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OTTOBRE - NOVEMBRE 2016

TRE MISS A CONFRONTO Abbiamo incontrato Nadia Bengala Francesca Testasecca Claudia Andreatti

DONNE, PARITÀ, LAVORO, ASPIRAZIONI:

Bimestrale - Ottobre - Novembre - anno I N° 7 Registrazione al Tribunale di Napoli n° 45 del 15/09/2015

ENRICO LO VERSO

A che punto siamo?

RITORNA SUL PALCO CON PIRANDELLO

MARIO ERMITO

a i r ittono a s i ch R A T S

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PER A T A N NA U E R ESSE

Nuovi Divi

Fashion Up Academy DIETRO LE QUINTE DEL NUOVO TALENT TV

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PIÙ FACILE PIÙ CONVENIENTE Yes Megastore Via San Salvatore, Casoria (NA) Accanto al Mc Donald’s Ssm | 3


La redazione di Secret ha seguito quattro clienti durante i loro acquisti da Yes! Megastore e loro ci hanno spiegato perchéconviene!

Francesca, 34 anni, mamma e moglie a tempo pieno «Ho due figlie di 2 e 4 anni. Crescerle è una gioia, ma quanto costa soddisfare ogni loro esigenza? Da tempo cercavo un negozio che facesse al caso mio, e...l’ho trovato! Da Yes! ho comprato tutto ciò che occorre per le mie diavolette: dalla biancheria intima, ai giocattoli, ai gadgets e i confettini da portare a scuola per la festa di compleanno. Ho pagato 38 €, normalmente avrei speso circa 70 €! Lo consiglio a tutte le mamme come me!».

CO

Serena, 26 anni, single «Sono venuta da Yes! per allestire la festa di compleanno della mia più cara amica. Ecco cosa c’è nel mio carrello: candeline, festoni, palloncini di buon compleanno, spara coriandoli colorati, trombette, cappelli, set di piatti, bicchieri e tovaglioli a tema, scritte in polistirolo per il birthday table, coppette in plastica, bastoncini di marsh mallow e collane di petali colorati. Quanto ho speso? 25 €, normalmente avrei pagato circa 45 €».

RISPARMIO RISPARMIO

30 €

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20 €


SÌ, ONVIENE! Ciro, 60 anni, proprietario di un B&B «Sono il titolare di un grazioso B&B napoletano. Per puro caso ho scoperto Yes! mentre ero diretto altrove e ho voluto curiosare. Con grande stupore ho trovato tutto quello che mi serve per rendere il mio B&B ancora più accogliente! Vasi e fiori, piumoni, tendine per le camere, tappeti decorati…tutto di ottima qualità! Ho speso 160 €, di solito ne avrei spesi circa 270 €».

Sonia, 36 anni, si definisce una donna in carriera, lavora nel campo tessile «Sono una di quelle donne impegnate tutta la settimana, e nell’arrivo del weekend mi dedico a quella che io definisco “spesa selvaggia”. Ho sentito parlare di questo nuovo store e ho voluto provarlo. Nel mio carrello? C’è di tutto: trucco, lenzuola, plaid firmati Marta Marzotto, reggiseni Lormar, profumatori, detersivi di grandi marche, bicchieri, servizi da tavola e tutto per la dispensa...Forse ho esagerato, ma ho speso solo 180 €! Normalmente avrei speso 260 € circa».

RISPARMIO RISPARMIO

110 €

80 €

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# EDITORIALE Le parole chiave di questo numero sono quattro: donne, stereotipi, giudizio, pregiudizio.

E non è un caso che le donne siano al primo posto in questo nostro elenco, la maggior parte dei giudizi pesano sulle donne come un macigno sulla testa. Li ritroviamo nella cronaca quotidiana, quando il giudizio rimbalza di bocca in bocca fino al punto di non essere più capaci di difendersi, come nel caso di Tiziana Cantone. Gli uomini sembrano essere esonerati da questa forma persecutoria, frutto evidente di una cultura ancora impregnata di un maschilismo che addirittura si riversa nelle campagne ministeriali (quelle del Fertility Day), messe in campo da chi non è capace di cogliere il passo dei cambi epocali e questo mese ci ha sfidato a ritrarre il ruolo della donna di oggi. Ancora non è facile essere donne, la fotografia che potete leggere da pagina 12 rivela una condizione poco incoraggiante che richiede una nuova e rinnovata presa di coscienza. L’indipendenza femminile, ha spiegato la nostra esperta Enrica Amaturo, ha ancora un sacco di strada da fare: succede a casa nostra ma anche in altri mondi che, quando si tratta di discriminare una donna, ci somigliano molto o fanno di peggio. E allora, ecco spiegata la scelta di mettere in copertina Vittoria Schisano, la donna Secret di questo mese che infrange tutti i tabù sopra elencati. Che del coraggio di essere donna, contro il giudizio altrui, ne ha fatto una filosofia di vita. Una storia che esorta a sorridere, infonde coraggio e fa riflettere e che…tutto sommato…insegna anche che se il principe azzurro non c’è, si va avanti bene lo stesso.

Daniela Iavolato Direttore di Secret Style magazine

Una donna che fa figli è giudicata incapace di dedicarsi alla carriera; una donna che si dedica anche alla carriera è giudicata incapace di essere una buona madre e una buona donna di casa, mentre chi non “fa” famiglia è giudicata col metro dell’egoismo. Eppure, non siamo venute al mondo per accontentare e compiacere gli altri, ma siamo così condizionate fin dalla nascita e messe in un sistema di schemi maschili, che a noi è richiesto di sacrificarci molto più degli uomini per lasciare spazio ai desideri altrui. Ssm | 7


OTTOBRE - NOVEMBRE 2016

In questo NUMERO 7 1o

in cover

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L’attrice Vittoria Schisano Foto: Marco Barbaro Stylist: Sara Leoni Abiti: Atelier Persechino Scarpe/cintura: AD Amato Daniele Gioielli: Spazio Manassei Acconciatura: Antonio Pruno Trucco: Moreno Salerno Si ringraziano: Manzo Piccirillo Ufficio Stampa The Church Palace Hotel Roma

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L’editoriale di Daniela Iavolato Shakerate Gossip, Tv e cronaca

IN PRIMO PIANO

Gender Gap Il tempo delle donne arriverà con Hillary? Pink power Dieci domande per saperne di più

FACCIA A FACCIA

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Un figlio da sola: È giusto?

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Vittoria Schisano Ritratto di una Star

COVER STORY

MAGAZINE LAVORO

30

Giornalismo Quale futuro?

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Il teatro che ci piace Il ritorno sul palco di Enrico Lo Verso

TENDENZE SPY VIP

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Tre Miss a confronto

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Mario Ermito Voglio sempre di più

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A cura di Claudio Finelli

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Come mi vesto? Sexy in cuissardes Shopping list L’autunno è chic

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NUOVI DIVI

PAROLE & DINTORNI MODA

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Editore Dadazù Sas Direttore Responsabile Daniela Iavolato direttore@secretstylemagazine.it Direzione Artistica & Graphic Designer Emanuela Esposito In Redazione Candida Angelino, Emanuela Esposito, Valentina Iavolato, Axel Andrea Nobile Media relations manager for Secret Axel Andrea Nobile Hanno Collaborato Candida Angelino, Valentina Cannava, Claudio Finelli, Francesco Fusco, Marcella Mastrobuono, Michela Ponticiello, Marcella Tagliaferri, Simona Vitale Web designer e web master Davide Castronuovo Orange Web www.orangewebstudio.it Redazione Via Guglielmo Marconi, 12 - 80026 Casoria (NA) Tel. 081 19335004 redazione@secretstylemagazine.it Per la pubblicità Tel. 081 19335004 info@secretstylemagazine.it Stampa Tuccillo Arti Grafiche Srl, Afragola (NA)

Gente di stoffa Nel backstage di Fashion Up Academy

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Rinofiller Correggi il naso senza bisturi

BELLEZZA

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VITA DA MAMMA

La forza di un papà Ema.Pesciolinorosso storia di droga e coraggio

CONVERSANDO

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Enrico Iannaccone Il cinema? La mia unica certezza

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Gli imperdibili da segnare in agenda

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Vip nella rete Dritte per difendersi dall’odio sul web

FREE TIME

WEB & SOCIAL

PASSA PAROLA

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Musica Handmade Revival

76

È l’ora del Perù Le ricette di Marcella Tagliaferri

78

Come in campagna I consigli per arredare del nostro architetto

DOLCE & SALATO A CASA

In tutti i NUMERI 80

Vuoi sfogliare i numeri arretrati e leggere ogni giorno fresche news? Vieni a trovarci su: www.secretstylemagazine.it

STORIE

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SECRET Style magazine Bimestrale gratuito di moda, spettacolo, tendenze, attualità. Ottobre-Novembre 2016 Anno I NUMERO 7 Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n° 45 del 15/09/2015

Glam Fashion Jewels Gioielli artigianali Made in Naples 2.0 “Il diario delle It girls scoperte da Secret” Conosciamo Inés Trocchia Professionisti al Top Giuseppe Cerella, l’hairstylist delle star

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INFINE

Foto Story Happy B-Day: Secret compie 1 Anno! La posta di Secret di Simona Vitale

ENTRA NELLO SPIRITO SECRET!

Facebook Secret Style magazine Instagram @secret_stylemagazine Ssm | 9


te a r ke a sh GOSSIP, TV E CRONACA HOLLYWOOD Brangelina “Game Over”: l’attrice blocca il numero dell’ex Le baby sitter dei pargoli rivelano: “La loro vita era una caos totale”. Così, dopo più di dieci anni di liaison e due di matrimonio, la favola d’amore che ha fatto sognare Hollywood e milioni di fan finisce nel peggiore dei modi. La Jolie ha annunciato il divorzio da Brad Pitt e ha chiesto la custodia esclusiva dei sei figli lasciando all’ex marito solo il diritto di visita. Il bel Brad che, secondo indiscrezioni, avrebbe tentato un riavvicinamento si è visto bloccare il numero telefonico dalla consorte per evitare di ricevere telefonate o messaggi. Intanto, si sottopone ai test antidroga e…chiama la Aniston per farsi consolare.

IL “SÌ” DI MARTINA Nozze da sogno per Martina Stella

Incontenibile, raggiante e romantica nel suo giorno da favola, Martina Stella ha detto “sì” al procuratore sportivo Andrea Manfredonia. I due, che facevano coppia fissa da poco più di anno, hanno coronato il loro sogno d’amore con un matrimonio blindatissimo festeggiato nella tenuta country dei genitori dello sposo a Fontevivola, curato nei minimi dettagli dal celebre wedding planner Enzo Miccio.

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LE NOTIZIE SULLA BOCCA DI TUTTI A cura di Redazione

PARTY VIP

Il capitano fa “40”

Il capitano giallorosso ha da poco compiuto 40 anni, festeggiando alla grande! E, nello stesso giorno, è sbarcato sul social network Facebook pubblicando foto e video in diretta dei festeggiamenti per tenere aggiornati i fan con l’hashtag #4x10. Il party esclusivo si è consumato nel Castello di Tor Crescenza, la location già scelta per festeggiare il matrimonio con Ilary Balsi nel 2005. Ai 300 selezionatissimi ospiti è stato chiesto di non fare regali, ma di supportare un progetto di beneficenza.

POLITICA Lorenzin cerca aiuto

Dopo la gaffe del Fertility Day il ministro della Salute Beatrice Lorenzin colleziona un nuovo autogol. Intervistata da Lilli Gruber nella trasmissione Otto e mezzo, glissa sulle proprie responsabilità per quella che è stata una disastrosa campagna di comunicazione rovinosamente naufragata come il Titanic, e chiede irresponsabilmente l’aiuto “gratis” dei creativi per non “gravare” sul bilancio. E il web… esplode ancora!

© Tutte le foto prese da Instagram e Facebook

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# IN PRIMO PIANO

Il tempo arriverà con

HILLARY 12| Ssm


delle donne

RY? di Daniela Iavolato

Due volte senatrice, first lady, ex segretario di Stato di Obama: Hillary Clinton è la donna del momento, poco importa se targata USA. Negli ultimi mesi, il suo nome ha riempito le colonne dei magazine d’informazione di tutto il mondo perché - a detta di tutti -, è la nuova icona dell’empowerment femminile. Durante il suo discorso alla convention democratica di Filadelfia, ha irrotto da New York con un videomessaggio che partiva con un rumore di vetri che andavano in frantumi: “Non posso credere che, insieme, abbiamo crepato il soffitto di vetro - ha detto -. Questa è una vostra vittoria. E se c’è in questo momento una bambina che sta guardandoci, anche se è così tardi, fatemi dire: io posso diventare la prima donna presidente, ma una di voi sarà la prossima”. Ssm | 13


La sua candidatura a capo di uno dei Paesi più potenti al mondo (è la prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti alle elezioni del prossimo 8 novembre), segna una tappa storica dalla portata simbolica rivoluzionaria che, già da sola, basta a riportare al centro del dibattito mediatico globale le tematiche femminili. Hillary incarna il nuovo modello di donna emancipata, risoluta, lungimirante: senza mai mollare (neppure il marito), è riuscita a ad entrare nel più grande tempio del potere e, in qualche modo, ci riscatta tutte. Non a caso Michelle Obama, poche ore dopo la nomination ufficiale alla Casa Bianca ha tuonato: «Questa volta non si tratta più di scegliere tra destra e sinistra, ma a chi dare il potere di fare da esempio ai nostri figli per i prossimi 4, se non 8, anni». È lei dunque, secondo l’opinione pubblica, il nuovo role model di successo da seguire e, fra poco, sapremo se Hillary ce la farà a tirarci su tutte con la sua probabile vittoria; perché un solo fatto è certo: la “questione femminile” è qualcosa che interessa ogni Paese, in ogni angolo, in ogni campo e le donne di tutto il mondo non possono più aspettare.

siderarle e sui ruoli che occupano. Tant’è che se Hillary riuscirà a diventare il prossimo inquilino della Casa Bianca, promette di inserirle in cima alla lista delle sue priorità, garantendo soluzioni e le stesse opportunità economiche e professionali. “Effetto Hillary”. Un impatto - la scelta americana - che, secondo esperti e opinionisti, potrebbe inconsapevolmente agevolare le donne di tutto il pianeta indebolendo, con le prime crepe, quel cono d’ombra che fino ad oggi ha mantenuto fuori dai vertici decisionali le donne. Le europee soprattutto e, ancor di più, le italiane storicamente sul gradino più basso nella classifica del Global Gender Gap non solo per il numero di posizioni dirigenziali occupate, ma per l’eguaglianza salariale: un diritto fortemente ignorato, nonostante la direttiva europea “54” sulle pari opportunità del lavoro parli chiaro e stabilisca uguale accesso e parità di trattamento, evitando discriminazioni per ragioni relative al sesso, allo stato di gravidanza o alla maternità.

Ed è proprio sulle donne che, ormai da giorni, si sta giocando la più grande partita di questa campagna elettorale, uno scontro frontale tra repubblicani e democratici sul modo di con-

L’indice stilato dal World Economic Forum (che misura quanto e cosa manca per raggiungere la parità), mette l’Italia al 41esimo posto nelle disparità di genere in vari Paesi del mondo: il dato che ci spinge in fondo alla classifica è l’inequal pay; ovvero la differenza salariale a parità di lavori simili. 14| Ssm


Tutti i numeri del

p Ga

16%

Gender

REDDITO Lo dice un rapporto della Commissione Europea: Nell’Unione Europea le donne guadagnano in media circa il 16 per cento in meno degli uomini.

800.000 MOBBING È il numero delle donne licenziate

19 60% % o costrette a dimettersi negli ultimi due anni.

È la percentuale di donne italiane che occupano posizioni dirigenziali, a fronte del 33 per cento delle inglesi e del 27 per

350.000

POST-MATERNITÀ Sono state le donne discriminate per via della maternità o per aver chiesto di conciliare lavoro e famiglia.

cento delle tedesche.

5.000.000 È il numero delle casalinghe italiane secondo l’Istat.

75% È le percentuale del carico di lavoro non retribuito che le donne svolgono da sole: 315 minuti al giorno, mentre gli uomini solo 104 minuti.

10% 30%

9 mila miliardi Ogni anno vengono persi dall’economia mondiale che non riconosce valore alle donne.

ISTRUZIONE Ie donne rappresentano il 60 per cento dei laureati.

PART-TIME Negli ultimi 20 anni è aumentato più del 10 per cento il ricorso al part-time per le donne che devono conciliare lavoro e famiglia.

È la percentuale delle donne occupate che lasciano il lavoro dopo la gravidanza mentre tra le donne che hanno un bambino solo il 58 per cento lavora.

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La situazione a casa nostra. Per capire perché la fotografia italiana sia così impietosa, abbiamo aperto un libro uscito pochi mesi fa che snocciola gli ultimi dati sulle differenze retributive, sulle ristrette quote di genere nei ruoli manageriali, sull’esercito di mamme che ogni anno sono costrette ad abbandonare il lavoro. «Nonostante questo c’è chi pensa che non ci sia più niente da conquistare, che la donna abbia già raggiunto la sua completa emancipazione, come se il diritto al voto, il divorzio, la legge sull’aborto, avessero già portato sufficiente eguaglianza». E invece non è così, le tendenze mostrano che siamo i peggiori tra i Paesi avanzati. Le donne che lavorano in Italia sono meno, guadagnano meno e devono fare i conti con un fardello insormontabile: la maternità. «Eppure le donne sono talmente inconsapevoli di vivere un’ingiustizia da non rendersi conto della realtà». Lo scrive Sabrina Scampini - giornalista e autrice del noto programma di Rete4 Quarto Grado -, nel suo libro “Perché le donne valgono” (Cairo Editore). Il tasso di occupazione femminile continua a rimanere molto al disotto di quello maschile (47 per cento contro il 67 per cento degli uomini), e per noi è ancora difficile conquistare posizioni di comando: le donne sono solo il 29 per cento tra i dirigenti, mentre gli uomini sono il 71 per cento. Ricominciare poi è problematico: la

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Il tasso di occupazione femminile (47 per cento) continua a rimanere molto al di sotto di quello maschile (67 per cento) per diversi motivi: fra gli ostacoli più difficili da superare c’è il tempo che le donne possono dedicare al lavoro. Sulle donne ricade la maggior parte del lavoro non retribuito come le mansioni domestiche e la cura dei figli, per questo motivo lavorano di meno, cercano impiego in settori professionali compatibili con la vita familiare, sono più inclini a ricoprire posizioni scarsamente retribuite o part time e non assumono posizioni manageriali pagando uno scotto altissimo in termini di carriera, diritti pensionistici e sussidi di disoccupazione. Discriminazioni che sono ancora il frutto di fattori storici e culturali.


maternità è considerata un deficit di produttività, un’assenza sul lavoro. Dopo la prima gravidanza, il 30 per cento delle donne occupate lascia il lavoro ed è più esposto al part-time involontario e alla precarietà, numeri che salgono con l’aumentare dei figli. Mancano le strutture, i supporti, manca la cultura: «Finché noi donne italiane continueremo a svolgere da sole il 75 per cento di tutto il lavoro non retribuito, vale a dire la cura della casa e della famiglia, difficilmente potremo dedicarci seriamente a qualcosa al di fuori delle mura domestiche». Il limite più grande del nostro Paese è infatti rappresentato dalla cultura italiana, dove è quasi assente l’idea della condivisione delle responsabilità e del lavoro di cura tra uomini e donne ed è, piuttosto, radicata la convinzione che “certi” ruoli siano per convenzione di competenza femminile. Rinunciando così a se stesse e alle proprie ambizioni, incalzate dalle cose da fare nella complicata quadratura tra lavoro e famiglia, le donne perdono una partita importante: mentre bisognerebbe responsabilizzare maggiormente i padri e puntare sulla genitorialità condivisa come nel resto d’Europa (e anche qui i dati parlano chiaro!).

Siamo la risorsa disponibile più sottoutilizzata del pianeta: se le pari opportunità sul lavoro fossero davvero utilizzate, il Pil di molti Paesi farebbe un balzo del 20% .

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PINK PIN

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Non è un bel periodo per l’immagine delle donne, il dibattito femminista è tornato prepotentemente alla ribalta. La nostra fotografia rivela che siamo penalizzate, discriminate sul lavoro, in politica e spesso anche in famiglia ma quanto contano davvero le donne e di quali donne ha bisogno il nostro Paese in questo momento? «Non v’è alcun dubbio che nel nostro Paese esista un grosso problema di leadership al femminile, ma la priorità in questo momento è garantire, prima di ogni altra cosa, l’occupazione a tutte le donne. C’è un divario territoriale enorme e nel Sud Italia siamo lontanissimi dalle strategie europee e, ancor prima, dagli obiettivi precedentemente fissati dall’Agenda di Lisbona. L’occupazione femminile è drammaticamente al di sotto dei livelli stabiliti: ed è questa la prima vera questione su cui riflettere. Secondo problema: il precariato delle giovani donne che ritarda le loro scelte procreative, familiari e di vita. Questi intralci mettono in condizione le donne di non potersi impegnare totalmente nel lavoro, quando c’è. Per ultimo: il grande tema del welfare. In Italia non ci sono servizi per le donne, il carico familiare - come per tutto il modello di welfare mediterraneo -, pesa particolarmente su queste ultime finendo per ostacolare prepotentemente la loro carriera. Ecco, di base direi che sono prima queste le cose da risolvere e da tenere a mente quando si parla di condizione femminile in Italia». Quali sono gli ambiti in cui abbiamo ottenuto maggiori progressi fino ad oggi? «Negli anni la lotta per l’emancipazione ha fatto passi da gi-

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DOMANDE PER SAPERNE DI PIÙ

gante soprattutto sul fronte del costume, con un conseguente cambio di rotta anche nella mentalità. Oggi è sicuramente più accettata e diffusa l’idea che le donne possano realizzarsi ed essere autonome. La prima grande conquista italiana è stata quella della contraccezione, che ha reso libere le donne dalla schiavitù della gravidanza, offrendo loro facoltà di scelta. Così come le grandi conquiste degli anni ’70: il divorzio e l’aborto, che hanno segnato un punto di svolta. Non ci dimentichiamo che questo era un Paese in cui negli ’50 e ’60 esisteva ancora il delitto d’onore». La storia e i dati mostrano il vantaggio collettivo dell’inclusione femminile, che peso ha non tenerne conto? «Basti pensare che un punto percentuale di occupazione femminile in più, equivale ad un punto di Pil in più. Non tenerne conto significa tenere il Paese in una condizione di stallo, uno dei fattori più importanti della crescita è proprio il lavoro femminile, ma se finiamo col tagliare sempre le spese di welfare e condanniamo le donne al lavoro di cura è chiaro che non facciamo altro che creare disincentivi all’occupazione femminile». Dove comincia la lotta per i diritti? «La lotta per i diritti comincia soprattutto a scuola, ma su questo fronte ce l’abbiamo fatta. Le tendenze mostrano infatti che, in linea generale - non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti -, nell’ambiente scolastico sono le donne a raggiungere prima i titoli di studio, con punteggi migliori. Il vero problema rimane, quindi, sempre il mercato del lavoro


che continua invece a non essere inclusivo, sia per i motivi già elencati ma anche perché mancano le reti. Se sono infatti gli uomini ad ottenere sempre posizioni di predominio e a fare rete tra loro, è chiaro che alle donne resta poca possibilità di inserirsi all’interno di questi schemi». Dopo la discussa campagna del ministro della Salute qualcuno ha detto che la colpa è delle donne se in Italia non si fanno più figli. Lei cosa risponde? Quanto è difficile da scardinare l’eredità di certi stereotipi? «Uno scivolone enorme la campagna del ministero, non servono spot ma asili nido. In Italia c’è un problema acuto di denatalità, ma va combattuto con altre misure. Nelle civili democrazie del Nord Europa, per esempio, la parità non è arrivata in modo spontaneo e il decremento delle nascite è stato affrontato con risposte vere. La tanto citata Svezia ha tutelato per legge l’occupazione femminile: aumentando il welfare e abbattendo le spese con assegni di sostegno alla maternità e alle scelte. Se le donne non hanno lavoro - o sono precarie -, non hanno riconoscimenti per la gravidanza, non hanno protezione sanitaria, come possono permettersi di fare un figlio? Questa attribuzione ad una colpa egoistica delle donne è qualcosa quanto più possibile lontana dalla realtà». È successo con Virginia Raggi: ogni volta che una donna conquista una poltrona maschile tutti si chiedono se ce la farà. Succede oggi con la candidatura di Hillary Clinton che molti affermino invece: siamo ad un punto di svolta. Insomma, spesso, tutto si riduce al solito battibecco sulla questione femminile. Perché le donne leader non si analizzano con lo stesso metro maschile? E davvero abbiamo bisogno di modelli per dimostrare che anche una donna può? «Perché purtroppo non è la norma. Quando la donna è una sola, viene sempre presentata come l’eccezione, il fiore all’occhiello da esibire e che in qualche modo discolpa. Il nostro obiettivo è che questo diventi invece la normalità, e che le donne possano avere accesso alle posizioni chiave. Piano piano bisognerà lavorarci, ma è necessario anche che le donne al potere siano sempre di più e che imparino a fare rete tra loro». Chi è secondo lei il peggior nemico delle donne? A chi fa paura l’onda rosa? «È abbastanza semplice: affinché una donna occupi una poltrona c’è quasi sempre un uomo che deve alzarsi. Per ogni donna che entra al vertice c’è un uomo che deve uscire e la competizione per i ruoli chiave è stata sempre molto forte. In più, sulla nostra testa pesa il pregiudizio legato alla maternità che ci vuole poco affidabili sul lavoro quando mettiamo al mondo dei figli. Insomma, tutto ruota sempre intorno allo stesso problema non a caso, se guardiamo alle carriere femminili, la maggior parte delle donne che hanno raggiunto grandi successi

fino a questo momento o non sono sposate oppure, se lo sono, non hanno bambini». Facciamo invece il punto su Napoli, come siamo messi? Lei, per esempio, è stata la prima preside donna della Federico II come spiega il fatto che un’istituzione universitaria sia così defemminilizzata? «Sono stata la prima e anche l’unica preside donna, e questo la dice lunga. Adesso, a meno che non arrivi una nuova riforma, le facoltà non esistono più, di conseguenza non potrà mai più esserci una nuova preside donna di facoltà, ma abbiamo per esempio una rettrice donna all’Orientale. Purtroppo, anche in questo caso, gli studi dimostrano che generalmente le donne hanno più chance di carriera in sedi più piccole, periferiche o di nuova istituzione, dove non esiste un potere già consolidato e molto forte. Viceversa, nei vecchi atenei - dove c’è un sistema di reti molto forti da scardinare -, le donne non raggiungono posizioni di vertice. Venendo a Napoli, abbiamo una condizione femminile drammatica a causa del lavoro ma di esempi positivi al vertice, tutto sommato, ne abbiamo anche noi». Qual è la sua personale esperienza legata al pregiudizio? «Quando sono stata preside per esempio, insieme alla direttrice amministrativa, ci siamo trovate ad essere le uniche donne in ateneo e le confesso che non è stato facile guardarsi intorno e vedere soltanto uomini». Nella facoltà di sociologia, dove lei è docente ordinario, vedrà passare tantissime studentesse che idea si è fatta della nuova generazione di donne? «Nel passato le studentesse sapevano bene che esiste una lotta per l’affermazione, oggi invece mi stupisce vedere tantissime ragazze cullarsi nell’illusione della parità. Non c’è più coscienza del problema, le giovani donne - poiché vivono delle vecchie conquiste -, pensano che non ci sia più nulla da ottenere. Nel mondo della formazione sono in una situazione ormai paritaria e, probabilmente, per questo non si pongono più il problema delle pari opportunità, fino a quando poi si scontrano con il mercato del lavoro». In definitiva: la causa femminista serve ancora? «Serve eccome, purtroppo abbiamo abbassato la guardia».

di Daniela Iavolato

La nostra esperta Enrica Amaturo Direttrice del Dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Napoli Federico II.

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faccia faccia

UN FIGLIO DA SOLA

È GIUSTO?

Sono single, sulla quarantina, lavorativamente risolte e hanno un obiettivo: diventare mamme senza se e senza ma. Altrimenti detto: sole, senza un uomo al proprio fianco. Le celebrities, sono state le prime a sdoganare questo tipo di maternità: lo hanno fatto per esempio fatto Gianna Nannini e Carmen Consoli; mentre recentemente Emma Marrone si è lasciata andare in un’intervista dichiarando al settimanale Gioia: “Vorrei un figlio anche da sola. Per molti è un discorso egoistico e contro natura, ma io penso che nella vita devi sentirti libero di fare ciò che credi giusto”. Ma siamo sicuri che sia così? Abbiamo messo due opinioni a confronto.

Dott. Alessandro Raggi Psicoterapeuta, psicoanalista, responsabile nazionale centri ABA.

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La maternità, come l’essere genitori, è conseguenza di una scelta d’amore che accompagna la disponibilità ad accogliere dentro sé la diversità rinunciando a una soggettività priva di limiti. È una scelta creativa, che germoglia per aggiungere qualcosa alla vita. Vita che crea altra vita – dunque – e non vita progettata per colmare un vuoto o una mancanza soggettiva. L’amore da cui nasce un figlio, è un amore che dona senza contraccambio, ciò è rappresentato nell’immagine di abbondanza del seno materno che allatta. L’amore può essere solo assoluto, privo di individualismi solipsistici e la scelta di un figlio, a sua volta, può essere solo una scelta d’amore. In caso contrario essa diviene una scelta di consumo: pretendo un figlio come estensione del mio volere, così come posso ottenere un oggetto. Ecco perché non è concepibile – in nessun senso – una scelta di maternità che inizi già mancante del desiderio dell’altro: perché è una scelta narcisistica, priva d’amore, priva di slancio vitale. Questo indipendentemente dalla presenza “concreta” dell’altro nella coppia. L’altro nella coppia deve essere presente innanzitutto come fantasia, presenza psicologica: è persino meno importante se vi sia o meno concretamente un’altra persona. Ecco anche perché è differente una mamma single, che abbia però concepito idealmente il figlio nel desiderio dell’altro e nell’accettazione della diversità, piuttosto che una donna che proceda escludendo l’altro della coppia a priori.

SI

Avere un figlio per le donne non è mai stata una libera scelta. Le donne per secoli sono state educate al matrimonio e alla maternità perché, come ci ha mostrato recentemente il nostro ministero della salute con la sua imbarazzante campagna a favore della fertilità, il destino demografico di una nazione passa attraverso il desiderio femminile. Per questo le donne sono state sempre condizionate a desiderare la maternità, non solo, anche a desiderarla all’interno della struttura che da secoli esiste a questo scopo, la famiglia. Ma cosa succede se all’improvviso le donne si trovano nella condizione di poter fare figli da sole senza bisogno del sostegno di un uomo che faccia da marito e da padre? Succede che per la prima volta la maternità diventa una scelta libera. Così le donne si sottraggono al controllo degli uomini e dello Stato. Per questo atto di insubordinazione sono chiamate egoiste, così come egoiste sono chiamate coloro che invece decidono di non avere figli. Il potere della riproduzione è oggi nelle mani delle donne, ma le donne non ne sono sufficientemente consapevoli. La legge e i costumi dovranno adeguarsi a questa nuova libertà femminile se le donne sapranno far valere politicamente il proprio desiderio (in un senso o nell’altro) e l’importanza del proprio lavoro dentro e fuori casa.

Dott.ssa Marina De Carneri Psicoanalista e scrittrice. www.resistenzadellinconscio.com


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Affronta il mondo con il piglio di un caterpillar, diventando d’ispirazione per chiunque la conosca. Vittoria Schisano, metà Wonder Woman, metà Cenerentola è una donna volitiva e appassionata che non ha paura di mostrare le sue debolezze quando rivendica il diritto di essere se stessa. Oggi Vittoria, un destino segnato già dal nome che ha scelto, per chi sa guardare oltre i cliché è più che un personaggio, è una personalità da tenere d’occhio. Una star sì, innanzitutto della sua vita…perché in questa vita ha davvero vinto su tutto! di Daniela Iavolato Foto di Marco Barbaro Stylist Sara Leoni

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Vittoria Schisano

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Parlare con Vittoria è un’iniezione di positività.

Nata Giuseppe, sin da bambina non ha avuto dubbi: dentro di lei viveva una donna che non si è mai fermata di fronte a nulla. Partita dalla periferia di Napoli, ha fissato i suoi obiettivi e ha guardato dritto: voleva fare l’attrice e ci è riuscita e ha affrontato a muso duro il lungo percorso che le ha cambiato la vita. Fragile e guerriera, come tutte le donne, oggi finalmente Vittoria si piace e raccoglie consensi. Il suo motto è: «Se puoi sognarlo, puoi farlo!». E c’è da crederle, se tutto quello che desiderava è riuscita ad afferrarlo: non senza ostacoli, senza mandar giù bocconi amari. Questo, per esempio, per Vittoria è un capitolo buio. Doveva essere l’anno del sì, dell’abito bianco, di quel lieto fine da favola con il primo uomo amato dopo il cambio di genere (il broker Fabrizio Vannucci al quale è stata legata per oltre un anno e mezzo n.d.r.). Invece, a un certo punto, l’incantesimo si è rotto: «Tutto è iniziato» spiega «quando sono cominciati i litigi, ci siamo allontanati per-

chéstavamo prendendo direzioni diverse, ci siamo accorti che non volevamo più le stesse cose. Forse è stata anche la copertina di Playboy a turbarlo», ma di questo ne parleremo tra poco. «Stavo per fare la cosa sbagliata. Non rinnego l’amore, solo non era il momento giusto».

Eppure, nonostante l’amaro in bocca, accetti di aprirti con noi senza perdere il sorriso. Che momento stai vivendo adesso? «Sono in una fase molto particolare della mia vita. Sono sicuramente serena perché vivo la vita che ho sempre desiderato e, questo, mi permette di sorridere anche quando sono triste. D’altro canto, la sfera privata è molto più faticosa da mandare avanti perché è accaduto qualcosa che non avevo messo in conto». Che cosa è successo? «Sono cresciuta leggendo e credendo nelle favole e ancora ci credo! E, non solo ci credo, ma pretendo anche che ci sia il lieto fine. La mia vita è stata un po’ dipinta come quella di Cenerentola e, non ti nascondo, che un po’ mi sento una Cenerentola moderna. Poi, però, proprio come nelle favole esistono le streghe cattive, anche nella vita esistono gli imprevisti. In questo momento c’è una Vittoria molto più fragile dentro di me, della quale spesso non parlo perché sono molto pudìca da questo punto di vista. Quando vivo qualcosa di non facile mi chiudo a riccio e scelgo il silenzio, non è semplice parlarne nemmeno in questa intervista. Mi ritrovo in una casa progettata per due persone, un nido d’amore che invece adesso sto completando da sola. Ho un abito da sposa nell’armadio, un matrimonio organizzato, nel frattempo con Fabrizio è finita. Insom-

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ma, un boccone non proprio facile da mandar giù». Voltiamo pagina allora. Da Pomigliano D’Arco, dove sei nata, ad un certo momento hai deciso: “voglio fare l’attrice” e sei andata a studiare recitazione a Roma, chi ti ha appoggiata e come hai capito che questa era la tua strada? «L’ho capito all’età di cinque anni. Dicevo a mia madre: “io, voglio fare l’attrice” e da quel momento non ho più cambiato idea. Guardavo la Tv e immaginavo di vestire i panni di Sophia Loren, così dopo il liceo mi sono trasferita a Roma e ho studiato recitazione all’accademia. La mia vita dipende dai sogni, tutto parte da lì. Una persona che non sogna non può realizzare nessun desiderio, io mi sono impegnata e ho preteso che quel sogno si realizzasse. “Nella vita si può fare!”. Questo è il mio motto e, tutto sommato, la mia storia lo insegna. Ho voluto, voluto, fortemente voluto! Il che non vuol dire che sia stato tutto facile, però oggi viviamo in un momento storico in cui nulla è semplice, tanto vale spendere le proprie energie per qualcosa che ci emoziona davvero. Io l’ho fatto e, se mi avessero anticipato che sarei arrivata fin qui, non ci avrei mai creduto. Appartengo ad una famiglia molto semplice, papà operaio e mamma sarta, sono partita senza l’appoggio dei miei cari. Certo, oggi sono tutti molto felici ma all’inizio ero l’unica a crederci…mi ha premiato la perseveranza».


ICONA ÂŤLa vita va vissuta con coraggio, i sogni si realizzano se sei tu a volerlo! Sono felice di essere un modello di forza e speranza, non solo per chi vive condizioni difficili ma anche per moltissime donne che mi chiedono consigliÂť

L’attrice Vittoria Schisano, 32 anni posa in esclusiva per Secret, per lei Abiti: Atelier Persechino Scarpe/cintura: AD Amato Daniele Gioielli: Spazio Manassei Acconciatura: Antonio Pruno Trucco: Moreno Salerno Si ringraziano: Ufficio Stampa Manzo Piccirillo The Church Palace Hotel Roma

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il sogno ÂŤIl matrimonio e una figlia a cui insegnare il valore della libertĂ . Per un grande amore cambierei tutta la mia vitaÂť 26| Ssm


LA POLEMICA

Che cosa ha significato per la tua carriera di attrice cambiare genere? «Sicuramente, è stato un punto di svolta. Prima ovviamente facevo finta di essere quella che non ero, dovevo calarmi in un’energia che non mi apparteneva per interpretare un ruolo, oggi invece sono me stessa. Mettiamola così, Giuseppe era bravo ma era comunque un attore sufficiente, Vittoria invece è molto più brava perché oggi le chiedono di interpretare ruoli femminili e questo comporta molta meno fatica di quella che facevo prima». Sei nel cast della prossima stagione de “Il bello delle donne”, in quale ruolo ti vedremo? «Il mio personaggio è una femme fatale, una prima donna che nonostante la sua bellezza smuove gli animi e fa riflettere. Una di quelle donne da scoprire oltre l’aspetto fisico». Cosa provi quando ti rivedi sullo schermo? «Oggi mi piaccio molto, prima ero imbarazzata. Adesso vedo nello schermo la donna che ho sempre voluto essere, quindi mi sento forte e orgogliosa di me. Sto vivendo la vita che volevo e questo ti fa avere gli occhi luminosi anche quando sei triste». C’è un ruolo che vorresti fare, ma non ti hanno ancora proposto? «Tutti quelli che non ho ancora fatto. Oggi è facile propormi di fare la bella di turno di cui si innamora il protagonista, per poi scoprire che…i ruoli che vorrei interpretare sono la mamma, la moglie, una santa e una suora…Perché no! Sono un’attrice, il problema è che spesso ai provini mi dicono: “mi dispiace, non sei credibile”». È inevitabile quando si parla con te ripercorre la tua storia, scivolare un po’ sulle stesse domande. Sii sincera ti dà fastidio? Per esempio, cosa chiederesti a Vittoria se fossi al mio posto e cosa invece non le chiederesti mai? «Un po’ lo ammetto sono stanca, tant’è che non le chiederei di ripercorre ancora lo stesso percorso perché se n’è già parlato. Per carità, io non rinnego nulla ed è sempre utile discuterne perché ci sono persone che vivono condizioni difficili e io, come personaggio pubblico, ho una grossa responsabilità nei confronti di chi mi ascolta e mi segue. Portare esempi sani, positivi, mette comunque la gente nella condizione di dover riflettere e capire che esistono altre verità e altri esempi di normalità nella vita. Le persone che mi scrivono e chiedono consigli sono tante e io sono più che felice di essere un modello di speranza e coraggio per loro. Però sono anche tanto altro, prima di tutto sono una persona che

«Più che il giudizio comune mi ha ferito spesso l’accusa del mondo transessuale. Non sono migliore, né prendo le distanze, semplicemente non mi sono mai sentita una transessuale. Non è un bisturi a farti donna, sono nata donna, imprigionata nel corpo di un uomo. Donna di testa, di animo, ci nasci…non ho mai pensato a me come uomo, perché volete rinchiudermi in un’etichetta?»

sogna e ha ancora tanti traguardi da tagliare. Spesso mi nascondo dietro la maschera di Wonder Woman, forse per protezione, la verità è che su questo tacco dodici c’è una donna molto fragile che ha vissuto un’adolescenza non facile, con tutte le insicurezze oggi di una donna della mia età, accentuate dal mio percorso. Ed è questo quello che vorrei scoprire o proporre di Vittoria». È quello che farai nel tuo libro? Sappiamo che stai raccogliendo in una autobiografia la storia della tua vita. Sarà un racconto senza censure? A che punto sei? «Beh, sì. Il libro in questo momento è finito ed è in fase di revisione, sto aggiungendo delle cose che effettivamente avevo omesso. Adesso, invece, per la prima volta ho deciso di raccontare tutto di me». Lo abbiamo detto in partenza: sei stata la prima Playmate al mondo nata uomo, che effetto ti ha fatto posare nuda per il magazine maschile per eccellenza? «Davvero tanta roba! (scoppia in una fragorosa risata ndr). Sapere che Playboy ha raddoppiato le vendite con quel numero, che nel tuo paese di origine le copie sono sparite dalle edicole in pochi minuti, raggiungere i magazine e le Tv nazionali, è stata un’esperienza che mi ha riempita di orgoglio. Forse il più grande riscatto pubblico e, al tempo stesso, un appagamento narcisistico molto forte. Da un punto di vista simbolico è stato come urlare al mondo: “Eccomi, sono qua, nuda e perfettamente a mio agio con il mio corpo!”. Davvero una gran goduria e, ti dirò, ancora me la godo quella copertina. In fondo ho raggiunto un record: sono stata la prima, e quando sei la prima è qualcosa che nessuno potrà più toglierti».

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Qual è il pregiudizio più grande con il quale ti sei scontrata e quante volte ti sei dovuta difendere? «La cattiveria e il pregiudizio purtroppo esistono e possono colpire chiunque in maniera trasversale. Tutto sommato sono stata fortunata, quando la gente si accorge che dietro questo aspetto c’è una ragazza con una sua dignità, una cultura e una famiglia alle spalle, il più delle volte le barriere cadono. Piuttosto, mi sono rammaricata spesso per l’atteggiamento di alcune transessuali nei miei confronti. Sono stata additata come quella che prende le distanze da questo mondo perché pensa di essere differente. La verità è che per me le etichette non esistono, non incasello mai nessuno: etero, trans, gay, sono solo categorie costruite. Esiste il mondo, dove l’unica differenza è quella che c’è tra le persone “belle” e le persone “brutte”. Non ho mai negato il mio percorso di transizione, ma questo non vuol dire sentirsi necessariamente una transessuale. Ho affrontato un cammino non facile perché sentivo di appartenere al genere femminile fin da bambina, altrimenti sarei rimasta dov’ero. Perché, quindi, dovrei collocarmi all’interno di una categoria? Non ho mai nemmeno pensato di essere nata uomo, ma una donna nel corpo sbagliato. Detto questo, si tratta solo della mia storia e della mia sensibilità, il che non vuol dire essere migliore o peggiore». Cos’è per te la libertà? «Potersi esprimere e agire senza filtri, nel rispetto di se stessi e degli altri. Senza paura, senza il confronto o il bisogno di dover piacere necessariamente a qualcuno». Hai posato, sfilato per importanti brand di moda, sei opinionista sul piccolo schermo, attrice per la Tv, per il cinema e hai incassato consensi alla Mostra del Cinema di Venezia…In più sei un’icona. Dove vuoi arrivare? «Il mio sogno professionale si chiama Sanremo, quando finalmente vedremo scendere da quella scalinata una donna che ha fatto il mio percorso, allora finalmente potremo dire che questo Paese è veramente cambiato ed è pronto per una rivoluzione culturale. L’altro è un sogno piuttosto improbabile: ottenere il ruolo di una santa». E come donna? Cosa sogni ancora? «Il matrimonio chiaramente e, perché no, una figlia femmina». Come la educheresti? «Accompagnandola per mano nella sua vita. Un figlio non è un progetto, in primo piano vanno messi

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i suoi sogni e non il disegno che il genitore ha in testa per quel bambino, come se fosse una Playmobil da costruire». Nel mondo di Vittoria al primo posto ci sono: «Gli amici, i sogni nel cassetto e l’amore che adesso non c’è ma che è sempre presente nei miei piani. Indubbiamente, cambierei tutta la mia vita per un grande amore».

L’OBIETTIVO «Scendere la grande scala del Fèstival di Sanremo. Quando su palco dell’Ariston salirà una donna con il mio percorso alle spalle, allora finalmente potremo dire che questo Paese è cambiato ed è pronto per una rivoluzione culturale»

C’è un rimpianto nella tua vita? «Non aver ballato con mio padre. Ricordo le sue prime parole la prima volta che mi ha vista: “Quanto sei bella”. Lui era già malato, e quella frase risuona continuamente nella mia testa. Durante tutte le ricorrenze di famiglia, c’era questo ballo a casa mia che io sognavo, quando ero piccola, di fare con lui. Invece, mia sorella ballava con mio padre, Giuseppe ballava con la mamma. Vittoria avrebbe tanto voluto ballare con suo padre e questa è una cosa che mi manca e mi mancherà sempre». A chi sei grata? «A Dio per avermi dato il coraggio di vivere quello che io ritengo sia stato, comunque, un suo progetto. E poi agli amici che oggi hanno “sostituito” la mia famiglia». Cosa ti spaventa di più? «L’ignoranza, l’origine di tutti i mali! E le notizie dei ragazzini che si uccidono perché portano i pantaloni rosa o perché sono vittime di bullismo. Questa, è una cosa che mi ferisce molto».


IL

RIMPIANTO

«Non ho mai potuto ballare con mio padre, spero almeno di poterlo fare con l’uomo che mi accompagnerà per tutta la vita»

VICTORIA’s WORLD «Gli amici, i sogni, l’amore che travolge» Ssm | 29


# LAVORO

GIORNALISMO... QUALE FUTURO? Negli ultimi dieci anni i tre più importanti gruppi editoriali italiani, RCS, Espresso e il Gruppo 24 Ore hanno tagliato il 25% dei dipendenti. Gli anni più neri del giornalismo italiano hanno bruciato 48.000 posti di lavoro e molti sogni di gloria. Nonostante questo, tantissimi ragazzi scelgono di imbarcarsi in un’avventura piena di incognite, mentre chi ha iniziato la carriera in piena crisi del settore ancora si barcamena tra collaborazioni mal pagate, partite Iva e sogni infranti. Ne abbiamo parlato con Claudio Silvestri, giornalista del “Roma” e Segretario del Sindacato Unitario Giornalisti della Campania. «La professione come l’abbiamo conosciuta non ha futuro», dice Silvestri «lo dicono i numeri. I giornali di carta, che ancora reggono il sistema, sono in caduta libera. Le vendite sono una parabola discendente dove scivoliamo precipitosamente senza appigli. Dobbiamo trovare soluzioni alternative». di Marcella Mastrobuono

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L’alternativa non è il web? «Il web non può essere l’alternativa perché i giornali online non producono gli stessi utili, da soli non possono reggere tutto il sistema. Per esempio, il Corriere della Sera ha centinaia di giornalisti assunti, mentre il giornale online più cliccato d’Italia, tra giornalisti e amministrativi, ha una decina di assunti». Chi sogna di fare il giornalista ha in mente Montanelli, la Fallaci, i grandi reportage. Abbiamo una visione anacronistica della professione? «Il nostro lavoro è ancora quello di Fallaci e Montanelli. È ancora raccontare la realtà e le nuove tecnologie non hanno cambiato la sostanza, né il fascino di questo mestiere. Al contrario, il giornalismo non è quello che molti fanno oggi: stare al computer a cercare notizie in rete anziché nel mondo reale. Il nostro lavoro è ascoltare quello che dice la gente, raccontare quello che vediamo, essere cani da guardia dei governanti e smascherare quello che succede nei palazzi».


Le scuole di giornalismo offrono una strada privilegiata, ma costano anche 15.000 euro l’anno. Come fa chi non viene daIla famiglia giusta a restare al passo? Il giornalismo è un mestiere per ricchi? «Il giornalismo in Italia è sempre stato un mestiere per ricchi. Anche in passato si iniziava la carriera con un lungo precariato che rendeva difficile l’autosostentamento. Chi non aveva i soldi doveva fare due lavori, ma essendo un mestiere così impegnativo era complicato. E ovviamente resistevano di più quelli che avevano famiglie che li sostenevano. Io sono d’accordo all’esistenza delle scuole di giornalismo, perché un giornalista deve avere una preparazione di alto livello. Il problema è che in questo contesto le scuole di giornalismo producono generazioni di disoccupati. Non c’è un mercato pronto ad accoglierli». Non hanno maggiori possibilità di lavoro? «Direi di no. Per il giornalismo noi usiamo il termine improprio di mestiere e lo facciamo perché si impara come in una bottega.

È fatto di trucchi, di conoscenze pratiche che chi esce da una scuola di giornalismo neanche immagina». Però frequentando una scuola è più semplice accedere al professionismo? «Sì, quello si. Perché l’altra strada sarebbe la pratica in una redazione, ma oggi ormai le redazioni sono chiuse». Di chi è la colpa? Dei giornalisti? Della crisi? Degli editori? «La crisi è di sistema, ha colpito tutti i settori e quindi anche quello dell’informazione. Un fattore destabilizzante è stata sicuramente la rivoluzione digitale e l’arrivo dei social network. Ma le responsabilità più grandi sono delle imprese dell’editoria, perché non hanno saputo trovare soluzioni e idee per superare la crisi. La loro unica strategia è stata tagliare il costo del lavoro attraverso gli ammortizzatori sociali come i contratti di solidarietà, la cassa integrazione, i prepensionamenti. Hanno approfittato degli aiuti statali ma non hanno capito che il problema era molto più grande, che eravamo di fronte ad una rivoluzione epocale. La crisi ha devastato il nostro settore e gli aiuti statali non serviranno a rimetterlo in piedi». In altri paesi europei e negli Stati Uniti la rivoluzione digitale è stata affrontata in modo diverso ed è stata anche un’opportunità. «In Italia purtroppo abbiamo un’imprenditoria stracciona e cialtrona che non si fonda sull’iniziativa personale ma sull’aiuto di Stato. Gli editori non si sono posti il problema, hanno solo pensato che i giornali si vendevano meno e quindi bisognava tagliare i costi, ma non si sono mai chiesti perché i giornali non si vendono più. Eppure il motivo lo conoscevamo tutti. L’informazione si stava trasferendo su altri canali e pochissimi imprenditori hanno cercato di adeguarsi. Poi, certo, parte della colpa è anche dei giornalisti che non hanno stimolato il cambiamento, ma gli editori hanno guardato solo al profitto». Di fronte alla sfida del web, il giornalismo tradizionale fatto di lunghe inchieste sembra economicamente insostenibile. «Sì, ma è ancora questo il giornalismo vincente. Dove c’è la qualità c’è anche la possibilità di vendere meglio le notizie. Il problema, è che nelle redazioni ci sono sempre meno giornalisti e quelli che restano sono pagati sempre meno. È ovvio che così si fa un lavoro di qualità sempre minore. È un cane che si morde la coda: giornali impoveriti che realizzano un prodotto di scarsa qualità e si vendono sempre meno. Ma la qualità paga e i giornali che investono nella qualità dei servizi vengono premiati dal mercato. L’esempio più eclatante è quello del “Fatto Quotidiano”: meno voluminoso di altri ma si concentra sulle inchieste». Quindi cosa deve fare chi vuole fare il giornalista oggi? «Avere veramente molto coraggio».

Leggi di più! L’intervista completa sul

nostro sito www.secretstylemagazine.it

Claudio Silvestri giornalista del “Roma” e Segretario del Sindacato Unitario Giornalisti della Campania. Ssm | 31


# TENDENZE

Il teatro che ci piace

Uno, nessuno e centomila ENRICO LO VERSO RITORNA A TEATRO

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Dopo quasi dieci anni di assenza per la messa in scena di uno dei testi più classici della letteratura italiana contemporanea, Enrico Lo Verso sceglie di interpretare Vitangelo Moscarda, l’eroico protagonista di Uno, nessuno e centomila. Il testo, tratto dall’opera di Pirandello, è stato messo in scena in occasione del centesimo anniversario della pubblicazione del romanzo. L’opera racconta il dramma della “maschera” come stratagemma dell’esistenza. Un testo topico sulle identità o, per meglio dire, sulle molteplici identità, che mettono a nudo la complessità dell’individuo moderno. di Candida Angelino

A teatro Enrico Lo Verso, 52 anni, interpreta Vitangelo Moscarda protagonista dell’attesa opera Uno, nessuno e centomila.

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È uno e centomila assieme.

Per certi versi, un po’ la metafora della sua carriera cinematografica, che da trent’anni a questa parte lo ha portato a ricoprire innumerevoli ruoli al cinema e in televisione, consacrandolo come uno degli attori italiani più conosciuti e apprezzati all’estero. Enrico Lo Verso, di origini siciliane e indiscusso sex appeal, è un interprete dotato di grande versatilità, noto al pubblico per la sua intensa attività: agli esordi ha recitato al fianco di Bruce Willis, negli anni ’90 è stato il pupillo del regista Gianni Amelio che lo ha scelto come protagonista per tre film, è stato diretto da Ridley Scott per la famosa pellicola “Hannibal” e da Giuseppe Tornatore per “Baarìa”, dagli anni 2000 volto apprezzato anche in molte fiction, serie e film per la TV. Dopo un lungo periodo di assenza, è tornato a calcare i palchi teatrali proprio con il noto romanzo di Pirandello, Uno nessuno e centomila, in un riadattamento ad opera della regista Alessandra Pizzi, che lo vede attore unico e protagonista in un monologo che travalica la temporalità e fa della ricerca del sé il suo fine ultimo… Partito da Lecce il 29 luglio scorso, lo spettacolo continua ad ottenere un grande successo, facendo tappa in tutta Italia… «La partecipazione è andata oltre ogni aspettativa, e tutte le date finora hanno registrato il tutto esaurito. Credo che la tournée si arricchirà di nuove tappe che ci porteranno a replicare tutto l’inverno e oltre, anche perché le richieste che ci arrivano sono molte. Ad ottobre arriviamo a Roma, a novembre invece faremo tappa in Sicilia e Lombardia». Cosa l’ha colpita di questo riadattamento di un classico della letteratura contemporanea? «La regista ha saputo rendere il romanzo in forma di monologo teatrale, e questa di per sé è già una grande particolarità, che paradossalmente rende giustizia al testo perché permette ad un solo attore di interpretare tutti i personaggi di Uno nessuno e centomila, quasi come ad asserire che rappresentiamo tante maschere tutte assieme». Qual è stata la maggiore difficoltà a gestire il ruolo del protagonista, Vitangelo Moscarda, e contemporaneamente tutti gli altri personaggi che gli gravitano attorno? «Un attore è già chiamato a gestire tanti ruoli nella sua carriera. In quest’opera troviamo un protagonista che subito riesce ad avvertire la molteplicità del sé, ed è questa la prima cosa che colpisce del testo. Poi gli altri personaggi che vanno ad intera-

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gire col protagonista, sempre interpretati da me, vanno a creare un ulteriore sdoppiamento. Non è stato facile, ma la trama di per sé è costruita in questa direzione. Inoltre, nel momento in cui il protagonista utilizza un pretesto per riflettere sull’essere uno e centomila assieme (un’anomalia del suo naso, mai notata prima), ritroviamo una straordinaria connessione con quella che è la società dell’immagine odierna. Sembra si parli dei social, dei selfie, della smania di oggi del farci vedere dagli altri come vogliamo apparire. Il tutto alleggerito da una lettura a più livelli: il discorso filosofico si innesta nel racconto dei vari aneddoti di vita personale del protagonista». Questo ritorno al teatro, con un testo ambientato nella sua Sicilia, ricorrendo anche alla cadenza siciliana, lo vede un po’ anche come un ritorno alle origini? «Devo confessare che già in passato, per interpretare altri ruoli, ho dovuto utilizzare la cosiddetta parlata siciliana, che spesso sentiamo nei film, e che a me ha sempre dato fastidio, lo ammetto. Invece stavolta, quando ho letto il copione mi è venuto automatico, sarà stata la stessa composizione del testo, l’uso delle parole, che mi hanno trascinato verso un incedere più dialettale. Mi ci sono buttato, giocando con le parole, le frasi, ed è venuto fuori tutto questo». In questo momento storico, in cui molti gridano alla crisi del teatro, secondo lei cosa manca veramente a questa forma d’arte? «Il coraggio! Un teatro che ripete sempre se stesso non può trovare pubblico. Anche per portare Pirandello a teatro ci vuole un bel coraggio. Però nel nostro caso abbiamo adottato una chiave di racconto diversa, mai fatta prima, e finora abbiamo avuto un pubblico eterogeneo e soprattutto molto attento. Ci vuole coraggio anche nell’uscire dalla logica degli abbonamenti, degli spettacoli fatti “sulla carta” e non sul palcoscenico. Anche nella scelta dei luoghi dove fare teatro ci vuole coraggio,

«In quest’opera ritroviamo una straordinaria connessione con quella che è la società dell’immagine odierna. Sembra si parli dei social, dei selfie, della smania di oggi del farci vedere dagli altri come vogliamo apparire»


© Amedeo Gioia

© Amedeo Gioia

Un teatro che ripete sempre se stesso non può trovare pubblico. Ci vuole il coraggio di uscire fuori da regole ormai obsolete»

nella vendita, nella distribuzione, uscire fuori da regole ormai obsolete». Come mai si è assentato per dieci lunghi anni dal teatro? E per quale motivo ci è tornato? «A teatro mi divertono tantissimo le prove, al cinema devi invece essere creativo tutti i giorni, perché tutti i giorni hai cose diverse da fare. E forse è questo il motivo per cui mi sono assentato molti anni, perché non amo precipitare nella routine. Questo spettacolo invece mi incuriosiva per tanti motivi, avevo la possibilità di provare cose mai fatte prima. La prima è proprio il monologo: quando mi capitava in passato facevo di tutto per farlo tagliare e ridurre il più possibile, perché mi sembrava un momento di sospensione teatrale. Questa messa in scena paradossalmente è basata tutta sul monologo, ma è una sfida nuova e avvincente: tenere il palco per più di un’ora, mantenendo alta l’attenzione degli spettatori. Certo non sono solo, c’è un testo importante e una regia sapiente, ma in prima linea ci sono io. Questo mi attirava e intimoriva al tempo stesso. Poi il fatto che il testo fosse originale, mai recitato prima, ti permette un reale confronto col pubblico. C’è qualcosa di magico, per cui ogni volta che salgo sul palco, questo spettacolo diventa una cosa diversa da quello della sera precedente. Continuamente mutevole». Rispetto alla sua generazione, com’è cambiato l’approccio alla recitazione? Accetterebbe mai di fare il giudice per i tanti talent che si vedono in tv? «Mai visto un talent in vita mia… il giudice? Dipende da quanto mi pagano! Sono convinto che la recitazione sia il risultato di un percorso molto personale, che prevede tante tessere di un mosaico di cui ognuno deve poter disporre in modo proprio. Ci sono molti ragazzi che vanno a frequentare ‘questa o quella’ scuola, di ‘questo o quell’attore’ ormai noto. Io non credo che questo possa essere di per sé garanzia di imparare qualcosa. Non può esserlo perché bisognerebbe trovare non una persona

che ti insegni il suo modo, ma che piuttosto ti faccia capire il tuo». Di cosa è più orgoglioso nella sua carriera? «Sono orgoglioso di aver fatto tutto da solo, di non dover ringraziare nessun personaggio influente, e so che siamo pochissimi a poter affermare questo al giorno d’oggi. Dall’altra parte ci sono tanti errori che non rifarei più, ma sono cosciente che anche quelli servano se li puoi mettere in fila ed esaminarli per allargare quello che comunemente definiamo esperienza». Sa di essere non solo un bravo attore, ma anche un sex symbol? Convive bene con questa definizione? «Ad un certo punto della mia carriera ho notato che venivo pubblicizzato come tale, per ragioni di marketing forse… e forse qualcuno ci ha anche creduto. Io personalmente mai, e se pensiamo che anche Sophia Loren si credeva brutta, forse ho anche ragione».

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Rachele Risaliti è la nuova Miss Italia 2016. Ma tra poco più di un anno, un nuovo esercito di reginette sarà pronto a rubarle la scena. Spenti i riflettori dello storico concorso abbiamo così intercettato 3 “vecchie” Miss, per farci spiegare che cosa significa essere la più bella d’Italia per dodici mesi, gestire improvvisi successi e popolarità, fare i conti con nuove elette. E abbiamo scoperto che non sempre è facile e che non è tutt’oro quello che luccica! a cura di Axel Andrea Nobile e Daniela Iavolato Ssm | 37


Nadia Bengala

«IL CONCORSO HA FRENATO I MIEI SOGNI» Cosa ti ha spinto a partecipare a Miss Italia? «La mia esperienza forse è stata un po’ diversa, la prima volta avrei dovuto partecipare al concorso nell’86. Uscivo col titolo di “Miss Gambe”, da una trasmissione di Amanda Lear che si chiamava Viva le donne, che dava accesso diretto a Miss Italia. Avrei dovuto gareggiare con la fascia “Miss in gambissima Omsa”, invece, per questioni di cuore o forse perché non ero poi così tanto convinta, non mi presentai a San Benedetto del Tronto. Dopo due anni, si presentò però una nuova occasione: mentre ero in discoteca ad Alghero, mi chiesero di partecipare ad una sfilata all’interno del locale. Convinta dal gruppo dei miei cugini, partecipai e vinsi - prima il titolo “Miss Alghero”, ignara che si trattasse di uno step che portava a Miss Italia -, poi nei successivi due giorni, durante una seconda tappa in un altro locale la fascia “Miss eleganza per la Sardegna”. Insomma, nonostante le mie titubanze, una serie di circostanze fortuite e fortunate mi hanno condotta al grande concorso come rappresentate per la Sardegna. Non è un percorso che ho quindi programmato, mi ci sono ritrovata così, per caso, ma stranamente vincevo e andavo avanti, tutto sommato, senza grosse convinzioni». Perché, cosa avresti voluto fare? «Due cose in assoluto: cinema e scrittura! Scrivere è una grande passione che mi aiuta a tirare fuori il mio mondo interiore, ma a soli sei anni già desideravo fare l’attrice. Un sogno che sono riuscita a realizzare solo in parte, perché non faccio film come avrei potuto e voluto». Il concorso però ti ha regalato una pioggia di popolarità inaspettata, come sei riuscita a rimanere sulla scena e a gestire la tua carriera?

«Mah…ti dirò, se avessi gestito la mia vita in un altro modo, magari oggi avrei incassato molti più successi e fatto ciò che desideravo realmente. Miss Italia, in fondo, ha rappresentato un grosso freno alla mia carriera, soprattutto di attrice. Non ho avuto molte possibilità di affermarmi perché, in quel momento, c’era un contratto vincolante che ostacolava qualunque altra proposta. Mi è successo, per esempio, di dover rinunciare ad un film importante e alla vetrina mondiale di Miss Universo: un’occasione che si è presentata durante un viaggio ad Acapulco. Fui notata da un’imprenditrice della moda che avrebbe puntato molto su di me, ma dovetti tornare a Roma per raggiungere impegni meno importanti. Quando sei giovane ti lanci nelle cose con inesperienza, senza pensare alle conseguenze. Essere Miss Italia significa lavorare in esclusiva per loro, quindi - almeno io -, ho visto passare treni importanti senza poterci salire. E…il ferro va battuto quando è caldo, dopo è difficile che ti cerchino ancora». Ci sono state diverse polemiche sulle Miss curvy quest’anno. Tu cosa ne pensi di questa recente novità del programma? «Per me si tratta di una scelta accettabilissima, una donna è bella al di là delle sue misure. Non ho lo stereotipo della Miss filiforme, la bellezza può esprimersi attraverso doti e caratteristiche diverse». Hai vinto il titolo nell’88 come credi si sia evoluto, nel frattempo, il ruolo della donna nell’ambiente dello spettacolo? «Secondo me la tv rappresenta un buon esempio. Ci sono tante donne in gamba che sono riuscite a fare, più o meno, come gli uomini e, alle volte, addirittura meglio. Gli uomini, forse, sono più addenNADIA BENGALA trati nell’ambito delle strategie del Nata a Siracusa, ha trionfato a potere». Miss Italia nel 1988 incoronata Quali sono oggi i tuoi progetti? da Fabrizio Frizzi. «Sogno sempre di fermare la freReginetta chiacchierata fin nesia della vita quotidiana per dal principio per una lunga querelle con Enzo Mirigliariuscire a scrivere. E poi mi piani, è comparsa sul grande cerebbe riuscire a fare cinema schermo con due film italiani seriamente: il mio sogno nel case ha ottenuto ruoli diversi in setto da sempre. Adesso mi hanno tv. Oggi Nadia è il direttore proposto un lavoro a teatro e sono di Slide Italia e si dedica soprattutto al teatro, inseguendo impegnata con le prove, saremo in sempre il sogno del cinema. scena a gennaio con uno spettacolo molto vivace e frizzante».

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«MISS ITALIA? LA MIA SVOLTA» Cosa ti ha spinto a partecipare a Miss Italia? «La mia partecipazione è stata del tutto casuale. A 16 anni lavoravo già come modella e, nel frattempo, portavo a termine il mio percorso di studi. Intanto, già da diverso tempo gli organizzatori della regione Umbria mi cercavano per prendere parte al concorso. All’epoca ho sempre rifiutato perché, a quell’età, non credevo di avere la capacità di affrontare il lungo percorso che porta alla finale. Dopo la fine della suola superiore, invece, mi sono convinta e, passo dopo passo, mi sono ritrovata a Salsomaggiore Terme. Da lì, tutta la mia vita è cambiata. Pur avendo sempre avuto una forte propensione per il mondo artistico, probabilmente, se non avessi partecipato a quel concorso avrei fatto l’assistente di volo». Cosa è successo dopo il concorso, come sei riuscita a gestire l’improvvisa popolarità? «Miss Italia ti travolge come un fiume in piena: hai tanti impegni da rispettare e, nonostante le mie passate esperienze, la mia vita lavorativa ha subìto un balzo impressionante. Ritmi accelerati e programmi professionali totalmente diversi. Ogni giorno sei in un posto nuovo, sia in Italia che all’estero ma devi essere preparata a rimanere con i piedi per terra. All’epoca io ero molto giovane e, grazie all’equilibrio e alla stabilità che mi ha sempre regalato la mia famiglia, sono riuscita a gestire la valanga di popolarità che forse non tutti a 19 anni sono pronti ad affrontare. Nonostante la corona, ho sempre cercato di dividere il personaggio “Miss”, da Francesca. E rimanere con i pedi ben puntati a terra mi ha aiutato molto». Miss Italia è un grosso trampolino di lancio, ma appena un anno dopo c’è già una nuova generazione di reginette pronte a rubare la scena. Come sei riuscita a gestire la tua carriera nel tempo? «Beh, quando arrivi lì sei perfettamente consapevole che si tratta di una vetrina, che quello è il tuo anno e tutto può finire così come è iniziato. Miss Italia non è un punto di arrivo, ma di partenza. Spenti i riflettori su di te, devi necessa-

Francesca Testasecca

riamente reinventati e fissarti degli obiettivi. Io l’ho fatto frequentando una scuola di recitazione perché, chiaramente, aspiravo a quel tipo di carriera, ma è una lotta quotidiana quella per l’affermazione. Subito dopo ho, comunque, avuto la fortuna di un’altra grande vetrina: la partecipazione alla trasmissione 24mila voci condotta da Milly Carlucci, girata proprio all’Auditorium della Rai di Napoli. Una persona, Milly, alla quale devo tanto, una mamma per me». Questo lavoro è attraversato da cali e picchi di popolarità, hai mai avuto paura di finire nel dimenticatoio? «No perché, come dicevo, non sono mai stata completamente travolta dal personaggio. Certo, a chi non fa piacere avere successo e popolarità, però è molto importante saper mantenere sempre il proprio equilibrio e saper dividere la vita dai lustrini. Non ho mai avuto questo timore, ognuno fa il proprio percorso e gli alti e bassi fanno parte del gioco». Che cosa pensi dell’evoluzione delle curvy? «Sono molto felice di questa iniziativa, è la dimostrazione che ci stiamo evolvendo. La mia idea, è quella innanzitutto di una donna sana sotto tutti i punti di vista, pertanto apprezzo molto che anche il concorso abbia aperto gli occhi su questo tema. Insomma, che ben vengano le curvy». Quali sono oggi i tuoi progetti? «Sto valutando diverse opportunità. Mi sento molto a mio agio nella conduzione e sono proiettata verso questa direzione, pur essendo consapevole che ho ancora tanta strada da fare. Spero di rimanere in Rai, l’azienda dove sono nata senza però escludere nulla. Faccio le mie scelte con molta attenzione per non bruciarmi, è molto importante per me avere la possibilità di valutare ciò che mi permettere soprattutto di avere un percorso di crescita».

Francesca Testasecca è stata incoronata Miss Italia nel 2010 partecipando con la fascia di Miss Umbria. Subito dopo ha affiancato Milly Carlucci nel programma di RaiUno sui cori intitolato 24mila voci. E nel 2013 ha partecipato come concorrente alla nona edizione del talent show Ballando con le stelle, in coppia con il ballerino Stefano Oradei, classificandosi al terzo posto. Nel 2015 torna in televisione nel ruolo di giurata della settima puntata di Tacco 12!... Si nasce, in onda su La5. Ssm | 39


Claudia Andreatti

LA MISS DAI CAPELLI CORTI Miss Italia è un grosso trampolino di lancio, ma appena un anno dopo c’è già una nuova generazione di reginette pronte a rubare la scena. Come sei riuscita a gestire la tua carriera nel tempo? «La mia fortuna è stata quella di entrare in casa Raiuno subito dopo aver ceduto lo scettro, con un ruolo istituzionale: quello della “signorina buonasera”, che ha mantenuto vivo il ricordo e mi ha permesso di entrare nelle case di tutti gli italiani. Sono stata inoltre inviata per Uno Mattina Estate, ho partecipato a Ballando con le stelle e ad X Factor, ancora una volta come inviata. Insomma, in undici anni di carriera, piano piano, sono riuscita a rimanere costante e quest’anno è finalmente arrivata la grande soddisfazione di lavorare con quello che io considero un mostro sacro della Tv: Michele Guardì». Questo lavoro è attraversato da cali e picchi di popolarità, hai mai avuto paura di finire nel dimenticatoio? «No, perché non sono a caccia di visibilità a tutti i costi. Non ho mai avuto la smania della popolarità, chi soffre di questo problema credo cerchi altro da questo mestiere. Personalmente non ci tengo ad essere ricordata come la “prezzemolina” usa e getta della Tv, come spesso capita, spero piuttosto di riuscire a fare un cammino lungimirante. Preferisco di gran lunga lasciare una traccia per quello che so fare». Cosa pensi dell’evoluzione delle curvy? «La curvy sicuramente è più somigliante al modello di donna italiana, è anche vero però che Miss Italia deve avere determinati canoni estetici, che sono poi quelli che da sempre fanno sognare il nostro Paese. Quindi curvy va bene, però deve rimanere una rotondità non eccessiva. Ciò che conta alla fine è lanciare il messaggio di una ragazza in salute, senza eccessi estremi». Quali sono oggi i tuoi progetti? «Adesso sto lavorando a Mezzogiorno in famiglia su Raidue tutti i weekend, ho raccolto il testimone di Manila Nazzaro come inviata per CLAUDIA ANDREATTI le gare tra i comuni d’Italia. è arrivata a Miss Italia con Un’esperienza straordinaria dal la fascia “Miss Trentino Alto punto di vista lavorativo, ma anche Adige”, vincendo nel 2006. È umano perché nelle piazze trovi la stata l’ultima “signorina buonasera” di Raiuno e ha rivestigente vera che ti inonda di affetto to diversi ruoli da inviata: da sincero. Quest’anno Manila, un’alUnomattina Estate a X Factor. tra ex Miss Italia, è stata promossa Ha partecipato a Ballando in studio con Massimiliano Ossini e con le stelle in coppia con io mi auguro che questa avventura Samuel Peron, attualmente è l’inviata di Mezzogiorno in porti a me la stessa fortuna che ha famiglia in onda su Raidue. portato a lei».

© Maurizio D’Avanzo

Cosa ti ha spinto a partecipare a Miss Italia? «La curiosità dell’ignoto. È arrivato tutto per caso, ero in una profumeria alla ricerca di un regalo di compleanno per un’amica, quando la proprietaria mi si avvicina e mi chiede se avessi voluto partecipare alle selezioni regionali. In un primo momento declinai l’invito, studiavo negli Stati Uniti e dovevo rientrare in America, ma lasciai comunque il mio numero di telefono. L’anno successivo fui ricontattata e nuovamente invitata a partecipare alle selezioni nel mio paese natale, Pergine. Così ho pesato: “Se si sono ricordati di me, devo proprio farlo!”. Mi sono lanciata senza troppe aspettative e con tanta timidezza: l’idea di sfilare in costume mi inibiva parecchio. Ad ogni modo, nonostante i capelli corti - una novità per il concorso -, e qualche chiletto in più dopo un anno di junk food americano, vinsi la prima tappa e, passo dopo passo, sono arrivata più decisa e sicura alla finale nazionale con indosso la fascia di “Miss Trentino Alto Adige”. Nulla di tutto ciò era nei miei piani, sapevo che qualunque cosa fosse accaduta sarei ritornata a studiare pubbliche relazioni». Cosa è successo dopo il concorso, come sei riuscita a gestire l’improvvisa popolarità? «Quando vinci il concorso fortunatamente non sei mai sola. Sei coccolata dall’intero entourage che lavora con Patrizia Mirigliani e questo ti permette di vivere tutto con grande serenità e sicurezza. Non solo non sono mai stata mandata in giro allo sbaraglio ma, soprattutto, sapevo di poter contare su di loro per qualunque necessità. In più, ho sempre avuto dalla mia parte una famiglia che ha appoggiato tutte le mie scelte e, alle spalle, un percorso di vita diverso da tante mie coetanee. Tutto questo, ha fatto sì che in quell’anno non mi perdessi. Se ti fai prendere dai lustrini è finita, ho saputo mantenere i piedi per terra».

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NUOVI

o i l g o V sempre di

Mario Ermito

Ù I P

e: ambizion relle della e d n a r g asse nche nto, ma a no portato dalle p rande Fratello. le a t e a z han r il G Bellez lità che lo rmo, passando pe ugliesi, a soli 25 a u q i d is e tr ip targate iccolo sch i e origin moda al p ito, occhi azzurr e fiction televisive ossima r s m Mario Er o in famo ’orizzonte per la p t a it c e r ià ll anni, ha g on tante novità a c , t e s Media . invernale stagione di Candida

Ha un passato che non lasciava presagire una carriera da attore: da adolescente la vita di Mario era legata al calcio, poi a 19 anni è arrivato il titolo di “Modello d’Italia” e il lavoro da indossatore…ma la passione per la recitazione, maturata sin da bambino, ha fatto di nuovo capolino nella sua vita…E il bell’attore confessa: «Ho iniziato a studiare tantissimo per non perdere l’occasione della mia vita. E l’unico modo per emergere è non smettere mai di farlo». Come sei approdato al mondo della recitazione e della fiction televisiva? «Dopo una carriera calcistica stroncata da una frattura alla caviglia e cinque anni di sfilate di moda, sono arrivato a Milano

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Angelino

e tramite un talent scout ho fatto il provino per il “Grande Fratello”. Avevo vent’anni, e sebbene la mia esperienza nella casa sia stata breve, mi sono addentrato nel mondo dello spettacolo. Da lì, ho cominciato ad assecondare la mia vocazione per la recitazione studiando - cosa che continuo a fare -, e facendo i primi provini. Ricordo ancora che quando ero bambino guardavo gli spaghetti western e sognavo di diventare un giorno il nuovo Terence Hill o Clint Eastwood». Da modello, con grandi doti fisiche e di grande bellezza, avrai sicuramente un rapporto speciale col tuo corpo. Cos’altro occorre per emergere nella giungla del mondo del cinema televisivo? «Non voglio essere ipocrita, l’aspetto conta molto, ma devi arricchirlo con l’esperienza che acquisisci formandoti e studiando. Quello dell’attore è un vero e proprio mestiere che va im


© Paolo Fiusco

DIVI

L’attore Mario Ermito 25 anni, è la nuova promessa della Tv Ssm | 43


© Alvaro Beamud

© Pierluigi Barbaro

Hai avuto anche l’opportunità di presentare la puntata pilota di un nuovo format televisivo. Nel ruolo del conduttore ti senti a tuo agio? «È un lavoro opposto a quello dell’attore, con tempi diversi e difficili. Per me è stata la prima esperienza e ringrazio Nando Moscariello, che è l’autore di questo format prodotto da Vivi la vita in collaborazione con l’Action Academy, fondata proprio da lui e Maria Grazia Cucinotta. All’inizio ho avuto molte titubanze, ma se si presentasse l’occasione di condurre programmi televisivi non ci penserei due volte…adoro ogni forma d’arte e di spettacolo, non ci rinuncerei mai». C’è un attore a cui ti ispiri, un modello di riferimento? «Sicuramente adesso guardo ogni film e ogni attore in maniera diversa e critica, ne studio le movenze, cerco di capire i loro punti di forza. Non ho modelli a cui mi ispiro effettivamente, ma di sicuro l’attore che ho sempre seguito è Brad Pitt. Innanzitutto ha saputo scindere la bellezza dalla bravura, e questa è una cosa importante. Poi è anche una persona ammirevole dal punto di vista umano, sempre impegnato nel sociale. Certo, il vecchio Marlon Brandon ha sempre avuto un certo fascino su di me, così come alcuni attori giovani, ne cito uno, Ryan Gosling». Pensando al futuro, adesso che hai solo 25 anni e tutta la vita davanti, qual è il sogno che ti auguri di realizzare, la massima gratificazione professionale? «Ribadisco che sono una persona molto ambiziosa: punto al massimo! Per questo vorrei lavorare al cinema e, magari, vincere un David di Donatello. Ovviamente vorrei crescere anche in ambito internazionale, magari sbarcare ad Hollywood e, perché no, ottenere anche una nomination all’Oscar. Sognare non costa nulla». Tanti impegni di lavoro, e il tempo per l’amore ce l’hai o sei concentrato solo sulla carriera? «Ho la fortuna di avere al mio fianco una persona speciale, Francesca Testasecca, della quale sono innamorato. Affronto tutto con la carica giusta, il nostro rapporto è molto equilibrato. Non devo scegliere a cosa dare priorità, compenso il lavoro che adoro con la donna che amo. D’altronde, prima di Mario “attore”, che va sul set e fa la sua professione, c’è Mario “persona”, che sogna una famiglia, una vita tranquilla e piena d’amore».

parato, bisogna capirne le dinamiche, riuscire a trasferire emozioni, e non è facile. Ma non amo gli attori “impostati”, e credo che determinate cose non si possano insegnare, ogni attore deve avere una sua naturalezza, altrimenti finiremo con l’essere tutti uguali». Ti abbiamo visto lavorare già al fianco di attori di grande esperienza, in fiction molto seguite su reti ammiraglie, come “Il peccato e la vergogna” e “Non è stato mio figlio”. Ti aspettavi questi traguardi così presto? Ti senti in qualche modo “arrivato”? «No, credo che non ci si senta mai arrivati, ed è giusto ambìre a fare sempre meglio. Ho avuto la fortuna e l’opportunità di lavorare con attori del calibro di Gabriel Garko, Stefania Sandrelli, Alessandra Martinez, Anna Galiena e Vanessa Gravina, tutti attori bravissimi e famosissimi. Non voglio smettere di imparare, d’altronde è un lavoro bellissimo al quale dedico ogni singolo giorno della mia vita, perfezionandomi sempre di più». Ti rivedremo a breve sul piccolo schermo con tante novità professionali… ce le illustri? «Questo inverno assisterete al ritorno de L’onore e il rispetto - parte 5, e subito dopo andrà in onda anche Il bello delle donne…alcuni anni dopo. In questa fiction posso anticiparvi che sarò protagonista della settima puntata, con un ruolo diverso da quelli che ho interpretato fin ora. Ne L’onore e il rispetto, invece, vestirò i panni di un giovane poliziotto degli anni ‘60 con tanti ideali e principi morali, che farà di tutto per non arrendersi alla mafia».

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Parole&

dintorni

© Luciano Correale

Inizia l’autunno. È tempo di tornare a lavoro e, per i più giovani, di tornare a scuola. Un tempo che si riesce ad apprezzare, ohimè, solo quando si è ormai lontani dai banchi. Dal piccolo incubo quoLa rubrica di parole e libri tidiano delle verifiche, dei compiti da svolgere e della matemati(parole nei libri) ca, che resterà sempre un mistero. Ecco perché la parola che ho scelto per la mia rubrica, questa volta, è scuola. E voglio affrontare questa parola in maniera un di Claudio Finelli po’ desueta, cioè recuperando il significato che questa parola assumeva nell’immortale Lettera ad una professoressa del 1967, un testo cult del Sessantotto, troppo spesso dimenticato ma importantissimo, elaborato dalla Scuola di Barbiana, paradossalmente redatto da un uomo di chiesa (Don Milani) considerato ancora «Non conosco nulla al mondo oggi un vero precursore di temi e atteggiamenti contestatari. che abbia tanto potere quanto Don Milani fu uno dei primi grandi teorici dell’educazione a criticare apertamente l’inefficacia di una scuola che crede di poter la parola. A volte ne scrivo una, insegnare senza realmente comunicare, che emette giudizi senza e la guardo, fino a quando capire la storia, le esigenze concrete e il contesto socioculturale non comincia a splendere». dei discenti. Egli, insieme agli otto ragazzi della Scuola di Barbiana, per la Così scriveva Emily Dickinson per esprimere il prima volta denunciava nella Lettera l’inattualità dei programmi proprio personale rapporto con la parola e con scolastici, l’impreparazione umana, psicologica e relazionale dei la capacità evocativa che ne può derivare. Ecco perché ho scelto di chiamare questa rubrica docenti, l’inutilità delle valutazioni e degli strumenti di misuraParole&dintorni, perché le parole strutturano e zione utilizzati per congegnarle e, soprattutto, la natura classista e costruiscono il nostro habitat sociale e affettivo. sostanzialmente razzista della scuola dell’obbligo italiana. Arredano le nostre vite, rendendole più agevoli e Una scuola autoreferenziale e ottusa, in cui chi insegna non ha più più sicure. Più giuste e più belle. Migliori. voglia d’imparare e non è disposto all’ascolto e alla condivisione. E il territorio preferito dalle parole è quello dei A quasi cinquant’anni dalla morte dell’autore e dalla pubblicaziolibri. Delle pagine in cui prendono vita, segnando ne della famigerata lettera, Eraldo Affinati ripropone la statura percorsi, attraversando esistenze, moltiplicandosi civile ed umana di Lorenzo Milani in un romanzo-indagine che è nel mondo. Dunque la mia rubrica sarà una rustato finalista alla LXX edizione del Premio Strega: L’uomo del brica di parole e di libri. Per l’esattezza: di parole futuro (Mondadori). Eraldo Affinati, rivolgendosi direttamente rubate ai libri. allo scomodo sacerdote e insegnante fiorentino, prova a cogliere E di libri resi belli dalle parole. il senso più intimo e attuale della sua eredità spirituale. D’altronde, da docente a docente (dacché lo stesso Affinati insegna) è come se l’autore instaurasse un dialogo a distanza con il maestro di Barbania, funzionale a chiarire quali dovrebbero essere i veri obiettivi e gli atteggiamenti più utili nella costruzione di un percorso di formazione valido e aderente alla realtà. Infine, non possiamo affrontare il complesso mondo della scuola e dei suoi attori - insegnanti, studenti e genitori - senza menzionare un piccolo capolavoro della letteratura civile degli ultimi vent’anni, cioè Registro di classe di Sandro Onofri, scrittore prematuramente scomparso nel 1999. Registro di classe, pubblicato da Einaudi nel 2000, è la narrazione di un anno Claudio Finelli d’insegnamento dello stesso Sandro Onofri in due classi di una scuola di (Napoli, 1973) docente, critico letterario e teaRoma. Ciò che colpisce di questa piccola bibbia di ogni professore che ami trale, blogger LGBT (Pride Time) delegato culla libertà, è la temperatura empatica e umana che alimenta l’intero racconto. tura diArcigay Napoli e presidente di Arcigay E, d’altronde, proprio come indicato nella Lettera redatta dalla Scuola di BarCampania, ha curato la raccolta di racconti “Se bania, la scuola di cui parla Sandro Onofri è una scuola in cui si “cerca instiamo insieme”. È autore dell’antologia poetica sieme”: che si tratti di linguaggio, di contenuti o di sentimenti, la scuola è lo “Sulle mie labbra” e, con Mario Gelardi, del fortunato format teatrale “Do not disturb”. Collabospazio in cui si condivide il problema e lo si risolve insieme perché il problema ra con il Nuovo Teatro Sanità di Napoli. È creadegli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli tore e direttore artistico della rassegna letteraria è l’avarizia. “Poetè” che ha luogo presso il Chiaja Hotel de Charme di Napoli.

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HANNO UN ANIMA Com’è nata Glam Fashion Jewels? «Il nostro Brand è nato a marzo 2016 con l’intento di creare e proporre qualcosa di moderno in un campo, quello dei gioielli di alta bigiotteria, dove riteniamo poter esprimere al meglio la creatività tipica del nostro territorio e quindi del Made in Italy; ecco anche spiegata la presenza del brand NAPOLI nel nostro logo e mentre altre realtà locali nel settore del fashion si “localizzano” graficamente con diciture come Parigi, New York, Los Angeles o Milano, noi affermiamo con forza la nostra origine. Territorio e mercato internazionale insieme: i nostri gioielli in questi primi mesi di attività sono stati acquistati da tanti clienti nel mondo, tramite il nostro sito eCommerce al quale abbiamo dedicato tanto tempo in termini di design e sicurezza per le transazioni online».  Qual è il tocco che contraddistingue i suoi gioielli? «Innanzitutto il  design dei nostri gioielli, giovane, con linee e forme non usuali, con richiami talvolta all’antichità rivista in chiave moderna, certamente la lavorazione artigianale e la qualità di ogni singolo gioiello, soprattutto se li paragoniamo ad alcuni prodotti più blasonati e che in realtà non sono altro che operazioni commerciali di importazione asiatica».   Artigianalità e innovazione come vivono nella sua azienda? «Ogni nostro gioiello è stato disegnato a mano e le nostre disegnatrici ogni mese propongono nuove linee. Dal disegno al gioiello finito si passa per varie fasi quali la simulazione 3D ed il taglio dell’ottone; la levigatura, la saldatura, la smaltatura e la incastonatura poi sono tutti processi manuali che i nostri artigiani fanno per ogni singolo gioiello. Artigianalità, innovazione, ma anche e soprattutto attenzione alla qualità; impreziosiamo infatti molti dei nostri gioielli con cristalli k9».   A cosa si ispira questa collezione? «Ogni mese realizziamo dalle 3 alle 8 linee di gioielli potendo contare su una lavorazione artigianale e non industriale.

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A cura di Redazione

Luca Lettieri Ideatore del marchio Glam Fashion Jewels Ssm | 49


Chi è Inés?

# 2.0 VITA DA IT GIRL

Sono le nuove imprenditrici del settore moda: girano il mondo tra una sfilata e l’altra. Sono le: instagramers, fashion bloggers, youtubers, ovvero giovani ragazze che lavorano sul web, condividono foto, scrivono articoli, creano tendenze. Coccolate dai brand come le star, invidiate ed imitate, sono riuscite a trasformare un hobby in lavoro. CONOSCIAMOLE!

Foto di Michele Bacci 50| Ssm


Ines Trocchia

AMERICA È il nuovo sex symbol napoletano. Ines Trocchia, 21 anni, originaria di Nola. Bella, sensuale, fotogenica, ha conquistato copertine internazionali e riviste patinate. «Di una sensualità disarmante, una modella che lascia senza fiato. Un sorriso esplosivo, un carisma degno delle sue origini. Il Sud, Napoli nel sangue e nel cuore. Un fisico mozzafiato, basta poco e davanti il mio obbiettivo mi regala una posa dopo l’altra.. e una meglio dell’altra», così l’ha definita Alex Aldegheri dopo uno shooting per GQ. Ha partecipato a campagne di moda per importanti marchi come Alcott o Guess, insieme a Fabrizio Corona è stata testimonial di una nota marca di jeans. È sempre in giro per il mondo: il suo fascino non è passato inosservato neanche oltreoceano. Insomma, Ines nonostante la giovane età ha già una grossa carriera alle spalle e siamo sicuri che presto sbarcherà anche in Tv!

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38k followers su Instagram Nata il 22/12/1994 Vive a Milano Instagram inestrocchia Facebook Inés Trocchia

Ormai sei una modella affermata, ma hai sempre sognato di intraprendere questa carriera, o avevi altro in mente? «Coltivo la passione per la moda da quando ero bambina e ho sempre saputo che questo sarebbe stato il settore in cui avrei lavorato, anche se non mi immaginavo in questo ruolo. Mi immaginavo più come giornalista di moda». C’è qualcuno che ti ha scoperto, grazie al quale hai fatto carriera? 52| Ssm

«Direi che non esiste una persona che mi ha scoperto, sicuramente devo dire grazie a molte persone che hanno creduto in me e che, nel loro piccolo, mi hanno sostenuta…specie quelle che mi hanno supportato sin dall’inizio». Quali esperienze ti hanno segnata di più? «In tutta onestà, le esperienze che mi hanno più segnata sono, per la maggior parte, legate alla vita privata e non al mio lavoro. Sicuramente alcune situazioni lavorative mi hanno aiutata a crescere molto e ad aprire gli occhi, mi hanno fortificato e senza di queste non sarei la persona che sono oggi». Che cosa ami del tuo lavoro? Che cosa ti dà questa professione che un’altra non potrebbe darti? «Del mio lavoro amo la possibilità di poter viaggiare, conoscere nuovi posti, nuove persone, nuove culture. Non sarei felice se avessi un lavoro statico, monotono, mi piace sentirmi viva e avere nuovi stimoli. Ci sono molte altre professioni che mi intrigano, ma è fondamentale che sia qualcosa che mi spinga a dare il meglio di me e che mi faccia sentire quella “fame” che poi è la chiave per non accontentarsi mai». Sappiamo che sei tu a curare i tuoi canali social, – dove tra l’altro sei seguitissima –, che rapporto hai con i tuoi followers, riesci a stare sempre in contatto con loro? «Cerco sempre di ringraziarli per come mi seguono e per i commenti che lasciano. Spesso, però, mi capita anche che molti messaggi mi sfuggano». Hai già progetti in serbo per il prossimo anno? «Ne ho diversi, che non riguardano solo il lavoro da modella, ad alcuni ci sto già lavorando, ma non dico nulla perché non sono certa di poterli concretizzare in breve tempo». Qual è il tuo sogno nel cassetto? Desideri continuare su questa strada? «Il mio sogno nel cassetto, che ormai tanto più un sogno non è si chiama America! Ci sono già stata per un breve periodo e conto di ritornarci a breve, avendo ormai lì un’agenzia che mi rappresenta. Continuerò questa strada sicuramente ancora per qualche anno, ma nel frattempo mi sto già aprendo ad altri progetti».

di Michela Ponticiello


# PROFESSIONISTI

al Top

DAL FESTIVAL DI VENEZIA ALLE FASHION WEEK: Giuseppe Cerella L HAIRSTYLIST DELLE

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Un lavoro che nasce da una forte vocazione per la moda e la bellezza. Nel suo dna c’è la passione per il colore e la creatività, riesce a stabilire una perfetta empatia con le star che si affidano completamente al suo talento. Giuseppe Cerella, Ambassador per L’Oréal Professionnel, vive e lavora a Napoli, città in cui ha dato vita al noto marchio CHD Salon, ma si confronta con passerelle di calibro internazionale: dal Festival del Cinema di Venezia, passando nei backstage delle prestigiose Fashion Week di Milano. Ecco il diario di bordo di un hairstylist di successo. Come sei arrivato a Venezia? «Sono nel gruppo Global Fashion Ambassador de L’Oréal Professionnel, un team di 20 top hairstylist a cui è affidata la cura di tutti gli eventi di punta italiani e non solo: Fashion Week di Milano, Mostra del Cinema di Venezia, Festival del Cinema di Cannes e Cinema on Ice, sono solo gli ultimi eventi ai quali ho preso parte». Com’è lavorare con star internazionali? Come si fa ad entrare in empatia con loro? «Le star sono persone che, semplicemente, vivono in certi momenti emozioni amplificate che le rendono talvolta vulnerabili. Curare i loro look è una grande responsabilità, quindi entrare in empatia con loro è indispensabile quanto lo studio della loro immagine, dare loro la certezza del risultato che più rispecchia aspettativa e approvazione da parte del loro pubblico è fondamentale».

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NeW COLLECTION A/I


Il personaggio famoso a cui ti è piaciuto di più acconciare i capelli e perché? «In questi ultimi anni ho avuto la possibilità di lavorare con molti Vip, ognuno di loro mi ha arricchito e lasciato qualcosa. Ma sicuramente l’esperienza più forte è stata quella vissuta a Venezia in occasione del Festival del Cinema. Ho toccato il cielo con un dito quando ho avuto la fortuna di seguire Barbara Palvin per due giorni. Di una bellezza disarmante, ma anche una ragazza che nel privato ha grandi doti di semplicità e simpatia, oserei direi davvero un’autentica Star! I suoi look, con grande soddisfazione e conferma per entrambi, sono stati super quotati da tutte le testate giornalistiche glamour che hanno seguito l’evento. Insieme abbiamo ottenuto il primo gradino sul podio di Glamour.it». Da dove prendi ispirazione per le tue creazioni? «La mia professione richiede ricerca e sperimentazione continua, grazie ad un team collaudato di consulenti d’immagine, fashion influencers e designer riusciamo ad intercettare ed interpretare costantemente le tendenze “street”, ricreando stili riproponibili alle star e alle nostre clienti: per noi le star più importanti». Qualche richiesta particolare in questa Mostra del Cinema? «Mi è capitato, ad esempio, di essere stato chiamato in causa per la scelta del total look (abiti, scarpe, accessori) di una grande star di cui non faccio il nome, e con grande piacere mi sono prestato come consulente. Poi, al momento dell’acconciatura, ha voluto lasciare i capelli semplicemente lisci, mi sono divertito tantissimo a scoprire il lato genuino di una grande diva». Come deve essere l’acconciatura perfetta? «L’acconciatura perfetta è quella che piace, prima di tutto, a chi la indossa. Affinché questo accada bisogna studiare lo stile partendo dall’outfit, il viso, gli accessori e la figura. Bisogna prendere in considerazione soprattutto la personalità della cliente. Riuscire ad avere una lettura completa della donna che si affida a noi è il presupposto principale per realizzare l’acconciatura perfetta». Roma, Milano, Venezia, Parigi, quali altri progetti hai in cantiere? «Sono appena rientrato dalla fantastica esperienza della “Milano Fashion Week”. Ho lavorato con Ermanno Scervino, Fausto Puglisi, Francesco Scognamiglio, Les Copains, Aquilano Rimondi e con webstar del calibro di Alexandra Pereira di “Lovely Pepa”. Sono in partenza per un nuovo progetto “Cinema on Ice”, ma prima mi sono fermato nella mia meravigliosa Napoli per la presentazione della collezione CHD Salon autunno-inverno 2016/17 nella fantastica location dell’Agorà Morelli. Le emozioni sono sempre più forti!».

In foto Giuseppe Cerella con l’attrice Barbara Palvin

A cura di Redazione

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tre squadre di modelle, un gruppo di giovani imprenditori e creativi, si uniscono per la prima volta in un’avventura che racconta l’eccellenza della moda campana sullo sfondo di una Napoli protagonista.

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# STORIE Gente di stoffa

Fashion Up Academy

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Secret Media Partner

TE N E M A M I S PROS IN TV

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Foto di Giuseppe Matarazzo Pasquale de Gennaro

Foto di Giuseppe Matarazzo Pasquale de Gennaro

Una sfida all’ultima moda: un testa a testa a colpi di stile. Questa è l’idea del nuovo Talent Show firmato dalla Young Fashion Agency di Nancy D’Anna e Gaetano Agliata e dalla ODA03 di Andrea Axel Nobile, con la regia di Fabio Marino. Uno show innovativo, al passo con le ultime tendenze, che coniuga moda e bellezza. Tre squadre, tre categorie e un’unica passerella: quella di Villa Herta, una dimora di charme nel cuore del Vomero dove le ragazze si affronteranno di fronte a temibili giudici. Le modelle, suddivise per età, seguiranno un rigido programma studiato da coach esperti del settore e si sfideranno con prove settimanali: ma solo una vincerà! A condurre il programma, un volto amato dal grande pubblico televisivo: Ivan Bacchi. A giudicare, lo sguardo attento di quattro giudici severissimi: Barbara Petrillo, Emanuela Tittocchia, Teresanna Pugliese e Mario Grossi. A seguire le ragazze nella loro formazione: Nancy D’Anna, Giuseppe Cerella e Benedetta Riccio, con la direzione artistica di Andrea Axel Nobile.

Dal 10 Novembre

in onda per tre giovedì su Julie Italia canale 19 del digitale terrestre alle ore 21.30.

Dal 16 Novembre

in onda per tre giovedì su SKY canale 819 alle ore 21.00. La modella scelta dai giudici otterrà contratti di lavoro, messi in palio dagli sponsor.

UN’ESCLUSIVA PER SECRET

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Partner della prima edizione di Fashion Up Academy è la nostra rivista “Secret Style magazine” che offrirà alla prima classificata un servizio realizzato dalla redazione moda che sarà pubblicato sulle pagine del magazine.


Ivan Bacchi Mary Barbaro Capitano di Fashion Up Conduttrice dei tutorial Academy del Talent presentatore Rai, attore showgirl di cinema e fiction

Emanuela Tittocchia Barbara Petrillo Attrice e showgirl Attrice e opinionista tv

Teresanna Pugliese Mario Grossi Web influencer Blogger e influencer

Daniela Iavolato Direttore di Secret Style magazine

Cinzia Mirabella Attrice

I coach

I produttori

La fashionist

ADEMY AC

Gli opinionisti

La giuria

Fashion Up

I conduttori

VI PORTIAMO NEL BACKSTAGE DI

Giuseppe Cerella Hairstylist, creatore del marchio CHD Salon

Andrea Axel Nobile Casting director e organizzatore di eventi

Bendetta Riccio Make up Artist direttrice della Bendetta Riccio Make up artist School

Nancy D’Anna Style coach di Fashion Up Academy Model manager Young Fashion Agency

Ilaria Avallone La poliedrica fashionist del Talent Ssm | 59


# BELLEZZA

MEDICINA ESTETICA

RINOFILLER:

CORREGGI IL NASO SENZA BISTURI a cura della Dott.ssa Valentina Pagliarulo

Che cos’è Il rinofiller è in medicina estetica una delle più recenti tecniche di utilizzo dell’acido ialuronico. È una tecnica completamente ambulatoriale, pressoché indolore, che si basa sull’inserimento di impianti subdermici per correggere i difetti estetici del naso. L’acido ialuronico è una molecola duttile e versatile, più conosciuta per la correzione delle rughe peri labiali, o per dare corpo a labbra fini, o per ripristinare la zona malare (zigomo). Permette di migliorare in maniera rapida e immediata il profilo del naso, correggendo difetti, senza ricorrere ad interventi chirurgici gra-

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zie all’uso di fillers volumizzanti che riempiono le aree irregolari o sollevano la punta. Come si esegue Attraverso una serie di micro-iniezioni, e in base al difetto riscontrato, i fillers vengono iniettati nel naso in tre zone: alla radice del naso, per far scomparire la cosiddetta “gobba”; alla punta, per ottenere un naso all’insù; oppure sul dorso, nel caso si presenti il cosiddetto “naso a sella”, che presenta spazi vuoti da riempire. Si utilizzano materiali riassorbibili o semi riassorbibili e gli effetti del trattamento durano dai 12 ai 16 mesi.

*Sponsorizzata


I tempi di riassorbimento possono variare in base a numerosi fattori, innanzitutto alle caratteristiche del prodotto usato o alla immunogenicitá della paziente stessa. C’è da dire che anche la sede è in misura minore esposta a riassorbimento del materiale impiantato rispetto, ad esempio, alla zona malare o alla zona labiale. Per mantenere gli effetti del rinofiller è comunque consigliabile sottoporsi al trattamento una volta l’anno. Come per la volumizzazione delle labbra ovvero degli zigomi, la gamma di prodotti che il chirurgo ha a disposizione è vasta, personalmente ritengo sempre giusto dedicare un po’ di tempo in più al momento della visita per spiegare alla paziente la procedura che vado ad operare e per concordare con lei il materiale da iniettare per gestirne in qualche modo la durata. Quanto dura L’acido ialuronico macromolecolare cross linkato ha una lunga durata, tuttavia ancor più duraturo è l’idrossiapatite di calcio, quindi sta al chirurgo la scelta del materiale ma in sinergia con la paziente che deve essere seguita e consigliata. Al momento della visita effettuo foto cosiddette scientifiche per analizzare con attenzione il profilo del viso e soprattutto la sua armonia. Come accennato prima se ho davanti un naso con gibbo (quello con la “gobba”) il punto giusto da inoculare è la radice del naso poiché essendo una tecnica priva di chirurgia non è possibile eliminare il difetto ma lo si va a camuffare. Un camouflage proprio come le dive di Hollywood. Un’ulteriore tecnica che può completare l’armonia del naso, nei casi in cui si ritiene necessario, è la concomitante infiltrazione di tossina botulinica alla base del naso, nel punto di incontro tra la columella ed il labbro superiore, al punto ‘subnasale’. In tale regione è situato il muscolo depressore della punta del naso, le infiltrazioni di tossina botulinica allentano la sua azione e in questo modo si hanno due vantaggi: innalzamento della punta del naso e la riduzione di eventuale gummy smile (sorriso gengivale). Chi può farlo Le motivazioni delle mie pazienti che si sottopongono a tale trattamento sono suddivisibili in tre categorie ed ognuna è altrettanto valida. Alcune, temendo l’intervento di rinoplastica, si affidano a tale tecnica che si rivela una valida alternativa se pur di durata limitata nel tempo; c’è chi non può affrontare la spesa di un intervento; o ancora chi vuole ‘abituarsi’ piano al cambiamento che può generare una rinoplastica passando per la tecnica non chirurgica riuscendo anche a rendersi conto di quale può essere il risultato dell’intervento futuro. C’è da chiarire che il rinofiller non sostituisce assolutamente l’atto chirurgico poiché, in primis, quest’ultimo è definitivo ma soprattutto non ci si può avvalere della tecnica di rinofiller per correggre le disfunzioni respiratorie ed in secondo luogo perché in realtà la nuova immagine di sé, il “nuovo naso”, sarà comunque un naso diverso da quello che darebbe la chirurgia.

Prima

Dopo

Prima

Dopo

DOVE ESEGUIRLO Dott.ssa Valentina Pagliarulo Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale. Chirurgia Orale Complessa e Chirurgia Estetica del Volto e del Corpo Studio Medico degli Oleandri Viale Degli Oleandri 14c, Napoli Tel: 360 868720 Oppure  Studio MaVa Via Carducci 2, Castellammare di Stabia Tel: 339 6611464 Trattamenti effettuati Filler volto Filler glutei Rinofiller  Botox PRP per bio stimolazione cutanea PRP per alopecia  Trattamenti iniettivi per cellulite Liposuzione non chirurgica Laser per epilazione definitiva Laser per fotoringiovamimento Asportazione chirurgica neoformazioni  Mastoplastica Addominoplastica Blefaroplastica Rinosettoplastica Otoplastica Vuoi saperne di più o fare una domanda alla Dott.ssa Pagliarulo? Scrivile a: appuntamentidrpagliarulo@gmail.com Ssm | 61


Gianpietro Ghidini è un imprenditore di Gavardo. È un marito, un padre. La sua vita è come la vita di migliaia di persone che ci passano accanto ogni giorno in metro, per strada, che distrattamente urtiamo in fila al supermercato. Ma in una sola notte, in poche ore, Gianpietro, padre e marito, diventa anche un uomo che dedica la sua stessa vita ad un insegnamento cadutogli bruscamente sul cuore in seguito alla morte del figlio Emanuele. Decide di trasformare così il suo dolore in un’opportunità, con la fondazione Ema.PesciolinoRosso, incontrando i giovani, rivolgendosi alle famiglie in modo che la sua storia sia un monito per quelli che, come suo figlio, si sono incamminati in un vicolo spesso cieco, quello della droga. di Emanuela Esposito

Un tragico incidente ha cambiato la sua vita. Le va di parlarcene? «La storia nasce da un episodio che si è verificato il 23 novembre 2013, giorno in cui Emanuele va ad una festa in una casa privata con degli amici maggiorenni, più grandi di lui che aveva solo sedici anni. A questa festa alcuni ragazzi hanno portato dell’alcol, altri marijuana e altri ancora dei cartoni di LSD e droghe sintetiche. Alcuni ragazzi l’hanno provata, tra cui Emanuele. Forse perché era più piccolo, forse perché la dose era più potente, è stato male e i suoi amici l’hanno portato via. Con lui è rimasto un ragazzo che gli ha suggerito di fare un giro per il paese. Emanuele e l’amico vanno in direzione

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Eman LA DROGA, LA FORZA DI UN PAPÀ

del fiume Chiese, che era in piena in quelle ore. I due erano vicino al fiume, quando Emanuele dice all’amico “io devo uccidermi”, e inizia a correre. L’amico tenta di trattenerlo, ma gli sfugge e si tuffa nel fiume alle due di notte, scomparendo nelle acque gelide. Mi hanno chiamato e io sono andato lì. Era circa un’ora dopo, le tre di notte, mi viene incontro questo ragazzo sconvolto, mi dice “Emanuele si è buttato nel fiume”, indicandomi il punto in cui si era lanciato. Io mi sono avvicinato e il primo pensiero è stato quello di raggiungerlo. Il dolore per la perdita di un figlio è una cosa più grande della propria vita, nulla aveva più un senso. Però qualcosa mi tratteneva, pensavo alle mie figlie, a mia moglie, e non potevo aggiungere altro dolore ad un dolore già così grande. L’abbiamo cercato tutta la notte e lo abbiamo ritrovato dieci ore dopo, all’una del pomeriggio della domenica, annegato. Da allora la follia si era veramente impossessata di me. Ma dopo solo due giorni, nel momento forse più difficile, ho fatto un sogno. Ho sognato che mi immergevo nelle acque del mare e cercavo Emanuele ovunque e non lo trovavo. Ricordo nel sogno di averlo trovato nudo in fondo al mare, di averlo preso e portato fuori

dall’acqua. Poi mi sono svegliato, erano le tre di notte. Ho sentito un’energia dentro di me, come se fosse stata la sua energia ad arrivare nel mio corpo, e ho avuto chiaro che cosa dovevo fare: dedicare la mia vita ai giovani. Mi vedevo ovunque a raccontare la storia della mia vita ai ragazzi. Quella notte ho scritto una lettera al mio Emanuele, di getto. Una lettera nella quale raccontavo alcuni aneddoti della nostra vita insieme e nella quale gli facevo anche delle promesse, come quella di creare un’associazione grazie alla quale raccontare cosa era successo. Ed è quello che ho fatto. Nei giorni successivi è nata la fondazione PesciolinoRosso, che oggi conta su Facebook 240.000 fan e, soprattutto, ho tenuto in due anni e mezzo oltre 500 incontri in tutta Italia». Qual è stato il primo passo per creare la fondazione? «Il primo passo è stato creare una pagina Facebook, sulla quale ho postato la mia lettera. È nato tutto da lì. Qualche imprenditore ci ha affiancato, ma l’appoggio maggiore è arrivato da tutti i privati che hanno acquistato il nostro libro, Lasciami volare, che vendiamo via internet. Questo ci ha consentito di raccogliere le risorse sufficienti per poterci


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Le esperienze vanno fatte, per crescere bisogna anche avere il coraggio di sbagliare, osare, volare alto.

spostare in ogni scuola in autonomia, visto che andiamo in giro per l’Italia senza chiedere rimborsi spese». Qual è l’obiettivo ultimo della fondazione? «Arrivare ovunque a portare il nostro messaggio, strade, scuole, oratori. Un altro obiettivo, che dipenderà dalle risorse future dell’associazione, è quello di coinvolgere i giovani anche con attività lavorative. Vorremmo che i ragazzi che hanno delle idee venissero da noi per provare a mettersi in gioco e a realizzarle. Gli diciamo sempre di credere in loro stessi, di volare alto, nel nostro piccolo proveremo in qualche modo ad aiutarli a realizzare questi sogni». Tra i numerosi ragazzi con cui ha parlato, c’è qualcuno che le è rimasto particolarmente nel cuore? «È accaduto, ad esempio, che un ragazzo di sedici-diciassette anni, di quelli che possono essere giudicati un po’ sbandatelli, si sia avvicinato a me con gli occhi lucidi dicendomi “mi hai salvato la vita”. Ecco, una frase del genere da sola giustifica i 500 incontri che ho fatto. Un altro ragazzo di diciotto anni, invece, si è ricordato della mia storia durante una festa in cui dei ragazzi stavano prendendo l’LSD. Si è ricordato ciò che dissi duran-

# VITA DA MAMMA

che possiamo fare è applicare alcune di queste regole ed essere coerenti con quello che diciamo. La coerenza è importante, è inutile dire “sii sincero con noi genitori” se noi stessi viviamo nella menzogna. È inutile dire “non drogarti” se poi beviamo litri di vino a tavola davanti a loro. La coerenza è condizione necessaria, ma non sufficiente». Il modo più semplice per non far sentire i ragazzi giudicati, ma spingerli invece ad aprirsi secondo lei qual è? «Ha detto bene, non bisogna farli sentire giudicati. Dividiamo spesso tra bravi ragazzi e quelli cattivi, giudicandoli, punendoli. Questo è l’elemento cardine: se uno cade nelle dipendenze, nel 90% dei casi lo fa perchè c’è un vuoto, una fragilità immensa che lo porta a riempire questo vuoto con le cose sbagliate. Una mancanza di amore, il fatto di non essere amati così come sono. Credo che la strada giusta sia quella di amarli non giudicandoli, tendendogli la mano quando cadono e facendogli capire che c’è un’altra strada». Dopo un’esperienza così drammatica, una delle cose difficili è sicuramente affrontare la questione della responsabilità dell’accaduto. Come l’ha vissuta? «Emanuele ha le sue responsabilità, ha sbagliato, si è fatto trascinare. Alla base c’è sicuramente quel vuoto di cui parlavamo, che lo ha portato lì, e io come padre ho la responsabilità di non aver colto fino in fondo quale fosse questo vuoto. L’ho amato molto, avrei dato la vita per lui, la darei per averlo qui e poterlo abbracciare. Io sto provando a fare un cammino anche attraverso i miei errori affinché quello che è successo a Emanuele non accada più a nessuno».

te un incontro: “Dovete avere il coraggio di saper dire no”, sbattendo il libro sulla scrivania. Ha detto che quella frase gli è tornata in mente e ha saputo dire “no” in quel momento». Cosa si sente di dire ai genitori che affrontano in famiglia problemi di droga? «Io racconto sempre le mie storie, i miei errori, in modo che gli altri possano evitarli. L’errore che spesso facciamo noi genitori è quello di infierire quando i nostri figli sbagliano, e lo facciamo da quando sono piccoli. Cerchiamo continuamente di correggerli, di stargli addosso, in modo da farli diventare delle marionette perfette. Spesso un atteggiamento di questo tipo porta a costruire un muro. Questo non significa che non bisogna educarli, ma credo che bisogni imparare anche a spronarli, perché si deve anche sbagliare per crescere. E cercare di fargli capire che dei percorsi come quello delle droghe, possono essere anche strade senza ritorno. I genitori hanno il dovere di tirar fuori la vera natura dei figli, e non di scaricare su di loro le proprie frustrazioni cambiandoli in base al proprio modo di vedere. Poi tutto quello che facciamo non è assolutamente una garanzia che non sbaglino e che La fondazione Ema.Pesciolinorosso ha l’obiettivo di far conon cadano, non noscere ai giovani la pericolosità di assumere sostanze stupefaci sarà mai una centi, spingendoli a cercare un dialogo con i propri genitori. A supporto di tale messaggio sono stati realizzati i libri Lasciami certezza. volare - vincitore del premio NapoliTime - , Hope e Ma il minimo Alle porte del cielo, acquistabili online sul sito. Per info e contatti: www.pesciolinorosso.org www.facebook.com/emapesciolinorosso

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# CONVERSANDO

Enrico Iannaccone

IL CINEMA? La mia unica certezza

In foto il regista Enrico Iannaccone

L’Enfant prodige del cinema italiano porta il nome di Enrico Iannaccone, che nel 2013, a soli 23 anni, vince due prestigiosi premi, il David di Donatello e il Globo d’Oro per il miglior cortometraggio con L’esecuzione. Nel 2016 esce nelle sale il suo primo lungometraggio La buona uscita, prodotto da Stella Film. Il film, che miete successi di critica e pubblico, è composto da un cast di grande valore: Gea Martire, Marco Cavalli,   Andrea Cioffi, Enzo Restucci, Gennaro Maresca e tanti altri attori provenienti dal mondo teatrale napoletano. È un film complesso, che vuole raccontare un certo tipo di borghesia napoletana e riesce a descrivere in maniera profonda le solitudini dell’uomo, che si intersecano e si scontrano nella storia. Abbiamo incontrato il regista partenopeo per conoscere più a fondo il suo mondo e il suo ultimo lavoro. 64| Ssm


Come nasce l’idea del film? «Il film nasce dall’intenzione di affrontare il tema della libertà, valore supremo eppur mostruoso laddove non sorretto da un’impalcatura emotiva forte ed equilibrata. La sua bellezza è rischiosa: può trasformarsi in terrore e solitudine se non ci si assume la responsabilità di viverla appieno e, soprattutto, senza alcun tipo di rimorso sovrastrutturale e morale». Come sei arrivato al cinema così giovane? Qual è stato il tuo percorso? «Il mio percorso è stato molto semplice. Non ho mai avuto intenzione di fare altro né ho memoria del preciso momento in cui ho “deciso” di fare cinema. È la più antica delle mie certezze.Anzi, è l’unica che ho». Il personaggio interpretato da Gea Martire è sicuramente fra i più complessi, ma forse il più ancorato alla realtà. Come nasce il disegno di questo soggetto? «Il personaggio di Lucrezia Sembiante, interpretato magnificamente da Gea Martire, gode di tutta la mia stima e di tutto il mio sincero affetto. È una donna libera, contraria alle strette maglie della morale che tenderebbero a bollarla come “ninfomane”. Nella sua sessualità spontanea, viva, ci sono solo ed unicamente giubilo e responsabilità. Ciò che me la fa amare maggiormente è il suo lato umano, il suo mettere a nudo una realtà ancora una volta di carne. La nascita della paura, il terrore della solitudine e degli anni che avanzano, consapevole di quanto le distanze tra i singoli aumentino con la vecchiaia. Se la giovinezza è il teatro della socialità, la vecchiaia è - molto spesso -, la realtà della solitudine. E lei ne è impaurita, ha ancora troppa vita da dare e ricevere». Quali sono i tuoi riferimenti cinematografici? «Gli autori che hanno segnato maggiormente la mia formazione cinematografica sono senz’altro Luis Bunuel, Ingmar Bergman, Marco Ferreri e Michael Haneke. Tutti simpaticoni, insomma (ride, n.d.r.)». Come stai vivendo il successo de La buona uscita? «Sono molto contento del piccolo successo del film. Natu-

ralmente si tratta di un’opera low budget e distribuita poco. Ciò nonostante, il positivo riscontro da parte di critica e pubblico non può che essere per me motivo di gioia. Spero si evinca dalla pellicola che il mio primo (forse unico?) valore è quello dell’onestà intellettuale. Piaccia o non piaccia, spero sia piuttosto evidente la volontà fisiologica e non forzata, non sono così punk, di non scendere a compromessi col pubblico e con un modo probabilmente canonico di fare cinema». Quali sono i tuoi prossimi progetti? «In quanto ai miei prossimi progetti posso solo anticipare che saranno ancor più sinceri e sentiti. Credo e spero di essere il peggior nemico di me stesso, dunque niente sconti».

di Andrea Axel Nobile

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Prenotazioni/Reservations +39 3457043670

Via Caracciolo,1 - NAPOLI 66| Ssm


# FREETIME

teatro

Spettacolo I Tre Lati dell’Assurdo Tre attori: Giovanni Antinolfi, Lorenzo Cammisa e Giuseppe De Rosa, sono I Tre Lati dell’Assurdo, lo spettacolo, scritto e diretto da Lorenzo Cammisa sarà in cartellone allo spazio teatrale ZTN di Napoli, sabato 3 e domenica 4 dicembre, nell’ambito della rassegna Giù il cappello. La messa in scena, composta da sette episodi apparentemente staccati tra loro, rappresenterà le infinite sfumature di un nuovo linguaggio e diversi personaggi nati da una fitta attività di sperimentazione del trio ACD, che porta in scena la condizione e le relazioni umane senza filtri, spogliandole del senso comune. I testi non sono mai stati messi in scena in Campania, ma hanno partecipato come corti teatrali autonomi a diversi festival nazionali. In particolare Bisturi – corto teatrale sull’ironia-, ha vinto il concorso nazionale UP2U, indetto dalla redazione de La Stampa di Torino, mentre Gradito a me si è classificato secondo al concorso nazionale del Teatro San Prospero di Reggio Emilia. «Immersi nel mondo reale, siamo assoggettati e sottomessi alle regole del buon senso e della consequenzialità» spiega l’autore e regista. «Il nostro obiettivo è ambizioso: sovvertire la struttura tradizionale della narrazione, far sorridere e riflettere attraverso una nuova proposta teatrale. Tre soli attori per un insieme variegato di personaggi e situazioni, in cui ogni spettatore può riconoscersi, e magari riscoprirsi». La rassegna Giù il cappello, promossa dallo spazio ZTN, sito in vico Bagnara Napoli, ospiterà 11 compagnie teatrali provenienti da tutta Italia e oltre 100 professionisti, che riempiranno il cartellone della prossima stagione teatrale.

cinema

Film Il segreto di Pulcinella Lunedì 31 Ottobre, presso l’Auditorio Caivano Arte, si terrà la presentazione e la proiezione in anteprima nazionale del film Il segreto di Pulcinella, storie dalla Terra dei Fuochi, prodotto da Socialmovie, scritto e diretto da Mary Griffo, con la partecipazione di Marisa Laurito (nel ruolo di Mara Schiavone) e Bruno Leone e il suo teatrino delle guarattelle.

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TOP EVENTS Gli indirizzi top per scoprire la città. I ristoranti più in voga, le migliori SPA. Ma anche le mostre, i musei da visitare, eventi e manifestazioni.

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Hair and Beauty Congress

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Hair and Beauty Congress 23-24 Ottobre 2016 Centro Congressi Hotel Ariston Il beauty e il wellness mondiale si incontrano a Paestum, per un evento che richiama esperti e creativi da ogni angolo del pianeta.

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# WEB & SOCIAL

VIP NELLA RETE:

Francesco Fusco Si occupa di ufficio stampa, personaggi del mondo dello spettacolo e di eventi. È social web manager.

dritte per difendersi dall’odio sul web

La dipendenza da Internet e in particolare dai social network è sempre più frequente, il web ormai fa parte della nostra quotidianità. Le motivazioni sono tante: c’è chi si diverte a pubblicare la propria vita ogni giorno e chi, invece, ama seguire le notizie in diretta di opinionisti, blogger e personaggi dello spettacolo, questi ultimi, sempre più attivi sui social media. Non tutti però riescono ad attirare l’attenzione in modo positivo, finendo spesso vittime di insulti e accuse eccessive da parte di commentatori velenosi e seriali. Il web è così: una lama a doppio taglio e il modo migliore per “non dare spazio a polemiche e offese inutili”, è quello di saper “sfruttare” al meglio i social. Ci è riuscita, per esempio, la cantante Anna Tatangelo, che in principio non ha avuto un approccio piacevole con i social: è stata spesso criticata per aver iniziato una relazione con il noto cantante Gigi D’Alessio, all’epoca impegnato con la moglie, sposata vent’anni prima. Col tempo, la Tatangelo è riuscita a conquistare il cuore di molti fan mostrando le sue meravigliose foto che la ritraggono, insieme alla sua famiglia, in versione di per-

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P hot o c o ll a g e d a

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fetta compagna e mamma. Scrivere sulle pagine dei social network, per un personaggio dello spettacolo, equivale all’invio di un comunicato stampa per i giornalisti. Un modo ormai consolidato di diffondere una notizia. Per questo i personaggi pubblici, più degli altri, devono fare attenzione a ciò che pubblicano per non essere presi di mira. È successo, per esempio, a Melissa Satta: accusata dagli haters per aver criticato Belen Rodriguez per le foto che posta di suo figlio, cosa che lei non avrebbe fatto. Molte celebrità preferiscono ignorare i commenti, poi c’è invece chi replica - come nel caso della showgirl che ha ha risposto alle accuse con un messaggio sui social -. Gestisce da professionista i social Alessia Marcuzzi, che col tempo ha imparato che meno rispondi agli utenti cattivi e volgari, più quelli spariscono dal tuo profilo. Ottima strategia quella del cantante Gianni Morandi, noto per abbracciare pacificamente gli odiatori. Seguitissime sui social e dalla moda, sono le influencer delle giovanissime: Chiara Ferragni e Chiara Biasi, tra le fashion blogger italiane più conosciute al mondo. I loro account contano più di un milione di fan. Ma, anche qui, non mancano le critiche pesanti con riferimento a malattie gravi come l’anoressia. D’altronde non si può piacere a tutti, ma da esperto di comunicazione social, consiglio sempre a chi lavora con la sua immagine di utilizzare lo strumento per piacere e non per “piacersi”. Personaggi come Barbara D’Urso o Michelle Hunziker, già molto esposte quotidianamente in tv con programmi di forte ascolto, dovrebbero per esempio evitare di inondare il web con foto e post. Essere sempre sotto i riflettori, offre già una grossa visibilità e aumenta la responsabilità nei confronti del pubblico. Gli haters, in questi casi, sono invitati a nozze e non aspettano altro che criticarle!

di Francesco Fusco Ssm | 69


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MUSICA

COME UN Il sociologo cantautore Lello Savonardo lancia il nuovo singolo “Il Disegno di Manara”, omaggio al Maestro del fumetto. Il videoclip del brano, omaggio a Milo Manara, è stato realizzato con alcuni dei più suggestivi disegni del Maestro del fumetto. Estratto dall’album Bit Generation (La Canzonetta Record), vede la partecipazione di numerosi ospiti, da Edoardo Bennato al celebre studioso Derrick de Kerckhove e si arricchisce della presenza del chitarrista blues Gennaro Porcelli.

O T T E M U F

Nel backstage Lello Savonardo e il chitarrista Gennaro Porcelli

di Simona Esposito Ssm | 71


Dopo il consenso e l’attenzione mediatica ricevuta dal brano Bit Generation da cui prende il titolo l’album di Lello Savonardo, esce il videoclip del nuovo singolo Il Disegno di Manara, tratto dallo stesso disco, con la partecipazione del chitarrista blues Gennaro Porcelli (Feat. nel brano) che ha recentemente rappresentato l’Italia all’European Blues Challenge, la principale manifestazione di musica Blues in Europa. Il video, per la regia di Felice Iovino, è stato realizzato con alcuni dei più suggestivi disegni del Maestro Milo Manara, sullo sfondo del centro storico di Napoli e nello scenario di Città della Scienza di Bagnoli. L’album Bit Generation è un progetto culturale cross-mediale, che vede la partecipazione di molti ospiti e si esprime attraverso diversi linguaggi, dal libro alla musica, passando per il fumetto. Il brano Il Disegno di Manara, con gli arrangiamenti di Antonio Solime-

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ne, racconta l’incontro con una donna ideale, seducente e surreale. Come nei disegni di Milo Manara, la canzone esprime, attraverso un racconto per immagini, un’interazione sensuale e travolgente, tra seduzione e finzione, tra realtà e immaginazione. Bit Generation Dopo il libro (FrancoAngeli, 2013), il ciclo di seminari all’Università Federico II di Napoli (con Jovanotti, Roy Paci etc.) e il programma radiofonico (su F2 RadioLab dell’Ateneo Federico II), Bit Generation è il concept album che coniuga gli interessi scientifici del sociologo Savonardo con la sua passione per la musica. Sono 13 i brani (12 + una ghost track) che compongono il disco, prodotto da La Canzonetta Record, con il management di Aldo Foglia e la direzione artistica di Raffaele Lopez e Giuseppe Scarpato. Un progetto culturale, work in progress, che investe diversi ambiti. All’album hanno partecipato, tra gli altri, artisti come Edoardo Bennato, che firma il testo de L’Equilibrista e suona l’armonica in due brani, Gennaro T e Mario4mxFormisano degli Al-

mamegretta, Maurizio Capone, che interviene con il suo sound ecologico nel Sole della Tribù, il percussionista/ rapper/attore Ciccio Merolla, il dj Danilo Vigorito, che firma la versione dub di Bit Generation, il rapper e dj di Radio Deejay Gianluca Tripla Vitiello, il bluesman Gennaro Porcelli, il premio Tenco Giovanni Block, ma anche il guru della comunicazione ed erede intellettuale di McLuhan, Derrick de Kerckhove, che recita alcuni versi del brano Always on, ispirato alle sue teorie sulle culture digitali. La copertina e la grafica dell’album è di Alessandro Rak, premio Oscar europeo (European Film Awards) per la regia del film di animazione L’Arte della Felicità. L’universo giovanile, i mutamenti sociali, culturali e tecnologici sono al centro dei brani che compongono il disco Bit Generation.


Passaparola

HANDMADE

CREA, AMA, ABBI T’Irene è una marca di maglioni di lana fatti rigorosamente a mano. Il brand è stato creato da una madre e sua figlia, Irene e Isabel, ambedue di Lisbona. Ispirato allo stile italiano, T’Irene è un brand Made in Naples, perché è a Napoli che Isabel vive e cresce sua figlia. Tradizione, coscienza sociale e amore sono le caratteristiche che definiscono il “fatto a mano” di T’Irene.

cu ra *Sponsorizzata Isabel da Rocha Creativa, giornalista e appassionata di comunicazione, è l’ideatrice del marchio T’Irene.

di S. E.

www.tirene.net Ssm | 73


Com’è nata l’idea? «Approfittando dell’esperienza di mia madre nel lavorare ai ferri la lana, le chiesi di farmi un maglione di ‘mohair’ a righe bianche, grigie e nere. Il maglione riuscì benissimo. Attirò l’attenzione degli amici, ma anche degli estranei che incrociavo per strada o nei negozi. In molti elogiavano il lavoro di mia madre. Fu questo che mi spinse a progettarne la commercializzazione. Intanto è passato il primo anno; un anno di molte prove, di riflessioni sul prodotto ma soprattutto sul contesto in cui avremmo inserito T’Irene». Che particolarità hanno i tuoi capi? «Sono ispirati alla bellezza come concetto estetico di lunga durata nel tempo, aldilà delle mode. Mia madre ha una particolare ammirazione per i quadri di Victor Vasarely ai quali si ispira ed io non mi stanco mai di rimodulare il nostro corredo cromatico ispirandomi agli affreschi del Museo Nazionale di Napoli. Ritengo che l’ispirazione artistica sia insita nel nostro DNA e vorremmo riportarla in T’Irene. Sono capi ideati da una figlia, realizzati da una madre e hanno l’ambizione di durare oltre l’età adulta di una nipotina». Tradizione e innovazione, come convivono in T’Irene? «Un prodotto T’Irene impiega in media una settimana ad essere realizzato e durante questo periodo è ripensato e alterato varie volte. Questo ritmo lento ovviamente non si adegua alle esigenze di un mercato della moda feroce e globale come quello attuale. Ma le nostre ambizioni come brand sono altre: creare maglioni con un design e una consistenza tale da recare con sé un’innovazione mantenendo allo stesso tempo il tradizionale ritmo del “fatto a mano”». Se pensi alla donna che acquista un tuo capo, che cosa ti viene in mente? «Viviamo in un’epoca di enormi sprechi. In generale i consumatori sono indotti ad accettare il fatto che un capo abbia vita relativamente breve. Si punta sulla quantità a discapito della qualità. T’Irene prende le distanze da questa idea di moda effimera di violento impatto sociale ed ambientale. La nostra cliente è una donna sensibile a questa filosofia che però non rinuncia all’eleganza di un capo esclusivo». Qual è la sfida di T’Irene? «T’Irene è un progetto di una madre e una figlia. Gli ostacoli tra madre e figlia sono sempre superati con l’amore. Mi piacerebbe che questo sentimento orientasse le nostre scelte estetiche, le nostre convinzioni etiche e la nostra visione imprenditoriale». 74| Ssm


Passaparola

REVIVAL

“NON È LA RAI” COMPIE

Si è tenuta il 23 settembre a Roma, nella storica galleria d’arte Dolce Alessio Primavesi e Vita di via Palermo, la Stefano Magnanensi con mostra fotografica di le ragazze di Non è la Rai Marco Geppetti, fotografo ufficiale di Non è la Rai. Un modo per festeggiare anche i 25 anni della trasmissione “cult” degli anni ’90. Tante le beniamine del programma presenti all’eArianna Becchetti vento; immancabili le redazioni delle storiche testate Cioè e Tv Stelle che con le loro pubblicazioni hanno reso leggendaria la trasmissione TV. L’apertura ha visto la presenza di Stefano Magnanensi, compositore del programma, le vocalist che prestavano la voce alle ragazze e Alessio Primavesi, coordinatore del progetto discografico Affatto Deluse. Marco Geppetti

25

ANNI:

A ROMA UNA MOSTRA PER RICORDARE LA TRASMISSIONE

“CULT”

Alessio Primavesi e Stefano Magnanensi con le ragazze di Non è la Rai

Letizia Sedrick

*Secret Media Partner OPENART (istituto che dal 1999 svolge a Napoli, in via Pessina 90, corsi di comunicazione visiva e grafica pubblicitaria), organizza OPENARTAWARD - PREMIO ALLA PUBBLICITÀ, concorso riservato alle aziende che si sono contraddistinte nel settore della comunicazione e del marketing. Premio di altissimo livello giunto quest’anno alla quinta edizione, patrocinato dalla Commissione Europea, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero dello Sviluppo Economico, della Regione Campania, del Comune di Napoli, dalla ASSOCOM, insignito della Medaglia del Presidente della Repubblica. Sono partner dell’edizione 2016: cartiere FEDRIGONI, arti grafiche Therapoint, NapoliFilmFestival, ArtistiInVetrina, MediaPrintArt e Secret Style magazine. La giuria del concorso è costituita per intero da studenti ed ex studenti dei corsi di grafica e comunicazione visiva dell’istituto OPENART. Quest’anno la serata finale della manifestazione con la cerimonia di premiazione si svolgerà il 15 ottobre presso il PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) alle ore 17.00. Ssm | 75


# DOLCE & SALATO

E L ORA DEL

PERÙ Il sushi? È demodè! La nuova frontiera della gastronomia internazionale è la cucina peruviana. Ecco cosa mangeremo nei ristoranti di grido! a cura di Marcella Tagliaferri

Se diciamo Perù, soprattutto dopo l’Expo tenutosi a Milano lo scorso anno, pensiamo alla quinoa. Mediterranea e originaria di una città di mare quale sono, se penso al Perù mi soffermo sul ceviche de pescado. Il ceviche è un metodo per conservare il cibo mediante alimenti acidi come l’aceto, da cui deriva anche l’escabeche preparato in Spagna (in Italia guarda un po’, scapece). Vi propongo quindi una ricetta a base di pesce crudo marinato nel lime, unita ad alcune spezie come il peperoncino. Si utilizza l’habanero, uno dei più piccanti al mondo. Semplice e veloce, potrete stupire i commensali giocando sull’impiattamento e sui colori vivaci degli ingredienti, l’unico “sforzo” sarà procurarsi le patate dolci e l’habanero. 76| Ssm

Marcella Tagliaferri Chef. Da 15 anni nel campo della ristorazione, si è formata presso “Gambero Rosso”. Ha lavorato all’Hotel Romeo e ha partecipato al talent Hell’s Kitchen Italia. Lavora attualmente come chef, sostiene “l’home restaurant” e crede nell’idea di “cucina come momento di aggregazione”.


Ingredienti per 4 persone 800 gr di filetto di pesce persico (in alternativa utilizzate la spigola) 1 lime 1 peperoncino habanero, tagliato a strisce (usate i guanti di lattice!!) 1 peperone giallo non troppo grande, tagliato sempre a strisce 2 cipolle rosse, tagliate a strisce sottili 600 gr di patata dolce bollita 200 gr di mais (una pannocchia media) 1 insalata riccia (utilizzeremo le foglie più interne) Coriandolo fresco Sale olio e.v.o. Colatura di alici

N ao n e R o i c n o r e Pep hA b Preparazione Tagliamo il pesce in cubi medi abbastanza regolari. Non sono pignola, ma il taglio regolare degli alimenti permette una cottura omogenea, oltre a rilassare nell’estetica. Dunque se ci saranno degli “scarti”… beh, utilizzateli per assaggiare! Mettiamo i cubi in una terrina e condiamo con sale, poco olio, coriandolo. Aggiungiamo le cipolle, il peperone e mescoliamo. Per concludere, aggiungiamo il succo di lime, mescoliamo bene e lasciamo riposare per 30 minuti per far concentrare tutti i sapori, e avviamo la marinatura nel frigorifero (la temperatura ambiente è terreno fertile per la proliferazione batterica!!!). Nel frattempo mettiamo a bollire le patate dolci che avremo precedentemente pelato, e la pannocchia dalla quale ricaveremo i chicchi di mais. Tagliamo le patate a medaglioni di cira 1 cm di spessore, condiamo con sale, olio e…piccole personalizzazioni della ricetta. Che i peruviani non me ne vogliano, ho scelto di utilizzare l’insalata riccia per la sua amarezza e qualche goccia di colatura di alici, sapida quel giusto per contrastare il dolce del mais e delle patate. Impiattiamo come più ci piace, prendendo spunto magari dalla foto. Buon appetito! Ssm | 77


# A CASA

COME in

a n G a P Cam

Stanchi del caos delle nostre cittĂ e dello smog che ci circonda, vorremmo tutti evadere in un posto dove trascorrere momenti di puro riposo, magari in una casa immersa in un paesaggio bucolico. Vediamo insieme come unire lo stile Country Chic e quello Moderno per portare la campagna in cittĂ  e...sognare ad occhi aperti! di Valentina Cannava 78| Ssm


La casa di campagna genera in noi il desiderio di vivere in un ambiente naturale, con ampi giardini e spazi agricoli e ci fa pensare a colori caldi, infissi in legno, caminetto, poltrone, divani e tavoli dal sapore antico. Questa è la tipica immagine che si palesa nella nostra mente. Seguendo questi semplici consigli, riuscirete a dare un sapore “rustico” alle vostre case. Il primo passo è decidere i materiali da utilizzare: il protagonista indiscusso, in tutte le sue varianti, è il legno. Dall’ingresso al soggiorno, dalla stanza da letto agli esterni, il legno è senza dubbio il materiale più usato. Leggero, resistente, economico ed ottimo isolante termico, esso è impiegato nelle costruzioni fin dall’antichità. I suoi colori caldi rendono possibile avvalersi, per l’arredo interno, di varie cromie che richiamano la terra: arancione, giallo, rosa pesca, rosso, salmone. Anche le tonalità del bianco sono consigliabili per il loro piacevole contrasto con gli elementi in legno. Un altro materiale è la pietra, comunemente adoperata per il rivestimento del camino, le pareti esterne e per la pavimentazione. Soffermiamoci su quest’ultima. Possiamo creare una combinazione di listelli di legno con pavimenti in pietra. L’effetto potrebbe davvero stupirvi, oltre a modernizzare notevolmente l’ambiente. Introduciamo ora alcuni elementi moderni senza però alterare la rusticità dell’ambiente. Nel soggiorno introduciamo un divano e una poltrona soffici dove poter comodamente sprofondare, una sedia a dondolo, un tavolino di ferro battuto o un mobile riciclato, porte di legno sverniciate, quadri moderni, lampadari in ferro battuto, specchi con cornice in legno, elementi in porcellana, tende con colori naturali, tappeti, coperte e cuscini di cotone e lana. La cucina, in pietra o in muratura, è la stanza più importante e deve essere grande e funzionale, con mensole di legno adornate da piatti, tazze, bicchieri e pentole di rame a vista. La stanza da letto può essere moderna e al contempo rustica, arricchita da mobili di legno grezzo e naturale, un tappeto ai piedi del letto, un baule, una lampada moderna e una collezione di orologi alla parete. Il bagno, caratterizzato da toni tenui come l’azzurro e il verde, può essere arricchito con accessori in rame. Non dimentichiamoci dell’esterno. Una veranda o uno spazio esterno può essere arredato con mobili in vimini e una comoda amaca. Creiamo un’atmosfera romantica con delle lanterne e composizioni di fiori di campo, Valentina Cannava cercando di conservare il più possibile un’atmosfera ruArchitetto. Laureata a Napoli nel 2009, fonda stica.

lo studio V_Land LandScape Architect & Interior Designer. Vive e lavora a Tokyo (Giappone) come architetto freelance.

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Anno

UN ANNO DI SECRET, UN ANNO DI SUCCESSI! Secret sta per spegnere la sua prima candelina e in occcasione del nostro primo anno celebriamo i nostri successi insieme a tutti voi! Perchè sì, i nostri lettori sono i migliori!

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«Come faccio a riconoscere l’uomo giusto?» Cara Simona,

la domanda che ti voglio sottoporre è molto semplice: come faccio a riconoscere l’uomo giusto? Esco con molti uomini, ma con nessuno di questi riesco a far nascere una storia. Alcuni, dopo avermi corteggiata cominciano a raffreddarsi fino a non contattarmi più, altri invece non accendono il mio interesse, quindi sono io a far scemare i nostri incontri. A volte mi chiedo in cosa sbaglio, forse sono troppo esigente e scarto chi mi potrebbe interessare in futuro. E se l’uomo giusto mi fosse capitato tra le mani e non fossi riuscita riconoscerlo? Ecco, è questa domanda che mi logora. Ho paura di non fare la scelta giusta. Puoi darmi per favore qualche dritta su chi concentrarmi e chi lasciar perdere? Mi sento disorientata perché orami sono due anni che esco con uomini senza che queste brevi frequentazioni si trasformino in qualcosa di più concreto. Grazie. *Maria da Portici*

la

POSTA di

Cara Maria, di Simona Vitale

Simona Vitale La woman coach che ti cambia la vita. Aiuta le donne a raggiungere i propri obiettivi personali. Ogni mese risponde alle tue lettere dandoti consigli per la carriera o aiutandoti a risolvere dubbi e problemi che ostacolano la tua crescita personale. Scrivile a: redazione@secretstylemagazine.it

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la domanda che poni è molto interessante e credo che possa interessare diverse donne che, come te, sono stanche di passare da un appuntamento all’altro senza poi far sfociare questi rapporti in relazioni più appaganti e durature. La fase di conoscenza prima di una relazione è fondamentale, pertanto ti chiedo di tenere le orecchie ben aperte e gli occhi spalancati durante questo stadio. È proprio in fase di corteggiamento che molte donne perdono la testa senza accompagnare il processo dalla logica. Quindi non colpevolizzarti se i tuoi appuntamenti non si sono trasformati nella storia d’amore dei tuoi sogni. Detto ciò, potresti evitare di investire energie in appuntamenti che già da principio possono rivelare i segni di una perdita di tempo. Ascolta molto bene il tuo interlocutore prima ancora di uscirci insieme e, se hai delle curiosità in merito alla sua vita privata, hai tutto il diritto di porgere queste domande con eleganza e tatto. Insomma, quello che ti chiedo è di raccogliere informazioni prima ancora di iniziare una frequentazione con il potenziale partner, così facendo potrai risparmiarti incontri inutili. Per ciò che concerne l’argomento “uomo ideale”, ti direi che è quello che ti fa star bene e con il quale le cose fluiscono armoniosamente. Lo riconosci perché con lui le cose funzionano in maniera semplice e scorrevole. Buona fortuna ed ogni bene. Simona Vitale - www.simonavitale.com


LA FREEPRESS CHE MANCAVA!

Sfogliala, portala con te, leggi di piu ...ANCHE ONLINE! www.secretstylemagazine.it Ssm | 83


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Secret Style Magazine - Ottobre 2016  
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