagnarci che cosa? Prestigio, autorità, la gratitudine delle famiglie e l'opportunità di «rifarsi» l'immagine dopo i colpi subiti (tre fratelli ed il vecchio Don Ciccio in carcere)? Salvino è conosciuto come il terrorista ed ha 4


appena divorziato da Mela Flore, brigatista di Barbagia rossa. Fra terrorismo e mafia i confini sono divenuti labili? O le abitudini delle cosche si adattano ai tempi nuovi? Guai a lasciarsi ingabbiare dagli schemi. In conclusione: Capaci era stata scelta perché offriva garanzie di sicurezza e permetteva di agire in tranquillità sul tratto di autostrada più favorevole: qui l'auto di Falcone e le vetture di scorta sarebbero passate. Con certezza. La distanza da Punta Raisi garantiva un tempo di preparazione sufficiente; ricevuto il messaggio, gli assassini avevano una manciata di minuti a disposizione. Una scelta quasi obbligata. I tempi. Perché il 23 maggio? Perché non prima o dopo? E perché non in passato, quando Giovanni Falcone firmava centinaia di mandati di cattura, preparava il maxiprocesso, ispirava le azioni dello Stato contro le cosche, guidava il pool ed era più vulnerabile? Lascio da parte, per ora le motivazioni di fondo. L'urgenza di colpire è stata spiegata da Paolo Borsellino. «La sua abitudine di venire a Palermo pressoché ogni settimana e sempre durante il week-end si sarebbe interrotta... Francesca, sua moglie, aveva finalmente ottenuto di stare a Roma per un lungo periodo. Non so quanto fosse conosciuta all'esterno questa circostanza, ma qui lo sapevano tutti»-. Qui, dove? Il palazzo di giustizia, l'ambiente che i coniugi Falcone frequentavano, o __ più genericamente _ Palermo? Il 23 maggio, dunque, poteva costituire l'ultima buona occasione. Se Francesca Morvillo si fosse trasferita a Roma, i ritorni consueti sarebbero finiti e con essi la possibilità di preparare in terra sicura, l'attentato. Questo spiega, tuttavia, l'esigenza operativa, non la sentenza di morte. Ho provato a fare il censimento dei possibili moventi, annotando anche gli argomenti che non condivido affatto, perché lo scenario che esso dischiude offre per sé utili indicazioni. Descrive «la realtà del giorno dopo». Mi riferisco alle soffiate, alla disinformazione «legittima» degli inquirenti ed a quella interessata dei depistatori. La disinformazione, se riconosciuta, è informazione. Può costituire il filo per uscire dal labirinto delle ipotesi. Il movente, dunque: la vendetta della mafia, l'interesse manifestato per il riciclaggio del denaro sporco (Svizzera, USA, Russia), le iniziative del governo in campo giudiziario (carcerazione preventiva) e le decisioni della Cassazione (unicità della mafia). Falcone era l'ispiratore della politica giudiziaria del governo; l'anello di collegamento fra i giudici milanesi che si occupano delle tangenti e del riciclaggio del denaro sporco nella Svizzera italiana; l'uomo incaricato di vedere chiaro sul riciclaggio di denaro effettuato da alcune imprese italiane a Mosca; colui che si sarebbe recato negli USA per incontrare Tommaso Buscetta dopo l'omicidio di Salvo Lima. Falcone aveva convertito i pentiti più autorevoli __ Buscetta, Contorno diventando, in qualche modo, il destinatario dei loro segreti, l'interprete delle loro 5


ambiguità. Aveva reclutato gli «infami», facendone un esercito agguerrito, anche se controverso e odiatissimo, fra le cosche perdenti, sopravvissute alla sconfitta del clan Boutade, Nei trenta giorni che precedettero l'attentato, Giovanni Falcone si occupò di riciclaggio italo-sovietico ed italo-svizzero, dell' omicidio di Salvo Lima, delle tangenti milanesi e di un piano anticrimine. Chi ha deciso di eliminarlo? La risposta sta nella frenetica attività degli ultimi trenta giorni: i conti in banca, i collaboratori della giustizia, il piano anticrimine, il delitto Lima, la decapitazione della mafia di Castelvetrano. Il 12 maggio trovò in auto una lettera anonima che lo invitava a non occuparsi di politica. «Fatti il tuo lavoro», è la raccomandazione. Pochi giorni dopo, la rivelazione di un pentito: si prepara un attentato a Paolo Borsellino. Lo uccideranno sull'autostrada Palermo-Trapani. I due eventi non hanno nulla in comune? Giovanni Falcone si credeva puro ragionatore _ un po' Auguste Dupìn, proprio come l'ispettore Lontrot di Borges _ ma v'era in lui, al pari di Lontrot, qualcosa che lo spingeva a rischiare, ad avventurarsi. Le sue analisi erano rigorose, le intuizioni geniali. Ma non sapeva fermarsi: le regole divenivano allora una forma di violenza. Una fede ingenua nel lavoro lo sospingeva più avanti. Come spiegare, altrimenti, che si sia seduto su un vulcano. «Ho paura», dice Tommaso Buscetta. «Non parlo». «Paura di che?», gli viene chiesto. «Non per la mia persona», è la risposta, «ma per i miei amici, i miei parenti...». Buscetta è una sorta di consulente della giustizia. Nonostante viva sotto falso nome, in un luogo sconosciuto e forse con un volto nuovo, possiede informazioni che gli consentono di sapere. Se non sapesse, non sarebbe giustificata l'iniziativa di incontrarlo. Buscetta conta ancora, mantiene le sue amicizie (è proprio lui a rivelarlo) ed è perciò costantemente informato di ciò che accade in Sicilia. Non ha parlato? Né con Falcone né con alcun altro? Chi può esserne sicuro? Buscetta si fida di Falcone. Ha taciuto su Lima? E se Falcone avesse ricevuto una notizia, un indizio da incoraggiarlo ad andare avanti, a cercare fra le carte, o a parlare con qualcuno? Nulla può essere trascurato. Proprio nulla.

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Dopo l’attentato di Capaci le rivelazioni di Calderone, il ritorno di Fidanzati e le ritrattazioni di Calcara

Nei giorni successivi alla strage, dapprima quasi di soppiatto, poi sempre con maggiore autorevolezza, l'informazione ospita le opinioni dei pentiti. Ognuno dice la sua; meglio, gli viene consentito di dirla da chi ha l'obbligo di tutelarne la sicurezza. Se volessi parlare con un pentito, dovrei rivolgermi al servizio che lo protegge ed ottenere l'autorizzazione ad incontrarlo. O ad inoltrare le mie domande per il tramite del «servizio». Gli agenti incaricati avrebbero l'obbligo di valutare la mia richiesta ed i capi sentirebbero il bisogno di considerarne Vopportunità. Questo in una situazione normale. Se pretendessi un colloquio all'indomani di un grave episodio di mafia, la possibilità di ottenere risposte senza filtri sarebbe praticamente inesistente. Se il pentito sa qualcosa sull'episodio ha l'obbligo di rivelarlo alla magistratura e deve mantenere riservate le sue rivelazioni. Per garantire la sua sicurezza e proteggere le indagini. Dopo Capaci, queste elementari regole non sono state osservate. I pentiti hanno cantato a squarciagola. Talvolta, hanno rivelato informazioni di rilevanza notevole. Antonino Calderone ha fatto sapere che è tutto chiaro: la mafia, che non ha nulla da spartire con la politica, ha organizzato l'attentato. Quale mafia? Quella che sta in carcere, perché non rischia niente (avendo un alibi di ferro). Charles Rose, il procuratore di New York, è convinto che le cosche italo-americane disapprovano; l'FBI non ne è affatto sicura. Ma Calderone non ha dubbi: prevede una nuova guerra di mafia. Com'è possibile, se hanno ucciso in pieno accordo? La decisione di uccidere Falcone, sostiene infatti Calderone, è stata presa da tutti i capi dopo la sentenza della Cassazione «che conferma gli ergastoli ai boss della cupola e la quasi certa nomina di Falcone a Superprocuratore... Un ergastolo scatena sempre la reazione più rabbiosa. La sentenza ha fatto perdere la testa ai corleonesi... Una strage così eclatante non è mai nell'interesse della mafia... A venire assediati dalla reazione dello Stato sono i mafiosi che stanno fuori». Calderone ammonisce: «Cosa Nostra tornerà a colpire. Potrà toccare a un magistrato, a un ministro, a un poliziotto. Cosa Nostra ha un taccuino e per ogni nome scritto arriva l'ora giusta. Doveva dare una prova di forza con Falcone...». Non è il caso di disperare, osserva però Calderone: «Ciò che è avvenuto, è segno di debolezza». Calderone deve reggere la bilancia tra palcoscenico e pubblico.

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Gaetano Fidanzati, altro capofamiglia, accetta l'estradizione in Italia dal Sud America. Ha deciso di collaborare? Così rivela una nota d'agenzia, subito smentita. Ma chi crede che l'accettazione dell'estradizi one in Italia, non sia stata preceduta da un accordo? Fidanzati è un teste chiave, anche nelle indagini di Falcone? Il 21 giugno 1989, l'attentato fallito a Falcone, avvenne nel suo regno, l'Addaura. In marzo del '90 il colonnello dei carabinieri Giampaolo Ganzer scoprì l'esistenza di un piano della cosca Fidanzati per assassinare il giudice Di Maggio con un'autobomba. Di Maggio si occupava di riciclaggio, come Falcone e i due magistrati svizzeri. Il 20 giugno 1989 la vigilia dell'attentato all'Addaura Falcone aveva interrogato Leonardo Greco all'Ucciardone. «Signor giudice _ esclama Greco, rivolgendosi a Falcone _ vedo che lei è troppo abbronzato». Quella frase sarà interpretata come un avvertimento, dopo la scoperta dei candelotti all'Addaura. Ma l'episodio viene riferito solo il 14 novembre del 1990. Da «L'Eco di Locamo», non dalla stampa italiana. Fu una minaccia? O una rivendicazione «preventiva»? Forse, né l'uno, né l'altro. Ma come si fa a non attribuire alcun significato alle parole di Leonardo Greco? D'accordo, anche la prima pagina della Bibbia non va presa alla lettera: Leonardo Greco è un boss del riciclaggio di narcodollari, coinvolto nella pizza-connection, insieme all'industriale bresciano Oliviero Tognoli ed al consulente finanziario Salvatore Amendolito. Entrambi collaboratori di giustizia «e non pentiti», come afferma Amendolito. Da parecchi mesi Amendolito inonda le autorità italiane di memoriali. Uno dei memoriali è stato inviato a Falcone, gli altri ai vertici dello Stato. Amendolito avverte da molti mesi gli italiani _ da Washington, dove vive _ che «la mafia ha aperto il fuoco contro lo Stato». Una guerra dichiarata, perché non verrebbero rispettate certe regole. Quali? I decreti sulla carcerazione preventiva, anzitutto. E i pacchetti anticrimine. La tesi è ardita: lo Stato ha rinunciato al diritto, usa la forza per combattere la mafia; di conseguenza, la mafia risponde con il terrorismo. Da che parte sta Amendolito? Tognoli lo accusa di essere un infiltrato della mafia, la magistratura italiana lo accusa di avere calunniato il capo della procura del Canton Ticino, Carla Del Ponte. Amendolito sostiene che l'attentato all'Addaura è una messinscena tollerata dalla Del Ponte (e non da Falcone). Perché Calderone disegna l'identikit degli assassini sulla stampa, invece che al magistrato? Perché su Fidanzati si sa tutto? Perché Calderone accusa «pubblicamente» i corleonesi che stanno in carcere?

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Chi ha ragione? Amendolito che profetizza una mafia solida, in grado d'impegnare lo Stato con azioni terroristiche? O Calderone che prevede un conflitto «armato» fra le cosche e giudica «debole» la mafia? Due anni or sono Totuccio Contorno si fece intervistare dalla Rai-Tv. «La mafia è tra i giudici», sostenne solennemente. Quando gli posero la questione in altra sede, ritrattò. Come non sospettare il pilotaggio delle rivelazioni? Non guidato necessariamente dall'esterno: il complotto, i servizi deviati, la politica. Ma un pilotaggio ad uso interno, funzionale alle vicende delle cosche, alla loro «politica», alla loro tattica nei confronti dello Stato. I pentiti hanno il potere della conoscenza, dispongono di un credito talvolta illimitato, possono centellinare le informazioni, ritrattare o tornare a rivelare. O intimidire, minacciare con la semplice arte del silenzio... E quando usano l'informazione, il loro potere diviene enorme. Perfino il diavolo ha paura dell'inchiostro. Solo dell'inchiostro? E i giornalisti? Ennio Flaiano ci definiva, con indulgenza, cuochi della realtà. Tommaso Buscetta, che è un uomo d'onore _ così egli continua a definirsi _ non ha dubbi: quando qualcuno passa dall'altra parte, non può tornare indietro; ha perso gli amici e gli amici degli amici. Il mafioso non parla, ma quando parla si taglia i ponti dietro. Totuccio Contorno, che è un pentito d'onore come Buscetta, viene però ospitato nella villa dei cugini Grado, che egli ha tradito con le sue delazioni. Significa che si possono reggere le due parti: l'import ante è quello che si dice. Un antico proverbio siciliano ricorda: «II mafioso muore sbirro, lo sbirro muore mafioso». Il confidente, insomma, può restare in famiglia. Ma deve accontentare ora l'uno, ora l'altro. Delegittimare la delazione, oggi, sarebbe come togliere l'ossigeno ad un asmatico in crisi. E uno stato di necessità, più che una scelta di campo: quando si pretendono risultati, non c'è un'alternativa: bisogna sperare di reclutare un mafioso. Lunedì 1 giugno, una nota dell'Agenzia Ansa annuncia che il pentito Vincenzo Calcara ha inviato due lettere al ministro della Giustizia, all'Alto Commissario e al Presidente della Corte d'Assise di Palermo, davanti la quale si celebra il processo per l'uccisione del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, avvenuta il 13 agosto del 1980. Calcara ritratta il castello di accuse contro le famiglie mafiose di Castelvetr ano. E dice di colui che prima aveva indicato come il capo (e successore di Lipari alla guida del comune), Antonino Vaccarino: «E un'anima pia... Le persone da me accusate sono tutti innocenti...». Vaccarino era stato arrestato per associazione a delinquere alcuni giorni prima della strage di Capaci; tre uomini erano stati condannati già in primo grado all'ergastolo e un quarto uomo a 9


29 anni. «Calcara deve spiegarci perché sta ritrattando oppure perché ha accusato quelle persone», ha detto il Procuratore generale Luigi Croce. Perché, appunto. Le due lettere del pentito sono state spedite il 27 e il 29 maggio, dopo l'assassinio di Falcone. «Le persone da me accusate sono tutte innocenti», ha scritto Calcara, rinunciando alla protezione per lui e la famiglia, tanto «nessuno ci farà più del male». Calcara aveva preannunciato l'attentato a Paolo Borsellino sulla Palermo-Trapani. E se avesse mentito anche in questo? E se fosse un depistiggio? No, è improbabile. L'onda d'urto provocata dall'episodio di Capaci ha raggiunto Calcara. Appena dieci giorni prima, Calcara aveva fatto di Vaccarino l'insospettabile boss di Castelvetrano, l'uomo che ordinò al tavolo di un ristorante l'eliminazione del sindaco. Dopo l'uccisione di Falcone, Vaccarino diventa «un'anima pia». I casi di ritrattazione sono innumerevoli. Spesso sono legati a richieste di protezione per il pentito e i familiari. Paura, sacrosanta paura. Attorno a Capaci girano storie e personaggi inquietanti. Una disperata precisazione della moglie di Gaetano Fidanzati è arrivata ai giornali lo stesso giorno della notizia che Calcara ritratta tutto. «Mio marito _ fa sapere la donna _ non collabora, non parla... Lasciateci tranquilli». Sette giorni dopo l'eccidio entra nell'inchiesta una nota informativa dell'Alto Commissario antimafia. Sarebbe stata spedita il 7 luglio 1991 al gruppo investigativo della Guardia di Finanza. Il procuratore di Firenze, Pier Luigi Vigna, puntualizza di averla ricevuta solo «ieri», cioè il 28 o 29 maggio. Secondo I1 informativa si stava preparando un attentato ad un magistrato siciliano con congegni elettronici forniti da un gruppo che aveva le sue basi a Montecatini e Marciana di Romagna. Vero o falso? Se fosse vero, l'informativa avrebbe compiuto un percorso più lungo del messaggio inviato a Pearl Harbour, con il quale il comando della base navale veniva avvertito dell'imminente attacco giapponese. Da quell'episodio nacque una leggenda: il messaggio non doveva arrivare per tempo (e non arrivò). Tanto cinismo sarebbe servito per coinvolgere nel conflitto gli americani poco propensi a combattere. Leggenda, dunque; ma una leggenda credibile.

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La pista dei Madonia, Amendolito, quintessenza dell’ambiguità. E l’attentato di San Gregorio Il 3 giugno il settimanale Epoca rivela il contenuto di una telefonata. È una donna che con una ricetrasmittente ha ascoltato una conversazione fra telefonini. «Lo facciamo venerdì», dice una voce. «Lui è con la moglie... lo facciamo al secondo ponte dell'autostrada... gli facciamo saltare anche le palle...». Una pausa, poi la voce riprende: «Così capiscono chi comanda». Venerdì, secondo ponte, lui è con la moglie: il contenuto sembra chiaro: l'attentato a Falcone. Ma il giorno successivo il questore di Catania Carmelo Bonsignore è perentorio: «Non c'è nessun nesso fra la telefonata e la strage di Capaci». Perché? «L'attentato sarebbe stato compiuto a San Gregorio, alle porte di Catania». Basta per archiviare l'episodio? Qualcosa non mi persuade, probabilmente perché non dispongo di tutti gli elementi. Intanto, la prima domanda che mi pongo, riguarda proprio l'attentato progettato a San Gregorio. Chi sarebbe stata la vittima? E chi doveva passare quel venerdì sul secondo ponte? I tempi peraltro coincidono perfettamente con la strage di Capaci: Falcone doveva tornare venerdì, poi decise di rinviare. Mi chiedo cosa succede nelle stanze dei servizi di sicurezza quando arriva la segnalazione di un possibile attentato. Specie se non si tratta della solita telefonata anonima che preannuncia la solita bomba. Le intenzioni della «voce» non lasciano dubbi: sarà usato l'esplosivo sull'autostrada. Non un agguato con le armi, alla portata di una cosca periferica, ma un gruppo ben organizzato che dispone di molte risorse. La polizia riceve la notizia e va a controllare il tratto di autostrada sospettato. Non trova nulla. A quel punto non resta altro da fare? La voce, imprudentemente, preannuncia con dovizia di particolari il piano: «Venerdì, secondo ponte, lui è con la moglie». Perché? Ancora più stupefacente un'altra coincidenza: l'attentato rivelato appena 30 giorni prima dal pentito Calcara. La vittima sarebbe stata Paolo Borsellino, il luogo: l'autostrada Palermo-Trapani. E c'è infine l'attentato al sostituto procuratore Canepa: non eseguito, ma preannunciato. Il luogo: la statale Gela-Catania, nei pressi del bivio di Niscemi. Delle due, una: o le cosche hanno deciso di fare saltare in Sicilia una specie di «santabarbara» oppure è stata alzata una cortina fumogena attorno all'eliminazione di Giovanni Falcone. Quest'ultima ipotesi mette i brividi. 11


Anche quando si ha l'impressione di fare un passo avanti, ci si sente la pallina di un flipper o un insetto che di notte gira intorno a una lampada e crede di assediarla, mentre ne è assediato. La mia ricostruzione degli eventi del «giorno dopo» è affidata alle informazioni di risulta, quelle che giungono sui tavoli delle redazioni e hanno la fortuna di diventare notizia. E le altre? Le notizie ricevono degli impulsi disordinati e casuali, realizzano il mosaico quotidiano con il quale mi sono misurato. Il collante è debole, tiene insieme i pezzi per poche ore. E si è costretti a ricominciare da zero. Tutto appare allora privo di consistenza, di giustificazioni e la voglia di sfuggire all'assedio della informazione cattura al punto da inseguire le ipotesi più fantasiose. Ma bisogna aggrapparsi, a una regola non eludibile, che impone di non evadere mai dal possibile. Per un osservatore senza pregiudizi, ciò che fa storia non appartiene più a nessuno. Insemina, accumulare e affastellare è fatica improba, ma indispensabile. E la ricostruzione di seconda, anzi di terza mano _ come quella che leggete _ può aspirare alla credibilità, quanto una indagine di trincea. Ciò che più arrovella in questa convulsa fase delle indagini è la scoperta immediata, plateale, elementare _ del colpevole possibile. E insieme la convinzione che tutto cominci e finisca per opera della mafia: motivazioni, mandanti ed esecutori. Come la sentenza di morte pronunciata da sempre, la voglia di vendetta: insomma i sentimenti e non gli interessi. Chi sono i colpevoli? La famiglia Madonia di Resuttana, stando a molti indizi. Troppi. Il vecchio Francesco, don Ciccio per gli amici, ex componente della Cupola e padre di quattro giovanotti, è stato condannato a 30 anni e attualmente è ricoverato in ospedale a Pisa. Salvino Madonia, figlio di Don Ciccio, è il destinatario del regalo di nozze. Fu arrestato in dicembre del 1991, nella sua villa di Carini: piscina, giardino, ogni confort. Con lui si trovava Manuela Di Trapani, che sarà la sua futura sposa. I Di Trapani regnano proprio a Capaci. Uno degli agenti che va a mettergli le manette racconta che Salvino somiglia a un personaggio di Francis Ford Coppola. Poi ci sono Aldo e Giuseppe: quest'ultimo è all'ergastolo per l'omicidio del capitano dei carabinieri Basile a Monreale. Aldo, invece, si trovava il 23 maggio a Napoli per incontrare il suo avvocato. Non sappiamo se abbia partecipato alle nozze del fratello, sposatosi la mattina del sabato. Antonino, infine, il quarto fratello: è il capo, tiene i conti e lo chiamano «il ragioniere». Deve comparire in tribunale a Palermo perché è accusato di avere organizzato il traffico di cocaina in società con il cartello colombiano di Cali. La banca d'appoggio per le operazioni di pagamento era la Fimo, sede a Chiasso. La Fimo spediva a Ginevra pacchi postali, ognuno dei quali conteneva mezzo miliardo. L'istituto TDB di Ginevra riceveva il 12


denaro e lo versava nel conto corrente aperto da una società colombiana, la Oficina de Cambio. In Svizzera Antonino era conosciuto con il nome di Stefano Candela. Gli argomenti per affidare ai Madonia un ruolo chiave nella strage di Capaci non mancano: sono «i terroristi», sono associati al cartello colombiano e ai corleonesi, regnano nel luogo dell'attentato, temono più degli altri le leggi speciali anticrimine del governo ispirate da Giovanni Falcone. Per giunta, c'è la rivendicazione della strage, un regalo di nozze a Salvino. E i tre delitti eccellenti degli ultimi mesi sono stati compiuti nel territorio dei Madonia (Libero Grassi, Salvo Lima e Giovanni Falcone). Non resta che rispondere alla domanda fondamentale: i Madonia dispongono di una rete informativa, complicità, protezioni, potere e capacità logistica per organizzare l'attentato di Capaci? Si sussurra che a Punta Raisi i Madonia controllerebbero alcune attività, ma è troppo poco. Calderone, nella sua intervista, è persuaso che ad ordinare l'attentato sia stata la mafia in carcere. Chi sta in ergastolo e teme di non potervi sfuggire si comporta da disperato. I corleonesi, a suo avviso, si sono comportati da uomini disperati decidendo di uccidere Falcone e rischiare una reazione dello Stato dalle imprevedibili conseguenze. Tuttavia Calderone avverte: «II delitto è stato deciso dai capi delle sei province». E una azione da disperati o una decisione meditata? Non sempre le soluzioni semplici e a portata di mano sono quelle giuste. Salvatore Amendolito nel memoriale a Giovanni Falcone scrive che «la sola ragionevole via d'uscita della mafia è quella di rendere il sistema giudiziario ingovernabile». E suggerisce di «rendere il sistema giudiziario impenetrabile a qualsiasi infiltrazione disinformante». Insomma, sembra dire Amendolito: «non dovete servirvi più dei pentiti». «Un cambiamento così importante, conclude, dovrebbe suggerire alla mafia italiana di modificare il rapporto dinamitardo attualmente esistente tra mafia e giustizia». Proprio così: dinamitardo. Il messaggio è fin troppo eloquente. Amendolito lo ribadisce in un altro memoriale inviato il 24 aprile del 1991 alle massime autorità dello Stato. «Bisogna considerare che un attentato alla vita del giudice Giovanni Falcone (Addaura, 21 giugno 1989) era del tutto improbabile perché avrebbe rischiato di raffreddare il vento di liberalità di cui il nuovo codice di procedura penale era portatore, oltre che smorzare l'effetto delle direttive legittimiste della Corte suprema sulle corti di merito. Ma ora che il Governo ha fatto proprie le tesi del giudice-poliziotto la mafia ha perduto ogni incentivo a pazientare...». Amendolito non è Calderone, né Calcara. E la quintessenza dell'ambiguità, una 13


inquietante mistura di saggezza, cinismo e furbizia. Possiede conoscenze giuridiche, buone amicizie e un curriculum per certi versi affidabile: fu lui a sgominare alcuni pezzi importanti della mafia siciliana e italo-americana con l'operazione pizza-connection. Ma è la stessa persona che da anni insegue la tesi della contiguità fra la magistratura svizzera __ quella che si occupa del riciclaggio _ e la mafia, al punto da dovere subire due processi per calunnie. Comunque sia, è stato per anni alle dipendenze dell'FBI ed ha collaborato con Rudolph Giuliani sin dal 1982. In giugno del 1986 fu arrestato in Svizzera per traffico di valuta e perdette la protezione di una parte dell'apparato inquirente americano, nonostante avesse appena testimoniato contro il boss Tano Badalamenti. La sua professione, ufficialmente, è di consulente finanziario; di fatto è agente infiltrato nella mafia dall'FBI per più di quattro anni, dal 1983 al 1987. In Italia venne condannato a quattro anni, ma la sentenza fu annullata dalla Cassazione nel 1987 in un clima di buoni rapporti nella politica giudiziaria dei due paesi, Italia e Stati Uniti.

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La pista dei narcodollari e le grandi inchieste sul riciclaggio. Tognoli, chi era costui? Dopo «l'incidente» svizzero, i rapporti fra Giovanni Falcone, che si era occupato della pizza-connection e Salvatore Amendolito subirono una brusca modifica. Amendolito ritenne i magistrati svizzeri responsabili delle sue sventure, e addebitò a Giovanni Falcone di essersi arreso alle loro tesi. Da qui la serie di memoriali di Amendolito e lo sforzo di rappresentarsi come un saggio mediatore fra le ragioni dello Stato e quelle di Cosa Nostra. «Non sono un mafioso, non sono mai stato mafioso e perciò non sono un pentito», dice Salvatore Amendolito. Perché espone le tesi della mafia? La risposta è semplice: «Ho perduto la mia credibilità a causa degli agenti doppi, come Oliviero Tognoli e intendo riconquistare una immagine credibile, collaborando con lo Stato». Allora è un nemico della mafia?. «Sono un nemico di Leonardo Greco, il socio di Tognoli», è la risposta. Greco e Tognoli riciclarono 10 milioni di narcodollari. I giudici di Caltanissetta vorrebbero che Amendolito venisse in Italia per essere interrogato. Deve rispondere di calunnie nei confronti dei magistrati svizzeri. Finora Amendolito si è rifiutato di venire perché «ritiene inaffidabile la polizia italiana cui spetta di proteggerlo». Naturalmente, teme anche di finire in manette. Forse questo personaggio meriterebbe più attenzione di quanto non ne abbia ricevuto finora. Agente doppio, infiltrato nella mafia, messaggero della mafia, collaboratore leale? Indubbiamente è un uomo che sa molte cose ed è un anello importante per ricostruire la storia e i meccanismi del riciclaggio ancora oggi funzionanti fra mafia e narcodollari nei santuari svizzeri. Ben 400 mila miliardi al giorno passano attraverso gli sportelli della Confederazione e quasi 500 mila italiani hanno un conto coperto. La Sicilia secondo una stima non rigorosa ma sufficientemente veritiera __ seppure vecchia di cinque anni _ può contare su 600 finanziarie, alcune delle quali in passato sono state individuate come società-paravento di boss. Negli Stati Uniti il traffico di stupefacenti ha elargito alla mafia siciliana in cinque anni, dal 1977 al 1982, 600 milioni di dollari. L'intermediazione finanziaria, che si svolge nei paradisi fiscali e soprattutto in Svizzera, contribuisce al trasferimento in Italia del denaro ricavato e al suo impiego nei circuiti finanziari ufficiali. In appena 12 mesi i depositi bancari crebbero in Sicilia di quasi duemila miliardi, senza che il fenomeno potesse essere spiegato. Di questo si occupava Giovanni Falcone con alterne fortune, sin dall'inizio della sua attività 15


inquirente. La sorte ha voluto che le grandi inchieste sul riciclaggio arrivassero sul suo tavolo, fino all'ultimo . Nei giorni che precedettero l'attentato dovette studiare due casi: le tangenti milanesi e i conti svizzeri, il riciclaggio di denaro sporco a Mosca per il tramite di alcune imprese italiane. Il grande business, dunque. Una giungla dove è facile perdersi. Un luogo dove sorgono solidarietà e comparaggi, si radicano collusioni, si stabiliscono omertà, si conservano misteri impenetrabili. Se i timori delle cosche incalzate dal direttore degli affari penali Falcone si fossero sommati all'interesse che l'esperto magistrato riserva per il riciclaggio, si giustificherebbe meglio la decisione di accettare il rischio delle conseguenze dell'attentato. E del giro di vite inevitabile. Ai corleonesi «disperati» di Calderone credo di meno, per il momento. Sono le 15,30 del 2 giugno. Percorro per la prima volta, dopo l'attentato, l'autostrada A29. M'impongo di distogliere lo sguardo dalle macerie... Sistemano una rete a maglia di colore rosso per nascondere il tratto di corsia divelta dall'esplosivo. L'auto sulla quale viaggio è costretta a rallentare: lo scempio è lì, a pochi metri, è più forte di qualsiasi sentimento. Qui tutto appare lontano: le meschinità e le ambiguità di ieri e di oggi. E la generosa solidarietà di Palermo, perfino il rammarico, lo sdegno. Nulla può colmare il vuoto che si sente dentro. Davanti a me due giovani su una utilitaria discutono vivacemente. Uno di loro osserva i cumuli di terriccio. Quel senso di vuoto non appartiene solo a me. Mi chiedo se sia possibile sfuggire alla sorte, se un uomo possa sconfiggere __ almeno una volta __ il destino che tende un agguato... Quell'appuntamento del 23 maggio _ tornare in Sicilia, incontrare gli amici, dimenticare le carte romane... _ era un episodio come tanti: un piccolo trascurabile gesto che presto si sarebbe aggiunto agli altri... Eppure se Giovanni Falcone avesse fermato quella inesorabile successione di eventi, avesse agito in modo da non assecondarli, se avesse interrotto il fluire confortevole dei pensieri regolari, dei gesti consueti, consegnandosi ad una decisione irragionevole... Sarebbe bastato poco: un desiderio nuovo, una improvvisa voglia di «non fare», una imprevedibile repulsione verso qualcosa, qualcuno. O un presentimento. Uno stupido, irritante presentimento. O la paura di una Palermo infida e violenta. Ma lui paura non «poteva» averne. Avrebbe tradito se stesso. Ecco perché la sorte ha avuto la meglio. E una nuova prova, ancora una, che non ci si sottrae al proprio destino? «Bisogna fare qualcosa», insistette. «Devono pure capire che si stanno cacciando in un vicolo cieco». «Chi deve capire e che cosa?» domandai con curiosità. «Giovanni Falcone ha le sue idee sulla Presidenza della Repubblica. Potrebbe influire...», 16


continua il mio interlocutore. Lo ascoltavo da venti o trenta minuti e non c'era nulla, proprio nulla che avesse destato la mia attenzione. Perché stavo a sentirlo? Se un uomo come Salvatore Amendolito ti chiama a telefono da Washington e decide di spendere del tempo per spiegarti come va il mondo, una ragione ci deve essere. E pure valida. Dovevo avere pazienza, attendere che si decidesse a rivelare i motivi del suo interesse per me. «Veda», disse con voce suadente, «lui fa il poliziotto, ha le sue idee... Fa politica...». Mentre parlava, annotai le questioni essenziali seppure distrattamente. Lo feci per consuetudine e con una certa insofferenza. Ricostruendo gli appunti, mi rendo conto di quanto sia stata inadeguata la mia attenzione. Ma non so farmene una colpa: avevo timore che la conversazione venisse registrata. Mi imposi perciò di ascoltare, di intervenire solo se non avessi potuto farne a meno. Imperdonabile, tuttavia, mi appare ora questo silenzio mantenuto oltre decenza. Ricordo, pur non trovando alcun accenno fra i miei appunti, che Amendolito si definì un moderato, un liberal-conservatore e che egli manifestò una contenuta preoccupazione sull'esito delle elezioni per il Presidente della Repubblica, specie se esse fossero state influenzate da Falcone. «La mafia non vuole essere discriminata», osservò, di punto in bianco. «Discriminata?» ripetei. «Proprio così, i mafiosi sono cittadini come gli altri. Quando lo Stato li chiama a rispondere dei loro delitti, devono potere contare sui diritti, le garanzie costituzionali. Altrimenti saranno guai, si sentiranno fuori dalla società e reagiranno da rivoluzionari...». «Mi sta dicendo che i mafiosi combatteranno per la loro libertà?» puntualizzai con ironia. «È giusto, combatteranno e lo Stato non potrà che perdere, perché loro non devono rispettare né leggi né regole. E possono contare sull'agguato, la sorpresa, il segreto...». Continuò con una lezione di diritto, si soffermò sulla necessità che lo Stato non rinunci alle sue prerogative e non trascuri di fare rispettare i diritti dei cittadini. Se le vittime della discriminazione non fossero stati i mafiosi, ma gli indipendentisti baschi, i curdi dell'Iraq o gli irredentisti irlandesi, avrei sottoscritto parola per parola ogni cosa. Parlava, con tono pacato ed essenziale, usava termini appropriati e molte espressioni di cortesia. Talvolta girava attorno ad un concetto che gli stava particolarmente a cuore, ripetendosi, ma il tono restava sempre distaccato, lontano dagli eventi. La conversazione restò così un monologo, ma il mio interlocutore non se ne curava. Mi raccontò le traversie che aveva subito. Invece che ricevere ringraziamenti e benemerenze per i servigi che diceva di avere concesso alle autorità americane ed italiane nella lotta alla mafia, gli era stato dato il 17


benservito a causa di Oliviero Tognoli, un'industriale bresciano che egli definiva infiltrato della mafia e incaricato di delegittimar lo. Una storia complicata, nella quale lui, Salvatore Amendolito, pareva restare nello sfondo. Il mio interlocutore si raccontava senza alcuna partecipazione emozionale e manifestava il suo disappunto sobriamente. Non una ingiuria, né esagerate disapprovazioni: si comportava come un vecchio signore che subisce un affronto e non concede a colui che l'ha offeso la opportunità di polemizzare. Manifestava i suoi sospetti con la puntigliosità del farmacista che illustra la pozione velenosa, avvertendo che essa va assunta per trame benefici. Gli chiesi perché mi avesse chiamato e non seppe darmi una risposta convincente. «Non scrivo per un giornale», dissi «e non sono un cronista. Non mi occupo di vicende giudiziarie...». Accennò alla mia indagine sul corvo del Palazzo di Giustizia di Palermo. «Le lettere anonime», disse. Chi ci ascoltava, e non avevo dubbi che eravamo ascoltati, doveva sapere che ero estraneo... Estraneo a che cosa? Inutile cercare di spiegare gli impulsi irrazionali. Non mi fidavo di lui, né mi piaceva quella conversazione, alla quale tuttavia non intendevo sottraimi. «Lo so, so tutto... Non mi aspetto niente», riprese Amendolito. E aggiunse: «Siamo sulla stessa barca». Era troppo. Ma anche stavolta evitai di prendere le mie parti. E feci male. «Proprio non capisco», mi dissi. Che mi considerasse dalla sua parte era impossibile: avevo raccontato i suoi sospetti sull'attentato dell'Addaura, nel quale avrebbero dovuto perdere la vita Falcone e due magistrati svizzeri, ma questo non lo autorizzava davvero a tanto! Aveva lanciato la rete ed aspettava una mia reazione. Ero sempre più persuaso che bisognasse sottrarsi alla conversazione. Aspettai che riprendesse il filo del discorso per chiedergli a bruciapelo se avesse una prova, un indizio su quanto aveva sostenuto a proposito dell'Addaura. «Ho illustrato i miei sospetti», rispose, «le mie considerazioni sono logiche, ineccepibili. Le prove devono essere raccolte dai poliziotti». La provocazione ebbe, comunque, il risultato di fargli ammettere che Falcone non c'entrava nulla in quella storia e che i suoi sospetti riguardavano gli ospiti di Falcone, i magistrati svizzeri, che avevano bisogno _ così mi disse _ di qualcosa che rendesse credibile le loro investigazioni su mafia e riciclaggio di denaro in Svizzera. Ma era a causa di questi sospetti, che avrebbe subito un processo per calunnia. Ho voluto riproporre anche il tono della conversazione e raccontare gli umori che essa aveva suscitato, per riesaminare puntigliosamente ogni parola, ogni sensazione. E trame qualche 18


indizio. Gli appunti che conservo vanno al cuore delle questioni: rileggendoli, ritrovo spunti di riflessione. «...Falcone ispira questi provvedimenti e sbaglia, il governo si fa influenzare e sbaglia. Non sono nemico della mafia, ma di Leonardo Greco... Non sono mai stato mafioso... Sono stato condannato a morte della mafia: non eseguono la sentenza qui in USA, perché il mio assassinio farebbe troppo rumore... Toccare i santuari svizzeri è come premere il pulsante di un congegno elettronico, fare saltare tutto in aria». Questa conversazione avvenne a metà maggio. Non so precisare il giorno, so che precedette la strage di Capaci e l'elezione del Presidente della Repubblica.

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L’attentato a Giovanni Falcone influenzò l’elezione del Capo dello Stato? I veleni sulla magistratura siciliana Rilessi il testo dell'intervista rilasciata da Amendolito alla televisione italiana il 23 gennaio 1990. Fui colpito della gravita delle sue accuse ad un magistrato svizzero. Il bersaglio principale era Oliviero Tognoli, il suo denigratore, a sua volta accusato di essere un infiltrato della mafia. L'intervista ripeteva un cliché collaudato: appena un mese prima Totuccio Contorno aveva detto che la magistratura italiana annovera mafiosi e amici dei mafiosi tra le sue fila in una intervista alla televisione italiana. Mi parve evidente che ci fosse una strategia dietro le rivelazioni dei pentiti al fine di depistare e delegittimare i magistrati. Si era alla vigilia delle lettere anonime del corvo: credetti a quel tempo _ e non ho mutato la mia opinione _ che il bersaglio fosse l'attività antimafia della magistratura. Giovanni Falcone, anzitutto. Ma non solo lui. «La mafia _ sosteneva Amendolito _, in questo momento tenta di inquinare il sistema giudiziario italiano attraverso falsi pentiti il cui scopo è semplicemente quello di condurre vendette trasversali di mafia... Nel mio ruolo di agente del governo americano, andai in Svizzera per avere contatti che avrebbero potuto inserirmi nei canali siciliani; anche negli USA avevo fatto lo stesso, però l'operazione stavolta non ebbe successo perché la mafia era già informata della mia iniziativa attraverso il suo controspionaggio». Dunque, Amendolito spiegò quello che sarebbe accaduto : è un dato inconfutabile. E ancora: Contorno era a Roma, naturalmente sotto protezione. Rilascia l'intervista e si fa pagare. Per ragioni di sicurezza fa credere che la registrazione è stata realizzata a Washington. Chi ispira i suoi veleni sulla magistratura siciliana, divulgati per mezzo della televisione di Stato? Quando ebbi notizia della morte di Falcone, ricordando la conversazione con Amendolito, mi chiesi quale valore attribuirvi. Non mi ritenevo depositario di alcun segreto e mi sforzai di considerare l'episodio con calma. Non nego che l'elezione del Presidente, succeduta alla strage di Capaci, accrebbe la volontà di approfondire alcune questioni, porre l'accenno all'influenza che Falcone avrebbe potuto avere sull'elezione del Presidente. Quale proposito nascondeva Amendolito con quella telefonata? Perché aveva voluto farmi sapere ciò che sospettava? E soprattutto: le tesi di Amendolito erano note ad altri o ne ero l'unico depositario? Ricevetti un plico contenente dei documenti il 26 o 27 maggio: memoriali inviati da Amendolito alle massime cariche dello Stato, al giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, a Giovanni Falcone, ritagli di agenzie, fotocopie di articoli che ricostruivano la 20


storia giudiziaria di Amendolito. Fu un gran sollievo per me leggere che alcune considerazioni sulla strategia politica della mafia erano contenute nei memoriali. Non ero depositario di alcun segreto. Rimaneva senza risposta la strana osservazione di Amendolito sul ruolo di Falcone nella elezione del Presidente. Troppo poco per sospettare, quanto basta per sollevare un polverone. Fra i ritagli mi imbattei in una pagina dell'Eco di Locamo, datata 25/26 gennaio 1990. In una intervista, Amendolito muoveva nuove accuse ai magistrati svizzeri. Ricordai quanto aveva detto nella intervista alla televisione italiana. Controllai la data dell'intervista: precedeva di cinque giorni l'articolo dell'Eco di Locamo. Ne dedussi che Amendolito aveva organizzato una campagna d'informazione (o disinformazione) sui giudici svizzeri. Lessi con attenzione l'articolo del giornale ticinese. «A Palermo non escludono che le dichiarazioni di Amendolito possano inserirsi in quella strategia del discredito verso la magistratura messa in atto dalla mafia. Si ricordino in proposito le lettere anonime scritte in Italia contro alcuni magistrati, le cosiddette lettere del Corvo...». La sorte voleva tendermi un agguato? «Se così fosse _ osserva l'autore dell'articolo _ la procura di Lugano, grazie a Tognoli e ad altre indagini, sta toccando alcuni punti vitali della piovra». Nel titolo Amendolito era presentato come «L'Accusatore di Cosa Nostra». Osservai le due fotografie che corredavano l'intervista. Fotocopie, purtroppo. Avevo già cercato di rappresentarmi fisicamente l'uomo. La voce mi suggeriva un signore alto, con sigaro e doppio petto fumo di Londra: guardando le fotografie costatai di essermi sbagliato. Ne sorrisi. Un tempo pretendevo di dare corpo alle voci: era una specie di esercizio per l'immaginazione... Tornai a esaminare le fotografie. Salvatore Amendolito aveva il viso rotondo, fasciato da una barba curatissima cavouriana, corta e imbiancata. Mi parve il ritratto di un uomo sicuro di sé, sobrio. Gli occhiali avevano una montatura leggera e lasciavano intravedere occhi acuti, penetranti, abituati a guardare lontano e, supposi, a sottrarsi agli agguati della quotidianità. Le labbra _ socchiuse, lievemente sporgenti _ sembravano le porte ben munite di un fortilizio, capaci di resistere a qualunque assedio. La voce aveva ora un volto. Anzi, l'enigma aveva un volto. Venirne a capo poteva essere utile? Non lo so, ma ero persuaso che contribuisse a capire il contesto: le volontà, gli umori che hanno preceduto ed accompagnato l'assassinio di Giovanni Falcone. Seguivo con scetticismo il succedersi degli eventi. Permaneva, anzi si rafforzava il pregiudizio che le novità non migliorassero le mie conoscenze. Provvide lo stesso Amendolito a tenere desta l'attenzione. Ricevetti altre telefonate e continuai ad annotare ciò che ascoltavo, senza abbandonare le 21


perplessità iniziali. Amendolito era la pedina di una strategia di cui non conoscevo l'ideatore? Parlava per sé o per «altri»? E quali obiettivi si proponeva con le sue rivelazioni? La prudenza era obbligata. Avrei indugiato, cercato di capire ancora per qualche giorno. Quindi avrei deciso per il verso giusto. Almeno, così mi auguravo. Tre o quattro giorni dopo la strage di Capaci Amendolito mi chiamò ancora da Washington. Non una parola sulla morte di Falcone. Al solito mi limitai ad ascoltare per dieci-quindici minuti, lasciando che continuasse a raccontare le sue vicende, i rapporti con i riciclatori di denaro sporco, i tradimenti che avrebbe subito dai magistrati svizzeri, le trappole tese contro di lui dagli infiltrati della mafia nella giustizia e nelle polizie americane... Una esposizione puntuale di fatti e di nomi che confermava il mio giudizio sulla straordinaria abilità dell'uomo. «Ha saputo dell'assassinio di Falcone?», gli chiesi. «Sì, ho saputo...», rispose. E riprese a raccontare ciò che gli stava più a cuore. Lo interruppi, infastidito. «Possibile che non abbia nulla da dire?... Quali sono le opinioni prevalenti negli Stati Uniti?». «E stato un suicidio». «Un suicidio?». «Certo, un suicidio...». «Immagino che si riferisca a ciò che Falcone diceva...». Non ebbi un diniego. Amendolito mi fece un'altra lezione di diritto, dedicata alle garanzie costituzionali. «Stava per andare alla Superprocura...» osservai interrompendolo ancora. «L'attacco dello Stato alla mafia si serve di metodi antirivoluzionari _ disse dopo una breve pausa _. È logico che la risposta non sia ortodossa, cioè mafiosa, ma terroristica... Ho scritto al presidente Andreotti. E a Craxi, alcuni giorni prima della uccisione di Salvo Lima... Falcone ha esposto se stesso ed altri ad un grosso pericolo...». Quelle parole non lasciavano dubbi: secondo il mio interlocutore, i due delitti _ Lima e Falcone _ farebbero parte di un unico disegno. Con chi stavo parlando, dunque? «Allora, non è finita?» domandai. «No, non è finita», disse. «E chi sarebbe il prossimo?». «Il ministro Martelli», rispose. Nelle ore successive avrei costatato che quella previsione veniva fatta anche da altri. Nell ' 22


ascoltare 1 ' agghiacciante profezia, ebbi voglia di concludere la conversazione. Egli continuò con la precisione di un ragioniere. Si sentiva una specie di Cassandra, un profeta inascoltato. «Avete sbagliato _ sottintendeva il suo discorso _ ora battetevi il petto». Non lo sfiorava l'idea che lo Stato non potesse patteggiare con la mafia e che banditi, assassini, delinquenti non avessero titoli per reclamare torti e ingiustizie. Non gli addebitai nulla. I pensieri mi allontanavano da lui e mettevano in fila un mosaico che si componeva puntigliosamente senza che potessi farci nulla. Come se sfuggissero alla ragione. Il collante di quel mosaico erano i due attentati a Falcone _ quello dell'Addaura e l'altro, a Capaci: entrambi preparati in occasione di un'attività di indagine intensa sul riciclaggio del denaro in Svizzera. E c'era sempre lui, Amendolito, accanto a questi eventi. Insieme agli inquirenti svizzeri. Il desiderio di manifestargli queste mie idee divenne irresistibile ma non lo appagai: avrebbe scoperto i miei sospetti. Nonostante fosse aberrante la tesi di Amendolito sulla «risposta» rivoluzionaria della mafia, dovevo ammettere che aveva una sua logica. Era innegabile che fosse avvenuta una trasformazione «gangeristica» della mafia siciliana. Gli attentati ai giudici Palermo e Chinnici segnalavano l'adozione di strumenti di sterminio: non più la lupara simbolo della punizione esemplare, ma il tritolo, incaricato di seminare terrore e morte. Cominciavano a funzionare i collegamenti internazionali grazie al traffico di armi e droga. Le cosche stringevano alleanze in Medio Oriente o in Bolivia, in Nicaragua o in Russia. Ed erano in grado di reclutare killer, estremisti o sbandati un po' ovunque...

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La telefonata del sostituto Procuratore di Pietro a Giovanni Falcone quel venerdì mattina… Nei giorni successivi ricevetti un altro plico da Washington contenente «business documents». L'indirizzo del mittente: 1711 Massachussetts Av. Washington D.C. Amendolito mi inviava copia di memoriali spediti a magistrati e alte cariche dello Stato e alcuni documenti che lo accreditavano presso le autorità americane, riferendo la sua attività a sostegno della polizia doganale USA nell'operazione pizza-connection. Mi proposi di analizzarli con scrupolo. Una indagine a tavolino. Impresa disperata, quando le informazioni devi scoprirle fra le righe di una notizia o di un documento che non vuole nascondere nulla. Mentre devi occuparti di altri cento argomenti, rispondere ai quesiti più disparati, stare dietro agli umori altrui. Passo in rassegna i giornali, sottolineo parole, brani, articoli. Ogni informazione pone interrogativi, fa nascere dubbi, rimanda ad altro. Il caldo opprimente costringe ad usare il condizionatore e a sopportare un rumore infernale. Da dove cominciare? Le informazioni sollevano polvere e qualche volta sono seppellite da una montagna di fandonie. Per fermare l'ansia maniacale che mi assale quando cerco qualcosa (ma non so che cosa), decido di fare un po' d'ordine. Metodo, dunque. I casi di cui Falcone si occupava? Riciclaggio (svizzero, russo), il pacchetto anticrimine, l'omicidio di Salvo Lima. Nel pacchetto anti-crimine va messa dentro 1 ' ipotesi della nomina a superprocuratore antimafia. O di ministro dell'Interno. La seconda operazione da fare è di annotare tutto ciò che assomiglia a disinformazione, opinioni dei partiti, notizie subito smentite. Quando il carteggio è in buon ordine, non ci sono più alibi: devi mettere insieme le notizie, cercare di capire, trovare uno spunto, una idea. E costruire una ipotesi attendibile. Trovai nella rassegna stampa un alleato: Jean Ziegler, deputato indipendente della sinistra nella Confederazione svizzera. In una intervista su Avvenimenti, Ziegler dice: «II giudice Falcone stava lavorando sul riciclaggio del denaro sporco della mafia attraverso le banche svizzere...». Un'altra testimonianza, ancora una, conduce alla pista iniziale. C'è il rischio di restarne posseduti come capita per ogni cosa che ci piace; ci piace credere, verificare. Lo incontrai venti anni fa Ziegler, al Semiramis Hotel di Damasco. Avevo visitato due campi palestinesi in Libano, all'indomani della strage di Teli al Zatar. Non mi fu presentato. Il mio accompagnatore era un cittadino svizzero, ma aveva cultura e origine egiziana. «Ziegler è una 24


persona seria _ mi disse _. Sta scrivendo un libro. Non ho capito bene, forse traffico di denaro o armi». Osservai Ziegler che stava in cima ad una scala nell'ampio ingresso del Semiramis. Un uomo di 40 anni, o 50 ed un viso affidabile. Mi fece una grande impressione, sapere che si trovasse a Damasco per capire quali percorsi facessero i denari che finivano nelle banche del suo paese. «Non deve certo essere un uomo popolare dalle sue parti», osservai. Il mio accompagnatore annuì. «C'è chi lo stima...», disse. «Falcone mi ha aiutato quando lavoravo al mio libro sul riciclaggio del denaro illecito attraverso le banche svizzere, afferma Ziegler nella sua intervista». Denaro proveniente dal traffico di armi e droga. Mi ha aiutato anche dopo, quando dovetti affrontare ben otto processi. Le banche si ritennero diffamate. Falcone mi diede i documenti. Era impensabile combattere seriamente la mafia, mi disse, senza attaccare le risorse finanziarie ed il sistema di lavage, di riciclaggio». «In che occasione vi siete incontrati l'ultima volta?» domanda il giornalista. «Era in marzo del 1991. Falcone si trovava a Zurigo sulle tracce di un conto di dieci milioni di dollari della mafia palermitana, depositato alla banca Contrade, appartenente all'Unione Banche Svizzere. Era intenzionato a richiedere il sequestro del conto e la banca, come sempre in queste situazioni, ha chiamato chi, del clan mafioso, aveva depositato il denaro dicendo : ne ' è una richiesta dell' autorità giudiziaria italiana in arrivo, il vostro conto deve essere chiuso, dovete ritirare subito il denaro". Subito dopo la stessa banca ha fornito al titolare del conto l'indirizzo di una fiduciaria, suggerendo di portare lì questi dieci milioni di dollari. La fiduciaria, ottenuto il denaro, l'ha ridepositato alla Contrade a suo nome, bloccando così l'operazione Falcone». «Ma qual era il vero scopo di Falcone in Svizzera?». «Da quanto ho capito, lo scopo non era tanto di identificare i conti cifrati quanto di riuscire a capire il meccanismo del riciclaggio, come le banche svizzere riescano a proteggere i loro clienti. Su questo lavorava e su questo avrebbe inferto colpi mortali...». «Le banche svizzere dicono di attenersi alla nuova legislazione...», osserva il giornalista. «Per capire gli effetti reali di questa legge _ risponde caustico Ziegler _, credo che sia sufficiente sapere che il presidente della Commissione che l'ha elaborato è l'ex presidente della Confederazione, Gianfranco Cotti, avvocato d'affari e dirigente della FINO, una importante finanziaria che secondo la giustizia italiana è in stretto contatto con il cartello di Medelin...». «Le banche svizzere non hanno voluto collaborare nell'inchiesta sulle tangenti dei giudici milanesi...» ricorda il giornalista. 25


«L'Associazione Bancaria Ticinese ha detto che non si deve collaborare con la giustizia italiana perché spaventerebbe i clienti italiani...». Dunque, Ziegler sostiene che Falcone indagava sui meccanismi del riciclaggio: rovistava fra i documenti e le carte, utilizzava le sue amicizie, i detectives e magistrati... Il suo obiettivo era impadronirsi dei meccanismi del riciclaggio, magari per suggerire una legislazione internazionale idonea. Quando sul suo tavolo a Roma giunsero i documenti dei giudici milanesi che chiedevano la rogatoria internazionale, Falcone non si limitò sicuramente ad un ruolo notarile. Il fatto che non indossasse la toga non significava niente. È il sostituto procuratore Di Pietro a confermarlo. «L'avevo sentito a telefono proprio venerdì mattina e aveva parlato a lungo degli sviluppi dell'inchiesta». Quali sviluppi? C'erano da risolvere questioni formali per convincere la magistratura svizzera a collaborare. E Ziegler ha fatto un quadro preciso della situazione. La Svizzera vive anche della ricettazione di denaro sporco. Chi tocca i fili muore, insomma.

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L'Addaura, avvertimento o fallito attentato e’ l’anteprima di Capaci. O lo scenario di riferimento Falcone indagò sulla Contrade in marzo del 1991. Dieci milioni di dollari, scomparsi nel passaggio fra un conto cifrato e l'altro. È la stessa somma depositata in una banca di Mendrisio dal boss di Bagheria Leonardo Vitale? Se le cose stanno così bisogna tornare indietro al fallito attentato dell'Addaura del 21 giugno 1989, che seguì l'interrogatorio di Leonardo Greco e a quella sua strana frase «Lei è troppo abbronzato, giudice». Si sa come è andata. La magistratura italiana e lo stesso Falcone non hanno mai creduto né alla simulazione né all'avvertimento. Ed è stata l'ipotesi della simulazione a rendere poco credibile anche l'ipotesi dell'avvertimento. Molto curioso: fra le carte, le testimonianze, le soffiate non c'è nulla che autorizzi a ipotizzare la simulazione. Le parole di Leonardo Greco non bastano per avvalorare l'ipotesi di un avvertimento. Ma come escludere che il boss bagherese usasse una efficace metafora per fare capire senza dire nulla di compromettente? Uccidere Falcone era un cattivo affare anche allora, nel 1989, non soltanto in maggio del 1992. Ma fu Falcone il primo a non credere all'avvertimento. «Tra i rari attentati falliti, voglio ricordare quello organizzato contro di me nel giugno 1989 _ egli scrive nel suo libro “Cose di Cosa Nostra” _ Gli uomini di Cosa Nostra hanno commesso un grosso errore, rinunciando all'abituale precisione e accuratezza pur di rendere più spettacolare l'attacco contro lo Stato. Al punto che qualcuno ha concluso che quell'attentato non fosse di origine mafiosa. Capita anche ai mafiosi di sottovalutare l'avversario, volere strafare...». Tuttavia è lo stesso Falcone ad osservare nella pagina successiva: «I

messaggi

di

Cosa

Nostra

diretti

al

di

fuori dell’organizzazione

informazioni, intimidazioni, avvertimenti _ mutano stile in funzione del risultato che si vuole ottenere. Si va dalla bomba al sorrisetto ironico, accompagnato dalla frase: “Lei lavora troppo, fa male alla salute, dovrebbe riposare”». «Greco entrò nell'ufficio di Falcone con atteggiamento arrogante _ ricorda in tribunale, a Lugano, il sostituto procuratore Carla Del Ponte _. Era abbigliato in modo impeccabile. Pareva uscito da un Grand Hotel più che dal carcere. Si sedette con uno sguardo da far rabbrividire e con un forte accento siciliano si rivolse a Falcone: Signor giudice, vedo che lei troppo abbronzato è. Poi passò in rassegna tutti i presenti fino a chiedere: Chi di voi altri è il procuratore Del Ponte?».

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Sono le 11,30 del 20 giugno 1989, L'Eco di Locamo ne diede notizia in luglio del 1989. Il procuratore di Lugano, Venerio Quadri, in una intervista al giornale svizzero riferì che già in passato i magistrati svizzeri avevano ricevuto «segnali di stampo mafioso». Se si trattò di avvertimento, esso non raggiunse l'obiettivo, quello di fare desistere Giovanni Falcone dall'interessarsi delle banche svizzere; tuttavia la mafia dimostrò di potere arrivare ovunque quando voleva e di potersi servire di terribili, spettacolari strumenti di distruzione . Un risultato, perciò, l'ottenne. Ci furono, è vero, altri tentativi di uccidere Falcone (uno, addirittura, in carcere), ma l'Addaura _ avvertimento o fallito attentato _ resta lo scenario di riferimento per capire Capaci: ci sono i santuari svizzeri, le magistrature dei due paesi impegnati, i colossali affari coperti da conti cifrati e la temerarietà dei killer, la spettacolarità del gesto. Riciclaggio dunque. E mafia, narcotraffico, sportelli svizzeri. Ma il denaro segue anche le rotte dell'est. Venerdì, 5 giugno, le notizie provenienti da Mosca riconducono al riciclaggio di denaro in Svizzera. Il procuratore generale di Mosca, Valentin Stepankof, racconta ad alcuni magistrati italiani che la mafia siciliana ha stretto solide alleanze con le famiglie cecene in Russia. I ceceni sarebbero incontrastati padroni del crimine organizzato a Mosca. Il primo ad avvertire la pericolosità di ciò che stava avvenendo, dice Stepankof, fu Giovanni Falcone. Che cosa lo insospettì? Negli ultimi due anni _ dal 1989 al 1991 _ si svolsero colossali operazioni finanziarie

fra

l'Italia

e

la

Russia.

Ingenti

capitali

affluirono

verso

Mosca:

una

Moskow-Connection, sulla quale Falcone voleva vedere chiaro. Parlò, infatti, con Stepankof e preannunziò un suo viaggio a Mosca. Questa determinazione deve avere impressionato Stepankof: all'indomani della strage di Capaci egli non fece mistero dei suoi sospetti, rivelando le intenzioni di Falcone. Secondo Stepankof _ le parole gli sono state attribuite dai giornalisti e vanno considerate con prudenza _ a Falcone si voleva impedire di andare a Mosca. La ferocia della lotta politica in corso nella Russia consiglia altrettanta prudenza. Lo scetticismo, tuttavia, mi pare eccessivo. Attraverso investimenti pilotati dai ceceni e i meccanismi usati dal Pcus per finanziare i partiti fratelli, milioni di dollari viaggiavano in Lussemburgo e Svizzera grazie ad alcune società italiane. Con quali canali? Sicuramente assai riservati, necessariamente complessi, difficili da controllare anche per le autorità sovietiche. Le indagini sui finanziamenti sovietici ai partiti italiani percorrono una pista che _ stando ai fatti _ non s'incrocia in nessun punto con l'attività di Giovanni Falcone. Non la lambisce, non la suggerisce. Ma i soldi arrivavano in Italia ed

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erano tanti. C'era un conto in Svizzera, intestato ad un uomo insospettabile. Chi era il titolare del conto? Erasmo Ionia, il sostituto procuratore che si è occupato del caso Moro, racconta l'incontro di Stepankof con Falcone a Roma. Avevano deciso di archiviare le indagini in corso sui finanziamenti della Cia e del Pcus a movimenti e partiti italiani, ricorda, «poi è arrivato in Italia improvvisamente Stepankof che va da Falcone e dice: l'istruttoria che stiamo conducendo noi a Mosca è entrata in una fase diversa. Però entro una data quasi invalicabile: non oltre l'8 giugno». Perché l’8 giugno? «Non l'abbiamo mai capito... Così siamo partiti per Mosca». Un altro magistrato titolare dell'inchiesta sulla Gladio Rossa, sta per salire sull'aereo per Roma e viene avvicinato dal ministro dell'informazione Poltaranim. «Nel '74 _ rivela Poltaranim _, 19 militanti comunisti sono stati addestrati in Russia su richiesta del Pci». È il nuovo modo di congedarsi dagli ospiti stranieri? lonta non crede a Poltaranim «a meno che non esistano carte autentiche. Ci siamo chiesti perché quelle rivelazioni sono state fatte mentre eravamo a Mosca... O si tratta di polverone o un segnale...». «E i documenti consegnati dai russi, che cosa contengono?» gli chiedono. «Ci aspettiamo di trovare l'elenco delle imprese commerciali collegate con il Pci». L'atto di cortesia internazionale che ha consentito ai magistrati italiani di portare a casa i documenti fu propiziato da Giovanni Falcone. Sabato 13 giugno, il quotidiano Moskovski Komsomoliets afferma che «alcune ore prima della sua tragica morte, il giudice Giovanni Falcone trasmise al Procuratore capo di Roma, Ugo Giudiceandrea, informazioni sui contatti speciali che il Pcus aveva con il Pci». La fonte di questa informazione? Ignota. Ciò significa che l'unica cosa certa è la volontà di far sapere. L'intrigo politico moscovita rimbalza in Italia. Giovanni Falcone non può evitare di occuparsi della questione. È il direttore degli affari penali del ministero di Grazia e giustizia. I bisogni di Mosca si sommano a quelli di Roma. La conseguenza è che Giovanni Falcone deve, ancora una volta, cavare le castagne dal fuoco con le sue mani. Giusto come è accaduto per i santuari svizzeri e la ricerca dei codici cifrati. Sulla mafia sovietica ha accumulato una utile esperienza, che fatalmente gli affida un ruolo di primo piano, quindi «a rischio». «Argumenti i fakti», altro giornale russo, racconta l'incontro del giudice Telman Gdlian con Giovanni Falcone. Gdlian ha condotto una inchiesta sulla mafia del cotone uzbeka,

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meritandosi la fama di giudice antimafia. «Argumenti i Fakti» scrive che Gdlian sospetta una connessione Pois-mafia siciliana. Il percorso del denaro è tortuoso e si insinua ovunque; in più sembra seguire due livelli paralleli, uno ufficiale e un altro, del quale si sa poco e si può solo sospettare un tracciato che si muove lungo le vicende della guerra non dichiarata fra americani e sovietici, europei dell'ovest e dell'est, asiatici e mediorientali. Una guerra combattuta con strumenti e risorse non confessabili _ armi, droga, corruzione, delitti _ e uomini che agiscono nell'ombra, fuori dalle responsabilità dei governi e devono affidare i loro disegni ad organizzazioni criminali, bande di mercenari, killer e politici corrotti. In questo mondo fetido, una specie di replicante della terra, il diritto e la legge non esistono, la vita umana non ha alcun valore, il successo non ha prezzo: Falcone con la sua auto blindata e i suoi angeli custodi appare un vaso di coccio, un fuscello che può essere spazzato via quando e dove si vuole. È stata la mafia ad ammazzarlo? Sono disposto a crederci, a patto che questa mafia non divenga un comodo luogo della coscienza dove depositare tutte le scorie dell'umanità.

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Falcone non colpisce più la mafia di borgata, né i boss locali. Punta più in alto Le indagini sull'assassinio di Falcone devono seguire i due percorsi che partono dalla pista mafiosa: uno resta nel «letto» del crimine organizzato, l'altro porta lontano. Scegliendo di seguire solo il primo, è solo una mia sensazione, si potrà sapere tutto sulla famiglia cui è stato dato l'incarico di uccidere Falcone; scegliendo l'altro percorso, si può rischiare di svelare trame e intrighi inconfessabili. Credo che le risorse di cui oggi si dispone, consentano una sola via: la prima. È un ristorante elegante. Ai tavoli la gente non parla: si confida. Un brusio sommesso sorprenderebbe quanto l'urlo di un bambino. Il mio amico vi abita da anni: trascorre larga parte della giornata seduto al suo tavolo, in fondo a sinistra, un po' appartato. Siede dando le spalle alla parete. Pensavo fosse un vezzo, un'abitudine, una piccola fobia. Poi mi capitò di sedermi al suo posto, attendendolo e scoprii che da lì bastava alzare lo sguardo, le ciglia per accorgersi di ciò che avviene: chi entra e chi esce. L'agguato è una paura ancestrale: non basta farsi gli affari propri ed evitare le cattive compagnie; la paura nasce con te, viene ereditata e risiede in un luogo dell'anima talvolta senza uscire allo scoperto, appartata come quel posto al tavolo del ristorante... Fatti gli affari tuoi se vuoi campare tranquillo, si diceva una volta. Oggi non basta fatti gli affari tuoi, se te li fanno fare; avvertono. La vita del mio amico s'intreccia in alcuni momenti con quella di Giovanni Falcone. L'intesa, qualche volta, cede alla difficoltà di ogni relazione _ d'amicizia, d'amore, d'affari _ e d'incanto scompare, per poi tornare come prima. Alti e bassi, dunque. Naturalmente gli chiedo di Falcone, se si sia fatto un'idea. «Era un uomo eccezionale», dice. «E loro lo sapevano...». Mi racconta di una serata trascorsa in sua compagnia. Una serata piacevole, dice. Di che cosa avete parlato? «Nulla di importante. Giovanni non voleva rinunciare ai suoi amici, alle sue abitudini... Questo gli è stato fatale». Gli espongo la mia tesi: va bene, la mafia. Quella locale. Ci sono professionisti dell'esplosivo, che ci invidierebbero in Libano. Ma questo che cosa prova? Nulla. Che le famiglie colpite e le altre che si sentono in pericolo, danneggiate dalle sue iniziative governative, hanno sperato che Falcone sparisse, in qualche modo... Poi si sono fatti i conti ed hanno concluso che l'investimento era in perdita. Stava nel mirino, ma non correva un pericolo imminente. 31


Qualcuno, tuttavia, da l'ordine. Bisogna superare ogni remora, cancellare ogni indugio. Il livello di pericolo ormai è troppo alto. Riciclaggio, affari ed uomini importanti. Fa il giudice, l'uomo politico, l'alto funzionario dello Stato: è troppo. Mette le mani in ogni questione delicata, da consigli, affastella documenti, illustra le sue opinioni: le banche svizzere, la giustizia sovietica, il mondo politico internazionale. E, per di più, l'omicidio di Salvo Lima. Tutto ciò ha creato allarme. E a questo punto arriva la decisione. Da dove? Falcone non colpisce più la mafia di borgata, né i boss locali. Punta più in alto. Non per scelta, non solo per scelta, ma perché sta a Roma, occupa l'ufficio più delicato del ministero di Grazia e giustizia. D'accordo, prima che ci andasse lui, nessuno sapeva che esistesse quell'ufficio, ma è una ragione in più... Un inquisitore capace di ragionare come «loro», geniale, con quel potere e con il credito di cui godeva... Chi ha premuto il grilletto? Quelli che da anni l'avevano nel mirino? Può darsi, ma solo nel senso che è spettato a loro eseguire l'operazione. Non crederò mai che a premere il grilletto, a decidere siano stati i Madonia, da soli... La reazione prevedibile, non eludibile, sarebbe stata pagata da loro. Ci sono coperture, decisioni che coinvolgono uomini che contano? Lo so, si dice abitino a Palermo. Ma è da Palermo che si controllerebbe mezzo mondo? Il mio amico centellina il suo marsala secco mentre mangia la cassata alla siciliana. Mi ascolta, si concede un lungo silenzio, poi comincia. «La guerra di mafia, quella dell'inizio degli anni Ottanta aveva un obiettivo: spazzare la rete di collegamento fra le famiglie siciliane e Deciti" ambienti americani». La mafia italo-americana? chiedo. «No, ambienti governativi legati ai servizi. Si dovevano spazzare via agenti che rispondevano ad un “regime” ormai scomparso... Capisci?». «Cerco di capire...». «Fu cacciato un importante uomo di governo... in America intendo. Forse aveva in anima di fare qualcosa di grosso. L'attentato fallì... Reagan restò in vita. Così, in silenzio, tutta la vecchia gerarchia è stata tolta di mezzo. Anche in Sicilia. L'Isola fungeva da incrocio nei grandi affari di droga... Gli ultimi uomini sono caduti pochi anni fa. La guerra di mafia è stata gestita ed usata...». «E Falcone, che c'entra?». «È in questo contesto che egli trova i pentiti, le alleanze giuste, un grande credito internazionale... Lavora con efficacia, raggiunge risultati. Non si sarebbe potuto fare meglio...». 32


«Non solo alleanze. Anche avversari tenaci. Nella magistratura, nel mondo politico...» gli faccio notare. Il cameriere si avvicina per annunciare una telefonata. Il mio amico finisce di bere il marsala e si alza, lasciandomi a rimuginare sul complicato mosaico che mi ha fatto intravedere. Deve avere qualità straordinarie, mi persuado. È come se i suoi occhi riuscissero a percepire uno scenario in profondità, l'insieme, degli episodi sprovvisto dei dettagli. Ma è una virtù? I particolari sono essenziali, il contesto ti affascina e ti pregiudica la comprensione... Qualcuno mi fa un cenno da lontano. È un tale seduto a un tavolo piccolo, accanto all'ingresso. Cerco di ricordare ma è inutile. L'ho incontrato altre volte. Chi è? Quello, affabile, continua ad attirare l'attenzione. Faccio anch'io un cenno con la mano. Potrebbe essere uno da non salutare, mi dico e recrimino subito sulla mia idiozia, scuotendo il capo. «Con chi te la prendi?» chiede il mio amico, sopraggiungendo. «Lascia perdere...». «Ricordi quell'estate? Era in agosto, il 1980. Il caldo terribile, il ristorante all'aperto...». E come potrei dimenticare, penso tra me. Attraversavo sulle strisce pedonali solo quando il semaforo me lo vietava, non mi piaceva il lavoro al giornale e volevo andarmene via. «Nessuno crederà mai che noi avevamo capito dove si trovava Michele Sindona», riprende. «Era proprio qui, in Sicilia... E stava cominciando l'operazione di pulizia. Allora vedevo regolarmente Giovanni Falcone... Sai che ti dico: l'avevano già fatto fuori. Professionalmente, dico. Le lettere anonime del corvo sono una trovata geniale. Due piccioni con una fava...». «Non correre troppo...», lo avverto. «Abbiamo la stessa opinione... Chi ha concepito il piano è un uomo geniale. Dunque, a Palermo ci sono due magistrati, in 29 procura e all'ufficio istruzione, che ottengono risultati nelle indagini contro la mafia. Attuano metodi diversi, Falcone cerca i pentiti e li utilizza. Ragiona come gli uomini d'onore ed è in grado di sfruttarne le debolezze, i bisogni. L'altro, Di Pisa, lavora giorno e notte. Non molla mai la preda, ma... Ecco per lui la legge è legge... Il pentito è un imputato e basta. E gli imputati non hanno colore politico. Partono le lettere anonime, che accusano Falcone ed altri di avere permesso al pentito Salvatore Contorno di venire in Sicilia a vendicarsi dei corleonesi. Quando le lettere arrivano, il corvo è lui, Di Pisa. E Falcone? A Roma, ormai lontano dal Palazzo dei veleni. La partita è chiusa? No. Falcone non accetta l'idea di essere un burocrate. Glielo impediscono il temperamento, l'esperienza che ha accumulato, il credito che ottiene... Ritorna pericoloso. Come prima, forse di più. La sorte non c'entra. Ognuno se la costruisce da 33


sé... Per esempio, il sindaco Salvatore Insalaco. Denuncia ruberie, mafie, collusioni, contiguità... Non è un santo, ma decide di voltare pagina. Una lettera anonima, la custodia cautelare... Finito! Ma Rosario Nicoletti si toglie la vita e Insalaco lo sostituisce ali ' Assemblea regionale. Tornato in libertà, arriva in Parlamento. Ora può farsi ascoltare. E lo ammazzano. Di Pisa muore professionalmente, Falcone ed Insalaco muoiono fisicamente. La regia è identica... Non i mandanti, ma la logica, le motivazioni. Da manuale...». Il mio amico sorride. Annuisce compiaciuto. «E allora?» esclama. Lo so che non significa niente, che le cose restano come sono, che le analisi hanno bisogno di indizi, prove, fatti... Il mio amico indossa l'abito del nichilista. Insomma è tutto inutile, il mondo non potremo cambiarlo noi... E Falcone aveva già le stimmate del Crocifisso fin dalla nascita. Mi congedo da lui. «Resto», mi annuncia. «Vado ad ascoltare l'altra campana». E si avvia verso il tavolo che rimane accanto l'entrata, dove è seduto quel tizio che mi ha salutato affabilmente.

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Sarebbe stato più facile uccidere Falcone a Roma E invece l’esplosivo, la strage, a Capaci. Perché? Sono trascorsi 30 giorni dalla strage di Capaci. Le indagini non fanno passi avanti. L'assassinio di Falcone ha lasciato le prime pagine dei giornali. Lo costato, mentre sfoglio i quotidiani del mattino. Bussano alla porta della mia stanza in ufficio. «Avanti», dico con fastidio. Riccardo R. entra con un inchino esagerato. Non vuole disturbarmi. Solo un saluto, dice. Lo invito a sedere. Ha lasciato l'arma dei carabinieri, dice, ma gli è rimasta la voglia di capire il delitto. Si è appena laureato in medicina. Deve essere stata una grande fatica. Ha con sé una borsa di cuoio. Sospetto che non contenga nulla. Lui si accorge del mio interesse per la borsa e la ripone sulla scrivania, poi l'apre con circospezione e tira fuori alcuni dattiloscritti. «Le metodiche che si avvalgono di sostanze esplosive vengono adottate dalle organizzazioni criminali per punire il commerciante che non paga il pizzo...» esordisce, di punto in bianco. Parla come scrive, l'ex carabiniere. I fogli sono riposti sul tavolo ma egli guarda in alto, ispirato. Non legge. «Bhe! Questo lo so anch'io» osservo mentre sfoglio i giornali. «E certo», riprende, «che nell'attentato a Falcone si è fatto tesoro del fallimento dell'analoga azione criminosa contro il giudice Carlo Palermo il 2 aprile del 1985. L'obiettivo principale, l'assassinio di Carlo Palermo, fallì... La strage di via Pipitene Federico in luglio del 1983 ha avuto successo: il consigliere istruttore Rocco Chinnici è stato ucciso... Tecniche terroristiche da tipica guerriglia libanese: nel portabagagli di un'auto c'era la carica che è stata fatta esplodere con un radiocomando a distanza... Evidentemente si volevano scoraggiare le investigazioni e intimidire la gente con un'azione dimostrativa. Questi fatti incutono paura e provocano confusione e scoramento. E la procedura del terrorismo..., ma l'obiettivo è di condizionare le istituzioni...». La voce ha un suono nasale, si arrampica sulle sillabe. Quando finisce la frase è come se piantasse il piccone sulla cima. Il monologo diventa così una escursione in alta montagna. Ma vale la pena. «L'attentato di Pizzolungo al giudice Carlo Palermo si può definire tecnicamente perfetto, sia per la posizione strategica dell'autobomba, posta in una zona di piena osservazione, che per la quantità di esplosivo adoperato, circa 500 chilogrammi... Il fallimento è dovuto alla lateralità dello scoppio...». «Un attentato perfetto non può concludersi con un fallimento», gli dico. L'ex carabiniere sorride, compiaciuto. Era la domanda che si aspettava. «Sì, sull'attentato a Falcone fu commesso un errore...».

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«Così, cinque morti e sentenza eseguita, le appaiono un fallimento». «La carica di tritolo posta allo svincolo per Capaci all'interno di un cunicolo in una posizione sottostante ma centrale alla carreggiata, era di gran lunga inferiore a quella adoperata per l'attentato al giudice Palermo» riprende l'ex carabiniere, con l'aria di un professore di liceo di consumata esperienza. «È stato esaminato l'esito imprevisto dell'attentato a Palermo. Non avevano calcolato la possibilità che un'altra auto si potesse trovare sul luogo dell'attentato nell'istante dell'esplosione, facendo da schermo... Sull'autostrada per Capaci l'esplosivo ha colpito dal basso verso l'alto _ e non lateralmente _ l'obiettivo, sulla bocca del cratere aperto dall'esplosione. La blindatura dell'auto di scorta è stata scardinata grazie ad una spinta dal basso verso l'alto. L'esplosivo? Una miscela a base di tritolo e nitroglicerina in forma di gelatina, innescata con l'aiuto di un telecomando a doppio codice di sicurezza, con detonatori sistemati poco tempo prima dell'attentato... E non mi sorprenderebbe sapere che il crimine sia stato eseguito da siciliani. Nell'Isola si verificano ogni giorno attentati esplosivi... Ci vogliono competenze professionali superiori alla norma, ma non impossibili da reperire restando in Sicilia. Se si considera che è stato calcolato in 0,02 secondi il tempo utile per colpire l'obiettivo con precisione, bisogna dedurne che è stato adoperato un sistema elettronico sofisticato». «Va bene _ concludo _ ma ho bisogno di saperne di più. Chi adopera in Sicilia questi sistemi sofisticati?». «So dove andare» mi rassicura. Mi apparve d'improvviso sovrappensiero, preoccupato. Strinse più volte, lievemente, il labbro inferiore con due dita della mano destra, si alzò senza degnarmi di uno sguardo e fece per uscire. «Stia attento», ebbi il tempo di dirgli, mentre chiudeva la porta. Lo stesso giorno potei completare le mie informazioni sulle armi usate dalla mafia, grazie ad una indagine che aveva fatto il giornalista Andrea Ballerini. Ballerini conosce le armi e non si accontenta mai delle informazioni che riceve. Gli esposi una mia tesi sulla qualità delle armi. La lupara è stata abbandonata, dissi, perché non semina più terrore. Ballerini mi diede torto, dati alla mano. «Le doppiette e gli automatici non sono affatto scomparsi. La cartuccia a pallettoni, che impropriamente chiamano lupara, miete ancora vittime. Con i revolver 38 special, sicuri anche se imprecisi, sono stati uccisi il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il segretario provinciale della De Michele Reina, il giornalista Mario Francese, il giudice Giaccio Montalto, il commissario Giuseppe Montana e molti altri; 36

più recentemente il giudice Livatino e Salvo Lima. I kalashnikov compaiono negli anni


Settanta, uccidono il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie, il commissario Ninni Cassarà. Ma il mitra non è un'arma nuova per la mafia e il banditismo siciliano... Il giudice Cesare Terranova fu ammazzato con un fucile. Un residuato bellico: era una carabina Winchester calibro 30. Un'arma americana pure per Pio La Torre, un mitragliatore Thompson, dai proiettili devastanti». Domandai se poteva trarre qualche indizio dalla sua ricerca. Mi spiegò che per i nemici istituzionali, gli uomini dello Stato, basta un vecchio fucile, una calibro 38, un mitra... Quello che è necessario... La scelta dell'esplosivo potrebbe essere una risposta alla ricerca di nuovi equilibri interni: il luogo e il tempo collegherebbero l'uccisione di Falcone a quella di Salvo Luna. Una informazione quest'ultima, che aveva avuto da un investigatore. «Il giudice Falcone poteva essere ucciso a Roma con una 38 special?». «C'è movimento fra le cosche», risponde, facendomi capire che è la sua fonte a crederlo. «Gli effetti dell'aggressione dovrebbero manifestarsi in tempi brevi... Uccidere Falcone a Roma avrebbe potuto fare sorgere equivoci all'interno di Cosa Nostra. Il messaggio, invece, doveva essere chiaro ai destinatari, cioè le famiglie mafiose...». Più tardi ebbi la fortuna d'incontrare un personaggio autorevole. Se volevo che esprimesse la sua opinione, mi disse, avrei dovuto assicurargli l'anonimato. Naturalmente risposi che ero d'accordo. Mi aspettavo di essere ripagato con buone informazioni, anche perché accettai gli accorgimenti che aveva preteso per impedire la registrazione della conversazione. Controllò perfino la mia giacca. Subii, quindi, una perquisizione pur di ascoltare quanto aveva da dire. Rimasi deluso. «Di queste cose», spiegò, «si occupano i catanesi. Lì c'è un esercito ben organizzato, preparato alla guerriglia... Deve sapere che quando spara la 38 il delitto è palermitano, se c'è il kalashnikov o l'esplosivo si deve guardare a Catania...». Cercai, in tutti i modi, di fargli dire di più. Non aprì bocca, anzi si dimostrò sorpreso dalle mie insistenze e dal fatto che non avessi apprezzato la qualità delle sue informazioni. «Che vuole che le dica?», fece con fastidio. «Il nome degli uomini che l'hanno ammazzato?». Insomma, mi trattò come un ingrato e, forse, come uno stupido, visto che chiedevo l'impossibile. Ebbi l'impressione che sapesse qualcosa di più. Non so quanto di più. Scrollai le spalle, quando se ne andò. Quel rituale di gesti e di parole non era davvero nuovo; serviva a millantare credito. Qui in Sicilia darsi l'aria di mafioso, a quanto pare, paga. Quelli che lo sono davvero, cercano di non mostrarlo. Sono proprio cambiate molte cose, pensai sorridendo di me... Avvenne qualcosa, tuttavia, che mi face tornare sul mio giudizio, almeno parzialmente. Appresi, attraverso una notizia dell'Ansa, che si indagava su un omicidio avvenuto il 14 aprile 37


ad Adrano, in provincia di Siracusa. La vittima era un mago dell'elettronica, Angelo Nicosia, coinvolto mesi prima in una inchiesta di mafia. Nicosia apparteneva a un clan catanese annientato dalla polizia. In casa di uno dei soldati del clan, la polizia aveva trovato timer e congegni elettronici per telecomandare cariche di esplosivo. Un gruppo mafioso, che operava in Toscana, aveva inoltre ricevuto una commessa per la fornitura di esplosivo. Le cosche siciliane avevano alzato il tiro?

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Il disegno per destabilizzare l’Italia La nuova rete spionistica e le stragi in Sicilia Nei giorni che precedono Capaci alcuni magistrati _ Michele Duchi a Ragusa, Anna Canepa a Caltagirone, Paolo Borsellino a Palermo, Felice Lima a Catania _ finiscono nel loro mirino. Sono avvertimenti? Notizie senza fondamento? Una strategia della tensione premeditata e coordinata? Il «via libera» concesso ai boss per indebolire l'apparato repressivo? Un segnale allo Stato, in risposta ai provvedimenti anticrimine che violano i santuari carcerari? O pura, semplice, banale serie di coincidenze? L'informazione ha digerito il delitto? La stampa periodica lo ha già dimenticato? I giornali raccontano storie di bambini che vanno a lasciare un fiore davanti la casa del giudice. Il bisogno di saperne di più stimola un cupo pessimismo e ingigantisce le ombre. Qualcuno interpreta il silenzio degli investigatori come un buon segno, ma sono pochi. Vuoi dire che sono seri, si pensa, che le informazioni sono utili e non devono trapelare. Il procuratore che dirige le indagini, da Caltanissetta, esprime «cauto ottimismo». Essere contagiati da questa atmosfera è facile. Attraverso la città in auto con l'animo rassegnato. Mi capita di rado, perciò non mi piace. Osservo i soliti ingorghi, disposto a subire le solite prepotenze del traffico: ascolto senza fiatare qualche epiteto. Non mi sono accorto del segnale verde al semaforo ed ho rubato una frazione di secondo al conducente di una jaguar blu metallizzata. Di colpo la strada, che dispone di un'ampia carreggiata, si trasforma in un budello, dentro il quale passa a malapena una vettura per volta. Qui non c'è mai un poliziotto, né un carabiniere, né un vigile urbano. Mai. Non è una eccezione. A Palermo potresti non incontrare mai un poliziotto, se abiti in un certo luogo. Il controllo del territorio è affidato alla sorte. Cinque o sei giorni or sono un ex commissario di Ps mi ha raccontato di avere partecipato ad una riunione in Prefettura, durante la quale qualcuno ha ricordato che a Palermo 1.600 carabinieri e poliziotti attendono in caserma una sommossa popolare. II battaglione mobile dei carabinieri e il reparto celere della polizia vengono impiegati solo per l'ordine pubblico. Una specie di fortino: il deserto dei tartari, in attesa del nemico che non c'è. «Stavo telefonando da una cabina pubblica», mi raccontò anni or sono Saverio G., un giovane universitario. «Un tale scese, aprì la portiera e mi invitò ad andare via. Non ebbi il tempo di rendermi conto di ciò che succedeva. Vidi che sui banconi del mercatino c'era

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un'insolita animazione. Tutti chiudevano anzitempo. In pochi minuti, il deserto. Il giorno dopo seppi che proprio lì avevano ammazzato un uomo...». Quel mercato, a Palermo, è terra di nessuno. L'ex commissario di Ps si danna l'anima. «È possibile che non capiscano? Se non si controlla il territorio, non può esserci indagine, prevenzione, repressione... Un controllo costante, come si fa in guerra. Dove non c'è lo Stato, il delinquente organizza il suo quartier generale, recluta i suoi soldati. Quando fu sollevato il problema in Prefettura, spiegarono che c'erano disposizioni superiori. Non si può destinare ad altri servizi gli uomini addetti all'ordine pubblico, cioè scioperi, manifesta/ioni...». Supero l'ingorgo, causato da vetture parcheggiate in terza fila sui due lati e mi trovo di fronte l'edicola che espone il titolo del giorno: «Sei identikit per una strage. S'incrina il muro del silenzio». Bene, penso, qualcosa si muove. Ma l'ottimismo dura un istante. Ci ragiono e ne deduco che gli identikit ricostruiti dopo molti giorni non sono credibili. Pessimismo esagerato? Quando arrivo in redazione osservo con attenzione gli identikit. Quattro hanno i baffi ed uno porta occhiali e baffi. Scopro la firma dell'autore su uno dei disegni. Deve essersi compiaciuto del buon lavoro: le caratteristiche somatiche sono ben delineate: baffi folti, capelli curati, scuri, labbra pronunciate. E il ritratto di un uomo sicuro di sé, di età compresa fra i 25 e i 30 anni. È stato visto da un testimone in via Kennedy a Capaci, «alle 10,55» in compagnia di altre persone il giorno prima della strage. Il quarto identikit, leggo su un giornale, è stato ricostruito in movimento. L'uomo sarebbe stato notato alla guida di una Fiat Croma che aveva uno stemma rettangolare di colore rosso e giallo con al centro l'effigie della Trinacria, il contrassegno delle auto della Regione siciliana. È stato visto alle 17,30 del 22 maggio anch'egli, quindi, la vigilia dell'attentato _ sull'autostrada di Punta Raisi. Il commento del giornalista è il seguente: «la circostanza sembrerebbe ininfluente ma evidentemente per riportarla nella scheda degli identikit gli investigatori avranno le loro buone ragioni». Pur essendo stato visto alla guida di un auto, i dati segnaletici sono completi e forniscono l'altezza dell'uomo: 1,65 centimetri. Depistaggio? È comprensibile, affinché i testimoni non corrano pericoli. La circostanza indicata, tuttavia, suggerisce un luogo ed una situazione poco credibili. Baffi neri, folti e ben curati: tutti eguali... Il depistaggio l'hanno fatto anche loro, i killer. Sempre che le attenzioni dei testimoni siano

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state indirizzate sulle persone giuste. L'unico dato positivo è che la gente comincia a parlare. Anche a Capaci. Ma è cosÏ?

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Il pomeriggio di lunedì 15 giugno ricevetti una telefonata dalla Federai Express di Milano. Una voce femminile mi comunica che sto per ricevere un plico. «Da dove proviene?» chiedo. «Da Washington, signore». «Chi spedisce?». «Salvatore Amendolito, signore. Desidererei il suo codice fiscale...». «Per quale ragione?», domando. «Il plico è a suo carico... Deve pagare lei... Pesa circa tre chilogrammi ». Volli sapere quanto avrei dovuto pagare, mostrando sorpresa per quell'addebito. Non ebbi l'informazione. Nei giorni successivi il plico non arrivò. Cercai di saperne di più alla Federai Express, ma non ottenni notizie: una certa Marzia escluse che il codice fiscale mi fosse stato richiesto per pagare il plico. «Serve per sdoganarlo», spiegò. Li pregai di fare delle ricerche ma fu tutto inutile. Non mi richiamarono e non ricevetti il plico. L'episodio mi incuriosì. Trenta giorni prima con lo stesso mezzo, avevo ricevuto un plico senza alcun preavviso. Nessuno aveva richiesto il codice fiscale. Bhe, mi dissi, qualcuno vuole conoscere la mia situazione patrimoniale. Poco male. Il giorno appresso incontrai in ascensore Angelo Ganazzoli. E stato deputato regionale socialista e Presidente della Commissione antimafia. «Posso parlarti?» chiedo. Ganazzoli annuisce. «Ti raggiungo fra un minuto», dice. E mantiene la promessa. Non sarebbe venuto se non avesse qualcosa da raccontare. Lo conosco da trenta anni. Ha il solito sorriso stampato sulle labbra, con il quale nasconde un'irredimibile scontentezza. Gli occhi piccoli, penetranti, balbettano l'insondabile voglia dì rivalsa. «Ormai non mi ascolta nessuno», dice. E d'improvviso, gli anni _ 60 o di più? _ emergono. «Non ci credo», dico. Le ovvieta non mi fanno vergognare da tempo. «E poi _ aggiungo _ meglio il rispetto di sé, che le comode transazioni con la propria coscienza. Che ne pensi?» «Che ne penso?», ripeté. «Del delitto... di Giovanni Falcone. Qual è la tua opinione?». «Ho avuto un terribile dolore alle gambe in questi giorni...». «Ah!». «...Non mi sono potuto muovere da casa. Così ho avuto il tempo di riflettere...». Si concede una lunga pausa. Osservo con invidia i suoi capelli folti, corti e ricci, lievemente più ingrigiti. Si liscia il mento, poggia le mani sulle ginocchia, si rigira sulla sedia.

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«Il delitto di mafia», riprende, «è sempre un delitto politico quando colpisce gli esterni all'organizzazione... Il delitto politico si compie in un contesto di forti conflitti... Quando uccideva i sindacalisti, la mafia commetteva delitti politici. E ogni volta arrivava quando c'erano gravi contrasti... Generalmente nel partito di appartenenza...». «Delitto di mafia, delitto politico... Dove vuoi andare a parare?». «La distinzione è sbagliata. Il delitto politico della mafia è sempre complesso. Si carica di molti elementi, assume sempre molti significati, acquista aspetti simbolici. Il luogo, la giornata. I sindacalisti venivano uccisi la vigilia della festa del patrono... Lo sapevi?». Ora ridacchia compiaciuto dell’ esordio. Capisco di avergli offerto un'opportunità e ne sono contento. «Dunque...», lo sollecito. «L'uccisione di Lima è un messaggio al Presidente Andreotti... Il delitto si verifica all'inizio della campagna elettorale, Lima è il leader indiscusso della corrente di Andreotti...». «Un messaggio, d'accordo. Ma di che tipo?». «Il Governo aveva fatto qualcosa in più... Per esempio le carcerazioni preventive. Si era impegnato sul fronte antimafia... e questa è stata giudicata una sfida, una specie di persecuzione...». «Persecuzione?» lo interrompo. «Il Governo ha fatto la sua parte... nient'altro che la sua parte...». «Cerca di vedere le cose con la loro ottica. Ucciso Luna, mi aspettavo che lo stesso messaggio dovesse giungere al ministro della Giustizia, Claudio Martelli. Analizzai quale potesse essere l'obiettivo, quale personaggio potesse essere individuato come l'uomo di Martelli in Sicilia... Purtroppo mi fermai nell'ambito socialista, nello stesso partito di Martelli. Così feci delle telefonate per esternare i miei timori, il sospetto che si preparasse un altro delitto. Parlai con autorevoli dirigenti... Suggerii loro di stare in guardia... Solo uomini politici, uomini di partito. Conclusa la campagna elettorale, la tensione sparì. Pensai che la mia valutazione fosse sbagliata... Invece, era giusta. Martelli aveva tagliato i ponti con la Sicilia... L'unico siciliano del quale si fidava e con cui parlava era Giovanni Falcone...». «Un messaggio al Governo che adottava leggi speciali?», domandai. «Qualcosa di più», rispose Ganazzoli, ammiccando. «Non capisco...».

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«La storia non si muove su un solo scenario. C'è quello della realtà... e l'altro, l'immaginario collettivo. Ecco, la mafia ha vissuto questi provvedimenti come uno sgarbo... Capisci?». Avevo capito, certo che avevo capito. Non aspettò che trovassi le parole per esprimere la mia opinione. Sarebbe giunto in ritardo ad un appuntamento, mi comunicò, guardando con apprensione l'orologio e regalandomi un ultimo improbabile sorriso. Una settimana dopo avrei incontrato Luigi Granata, deputato regionale e Presidente della Commissione antimafia. Granata confermò le informazioni ricevute da Ganazzoli. «Condivisi le preoccupazioni di Angelo e telefonai ad alcuni dirigenti socialisti. Quelli che sembravano più esposti... No, non pensai a Falcone, purtroppo». Annotai sull'agenda la conversazione con Ganazzoli, era il 16 giugno. La strage di Capaci si allontanava. Stando fra quattro mura, si sa di meno. Chiamai al telefono Armando D'Agostino. Intellettuale raffinato, spirito libero e, fantasioso, ma non per questo, incapace di cogliere gli spifferi della realtà. Quelli che producono sofferenze alle articolazioni e alle coscienze... Lo invitai a raggiungermi, non si fece pregare. Non mi chiese nemmeno la ragione per la quale lo volevo vedere. Quando arrivò, esordì con un ammonimento, una specie di profezia da divulgare, mio tramite, al mondo. Non è uno che si prende troppo sul serio, ma non rinuncia alle sue idee. «Il disegno è quello di destabilizzare l'Italia...», disse. «Come? Al nord, scoperchiando la corruzione, gli affari fra imprenditoria e politica e al sud servendosi della mafia... Chi promuove questo disegno? Quelli che temono un'Europa forte, solida, guidata da una Germania temibilissima...». «Il complotto universale...», osservai, per il gusto di provocarlo. «La Germania e il Giappone vincono le guerre economiche, ma non quelle che si combattono con le armi. Ormai l'Iraq è lontano...». «Complotto americano... Non è originale specie se a parlare è un ex comunista...». «Un potere universale ci deve essere. Tutti sappiamo che c'è... Basta riflettere sui fatti ogni giorno, e scopri che tutto si lega... Leggi Bioy Casares. Non mi ricordo il titolo, ma leggilo...». «Va bene, leggerò», lo rassicurai. Mi guardò con affetto. Confessò di essere stanco. Stanco di che?» chiesi. «Di tutto», rispose. «Ma soprattutto d'insegnare...». «Perché?» domandai, perplesso. E lui: «Non s'insegna più niente a nessuno».

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Ma non è un nichilista. Tutt'altro. Quando scrive sui libri che legge per diletto e per mestiere _ è un critico letterario _ emergono gli entusiasmi, una fede incrollabile nella cultura, nell'arte, negli uomini. E una delle rare persone che riescono a contagiare il piacere per la buona scrittura, i buoni sentimenti dei poeti. «Non mi accontento delle verità ufficiali», riprese. «Così mi arrampico sugli specchi... I corleonesi sono depositari di tutto il male, la mafia di Bontade raccontata da Buscetta è il bene? Riina, il capo dei corleonesi? Da sempre conviene mantenere sulla scena in servizio attivo una primula rossa. Ricordi Luciano Liggio? Restò latitante per anni. E non fu solo per i suoi meriti. Meglio credere al complotto universale che passare per fessi. Vuoi sapere davvero come la penso?». Si concesse una pausa per gustare l'interesse che le sue parole suscitavano in me, poi si avvicinò alla finestra lisciandosi la fronte. Non gli chiesi più nulla. Che poteva sapere uno come lui, che passa la giornata tra libri e studenti! «Bisogna avere la memoria lunga, come quella della mafia», ricominciò, sibillino. «Devi tornare indietro alle guerre di mafia degli anni '80, quando si doveva spazzare via la vecchia rete spionistica italo-americana... Hai mai capito perché per 24 ore il signor Haig abbia assunto il potere negli Stati Uniti, quando attentarono alla vita di Ronald Reagan?». «Haig...», ripetei, senza capire. «Sì, Haig. Ex generale, sottosegretario di Stato. Che c'entrava lui? Sarebbe spettato al vice Presidente, sostituire Reagan. Dovette dimettersi. E con lui dovette andarsene tutto il vecchio establishment... Così cominciò la mattanza in Sicilia, dopo il tentativo di golpe, le proposte di Tommaso Buscetta a Luciano Liggio, i propositi di Michele Sindona... Il fatto è che nessuno legge, mette insieme gli eventi...». Ancora il complotto, pensai. Per giunta americano...

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La scomparsa del diario di Falcone, gli appunti pubblicati dal Sole. Una pista colombiana porta ai Madonia Sabato, 20 giugno. Genova. Giuseppe Ayala, deputato, ex magistrato e componente del poolantimafia guidato da Falcone, commemora il magistrato e amico scomparso. «Giovanni Falcone _ racconta, tra l'altro _ annotava tante cose. Scriveva tutto, specialmente nell'ultimo periodo della sua permanenza a Palermo... Non so se chiamarlo diario o che altro, ma sono certo che Giovanni Falcone deve avere lasciato qualcosa di scritto. Aveva riversato gli appunti su un dischetto del suo computer personale. Quando lasciò Palermo per il ministero di Grazia e giustizia portò tutto a Roma». Francesco La Licata, giornalista de «La Stampa» il giorno successivo, puntualizza: «... l'uscita dell'era. Ayala sembra più un modo per mettere le mani avanti e stabilire un punto fermo: questi appunti esistono e lo sappiamo in tanti». Insemina, un avvertimento. Diretto a chi? E quali motivazioni impongono quel «punto fermo», la necessità di «mettere le mani avanti»? L'annuncio di Ayala è seguito da alcune osservazioni. «Se il dischetto non viene fuori, sarebbe un modo per alimentare polemiche che Giovanni non gradirebbe...». Provo a capire: Giovanni Falcone non avrebbe gradito che si alimentassero polemiche sul suo diario, perciò vi prego di non nasconderne l'esistenza. «Ma se viene fuori _ continua Ayala _ la sua parola non rimarrà sola, perché un dovere morale c'imporrà di raccontare che è vero quello che lui ha scritto, perché c'è chi era presente e può confermare che quel diario è una cronaca di storia vissuta». Bisogna ora collegare le due parti del discorso e offrirgli una logica plausibile. Così com'è, infatti, esso non sembra averne. Punto primo: io sono certo, sostiene Ayala, che è stato scritto un diario (o qualcosa che gli assomiglia) da Giovanni Falcone; punto secondo: esso deve essere divulgato; punto terzo: se non fosse divulgato, si commetterebbe una scorrettezza verso Falcone e si darebbe la stura a polemiche che Falcone non avrebbe gradito; punto quarto: chi conserva il diario ha il dovere di divulgarlo, non abbia preoccupazione a farlo perché noi testimonieremo che è tutto vero. «C'è chi era presente... _ avverte infine Ayala _. E cronaca di storia vera vissuta». L'ex magistrato può solo affermare che qualcuno c'era; non lui, per ragioni di lavoro e per qualche dissapore superato negli ultimi mesi. Il richiamo al dovere morale è rivolto a chi sa e non parla. Il messaggio giunge a destinazione. Con una puntualizzazione: «sulla esistenza del diario eravamo informati sia io che Paolo Borsellino». Non una anticipazione sui contenuti.

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Ma è solo questione di ore. Il giornalista Francesco La Licata, anch'egli amico di Falcone, fa sapere subito che «Celesti (il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, titolare dell'indagine; ndr) era stato avvertito che tra le cose da cercare c'erano anche gli appunti di Falcone sulla sua battaglia personale all'interno del Palazzo di Giustizia di Palermo, delle incomprensioni sempre più ricorrenti col procuratore capo Piero Giammanco». Ecco stabilito il punto fermo: il diario c'è e racconta tutto ciò che Falcone ha dovuto sopportare a Palermo da Giammanco. Paolo Borsellino parla da magistrato: «Se sono appunti privati, spetta ai familiari decidere l'uso da farne. Se si tratta di materiale utile all'inchiesta tutto deve restare nelle mani dell'autorità giudiziaria». Il reato non è stato individuato, ma il processo è ufficialmente aperto. L'escussione dei testi viene ospitata dai media puntigliosamente, nonostante l'invito della pubblica accusa alla prudenza. «I documenti sequestrati sono stati catalogati e ben custoditi _ dichiara Celesti _. Gli investigatori stanno ancora lavorando alla traduzione degli appunti elettronici. Molti sono stati stampati su carta, altri mancano. Fino a questo momento non credo che siano stati trovati quelli a cui si riferisce Giuseppe Ayala... Se gli appunti si riferiscono all'evolversi dell'esperienza professionale di Falcone, ai cosiddetti veleni, sarà mia cura tenerli fuori dalle indagini. A me interessa scoprire chi ha ucciso Falcone, la moglie, la sua scorta». Ayala non è dello stesso parere. «Non sarà certamente utile per le indagini _ spiega in una intervista al Giornale _ ma potrebbe testimoniare del martirio in vita e in morte che Giovanni ha subito... Io non voglio fare della dietrologia, ma il rinvenimento del diario consentirebbe di mettere ordine nella memoria di Falcone e colmare in parte le tante ingiustizie che egli ha subito». Il processo sul diario, dunque, individua un «martirio» parallelo a quello subito da Falcone sull'autostrada di Punta Raisi. Di esso si deve fare giustizia: il diario è in grado di individuare i colpevoli. Ecco le ragioni per le quali non è stato ancora ritrovato: punisce gli autori del martirio... «Dunque _ scrive Giuseppe D'Avanzo su Repubblica _ a tre giorni dalla denuncia di Giuseppe Ayala il mistero del diario rimane quel che era: un mistero. Dov'è finita la memoria? È stata sottratta la notte stessa della strage di Capaci prima che i carabinieri apponessero i sigilli all'ufficio di Falcone? O è scomparsa da una delle borse che il giudice portava con sé la sera del 23 maggio, restate per tre giorni alla Procura di Palermo tra le proteste del Procuratore capo di Caltanissetta?».

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Il diario segreto evoca speculazioni introspettive, episodi misteriosi, angosce non confessate, verità mai svelate: le tappe di un viaggio in compagnia della propria coscienza. Tutto questo ed anche di più. Perciò ha una vita a sé, che prescinde dai fatti e dagli uomini che ne sono protagonisti. Se il diario è contenuto in un floppy-disk le ancestrali misteriosità che stimola abitano i luoghi dell’elettronica, impenetrabili labirinti della memoria. Volatile quanto gli umori dell'umanità. Prova a contraddire il diario di un uomo dabbene, avrai perduto in partenza. Prova a rifiutare la memoria del computer, avrai perso tutto, anche l'onore. Celesti è costretto a indagare, ma la sua inchiesta appare quasi un fatto privato rispetto all'escussione dei testi ospitati dai media. Ascolta molti magistrati, annota i loro umori e le loro riflessioni e ripete che «non c'è nessun mistero». Possibile? Pochi hanno voglia di crederci. «Dovremmo concludere che è stato lo stesso Falcone a buttarlo via?», commenta con ironia Ayala. E qualcuno indaga sugli uomini che hanno avuto modo di vedere gli effetti personali di Falcone nei minuti successivi alla strage. Chi ha sottratto il diario? Mentre si insegne il colpevole e si cerca il diario, una serie impressionante di episodi, annotati sul diario, giungono nelle redazioni dei giornali. I capitoli del diario, svela l'Espresso, sono 39: ogni capitolo un episodio del contenzioso di Falcone con il suo capo, Piero Giammanco. «... 12 marzo 1992. Quel giorno nello studio di Giammanco si tiene una riunione tesa e nervosa... Estremamente nervosa...».

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Il 24 giugno il «Sole 24 ore» ospita gli appunti di Giovanni Falcone. Due cartelle di annotazioni scritte al computer. Nessun elemento utile per le indagini. Liana Milella, giornalista del Sole 24 ore, li ha ricevuti da Falcone nella seconda settimana di luglio dello scorso anno. «È per questo che sono andato via da Palermo», dice Falcone a Liana Milella, consegnando le due cartelle. «Tienili questi fogli, non si sa mai». «Come in tante altre occasioni _ racconta la giornalista _ si discute della sua decisione di lasciare il posto di procuratore aggiunto di Palermo. Che ci rimanevo a fare? Per fare polemiche ogni giorno? Per subire umiliazioni? Per non lavorare? O soltanto per fornire un alibi? No, meglio Roma. Qui al Ministero c'è tantissimo da fare. E alla mafia, anche da qui, si può dare molto fastidio». Liana Milella spiega perché ha deciso di pubblicare quei fogli. «Alle affermazioni di Ayala ne sono seguite altre e si è scatenata la caccia al diario. Questi due fogli non potevano restare nel cassetto per due buone ragioni: la prima è che rappresentano la prova che in effetti il giudice Falcone aveva l'abitudine di prendere appunti sulle ostilità che man mano incontrava nel suo lavoro palermitano; la seconda è che il contenuto di questi appunti non ha assolutamente nulla a che vedere con le indagini sul delitto...». Sono appunti scritti in poco più di un anno, dal dicembre 1990 al 26 gennaio 1991. Ogni brano ha il suo capo verso e accenna ad un episodio. L'esordio ripete un cliché lessicale: si è lamentato, ha preteso, si è rifiutato, mi invita in maniera inurbana .... C'è un soggetto fantasma, il capo. Cioè il capo della procura, Piero Giammanco. Man mano che i mesi passano l'incipit muta; gli appunti raccontano in prima persona. «Apprendo oggi» è ripetuto più volte. L'espressione ospita sentimenti diversi: stupore, rammarico, ostilità, frustrazione. Gli argomenti sono dapprima ben sintetizzati; poi si entra nel dettaglio, si descrive minuziosamente l'episodio, si fanno nomi. «Solo casualmente ho appreso...», scrive l'autore degli appunti; e vuole testimoniare la sua marginalità. E altrove: «Protesto per non essere stato previamente informato». O ancora: «... non trovandomi, il collega ha parlato col capo che, natura Imente, ha disposto tutto ed ha proceduto all'assegnazione della pratica... senza dirmi nulla». Gli appunti riferiscono anche questioni procedurali, rimproverano l'assenza di coordinamento o la lettera anonima archiviata. È la testimonianza _ netta, inequivocabile _ dello scontento, della delusione, del disagio di Falcone. Per molti giorni ho ignorato l'indagine: non una informazione nuova, non una notizia di qualche interesse. Chi ha voluto la strage di Capaci? E perché il 23 maggio, in Sicilia?

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L'omicidio di Salvo Lima è collegato a quello di Giovanni Falcone? Gli interrogativi rimangono uguali, come il primo giorno. Sono sommerso da notizie che appagano la curiosità, suscitano emozioni, ma nulla che possa essere utile per capire. Polveroni, veleni, depistaggi, insabbiamenti «necessari» per coprire le indagini? Non so. Lo spazio concesso alle emozioni, agli affetti è fisiologico. C'è chi ne approfitta? È probabile. Allora, che cosa fare, se non tenere desta l'attenzione sulle cose essenziali, i dettagli utili. Senza sottrarsi al flusso dell’ informazione, anzi assecondandolo in qualche modo. In poche ore consumai un intero taccuino: trascrissi tutti i fatti rilevanti e li selezionai. Due episodi presso la questura di Catania: un falso poliziotto per un anno e mezzo ha frequentato i locali della polizia indisturbato. Cos'è potuto avvenire? Vidi un film, che aveva per protagonista un giovanotto che sceglie di entrare in polizia senza «arruolarsi». Mi parve una storia fantastica... Ma c'è dell'altro: un agente vero, stavolta, arrestato a Catania: è stato scoperto in casa di un boss. Mangiava e beveva con lui, poi andava al lavoro: servizio scorte. Due magistrati avrebbero favorito Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, sospettato di avere assassinato il commissario Boris Giuiliano. L'episodio non giunge alle redazioni dei giornali. Domando in giro. Bocche cucite. Qualcuno scrolla le spalle, qualche altro dice di non saperne niente. Anche l'ex carabiniere non sa niente. Mi racconta di un magistrato padrone di cave nel trapanese. Fa nome e cognome, ammicca, lascia intendere, poi sospetta con durezza, con rabbia. A colazione incontro un amico di Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo e coordinatore della Rete. Costui racconta che il Questore in persona si è recato da Orlando per avvertirlo dei pericoli che corre. L'hanno trasferito in caserma, gli hanno concesso una superscorta. «Alcuni pentiti hanno parlato _ dice _. E sono tutti d'accordo: vogliono ammazzarlo... Ieri hanno trovato un'auto rubata a fari accesi accanto la sua casa... Era dei carabinieri. È un avvertimento: non c'è dubbio. Il messaggio è chiaro: quando vogliamo e se lo vogliamo... Loro _ conclude _ sono molto potenti». Vengo informato, subito dopo, che una telefonata ad un giornale annuncia: «Orlando è già morto». Non è finita. L'autoparco della Regione siciliana lamenta due furti di autovetture blindate, il primo alla vigilia dell'attentato di Capaci e il secondo nei giorni che precedono le minacce a Orlando. Un'auto della Regione fu notata il 23 maggio, proprio nei pressi di Capaci. L'Addaura insegna che è difficile distinguere il fallito attentato da un avvertimento. Vogliono far sapere di essere presenti, forti, solidi? O mettere paura ad una parte politica,

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imbavagliarla? La sequenza degli eventi è straordinaria. Il pomeriggio che segue l'incontro con il mio informatore, una voce dal forte accento catanese informa che a Palazzo dei Normanni hanno messo una bomba. Per due volte raccomanda di non sottovalutare l'informazione. Ma non c'è esplosivo nel vecchio Palazzo. Solo fastidio per il disagio provocato dalla telefonata. Capaci è lontana mille miglia da Palermo. Il mio taccuino ospita le parole dei ministri: contano poco e arrivano tardi nelle indagini di polizia. Ci sono molti pregiudizi sulle loro opinioni: poco attendibili, di risulta, vaghe... Ma seguire le tracce di un'inchiesta attraverso quelle parole consente, come dire, il controllo incrociato delle informazioni. Il ministro di Grazia e giustizia, Claudio Martelli, è convinto dapprima che la strage di Capaci sia opera della mafia siciliana. E’ il 13 giugno, le ipotesi più fantasiose inondano gli spazi della carta stampata. «Se uno dice che è semplicemente un delitto di mafia _ afferma Martelli _ sembra che lo ridimensioni. Al contrario ridimensionano il pericolo della mafia coloro che vogliono concentrare tutto sul rapporto mafia-politica. La mafia è un esercito di 5 mila capicosca in Sicilia. Ciascun capocosca può contare su una numerosa famiglia di affiliati, gregari: 100 persone circa... Non sono tutti killer certamente, però tutti insieme creano la palude, l'ambiente mafioso. Gestiscono i capitali ricavati dalla droga,

organizzano

le

estorsioni,

intimidiscono

la

società

civile

e

la

pubblica

amministrazione...». Il ministro dell'Interno, Vincenzo Scotti, il 15 giugno, indica una vaga pista internazionale. Martelli, il giorno dopo, da corpo alla pista internazionale: la strage di Capaci va addebitata al narcotraffico, all'alleanza fra mafia colombiana e siciliana. Scotti è dello stesso parere. Ma basta analizzare le corrispondenze dagli Usa, per scoprire che le convinzioni dei Ministri hanno contato soprattutto sulle indagini svolte dall'Fbi oltreoceano. Dapprima ho creduto che Scotti e Martelli fossero stati usati come depistatori. Chi lavora sul serio ha bisogno di prendere fiato, di dare copertura ad una pista vera. Le polizie sono inseguite dall'opinione pubblica: è legittimo che affidino a qualcuno che conta, che fa notizia, parole che non contano. Niente da eccepire. La mia iniziale sensazione s'infrange sul frangiflutti delle buone ragioni del ministro Scotti. Si sente dalle sue parole che egli crede alla pista colombiana. «È una operazione messa in atto dalla mafia siciliana e dalle organizzazioni criminali di altri Paesi...». Quali motivi glielo fanno sospettare? «Il tipo di delitto _ spiega Scotti _ le modalità di realizzazione non consentono di

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limitare tutto a un caso palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi. Non esistono molte persone al mondo in grado di organizzare questo tipo di attentato. I costi sono alti...». Infine una convinzione: «L'assassinio non è un episodio isolato, né solo una rappresaglia per ciò che ha fatto il magistrato in passato...». Il 28 giugno, da Bogotà una nuova conferma alla pista colombiana: il procuratore generale dello Stato, Gustavo Degreiff, rivela il coinvolgimento degli uomini del cartello di Medellin nell'assassinio di Falcone ad una radio privata colombiana. «Lo stesso Falcone _ sostiene _ era convinto che esistessero stretti legami tra Cosa Nostra siciliana e i vari cartelli di droga della repubblica sudamericana». Due magistrati palermitani sono andati negli Usa ad ascoltare Marino Mannoia per trovare i riscontri oggettivi alla pista colombiana. L'iniziativa della Procura è collegata ad una inchiesta giudiziaria, nata dalla scoperta di ben 600 chilogrammi di cocaina sbarcata nel 1988 nella costa trapanese da una nave, la Big John. A questa inchiesta lavorò Giovanni Falcone. Essa consentì di seguire l'itinerario del traffico di droga _ dalla Colombia a Miami, attraverso la Spagna e l'Olanda, fino in Sicilia _ e del denaro da riciclare, il cui terminale erano gli sportelli svizzeri. Falcone attribuì la gestione del traffico ai Madonia. La Svizzera per lui era lo spartiacque, il luogo di tutte le verità. Chi utilizzava tutto quel denaro? E in quali attività? Le aziende finanziate dal denaro riciclato entravano nel mercato alla stregua delle altre, recidendo il cordone ombelicale? O i consigli di amministrazione restavano funzionali al narcotraffico? Denaro a costo zero, investimenti facili, un'azienda anomala, che fra i suoi fini sociali non pone il lucro. Le basta immettere nel mercato i soldi per riprenderseli attraverso il prodotto, senza guadagnarci una lira. Chi può fermare simili bisonti? Possono schiacciare tutto, quando e come vogliono: parte uno, gli altri dietro e la mandria si abbatte sul più solido dei mercati finanziari, disarcionando il più avveduto degli azionisti, il più esperto degli amministratori.

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A Marina Longa, ultime ore della vita di Borsellino su una barca con un amico. La vigilia di rivelazioni importanti La pista colombiana è una specie di Giano bifronte: da un lato la faccia riconoscibile: ogni tassello al posto giusto. C'è il movente, il «reparto» operativo, i mandanti... Sul lato opposto, scopri una maschera, che nasconde uno sberleffo: la rivendicazione del delitto, il regalo allo sposo da parte degli amici, la strage come vendetta e messaggio di potenza. La «costruzione» precaria che gli investigatori d'oltreoceano avevano realizzato per puntare il dito sull'alleanza fra siciliani e colombiani, non emerse facilmente. Appena cominciai a sfogliare i giornali, trovai un nuovo pentito, Joe Cuffaro, originario di Monteallegro e legato, un tempo, alle cosche di Siculiana. Cuffaro si accordò con l'Fbi nel 1987: raccontò ciò che sapeva sul narcotraffico colombiano del cartello di Medellin e la famiglia Madonia, cui sarebbe stata concessa l'esclusiva della cocaina per l'Europa. Rivelò anche che la mafia si era servita di un aereo in grado di volare «indisturbato» sui cicli trapanesi e della motonave Big John che, partendo dalle Antille, aveva trasportato 600 chilogrammi di cocaina a Castellammare del Golfo. La notizia dell'aereo di Cosa Nostra m'incuriosì. Nei giorni successivi alla strage seppi, come altri, della presenza di un velivolo sconosciuto che avrebbe sorvolato i cicli palermitani nel pomeriggio del 23 maggio. L'informazione fu smentita. Cuffaro, interrogato da Falcone, raccontò dell'aereo. La Procura della Repubblica di Trapani, secondo una notizia pubblicata il 24 giugno, avrebbe indagato sul Centro Scorpion e su un misterioso velivolo, appartenuto al Servizio di sicurezza militare, che aveva una sede fra il 1987 e il 1989 nel trapanese, con la denominazione di Centro Scorpion. Insomma, un puzzle. È la strada maestra che conduce al complotto internazionale! «L'assassinio di Giovanni Falcone è avvenuto a Palermo _ sostiene il Presidente del Consiglio _ ma probabilmente è stato deciso altrove. La criminalità organizzata è un fenomeno internazionale con più teste, in più Paesi». La pista colombiana affonda il 15 luglio, quando i magistrati inquirenti di Caltanissetta la escludono in modo netto e deciso. «L'indagine _ affermano _ è più legata alla territorialità della matrice, nel senso che mandanti ed esecutori sono verosimilmente dello stesso territorio in cui la strage è avvenuta». A Washington, Giusto Sciacchitano, uno dei due pubblici ministeri impegnati nelle udienze statunitensi del processo «Big John», confida di

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non prestare alcun credito al coinvolgimento dei narcos colombiani. «Quando Falcone incontrò Cuffaro _ ricorda Sciacchitano _ questi aveva già cominciato a collaborare con l'Fbi americana... Falcone non ha convinto Cuffaro, ha raccolto le sue confessioni. Fummo io e il collega Carmelo Carrara a continuare le indagini e a decidere il rinvio a giudizio». «Il nostro compito _ ricordano i magistrati nisseni _ è di discernere le parti interessanti dell'inchiesta da quelle che mirano a sollevare polveroni...». E quali sono le parti interessanti? C'è un collegamento fra l'uccisione di Salvo Lima e Capaci? «Quello balza agli occhi», è la risposta degli inquirenti. Affonda la pista colombiana, ma i Madonia restano nel mirino sia per la strage quanto per l'assassinio di Salvo Lima. Ne deduco che l'inchiesta si muove all'interno di un perimetro ben preciso: il movente «locale», la qualcosa significa attribuire ai due delitti una connotazione siciliana e politica. La conclusione cui giungo è oggettiva: confida negli elementi che l'inchiesta privilegia. La famiglia palermitana dei Madonia è stata chiamata subito in causa: sono i mandanti annunciati fin dalle prime ore grazie alla rivendicazione telefonica. Il loro coinvolgimento ha acquistato spessore con il trascorrere dei giorni grazie alle numerose interviste concesse dai pentiti ai giornali. La linearità di questo sviluppo delle indagini costituisce anche il suo limite. L'assassinio di Falcone sarebbe il regalo al giovane Madonia andato a nozze il 22 maggio? E quando mai un delitto di mafia è stato rivendicato? Devo violentare la ragione per crederci. Comunque, la questione è secondaria. Il commando operativo può essere composto da elementi locali, ma può agire per conto di una multinazionale del crimine. I mandanti? Locali, sicuramente, ma nel senso della corresponsabilità. L'attentato non poteva essere «pensato» né eseguito senza l'approvazione delle cosche siciliane. Ma l'ordine da dove è arrivato? Chi ha deciso che bisognava agire senza indugio? Cercare di dare un volto agli operatori è essenziale: attraverso la loro identificazione si può giungere ai mandanti. Meglio, solo questa strada consente di sperare nell'individuazione dei mandanti. Le alternative possono condurre a nomi e cognomi, che non diverrebbero mai imputati. Il movente territoriale suggerisce un sospetto; per sé non è nemmeno un indizio. E nei crimini di mafia, il movente non è uno solo. Procedo per gradi, in modo elementare: la territorialità del commando può essere stabilita attraverso la qualità dell'azione. Se le risorse messe in campo sono reperibili localmente, gli operatori potrebbero essere locali; altrimenti, no. La qualità dell'attentato è stata variamente

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giudicata: di alto livello o artigianale. Esperti e poliziotti hanno sostenuto che sono stati commessi degli errori, il più evidente è costituito dalla circostanza che Giovanni Falcone e la moglie avrebbero potuto salvarsi se si fossero trovati nel sedile posteriore della loro auto nell'istante dell'esplosione. L'autista, Giuseppe Costanza, è sopravvissuto proprio perché era seduto nel sedile posteriore. Conclusione: gli attentatori non sarebbero esperti professionisti, ma degli artigiani del crimine, piuttosto fortunati. Ma il giorno 8 luglio, Giuseppe Costanza racconta un particolare. L'auto sul quale viaggiava con Falcone ha rallentato la velocità prima di arrivare sul curvone, il luogo dell'attentato. La decelerazione non fu dovuta ad una guida prudente, cioè al normale scalare della marcia o al colpo di freni che precede l'ingresso in curva, ma ad un episodio singolare. Costanza chiede a Falcone se deve lasciarlo a casa. «No, proseguo», risponde Falcone. «Allora mi deve dare le chiavi di casa», fa notare Costanza. Sul cruscotto, nel momento in cui si svolge la conversazione è appeso il portachiavi con le chiavi di casa. D'istinto Falcone sfila le chiavi dal cruscotto e le sostituisce con le proprie. Mentre la macchina è in corsa. Ancora qualche istante, poi la deflagrazione, 1 ' impatto con il muro di detriti : 1 ' onda d ' urto provocata dall'esplosione. «Un metro, tre metri... Siamo arrivati più tardi, così mi sono salvato», dice Costanza. La buona sorte lo ha aiutato. Un ritardo più lungo e quella decisione, improvvisa ed imprevedibile, avrebbe salvato Giovanni Falcone, la moglie e Costanza. La Croma, dunque, è andata incontro all'esplosione ma in ritardo rispetto alla velocità prevista. Questo ritardo ha fatto pensare ad un errore degli attentatori, ad un calcolo sbagliato. Non c'è stato, invece, alcun errore. Se la Croma non avesse decelerato, sarebbe saltata in aria al pari dell'auto di scorta, che precedeva Falcone e gli altri. L'attentato, dunque, è stato congegnato con una scelta dei tempi perfetta. Grande professionalità, strumentazioni sofisticate. Il delitto non può prevedere l'imprevedibile, come ogni intenzione. Accuratamente preparato, perfettamente eseguito, esso deve affrontare eventi nuovi. Imprevedibile è la scelta di Falcone di mettersi alla guida dell'autovettura, imprevedibile è lo scambio delle chiavi sul cruscotto con la vettura in marcia. A questi due eventi concomitanti Giuseppe Costanza deve la vita. «Falcone volle mettersi alla guida perché la moglie soffriva l'auto e voleva stare seduta davanti... Appena arrivato all'aeroporto di Punta Raisi mi disse di sedermi dietro...».

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Domenica, a Marina Longa. Paolo Borsellino, poco lontano dalla spiaggia, consuma le ultime ore della sua vita su una barca con un amico. «È Borsellino», indica una vecchia signora. «I residences di Marina Longa sono esclusivi, riservati, ben protetti», mi fa sapere qualcuno. «Qui sono state vissute le più grandi tragedie palermitane. Lì ha abitato la moglie del commissario ucciso, più avanti la vedova del segretario della De...». Elenca i bungalows, come fossero le lapidi di un cimitero. Non c'è nulla che richiami quella immagine: il prato verde è ben curato, lo scivolo a mare brulica di ragazzi abbronzati, uomini sereni sulla sdraio si lasciano raggiungere dal sole insolitamente mite. «Dove c'è la vedova del segretario, prima c'era la vedova del commissario...», continua il tizio. Ciò che vedo, tuttavia è solo il contrario: quel monsoleo impossibile da riconoscere in un episodio, un gesto, una parola, un brandello di paesaggio. Vedere solo il contrario: Che significa? Non è il male, non il nulla: «Si, è lui, Paolo Borsellino», ripete la vecchia signora, compiaciuta. Ha scoperto qualcosa d'importante e se ne prende il merito. Scruto il mare, scorgo la barca, ma non mi riesce di distinguere il magistrato. Alzo le spalle e riprendo a leggere. Un pentito, ancora uno, si accinge a parlare. Il giornale preannuncia clamorose rivelazioni. Borsellino chiede una legge che favorisca il pentitismo. Finalmente, mi dico, è uscito dal cono d'ombra dei media; storie di palazzo, confidenze, appunti, diari, recriminazioni postume. È al lavoro, ha una parte nelle indagini su Falcone. Rassicurante, penso ricordando la sua lucida, immediata analisi il giorno dopo Capaci: «I delitti Lima e Falcone sono collegati...». Nel pomeriggio, il mio ospite a Marina Longa ricevette una telefonata. Qualche minuto dopo le 17, il cugino aveva udito un boato e scorgeva del fumo alzarsi al ciclo. «Una bombola di gas», commentarono. Nei minuti successivi, la tragedia prese corpo. «Tre morti, alcuni passanti in via dell'Autonomia siciliana», mi dissero. Poi, i morti divennero quattro, successivamente cinque. «Agenti di scorta», precisarono. «La scorta di chi?», chiesi. «Quella del giudice Borsellino», ripresero. «Ma lui è rimasto illeso». Tirai un sospiro di sollievo e subito me ne vergognai. La morte di uomini senza volto, pure atroce, non mi aveva sconvolto. Sul televisore cominciarono a scorrere immagini terribili. Fui preso, come ognuno, da sgomento. Una strada, un palazzo, fila di auto sventrate. E poveri resti su ciò che rimaneva di una ringhiera, un albero, un marciapiede. Cercai di localizzare la zona in cui era stato compiuto lo scempio.

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Via dell'Autonomia, angolo Via D'Amelie. «Chi abita in quell'edificio?» chiedi. «La madre del giudice Borsellino», dissero. «E stato fatto a pezzi», gridò qualcuno. L'aveva sentito dallo speaker di un canale televisivo locale. Sedetti a un tavolo e scrissi qualcosa che poi avrei cercato invano. La conferma arrivò subito, attraverso un giornalista che si trovava in Via D'Amelio. «La bomba l'ha diviso in due... Paolo è saltato in aria». Mi riferirono che aveva trascorso la mattinata nella villa a mare di un amico, Pippo Tricoli. Avevo incontrato la moglie di Tricoli insieme con la moglie di Borsellino poche ore prima. «Se n'è andato dopo avere mangiato _ disse Tricoli _ Doveva andare dalla madre». «Da solo? Se ne è andato da solo?», gli chiese il mio ospite. «Sì, da solo, non portava mai nessun familiare con sé... Agnese e i figli sono rimasti qui con me. Domani sarebbe partito per la Germania... Ho dovuto comunicarlo io ad Agnese...».

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Non può che finire così, mi dissi. Credevo di avere parlato e invece no. Perché mi stupivo? Lasciare vivere Paolo Borsellino sarebbe stato come lasciare vivere Giovanni Falcone. E ammazzare Giovanni Falcone era stato come cominciare ad uccidere Paolo Borsellino. Perché sorprendersi? E di che cosa? Gli stessi uomini, gli stessi mezzi, le stesse volontà. Ricordai la volta in cui Paolo Borsellino aveva ripetuto l'agghiacciante frase del commissario Cassare: siamo cadaveri che camminano. Cassarà l'aveva mormorata a Giovanni Falcone prima di esser ucciso e questi a Paolo Borsellino. Fatalismo, rassegnazione, una maniera per esorcizzare la morte, per convivere con essa? Borsellino più di Cassarà e dello stesso suo amico Giovanni, ebbe chiara la percezione che la sua condanna era pronunciata e nessuno, proprio nessuno, avrebbe potuto graziarlo. Ebbi i particolari crudeli del ritrovamento dei cadaveri sui teleschermi, i pianti dei congiunti, la paura dei sopravvissuti. Tutto si ripeteva come un film che avesse cambiato i protagonisti senza modificare una sola sequenza. Ora l'inevitabilità della tragedia potevo coglierla meglio. E capire come la vigilia sia stata vissuta da Paolo Borsellino. I ricordi, occupavano, a uno a uno, la memoria, senza sovrapporsi, tanto da permettermi di vedere tutto insieme. Prevalse l'immagine di lui, come persona fisica; senza avergli mai parlato né stretto la mano, o averlo ascoltato personalmente, quella immagine era nitida, quasi avessi avuto con lui una naturale dimestichezza. Confessai di essermi ingannato sulla sua indole. Era l'orribile fine a suggerirlo? Non so. Paolo Borsellino aveva un certo cipiglio. Era la sua immagine pubblica a pretenderlo, più che la sua indole. Parlava soppesando ogni parola, con un tono grave ed aveva un aspetto austero, talvolta persine solenne. Riusciva a trasmettermi il carisma di cui lo Stato ha bisogno. Corrugava la fronte, aggrottava le ciglia, aspirava l'inseparabile sigaretta con un gesto liberatorio. Se compariva la stanchezza, la delusione, affidava all'atteggiamento severo il compito di nasconderle. La paura, l'incredibilità, lo sbigottimento non avrebbero mai avuto il sopravvento. Solo ora sono in grado di apprezzare tanta forza d'animo: quel!'ostentare sicurezza senza averne; gli occhi umidi e dolci, obbligati a recitare l'energia arcigna e minacciosa che avrebbe rassicurato la gente e preoccupato i malandrini... Cominciai ad avere alcune informazioni sulle sue ultime ore. Nella mattinata aveva parlato al telefono con il sindaco di Palermo, Aldo Rizzo, poi si era recato a Marina Longa ed era salito in barca; moglie e figli lo avrebbero atteso nella villa di Giuseppe Tricoli per la colazione e la visita alla madre in casa della sorella, in via D'Amelio. La madre era ospite della figlia Rita. Sarebbe andato dalla madre di pomeriggio in via D'Amelio perché lunedì 20 avrebbe lasciato

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Palermo. Dunque: la madre malata, il viaggio all'estero, una visita del medico alla madre: era come se il tragitto della blindata di Borsellino e delle auto di scorta fosse già stato tracciato su un foglio. L'unico dubbio era rappresentato dall'ora della visita. Quando? Bastava aspettare. E far scattare, ancora una volta, il congegno elettronico: l'esplosivo avrebbe fatto il resto. Il trambusto, i cadaveri sulla strada, si sarebbero incaricati di impedire che scattasse un'operazione tempestiva di rastrellamento. Avuta la certezza della visita alla madre bisognosa di cure, ed abituata all'affetto di Paolo, gli assassini hanno schierato la loro forza : luogo d ' avvistamento, apparecchiature ricetrasmittenti, l'auto imbottita d'esplosivo. Giusto come sull'autostrada di Punta Raisi. Tutto è filato liscio. La morte è arrivata puntualmente alle cinque del pomeriggio. Giuseppe Sole, uno degli amici del magistrato, mi avrebbe raccontato qualche giorno dopo, di avere ascoltato tante volte da Paolo le prime strofe della celebre poesia di Neruda «alle cinque della sera, entra il toro nell'arena...». E padre Giuseppe Buccaro, suo prete e confessore, avrebbe fatto sapere che era stato Paolo ad indicare i brani del Vangelo da leggere nelle esequie (... perché l'empio trionfa sul giusto ed è pervertito il diritto...) ed a rivelare di sapere. Sapere che l'avrebbero ucciso in breve tempo? «Il tritolo è già pronto» , disse al sacerdote, senza manifestare scoramento, né rammarico. Offriva al destino che era sul punto di compiersi, la solennità di cui aveva bisogno, perché la sconfitta dello Stato si trasformasse in una condanna senza appello per i suoi nemici. Mi piace pensarlo, crederlo. Nascose le sue apprensioni. Da siciliano autentico, che non rinuncia a se stesso fino all'epilogo e si porta appresso il suo tarlo dentro. Quegli ultimi giorni lo avevano caricato di anni. I baffi si erano ingrigiti. Gli occhi si posavano di frequente verso un punto imprecisato; mentre cercava le risposte ai tanti quesiti che gli venivano posti, inseguiva il fumo dell'inseparabile sigaretta. La pronuncia dialettale molto marcata offriva al suo estraniamento, alle parole gravi, ai ricordi più lievi, ai minacciosi avvenimenti, una specie di marchio di fabbrica, un timbro d'autenticità, di fedeltà alle radici. Nei giorni che precedettero la sua morte, avevo annotato ciò che egli mi suggeriva nei suoi discorsi pubblici. Non le date, le circostanze, i nomi che egli andava facendo, parlando di mafia e di Giovanni Falcone, quanto i suoi umori, i gesti, le espressioni del volto. La più curiosa delle annotazioni, è la seguente: baffetti alla Clark Cable. E più avanti: La sua è una malinconia saturnina? Nasconde disperatamente la paura... L'enigma e la semplicità stanno bene insieme. Falcone e Borsellino hanno in comune le intenzioni, la conoscenza,

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l'intelligenza e la vocazione... In basso sul foglio degli appunti avevo copiato un brano di Leonardo Sciasela. Non so spiegarmene la ragione. E tratto dagli Zii di Sicilia «... è da stupidi pensare al destino ..., se cominci a pensare al destino, ti può uscire il senno ... ogni uomo si porta appresso il Dio della sua morte, come un tarlo ...». Presentivo le liturgie del giorno dopo: inviti, appelli e auspici. All'unità, alla pacificazione degli animi, all'equilibrio, a non sparare nel mucchio, a non starsene alla finestra, a non aspettare il cadavere del governo-nemico. Le parole sarebbero cambiate? Non è vero che valgono poco: quando esse si schierano, smascherando ambiguità e spregevoli collusioni, additando ammiccamenti e indecenti viltà, le parole esprimono valori e buone idee. Se i due procuratori aggiunti di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono stati trucidati, pensavo, una ragione ci deve essere: erano loro il pericolo per le mafie e chi si serve delle mafie. Se otto agenti di scorta sono stati massacrati sull'autostrada di Punta Raisi e in via D'Amelio, nel cuore di Palermo e a due passi dal celebre covo dei Madonia, una ragione ci deve essere: i mezzi di sicurezza non erano sufficienti. A chi indaga sulla strage di Capaci, conclusi, hanno fatto rotolare il cadavere di Borsellino e dei suoi cinque uomini della scorta. Occorreva, a questo punto, mettere in ordine gli elementi più importanti. La questione principale era il perché domenica 19 luglio. La memoria mi regala un particolare: Paolo Borsellino rivelò di avere parlato con un pentito importante, un giornale ospitò una intervista con un personaggio senza nome. Questi prevedeva che un pentito avrebbe «cantato» a settembre, facendo tremare le mura del Palazzo. Paolo Borsellino «sapeva», ma non aveva potuto raccogliere le informazioni in un verbale d'interrogatorio? E l'intervista al personaggio che preannuncia rivelazioni mirava a spaventare qualcuno? E chi? Una delle conseguenze della confessione annunciata riguardava il mondo della politica: due personaggi di caratura nazionale sarebbero stati smascherati. Disinformazione pilotata? Forse. Se Borsellino stava interrogando un nuovo pentito, perché lo rivelava in un'intervista? Avrebbe spaventato, preoccupato, creato svantaggio alle indagini. Qualcosa non torna. L'intervista al fantomatico «anonimo» fu seguita dalla notizia che un piccolo imprenditore nisseno, Nicolò Messina, sconosciuto o quasi, stava raccontando i suoi rapporti con mafiosi e uomini politici, facendo qualche nome di spicco. Le anticipazioni del giorno prima _ una «talpa»? _ erano state disinnescate con un nome e alcuni particolari in grado di spiegarne il contenuto. Insomma si era cercato di tamponare la falla.

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Lasciare vivere Paolo Borsellino sarebbe stato come lasciare vivere Giovanni Falcone. E’ come se fossero stati uccisi insieme, lo stesso giorno Quindici giorni prima il giornalista Luca Rossi ebbe alcune informazioni dallo stesso Borsellino nel corso di una conversazione. Borsellino rivelò di stare interrogando un nuovo pentito «di straordinario interesse, perché ci da un'immagine della mafia in questo momento, in tempo reale e non coni'è capitato spesso con altri pentiti, vecchia magari di qualche anno. Il pugno di ferro, la dittatura di Totò Riina sulla mafia, produce un terrore costante all'interno dell'organizzazione di Cosa Nostra. I membri vivono un'ossessione continua, quotidiana: si chiedono esclusivamente chi potrebbe ucciderli e quando. Questa situazione ha prodotto un'incredibile fioritura di pentiti». Paolo Borsellino aveva anche detto qualcosa di sé e delle indagini antimafia a Rossi: «Qui non è rimasto nessuno, non ci sono più inchieste, non c'è un lavoro organico: che cosa posso coordinare da Roma se nessuno fa indagini in Sicilia?». Sembrerebbe tutto evidente: Borsellino ha una carta risolutiva ed è l'unico ad averla. Questo decide la scelta dei tempi del massacro. Sul perché fosse entrato nel mirino, c'è da scegliere. Negli ultimi giorni Rosario Spatola, Calderone, Amendolito e Calcara avevano preannunciato un attentato. Calcara aveva addirittura confessato di essere stato incaricato di ucciderlo. Ma non tutto torna. Quando uccisero Chimici, si era sospettato un imminente attentato a Falcone; alla vigilia della strage di Capaci si era saputo di un attentato ai danni di Borsellino; la settimana precedente la strage di Via D'Amelie, i giornali italiani avevano raccontato le minacce, i pericoli corsi da Leoluca Orlando. Giunge la solita rivendicazione. Una telefonata _ «Madonia è in vacanza nel Gargano» _ e un foglio anonimo dell'Ansa con tre gruppi di nomi: magistrati, politici-magistrati e politici: tre nomi cancellati con un segno dì croce, Lima, Falcone, Borsellino. La sequenza temporale dei delitti _ marzo, maggio, luglio _ segnala una cadenza bimestrale. Un nuovo messaggio terrificante arriverà a settembre? È il mese che il misterioso personaggio dell'intervista indica come il tempo della grande svolta nelle indagini. I

tre delitti tracciano un percorso,

una strategia:

mandanti ed esecutori si muovono

ali'interno di questo percorso. Gli obiettivi possono essere indicati dai bisogni contingenti ed

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avere perciò momenti diversi _ per esempio le indagini sull'uccisione del giudice Rosario Livatino per Paolo Borsellino _ ma rispondono ad una strategia di attacco frontale allo Stato,

del

quale

si

propongono

la destabilizzazione. Per raggiungere lo scopo Cosa

Nostra è disposta a rischiare la perdita del consenso. Il tritolo è un'arma devastante: non seleziona vittime, non fa giustizia, ma uccide anche uomini incolpevoli. La base sociale del «consenso» poggia sulla giustezza della pena: chi tradisce o mette in pericolo la «famiglia» deve morire. Ma solo «lui» e non altri. L'uccisione di Falcone e Borsellino e di otto agenti di scorta ha distrutto l'immagine di una mafia «giusta» nella sua crudeltà. Questo contesto vieta di pensare che ad agire sia una famiglia mafiosa, in solitudine. Perfino Cosa Nostra deve misurarsi con i suoi alleati se decide di mettere in crisi il Paese e l'Europa, a causa delle deboli risposte italiane. Gli interessi e gli obiettivi devono essere di qualità proporzionale all'entità dei mezzi messi in campo e dei prevedibili rischi. Quali guadagni possono trarre gli spacciatori siculo-colombiani da azioni che scatenano una prevedibile repressione? E i boss in galera? E la grande rete di complicità, gli uomini esposti in prima linea nel racket, nella ricettazione e nello spaccio al dettaglio? Tutta l'impalcatura può subire una spallata distruttiva. Lo Stato, incerto, debole, confuso, viene tirato per i capelli: deve combattere, non può tirarsi indietro. E una partita in perdita per Cosa Nostra. «Se Dio mi aiuta forse non sono lontano dagli assassini di Giovanni» confidò Paolo Borsellino qualche giorno prima della morte. Chi gli aveva dato sicurezza? E perché parlarne con giornalisti? La partenza per la Germania è collegata alle rivelazioni del superpentito? Lunedì 27 luglio compilo un curioso elenco degli eventi della settimana scorsa: sono poche righe, ogni episodio è seguito da una data. Ora posso avere una sequenza chiara: ne traggo la sconsolata opinione che le indagini non fanno passi avanti. Certo, la mafia, il terrorismo eversivo delle cosche, l'azione territoriale; poi, le solite ipotesi, dettate più che da un indizio seppure debole, dal bisogno di raccontare qualcosa alla gente. II 24 luglio viene arrestato il dipendente di un istituto di vigilanza privata: favoreggiamento. Sui monitor di Via D'Amelio dove prestava servizio avrebbe dovuto accorgersi di ciò che era avvenuto. Il vigilante nega. Gli investigatori della squadra mobile non gli credono: non avrebbe potuto non osservare ... Che cosa? Gente sospetta, movimenti inconsueti prima e dopo l'attentato. Qualcuno infatti, pur trovandosi in un luogo meno favorevole, avrebbe visto. Dopo l'esplosione alcuni uomini sono arrivati in Via Mariano D1 Amelie, armi in pugno e

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un motociclista è scappato via. Avevano l'incarico di completare l'opera nel caso in cui Paolo Borsellino si fosse salvato? Così pensano gli investigatori. Le informazioni, tuttavia, sono imprecise e contraddittorie. Un inquilino che abita al n. 19 di Via D'Amelie ha visto un uomo armato _ e non uomini armati _ aggirarsi fra le automobili sventrate dall'esplosione. Gli inquirenti ascoltano le testimonianze dei congiunti di Borsellino. C'è stata una telefonata che ha messo sull'avviso gli assassini. Non sarebbe stato possibile colpire senza una talpa; gli spostamenti del magistrato erano noti a pochi. Le conclusioni sono semplici: o qualcuno ha parlato, o la telefonata è stata intercettata. La seconda ipotesi viene giudicata più plausibile. C'è da capirlo. Ogni crimine mafioso a Palermo ha un ospite fisso: la talpa. Giuseppe Sole, mi fa notare che la madre si recava in casa del magistrato abbastanza frequentemente. Per abitudine? Motivi di sicurezza? Gli assassini confidavano sulla volontà del magistrato di vedere la madre alla vigilia di una partenza o quando lo stato di salute lo richiedesse. Più che su una consuetudine di incontri, hanno fatto assegnamento sui comportamenti di Paolo Borsellino. Il magistrato infatti non comunicava le sue intenzioni nem- meno alla scorta. Questa circostanza la conferma Pippo Tricoli, colui che ebbe in casa Paolo Borsellino domenica: «Lasciando la mia casa, non mi disse dove stava andando», racconta Tricoli. Ma c'è la telefonata verso le 13; una telefonata della madre (o alla madre?), alla quale è legata la decisione di Paolo Borsellino di recarsi in via D'Amelie. È stata intercettata la conversazione telefonica? L'auto _ una Fiat 126 _ carica di plastico verrà parcheggiata accanto allo stabile della sorella Rita, soltanto quando gli assassini hanno la certezza della visita, cioè circa cinque ore prima dell'attentato. Non possono correre il rischio che rimanga lì troppo a lungo; potrebbe essere notata. E se gli spostamenti del giudice fossero stati segnalati da una talpa? La «talpa» potrebbe annidarsi in un luogo vicino allo stabile o fra i frequentatori non necessariamente abituali delle due famiglie. L'informazione iniziale _ partenza per la Germania, malessere della madre _ fa scattare l'operazione; alla talpa o alla intercettazione telefonica è affidato il compito di precisare l'ora della visita. Pochi minuti prima delle 17 Paolo Borsellino e la scorta giungono in Via Mariano D'Amelio n. 19. Le misure di sicurezza non prevedono il divieto di parcheggio né la rimozione dei veicoli o il controllo preventivo delle auto in sosta.

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Non prevedono che Via D'Amelio sia vietata al magistrato. L'emergenza, l'estremo pericolo, la condanna a morte non hanno modificato la qualità della protezione. Eppure Via D'Amelio è uno dei luoghi in cui l'agguato può avere successo: qui Paolo Borsellino è un bersaglio sicuro. L'attentato può essere preparato puntualmente ed eseguito senza ostacoli. Il magistrato scenderà dalla sua auto, percorrerà alcuni metri, attraverserà l'uscio, la portineria per raggiungere l'ascensore. Questi prevedibilissimi movimenti possono essere osservati da chiunque abiti il piano alto di un edificio, perfino dal Castello Utveggio di Montepellegrino. Uno, due cecchini e per Borsellino sarebbe stata la fine. Nelle stesse ore in cui Borsellino va a visitare la madre in casa della sorella Rita, l'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando vive in un carcere-bunker a Roma. I servizi di sicurezza lo hanno prelevato a casa in seguito alle rivelazioni di un pentito, consigliandolo di rimanere nella capitale e dì alloggiare in una caserma della Polizia. Perché a Orlando viene vietata la Sicilia, o comunque sconsigliato di lasciare Roma e Paolo Borsellino può raggiungere la casa della sorella per visitare la madre, in un luogo dove non è stata istituita nemmeno una zona di rimozione?

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C'è un episodio, che merita di essere raccontato. Una donna, conosciuta da Borsellino nel 1985, appresa la notizia dell'attentato telefona ad un amico sensitivo, dal quale riceve un messaggio: «Avverrà presto. Procuratore andrà da parenti con le sue sentinelle. Sparì. Sangue. Agrigento». Perché telefona? L'amico sensitivo l'ha informata già il 13 o 14 luglio di un'imminente attentato al magistrato. «Agguato. Procuratore e le sue sentinelle. Agrigento. Spari». La donna, ricevuto il breve messaggio, informa i funzionari della squadra mobile. Ventiquattrore prima della strage. L'episodio andrebbe archiviato. Tuttavia, c'è un particolare sul quale mi soffermo: Agrigento. Perché nei due messaggi c'è questa indicazione? La risposta può venire dal viaggio in Germania che Paolo Borsellino si preparava a compiere lunedì 20 luglio, per interrogare un uomo sospettato di avere partecipato all'esecuzione del giudice Rosario Livatino nella superstrada di Canicattì-Agrigento. Più che suggerire un'indagine sull'attendibilità del sensitivo, l'avertimento della donna imporrebbe un'indagine accurata. Il superpentito ascoltato da Borsellino sette o dieci giorni prima della strage aveva tracciato la nuova mappa delle cosche? La struttura regionale di Cosa Nostra affidava un ruolo primario alla mafia agrigentina? Forse alla famiglia CaruanaCuntrera, i cui capi sono residenti in Canada e Sud America, da dove gestiscono i loro affari, mantenendo i collegamenti siciliani. «Borsellino aveva capito tutto», afferma il pentito Calcara. «Sapeva che stavano preparando I1 autobomba anche per lui». Sapeva dei Cuntrera e dei Caruana? Gli era stato raccontato tutto sugli affari di Cosa Nostra in Germania? «Com'è che nessuno si occupa dei Cuntrera e dei Caruana», mi fa osservare l'ex carabiniere, con l'aria di chi sa molto e vuole tenerselo per sé. «Non so ... che ne pensa?», domando. «La mafia agrigentina è molto solida ... Dietro ci sono proprio loro...», mormora. «E Riina?» «Riina? Cerca di farsi largo. Forse ha già un piano per fotterli ... Basta un pentito! Il capo deve avere una sponda nella polizia, nella magistratura o nella politica. Se non ha nessuno è morto. E stato sempre così, Perfino Ciccu Di Cristina, il padre di Peppe Di Cristina, che fu confidente e venne ammazzato, andava a raccontare tutto al maresciallo dei carabinieri... Tutto per modo di dire. Diceva quello che gli conveniva sul conto dei suoi nemici. Il

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maresciallo faceva la sua bella retata e quando c'era la disgrazia, quando moriva qualcuno che non aveva rispettato il capo, chiudeva tutti e due gli occhi. Non si può avere tutto. Vuoi la pace? Devi pagarla, lasciando vivere o morire». «Borsellino, invece... ». «Borsellino, Borsellino ... Qualcuno gli aveva confezionato un pentito, come faceva Ciccu ai suoi tempi in prima persona. Per carità, tutto vero. L'uomo d'onore deve dire la verità ...». «Sciocchezze ...». «Probabilmente. Ma il pentito ha famiglia. Non può seppellirla, deve farla campare. Ogni parola sua è un colpo in canna». «Comunque sia, è il risultato che conta». «Giusto, ma il risultato è che hanno ammazzato Borsellino. E il piano dei nemici delle famiglie agrigentine è andato all'aria...». Non potei dargli torto. Il 27 luglio, lunedì, alle 21 appresi dal telegiornale che la telefonata del magistrato alla madre sarebbe stata intercettata attraverso la centralina esterna della Sip. Verso le 13, gli assassini seppero quel che c'era da sapere, parcheggiarono l'auto al plastico e stettero ad aspettare all'interno di un giardinetto abbandonato, a pochi metri dall'ingresso al numero 19 di Via D'Amelio. Nessuno vide nulla. Nemmeno il metronotte Vincenzo Sanna, che dal suo monitor di servizio, all'interno dei locali dell'esattoria comunale, ubicata a piano terra dello stesso stabile, poteva osservare ogni movimento. Un nome, infine, viene segnalato alla polizia italiana dai tedeschi: Cristoph Seidler, da anni ricercato. E l'artificiere della Raf, sigla storica del brigatismo rosso tedesco. Seidler preparò la bomba di 50 chili che fece saltare la Mercedes blindata del Presidente della Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, il 30 novembre 1990. Quattro anni prima, il 9 luglio 1986, Seidler fece esplodere l'auto del manager della Siemens Karl Heinz Benckurts. In entrambi gli attentati, estrema cura e precisione dell'artificiere, uso di strumenti sofisticati, come i congegni fotoelettrici. Un mago insomma, scomparso nel nulla. La pista tedesca _ dicono _ porta agli assassini di Rosario Livatino, il giudice di Agrigento ucciso in un agguato. Ma è proprio sicuro che porti «solo» a questo episodio? Ricordo le parole di Borsellino: c'è finalmente la possibilità di sapere tutto sulla mafia di oggi. Che cosa è Cosa Nostra, oggi? Quali alleanze ha contratto? Chi tira le fila della strategia della tensione? A chi è stata affidata la trama terroristica?

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Le modalità di esecuzione del crimine in Via D’Amelie confermano che la mafia ha scelto il terrorismo: lo prova l'esplosivo che ha causato il massacro. Sarebbero bastati due cecchini, forse uno solo, per colpire Paolo Borsellino senza provocare la carneficina. L'attentato al plastico è più sicuro? Forse, ma non lo è dopo. Il massacro provoca dissenso diffuso, accresce le misure di repressione. L'esplosivo è, dunque, una scelta «politica». Per mesi, costantemente, mi sono proposto di esaminare la documentazione ricevuta da Salvatore Amendolito, uno degli uomini chiave della pizza-connection. I suoi plichi, spediti da Washington, hanno depositato sulla mia scrivania e negli scaffali note biografiche, memorie investigative, documenti e certificazioni. Gli eventi non mi hanno lasciato tempo. E le carte si sono ammucchiate in buon ordine senza che potessi dare uno sguardo, seppure superficiale, sul loro contenuto. Tuttavia il mio interesse per la tesi di Amendolito _ la mafia ha dichiarato guerra allo Stato perché lo Stato ha adottato leggi speciali _ è cresciuto giorno dopo giorno. Ciò è avvenuto per via del fatto che le più alte cariche dello Stato, magistrati e poliziotti hanno ammesso di trovarsi di fronte ad una strategia terroristica della mafia. E c'è chi ha sostenuto che questa strategia mirasse proprio a mettere in ginocchio lo Stato e farlo recedere dalla sua decisione di adottare un doppio regime giudiziario, uno per i mafiosi, l'altro per i delinquenti comuni. La credibilità della tesi di Amendolito è aumentata grazie anche alle qualità dei crimini, che non lascia dubbi sul fatto che Cosa Nostra ha scelto il terrorismo per combattere lo Stato. Se agisca per conto terzi e si ponga alcuni obiettivi piuttosto che altri, è questione diversa. Non credo di essere un interlocutore privilegiato di Amendolito; sono certo anzi che egli abbia cercato di parlare con altri giornalisti, ma senza fortuna. Non capisco perché goda di così scarso credito dal momento che un esercito di pentiti ha fatto irruzione nei giornali e le televisioni. Una ipotesi? Amendolito si definisce «un uomo che non si fa controllare da nessuno». Non so se sia vero, ma sono persuaso che, per esempio, egli non sia controllato dai nostri servizi. E i pentiti che parlano, rilasciano interviste e vengono interpellati alla stregua di consulenti sono tutti dentro il programma di protezione dei collaboratori di giustizia. Amendolito è un pianeta sconosciuto di una galassia sconosciuta. E propone i rischi di ogni esplorazione.

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Ho ricevuto pressanti inviti a lasciar perdere e a fare il mio mestiere che è quello del giornalista, ma nessuno è riuscito a convincermi che fare il mestiere del giornalista significhi raccontare ciò che altri vogliono con l'entusiasmo di chi scopre ogni giorno la verità. Se non si dispone di santi nelle stanze in cui si confeziona l'informazione, bisogna ingegnarsi. Leggendo le carte che nessuno legge, ascoltando gli uomini che nessuno ascolta, dando importanza ad episodi trascurati e trascurabili. Dispongo di elementi che non ricevono attenzione e mi sono affezionato ad essi, come si fa con gli emarginati. Ne parlo con Pippo Marino, ex cronista giudiziario dell'Ansa, passato alla cronaca politica e questi mi rimprovera di essere sulla cattiva strada. «Quando fecero irruzione nella raffineria di eroina di Gerlando Alberti, u paccarè, non trovarono un grammo di droga» mi racconta Marino con aria divertita. «C'erano solo gli alambicchi, tutto il necessario per lavorare la materia prima. Gli misero le manette e gli contestarono il reato di commercio di sostanze stupefacenti... E lui, allora, pretese che fosse aggiunto il reato di stupro... Perché? domandarono. Alberti, pronto, rispose: ^Come perché? Perché ho l'attrezzatura"». Era la metafora di qualcosa? Non lo compresi e non domandai nulla. Mi sentii un imbecille. Amendolito parla per conto della mafia? È un agente Fbi under-cover ? La vora per conto della Procura distrettuale americana? Non so, certo ha l'attrezzatura per stare dall'altra parte... È utile usare le sue informazioni? Lo è, se gli impedisco di usarmi. Ho raccolto i documenti di Amendolito e ordinato le notizie che egli mi ha dato per telefono. Le carte profetizzano eccidi, denunciano intrighi, sospettano insospettabili, descrivono un mondo complesso, labirintico. Al quale però non si può sfuggire, se vuoi cercare di capire. Cercai, in coscienza, di non entrarvi, tanto che misi Amendolito in contatto con un cronista romano. Volevo tagliare il cordone ombellicale, senza perdere il contatto. Grazie a quel collegamento, mercoledì 27 maggio _ quattro giorni dopo la strage di Capaci _ Amendolito poté dire all'Europeo, s in una conversazione telefonica, che quello di Falcone non era un omicidio isolato. «E cominciata una vera e propria guerra di mafia. Siamo solo all'inizio. E questo nessuno l'ha capito».

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Falcone sulla soglia dei santuari svizzeri Le rivelazioni del “latitante” Sciortino sulla mafia delle Madonie Sugli anonimi esistono due strade: o si considerano con serietà e quindi si ordinano indagini e si fanno accertamenti che richiedono tempo, oppure è meglio gettarle nel cestino. La terza via è la meno praticabile. Consultai uno dei ponderosi volumi della Commissione antimafia! Scoprii che una delle 3.000 schede nominative collezionava cinquanta pagine di segnalazioni anonime. Quante di esse, mi chiesi, erano state oggetto di indagine? Quante giustificavano il semplice sospetto? O avrebbero richiesto un'indagine, l'apertura di un procedimento penale? Ero irritato. E sbagliavo, perché trascuravo la necessità di spegnere sul nascere tensioni e polveroni. Erano tuttavia le 29 richieste d'indagine a farmi considerare con attenzione l'anomalo ed inquietante testo e a suscitare in me il dubbio che esso nascondesse una trama sottotraccia, un messaggio indirizzato a coloro che hanno le conoscenze utili a decifrarne il contenuto. Ebbi in copia un'altra lettera anonima. Mi parve, leggendo il testo, che fosse un tentativo di sbugiardare l'autore degli otto fogli. Il nuovo delatore scriveva di proprio pugno a caratteri stampatello, su foglio di carta protocollo. Non era una risposta diretta, tutt'altro. Si trattava di un nuovo messaggio in codice, perché raccontava i particolari del delitto del colonnello dei carabinieri Ninni Russo, ucciso dalla mafia nel 1977. Ma c'era anche dell'altro: «Un supertestimone sa tutto sugli omicidi Lima-Falcone e del colonnello Russo. Dalle procure di Caltanissetta e Palermo il teste è stato verbalizzato ed è stato ritenuto attendibile tanto che la Procura di Palermo ha chiesto al Gip di riaprire le indagini sul delitto Russo... Il teste racconta un episodio inedito che incastra i killer... L'onorevole Lima è stato ucciso da un commando proveniente dal Venezuela. Il teste ha rivelato i nomi dei killer al giudice: il covo dove si rifugiavano i killer era in via Raffaello a Palermo. Il commando 24 ore prima aveva ucciso il boss Pino Provenzano nella sua villa sopra Cardillo. Un cecchino lo colpì mentre era al balcone con la moglie Palazzolo di Terrasini rimasta illesa. Il boss Provenzano e ... avevano pagato il pentito Spatola per fare dichiarazioni false contro nemici di Provenzano. Provenzano rubò i verbali di Spatola e li spedì ai giornali col duplice scopo di delegittimare i pentiti che accusano i politici e infangare quei politici. I Caruana non gradirono, così Pasquale Cuntrera venne in Sicilia dal Venezuela e uccise con i suoi picciotti Lima e Provenzano. Quindi telefonò ai giornali accusando del delitto Lima il guardiaspalle di Provenzano, Piero Aglieri ...». E Falcone? Secondo l'anonimo, era stato ucciso da Totò Riina a causa di un grave sgarbo. 69


Francesco Di Maggio, uno dei magistrati che ha lavorato con l'Alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica, esaminò le otto pagine che accomunavano i delitti Lima e Falcone, indicando una pista politica. «La parte politica è una ricostruzione fantasiosa _ giudicò Di Maggio _. Dove diventa molto interessante, anche per i dettagli che fornisce, è quando parla del malaffare politico amministrativo. È come se volesse dire: guardate, questa è la famosa area grigia nella quale nessuno ha voluto finora mettere le mani...». Il giornalista Tony Zermo gli chiede se l'anonimo non sia un addetto ai lavori, forse un ufficiale di polizia giudiziaria. «Quasi sicurament e _ risponde Di Maggio _. E deve essere di buon livello culturale, anche se a volte lascia cadere dentro a bella posta qualche errore di sintassi. Quindi mi figuro l'anonimo come un funzionario di alto livello». «Falcone stava indagando sul caso Lima?». «Ma no, non ci può essere nessun collegamento, non c'è nesso logico. Con quali strumenti Falcone avrebbe potuto indagare? Non aveva poteri di controllo sulle indagini,..». «Ma allora perché è stato assassinato Falcone? Si è detto che Cosa Nostra era irritata dai decreti anticrimine retroattivi preparati da Falcone e firmati da Martelli». «Può essere un buon motivo. Ma secondo me ce n'è un altro ancora più pressante. Falcone stava procedendo anche al monitoraggio delle sentenze della prima sezione della Cassazione. Voleva capire e cercare di rimediare ai tanti processi andati in fumo. E questo la mafia non poteva permetterlo». «Insomma, Cosa Nostra non vuole che si tocchi Corrado Carnevale? E in questo quadro non va inserita l'uccisione del sostituto procuratore generale della Cassazione Antonio Scopellitti, considerato un “piantagrane"?». «Già, un delitto passato sotto silenzio. Però un momento, stiamo attenti. Senza sospettare connivenze. Obiettivamente, la filosofia garantista delle sentenze finora espresse dalla prima sezione della Cassazione sta bene alla criminalità organizzata. Perché appena c'è un difetto, un buco, qualcosa che quadra poco, e nei grandi processi di questi buchi ce ne possono sempre essere, la prima sezione annulla. E dunque qualunque tentativo di mutamento di questa filosofia garantista danneggia la mafia. La mafia non è solo quella che uccide e che traffica, ma pensa pure alla grande. Non per nulla, quando ha potuto, ha sempre cercato di mettere le mani negli affari della giustizia. Basta prendere ad esempio quello che avvenne a Trapani ai tempi dell'uccisione di Giaccio Montalto e della corruzione di altri magistrati». Di Maggio riproponeva la pista indicata da Amendolito con molta convinzione. Perché era così importante quella lettera? «Non certo per la spazzatura che espande __ scrive Repubblica _ ma perché rivela il malessere 70

che c'è dentro alcuni ambienti. Ambienti di mafia, ambienti contigui alla mafia. L'anonimo in


pratica “spiega" che dall'altra parte della barricata non tutto fila liscio... E un segnale che annuncia la rottura di equilibri dentro Cosa Nostra? In ogni caso la lettera è uno dei momenti fondamentali di questa estate siciliana». La seconda missiva anonima _ quella che fa venire il commando omicida di Falcone dal Venezuela _ precedette di qualche giorno l'intervista con «un addetto ai lavori, una gola molto profonda», come lo definì Tony Zermo su La Sicilia di Catania. Addetto ai lavori può significare tre cose: magistrato, poliziotto, alto funzionario dello Stato. Al pari della lettera preannunciava importanti rivelazioni di un superpentito a settembre. La tentazione di addebitare le due iniziative a qualche investigatore che tentava la strada della disinformazione fu forte, ma non avevo alcun indizio che me lo suggerisse. «A settembre ci sarà il botto _ preannuncia l'addetto ai lavori _. La magistratura di Caltanissetta sta facendo un lavoro eccellente. Questo è un pentito grosso, molto grosso, uno che sa tutto e che ha avuto le mani su tutto». Proprio in quelle ore Paolo Borsellino confidava al giornalista Luca Rossi di stare interrogando un superpentito. «Chi è?» domanda Zermo al suo interlocutore sconosciuto. E azzarda un nome: Gaetano Fidanzati, il boss che non si è opposto all'estradizione dall'Argentina. «No _ risponde deciso l'addetto ai lavori _. Uno più in alto di lui». «Qualcuno della Cupola di Cosa Nostra? O Francesco Madonia, Pietro Vernengo, che sono in carcere?». «Non posso rivelare quel nome _ taglia corto l'addetto ai lavori _. Saremmo in pericolo lei ed io. Le posso dire che sta molto in alto». Sospetto, immediatamente che quelle parole, mirino a gettare scompiglio fra i capi delle cosche. Un'azione diversiva dello Stato. Ma se lo sospetto io, perché non dovrebbe sospettarlo Cosa Nostra? Qual è altrimenti lo scopo di queste presunte rivelazioni? Zermo domanda se i colombiani hanno a che fare con l'uccisione di Falcone. «La pista colombiana c'è sempre stata, si stava indagando già nei mesi prima che ammazzassero Falcone. E la Cupola di Cosa Nostra che gestisce la cocaina del cartello di Medellin, che ha l'esclusiva per il traffico della cocaina in tutta Europa. Ci sono interessi di migliaia di miliardi. Falcone lo sapeva, aveva le coordinate giuste, dava gli input giusti, anche se era direttore dell'ufficio Affari penali del ministero. Era uno che aveva la visione globale. E dunque era un avversario da eliminare». «Ma proprio ieri il giudice Francesco Di Maggio da Vienna suggeriva un'altra pista, quella della prima sezione della Cassazione, dei meccanismi dell'eccesso di garantismo che Falcone voleva inceppare. Come si concilia con la pista colombiana?».

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«L'una pista non esclude l'altra, c'è stata una convergenza di interessi nella strage di Capaci. Falcone voleva in effetti “radiografare" le sentenze di Carnevale, voleva scoprirne i buchi, metterci uno stop. E il giudice Scopelliti, quello ucciso in Calabria, che era sostituto procuratore generale in Cassazione, fu ammazzato pochi giorni dopo avere detto pubblicamente: Finiamola con il garantismo di Carnevale: per lui anche chi possiede un'auto blindata non è sospettabile di mafiosità. Ma allora chi è mafioso? Dunque la pista del garantismo che la mafia vuole difendere a tutti i costi e la pista colombiana stanno benissimo insieme per cercare la motivazione del delitto Falcone. C'è poi il terzo motivo, quello di fondo: Falcone sapeva tutto della mafia e non lo sapeva né attraverso Buscetta, né attraverso Marino Mannoia; conosceva i segreti di Cosa Nostra di sua scienza. E quindi come lo si poteva lasciare vivere e operare in un posto chiave come quello di direttore degli Affari penali, o peggio ancora di superprocuratore nazionale?». «Ma è stata la Cupola di Cosa Nostra a decidere? E oggi da chi è formata la Cupola?». Non pensiamo più che sia composta da Luciano Liggio o da Michele Greco, quella è acqua passata, preistoria della mafia. Dopo il delitto Lima si deve pensare che ci siano stati dei mutamenti. Un punto fermo è Totò Riina, che resta il capo, ma Bernardo Provenzano è retrocesso, credo che ora si trovi al quarto posto. Al secondo posto c'è l'emergente Pippo Madonia, quello di Gela, ma che è andato via da Gela una decina di anni addietro». «E Totò Minore di Trapani?». «Quello l'hanno ucciso da tempo, è stato eliminato dalla Cupola». «Ma che c'entra il delitto Lima con il delitto Falcone?». «Sono due omicidi eccellenti entrambi, ma “separati" nel senso che non hanno connessioni tra loro. Lima e Falcone sono stati uccisi per motivi diversi. Luna è stato ucciso perché non poteva garantire più nessuno. Non dimentichiamo che c'erano stati i decreti anticrimine retroattivi preparati da Falcone e che nel dicembre 1991 Vito Ciancimino aveva ricevuto per la prima volta una condanna a dodici anni di carcere. Lima non serviva più». «Se questo superpentito continua a parlare sarà allora un terremoto, anche perché a quanto pare farebbe luce sui rapporti tra mafia e politica». «Gli uomini politici hanno strettissimi rapporti con Cosa Nostra. Qui la tangente è del 15%, il 5% tocca a Cosa Nostra il 10% ai politici. Ci vorrebbero in Sicilia tanti Di Pietro. Ma soprattutto ci vuole una legge chiara, a favore dei pentiti. Se puoi promettere a un pentito l'impunità, quello parla. E se parla, la mafia finisce di colpo. Il problema è che i politici non hanno alcun interesse a fare una legge sui pentiti, perché rischiano di essere colpiti, soprattutto i politici siciliani». 72

polizia in attesa di ospitare gli uomini in manette dell'ultimo blitz senza storia. Ma i soldati


ora sono un'altra cosa. Lo sanno bene coloro che osservano con attenzione le immagini delle tante piccole ferocissime guerre che dilaniano il mondo. I soldati mettono angoscia, ti fanno temere che la guerra, fino a ieri fuori dalla porta di casa, può entrare dentro e sfasciarti tutto: i mobili, il televisore, la vita. Da Piazza Politeama, il cuore di Palermo, a Palazzo dei Normanni, per quindici minuti, vedo scorrere le immagini di una città tranquilla attraverso il finestrino dell'auto. Due soldati in armi, a ridosso del Palazzo di Giustizia. Qui, però, c'è sempre stata la jeep dei carabinieri in servizio. La Bosnia, che vedo sui teleschermi quattro volte al giorno, non c'è proprio. Devo stropicciarmi gli occhi? Incontro gente normale, parlo con uomini normali, mi infastidisco a causa di normali cattive abitudini. Invece che fare acquisti, spendo il mio tempo osservando Palermo. Mi sembra gradevole, accogliente, umanissima, affollata di ragazzi, di turisti incuriositi.,.

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Le profezie del pentito “americano” Amendolito. Previde via D’Amelio e suggerì ad Andreotti la trattativa con Cosa Nostra Pro visionato dell'Europeo. «Assolutamente sì. Non lo immagino. E così». «E a che livello la mafia potrebbe colpire?». «La mafia vuole rendere il sistema giudiziario siciliano ingovernabile. È da un anno che sta organizzando quella che io chiamo guerra civile e le guerre si fanno con due strumenti: i mezzi militari e lo spionaggio. Per i primi non c'è problema, la mafia ne ha a disposizione in grande quantità. In quanto allo spionaggio, la mafia ha infiltrato le istituzioni italiane a tutti i livelli». «Le ho chiesto a che livello, secondo lei, la mafia colpirà?». «Vedremo cadere Borsellino e poi un sacco di uomini in Sicilia». «Uomini in Sicilia?». «Sì, intendo soprattutto magistrati, finché nessuno avrà più voglia di sedersi sulla poltrona di procuratore e neanche su quella di superprocuratore...». Questa intervista, concessa il 27 maggio, fu pubblicata solo il 21 luglio, dopo il massacro di via D'Amelio. Borsellino era stato ucciso. «Come lei aveva previsto...» ricorda Provisionato. «Continueranno a colpire i magistrati siciliani _ ribadisce Amendolito _. Il loro scopo è terrorizzare la magistratura siciliana...». «Con quale obiettivo?». «Il caos in Sicilia e il ritiro del decreto anti-crimine a Roma. E poi liberare i detenuti della mafia». «Come?». «Non vorrei passare per uno che da consigli alla mafia. Ma mi aspetto qualcosa come la presa dell'Ucciardone o delle carceri dove sono detenuti i mafiosi». «Non le sembra eccessivo?». «Niente affatto. Bisogna tenere presente che nella guerra in atto la mafia ha sicuramente avuto il benestare delle altre mafie, mi riferisco in particolare alla 'ndrangheta e a quella parte della camorra legata a Cosa Nostra. Che presto entreranno in azione». «E lo Stato come dovrà reagire?». «Ha due possibilità. O l'assedio dell'intera Sicilia e poi dell'intero Sud, cosa assolutamente 74


impossibile. O trattare, scendere a patti con la mafia». Il 23 o il 24 luglio il governo italiano decise di mandare l'esercito in Sicilia, l'Ucciardone venne posto sotto sorveglianza speciale, alcuni detenuti trasferiti. In due rapporti del Raggruppamento operativo dei carabinieri, furono indicati gli obiettivi di Cosa Nostra. Borsellino apriva la lista nel primo rapporto; nel secondo c'erano cinque possibili bersagli, tutti magistrati antimafia. A preveggenza di Salvatore Amendolito era un elemento su cui riflettere. Mi parve improbabile che ricevesse a Washington informazioni tanto precise, da permettergli delle analisi tanto accurate da richiedere collegamenti organici. Esposi le mie perplessità a Sandro Provisionato e convenimmo che andava ridimensionata la qualità delle notizie che ci aveva dato. Che Paolo Borsellino fosse l'uomo da colpire erano convinti tutti. Che si volesse mandare l'esercito in Sicilia, era noto a molti. Restava, comunque, da chiarire un aspetto: Salvatore Amendolito risiede a Washington e nei suoi discorsi mostra competenza e conoscenza invidiabili sui fatti siciliani. Sta dietro ogni evento, talvolta lo anticipa. Cerca i contatti ed i collegamenti con la stampa italiana e con la magistratura italiana. E rischia al punto da farsi processare per calunnia, illustrando una tesi audace e poco credibile, come la connivenza con la mafia di due magistrati svizzeri, uno dei quali, la signora Carla Del Ponte, si è conquistata la fama di unico magistrato antimafia della Confederazione. Amendolito sostiene di non avere più la copertura degli agenti Fbi, né i contributi federali. Chi garantisce la sua sicurezza? Ricordai quanto mi aveva detto a telefono: «Non osano uccidermi. La mia morte sarebbe un omicidio eccellente, con costi troppo alti per Cosa Nostra... Non è come in Italia. Qui Cosa Nostra non uccide poliziotti e magistrati...». Amendolito ha spiegato i motivi della guerra scatenata da Cosa Nostra con memoriali, rapporti e lettere nel 1990 e 1991. Si è esposto al punto da consigliare allo Stato di «riconsiderare» la legislazione speciale. «Se si ritorna alle garanzie costituzionali finiscono i delitti». Un messaggio chiaro di Cosa Nostra o l'analisi di un uomo che conosce da vicino il crimine organizzato e vivendo l'esperienza americana attribuisce più rilievo agli strumenti di prevenzione e repressione del crimine, piuttosto che all'abolizione di alcune garanzie costituzionali? Affrontare l'enigma Amendolito significa «entrare» nel cuore della multinazionale del crimine. Per potere procedere oltre, devo considerare le carte che possiedo, come risposte possibili ai quesiti che Cosa Nostra propone con la sua stagione golpistica. Metto, perciò, in fila i propositi, i dubbi, segnalo le ambiguità e le contraddizioni, indico i sospetti, cerco possibili 75


verifiche. Il metodo, anzitutto: se devo trarre risposte dai documenti, essi vanno interrogati. Nascondono intenzioni, omettono fatti, contengono falsità? È indispensabile inseguire Amendolito nel suo percorso di testimone privilegiato d'oltreoceano scavando nel suo passato. Un magistrato mi ha riferito che fra le sue attività, ce n'è una assai singolare: esportatore di pesce dagli USA in Sicilia! Salvatore Amendolito lavorava per conto di Cosa Nostra, negli anni in cui creò la società di export. Poi contribuì all'annientamento del narcotraffico legato alle pizzerie italiane con testimonianze che inchiodarono i boss mafiosi e divenne un agente Fbi sotto copertura. Infiltratosi tra i colletti bianchi dell'organizzazione mafiosa e mandato in Svizzera allo scopo di scoprire i traffici illeciti del mondo della finanza clandestina, fu arrestato per non avere pagato il conto dell'albergo e tenuto in carcere per trenta giorni. Alcune informazioni dei pentiti lo descrivono come un uomo di Cosa Nostra e la magistratura svizzera ci crede. Salvatore Amendolito accusa i magistrati svizzeri delle sue disgrazie, vantaggiose per Cosa Nostra e soprattutto per Leonardo Greco, boss di Bagheria, condannato a venti anni nel processo «pizza connection». Hanno cercato di uccidermi in Svizzera ed hanno tentato di farlo in Italia, se la richiesta di estradizione fosse stata approvata dagli USA _ scrive Amendolito _. E la giustizia italiana mi ha condannato per le testimonianze che ho reso negli USA nel processo pizza connection, come collaboratore della Corte distrettuale che mi aveva assicurato l'immunità, se avessi detto la verità». Consulente finanziario, amico dei boss, agente del governo americano negli ultimi anni tenta di accreditarsi come un esperto di mafia. «Non sono mai stato mafioso, perciò non sono un pentito _ sostiene _. Ecco, sono un collaboratore della giustizia...». Per trenta mesi, infatti, fu retribuito dalla polizia federale americana. Poi il carcere in Svizzera, la condanna a Roma _ per il riciclaggio di denaro sporco _ il rinvio a giudizio per calunnia a Caltanissetta per le sue accuse alla magistratura svizzera dopo il fallito attentato dell'Addaura. Per chi lavora? Qual è la sua attività negli ultimi anni? Mi pare essenziale, a questo punto, analizzare i memoriali spediti il 24 aprile 1991 al Presidente del Consiglio, onorevole Giulio Andreotti, e il 23 marzo 1992 all'onorevole Bettino Craxi. Questi documenti mi furono spediti in copia il 25 maggio 1992, due giorni dopo la strage di Capaci. Il plico conteneva anche un memoriale di ben 31 pagine inviato a Giovanni Falcone il 23 febbraio 1990. Esso racconta gli intrighi, le trappole, le congiure che sarebbero state perpetrate ai danni di Amendolito, illustra con straordinaria precisione il ruolo nefasto delle banche svizzere nel riciclaggio del denaro e denuncia «il sabotaggio delle attività 76


investigative» da parte di magistrati svizzeri, agenti Fbi, funzionari di polizia. La parte più importante del memoriale riguarda «il contrattacco della mafia alle istituzioni italiane»: «...iniziò immediatamente dopo le prime applicazioni della legge anti-mafia, allorquando tanto l'accusa quanto i tribunali anti-mafia, chiamati a giudicare gli accusati di reato mafioso, credettero di aver ricevuto il mandato di togliere dalla circolazione chiunque fosse in odore di mafia. Per dirla con la Corte Suprema di Cassazione i tribunali italiani operarono in un clima antirivoluzionario e basarono i loro giudizi sul sentito dire e sulla reputazione degli accusati. Durante la mia detersione al carcere La Stampa appresi che era stato identificato un nuovo tipo di ricatto basato sulla seguente intimidazione: <-,<<,se tu non fai ciò che ti chiedo, qualcuno ti indicherà quale correo in un reato di mafia, così come è accaduto a Enzo Tortora' '. Io credo che il solo metodo per difendere la società da un simile attacco sistematico sia quello di rendere il sistema giudiziario italiano impermeabile a qualsiasi infiltrazione disinformante. Siamo vittime di un sistema sbagliato che intende combattere la felina capacità di adattamento dell'imprenditore mafioso attraverso un sistema burocratico vetusto ed inefficiente. ...Sono lieto che la Suprema Corte costituzionale abbia posto un freno all'attività di polizia svolta dalla magistratura negli anni passati, perché quel rifiuto obbligherà ora la classe politica a confrontarsi con la vera realtà delle cose. Benché il problema della mafia in Italia sia cresciuto a dismisura, non è più appannaggio esclusivo del nostro Paese. La mafia di oggi è imprenditoria internazionale». Della lettera indirizzata ad Andreotti, il 14 aprile 1991, Amendolito avverte che la mafia si appresta a dare battaglia allo Stato servendosi del terrorismo. Egli non specifica se si tratti di un'alleanza o dell'utilizzazione di uomini del terrorismo da ingaggiare per le azioni eversive. «Le invio questo rapporto, già preannunciato all'Alto Commissario Antimafia, per renderla edotta di alcune deduzioni in materia di mafia che, se fondate, potrebbero contribuire a scongiurare un complotto fra mafia e terrorismo ai danni dello Stato. L'ipotesi che la mafia si appresti a dare battaglia allo Stato è legittimata dall'inattes o proliferare di atti di terrorismo, veri e simulati, verificatisi in diverse città d'Italia e proprio in coincidenza con la recente svolta di politica giudiziaria governativa ai danni della mafia. L'idea che la mafia si prepari a tanto non è nuova. Essa si fece strada nella mia mente all'indomani dell'attentato ai danni del giudice Giovanni Falcone (Addaura - 20 giugno 1989), che le autorità giudiziarie italiane si ostinano a considerare autentico. E se le mie deduzioni di allora non raggiunsero mai il prefetto Sica fu soltanto perché le stesse autorità ostacolarono i miei sforzi».

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«L'atto terroristico che mi ha rievocato quelle memorie è la recente simulazione di attentato ai danni del vecchio Palazzo di giustizia rivendicato da un non meglio identificato “Movimento Rivoluzionario”. Io credo che quella simulazione sia il messaggio conclusivo inviato dalla mafia alle istituzioni, una specie di definitiva dichiarazione d'intenti. A convincermi di ciò sono due fattori: il minaccioso segnale e 1 ' obiettivo prescelto, il “Palazzaccio”, simbolo inconfondibile dell' istituzione giudiziaria italiana». «I fattori che suggeriscono che sia la mafia a celarsi dietro la sigla “Movimento Rivoluzionario" sono due: 1) si tratta di una denominazione apparsa una volta soltanto nella storia del terrorismo italiano recente e anche quella volta si trattò di un attentato dimostrativo ai danni dell'autorità giudiziaria romana (marzo 1989 - piazzale Clodio); 2) tutte le simulazioni da me considerate sono portatoci di un messaggio inconfondibile: Siamo in grado di colpire lo Stato quando, dove e come vogliamo: disponiamo della capacità, della penetrazione e dell'efficienza necessarie. A ciò si aggiunga il fatto che la sigla “Movimento Rivoluzionario” si addice tanto al ruolo di coordinatore apolitico che la mafia potrebbe aver assunto nei confronti delle varie fazioni terroristiche quanto al trattamento giudiziario subito dalla stessa fin dal 1982, data di entrata in vigore della legge antimafia. Ove le mie ipotesi siano fondate sarebbe logico attendersi che il “Movimento Rivoluzionario” si prepari a colpire il Paese con una serie di attentati da essere eseguiti a breve scadenza, posto che la legge interpretativa sulle carcerazioni preventive sia già stata promulgata. Ciò che resta di difficile determinazione è il ruolo che la mafia sceglierà di assumere nei confronti dell'opinione pubblica. Essa potrebbe decidere per un atteggiamento di sfida, oppure potrebbe ritardare l'identificazione. In ogni caso a me sembra che lo scopo fondamentale di questa operazione sia quello di trasformare la Sicilia in una zona extraterritoriale”

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La strategia “rivoluzionaria” della mafia, le stragi come rappresaglia alla politica giudiziaria suggerita da Falcone Per comprendere le motivazioni della mafia io credo che sia necessario analizzare l'attentato dell'Addaura. In quell'attentato, che fu preparato con breve preavviso ma con largo dispiego di mezzi, io leggo un atto intimidatorio decifrabile soltanto dai diretti destinatari, il giudice Falcone ed il Pool antimafia. E se quella intimidazione rimase improduttiva fu soltanto perché essa rivestiva un valore meramente simbolico. Bisogna considerare infatti che un attentato alla vita del giudice Falcone era del tutto improbabile perché avrebbe rischiato di raffreddare il vento di liberalità di cui il nuovo codice di procedura penale era portatore, oltre che smorzare l'effetto delle direttive legittimiste dalla Corte Suprema sulle corti di merito. Ma ora che il Governo ha fatto proprie le tesi del giudice-poliziotto la mafia ha perduto ogni incentivo a pazientare. A me sembra che, a questo punto, la sola ragionevole via d'uscita per la mafia sia quella di rendere il sistema giudiziario ingovernabile. Cosa non difficile, ove si consideri che uno Stato di diritto non potrà mai difendere le proprie scelte di polizia senza rinunciare a se stesso... La mafia non ha alcun interesse a misurarsi con lo Stato. Io credo, anzi, che ove lo Stato mostrasse di restituire legittimità ali'amministrazione della giustizia essa sarebbe ben lieta di deporre le armi. Io credo, altresì, che una simile svolta porrebbe definitivamente la magistratura al riparo dal rischio trincea». Il 23 marzo 1992, a due mesi dalla strage di Capaci, Amendolito scrive una lettera al segretario del Psi Craxi e gli invia copia del memoriale trasmesso ad Andreotti. Stavolta il messaggio è più chiaro: la mafia non vuole Giovanni Falcone ai vertici dello Stato. Ed è disposta a tatto pur di evitare questa eventualità. «Io credo che già nell'estate del 1989 (la famosa estate dei veleni) la mafia fosse sul punto di dar fuoco alle polveri ma poi il progetto fu rinviato. Esso fu rispolverato circa un anno fa e precisamente con l'arrivo del giudice Giovanni Falcone alla direzione degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia... A mio parere il conflitto aperto dalla mafia può essere brevemente riassunto nei seguenti termini: Lo Stato di diritto ci persegue con metodi rivoluzionari e noi rispondiam o facendo la rivoluzione. Questa teoria, da me elaborata nel primo documento, raggiunse il Governo all'indomani della promulgazione della legge sulle carcerazioni preventive, legge che violava i principi fondamentali della giustizia democratica. Quel provvedimento inviò alla mafia un sinistro segnale: i metodi reazionari dell'Antimafia

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avevano fatto breccia nel Palazzo del Governo. Per raffreddare i bollori della mafia io suggerii che il Governo rientrasse nel binario della legittimità, ma la sola risposta che ricevetti fu una critica del presidente Cossiga alle leggi speciali. Ma anche quel segnale fu presto travolto dall'incalzare dell'azione del giudice Falcone... A me sembra che i più recenti messaggi terroristici inviati dalla mafia alle istituzioni (ed in particolare l'assassinio dell'onorevole Salvo Lima) abbiano un significato univoco e convergente: <^O la smettete di fare demagogia giudiziaria, o getteremo il Paese nel caos". È difficile sapere se la mafia intenda davvero portare un attacco al cuore dello Stato prima del 5 aprile ma io credo che il solo modo per prevenire una simile iniziativa consista nel mandare alla Direzione Nazionale Antimafia un giudice dalle mani pulite e subito. Ciò che mi ha più sorpreso in questa vicenda è stata l'incapacità del giudice Falcone di comprendere le motivazioni della mafia ed il rischio al quale ha fin'ora esposto l'incolumità propria, quella delle forze dell'ordine e quella dei propri sostenitori». Un passo indietro. Fra il mese di ottobre del 1991 e gennaio dell'anno successivo, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Bongiorno, riceve ben quattro lettere. Le accuse di Amendolito alla magistratura svizzera contenute nei memoriali sono già oggetto di una inchiesta per calunnia. Bongiorno attende Amendolito a Caltanissetta per interrogarlo. «Non verrò _ avverte Amendolito _. La polizia italiana, cui spetta di proteggermi, è inaffidabile. Non sono stato ucciso perché questo danneggerebbe i miei nemici, a causa della pubblicità che il mio assassinio provocherebbe sul sistema delle connivenze internazionali». Quali connivenze? E fra chi? Amendolito si definisce «uno scomodo censore delle collusioni che si sviluppano all'ombra del segreto bancario svizzero». Chi lo ostacolerebbe? «Il sistema anticrimine non vuole fare conoscere le collusioni con la mafia in territorio elvetico...». Ventuno giorni dopo, l'8 novembre 1991, in un'altra lettera al giudice, Amendolito denuncia interferenze sul processo di Caltanissetta, il comportamento contraddittorio e la conflittualità interna della polizia federale americana. L'organo di cui si fida è l'U.S. Customs Service, la polizia doganale. Negli scritti successivi fa il nome di infiltrati della mafia fra i collaboratori della giustizia, racconta l'intrigo che avrebbe favorito il boss Leonardo Greco attraverso una iniziativa giudiziaria elvetica. Le sue argomentazioni non persuadono la magistratura italiana e Amendolito cerca di vendicarsi di quei giudici che l'hanno coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio.

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Sono tre i punti fermi di Amendolito: l'attentato dell'Addaura apre la campagna terroristica; Cosa Nostra risponde con le armi alla legislazione anticrimine e alla fine del garantismo della Corte di Cassazione; la multinazionale del crimine non tollererà mai che alcuno acceda ai santuari svizzeri. In una delle conversazioni telefoniche, Amendolito mi ha detto: «I criminali sono tutti uguali, vanno trattati allo stesso modo, secondo le regole... La mafia accetterà di perdere se vengono rispettate le regole... Sono stato in galera, so come ragionano: il nostro rischio lo corriamo, dicono; se ci mettete in galera rispettando la legge, paghiamo; se lo fate con la forza, allora... L'omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa? Fu provocato anche dai poteri speciali che il generale pretendeva... I mafiosi temono di andare in carcere sulla base del sentito dire...». La scelta terroristica, secondo Amendolito, sarebbe stata inaugurai a dal fallito attentato dell'Addaura: «Non si capisce ciò che sta avvenendo se non si indaga sull'Addaura». Perché l'Addaura? L'episodio offre un buon pretesto ad Amendolito per accusare i suoi nemici elvetici di favorire la mafia, ma nulla induce a ritenere che esso promuova la strategia rivoluzionaria della mafia. L'assassinio di due magistrati nell'area agrigentina nell'88 e nel '90, lo dimostra. «Che succederà», gli chiesi il 26 luglio. «Uccideranno quattro magistrati a Palermo... Poi chi ci va in Procura? È guerra. Cerchi di ricordare... Ci sono stati morti inspiegabili fra i poliziotti ed i carabinieri. È la strategia rivoluzionaria della mafia». Ricordai la deposizione di Totuccio Contorno alla Commissione antimafia in gennaio del 1989: «Bologna e Firenze sono in mano ai corleonesi». Proprio a Bologna si era verificata la strage di carabinieri. Inspiegabile, brutale, apparentemente priva di movente. Amendolito scrive il 30 giugno 1989, nove giorni dopo 1 ' attentato, un memorandum in lingua inglese. Destinatario? «Chiunque possa essere interessato». Oggetto: «tentato omicidio da parte della mafia contro il giudice Giovanni Falcone». E una indagine ben costruita e ben raccontata che parte da alcune premesse credibili e giunge ad alcune deduzioni parzialmente condivisibili: «Nonostante gli sforzi del Governo italiano ed il dispiego delle forze di sicurezza, la mafia può raggiungere il giudice Falcone a suo piacimento, ma allo stato attuale essa non ha interesse a farlo». Dopo cinque giorni dall'attentato, Amendolito fa una ricostruzione dei fatti minuziosa, quasi un rapporto di polizia. «Mercoledì 21 giugno 1989, alle sette del mattino una sacca blue piena di circa 50 libbre di dinamite fu trovata sulla spiaggia davanti la casa a mare di

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Giovanni Falcone. La sacca era chiusa e la dinamite era collegata ad un timer programmato per esplodere alle 2,00 del pomeriggio dello stesso giorno. Un monitor di controllo fu trovato in un canotto ancorato nelle vicinanze, al largo. La quantità di esplosivo contenuto nella sacca era sufficiente per eliminare la vita tutto intorno. Il raggio di potenziale distruttivo era di circa 300 piedi: un raggio che includeva la casa del giudice Falcone oltre a parecchie altre case sul mare». «Il commando siciliano che mise in atto la preparazione della bomba era composto da diversi individui. Nessuno di loro prese precauzioni al fine di evitare un'identificazione. Il commando operò tra le 11,00 del mattino e I11,00 del pomeriggio di martedì. AH'1,00 del pomeriggio si allontanò, dopo avere lasciato: a) la sacca sulla spiaggia, apparentemente senza sorveglianza; b) il canotto ancorato ad uno scoglio nel raggio di distruzione della bomba; e) un numero di testimoni (molto scossi più tardi) che l'esplosione avrebbe certamente ucciso». «lì giudice Falcone non è il proprietario della casa al mare. Egli l'aveva affittata alcune settimane prima con lo scopo di trascorrervi l'estate con la famiglia. Per ragioni di sicurezza il giudice Falcone evita di scendere al mare. Quel giorno però stava pensando di fare un'eccezione. Alle 2,00 del pomeriggio precise egli doveva essere sulla spiaggia in compagnia di due ospiti: la signora Carla Timbal Del Ponte ed il signor Claudio Lhemann, due giudici svizzeri che si trovavano a Palermo per un viaggio di lavoro. La visita dei due funzionari svizzeri alla villa del giudice era stata concordata a Lugano in precedenza, ma nessuno tra i collaboratori del giudice Falcone ne era a conoscenza. A causa di imprevedibili ritardi subiti dai funzionari svizzeri, il gruppo di giudici non fu in grado di lasciare l'ufficio del giudice Falcone. Così la gita alla casa al mare fu rimandata al giorno successivo. Quando nella serata di quel martedì il giudice Falcone fece ritorno a casa, la squadra di polizia notò a riva la sacca ed alcuni accessori per il nuoto. Ma non li controllò perché ritenne che appartenessero ad un nuotatore che li aveva temporaneamente lasciati lì. Il giudice Falcone che non era a conoscenza del fatto, si ritirò con la sua famiglia nella casa. Il mattino successivo la sacca fu notata ancora e le investigazioni di polizia cominciarono». Il giudice Falcone fa menzione degli esplosivi che erano stati rinvenuti in acqua. Non fa alcun riferimento alla sacca blu. Gli altri indicarono la sacca blu senza accennare agli esplosivi sommersi... Il giudice Falcone fu perciò esposto agli effetti della dinamite per l'intera notte. Questa considerazione ci libera dal primo equivoco di base: la presenza fisica di Falcone sulla spiaggia non era un elemento indispensabile per l'omicidio. Se vogliamo essere

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logici dobbiamo ammette re che l'appuntamento delle 2,00 con gli altri giudici non era il tempo reale dell'operazione, a meno che non si presuma che il bersaglio della mafia fossero i giudici svizzeri». «Tra l'l,00 e le 2,00 del pomeriggio il gruppo di giudici decise di rinviare la gita al mare. Quasi simultaneamente il commando lasciava la spiaggia dopo avere regolato il timer sulle 2,00 del giorno seguente. Se questo è un fatto, non abbiamo che due alternative per formulare le seguenti deduzioni: a) l'informatore che passò la notizia al Gommando circa l'aggiornamento della gita al mare doveva essere una presenza fisicamente vicina al giudice Falcone nel momento in cui fu presa la decisione. Quella presenza doveva anche essere in grado di comunicare con il commando via radio; b) nessuna informazione fu passata al commando, giacché il piano originario prevedeva l'esplosione per mercoledì. Ma una posticipazione della gita al mare non avrebbe prodotto un cambiamento nei piani dell'operazione. Ciò è evidente se si considera che il giudice Falcone avrebbe potuto essere ucciso in qualunque momento dopo il suo ritorno a casa quella stessa sera. E verosimile che quando la bomba fu trovata essa era disattivata perché: a) è difficile credere che la bomba poteva essere lasciata sulla spiaggia per tante ore alla mercé di qualunque bagnante che avrebbe potuto farla esplodere per caso nel lasso di tempo; b) non è verosimile che il commando lasciasse la scena senza predisporre alcune sorveglianze. Se questa supposizione risponde a verità, si dovrebbe dedurre che il commando di controllo al largo avrebbe fatto esplodere la bomba quando gli artificieri erano all'opera per disattivarla; e) il canotto del Gommando al largo era posto all'interno del raggio dell'esplosione, certamente in una posizione sbagliata. Posticipare al giorno dopo il posizionamento del canotto sarebbe stata un'assurdità». «Con il rispetto dovuto ai funzionari di sicurezza credo che si supponesse che la sacca sarebbe stata scoperta martedì sera. Non è difficile credere che la mafia contasse su tale scoperta. Quell'equipaggiamento infatti era stato lasciato per troppe ore sulla riva senza alcuna traccia di presenza umana intorno. E legittimo aspettarsi che all'ora del tramonto, quando la spiaggia è deserta, la squadra di sicurezza avrebbe dovuto notarla. Se il commando ricevette la notizia della posticipazione all'ultimo minuto avrebbe dovuto mettere in atto un piano di emergenza. Lasciare quella sacca a riva per 24 ore senza alcuna sorveglianza è assurdo, l'operazione era esposta ad un inutile rischio di fallimento perché la sacca sarebbe stata un oggetto anomalo per chi osservava e sarebbe stata esposta ad un'esplosione involontaria. ...Secondo me l'intera operazione è solo un avvertimento al

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giudice Falcone al fine di dimostrare che nessuna protezione sarebbe stata valida contro la mafia e i suoi attacchi. Questo messaggio però ne porta anche uno di segno opposto. La mafia avrebbe certamente ucciso il giudice Falcone, se fosse stato cosÏ semplice. Facendo grande mostra del suo potere, la mafia evidenzia i suoi limiti.

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Un quarto alle 17: è ora di tornare in redazione. Devo incontrare Angelo Sciortino. Avrei dovuto prepararmi accuratamente leggendo le malefatte madonite, imparando i nomi dei capicosca e invece ho solo sfogliato le carte svogliatamente. Ma non sento alcun senso di colpa. M'interessa lui, non le carte che scrivono di lui. Arriva alle 17,15 puntualissimo. Veste bene. Una giacca di grisaglia, pantaloni scuri. Un paio di baffi scuri, piuttosto folti. È alto, imponente, ma i suoi occhi inviano segnali rassicuranti. Si muove con lentezza, attende che lo inviti a sedere. Non si guarda attorno e da le spalle alla porta. Sulle labbra il consueto sorriso degli uomini abituati a misurarsi con i loro simili senza apprensioni. Consueti convenevoli, poi il timido tentativo di spiegare il mio interesse di incontrarlo, attraverso il minuzioso racconto delle mie ricerche al terminale. Il suo sorriso s'allarga. «Ciò che non ho capito _ osservo _ è la sua condizione di latitante. Scrolla le spalle. Non insisto. «Il processo sulla mafia delle Madonie è strano _ esordisce _. Dovrebbe nascere nel 1984, quando presentai un esposto al sostituto procuratore Vittorio Teresi... Ne avevo parlato con altri magistrati. Avevo subito intimidazioni, minacce. Avevo ricevuto la visita di Farinella e di Michele Greco. Per quattro anni non successe nulla. Poi, nel 1988, si mise in contatto con me il capitano dei carabinieri Scola. Un uomo serio, determinato, stimabile. Più che al racconto dei fatti, era interessato alle mie opinioni. Purtroppo tutto finì presto. Ricorderà Marino, il giovane sospettato di avere ucciso il commissario Montana? Cercavano di farlo parlare. Insomma, Scola finì in manette. Il successore di Teresi mandò l'esposto ai carabinieri dì Cefalù..., ripresi il dialogo con il capitano Conti. Era più giovane di Scola e aveva meno esperienza. Compilò una relazione di servizio, con la mia collaborazione: lavorammo dalle 22 alle 4 del mattino... Raccontai proprio tutto... Primavera? No, era estate. Giugno sicuramente; giugno '87. Quali risultati?. Sono preoccupato ... L'impalcatura del processo mi pare precaria ... Tutto poggia sui pentiti. Forse, le circostanze non sono ben spiegate». «La mafia delle Madonie __ lo interruppi _ è pur sempre marginale. Non se ne parla nemmeno... I crimini di questi mesi la vedono fuori ... O è una sensazione sbagliata?». «Sottovalutazione... Se ne sa poco perché si è indagato poco».

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«Per colpa di chi?». «Lasciamo perdere il passato. Ma oggi? Il decreto antimafia impedisce di lavorare, di coilaborare in maniera professionale, conservando una misura di dignità». «È al suo ruolo di collaboratore della giustizia che si riferisce, non è vero?». «Non sono un collaboratore, né un pentito ... Il punto è che finora non c'è stato dialogo con la gente; questo ha provocato anche scarsa fiducia nella giustizia. Alcuni uomini incaricati di rappresentarla sono apparsi incapaci o scorretti... e chi ha scelto di parlare si è trovato esposto alla vendetta, senza che c'è ne fosse bisogno. Io riuscii a fare parlare altre persone. Non era gente di poco conto. Per esempio Vincenzo Varrano, che aveva subito attentati e minacce ed era stato costretto a pagare il pizzo a Giuseppe Farinella. Varrano spiegò come era organizzato il racket e si dichiarò pronto a favorire le indagini. Avrebbe avvertito gli investigatori, per arrestare gli uomini delle estorsioni. Bastava pedinare qualcuno, fotocopiare il denaro che veniva consegnato... Falcone raccolse la testimonianza di Calderone contro Farinella e la affidò alla polizia. I carabinieri, che si occupavano del racket, s'incazzarono... Così tutto poggia sulla parola dei pentiti. E sulle mie dichiarazioni... Che non cambiano ...I boss delle Madonie fanno quello che vogliono ... Troppi errori. Si doveva indagare in silenzio, invece venne allo scoperto ogni mossa, ogni sospetto ... Se sono importanti le Madonie? Certo che lo sono, sono il centro della mafia... Se si fa la storia della mafia bisogna partire da qui, dalle Madonie. Le famiglie comandavano nel '900, continuano a comandare ancora oggi... Per esempio, il comune di San Mauro Castelverde: Farinella 80 anni fa, Farinella oggi... È vero, il prefetto Mori ne mise dentro un bel po', ma durò dieci, dodici anni e dopo lo sbarco degli alleati tornarono tutti dal confino. Mio nonno, di parte paterna, non fu un mafioso, non ne volle sapere. L'altro, di parte materna, ebbe un ruolo importante. Al confino mio nonno imparò il latino. Era piacevole ascoltarlo, nonostante avesse frequentato solo le elementari. Una intelligenza lucida. Si rifiutò più volte di dare l'assenso ai delitti. Se vogliamo capire ciò che

sta

succedendo

oggi,

dobbiamo

capire

il

passato».

«Le mafie del palermitano non ebbero relazioni con le cosche madonite?». «Molti latitanti hanno trovato rifugio da sempre nelle Madonie. È un luogo tradizionale... I vecchi Greco, che poi emigrarono in Usa, s'incontravano nelle Madonie, si nascondevano lì. Ricordo Michele Greco, Bontade, mio zio Giovanni Sciortino e Gigino Pizzuto, che fu poi ammazzato. Quando uccisero Bontade, si fece vedere Michele Greco. Legami? Con le cosche

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di Bagheria, Casteldaccia, Corso dei Mille a Palermo... Si sa poco, o niente. Ma i paesìni delle Madonie non hanno segreti. Tutti sanno tutto. Se solo si volesse...». Sciortino, lei non è un collaboratore, né un pentito. Critica investigato ri, combatte i mafiosi. Perché fa tutto questo? Chi la protegge?». «Non devo contrattare sconti di pena, non sono un pentito. Non sono nemmeno un collaboratore prezzolato, non ho debiti di riconoscenza. Anzi, ho chiuso in credito. Credo nella giustizia». «Crede nella giustizia». «Crede nella giustizia, ma non in coloro che devono farla funzionare». «Ho rinunciato a vivere decentemente con la mia famiglia. Non sono uno che subisce e se ne sta zitto. Mi chiedo come può vivere qui un siciliano onesto! Devi sperare che tuo figlio non emerga, altrimenti viene notato, avvicinato. Deve pagare o far parte dell'organizzazione. Basta abbracciare la causa della mafia. Se l'avessi fatto, mi sarei arricchito. Chi avrebbe indagato su di me? Chi avrebbe potuto dimostrare che le mie ricchezze non fossero frutto della buona gestione del mio patrimonio. Ho perso cinque anni della mia vita per mandare in galera quattro gatti. Le indagini hanno bisogno di professionalità. Con il sistema inquisitorio che hanno ripristinato, si potrà annoverare qualche effimero successo, che ci farà credere di avere gli uomini giusti per combattere la mafia. Ma è una scorciatoia. La mafia vera si debella con professionisti competenti, affidabili... Quando ci si accorge che colui il quale deve mettere in galera Farinella, invece lo favorisce, chi vuole che vada a raccontare quello che sa? In questi giorni ho sentito che basta acciuffare venti latitanti... Imbecillità! Dietro quei venti ce ne sono altri venti, pronti a prendere il loro posto. Due secoli or sono, la sorella di Filangeri confessò a Goethe che il fratello stava rompendo le scatole alla gente comune, che era costretta a trovare nuovi marchingegni per farsi gli affari suoi. Non leggi, ma uomini ci vogliono. Oggi si parla della mafia agrigentina, che è diventata potente. Mi dovrebbero spiegare perché non hanno consentito a Arturo e Luciano Cassina di parlare al maxi processo sul pizzo che avevano pagato al boss Colletti di Agrigento. E San Mauro? Nessuno sa se esiste questo paese. E invece, dovrebbero saperlo... San Mauro aveva Gigino Pizzuto, il capomafia che dominava a Caltanissetta ed Agrigento. Le grandi riunioni dei capi si facevano negli anni '60 a Vallelunga,

che era una zona equidistante

rispetto a Catania e alle

province occidentali. Basta leggere le carte...». «Un ritardo nella comprensione del passato...».

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«... e perciò un ritardo nella comprensione del presente. Per esempio le otto cartelle dell'anonimo. Ne avrà sentito parlare, no?». «Certo che ne ho sentito parlare _ ammisi _. Ho letto e riletto rutto. L'indicazione di due politici mandanti dei delitti mi sembra un'infamia gratuita». Quelle otto cartelle si avvicinano alla realtà __ riprese con voce ferma. Lasciamo perdere i nomi. Per uccidere Lima e gli altri non è sufficiente che cambino gli equilibri mafiosi: devono cambiare quelli politici. Lima non viene ucciso perché è inutile. Insomma non è stato posato. Poteva essere semplicemente posato, messo da parte. E invece l'hanno ammazzato. Vuoi dire che poteva fare danno all'interno del suo partito, voleva allargarsi. Allora io dico: ci deve essere qualcuno che promuove i nuovi equilibri. Lei non pensa che costui debba trattare con la mafia? Toglietemelo di dosso, avrebbe detto. A chi? Ai corleonesi? La risposta sta nelle 900 pagine del rapporto dei carabinieri, che si è concluso facendo volare gli stracci. Solo fandonie in 900 pagine? Lì c'è la faccia pulita dei corleonesi. E chi è questo Farinella? Uno che non conta? Una persona perbene? La lettera anonima...». «Lei la conosce punto per punto?», lo interruppi. «So quello che è stato pubblicato dai giornali...». «Ecco, legga il resto», dissi porgendogli la lettera. Sfogliò le otto pagine, soffermandosi su alcuni brani, brevemente. «Ci sono indicazioni precise», esclamò. Annuii. «Si fa presto a verificare. Se un versamento è stato fatto, per esempio, dal Gruppo Cassina sul conto di Pazienza... Falcone aveva interrogato Arturo Cassina... Tutte cose che, per la miseria!, si possono controllare _ conclude _. La gente ha diritto di sapere. Folla tremans aut tremenda est, dice Tacito... Sono stupefatto! Ora, questa lettera è stata ricevuta da uomini di governo e dall'opposizione? Nessuno che si sia chiesto se ciò che è stato scritto ha un senso...». «Sciortino. chi ha scritto questa lettera?». «Qualcuno che sa molte cose e rendendosi conto di non potere fare nulla, di essere impotente...». «... si rivolge alla giustizia del popolo..., ma non a tutti. Per esempio non gli piacciono Psi, Pds, Fri, Psdi e De...». «Vero. Personalmente non parlerei con De e Psi».

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«...

non

legge

La

Sicilia

e

II

Giornale

di

Sicilia»,

aggiungo.

«La prosa è corretta, le argomentazioni sono precise... non ci sono le afasie che ho io...». «C'è disordine apparente nell'indirizzario» gli faccio rilevare. Sciortino osserva, alza gli occhi, guarda con sufficienza. «Ha una sua logica, un suo ordine, le imprecisioni servono a sviare i sospetti. E poi, non commettiamo l'errore di cercare l'identità dell'anonimo. Il punto è verificare l'attendibilità delle informazioni...». «E lei, Sciortino, perché si sente un latitante? Ha detto così, no... di sentirsi un latitante..., di vivere da latitante». «Non ho mai digerito la collaborazione con le forze dell'ordine. Non mi piace la figura di chi collabora nell'ombra... Io ho cominciato con un esposto firmato». «La riservatezza, tuttavia, è indispensabile». «È giusto, ma non bisogna prendere le mie parole alla lettera. Non sono un geometra. Ad alcuni è venuto in niente che potessi essere una fonte inesauribile di informazioni, o uno che sottoscrive le loro cose, in maniera da aiutarli a fare carriera. Brillante operazione e così via. Ma io non sottoscrivo le notizie ascoltate al bar». «La latitanza è dovuta alla necessità di difendersi da pressioni o dai mafiosi che ha denunciato?». «Gli uni e gli altri. Vede, in Sicilia ci sono una miriade di non colpevoli, parecchi colpevoli, rarissimi innocenti. Assisto a uno scippo e non intervengo? Sono non colpevole, ma non innocente. Gli innocenti quando ci sono, vengono dissuasi dall'esserlo: vanno allo sbaraglio. Io sono stato innocente». «È stato innocente?...», ironizzai. Sciortino colse il mio scetticismo, ma non me lo rimproverò. «Erano convinti di esser furbi __ disse _. Ma non lo erano abbastanza. Il magistrato di Termini che mi interrogò, dopo avere riempito due pagine, credette che avessi finito. Ed io: No, giudice, ho tante altre cose da dire. Riempii 40 pagine. Il cancelliere fece le fotocopie e li passò agli amici...». Si alzò e fece per congedarsi. Poi riprese: «Mi piace Voltaire, la mia morale è kantiana... Pretendo competenza, pretendo che al collaboratore della giustizia sia riconosciuto il ruolo, la sua attività. Certo, esprit de finesse, ma anche dignità...».

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Mi salutò, promettendo che sì sarebbe fatto vivo. Ci demmo un nuovo appuntamento per martedì della settimana successiva. «Esprit de finesse», ripetè, compiaciuto, davanti l'uscio. Ricordai il nonno autodidatta, credetti di capire. Quello di tagliare a fette l'umanità è un antico vizio dei siciliani. Colpevoli, non colpevoli, innocenti. O uomini, mezzi uomini, ominicchi. Chi separa, forse vive sul crinale della coscienza. Il potere che si concede, lo tiene lontano dagli eventi. In qualche modo, Io protegge. Le grandi congiure vengono immaginate su questo crinale, abitato da sconfitti. Nell'animo, prima ancora che nella vita. Ma c'è da capirli. Basta un cognome e la vita è segnata: famiglia mafiosa. Gli amici progettano la naturale affiliazione, gli affari comuni: uno scontato comparaggio, talvolta subito, tal1 altra accettato. E agli altri dovranno dimostrare ad ogni passo la loro innocenza. Se decidono di stare dalla parte della legge, subiscono le diffidenze degli uni e le sanzioni degli altri. Quando superano le diffidenze, viene loro attribuita la qualifica _ come chiamarli altrimenti? __ di pentiti, delatori, infami. Gli americani contrattano la verità, ne fanno oggetto di transazione, arruolano come agenti «sotto-copertura» i collaboratori, anche se hanno una lunga fedina penale. Quando il contratto scade, ognuno torna a fare la sua parte. Senza ipocrisie, ambiguità. Qui prevale ancora la cultura del pentito secondo coscienza; dell'infamità che è colpa grave. Il 27 luglio, lunedì. Sono stato costretto a lasciare a metà il pasto. La solita telefonata con la minaccia di fare esplodere Palazzo dei Normanni e l'inevitabile inutile rito del sopralluogo dei poliziotti. Vedo diecimila lire nell'ascensore di casa. Li prendo. Dovrei restituirle al portiere? Trovo in frigorifero un po' di frutta, mangio qualcosa, poi prendo carta e penna e allineo cifre misteriose su un foglio. La calligrafia è minuta, rapida. Il foglio è affollato di numeri, spirali, segni. La Tao produce 1; 1 produce 2; due produce 3. In basso allineati alla frase precedente i tre punti del triangolo Lima-Falcone-Borsellino. Ho preso degli appunti, dopo avere consultato il dizionario dei simboli e ho avuto una perdita di memoria. Mi capita altre volte, anche in auto. Accorgersi di avere percorso alcuni chilometri e non ricordare nulla del tragitto fatto, procura un sobbalzo. Scrivere qualcosa, senza esserci con la testa, è meno angoscioso, ma non meno frustrante. Tuttavia quella parte di me che era scappata via per un breve tempo, non aveva smesso di lavorare al caso di cui mi occupo. Non sarebbe stata un'indagine esoterica ad aprire uno spiraglio nella vicenda: bisogna smontare la macchina pezzo per pezzo, manovrando tutti gli elementi dell'enigma, in modo

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da sistemare la complessa intelaiatura dei fatti di cui sono certo. Non è facile. Gli elementi si avvolgono l'uno sull'altro, s'incrociano, provocando un groviglio inestricabile. E in più l'intrico è protetto da una spessa cortina fumogena: avrei saputo tutto sulla metafisica del crimine organizzato, nulla sui criminali. La loquacità dei pentiti propone una pista al giorno, le indagini di Borsellino fanno emergere sospetti in tutte le direzioni. E da ogni parte del mondo giungono notizie di indagini fatte da Giovanni Falcone sul riciclaggio di denaro sporco. Le polizie e i pentiti segnalano possibili attentati e nuovi bersagli della mafia. I rapporti dei carabinieri sono bollettini di guerra, la lista dei bersagli viene costantemente aggiornata e modificata secondo il livello di rischio; una specie di macabra classifica che indica chi sta in cima ai pensieri di Cosa Nostra. La qualcosa suggerisce più di un interrogativo, il più importante dei quali riguarda proprio la divulgazione di queste notizie, che dovrebbero essere riservate per potere proteggere le persone minacciate e non creare allarme nella gente, obiettivo quest'ultimo presumibilmente voluto da Cosa Nostra. La questione sta dentro l'indagine, non ne è affatto estranea. E merita un accurato lavoro di ricerca. Mi riprometto perciò di raccogliere gli elementi di cui dispongo, appena possibile. La tensione viene sapientemente nutrita con l'incubo della bomba suscitato da decine di telefonate anonime, dalle minacce di morte agli uomini più esposti. Tutto è diventato possibile: una taglia per dare un nome agli assassini di Falcone nel New Jersey, i killer tedeschi per Paolo Borsellino, un cecchino con passaporto palestinese che si aggira per l'Italia per uccidere i ministri della Giustizia e della Difesa. È indispensabile mettere ordine, eliminando tutto ciò che interferisce sui fatti essenziali. I delitti di Lima, Falcone e Borsellino hanno molti moventi, alcuni probabili esecutori, nessun mandante. Cosa Nostra ha agito su mandato o per fare il proprio interesse? Oppure per entrambi le ragioni? Quali formidabili coperture consentono a Cosa Nostra l'attacco allo Stato? «Queste non sono stragi ordinarie, sono stragi straordinarie __ afferma l'ex Presidente della Regione siciliana Rino Nicolosi _. La mafia raramente ha commesso massacri di questo tipo, che tra l'altro sono dannosi agli interessi degli stessi affiliati. E allora è naturale domandarsi se dietro la facciata del delitto di stampo mafioso non ci sia dell'altro e di più allarmante. Si tratta di un'azione di servizio svolta nei confronti di una logica eversiva di più alto livello i cui nodi vitali non si trovano in Sicilia, ma in ambiti maggiori? Viene da pensare che la Sicilia sia uno dei tavoli su cui si gioca una feroce partita per una nuova definizione degli equilibri

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nazionali ed internazionali». Nicolosi non va oltre. Qualunque ipotesi può trovare buone ragioni per essere sostenuta. Perfino la sentenza di morte pronunciata dai potenti Madonia mantiene una sua credibilità. Né più né meno, quanto ne ha la congiura della P2 resuscitata nelle pagine dei giornali di agosto. Mi sono state riferite poche cose; non mi danno il diritto di seguire un'ipotesi decente. Salvo Lima è stato ucciso per dare un taglio al passato? I cosiddetti nuovi equilibri, un segnale forte? Giovanni Falcone aveva capito? «Non fare politica» gli avevano scritto. Un avvertimento inequivocabile. Falcone siede già sul tritolo: le tangenti milanesi, quelle dell'ex Urss, il terminale svizzero, i decreti anticrimine... Cosa Nostra è il motore di alleanze, affari internazionali. E Falcone, al vertice della politica giudiziaria italiana, potrebbe avere da Lugano i nomi dei conti «coperti». Conosce a menadito questi ingranaggi, li ha studiati, esaminati, ci ha battuto la testa: successi, sconfitte, la tenacia e la determinazione di sempre. In maggio, la grande occasione: i santuari svizzeri potrebbero aprirsi e mettere a nudo le trame del crimine organizzato e dell'illecito internazionale. Falcone, ancora Falcone... Una consultazione rapida, un'intesa fra gente che conta: e parte l'ordine. La vecchia sentenza può essere finalmente eseguita. Sono contenti i picciotti, i boss delle famiglie decimate dalle manette, i colletti bianchi che tremano al pensiero che qualcuno metta il naso nei loro conti, il mondo della finanza compromesso. Tutti d'accordo. C'è da stabilire chi dovrà assumersi la responsabilità dell'operazione. Nient'altro. La miscela esplosiva? Le alleanze coperte fra Cosa Nostra e alta finanza; la spinta verso nuovi equilibri politici, la debolezza dei vecchi gruppi dirigenti, che non garantiscono più nulla ... Vito Ciancimino è stato un collettore generoso per decenni? In galera, spogliato dei suoi beni, tradito dai vecchi amici, perseguitato dagli avversar!. «Con lui dichiara Salvo Lima durante il processo d'appello per associazione mafiosa e altri illeciti _ ho avuto solo rapporti politici». Vito Ciancimino lo osserva severo, ascolta attento e se ne sta in silenzio. Solo dopo la sentenza, dirà: «Sono stato amico di Salvo Luna e di tanti altri». Falcone forse capì per tempo. Ma che cosa poteva fare? A Roma finalmente assaporava qualche ora d'aria. Una passeggiata con gli amici, il caffè al tavolo del bar come qualsiasi essere umano. Mi parve di esser finalmente sulla pista giusta. Volli confrontare le poche idee che mi ero fatto, con l'ex carabiniere. Ripetei tutto per filo e per segno. Mi servì per riascoltarmi e correggere alcuni dettagli. Lui, l'ex carabiniere, rimase in silenzio per tutto il

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tempo. Quando ebbi completato il mio ragionamento, scrollò le spalle e mi guardò con commiserazione. «Che significa? _ chiesi _. Ha una logica, no?». «Sì, ma...», fece imbarazzato. «Lasci perdere», mormorai infastidito. L'ex carabiniere aprì la solita borsa che sembrava vuota ed estrasse tre ritagli del giornale l'Unità. «Vegga», ingiunse. Obbedii, docile. Erano tre articoli pubblicati il 13 e il 14 luglio. La mafia riciclava tangenti milanesi già dieci anni or sono. I proventi delle tangentì versate per la costruzione degli aeroporti milanesi venivano investiti in Spagna in collaborazione con la mafia. Deputati, amministratori pubblici, faccendieri e boss della droga si erano messi d'accordo per investire 2.400 miliardi a Benidorm, attraverso la costituzione di una società immobiliare. La vicenda emerse in seguito alle indagini avviate in Spagna sul conto di Gaetano Badalamenti e dei suoi uomini che avevano comprato nella zona di Alicante e Benidorm immobili per un valore di 2.400 miliardi: «In un appunto della Criminalpol, corredato da documenti, era stato illustrato ogni dettaglio dell'operazione. Per due anni l'appunto riservato restò nei cassetti del Viminale e divenne oggetto di indagine da parte di Giovanni Falcone». L'ex carabiniere aveva le sue idee, ma preferiva che fossi io a scoprirle. «Bisogna saperne di più ...», raccomandò andandosene. Seguii il suo consiglio ed ebbi fortuna. Accertai che effettivamente Giovanni Falcone aveva indagato su un appunto riservato della Criminalpol. L'appunto era stato scritto dal maresciallo Giovanni Notella e consegnato al vice questore Franco Rotella. L'appunto provava che i siciliani _ Salvatore Grado, fra gli altri _ erano in affari con amministratori e parlamentari milanesi. Ne parlai con Pippo Morina. Volevo sapere di più sul conto dei Grado, cugini di Totuccio Contorno. Ricordai il misterioso episodio di San Nicola l'Arena in maggio del 1988, l'arrivo degli agenti della squadra mobile, l'arresto di Contorno. Totuccio Contorno aveva tradito i cugini. Com'era possibile che lo ospitassero? Morina mi fece capire com'era andata. «Totuccio si limitò a raccontare ciò che si sapeva, che i Grado spacciavano droga. Roba di poco conto rispetto agli affari spagnoli. Ma c'è di più: i Grado e lo stesso Tano Badalamenti facevano buoni affari con le cosche vincenti...». «Non ci capisco niente», confessai. «E che c'è da capire? I soldi non hanno colore ...» esclamò Morina con aria di sufficienza.

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«L'appunto della Criminalpol sparito _ dissi _ prova che il sistema mafioso va ben oltre la Sicilia, che le grandi imprese non disdegnano le cattive compagnie e le tangenti... Macché contiguità! Affari in comune fra mafia, impresa e uomini delle istituzioni. Già tutto chiaro fin dal 1984, l'anno in cui Tommaso Buscetta racconta tutto, meno che gli affari politici...» Morina assunse un'aria pensierosa, scosse la testa. Mugugnava parole incomprensibili. «Totuccio Contorno e le sue verità!» esclamò. Secondo lui, avrei dovuto capire. E se non avessi capito, tanto peggio per me! La lezione ebbe un buon effetto su di me, perché imparai che non ci si deve affezionare a un'idea quando il puzzle è ancora da costruire e puoi contare solo sul fatto che i tasselli ci sono tutti...

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Stragi, la pista d'Oltreoceano Il ministro che avvertì il pericolo La seconda memoria investigativa, di Amendolito, datata 5 luglio 1989, analizza gli effetti dell'attentato. «Mercoledì mattina, dopo avere saputo dell'attentato fallito, il giudice Falcone trascorse l'intera mattinata discutendo sui particolari dell'accaduto con i suoi colleghi svizzeri. Ciò che lo preoccupava non era il dispiego di capacità e di potere della mafia (che non era in grado di ostacolare), ma l'incapacità del Governo di garantire al suo lavoro la necessaria segretezza... Ciò che colpì la mente del giudice Falcone era il fatto che nessuno del suo ufficio sapeva del suo programma di andare al mare. Quella decisione era stata presa in febbraio quando il giudice Falcone si trovava a Lugano e la cosa era stata discussa, in tempi più recenti, per telefono... La mafia era venuta a conoscenza della gita controllando il telefono del giudice Falcone. I magistrati non sapevano immaginare chi potesse essere l'informatore né chi avesse avvertito il commando, nel giro di pochi minuti, dell'improvvisa decisione di posticipare la gita al mare del giudice Falcone. Questa era certamente un'indicazione dell'abilità della mafia di contrattaccare al cuore dello Stato. Tale deduzione ha fatto sentire il giudice Falcone ancora più impotente poiché nessuno sarebbe in grado di dire quanti altri importanti segreti siano stati scoperti dalla mafia grazie allo stesso stratagemma...». «Il timer fu programmato un giorno dopo di proposito. Questo mi suggerisce che abbiamo a che fare con un bluff e che l'esistenza di un agente doppio tra i ranghi dello Stato è altamente improbabile. Creare il sospetto dell'esistenza di tale agente doppio, era secondo me lo scopo principale. Questo bluff aveva solo uno scopo, quello cioè di scoraggiare moralmente il giudice Falcone e gli altri giudici siciliani provando che la mafia è come un cancro: invincibile, onnipresente e, nonostante temporanee pause, continuamente in ascesa». Le conclusioni di Amendolito? Pesanti sospetti su Carla Del Ponte. È la parte più debole della sua indagine, perché egli scopre le carte. Il ragionamento non sta in piedi. Il fatto che la Del Ponte non abbia creduto in Amendolito ed abbia prestato fede al suo ex socio, oggi avversario e pentito inaffidabile, non significa che sia amica di Leonardo Greco ed abbia accettato di metter in scena l'attentato per guadagnarci un'immagine più credibile di eroina dell'antimafia. «Il piano del falso attentato _ conclude Amendolito _ venne stravolto quando fu chiaro che nessun altro, oltre al giudice Falcone, era a conoscenza della gita a mare. Questo piccolo

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dettaglio fu devastante per...». Amendolito fa nome e cognome: «Carla Del Ponte». E prosegue: «tornò a Lugano dove immediatamente rilasciò una dichiarazione: Siamo vivi per miracolo». Una terza, breve memoria in lingua italiana, datata 10 dicembre 1989, appendice al documento del 5 luglio, presentata curiosamente come «autocritica ai precedenti memorandum», si sofferma su aspetti marginali della vicenda. Torno a chiedermi se Amendolito _ come dichiara _ si sia effettivamente servito dell'informazione dei giornali. Possibile che abbia tirato ad indovinare? Qual è il suo reale obiettivo? Il bisogno di essere tenuto in considerazione dopo la catastrofica missione svizzera? Com'è possibile che un collaboratore dell'Fbi concordi con i suoi capi il lavoro investigativo e venga poi accusato di servire la mafia nelle sedi dell'alta finanza svizzera?' Il 6 giugno, l'ex ministro degli Interni, Vincenzo Scotti, rivelò ai prefetti l'esistenza di un piano di destabilizzazione. Pochi gli diedero credito, perché la nota fu diramata all'indomani della uccisione di Salvo Luna, in piena campagna elettorale. Scotti fu sospettato di volere drammatizzare la situazione dell'ordine pubblico, facendo di Lima e del suo partito le vittime della mafia, per guadagnare consenso politico. Se la nota riservata del Ministro non fosse stata diffusa dall'agenzia Ansa, i sospetti _ plausibili _ non ci sarebbero stati. E i prefetti avrebbero fatto il loro mestiere. «Io non parlai di un piano eversivo che avesse quasi il suono delle sciabole. Parlai di un più sottile piano di destabilizzazione del nostro Paese e delle nostre istituzioni _ si giustifica Scotti _. Dissi di avere attenzione perché un filo conduttore avrebbe legato le vicende precedenti all'omicidio di Salvo Lima, la sua morte e gli attentati che potevano sopravvenire... È difficile nascondersi che non vi sia un disegno convergente fra l'omicidio di Luna e la strage di Palermo... La mafia sta usando tecniche terroristiche forti, esperienze e competenze tecniche proprie del terrorismo. Il delitto Falcone lo dimostra. Lo fa per intimidire, per mettere in ginocchio le istituzioni, per dimostrare ai suoi adepti la sua forza... Non ci si può aspettare una indagine dalla Procura di Caltanìssetta, quando già dalle prime battute la dimensione internazionale è così chiara... Anche altre grandi costellazioni criminali organizzate come la camorra e la 'ndrangheta mostrano la stessa tendenza al confronto, allo scontro e alla manipolazione delle istituzioni legali, ma solo Cosa Nostra è in grado di metterla in atto con sistematicità ed efficacia implacabili fino all'adozione di strumenti e tattiche di tipo eversivo».

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Il giudice Giuseppe Di Lello, a lungo componente del pool-antimafia, la pensa allo stesso modo. «Le cosche non accettano che muti l'atteggiamento da parte delle istituzioni. Anzi diventano particolarmente feroci quando non hanno più garanzie di impunità e per loro cominciano tempi duri: i boss mafiosi, dapprima liberati con una discutibile sentenza della Cassazione, tornano in galera...». La sequenza dei delitti che, dal '79 in poi per alcuni anni, decapitarono in Sicilia i vertici istituzionali, testimonia che una strategia di tipo eversivo è stata già adottata da Cosa Nostra, in concomitanza di eventi internazionali che facevano della Sicilia il ventre molle dell'Alleanza atlantica e la cerniera dei traffici di stupefacenti fra mondo orientale e occidentale. La risposta dello Stato fu affidata a pochi uomini che si servirono di alcuni pentiti, reclutati nelle cosche decimate dalle famiglie vincenti. Stato assente o quasi, polizie impreparate ad affrontare l'esercito mafioso dotato di capitali ingenti, di soldati efficienti, strategie sofisticate, menti raffinate . Ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa da un commando spietato e efficiente, Leonardo Sciascia asserì che né la vittima né altri avevano capito «la mafia nella sua trasformazione in multinazionale del crimine, in un certo senso omologabile al terrorismo». Gli uomini che accettarono la sfida divennero inevitabilmente simboli, perciò bersagli, eroi loro malgrado. Qualche successo illuse lo Stato che potesse delegarsi ad un piccolo drappello una guerra che si stava combattendo su scala planetaria. Stupida, colpevole miopia? Questo contesto suggerisce a Salvatore Amendolito, negli Stati Uniti dal 1977, l'idea peregrina di una pace fra mafia e Stato. Sono persuaso che egli sia un personaggio chiave e non un calunniatore sprovveduto. Se ha intorbidito l'acqua, l'ha fatto seguendo un disegno preciso. A mezzanotte del 26 luglio ricevetti una sua telefonata da Washington. Avevo dato uno sguardo, proprio quel giorno, ad alcuni documenti da me giudicati marginali e firmati da Rudolph Giuliani, il procuratore distrettuale italo-americano noto per la sua attività antimafia. Quelle carte riportavano Amendolito nel campo della legge. Giuliani gli dava ragione sulla vicenda giudiziaria italiana e, soprattutto, lo presentava come un collaboratore della giustizia affidabile ed un agente sotto copertura. L'occupazione della Sicilia significa una cosa _ esordì _ che in aggiunta alla sottrazione di tutti i diritti civili a tutti i cittadini italiani _ non solo ai mafiosi _ adesso ci troviamo in uno stato di guerra che tutto sommato non è stato voluto dalla mafia... Il cittadino ha diritto di pretendere tranquillità. A questa perdita non siamo arrivati per colpa della mafia...». Aveva le sue idee e me li consegnava come un pacco ben confezionato.

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«Non capisco», lo interruppi. «... Anche per colpa della mafia _ si corresse _. Le istituzioni politiche si sono occupate poco della mafia, hanno badato ai loro affari. Non c'è una legislazione adatta. Niente! Adesso esistono due problemi: le tangenti e la mafia». «E allora?». «Questo irrita ancora di più la mafia, perché scopre l'intenzione dello Stato di usare due pesi e due misure: una giustizia per i corrotti e una giustizia per la mafia. È assurdo...». Fece una breve pausa, ridacchiò, tossì. Disponeva di un argomento inoppugnabile e lo usava con abilità. «Senta _ riprese sorprendendomi _ ho bisogno disperato di denaro ... Ora mi sento meglio, le cose cominciano ad evolversi ... Vorrei scrivere un libro e farmelo pagare ...». Espressi la convinzione che avrebbe difficilmente trovato qualcuno disposto a stampare il suo libro. Se ne meravigliò norfp^c'o. Dovetti raccontargli alcune mie esperienze: l'editoria acquista autori noti, personaggi affidabili. Se decide di raccontare la storia di un pentito, lo fa perché quel pentito è redento, sta dalla parte giusta ... L'ambiguità non è tollerata e gli sconosciuti non fanno vendere o fanno paura. Lo persuasi. Disse che avrebbe proposto il suo progetto appena le cose si sarebbero chiarite ... Quali cose? «La vicenda giudiziaria che mi vede imputato di calunnia _ spiegò _. Mostrerò elementi inoppugnabili...». Non so perché abbia cominciato a parlarmi del marxismo e della sua illiberalità. Concluse che «i socialisti ed i comunisti provenivano dallo stesso ceppo; era logico che il ministero della Giustizia, guidato da un socialista, producesse iniziative “illiberali”». Non sapeva nulla dei partiti italiani e ragionava come molti americani. Lo riportai con fatica alle vicende siciliane e ne guadagnai altre congetture e perorazioni. «Questo gioco sarà scoperto _ riprese _ si renderanno tutti conto che ciò che sta avvenendo è una reazione agli abusi commessi da certa magistratura. Io li accuso e loro mi riaccusano: siccome sono giudici, mi mandano sotto processo... il mio avvocato ha concluso le sue indagini. Ho le prove che la bomba dell'Addaura non era nata per esplodere. Per intanto l'Fbi mi viene a consultare. Nonostante l'inimicizia viene da me per chiedere che cosa ne penso e mi consulta abbastanza spesso per l'omicidio di Falcone. Confidenzialmente, privatamente ... Come lei sa l'Fbi ha mandato suoi agenti in Sicilia ... Lavorano con Celesti...». «Celesti è stato trasferito ... Non c'è più. Il capo delle indagini non è lui», lo informai. «L'hanno mandato via?».

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«No, l'ha chiesto lui». «Chissà in che casino si è trovato se è stato lui ad andarsene», osservò con una risata. «Allora lei lavora per l'Fbi?», domandai. «L'Fbi ha detto: senti, dobbiamo riaprire le indagini sull'Addaura. Perché se non capiamo che cosa è successo all'Addaura non possiamo capire il resto. Gli agenti mandati a Palermo agiscono in piena autonomia, non devono rispondere a nessuno ... Gli insabbiamenti non sono possibili. Bene, questa gente mandata in Sicilia ha detto subito: di ciò che è stato fatto finora non c'importa niente. Ed hanno riaperto le indagini su tutto ... Sono stati chiamati dei periti. L'Fbi sta valutando le nuove perizie, vuole controllare se il lavoro fatto fin qui è valido ...». Adesso se ne va pure», esclamò. «Se ne va chi?». «Lasciamo perdere. Qui uscirà tanta di quella roba in autunno che non le dico. Non sono credibile? Sono i miei accusati ad accusarmi». «Con chi se la prende?». «Quei poveri giudici sono stati costretti a comportarsi come si sono comportati. Falcone era un uomo brillante, in gambissima. Ero critico con lui per i mezzi che adottava, ma quelli erano i suoi metodi, gli unici che un uomo intelligente può adottare. In Italia vige il sistema albertino, l'anzianità nelle promozioni ...». «Senta Amendolito, alcune sue tesi non mi convincono. Questa storia della mafia che è più forte e che non va sfidata... I rischi sono notevoli anche per la mafia ... Per esempio ha perso il consenso». «Certamente, la mafia farebbe volentieri a meno di scendere in guerra, ma non può. Questo l'ho scritto nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti ... Per anni hanno preso i mafiosi dalla strada sapendo che sono tali sulla base della loro reputazione e li hanno messi dentro. Le prove? Non ce n'è bisogno per mandare qualcuno a giudizio. Mi domando quanti giudici sono caduti proprio su questa strada ... Ora la mafia si è vista mettere in prigione, condannata a vita. I più grossi capi stanno dentro: 20, 25 anni. Io stesso sono stato causa della condanna a 22 anni di Leonardo Greco. Adesso mi rendo conto che la condanna si basa su una mia dichiarazione scrìtta ... avrei potuto raccontare le balle più grosse. Non l'ho fatto. Non ho permesso che mi camminassero sui piedi. Ma lei crede che gli altri pentiti, la cui vita dipende dai magistrati inquirenti, abbiano avuto gli scrupoli che ho avuto io? A causa del sistema

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italiano, i pentiti oggi non valgono niente ... Ho seguito un processo italiano a Washington, quello sulla «Big John». I giornalisti ridevano per il modo con cui gli avvocati erano interrotti dagli imputati. Ecco perché Carnevale ammazza le sentenze: è un uomo di diritto ... si è reso conto che se non si vuole una rivoluzione in Italia, bisogna essere legittimisti». «Amendolito,

mi

dica

quando

la

mafia

ha

deciso

di

scendere

in

guerra».

«La mafia è scesa in guerra soltanto quando Carnevale ha perduto la sua battaglia». «Secondo me, la mafia ha cominciato a perdere nel momento in cui ha deciso di combattere con armi terroristiche ... Ha perso il consenso». «Alla mafia interessa poco ...». «Bhe!». «Certo, ma va considerato che loro combattono per il controllo del territorio, degli affari. Questo è l'obiettivo principale ... Ora, magari, ha perduto la misura. Intendiamoci: li considero una banda di criminali, ma stanno combattendo a denti stretti per la sopravvivenza. Quando si sono accorti che Carnevale aveva perduto, che Falcone era entrato nel governo e aveva convinto facilmente i socialisti ad adottare misure liberticide e anticostituzionali, sono scesi in guerra. Tanto, hanno detto, dobbiamo andare in galera comunque...». Lei ritiene che Cosa Nostra abbia colpito a così alti livelli, che attentati tanto distruttivi siano stati organizzati, pensati, decisi in Sicilia?». «Certo ... E allora mi spiega perché non avviene altrove? La mafia siciliana deve prima dimostrare in Sicilia di essere forte e di potere far fronte alle reazioni dello Stato. Le altre organizzazioni mafiose _ la 'ndragheta, la camorra ___ si stanno organizzando, aspettano di vedere come vanno le cose per decidere di attaccare o meno. E una strategia terroristica molto professionale. Quando lo Stato si troverà con quattro, cinque regioni sotto pressione, che cosa potrà fare? Dovrà reagire come in Irlanda, contro l'Ira. La mafia non ha altre possibilità...». «Da Lima in poi, tutto sta dentro questa strategia?». «Le mie profezie si verificano tutte. E sa perché? Perché non sono profezie, sono analisi. Lima è stato ucciso perché ... Mettiamola in questo modo: quando Ciancimino ha tentato di dire come stavano le cose è stato messo a tacere ... I giudici non l'hanno fatto parlare, non hanno accolto la testimonianza di Ciancimino sulle confidenze di Lima ...». «A me non pare che sia andata così».

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«Nel secondo processo Ciancimino ha tentato di parlare. La mafia allora ha detto: questa è giustizia? Doublé standard: una giustizia per me e una giustizia per te. Quando un uomo politico è in auge, non si consente alla giustizia di raccogliere prove contro di lui ... Stesso discorso si fa per le tangenti. La richiesta di mettere a tacere tutto con un condono è un suicidio. La mafia ucciderà, perché è doublé standard. Come per l'Iraq: l'Orni fa rispettare le risoluzion i all'Iraq, ma non fa niente perché Israele si comporti secondo le direttive dell'Orni. Che giustizia è questa? Sono stato in galera con i mafiosi, li ho visti e so come ragionano, ho ascoltato

questi

discorsi

...

Alcuni hanno confessato reati che non avevano mai commesso pur di conquistarsi la libertà ...». «Amendolito, desidero sapere da lei quando la mafia ha deciso di scendere in campo, con quali mezzi e se sta agendo da sola. Lo so, lei mi ha già dato una risposta, desidero tuttavia che riconsideri le mie domande ...». «La mafia si è preparata a lungo; prima ha infiltrato i suoi uomini nelle istituzioni, poi è andata a prendere i migliori esperti di balistica. Stanno facendo la guerra civile ... Probabilmente si sono attrezzati in Medio Oriente. I mezzi certo non mancano ... Sono più vecchi dello Stato. Lei ricorda quali informazioni siano state messe in giro a proposito della morte di Borsellino? Hanno anticipato l'uccisione di Borsellino con la notizia di un attentato contro Di Pietro ... Benissimo! Quella era una falsa informazione ...». «Perché mi dice questo?». «Le dico questo perché vedo che la mafia sta seguendo lo schema che io avevo immaginato. Di Pietro non c'entra niente con la mafia ... Tuttavia Di Pietro è collegato per ragioni di lavoro alla Del Ponte e la Del Ponte in Svizzera dice di essere oggetto di minacce ... La mafia non minaccia nessuno: non ha minacciato Borsellino, lo ha ucciso. Basta! Di Pietro si è messo addosso una paura terribile ed è scomparso dalla circolazione, ma lui non era affatto nel mirino. In pratica è successo che l'infiltrato dei carabinieri, l'informatore che ha passato la notizia, ha ricevuto un messaggio volontariamente inventato dalla mafia per mettere fuori strada la polizia e creare un problema a Di Pietro in previsione di un problema Del Ponte ... Per ora la mafia concentra tutto sulla Sicilia, ha bisogno di destabilizzare, decapitare il sistema siciliano. Visto che Martelli andava in Sicilia, bisognava fargli un po' di paura, fargli sapere _ perché la mafia ragiona in un certo modo _ che lui è ritenuto responsabile, che non è esente da eventuali esecuzioni. Io stesso pensai che avrebbero aggredito Roma, poi quando ho

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sentito che avevano fatto fuori Borsellino, mi sono detto: non ci sono dubbi, stanno puntando sulla Sicilia... Le altre mafie stanno a guardare ciò che succede in Sicilia... Sarà l'Isola il terreno di prova ... La mafia ha ucciso Falcone, ha ucciso Borsellino ma tutto ciò che sappiamo di Falcone è che hanno trovato un pezzo di carta su cui c'era scritto: «non fare politica»; il che significa _ tradotto in termini mafiosi _ non fare demagogia giudiziaria. Non altro: è un messaggio inequivocabile. Loro si esprimono con il loro linguaggio. Non si tratta della minaccia di un attentato, ma di un avvertimento. L'uccisione di Falcone non è stata preannunciata, l'assassinio di Borsellino non è stato preannunciato , ma tutti sapevano, era nell'aria che Borsellino sarebbe stato ucciso perché era la migliore banca-dati dopo Falcone, l'uomo più efficiente, il più legato a Falcone, il più al corrente dei fatti di mafia,

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Otto pagine dopo la strage di Capaci, la lettera anonima che fece tremare i Palazzi e previde la Seconda repubblica La lettera anonima anticipa il delitto, lo spiega e conduce per mano l'indagine verso il luogo prestabilito. Il suo uso può decidere la sorte di una inchiesta, indirizzare le investigazioni verso il vero colpevole o depistare, disinformare, intorbidare le acque. I grandi delitti di mafia sono stati vigilati, scortati, spiegati dalle lettere anonime. Le schede nominative compilate dalla Commissione d'inchiesta sul fenomeno mafioso sono state elaborate dall'Anonimo. L'Anonimo informa, indica, chiede, afferma; le sue opinioni vengono raccolte e catalogate: istituiscono così fascicoli e schede personali che poi verranno stampate e divulgate. Maggiore è il potere della vittima, più alto è il numero delle lettere che pervengono alle polizie e ai magistrati. L'Anonimo può essere un semplice cittadino, il poliziotto, il sottufficiale dei carabinieri, il magistrato _ la notizia del crimine legittima l'indagine _ o il moralista, il vendicatore, l'infame. Buone e cattive ragioni compilano la scheda nominativa, che vive della delazione: nessuna indagine, nessun indizio, né prova ... L'Anonimo segnala la presenza dell'onorevole alle nozze e al battesimo, a un incontro o riunione con capimafia. Si comporta alla stregua di un attacchino che incolla ai muri il suo manifesto e scompare. Trenta giorni dopo la strage di Capaci, una lettera anonima venne recapitata a magistrati, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni: 39 destinatati selezionati accuratamente. Quanti ricevettero la missiva _ otto pagine dattiloscritte _ compresero immediatamente che non si trattava stavolta del solito anonimista, ma di un uomo che aveva accesso negli archivi dello Stato e dimestichezza con investigatori e magistrati. Il suo contenuto non lasciava dubbi: egli sapeva. Ma sapeva che cosa? Sapeva sicuramente che la sua ricostruzione dei delitti di Luna e Falcone, pur calunniosa, sarebbe apparsa credibile come il buon falso di un'opera d'arte. Perché? Non certo per la cattiva fama dei protagonisti della storia, quanto per la plausibilità dei fatti raccontati. La calunnia avrebbe turbato, messo scompiglio nelle istituzioni, colpito a segno, grazie alla dovizia di nomi, di particolari, alla suggestiva rappresentazione del contesto politico. 75

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Quando ne ebbi copia _ era il 26 o il 27 maggio _ lessi con cura. Vi trovai nel mucchio dei sospettati persone perbene, ma rimasi egualmente colpito dalla precisione della ricostruzione dei delitti, dalla rivelazione di mandanti ed esecutori e da una appendice davvero straordinaria che in 29 punti, ben sintetizzati, elencava «indagini e accertamenti che si ritengono utili ai fini di dimostrare giudiziariamente vere le affermazioni della nostra lettera». Una specie di delega a indagare, che nelle inchieste giudiziarie viene affidata dal magistrato alla polizia. Il dattiloscritto meritava un accurato esame. Mi ripromisi di farlo in una fase successiva, appena le reazioni sarebbero state note. Avrebbero aperto indagini? I giornali ne avrebbero dato notizia? Questi interrogativi mi incuriosivano quanto i fatti raccontati dalla lettera. La ragione è presto detta: non c'era settore della vita pubblica _ istituzioni politiche, polizia, autorità giudiziaria, giornali _ che non fossero stati presi di mira, ognuno attraverso un episodio, una circostanza minuziosamente riferita con maestria. Basterebbe reagire con il silenzio, pensai. Non c'è maniera migliore per seppellire bugie o verità svantaggiose. Ed in effetti la consegna del silenzio resse per alcuni giorni, ma c'era una ragione precisa: le rivelazioni sul diario segreto di Giovanni Falcone occupavano ampi spazi di cronaca, relegando ai margini anche le notizie sulle indagini. Ma la lettera era troppo appetibile perché non divenisse notizia. La conflittualità all'interno dei vari corpi dello Stato, dei settori pubblici interessati, aprirono un varco. Con prudenza, gradualità. Come pubblicare il testo, o alcuni suoi brani, senza calunniare uomini e istituzioni impunemente? Come evitare l'ingerenza della delazione anonima sullo scenario dell'indagine (non l'indagine vera, ma quella sul diario di Falcone)? Il blocco venne forzato dal quotidiano «La Sicilia» di Catania; seguirono le testate nazionali. Non tutte, ma alcune; curiosamente, quelle che meno s'erano impegnate a raccontare illazioni e brandelli di verità nell'indagine sul diario. Chi legge sospetta così che i delitti Lima e Falcone siano stati compiuti per agevolare la scalata al potere di uomini nuovi nella De. Lima costituiva un ostacolo al disegno e andava eliminato; Falcone, incaricato di svelare la trama e colpire i suoi autori, doveva essere ucciso. L'esecutore? Totò Riina, al quale secondo l'anonimo, viene assicurata l'impunità ad una grossa fetta negli appalti pubblici. Totò Riina avrebbe goduto delle leggi speciali per i pentiti che «avrebbero consentito l'ottenimento di clamorosi successi... Riina accetta l'accordo anche

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a nome dei catanesi Santapaola e della mafia dell'agrigentino, sulla quale ... (il mandante; n.d.r.) dichiarò di contare già insieme a quella trapanese». «L'omicidio Lima fu compiuto da sicari convocati appositamente in Sicilia dal 76 Provenzano, braccio destro più che socio del Riina. Uno di essi veniva dalla Toscana, mentre nulla si sa circa la provenienza dell'altr o. Essi rimasero a Palermo nei tre giorni precedenti l'assassinio e se ne ripartirono dieci giorni dopo. Per tutto questo tempo furono ospitati in una abitazione di San Lorenzo da amici di Mariano Troia, uomo di spicco della mafia dì San Lorenzo...» «Prossimi al successo, agli uomini ^nuovi" della politica... non rimane che la soluzione estrema. Ma come fare? Su chi contare per un lavoro svolto bene? Lo stesso Riina, avvicinato dal... prende le distanze perché ritiene controproducente per la sua causa un simile omicidio e perché lo ritiene di quasi impossibile attuazione, almeno fino a quando Falcone gode della nota protezione. Non rimane che la soluzione ^servizi". Chi e che cosa si nasconda sotto questo nome vada a Palermo in Via Roma 457». «Il Riina si dice interessato alle proposte..., ma si riserva di dargli una risposta dopo aver parlato con altri gamici". La risposta arriva due giorni dopo, quando viene fissato un nuovo incontro, che viene tenuto in una giornata di domenica presso la stessa abitazione del... Di ciò che si discusse si sa soltanto quanto lo stesso Riina ebbe a riferire al proprio consigliere... che ne informò alcuni dei suoi amici massoni. Venne chiesta una fattiva collaborazione di tutta la mafia controllata dai corleonesi nella campagna elettorale...». «Una soluzione del problema del reinserimento dei latitanti nella società civile doveva pertanto passare per la scomparsa di Lima, anche tìsicamente. ^Non c'è problema", affermò il Riina. Impegnatosi in tal senso, chiese maggiori spiegazioni sulle modalità del reinserimento suo e dei suoi amici. Esso prevedeva... due tempi: sull'onda della protesta civile, sarebbero state approvate alcune leggi speciali, una delle quali avrebbe previsto l'immunità a quei pentiti della mafia, che avrebbero consentito l'ottenimento di clamorosi successi alle forze di polizia. Contemporaneamente lo stesso Riina e i più importanti latitanti del suo gruppo si sarebbero fatti arrestare, consentendo agli uomini nuovi... di presentarsi di fronte all'opinione pubblica come i vincitori del fenomeno mafioso. In nome di tale vittoria essi avrebbero chiesto e ottenuto in elezioni anticipate il meritato premio, che avrebbe loro consentito di governare per almeno i prossimi vent'anni, con tutti i vantaggi che un prevedibile controllo assoluto delle maggioranze parlamentari avrebbe comportato».

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L'intrigo immaginato dalla lettera anonima si snoda attraverso compiacenze e collusioni, parentele ed amicizie, affari sporchi e favori elettorali, patti spregiudicati e lungimiranti alleanze di partito. Ogni tassello al posto giusto. Sbalorditivo, tutto verosimile, come la sceneggiatura di un film di mafia pieno d'azione, con i cattivi e i 77 buoni. Manca solo il lieto fine. E uno di quei casi in cui _ fandonie o meno _ la spazzatura va esaminata turandosi il naso, magari. Bisognava anzitutto delimitare il perimetro entro il quale la «sceneggiai ura» era stata tracciata, chi aveva fornito gli elementi per la scaletta e indicato i personaggi comprimari e i protagonisti ... Questo avrebbe reso più chiaro il movente, consentendomi d'analizzare meglio il contenuto e coglierne gli aspetti più utili all'indagine. Almeno così mi piaceva pensare, forse per giustificare l'istintiva curiosità di individuare l'autore della lettera anonima. Quali caratteristiche deve possedere? mi chiesi. Deve essere al corrente degli eventi politici, delle trame più riservate nei partiti; deve conoscere carte processuali, investigatori, procedure penali. Un magistrato? Un avvocato? Un agente dei servizi? È un moralista o un provocatore? Disinformazione insieme a squarci di verità? L'enigma mi avvinceva. Invece che sui fatti, tuttavia, avrei indagato sulla loro rappresentazione. Ciò che avevo condannato ... Ma non riuscii a venirne fuori. Anche perché credetti di cogliere un dato essenziale: l'attitudine all'indagine di un uomo _ il delatore anonimo _ che non ha il potere d'investigare. Potrebbe agire per conto di investigatori professionisti e grazie alle loro confidenze, alle loro frustrazioni... Pensai a quante operazioni di polizia negli ultimi anni erano state bruciate da una fuga di notizie, dalle iniziative della polizia concorrente, dalle talpe. L'Anonimo lamentava, tra l'altro, l'insabbiamento di due rapporti dei carabinieri, dedicati agli affari fra boss e imprenditori, massoni e uomini politici: 890 pagine («Accuse circostanziate verso uomini politici mentre ci si limita a ordinare l'arresto dei loro.... e non si procede contro di essi neppure con una miserabile informazione di garanzia»). Evidentemente, supposi, vuole accreditarsi come un uomo che ha accesso alle carte riservate dei carabinieri. Più avanti erano ricordate le indagini della Guardia di finanza e della polizia che non hanno avuto seguito, a causa di interventi e pressioni. «L'elenco potrebbe continuare, ma non faremmo che ripetere fatti, che verranno sicuramente alla luce se si vorrà indagare con onestà e buona volontà più e meglio di quanto abbiamo potuto fare noi fino a questo momento ... Non si citano altri incontri o fatti perché essi sono facilmente riscontrabili con attente indagini delle autorità giudiziarie».

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L'elenco dei destinatari _ 39 _ svela propensioni e diffidenze. Esclude i leader dei partiti di sinistra e della De, privilegia la Gazzetta del Sud, quotidiano della provincia di Messina, le nuove opposizioni politiche (Leoluca Orlando per La Rete e Gianfranco Miglio, ideologo della Lega lombarda) e i liberali. Commette lievi errori nell'indirizzare la lettera alla Guardia di Finanza (Nucleo operativo in luogo di Nucleo di polizia tributaria) e ai Carabinieri (Nucleo investigativo in luogo di Nucleo operativo). La scelta dei magistrati ed il loro ordine è, come dire, lo specchio 78 dell'anima: in coda il «dottor Celesti procuratore della Repubblica», il quale dovrebbe essere il primo destinatario. Non c'è il nome, né la sede del distretto (Caltanissetta). Fra i primi, invece, «Vincenzo Ceraci, sostituto procuratore presso Corte Cassazione», «Vittorio Teresi, sostituto procuratore Tribunale di Palermo» e «Paolo Borsellino, Procuratore della Repubblica» (non c'è la qualifica di aggiunto, né la sede di Palermo), il dottor Carnevale Presidente della 4a sezione (in luogo della la) e il sostituto procuratore Alberto di Pisa. L'apparente assenza di un criterio nella scelta dei destinatari non mi permetteva di trarre alcun indizio utile. Tuttavia, un segnale poteva venire dalla preferenza concessa alla Gazzetta del Sud, che sembrava indicare l'area nella quale l'anonimo vive o opera. Quest'area comprendeva il nord della provincia di Messina e si allungava nel Palermitano fino a Cefalù. Seguendo questo fievole indizio, controllai le 29 richieste di accertamenti che chiudono il dattiloscritto; trovai così una possibile conferma alla mia supposizione. Due di esse pretendevano indagini «sulle modalità d'assegnazione alla Consilfer dell'appalto concorso relativo al raddoppio della ferrovia Fiumetorto Cefalù» e «sull'appalto della strada San Mauro Castelverde-Ganci, prima assegnato all'impresa Maniglia e poi di fatto all'impresa di Cataldo Farinella, con particolare riferimento al ruolo svoltovi in entrambi i casi dal boss maurino Giuseppe Farinella insieme a Lima e all'ex senatore Carello». Nell'elenco delle sue proposte, l'anonimo inseriva brogli negli appalti, «false certificazioni di lavori eseguiti in Libia, l'attività della sezione fallimentare di Palermo, le assunzioni presso le Poste in campagna elettorale, il lotto clandestino». Un calderone colmo di tutto. Ma era quell'interesse alle vicende messinesi il filo che intendevo seguire. Interrogai la Banca dati dell'Assemblea regionale e scoprii che una interpellanza, vecchia di alcuni mesi e firmata dall'onorevole Franco Piro, Presidente del Gruppo parlamentare de La Rete, affrontava la questione del raddoppio della linea ferrata Fiumefreddo-Cefalù. Ne parlai con Piro, che ricordò di avere assunto informazioni nel messinese, ma non seppe dirmi chi gli avesse dato

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alcuni particolari sul caso; in compenso rammentava perfettamente di avere parlato con qualcuno che aveva una perfetta conoscenza della zona. La persona giusta da consultare, mi dissi. Tornai al terminale e interrogai stavolta la Banca dati dell'Ansa usando i nomi contenuti nella lettera per avere informazioni sui loro precedenti. Appresi così che Giuseppe Farinella, il boss maurino, era stato indicato dal pentito Giuseppe Calderone come il capo della cosca mafiosa di Gangi. Per saperne di più avrei dovuto leggere le carte giudiziarie. La notizia dell'Ansa mi offriva preziose indicazioni. Mi procurai facilmente una copia dell'ordinanza di rinvio a giudizio presentata dalla Procura della Repubblica di Termini Imerese sulla mafia delle Madonie. Le accuse si reggevano 79 sulle confessioni dei pentiti e sulle rivelazioni di tale Angelo Sciortino. «L'organizzazione mafiosa cercava di entrare in possesso dei terreni e dell'Azienda agricola di Angelo Sciortino ... il quale, dopo avere respinto l'offerta degli imputati Giuseppe Farinella e Salvatore Guercio, subiva per ritorsione tutta una serie di danneggiamenti e pìccoli furti e probabilmente non subiva sorte peggiore in forza dell'antico rispetto portato dall'organizzazione al suo defunto zio, Giovanni Sciortino, personaggio di sicuro spessore mafioso». Sciortino era una vittima della mafia ed insieme un uomo che aveva vissuto in una famiglia di mafia. Reagiva a un sopruso o combatteva la sua guerra personale contro la mafia? Una mosca bianca. Quasi un sopravvissuto. Forse qualcosa di più. Un capitolo dell'ordinanza era dedicato ai legami della famiglia madonita con il mondo della politica. «L'organizzazione, che già vanta un considerevole controllo del territorio, non si è lasciata sfuggire nel tempo l'occasione di controllare anche la vita politico-amministrativa dei comuni madoniti e di sfruttare a proprio vantaggio occasionali accordi con pubblici amministratori ...». Ciò che lessi successivamente provò che il mio interesse per la mafia madonita e per Angelo Sciortino era ben riposto. L'ordinanza, infatti, anticipava i temi affrontati dalla lettera. «Sembrerebbe, addirittura, che negli anni passati a Cefalù sia esistito una sorta di partito trasversale o comitato d'affari composto da elementi di diversa estrazione politica, da soggetti appartenenti alla massoneria e alla mafia ...». Il magistrato, a questo punto, richiama «le pur reticenti dichiarazioni di Francesco Marino Mannoia, di monsignor Catarinicchia, vescovo di Cefalù e del teste Angelo Sciortino», persuaso che le vicende politiche locali evidenzino «inquietanti inquinamenti mafiosi nella vita politico-amministrativa di Cefalù... Le

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dichiarazioni dei cosiddetti pentiti e quella sui generis del teste Angelo Sciortino, hanno permesso di disegnare l'organizzazione delle famiglie mafiose operanti nel circondario». Il rapporto fra Sciortino e gli inquirenti non era idilliaco. Una circostanza che suscitò il mio desiderio di parlare con lo Sciortino, definito ora reticente, ora «sui generis» e tuttavia credibile visto che aveva «permesso di disegnare l'organizzazione delle famiglie mafiose». Nei suoi confronti il magistrato faceva un discorso a parte: «Egli ben conosce uomini e situazioni per avere vissuto ed operato in San Mauro Castelverde e per estrazione familiare ... Lo zio Giovanni era conclamato uomo d'onore, come peraltro dimostrato dalla partecipazione al suo funerale di uomini d'onore del calibro di Michele Greco, Stefano Bontade, Giuseppe Pizzuto e Giuseppe Farinella... Lo stesso Sciortino aveva la possibilità di essere combinato uomo d'onore, ma la sua cultura civica e la sua umana avversione per ogni forma di 80 violenza e sopraffazione gli hanno fatto scegliere un'altra strada. Scelta che si è rivelata per lo stesso alquanto dolorosa, atteso che oltre alla disistima dei suoi compaesani maurini, ha dovuto subire il tracollo della sua azienda agricola ed infine ha dovuto abbandonare le sue stesse terre». Sciortino mi avrebbe aiutato a capire. Non ha ottenuto giustizia, ha perso tutto. Un'altra vittima fra i collaboratori della giustizia che non hanno le spalle coperte? Attorno a loro è terra bruciata. Non hanno amici, sono braccati dalla mafia e dai bisogni dell'antimafia. Deve essere tremendo... Ora dovevo cercare l'intermediario che mi facesse parlare con Angelo Sciortino. Mi fu indicato il nome di un commerciante di Cefalù, gli telefonai. Mi promise che avreb- be cercato di aiutarmi. Si trattava di aspettare. Non potevo fare altro: Sciortino non aveva telefono, né un domicilio. Nessuno seppe dirmi se abitasse a San Mauro, a Cefalù, a Palermo o fuori dalla Sicilia. Fui informato, da ultimo, che egli preferiva risiedere nel Nord Italia, per non far correre pericoli alla famiglia, ma nulla di più. Tornai ad analizzare gli otto fogli, nella speranza di trovare altri appigli. Sospettai che l'indirizzario non fosse stato compilato da chi aveva provveduto alla stesura della lettera: confuso e impreciso il primo, lucido e conseguenziale il testo. Era possibile, comunque, supporre un'aggiunta di indirizzi in una fase successiva. Seppi anche che la lettera non era pervenuta ad alcuni destinatari, ma la notizia non mi stupì, dal momento che taluni nomi non avevano un indirizzo completo.

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Questioni marginali. Il testo raccontava in prima persona plurale la trama dei delitti con l'eccezione di 10 righe in quarta pagina, quando in un moto di indignazione 1 ' Anonimo scriveva: «Dimenticavo ; gli ispettori del ministro Martelli e le commissioni del Csm hanno trovato tutto a posto». Le otto righe che precedono l'ispezione appaiono confuse, avulse dal testo. «Noi non sappiamo più altro, se non la conclusione del tutto, che ha colpito gli animi degli uomini onesti». È una espressione priva di logica. La lettera concludeva con un invito a riflettere diretto «a tutti i destinatari, fra i quali figurano gli stessi accusati». A costoro l'Anonimo ricordava: «iniiuram ipse facias ubi non vindices. Commette una ingiustizia colui che venendo a conoscenza di un fatto illecito non contribuisce a punirlo... Ormai non potete fingere di non sapere». L'atteggiamento moralistico è una costante degli anonimi, ma stavolta mi sembrò che costituisse la caratteristica precipua grazie a espressioni come «rozza furbizia» o «un certo elettorato clientelare poco propenso a scelte ideali». Il dipartimento investigativo antimafia fu il più lesto a pronunciarsi sulla lettera. Ha una firma leggibile: la mafia. Il 15 luglio, qualche giorno dopo, l'autorità giudiziaria nissena espresse lo stesso parere: «una parte fanta-politica è scritta da un addetto ai lavori; una parte giudiziaria, risulta del tutto infondata».

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Il delitto di Salvo Lima, anteprima delle stragi di mafia e dei nuovi partiti Mi proposi di ricominciare dall'omicidio Lima: mandanti ed esecutori locali, affari siciliani. Il gioco dell'oca, insomma. Incontrai Salvatore Capitummino, deputato regionale della De. «Per capire chi ha ammazzato Lima _ aveva detto a poche ore dal delitto _ bisogna cercare dentro la De». «Lei onorevole, ha indicato una ipotesi precisa ...» esordii. Dietro gli occhiali scuri di Capitummino colsi una tensione palpabile. «Ho fatto un ragionamento elementare _ disse _. Lima ha garantito gli equilibri di potere, attraverso i suoi uomini nel partito e nelle istituzioni, ovunque ci sia qualcosa da decidere. Quando le istituzioni franano, i partiti non contano più, i centri tradizionali di potere si sbriciolano, nessuno può più garantire nulla, ad alcun livello. Lima, perciò, diventa debolissimo...». «Chi ha guadagnato con la sua morte?». «La mafia, che ha creato equilibri diversi...». «Ma allora, che significa puntare il dito sulla De, quasi che il mandante venisse dal suo interno». «Un momento. La De è il partito che gestisce il maggior potere. Lo sfascio ha colpito in pieno la De. È chiaro che tutto parte da lì». «Chi ha ammazzato Luna?». «Posso dire che non sarebbe morto se i tradizionali punti di riferimento fossero rimasti saldi. I referenti del potere oggi scappano dalla Sicilia ma questo non significa che non ci sono. La Regina Elisabetta si serviva dei pirati per mantenere saldo il potere dell'impero britannico. Chi rimane e non scappa sarebbe colluso o funzionale alla mafia? Inaccettabile». «E chi sono i pirati?». «Napoleone Colajanni sosteneva che la mafia sarà battuta quando scomparirà il malgoverno di Roma». «Perché muore Lima?». «Chi svolge un ruolo nella De, qualsiasi ruolo: conflittuale, di mediazione, subisce i tempi. L'omicidio Lima a chi ha giovato? Lo ha detto Giovanni Falcone: è saltato il vecchio equilibrio.

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Ho sentito paura, legittima paura, nelle parole di Falcone. Dobbiamo capire la lezione. Altrimenti ...». A Capitummino stava a cuore il suo partito, il complesso meccanismo che lo governa, le ipotesi di un futuro nebuloso. Gli ricordai il ruolo di Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, il suo ruolo di mediazione fra il partito e la mafia. «Gli è stata promessa impunità _ osservai _. Il delitto Lima è legato a questa promessa non mantenuta?». «Non lo so», rispose senza titubanze. «Ciancimino è stato tradito _ gli feci notare _. Era il collettore di molti affari, ha pagato per tutti». «Il fatto è che sono state create aspettative, che è stato garantito un flusso di capitali. Denaro che non può arrivare più... C'è gente che si è impegnata ed altra gente che ha speso tutto ...». Lima, dunque. E lui la chiave di tutto. Eppure l'assassinio di Lima è stato seppellito insieme alla sua vittima. Sei mesi, non una parola sulle indagini, quasi che Luna da morto possa parlare, lui che in vita era il più parco e il più spartano degli uomini pubblici siciliani. Non penso a una congiura, ma ad una consegna, una scelta che accomuna tutti quelli che contano... Capitummino? Una scheggia, una mina vagante o più semplicemente, un uomo che non ha l'obbligo del silenzio. Il mattino successivo all'incontro con Capitummino lessi qualcosa che smentiva quel silenzio. Il capo della Squadra mobile di Palermo, La Barbera, aveva deciso di parlare. «Mandanti e killer sono siciliani...», confida al Corriere della Sera. Il movente? «Borsellino e Falcone non sono omicidi che vanno considerati a se stanti. Bisogna partire da Lima, che un significato ce l'ha». Un significato politico? «È il caso di guardare oltre. Ai delitti Saetta e Scopelliti. Sul delitto Lima, Falcone diceva: «Qui è saltata un'assicurazione sulla vita. Dovremmo sapere perché». Dunque, Falcone ebbe la percezione netta che quel crimine segnava una svolta nella strategia politica di Cosa Nostra. E se ne preoccupò al punto da indagare sul delitto. Con discrezione, ma anche con determinazione. Vide Buscetta? Buscetta smentisce... Non è questo il punto. Falcone si interessò del delitto, delle sue conseguenze. Ne parlò con gli investigatori, cercando di seguire una traccia? Quale?

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La Barbera è persuaso che la morte di Lima abbia un significato politico. Il suo fiuto lo induce a puntare su Lima, piuttosto che su Falcone e Borsellino. L'assassinio di Lima è leggibile perché offre uno, due moventi; l'assassinio di Falcone è situato in un contesto troppo largo, dispersivo: riciclaggio sovietico, tangenti milanesi e denaro sporco, legislazione speciale antimafia e altro, altro ancora. Borsellino ripropone gli stessi temi: la sua fine è legata con un cordone ombelicale a quella di Falcone, del quale eredita tutto: la Superprocura possibile, la straordinaria memoria degli eventi, i collegamenti con i pentiti, la tenacia... Lima, dunque, è il grimaldello. Se si trova la chiave adatta, tutto il resto potrebbe essere chiaro. La Barbera comunica con le parole del poliziotto. Il significato politico del delitto, cioè il movente, viene così proposto attraverso due nomi: Saetta e Scopelliti. I due magistrati furono uccisi perché avevano mandato in galera i boss e ce li volevano tenere. E Lima che c'entra? Lima non è in grado d'impedirlo. Non vuole e non può. Credo poco alle coincidenze. Gli eventi si susseguono e ci meravigliano, quando le probabilità che si verificano sono alte... Capitummino mi parla di Lima dopo i delitti Falcone e Borsellino, La Barbera torna a Lima... I due non si erano scambiate le loro opinioni. Tuttavia sono entrambi convinti che la leggibilità dell'assassinio di Lima sia alta e che perciò si debba partire da questo delitto. «E meglio guardare in casa _ sostiene La Barbera _. Io sono un uomo da marciapiede. Lavoriamo sulle strade siciliane. E, sempre, con i piedi per terra..,». E Falcone, Borsellino? «L'artificiere della mafia non può essere né un palestinese, né un picciotto di Agrigento... Borsellino aveva scoperto un nuovo organigramma della mafia. C'è una marea di picciotti pronti a tutto. La preparazione della strage di Capaci è stata più macchinosa di quella di Borsellino. Il delitto Borsellino è più vicino a quello di Chinnici. Il posto da cui è partito l'impulso del telecomando era dietro il muretto del giardino di via D'Amelio. Abbiamo trovato le sgommate dell'auto dei killer in fuga... Il metronotte Satina non può non avere visto. È in galera per reticenza...». Su questi punti, La Barbera non mi convince. Questo non significa che abbia torto, ma solo che ne sa più di me... Sarà necessario verificare sul posto l'attendibilità dei miei dubbi. Prima di allora, mi limito ad esprimere le mie perplessità. La decisione di parlare, da parte di La Barbera, è un elemento su cui riflettere. Nessun poliziotto fa sapere da che parte sta andando. E quando lo fa sapere, significa che ha gli strumenti per acciuffare la sua preda,

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dopo averla spaventata. Anzi, la spaventa per farla uscire dalla tana. È tutto nebuloso, per ora. Piuttosto, il ragionamento di Capitummino va analizzato. Mi riferisco, naturalmente, alla pista interna, al ruolo di Lima più esposto rispetto agli altri e alle vicende di Vito Ciancimino, legate a doppio filo _ politicamente _ con Luna. Non più né meno di altri, mi è stato più volte fatto osservare. Giusto, ma non cambia nulla. Stanno al vertice, sono costretti a parlarsi, a confrontarsi, a prendere accordi... Bisogna fare un passo indietro, negli anni '70, quando la De di Palermo riconosce Ciancimino come uno dei suoi capi senza vergognacene. Cominciano a morire gli imprenditori, molte imprese cambiano proprietà, uomini nuovi conquistano in poco tempo posizioni di privilegio nel mondo degli appalti pubblici. «Tra i casi più rilevanti c'è quello dell'imprenditore Rosario Spatola, legato al capomafia Salvatore Inzerillo, ucciso nel 1981 e a Giovanni Gambino-, racconta Umberto Santino, un esperto dei comportamenti mafiosi. «Nel 1969 Spatola si limitava a piccoli lavori per un valore di 30 milioni di lire; nel 1978 ottiene la cessione di un appalto per 10 miliardi e 500 milioni di lire, subentrando a una grossa impresa in difficoltà economiche. Nella concessione dell'appalto un ruolo importante ha avuto Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e allora membro della commissione dell'Istituto autonomo case popolari, ma alla base del loro successo nella gara egemonica con altri imprenditori è senza dubbio la disponibilità di capitale derivante da traffico di droga». I capitali provenienti dalla droga fanno nascere le imprese mafìose e queste entrano nel mondo politico, industriale, finanziario senza incontrare ostacoli. Chi cerca di resistere, si ribella, o semplicemente non vuole rinunciare al suo diritto di partecipare ad un appalto «già assegnato» viene ammazzato o fallisce. E la politica, le istituzioni? Alcuni si adeguano altri patteggiano, si alleano. E chi non ci sta, rischia la vita. Le complicità non sono tutte uguali. Ma chi regola il traffico, garantisce il rispetto dei patti, le egemonie, non è solo un complice occasionale ma ha un rapporto organico con Cosa Nostra. Che abbia prestato giuramento o si sieda attorno al tavolo dei capi, è irrilevante. II capo della mobile, pensai, fa il suo mestiere: far sapere meno possibile. Toccava a me capire. Gli uomini incaricati dell'avvistamento in via D'Amelio, a sentire lui, erano nascosti dietro il muretto del giardino che taglia in due la strada. Ma il muretto dista dal luogo dell'esplosione venti metri. Se fossero stati cinquanta-settantametri avrebbe avuto ragione La Barbera. Quali indizi gli facevano credere che fosse quello il luogo giusto? Perché, in ogni caso, aveva deciso di rivelare quel particolare importante dell'attentato? Qualunque fosse la

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motivazione,

la notizia andava verificata. Ma non era facile. Sarebbe stato impossibile

misurare la distanza, poiché la zona era vigilata e transennata. Avrei dovuto fidarmi dei miei occhi. La sorte mi aiutò. Mentre cercavo di escogitare il sistema giusto per avere le informazioni, incontrai Salvatore La Marca, che è un dipendente dell'Assemblea regionale ed è proprietario di uno degli appartamenti danneggiati dall'esplosione, al numero 12 di via D'Amelio. «Quanto dista il muretto dalla tua abitazione?», gli domandai. «Quindici metri, ad occhio e croce». «Ne sei sicuro?». «Certo, ne sono sicuro-. «E allora, avrebbe potuto essere pericoloso per loro appostarsi lì dietro. L'esplosione avrebbe potuto colpirli... E in ogni caso, perché scegliere un luogo così vicino... Rende più difficile la fuga e più facile l'identificazione... Hanno trovato un piccolo fossato sul prato, dietro il muretto, ma questo non conta niente: chi ci dice che sìa stato fatto dagli assassini? E così?». «È così...», ripetè. «Quel metronotte avrebbe visto e non parla?*. «Non ne sarei così sicuro... Non basta avere i monitor sotto gli occhi per vedere rutto... Ogni tanto ci si riposa, si legge il giornale... Non succede mai niente... Chi può dire se ha visto e non parla». Decisi di tornare in via D'Amelio. Ci sarei andato di pomeriggio. A Palermo, nei pomeriggi d'agosto non escono di casa nemmeno i cani. Ma a colazione ricevetti la notizia che Leoluca Orlando sarebbe venuto a Palazzo dei Normanni per una conferenza stampa. Domandai quale fosse il motivo di una decisione così improvvisa. «I legami fra mafia e massoneria», mi dissero. Partecipai alla conferenza. Orlando lesse appunti scritti a mano: sette foglietti, le cui copie vennero distribuite. «C'è uno scontro durissimo in Europa dopo la caduta del muro di Berlino...», esordì. «È in corso una redistribuzione dei poteri... La mafia sta dentro le vicende internazionali per effetto del traffico d'armi e dì droga, della sua presenza nei grandi mercati finanziari... In questo contesto si inserisce il ruolo politico ed intemazionale della massoneria, fortissimo ad est, tradizionalmente forte ad ovest... La massoneria non è però solo la P2 di Licio Gelli... Non accettiamo di assistere passivamente ad uno scontro fra cosche mafìose e fra logge massoniche».

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Ebbi da Orlando la copia di un esposto inviato al Consiglio superiore della magistratura. Raccontava i delitti politici degli ultimi dieci anni a Palermo, attraverso i dubbi, le reticenze, le contraddizioni emerse dalle inchieste giudiziarie. I delitti di Lima, Falcone e Borsellino apparivano come la prosecuzione di quella catena dì delitti tutti originati, decisi ed eseguiti all'interno del medesimo contesto. Cambiavano le vittime, ma non le motivazioni, le connivenze tradizionali. Gli otto fogli anonimi, depurati delle fantasie velenose, potrebbero aiutarmi a scoprire l'ingranaggio. E Angelo Sciortino? Sicuro, anche lui... Lo pregai di anticipare il nostro nuovo incontro, acconsentì di buon grado. Subii un lungo preambolo sui guasti della politica prima di affrontare la questione che mi stava a cuore, Salvo Lima. Angelo Sciortino mi disse che anche a San Mauro Castelverde, Lima poteva contare su importanti amicizie. «Un'altra cosa... _ aggiunse _. Non sì può preparare un attentato importante senza avere ricevuto un assenso o avere dato almeno una informazione preventiva... Anche per un problema pratico... Mettiamo che Totò Riina si stia recando a Taormina per trascorrervi le vacanze e che sulla autostrada si stia preparando qualcosa ai danni di un personaggio importante. Se Riina non venisse avvertito, la sua presenza in quel luogo costituirebbe la prova della sua partecipazione all'attentato. I capi devono stare lontani, più lontani possibile... Se a Catania si deve uccidere un poliziotto, i boss del clan Santapaola spariscono dalla zona...». «Riina... È ancora lui il capo dei Corleonesi? E i Corleonesi? E i Corleonesi sono ancora vincenti?». Sciortino mi osservò con aria di sufficienza. «La moglie di Bernardo Provenzano è tornata di recente a Corleone, che è la città più tranquilla d'Italia... Le pare che Provenzano faccia correre pericoli alla sua famiglia? Se i Corleonesi fossero in disgrazia, una decisione di questo tipo equivarrebbe a un suicidio. Ci sono troppi conti in sospeso. Chissà in quanti aspettano il momento giusto... Si sono dette molte fesserie... che Provenzano ha rotto con Totò Riina. Non è vero, per la stessa ragione di prima: se Provenzano litigasse con il suo capo, non manderebbe la moglie a Corleone...». «Se ne sono dette tante, Sciortino... Per esempio si è detto che Totò Riina si sarebbe consegnato allo Stato... e che aveva voluto fare sapere di esserci. E guai a chi nonne avrebbe tenuto conto...». «Lei parla dell'avvocato Fileccia, il legale di Riina...».

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«Proprio lui... Perché ha raccontato ai giornalisti di incontrare regolarmente Riina? Sapeva bene che sarebbe stata considerata una provocazione! All'indomani del massacro di Capaci, lui s'imbatte casualmente nella giornalista della Rai e spiffera ai quattro venti le sue frequentazioni con il pericolo pubblico numero uno... Fileccia sa che questo gli provocherà problemi... Eppure parla...». «Se parla, una buona ragione deve averla...», mi interrompe infastidito. «Un avvertimento? Un messaggio affidatogli da Riina? Chi sono i destinatari? «Anche qui un sacco di fesserie», osserva Sciortino, accendendosi una sigaretta. «Le da fastidio?», chiede. «No, fumi pure», mentisco. «Perché, perché... Ma lei ricorda le ultime parole del suo messaggio?». «No, non le ricordo...». «E invece deve ricordarsele. Fileccia si rivolge a Riina... Se mi ascolta, dice l'avvocato, sappia che lo difenderò con tutte le mie forze...». «Allora, Fileccia lo rassicura...». «Fileccia non vedeva Riina da almeno sei mesi... Secondo me ha commesso qualche imprudenza, magari in buona fede... Può capitare a tutti di presentare a un amico la persona sbagliata..., che non rispetta gli impegni... Così ha dovuto esporsi... Non potendo incontrare Riina, a causa degli stretti controlli cui era sottoposto, non ha altro mezzo che la televisione per parlargli. E chi avrebbe potuto rimproverargli qualcosa... Faceva il suo mestiere, ribadiva di volere difendere il suo cliente. Un suo diritto!». «Va bene, ho capito», ammisi. «Ma questa voce che Riina voglia costituirsi da dove nasce? Dalla Polizia? Dai magistrati? È un tentativo di mettere scompiglio fra le cosche?». «Ridicolo...», esclama Sciortino. «Non escludo che ci possa essere un disegno di questo tipo. L'anonimo l'ha scritto... Ma ciò potrebbe avvenire solo quando Riina è certo che gli impegni saranno mantenuti...». «Quali impegni?». «Lui parla, racconta quello che c'è da raccontare e ottiene sconti, impunità. Il patrimonio non verrà toccato... E chi potrebbe, se non s'indaga? Prima deve aggiustare tante cose, assicurarsi il potere anche per il dopo... Altrimenti finisce come Michele Greco...». Ricordai quanto mi aveva detto Pippo Morina sul conto di Michele Greco... Era stato un confindente? Le chiavi della sua villa di Favaloro le aveva il colonnello Russo, assassinato per le sue indagini sulla diga Garcia... Non feci più domande sulla conversione di Riina. Fu Sciortmo a tornare sull'argomento, dopo una breve divagazione sui voti mafiosi ai partiti. Fra

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le elezioni regionali di giugno del 1991 e quelle nazionali di aprile del 1992, ci sarebbero slati significativ i ritorni della mafia nella sua antica dimora. Bastava leggere i dati elettorali, le preferenze, scegliendo un campione significativo. Un nome, un partito, un paese... e si capisce tutto. Ma chi ha interesse a capire?». Fece una lunga pausa, durante la quale affidò alla sigaretta il compito di mettere in fila i pensieri, attraverso nuvolette di fumo che disegnavano abilmente dei cerchi. «Lei si sta fabbricando le aureole», scherzai. Sciortino mugugnò qualcosa, che non riuscii ad ascoltare. «La normalizzazione sarà pilotata dai grandi latitanti...», riprese. Mi parve compiaciuto... «Lei da che parte sta?», gli domandai. «In politica?». «Certo, in politica...», dissi con un certo imbarazzo. «Ho scritto al segretario del Pii, Altissimo, invitandolo a dimettersi dal partito, perché non è più un liberale...». «Sciortino, io voglio sapere chi ha ammazzato Falcone, chi ha ammazzato Lima, chi ha ammazzato Borsellino». «Lo vorrei sapere anch'io», fece asciutto. «Va bene, ho capito. Mettiamola così... Per quale ragione è morto Falcone? Quanto conta la mafia di Agrigento?». «Le mie sono congetture, analisi...». «Sicuro, congetture...». «Secondo me, il povero maresciallo Guazzelli aveva visto giusto. Era arrivato ai conti bancari dei Corleonesi... Una scoperta casuale. Mise tutto nelle mani di Falcone... Le sue carte arrivano anche a Borsellino. I Caruana e i Cuntrera hanno un buon rapporto con i Corleonesi, operano nell'altro mondo. In Canada, in Venezuela. Quando Guazzelli indaga è pronto il grande appalto deirAgrigento-Palermo... Falcone è stato ucciso per ciò che si preparava a fare, non per quello che aveva fatto... Le ragioni sono più d'una... Da Roma venivano informazioni precise sull'attività di Falcone al Ministero. Chi informava la mafia, ha armato la mano della mafia... Falcone sapeva come operavano le grandi cosche a livello internazionale e stava predisponendo un piano per contrastarle efficacemente... Sapeva distinguere il pentito «serio» da quello che vende fumo. Era l'unico magistrato ad avere le palle ed una grandissima fantasia. Riusciva ad immaginare le mosse dell'avversario, a ragionare con la sua

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testa. Borsellino aveva le palle... Era pericoloso a Palermo, non a Roma. Falcone era pericoloso ovunque. Borsellino avrebbe scoperto i mandanti del delitto Falcone, ne avrebbe avuto la certezza morale, non le prove. Nessuno riuscirĂ mai a provare niente... Ci vorrebbe la registrazione televisiva dell'incontro, mentre si decide l'eliminazione dei giudiciÂť.

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Anteprima delle stragi. La vigilia dell’elezione del Presidente della Repubblica, è il tempo degli agguati Percorro via dell'Autonomia siciliana senza incontrare anima viva. Sono le 17 del 15 agosto. Non ho le idee chiare. Che cosa potrei scoprire, che già non sappia? Giungo all'altezza di Via D'Amelio, posteggio l'auto sulla mia destra, accanto i campi di tennis; sullo stesso lato, 60100 metri più indietro un grande parcheggio. Davanti a me, in fondo, la via Montepellegrino sulla quale affluisce la via dell'Autonomia Siciliana. I campi di tennis lasciano un'ampia prospettiva; ad est, con il prospetto sulla via Montepellegrino, c'è un palazzo alto 10 piani. Traccio una mappa su un foglietto, ritorno in auto, percorro in senso contrario via dell'Autonomia Siciliana; dal grande parcheggio a via D'Amelio c'è una distanza di 100-150 metri. Lascio l'auto e mi dirigo a piedi in via D'Amelio; sulla mia sinistra il numero 12, i segni dello scempio; di fronte il muretto con il prato, dal quale sarebbe partito l'impulso per fare esplodere l'autobomba; in alto, al di là del muretto, poco lontano dal numero 12 e sulla mia destra, guardando verso il muretto, un edificio alto 11 piani. Ricordai un particolare riferitomi da Salvatore La Marca, uno degli inquilini dell'edificio in cui abita la sorella del giudice Paolo Borsellino. «Quando mia figlia s'affaccia, riesce a vedere la sua amichetta che abita al di là del muretto...». Cerco di ricostruire i movimenti del commando. Se volessi avere l'autobomba pronta per l'uso, andrei a posteggiarla in un luogo in cui non sarebbe notata. E dove? Per esempio nel grande parcheggio, ubicato a 50-70 metri da via D'Amelio. Avuta notizia dell'arrivo del magistrato, l'autobomba viene parcheggiata accanto al n. 12. Meno sicuro, ma altrettanto buono il parcheggio libero sulla carreggiata di via dell'Autonomia. Basta sostituire la vettura posteggiata per tempo con l'autobomba. L'operazione può essere compiuta in pochi minuti. E devono appostarsi in un luogo che assicuri la visibilità della zona e consenta la fuga. Dietro il muretto? No, meglio il palazzone alto sulla destra. Sceglierei proprio il piano alto di quel palazzo. Quel palazzo è disabitato; rifinito, ma disabitato. Da lì si può osservare in tutta tranquillità anche ciò che avviene dopo l'esplosione. E lasciare il rifugio quando si vuole. Il trambusto, provocato dall'esplosione e dall'arrivo della polizia e vigili del fuoco, non interesserà l'area posta al di là del prato. Niente dì meglio. La Barbera, invece, racconta che le sgommate dell'auto degli assassini, indicano che si sarebbero appostati dietro il muretto... Avrà le sue ragioni, penso. Ma anch'io ho le mie ragioni. L'importante è non prenderle per

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oro colato. Esposi la mia ipotesi sull'autobomba nascosta nel grande parcheggio prima dell'attentato a un tale che abita in via dell'Autonomia Siciliana. «Cazzate, _ mi gelò, scuotendo il capo _. Ci sono centinaia di vetture parcheggiate sulla strada, giorno e notte... Che bisogno c'era di nascondere l'autobomba? Il parcheggio è custodito, propone qualche problema in più..., perché complicarsi la vita!». Ammisi che poteva avere ragione, a meno di non sospettare una complicità, che niente mi autorizzava a supporre. La conversazione si sarebbe già conclusa, se non avesse fatto un cenno ad una strana circostanza. «Fino a mezz'ora prima dell'attentato, in via D'Amelio giocavano bambini, come ogni pomeriggio...». Fece una pausa, carica di significati nascosti. Parlava come se stesse pronunciando una sentenza della Cassazione, ma pretendeva _ come dire __ di non essere preso sul serio, sforzandosi di fare dell'ironia sui testimoni oculari. Poi, ammiccando, aggiunse: «Qui, qualcuno ha avvertito odore di bruciato... Non penso ad un segnale esplicito, penso alla possibilità di fare succedere qualcosa che allontani la gente da quel luogo... Non sarebbe una novità». Annuii, per compiacerlo. «Qualcuno ha detto ai bambini che stavano alla finestra mentre giungeva la scorta di Borsellino: rientrate a casa... Giusto in tempo, una frazione di secondo e per loro sarebbe stata la fine... Ha visto qualcosa di strano, di curioso? Che cosa?». «Buona sorte..., meno male», feci. «Certo, certo..., ma la sorte ha aiutato proprio tutti...». «Che vuoi dire?». «Vuoi dire che bisognerebbe sapere se...». S'interruppe, alzò gli occhi al cielo, annusò l'aria. «Pioverà?», chiese. «E che ne so?», risposi infastidito. «Di che si parlava?», domandò, tacendo il finto tonto. «Della luna», replicai. Trascorro la mattina di Ferragosto a casa arrovellandomi attorno ai miei appunti e ai ritagli di giornali senza venire a capo di nulla. Scopro che la solitudine ha il suono della sirena di un'autombulanza, i tasti di una macchina per scrivere. Riordino tutto ciò che ho raccolto per argomenti, per ipotesi, cronologicamente. Un'operazione di igiene mentale, ma di nessuna

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utilità concreta. Ogni fatto, ogni ipotesi ne richiama un'altra, fino a che giungi a un punto che costringe a mutare percorso e devi ricominciare dall'inizio con pazienza. Mi ripeto, monotonamente, che l'uccisione di Paolo Borsellino è legata a quella di Giovanni Falcone e questa al delitto di Salvo Lima. E allora? «Bisogna partire da Reina per capire il delitto Lima», sostiene Nino Mannino che non è un poliziotto, ma un deputato palermitano comunista. Perché da Reina? «Reina faceva la fronda a don Vito Ciancimino che nel '70 era diventato sindaco. Una volta rimproverò Achille Occhetto. Per voi questa è politica, disse, ma io rischio la vita». Don Vito, dunque. Uhm! Non mi persuade. La tendenza ad addebitare tutto a Vito Ciancimino è una vecchia e comoda storia. Fa parte del panorama, ormai. C'è sempre bisogno di qualcuno che ha il compito di caricarsi tutti i mali dell'umanità... Calvi, Sindona furono indicati come i colpevoli di molte nefandezze. Non è che siano stati dei santi, ma nemmeno gli unici diavoli in circolazione. In giugno del 1991 Salvo Lima depose come teste nel processo contro Vito Ciancimino (associazione mafiosa, irregolarità amministrative, etc.). Non smentì l'imputato, ad eccezione di un episodio. Ciancimino aveva ricordato un contributo di 50 milioni versati al partito durante la segreteria di Lima a Palermo. «A me non risulta _ sostenne Lima _ ma si può chiedere all'amministratore dell'epoca». Una smentita parziale, dunque, che salva anche Ciancimino. Lima fece di più: negò che ci fossero stati contrasti fra Reina e Ciancimino e negò quanto avevano detto i sindaci di Palermo Elda Pucci e Nando Martellucci, che descrissero Ciancimino come il padrone degli affari comunali. «Ciancimino __ dichiara invece Lima _ non esercitò mai pressioni». In novembre del 1970, Lima concesse una intervista a «L'Unità». La Commissione antimafia aveva scritto che l'amministrazione comunale di Palermo era «particolarmente permeabile al sistema mafioso» e il questore Vicari aveva espresso pesanti giudizi su Vito Ciancimino. Lei che cosa ne pensa? Gli chiese il giornalista Giorgio Frasca Polara. «Ciancimino è un amico mio _ rispose Lima _ ma io oggi milito in un'altra corrente della De e debbo stare attento a non farmi accusare di sfruttare i guai di un amico, guai da cui sono certo che uscirà indenne». Ventuno anni dopo, solo ventuno anni dopo, Salvo Lima accettò di riparlare di Vito Ciancimino in una intervista al settimanale «II Sabato». Nella requisitoria sui delitti politici Ciancimino era stato definito dai giudici il portavoce di interessi mafiosi all'interno dell'amministrazione. Lima fece notare che Ciancimino era «un politico atipico».

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«Atipico

in

che

senso?»,

gli

chiesero.

«Lui si occupava di affari. Quando parlo di un uomo politico mi riferisco a gente che si occupa di politica. Se oltre alla politica fa anche l'imprenditore è una cosa diversa». «Ma l'atipico Ciancimino è stato per anni uno dei maggiori rappresentanti della De siciliana. E ha accennato ai giudici che nel periodo in cui era sindaco si incontrava con lei ogni domenica alle ore 12». «Con Ciancimino ho avuto un rapporto contrastato. Certo, c'è stato un momento in cui ci vedevamo. Non ogni settimana... Ma poi per decidere che?». «Questo lo sa lei...». «A Palermo c'è stata sempre una gestione unitaria del partito. Quindi Ciancimino, politicamente parlando, si può dire che andava d'accordo con tutti. Io e Ciancimino il più delle volte ci siamo trovati sul fronte opposto. Ed è stato il mio gruppo a farlo dimettere da sindaco ...». In ventuno anni molto è cambiato; Ciancimino è in galera, subisce pesanti condanne, ma la cautela di Salvo Lima non è venuta meno. Il rapporto fra Lima e Ciancimino può essere giudicato come si vuole: conflittuale, pacifico, a fasi alterne. C'è dell'altro, tuttavia. Gli amici di Salvo Lima sarebbero stati sconfitti dagli amici di Don Vito, i corleonesi. Al tempo della sanguinosa guerra di mafia del 1980/1983, Lima fu costretto a viaggiare con un'auto blindata, prestatagli dai Salvo, potenti esattori di Palermo. Il suo uomo migliore, il segretario provinciale della De Reina, fu ammazzato... Oggi Ciancimino deve sentirsi come il vitello sacrificale. Perché pago solo io, si sarà detto, e perché nessuno è in grado di evitare questa vergogna? Ma basta questo per spiegare un delitto? No, non è sufficiente. Il malanimo di Don Vito verso Salvo Lima è un'invenzione? Se il delitto perfetto esiste, l'ha inventato la mafia. Se fosse possibile, la mafia ricorrerebbe alla lupara bianca, sempre: scompare il corpo, perfino l'anima della vittima; restano ai parenti gli occhi per piangere e ai poliziotti i particolari sulle sue ultime ore. «Con Ciancimino ho avuto un rapporto contrastato ...», affermò Lima nel 1991. Non gli è più amico come nel 1970? No, non è questo il punto. «Oggi potrei dire _ spiegò _ che allora io lottavo contro la mafia, visto che Ciancimino viene dipinto come il diavolo. E dovrei dire che Mattarella e Gioia erano mafiosi. Ma questo non lo posso dire. I contrasti erano politici...».

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Ciò che Lima non dice, è il messaggio più importante: «Posso dimostrare di non essere stato dalla sua parte in momenti cruciali, posso dimostrare che altri personaggi illustri gli hanno tenuto bordone. Se ragionassi come ragionate voi, sarebbero questi i personaggi mafiosi e non io ... Ma non ragiono come voi, così non affermo ciò che potrei affermare». Ammissioni e omissioni non portano al nome dei mandanti, né agli esecutori del delitto. I fatti, dunque. II 9 febbraio, a 35 giorni dal delitto, in un rapporto dei carabinieri, si segnala «la possibilità che frange eversive stipulino accordi di collaborazione ai fini operativi per la destabilizzazione del Paese*. Salvatore Amendolito nei suoi memoriali al capo del governo, a ministri e magistrati, scrive in quei giorni che le cosche si preparano a sferrare un attacco allo Stato. Sempre in febbraio-marzo, un'operaz ione di polizia porta all'arresto di 26 mafiosi tra i quali c'è Pietro Vernengo: i loro nomi e la loro attività provano un'alleanza fra boss siciliani, finanza internazionale e dittature sudamericane, in un traffico d'armi e di valuta fra regimi dell'Est e il Sud America. Paolo Borsellino _ è il mese di febbraio _ ha appena archiviato l'inchiesta aperta dalle rivelazioni del trapanese Rosario Spatola sulle frequentazioni del Ministro siciliano Calogero Mannino, il quale sospetta un complotto ai suoi danni. Marmino e Lima si contendono la leadership siciliana della De. Due settimane prima del delitto, Lima raccomanda prudenza a due suoi collaboratori. «State attenti», dice. Non una parola di più. Ha saputo qualcosa? Ha ricevuto minacce? Certo è che non si comporta come un uomo preoccupato. Il 6 marzo Elio Ciolini, legato ai servizi francesi e svizzeri e alla loggia P2, segnala attentati e trasmette a un magistrato un'oscura nota: «protezione De, D'Acquisto-Lima, Via Andreotti». I bersagli? Il deputato Mario D'Acquisto e Salvo Lima. II ministro degli Interni Scotti verrà a conoscenza dell'informazione il 14 marzo, quattro giorni dopo il delitto e solo il 18 conoscerà il nome deirinformatore, quel Ciolini che aveva bloccato per due anni con notizie false l'inchiesta sulla strage di Bologna. Gli eventi politici, infine: due, quasi concomitanti a pochi giorni dal delitto; il rinnovo del Parlamento e l'elezione del Presidente della Repubblica. Le previsioni sono unanimi: la De perderà al nord, ma non al sud. Il candidato più quotato al Quirinale è Giulio Andreotti, il suo sponsor più quotato è Salvo Lima. Il tempo degli agguati, dunque; il socialista Francesco De Martino, candidato alla Presidenza della Repubblica, subì il sequestro del figlio ad opera della camorra napoletana e non fu eletto perché aveva pagato il riscatto.

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La campagna elettorale si apre con le consuete scaramucce: a Misilmerì e Monreale bruciano le sezioni della De. Nell'Isola sgomitano i candidati, costretti a rinunciare alle cordate, perché si voterà con la preferenza unica. Sgomitano anche i boss, che vogliono essere rappresentati? È costretto a dire no. A chi? Lima cerca di tenere uniti i suoi. Qualcuno tradisce? Non ne fa un dramma. Le sezioni bruciano? Silenzio. I guai di Marinino? Non lo riguardano. Secondo consolidate abitudini si occupa di ciò che conta. Decide anzi di radunare per mercoledì 11 marzo il suo esercito. Il meeting d'apertura della campagna elettorale si svolgerà a due passi da casa, all'Asteria Palace dì Mondello. Prende accordi con il direttore, cui preannuncia una visita per la mattina successiva, giovedì 12 marzo verso le 10. L'ultima giornata di Salvo Lima comincia come tutte le altre: alle 9 del mattino in Via Danae, nella sua villa, arrivano collaboratori e due deputati, Lillo Pumilia e Mario D'Acquisto; poi giunge l'assessore regionale alle Finanze Sebastiano Purpura. I consueti incontri mattutini con gli uomini più importanti. Alle 9,30 Pumilia se ne va. È la volta di Nando Liggio, assessore provinciale e del professor Alfredo Li Vecchi. Liggio ha la vettura deiramministrazione, Li Vecchi giunge con la sua Opel Vectra. Lima, Li Vecchi e Liggio salgono sulla Opel Vectra, seguiti dall'auto della provincia con autista. Qualche centinaio di metri, l'Opel torna indietro. Salvo Luna ha dimenticato la borsa. Rientra, prende l'agenda e lascia la borsa. L'Opel riparte. Manca un quarto d'ora alle 10. Li Vecchi è alla guida, accanto a lui Lima, sul sedile posteriore Liggio. L'Opel percorre la via Danae, supera la via Orfeo e imbocca Via Principessa Mafalda. Qualche centinaio di metri e sarebbe entrata in via Palme per dirigersi verso l'Astoria, sul viale Regina Margherita. Qui Lima avrebbe parlato con il direttore e sarebbe poi andato in Via Emerico Amari, nella sede della De, dove è atteso per una riunione. Nella sua agenda, due impegni certi: domenica, il comizio d'apertura e, il 23 marzo, il comizio di Giulio Andreotti. L'Opel giunge a pochi metri da Via Principessa Mafalda, Li Vecchi è costretto a frenare; una Honda gli sbarra la strada, dopo avere superato a velocità sostenuta la Prisma. In sella alla motocicletta due uomini, che indossano il casco integrale. Lima è il primo a rendersi conto del pericolo, ma non c'è modo di sfuggirvi. Dalla Honda sparano due colpi sul tergicristallo dell'Opel, uno sulla ruota. Il vetro di sinistra, accanto a LÌ Vecchi s'infrange. La Honda accelera. «Tornano», dice Lima. Tenta di uscire dall'auto per sfuggire ai suoi assassini; il loden verde che indossa s'impiglia nello sportello. Fuggono Li Vecchi e Nando Liggio; il primo trova rifugio dietro i cassonetti della immondizia. Ma i killer non si curano di loro; Lima viene inseguito, ferito e poi ucciso con un colpo alla nuca. La campagna elettorale di Lima si chiude

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così con 23 giorni di anticipo, lasciando l'esercito andreottiano allo sbando; solo D'Acquisto riuscirà ad arrivare a Montecitorio. E per Andreotti, addio al Quirinale. Poche ore dopo il delitto una telefonata al 113: «la lista non si ferma qui». E un anonimo indica nel «corleonese» Pietro Aglieri, il killer di Luna. Una rivendicazione. La responsabilità territoriale del delitto spetta alla cosca corleonese dei Madonia che controllano Partanna Mondello. È oggettivamente colpevole, secondo la mappa del potere mafioso disegnata dai pentiti. L'assassinio di Lima è preceduto, così, dall'avvertimento di un ambiguo confidente, Elio Ciolini, e seguito da una rivendicazione anonima. L'agguato a Falcone fu preceduto da un avvertimento anonimo _ «Occupati di politica» _ e dai memoriali di Salvatore Amendolito, e seguito da una nuova rivendicazione del delitto (il regalo di nozze per il matrimonio del giovane Madonia). Il 13 marzo a poche ore dal delitto, Ciolini può affermare: «Visto che sta avvenendo quello che avevo previsto!». E Amendolito può scrivere che la mafia sta combattendo contro le leggi speciali con azioni terroristiche. Il 18 marzo l'Agenzia Ansa divulga una circolare del ministero degli Interni destinata alle prefetture: «è in atto un piano di destabilìzzazio ne del Paese». Lo ha anticipato un rapporto dei carabinieri, non solo Elio Ciolini. Sembrerebbe che il movente politico e quello terroristico mafioso percorrano strade diverse. Potrebbero confluire su Salvo Lima? Salvo Lima non avrebbe impedito le leggi speciali decise dal governo Andreotti e non avrebbe fermato le iniziative della Procura della Repubblica di Palermo. Puntando al bersaglio grosso, gli assassìni hanno scompaginato gli equilibri politici, messo a segno il primo «colpo» contro lo Stato colpevole delle leggi speciali, destabilizzato il Paese (e attraverso l'Italia, l'Europa di Maastricht incerta e impaurila per via del contagio mafioso). Queste, tuttavia, sono opinioni. Forse, illazioni. Torniamo ai fatti. Arriva un'altra rivendicazione. Stavolta è la Falange armata; una sigla che sarà usata per minacciare il ministro degli Interni Nicola Mancino, il direttore dell'amministrazione penitenziaria Nicolo Amato e il ministro della Giustizia Claudio Martelli. In una telefonata all'Agenzia Adn-Kronos un uomo della Falange armata, con un forte accento siciliano, minaccia il ministro siciliano Calogero Marinino; dopo la morte di Lima, è l'uomo politico più importante dell'Isola. «La retorica posticcia della fratellanza in armi _ dice la voce, registrata

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su nastro _ non potrà reggere a lungo al vuoto lasciato dalla scomparsa del nemico comune. Mancino se ne accorgerà prestissimo sulla propria pelle. Ha voluto anche saggiare la reale volontà e determinazione degli avversali. Ha cominciato a sfidarli, aumentando a poco a poco la provocazione, finché a un certo punto l'avversario si muove, deve muoversi, si indigna, prende le contromisure energiche». Ho cercato d'immaginare questo brano letto in dialetto siciliano e non ci sono riuscito. Ma non posso liquidare la questione con la mia scarsa fantasia. La Falange armata ha accompagnato le gesta della banda della «Uno bianca» che ha terrorizzato la Romagna; più che la rapina, il denaro, l'obiettivo dei banditi sembra la violenza gratuita. Il 27 luglio la Falange comunica all'Adn-Kronos che è «in pieno svolgimento la terza fase». Nuovi crìmini, dunque. E un filo esile, ma esiste. Riaffiora alla mia mente, l'indicazione di Totuccio Contorno all'Antimafia: la famiglia Riina si è messa in affari in Emilia. Nel 1991 inventarono un'altra sigla, il Movimento rivoluzionario: cercavano di ideologizzare il crimine, attraverso la rivendicazione. Così in Sicilia, si inaugurò la stagione dei riconoscimenti di paternità per i delitti di mafia. Che è la negazione dell'antico costume del silenzio e dell'omertà. Un altro capo dell'esile filo sembra congiungere eventi apparentemente lontani tra loro. Attribuirvi un significato mi pare arbitrario, ma non posso ignorarli.

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La mattanza della mafia, i corleonesi e gli sbirri negli anni bui. Mattarella, Reina, Lima, Livatino, Chinnici…

A causa del silenzio sulle indagini _ silenzio derivante da mancanza di informazioni o silenzio richiesto dalla riservatezza del lavoro di ricerca? _ non possiedo dati essenziali sull'agguato a Lima. Tuttavia, posso utilizzare le modalità dell'agguato per stabilire analogie e verificare l'esattezza delle ipotesi affacciate dopo il delitto. I killer uccidono Lima, ma risparmiano i suoi accompagnatori: è un po' l'antico colpo di lupara, un'incisione chirurgica, il bisturi incaricato di eliminare il male senza danneggiare gli organi vicini. Gli assassini hanno il casco integrale, non possono venire riconosciuti, ma questo non è sufficiente per spiegare il bisturi, l'esecuzione «pulita». Negli ultimi anni sono stati compiuti numerosi delitti inutili; il riguardo nei confronti di chi non c'entra ha fatto parte in passato delle modalità di esecuzione del crimine; non sempre, certo: quando l'assassino deve eliminare il testimone, non c'è alternativa. Negli altri casi la legge la fanno chi è incaricato di ammazzare e chi lo manda. Se il mandante pretende un lavoro «pulito», che non desti «allarme», allora sceglie un chirurgo, un uomo addestrato, freddo, con i nervi saldi. Un professionista, insomma. Altrimenti affida la vittima ad un macellaio. La crudeltà non c'entra. Contano solo gli obiettivi e gli uomini capaci di raggiungerli. Lo stato di necessità può dettare il tipo di esecuzione, ma alla fine, le abitudini del killer e dei suoi capi vengono fuori. Pino Greco conosciuto con il nomignolo «scarpuzzedda», ha ammazzato ottanta persone; pare che si «divertisse». I suoi crimini erano diventati riconoscibili, la sua crudeltà leggendaria, al punto da preoccupare il suo mandante, Totò Riina, che ne ordinò l'eliminazione. La responsabilità territoriale, le rivendicazioni lasciano il tempo che trovano. Individuare «la mano» sarebbe importante ma è terribilmente difficile. Devo esaminare anzitutto i grandi delitti. Perché solo questi? Semplice: gli altri sono affidati alla manovalanza, a uomini privi di «personalità*; non si sono fatti «la mano*, hanno la voglia di fare carriera nella famiglia; l'unico modo è eseguire l'ordine, costi quel che costi. Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella fu freddato in auto. L'assassino lo colpì una prima volta, ferendolo; la pistola s'inceppò, il killer fu costretto a cambiare l'arma per sparare ancora ed 128


uccidere il Presidente della Regione siciliana. La moglie di Mattarella, la signora Irma, fu risparmiata; pare anzi che il killer abbia spostato il suo braccio che cercava di coprire Piersanti, per evitare di ferirla. Identico il comportamento dei killer tre mesi dopo; la vittima è il segretario provinciale della De, Michele Reina, l'esecuzione si svolge davanti a tre testimoni, la moglie ed una coppia di amici, che si trovano nell'auto della vittima. Il killer si avvicina all'auto, esplode alcuni colpi di pistola e si allontana. Lavoro «pulito». Non reagisce nemmeno quando l'amico di Reina gli spara, senza colpirlo. Ben diverso il comportamento degli assassini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del commissario Cassare, dei giudici Terranova, Scaglione e Saetta, del segretario regionale del Pei Pio La Torre: in tutti questi delitti i killer uccidono la loro vittima e quanti le stanno accanto con brutalità e ferocia inaudite. Il giudice Rosario Livatino, in settembre del '90, fu raggiunto con l'auto, inseguito e ucciso da tre, quattro uomini. Ferocia, determinazione, ma tecnica sicuramente diversa. Per i giudici Palermo (rimasto indenne), Chinnici, Falcone e Borsellino, Cosa nostra ha scelto il tritolo; ha voluto _ proprio così, voluto _ una esecuzione esemplare. Il colonnello Giuseppe Russo fu ucciso il 20 agosto del 1977; si deve a lui la scoperta dei corleonesi, allora guidati da Luciano Liggio. Russo li inseguiva, li fiutava, li stava stanando. Lo ammazzarono mentre passeggiava nella piazzetta del borgo della Ficuzza, una volta Casina di caccia dei borboni, a pochi chilometri da Godrano e da Corleone. Era in compagnia dell'inseparabile amico, il professore Filippo Costa. I killer colpirono entrambi alle spalle, mentre il colonnello dietro il muro di una casetta accendeva una sigaretta. Costa avrebbe potuto essere risparmiato. Questo ragionamento indurrebbe a ritenere che due dei tre delitti di cui mi occupo _ e cioè Falcone e Borsellino _ abbiano lo stesso mandante; il primo dei crimini, in cui è caduto Lima, invece sarebbe stato compiuto da una mano diversa. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che gli artificieri hanno usato la stessa tecnica sia in Via D'Amelio quanto sull'autostrada di Punta Raisi. La diversità con il delitto Lima, tuttavia, non m'induce a considerare separatamente i crimini. Il livello dell'azione criminale, i tempi ravvicinati, le responsabilità politiche di Salvo Lima e Giovanni Falcone costituiscono indizi di una volontà comune, di una regia unica. Immagino un torneo di scacchi: alcuni giocatori sfidano i loro avversari applicando regole proprie, ma ogni mossa di ciascuno percorre il filo di una strategia univoca. 129


Le partite, peraltro, possono vincersi anche per demerito dell'avversario . Ho letto e riletto quanto l'autista di Giovanni Falcone ha raccontato ad un giornalista del settimanale Epoca. Ho appreso così che l'orario di arrivo, l'itinerario dell'auto di Falcone erano conosciut i da molte persone, che non esisteva una procedura di sicurezza, né un linguaggio in codice, né strumenti di comunicazione protetti. Oltre che sull'arma dell'agguato, il crimine può contare su mezzi e risorse infinitamente superiori. Giuseppe Costanza, l'autista, non è un poliziotto, ma un dipendente dell'amministrazione giudiziaria; non ha svolto, quindi, alcun addestramento e non è preparato a difendersi. E lui, tuttavia, l'uomo che organizza il rientro del magistrato in Sicilia. Non certo per sua scelta. «Sabato, 23 maggio. Alle 8,45 _ racconta Costanza _ chiamo Roma dall'ex ufficio istruzione del Palazzo di giustizia. No, non sul telefono cellulare. Chiamo il Ministero. Risponde la segretaria, che mi passa Falcone... Mi dice che sarebbe arrivato a Punta Raisi alle 17,45. Tocca a me avvisare la scorta. Nella stanza ci sono molte persone. Mi sposto nella stanza del giudice Leonardo Guarnotta, chiamo l'ufficio scorte, chiedo del dirigente. Non c'è, mi risponde una persona che dice di essere l'ispettore Colella. Affido a loro la comunicazione con l'orario di arrivo... L'elicottero non c'è più, una volta controllava dall'alto il percorso di Falcone... Il dottor Falcone ha due borse, ma non vedo il computer portatile che quasi sempre teneva con sé... Chiedo al dottore se vuole guidare perché so che la signora soffre il mal d'auto e preferisce sedere davanti, accanto a lui. Mette le borse nel bagagliaio, comunica la direzione al caposcorta, Antonino Montinaro e si mette alla guida... Falcone e la moglie non avevano allacciato le cinture di sicurezza. Non lo facevano mai...». Durante il tragitto si svolge il cambio delle chiavi del cruscotto. «La macchina è in corsa, la spegne lasciando perfino la marcia innestata. E un attimo: estrae la mia chiave e infila la sua nel cruscotto, riaccendendo. L'auto, ancora in trazione, rallenta. Esclamo: Ma che fa? Così ci ammazziamo. Ha il tempo di rendersi conto che ha commesso un errore. Non era mai successo prima: lui, così lucido di solito, non aveva pensato che la macchina rimaneva senza controllo, freni disattivati e sterzo bloccato. Si volta verso la moglie, che lo guarda stupita. Scuote la testa. Mormora: scusa... Se là non avessimo rallentato, la bomba sarebbe saltata sotto di noi». Tre telefonate comunicano le intenzioni del magistrato. Falcone si mette alla guida di una blindata tutte le volte che vuole. Nessuna norma di sicurezza lo sconsiglia dal farlo; è affaticato, sovrappensiero, distratto; al punto da cambiare in corsa la chiave dal cruscotto.

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Paolo Borsellino, ad alto rischio, non è meglio protetto: telefoni sotto controllo, assenza di controlli sul percorso e in Via D'Amelio. Senza un'informazione tempestiva, l'attentato di Via D'Amelio sarebbe stato impossibile. Borsellino si era recato il 18 luglio in casa della sorella per visitare la madre. Sarebbe stato improbabile un suo ritorno il giorno dopo, ma il commando lo aspettava; sapeva in anticipo. Così come sapeva in anticipo l'arrivo di Giovanni Falcone. «Osserva quel tale, quello in fondo seduto accanto a una coppia di vecchi. Lo vedi?-. Feci un cenno di assenso col capo. «E allora, lo vedi?». «Sì certo ... Quello con la barbetta grigia, gli occhiali, la camicia azzurra...». «Bene ... E ora, dimmi che cosa ti suggerisce quest'uomo...». «Niente, non mi suggerisce niente ...». «Povero o ricco? Infame o onesto? Professore o impiegato alle poste?» incalzò sogghignando. «Lascia perdere», dissi, mentre osservavo l'uomo dalla barbetta grigia. Non aveva età; le labbra, gli occhi erano immobili. Se ne stava con le braccia ciondolanti, fissando un bicchiere d'acqua davanti a sé. «Potresti scambiarlo per un mobile. É un essere insignificante», sentenziò. Assentii per compiacerlo. Ero di cattivo umore. Per incontrarmi con lui avevo speso metà della giornata e subito le sue manie. Avevo percorso in auto per circa due ore la città, in attesa di conoscere il luogo dell'appuntamento. «Devo essere prudente», mi aveva detto, raccomandandomi pazienza. L'avevo chiamato a telefono il giorno prima. Credevo che mi avesse dato il numero di casa. Mi aveva risposto invece una voce femminile. «Bar .... che cosa desidera?». Balbettai il nome concordato: «Martini». «Mi dia il suo recapito, la faccio richiamare» disse la voce. Obbedii. «Ah..., lei chi è?». «Non importa», risposi.

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La messinscena mi fece sentire un po' ridicolo, ma non avevo scelta. Mi richiamò trentaquaranta minuti dopo, proponendo di vederci il mattino successivo, domenica 2 agosto. «Dove e quando?» domandai. «Lo saprai domani», rispose. «Hai il telefono in macchina, no?». «Certo, ho il telefono». «Sali in auto verso le 10, le 10 e 30 ... Ti chiamerò e ti farò sapere». Feci ciò che mi aveva chiesto. Mi misi in macchina alle 10 e un quarto, avviandomi verso Piazza Indipendenza. Accesi l'aria condizionata e cercai invano una stazione radio che non trasmettesse urla e singhiozzi accompagnati da suoni musicali. Poche auto, tutte stipate e pronte ad abbandonare Palermo per una spiaggia qualsiasi. Due poliziotti imbronciati sul marciapiede nei pressi della Cattedrale, un gruppetto di anziani turisti preceduti da una ragazzina che tiene ben in vista un ombrellino per farsi seguire e una pattuglia di agenti con giubbotto antiproiettile. Lasciai Corso Vittorio Emanuele per immettermi in Via Matteo Bonello, proseguii per il Papireto _ luogo degli antiquari veri e fasulli _ e giunsi a Piazza Vittorio Emanuele Orlando. Il Palazzo di Giustizia, transennato, era affollato di auto blue. Parcheggiai in Via Nicolò Tunisi Colonna, di fronte al Palazzo di Giustizia. Squillò il telefono in macchina. «Dove ti trovi?» chiese. «In Piazza Indipendenza», mentii. «E allora imbocca Corso Calatafìmi fino alla Circonvallazione ed entra a Viale Lazio ... Ti richiamo fra venti minuti ...». Si andò avanti così per un'altra ora. Finalmente decise di mostrarsi, in Via Libertà, al bar del Viale. Mancavano dieci minuti a mezzogiorno quando lo raggiunsi. Leggeva il giornale, sorbiva un caffè. Mi scorse con la coda dell'occhio, poggiò sul tavolo il giornale, si alzò e mi venne incontro accogliendomi con esagerata familiarità. Sedetti accanto a lui, presi dal taschino penna e block notes e li riposi sul tavolo. Mi domandò allora del signore con la barbetta. Non volle parlare d'altro per un lungo tempo, tanto che mi spazientii e riposi in tasca il block notes. A quel punto cambiò tono, argomento e atteggiamento. «Hai visto l'intervista di Tommaso Buscetta in televisione?», gli domandai.

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«Parliamo di cose serie». «Va bene, parliamo di cose serie ... Questo Totò Riina è vivo o è morto? E il capo o non lo è? E quanto conta oggi l'esercito dei corleonesi?». Si girò sulla sedia, centellinò il suo caffè, accese una sigaretta. «Di questo parlerai con qualcuno che potrà risponderti in modo soddisfacente. Ma non ti aspettare tutta la verità ... Anche perché...». S'interruppe per dare una boccata alla sigaretta. Lo osservai incuriosito: alto, stempiato, asciutto... Recitava la stanchezza, la costrizion e, il disincanto, la delusione... Siciliano fino al midollo. Si piaceva, indubbiamente. Non ci campava con le informazioni. Se così non fosse stato, mi avrebbe già chiesto denari, favori, qualcosa. Si accontentava di tenermi sulla corda. «Allora, mettiamola così ...» riprese. «Se ottieni buone informazioni e trovi la strada giusta per arrivare alla verità, sei morto... Se invece giri a vuoto, beh, non sarai disturbato da nessuno, ma avrai vissuto inutilmente; se ti accontenti delle mezze verità, salvi capre e cavoli ...». Si sforzò di sorridere, mi guardò con aria docile. «Non sto cercando di spaventarti, né di prenderti in giro... Dico sul serio. Tu non sei come quello...». E mi indicò con un cenno del capo il tale con la barbetta. «Quello è un uomo che non lascia mai la sua sedia ... É un personaggio, quello! Viene da pensare che in vita non abbia mai lasciato uscire una parola dalla bocca ... Una parola che contasse...». «Se capisco, sono morto ... É questo che vuoi dirmi, vero?». Assentì, serio. Ricordai Mario Francese, il cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia, che ammazzarono senza un perché. Quando era avvenuto? Dodici anni fa, a tarda sera. Ascoltai la notizia dalla radio della polizia, che gracchiava di un uomo ucciso a colpi di pistola... L'avevo incontrato, Mario, pochi giorni prima. Aveva avuto l'infarto ed era stato costretto a curarsi. Proprio così, costretto... Fosse stato per lui... Rientrando non aveva potuto occuparsi di cronaca giudiziaria. E se ne lamentava, forse a torto. «Che fai, Mario?».

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«Quello che mi piace meno ...», mi aveva risposto. Ho sempre pensato che non sapesse di essere un pericolo, che non sapesse nemmeno di avere commesso un'imprudenza. Parlava, parlava con tutti e ovunque. «C'è qualcuno che sa dei nostri incontri?», domandò Martini. «No, nessuno», lo rassicurai. Ed era vero. «Come utilizzerai ciò che sto per dirti?». «Semplice, un informatore anonimo. Non è originale, ma è quel che serve. Del resto, i giornali sono affollati di lettere anonime, informazion i anonime, pentiti senza nome...». «Resta il problema...». «Quale?». Al tavolo si avvicinò il cameriere per ritirare la tazzina di caffè. Ci osservò, indugiando. «Non hai preso niente ...», disse Martini. «Un caffé, anche per me...». «Quale problema? Che te ne fai di un informatore senza nome? Non è credibile. E se lo è. li domanderanno nome e cognome». «Non sono tenuto a rispondere, ma non è questo il punto. Se servisse a qualcosa ... Vedi, potrei presentarti come... Sì, come un escamotage letterario, un mezzuccio per mettere in bocca ad un personaggio inesistente qualcosa che scotta. Lo fanno sai, lo fanno... Per movimentare la scena, creare l'atmosfera di mistero attorno alle banalità*. Risi di me e delle mie trovate. Martini ne fu contagiato. «Sarò un'invenzione letteraria ...». «Il solito gioco, no?» esclamai, scrollando le spalle. Mugugnò qualcosa, ridivenne serio e riprese il suo dialogo con la sigaretta. Sì, perché si parlavano lui e la sigaretta. La guardava intensamente, seguiva le nuvolette di fumo, partecipava della morte lenta di lei. Mi divertì l'immagine che i miei pensieri componevano. Martini non capiva e osservò, stupito, il mio compiacimento. «No, non è proprio un gioco, ti avverto», fece, cercando di darsi un tono. «Tu sai molte storie di Agrigento, no?».

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Annuì. «Paolo Borsellino aveva programmato un viaggio a Mennheim per lunedì 20 luglio, giorno dopo l'attentato. Avrebbe dovuto interrogare un pentito». «Giovanni Butticé, di Raffadali». «E questo Butticé che sapeva?». «Sapeva qualcosa sull'assassinio del giudice Rosario Livatino». «Borsellino non arrivò mai a Mennheim. Se fosse arrivato, che cosa avrebbe scoperto?». «Nei suoi scaffali Borsellino aveva un dossier sull'omicidio del maresciallo Giuliano Guazzelli. Livatino fu ammazzato sulla scorrimento veloce Caltanissetta-Canicattì nel 1990, Guazzelli due anni dopo sulla Agrigento-Porto Empedocle. Guazzelli indagava sulla morte di Livatino. Due giorni prima di morire s'era incontrato a Roma con un distinto signore di Canicattì. Uno senza passato, sconosciuto perfino alla polizia. Settanta anni, ben portati. Questo signore sarebbe l'uomo di fiducia delle famiglie Cuntrera e Carruana, che da anni hanno lasciato la Sicilia. Guazzelli credette che fosse una pedina importante. Borsellino ripercorse l'indagine di Guazzelli. In Germania, grazie a Butticé, era arrivato a Gaetano Puzzanghero, che forse, è uno dei tre che hanno ammazzato Livatino. Puzzanghero era rimasto coinvolto in una sparatoria dentro un bar a Colonia, Butticé ha raccontato tutto ...». «Ogni indagine di Paolo Borsellino è una buona pista», osservai. «Ma le indagini del giudice sono molle, troppe... Dal 19 luglio gli investigatori inseguono tutte le inchieste e si ritrovano con le mani vuote». «Questi qua hanno i soldi, gli uomini e le amicizie giuste. Canada, Venezuela, i mercati europei...». «E i corleonesi?». Batté nervosamente sul tavolo con le nocche delle dita. «I corleonesi, i corleonesi, sempre i corleonesi. Non sapete altro voi. Come se esistessero solo loro. Prova ad usare la testa», mi rimproverò. Per legittimare la domanda, fui costretto ad arrampicarmi sugli specchi.

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•Guarda che quelli contano. Se non fosse così mi dici perché l'avvocato di Totò Riina, quindici giorni fa, ha raccontato al mondo intero di vedere il suo cliente regolarmente? L'uomo più pericoloso passeggia per Palermo e lo fa sapere a tutti». Assentì, seppure di malavoglia. E venni nuovamente colto dal dubbio; se sapesse davvero o fingesse di sapere, se fossero le liturgie che accompagnavano i suoi argomenti o le informazioni a contare di più. «Prova ad immaginare uno scenario che vede i corleonesi e i loro alleati in difficoltà: i Madonia, i Vernengo ... e prova ad immaginare che i clan agrigentini vogliano approfittarne. Senza scendere in guerra, beninteso. Anzi, portandoseli a braccetto». Fece una pausa per accendersi un'altra sigaretta. Aveva preso a parlare con un forte accento siciliano; soprattutto le «s». Ho sempre creduto che il dialetto sia, come dire, una buona spia. Un ritorno alle radici, che s'accompagna ai momenti di verità. Scoprii che aveva un curioso vezzo _ si toccava continuamente il lobo dell'orecchio _ ed un lieve tic, che lo costringeva ad accennare ad uno starnuto. «A braccetto, capisci», riprese, avvicinandosi a me. «Gli agrigentini hanno bisogno di controllare il territorio, altrimenti è tutto più complicato, le banche, gli uomini, la politica, la raffinazione ... tutto! Vogliono una base sicura. Lo so che i rischi sono aumentati in Sicilia, ma restare in casa è meno pericoloso. In Germania il riciclaggio è un affare da ragazzini, ma in caso di bisogno chi ti salva? Hai capito, no? Ora, i corleonesi e gli altri hanno perduto molti uomini. Ricordati la carcerazione preventiva, i decreti anticrimine... E la Cassazione sotto tutela significa ergastolo. Gli agrigentini possono assestare il colpo di grazia ed eliminare gli uomini più pericolosi dell'antimafia. Due piccioni con una fava. Questo, almeno, lo capisci?». Il tic si fece più insistito. Gettò via una sigaretta dopo qualche boccata. «Fanno meno male», spiegò. «É così ben congegnata la trama, che potresti averla suggerita tu ...», dissi. Martini fece una smorfia, che assomigliò a un curioso sberleffo. «Il fatto è _ continuai _ che le analisi restano analisi. Tu hai l'aspetto buono come il Crocifisso..., ma ragioni come loro e hai il pelo sullo stomaco. Dimmi perché parlo con te? Perché... Non riesco a farmene una ragione!». 136


«Lo sai che ho fatto teatro da giovanotto? Una volta recitai in paese la parte del cavaliere Rasconà... La giustizia c'è ma per chi ha abbastanza animo di calpestarla...». «Metafora per metafora, ti dirò quello che penso. Sei mafioso...». Mi poggiò una mano sulla spalla, guardandomi con l'aria un po' stralunata. Ora mi pareva un altro uomo, meno sicuro di sé. «Un'indagine, caro amico», disse, «trova la buona sorte solo se l'assassino gli rotola fra i piedi. Una confidenza, chiamiamola così, professionale, una delazione anonima, il caso... O la chiacchierata al caffè. L'acume degli investigatori? Quello c'entra poco, quando c'è. Sono persuaso che gli agrigentini abbiano il mazzo in mano e distribuiscono le carte. Le loro carte... Questo non vuol dire che siano soli. Nessuno è solo, a questo mondo. Livatino, Guazzelli, Lima, Falcone, Borsellino. Tutti ammazzati. Chi paga? Quelli che stanno in galera o possono finirci. Chi sta in Canada, in Venezuela, fa buoni affari, è al riparo. Deve solo sapere aspettare. Lo Stato, l'antimafia farà il servizio completo. Si ripete un copione rovesciato: Falcone si serviva dei perdenti _ Contorno, Buscetta _ gli agrigentini si servono dello Stato per eliminare le famiglie vincenti. Tutto il resto è fumo. I pentiti parlano assai... Le lettere anonime fanno il loro mestiere da che è nato il mondo. E le minacce di morte? Quelle servono a tenere occupati i carabinieri, che devono guadagnarsi lo stipendio. Servono a ricordare che il mazzo l'hanno in mano loro... Ognuno usa l'altro, ma a distribuire le carte sono quelli che la legge se la fanno da sé...». Chiamò il cameriere, facendo tintinnare il cucchiaino sul bicchiere. Riprese ad accarezzare il lobo dell'orecchio, fu scosso da un interminabile colpo di tosse. Guardandolo, mi parve che gli anni gli fossero cresciuti addosso d'improvviso. Le guance erano solcate da due rughe profonde, che dalle sopracciglia scendevano fino al mento. M'impedì di pagare il caffè. Si alzò. Era altissimo, magrissimo. Ricordava i personaggi dipinti da El Greco, che toccano il cielo pur restando coi piedi a terra. «Accontentati di quello che sai», mi disse, porgendomi la mano. «Il sapere è una corda bagnata attorno al collo; più ti muovi per sapere e più la corda si stringe. Ecco, il sapere è un incaprettamento, una brutta morte...». Gli strinsi la mano, mormorai un saluto.

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«Dovresti saperlo che la questione vera non è la scoperta del delitto, ma quante probabilità ha l'investigatore di scoprirlo e scoprendolo di restare vivo ...», aggiunse. «Vorresti dire», replicai infastidito, «che sai altro e non parli perché temi che sia rischioso per la mia salme? Non puoi pretendere che ci creda...». Mi afferrò per un braccio con un gesto brusco ma amichevole, tirandomi a sé. «Tu non sai che cosa significa adagiarsi su un letto con la sensazione che esso si trasformi in una bara. Mi sono guadagnato una solitudine che nessuno sospetta ... Non posso rinunciarci, capisci? E poi, io non ti conosco. Potresti vendermi, tradirmi...». «Tradirti con chi?». «A casa mia, m'insegnarono a non fidarmi nemmeno di mio padre... Anche volendolo, non ci riesco... Capisci, ora?». Fece un gesto spazientito e bestemmiò. Arrotolò curiosamente il giornale, scrollò le spalle. Recita la sua parte, mi dissi. A modo suo si sforzava di essermi amico. «Il mio amico abita a Palermo, ma ha vissuto a Corleone. É un galantuomo, fa il maestro di scuola. Si chiama Giuseppe G. Puoi chiamarlo a scuola, fai il mio nome, quello vero, s'intende». Se ne andò a piedi, lo seguii per un po' con lo sguardo: si soffermò davanti alla vetrina della vicina libreria, riprese a camminare, si girò indietro, poi lo vidi scomparire dietro l'angolo di Via Archimede.

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I corleonesi, gli anni dell’ascesa “Quel giorno che scampai all’agguato. Navarra ci morì…. Impiegai il resto della giornata in un paziente lavoro di ricerca annotando diligentemente le rivelazioni quotidiane dei pentiti e gli stupori che le hanno accompagnate, e compilai perfino una curiosa lista delle insidie... Più parlano, meno sanno. Non possono prendersela con chi assicura la loro sopravvivenza e conserva il loro portafogli. Non hanno nemmeno problemi di sicurezza: si fanno fotografare, si mostrano in televisione, incontrano gente. La loro intensa attività si svolge, come dire, su due piani; il primo _ pubblico _ ed il secondo, sotto copertura. Stupefacenti mi apparvero le notizie su pentiti e superpentiti che si apprestano a parlare: una specie di coro che accompagna il solista. Le confessioni erano preannunciate dai giornali. Il pentito racconta vita, morte e miracoli di Cosa Nostra e poi scompare, come la Madonna di Lourdes! Pura fantasia. Le carte che ho messo da parte avrebbero dovuto convincermi che gli investigatori, grazie ai pentiti, hanno in mano i tre anelli della catena dei delitti. Ma è così? Salvatore Amendolito ed Angelo Sciortino mi hanno espresso opinioni identiche sulle inchieste in corso: leggi speciali e pentiti non possono sostituire l'indagine di polizia. Più che opinioni ho maturato dei dubbi. Perché le rivelazioni dei pentiti arrivano al pubblico? Chi decide sulla loro riservatezza? Chi permette che le loro accuse finiscano sui giornali, prima che siano oggetto di riscontri e possano essere esaminate, controllate, verificate? Perché minacce di morte, nomi, circostanze particolari vengono divulgati? A tarda sera verso le 21,30, decisi di telefonare a Giuseppe G., il maestro elementare corleonese che Martini mi aveva indicato. Composi il numero più volte, non ebbi risposta e supposi che fosse andato in ferie o che il numero non fosse quello giusto. Sospettai perfino di essere stato ingannato. Mi sbagliavo. Quando richiamai, Giuseppe G. era rincasato. Mi presentai e gli chiesi un appuntamento per il giorno successivo. Volle sapere quale buona ragione avessi per incontrarlo. Dissi di avere bisogno di lui per motivi di lavoro. «Non c'è niente nella mia vita che possa interessare un giornalista», osservò con tono cortese e un po' impacciato. Mi parve stupito ed insieme divertito. «Non cerco nulla di interessante _ replicai _. Desidero solo imparare qualcosa da lei sulla città di Corleone». Giuseppe indugiò un istante; sentivo un lieve tramestio. «Va bene», disse alla fine.

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Mi avrebbe atteso l'indomani pomeriggio alle 15,30 a casa sua, per prendere un caffè. Giuseppe abitava in un decoroso edificio del centro storico, costruito durante il fascismo. L'androne d'ingresso, sobrio, con archi e stucchi di colore rosa e giallo paglino, era davvero gradevole. Il vecchio ascensore a piena luce con le sue grate in ferro battuto, compì perfettamente il suo dovere, prendendosi il tempo cui era abituato. Un odore di gas, leggero ma persistente, m'inseguì fin dentro l'appartamento. Giuseppe mi accolse con un sorriso. Era un uomo di mezza età, piccolo di statura con un viso rotondo e i capelli grigi; indossava una maglietta azzurra molto giovanile. Mi risparmiò i convenevoli invitandomi ad entrare in salotto. Sprofondai in una poltrona dai colori vivaci che aveva accanto un curioso posapiedi; su una cassapanca, alle mie spalle, c'erano una schiera di portaritratti, due vasetti di ceramica e una piccola figura di bronzo. Entrò la moglie, anche lei piccola di statura e sorridente, con due tazzine del caffè. Il profumo mi mise di buon umore. Giuseppe prese una vecchia fotografia e me la mostrò. Accanto ad una vecchia Balilla, tre uomini e un ragazzo. «Questo qui sono io _ disse indicando con un dito il ragazzo _. Il primo sulla mia destra è il dottor Michele Navarro ... Sì, proprio lui, quello ammazzato da Luciano Liggio ...». Mi rivolse molte domande sul mio lavoro perché, spiegò, gli era rimasto un grande rimpianto in gioventù. Amava la cronaca dei fatti, la scrittura, la narrazione. «E ne avrei avute storie da raccontare, quante ne avrei avute!», sospirò. E battè le mani sulle coscie, come per cacciare via il rimpianto. «Con la sua morte è finita un'era… disse poi indicando Navarra con lo sguardo _. Quando era vivo succedeva questo: che c'era pace, equilibrio, moderazione. Lui aveva il potere, ma non lo usava per fare soldi. Gli piaceva comandare, gli piaceva l'ossequio. Aveva amici potenti a Palermo, a Roma, in America. Una telefonata e tutto s'aggiustava. Una volta mi capitò un guaio. Vendevo macchine da cucire, andavo in giro in provincia con una Topolino. Sotto Prizzi dovetti fermarmi; un camioncino mi sbarrava la strada. Scesi dall'auto e due banditi con il mitra mi costrinsero a vuotare il portafogli: 700.000 lire, un capitale a quel tempo. Mi fecero sdraiare sul fango e andarono via. Ero rovinato. Non avrei mai potuto restituire quei soldi. Raggiunsi Corleone, andai dal dottore Navarra, raccontai tutto. E lui: «Dormici sopra, i soldi vanno e vengono. Domani ci pensiamo». L'indomani ci pensò ... Telefonò a Prizzi e gli restituirono le 700.000 lire: le stesse banconote! I soldi non erano stati nemmeno toccati».

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La moglie annuiva; ma i suoi occhi piccoli, neri erano diventati tristi. Giuseppe le aveva risvegliato la nostalgia dei tempi andati. «Le fortune di Luciano Liggio cominciarono con la morte di Michele Navarra ...», dissi. «Proprio così... Quell'uomo era, anzi è un diavolo. E di intelligenza straordinaria; non se ne ha idea se non lo si conosce personalmente...». «E lei l'ha conosciuto?». «Certo che l'ho conosciuto. Aveva 18 o 19 anni quando mise in croce mezzo paese durante un festino di carnevale a Corleone. Aveva chiesto alla figlia del maresciallo Di Salvo di ballare e la ragazza gli aveva risposto che era stanca, che non se la sentiva. Lui niente, nemmeno una parola. Andò a sedersi per conto suo. Poi la ragazza accettò di ballare con un giovanotto. Luciano si alzò, raggiunse la coppia sulla pista e ricordò alla ragazza che era stanca; sarebbe stato meglio se si fosse seduta per riposare. E siccome i due non si mossero, andò a parlare con i musicanti, ingiungendo loro di smetterla di suonare. Obbedirono, naturalmente». «Perché fu ucciso Navarra?». «Liggio voleva i terreni di Piano di Scala con le buone o con le cattive. Qualcuno cedette, qualche altro no e si rivolse al dottore Navarra, il quale parlò con Liggio, ma senza ottenere niente. Così fu costretto ad allargare le braccia ai suoi amici. Come a dire: Servitevi con le vostre mani». Liggio subì un agguato, ma rimase solo ferito. Cominciò la guerra, un morto dopo l'altro ... Fino a che non toccò al dottore .... non posso dimenticare quel giorno. Sono un sopravvissuto. Eh, sì! Sono un sopravvissuto! Toccava a me morire insieme al dottore Navarra, non al povero dottore Russo ...». «Perché dice questo?». «Perché il dottore doveva andare a Lercara e mi aveva chiesto di fargli compagnia. C'eravamo dati appuntamento al bar Castro per le otto del mattino. Fui puntuale, poi il dottore arrivò e mi disse: «Pinuzzo, non c'è bisogno che ti fai questa giornata di macchina. Mi fa compagnia il dottore Russo che deve recarsi a Lercara come me. Così lui lascia la macchina qui a Corleone». Alle due del pomeriggio mi diedero la notizia: «Allamparono il dottore Navarra». A Corleone fu come se fosse scoppiata un'altra volta la guerra mondiale...». Chiese alla moglie dell'altro caffè e si versò un cucchiaino di zucchero. «Liggio 10 vidi una volta sola in un salone da barba, con i piedi allungati sul lavabo ...» raccontò la signora con l'aria di scusarsi per quella intrusione nei discorsi fra uomini. Giuseppe la interruppe. -Mia moglie non sa capacitarsi _ disse _. Quando si fa

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11 nome del dottore o di Liggio, lei si chiede come sia possibile». E fece un gesto con la mano, come a chiedere indulgenza per la donna. «Sono passati 35 anni, forse di più _ continuò _ ma ricordo ogni cosa come fosse ora. C'era la siccità, a Corleone uscì il Signore della Catena ... Si appostavano e sparavano. Morto il dottore Navarra, Liggio non fece più rissa a Corleone; si allargò, se ne andò a Palermo ...». «Liggio, oggi, è finito ...». Giuseppe rise con sarcasmo, scosse il capo, quasi volesse compatirmi. «Luciano Liggio non è finito», sentenziò. «Senza di lui i corleonesi non sono nessuno. É la mente. Tommaso Buscetta si sbaglia. Uno come lui non lo mettono in castigo. Non ci può niente; né il carcere, né l'infamità, né il piombo ...». Fece una pausa, poi sbottò con finta allegria. «E chi l'avrebbe vinta questa guerra, Totò 'u Curtu? Caro amico, qui c'è un sacco di gente che s'inventa perfino l'intelligenza. Questi qua contano quanto il due di coppe quando la briscola è a denari. E parlano, parlano...». Ascoltandolo veniva la voglia di credergli, per il calore che ci metteva nel raccontare le sue verità. Quell'idea sul diabolico Luciano Liggio l'aveva maturata in tanti anni. Come potrebbe credere altrimenti che l'assassino del potente dottore Navarra sia stato sconfitto da Totò Riina! Ma i fatti sono fatti. Da almeno un quarto di secolo Liggio è ospite di un carcere di massima sicurezza in Sardegna. Come avrebbe fatto a impartire ordini, a controllare l'organizzazione, le famiglie, gli affari di Cosa Nostra? Buscetta e il pentito catanese Antonino Calderone sono convinti che non conti più nulla da tempo. Gli verrebbe consentito di finire i suoi giorni con dignità, perché con gli sbirri si è comportato da uomo. Mai una parola in più, mai una delazione. É possibile. Tuttavia, confesso di accettare con riluttanza l'assenza forzata di Luciano Liggio, il suo defenestramento. Giovanni Falcone ritenne, per esempio, che «la guerra di mafia degli anni '81-'83 fu un complotto, una congiura, più che un vero e proprio conflitto*. I corleonesi si servirono di alcuni boss insospettabili, inducendoli a tradire i loro capi. La tattica vincente era collaudata: alleanze transitorie per combattere i nemici più risoluti ed eliminazione degli alleati a cose fatte. Luciano Liggio era il maestro. Possibile che sia scomparso dalla scena? Molti anni fa, aveva preparato un piano d'evasione, da eseguire durante il trasferimento da un'aula giudiziaria al carcere. Il suo luogotenente, Totò Riina, non l'avrebbe aiutato. Meglio Michele Greco che Luciano Liggio, a capo di Cosa Nostra! Totò 'u Curtu aveva imparato la lezione del maestro? Ma Luciano Liggio non ha mai detto una sola parola sul presunto tradimento rivelato da Tommaso Buscetta. Al Presidente della Corte

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d'Assisi, che lo interroga sui suoi rapporti con Riina e Provenzano durante il maxiprocesso, risponde così: -Riina lo conosco, è un bravo ragazzo. Provenzano no, non lo conosco». Ricordo perfettamente le parole di Liggio. Ne discussi per una intera serata con un poliziotto e un magistrato. Il magistrato sosteneva che Liggio avesse voluto manifestare ostilità verso Riina e amicizia verso Bino Provenzano. Il giudizio su Riina, infatti, era solo formalmente positivo; in realtà danneggiava Riina; ignorando Provenzano, invece, Liggio gli regalava l'estraneità alla famiglia dei corleonesi. Inoltre, c'è una regola della mafia che impone di nascondere il malanimo verso chi ha sbagliato e deve essere punito. Una sorta di contegno dignitoso, per non dare soddisfazione al nemico non rivelare le proprie intenzioni. Riina non pagò per il suo tradimento. Pagò invece Michele Greco che si era fidato di lui (o era stato costretto a farlo): il papa venne venduto ai carabinieri dal suo uomo di fiducia per ordine di Totò 'u Curtu, il quale lo riteneva ormai inutile e scomodo. Greco fu arrestato, il traditore venne ucciso e il papa fu sospettato di essere il mandante del delitto. Invece non c'entrava nulla: Riina aveva portato a termine il suo piano, sbarazzandosi di Liggio, di Greco e del pericoloso traditore del papa. Se Liggio è diabolico, Riina non è da meno. Calderone lo descrive come un uomo di incredibile ignoranza, ma «intelligente, molto difficile da capire e da incastrare: Se qualcuno si è fatto male al dito, secondo la sua filosofia, meglio tagliargli il braccio, così si sta più sicuri». Un boss dell'Uditore, Salvatore Inzerillo, credette di avere stipulato una polizza di assicurazione sulla vita perché non aveva pagato un debito di cinque miliardi a Riina; non l'avrebbe ammazzato prima di ricevere il denaro. Invece prevalse la filosofia, non il denaro; e Inzerillo fu ucciso. Un uomo così può concepire i tre delitti di Palermo? Faccio troppe domande, ottengo poche risposte. L'omertà non c'entra nulla. Il fatto è che nessuno sa niente; chi cerca di raccapezzarsi, subisce il frastuono della disinformazione e i quotidiani sobbalzi provocati da minacce,

intimidazioni, avvertimenti: la lista degli uomini

nel mirino di Cosa Nostra s'allunga; i servizi segreti e le polizie _ questa è la mia sensazione _ sembrano fare a gara nel tenerla aggiornata. Le rivelazioni dei pentiti tracciano ogni giorno una frontiera nuova del crimine organizzato. Congiure, complotti e teorie cospiratorie si sovrappongono e si elidono. Non resta nulla in mano. Una Citroen Dyane s'incendia davanti il commissariato San Lorenzo e diventa un'autobomba contro la polizia. La «Falange armata» propone il suo enigma settimanale con la solita voce dialettale siciliana...

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I pentiti americani e l’attentato dell’Addaura per fare “saltare in aria” Falcone Storie di dinamite, morti ammazzati, depistaggi, killer e spioni

Ci si abitua a tutto. Quasi a tutto. Giovedì 20 agosto un furgone con un carico di tre quintali di tagex, esplosivo da mina a base di nitroglicerina, tredici detonatori e 400 metri di miccia, viene rapinato su un tratto della strada provinciale che collega Torretta a Palermo, nei pressi delle colline di Bellolampo. Il trasporto non era stato autorizzato e quindi il furgone non era scortato. L'episodio fa presagire altri attentati, altro sangue. Poche ore dopo, il furgone riappare. É stato abbandonato in una stradina del centro di Palermo. Che cosa è accaduto? Trovandosi un carico di esplosivo, si sono affrettati a riconsegnare tutto? Oppure la rapina fa parte del clima di tensione che viene sapientemente costruito, giorno dopo giorno, attraverso avvertimenti e minacce di attentati? La questione non è essenziale. Meglio tirare le fila degli ultimi eventi. Lavoro da farmacista; può svolgerlo qualcuno che resista al frastuono, si chiuda fra quattro mura e metta insieme le voci e gli episodi secondari, le rivelazioni dei pentiti e le novità sulle indagini divulgate dalla stampa. «Un secondo fronte delle indagini» spiego a Fabio Bagnasco che aggrotta le sopracciglia sforzandosi di capire. Fabio è un uomo calmo e meditativo, crede nel soprannaturale ed ama Edgar Allan Poe. Subisce senza lamentarsi un compenso di 300 mila lire al mese in cambio di sei-otto ore al giorno di lavoro nella redazione di un periodico. S'indigna con educazione, pone domande impossibili in tono pacato e si limita a corrugare la fronte quando ascolta una banalità. «Un secondo fronte di indagini», ripete severo, fingendo curiosità. «Hai ragione, sarò più chiaro ... Sono state dette tante cose in questi giorni. I più loquaci sono i pentiti. Metti insieme le loro opinioni, cerca di capire che cosa ne viene fuori...». Fabio annuisce e si liscia la barba lunga di tre-quattro giorni. «Quanto tempo mi dai?». «Quello che ti pare... Hai letto qualcosa? Sai qualcosa?». «No, non so niente».

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«Meglio, così cominci da zero». «La questione non è nuova, comunque ...» ribatte concedendosi un sorriso. Mugugnai qualcosa d'incomprensibile.

«Due secoli or sono» _ dice _ Il principe Caracciolo era convinto che in una notte avrebbe sconfitto le cosche. Bastava mandare in galera un centinaio di capi ...». «Lascia perdere». «Oggi sono di più e sono più potenti. Però, la questione è sempre la stessa». Pensai di avere commesso un errore; ormai non potevo farci niente. Alle 22,30 dello stesso giorno _ era il 19 agosto _ Salvatore Amendolito mi chiamò da Washington. Era più informato di me sulle indagini. Mi disse che il nuovo procuratore di Caltanissetta, Tinebra, aveva ricominciato da zero. «Se vuole fare sul serio _ osservò _ sarò dalla sua parte. Tinebra verrà ad interrogarmi qui negli Usa sull'attentato dell'Addaura. Se vorrà sentire, lo farò parlare in modo confidenziale con alcune persone che in Italia hanno voce. Qualcuno che ha seguito la vicenda dell'Addaura fin dall'inizio. Tante cose verranno fuori. Noi intanto abbiamo fatto le nostre indagini ...». «Voi, chi?». «Io e il mio avvocato. Adesso hanno unificato le indagini, gli atti che riguardano l'Addaura e la denuncia per calunnia fanno parte della grossa inchiesta. Le manderò altri documenti ...». «Va bene, li leggerò». «La Procura della Repubblica di New York si è ben guardata dal chiamarmi. Gli agenti dell'Fbi fanno di tutto per mettermi in imbarazzo ...». Gli feci ricordare che appena una decina di giorni prima mi aveva detto il contrario, che l'Fbi aveva ripreso a fidarsi di lui. «Sì, il rapporto era migliorato, poi è peggiorato ...».

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«Negli ultimi giorni?». «Sì, nelle ultime settimane». «E che cosa è capitato?». «Gli agenti di New York avevano ripreso a parlare con me, ma quando hanno riferito a Washington, hanno ricevuto l'ordine di rompere ... Avevano proposto la mia assunzione. Questo qui _ avevano detto _ ci dà informazioni importanti. Sono stati mandati al diavolo. Con Amendolito non si parla, non abbiamo bisogno di lui... Comunque, la cosa interessante, cui Tinebra tiene, è che in pratica si comincia a parlare dall'inizio ... Da dove viene?». «Da dove viene, chi?». «Tinebra ...». «Dalla Procura di Erma ...». «Si è occupato di mafia in passato? Quanti anni ha?». «So poco e niente...».

«Due secoli or sono» _ dice _ Il principe Caracciolo era convinto che in una notte avrebbe sconfitto le cosche. Bastava mandare in galera un centinaio di capi ...». «Lascia perdere». «Oggi sono di più e sono più potenti. Però, la questione è sempre la stessa». Pensai di avere commesso un errore; ormai non potevo farci niente. Alle 22,30 dello stesso giorno _ era il 19 agosto _ Salvatore Amendolito mi chiamò da Washington. Era più informato di me sulle indagini. Mi disse che il nuovo procuratore di Caltanissetta, Tinebra, aveva ricominciato da zero. «Se vuole fare sul serio _ osservò _ sarò dalla sua parte. Tinebra verrà ad interrogarmi qui negli Usa sull'attentato dell'Addaura. Se vorrà sentire, lo farò parlare in modo confidenziale con alcune persone che in Italia hanno voce. Qualcuno che ha seguito la vicenda dell'Addaura fin dall'inizio. Tante cose verranno fuori. Noi intanto abbiamo fatto le nostre indagini ...». «Voi, chi?».

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«Io e il mio avvocato. Adesso hanno unificato le indagini, gli atti che riguardano l'Addaura e la denuncia per calunnia fanno parte della grossa inchiesta. Le manderò altri documenti ...». «Va bene, li leggerò». «La Procura della Repubblica di New York si è ben guardata dal chiamarmi. Gli agenti dell'Fbi fanno di tutto per mettermi in imbarazzo ...». Gli feci ricordare che appena una decina di giorni prima mi aveva detto il contrario, che l'Fbi aveva ripreso a fidarsi di lui. «Sì, il rapporto era migliorato, poi è peggiorato ...». «Negli ultimi giorni?». «Sì, nelle ultime settimane». «E che cosa è capitato?». «Gli agenti di New York avevano ripreso a parlare con me, ma quando hanno riferito a Washington, hanno ricevuto l'ordine di rompere ... Avevano proposto la mia assunzione. Questo qui _ avevano detto _ ci dà informazioni importanti. Sono stati mandati al diavolo. Con Amendolito non si parla, non abbiamo bisogno di lui... Comunque, la cosa interessante, cui Tinebra tiene, è che in pratica si comincia a parlare dall'inizio ... Da dove viene?». «Da dove viene, chi?». «Tinebra ...». «Dalla Procura di Erma ...». «Si è occupato di mafia in passato? Quanti anni ha?». «So poco e niente...».

analogie fra un delitto e l'altro; tutto partiva dall'ordine di sparare, in risposta alle misure anticrimine e alle sentenze della Cassazione. Ma chi aveva impartito l'ordine? É questo il punto.

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Arrivò sul mio tavolo un memorandum di Amendolito datato 31 dicembre 1991 «sul vero significato della simulazione dell'Addaura». Il documento, trasmesso per fax, conteneva alcuni elementi nuovi sulle iniziative intraprese da Cosa Nostra: elementi di grande interesse, in considerazione del fatto che il testo era stato elaborato da Amendolito settanta giorni prima che avesse inizio la catena di delitti. «La mafia _ scrive Amendolito _ sta preparando i suoi vespri siciliani con la complicità delle Brigate nere. Se lo Stato non smetterà di combattere la mafia con un uso improprio della legge ci sarà uno spontaneo sviluppo dell'azione». Più avanti, Amendolito precisa le sue idee: «La mafia siciliana è un impero criminale affaristico provvisto di un apparato ben organizzato. Non è realistico aspettarsi che rinunci ad un tale impero senza una guerra condotta con sistemi criminali. La mafia non incontrerà ostacoli fino a che disporrà delle sue risorse e potrà proteggere i propri assetti in modo tranquillo». Amendolito ne trae il convincimento che «nelle presenti circostanze bisogna attendersi un'alleanza fra mafia e terrorismo... La questione cruciale è la data _ il 31 dicembre 1991 _ Amendolito avrebbe anticipato fatti importanti: deve spiegare come ha potuto farlo. Ma il documento mi è stato trasmesso il 20 agosto. Non ho prova che esso sia stato elaborato otto mesi prima. Più che una profezia, esso contiene un avvertimento. Sarà difficile che la mafia resista alla tentazione di scegliere il terrorismo di destra e di trasformare la Sicilia in una specie di isola dei pirati, nell'attuale situazio ne». Ricevetti lo stesso giorno altre copie di lettere e memoriali, al punto da chiedermi perché mai Amendolito, dopo molti giorni di silenzio, avesse necessità di tornare a occuparsi delle questioni siciliane. Tra l'altro una lettera del 9 agosto 1992, indirizzata al Consiglio superiore della Magistratura; egli scrive che «la mafia intende destabilizzare lo Stato; per potere mettere in pratica un simile progetto ha un passaggio obbligato: espugnare la Procura di Palermo e cioè uccidere fino a quando nessun magistrato abbia più desiderio di essere assegnato a Palermo». «Tutto il resto verrà da sé _ continua il sinistro messaggio _ non escludo che la mafia progetti di uccidere anche altrove. Anzi una simile strategia avrebbe il merito di distogliere l'attenzione dagli avvenimenti palermitani... L'improvvisa ondata di minacce e di rivelazioni _ conclude _ ha proprio lo scopo di distrarre l'attenzione dai delitti palermitani».

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Il 31 agosto, Amendolito ripeteva i suoi avvertimenti: «...sospetto che ci sia qualche cosa di molto grosso nell'aria. Qualche cosa di proporzionato alla sarabanda di avvertimenti e di minacce che hanno scosso l'Italia nelle scorse settimane. L'idea che i tempi siano vicini mi è stata suggerita dall'improvviso silenzio che è piombato in Italia negli ultimi giorni ...». Stavolta Amendolito usciva dalle congetture: «Suggerisca al ministro Martelli di prender precauzioni speciali ... Sono preoccupato per Giusto Sciacchitano a Palermo. Perché? Perché è il più anziano e perché mi sembra la banca dati più ricca. Un avviso glielo mandai già attraverso l'Fbi qualche giorno dopo l'assassinio di Borsellino (in quei giorni si celebrava a Washington il processo Madonia)». Infine, una considerazione: «Un obiettivo è importante oggi ma potrebbero non esserlo più domani» _ ed una deduzione che riconduce al tema chiave: «Questo è quanto non era stato capito da Falcone il quale, mal consigliato da Buscetta e Contorno, nella simulazione dell'Addaura vide una condanna a morte senz'appello». Inviai, poche ore dopo, copia della lettera al ministero di Grazia e giustizia; non tanto perché l'avvertimento in essa contenuto mi avesse preoccupato, quanto per una sorta di dovere d'ufficio. Insomma, non si sa mai ... Sottovalutazione? Affatto. I giornali raccontavano, con dovizia di particolari, le preoccupazioni delle polizie per i nuovi obiettivi di Cosa Nostra: una decina di magistrati, poliziotti, ufficiali dei carabinieri, parlamentari. Una lista troppo folta per apparire credibile. Sospettai molte cose dopo la lettera di Amendolito: la volontà di creare allarme e confusione, la volontà di partecipare alla opinione pubblica le sentenze di morte preannunciate da un fantomatico tribunale di mafia. Focalizzai la mia attenzione sull'alleanza mafia-terrorismo nero. L'informazione mi parve degna di considerazione. Per molte ragioni: l'alleanza era stata sperimentata negli anni '80 con l'assassinio di Piersanti Mattarella e la strage dell'Italicus. Le bande di terroristi consentono infiltrazioni, sperimentate al tempo della strategia della tensione. I brigatisti _ di destra e di sinistra _ sono talvolta senza saperlo, strumenti docili di azioni destabilizzanti. Accetto con riluttanza ogni ipotesi di complotto: il complotto seppellisce l'indagine, essendo impossibile da provare, ma non posso scartare il sospetto che il momento politico _ l'Europa

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comunitaria e la Germania fanno paura, i paesi dell'Est vengono colonizzati da nuovi capitali e loschi figuri _ stimoli azioni e crimini che in passato Cosa Nostra non aveva mai compiuto. 0

devo credere che la sanguinosa stagione di delitti è stata decisa da Totò 'u Curtu? Se

così fosse, dovrei ammettere che la sua potenza è tale da consentirgli obiettivi estremamente rischiosi. Undici anni fa _ fu Buscetta a rivelarlo _ Riina aveva in mano Ciancimino; oggi avrebbe in mano altre carte... Quali? brigatisti neri, dunque. Ecco, a portata di mano, la Falange armata: sembra lì a fare mostra di sé, a dare corpo alle congetture che arrivano d'oltreoceano. I messaggi della Falange non sono deliranti; sono stupidi. Aggirano gli argomenti cruciali, indicano obiettivi secondari, manifestano intenzioni indecifrabili, anticipano azioni di criminalità comune (in Emilia Romagna). Dietro questa sigla potrebbero nascondersi millantatori, depistatori.

Il pomeriggio di martedì 1 settembre, Amendolito mi chiamò al telefono da Washington. «Qui mi dicono _ esordì _ che c'è una congiura contro di me, ormai sono morto ...». Ma il tono della voce non tradiva alcuna preoccupazione. Gli domandai che cosa fosse successo. La risposta fu vaga, incomprensibile. «Ho saputo che il procuratore Celesti mi ha protetto dalla Del Ponte ...». Lasciai cadere l'argomento. Gli chiesi se conoscesse Rosario Spatola, il pentito trapanese che aveva fatto parte della famiglia di Campobello. Rispose di non sapere nulla di lui e mi parve sincero. «Questo Spatola _ continuai _ giura che a mettere il tritolo a Capaci e in Via D'Amelio è stato Mariano Antony Asaro ... Se Asaro non sarà fermato ci saranno altre stragi ...». Amendolito reagì con stizza. «Asaro? Sciocchezze, come se ci fosse solo lui. Ci sono tanti terroristi disoccupati. I pentiti dicono ciò che vuole il procuratore. E gli americani vogliono entrare nell'inchiesta». Antony Asaro era un cittadino americano. Amendolito non sapeva che a far parlare Spatola era stato un giornalista e non il procuratore. Mi stupì, comunque, la decisione con la quale respinse la notizia. Nomi di artificieri della mafia ne erano stati fatti già due _ un esperto di 150


elettronica di Avola e un tedesco _ e questo Asaro era il terzo uomo del tritolo. Perché Spatola parlava ai giornali e non ai giudici? Ricordai che Spatola aveva indicato in Riina, il mandante della strage di Capaci. Aveva detto che c'era la sua firma nella strage. Ora, accusando Antony Asaro, rivelava il nome di un altro mandante, Mariano Agate, il boss di Marsala condannato all'ergastolo per l'uccisione del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari. Ringraziai Amendolito. Non l'avevo mai fatto prima. Dovetti subire i suoi ragionamenti sull'Addaura, per potergli domandare informazioni sulla sua presenza in Sicilia nel 1980. La mia intenzione era di capire quali legami avesse e se questi legami gli consentissero di avere informazioni attendibili. Sollevai, invece, un altro mistero. Amendolito ricordò di avere incontrato Leonardo Greco, il finanziere bresciano Oliviero Tognoli ed una terza persona della quale non conosceva l'identità. «Mi è stato sempre chiesto chi fosse il gran capo che incontrai a Palermo ...», disse. «E lei non l'ha mai rivelato?». «Non l'ho mai saputo». «Ricorderà almeno il suo aspetto fisico ...». «Neil'80 aveva una sessantina d'anni, portava baffetti alla spagnola, era alto 1,65, ben vestito, capelli fitti, neri. Quando mi ha ricordato il nome di Rosario Spatola, è balenato qualcosa ...». «Spatola ha 44 anni e non è stato un boss di primo piano ...», osservai. «Il capo di Leonardo Greco si chiamava Rosario. Adesso lo so, non lo sapevo prima. Don Rosario era un personaggio d'altissimo rispetto. Gli altri parlavano, lui faceva un cenno, quelli capivano e si decideva come voleva lui ...». «Lei conobbe questo don Rosario nel 1980 ...». «Certo, l'ho conosciuto allora ...».

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«Se fosse vivo, oggi avrebbe 72 anni circa ...». «Leonardo Greco gli parlava con umiltà. La riunione avvenne fra me, Greco, Tognoli e il capo». «Amendolito, nel 1980 hanno ammazzato Mattarella, Reina ed altri. Un anno di sangue, uguale al 1992. Questo grande capo ha avuto un ruolo. É importante sapere chi fosse». «Me l'hanno sempre chiesto, ma nessuno è venuto da me con le foto per cercare di identificarlo...». « Nessuno?». «Proprio così, nessuno». La descrizione di Amendolito corrispondeva esattamente a quella di Totò Riina, alla foto tessera di Riina che i giornali pubblicano da quasi quindici anni: baffetti, capelli fitti. Anche l'altezza era quella giusta. Amendolito gli dà qualche centimetro in più ma la sua indicazione è valida. Ciò che non quadra è l'età: circa sessanta anni. Dovetti abbandonare l'idea. Ne parlai con un magistrato, che però nel 1980 non lavorava a Palermo. Non potè offrirmi alcun aiuto. Gli dissi di Amendolito, delle sue telefonate. Volli conoscere il suo giudizio. Era affidabile? «I pentiti _ mi disse sanno ciò che il loro ruolo, il loro grado gli permette di sapere. Talvolta hanno informazioni vecchie, ma devono arrampicarsi sugli specchi. Per loro è un problema di sopravvivenza». Su Amendolito non disse una parola, si avvicinò agli scaffali e cominciò a cercare fra le sue carte. Prese un fascicolo, lo aprì e mi suggerì di leggere alcune pagine. «É il maxiprocesso,

sono

pagine

scritte

da

Giovanni

Falcone»,

precisò

compiaciuto,

raccomandandomi di prendere nota di alcuni riferimenti essenziali (Pagina 5677, Ordinanzasentenza n. 2289). Obbedii e copiai diligentemente ogni parola!

«Fin dal primo momento è stato possibile recepire le dichiarazioni rese da Salvatore Amendolito, pedina di rilievo nel riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti e acquisire ulteriori decisivi elementi di prova nei confronti di Leonardo Greco, personalmente conosciuto dall'Amendolito come capo della famiglia mafiosa di Bagheria e importantissimo elemento di collegamento fra i corleonesi e Michele Greco, capo della Commissione... Gli accertamenti seguiti alle dichiarazioni dell'Amendolito ne hanno

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dimostrato la piena attendibilità, fino a particolari che sembrerebbero insignificanti e che invece acquistano un valore che certamente non poteva essere noto neppure a lui stesso». Dunque, nel 1985 e negli anni seguenti, Salvatore Amendolito era giudicato attendibile ed il suo contributo alla soluzione del caso pizza-connection, decisivo. Perché non viene creduto nel 1989? Perché il finanziere bresciano Tognoli viene adottato dalla magistratura svizzera e Amendolito diventa un infiltrato della mafia? Le risposte si trovano negli Stati Uniti, nell'attività di Amendolito in Svizzera e nelle stesse contraddizioni di Amendolito. Egli giura di non sapere che il denaro a lui affidato fosse della mafia e quindi proveniente dal traffico di droga _ la qualcosa non è credibile _ e accusa in modo spericolato magistrati svizzeri di connivenza con la mafia. Da mesi, inoltre, cerca disperatamente di fare sapere che la mafia ha attaccato lo Stato italiano, colpevole di avere adottato misure illegali contro le cosche.

Chi glielo fa fare? Egli è la pedina di una strategia. La partita a scacchi che si gioca in Sicilia ha confini molto ampi. Più di quanto non si creda. Per fortuna, il Signore chiude una porta ed apre un porticato, come si dice in Sicilia. Se il porticato è grande, ci entri senza accorgertene. «Novità?», domandi a uno che conosci appena, con l'aria di compiere un rito inutile; e quello sciorina il suo rosario di verità e bugie, senza fermarsi un momento. Devi solo rispettare alcune regole di buona creanza: non usare taccuino, né registratore; evitare di dare eccessiva importanza a ciò che ascolti. Il delatore per vocazione è caparbio, vuole raccontare ciò che gli preme di più: ma solo quello e nient'altro. Se hai pazienza, uno così, prima o poi, capita e non è detto che sia uno spreco di tempo ascoltarlo. Incontrai Salvatore la prima domenica di settembre. Lo chiamo Salvatore perché è il nome che ricorre più frequentemente in Sicilia, accanto a Giuseppe e Maria. I Salvatore si sono trovano fra i delinquenti, fra i poliziotti, fra i professori... Ovunque. Piccoli delatori o propagatori di cattiverie, hanno sempre notizie di prima mano e le elargiscono facendoti sentire un uomo eletto dalla fortuna. Generalmente raccontano ciò che hanno appena

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ascoltato da un altro Salvatore. Le informazioni così circolano nello stesso ambiente e ritornano al primo dei Salvatore che le ha diffuse. La faccio lunga, perché la vera fortuna sta nello scoprire che una notizia che ha fatto il giro dei Salvatore più volte _ come una valigia sul nastro trasportatore _ non è stata riconosciuta ed è passata inosservata. Bene, tutto questo per raccontare che la prima domenica di settembre ebbi la conferma delle mie supposizioni: gli otto fogli pervenuti a 39 destinatari, prescelti secondo imperscrutabili criteri, dall'anonimo autore _ poliziotto, magistrato, dirigente politico, amico della mafia o tutte le cose insieme _ costituivano un pezzo dell'indagine sui delitti di Palermo. Insomma, l'intenzione era di aprire un porticato nell'inchiesta, che aveva trovato molte porte chiuse. L'incontro con Salvatore non fu casuale come altre volte _ così cercò di farmi intendere _ e non si limitò alla solita delazione che segue la richiesta di generiche novità. «La lettera anonima porta la firma della mafia?» esordì. «E allora? Una ragione di più per lavorarci a fondo... L'hanno liquidata in fretta la pratica... Troppo in fretta...». «Bhe», osservai, «c'era il rischio di avvelenare l'ambiente. Tutti sospettabili, tutti complici. Non si salva nessuno e finisce che si salvano tutti...». E invece che dire la sua, mi consegnò le fotocopie di un articolo. «Di che si tratta?» domandai. «Leggi la data... 11 giugno 1971». Mi indicò alcuni brani, evidenziati con un pennarello giallo perché li leggessi. «Questo è il precedente...», aggiunse. «Anzi, uno dei precedenti...». Era una pagina del quotidiano L'Ora di Palermo con un titolo su nove colonne: «Come nasce (e muore) un'indagine giudiziaria». Salvatore mi guardava con aria sorniona, di uno che sa il fatto suo. «L'indagine è chiusa», inizia l'articolo, firmato da Marcello Cimino straordinario cronista palermitano _. «Una montagna di carte scritte, custodita nell'archivio del Palazzo di Giustizia. É l'indagine cosiddetta dei 114..., difficile, complessa. Non più, come a Catanzaro, accuse di delitti particolari basati su indizi o su prove che la Corte d'Assisi ha ritenuto insufficienti, ma una sola accusa unificante, quella di associazione a delinquere, suffragata da un mosaico di minuti fatti ben collegati...». 154


«E allora?» chiesi. «Vai avanti, non avere fretta», disse Salvatore infastidito. Marcello Cimino delineava i contorni dell'inchiesta; mano a mano particolari insignificanti divenivano elementi di un intrigo. La storia così testimoniava il fallimento di una inchiesta giudiziaria, a causa di complicità, connivenze. Fin qui, tutto sommato, nulla di nuovo: il processo ai 114 costituì il primo grande smacco alla giustizia, una specie di pietra tombale per i processi alla mafia. Ma il punto non è questo. Le possibilità di successo dell'inchiesta poggiavano su una lettera anonima molto circostanziata, di cui Marcello Cimino rivelava per la prima volta l'esistenza. «Essa ha fornito _ scrive Cimino _ preziose informazioni agli inquirenti sui maggiori delitti attribuiti all'associazione cosiddetta dei 114..., i loro rapporti, la loro organizzazione... una manna dal cielo poiché fornisce piste precise, sulle quali dovrebbe essere agevole muoversi alla ricerca dei necessari riscontri obiettivi di fatti...». La lettera anonima riferiva infatti l'identità dei killer, i retroscena della spettacolare spedizione in viale Lazio, «tra l'altro i nomi del morto e del ferito che gli assalitori portarono via... e dove quest'ultimo fu curato». Destinatario dell'informazione _ nel luglio del 1971 _ fu l'allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante del gruppo a Milano, che la giudicò «stringata e categorica». Così prosegue il cronista. «Tutto funziona a dovere: accertamenti, verifiche, tutto. La macchina della giustizia si muove, identifica il ferito, Damiano Caruso; invece di mettergli le manette, gli inquirenti gli affiancano un sott'ufficiale dei carabinieri. Un uomo in gamba, che si conquista l'amicizia del Caruso al punto da accompagnarlo in Svizzera e dalla Svizzera in aereo a Lima, poi in Messico e infine a New York, dove subisce un intervento chirurgico». «In favore di Caruso si mobilitano i boss _ Salamone, Greco, Buscetta _ che partono per l'America, dove Caruso viene assistito da uomini dell'organizzazione provenienti dal Canada e dal Venezuela. A conclusione del viaggio, Damiano Caruso verrà arrestato e confinato assieme al finto amico, il sott'ufficiale dei carabinieri». Le informazioni della lettera anonima e quelle raccolte durante il viaggio, hanno tale rilievo da distruggere l'organizzazione mafiosa siciliana, la rete italo-americana, i complici insospettabili e gli altri, i manovali... Invece «...il confinato Caruso, accompagnato presso la 155


questura di Bergamo in data 21 agosto 1971 per essere trasferito a Linosa si rendeva irreperibile...». Il castello di indizi e prove frana d'improvviso. La lettera anonima ritorna un foglio di carta e viene espulso dai documenti processuali. Salvatore aveva il diritto di essere compiaciuto per la sua informazione. Ammisi a me stesso che aveva visto giusto. Ma l'episodio costituiva una straordinaria metafora della realtà; lasciava una sensazione sgradevole. Il retrogusto di un vino che si fa bere e poi ti tradisce. Se ne poteva trarre più di un insegnamento. Ventidue anni fa una lettera anonima aveva creato un'occasione per debellare Cosa Nostra, ma né in Sicilia, in Italia, oltreoceano, era stata raccolta. L'informazione di Salvatore m'indusse a cercare tra le mie carte qualche altro episodio legato a lettere anonime. Ne trovai più d'uno, ma quello che mi sembrò più interessante riguardava Giuseppe Insalaco, il sindaco di Palermo ucciso il 12 gennaio 1988. Insalaco faceva la guerra alle imprese vicine a Ciancimino che si erano assicurate gli appalti più importanti del comune di Palermo. Il 16 luglio 1984 «e cioè quando la battaglia per il rinnovo degli appalti era nella fase cruciale, l'Alto Commissario trasmetteva all'Ufficio della Procura un esposto anonimo a carico dell'Insalaco riguardante la questione della vendita del terreno dell'Istituto Sordomuti, inviato al senatore Silvio Coco (allora ispettore commissario della De) e a lui trasmesso da quest'ultimo». La requisitoria della Procura, contro Vito Ciancimino e altri, riferiva anche di «una telefonata anonima in cui si invitava il giudice Falcone ad indagare sulla compravendita del terreno dell'Istituto Sordomuti e sui collegamenti dell'Insalaco con i noti Greco. É da sottolineare come siffatta telefonata sia successiva alla deposizione resa dall'Insalaco al giudice istruttore ed in cui, lo stesso, oltre che ribadire le proprie accuse nei confronti del Ciancimino, avanzava anche dei sospetti in ordine ad una strumentalizzazione della propria vicenda giudiziaria... «Alla stregua di quanto sopra, acquista un ben preciso significato il riferimento fatto ali'Insalaco dall'avvocato Guarrasi, che rappresentava la LESCA e quindi Cassina, alla vicenda giudiziaria che lo riguardava e ciò nel corso di una conversazione relativa al rinnovo degli appalti. Con tale riferimento, nel contesto di quel discorso, si voleva fare intendere ali'Insalaco che si era in grado di manovrare l'inchiesta giudiziaria che lo riguardava e di cui si

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era a conoscenza, inchiesta che avrebbe preso una determinata direzione a seconda di quello che sarebbe stato l'atteggiamento sulla questione degli appalti». La lettera anonima dunque non fa solo parte del panorama; contribuisce a crearlo, determina i fatti. Non ci sono regole che vietano agli uomini di Cosa Nostra di «infamare» per iscritto o di incaricare qualcuno _ in carne e ossa _ di raccontare la sua infamia. Un pentito, un collaboratore della giustizia. Con tanto di licenza dei capi. Mamma comanda, picciotto va e fa... D'accordo, senza delatori, da che mondo e mondo, le indagini girano a vuoto; la questione non è se servirsene o meno, ma di farlo senza rinunciare all'indagine, senza svuotarla, senza sostituirla totalmente con le parole del pentito, consegnandosi mani e piedi a gente infida, spaventata, bisognosa di protezione, denari, credibilità.

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Il misterioso arresto di Piddu Madonia a Longare Una soffiata, ancora una. Inventario delle infamità di mafia In settembre l'inchiesta abbandona le lettere anonime e si affida ai pentiti. Parlano, straparlano... E si comincia a mettere le manette ai latitanti. Ogni successo in un campo solitamente poco frequentato, come la ricerca dei latitanti, giunge con la certezza di compiere un passo avanti nelle indagini sui tre omicidi. Alla base di questa credenza c'è la Commissione di Cosa nostra: un consiglio di amministrazione, un tribunale e insieme una stanza di compensazione per i conflitti interni della mafia: organo mitico, cui sono riposte le speranze di relegare in un luogo ben definito Cosa nostra: uomini e non fantasmi. Se un boss è sospettato di far parte della Commissione, è mandante di fatto dei delitti di mafia. Di conseguenza, un delitto compiuto secondo modalità tipicamente mafiose conduce direttamente alla Commissione e ai suoi componenti. La Commissione, dunque. Non solo i soliti nomi, i soliti fantasmi, le solite rivelazioni di Buscetta, Contorno e gli altri. Nei rapporti delle polizie, dei servizi ogni famiglia viene descritta con i suoi componenti: capi, mezzi capi, rubagalline. Città per città, provincia per provincia. Certificati di famiglia accurati, preparati con pignoleria: un censimento minuzioso del crimine organizzato in Sicilia. Chi conta di più e chi meno: gli emergenti, quelli in lista d'attesa. C'è da restare stupiti: si sa tutto o quasi. Mostro a Salvatore alcuni elenchi. Non quello di ieri; un altro Salvatore. Questo è uno che conta, distribuisce notizie corredandole di suggerimenti. Assai parco di parole, affida ai gesti, agli atteggiamenti, al non-detto il successo delle sue soffiate. «Minchiate», sentenzia, dopo un'occhiata alla classifica dei boss del crimine. Tento di strappargli una parola di più. Ma lui non aggiunge una virgola. «Minchiate», ripete. Quelli come lui mettono radici solo in Sicilia, come gli aranceti; ma non servono a niente, appunto come le arance da quando la Cee ha deciso di distruggerle. E se proprio ci si deve servire di loro, bisogna attendere il vento contrario: ragionano solo di bolina, mai con il vento alle spalle. Secondo le carte nautiche di Salvatore, gli agrigentini hanno avuto un ruolo secondario: «La Commissione ha rappresentato tre aree... i palermitani, i corleonesi e i catanesi...». «E Trapani, Agrigento, Caltanissetta?».

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«Dipende dalle stagioni...», risponde senza convinzione. Agli organigrammi della mafia pubblicati dai giornali non crede per niente. Uno scetticismo giustificato, a giudicare dagli eventi degli ultimi mesi: stragi, rivendicazioni dei delitti, pentiti loquacissimi, minacce, terrorismo, strategia della tensione. Cosa Nostra è un mutante. Il tragitto dalla redazione a casa _ cinquecento metri _ è uno spazio geografico e mentale cui non posso rinunciare. Se dovessi privarmene subirei una grave regressione. I luoghi che percorro hanno pensieri e parole riconoscibili. Durante questo tragitto incontro certezze, come l'agenzia di pompe funebri che promette un decoroso ultimo viaggio con sistemi rateali _ «paghi prima, muori dopo» _ e rassegnate incertezze, come gli operai di una azienda metalmeccanica disoccupati o cassintegrati i quali hanno scelto la piazza antistante il Palazzo della Regione per incontrarsi, discutere della quotidianità e giocare a briscola e tressette. «Ci vediamo in ufficio», si promettono l'un l'altro, lasciandosi al termine di una mattinata di attesa del nulla. Assisto alla manifestazione di esemplare insofferenza di una signora elegante, che, invitata a non parcheggiare l'auto da un alpino armato di mitra _ di vigilanza davanti la dimora di un senatore antimafia in corso Pisani _, promette di spararsi alle tempie se non le verrà consentito di sostare un attimo davanti al salumiere. «Anzi», aggiunge, «mi spari lei...». M'intrometto nella conversazione per fare osservare alla signora l'ingiustizia di una simile pretesa. Se ha fatto una scelta, dico, mi pare giusto che sia lei a portarla a compimento. L'alpino sorride, rinfrancato; la signora acquista i formaggi e il resto, io torno alle mie ricerche con l'idea di avere compiuto una buona azione. Il giorno appresso, domenica, alle 10 del mattino, suonano il campanello alla porta del mio appartamento, guardo attraverso lo spioncino e vedo un tale un po' mal messo con una borsa capiente. «Che cosa desidera?» domando. «Vorrei vendere dei prodotti», è la risposta. Non apro la porta. «Mi spiace, signore», dico, «ma i tempi sono quelli che sono e a pagare talvolta è la gente per bene». Mi vergogno di quel gesto e mi stupisco che sia io a compierlo. Per anni ho subito le prediche dei testimoni di Geo va con l'accappatoio e il sapone da barba sul viso.

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Questi episodi li riferisco per due ragioni: la necessità di far sapere che l'indagine sui tre delitti mi lascia tempo per vivere ma le mie abitudini si sono modificate. Mentre rifiuto l'ingresso allo sconosciuto, la polizia arresta _ lo saprò il giorno dopo _ in un villino alla periferia di Longare, Giuseppe Madonia, figlio di don Ciccio Madonia, erede di Genco Russo, capo dei capi negli anni Sessanta. Ascolto la notizia alla radio: lunedì 7 settembre pochi particolari, una sola certezza: Madonia è il numero due della Commissione; di conseguenza è coinvolto nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non condivido l'euforia degli investigatori, che pur hanno fatto un buon lavoro. Peppe Madonia opera prevalentemente a Gela, città nella quale sono vissuto per tre lustri; qui ha cercato di contendere appalti, traffici illeciti e racket del pizzo alla famiglia dei Ianni-Cavallo, originaria del luogo: 110 morti in due anni. Una carneficina! Ricordo gli ultimi giorni della mia attività di cronista a Gela quindici anni or sono: l'uccisione di Ciccu Madonia, padre di Giuseppe, a Falconara, 20 chilometri da Gela; l'esecuzione di Peppe Di Cristina, boss di Riesi e la liberazione a Piana del Signore, 5-6 chilometri da Gela, di un produttore cinematografico milanese, sequestrato sei mesi prima. Per quello che ne so, don Ciccu è stato ammazzato dagli uomini di Peppe Di Cristina, che pretendeva di ereditare il controllo del Vallone _ Vallelunga, Villalba, Mussomeli, Milena _ zona appartenuta a Calò Vizzini prima e a Genco Russo dopo. Peppe Di Cristina fu ucciso un mese dopo la morte di Ciccu Madonia. Cercò di sfuggirvi; scampò a un attentato. Lo avvertirono, mandò avanti i suoi uomini che rimasero uccisi. Si alleò con lo Stato, rivelando tutto ciò che sapeva per danneggiare i corleonesi e i loro alleati, appunto i Madonia nisseni. Ma non servì a niente. Era il 1978, le famiglie mafiose s'insediavano a Gela, acquistando terreni nella piana gelese: la liberazione del sequestrato era una spia inquivocabile. Scrissi ciò che stava accadendo sulle pagine del Giornale di Sicilia. Il giorno dopo, un imprenditore importante di Gela, che mi era amico, volle incontrarmi. «Hanno deciso di ammazzare un maiale», mi disse. Non capii. Lui ripetè la stessa frase; continuai a non capire. E allora mi chiese che cosa avevo scritto di tanto importante da fare arrabbiare qualcuno. «Qualcuno chi?», chiesi. «Uno importante», fu la risposta. «E perché l'avrei fatto arrabbiare?». «Non lo so, sono venuto a riferire, non so altro».

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Non mi sembrò molto preoccupato, in verità. Era un avvertimento, ma non una minaccia, come dire, definitiva, letale. Andai a rileggere ciò che avevo scritto. Cronaca, nuda cronaca. Lessi ciò che avevano scritto gli altri sul sequestro. Solo allora capii. Nessuno aveva sospettato la colonizzazione di Gela da parte della mafia. Avevo indicato alcuni terreni nella piana. Non mi occupai più dell'argomento. L'imprenditore che mi era amico suppose di avermi persuaso. Mi telefonò elogiando la mia saggezza. «Bravo», mi disse. «Hai capito...». Gli feci credere quello che voleva credere. In verità, dei Madonia, dei Di Cristina non sapevo proprio nulla. Quel sospetto, tuttavia, più tardi potè essere suffragato dai fatti. Nel portafogli di Peppe Di Cristina, ormai cadavere, fu trovato un assegno che provava la partecipazione al sequestro. Una specie di tangente dovuta al boss della zona. Cerco il mio amico di Riesi a telefono per chiedergli se ha saputo dell'arresto di Madonia. Pretende una domanda più precisa. Che cosa mi serve...? «L'omicidio di don Ciccu», dico. «É stato un grave errore di Peppe Di Cristina», dice. «Peppe voleva il potere tutto per sé. Morto il padre, don Ciccu Di Cristina, riteneva che spettasse a lui l'eredità del Vallone». «E non era così?». «No, non era giusto. Peppe non se lo meritava. Non aveva saggezza, prudenza, equilibrio... Il padre morì nel suo letto, quello era un'altra cosa». «E allora provvide a prenderselo il Vallone, eliminando don Ciccu Madonia», continuai. «I Madonia sono stati sempre alleati dei catanesi di Nitto Santapaola e Nitto è stato alleato di Luciano Liggio e Totò Riina; insomma i corleonesi. Combatterli per Peppe Di Cristina fu la tomba». «Peppe Madonia è diventato un pezzo da novanta?» chiesi. «Non lo so che pezzo è... Strada ne ha fatto, quanta ne ha fatta chi lo sa? Riesi non conta più niente. Sono cambiate tante cose». Quando appresi i particolari dell'arresto di Peppe Madonia e della sua straordinaria carriera nell'organizzazione Cosa nostra _ era lunedì, 7 settembre supposi che a creare il personaggio contribuisse la sua omonimia con il palermitano Giuseppe Madonia. Mi resi presto conto di sbagliarmi. Gli investigatori dipingevano Peppe Madonia come un capo indiscusso. Il soprannome _ Piddu «chiacchiera» deleterio per chi capeggia un'organizzazione criminale, che fonda la sua sicurezza sull'omertà, era spiegato con la facilità di eloquio, il parlare forbito, la buona cultura. Può essere. Tuttavia la sua cattura a Longare, nel vicentino, sembra tratta dal film di un regista americano, pieno di ammirazione per il padrino: stile, padronanza di sé,

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ruolo di Piddu Chiacchiera emergono attraverso gesti, atteggiamenti, parole-simbolo di ogni capo. Esce di casa alle 8,30 accompagnato dai guardaspalle. Trascorre la domenica mattina al mercato di Comisano, 15 chilometri da Longare; alle 10,45 ritorna nel villino affittato dal cognato dove vive da parecchi mesi. Scendendo dalla Mercedes, trova gli agenti di polizia, si guarda attorno, sorride. «Complimenti», dice. «Un buon lavoro». In questura conversa con i poliziotti. «L'Inter ha vinto?» chiede. «Perché lei è interista?» fa un poliziotto. «No», risponde. «Tifo per il Milan, ma quando l'Inter perde sono contento». «Fumava con ostentata lentenza una Marlboro», racconta il cronista, compiaciuto. Nelle tasche di Piddu trovano cinquanta milioni in contanti, carte di credito e i santini con le immagini della Madonna e di Santa Rosalia. Ogni santino prova la devozione di una famiglia e costituisce una specie di tessera di riconoscimento. E il denaro? Probabilmente ha incontrato qualcuno... Un altro breve scambio di battute con i poliziotti. «Parlerò? No, non parlerò. Per il momento». Commento del poliziotto ai giornalisti. «Sa tutto... Basta vedere la sua faccia impenetrabile. Si comporta con la calma del mafioso vero». Qualche giorno dopo, il primo interrogatorio nel carcere romano di Rebibbia. «Il giudice», racconta il cronista, «si trova davanti un boss che sfoggia un'aria distesa, tranquilla. Sorride, sistemandosi la camicetta verde sotto la giacca chiara». «Stimavo il giudice Falcone _ dice _. É stato l'unico ad avere capito che io con la guerra di Gela non c'entro per niente...». «E la strage di Capaci?» gli chiede il magistrato. «Quello è un atto criminale, vigliacco. Là sotto potevano esserci anche i miei figli... Sa, signor giudice, io ormai avevo quasi deciso di costituirmi. Per i miei figli soprattutto, per tutte quelle cose brutte che dicevano i giornali. L'arresto è stato quasi una liberazione. A suo tempo lo avevo pure scritto a Falcone: appena c'è un mio rinvio a giudizio mi consegno. Ma quel rinvio a giudizio non è mai arrivato...». Infatti Piddu non è mai stato in carcere, ha la fedina penale pulita, non ha mai visto da vicino un magistrato. Nel suo curriculum, una multa di 30 mila lire per una contravvenzione e un mandato di cattura per associazione mafiosa nel 1983 mai eseguito, firmato da Falcone.

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«Com'è Giuseppe Madonia visto da vicino?» chiede un cronista ad Achille Serra, direttore della sezione centrale della Criminalpol. «Un capo», risponde Serra. «Modi raffinati, camicia di seta, bel portamento, abbronzato, cordiale, accento siciliano non pronunciato. Una persona intelligente, preparata e con un carisma non comune. Abbiamo parlato mezz'ora. Era molto stanco. Mi ha chiesto con grande cortesia di andare subito al carcere». «Madonia è davvero il numero due della mafia? Se Madonia è componente della Cupola e la Cupola ha fatto fuori Falcone e Borsellino, allora Madonia...». «Se la magistratura stabilirà che la Cupola ha ucciso Falcone e Borsellino, allora Madonia, sì, per forza...». «E Salvo Lima, c'entra anche lui?». «Se Cosa nostra ha ucciso Lima...». Secondo un rapporto della guardia di finanza Giuseppe Madonia avrebbe partecipato a un vertice svoltosi tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992 in provincia di Caltanissetta, durante il quale sarebbe stata decisa l'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mai trovate prove di un simile evento con una sola eccezione: la grande adunanza di capi all'Hotel delle Palme di Palermo _ nel '56 credo _ dove furono riannodati i legami con Cosa nostra americana e organizzato il traffico di stupefacenti in Sicilia. Analizzai a lungo le tre fotografie che ritraevano Madonia; due di esse raffiguravano il volto di uomini molto «diversi»; l'ultima maschera di Piddu disegnava le sembianze di un sessantenne 15 anni più vecchio dell'età effettiva _ dai tratti piuttosto duri. Un uomo comune, che puoi incontrare ovunque; perciò anonimo, difficile da ricordare: capelli bianchi, labbra regolari, occhi scuri e sopracciglia grigie, niente rughe. Per molti mesi la gente di Longare lo ha conosciuto con questa faccia. Nessuno ha sospettato, dubitato. Per tutti era un medico chirurgo, un uomo affidabile, distinto, pieno di premure ma anche riservato, come si conviene ad un professionista serio. Ma che cosa ci faceva un chirurgo a Longare per molti mesi, senza esercitare la professione, con due auto di grossa cilindrata ad accompagnarlo ovunque? Questo non se l'è chiesto nessuno. Ognuno si fa gli affari suoi, mi è stato spiegato, e custodisce la vita privata degli altri per disporre della propria. Le altre due foto sono simili: capelli scuri, ingrigiti alle tempie. Baffi ben curati, piuttosto lunghi e folti, allungano le labbra e le assediano. Piddu è sorridente, mostra gli anni che ha, una personalità allegra, gioviale. In una delle due fotografie i capelli delle tempie si

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iscuriscono e gli regalano qualche anno in meno, ma il resto non muta. Resta l'immagine di un uomo positivo, affidabile. Quest'ultima foto è la più vicina alla realtà, ma va proposta in un contesto preciso: la Gela degli anni Settanta, città nella quale Piddu si è fatto molti amici e molti nemici; dove ha studiato e conseguito il diploma. La osservo a lungo: il volto mi sembra perfino familiare. L'inganno della doppia personalità è bene ordito, i tratti del volto non sono stati sconvolti ma sapientemente modificati. Un uomo intelligente, non c'è che dire; che ostenta sicurezza. Troppe sensazioni per tre fotografie. Ho messo Piddu sul piedistallo. Ma come liberarsi dei pregiudizi? Se ti dicono: quello lì è un capo, quando l'abbiamo preso si è complimentato, l'unico problema che ha sollevato riguarda la squadra di calcio e la voglia di andare a dormire. L'alone di fascino del boss imperturbabile conquista quanto quello del poliziotto che l'acciuffa. Bene che vada è una partita alla pari. Non è una questione essenziale. Si tratta ora di fare scendere Piddu dal piedistallo: ha fatto per intero il suo dovere questo piedistallo finto, rassicurando tutti sulla volontà di mettere le mani sugli stragisti. La latitanza di Piddu non è quella di un capo di prima grandezza: egli ha scelto un confortevole villino di un piccolo paese, per vivere insieme al cognato ed ai nipoti. Quando si cerca un latitante, i parenti costituiscono il filo d'Arianna; dovrebbe saperlo pure Piddu, il quale fa un'altra scelta opinabile: a Longare tutti si conoscono e un estraneo può essere facilmente notato. Insomma il grande boss si è comportato in modo imprudente, ingenuo. Lo ha fatto perché non aveva alternative? non disponeva di luoghi più sicuri? Se è così, Piddu non è il numero due; anzi, non ha amici importanti o si fida poco degli amici che ha al punto da rischiare di vivere con il cognato. Queste ingenuità richiamano quelle degli investigatori: se Piddu è un grande latitante, perché la ricerca non è partita dal pedinamento dei congiunti? La mia personale opinione è che la ricerca dei latitanti _ come attività specifica, affidata a specialisti, mirata, programmat a, coordinata _ è una scoperta recente. Vorrei sbagliarmi. Quando l'hanno preso, Piddu è apparso sereno, come se si aspettasse un simile evento. Carattere forte? Non solo questo... Ho la sensazione che ci sia qualcosa in più. La cronaca del 7 settembre riferisce una frase di Piddu: «Se parlerò? No, non parlo. Per il momento». Per il momento. Piddu si sentiva sicuro a Longare; altrimenti non ci avrebbe abitato così a lungo. Che cosa gli offriva tanta sicurezza? Un patto. Stipulato con chi? Il meccanismo a un certo punto si è

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inceppato: una trappola o il risultato di un accordo? Se si è trattato di una trappola, chi ha aiutato la polizia? Nel 1978 Peppe Di Cristina rivelò il piano di evasione di Luciano Liggio ad un colonnello dei carabinieri. Peppe Di Cristina e Piddu Madonia hanno molte cose in comune. E i figli? Vite parallele, sorte diversa. Piddu, più giovane di Peppe, sale i gradini quattro a quattro, grazie a Luciano Liggio e Nitto Santapaola. Il pentito Antonino Calderone ha raccontato che Liggio, un giorno, volle mettere alla prova, il figlio di don Ciccu Madonia. «Se sei un uomo ammazza il primo carabiniere che incontri...». Non l'incontrarono, per fortuna. Che cosa avrebbe fatto Piddu? Il carabiniere non sarebbe stato ucciso. L'audacia o la codardia non c'entrano. La mafia non uccide mai per niente. Se non c'è il movente contingente, c'è sempre uno scopo nelle sue azioni criminali. Fare mostra di crudeltà, talvolta, è necessario per tenere saldo l'esercito e intimorire amici e nemici: ma il rischio deve valere la pena di correrlo. Sto divagando? No, devo necessariamente tenerle bene in mente queste abitudini, se voglio capire... L'arresto di Piddu e poi l'interrogatorio a Rebibbia: «Falcone? Lo rispettavo. É stato l'unico a capire che con la guerra di Gela io non c'entravo. La strage? Una vigliaccata, sotto le macerie potevano trovarsi i miei figli». Piddu non se ne sta zitto; condanna la scelta di Capaci. Perché lo fa? Si difende, non vuole essere coinvolto. Un comportamento anomalo, rispetto alle regole che conosciamo. «Gli uomini d'onore non parlano», dice Buscetta, «e quando parlano dicono la verità...». Idiozie, naturalmente. Peppe Di Cristina infama Liggio, Riina infama Michele Greco e ad ogni grande delitto di mafia la cosca nemica telefona o scrive per infamare gli autori dell'assassinio. La rivendicazione di Capaci è una infamità, (il regalo ai Madonia), la rivendicazione del delitto Lima («Fu Aglieri») è un'altra infamità.

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La mattanza di Gela, la fine della mafia riesina e l’ascesa dei corleonesi. La stagione che prepara il contesto stragista Giovedì 11 settembre andai a Gela, con Sandro Provvisionato, inviato speciale dell'Europeo. Perché con lui? Provvisionato è un segugio, una specie di Philip Marlowe. Scrive pagine su pagine in tempi straordinariamente brevi e ricostruisce tutto con la precisione di un droghiere, servendosi di appunti raccolti su un solo foglio di taccuino; ho provato a sbirciare, sembrano gli escrementi di un insetto. É corpulento, veste come gli capita e nasconde metà del viso con la barba; ma gli occhi vivacissimi ti seguono ovunque. Lo conobbi tre anni or sono; venne a trovarmi in redazione. É insolito che gli inviati dei grandi giornali chiedano pareri fuori dal giro _ i gesuiti, i movimenti antimafia, i cronisti di giudiziaria _ perciò mi incuriosì quella visita. Parlammo del caso Di Pisa, il giudice accusato di avere scritto lettere anonime che infamavano alcuni magistrati, ero l'unico a sostenere la non colpevolezza di Alberto Di Pisa e mostrò di condividere i miei dubbi. Quanto basta perché sorgesse un filo di simpatia, alimentata da un bisogno comune: non accontentarsi di quello che passa il governo... Allora, Gela. Partimmo di pomeriggio: 180 chilometri, quasi due ore, da Palermo: penetri il cuore della Sicilia e ti fai l'idea di un continente, più che di un'isola nel Mediterraneo: le montagne, le radure, il prato, il bosco... giù fino al mare, che vedi solo quando ti trovi a 50 metri dalla battigia. É nascosto dalla collina, della muraglia bianca di case abusive alzate pietra su pietra. Arrivi a Gela, lasciandoti alle spalle la stupenda rocca di Butera. Brutta, sporca e cattiva; così ti appare la città: ciò che vedi e ciò che sai è un miscuglio di verità ed insolenze. Ho l'animo dell'emigrato e me ne vergogno: conosco gente per bene e conservo il ricordo della sabbia dorata, delle lampare, delle mura greche di Caposoprano, delle passeggiate sul corso. I delitti me li leggevo sui giornali. Un morto l'anno; per rapina o gelosia. «Centodieci cadaveri per la guerra di Piddu...», ricordo a Sandro. «Ma non hanno contato gli omicidi sbagliati...». «Omicidi sbagliati?» domanda.

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«Sì, proprio così. I ragazzini impugnano la pistola dopo aver sparato un solo caricatore e vanno ad ammazzare il nemico, l'infame. Trecento, forse più, tentati omicidi; che sono omicidi sbagliati. C'è un esercito di sopravvissuti alla furibonda guerra di Gela, grazie all'imperizia dei killer. Insomma, al fatto che con la pistola ci giocavano... Pensa, hanno sparato a un consigliere comunale da mezzo metro. Lui era fermo, seduto nella sua auto parcheggiata. Il killer è riuscito a sbagliare mira... Questo cosa ti fa pensare?». «A una mafia che non è mafia», risponde Sandro. «Giusto... E Piddu è il capo di una mafia che non è mafia. Bande di ragazzini che infestano la città: disperati, senza arte né parte, sprovvisti di tutto, anche della voglia di campare». Giungemmo a Gela che erano le 16,00. Il tempo di prendere un caffè. Una cronista, Giovanna Sirchia, si assunse il compito di accompagnare Sandro; io preferii immergermi nella vecchia città. Il corso Vittorio Emanuele cominciava ad affollarsi: la gente passeggiava e discuteva a grappoli davanti ai negozi. La prima impressione che ebbi fu l'immobilità: la città era cambiata nell'animo, non nel contegno, nelle abitudini. Possibile? Feci un po' di strada a piedi, stringendo le mani di decine di persone. Non ricordavo i loro nomi, ma riconoscevo i loro modi e indovinavo quello che pensavano, che cosa avrebbero detto. No, non solo le parole di circostanza, ma il resto, il non detto. L'accento, i ricordi comuni che affioravano ed altro ancora. Dov'è il Bronx? chiesi ad uno di coloro che mi stringeva la mano. Aggrottò le sopracciglia. «Il Bronx?» ripetè. «Lo sanno i giornali, dov'è...». Per anni avevo scritto della povertà della Carrubbazza, di Scavone, di Locu Pasqualeddu: quartieri dimenticati da Dio... «E Madonia, chi è questo Madonia, il boss dei boss?». «Mai visto», risposero in tanti. Eccetto Amedeo Battiate Amedeo è la Gela borghese, pacata, incapace di aggredire i nemici; capace di sopportare l'insopportabile. «Sì, l'ho visto Peppe Madonia», racconta. «Quando? Molti anni fa. Entrò in un bar. Era elegante, aveva capelli curatissimi. Salutò con grande cortesia. I signori sono ospiti miei, disse. Se loro permettono... No, non c'era arroganza, né provocazione in quelle parole... Si rese conto, forse, di averci stupito un po' troppo. Non mi chiedete perché, aggiunse, non ve lo spiego. Il tono rimase cortese, tuttavia l'avvertimento lo trovai curioso. Mi rendo conto che è poco, ma è stato difficile per me in questi giorni immaginarlo come un boss sanguinario». Camminammo a lungo con Amedeo; e parlammo di noi, delle nostre vite che si erano allontanate. Assalito dai ricordi, scoprii di amare ancora la mia gente.

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Fui raggiunto da Sandro Marlowe alle 19,00 davanti il portone di casa del procuratore Angelo Ventura, che ha un viso straordinariamente giovanile e parla come Amedeo, pacatamente; è nato e vissuto a lungo a Gela, fa parte di quella città che non aggredisce, che s'indigna senza violenza, a bassa voce. La sua è un'antica casa patrizia un po' spoglia; il soggiorno è colmo di libri, fogli d'appunti; agende e cuscini giacciono sul vecchio divano. I carabinieri gli addebitano di non avere autorizzato una intercettazione ambientale per acciuffare Piddu. Il tribunale dei giudici, a Roma, dovrà occuparsi di lui, anche per altre ragioni: guidava l'auto di servizio, è arrivato 4 ore doppo l'omicidio di un uomo. Racconta la sua storia con l'aria di non crederci nemmeno lui. Non è irritato, ma infastidito, stupito. -Forse hanno creduto che privilegiassi la polizia, non so», osserva senza astio. «Abbiamo fatto indagini in questi due anni. Abbiamo scoperto venti omicidi, mandato in galera più di cento persone. Questo non vale niente? Le due famiglie _ il clan Iocolano e quella di Madonia _ sono state quasi distrutte, sicuramente danneggiate. E dove si è registrato un simile successo? La polizia ha lavorato bene...». «E Piddu, Piddu lei perché non lo ha fatto arrestare?», domanda Sandro. «Una cosa è l'intercettazione ambientale in un ufficio pubblico ed un'altra in una casa privata senza una ragione specifica, ben motivata. Non potevo autorizzarla; a quel tempo sarebbe stato un abuso. Ora, con le nuove norme, avrei potuto...». «Ma Madonia è uno importante. Il numero due...». «Lo conosco come un boss locale». Sandro Morlawe prende appunti, sempre sullo stesso foglio. Sembra distratto. 50 che non lo è affatto. Si raggomitola nella poltroncina che non Io contiene per intero. Non è affatto contento; ma non è necessario esserlo nel nostro mestiere. Fummo raggiunti da Vincenzo Giunta, professore ed ex sindaco; una specie di istituzione ed insieme il suo contrario. Lo conosco da sempre. Ha costruito e divelto con eguale maestria le istituzioni. Ci parla di tutto: mafia, antimafia, Madonia e suoi nemici, professando con coerenza il suo scetticismo, compiacendosi dell'ambiguità che suscita, delle inquietudini che manifesta, del groviglio di sentimenti che espone. 51 sente investito di un mandato misterioso. Sentiamo un rumore che proviene dalla porta d'ingresso; Giunta si alza, impugna la pistola che tiene nella fondina al fianco e va ad aprire. «Nessuno», comunica. «Ci eravamo sbagliati».

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Il procuratore ci saluta. No, non può uscire, non può trattenersi a lungo nello stesso luogo, deve stare attento. Accompagniamo il professore a casa, ci soffermiamo davanti il portoncino d'ingresso. Sandro è impaziente: sono le 22,30, forse le 23,00. «Facciamo un po' di conti», dice Giunta. «Iocolano ha detto di potere contare su 450 uomini. Lo so perché c'è una telefonata registrata. I Madonia altrettanto; forse, qualcuno in più... altrimenti come avrebbe combattuto in casa d'altri? Sono quasi mille uomini in armi, selezionati, capaci di qualunque azione criminosa. A questi vanno aggiunti almeno altri mille uomini, disponibili ma fino a un certo punto: non ammazzano, ma rubano, raccolgono il pizzo. Buoni soldati, insomma. Attorno a questi duemila uomini si muove un'area di complicità di ottomila persone: parenti, amici personali, clienti, uomini che hanno ricevuto favori o temono rappresaglie. É il dieci per cento della popolazione di Gela, no? Poi ci sono 120 morti, più di quanto ne fece la seconda guerra mondiale a Gela». Mentre fa i conti, risponde al saluto di un tale, che ha accanto una donna e un bambino. «Vedi», spiega. «Non lo crederesti, guardandolo. É minuto, ha la faccia buona, ma è uno di quelli...». Sandro Mariowe, durante il ritorno a Palermo, confessa di averci capito poco di questa città. Quando dice queste cose, vuole dire che ha capito tutto, ma non è soddisfatto lo stesso. Le verità che possiede sono parziali, reticenti, le informazioni che ha raccolto servono poco... «Non bastano nemmeno a me», dico dopo un silenzio che ci ha portato alle porte di Caltanissetta. «Devi usare il metodo del camaleonte e quello dell'armadillo», dice ridendo. Lo credevo stanco e sconfortato; invece ha la forza di citare John Le Carré. Lo stupisco, indovinando la fonte. É stata la fortuna a venirmi incontro. Ho appena finito di leggere Chiamata per il morto di Le Carré e quell'incrocio di furbizia e cinismo mi è rimasto ben impresso nella memoria... Misuro, senza riuscirvi, la distanza fra gli assassini della letteratura poliziesca e quelli in cui ci imbattiamo. Gli assassini di Gela sono senza storia. Non sono scaltri, non uccidono per odio, per paura o per avidità; non sono iracondi, né impulsivi, né amano la morte... Piuttosto non capiscono la vita. E non sono riusciti a suggerire una domanda essenziale: perché è potuto accadere che ingenti capitali gestiti a Milano _ sede dell'Eni _ abbiano provocato la nascita della più feroce mafia del Mezzogiorno d'Italia? «Allora», chiedo a Sandro, «questo Piddu è il numero due o che cosa?».

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Mi risponde con un grugnito. Quanto basta. Sandro Marlowe ha capito. Almeno lui! La fortuna mi aiuta ancora una volta. Di ritorno da Gela posso incontrare il colonnello Alfio Pettinato. L'ufficiale dei carabinieri fu scelto da Peppe Di Cristina per le sue confessioni. Una tappa fondamentale nella guerra dello Stato a Cosa Nostra. Pettinato si trova a Palermo per un breve periodo di ferie. Ha stile, buona creanza; è schietto, disponibile e non ama il protagonismo. Per me è il capitano; con quel grado l'ho conosciuto a Gela sul finire degli anni Settanta. Che cosa avrebbe potuto dirmi? Forse poco, ma quel poco mi sarebbe bastato per sapere di più su Piddu Madonia. Almeno attraverso le parole del suo nemico storico, Peppe Di Cristina. Mi accoglie con straordinaria cortesia. Raccomanda di non prendere appunti. «Non ce n'è bisogno», dice. «Parlano le carte...». Lo rivedo dopo molti mesi. Non ha perso il suo aplomb. Alto, asciutto, elegante. E una memoria di ferro. Nomi, date, circostanze. Ricorda il sequestro De Nora. _ Lo presero il 17 gennaio 1977 e lo liberarono a Gela il 19 giugno del 1978 _ e la fine di Ciccu Madonia , padre di Piddu, l'8 aprile 1978. Una data importante, perché segna l'ascesa di Piddu. Un mese dopo, infatti, sarà ammazzato Peppe Di Cristina e per Piddu tutto diventerà più facile. Nei giorni in cui il capitano Pettinato è a Gela, comunque, lo scontro fra i vincenti e la vecchia mafia di Riesi, è ancora in atto. Di Cristina fa sapere al maresciallo dei carabinieri di Riesi, Di Salvo, che avrebbe parlato solo con il capitano. É scampato miracolosamente ad un attentato il 21 novembre del 1977 e teme per la sua vita. Offre perciò a Pettinato ogni informazione utile perché i carabinieri arrestino i capi della mafia vincente _ i corleonesi Riina, Provenzano e Bagarella _ e impediscano la fuga di Luciano Liggio. (Buscetta sbaglia ad addebitare a Totò Riina la soffiata: è stato Peppe Di Cristina a rivelare i particolari del piano di evasione). Di Cristina perde così la padronanza di sé, il carisma del capo. É un uomo spaventato.

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In settembre 1992 l'inchiesta abbandona le lettere anonime e si affida ai pentiti. Parlano, straparlano... Per fortuna, il Signore chiude una porta ed apre un porticato, come si dice in Sicilia. Se il porticato è grande, ci entri senza accorgertene. «Novità?», domandi a uno che conosci appena, con l'aria di compiere un rito inutile; e quello sciorina il suo rosario di verità e bugie, senza fermarsi un momento. Devi solo rispettare alcune regole di buona creanza: non usare taccuino, né registratore; evitare di dare eccessiva importanza a ciò che ascolti. Il delatore per vocazione è caparbio, vuole raccontare ciò che gli preme di più: ma solo quello e nient'altro. Se hai pazienza, uno così, prima o poi, capita e non è detto che sia uno spreco di tempo ascoltarlo. Incontrai Salvatore la prima domenica di settembre. Lo chiamo Salvatore perché è il nome che ricorre più frequentemente in Sicilia, accanto a Giuseppe e Maria. I Salvatore si sono trovano fra i delinquenti, fra i poliziotti, fra i professori... Ovunque. Piccoli delatori o propagatori di cattiverie, hanno sempre notizie di prima mano e le elargiscono facendoti sentire un uomo eletto dalla fortuna. Generalmente raccontano ciò che hanno appena ascoltato da un altro Salvatore. Le informazioni così circolano nello stesso ambiente e ritornano al primo dei Salvatore che le ha diffuse. La faccio lunga, perché la vera fortuna sta nello scoprire che una notizia che ha fatto il giro dei Salvatore più volte _ come una valigia sul nastro trasportatore _ non è stata riconosciuta ed è passata inosservata. Bene, tutto questo per raccontare che la prima domenica di settembre ebbi la conferma delle mie supposizioni: gli otto fogli pervenuti a 39 destinatari, prescelti secondo imperscrutabili criteri, dall'anonimo autore _ poliziotto, magistrato, dirigente politico, amico della mafia o tutte le cose insieme _ costituivano un pezzo dell'indagine sui delitti di Palermo. Insomma, l'intenzione era di aprire un porticato nell'inchiesta, che aveva trovato molte porte chiuse. L'incontro con Salvatore non fu casuale come altre volte _ così cercò di farmi intendere _ e non si limitò alla solita delazione che segue la richiesta di generiche novità. «La lettera anonima porta la firma della mafia?» esordì. «E allora? Una ragione di più per lavorarci a fondo... L'hanno liquidata in fretta la pratica... Troppo in fretta...». «Bhe», osservai, «c'era il rischio di avvelenare l'ambiente. Tutti sospettabili, tutti complici. Non si salva nessuno e finisce che si salvano tutti...». E invece che dire la sua, mi consegnò le fotocopie di un articolo. «Di che si tratta?» domandai. «Leggi la data... 11 giugno 1971».

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Mi indicò alcuni brani, evidenziati con un pennarello giallo perché li leggessi. «Questo è il precedente...», aggiunse. «Anzi, uno dei precedenti...». Era una pagina del quotidiano L'Ora di Palermo con un titolo su nove colonne: «Come nasce (e muore) un'indagine giudiziaria». Salvatore mi guardava con aria sorniona, di uno che sa il fatto suo. «L'indagine è chiusa», inizia l'articolo, firmato da Marcello Cimino straordinario cronista palermitano _. «Una montagna di carte scritte, custodita nell'archivio del Palazzo di Giustizia. É l'indagine cosiddetta dei 114..., difficile, complessa. Non più, come a Catanzaro, accuse di delitti particolari basati su indizi o su prove che la Corte d'Assisi ha ritenuto insufficienti, ma una sola accusa unificante, quella di associazione a delinquere, suffragata da un mosaico di minuti fatti ben collegati...». «E allora?» chiesi. «Vai avanti, non avere fretta», disse Salvatore infastidito. Marcello Cimino delineava i contorni dell'inchiesta; mano a mano particolari insignificanti divenivano elementi di un intrigo. La storia così testimoniava il fallimento di una inchiesta giudiziaria, a causa di complicità, connivenze. Fin qui, tutto sommato, nulla di nuovo: il processo ai 114 costituì il primo grande smacco alla giustizia, una specie di pietra tombale per i processi alla mafia. Ma il punto non è questo. Le possibilità di successo dell'inchiesta poggiavano su una lettera anonima molto circostanziata, di cui Marcello Cimino rivelava per la prima volta l'esistenza. «Essa ha fornito _ scrive Cimino _ preziose informazioni agli inquirenti sui maggiori delitti attribuiti all'associazione cosiddetta dei 114..., i loro rapporti, la loro organizzazione... una manna dal cielo poiché fornisce piste precise, sulle quali dovrebbe essere agevole muoversi alla ricerca dei necessari riscontri obiettivi di fatti...». La lettera anonima riferiva infatti l'identità dei killer, i retroscena della spettacolare spedizione in viale Lazio, «tra l'altro i nomi del morto e del ferito che gli assalitori portarono via... e dove quest'ultimo fu curato». Destinatario dell'informazione _ nel luglio del 1971 _ fu l'allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante del gruppo a Milano, che la giudicò «stringata e categorica». Così prosegue il cronista. «Tutto funziona a dovere: accertamenti, verifiche, tutto. La macchina della giustizia si muove, identifica il ferito, Damiano Caruso; invece di mettergli le manette, gli inquirenti gli affiancano un sott'ufficiale dei carabinieri. Un uomo in gamba, che

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si conquista l'amicizia del Caruso al punto da accompagnarlo in Svizzera e dalla Svizzera in aereo a Lima, poi in Messico e infine a New York, dove subisce un intervento chirurgico». «In favore di Caruso si mobilitano i boss _ Salamone, Greco, Buscetta _ che partono per l'America, dove Caruso viene assistito da uomini dell'organizzazione provenienti dal Canada e dal Venezuela. A conclusione del viaggio, Damiano Caruso verrà arrestato e confinato assieme al finto amico, il sott'ufficiale dei carabinieri». Le informazioni della lettera anonima e quelle raccolte durante il viaggio, hanno tale rilievo da distruggere l'organizzazione mafiosa siciliana, la rete italo-americana, i complici insospettabili e gli altri, i manovali... Invece «...il confinato Caruso, accompagnato presso la questura di Bergamo in data 21 agosto 1971 per essere trasferito a Linosa si rendeva irreperibile...». Il castello di indizi e prove frana d'improvviso. La lettera anonima ritorna un foglio di carta e viene espulso dai documenti processuali. Salvatore aveva il diritto di essere compiaciuto per la sua informazione. Ammisi a me stesso che aveva visto giusto. Ma l'episodio costituiva una straordinaria metafora della realtà; lasciava una sensazione sgradevole. Il retrogusto di un vino che si fa bere e poi ti tradisce. Se ne poteva trarre più di un insegnamento. Ventidue anni fa una lettera anonima aveva creato un'occasione per debellare Cosa Nostra, ma né in Sicilia, in Italia, oltreoceano, era stata raccolta. L'informazione di Salvatore m'indusse a cercare tra le mie carte qualche altro episodio legato a lettere anonime. Ne trovai più d'uno, ma quello che mi sembrò più interessante riguardava Giuseppe Insalaco, il sindaco di Palermo ucciso il 12 gennaio 1988. Insalaco faceva la guerra alle imprese vicine a Ciancimino che si erano assicurate gli appalti più importanti del comune di Palermo. Il 16 luglio 1984 «e cioè quando la battaglia per il rinnovo degli appalti era nella fase cruciale, l'Alto Commissario trasmetteva all'Ufficio della Procura un esposto anonimo a carico dell'Insalaco riguardante la questione della vendita del terreno dell'Istituto Sordomuti, inviato al senatore Silvio Coco (allora ispettore commissario della De) e a lui trasmesso da quest'ultimo». La requisitoria della Procura, contro Vito Ciancimino e altri, riferiva anche di «una telefonata anonima in cui si invitava il giudice Falcone ad indagare sulla compravendita del terreno dell'Istituto Sordomuti e sui collegamenti dell'Insalaco con i noti Greco. É da sottolineare come siffatta telefonata sia successiva alla deposizione resa dall'Insalaco al giudice istruttore

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ed in cui, lo stesso, oltre che ribadire le proprie accuse nei confronti del Ciancimino, avanzava anche dei sospetti in ordine ad una strumentalizzazione della propria vicenda giudiziaria... «Alla stregua di quanto sopra, acquista un ben preciso significato il riferimento fatto ali'Insalaco dall'avvocato Guarrasi, che rappresentava la LESCA e quindi Cassina, alla vicenda giudiziaria che lo riguardava e ciò nel corso di una conversazione relativa al rinnovo degli appalti. Con tale riferimento, nel contesto di quel discorso, si voleva fare intendere ali'Insalaco che si era in grado di manovrare l'inchiesta giudiziaria che lo riguardava e di cui si era a conoscenza, inchiesta che avrebbe preso una determinata direzione a seconda di quello che sarebbe stato l'atteggiamento sulla questione degli appalti». La lettera anonima dunque non fa solo parte del panorama; contribuisce a crearlo, determina i fatti. Non ci sono regole che vietano agli uomini di Cosa Nostra di «infamare» per iscritto o di incaricare qualcuno _ in carne e ossa _ di raccontare la sua infamia. Un pentito, un collaboratore della giustizia. Con tanto di licenza dei capi. Mamma comanda, picciotto va e fa... D'accordo, senza delatori, da che mondo e mondo, le indagini girano a vuoto; la questione non è se servirsene o meno, ma di farlo senza rinunciare all'indagine, senza svuotarla, senza sostituirla totalmente con le parole del pentito, consegnandosi mani e piedi a gente infida, spaventata, bisognosa di protezione, denari, credibilità. In settembre l'inchiesta abbandona le lettere anonime e si affida ai pentiti. Parlano, straparlano... E si comincia a mettere le manette ai latitanti. Ogni successo in un campo solitamente poco frequentato, come la ricerca dei latitanti, giunge con la certezza di compiere un passo avanti nelle indagini sui tre omicidi. Alla base di questa credenza c'è la Commissione di Cosa nostra: un consiglio di amministrazione, un tribunale e insieme una stanza di compensazione per i conflitti interni della mafia: organo mitico, cui sono riposte le speranze di relegare in un luogo ben definito Cosa nostra: uomini e non fantasmi. Se un boss è sospettato di far parte della Commissione, è mandante di fatto dei delitti di mafia. Di conseguenza, un delitto compiuto secondo modalità tipicamente mafiose conduce direttamente alla Commissione e ai suoi componenti. La Commissione, dunque. Non solo i soliti nomi, i soliti fantasmi, le solite rivelazioni di Buscetta, Contorno e gli altri. Nei rapporti delle polizie, dei servizi ogni famiglia viene descritta con i suoi componenti: capi, mezzi capi, rubagalline. Città per città, provincia per provincia. Certificati di famiglia accurati, preparati con pignoleria: un censimento minuzioso

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del crimine organizzato in Sicilia. Chi conta di più e chi meno: gli emergenti, quelli in lista d'attesa. C'è da restare stupiti: si sa tutto o quasi. Mostro a Salvatore alcuni elenchi. Non quello di ieri; un altro Salvatore. Questo è uno che conta, distribuisce notizie corredandole di suggerimenti. Assai parco di parole, affida ai gesti, agli atteggiamenti, al non-detto il successo delle sue soffiate. «Minchiate», sentenzia, dopo un'occhiata alla classifica dei boss del crimine. Tento di strappargli una parola di più. Ma lui non aggiunge una virgola. «Minchiate», ripete. Quelli come lui mettono radici solo in Sicilia, come gli aranceti; ma non servono a niente, appunto come le arance da quando la Cee ha deciso di distruggerle. E se proprio ci si deve servire di loro, bisogna attendere il vento contrario: ragionano solo di bolina, mai con il vento alle spalle. Secondo le carte nautiche di Salvatore, gli agrigentini hanno avuto un ruolo secondario: «La Commissione ha rappresentato tre aree... i palermitani, i corleonesi e i catanesi...». «E Trapani, Agrigento, Caltanissetta?». «Dipende dalle stagioni...», risponde senza convinzione. Agli organigrammi della mafia pubblicati dai giornali non crede per niente. Uno scetticismo giustificato, a giudicare dagli eventi degli ultimi mesi: stragi, rivendicazioni dei delitti, pentiti loquacissimi, minacce, terrorismo, strategia della tensione. Cosa Nostra è un mutante.

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L’enigma della 126 imbottita di esplosivo. I 152 milioni nell’auto di Sbeglia. I giorni che preparano Via D’Amelio Il tragitto dalla redazione a casa _ cinquecento metri _ è uno spazio geografico e mentale cui non posso rinunciare. Se dovessi privarmene subirei una grave regressione. I luoghi che percorro hanno pensieri e parole riconoscibili. Durante questo tragitto incontro certezze, come l'agenzia di pompe funebri che promette un decoroso ultimo viaggio con sistemi rateali _ «paghi prima, muori dopo» _ e rassegnate incertezze, come gli operai di una azienda metalmeccanica disoccupati o cassintegrati i quali hanno scelto la piazza antistante il Palazzo della Regione per incontrarsi, discutere della quotidianità e giocare a briscola e tressette. «Ci vediamo in ufficio», si promettono l'un l'altro, lasciandosi al termine di una mattinata di attesa del nulla. Assisto alla manifestazione di esemplare insofferenza di una signora elegante, che, invitata a non parcheggiare l'auto da un alpino armato di mitra _ di vigilanza davanti la dimora di un senatore antimafia in corso Pisani _, promette di spararsi alle tempie se non le verrà consentito di sostare un attimo davanti al salumiere. «Anzi», aggiunge, «mi spari lei...». M'intrometto nella conversazione per fare osservare alla signora l'ingiustizia di una simile pretesa. Se ha fatto una scelta, dico, mi pare giusto che sia lei a portarla a compimento. L'alpino sorride, rinfrancato; la signora acquista i formaggi e il resto, io torno alle mie ricerche con l'idea di avere compiuto una buona azione. Il giorno appresso, domenica, alle 10 del mattino, suonano il campanello alla porta del mio appartamento, guardo attraverso lo spioncino e vedo un tale un po' mal messo con una borsa capiente. «Che cosa desidera?» domando. «Vorrei vendere dei prodotti», è la risposta. Non apro la porta. «Mi spiace, signore», dico, «ma i tempi sono quelli che sono e a pagare talvolta è la gente per bene». Mi vergogno di quel gesto e mi stupisco che sia io a compierlo. Per anni ho subito le prediche dei testimoni di Geo va con l'accappatoio e il sapone da barba sul viso. Questi episodi li riferisco per due ragioni: la necessità di far sapere che l'indagine sui tre delitti mi lascia tempo per vivere ma le mie abitudini si sono modificate.

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Mentre rifiuto l'ingresso allo sconosciuto, la polizia arresta _ lo saprò il giorno dopo _ in un villino alla periferia di Longare, Giuseppe Madonia, figlio di don Ciccio Madonia, erede di Genco Russo, capo dei capi negli anni Sessanta. Ascolto la notizia alla radio: lunedì 7 settembre pochi particolari, una sola certezza: Madonia è il numero due della Commissione; di conseguenza è coinvolto nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non condivido l'euforia degli investigatori, che pur hanno fatto un buon lavoro. Peppe Madonia opera prevalentemente a Gela, città nella quale sono vissuto per tre lustri; qui ha cercato di contendere appalti, traffici illeciti e racket del pizzo alla famiglia dei Ianni-Cavallo, originaria del luogo: 110 morti in due anni. Una carneficina! Ricordo gli ultimi giorni della mia attività di cronista a Gela quindici anni or sono: l'uccisione di Ciccu Madonia, padre di Giuseppe, a Falconara, 20 chilometri da Gela; l'esecuzione di Peppe Di Cristina, boss di Riesi e la liberazione a Piana del Signore, 5-6 chilometri da Gela, di un produttore cinematografico milanese, sequestrato sei mesi prima. Per quello che ne so, don Ciccu è stato ammazzato dagli uomini di Peppe Di Cristina, che pretendeva di ereditare il controllo del Vallone _ Vallelunga, Villalba, Mussomeli, Milena _ zona appartenuta a Calò Vizzini prima e a Genco Russo dopo. Peppe Di Cristina fu ucciso un mese dopo la morte di Ciccu Madonia. Cercò di sfuggirvi; scampò a un attentato. Lo avvertirono, mandò avanti i suoi uomini che rimasero uccisi. Si alleò con lo Stato, rivelando tutto ciò che sapeva per danneggiare i corleonesi e i loro alleati, appunto i Madonia nisseni. Ma non servì a niente. Era il 1978, le famiglie mafiose s'insediavano a Gela, acquistando terreni nella piana gelese: la liberazione del sequestrato era una spia inequivocabile. Scrissi ciò che stava accadendo sulle pagine del Giornale di Sicilia. Il giorno dopo, un imprenditore importante di Gela, che mi era amico, volle incontrarmi. «Hanno deciso di ammazzare un maiale», mi disse. Non capii. Lui ripetè la stessa frase; continuai a non capire. E allora mi chiese che cosa avevo scritto di tanto importante da fare arrabbiare qualcuno. «Qualcuno chi?», chiesi. «Uno importante», fu la risposta. «E perché l'avrei fatto arrabbiare?». «Non lo so, sono venuto a riferire, non so altro». Non mi sembrò molto preoccupato, in verità. Era un avvertimento, ma non una minaccia, come dire, definitiva, letale. Andai a rileggere ciò che avevo scritto. Cronaca, nuda cronaca. Lessi ciò che avevano scritto gli altri sul sequestro. Solo allora capii. Nessuno aveva

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sospettato la colonizzazione di Gela da parte della mafia. Avevo indicato alcuni terreni nella piana. Non mi occupai più dell'argomento. L'imprenditore che mi era amico suppose di avermi persuaso. Mi telefonò elogiando la mia saggezza. «Bravo», mi disse. «Hai capito...». Gli feci credere quello che voleva credere. In verità, dei Madonia, dei Di Cristina non sapevo proprio nulla. Quel sospetto, tuttavia, più tardi potè essere suffragato dai fatti. Nel portafogli di Peppe Di Cristina, ormai cadavere, fu trovato un assegno che provava la partecipazione al sequestro. Una specie di tangente dovuta al boss della zona. Cerco il mio amico di Riesi a telefono per chiedergli se ha saputo dell'arresto di Madonia. Pretende una domanda più precisa. Che cosa mi serve...? «L'omicidio di don Ciccu», dico. «É stato un grave errore di Peppe Di Cristina», dice. «Peppe voleva il potere tutto per sé. Morto il padre, don Ciccu Di Cristina, riteneva che spettasse a lui l'eredità del Vallone». «E non era così?». «No, non era giusto. Peppe non se lo meritava. Non aveva saggezza, prudenza, equilibrio... Il padre morì nel suo letto, quello era un'altra cosa». «E allora provvide a prenderselo il Vallone, eliminando don Ciccu Madonia», continuai. «I Madonia sono stati sempre alleati dei catanesi di Nitto Santapaola e Nitto è stato alleato di Luciano Liggio e Totò Riina; insomma i corleonesi. Combatterli per Peppe Di Cristina fu la tomba». «Peppe Madonia è diventato un pezzo da novanta?» chiesi. «Non lo so che pezzo è... Strada ne ha fatto, quanta ne ha fatta chi lo sa? Riesi non conta più niente. Sono cambiate tante cose». Quando appresi i particolari dell'arresto di Peppe Madonia e della sua straordinaria carriera nell'organizzazione Cosa nostra _ era lunedì, 7 settembre supposi che a creare il personaggio contribuisse la sua omonimia con il palermitano Giuseppe Madonia. Mi resi presto conto di sbagliarmi. Gli investigatori dipingevano Peppe Madonia come un capo indiscusso. Il soprannome _ Piddu «chiacchiera» deleterio per chi capeggia un'organizzazione criminale, che fonda la sua sicurezza sull'omertà, era spiegato con la facilità di eloquio, il parlare forbito, la buona cultura. Può essere. Tuttavia la sua cattura a Longare, nel vicentino, sembra tratta dal film di un regista americano, pieno di ammirazione per il padrino: stile, padronanza di sé, ruolo di Piddu Chiacchiera emergono attraverso gesti, atteggiamenti, parole-simbolo di ogni capo. Esce di casa alle 8,30 accompagnato dai guardaspalle. Trascorre la domenica mattina al mercato di Comisano, 15 chilometri da Longare; alle 10,45 ritorna nel villino affittato dal

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cognato dove vive da parecchi mesi. Scendendo dalla Mercedes, trova gli agenti di polizia, si guarda attorno, sorride. «Complimenti», dice. «Un buon lavoro». In questura conversa con i poliziotti. «L'Inter ha vinto?» chiede. «Perché lei è interista?» fa un poliziotto. «No», risponde. «Tifo per il Milan, ma quando l'Inter perde sono contento». «Fumava con ostentata lentenza una Marlboro», racconta il cronista, compiaciuto. Nelle tasche di Piddu trovano cinquanta milioni in contanti, carte di credito e i santini con le immagini della Madonna e di Santa Rosalia. Ogni santino prova la devozione di una famiglia e costituisce una specie di tessera di riconoscimento. E il denaro? Probabilmente ha incontrato qualcuno... Sul parabrezza dell'autovettura, Fabio Bagnasco ha rinvenuto un ciclostilato. Me lo mostra con riluttanza, come se compisse un dovere d'ufficio. É titolato a mano con un pennarello, il testo è composto con una macchina per scrivere di età vetusta. Gli argomenti ruotano attorno al processo politico: «esso potrebbe portare molto in alto e molto lontano coinvolgendo quanti vorrebbero rimanere eternamente nell'ombra». L'autore si pone una domanda: «qual è il vero fine che si vuole raggiungere con i processi ordinari? Sono proprio questi che hanno interesse quasi a divinizzare l'operato del giudice pur sapendo che da una sentenza di un processo ordinario non si potrebbe mai ottenere un giudizio ampio, completo, trasparente e giusto. Al cittadino rimane solamente di aspettare quale sarà il nuovo sistema... tutti gli ingredie nti sono pronti per la grande avventura». In basso a destra, c'è una annotazione che conduce allo stampatore-autore: «La piccola Ditta Spata di via Ribera n. 12 riconosce solamente il processo politico e non quello ordinario». In alto a destra: «otto settembre/92 - Cultura antimafia - Animatore sociale antimafia Salvatore Spata». Lo stesso giorno mi viene recapitata la copia di una raccomandata spedita ai procuratori della Repubblica di Roma, Marsala e Palermo. Poche righe, firmate dall'architetto Nunzio Giacomarro, abitante in via Whitaker n. 1 a Marsala. Il testo esprime soddisfazione per l'arresto di un assessore regionale e indica i particolari di un episodio di malcostume, che avrebbe fruttato tre miliardi e 300 milioni. Protagonisti dell'episodio un parlamentare, un sottufficiale dell'aeronautica e dei prestanome.

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Fabio Bagnasco legge l'oscuro messaggio contenuto nel ciclostilato. Solo il parabrezza della sua auto, dice, custodiva il ciclostilato. Che cosa dedurne? «Il messaggio era destinato a me», pensa Bagnasco. «...o a te», aggiunge. «E allora?». «Allora niente, perché non capisco...». E alza le spalle. «Forse non c'è niente da capire», dico. «Lo credo anch'io...». Gli mostro la lettera raccomandata. Stavolta strabuzza gli occhi. «É firmata», esclama stupito. Nell'elenco telefonico di Marsala c'è un utente che ha lo stesso nome, cognome e indirizzo. Provo a chiamarlo, lascio squillare la suoneria a lungo. Non risponde nessuno. Decidiamo di non occuparci di entrambi le questioni. «Qualcosa cambia...», mi fa notare Bagnasco. Lo guardo con curiosità. «La gente firma, si espone...». Scuoto il capo per esprimere il mio misurato dissenso. Ci sono momenti in cui tutto è più difficile, perfino raccontare banalità. Bagnasco se ne va con l'aria del cane bastonato. Lascio l'ufficio; devo avere una faccia da funerale se qualcuno sente il bisogno di informarsi sulla mia salute. Uscendo, noto un manifesto giallo, assai vistoso. Ospita un breve messaggio: «In via D'Amelio si torna a vivere e a lavorare». La comunicazione _ sobria, straordinariamente efficace, umanissima _ proviene da un negozio di materiale di cancelleria. É un segnale piacevole. Proprio così: si torna a vivere... Giunto a casa, ricevo la telefonata di Sandro Provvisionato. Sarà domani a Palermo, vuole incontrare il nuovo questore, Matteo Cinque. «Lo conosco bene. É un poliziotto», dice. «Niente aggettivi?». «Appunto, niente aggettivi». «Vorrei parlargli anch'io», dico. «Penso che non ci siano problemi». Il giorno dopo, alle 11 circa, mi trovo in questura con Sandro. Il solito trambusto di ogni posto di polizia. Le lapidi di marmo nel loggiato. Le scale spoglie. La breve attesa. «Piacere mio», dice Matteo Cinque. «Piacere mio», ripeto. Mi stringe la mano con energia, mi regala un sorriso cordiale. Accoglie Sandro da vecchio amico, senza nascondersi.

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«Matteo Cinque è un poliziotto vero», dice Sandro. Ed è come se mi avesse trasmesso un ordine. Osservo minuziosamente il questore, approfittando della conversazione fra i due. Statura media, viso rotondo, i capelli scuri e folti, gli occhi furbi e saltellanti, neri come il carbone, la fronte larga dei meridionali aperti e gioiosi. É lui, mi dico ridendo dentro di me. Sì, è proprio lui, il dottor Francesco Ingravallo. Don Ciccio, per amici e conoscenti. Quello del pasticciaccio brutto di via Merulana. Il poliziotto di Carlo Emilio Gadda. Una certa praticacela del mondo, la vocazione; naturalmente senza orari; naturalmente meridionale. Ascolto con curiosità l'accento. Mi aspetto il dialetto molisano di Ingravallo; invece Matteo Cinque è campano, napoletano; sfuma le asperità della sua lingua, la ingentilisce, la mette al servizio dei suoi pensieri. Ci tiene a mostrarsi affabile, cordiale, beneaugurante. Meglio Ingravallo che Mariowe, mi dico. «Matteo Cinque è il più giovane questore d'Italia», avverte Sandro. «Queste lapidi...», esordisce Matteo Cinque. «Qui c'è una brutta aria _ continua _ non è che i ragazzi abbiano torto. Se avesse visto come erano ridotti quei poveretti di via D'Amelio lo capirebbe, mi dicono. Sicuro che lo capisco, guagliò, ma è l'ora di reagire, rispondo...». «Beh!, qualcosa si sta facendo. Quel Madonia per esempio...». Matteo Cinque allarga le braccia, acconsente con il capo. «Va bene, va bene», ammette, «ma dobbiamo pensare alle nostre cose...». Quali cose? Ma è chiaro: i patrimoni dei mafiosi. Don Ciccio ha idee precise, ha messo i coglioni sul tavolo e procede come un caterpillar: sequestri di immobili, interi palazzi a setaccio, controllo del territorio... «E le indagini?». Risponde con un gesto. Devo avere pazienza. E con me tutti quelli che s'aspettano miracoli dalla polizia. «E i pentiti?». «Quelli, prima, raccontano i fatti, poi fanno chiacchiere, infine si vendono. Ma sono importanti, utili. Io abito in un piccolo appartamento che ha ospitato un pentito...». «Meglio il sequestro dei patrimoni», osservo. «Bisogna togliere l'ossigeno ai latitanti...». «Il 26 agosto avete fermato un tale... Uno importante... Sbeglia». «Sicuro, quell'arresto è stato sottovalutato...». «Perché?». «Vedremo, vedremo...», risponde senza rispondere.

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Lasciamo la questura con l'aria contenta. Sandro Provvisionato non ha ottenuto la sua intervista, io non ho avuto risposta ad alcuna delle mie domande. E allora? «Questo qui sa quello che vuole...» dico. «Ma non ci ha detto niente, nemmeno una parola...». «Sbeglia... Perché proprio lui?», mi chiede Sandro. «Mi hanno raccontato che Sbeglia conserva documenti importanti, può portare lontano...». «Per intanto dovresti informarti delle novità», mi rimprovera Sandro con grazia. «Di che parli?». «La Fiat 126 esplosa in via D'Amelio... Le targhe sono state rubate la notte prima, l'auto dieci giorni prima nel rione Brancaccio, vicino a corso dei Mille. Una zona controllata dalle famiglie Vernengo, Zanca e Marchese. Avevano bisogno per tempo dell'auto, ma doveva essere pulita. Le targhe sono state rubate da un'autorimessa che chiude nei giorni festivi. Solo lunedì il furto delle targhe sarebbe stato scoperto, il 20 luglio. Ma c'è dell'altro. Ci sono tre delinquenti. Hanno violentato una ragazza e sono finiti all'Ucciardone. Uno di loro ha rubato la 126 esplosa in via D'Amelio...». «Quando la rubò?». «Il furto fu denunciato il 9 luglio, dieci giorni prima». «E chi l'ha denunciato?». «Pietrina Valenti, la proprietaria. Abita a Brancaccio, è parente di due dei tre delinquenti: Luciano e Roberto Valenti, che sono cugini. Il terzo si chiama Candura, Salvatore Candura, ed ha 31 anni. I Valenti sono puliti, Candura no. Ha alle spalle qualche rapina, furti. Nessuno di loro è schedato negli archivi della mafia». «Sono dei balordi!». «E allora?». «Niente... Cosa Nostra si affida a dei balordi e li lascia vivere. Non ci capisco niente...». «Ed io ci capisco meno che niente con quel tale, come si chiama...». «...Sbeglia». «Appunto, Sbeglia». «Matteo Cinque mi è sembrato interessato...». «E da che cosa l'hai capito? dai gesti?». Andammo a colazione insieme. Su Sbeglia feci delle ricerche nella banca dati dell'Ansa. A causa di un banale errore spesi inutilmente del tempo prezioso. Mi ero fidato del ritaglio del Corriere della Sera, che raccontava l'arresto di Sbeglia. Il cognome era stato storpiato tre, quattro volte nell'articolo, convincendomi che si trattasse di Sbeian, Salvatore Sbeian. Di conseguenza, non avevo ottenuto alcuna informazione. Nessuno Sbeian era stato arrestato.

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Ciò mi aveva indotto a telefonare all'autore dell'articolo, Enzo Mignosi. Scoprii dove stava il problema. Mignosi disse che il nome giusto era Sbeglia. «Com'è potuto accadere?» domandai. «Niente di più facile», spiegò Mignosi. «Quando il cognome ^parte" in un certo modo, arriva com'è partito. Una stronzata...». «Questo Sbeglia è importante?» domandai. «Quello che so l'ho scritto... É stato fermato per caso». «Per caso?». «Sì, è stato fermato a un posto di blocco in compagnia del figlio Francesco. Sul sedile posteriore dell'auto, un'Audi, c'era un sacchetto con 152 milioni divisi in mazzette da 100 mila lire...». «E che ha raccontato alla polizia? Da dove venivano i soldi?». «Doveva pagare un amico... Però, ecco la cosa strana, due giorni prima venne arrestato un tale, Giosuè Cannistraro. Detenzione illegale di una pistola...». «Come s'è saputo che era lui, il creditore?». «Non lo so. Questa storia non mi convince». «Nemmeno a me», conclusi. Anzitutto non credevo alla casualità delle manette per entrambi, né al fatto che Sbeglia portasse in giro tanto denaro liquido con lo scopo di pagare Cannistraro. Chi era Cannistraro? E com'è che Sbeglia non sapeva del suo arresto? Un appuntamento preso molti giorni prima? Assai improbabile. Non si portano appresso 152 milioni senza avere la certezza di poterli consegnare. Il mistero non è solo questo. Sbeglia disponeva di un archivio elettronico, un bunker segreto nel proprio appartamento, comunicante con la sede legale della ditta, la «Im.Ge.Co.», attraverso una parete mobile. Doveso saperne di più sul passato di Sbeglia. Mi recai perciò in casa del mio amico magistrato, che è una efficiente banca dati... «Che cosa sai di Sbeglia?». «Di lui si occupò Giovanni Falcone; alla fine degli anni Settanta avrebbe avuto una parte nella pizza-connection. Eroina, riciclaggio... Ma non ebbe danni, la posizione venne stralciata. Lui, di professione, è un imprenditore edile...». «Servizi?». «Servizi deviati...». «Stanno diventando una specie di cesso, questi servizi deviati. Basta tirare lo sciacquone e tutto sparisce. Sbeglia è un personaggio ambiguo, come tanti a Palermo. Certo, il momento in cui il suo arresto è avvenuto, i 152 milioni fanno ragionare... Bisogna cercarlo tra le carte... É più difficile che pedinarlo...».

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Sbagliavo. Il nome di Salvatore Sbeglia era ospitato nell'ordinanza di rinvio a giudizio del maxi processo - Procedimento contro Abate Giovanni 706 volume 10 pagg. 1931 e seguenti. Sul suo conto vennero svolte minuziose indagini di polizia, pedinamenti, controllo dell'attività. Sbeglia ha avuto rapporti con Gaetano Mazzara e Carlo Lauricella, entrambi sospettati di traffico di droga e riciclaggio: Mazzara è stato ucciso mentre si svolgeva a New York il processo sulla pizza-connection. La polizia segnala i particolari di ogni incontro avuto da Sbeglia con Lauricella, Mazzara ed Erasmo Ferrante. Poi non succede niente. Sbeglia continua la sua attività imprenditoriale senza incidenti fino al 25 agosto, quando è costretto a fermarsi ad un posto di blocco, mentre trasporta 152 milioni in contanti con la sua Audi 990.

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La zona franca. Colletti bianchi al tempo delle stragi Ignazio Salvo riprende i beni sequestrati e muore Ci sono uomini che vivono in una specie di zona franca. Imprenditori, commercianti, professionisti. Magari li salutiamo due volte al giorno e prendiamo il caffè a casa loro... Voltiamo le spalle, premono un pulsante e la parete ruotante si muove... Quali misteri celano le intercapedini? Sotto gli occhi mi ritrovo il ritaglio di un articolo del quotidiano La Stampa. È una intervista a Salvatore Iocolano, un autotrasportatore di Gela, in soggiorno obbligato in Val D'Aosta. «I miei introiti sono onesti, puliti» spiega Salvatore Iocolano. «I giornali scrivono frescacce. Complotti, trame... a che serve essere ricchi se ogni tanto non ti prendi una soddisfazione. Che cosa crede la gente, che quella condanna al maxiprocesso sia gente che va a comprarsi il pane ogni mattina? Tutti ce li hanno i miliardi, forse qualcuno ha voluto prendersi una soddisfazione...». Una soddisfazione ogni due mesi. L'8 settembre la vittima è Ignazio Salvo, intimo amico di Salvo Lima e potente esattore siciliano. I sicari lo uccidono nella sua villa a mare di Santa Flavia: due colpi di lupara, mentre accompagna un ospite insieme alla moglie. I killer risparmiano i due occasionali accompagnatori della vittima, così come avevano fatto con Salvo Lima. Lavoro da professionisti. Ignazio Salvo si sentiva tranquilllo. Più di Lima. Altrimenti non sarebbe venuto in Sicilia, non avrebbe alloggiato in una villetta a mare fuori dell'abitato, indifendibile, senza alcuna protezione. Qualcuno aveva garantito sulla sua sicurezza, o lo aveva invitato a venire a Palermo per prospettargli un affare? Il tradimento ricalca un vecchio copione: nelle esecuzioni mafiose, il traditore, il giuda è l'uomo più vicino alla vittima. Ha l'ordine di accompagnarlo nel luogo dell'esecuzion e, di consegnarlo al boia. Non so se l'uccisione di Lima anticipa inevitabilmente quella di Ignazio Salvo, come l'assassinio di Falcone obbliga ad ammazzare Borsellino; ma è un fatto che Lima e Salvo fanno parte del medesimo disegno, come Falcone e Borsellino. Queste morti violente sono state scritte dagli assassini con inchiostro simpatico. Basta guardare in controluce. Ed appare ogni lettera... Quando ne parlo a Mario Obole _ per anni cronista de «Il Mattino», capelli bianchi, intuizioni volpine _ storce la bocca. Non è così semplice, fa capire. «Lima era estraneo, ma vicino...

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Vicino come una parte della De fin dal dopoguerra. Questa è storia... Ignazio Salvo era dentro», osserva lapidario. «Fammi capire...». «Ci fu un momento in cui i Salvo sarebbero saliti su un'astronave per sfuggire alla guerra di mafia fra le famiglie Bontade-Badalamenti e i corleonesi. Andarono in crociera e nel frattempo si mediò. Giovanni Falcone aveva raccontato a Buscetta che i Salvo lo stavano consegnando ai corleonesi e riuscì a farlo parlare...». Non basta. Telefono al magistrato. «Devi darmi la reperibilità», lo ammonisco, sorridendo. «Il problema vero», mi dice «è capire che cosa sta prendendo il posto delle vecchie alleanze... Li stanno decimando... Per resistere si erano alleati con i vincenti...». «Alleanza o stato di necessità», osservo. «Comunque sia, ora la situazione è più chiara. Un episodio non basta per capire, due sono talvolta sufficienti. Il vecchio gruppo di potere è stato smantellato. C'è chi è scappato letteralmente dalla Sicilia...». «Una questione di famiglia. Cosche contro cosche?». «No, non è solo mafia. C'è chi si è candidato a sostituire la vecchia guardia. Questi qui non sono in condizione di garantirli, quindi... Salvo è una potenza. Ucciderlo a che serve? Se è stato ai patti _ conservando l'immunità _ perché sarebbe arrivata la sua ora? Solo se ci sono nuovi inquilini nel palazzo...». «Dunque, Salvo deve scomparire, perché il suo potere economico è comunque condizionante: fa eleggere deputati, crea imprese... Tutto. É così?». «Certo, proprio così. Un patrimonio enorme, non scalfito dalle vicende dell ' antimafia. Anzi... ». Trovo presto conferma alle parole del giudice in due note dell'Ansa. «La gestione delle esattorie fungeva da polmone finanziario per numerose altre attività censite dalla Magistratura che spaziavano dal turismo all'agricoltura, dalle cantine sociali alle immobiliari per un fatturato di decine di miliardi all'anno. Con una catena di aziende concentrate nel trapanese, il gruppo Salvo controlla, fra l'altro, un terzo dell'intera produzione vinicola siciliana e la quota più grande delle esportazioni diretta al mercato americano ed europeo... A conclusione dell'indagine patrimoniale nel novembre 1986, il Tribunale di Palermo aveva deciso di confiscare ad Ignazio Salvo le sue azioni della Satris (esattorie), della Semate e della Immobiliare Sicula oltre la villa di Santa Flavia in cui è stato compiuto il delitto e tre fondi

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rurali con annessi fabbricati a Salemi, paese d'origine del finanziere. Ma il 29 maggio 1990 la Corte di Appello ha annullato la decisione e restituito a Ignazio Salvo i beni sequestrati. Altri beni, sequestrati, invece, dal giudice Falcone e dal pool antimafia, sono stati restituiti dalla Corte d'Appello al finanziere il 2 luglio 1991». I guai con la giustizia erano finiti. Avrebbe dovuto scontare un giudizio di pericolosità sociale, che impone il divieto di soggiorno a Palermo. Poco male: questo non impedisce di mantenere i vecchi contatti, di tornare al centro delle decisioni che contano. L'hanno ammazzato per eliminare un concorrente pericoloso? Per due giorni, queste confortanti certezze sembrano avere il sopravvento sui consueti dubbi. Ma solo per due giorni. Quando ne parlo con Pippo Morina, l'impalcatura cade. Diviene un castello di carta, malfermo e pretenzioso. «La dittatura di Riina su Cosa Nostra, sulla Sicilia politica ed economica, su tutto insomma...», esordisce Morina con gli occhiuzzi che si godono anzitempo l'inevitabile stupore suscitato dalle parole. «La dittatura di Totò è una ipotesi suggestiva. All'Alto Commissario contro la mafia dobbiamo necessariamente opporre l'Alto Commissario della mafia. Ma la realtà è un'altra. La Commissione non funziona, ognuno fa quello che vuole... se lo sa fare e ha gli strumenti per farlo». «Ti sarai chiesto perché mai Ignazio Salvo viene a Palermo e se ne sta tutto solo nella villetta mentre scoppiano i candelotti di tritolo e sparano le armi automatiche. É impazzito? O che cosa?». «Non c'è stato uomo più avveduto, prudente, saggio di Ignazio Salvo...» risponde Morina. «Come spieghi il suo comportamento?». «É proprio questo il punto. Non c'è nessuno in grado di dare garanzie ad altri...». «Vuol dire che si sentiva protetto, ma non gli è servito a nulla. Non un tradimento, una trappola, ma millantato credito...». «Nemmeno questo. Perfetta buona fede. Chi garantì, credette di poterselo permettere. Non trovo altra spiegazione. Ignazio Salvo vede ammazzare Lima sei mesi fa, cioè l'uomo con il quale ha costruito la sua fortuna... non deve andare nella sua villa di Santa Flavia. Se ci va, è costretto a farlo o è sicuro di sé. Troppo sicuro. Va bene, non è più nemico dei corleonesi, ma non gli è amico. E poi, quando mai Riina ha fatto distinzioni fra amici e nemici!». Ritornano le certezze: l'identità del mandante, il movente, il contesto. Le analogie fra i due delitti Lima e Salvo sono impressionanti: i killer in motocicletta, le due donne risparmiate, perfino la tranquillità della vittima. Ho trascurato tutto ciò che confliggeva con queste

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certezze. L'ho scartato, nascosto, ignorato. Devo recuperare questo vuoto colpevole. Come? I soliti informatori, i soliti giornali, i soliti depistaggi... Ma che altro rimane da fare? Gli investigatori indagano su un possibile collegamento fra l'attentato subito a Mazara dal vice questore Germana e l'omicidio di Salvo. Germana aveva riaperto il fascicolo sul sequestro dell'esattore Luigi Corleo, suocero di Ignazio Salvo. Il poliziotto parlò con Salvo? Che cosa ha saputo Germana a Mazara del Vallo? So che a Mazara, c'era tensione fra logge massoniche. E Germana si occupava di logge e di cosche. Il sequestro Corleo avvenne il 17 luglio 1975. Uno sgarbo ai Bontade e ai Badalamenti che proteggevano i Salvo. Uno sgarbo che costò molte vittime, se tutti gli uomini sospettati dal colonnello Russo di avere avuto parte nel sequestro furono ammazzati o scomparvero. C'è poi la lettera anonima giunta dopo la strage di Capaci, a fine giugno, che ricostruisce l'assassinio del colonnello Russo alla Ficuzza, chiamando altri boss a risponderne. La sequenza degli eventi propone una pista. Più che una pista, un intreccio diabolico! Lima e Salvo _ diffidenti e sospettosi per indole _ si consegnano inermi nelle mani dei loro assassini. É l'antica sfida dell'uomo di potere: temere il nemico equivale dimostrarsi deboli; se si è deboli, non si ha potere... Ecco perché un comportamento illogico diviene logico... Ma mi sto allontanando dai fatti. Per esempio, la sequenza di morte: un delitto ogni due mesi. Confido le mie elubrazioni a Pippo Morina, la qualcosa è come mettere la propria testa sul patibolo. Ma quando i pensieri prendono il sopravvento sui fatti, non c'è verso di liberarsene: sono vagoni di un treno in corsa. E allora mettere la testa nel patibolo può rappresentare una soluzione. La mia audacia viene premiata, probabilmente perché sono le 10,30 del mattino, è una bella giornata di sole, non c'è caldo e Pippo è di buon umore. «Ritorna su questa terra», dice. «Cerca di guardare in faccia le cose come sono. Paolo Borsellino? La causa della morte è da attribuire a suicidio...». Scrollo le spalle, aggrotto le sopracciglia, fingo lo stupore, cerco di sorridere. «C'è un vecchio aneddoto texano», riprende. «Calza a pennello. Per ricordare la morte di un pistolero qualcuno ha scritto la seguente epigrafe: con una Colt a 150 metri apriva il fuoco contro un uomo armato di Winchester... Sì, proprio così... Borsellino aveva una Colt e sparava contro un tiratore scelto armato di fucile di precisione... I tempi sono cambiati. Falcone ha il merito di avere scritto a chiare lettere la parola mafia quando i procuratori aprivano l'anno

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giudiziario evitando di pronunciarla. E il resto? Una volta c'erano gli uomini-chilo. Gente rispettabile che portava a destinazione un chilogrammo d'eroina. Oggi la droga si trasporta a quintali. L'affare è colossale. Invece che i rispettabili professionisti, il rischio se lo prendono i camionisti turchi. Il nemico è diventato troppo potente e lo si combatte con armi obsolete. Qualche successo ha fatto ritenere che le cosche indietreggiassero. La buona fama dei singoli ha creato una immagine sbagliata: che lo Stato stava combattendo, poteva farcela... Oggi il business non interessa solo la mafia, il crimine, ma anche i governi, le banche, la borsa, le industrie...». «Tutto giusto. Il contesto è un altro... E allora: chi e perché?», chiedo. «Da cinque anni Borsellino non aveva notizie dirette sullo stato dell'arte e gli intrallazzi con la mafia... Sapeva attraverso Falcone. Morto Falcone, si è calato in una realtà che conosceva poco. La grande organizzazione criminale ha creduto di correre rischi. Quali? Non lo so. I pentiti parlano, ma sono pentiti di serie C... A parte Buscetta. Lui sta sopra Pippo Calò. Falcone ha detto che si è rifiutato di fare nomi. Parola di re... Contorno? Era il killer di Stefano Bontade...». «Non capisco che cosa vuoi dirmi...». «Semplice... la superprocura, un magistrato che può avocare a sé tutto, fa paura. Non solo ai mafiosi, intendo. Questo spiega Capaci... Borsellino? Stesso movente, forse più lati oscuri. Il telefono sotto controllo? Si è ipotizzato che, a Punta Raisi, i basisti abbiano avvertito... Ci scordiamo che sugli aerei della CAI hanno volato personaggi come Pippo Calò e il faccendiere Carbone, quando erano latitanti...». «La Compagnia aerea italiana...». «Sì, i servizi... Sono fatti processuali, non confidenze. Che ci sia un rapporto fra mafia e CAI è provato. Andavano in Sardegna a fare operazioni immobiliari. Non sono confidenze dei pentiti, ma fatti, basta leggere le carte dei processi». Fa un gesto di commiserazione, come a dire: ma che mi vanno raccontando! Conoscevo bene quel suo modo di parlare, di pensare, di gesticolare. Ora avrebbe messo in fila tutte le cose che non vanno, le ambiguità, le stupidità. Piccolo di statura, il volto tirato, la boccata di fumo strappata alla sigaretta con violenza, il sorriso con le labbra serrate e le mani, le braccia sempre pronte a compiacere le parole, i sentimenti, i pensieri. Perfino l'aspetto fisico assecondava l'irritazione verso le autorità costituite. Ora avrebbe fatto a pezzi ogni cosa...

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«I mezzi per sapere ci sono, ma la memoria è uno strumento al servizio di chi non vuole sapere né far sapere. Nella giustizia civile ogni giorno migliaia di cittadini perdono miliardi a causa di un cavillo giuridico. E nessuno si scandalizza. Se la Cassazione fa valere gli stessi principi, le stesse regole, c'è il coro delle vedove bianche. Chiunque sia neghittoso, deve farsi una carriera, utilizza i morti, arruola la salma... E i superlatitanti? Li prendono a casa dei parenti o a casa loro, dove abitano da sempre. Com'è possibile che il signor Spadaro _ un contrabbandiere mafioso che si definiva l'Agnelli delle sigarette _ stia comodamente a casa sua per anni e poi venga arrestato da tre carabinieri toscani che suonano educatamente al suo campanello? Perché Riina lancia messaggi attraverso il suo avvocato e fa sapere che è qui a Palermo? Provocazione, dicono. Cazzate! Ha valutato, ha considerato utile... Ha un patrimonio, potrebbe andare ovunque, scomparire. E invece ci tiene a far sapere... Chi vuole avvertire? Non quelli che hanno contatti con lui...». Si concede una pausa, per capire quale effetto abbia avuto la sua requisitoria. Mi osserva intensamente, stringendo fra le dita la sigaretta. Si gira sulla sedia. É insofferente. Sospetta di non essere compreso. «E Liggio...», riprendo. «Liggio, Liggio... É una tomba. Si fa la galera e non parla. Ha le carte in regola per essere considerato affidabile dagli uni e dagli altri...». «Che vuol dire?». «I contatti con la gente che conta, che non si sporca le mani, li potrebbe tenere lui...». S'interrompe, quasi temesse di andare avanti, si stringe nelle spalle. «Una considerazione terra terra: atti d'accusa gravissimi, inchieste ponderose hanno avuto da sempre riscontri evanescenti. Mi sono chiesto se questo sia dovuto... A che serve?», dice. I tempi del discorso li vuole scegliere lui; inutile incalzarlo. Aspetto con pazienza e, dopo un lungo silenzio, mi concede il seguito. «Di che parlavo?», domanda. «Dei processi di mafia», gli ricordo. Naturalmente non ha dimenticato, asseconda i suoi vezzi. «...mi chiedo se siano stati costruiti in modo che le conclusioni fossero, come dire, aperte... In passato, l'assoluzione per insufficienza di prova era giustificabile. Ora non c'è più. Le prove non ci sono come prima, ma ora si condanna, a differenza di prima. Liggio si beccò l'ergastolo per l'uccisione di Navarra. Le prove? Lo scenario di Corleone. Una volta i capimafia

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ed i loro amici frequentavano la buona società, c'erano salotti ospitali, s'incontravano. Ora gli ospiti hanno dovuto accomodarsi all'Ucciardone. Ogni tempo ha il suo tempo. É tutto sfumato, nebbioso, gli scenari cambiano; quelli vecchi non sono più funzionali. Per 15 anni Michele Greco ha goduto grande credito, poi coloro che gli avevano dato il credito glielo hanno tolto. Non è che al processo di Catanzaro ai 114 boss, ci fossero meno prove... I mafiosi in galera dicono: è cambiato l'atteggiamento contro di noi...». «C'è da esserne contenti», osservo. «Non è questo il punto. La lista dei buoni e dei cattivi, di chi deve finire in galera e chi no..., questa lista chi la compila? Il maxiprocesso non è stato un processo alla mafia ma ad alcuni mafiosi. Non poteva essere diversamente. Chi è rimasto fuori ha avuto spazio per espandersi. É stato raccontato come un processo ^universale"... I boss sanno bene che non è così; più dei giudici sanno chi manca all'appello dietro le sbarre. Andai al mercato di Ballare qualche giorno fa. Chiesi ad un fruttivendolo perché teneva tutte le cassette di frutta sulla strada avendo tanto spazio inutilizzato dentro, nel magazzino. Figlio mio, mi rispose, se io metto dentro le cassette, quello di fronte viene avanti e ci mette le sue cassette... Questi mafiosi detenuti hanno dovuto mettere le cassette dentro e gli altri si sono allargati...». «Sarà», dico. «Ma ci sono i delitti. Lima, Falcone, Borsellino, gli agenti di scorta. Una carneficina. Non possiamo accontentarci di capire...». «Lima aveva garantito, poi non ha potuto più farlo. Come avrebbe potuto farlo tanto a lungo in passato? Questo non l'ha spiegato nessuno. Fra Lima e il boss La Barbera c'erano rapporti istituzionali, basta leggere negli annuali dell'antimafia. Sarebbe dovuto divenire un personaggio sospetto dalla prima citazione nelle carte dell'antimafia e invece sono passati 25 anni, durante i quali nessuno ha indicato collegamenti certi. E allora: si tratta di una gigantesca incapacità degli investigatori? Di una gigantesca rete di collusione? O questi rapporti sono inesistenti? Se qualcuno avesse ordinato al maresciallo: segui Lima per un anno, raccontaci che fa, con chi s'incontra, metti sotto controllo il telefono. Ecco, avremmo scoperto tutto: i legami occulti di Lima o... la sua estraneità...». Congetture, idee, sospetti. Morina me ne consegna in gran quantità. Ora però bisogna restringere il campo. Mi prefiggo di incontrare ancora Sciortino, di telefonare ad Amendolito, tornare a casa del maestro di Corleone, andare in questura. D'improvviso scopro di avere perso tempo, di avere inseguito ipotesi senza fondamento. Il bilancio delle mie ricerche è fallimentare. Evanescente. Sparare sul mucchio, mi dico, non serve. Ricordo di avere chiesto a

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Bagnasco un'indagine sui pentiti. Mi dice che ha saputo poco. «Sono cinque, sei... quelli che parlano e sono ascoltati», afferma. «Ne sapremo di più fra qualche giorno...». «I nomi?», chiedo. «I soliti: Leonardo Messina, Rosario Spatola, Mutolo, Marchese... Seguono la pista locale, lavorano su due fronti: i pentiti e la 126 Fiat esplosa in via D'Amelio...».

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La Sicilia, le stragi, l’intrigo internazionale: uomini di paglia, grandi banche e superesperti tedeschi. I misteri del '93 Per la prima volta, mi domando perché sto facendo tutto questo? Non ho mezzi, & conoscenze, ruolo. I pensieri mi chiudono in un grumo di sentimenti contraddittori. Accampo scuse, naturalmente. Forse, certo... forse l'indagine a tavolino è una insulsa scelta. Mi darei dell'imbecille se non avessi sul tavolo pile di carte e documenti e le pagine della mia inchiesta. Tocco ogni cosa; desidero avere un contatto fisico con le pagine, accarezzare le mie congetture, le mie banalità... Ne traggo giovamento, ma il malessere indistinto non se ne va; paralizza la volontà, la sospende nell'attesa... Sono le informazioni che ottengo sui tre balordi, che rubarono la 126 di via D'Amelio, a ridarmi una ragione per riprendere le fila della vicenda. La polizia ha registrato una telefonata, durante la quale uno dei tre dice di essere preoccupato per l'uso che è stato fatto dell'auto rubata. In galera le preoccupazioni sono aumentate, al punto da convincerli a rivelare il nome dell'uomo che ha commissionato il furto. Il committente è Vincenzo Scarantino; la 126 è stata consegnata a lui dieci giorni prima dell'attentato. Scarantino l'avrebbe tenuta in un garage e imbottita di tritolo poche ore prima che venisse parcheggiata in via D'Amelio. Chi è questo Scarantino? Un giovanottone alto e robusto, dall'aria burbera, con una barba fitta; 27 anni, senza occupazione fissa e senza storia. Gli amici e i parenti però una storia ce l'hanno: il cognato è Salvatore Profeta, uomo d'onore dalla famiglia di Santa Maria di Gesù e amico dei fratelli Pullara e di Pietro Aglieri... Proprio lui, Aglieri, indicato da una telefonata anonima come il killer di Salvo Lima. Vincenzo Scarantino abita in un basso alla Guadagna, il quartiere lambito dal fetido rigagnolo dell'Oreto; qui, in una casa tenuta in piedi per miracolo, alcuni anni fa è rimasto sepolto il padre di Vincenzo, Antonio. Lo chiamano «u signurino». Significa che si fa vedere ben vestito e che si fa rispettare. Possiede un telefonino cellulare, «ma non ci sta con la testa», dice qualcuno. «Hanno vestito il pupo», protesta infatti il fratello Rosario; per dire che hanno fabbricato un colpevole. Uno che si è bevuto il cervello o l'anello importante di un attentato terroristico? Il giudice Tinebra dice che non è una mezza tacca, «sta più in su...». Scarantino sarebbe un soldato della famiglia di Santa Maria di Gesù. La sua specialità? Il furto d'auto; ma la fedina penale è quasi pulita. Un episodio, solo uno, nel 1978: appena tredicenne viene sorpreso con una pistola in mano dopo la rapina a un passante. Negli anni Settanta,

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Santa Maria di Gesù conobbe un momento di gloria; allora il capo era Stefano Bontade, ucciso nel 1981. Ora lo scettro è passato ad Adelfio Pullara; Salvatore Profeta, uno dei boss di Pullara, ha sposato la sorella di Scarantino, Ignazia. Buscetta e Contorno dicono che Profeta ha fatto anche dell'altro: per esempio, ha strangolato quattro persone in una masseria. Gente dura, senza scrupoli. Ma imprudente. Se «u signurino» è uno che non ci sta con la testa, appare la persona meno adatta per affidargli un incarico così delicato. E i balordi impiegati per rubare l'auto al tritolo di via D'Amelio? Usati e lasciati in vita? Cosa Nostra ha il cuore grande? Le matricole delle armi e i numeri di telaio delle auto rubate scompaiono immediatamente. Stavolta, niente... Il telaio della 126, rimasto integro, conserva la matrice, che ha permesso di risalire ai ladruncoli e dai ladruncoli alla Guadagna. Ricostruisco i fatti salienti, per tentare di capirci: Cosa Nostra ha deciso l'eliminazione di Borsellino, la famiglia di Santa Maria di Gesù si sarebbe assunta la responsabilità dell'esecuzione. Scarantino è incaricato di procurare l'auto da imbottire con il tritolo; si rivolge ai tre balordi, i quali rubano la vettura alla zia. Scarantino o qualche altro fa sparire le targhe di alcune auto da un garage, venerdì 17 luglio. Il garage resta chiuso sabato e domenica; il furto potrà essere denunciato il 20 luglio, il giorno dopo l'attentato. Il 19 luglio la targa falsa dell'auto rubata (il giorno 8 o 9 luglio) è «pulita». I balordi consegnano l'auto rubata a Scarantino. E questi a chi la consegna? La fase successiva è la preparazione dell'utilitaria con l'esplosivo. Chi è l'artificiere? Certo, non è Scarantino. «U signurino» non sa niente di miscela Sentex e impulsi all'infrarosso. Sulla piazza i migliori artificieri sono tedeschi. Il giudice Vigna a Firenze indaga su Frederick Schaudinn, condannato a 22 anni, per la strage del rapido 904. É stato lui in passato l'artificiere della mafia. É latitante. Un giornale tedesco _ Bild am sonntag _ ha fatto il nome di un altro tedesco, Christoph Seidler, legato alla Rote armee fraktion, le brigate rosse tedesche. Salvatore Amendolito mi ha detto che terroristi disoccupati ce ne sono molti: c'è l'imbarazzo della scelta. Rosario Spatola, però, sospetta l'italo-americano Antony D'Asaro, il quale non è un bombarolo, ma un organizzatore... Seidler e Schaudinn sono nomi celebri; scontano la loro fama? E la nazionalità tedesca? Borsellino stava tornando in Germania per le sue indagini sulle cosche agrigentine. Schaudinn, tuttavia, è un personaggio particolare. Vivrebbe indisturbato a Pola sotto falso nome; si occupa di armi e sarebbe l'anello di congiunzione fra le cosche siciliane e i trafficanti croati di armi. Ha lavorato per Pippo Calò, il cassiere di Cosa Nostra, l'uomo dei collegamenti fra le famiglie siciliane e l'eversione di destra. Amendolito ha

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previsto che la mafia avrebbe utilizzato il terrorismo. Nero o rosso non fa differenza. Mafia ed eversione si sono scambiati i ruoli più volte per «lavorare» con maggiore sicurezza. La questione vera è dunque di sapere se tutto nasce all'interno di questo patto; se dietro le organizzazioni criminali ci sia qualcos'altro. «S'inventeranno il terrorismo», mi ha detto Amendolito. Chi se l'inventerà, mi chiedo, Totò u Curtu? A 50 chilometri dal confine italiano c'è la guerra; ci sono arsenali di armi, gente che li vende e si vende. Attraverso questo confine sono entrati alcuni carichi di esplosivi, tra cui il micidiale Sentex. Il giornalista Gianni Cipriani su Avvenimenti sospetta che dietro il traffico d'armi legato alla mafia ci siano settori deviati dei servizi e massoni. Ove ciò avesse qualche fondamento, Rosario Spatola avrebbe motivo per compiacersene; Antony D'Asaro è un organizzatore affidabile e potrebbe usare le amicizie acquisite nella eversione di destra per prendere contatti con gli ustascia fascisti croati. C'è un dato dal quale si può partire: sull'autostrada di Punta Raisi e in via D'Amelio ha operato la stessa mano. Non c'è certezza, ma esiste una forte probabilità. Lo ha dimostrato la simulazione dell'attentato compiuta dalla marina militare nel poligono di Sassetta. Provo a saperne di più su questa simulazione, ma è inutile. Non parla nessuno. Sui giornali leggo dichiarazioni di esperti. Gli artificieri delle cosche _ o l'artificiere _ avrebbero lasciato la firma: sono professionisti superspecializzati. Non sarebbe possibile altrimenti collocare sei quintali di esplosivo su una corsia e provocare un'esplosione che lasci intatta la seconda corsia dell'autostrada... Un super esperto, dunque. Ecco perché il nome di Schaudinn ricorre più spesso che quello di D'Asaro o di altri... Schaudinn lavora per Pippo Calò e questi ha messo la mafia al servizio dell'eversione nera. Le sue amicizie da allora non sono mutate: ieri le brigate di estrema destra, oggi gli ustascia fascisti croati. E Cosa Nostra. Ma non è questa la sua carta d'identità: sono i congegni che usa _ il tipo di attentato, insomma _ che lo rendono riconoscibile. Schaudinn ha un metodo; i suoi congegni sono riconoscibili, al punto da contribuire alla sua fama. Giovanni Falcone raccolse nella sua ordinanza elementi preziosi per procedere all'individuazione dei congegni: «il tecnico elettronico Frederick Schaudinn confezionò congegni esplosivi per Pippo Calò; in particolare due valigette portatili dotate di apparati elettronici sofisticati e collegabili con ricetrasmittenti e amplificatori. L'esplosivo di cui si serviva era il Sentex-H. Nella perizia che seguì al ritrovamento dei congegni, gli esperti rilevano che «^gli apparec chi sono stati progettati e costruiti per il comando a distanza di

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oggetti remoti, con particolare attenzione alle procedure relative, per garanti rsi in modo adeguato da attivazioni casuali non desiderate... Gli apparecchi sono adatti per provocare esplosioni a distanza... "». Quali obiettivi si proponeva Schaudinn? É un magistrato romano a scoprirlo: «Una serie di gravi attentati su veicoli in movimento». «Il gruppo ruotante attorno a Calò _ sostiene il magistrato _ non è solo un livello di coordinamento della malavita romana, ma anche un'organizzazione che ha stretti vincoli con la destra eversiva, ambienti deviati dei servizi segreti e della massoneria e da numerosi indizi sembra essersi posto più volte obiettivi politici». In aprile del 1984 Schaudinn fu arrestato dalla polizia: ammise di avere preparato le cariche esplosive, ma negò di sapere quale uso ne avrebbe fatto Calò e gli altri. Schaudinn, dunque, non avrebbe partecipato alla fase operativa. Nelle carte processuali si trovano i risultati delle perizie chimiche ed elettroniche fatte ai congegni costruiti da Schaudinn ed una pignola elencazione del materiale esplosivo rinvenuto in una villa romana acquistata da uomini vicini a Pippo Calò. La carica nel tunnel delle acque reflue sotto l'autostrada di Punta Raisi era composta da Sentex usato dall'esercito e esplosivo usato per le cave di pietra. Il super-esperto ingaggiato per l'attentato avrebbe dovuto dirigere i lavori personalmente o garantirne il successo fidando su una esecuzione perfetta del suo progetto. Chi ha azionato il congegno _ sostengono i periti _ ha premuto il telecomando in anticipo: un secondo, quanto basta per provocare l'errore _ la vittima avrebbe potuto salvarsi _ ma questo ragionamento non tiene conto dell'improvviso rallentamento dell'auto di Falcone provocato dallo scambio della chiave sul cruscotto... Il commando ha agito con estrema precisione, ma questa, tuttavia, è una mia congettura. Schaudinn potrebbe essere l'uomo giusto per progettare ed eseguire gli attentati di Capaci e via D'Amelio, ma risalire a lui, o a un personaggio come lui, partendo dal «signurinu» della Guadagna, è impresa ardua. Non escludo nulla, nemmeno questo. Il nostro è il paese dei miracoli. Un fatto è certo: le morti siciliane non sono opera di rubagalline; pretendono coperture locali e sovranazionali; quindi, uomini come Schaudinn, collaudati, affidabili, abilissimi e in grado di «scomparire» dai luoghi del delitto senza problemi. Un trafficante legato a Schaudinn, Giovambattista Licata, latitante in Istria e, come lui, vicino agli ustascia croati, è sospettato di avere fornito missili terra-aria e altre armi alle milizie

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musulmane che hanno colpito un aereo militare italiano in missione umanitaria sui cieli bosniaci. Anche in questo episodio, la solita insistita illazione sul coinvolgimento degli apparati di sicurezza... I boss di Cosa Nostra possono essere usati come un taxi e poi posati... Certo, le complicità sono una cambiale da onorare per tutta la vita: più deboli si è, più la complicità costa cara... il 19 settembre parlai ancora con Amendolito: dapprima le solite congetture sull'attentato dell'Addaura con alcuni particolari sull'iter dell'inchiesta giudiziaria che lo vedeva imputato di calunnia, i consueti timori per l'aggravarsi della situazione in Italia a causa dell'attacco mafioso allo Stato. Poi ebbi da Amendolito un'anticipazione sullo scandalo della Banca nazionale del lavoro, la cui sede di Atlanta aveva finanziato l'acquisto irakeno di missili USA alla vigilia della guerra del Golfo. Amendolito si rammaricava del fatto che la stampa non avesse seguito il processo in corso negli USA: una congiura del silenzio, disse, che favoriva l'amministrazione Bush ed i responsabili politici e amministrativi della Bnl in Italia. Non posi domande, né fui incuriosito dall'insolita vivacità di Amendolito. «Scriverò un memoriale sull'argomento», preannunciò. «Farà molto rumore». S'informò infine della situazione italiana. «C'è una gran confusione», osservò. Mugugnai qualcosa che assomigliava ad un assenso. «Buono, buono», disse. Ne era compiaciuto. Perché? Mi diedi una spiegazione elementare; più per combattere la mia sospettosità che per convinzione. Quel «buono, buono» era la traduzione letterale di un modo di dire anglo-americano _ well _ solo una incidentale, una maniera di iniziare il discorso, un prendere tempo per riordinare le idee. Così pensavo, allora. Il 27 settembre ricevetti per fax alcuni documenti da Washington: ben 18 pagine, spedite da Amendolito, e tutte concernenti lo scandalo Bnl-Iraq: alcune pagine recavano la stampigliatura «riservato» o «confidenziale», altre riportavano i brani essenziali degli interventi del presidente della Commissione parlamentare che indagava sulla vicenda. Tutti i documenti mettevano in luce le responsabilità italiane nello scandalo, o meglio la copertura offerta dalla Bnl agli affari dell'Iraq negli USA e ai mercanti d'armi americani. In particolare ricevetti la copia della pagina conclusiva del discorso pronunciato il 21 settembre 1992 dal presidente della Commissione d'inchiesta, Henry B. Gonzales, «in preparazione _ annotava Amendolito _ dell'imminente richiesta di impeachment del presidente Bush». Le parti confidenziali riguardavano la corrispondenza riservata dell'ambasciatore USA in Italia, Peter Secchia, con il Federai Reserve e l'FBI. Raccontavano presunte pressioni svolte dagli italiani

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perché l'esito del processo americano non allargasse le responsabilità ai vertici bancari italiani. Esaminando i documenti, mi resi conto che la CIA aveva svolto un ruolo di primissimo piano sull'intera vicenda. Raccolsi i ritagli delle notizie che dal 27 al 30 settembre riferivano sul processo di Atlanta e costatai che le informazioni, di cui ero stato destinatario, erano arrivate anche alle agenzie di stampa italiane negli USA. Tutto questo portava diritto ad una conclusione: Salvatore Amendolito in questa circostanza lavorava in sintonia con la CIA. La notizia aveva il compito di accrescere la «confusione» in Italia... Dovetti sospendere ogni giudizio a questo punto: il resto erano illazioni. Mi pareva evidente, comunque, che dietro questa iniziativa ci fosse l'intenzione di aumentare le difficoltà italiane e che questa intenzione non fosse da addebitare direttamente all'amministrazione Bush, ma ad ambienti economico-finanziari interessati alla destabilizzazione italiana, in coda a quella jugoslava. Lo scandalo Bnl avrebbe gettato benzina sul fuoco ed avrebbe innescato una catena di rivelazioni tali da danneggiare l'amministrazione Bush e il Governo italiano. Ero stato contagiato dalla sindrome del complotto internazionale, ma troppe coincidenze ruotavano attorno allo sbarco in Italia del processo americano sui prestiti all'Iraq... I naziskin comparivano nelle piazze, i bulloni ferivano i dirigenti sindacali, il terrorismo resuscitava dalle tombe... Le stragi in Sicilia, gli intoccabili in galera nel Nord Italia, gli aerei italiani in missione di pace _ solo quelli italiani _ abbattuti dai missili dell'italiano Licata sui cieli croati e bosniaci, le speculazioni multinazionali sulla lira, la secessione leghista... Chi tira le fila? La tangente e i ladri ci sono sempre stati; stavolta l'ingranaggio si è mosso all'unisono, come quegli orologi d'epoca che sembrano contagiarsi l'ora. Certo, i corrotti devono andare in galera, il leghismo è il frutto maturo della crisi dei partiti, ma il meccanismo si è messo a girare in una sola direzione... Non crederò mai che Lima, Falcone e Borsellino siano stati uccisi per vendetta o per dimostrare potenza. Nei processi di mafia, solo una volta è stata avanzata una simile ipotesi: quando è stato ammazzato il procuratore della Repubblica di Palermo, Costa, ad opera di Salvatore Inzerillo. Ma anche in questa circostanza, la ricostruzione degli investigatori è apparsa lacunosa, non suffragata da indizi sufficienti. Lima è stato ammazzato prima che iniziasse la campagna elettorale, Falcone è stato ammazzato prima che fosse nominato superprocuratore, Borsellino è stato ammazzato prima che fosse nominato superprocuratore... Sono fatti. Per uccidere uomini come Lima, Falcone e Borsellino, non bastano le coperture locali. I costi sono alti e l'organizzazione del delitto

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complessa. Le morti siciliane _ messe insieme _ costituiscono un'azione golpistica, non solo tre delitti di mafia. Subito dopo il delitto Lima, i più importanti personaggi della De non ebbero dubbi: «Un omicidio politico commissionato dalla mafia», disse l'ex presidente della Commissione regionale antimafia, Giuseppe Campione. «Delitto di mafia?» si chiese l'ex ministro Calogero Marinino. «Troppo poco. In questo caso la mafia esegue. Per conto di chi?». Ho le traveggole? Può darsi, ma come non vedere che ogni tassello corrisponde: Cosa Nostra, la politica nazionale, internazionale; tutto offre le «buone» ragioni per compiere i tre delitti. Se fosse un giallo _ un romanzo intendo _ disporrei di molte soluzioni. Una per ogni movente possibile. La ricostruzione del delitto sarebbe sempre credibile... Vittorio Sbardella, parlamentare romano, ex amico di Giulio Andreotti, ha sospettato _ dopo l'omicidio Lima _ «un coinvolgimento dei servizi segreti americani» a causa di un documento riservato del Pentagono. Avvenimenti _ periodico di opposizione di sinistra _ rivelò il contenuto di due veline attribuite ai servizi segreti _ inglesi o francesi? _ sul ruolo della mafia nel delitto Lima, braccio armato di una strategia che progettava la caduta della candidatura Andreotti al Quirinale. Chi sono i neogolpisti che si nascondono nell'ombra? Chi userebbe la mafia? Salvatore Amendolito è un anello di questa strategia? Certo non lavora in proprio. Riesce difficile immaginarlo come un cavaliere senza macchia e senza paura, che voglia fare sapere al mondo intero per fax le sconsiderate amicizie statunitensi verso paesi nemici _ nemici in campo di battaglia _ come l'Iraq o voglia preservare l'Italia dagli inevitabili lutti di una guerra «ingiusta» alla mafia. Dalla montagna di carte raccolte negli ultimi mesi disseppellii un documento, che volutamente avevo ignorato. Era un esposto, datato 8 marzo 1988; mittente, Salvatore Amendolito, destinatari: le più alte cariche dello Stato; oggetto: «la nomina del giudice Giovanni Falcone a procuratore generale Antimafia». Secondo Amendolito «alcuni inquietanti avvenimenti raccomandavano l'esclusione del giudice Falcone dalla rosa dei candidati». Gli avvenimenti inquietanti altri non erano che illazioni, congetture sprovviste di prove. Controllai la data... l'esposto precedeva di soli quattro giorni l'uccisione di Lima... E Lima sarebbe stato oggettivamente responsabile della nomina. Giovanni Falcone intraprese indagini molto riservate. S'incontrò con Tommaso Buscetta? L'animo del magistrato è esacerbato per via della sua difficile permanenza in Procura a

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Palermo. Il conto aperto ritorna sul suo tavolo: mafia e politica... É venuto il tempo di scoperchiare la pentola. Buscetta deve parlare, senza clamore, senza verbali. Ma aggrapparsi a Buscetta è come cercare salvezza in uno scoglio appuntito mentre i marosi ti sbattono a destra e a manca. Il boss l'ha detto e ridetto: non una parola sui politici, lo Stato non è preparato alle rivelazioni... Perché? Ma è chiaro, l'inchiesta si fermerebbe prima di cominciare e lui, Buscetta, sarebbe morto... Non solo lui. M'immagino la reazione di Falcone, gli argomenti per convincerlo: «Non è come una volta. Il ministro della Giustizia vuole smascherare l'intrigo. Posso garantirti...». «Che cosa può garantire?». E Falcone: «Lo Stato è intenzionato a dare un taglio a tutto... Allora? Bisogna raccontare tutto, senza remore. Chi ha da pagare paghi, chi non ha diritto di rappresentare lo Stato deve andarsene...». La ricostruzione dell'incontro fra Buscetta e Falcone è solo una ipotesi; frutto della mia immaginazione, ma ad essa credo, come se fosse stato Falcone a raccontarmela. Nei mesi di marzo, aprile e maggio Falcone assunse una serie di iniziative: le indagini sui conti segreti svizzeri, l'estradizione dei Cuntrera in Italia, il delitto Lima. Diviene un ariete puntato contro il pianeta invisibile che guida i destini del mondo: quella zona franca nella quale si decidono i grandi affari, i grandi eventi. Il giudice punta la sua pistola contro l'uomo armato di Winchester appostato a 150 metri... Erano le 21,00 passate. Rincasando, vidi Salvatore davanti casa mia. Mi aspettava. Era nella sua auto a luci spente, parcheggiata in seconda fila. «Che ci fai qui?» domandai. «Non lo immagini che ci faccio?... Ti aspetto». «Vuoi salire a casa mia? Parcheggia la macchina più giù...». «No, devo andare. Ti devo semplicemente consegnare qualcosa...». «Che cosa?». Mi guardò per un pò, scuotendo il capo. Sembrava che dovesse decidere i destini dell'umanità. «Siamo marionette», disse. «Si affonda nella spazzatura... Una nuova lettera anonima!». «Ah!», feci. «Me ne avevano già parlato... Circola da qualche tempo... Non sono interessato...». «É la prova che arrivano anche quando non le vuoi leggere...» osservò, provando a sorridere. Poi girò la chiave e mise in moto.

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«Non puoi farne a meno», disse, senza guardarmi. «Le mani devi infilarle anche tu nella spazzatura se vuoi capirci qualcosa». Stavolta rise di cuore. Una diabolica esultanza... «Avanti», urlò da lontano, «è tutta lì la verità». Giunto a casa, aprii la busta. Il primo foglio conteneva i nomi dei destinatari, molti dei quali sprovvisti di indirizzo e le quattro righe consuete indirizzate agli uomini di buona volontà, ipocrita premessa di una nuova delazione. Dapprima credetti che la lettera fosse stata spedita dallo stesso uomo. L'autore degli otto fogli, intendo... Fui ingannato dall'impostazione grafica, assai simile, e dalle quattro righe che precedevano l'indirizzario. In realtà le diversità erano notevoli; una, la più importante, riguardava i contenuti. Gli otto fogli raccontavano una storia e tutto girava attorno ad essa. Stavolta l'anonimo affastellava nomi, proponeva intrighi, complicità, ruberie in modo sconnesso. Gettava fango a destra e a manca. E allora, perché? Esclusi che potesse essere l'iniziativa di un mitomane. Più di un indizio mi ricordava che anche questa lettera veniva «dall'int erno»: qualcuno che sa e vuol far sapere. Che cosa? Per rispondere avrei dovuto indovinare il codice..., il codice di un messaggio in chiaro? Assurdo! Ma questo è il contesto. La lettera anonima aveva lo scopo di avvertire: state attenti, noi sappiamo, e lo proviamo... questo è solo l'inizio. I destinatari reali del messaggio erano dunque nascosti nella folla dei nomi, degli episodi: chi doveva capire avrebbe capito. Un altro avvertimento. Diretto a chi? Magistrati, poliziotti, uomini politici. Le vittime del ricatto non avrebbero avuto scelta: solo il silenzio. Misurarmi con una nuova lettera anonima mi mise di cattivo umore. Non si trattava solo di affondare le mani nella spazzatura, ma di abitarci. Martedì 20 ottobre, andai a Napoli in aereo e mi portai appresso questo sgradevole stato d'animo. Il viaggio non aveva nulla a che vedere con le mie ricerche ma si rivelò ugualmente utile: fu come prendere una boccata d'aria, come liberarsi degli eventi che obbligavano ad agire, pensare, scrivere in un certo modo, dentro certi tempi, impedendomi di seguire le mie idee, prendere le mie iniziative. Che Napoli potesse farmi scordare tutto, me ne accorsi subito. Il tassista smadonnò per il traffico, cercando invano un varco per raggiungere il Palazzo Reale; lo confortai raccontandogli del traffico di Palermo e avvertendolo del fatto che ero in anticipo. «Mi basta esserci per le 10 e sono ancora le nove...», dissi. «Quale percorso facciamo?» chiese. Era abbastanza avvilito. La domanda non deponeva a suo favore.

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«Che volete che ne sappia!», dissi. Evidentemente, pensai, non basta un'ora di volo per lasciarsi alle spalle la sicilianità. Il tassista _ un omone dal viso gioviale, i capelli chiari, folti ondulati _, spiegò che era costretto a fare quella domanda stupida. «Qualcuno s'incazza quando scelgo la circonvallazione, crede che voglio guadagnarci sopra. Così, non mi prendo responsabilità». Si presentò e disse di essere un giudice federale. Arbitrava le gare dei colombi viaggiatori ed egli stesso gareggiava con i suoi colombi. Perciò conosceva Palermo ed aveva alcuni amici. «Non sono tutti uguali i colombi» mi avvertì. «Ci sono i fondisti, i velocisti... Vanno allenati fin dalla nascita... É una questione di addestramento...». «Solo istinto?». «Sono tenaci, intelligenti. Fanno quello che sanno fare... Sono addestrati per questo: ritornano sempre! Ma se imponi un tragitto lungo a un velocista, lo ammazzi... gli viene l'infarto... No, none solo istinto. C'è dell'altro...». «Il contesto», mormorai. Il tassista annuì senza capire, per farmi piacere. Spaccanapoli _ via Benedetto Croce è il suo contesto... Motorini che sfrecciano davanti al naso, botteghe di cianfrusaglie, santi, madonne e gioiellerie; urla e imprecazioni; vetture abbandonate nei vicoli, vecchi artigiani ospitati in casupole simili a nicchie. Dopo colazione mi accompagnò al chiosco maiolicato _ fiori, siepi, tetti di foglie, maioliche stupende _ un piccolo paradiso... Sulle pareti in restauro, un avvertimento: «Se pensate di passare alla storia scrivendo il vostro nome su questo muro vi sbagliate. Sarà cancellato al più presto». Usciti dal chiosco, facemmo pochi passi, trovandoci in una allegra piazzetta semideserta. Accanto al portale di una chiesa romanica qualcuno aveva appena scritto con un carboncino: «chi non occupa, preoccupa». Udii un fitto brusio proveniente dalla chiesa. Che significava quel graffito? Fui a Palermo nella tarda serata. La distanza, che mi era sembrata incolmabile all'andata, stavolta mi apparve breve... Rimuginai alcune idee banali sui destini dei siciliani, addestrati come i colombi viaggiatori a fare ciò per cui sono nati. Sul muro del chiosco la storia non sarebbe stata scritta da nessuno. Pensieri vuoti. Se fossero diventati parole, ci avrei riso sopra... Il 29 ottobre appresi la verità sull'assassinio di Salvo Lima. La verità degli investigatori, intendo; anzi, quella raccontata ai magistrati dai pentiti. Il delitto era stato deciso dalla

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Commissione provinciale di Cosa Nostra: una punizione esemplare perché la vittima non aveva rispettato i patti di mutua collaborazione, di scambio di favori, non aveva tutelato i boss imputati al maxi processo... Un tradimento intollerabile, cui sarebbe seguita la sanzione estrema... Sfogliai le pagine _ ben 138 _ dell'ordinanza dei giudici lentamente, soffermandomi su alcuni brani, con l'animo del giocatore di poker che scruta le carte una dopo l'altra, assaporandone gli umori, assecondando l'ansia che la loro misteriosità provoca... Ricevetti sensazioni contrastanti; dapprima scetticismo, incredulità, quindi compiacimento, il desiderio di credere al di là di ogni dubbio... Ero soggiogato dalle parole, la liturgia delle parole della legge... Ecco «le acquisizioni probatorie sul delitto, le motivazioni, gli autori...»; ecco i mandanti, che «con premeditazione, in concorso tra loro, hanno deciso e cagionato la morte dell'onorevole Salvo Lima»; ecco i testimoni... attendibili perché «non hanno alcun interesse a dire bugie, sono sinceramente pentiti, le loro informazioni provengono direttamente o indirettamente dai componenti dell'attuale Commissione provinciale di Cosa Nostra...». Tutto mi pareva plausibile, sensato, liberatorio. Spazzavo via i dubbi che l'ordinanza proponeva con la voglia di credere... Finalmente un risultato, nero su bianco: tutto alla luce ciò che abbiamo sospettato, sussurrato, subito! Dovetti affrontare una nuova lettura della ordinanza. Come sfuggirvi? Mi servivano i fatti, i nomi, i particolari. Una specie di prova del nove. I colpevoli per cominciare: erano oggettivamente responsabili del delitto perché solo il loro assenso avrebbe consentito di compierlo a Palermo. Un tribunale senza volto, né sede, né esecutori. Prima di applicare la pena capitale, esso deliberò di avvertire Salvo Lima e il suo partito... «L'occasione fu data dalle elezioni del 1987. Giunse in carcere l'ordine di votare per i radicali e per i socialisti». Gli argomenti dei giudici erano provati dalle rivelazioni dei pentiti: Gaspare Mutolo, trafficante di droga e Giuseppe Marchese, pluriomicida. Mutolo e Marchese avevano ascoltato le confidenze dei boss in carcere. L'ordinanza metteva in fila vecchie ammissioni di altri pentiti e notissime tesi di collaboratori di giù stizia. Fra gli accusato ri, Tommaso Buscetta, Rosario Spatola, Antonino Calderone, Marino Mannoia... Gli accusati? Pippo Calò, Totò Riina, Pietro Aglieri... ventiquattro mandanti, tutti nomi noti. Devo convincermi che è una guerra; ed una guerra si paga con il sangue, con la rinuncia al diritto... Tuttavia non riesco a vietarmi di ragionare... Accolgo i miei dubbi con lo spirito di chi tradisce una causa. Mi sento colpevole per il fatto stesso di porre delle domande... Come avranno fatto a consultarsi i 24 mandanti _ almeno due volte? _ latitanti, detenuti in varie

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carceri, liberi cittadini, titolari e «supplenti» della Commissione, cui spetta di pronunziarsi su ogni delitto? Non mi pare che la struttura gerarchica di Cosa Nostra conceda molto alla democrazia interna. Anche per ragioni logistiche: almeno cinquanta persone _ membri della Commissione, supplenti, messaggeri _ avrebbero saputo tutto sull'agguato a Lima, prima dell'esecuzione. Con il pericolo di mandare tutto all'aria. Il movente del delitto sarebbe la vendetta, la punizione di chi non è stato ai patti? La Commissione sacrifica tutto sull'altare della sanzione che inasprisce l'azione repressiva e giudiziaria, seppellisce in carcere i boss? É riduttivo... Marchese è l'uomo di Riina. Ha ucciso in carcere, su suo ordine, condannandosi all'ergastolo. Non ha nulla da perdere. Deve fare sapere una parte della verità? «S'influiva sui politici e questi sui tribunali», affermano i pentiti. Quali sono i tribunali influenzabili? Quali i giudici pronti a persuadersi... Ho i nomi dei mandanti, i particolari sulle loro intenzioni, non so nulla sugli esecutori... Mette i brividi una realtà che identifica i mandanti di un delitto ignorando gli esecutori. La accetterei con difficoltà anche se a raccontarla fosse George Simenon. Fra i mandanti non compaiono Piddu Madonia, indicato come il numero due di Cosa Nostra e i fratelli Cuntrera estradati in Italia dal Venezuela. Se Piddu Madonia è davvero il numero due, come è possibile che non sia stato ascoltato sulla sentenza Lima? La composizione del tribunale di mafia, la riconoscibilità della Commissione provinciale restano un enigma. La dittatura di Riina su Cosa Nostra e la democrazia rappresentativa della Commissione non sono compatibili... Un enigma che s'infittisce, invece che diradarsi, con le parole di Tommaso Buscetta riferite nell'ordinanza. «Tenuto conto delle modalità e del luogo dell'omicidio Lima e della mancanza di qualsiasi conseguenza nell'ambito di Cosa Nostra, è del tutto pacifico che il delitto è stato deciso dalla Commissione provinciale di Palermo...». Perché sarebbe il livello provinciale, e non quello regionale, competente per la sentenza? Lima è una personalità nazionale, il delitto compiuto in campagna elettorale avrebbe provocato conseguenze ben più vaste dell'ambito provinciale. Ma Buscetta non è uno sprovveduto. Perché propone un confine così angusto? Nei primi quattro mesi del 1992 Falcone e Buscetta si sarebbero incontrati più volte e ogni conversazione sarebbe stata registrata e trascritta diligentemente dagli agenti dell'FBI, i quali l'hanno passata ai colleghi italiani dei servizi e questi... Alcuni brani delle conversazioni finiscono sulle pagine del periodico Avvenimenti. Le certezze di Buscetta sulla Commission e provinciale scompaiono, il

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panorama di complicità che Buscetta delinea è ben più preoccupante. Il 4 aprile 1992, egli avrebbe parlato con toni quasi accorati a Falcone. «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici... Tutto ciò non ha alcun rapporto con la criminalità. Sono solo operazioni che servono a coprire scandali del passato remoto e di quello più recente. La ragnatela delle complicità criminali, che copre il mondo industriale, ha creato rapporti internazionali più saldi di quelli del mondo politico ufficiai e. Coloro che manovrano gli utili di Cosa Nostra non sono più i personaggi improvvisati, finanzieri d'assalto come i Sindona o i Calvi, ma gruppi altamente specializzati nel valutare gli andamenti dei vari mercati finanziari internazionali. I vecchi capi di Cosa Nostra sono destinati a sparire. Attualmente vengono usati come un braccio armato clandestino che serve per sistemare e risolvere questioni che potrebbero pregiudicare l'attuale strategia dell'organizzazione... (omissis). Oppure agiscono direttamente per rendere favori alla vecchia classe politica complice. Vedi morte di Lima. Le assicuro che il mondo politico e industriale è perfettamente a conoscenza di questa evoluzione di Cosa Nostra e sempre più spesso preferisce rivolgersi a Cosa Nostra per la ricerca dei capitali necessari allo sviluppo delle proprie imprese. Attualmente il bilancio di Cosa Nostra è talmente in attivo che potrebbe sanare, senza difficoltà, il deficit delle economie ufficiali. Il marco tedesco sale a causa degli investimenti di Cosa Nostra nelle banche dell'ex Germania Est, la finanza ungherese dipende da Cosa Nostra. Bisogna prendere atto che Cosa Nostra non lotta più per una legittimazione ufficiale del proprio potere. In Colombia, a Panama, in Italia, nei paesi dell'Est dopo il crollo del comunismo tutto è possibile». I verbali contengono degli omissis, alcuni nomi sono stati cancellati in modo rudimentale, con un pennarello. Tutto lascia presumere che il lavoro sia stato fatto da una talpa «solitaria», qualcuno che abbia sottratto le carte riservate dell'FBI per renderle pubbliche. Ma ciò che si lascia credere non è necessariamente la verità; tutt'altro! Non è escluso che si tratti di documenti falsi. Se così non fosse, dovrei supporre che i verbali siano stati consegnati agli italiani e da questi alla stampa... non a tutta, s'intende; ma a quella stampa che non avrebbe esitato a pubblicarli. L'ordinanza della magistratura non fa cenno ad essi... Essa utilizza le notizie di Buscetta su fatti avvenuti 14 anni or sono, non può omettere una frase come questa: «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici». L'omissione non lascia scelta: i documenti sono falsi. Tuttavia non voglio amputare il

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ragionamento proposto dai verbali. Scelgo di seguire la disinformazione. Male che vada, mi condurrà alle ragioni del depistaggio... Falcone ascolta Buscetta: i nomi che fa, i fatti che ipotizza, accumulando informazioni di straordinario interesse. E il mese di aprile, i giorni in cui la magistratura milanese cerca invano di conoscere i titolari dei conti svizzeri: tangenti e denaro «sporco» coabitano nello stesso conto? Falcone si tenne per sé i nomi fatti da Buscetta o li riferì ai magistrati? Borsellino potrebbe essere uno di coloro che seppero... Le indagini dei giudici italiani inseguivano il crimine in Sud America, nel Nord Europa, nell'ex URSS... La talpa consegna i documenti _ falsi _ ad Avvenimenti negli stessi giorni in cui Vito Ciancimino chiede pubblicamente alla Commissione antimafia di essere ascoltato. Fa sapere di avere idee precise sul delitto Lima: «Chiunque poteva ucciderlo perché non si guardava», afferma, «ma la decisione di uccidere non poteva essere presa da chiunque. Il delitto è di quelli che vanno oltre le persone delle vittime e puntano in alto... Un avvertimento, come si suol dire... Forse si sono serviti della manovalanza siciliana... anche per Capaci e via D'Amelio, ma la testa non è in Sicilia; se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe... pochi possono permettersi queste azioni militari». Le ipotesi di Ciancimino sono analoghe a quelle attribuite a Buscetta nei verbali trascritti dall'FBI. Una coincidenza? Ciancimino traduce il messaggio del crimine: «un avvertimento». Anche Amendolito la pensa allo stesso modo... La questione vera è la sentenza della Cassazione, o questa è solo un alibi, uno strumento capace di motivare le cosche, di farne il braccio armato di un disegno più vasto, pensato altrove?

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Falcone scrisse perché e come sarebbe morto La struttura segretissima all'interno di Cosa Nostra Per un momento lascio da parte i verbali. Rileggo le dichiarazioni di Buscetta contenute nell'ordinanza, il ricordo di un vecchio incontro con Lima. Per anni lo ha lasciato fuori dalle confessioni e a tumulazione avvenuta lo giudica come il più importante mediatore della mafia. Rendendo un servizio al Nuovo Potere. Chi tira le fila, si trasforma in marionetta: una sequenza infinita che conduce fino al tavolo ultimo, dove il Potere decide chi deve vincere, chi deve perdere. Mi è capitato di giocare a carte qualche volta e di vincere tanto da provocare reazioni sconvenienti in persone che manifestano un perfetto controllo di sé. La buona sorte non c'entra: i miei avversari perdevano semplicemente perché seguivo l'istinto e non le loro regole; quelle sperimentate da anni in tante partite. L'istinto rendeva il mio gioco indecifrabile. Scartavo le carte sulla base dell'intenzion e del momento. La decisione appariva priva di scopo, senza movente. Ma non era così: essa era, semmai, una decisione «senza regole». Questo ragionamento mi aiuta a capire più di molte informazioni e di acute osservazioni di rispettabili investigatori. Ciò che finora mi ha vietato di penetrare l'enigma dei tre delitti e che ha impedito ad altri di fare considerevoli passi avanti, è la logica schematica che procede presso a poco attraverso il seguente assioma: loro _ gli assassini, i mandanti _ seguono le regole che noi conosciamo, quindi la partita va giocata secondo queste regole. Cosa Nostra è una organizzazione potente perché ha regole ferree, sanzioni severe, obiettivi precisi... Le mie fortunate partite a carte suggeriscono che bisogna diffidare di questa logica. Il delitto perfetto è un delitto senza movente. Che non significa «senza scopo» _ la scelta delle carte giuste ha uno scopo _ ma che non ha una motivazione specifica, maturata attraverso regole prevedibili, riconoscibili. Questo spiega l'inspiegabile. Per esempio la guerra suicida di Cosa Nostra allo Stato. Il nuovo regime giudiziario rende oggettivamente colpevoli i boss come i dirigenti delle società di calcio quando i tifosi commettono scorrettezze sugli spalti: i boss divengono così ostaggio della Commissione. É pensabile che non siano corsi ai ripari? Fin dalle prime ore dell'inchiesta, è stata manifestata una sola certezza: «Cosa Nostra siciliana è l'ideatrice delle stragi, mandante, esecutrice...». Quali elementi suffragano una simile certezza? Nessuno, se

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non le regole di Cosa Nostra: il controllo del territorio, la professionalità dei killer, l'autonomia della mafia, la scelta degli obiettivi. Alle spalle di Cosa Nostra non può esserci nessuno e la Commissione decide collegialmente. Ho analizzato alcuni fatti. Ed ho scoperto che le regole di Cosa Nostra, come quelle della chiesa, mutano con il mutare dei bisogni degli uomini. Perciò, c'è il rischio che lo Stato giochi con regole vecchie e si conquisti un altro buon motivo per perdere la partita. Nel dopoguerra la mafia spinse Salvatore Giuliano a fare politica; i banditi eseguirono la strage di Portella della Ginestra. Fu il primo episodio di terrorismo. I capi-cosca affidarono all'ambizioso brigante di Montelepre il compito di destabilizzare il movimento contadino, la sinistra politica e sociale, la Sicilia, forse anche il Paese. Una grande esercitazione sul campo, nella eventualità che i rossi vincessero una battaglia politica. Giuliano fu ucciso, colui che lo tradì fu avvelenato: la mafia patteggiò la sconfitta del banditismo in cambio della definitiva legittimazione politica. Con chi patteggiò? Con uomini che rappresentavano lo Stato: poliziotti, magistrati, ministri della Repubblica. La mafia decise da sola l'attacco a Portella della Ginestra? É assai probabile che le preoccupazioni provocate dalle vicende politiche siciliane fossero condivise a Roma e oltreoceano. Dunque, terrorismo politico-mafioso, strategia della tensione, finalità destabilizzanti e _ insieme _ legittimazione della classe politica insediata dagli alleati dopo lo sbarco sulle coste siciliane. In qualche modo, queste lontanissime alleanze sono rimaste integre: lo provano alcuni fatti, a prima vista incomprensibili, come la partecipazione al golpe proposta alla mafia siciliana. O le stragi degli anni Ottanta, alla vigilia dell'installazione dei missili Cruise a Comiso: tutti i vertici delle istituzioni decapitati: il capo della procura, dell'uffic io istruzione, del Governo regionale, della prefettura di Palermo, del maggiore partito di opposizione, della questura e dei carabinieri. Ogni delitto _ Dalla Chiesa, Chinnici, Costa, Terranova, Mattarella, Reina, La Torre _ ha una sua specificità, ma tutti insieme raggiungono l'obiettivo di sempre: destabilizzare le istituzioni quando ciò è richiesto. Gli elementi che compongono il contesto «esterno» dei tre crimini, anche stavolta, sono il terrorismo, l'instabilità politico-ist ituzionale, le vicende internazionali. Analogie impressionanti. Nella sentenza ordinanza del maxi processo (pagina 325, secondo troncone; Azizi + 91), Giovanni Falcone scrisse che i delitti politici _ Dalla Chiesa, Reina, La Torre _ «sono delitti di natura mafiosa ma trascendono le finalità tipiche di una organizzazione criminale, anche se del calibro di Cosa Nostra. Si tratta di omicidi politici, di omicidi cioè in cui si è realizzata una

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singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della Cosa Pubblica... collegamenti che vanno al di là della contiguità...». Falcone intuì che dietro la strage degli uomini dello Stato ci fosse un disegno, una strategia politica. Non si spinse più in là, perché la sua inchiesta non prestasse il fianco all'accusa di ipotesi fantasiose. Tuttavia, citando Tommaso Buscetta, egli riferì «l'ipotesi dell'esistenza di una struttura segretissima all'interno di Cosa Nostra con finalità ancora ignote ma certamente di enorme portata». Sei anni dopo sospettò che le tensioni all'interno di Cosa Nostra nostra avrebbero potuto provocare «un attentato spettacolare, un omicidio eccellente, ad esempio contro un rappresentante dello Stato». Dunque aveva capito. Aveva scritto perché e come sarebbe morto, quale contesto politico l'avrebbe ucciso, quali motivi contingenti finali avrebbero richiesto «un attentato spettacolare». La temeraria perspicacia di Giovanni Falcone non ha impedito «l'attentato spettacolare», l'ultimo delitto, ma _ forse _ «permette di individuare la segreta morfologia della malvagia serie di delitti». Come il killer dell'ispettore Erik Ly/ònrot, raccontato da Borges, l'assassino di Falcone ha commesso un errore: non sapeva che la sua vittima aveva già scritto che cosa l'avrebbe ucciso. Ora si tratta di studiare le sue carte, seguire la sua pista. Falcone, a differenza di Lv/ònrot, non si era messo a studiare i diversi nomi di Dio per scoprire l'assassinio del rabbino... forse i mandanti... Il terrorismo non è un falso movente, ma non spiega il crimine, né individua i mandanti. L'Uccisione di Lima è invece un delitto politico. Cancella il gruppo di potere più importante del Meridione, impedendogli di conquistare il Paese, con la probabile elezione di Giulio Andreotti a Presidente della Repubblica. Elimina il custode dei vecchi equilibri, il patriarca consumato e prudente. La sua morte è un segnale inequivocabile. Perciò Giovanni Falcone decide di vederci chiaro. Dagli USA ottiene informazioni utili. Ma le indagini dei giudici milanesi sulle tangenti e i contatti con i magistrati svizzeri gli offrono altri elementi. Parla con il Procuratore di Lugano Carla Del Ponte, alla quale promette una visita entro un mese. Comprende l'estrema pericolosità della situazione, è in grado di delineare uno scenario inimmaginabile, confida i suoi sospetti a Paolo Borsellino, che diviene il bersaglio successivo. Manca il movente; in pochi giorni ne è disponibile uno, ineccepibile: come Falcone, Borsellino

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potrebbe essere nominato Procuratore nazionale antimafia. Cosa nostra può uccidere. Anzi, deve uccidere.

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Come è nata la seconda Repubblica? Le impronte dei protagonisti ‘Ndrangheta e mafia golpiste, la pista Usa e il partito meridionale "Credi alle epidemie di suicidio?", mi domandò Salvatore. Alzai le spalle. "Dovresti crederci...", riprese con un sorriso maligno. "La tua indagine pretende che si creda per fede al Torbido Contesto. Le coincidenze costituiscono indizi di correità. Basta soffiarvi sopra e il tuo castello di ipotesi, sospetti cade miseramente... " Lo ascoltavo in silenzio, sicuro che quelle parole nascondessero una intollerabile perfidia. Cambiò tono della voce; divenne suadente, amicale. "Quanto alle morti in sé", disse, "offrono scarsi appigli all'indagine". "Non capisco" mugugnai. "Loro hanno bisogno di guadagnare buoni risultati subito e tu remi controcorrente. Non hai niente in mano. Amendolito? Un depistatore. Lavora per la CIA, il Sisde o chissà che cosa! E se fosse puro come un giglio, non cambierebbe niente... Sciortino? Come Amendolito, non può sfuggire alla sua storia - Non si capisce per chi lavora. Le sue sono congetture, illazioni..." Accese una sigaretta, bevve la tazzina di caffè che gli avevo preparato, e mi gettò una occhiata raggelante. Insomma ero un povero ingenuo e la mia indagine non valeva niente. "Hai messo tutto su carta, vero?", chiese con aria di rimprovero. Assentii. "Male. Hai fatto male. Sono sicuro che sanno tutto del tuo lavoro". "Sanno tutto, chi?" "Il tuo telefono è sotto controllo. Alcune delle persone che incontri sono incaricate di spiarti. Sanno tutto..." "Tu vuoi spaventarmi!" "No, voglio farti riflettere. Sei stato leggero. Imperdonabile". "Ma questa è paranoia! " sbottai. "No, è imbecillità. Quanti hanno letto?" "Non lo so... Più d'uno". "Poliziotti, editori, magistrati... Chi?" "Sono un giornalista... Editori, naturalmente". "Giudizi?" "Silenzio. Dapprima interesse, poi silenzio. Ma è normale - Preferiscono tesi di tutto riposo. L'intervista al magistrato del pool, al congiunto della vittima... capisci?" "Il vice comandante dei Ros, il colonnello Mori ti da ragione sull'Addaura. Non fu attentato, ma un avvertimento diretto a Falcone". "Mandanti?"

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"Cosa nostra esegue... Mori è stato interrogato dai magistrati di Caltanissetta..." "Finalmente fanno sul serio". "Certo, la musica è cambiata. Dopo quattro anni!. L'Addaura è più importante di Capaci per arrivare ai mandanti". "Sono stati appresso alle lettere anonime..." "Lascia perdere. Questi qui lavorano... " "Devo sapere... Come puoi aiutarmi?" "Ci sono sospettati, indagati e forse qualche rinvio a giudizio... Parla con la persona giusta. Avrai le carte che ti interessano". Seguii il suo suggerimento - Seppi, che l'artificiere dei carabinieri intervenuto all'Addaura per disinnescare l'ordigno esplosivo, il maresciallo Francesco Tumino, non era stato creduto dai magistrati. Ma nulla di più. C'era il segreto istruttorio. Cercai di aggirare l'ostacolo. Inutilmente. Tumino aveva detto delle bugie sull'ordigno. Un depistaggio? Per conto di chi? Ottenni qualche ammissione da un avvocato. Ebbi la sensazione che quella storia nascondesse risvolti clamorosi. Ma almeno inseguivo fatti, non ipotesi. Angelo Sciortino mi comunicò di avere ricevuto un avviso di garanzia. La Procura di Palermo sospettava che fosse lui l'autore della lettera anonima di otto pagine. Non mi parve preoccupato. Quando mai lo era stato!. Avevo testa solo per le carte dell'Addaura. M'imposi pazienza. Avrei dovuto attendere la conclusione dell'istruttoria. Settembre forse. Non più tardi. Non fu un'attesa noiosa. Ogni giorno una notizia clamorosa, da fare sobbalzare il più avvertito degli uomini. Magistrati siciliani sospettati di avere dato una mano ai boss, un funzionario del Sisde arrestato con l'accusa di aver ordinato ad un boss della camorra di piazzare un ordigno su un treno. E i tentativi di colpo di Stato. Anche quelli! Accanto alle bombe, le manette a industriali, manager pubblici e uomini politici. Per molti giorni, lessi con curiosità e incredulità - come ogni italiano - le cronache dedicate ai golpe denunciati da una avvenente signora di Trento, moglie di un Colonnello dell'esercito ed amante di un generale dei para, e da un giornalista-editore, anch'egli trentino. Riunioni di ufficiali golpisti e estremisti di destra per progettare il colpo di Stato: un piano per l'assalto alla sede RAI di Roma e ai ministeri. Eravamo in agosto, i pentiti della 'ndrangheta calabrese e della mafia siciliana rivelavano le intenzioni golpiste di Cosa nostra e delle altre organizzazioni criminali meridionali (camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita). La strategia

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della tensione affidata alle mafie! Ricordai le rivelazioni di Leonardo Messina alla Commissione antimafia. Appena un anno prima Cosa nostra, a sentire Messina, aveva deciso di "diventare Stato". Che cosa stava succedendo? E che significavano le oscure parole di Salvatore: epidemia di suicidi. Forse con il suo linguaggio enigmatico aveva voluto dirmi dei golpe, delle bombe, della strategia della tensione. Una nuova stagione... Mi procurai il verbale dell'interrogatorio di Messina. "Ci sono forze nuove alle quali si stanno rivolgendo?" domanda il Presidente della Commissione antimafia Luciano Violante. "Si, ci sono forze nuove non tradizionali; non vengono dalla Sicilia, vengono da fuori, si stanno preparando ". Mi rimproverai di non aver capito, a suo tempo, l'importanza delle parole di Messina. Sarebbe bastato leggere i giornali con maggiore attenzione! Non era l'unico a parlare di golpe. Filippo Barreca, ex boss della 'ndrangheta reggina fa le stesse ammissioni di Nardo Messina. "Cosa nostra e 'ndrangheta reggina", dice, "sono interessate ad un progetto politico che punta alla separazione delle regioni meridionali dal resto del Paese". Ed aggiunge: "C'era una regia milanese ed un raccordo fra gruppi siciliani e calabresi". E commenta, come se volesse giustificarsi: "Mi rendo conto che un disegno di questo genere non può essere di matrice esclusivamente mafiosa, ma non so dare indicazioni sull'eventuale matrice politica". Barreca non era un killer, né un semplice soldato, ma un capo. Giacomo Lauro, altro boss reggino, si preoccupa di far sapere che non è una novità. "Più volte la 'ndrangheta ebbe la richiesta di aiutare disegni eversivi portati avanti da ambienti della destra". Quali disegni? Provai a dare qualche risposta. Di sicuro il golpe Borghese del 1970 ed il golpe Sindona del 1979. Tentativi da operetta, furono definiti. Un errore. O una maniera furba di salvare i golpisti. Controllai date, nomi. Un minuzioso esame fatto sui giornali del tempo. Ne ricavai l'impressione che lo scenario fosse simile: mafiosi e finanzieri in campo, una torbida situazione politica, il pericolo di una svolta a sinistra, ed insieme la guerra di mafia e nuovi equilibri ai vertici delle cosche. Golpe da operetta? L'amante del generale dei para, come le ingenuità del principe Borghese, inducevano a crederlo. E se fosse stato proprio questo l'obiettivo? Farci credere che fossero tali, con l'intenzione di spaventarci ed insieme, come dire, impedirci di correre ai ripari... Una astutissima carta, giocata dai grandi burattinai.

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In maggio e in giugno 1993, i magistrati calabresi scoprirono numerosi arsenali in Calabria e altre zone, materiale bellico pesante, assai costoso. "Supera le esigenze ordinarie di armamento delle cosche", afferma, allarmato, il sostituto procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì. "Non può che essere destinato a finalità ancora oscure, potenzialmente eversive, anti-istituzionali e sicuramente di estrema pericolosità". Le cosche erano il braccio armato dei progetti eversivi? O quel gran parlare di golpe nascondeva un disegno più raffinato? Quale? Condurre per mano il Paese verso qualche parte. Tenerlo sotto l'incubo della catastrofe. Minacciarlo, intimidirlo. Fargli sapere che in qualsiasi momento... Ed eliminare gli uomini più pericolosi. Moventi multipli, come sempre! In settembre il Capo della Polizia Parisi ricevette un rapporto dell'FBI, che aveva raccolto una rivelazione del pentito Marino Mannoia, sotto protezione americana. "Cosa nostra vuole danneggiare l'immagine dell'Italia, intimidire, disorientare, scoraggiare l'avversario. Se non ci riesce, cercherà di ritagliarsi uno spazio territoriale proprio. Quel territorio è la Sicilia". Parisi non gli credette. Però mandò una circolare ai questori - "E' pur sempre un documento inviatomi da uno Stato estero". Molti mesi prima Amendolito aveva spedito i suoi fax a mezza Italia, per raccontare le intenzioni delle cosche. Come Mannoia. Dagli Stati Uniti, dunque. Ma Amendolito non era credibile... L'assalto alla sede RAI di Roma divenne una inchiesta giudiziaria, provocò numerosi arresti, coinvolse militari, agenti del SISDE, ex legionari. Personaggi da operetta? I cospiratori avrebbero attaccato Montecitorio con una bomba a neutroni o con il gas nervino. Un gruppo di cospiratori finì in carcere, tra cui il toscano Vincenzo Fenili, 36 anni, ex pilota dell'ATI. Non era un personaggio da operetta. Aveva lavorato per la International Freedom Foundation statunitense. L'organizzazione aveva filiali in Gran Bretagna, Belgio, Germania e Sud Africa... In novembre del 1991 presso l'hotel Schloss Cecilienhof di Postdam la Fondazione aveva riunito i personaggi più importanti dello spionaggio mondiale. Tra gli altri, l'ex capo della Cia William Colby e l'ex generale transfuga del Kgb, Oleg Kalugin. Fenili cura le pubblicazioni dell'Associazione italiana per le ricerche sull'Africa, l'Africa Link. Il brevetto di pilota? L'ha ottenuto in USA, dopo un corso di cinque anni. Contesto, coperture americane. Quando lo arrestano, Fenili ha addosso un revolver con sistema di puntamento ottico e una ricetrasmittente. Che cosa era la Freedom Foundation? Una Gladio internazionale disancorata dai governi, ormai autonoma? Una sorta di residuato della guerra fredda? Un ufficio di

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collocamento per spioni disoccupati? una struttura di collegamento e uno strumento "esecutivo" dei progetti "multinazionali"? Un dispaccio informò il mondo che l'Ufficio Sicurezza del dipartimento di Stato americano in un rapporto alla Confindustria statunitense, aveva scoperto una internazionale mafiosa, costituita da mafia italiana e cosa nostra americana. Cinque famiglie di New York e alcune famiglie siciliane... E Riina in manette, l'esercito mafioso in disarmo, i successi italiani dell'antimafia? Ma allora, in Sicilia la nuova mafia aveva già ripreso il controllo degli affari. Chi, dopo Riina e i corleonesi? Sede della multinazionale del crimine, secondo il rapporto, era Mosca. L'organizzazione avrebbe controllato le imprese, quindi il mercato legale. Ma anche il traffico della droga proveniente dalla Turchia e delle armi provenienti dai paesi comunisti. L'ex Jugoslavia, sopratutto. Scivolavo nei complotti internazionali, annegavo nella disinformazione, negli intrighi di mezzo mondo. Avrei dovuto prendermi una vacanza. Dall'indagine, intendo. Non ero riuscito a liberarmene nemmeno per un giorno. Senza colpa.

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Stragi, il diario dell'orrore. Soffiate, talpe, lettere anonime, colletti bianchi. E Vito Ciancimino sentenziò: “Le stragi? la testa non è in Sicilia" Ricevetti l'invito della Procura della Repubblica di Caltanissetta a presentarmi giovedì 30 settembre 1993. Mi fece uno strano effetto. Ero eccitato e un pò intimorito. Sentimenti difficilmente decifrabili. Desideravo far conoscere le mie opinioni, mettere a frutto il mio lavoro. Ma sarebbe stato un esame. Ancora uno. Loro stavano dall'altra parte del tavolo. Avrei fatto bene a rispondere con precisione, senza divagare, mi dissi. Volevano ascoltarmi, significava che... Se avessi saputo perché, magari! Chiesi informazioni, timidamente, al poliziotto che aveva trasmesso il fax con l'invito. "Non so niente", disse. Gli credetti. Cercai di ragionare. A che cosa stavano lavorando i magistrati della Procura? Le stragi di Capaci e Via D'Amelio. E l'attentato dell'Addaura. Avevo scritto sull'argomento, qualche giorno dopo Capaci. Che cosa? Sfogliai la raccolta dei miei articoli, lessi il testo di uno di essi, il primo, per l'appunto: Conti svizzeri, l'Addaura; conti svizzeri, Capaci. Ipotizzavo l'equazione. Bene, mi dissi. E' su questo che sono chiamato a rispondere. Perché? Arrivai a Caltanissetta in perfetto orario: venti minuti alle undici. Trovai Candido Casagni, il collega e vecchio amico del Giornale di Sicilia davanti l'ingresso del Tribunale. Come d'accordo. Un tuffo nel passato. Avevamo cominciato insieme. Candido era appena tornato da Amsterdam. Che ci facevo li? "Vorrei saperlo" risposi. Gli mostrai l'invito dei magistrati. Non disse una parola. Mi accompagnò al secondo piano, ufficio del sostituto procuratore Ilda Boccassini. Un corridoio lungo, poca gente. Tre uomini sulla soglia di una porta. Poliziotti in borghese. Declinai le mie generalità. Mi pregarono di attendere. Cinque, dieci minuti, poi un poliziotto si avvicinò, si accertò che fossi la persona giusta e mi comunicò che potevo entrare. Una stanza piccola, una scrivania piena di carte, ordinata. Di fronte all'ingresso una finestra, ed accanto alla finestra un tavolinetto con un agente dattilografo. Dietro la scrivania Ilda Boccassini: capelli color rame, folti, crespi, sguardo infastidito; accanto a lei un altro magistrato, Fausto Cardella. Ero l'autore di quell'articolo sull'Addaura? Si, lo ero... Risposi alle domande senza incertezze. Ebbi la sensazione che fossero stati obbligati ad ascoltarmi. Una pratica da evadere. Non s'aspettavano niente d'importante. Non posso raccontare il contenuto delle domande. Violerei il segreto istruttorio. Mi fecero notare una inesattezza. Convenni di avere sbagliato. E il resto? Prima di andare via cercai di raccontare che cosa ne pensavo dei morti di mafia: accennai ai moventi multipli, depositi svizzeri di denaro illegale proveniente da tangenti e droga. Mentre parlavo, Ilda Boccassini si alzò ed uscì dall'ufficio. Due giorni dopo spedii un fax con la copia di un articolo pubblicato su La Repubblica, dopo la strage. Il 26 o il 27 maggio 1991. Riferiva di una telefonata fra il sostituto procuratore di Milano, Di Pietro, e Giovanni Falcone, effettuata venerdì 23 maggio.

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Di quell'incontro colsi una atmosfera annoiata, in disarmo. Sbagliavo. Quel giorno non sapevo che uno degli uomini di Riina, Antonino Gioè, era stato pedinato per mesi, e ogni sua parola, ogni sospiro era stato registrato. Fino al suicidio, in carcere a Rebibbia, in luglio. Gioè aveva fatto un nome, Mario Santo Di Matteo, conosciuto come Santino Mezzanasca, 39 anni, correggente della famiglia di Altofonte, provincia di Palermo, insieme a Gioè. E aveva parlato dell'attentatimi e di Santino Mezzanasca. Un buon lavoro, indubbiamente. Appresi ogni dettaglio dell'indagine attraverso le versioni ufficiali date alla stampa. Non era tutto, ovviamente, ma quanto bastava per capire che era stato fatto un decisivo passo avanti. In manette Di Matteo. In manette, per sua scelta, Salvatore Cancemi, un altro uomo di Totò ù Curto. Mezzanasca e Cancemi diventano "Omega" e "Zeta"; entrano nel programma di protezione. Significa che parlano. Svelano i nomi degli organizzatori, ogni particolare, i minuziosi preparativi. Il commando della strage è composto da 18 persone: capi e sottocapi. Sei gli esecutori materiali: lo stesso Di Matteo, Giovanni Brusca, Gino La Barbera, Antonino Gioè, Raffaele Ganci e Leoluca Bagarella, il cognato di Totò Riina. Riina ha dato l'ordine a Salvatore Biondino, l'autista. Biondino concerta il piano con Raffaele Ganci e i suoi due figli Domenico e Calogero. Falcone sarà spiato a Roma e a Palermo. Biondino propone a Riina di effettuare l'attentato sull'autostrada, a 500 metri dalla svincolo di Capaci. Ci sono le coperture necessarie, il luogo è favorevole. Alle 16 del 23 maggio, Calogero Ganci vede l'auto diretta in aeroporto per prendere Falcone e la moglie. Scatta il piano: sei uomini sulla collinetta allo svincolo, undici fiancheggiatori a Palermo, uno a Roma. Tutto è pronto. L'esplosivo è stato posto con uno skate-board nel cunicolo sotto l'autostrada. Il congegno elettronico sarebbe stato reperito dallo imprenditore Salvatore Sbeglia, e consegnato a Pietro Rampulla, l'artificiere dei clan catanesi. Alle 17,02 l'aereo parte da Roma. Prima telefonata al commando appostato sulla collinetta. Alle 17,43 atterra a Punta Raisi. La Barbera avverte. Alle 17,51 l'auto del giudice e le due vetture di scorta lasciano Punta Raisi. Vengono seguiti per un breve tratto. Alle 17,55 le tre auto si trovano sullo svincolo. Il commando viene informato della velocità delle vetture. Giovanni Brusca aziona il telecomando. Ed è il massacro. Il mandante? Riina. Biondino, l'inoffensivo autista, è il coordinatore. Esecutori e fiancheggiatori, gli uomini migliori di Cosa nostra. La Commissione? "Totò ù Curtu diede l'ordine, gli altri eseguirono". Nessun mandato di cattura per i suoi componenti: solo per gli uomini che hanno preparato ed eseguito la strage. Ricordai Ilda Boccassini, la sua aria annoiata. Una lezione per la mia supponenza. La Rossa non si sarebbe fermata. Perché quella strage? perché il 23 maggio? Chi aveva suggerito a Totò Riina di agire? "Vi sono indagini in corso per capire se ci sono state convergenze tra strutture deviate dello Stato e mafia per uccidere Falcone in quel maggio del '92", spiega ai giornalisti. Che cosa ha voluto dire?: "Istituzioni deviate, lobbies e Cosa nostra", aggiunge.

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Ora avevano due indizi per arrivare ai mandanti, ed uscire dalla gabbia corleonese: Salvatore Sbeglia e l'Addaura - L'imprenditore, considerai, pare la quintessenza dell'ambiguità. Mi sovvennero la parole di Matteo Cinque, il Questore di Palermo, dopo il suo arresto, il 26 agosto del '91. "Il personaggio è stato sottovalutato", mi disse. "Anche il suo arresto". E il rilascio di Sbeglia? Il suo ufficio attiguo ad un fantomatico consolato del Nicaragua, prima sconfessato e poi riconosciuto, era stato una specie di rompicapo. Il proprietario dell'appartamento era un burocrate importante della Regione siciliana, Pietro Calacione, Gran Maestro della Loggia di via Roma. Nella vettura di Sbeglia, il 26 agosto gli agenti trovarono più di cento milioni in contanti, e nel suo ufficio, un bunker con computer e tabulati, la contabilità di affari misteriosi. Tra l'altro anche un assegno firmato dal Cardinale di Palermo. "La garanzia per una operazione immobiliare mai condotta a termine", spiegò l'imprenditore che aveva ottenuto dalla Curia l'appalto per i restauri della Cattedrale. Nella inchiesta sulla pizza-connection fu sospettato di riciclaggio di denaro sporco. Gli inquirenti s'informarono sulle sue amicizie: Charles Lauricella, la famiglia Ganci, Leonardo Greco, i Bonanno di New York. Quindi, ne dedussi, Cosa nostra americana, i conti svizzeri di Leonardo Greco, l'Addaura. I tasselli si legavano l'uno all'altro. Dalla famiglia Bonanno ai Greco, dalle banche elvetiche a Palermo, ai due attentati dell'Addaura e di Capaci. Il Consolato nicaraguense era un paravento. Di che cosa? Leonardo Greco trafficava con l'industriale bresciano Oliviero Tognoli, il nemico storico di Amendolito. Tognoli e il clan Bonanno, conducevano al Banco Ambrosiano, al conto Wall Street, alla finanziaria Acacias. Sigle incomprensibili, nomi legati insieme da storie torbide. Un percorso accidentato ma preciso che univa insieme i due attentati... Fu una gran fatica seguirlo passo dopo passo. Ogni nome ne richiamava un altro ed ogni episodio pretendeva di conoscere l'evento che l'aveva propiziato. Il conto Wall Street, per esempio. A Bellinzona, in Svizzera era affluito parte del denaro della "Acacias Ltd" società finanziaria costituita da Vito Palazzolo, legato ai corleonesi e ad ambienti massonici. Sede delle Acacias è Buenos Aires, Cerrito 1136. Qui ha i suoi uffici anche il Banco Ambrosiano, ed ha mantenuto la sua residenza per un certo periodo, Licio Gelli, ex Gran Maestro della Loggia P2. I Bonanno si sono serviti delle Acacias. Alle loro attività avrebbe partecipato l'ex Presidente dell'Ambrosiano Mimmo Viscuso. Ebbene, era questa la trama che cercava di svelare Giovanni Falcone in maggio del 1989, alcuni giorni prima dell'attentato dell'Addaura. Il 2 febbraio 1989 Falcone incontrò Oliviero Tognoli. Era persuaso che Cosa nostra avesse delle talpe nelle istituzioni. Ritornò in Svizzera in maggio per avere da Tognoli informazioni più precise. Ma il bresciano tacque. Dopo l'Addaura, Falcone rivide Tognoli per la terza volta. E gli mostrò la fotografia di un funzionario del SISDE, Bruno Contrada. Tognoli negò di conoscerlo. Ma le sue indagini avevano dato buoni risultati: nei forzieri svizzeri non c'era solo il denaro sporco di Cosa nostra. Apprese anche i particolari dell'arresto di Tognoli a Lugano; una consegna concordata. La polizia elvetica dimenticò di

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sequestrare il passaporto dopo l'arresto. Quel documento avrebbe provato che Tognoli contava su coperture italiane, svelando i nomi dei complici: magistrati, poliziotti, finanzieri. Ma il passaporto sparisce, e Falcone è costretto a fermarsi alle illazioni, ai sospetti. Proprio quando prende coscienza dello enorme potere dell'organizzazione che combatte. Le coperture su cui può contare e della pericolosità che esprime. Quell'attentato fallito è un messaggio inequivocabile. Si volta indietro, e conta i morti: il commissario Ninni Cassarà, Capo della squadra mobile di Palermo, e il Consigliere istruttore Giorgio Chinnici, uccisi mentre seguivano la pista dei conti svizzeri! Capisce che è arrivato il suo turno. Ma non si arrende. Tutt'altro. Continua l'indagine, analizza gli eventi. Gli indizi sfuggono

come

anguille.

E

non

può

usarli.

Qualche giorno prima del processo svizzero a Tognoli, vennero eliminati Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, amministratore delegato e direttore amministrativo delle Acciaierie Megara di Catania. Si sospettò che i due fossero stati puniti per non aver pagato il pizzo, o non avere voluto consegnare l'azienda ai prestanome delle cosche. Ma la Falange Armata rivendicò il crimine. E si scoprì che la "Acciaierie Megara" era stata creata dal bresciano Tognoli. Falange armata, dunque. Servizi deviati? L'arresto di un telefonista "messinese" della Falange Armata, lo confermerà nel settembre del '93. Il telefonista non era un terrorista né un mitomane. L'obiettivo? Tensione, disinformazione. I due manager della Acciaierie Megara dovevano sapere qualcosa sui rapporti di Tognoli con Cosa nostra. Avevano loro chiuso la bocca per questo? Annaspavo, inseguendo i mille affluenti dell'indagine. Che cosa era quel fantomatico consolato-centro studi nicaraguense a Palermo, se non una copertura! Gli americani, i britannici e i francesi avevano chiuso le loro sedi diplomatiche a Palermo - o si apprestavano a farlo - e il Nicaragua scopriva la capitale della Sicilia! Quasi fosse Ginevra, Parigi, o New York. Perché un industriale di buona famiglia bresciana lavora per Cosa nostra ed ottiene sicure protezioni in Italia e nella Confederazione elvetica? Il conto Wall Street di Tognoli era un conto riservato, sul quale affluivano denari in nero di finanzieri e industriali, e tangenti da consegnare a governanti e capipopolo. Era come dovere risolvere una sciarada dopo l'altra. D'istinto, senza pensare.

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Consolati fantasma, spie, riciclaggio e tangenti Come Palermo diventò Casablanca L'avvocato che aveva promesso di consegnarmi i documenti fu puntuale. "Ci sono le risposte" mi disse laconicamente. Non scorderò il suo sguardo. Mentre mi consegnava la verità, gli occhi tradivano il suo scetticismo. Lessi avidamente ogni cosa. E ad ogni pagina ebbi motivo di sorprendermi. C'erano le prove dell'intrigo. E della pochezza degli apparati investigativi. Complicità e incompetenza: una pozione velenosa... Falcone stava sullo sfondo. L'avvocato mi aveva affidato un pezzo di storia della Repubblica, forse senza rendersene conto. E questo pezzo di storia era stato scoperto da Ilda Boccassini e Fausto Cardella, magistrati della Direzione distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Palermo. Dopo ben quattro anni, avevano riaperto l'inchiesta sull'attentato all'Addaura e fatto luce sull'episodio! I mandanti? quelli, no. Ma il lavoro dei magistrati offriva gli elementi per riconoscerli, identificarli, assicurarli alle patrie galere. L'inchiesta si concludeva con il rinvio a giudizio del maresciallo dei carabinieri presso il Gruppo Carabinieri Palermo I, Francesco Tumino, l'artificiere chiamato all'Addaura il 21 giugno 1989 dopo la scoperta dell'ordigno esplosivo, "...in qualità di pubblico ufficiale", scrivevano i magistrati, "redigeva senza data una relazione di servizio... poi trasmessa con missiva nr. 2787/7-1 di prot. del 4 agosto del Nucleo Operativo Carabinieri del Gruppo Palermo I a firma del Comandante Magg. Luigi Finelli... Con tale relazione... attestava falsamente che due reperti recuperati dopo la disattivazione del congegno - per l'esattezza un potenziometro ed una parte del relè -erano stati prelevati da un individuo con baffi neri qualificatosi come appartenente alla Criminalpol di Roma,... Reato commesso nell'agosto 1989 e perpetratosi fino all'aprile 1993". "Tumino dichiarava falsamente... di avere appreso dagli Agenti della Polizia di Stato addetti al servizio di vigilanza presso la villa del dr. Falcone dell'avvistamento, verso le ore 6,45 - 7,00 del 21 giugno 1989, di un gommone con a bordo due persone che indossavano una muta subacquea le quali, dopo essersi avvicinate agli scogli, avrebbero giustificato la loro presenza sul posto qualificandosi come agenti di Polizia; circostanze queste che, una volta appurata la verità, hanno contribuito a depistare le indagini in corso sulla ricerca del movente e sulle responsabilità materiali del fallito attentato all'Addaura". Le mie attenzioni sull'Addaura erano giustificate. L'attentato di giugno del 1989 provava che Falcone non era solo nel mirino di Cosa nostra. Se fossero stati identificati i mandanti

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dell'Addaura, si sarebbero scoperti anche i mandanti di Capaci? Coloro che avevano ordinato, o suggerito, il massacro ai corleonesi. Il personaggio chiave dell'Addaura era un sottufficiale dei carabinieri, Tumino. Aveva depistato per conto di qualcuno. Chi? Per rispondere occorreva sapere perché si trovava all'Addaura il 21 giugno 1989. Chi l'aveva voluto? I verbali dell'inchiesta ricostruivano puntigliosamente la successione degli eventi di quel 21 giugno 1989. Alle 8,15 del mattino il dirigente dell'Ufficio Prevenzione della Questura di Palermo Claudio Montana, giunge all'Addaura. "Chiesi l'intervento di un artificiere" racconta "Arrivò l'agente Brancato del reparto mobile. Brancate richiese l'antisabotatore. Venne l'artificiere dell'esercito, che si dichiarò incompetente. Poi venne l'antisabotatore dei carabinieri..." Quando arriva Tumino, il dirigente dell'Ufficio scorte Luigi Galvano si sente rinfrancato: "Sapevo che era una persona molto competente. Pur non essendo un esperto feci presente all'artificiere che qualora fosse stato possibile, si doveva fare in modo di non distruggere l'apparecchiatura

ritrovata...

Tumino

disse

che

l'apparecchiatura

era

perfettamente

funzionante, che non era esplosa perché si era bloccato il timer e che vi era il rischio che potesse esplodere da un momento all'altro... Il congegno poteva essere azionato a distanza... A suo giudizio era uguale a quello utilizzato per il dottor Ciurmici... " Tumino sugli scogli trovò "due contenitori, uno metallico con chiusura a due fori, rispettivamente nei due lati opposti; ed un altro in plastica con coperchio di colore rosso ed un foro circolare sulla parte destra... Attraverso questo foro si intravedeva un leed acceso con luce di colore rosso che lampeggiava". Quel segnale gli indica la pericolosità dell'ordigno. Ciononostante, effettua una "operazione non prevista dalla nuova deontologia dell'intervento antisabotaggio". Solleva il coperchio del contenitore in plastica. Un rischio altissimo. Perché lo corre? Per vedere che cosa nasconde il contenitore: "un apparecchio ricevente di onde elettromagnetiche di colore nero in collegamento elettrico con 3 pile di alimentazione avvolte con nastro isolante; un relè di piccole dimensioni elettricamente collegato; un congegno metallico di forma circolare, verosimilmente un potenziometro fungente da timer dal quale si inalberava una leva metallica a 'T'; accanto ad essa un'altra leva in rame, presumibilmente fungente da fine corsa o da chiusura del circuito; il tutto collegato elettricamente ed ancorato ad una tavola di legno". Quando si rende conto della natura dell'ordigno Tumino colloca una capsula detonante sulla leva 'T' di chiusura, al fine di disarticolare il congegno primario, cioè il potenziometro che

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funge da timer. In questo modo ritiene di evitare anche "l'innesco per simpatia della vicina carica esplosiva collocata nel contenitore metallico". Fa brillare l'ordigno. E commenta con Galvano: "Meno male che ho usato una microcarica, perché rischiavamo altrimenti di saltare tutti in aria". Dopo la deflagrazione, riscende sulla piattaforma dove sono stati collocati i contenitori, allo scopo di rimettere insieme quanto è rimasto, ma non ha il tempo di recuperare le parti dei congegni poiché sul luogo si riversa una moltitudine di persone. Trascorsi appena quattro minuti dall'esplosione, è avvicinato dai funzionari di Polizia e invitato a raccontare tutto al magistrato di turno, giunto all'Addaura: in particolare il contenuto del "borsone" e quanto è stato recuperato dopo l'esplosione. "A questo punto", scrive Tumino nel suo rapporto, "cercando di prendere parte del materiale mi girai attorno e notai una persona distinta con baffi neri che dopo avere recuperato da terra del materiale si accingeva ad allontanarsi. Chiesi che cosa stesse facendo. E questi rispose: appartengo alla Criminalpol di Roma. Questo materiale lo prendiamo noi". Non v'erano dubbi, a questo punto: l'esplosione e un fantomatico personaggio della Criminalpol avrebbero tolto di mezzo ogni indizio o prova che potesse portare agli autori dell'attentato. Il 20 settembre, interrogato dai magistrati nisseni - il Procuratore Celesti ed il sostituto Sferlazza - Tumino aggiunge alcuni particolari. Dopo avere aperto il borsone e il contenitore di plastica, poco prima di collocare la microcarica, invitò un agente della scientifica a fotografare l'ordigno prima della brillatura, ma nel tempo di sei secondi. "Scattò le foto e si allontanò precipitosamente in mia compagnia... Il giorno successivo ho telefonato al gabinetto della Polizia Scientifica per avere notizie delle foto ma ho avuto una risposta negativa perché mi si disse che tutte le fotografie erano in possesso della Criminalpol... Mi ero anche recato in questura precedentemente ma nessuno aveva saputo dirmi niente... Il tizio con i baffi? Lo vidi allontanarsi mentre aveva in mano la leva a 'T', il cosiddetto alberello". Perché la relazione era senza data? Disarmante la risposta. "L'ho scritta il 5 agosto 1989. Più precisamente fin dal 29 giugno ho redatto la relazione sul mio intervento e sulle caratteristiche del congegno. Ho parlato con il mio superiore, il maggiore Finelli. Mi disse di attendere perché sarei stato chiamato da chi conduceva le indagini. Nessuno mi cercò. Il 4 agosto sono stato invitato dai miei superiori a presentare la relazione".

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Scomparsi i reperti, introvabili le foto scattate prima dell'esplosione dell'ordigno: Mi hanno nascosto tutto. PerchÊ l'avrebbero fatto? Tumino non lo dice. Il sostituto procuratore di turno quel 21 giugno era Gioacchino Scaduto. Quando arriva all'Addaura, Tumino ha fatto esplodere il congegno. Alle 13,00 o 13,30, quindi. Ben sei - sette ore dopo il ritrovamento del borsone imbottito di esplosivo. "Tumino mi parlò di un congegno a strappo e di un altro a telecomando" racconta Scaduto. "I reperti furono consegnati al personale della Squadra Mobile di Palermo... Tumino disse di avere saputo dal personale addetto al servizio di sorveglianza alla villa che il giorno precedente era stato avvistato un gommone da cui erano scesi due ragazzi. Approdati alla piattaforma si erano tolti la muta... Sono certo che questo particolare mi fu riferito anche da altri presenti che in questo momento non ricordo chi siano..." Se Scaduto ebbe notizia del gommone e dei sub da altri, il depistaggio non fu solo opera dell'artificiere. O Tumino diceva la verità ? "Di pomeriggio mi incontrai con il collega Falcone e il dottor Gianni De Gennaro nell'ufficio del dottor Falcone...", prosegue Scaduto. "Si fece l'ipotesi che era stato attivato il congegno a telecomando, dopodichÊ per ragioni non ancora chiare, qualcuno - presumibilmente le due persone viste avvicinarsi alla piattaforma il giorno precedente - aveva attivato il comando a strappo".

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L'inchiesta sull'attentato all'Addaura, che anticipò le stragi. Una montagna di incongruenze. Il grande intrigo e i suoi protagonisti Giovedì 8 aprile 1993, Tumino si presenta spontaneamente negli Uffici della Procura di Palermo: deve depositare la videocassetta di una perizia. Invece del cancelliere l'attendono tre magistrati. La loro previggenza è ben ripagata. Nella memoria di Tumino si accende una lampada, che illumina alcuni particolari sull'Addaura. "Sento il bisogno di riferire su circostanze estremamente importanti per lo sviluppo delle indagini". "Venti giorni addietro", racconta, " mi trovavo a casa e stavo assistendo alla trasmissione televisiva Mixer, nel corso della quale si commentava la notizia di un avviso di garanzia spedito a tale dottor D'Antone nell'ambito delle indagini che avevano condotto all'arresto del dottor Contrada... Nel momento in cui in televisione è apparsa l'immagine del dottor D'Antone ho subito riconosciuto in lui la persona che all'epoca dell'attentato fallito all'Addaura, si era impossessato di una parte del congegno d'innesco dell'ordigno sistemato all'interno della borsa da sub..." D'Antone è un funzionario del SISDE. Il tempo non ha cancellato i ricordi, li ha resi più nitidi... "Alle 7,45 del 19 giugno...", comincia Tumino. La data era errata. Colpa di un refuso? "...sono stato messo in allarme dalla centrale operativa dei carabinieri. Mi chiama il dottor Galvano della Sezione Scorte per informarmi che nei pressi della villa di Falcone c'è un problema, senza precisare altro. Il mio comando non mi dà alcun ordine, così resto in caserma in attesa di disposizioni. Alle 8,30 , 9,30 e 10,30 ho chiamato la centrale per sapere sul da farsi. Ogni volta mi è stato risposto che del problema si sarebbe occupata la Polizia, poi la Finanza, l'Esercito. Infine alle 11,30 mi è stato ordinato di avviarmi per intervenire dopo avere indossato la divisa..." La nuova deposizione contiene dettagli e circostanze non riferite nella relazione. "La borsa con l'esplosivo è semichiusa. Dalla fessura lasciata aperta si intravede un grosso contenitore metallico..." Accanto al contenitore metallico c'è una cassetta in plastica con coperchio rosso dal quale fuoriesce il leed rosso. Attraverso il coperchio rosso si diramano una serie di fili, due

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dei quali sono impigliati nei manici del borsone, mentre un terzo filo percorre lo spazio del borsone e si collega ad un piccolo congegno metallico di alluminio che si inalbera sopra un altro congegno a T'. Il congegno a trappola potrebbe fare esplodere la carica ove qualcuno avesse rimosso la borsa dai manici o avesse tentato di aprire la cerniera. Tumino prende il "Tester" in dotazione, saggia la continuità dell'energia presente nel circuito, ottenendo un risultato positivo. Ma è impossibile per lui operare direttamente sul circuito; così sistema la microcarica sull'angolo destro del borsone, quello aperto, adagiandolo sulla leva a "T che si trova in posizione di fine corsa. Dopo l'esplosione scende sulla piazzola a recuperare i congegni. Scende? Forse ha solo l'intenzione di scendere, perché invece si ferma a conversare con il magistrato di turno, il dottor Scaduto. In questo frangente si accorge che "una persona alta, ben vestita, con i baffi neri, si abbassa e raccoglie alcuni reperti che poco prima avevo depositato, dopo averli visionati sul vicino scoglio". "Questi li prendo io", dice lo sconosciuto. "Sono della Criminalpol". E porta via il potenziometro, che era della stessa marca del ricevitore d'impulsi... Di tipo particolare, di fabbricazione svizzera, non esistente in commercio in Italia... "Quando ho provato a ricostruire il congegno a scopo didattico non ho potuto acquistarlo e ho adattato un potenziometro ricavato da un aeromodello, l'effetto è risultato analogo, ma quello di fabbricazione svizzera è sicuramente più sensibile e preciso... Il borsone contenente l'esplosivo avrebbe dovuto essere attivato mediante il collegamento con i congegni, un'operazione che comporta un'ora di tempo. Almeno per i congegni a trappola collegati con i manici e con la cerniera della borsa. Quanto al radiocomando, l'innesco può avvenire automaticamente grazie ad un temporizzatore guidato a distanza, oppure manualmente spostando l'interruttore... Quando sono intervenuto, l'ago era vicino al fine corsa, ma era fermo. Significa che il circuito radiocomandato non si apre a distanza.

E'

necessario

agire direttamente sull'interruttore. Effettivamente l'interruttore era in posizione on ed il segnale luminoso acceso. Questo assicurava il collegamento del congegno telecomandato". Chi fu testimone dell'arrivo del gommone? e chi riferì a Tumino l'episodio? "Ricordo soltanto il poliziotto che era in divisa, aveva capelli castano chiari, era alto 1,70, aveva un'età di 24 - 25 anni... Senza barba, né baffi, né occhiali... Ho appreso dai poliziotti, la storia del gommone e dei due sub. L'avevano saputo dai colleghi del turno precedente.

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L'ora? 6,30 - 6,45. I due si liberarono delle mute, pinne e fucili. Furono invitati ad andarsene, ma mostrarono il tesserino di agenti di polizia e venne loro consentito di lasciare l'attrezzatura. Il borsone? Non faceva parte dell'attrezzatura, sarebbe stato già sul posto prima dell'arrivo dei sub". I pezzi del congegno, che fine avevano fatto? "In parte trafugati, in parte finiti in mare, il resto è stato consegnato ad un addetto del gabinetto regionale di Polizia Scientifica". Fu fatto un verbale di consegna? "No, nessun verbale". La precisione con cui l'artificiere individua il tipo di congegno adoperato, incuriosisce i magistrati. "Sia il potenziometro quanto il relè portavano la dicitura: Made in Swiss... Il relè era stato consegnato da me alla polizia scientifica... La scomparsa dei due pezzi non consente la fedele ricostruzione del congegno di innesco. E' impossibile individuare le caratteristiche peculiari del montaggio, non permette comparazioni con analoghi congegni radiocomandati adoperati in passato... " Se l'inchiesta si fosse conclusa qui, i fatti sarebbero andati più o meno in questo modo: alcuni poliziotti depongono il congegno esplosivo, un funzionario della Criminalpol fa sparire le tracce dell'esplosivo. I due sub si presentano, esibiscono il tesserino di riconoscimento, depongono l'ordigno, stringono le mani ai colleghi e se ne vanno. Risibile! Tumino sospettava i poliziotti. E i poliziotti? Sospettavano di lui. Secondo questi ultimi, infatti, Tumino ha raccontato bugie e sopratutto ha fatto saltare il congegno senza che ce ne fosse bisogno. Diffidenza prevedibile, lascia intuire Tumino. E ricorda ai magistrati di essere l'unico carabiniere presente all'Addaura. Fisiologica, fastidiosa conflittualità? Magari, mi dissi. Sette giorni dopo, - stavolta alla Procura di Caltanissetta - l'artificiere ripete di aver visto D'Antone trafugare potenziometro e relè, e che il congegno era di provenienza svizzera. Ma altri ricordi arricchiscono di nuovi dettagli la sua deposizione. "Come ha fatto a riconoscere D'Antone?" gli chiedono. "L'ho visto in televisione che era lui... un lunedì di cui non ricordo la data esatta. Sono sicuro che la trasmissione è andata in onda alle 23 circa. Stavo per andare a letto ma decisi di guardare il programma. Mi persuasi che il dottor D'Antone era la persona che avevo visto all'Addaura... "

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"Lei è sicuro?" "Si, all'80-90 per cento". "C'era qualcuno accanto a lei, quando vide quella persona prelevare i reperti...?" "Dopo l'esplosione, adagiai su un cordolo di sostegno i reperti recuperati. Ad un certo punto si avvicinò il signore che ho indicato... Era senza occhiali e vestiva con eleganza... Giacca, senza cravatta. C'erano 15-20 persone nel piazzale in quel momento. La sua presenza deve essere stata notata anche da altri... " "Quando vennero presi gli altri reperti, lei era presente?" "Si... vennero prelevati da un uomo ed una donna della polizia scientifica di Palermo. Richiesi un verbale di sequestro, facendo notare che altri reperti erano stati già presi da persone diverse... Mi dissero di non preoccuparmi. Nel pomeriggio, mi avrebbero convocato in Questura o sarebbero venuti da me... Nessuno però mi interrogò quel pomeriggio. La mattina dopo, agenti della Polizia Scientifica di Roma vennero in caserma a chiedermi una campionatura dei candelotti che avevo custodito, in attesa che il magistrato desse l'autorizzazione per la distruzione... Ricordai ancora una volta la necessità di redigere il verbale... " "I pezzi prelevati da D'Antone erano determinanti?" "Secondo me, si. Il servocomando e il potenziometro scomparsi avrebbero consentito di risalire alla ditta dov'era stato acquistato il congegno... Aprii al massimo la borsa per consentire al fotografo di riprendere l'interno. Purtroppo le foto non sono a colori. Il puntino bianco che si vede nella scatola indicata, sulla foto, con la freccia rossa è il leed acceso. Aprendo la scatola, ho notato la scritta Mode in Swiss... Secondo me, ingrandendo le foto si potrebbe leggere la dicitura e le altre annotazioni stampigliate, come la frequenza... Purtroppo non c'è alcuna foto che ritrae il relè e il potenziometro..." "Anche i detonatori elettrici vennero prelevati dalla Polizia Scientifica?" "Si, anche i detonatori... " "Chi c'era all'Addaura quando arrivò?" "Quando arrivai, vi erano altri esperti... Non so se si trattava di esperti antisabotaggio come me... Ne sono sicuro solo per il maresciallo dell'esercito, che è in servizio alla Caserma Scianna di Palermo... Galvano mi disse che nessuno era riuscito a capire che cosa ci fosse nel borsone... La prima segnalazione mi giunse in caserma alle 8,00 circa... Solo verso le 11,30 ricevetti l'ordine di andare sul posto con il furgone... Il luogo mi sarebbe stato comunicato

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dalla centrale operativa in un secondo tempo. Mi misi in cammino ed all'altezza del mercato ortofrutticolo mi fu ordinato via radio di tornare in caserma per indossare la divisa senza ricevere alcuna spiegazione. Tornai indietro, indossai la mimetica e ripartii senza sapere dove andare. Insistetti via radio per ottenere le informazioni necessarie. Mi fu ordinato dal capo centrale di trovare una cabina telefonica... Solo alle 12 venni a conoscenza di dovermi recare presso la villa del dottor Falcone... L'ordine di indossare la divisa me lo dette il maggiore Finelli... Rimasi sorpreso, arrivando, di apprendere l'episodio dei due sub, che sarebbero stati lì il tempo necessario per svestirsi e poi allontanarsi. Cosa che realmente successe. M'interessava poco della muta, ma molto della borsa. Non riuscii a sapere da quanto tempo la borsa si trovasse sugli scogli. Anche due operatori della RAI hanno ripreso tutto il mio intervento. Sono scesi da una motovedetta della Polizia che ha attraccato nello specchio d'acqua antistante la scalinata..." Altro inspiegabile abbaglio dell'artificiere - Gli operatori della RAI arrivarono con la loro auto all'Addaura -. Chi riprese, allora, le fasi precedenti alla esplosione e la brillatura? Il dirigente della Criminalpol siciliana Vincenzo Speranza portò con sé un cineoperatore. "Giunsi all'Addaura alle 11,40 con il personale della Criminalpol, in particolare un cineoperatore... Lo pregai di riprendere la borsa e il suo contenuto prima che l'artificiere desse inizio alle operazioni di brillatura..." Il cineoperatore era Antonio Gibiino, attualmente in servizio alla Criminalpol? Se fosse stato Gibiino, la ripresa non sarebbe stata effettuata. Interrogato dai magistrati, Gibiino afferma di essere intervenuto alle 12,30 - 13,00, quando "si era già proceduto alla brillatura del congegno... Infatti ho ripreso le scatole aperte a brevissima distanza". Aperte dopo l'esplosione! Allora rimasero integre! O si trattava della scatola aperta da Tumino, nel momento in cui sollevò - imprudentemente - il coperchio del contenitore prima della brillatura? Il cineoperatore, in questo caso si sarebbe avvicinato all'ordigno. Perché il fotografo non avrebbe potuto fare altrettanto? Le informazioni fin qui acquisite testimoniavano sicuramente gran confusione e molte ambiguità, ma lasciavano capire che Tumino da solo non avrebbe potuto né depistare, né ritardare di un solo giorno le indagini. Le sue bugie erano, inoltre, facilmente riconoscibili... Comunque sia, non aveva portato via i reperti sopravvissuti alla sua decisione di fare saltare l'ordigno, ai ladri ed alla tremenda confusione. E allora chi? La squadra mobile, secondo le

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testimonianze della polizia scientifica, che all'Addaura ha - curiosamente - un ruolo di comparsa. Due gli agenti presenti, uno dei quali è il fotografo. Gli esperti della Scientifica di Roma volano in aereo a Palermo, ma non si recano all'Addaura. Non spetterebbe a loro effettuare un minuzioso controllo dei luoghi, prelevare impronte, cercare indizi utili, prendere i reperti del congegno? "Ritenni superfluo effettuare un sopralluogo all'Addaura", spiega ai magistrati il dirigente romano della Scientifica Salvatore Montinaro. "Il collega La Barbera, capo della Mobile, mi riferì quanto era accaduto e mi mostrò i reperti recuperati, che si trovavano in custodia della Squadra Mobile. Ci venne mostrato il borsone dov'era stato trovato l'esplosivo, un pezzo di legno sopra il quale era stato collocato il congegno d'innesco elettronico... Data la presenza del ricevitore - tipico degli aerei da modellismo - poteva essere la parte ricevente di un congegno azionabile a distanza... Si sarebbe potuto separare l'esplosivo dal congegno, salvarlo ed avere, probabilmente più elementi per l'indagine e l'individuazione dei responsabili... Non sono un esperto di antisabotaggio, ma per quello che ho visto in tutti gli anni di servizio alla Scientifica, e dal momento che l'esplosivo era separato dal congegno si poteva isolare l'esplosivo tagliando i reofori dei detonatori. L'antisabotatore parlò di una possibilità di innesco dell'ordigno anche a strappo e per tale motivo ritenne più prudente far brillare il tutto... Le mie stesse perplessità furono condivise da un collaboratore dell'Alto Commissario per la lotta contro la mafia, Giovanni Iadevito, che ha lavorato alla Scientifica come esperto di balistica... " Incompetenza di Tumino? Impossibile. Il funzionario di polizia Galvano, nel vedere l'artificiere all'Addaura si sente rinfrancato. E' un uomo affidabile. E' proprio l'affidabilità ad ingigantire i sospetti sulle sue bugie e sul suo operato. Tumino accusò un dirigente della Criminalpol per sviare da sé i sospetti? Una motovedetta della Guardia di Finanza con due sommozzatori inizia il lavoro di recupero di reperti in mare alle 15,15. I sub effettuano alcune immersioni. Con quali risultati? "Un detonatore, 4 batterie da 1,5 volt unite con nastro adesivo rosso e con le polarità saldate con filo elettrico, numerosi frammenti di tela azzurra, presumibilmente appartenenti ad una borsa da sub". Silvana Cerullo e Stanislao Schifani, i due agenti della Scientifica di Palermo, arrivano di buon'ora. "Allorché intervenne", ricorda la Cerullo, "l'artificiere dei carabinieri andò subito ad ispezionare la borsa, che non era visibile dalle terrazze perché era collocata proprio sotto lo

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scoglio... Controllò se vi fossero fili collegati, aprì borsa e osservò il congegno; poi scattammo delle foto ad una certa distanza perché ci disse che il flash poteva provocare dei danni al congegno... Fummo invitati ad allontanarci perché lo avrebbe fatto brillare... Era funzionante, secondo lui..." "L'artificiere riferì di avere notato la scritta Mode in Swiss nel!'aprire la scatola?" "Non lo ricordo... Lo escluderei perché sia io quanto il mio collega abbiamo messo per iscritto tutto quello che ci veniva riferito dall'artificiere. Questo particolare non è contenuto nei nostri appunti". "Dopo avere scattato le foto, venne redatto un verbale di sequestro?" "No, perché non eravamo competenti. Non fummo noi a ricevere i reperti. Portammo in ufficio soltanto il coperchio di una delle due scatole per potere effettuare ulteriori esami di laboratorio per la ricerca delle impronte. I reperti furono presi da personale della Squadra Mobile ma non so chi..." "Vi era altro personale della Scientifica sul posto?" "Non so se vi fossero agenti della Scientifica di Roma ma non lo escluderei..." "L'artificiere vi raccontò di reperti presi da qualcuno?" "No, non ce ne parlò". Schifani ripete, sostanzialmente, la stessa versione. Il coperchio, precisa, fu consegnato prima dell'esplosione. "E su di esso non è stato rilevato alcun tipo di impronte".

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La sera del 21 giugno 1989, l'Alto Commissario per la lotta contro la mafia Domenico Sica indice una riunione presso la sede della Prefettura, a Villa Witaker. Lo scopo? "Conoscere il tipo di congegno ritrovato, ottenere possibili informazioni utili alle indagini", spiega Sica al magistrato, il 10 maggio 1993. "Chiesi più volte ali'antisabotatore i motivi che l'avevano indotto a far brillare il congegno con una microcarica ma non ricordo le giustificazioni che addusse. Non posso escludere che abbia parlato di pericolo per l'incolumità dei presenti... Chiesi se era stata fatta la misurazione della carica delle pile per verificare se si erano già esaurite e mi fu risposto che questo accertamento non era stato fatto..." "Alla riunione non partecipò Falcone. Per quale ragione?" "Cercai di mettermi in contatto con Falcone nel corso della giornata. Volevo esprimergli la mia solidarietà, ma non riuscii a trovarlo... Non gli avrei chiesto di partecipare... Non ritenevo corretto invitarlo, lo avrei messo in imbarazzo..." "Giunsero segnalazioni su probabili attentatori prima del 21 giugno? "Non lo ricordo con esattezza... Si può saperlo attraverso la documentazione dell'Alto Commissariato, passata ora alla D.I.A. ... I rapporti sul fenomeno mafioso in Sicilia venivano gestiti dal giudice Francesco Di Maggio. Non so dire se per l'attentato all'Addaura l'Alto Commissariato si attivò fornendo note informative o chiedendo intercettazioni preventive... Non ricordo se il Sismi o il Sisde abbiano fornito notizie... E' stata fatta più di una informativa su attentati a magistrati con l'uso di esplosivi". La deposizione di Sica finiva qui. Un omissis dell'autorità giudiziaria mi impediva di leggere il resto. Che cosa nascondeva queir omissis'? Notizie su attentati con esplosivo, forse. Che altro? "Nel corso della riunione presso la villa Witaker", ricorda Tumino, "riferii al Prefetto Sica che non era stato redatto il verbale... Gli feci presente che il relè ed il servocomando o potenziometro non erano stati esibiti... Avrei potuto spiegare meglio nel corso della riunione il contenuto del congegno... Precisai che erano stati da me trovati e poi prelevati in parte dalla persona che si era qualificata come appartenente alla Criminalpol di Roma e in parte da personale della Polizia Scientifica di Palermo... Ricordo perfettamente che il Prefetto rispose più o meno testualmente: è il frutto del mancato coordinamento... Parlava a bassa voce, rivolgendosi al Colonnello dei Carabinieri Mori lì presente... Anche a Mori ripetei le mie lamentele per la mancata consegna dei reperti... Avrei fatto capire che grazie ad essi si sarebbe risalito ai fabbricanti, circostanza questa fondamentale per l'individuazione del fallito

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attentato all'Addaura... Un particolare ricordo bene. Attorno al tavolo, a Villa Witaker, eravamo seduti in dodici. Sicuramente non era presente il giudice Falcone. La cosa mi stupì non poco e ne chiesi il motivo al Prefetto Sica e al Colonnello Mori. Mi fu risposto che il giudice era impegnato altrove con i suoi colleghi stranieri e che era stato regolarmente invitato". "Era Bruno Contrada, uno dei funzionari del Sisde presenti?", domanda il magistrato. "No, perché lo conosco. Ho visto la foto sui giornali dopo il suo arresto..." "Fu fatto un verbale della riunione? O una registrazione?" "Ho notato che non veniva verbalizzato nulla... Si parlò solo del ritrovamento della borsa, della ragione per la quale non fu vista da nessuno quando venne portata sul posto, e del suo contenuto... Tutti mi chiedevano se ero certo che quel congegno funzionasse. Ho detto più volte che l'ordigno era attivo e funzionante... Non dissi che il relè e il potenziometro erano stati presi da un agente della Criminalpol. Feci solo presente al dottor Montanaro e al dottor Egidi che il potenziometro non era stato recuperato... Montanaro non era d'accordo sulle modalità del mio intervento. Anche per questa ragione decisi di redigere una relazione..."

Falcone disertò la riunione a Villa Witaker. Un summit inutile. Sica non riuscì nemmeno a raggiungerlo telefonicamente e non potè parlargli. Nei giorni successivi Falcone manifestò più volte il sospetto che l'attentato fosse stato preparato con la complicità di qualcuno che gli stava vicino e conosceva pertanto i suoi movimenti. Fece delle indagini e si recò in Svizzera. Il 13 luglio 1989, ventidue giorni dopo il rinvenimento dell'esplosivo, esternò i suoi sospetti, e ipotizzò un movente al comitato antimafia del Consiglio Superiore della Magistratura. "L'attentato è stato effettuato sulla base di una precisa informazione proveniente da ambienti a me vicini". "Perché lo crede?", gli chiede il Presidente del comitato, il giudice Marcello Maddalena. 232


"Mi trovavo nella villa da circa 20 giorni, ed in tale periodo mi ero recato al mare solo due volte, in orari diversi. La borsa fu posta il 20 giugno, tra le 11 e le 13, dietro uno scoglio davanti al quale si deve necessariamente passare per andare al mare. Il giorno prima, lunedì 19, avevo incontrato dei colleghi di lavoro di Lugano, e li avevo invitato a venire nella mia villa il giorno successivo per fare il bagno, dopo avere terminato il lavoro che doveva essere svolto la mattina. Alle 13 di martedì 20 la borsa con la bomba era al suo posto; prima delle 11 non c'era. Non potemmo però recarci a fare il bagno in mare solo perché si era fatto troppo tardi a causa del prolungarsi del lavoro... Sicuramente l'attentato avrebbe coinvolto i colleghi svizzeri con i quali avevo collaborato in importanti indagini..." "Che tipo di indagini?" "Di carattere essenzialmente finanziario, ed ancora in corso. Sono state condotte con successo in Svizzera ed in altri stati in collegamento con altri uffici giudiziari, tra cui Torino e Milano. Le indagini avevano già portato ad importanti risultati in ordine ai collegamenti tra mafia e prestanomi di uomini politici siciliani del passato, nonché a connivenze a livello istituzionale..." "Che effetto avrebbe avuto l'attentato su quelle indagini?" "Se fosse riuscito, disastroso. Si era raggiunta la piena collaborazione con le autorità svizzere... Siamo alla stretta finale per alcuni rilevantissimi processi -Ciancimino, Mattarella - e alla vigilia di importanti conclusioni in ordine alle indagini svizzere". "Che cosa altro può aver influito sulla decisione di attentare alla sua vita?" "La mia nomina a procuratore aggiunto. Si sta tentando di delegittimarmi con una serie di scritti anonimi spediti ad autorità politiche, giudiziarie, a giornali. Questo tentativo presenta gravi risvolti. Ho ritenuto di dovere informare l'Alto Commissario dei miei sospetti. Questi ha fatto accertamenti con risultati, a suo giudizio, addirittura sconvolgenti, a causa dei quali è prevedibile che si produrranno lacerazioni nella magistratura palermitana... " Due magistrati, Vito D'Ambrosio e Mario Almerighi, rivelarono il 16 dicembre 1993 ai giornalisti un episodio verificatosi subito dopo l'Addaura: una telefonata di Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, a Giovanni Falcone. "Giovanni si era molto meravigliato di questo velocissimo intervento congratulatorio di Andreotti dopo l'Addaura", riferisce D'Ambrosio. Ricordò che nell'ambito della simbologia mafiosa il primo che spedisce la corona ai funerali dell'ucciso è il mandante dell'omicidio. Falcone cercava di ricostruire quello che c'era dietro il fallito attentato. Era molto preoccupato e quindi cercava di capire qual era

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il messaggio. Voleva capire chi fossero e perché, i suoi avversari; che cosa stava succedendo e perché da un'opposizione molto dura nei suoi confronti... gli "andreottiani fossero passati... Insomma perché c'era stato questo brusco salto di qualità... Quale? Quello dell'Addaura". La rivelazione del vecchio sospetto di Falcone sull'Addaura giunse insieme ad alcuni brani dei verbali d'interrogatorio di Marino Mannoia, pentito protetto negli USA. Il 21 novembre 1991 Falcone confidò a Mannoia che "molti suoi amici lo volevano morto perché era depositario di segreti riguardanti episodi di collusione con Cosa nostra". Falcone era Direttore degli Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Il titolare del Dicastero, Claudio Martelli, apparteneva ad un partito - il PSI - che, -secondo dichiarazioni fatte dallo stesso Mannoia a Falcone - era stato scelto da Cosa nostra nelle elezioni politiche del 1987. Martelli, candidato in Sicilia, sarebbe stato il beneficiario più importante di questa indicazione. Il governo, nel 1991, era presieduto da Giulio Andreotti, l'autore della telefonata che insospettì Falcone... Chi erano gli amici che volevano morto Falcone? Falcone suggerì come possibili moventi, le sue indagini in Svizzera, e come possibili esecutori uomini a lui molto vicini, nel corso dell'audizione presso il Consiglio Superiore della Magistratura. Conversando con il sostituto procuratore Scaduto, il pomeriggio del 21 giugno, focalizzò la sua attenzione sui due sub con tesserino di poliziotto. Tornato in Svizzera, nei giorni successivi al fallito attentato, seguì una pista precisa, che portava ai servizi deviati. Confidatosi, infine, con i colleghi D'Ambrosio e Almerighi, avrebbe sospettato degli "andreottiani"... Si domandò, infatti, "perché c'era stato questo brusco salto di qualità". Avrebbe collegato le sue indagini in Svizzera con i seguaci dell'ex Presidente del Consiglio? seguiva anche questa pista? E se avesse capito, se avesse deciso di giocare una terribile partita?

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Il Colonnello dei Carabinieri Mori, Vice Comandante dei Ros, fu ascoltato il 29 aprile 1993. "Fin dal primo momento", afferma Mori, "ho avuto la certezza che il collocamento dell'ordigno nel punto in cui è stato ritrovato fosse da interpretare come un atto intimidatorio nei confronti del dottor Falcone e non come un tentativo concreto di eliminarlo... Sono certo che se Cosa Nostra voleva eliminare il giudice Falcone avrebbe fatto in modo che ciò avvenisse con sicurezza e con pochissime possibilità di errore. Avrebbe potuto collocare l'ordigno nel punto in cui si poteva avere certezza dell'effetto. Quindi, se l'obiettivo era la villa dell'Addaura, l'organizzazione avrebbe utilizzato un quantitativo di esplosivo necessario a fare saltare tutta la villa o l'avrebbe posizionato in un luogo che offriva la certezza dell ' eliminazione dell ' obbiettivo ". "Che cosa intende per intimidazione verso il giudice Falcone?" "Quando parlo di intimidazione, intendo riferirmi ad ambienti diversi da Cosa Nostra... Quando la mafia decide di colpire l'obiettivo, lo fa senza mandare segnali... Conosco a fondo la mafia, ho lavorato per anni anche con il giudice Falcone. Sono certo che non si trattava di un attentato... Il giudice Falcone non era un abitudinario per cui, collocare una carica di esplosivo in un luogo ove per giorni poteva forse non scendere o fare il bagno, esponeva Cosa Nostra a rischi inutili e certamente non finalizzati alla concreta eliminazione dell'obbiettivo. Cosa Nostra sapeva perfettamente che Giovanni Falcone era scortato e che venivano effettuati dei controlli alla villa: lasciare un borsone all'aperto e vicino ad un scoglio sarebbe potuto passare inosservato un giorno ma non certamente per un congruo lasso di tempo... " Intimidire Falcone, perchÊ in preda alla paura smetta di indagare su qualcuno o su qualcosa? In quei giorni a Palermo c'erano i giudici svizzeri e gli imputati del riciclaggio di denaro portato nelle banche svizzere... "Non ritengo che Cosa Nostra abbia voluto deliberatamente dare un avvertimento a Falcone sperando che egli abbandonasse le indagini. Quando parlo d'intimidazione intendo riferirmi ad ambienti diversi da Cosa Nostra". Quali ambienti? Mori non aggiunge altro. Analizzai accuratamente ogni parola, rilessi il contenuto delle deposizioni di Tumino; ricordai gli esposti di Amendolito alla magistratura e le opinioni di Bruno Contrada sull'Addaura. Tumino aveva visto un uomo della Criminalpol portare via i

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reperti, aveva scoperto che le fotografie erano in possesso della Criminalpol... Il bersaglio era la Criminalpol? Chi occultò i reperti lavorava per conto dei mandanti dell'attentato. Secondo Amendolito, la messinscena sarebbe opera di Leonardo Greco, il boss che riciclava il denaro di Cosa nostra americana. Il movente? Dare ai giudici svizzeri la patente di persecutori della mafia, mentre invece... Illazioni che erano costate ad Amendolito il rinvio a giudizio per calunnia. Chi era il burattinaio? O i burattinai? Quando l'artificiere riconobbe lo sconosciuto che rubò i reperti, quattro anni dopo, sapeva di consegnare all'Autorità giudiziaria gli autori dell'attentato, non solo un ladro... E di fornire un indizio importante a chi sosteneva che alla strage Capaci avevano collaborato settori deviati dello Stato. Un alto funzionario del Sisde, Bruno Contrada, era stato, infatti, arrestato. La procura di Palermo sospettava che avesse aiutato Riina a sottrarsi alla cattura. Se D'Antone, passato al Sisde, avesse fatto sparire i reperti dell'Addaura, il cerchio si sarebbe chiuso. Eppure, la deposizione di Tumino sul riconoscimento, avvenne casualmente: Tumino era andato al Palazzo di Giustizia per consegnare una videocassetta non il complice di un attentato fallito e, forse di una strage di Stato. Il riconoscimento fu dapprima spiegato con la occasionale visione di un programma televisivo che mostrava D'Antone, in un secondo tempo Tumino riferì di avere visto una fotografia, e di essere stato suggestionato da quella fotografia. Le bugie di Tumino avrebbero potuto facilmente essere smascherate. Se lo smascheramento fosse avvenuto per tempo, le tracce lasciate dai burattinai - ancora fresche - sarebbero state riconoscibili. Perché il mistero resistette tanto a lungo?

L'Addaura era il grande enigma, davanti al quale lo stesso Falcone sembrò indugiare. Egli non mise mai nel conto l'ipotesi che si fosse trattato di un avvertimento. Doveva credere di essere scampato alla morte, per permettersi di avere paura... 236


Disegnai un enorme punto interrogativo sul fascicolo dell'inchiesta giudiziaria, accanto al titolo: fallito attentato all'Addaura. Nonostante le bugie, l'avvertimento ai danni di Falcone, era rimasto una missione di morte non riuscita. Supposi che si trattasse solo di una consuetudine burocratica: l'oggetto della pratica non muta mai... I burattinai, considerai, avevano mosso accortamente le loro pedine, e avevano vinto la partita. Ma il clima era mutato. Un'indagine era un'indagine. Rifeci il percorso delle bugie di Tumino. Pensavo che la loro sequenza permettesse di scoprire il disegno che esse nascondevano. Nutrivo la speranza di discernere tra tante menzogne, piccole preziose verità. Alle 8 del mattino Tumino è a conoscenza dell'ordigno ma non sa dove dovrà disinnescarlo. Il dirigente dell'Ufficio Scorte, Galvano, lo chiama a telefono. Che cosa gli riferisce? Poco o nulla. Nemmeno il luogo dell'attentato. Tumino resta in caserma. "Potevo muovermi solo per ordine dei miei superiori" si giustifica. Ed è vero. Ma per quale ragione l'ordine non gli viene dato per quasi quattro ore? All'Addaura opera la Polizia. A ciascuno il suo, insomma. Ma è solo questo? L'ordigno inesploso potrebbe provocare una strage. Eppure rimane per circa sei o sette ore sulla piazzuola sotto gli scogli. Due (o tre?) artificieri, - un poliziotto, un sottufficiale dell'esercito confessano di non essere capaci di disinnescarlo. Alle 11,30 Tumino riceve finalmente l'ordine di partire, ma non gli comunicano la destinazione. Si mette alla guida del furgone e riceve via radio le prime istruzioni. "Trovati un telefono". Tumino ubbidisce. Cerca una cabina telefonica. Tumino ora sa dove recarsi. Ma riceve un nuovo ordine perentorio: "Torna indietro". "Per quale ragione?" "Non hai la tuta mimetica". "La tuta mimetica?" "Si, devi indossare la tuta mimetica". Tumino torna in caserma, indossa la tuta e riparte. Qual è la vera ragione del dietrofront? Credere al cambio d'abito mi pareva una enormità. Feci delle ipotesi. Può darsi che abbia ricevuto suggerimenti sulle modalità dell'intervento. Giusto per evitare guai. Insomma, delle raccomandazioni che salvaguardassero l'Arma. E' possibile che i carabinieri abbiano avuto dei dubbi fin dall'inizio? Dubbi sulla natura dell'attentato. Quattro anni dopo Mori dirà di avere sempre creduto in un avvertimento. L'artificiere arriva all'Addaura verso mezzogiorno, inizia il lavoro di disinnesco. Qualcuno suggerisce di non fare brillare l'ordigno, altrimenti si sarebbero persi gli indizi, ma lui è

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irremovibile. "Troppo pericoloso", spiega. Ma solleva il coperchio di uno dei due contenitori; si comporta come un dilettante. Il congegno può essere azionato con il telecomando a distanza, non solo a strappo... E il timer deve percorrere quindici minuti per raggiungere il fine corsa... In questo quarto d'ora gli attentatori possono decidere di fare saltare tutto, quando e come vogliono. Il Questore di Palermo, Masone, interrogato dal sostituto procuratore Boccassini, confessa candidamente di non avere mai chiesto spiegazioni sul comportamento di Tumino. "Anzi", ricorda, "mandai una lettera di elogio al colonnello Mori per l'intervento dell'antisabotatore". Non ebbe notizia dei rilievi mossi da Sica all'operato di Tumino? delle contestazioni dei funzionari romani della polizia scientifica? Nessuno gli riferì dei reperti scomparsi? e dello sconosciuto che si sarebbe impadronito dei reperti, spacciandosi come un uomo della Criminalpol? Masone sapeva, perché partecipò alla riunione serale a Villa Witaker. "L'esposizione dell'antisabotatore mi parve logica e coerente, anche se non sono un esperto", spiega ai magistrati. "Tumino non riferì del potenziometro e del servocomando scomparsi, né raccontò alcunché sulla persona qualificatasi come appartenente alla Criminalpol... Quando ne ebbi notizia dal dottor La Barbera della Squadra Mobile, che era stato informato della relazione redatta da Tumino, ordinai immediatamente indagini proprio sulla relazione dell'artificiere... Il procuratore Celesti, all'epoca reggente della Procura di Caltanissetta competente per i fatti dell'Addaura, non mi ha mai chiesto spiegazioni in merito alla relazione dell'artificiere. Di contro il mio ufficio ha svolto accurate indagini riferendo puntualmente alla magistratura". Rilessi le dichiarazioni di Sica e Montanaro, il funzionario della Scientifica sulla riunione di Villa Witaker. Sica chiese se fosse stata compiuta una misurazione delle pile per verificare se erano esaurite. Montanaro sostenne che separando l'esplosivo dal congegno si sarebbe evitata la brillatura, salvando il congegno. Nonostante ciò il questore, si convinse che Tumino aveva lavorato bene, i rilievi a lui mossi erano sbagliati e l'artificiere meritava un encomio solenne.

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Il 6 giugno a Caltanissetta i magistrati invitano Tumino a nominare un difensore. "Lei è un indagato..." "Ho intenzione di dire la verità", esordisce Tumino. "Voglio spiegare i motivi del mio comportamento. Ciò che nell'immediatezza dei fatti mi ha indotto a riferire in una relazione circostanze non vere e a ribadirle poi davanti all'Autorità Giudiziaria..." E' un verbale: fedele quanto si vuole, ma passato al setaccio. Spurgato del superfluo. "...sono ancora convinto di avere agito bene". Sembrerebbe sicuro di sé. In realtà non lo è affatto. "Ho agito bene sopratutto per la tutela dei presenti all'Addaura il giorno della scoperta dell'esplosivo, nel far brillare il congegno. Il timer era in funzione, il che voleva dire che una volta finita la corsa - quindici minuti circa - chiudeva il circuito e metteva in parallelo il radiocomando. Da quel momento qualsiasi interferenza avrebbe potuto fare esplodere l'ordigno... Dopo la brillatura ritornai immediatamente nella piazzuola, ma purtroppo non fui il solo... La prima cosa che feci fu quella di controllare la cassetta. Misi alla luce l'esplosivo, disattivai i detonatori che erano inseriti, poi iniziai la raccolta dei reperti. Entrai nel panico, anche a causa della moltitudine di presenti. Non riuscii a trovare il potenziometro. In quel momento pensai che qualcuno inavvertitamente potesse averlo fatto cadere in mare senza accorgersene. Avevo già riferito al magistrato, il dottor Scaduto, l'esistenza del potenziometro. Ebbi paura. Ritenni che sarebbe stata attribuita a me la scomparsa del reperto. Per questa ragione, mi inventai che una persona, qualificatisi come appartenente alla Criminalpol di Roma, lo avesse preso in consegna... Mi ha amareggiato apprendere che si ritenesse fasullo il congegno e che addirittura fosse stato il dottor Falcone a farselo collocare sotto casa... Ho dovuto ripetere la mia versione non vera. Avevo redatto la relazione e avevo paura delle conseguenze penali... Per avallare e rendere più credibile l'episodio dell'uomo con i baffi che aveva prelevato i due reperti, ho riferito che mi sembrava di riconoscere il dottor D'Antone... Non l'ho mai conosciuto, l'ho visto solo in una foto riportata forse sul Corriere della Sera. E' probabile che abbia visto D'Antone in televisione. Forse al telegiornale, ma sinceramente non lo ricordo..." "E il gommone, i due sub... " "Ho fatto una enorme confusione. Ho lasciato intendere una circostanza diversa da quella riferita dai colleghi della Polizia. Ho chiesto da quanto tempo era stato ritrovato il borsone. Mi fu riferito che il ritrovamento era avvenuto la mattina. Qualcuno aggiunse che a portarlo

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erano state due persone a bordo di un gommone. Nella confusione ho capito male e ho pensato che i due individui del gommone fossero dei poliziotti... " Mercoledì 15 settembre Tumino si confida con il giornalista Tony Zermo in una intervista su "La Sicilia" di Catania. Mancano quattro giorni all'apertura del processo a suo carico in tribunale. "Il mio solo errore", sostiene, "è stato di aver riconosciuto D'Antone. Dissi di avere visto uno alto con i baffi che prendeva il timer. Mi mostrarono una fotografia e dissi che era lui, mi sono fatto suggestionare... " Da chi? Tumino non lo dice, ma pare di capire che a mostrargli la foto siano stati i magistrati di Palermo, quelli che aspettavano la videocassetta. "In televisione", chiarisce Tumino, "la miniesplosione è stata esaltata dalle immagini. In realtà non poteva danneggiare il timer, tanto è vero che il ricevitore degli impulsi si è salvato, ed era la cosa più delicata... Il giudice Scaduto mi disse di prendere tutto e fare una relazione. Poi arrivarono i poliziotti della Scientifica - una ventina - presero il timer e mi dissero: Tu porta via l'esplosivo, noi il timer. Ma non dobbiamo fare un verbale? chiesi. E loro mi risposero che ci avrebbero pensato dopo a farmelo firmare. Non si sono più visti. Sono passati quattro anni, ci sono state due stragi e ancora aspetto quel verbale". "Ma i poliziotti che interesse avrebbero avuto a sostenere di non avere preso il timer?", domanda Zermo. "Non lo so, ci sono tante cose che non capisco in questa vicenda". "Ma che importanza può avere il timer?" "La mafia non aveva mai usato il timer. Io non l'avevo mai visto. Tutti i radiocomandi disinnescati a Gela erano privi di timer. Si agiva manualmente: l'attentatore schiacciava il pulsantino, attivava il congegno e se ne andava. Questo dell'Addaura era un tipo di ordigno insolito. Non so perché, non voglio andare oltre". "La carica sarebbe stata attivata da una barca al largo?" "Certamente, oppure da una casa vicina. La frequenza era bassissima, 27 ... Più lontani di 500 metri gli attentatori non potevano essere". "Un congegno sofisticato... Falcone parlò di menti raffinate..." "Non dico più niente... Se Falcone ha detto così può darsi che non si sia trattato solo di mafia". "Quei sessanta chili di gelatina che danno potevano fare?"

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"Sessanta chili sono mezzo megatone, non è che si parla di noccioline. Nel raggio di 300 metri avrebbero distrutto tutto, compresa la villa di Falcone. Qualcuno ha detto che poteva trattarsi di un bluff. Ma quale bluff! era una carica micidiale come quella di via D'Amelio". I sub con il gommone, il cameraman RAI sceso dalla barca della polizia, Ignazio D'Antone, il Mode in Swiss stampigliato sui congegni? tutto falso! II panico avrebbe stimolato la fantasia dell'artificiere, l'assenza di indagini avrebbe consentito alle sue bugie di rimanere in piedi. Paura, come spiegava Tumino? La giustificazione mi pareva debole. E allora, che cosa? "Depistaggio", secondo i magistrati. A quale scopo? per conto di chi? Perché si sarebbe inventato episodi così risibili, come i due poliziotti-sub che arrivano all'Addaura, declinano le loro generalità e, probabilmente, depositano il borsone... La storiella dell'uomo dai baffi neri! Ci si può inventare una presenza quando si sta accanto ad una ventina di persone? E come era potuto accadere che questa favola resistesse per anni al lavoro d'indagine degli inquirenti? Fosse anzi ritenuta credibile al punto che a Tumino viene mostrata la foto di D'Antone, e ne rimane suggestionato... Suggestionato da che cosa? Dalla foto

o

dall'autorità

di

chi

gliela

mostra.

Le bugie scoperte in aprile del 1993, erano già note nel 1989? la relazione di Tumino era stata confermata dalle indagini della polizia? ed in questo caso, perché la Procura di Caltanisetta non assunse le iniziative conseguenti? Alcuni reperti - tra cui il detonatore, la cassetta metallica con l'esplosivo, le mute subacquee ed il borsone da sub - vennero presi in consegna dal personale della Squadra Mobile, dove poi sarebbe stato redatto il verbale di sequestro, che Tumino non vide mai. La Squadra mobile era l'unica ad avere gli strumenti per l'indagine. Quali testimoni furono ascoltati? quali uomini furono identificati, fra i presenti all'Addaura? che cosa seppe nel 1989 la Procura di Caltanisetta? Le indagini - nel 1989 e nel 1993 - erano state affidate allo stesso funzionario di polizia, Arnaldo La Barbera. Nel 1989 La Barbera dirigeva la Squadra Mobile, nel 1993 i gruppi di indagine sulle stragi di Capaci e Via D'Amelio, alle dipendenze della Procura distrettuale antimafia di Caltanissetta. Le bugie di Tumino erano state scoperte nel 1993 anche grazie al suo lavoro. Ne dovevo dedurre che avesse svolto gli stessi accertamenti nel 1989 e che fosse pervenuto alle medesime conclusioni. Non condivise dall'autorità giudiziaria? Era il nodo da sciogliere.

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Cercai fra le carte dell'inchiesta e trovai un prezioso documento datato 14 agosto 1989: una lettera della Squadra Mobile di Palermo; oggetto: patito attentato ai danni del G.I. dott. Falcone. Destinatario: Signor Procuratore della Repubblica di Caltanissetta. Il firmatario della lettera, Arnaldo La Barbera, trasmetteva la relazione di servizio del brigadiere dei carabinieri Francesco Tumino e smentiva punto per punto quanto esposto nel secondo foglio al paragrafo 4. E cioè: la presenza dell'uomo della Criminalpol e la scomparsa dei reperti. "Tutto privo di fondamento", secondo La Barbera. La Procura sapeva che Tumino aveva mentito. Ciò che avvenne dopo, non lo so. So che occorsero quattro anni perché fosse identificato il sottufficiale dell'Esercito Ferdinando Laganà, che precedette Tumino all'Addaura, ma non intervenne per "incompetenza", rendendo indispensabile la presenza di Tumino. I diabolici burattinai dell'Addaura avevano potuto contare su molte circostanze favorevoli. Troppe! Nonostante la doviziosa provvista di indizi che l'Addaura mi aveva consegnato, l'unico risultato concreto era costituito dalle rivelazioni dei boss pentiti di Cosa nostra. E le solite ipotesi: servizi deviati, ambienti diversi dalla mafia. Quali? Massoneria, mafia alta finanza, servizi deviati. Il poker d'assi, giocato con abilità al momento giusto per nascondere ignoranza, incompetenza, talvolta gravi responsabilità... E quella deviazione attribuita ai servizi? Aveva il compito di aggiustare capre e cavoli, di lasciare le cose come stavano. Deviazione provvidenziale. Sui binari delle buone intenzioni era consentito di deragliare, ma a patto che si potesse addebitare ai cattivi senza volto la responsabilità di avere operato uno scambio falso. Ciò che avevo appreso, non consentiva di entrare nell'intrigo, percorrerlo attraverso nomi, date, circostanze precise. I tasselli raccolti, pur importanti, non disegnavano un'immagine riconoscibile; lasciavano intravedere il percorso di un labirinto. Ogni uscita si rivelava un miraggio che obbligava a tornare sui propri passi. E' vero, ne sapevo più di prima, ma mi sentivo lontano... Che cosa impediva di venirne fuori? la pochezza dei mezzi? Gli intrighi interni alle polizie, i servizi, la magistratura? Sospettai di tutto: perfino che venisse esercitato un controllo capillare sull'informazione... Non un Grande Fratello, né un Grande Vecchio, ma una egemonia esercitata con assiduità da chi dettava le regole, giorno dopo giorno. Quelle e non altre... Le trasgressioni andavano seppellite. Nel silenzio di un archivio, o nei cestini delle redazioni.

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Perché si era atteso quattro anni per scoprire i depistaggi dell'Addaura? Fino a che punto Tumino era un bugiardo? Fino a che punto si erano serviti di lui? Le risposte non le avrei trovate nelle carte dell'inchiesta. Ottenni dapprima delle informazioni piuttosto vaghe, ma utili perché provenivano dall'ambiente di lavoro di Tumino. Me lo dipinsero come una persona facilmente influenzabile, che dà ragione all'ultimo interlocutore. Non esclusi che ci fosse del vero in quel profilo, ma non potevo convenire sul fatto che le sue menzogne fossero provocate solo dalla debole personalità. E' stato uno strumento duttile... Ma un uomo così perché decide di correre tanti rischi? Qualcosa non quadrava. Mi servivano fatti. Li ebbi. Costarono fatica. Ci volle pazienza e una prudente attesa. Dovetti impegnarmi a non rivelare le fonti. "La svolta", mi disse l'informatore, "avviene in gennaio 1993. Un passante nota uno strano involucro sul muro di cinta della Villa comunale di Tommaso Natale, alle porte di Palermo. Il passante intuisce che l'involucro nasconde dell'esplosivo..." "Un drago, quel passante". "Sicuro, un drago... L'esplosivo si trovava nell'involucro, ma non avrebbe potuto provocare guai. Ma non è questo il punto. Chi viene chiamato per disinnescarlo? Tumino, l'artificiere dell'Addaura, il quale prepara un video sul ritrovamento di Tommaso Natale. E quando va a consegnarlo, trova alcuni magistrati che l'attendono... Lui si siede e si ricorda dell'Addaura. Avrei importanti rivelazioni da fare, dice. I magistrati ascoltano e verbalizzano. Tumino racconta la storiella del programma televisivo che gli ha fatto riconoscere Ignazio D'Antone. E' il giorno otto del mese di aprile. Quel programma televisivo al quale si riferisce Tumino non è stato ancora mandato in onda". "E allora..." "Credo che Tumino l'abbia visto in anteprima e si sia persuaso che l'uomo con i baffi dell'Addaura era proprio D'Antone..." "Sia stato persuaso... E' influenzabile". "I carabinieri non c'entrano in questa storia". "Ne sono certo. Gli uomini del Sisde sono oggetto dell'attenzione della Dia. Ma la Dia è pulita..." "La consegna del video è solo un buon motivo perché Tumino si rechi in Procura. Tutto legittimo, ineccepibile..." "Tranne Tumino. Ignazio D'Antone all'Addaura non ci andò..."

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"...E l'artificiere è finito nei guai. E' stato sospeso dall'Arma dei Carabinieri, dopo la condanna... " "La condanna?" "Si, sei mesi e venti giorni: falso ideologico e false dichiarazioni rese al pubblico ministero..." "Molto mite... Altro che guai!" "E" frutto di un palleggiamento. Tumino ha riconosciuto di essersi sbagliato. Su D'Antone e la storia dei sub, e i magistrati hanno preferito non infierire". "In cambio di che cosa?" "Il dibattimento avrebbe messo in piazza i nomi importanti. Quelli che hanno manovrato Tumino... Non gli hanno fatio un favore. Hanno voluto salvare le indagini sull'Addaura. Indagini ancora incorso..." "Tumino, però, è stato sospeso dall'Arma. Rischia la pensione..." "So che è molto incazzato..." "Credo che rischia più della pensione. Il gioco è grosso". "Ne sono convinti anche gli inquirenti. Qualcuno è molto preoccupato. Su questi percorsi si mette il piede su una mina e si salta in aria... Dovrebbe parlare. Dire tutto, e subito..." "Non riesco a capire. Tumino imbroglia le carte per quattro anni..." "Gli e lo consentono..." "Lascia perdere le illazioni. E' ovvio, se le indagini della Boccassini fossero state fatte a suo tempo... Tumino, sì Tumino sarebbe stato costretto a parlare e sarebbero venute fuori le magagne. I tradimenti. Le talpe. I corvi... Avrebbero ripulito le fogne, e forse non avremmo subito le stragi. Impreparati, impotenti. Da agnelli sacrificali..." "Le lettere anonime del corvo partirono prima dell'avvertimento dell'Addaura". "Giusto. Il bersaglio è Gianni De Gennaro, allora capo dello S.C.O., il servizio di protezione dei pentiti..." "De Gennaro sorveglia Contorno. Le lettere anonime attribuite falsamente al giudice Di Pisa vogliono scoperchiare la pentola. Nelle polizie c'è guerra. Nella magistratura c'è guerra. Tutti contro tutti... L'Addaura è una risposta alle lettere anonime? Falcone è stato tradito da personaggi insospettabili. Ma Di Pisa viene utilizzato come diversivo, per depistare dai veri autori delle lettere, altrimenti facilmente riconoscibili. Chi doveva capire, capì..." "Moventi multipli?" "Giusto. Moventi multipli, alleanze strane. Compagni di viaggio impensabili..."

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Nei primi giorni di giugno del 1989, delle lettere anonime - cinque o sei -giunsero alle maggiori autorità italiane e ad importanti giornalisti: attribuivano ad alcuni poliziotti - tra i quali Gianni De Gennaro e il capo della Polizia Parisi - e ad alcuni magistrati, tra i quali Falcone - di avere concesso una specie di licenza di uccidere ad un pentito, Totuccio Contorno, acerrimo nemico dei corleonesi. Contorno, circa un mese prima era stato arrestato a pochi chilometri da Palermo, durante una operazione della Squadra Mobile. La sua presenza costituì motivo di sorpresa: Contorno era stato protetto dai Marshall USA, si era rifiutato di venire in Italia perché temeva per la sua vita, ed invece era stato trovato nella villetta dei cugini Grado, boss delle cosche perdenti, mentre era in corso una guerra di mafia che aveva fatto ben diciotto vittime. Un magistrato, Alberto Di Pisa, componente del pool antimafia, incaricato delle indagini più delicate in materia di affari, politica, mafia e poteri occulti, veniva accusato frettolosamente di essere l'autore di quelle lettere. Accusa che provocò la sua espulsione dal pool, quindi la condanna in primo grado, il trasferimento d'ufficio e la sospensione dal servizio. Solo quattro anni dopo, in dicembre del 1993 Di Pisa sarebbe stato scagionato dall'accusa, formulata unicamente sulla base della fotografia di un'impronta che nessuno aveva mai visto, e senza alcuna indagine su possibili altri sospetti. Nei mesi successivi all'attentato dell'Addaura un agente della polizia, D'Agostino, e un collaboratore del Sisde, ex poliziotto, Emanuele Piazza, furono uccisi. Erano entrambi sub... La loro fine, senza alcun indizio che lo giustificasse, fu collegata alla presenza del gommone e dei due sub all'Addaura: D'Agostino fu ucciso insieme alla moglie, Piazza scomparve in marzo del 1990... Il padre di Emanuele aveva atteso pazientemente che venisse fatta luce sulla scomparsa. Fino al mese di giugno 1993. Quando l'inchiesta sull'Addaura si conclude con il rinvio a giudizio di Tumino, Giustino Piazza invia una memoria alla Procura di Palermo, "...i funzionari della Polizia di Stato, - scrive - si sono limitati ad acquisire relazioni di servizio e non hanno svolto neanche le investigazioni di routine: di fatto hanno chiuso l'indagine senza alcuna acquisizione, come se, anziché scoprire volessero coprire chissà quali responsabilità... Il procedimento relativo alla scomparsa di mio figlio è stato successivamente archiviato... Sin dall'inizio delle indagini il Sisde ha negato l'appartenenza di Emanuele ai servizi..." Emanuele aveva un cane ed una scimmia per amici. Gli uomini per lui erano gli unici animali ai quali non è prudente avvicinarsi. Per un anno, nel 1985, mi seguì come un'ombra. Ricordo i suoi occhi da eterno ragazzo, le sue ingenue furbizie. Mi raccontò una volta la sua breve

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storia di poliziotto: i corsi speciali di addestramento, la scorta al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la squadra antidroga... E il bisogno di uscirsene... "Perché l'hai fatto?" gli chiesi. "Dopo una irruzione, dissero che mi spettava la parte. Non credetti ai miei occhi...", rispose con un sorriso disarmante. Ma tornò a non fare niente. Smaniava. Sentiva la nostalgia di quel lavoro. "Voglio entrare nei servizi", mi disse. Scossi il capo. Sapevo che non era mestiere per lui. Ma come dirglielo? Si sentiva forte! Era alto, robusto, e sapeva di arti marziali. Sognava l'avventura e la gloria degli agenti segreti... Un giorno - era aprile? - il padre, Giustino, venne a trovarmi in redazione. "Emanuele è scomparso", mi disse, con voce incerta. " Scomparso? " ripetei. "Dal 19 marzo. Lo aspettavamo. Si festeggiava il mio compleanno. Non sarebbe mai mancato..." "Che hai fatto?" balbettai. "Ho trovato a casa mia un elenco di latitanti, il suo portafogli intatto, le scarpe ed il cane... Poi sono venuti i poliziotti ed hanno preso tutto, anche la sua muta da sub..." "Perché la muta da sub?" "Non lo so... Sono andato da Giovanni Falcone... Mi ha detto che i poliziotti vedono in ogni sub un attentatore... " "L'Addaura?" "Si, l'Addaura". "Non so più a che santo votarmi... Abbiamo interpellato anche un sensitivo. Per lui è morto, è stato gettato in mare... Un personaggio importante, invece, mi ha detto di occuparmi della famiglia: i miei figli, mia moglie. Emanuele? Dovevo pensarlo felice, lontano... Come se fosse scappato con la fidanzata..." "Un boss? E' un messaggio, una minaccia... " Fece un gesto, come a dire: lascia perdere. Giustino fa l'avvocato ed è un galantuomo d'altri tempi. Accettare il consiglio, o cercare il figlio... Che poi significava cercare chi l'aveva sequestrato. L'elenco dei latitanti, l'assegno del Ministero degli Interni e la misteriosità del lavoro provavano che Emanuele aveva lavorato per i Servizi. Alcuni nomi di latitanti erano segnati a matita. Gli erano stati affidati? Era stato mandato a morire? L'avevano bruciato? Chi? Tre o quattro mesi dopo Giustino mi invitò a partecipare alle esequie di Emanuele in una chiesetta vicina al porto. Gremita, senza catafalco. Il sacerdote era piccolo, grasso e molto

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triste. Come tutti. Ogni tanto cercavo con gli occhi la bara di Emanuele, scoprivo che non c'era e sentivo un tuffo al cuore. Non piangeva nessuno, perché non c'era il catafalco. Il rito funebre durò un'eternità. Così mi parve. Con il trascorrere del tempo un pensiero rese insopportabile la mia permanenza in chiesa. Stavano seppellendo Emanuele perché qualcuno aveva voluto così? Era il segno della nostra resa? la prova che non avremmo più cercato, né il suo corpo né i suoi assassini? Per molti mesi, su Emanuele cadde il silenzio. Poi un programma televisivo lo indicò come uno dei due sub dell'Addaura. Il ticchettio di un orologio in sottofondo, le immagini della scogliera dell'Addaura, e il mistero di Emanuele. Un collage ben costruito ed affidato alle ipotesi di un professore neofascista, presentato come tenente colonnello di Stay Behind, una specie di guardia nazionale anticomunista allestita in gran segreto e mantenuta in clandestinità. Non c'era alcun legame fra Emanuele e il sedicente tenente colonnello di Stay Behind. Un altro enigma. Per quale ragione l'avevano invitato a parlare di Emanuele? Da professore, aveva fatto parte della Commissione d'esami per la maturità di Emanuele. Tutto qui. L'unico personaggio esterno a Cosa nostra, l'imprenditore palermitano Salvatore Sbeglia ottenne la libertà. Gli indizi a suo carico erano insufficienti. Le accuse di Salvatore Cancemi, che lo indicava come il fornitore del congegno elettronico di Capaci, non bastavano per tenerlo in galera; consentivano di continuare ad indagare su di lui. Considerai le abitudini della magistratura: lasciava in galera amministratori ed imprenditori sospettati di avere fatto affari illeciti, per paura che fossero ostacolate le indagini. Stavolta, invece... Significava che su Sbeglia si erano sbagliati clamorosamente? Ero perplesso, frustrato, avvilito. Ne avevo fatto un personaggio chiave. Feci delle domande con discrezione ai miei colleghi della carta stampata. "Perché l'hanno scarcerato?" chiesi. Un collega dell'Ansa allargò le braccia. "Dovresti domandarlo al procuratore Tinebra". Telefonai ad Angelo Vecchio, cronista del "Sicilia". Ebbi fortuna. Aveva preparato la storia giudiziaria di Sbeglia. "Inizia nel 1984", mi disse, "Il suo nome entra nell'inchiesta sulla Pizza connection condotta da Giovanni Falcone... Allora era giudice istruttore... " "E che gli succede?" "Niente. Sbeglia sa di essere ricercato e sparisce dalla circolazione per due anni. Nel 1986 viene arrestato, ma resta in carcere un solo giorno. Rimesso in libertà, sarà prosciolto... Torna in cronaca il 25 agosto 1992, un mese dopo la strage di via D'Amelio. Lo fermano ad un

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posto di blocco a Partanna Mondello. E' in auto insieme al figlio Francesco. Gli agenti perquisiscono la vettura, una Audi 80..." "...e la polizia trova soldi. Molti soldi". "Giusto. 152 milioni, 108 in contanti e gli altri in assegni, sistemati in un sacchetto di plastica... Dopo qualche ora, una perquisizione nel suo ufficio". "In via Monteverdi, sede della sua impresa, la Imgeco". "Ne sai più di me!" "Non abbastanza. Continua... " "Nell'ufficio, la polizia scopre una parete mobile dietro la quale c'è un ambiente segreto e blindato. Dischetti, documenti. Sbeglia si occupa della gestione di sette aziende. Migliaia di operazioni finanziarie... Subisce un processo per reati finanziari ed una condanna a quattro mesi di reclusione. Appena sei mesi dopo, lo sospettano di avere protetto la latitanza di Totò Riina". "La villa del figlio era vicina a quella del boss latitante". "Si. Sbeglia, comunque, convoca una conferenza stampa e respinge ogni insinuazione". "Una persona per bene, dunque... Magari, un pò sfortunato. Il fatto è che la scarcerazione di Sbeglia riporta l'inchiesta nel recinto di Cosa nostra. Ne fa un affare di mafia". "Non ci posso credere", esclamò Angelo. "Sei diventato pessimista... Che è successo?" "Lascia perdere... Sbeglia può essere un galantuomo. Non è questo... E' che... " Mi fermai, come se la mia mente fosse stata attraversata da un segnale di pericolo. Di che cosa avevo timore? Angelo era una tomba, era sempre stato dalla parte giusta... "Avverto

una

sorta

di

pregiudizio...",

osservai.

"Di che parli?" "Niente... Tutte le volte che una informazione sulle vittime degli attentati propone un interrogativo e fa intravedere il più lieve, umanissimo errore... si insorge contro il profanatore dei sepolcri. Con la conseguenza... " "Con la conseguenza?" "Lo puoi capire da solo, no? Si ferma tutto. Hai visto che cosa è accaduto a Giuseppe Ferrara... " "Il taglio di alcune sequenze del suo film sulla strage di Capaci... " "Non è il taglio, ma come è avvenuto... Se Ferrara avesse ragione, sarebbe allucinante. Lui racconta nel suo film, il viaggio di Falcone negli USA. L'ha saputo dal nipote di Falcone... " "Anche Rose, il procuratore di Brooklin..." "Giusto anche Rose... Il produttore ha ricevuto ordini perentori a tagliare..." "Da chi?"

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"Il Ministero di Grazia e Giustizia". "Perché tanto accanimento?" "Non se lo spiega nemmeno Ferrara... Proprio questo accanimento l'ha convinto che Falcone c'è andato ad ha parlato con Tommaso Buscetta dopo l'omicidio Lima..." "Per quale ragione, secondo te... " "Vuoi fare il furbo?" "No, non capisco..." "Nemmeno io... Il Procuratore di Caltanissetta dice che non c'è andato... Vuoi saperlo? Mi auguro che l'abbia fatto quel viaggio Falcone, perché il non farlo avrebbe significato per uno come lui una specie di diserzione... " "Che cosa c'è dietro?" "Fanno il seguente ragionamento. Non aveva più la toga e non poteva fare indagini... Non ne aveva titolo... Se Falcone avesse spaccato il pelo in quattro, come avrebbe ottenuto i risultati che ebbe contro la mafia! Perché Rose avrebbe dovuto dire che c'è andato?" "Il Procuratore di Caltanissetta però... " "Ferrara dice di averlo saputo dal nipote. E poi ci sono i falsi verbali dell'FBI pubblicati da Avvenimenti mesi fa... La conversazione americana con Buscetta... E la furibonda reazione di Buscetta... " "Mi attengo ai fatti" tagliò corto Angelo. "Ai fatti che ti raccontano", replicai con sarcasmo. "Il

cronista

non

è

un

testimone,

un

detective...

"

"Giusto, ma non ha l'obbligo di credere ai fatti così come vengono raccontati". Lo salutai con un grugnito. "Mi attengo ai fatti a telefono", aggiunse ridacchiando.

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Le stragi di Capaci e Via D’Amelio. La verità che nessuno ha mai voluto trovare. Dall’uccisione di Lima e Salvo ai misteri dell’Addaura e delle cassaforti svizzere.

Domenica 12 dicembre 1993 partecipai ad una messa in suffragio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino presso la Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni. Il servizio funebre era stato richiesto dal capo dell'FBI, Louis Freeh, "un amico di Giovanni Falcone". "Che viene a fare?" domandai ad una giovane collega, mentre attendevo Freeh nel loggiato del Palazzo. Ricevetti uno sguardo di commiserazione, che m'impedì d'insistere. C'era molta curiosità attorno all'evento. L'FBI non aveva buona fama, ma Freeh era un uomo nuovo. Ed i suoi agenti avevano dato una mano ai poliziotti italiani nelle indagini su Capaci. Grazie alle cicche di sigaretta lasciate imprudentemente sull'altura che dominava il ponte dell'autostrada, l'FBI aveva scoperto il DNA degli attentatori. Freeh veniva a raccogliere il frutto del successo e a rabberciare l'immagine piuttosto malconcia dei servizi americani, impegnati in passato in audaci scorribande oltreoceano. La piccola splendida Cappella palatina era popolata di agenti, ufficiali, boy scout, e giovanotti dell'accademia di polizia. Vidi Freeh protetto da guardie del corpo, che non sgomitavano, e assediato da telecamere e microfoni. Si muoveva con disinvoltura, aveva la mascella quadrata e i capelli a spazzola dei marine. Gli occhi mi parvero freddi. Ai lati del transetto, in cima ai gradini, si sistemarono le guardie del corpo. Uno mi era vicino: bassissimo di statura, barba incolta, cappotto blue lunghissimo con il bavero alzato, occhiali da sole scuri. Il suo collega, che aveva trovato posto sull'altro lato, era di bassa statura come lui, ma vestiva in tweed grigio con sobria eleganza. Freeh parlò dopo l'eucarestia. Raccontò le sue radici italiane, i tempi nuovi dell'Italia e degli Stati Uniti, la proficua cooperazione tra le polizie. Lanciò un grido di guerra contro la mafia con l'impeto di un pellerossa. Non riscaldò il mio cuore, ma dovetti ammettere che le sue erano parole nuove... Il sacerdote disse che la messa era finita e potevamo andare in pace. Sfogliai i giornali del mattino per sapere di più sulla visita del signor Freeh. Il "Corriere" ospitava lo stesso giorno, a pagina 10, un articolo sull'FBI, dedicato ai metodi dell'Agenzia investigativa americana: ricatti, congiure, trappole. Rodolfo Brancoli, il cronista di

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New York, riferiva alcuni sconcertanti episodi. Tra l'altro, il caso dell'ex sindaco nero di Washington, indotto a fumare crack in una camera d'albergo, davanti ad una telecamera nascosta, da una sua amica, ricattata dall'FBI. Questo non m'impediva di credere nelle buone intenzioni di Freeh, ma impediva di considerare l'FBI il nume tutelare degli onesti cittadini italiani impegnati nell'impari guerra contro il crimine organizzato. A fine dicembre, subito dopo Natale, la Procura della Repubblica di Caltanissetta concluse l'inchiesta sulla strage di Via D'Amelio con la richiesta di rinvio a giudizio di quattro persone. Tre di essi erano in galera da mesi, il quarto da pochi giorni. "Cosa nostra ha agito per affermare il suo potere criminale e colpire gli apparati dello stato che si opponevano alla mafia". Evidentemente la Procura, pensai, non ha voluto scoprire le carte. O non dispone di un movente vero? I personaggi accusati della strage di Via D'Amelio erano mezze tacche. A differenza di Capaci, Cosa nostra non aveva schierato le truppe migliori... Gli assassini appartenevano alla cosca di Santa Maria di Gesù. Perché loro? Ebbi una risposta convincente: una dimostrazione di forza. Un sanguinoso messaggio - ci siamo anche noi - diretto a Totò Riina, ai corleonesi... Solo questo? Impossibile. C'era dell'altro. Che cosa? "I risultati arrivano", esordì Angelo. Indossava jeans logori, camicia a quadretti, cravatta a strisce blue e rosse, una giacca blue con un fazzoletto bene in mostra sul taschino. "Tutto come l'ultima volta", dissi con finta aria di rimprovero. "Anche i calzini verdi". Lui sollevò gli occhi, aggrottò le sopracciglia, e si lisciò i baffetti con un dito. Tirò fuori dalla tasca della giacca alcuni foglietti e li poggiò sulla scrivania. "Ecco quello che scrivono", disse. "Scrivono, chi?" "La Procura di Caltanissetta, su Via D'Amelio...", rispose con un atteggiamento supponente. "Perdo colpi, vero?", chiesi, facendomi umile. "Salvatore Profeta è l'unico boss della compagnia", cominciò Angelo con sicurezza. Lui è qualcuno alla Guadagna, ma l'altro, Vincenzo Scarantino, s'era occupato di piccoli traffici... Com'è che abbiano affidato a lui un incarico così delicato, non lo capisco!" "E' il cognato di Profeta", gli ricordai. "Esatto, ma questo non migliora il suo quoziente d'intelligenza. Per trovare un'auto, s'è rivolto a due balordi... Tossicodipendenti forse. Gente inaffidabile. Infatti, hanno parlato subito..." Presi i fogli lasciati sul tavolo, e lessi ad alta voce un brano evidenziato con un pennarello verde: "Scarantino e Profeta si procurarono la disponibilità della 126 e la riempirono di una

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notevole carica di esplosivo collocandola dinanzi all'ingresso dello stabile di Via D'Amelio 19. Giuseppe Orofino procurò le targhe e i documenti di circolazione. Pietro Scotto effettuò interventi nei cavi e gli impianti telefonici allo scopo di intercettare e comunicare ai complici il contenuto delle telefonate effettuate dall'utenza della famiglia Fiore... La madre di Borsellino, vero?" "Esatto..." "...da cui si poteva ricavare la data e l'ora della presenza del dottor Borsellino in Via D'Amelio. Una semplicità sconcertante, non trovi? Borsellino era la vittima designata. Lo sapevano tutti. Eppure, è bastato che..." "E' stato facile. Troppo facile", commentò Angelo. "E i mandanti?" "Cosa nostra", disse, sillabando ogni lettera, come se volesse scolpirle nella mia mente. "Quella di Nardo Messina? Cosa nostra golpista e in mano alle forze nuove? Oppure, i vendicativi corleonesi?" "Cosa nostra", ripetè, guardandosi attorno in modo plateale. "Si prepara dell'altro", annunciò. "Forse stavolta usciranno dal recinto..." Dieci giorni dopo, Angelo mi chiamò a telefono per informarmi che avevano arrestato un medico per l'assassinio di Ignazio Salvo. "Gaetano Sangiorgi, genero del cugino Nino Salvo. Un elegante studio nella Palermo bene. Via Principe di Belmonte. E qualche disavventura giudiziaria...", disse. "Sangiorgi? Ricordo di avere letto qualcosa sul suo conto recentemente..." "Un mese fa", aggiunse immediatamente. "La storia dell'ex Ministro della Giustizia Martelli... Cosa nostra l'avrebbe condannato a morte... " "Ora ricordo. Sangiorgi fu fermato dai carabinieri sull'Appia antica, nei pressi della villa di Martelli..." "Il 4 dicembre 1992...", precisò Angelo. Aveva una memoria di ferro! "Era in taxi, in compagnia del cardiochirurgo Gaetano Azzolina". "Perché si trovava da quelle parti?" "In taxi, con il cardiochirurgo Azzolina vicino alla villa di Martelli? Può darsi che andassero a casa dell'ex Ministro!", risposi sorridendo.

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"No, non andavano in casa di Martelli", mi corresse Angelo. "Sangiorgi aveva ricevuto l'incarico di studiare i luoghi per preparare l'attentato..." Azzolina, piuttosto, che ci faceva in quel taxi con Sangiorgi? "Azzolina era reduce da una disavventura giudiziaria", dissi. "Il sostituto procuratore Di Pisa lo fece arrestare con l'accusa di avere lavorato per conto di due boss alcamesi. Una estorsione ad una clinica privata di Palermo..." "Come andò a finire?" "Azzolina prosciolto. Pulito... E Di Pisa sospeso dal servizio. Lo avevano accusato di essere l'autore delle lettere anonime del 1989, ricordi?" "Ah, si...", fece Angelo, battendosi la fronte con il palmo della mano. "Sangiorgi, il sopralluogo per conto di Cosa nostra, il taxi... Non mi persuade..." "Forse ti convincerà dopo avere ascoltato ciò che ha scoperto la polizia... Anzi, ciò che hanno raccontato i pentiti. Sangiorgi offrì ogni aiuto possibile agli uomini incaricati di uccidere Ignazio Salvo..." "Il delitto avvenne nella villa di Casteldaccia... " "La villa di Salvo. Poco lontano c'è la villa di Sangiorgi. Qui i killer si nascondono, qui hanno la loro base..." "Come sono arrivati a Sangiorgi?" "Intercettazioni telefoniche, pedinamenti, controlli assidui. Microspie in casa... Il pentito Gino La Barbera dice che Sangiorgi faceva avanti e indietro tra la sua villa e quella di Ignazio Salvo. Suo padre giura però che quella sera si trovava a Palermo. Anche per la gita in taxi sull'Appia antica c'è una ragione plausibile: Gaetano Sangiorgi aveva disturbi cardiaci e Azzolina lo stava curando". "I nomi degli assassini... " "Nomi grossi. Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, e Giovanni Brusca, figlio del boss di Partinico, poi lo stesso pentito, Gino La Barbera..." "Perché Sangiorgi collaborò alla uccisione di Ignazio Salvo?" "Contrasti d'interesse in famiglia. Aveva subito un torto. Ha cercato vendetta..." "Il movente è sfuggente, debole..." "Non ce n'è un altro! " "Perché Cosa nostra condannò Ignazio Salvo?"

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"Era un uomo di Salvo Lima. Subì la sorte di Lima. Non seppe aggiustare i processi... Punito, come

Lima..."

"...o come Andreotti". "Che cosa intendi dire?" "...o si ammazza o si mettono in piazza le antiche amicizie. L'ex Presidente del Consiglio si trova nei guai, no? Perché? I pentiti parlano, raccontano, ricordano alcune cose ed altre no... Una cosa è certa: il gruppo politico italiano più potente è stato eliminato... Lima, Salvo... Uccisi. E gli altri? Sul banco degli imputati... Perché ammazzare Ignazio Salvo, un finanziere? Che possibilità ha uno come lui, di aggiustare i processi, specie dopo la morte di Lima..." "Un messaggio per il Presidente Andreotti. Se non intervieni, ammazziamo tutti i tuoi ex amici... Ma Andreotti dice di non avere mai incontrato Ignazio Salvo". "Forse non se lo ricorda", dissi con sarcasmo. "Forse", rimarcò Angelo. "Dieci giorni prima dell'attentato di Capaci, La Barbera domandò a Gioè dove volessero arrivare i corleonesi. Stavano combattendo lo Stato? e che fine avrebbero fatto loro, i gregari? Avevano finito il lavoro sotto il cunicolo sull'autostrada... Gioè prima allargò le braccia. Il destino era segnato. Per loro, disse, non c'era alternativa: la condanna all'ergastolo, morire in un conflitto a fuoco, essere uccisi da Cosa nostra in caso di disobbedienza, o mettersi un laccio al collo... Gioè si impiccò in carcere... " Scosse il capo, dubbioso. "Non quadra...", fece. "Le verità sono come un bel palazzo", osservai. "Si costruiscono un piano dopo l'altro, ma ad ogni piano ce n'è una. E quelli che stanno in alto, possiedono la più credibile... Gioè e La Barbera conoscono la verità dei piani inferiori. Nardo Messina, quella dei piani intermedi. Solo che non sappiamo i nomi di quelli che abitano il piano più alto. E perciò dobbiamo accontentarci del movente di La Barbera, che poi è quello adombrato da Amendolito in un memoriale nel 1991... Ma Messina e alcuni boss della 'ndrangheta dicono che la mafia si vuole fare Stato. Vuole separare il Paese. La vecchia strategia golpista affidata nel Sud alla criminalità organizzata... Ma le indagini si fermano per ora alla ritorsione, alla rappresaglia terroristica per i processi che non vengono più aggiustati... La mia tesi è la seguente: gli obiettivi sono multipli... Ad ogni livello, la sua verità. E il palazzo resta in piedi... " "Sangiorgi...", m'interruppe Angelo, serrando le labbra, come se si preparasse ad una immane fatica. "Sangiorgi fu ascoltato dai magistrati nell'ambito dell'inchiesta su Andreotti... Raccontò che il suocero, Nino Salvo, parlava di Lima e della sua amicizia con Andreotti. E ne parlava in modo da non lasciare dubbi sul fatto che ci fossero rapporti stretti fra i due..."

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"Ecco, hai capito... L'eliminazione del vecchio regime! Sangiorgi aiuta Bagarella ad ammazzare il cugino del suocero ed aiuta l'autorità giudiziaria ad eliminare l'uomo più rappresentativo del vecchio regime. E' esemplare... Ma non è tutto. Ignazio Salvo è un finanziere, è il depositario dei segreti più importanti... Un fiume di denaro è passato attraverso i conti delle esattorie. Sarebbe stato il luogo ideale per il riciclaggio... in tempi non sospetti". Angelo annuì, pensieroso. "Può essere", si limitò a dire. Rividi l'avvocato Pietro Milio la sera di martedì 28 dicembre. Aveva un gran raffreddore, non si lamentò né degli starnuti né delle avversità che lo intristivano. Milio è uno di quegli uomini, che non addossano mai al prossimo i loro guai. Eravamo a pochi metri dal caminetto del ristorante e qualcuno ci proponeva le pietanze tradizionali della Sicilia, "...involtini di melanzane", concluse il cameriere -Approvammo, con un sorriso compiaciuto. Conversammo di tutto. Poi gli chiesi anche di Ignazio D'Antone. "Il fantasma dell'Addaura". "Non l'unico", mi corresse. "Giusto, non l'unico". Piero assisteva D'Antone da alcuni mesi. Ed era soddisfatto dell'esito delle indagini. "Perché ci sono voluti quattro anni?" Tese le palme delle mani, alzando le braccia e sollevò gli occhi, assumendo un'aria cardinalizia. "Omnia munda mundis" mormorò con aria furtiva. E aggiunse, stavolta con tono grave: "La musica è cambiata. A Caltanissetta c'è la Boccassini". Gli riferii di avere studiato i documenti dell'inchiesta, e gli esternai dubbi e sospetti. "Tumino ha calunniato D'Antone", fece con aria severa. Il suo viso si contrasse. Stavolta era arrabbiato e non voleva nasconderlo. "Tumino ha fatto dell'altro...", replicai. "Molti hanno sottovalutato l'Addaura, ad essere benevoli". Annuì. Restammo a lungo in silenzio. "Lo ricordo bene quel 21 giugno del 1989", mormorò. "Ero a Roma..." "Che cosa ricordi?", chiesi incuriosito. Gli si leggeva negli occhi che aveva in serbo qualcosa d'importante. "Fui invitato a pranzo da Gianni De Gennaro, che era allora il dirigente dello SCO..."

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"...e oggi è a capo della DIA". "Si, mi mandò una macchina con un suo uomo... Mi pare fosse una Croma. A pranzo ci incontrammo in un ristorante ali'EUR". "Ti riferì quanto era accaduto all'Addaura?" "L'Addaura fu liquidata in poche battute. Lui aveva testa solo per le lettere anonime". "Non era preoccupato per l'Addaura?" "Parlammo solo delle lettere anonime. Lui era il responsabile della sorveglianza di Contorno. E gli anonimi addebitavano a lui..." "Si, lo so. Sospettavano che avesse chiuso un occhio..." "Partimmo insieme per Palermo. Prendemmo l'aereo delle 16,30 da Roma Fiumicino. Arrivammo in orario. Lui se ne andò per conto suo..." "Si recò nell'ufficio di Giovanni Falcone. E incontrò il magistrato di turno Scaduto, che lo stesso pomeriggio sarebbe partito per Roma. Dovette essere un incontro rapidissimo". "Come hai avuto queste informazioni?" "L'inchiesta della Procura di Caltanissetta su Tumino..." "E Scaduto..." "Commentò con Falcone e De Gennaro il ritrovamento dell'ordigno. Fecero delle ipotesi sui mandanti e sulle finalità. L'Addaura cadeva sotto la giurisdizione del mandamento dell'Arenella... " "Ricordo che Giovanni Falcone mi disse di sospettare del boss Fidanzati, capo mandamento dell'Arenella... " "Scaduto ha raccontato che in quell'incontro vennero avanzate alcune ipotesi, sull'attivazione del congegno a telecomando e a strappo. La seconda operazione, l'attivazione del congegno a strappo, poteva essere stata fatta dalle due persone che erano state viste avvicinarsi alla piattaforma il giorno precedente... Questo conferma che non è stato solo Tumino ad avere saputo dei due sub... " "Che cosa conti di fare?" "E che potrei fare, se non studiare i documenti. Tu piuttosto..." "Mi occuperò di Totuccio Contorno, del suo soggiorno siciliano nel 1989, dei suoi contatti in quei giorni". Raccontava il suo progetto con aria improvvisamente scanzonata. Ma era un vezzo, un modo per sottrarsi ad un esagerato interesse altrui. Una sorta di timidezza, di pudore, e non nascondimento.

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"Nessuno si domanda", ripresi, "perché si sia dovuto attendere quattro anni per sapere che Tumino aveva imbrogliato le carte, e per scoprire che Di Pisa fosse vittima di un indegno balletto di impronte inesistenti. E quel Mode in Swiss, che solo lui -Tumino - ha visto! Sembra un messaggio diretto a Giovanni Falcone. Chi tocca i forzieri svizzeri, muore..." La sera di venerdì 23 maggio 1991, Antonio Di Pietro, il sostituto impegnato contro la corruzione politica e il giudice antimafia si erano sentiti e telefono l'ultima volta. Proprio venerdì sera... Lessi per l'ennesima volta il brano dell'articolo pubblicato il 25 maggio dalla Repubblica, e provavo le stesse emozioni di sempre. La stessa rabbia... "// giorno prima c'era stata un'altra lunga telefonata di Falcone con il Procuratore capo Francesco Borrelli. Falcone stava mettendo a punto le rogatorie internazionali sui conti svizzeri dei politici e degli imprenditori sotto indagine, aveva fatto capire che aggiungendo qualche documento in più, rompendo un pò di più la riservatezza dell'indagine, si sarebbe potuto ottenere un risultato migliore. Ma la tonnellata di tritolo... ha spezzato per sempre il suo contributo all'indagine". Perché l'ordine di uccidere arrivò a maggio? La risposta l'ha data Salvatore Cancemi, uno dei 18 boss che eseguirono la strage di Capaci. "Riina ci disse che in alto era gradito". Sentivo di essere uscito dal labirinto delle ipotesi. Intravedevo finalmente un barlume di verità, l'astuto disegno criminale che stava dietro i delitti: contagiare di mafiosità l'Europa, spaventarla alla vigilia della sua unione. Ed eliminare nel contempo i depositari di pericolosi segreti, potenziali micidiali nemici, come Falcone e Borsellino. A ciascuno il suo movente, a ciascuno la sua parte nella strategia del crimine. L'operazione richiedeva il sacrificio della vecchia struttura di Cosa nostra. Perché si ricominciasse da capo, occorreva cancellare il passato. L'aggressione sarebbe avvenuta su più fronti: le tangenti, la mafia, le manovre contro la lira. Un attacco concentrico nei confronti di un Paese disarmato. Sarebbe bastato mettere le manette ai ladri e ai mafiosi di sempre. Un'operazione di pulizia. Complotto? Macché! I corrotti in galera, i boss in manette, finalmente.

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Diario dell'orrore  

Diario dell'orrore Le stragi di Palermo: misteri dubbi e infamie

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