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Quaderni della Scuola elementare di scrittura emiliana sesto quaderno gennaio 2011


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Compito della finestra:

descrivete quello che vedete fuori dalla vostra finestra sabato 9 ottobre alle ore 11.

L

a mia casa quando l'ho comprata la dovevano ancora costruire, lo ero andato a fare un giro, prima di, come si dice, firmare, per vedere la zona ma anche per sentire il treno. C'è la ferrovia di fianco, volevo sentire se faceva molto rumore, perché i rumori mi danno fastidio, a me piace il silenzio di tomba. Quel giorno però il treno l'ho sentito una volta sola, è una ferrovia secondaria, e di treni ne passa uno ogni ora. Avrei dovuto aspettare un'altra ora per essere sicuro, sono andato via. Oltre a quella del treno, anche se mi ero promesso di non farlo, sono tornato altre mille volte dopo che avevo firmato, per vedere il famoso avanzamento lavori. Appena hanno cominciato a costruire le finestre, sulla strada, mi sono messo dritto a quella che sarebbe diventata una mia finestra e così ho capito che il panorama sarebbe stato fortemente contraddistinto dal civico 50 di via fratelli Cervi. Nel civico 50 di via fratelli Cervi, che nel mentre è diventata via delle Officine, ci abitano 2 famiglie tutte e due al terzo piano. Gli altri appartamenti sono vuoti. Una delle due famiglie è formata da un signore sui sessanta con la canottiera e dalla sua mamma. Capita a volte che mentre sto fumando in terrazza il signore si affaccia e mi guarda con uno sguardo veloce e poi chiude le imposte. La mattina, spesso, la mamma fa una piccola passeggiata sul marciapiede, è anziana e si aiuta con un treppiede, lui intanto legge il giornale su una sedia che porta da casa. Nell'altro appartamento abitato ci sta una coppia giovane, penso che siano russi. Qualche volta quando era caldo stavano fuori seduti a parlare sullo scalino del portone d'entrata. Lei era incinta poi poche settimane fa c'era un fiocco rosa sul portone del civico 50. Quasi tutti i sabati mattina un signore anziano viene a pulire uno degli appartamenti al piano terra. Apre unte le finestre spazza e da lo straccio poi richiude e va via. Stamattina però non è venuto. Stamattina non si vede nessuno, si seme solo la musica della fiera che c'è di là dalla ferrovia. (Edoardo Gatti)

D

avid ha messo la sveglia ma l'ha solo messa, appoggiata sul comodino che questa è la loro stanza e domani arrivano i coinquilini, un lui e una lei insieme, a mezzogiorno e mezza. Io m'alzo a mezzogiorno e mezza e parlo subito ai coinquilini, loro che mi guardano con ancora i valigioni in mano ma io spalanco l'imbarazzo e parlo, a te ti ho


già visto, vieni mica al mare dalle mie parti? K lui no, mai stato, ed io, scusate per il letto vostro, e lei, avevo detto a David che saremmo arrivati a mezzogiorno e mezza. Infatti si. M'alzo e cerco di trasmettere ai due un senso di inadeguatezza composto ma si vede che fingo, che sono più che altro scocciato e mentre indago furtivamente sul non funzionamento della sveglia continuo ad essere sincero quando dico sei sicuro? Mai venuto al mare dalle mie parti? Loro due, la coppia, lasciano le valigie e si divincolano da queste domande traslocando un tavolo dall'aria pesante, io decido di uscire dal letto e mettermi i pantaloni, almeno. Rientrano dalla cucina mi vedono là e allora mi viene da chiederlo: mi lascereste qualche minuto per guardare fuori dalla finestra? A che scopo? Ilice lui, ed io che strizzo l'occhio ad un uccellino di passaggio: è un esercizio, e l'uccellino zampetta nel giardinetto. Perché c'è un giardinetto qui, c'è, una scaletta di rosso metallico che scende ripida in un bel cortile interno di questi nascosti tra le case bolognesi, aniratti preziosi con ricami d'aiuole felici. Chiudo gli occhi e vedo ieri sera, li riapro ch'è meglio. L'uccellino intanto con il becco fa un sondaggio tra le pietrine sulle piastrelle di cemento. Se vuoi andare a vedere il giardinetto scendi pure sai? E io, no, devo stare dalla finestra. Comunque, mi dice, tra poco arriva mio padre, ma io lo tranquillizzo che ho qtiasi finito di guardare dalla finestra, che in fondo le aiuole sono carine e quell'albero di limone ha pure dei bei frutti e se volete, appena finisco di guardare che ne dite? imbastisco una bella pasta olio e scorza di limone grattugiata? Loro dicono No grazie, insieme, senza nemmeno guardarsi negli occhi per stabilire una risposta univoca perché loro già lo sanno e me lo dicono insieme quel No grazie. Bene dico io. Caffè? No. Eppure, penso, c'è un bel sole là fuori, non si rifiuta un caffè con 'sto sole, sospetto che questa posizione di profugo, di nomade dei letti, mi abbia messo in cattiva luce agli occhi dei due che subito mi fanno sentire una minoranza a rischio, privo di diritti e perseguitato. Allora glielo dico: Ok avete il giardinetto ma la vostra finestra fa schifo, guarda che infissi, qui d'inverno prendete del gran freddo miei cari. Loro non si offendono, nemmeno cambiano la faccia, nemmeno un pochino, capisco che non c'è più niente da fare perché la finestra l'ho vista, ho visto pure quel che c'è fuori e per un attimo mi sono rivisto ieri notte, sul tetto di quella macchina parcheggiata. Il calle non si beve, prendo le mie robe ed esco dalla camera salutandoli, già che ci sono chiedo loro di salutatmi pure il padre, che mi piace essere eccessivamente cortese con chi non mi piace. Vado in camera di David, dorme tranquillo Ini, gli chiedo di sposi.usi un poco clic- ci si sta anche in dtie in quel ledo. Bofonchii! qualcosa e si r i i . i d'un I.no, io i n i idealo f non mi i i ade li» 11 uri il o subilo, penso agli in e c ' i l i n i . le' .n i iole, il I n n o ne 1 , u n p.tn i l i . I M I > . u l u l a l o un I

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1


Che domani è domenica, e c'è tempo per i! vestito della festa. Oggi, polvere. Scatole con i resti di qualcosa. A spigoli. Un cappellino con visiera, sulla fronte dei suoi sessantanni. E polvere, ovunquc. È bello un sabato anche così, con i resti di qualcosa. Alcuni, addosso. Altri in scatole. E la polvere come cravatta, e cappotto, e pantaloni. E cai/ini, di polvere. C'è tempo, per la domenica. Di tortellini e famiglia. Di funghi freschi, del bosco li sopra, che ci vanno tutti, adesso che è autunno, e ha piovuto. Due sedie di plastica bianca, sull'asfalto. Che viene voglia di sedersi lì, e aspettare. E invece nessuno si siede. Le macchine distratte, un taxi bianco, orde di puliti animali domestici che non si allontanano un metro dai loro cortili. A guardarle così ti viene da dire ehi, allora è già l'autunno. ( .he i comignoli fumano, e non è più tempo da chiacchiere all'aperto. A vederle così. Viene voglia di mollare tutto e fare una corsa. E sederti di fretta, è mia, è mia. Come in quei giochi, da bambino. Dove di sedie non ce n'è mai abbastanza, per tutti. (Anna Infanti)

L

a mia casa sembra la bocca di un bambino di sei a n n i e mezzo: ha tre portefinestre e di finestra-finestra solo una, sulla vasca da bagno per giunta. Se guardi fuori quindi ti trovi già in balcone, o se stai dentro, subito dentro alla portafinestra nella stanza da giorno, chiamiamola sala, questa dove sono adesso, vedi tutto un sistema di architetture che interpreta il concetto di allaccio, apertura, nel concepì di portafinestra a tre ante e ciò che ne consegue. I.a mia casa d'estate è grande quasi il doppio anzi di più. Questo anche perché fuori dalla portafinestra c'è uno spazio grande abbastanza per avere un tavolo viola con sedie e altre Utilities come un'aloè sarda sopra ad un brutto tavolino rosa e .sotto a tutto un niente di materiale spurio in un rettangolo, dove il gatto crea ondulazioni agglomerate, più volte al giorno. A volte il giardino giapponese diventa di pietra, ancora più spirituale, quando la pioggia agglomera tutto l'agglomerabile. Per il resto, alzando lo sguardo, si è in Italia, inequivocabilmente, perche sul tetto di fronte ci sono dei fili per stendere, e gli altri tetti, quelli dei forttmati che invece di pede sono tuttocollinari sono [ridondati dal sole, adesso e sempre, e si strusciano contro cime verdi a frattali triangolari, che con i tetti stanno bene, e si è simili ai propri stessi disegni di città da bambini. Ma essendoci questa situazione di inclusione nello spazio aperto, e di subito fuoti, accade che Io sguardo sia incorniciato da alcuni elementi mobili, ma anche spinto a girarsi, inquietamente, in un'ambizione di orizzonte. Nel bordo superiore dell'immagine un orlo ondulato disciplina motivo a righe dall'arancio al beige passando per color pioggia: la tenda da sole, fieramente al suo posto dopo un tentato omicidio movente neve, confonde il confine dell'abitazione, arrestandosi in premurosa corrispondenza, uno sguardo più in basso, della ringhiera, gcraniata, in realtà discontinuamente fioridivetrata (per intervento di mia sorella) nei vasi e portavasi di ferro battuto, metallizzato dalla pistola della vernice per auto da Josè. Fra la tenda e il corrimano metallico interrotro dai vasi: una dolce canoa sospesa di bandierine scritte, già stinte, dolci, sembrano colorare coi colori ilei fili dei panni, della pioggia come la tenda, nella tavolozza del paracollinato, sono regalate, appese al mattino con dei cordini, ondeggiano leggermente, impallano parte del palazzo di fronte, che. oltre ai fili sopra, ha cornici incomplete di colore bianco attorno alle finestre, pedantelle e settantine, e se non ci fosse


questo palazzo sarei molto più collinare e meno pede, e lo sguardo andrebbe lontano, cosa molto utile anzi indispensabile all'essere umano, come perfino gli oculisti a proposito di computer amano teorizzare. Bene, habemus bandierine spirituali. Sotto di esse il minuto skyline del parapetto (o meglio dell'interno coscia di un balcone in muratura) con suoi piccoli dolmen: gatto di legno con sguardo di nostalgia immobiliare a sud, due ex tulipani di legno rossi, oggi color pioggia come tutto, che impallano trattali verdi che impallano il settantotto di fronte e, avvinta, con i capelli sciolti, molle di sonno e acconciata dal vento, un'altra bandiera. Essa vive nel medesimo riquadro del gallo di legno, con exhorivetro o petunie oggi reticenti e ristretti a secchi e neri bacchetti: bianca e rossa, con tipografia nera, quando metto a posto dice "L'Unità" quando la mia colf è il vento dice "tusaichè". l.o sguardo, come dicono gli oculisti, ha bisogno di poter viaggiale lontano, dunque attraila dalla portafinestra varco il varco e vedo un canyon, un abisso di cielo contenlo che si abbassa Ira gli alberi del settantino e un altro fratello palazzo a destra, più lontano, ma disegnato dallo stesso geometra: il cielo ha spazio qui di fronte e si gode tutto l'arco completo, dal sole che ora non vedo alla terra dove spuntano, in avanti, più in là, come in corsa le stalagmiti delle due torri, quelle bolognesi e attorno dei tetti, tutti contenti oggi perché, come dimostra l'Hopper alla nostra destra, i muri sono inondati di sole, anche se si capisce già che c'è l'inverno, perché, per chi deve decidere se stare fuori o dentro, fuori fa freddo e dentro è troppo lontano. (Marcella Terrusi)

L

a prima cosa è il velo. Nero informe a ricoprirle interamente il capo. Poi l'abito, una tunica, un sacco a nascondere ogni segno di femminilità. Dice che è proibito, che è peccato. Che non si deve vedere niente. 11 volto non lo vedo, ma lo immagino senza sforzo. Sono tutti uguali, con quel misto di ritroso imbarazzo... di vergogna. O forse mi sbaglio io, deve essere il mio retaggio culturale. Magari lei, lì stillo, si sente proietta. A me sembra una roba medievale. K inquieianie realizzare come un abbigliamento tanto inconsueto e vistoso finisca per annientare completamente il corpo che contiene. A uniformarlo. Ecco un'uniforme. E per questo che è stato creato, no? Deve essere in ritardo. Procede a piccoli passi rapidi lungo il selciato. Passa davanti all'osteria dove la sera, con gli amici, ci divertiamo a scherzare le ragazze in tiro che con tacchi altissimi affrontano la stessa discesa. Una su cinque cade. Tranne le indigene: quelle sanno il trucco. Sanno che il calzolaio all'angolo ha il rimedio giusto. Il calzolaio è appoggiato al muro della sua bottega, con il grembiule in cuoio, limi.i un.i paglia, la sta guardando anche lui. Chissà cosa pensa. Con lui parlo sem|>tr e solo di scarpe, di quelle di oggi che non valgono niente e di quelle' che taceva l u i qu.iiidu .m, 01.1 c'era il signor Pollini, e che se qualcosa non andava lui, il calzolaio, l.n rv.i In m,m i n n o . A me non ha mai riparato neanche un paio di scarpe, non ne vale 1.1 |n 11.1 i l h e, in.i alle .signorine in tiro gli fa i lavori di fino. Ai tacchi altissimi .ippln .1 n :( nli Minii 1 ili vibram, quello che si usa nel trekking. Lui lo chiama: l'antisismico, I le M)', n \.iiiiiiivi.isiuux1.


Ormai ne cade una su dieci. Ma lei no, non ha bisogno di antisismico. Cosa avrà ai piedi, di sicuro niente tacco. Che poi come fai a dire cosa ha lì sotto, non si vede niente. Magari può mettersi quello che vuole, tacco dodici e lingerie, purché non si veda. Oppure c'è una lunga prescrizione di biancheria e indumenti autorizzati, roba di cui non so neanche il nome. Una volta ne ho vista una che aveva una sciarpa. Nera, ma di Armarti. C'è' una bimba che ha smesso di giocare e la osserva. Chissà cosa pensa. Se si immagina, lei, vestita così, da grande. Ma una bimba, finché è bimba, porrà mai desiderare di vestirsi così, da grande? Che cosa le deve succedere perche arrivi a accettare qualcosa del genere? Magari poi lei pensa lo stesso dei tacchi alti... va a sapere cosa passa per la testa di una bimba. Che in ogni caso non mi sembra troppo turbata, riprende allegra a giocare con la palla. Ecco, rallenta il passo, è quasi arrivata, è già sul sagrato. Mi sembra più rilassata, più a suo agio nel contesto che le è proprio. Ma forse è solo il mio retaggio culturale. Entra in chiesa, e una suora, in chiesa non può essere a disagio, no? Sono le undici, la messa è iniziata. Io richiudo la finestra, andate in pace. (Alex Casperoni)


Compito dell'elogio funebre:

Scrivete un elogio funebre di una persona magari anche viva. icordiamo oggi il grande atleta Gianni che, suo malgrado, ci insegnò tutto sui salti ertali. (Filippo Balestra)

N

on avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato qui con voi, in questa sala, per pronunciare queste difficili parole. E un compito gravoso, ma mi assumo ogni responsabilità di questo annuncio in qualità di presidente dell'associa/.ione. Paul se ne è andato. Non è più con noi. E spirato questa mattina alle 6 nella sua fattoria nello Steilonshire, vegliato lino all'uliimn dai suoi agnellini, che amava tanto. Che cosa credete, che non sia difficile anche per me accettarlo? Ero anch'io al Vigorelli a gridare yeahh e a gridare ooohhhh. A gridare ohhh yeahh, insomma. Ed è con il cuore squassato dal dolore che credo di interpretare l'animo di tutti voi affermando che, Paul, ci mancheranno i tuoi yeahh, i tuoi ohhh, i tuoi ohhh yeahhh. Stamattina, poco dopo le 6, ho ricevuto una teletonata dal presidente del Beatles fan club di Londra, che mi annunciava con voce rotta dal pianto la triste notizia. Paul è morto. Era vegetariano, eppure è morto anche lui. Quasi non ci si crede. Sembra ieri che lo vedevamo, bello e sfrontato, sulla copertina di Sgt Pepper, con quella sua marsina blu (John ce l'aveva verde, George rosa, Ringo rossa). Oppure abbracciato al suo basso Hofner, anche se sappiamo tutti che nel 196S i.unbio strumento, comprando uno straordinario Rickenbaker laccato di rosso che In l u m i . m i e l i tale nel ridefinire il suono dei Beatles nella seconda metà degli anni Sess.mi.i. Come non ricordare quell'istantanea sulla copertina di quel raro lionili-) 1 , del l ' H i . ' , i Ilisolo io possiedo, e di cui tutti noi conosciamo l'immenso valore? Cari amici associati al club beatlesiani d'Italia. Qualche voli.i le p.imli -.uno superlluc. Oggi è il giorno che non avremmo mai voluto vivere. Dopo quello dell.i mone di jolin, e dopo quello della morte di Georgi-, è senza dubbio il pomo pili I I I M I - di-Ila nostra


esistenza. Paul, ci mancherai. Anche se in questi ultimi anni sembravi un po' una venlii.i /ia. i ini le guance cascanti, quel rossetto appena accennato sulle labbra nelle tue u l t i m e a p p a r i / i o n i live...beh noi ti volevamo bene Io stesso. Non riuscivi più a cantare l.ong Fall Sally, però ti volevamo bene lo stesso. Anche se negli ultimi anni ti eri (atto infinocchiare da una smorfiosa interessai.i solo ai tuoi quattrini, e ne avevi tanti, questo va detto, dicevo, anche se ti sei tatto buggerare come un pivello da quella là, quella finta modella, quella con la gamba finta, eri sempre il nostro Paul. Da tempo non ay.zeccavi un disco buono e continuavi soltanto a ripeterci che non bisogna mangiare la carne. Erano cose sulle quali siamo passati sopra, non scalfivano la tua grandezza. Vedo molte amiche con gli occhi umidi. Non disperate! A Natale, mi hanno detto, uscirà un cofanetto speciale deluxe con tutta la discografia dagli a n n i delle elementari, quando il giovane Paul compose alcune marcene irlandesi con l'ocarina, fino all'ultimo inedito, Song for Lambs, dettato in punta di morte all'agnello più anziano. Addio Paul. Prima di andarvene, vi ricordo l'ordine del giorno della riunione della settimana prossima: c'è da mettere in ordine le spilline arrivate ieri da Liverpool. Un'ultima cosa: per il Beatles day di quest'anno siamo in contatto con l'ascensorista dell'hotel di Kuala Lumpur in cui Ringo Starr soggiornò tre giorni in fuga dal ritiro in India. Vi terremo aggiornati. (Mattai Meneghello) v

E

con grande dolore e rammarico che comunico a tutti voi il triste evento accaduto nella giornata di oggi. Dopo lunghe ore di agonia e di dolore, in seguito al fatale incidente avvenuto questa mattina, Reber ci ha lasciati alle ore 13:30 di questo cupo giorno, (sig sig) Doveva arrivare questo momento, lo sapevamo tutti, era un compito pericoloso il suo. "Un lavoro troppo spericolato' dicevamo.. ."Prima o poi ne risentirà '.. .e in effetti avevamo ragione. Ne ha risentito. Oggi siamo qtta... non a dire "te l'avevamo detto", anche se so che ci sono persone che avrebbero tanta voglia eli farlo. Siamo qua per salutarla, perché nel bene o nel male ci mancherà.. .nel bene o nel male ognuno di noi continuerà a sentire un vuoto dentro sé. Ognuno di noi, chi più chi meno, in fondo, le voleva bene. E sempre così, dicono, ti accorgi di quanto tenevi a qualcosa quando quella cosa ormai non cè più, e allora piangi, ti disperi... e magari prima manco ti accorgevi della sua presenza. Credo di parlare a nome di tutti, di esprimere ciò che la maggior parte di noi sta provando in questo momento. Non siamo stati in grado di realizzare quanto fosse importante per noi. Non ci siamo accorti di quanto la sua presenza, seppur poco divertente, fosse... sì, diciamo colmante. Riusciva davvero a portare qualcosa in più nelle nostre giornate, quando ci riunivamo tutti insieme, senza quasi accorgerci della sua presenza. Mai riuscirò a provare le stesse sensazioni che riusciva a farmi provare lei...


Siamo quindi qui riuniti oggi, in questo giorno così doloroso per tutti noi, per dare il nostro ultimo, caro e soprattutto sentito saluto a Reber 9250 N, la nostra amatissima ed insostituibile grattugia elettrica. (Elisabetta Radicati)

C

ome commemorare il Commodoro? Eh? Come? Come il Commendatore? No dai, era per sdrammatizzare. Ma non c'è nulla da sdrammatizzare in questa triste giornata. Siamo qui riuniti per porgere l'ultimo saluto ad un uomo, un uomo come il commodoro appunto, esempio di lealtà, fierezza e un pizzico di savoir-faire. Lascia al inondo tre ligli anch'essi leali e fieri e col s.ivoir-laite pure loro, immagino. Poverini, veramente, non vorrei essere nei loro panni, rimasti orfani di padre e in più con una madre, qui presente e a cui porgo i miei più cordiali saluti contrapposti alle mie più sentite condoglianze. Una madre dicevo, Sofia, troppo affascinante per essere solo vedova, dicevo. Un'ottima madre Sofia, madre e moglie di un uomo, il nostro compianto, grande sportivo e amante del tennis, come me, anche se io poi ho vinto i campionati regionali, vorrei ricordarlo, l'articolo sul giornale e tutto. Ebbene un uomo, il nostro defunto Commodoro, appassionato di cultura certo, fu infatti tra i primi all'inaugurazione della biblioteca comunale che oggi porta il mio nome, fu tra i primi dicevo, a ringraziarmi vivamente per la mia sostanziosa donazione. (Ehi un po' di applausi non danno mai fastidio eh! APPLAUSI). Ma pensiamo ai poveri tre figli, poveretti, veramente poveretti, cosa faranno adesso senza il loro padre? Senza dimenticare certo la madre di questi ragazzi, Sofia, un incanto di donna a età sono legatissimo sin dalle medie, pensate, lei era nell'altra sezione mentre lui, cioè il nostro compiantissimo Commodoro, prima che venisse bocciato era in classe con me che avevo tutti f 0. Fu proprio in quel periodo che cominciarono a frequentarsi. Da allora sempre insieme. E lei fedelissima. Fedelissima ve lo garantisco io. E le facciamo un applauso APPLAUSO per essere stata così fedele tutti questi anni con un marito così APPLAUSO. Ed è per questo che ci sentiamo in dovere di starle vicino in questi momenti difficili. Eh Sofia? Stasera cosa fai? (Filippo Balestra)


Compito del Mi ricordo:

sul modello di Je me souviens di Georges Perec, scrivete una serie di Mi ricordo.

M

i ricordo che nella mia classifica personale la caramella top era la Charms colo! viola. Un gusto così buono non l'ho più ritrovato, vittima della guerra ai coloranti artificiali che si consumò in Italia a metà degli a n n i '70. Mi ricordo la trasmissione "I sogni nel cassetto" con Mike Bongiorno e Fabrizia Carminati. Mi ricordo che da piccolo quando guardavo tm film in rv e capitava una scena di bacio mio padre per togliersi d'imbarazzo cominciava a ridacchiare e diceva riferendosi al protagonista maschile: "Le da un po' di ossigeno". Così io sono venuto su con questa conce/ione medicale del bacio: più respirazione bocca a bocca che gesto erotico o d'affetto. Mi ricordo che una delle prime frasi con cui iniziai a parlare fu il motto della Galbani. Solo che invece di dire "Galbani vuoi dire fiducia" io dicevo "Galbani vuoi dire filucia". Mi ricordo le bustine di Cristallina. Mi ricordo Febo Conti. Mi ricordo i tristissimi cartoni animati che davano su TeleCapodistria. Mi ricordo a memoria una poesia breve di lonino Guerra che dice in dialetto santarcaiv giolese: "L'aria l'è eia roba li/ira eia sta datonda la tu testa e eia sventa piò céra quand che t'roid" e che tradotta in italiano significa "L'aria è quella cosa leggera che sta intorno alla tua testa e che diventa più chiara quando ridi". Mi ricordo che la prima auto dei miei fu la Bianchina e d'inverno quando tornavamo a casa dopo essere stati a Riccionc da mia nonna, mi piaceva addormentarmi sdraiato sul sedile posteriore con il braccio a penzoloni e la mano davanti alla bocchetta in basso che soffiava aria calda. Mi ricordo quella mattina in cui mia zia Rosa di Ravenna - ospite da noi - si risvegliò non ricordandosi più dove avesse appoggiato la dentiera. Alla (me la ritrovammo tra i libri del cassettone del mio letto. Mi ricordo una vecchia storia di Paperino ambientata al Polo dove c'era un immenso grammofono di ghiaccio. Mi ricordo Tre nipoti e un maggiordomo. Mi ricordo la Signorina Bisley, la bambola di Buffy, in Tre nipoti e un maggiordomo. Mi ricordo la galle radiofonica di Corrado che dovendo presentare la "Cavalcata delle Valchirie" di Richard Wagner se ne uscì con la "Valcacata delle Valchirie".


Mi ricordo l'appendiabiti in pelo sintetico azzurro con la faccia da coniglio. Mi ricordo Oggi le comiche. Mi ricordo che un sabato guardando Oggi le comiche mi sono distratto, rovesciandomi addosso il piatto fumante di minestra coi fagioli. Mi ricordo ancora il bruciore, perché era estate e portavo i pantaloni corti. Mi ricordo "Non mi hai tatto niente, testa di serpente"! Mi ricordo "Non mi hai fatto male, testa di maiale"! Mi ricordo "Chi lo dice lo è, perciò sei te"! (Roberto Saponi)

M

i ricordo il primo giorno di scuola: era 1' 1 ottobre 1968. Mi ricordo come sembrava alto il solfino della mia aula, e come sembrava enorme la cattedra, il primo giorno di scuola. Mi ricordo come sembravano lunghi i corridoi della scuola quando avevo sei anni. Mi ricordo quando, per la prima volta, sono andato a votare nella mia vecchia scuola. Mi ricordo come mi sembravano normali le aule, le cattedre e i corridoi, a diciotto anni. Mi ricordo la sensazione di fastidio che mi dava la carta assorbente quando la prendevo in mano. Mi ricordo come mi arrabbiavo con i pennini spuntati ed i calamai sporchi. Mi ricordo che sollievo quando "Dal prossimo trimestre potrete usare la biro". Mi ricordo che eravamo in 38 in classe, in prima elementare, nel 1968. Mi ricordo che eravamo in 24 in classe, in seconda elementare, nel 1969. Mi ricordo che, da più grandi, si parlava di droga. Mi ricordo che ci siamo contati, nel 1988. Mi ricordo che eravamo solo in 20, di quelli del 1969. Mi ricordo che ho pensato che era meglio quando si era bocciati. Mi ricordo il giorno che abbiamo comprato il primo televisore. Mi ricordo che aveva solo due canali. Mi ricordo che ho visto il primo uomo che è andato sulla luna, in uno di quei due canali. Mi ricordo il garage, e mio nonno che ci faceva le scarpe, nel garage. Mi ricordo mia nonna che faceva bollire la colla di farina e aceto, e il profumo del mosto nel tino in autunno, nel garage. Mi ricordo le partite a carte con mio nonno il sabato pomeriggio. Mi ricordo la gioia e l'allegria del sabato pomeriggio. Mi ricordo la noia della domenica pomeriggio. Mi ricordo il baccalà al forno e i film di Stantio e Ollio, la vigilia di Natale. Mi ricordo lo spettacolo delle vetrine dei nego/i verso Natale Mi ricordo la vetrina della macelleria, del salumiere, del droghiere, del fruttivendolo e persino il bar sembrava più bello, anche se i vetri erano sempre sporchi. Mi ricordo un uomo robusto e forte, molto forte. Mi ricordo come lo osservavo per ore affascinato, quasi :i boa.i .ipi-n.i. Mi ricordo che era sempre vestito di un bianco impeccabile nel suo poi lamento signorile. Mi ricordo la sua voce calma, pacata, rassicurarne, sempie nini-se.


Mi ricordo come accarezzava dolcemente, impugnandola in maniera forte e virile, la morbida carne. Mi ricordo quando impugnava i suoi coltelli, e i tagli decisi e perfetti, tutti uguali. Mi ricordo che ci siamo parlati poco. Mi ricordo che mi ha detto tanto. Mi ricordo mio Padre. (Marco Cacciari)

M

i ricordo l'ascensore della prima casa in cui ho abitato, ci stava il fantasma fonnaggino lì dentro. Mi ricordo di quando cercai di infilarmi nello zaino di scuola per non farmi vedere dalla maestra. Mi ricordo strega mangia colore e un due tre stella. Mi ricordo le scivolate giù dalla collina con una scatola di cartone o una busta di plastica...io finivo sempre per terra, Carlottina mai! Mi ricordo la pistola a pallini di mio fratello, e il mio corpo a pois. Mi ricordo di quando ho chiesto a mamma se potevo tornare in prima elementare pur di non fare l'esame di quinta... mi sembrava la soluzione migliore! Mi ricordo le caramelle frizzanti. Mi ricordo quando mio fratello mi legò alla sedia e per farmi stare /irta mi infilò in bocca i suoi calzini...passai tutto il giorno a lavarmi i denti, quando finalmente riuscii a liberarmi. Mi ricordo i modellini di aerei o elicotteri che mio fratello costruiva con tanta attenzione e cura, poi arrivavo io e dicevo «guarda laio, vola» e lanciavo il modellino...mio fratello non ne era molto contento. Mi ricordo di quando prima di andare a letto mio fratello beveva dalla bottiglia d'acqua e per me invece riempiva solo il tappo della bottiglia... perché se no mi facevo la pipì a letto... poi in genere la facevo lo stesso. Mi ricordo l'odore della mia mamma sul pigiama che mettevo nel suo cassetto qualche giorno prima di partire con papa, ogni estate. Mi ricordo quando ho rischiato di soffocarmi con il nesquik. Mi ricordo di quando ho bruciato il sedile dalla macchina nuova di mio papa con l'accendisigari perche dovevo capire come funzionava. Mi ricordo quando dicevo a mamma che dormivo da papa, e a papa che dormivo da un'amica...in realtà passavo tutta la notte a far confusione e poi dormivo in ufficio di mio papa. Mi ricordo quando Stiinky è caduta da ferma dalla bicicletta e poi ha iniziato ad urlare dicendo che non riusciva a muoversi, che non sentiva le gambe e noi un pochino alla fine ci credevamo...poi si è rialzata con un salto, come se nulla fosse. Mi ricordo quando mi sono rotta il piede per andare a vedere una rana, che poi non aveva niente di diverso dalle altre rane. Mi ricordo quando alla maturità dopo aver scritto il tema per me, l'ho scritto anche ad un amico e poi gliel'ho passato dentro ad un panino al prosciutto.


Mi ricordo quando una delle gemelle è venuta a chiedermi un cucchiaino, e io, insospettita dalla sua faccina birbante, l'ho seguita e ho scoperto che voleva, con il cucchiaino, levare qualcosa dal naso dell'altra gemella, che poi abbiamo portato al pronto soccorso. Mi ricordo il profumo dei fiori bianchi in Indonesia. Mi ricordo la doccia assassina del dormitorio in Russia. Mi ricordo il profumo dei fiori di ciliegio selvatico in Russia. (Elisabetta Radicati)

M

i ricordo la rete del tettino. Mi ricordo le mie mani intrecciate alla rete. Mi ricordo la porta socchiusa della camera. Mi ricordo la luce del bagno che filtrava. Mi ricordo le ombre proiettate dalla luce del bagno sul muro della camera. Mi ricordo che poi, quando eravamo in due, sia io che mio fratello gridavamo "la luce, la luce" quando spegnevano quella della camera e allora la porta restava socchiusa. Mi ricordo il piano di marmo accanto alla cucina economica. Mi ricordo mia nonna che faceva il budino al cioccolato per la fine di un pranzo importante. Mi ricordo il caramello che veniva versato nella teglia, prima del budino. Mi ricordo le gocce di caramello sul piano di marmo, che diventavano come delle caramelle, quando si raffreddavano. Mi ricordo i piatti bianchi con i fiori blu, che erano i piatti per i pranzi importanti. Mi ricordo che il menù dei pranzi importanti era sempre lo stesso. Mi ricordo le tagliatelle al ragù. Mi ricordo il profumo di alloro del ragù di mia nonna. Mi ricordo il coltello piatto per tagliare le tagliatelle. Mi ricordo il rumore del coltello sul tagliere, prima che taglia le tagliatelle e poi che gratta il tagliere per pulirlo. Mi ricordo l'arrosto. Mi ricordo il tubo con la rete per tare l'arrosto. Mi ricordo il profumo di rosmarino dell'arrosto e delle patate. Mi ricordo i carciofi fritti, che erano più rari, ma mi ricordo il sapore dolce e amaro insieme e insieme croccante. Mi ricordo che se invece c'era il lesso, allora c'era la salsa verde, raccolta nella salsiera che usciva dalla credenza solo per quell'occasione. Mi ricordo che l'avrei mangiata a cucchiaiate, la salsa verde. Mi ricordo l'insalata di radicchi dell'orto. Mi ricordo che mia nonna ci metteva l'aceto. Mi ricordo il budino al cioccolato, compatto e oscillante. Mi ricordo che le gocce di caramello le avevamo già mangiate prima, durante la preparazione. Mi ricordo il nocino di mia nonna. Mi ricordo i bicchierini per il nocino. Mi ricordo il bicchierino fatto a forma di stivale, che era quello in cui versavano l'assaggio


di nocino per me. Mi ricordo il pergolato dell'uva fragola. Mi ricordo che, alla fine dell'estate, quando facevo i compiti sotto il pergolato, a un certo punto salivo sul banco, staccavo qualche grappolo e lo mangiavo. Mi ricordo i peri. Mi ricordo i prugni. Mi ricordo il rusticano. Mi ricordo il mio pero preferito, il mio prugno preferito e il rusticano, uno solo, ma preferito anche lui. Mi ricordo che su quei tre ci salivo comoda. Mi ricordo che avevano dei bugni, soprattutto il prugno, che aiutavano a salire, tipo scaletta. Mi ricordo che quei bugni ce li avevano anche il ciliegio e l'albicocco. Mi ricordo che quei bugni li mi dicevano che erano le schegge delle bombe che li avevano tatti. Mi ricordo che mi chiedevo se c'erano ancora dentro, le schegge delle bombe. Mi ricordo che sul prugno avevo trovato il modo per metterci un cuscino, un cestino e una bottiglictta d'acqua. Mi ricordo che cosÏ potevo stare comoda per leggere e insieme staccare una prugna ogni tanto, lavarla e poi mangiarla. Mi ricordo che seduta sul prugno guardavo verso la casa di mia nonna. Mi ricordo il selciato di sassi. Mi ricordo la ghiaia. Mi ricordo che una volta ho dato un calcio a un sasso e sotto c'era una moneta. Mi ricordo che sembravano cento lire. Mi ricordo che invece c'era un'aquila e dei numeri romani. Mi ricordo che poi mia nonna mi ha spiegato cos'era, quella moneta lÏ. Mi ricordo che ho pensato che quel sasso doveva essere rimasto li fermo per molto tempo. Mi ricordo le statue coler cotto. Mi ricordo i pezzi delle statue. Me ne ricordo una che sembrava D'Artagnan, che però era stato bombardato. Mi ricordo la sfinge in cotto. Mi ricordo che una volra scivolai sulla ghiaia con la bicicletta e finii con una guancia contro la sfinge. Lei si fece meno male. Mi ricordo la mia guancia grattugiata. Mi ricordo il pozzo. Mi ricordo che poi, quando ero alle medie, chiamò uno mentre facevo i compiti ed ero sola in casa e mi chiese se era vero che avevamo un pozzo in cortile. Mi ricordo che gli dicevo che sÏ, che avevamo un pozzo in cortile. Mi ricordo che lui era felicissimo e gli era venuta la parlantina e aveva iniziato a raccontarmi che faceva una ricerca sui pozzi in città e dal comune gli avevano dato dei nominativi ma che era proprio entusiasta che lÏ c'era un pozzo. Mi ricordo che io, il pozzo, l'avevo dato sempre un po' per scontato fino a quel momento lÏ.


Mi ricordo la porta scorrevole della loggia, che mia nonna la chiudeva con una barra scorrevole anche lei solo di sera. Mi ricordo che quando pioveva rimanevo a lungo a seguire le gocce di pioggia che scendevano lungo la finestra della porrà della loggia. Mi ricordo che il legno del telaio della porta, in passato dipinto di verde, si era tutto increspato e si stava staccando. Mi ricordo il pavimento della loggia, che era liscio, in pezzettini di marmo colorato, e si potevano fare le scivolate. Mi ricordo che soprattutto le facevamo io e mio fratello quando avevamo i cappotti e stavamo aspettando di tornare a casa. Mi ricordo due anfore, sul fondo, con delle canne dentro che a me ricordavano molto i film degli indiani. Mi ricordo che quelle due anfore erano state trovate dopo un bombatdamento, subito accanto a dove c'era il panettiere, che la bomba aveva tirato fuori una cantina romana. Mi ricordo che non si doveva dire in giro di quelle due anfore. Mi ricordo che quando pioveva dovevamo andare in soffitta con le catinelle. Mi ricordo che la soffitta era divìsa in due parti. Una stanza che era stata laboratorio di sviluppo fotografico e il resto, che era grande e pieno di cassapanche e con le travi basse, che io ci passavo sotto bene e potevo mettere le catinelle più verso la fine dello spiovente. Mi ricordo che ho spesso sognato di abitarci, in soffitta. Mi ricordo che il pavimento della camera di mia nonna era fatto di solo cemento, perché una volta si era rotto e avevano rischiato di cadere giù. Poi non lo avevano finito. Mi ricordo che per andare in camera di mio zio dovevo attraversare una stanza con il pavimento rotto e coperto da un tappeto peloso. Mi ricordo il ricordo il rumore delle piastrelle sotto i miei piedi, che ero la più leggera e potevo passare al centro della stanza, gli altri, facevano il perimetro. Mi ricordo l'odore dei mocassini di cuoio di mio zio. Mi ricordo l'officina, ovvero l'ex stalla, dove lavorava ai suoi ciappini. Mi ricordo che c'era una parete di attrezzi, ordinati e dettagliati. Mi ricordo che c'era uno scaffale con delle bombolette spray di vernice. Mi ricordo che di nascosto spruzzavo lo spray direttamente dallo scaffale dove erano posate verso il muro subito dietro, per sentire l'odore di benzina. Mi ricordo che mi piaceva, l'odore di vernice. Mi ricordo che mi piaceva anche, e forse di più, l'odore dello zippo di mio zio. Mi ricordo che quando lo trovavo sul tavolo lo prendevo e lo aprivo e chiudevo di continuo, per sentire l'odore. Mi sembra di sentirlo anche adesso, a ricordarlo. (Elena Pirazzoli)

M

i ricordo che pensavo che tralsochi si scrivesse trasloghi, con la g, e ci rimasi male quando lo vidi scritto su un camion vicino alla stazione. Mi ricordo che mi piaceva l'odore del das, del vinavil e di quella colla in barattolo che si usava alle elementari. Mi ricordo che quando mia madre mi lasciava in macchina in doppia fila per andare in l'i


qualche negozio mi diceva "Se viene qualcuno digli che arrivo subito" e io pensavo di doverlo dire a tutti quelli che vedevo passare più o meno vicino alla macchina. Mi ricordo quando l'ho spiegato ai miei, poco tempo fa: non la smettevano di ridere, anche con gli occhi, ma un po' erano anche occhi sorpresi. Mi ricordo il terremoto dell'80, perché stavo vedendo un film sulla guerra di Troia con mio fratello e avevamo il pigiama uguale, e siamo dovuti scappare via mentre scendevano dalla pancia del cavallo. Mi ricordo che a rne piaceva molto il Belgioioso e io e mia sorella tuttora non riusciamo a farci una ragione del perché sia scomparso: lei sostiene che è nel "paradiso delle bontà estinte", insieme ai Mugnai del Mulino Bianco e ai succhi di frutta Zuegg che ci comprava nonna. Lei dice che lì c'è anche il WinncrTaco, ma io quello non me lo ricordo, perché lei è molto più piccola di me e ha mangiato altri gelati. Ma si vede che è scomparso anche lui. Mi ricordo che in viaggio in macchina usavamo le cartine blu con scritto sopra Ad, nord sud o centro a seconda dei casi, ma le poteva tener in mano solo mio fratello perché era più grande. Mi ricordo che il primo computer che ha comprato papa era uno Spectrutn, non il Commodore 64 che ce l'avevano tutti e io ero ficrissima. I giochi erano in certe cassettine che quando caricavano facevano un rumore tipo fax ma molto prolungato e il mio gioco preferito si chiamava O'zappatore. Mi ricordo il profumo English l.avander sul comò di mio nonno e sui suoi fazzoletti e la lacca Cadonett sulla toilette di nonna. Ci rimase molto male quando non si trovava più e gliene portavamo un'altra dal supcrmcrcato. Ce la faceva invariabilmente riportare indietro. (Chiara Davinelli)


Compito della descrizione:

descrivetevi in cinque righe. 19.000 chilometri percorsi con la mia Suzuki Swift rossa. 3 nomi di battesimo, di cui uno improbabile: Denis. 56 cravatte, compresa la mia preferita, quella sottile blu elettrico che ho trovato in una bancarella di Brick Lane. 1 fratello minore, ragioniere come me. 2 orologi da polso Muji, uno bianco e uno nero che alterno a seconda dei giorni e dell'umore. 1 laurea in lettere nel freezer. 4 cuscini nel letto. 612 amici su Facebook (ma amici amici, molto meno). (Roberto Saponi)

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C

iao a tutti sono Chiara! questo tipo di presentazioni, mi mettono sempre terribilmente in imbarazzo... Ops...son finite le cinque righe. (Chiara Foddis)

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Compito della parola:

sul modello del Dizionario affettivo della lingua italiana, di Matteo B. Bianchi, scegliete una parola che vi piace e dite perché.

I

mbrunire: nel sussidiario e nei libri che leggevo da piccola, bisognava sempre stare attenti all'imbrunire. All'imbrunire bisognava tornare a casa e all'imbrunire spuntavano tutte quelle creature della notte che di giorno non sono visibili e quindi ti dimentichi che esistano. Per molto tempo "l'imbrunire" l'ho immaginato come una soglia che bisognava attraversare con terrore e eccitazione. Nel mio dizionario privato 'l'imbrunire' era come il 'barrito' che era solo dell'elefante e il 'garrito' solo delle rondini, parole che infilavi nel rema se volevi fare bella figura con la maestra. Poi, quando sono diventata più grande, ho cominciato a capire cos'era rimbrunire mettendomi a osservarlo, e allora mi sono accorta che, per prima cosa, l'imbrunire era un verbo. Io imbrunisco quando arriva la sera, tu imbrunisci pure tu, il tronco dell'albero imbrunisce in inverno, le foglie imbruniscono in autunno, e, forse non ci avete mai pensato, ma imbrunite anche voi ogni tanto. In Olanda non potevo aspettare l'imbrunire in inglese ma solo in italiano, che la parola corrispondente in inglese non e era, e se c'era, era una parola corta, liscia e fredda. E invece a me di 'imbrunire' piace che è una parola morbida, che ti ra muovere le labbra e la lingua. E ti fa venire freddo. L'imbrunire, nel mio dizionario privato, sta fra 'brullo" e 'crepuscolo', che sono altre due parole che mi piacciono. Il crepuscolo mi sa di crepe, di tombe, di polvere e di finestre in inverno. Il crepuscolo non lo vedi, lo senti dentro, e di solito è qualcosa che accade fuori mentre tu sei a casa. A una certa ora tutte le luci in casa si smorzano, si alzano le ombre e ti accorgi che devi accendere la luce, perché non ci vedi più. Ma ti mette l'angoscia l'idea di accendere la luce. Di già? E già notte? E allora resti lì nella camera buia a leggere no-


nostante il buio che si ispessisce. Rimani li ostaggio del crepuscolo, a lottare contro una strana nostalgia che comincia a diffondersi dappertutto, sotto la pelle. 'Brullo' invece viene prima perché, come imbrunire, sa di terra. 11 "terreno brullo" è un'altra di quelle soglie invalicabili della mia infanzia, che neanche lo visualizzavo un terreno brullo, e forse neanche mai lo avevo visto, ma inesorabilmente la parola brullo mi metteva freddo allo stomaco e mi faceva pensare all'imbrunire che cadeva sul terreno brullo, all'ora del crepuscolo. (Viviana Vignola)

I

o, da piccolo, avevo una serie di problemi di dizione, non riuscivo a pronunciare la e e la g, e, avendo una sorella che si chiama Giorgia, la vita non era facile. Ogni volta che la chiamavo usciva un suono tipo cnokgnia e la cosa mi feriva ancora di più dal momento in cui lei era l'unica a capirmi e a tradurmi agli altri. Mi succedevano spesso episodi di frustrazione, le insidie si nascondevano nei luoghi più tranquilli, come all'asilo quando una supplente ci chiese quale fosse il nostro gioco preferito. A me piaceva il Big Gim, ma dopo svariati tentativi di bikgnm, fui costretto, visto la sua incomprensione e la sua ostinazione a sapere, a tradirlo con un inesistente ed inventato Billy Boy che spalancò finalmente un sorriso sulla faccia sempre più tesa della maestrina. Fu in quei giorni che decisi che la cosa doveva finire, passai notti insonni a tentare di lar uscire suoni comprensibili finché una sera, sul letto dei miei genitori dissi chiaramente: CACCIATORPEDINIERE. Non solo, lo dissi e fui in grado di ripeterlo, più e più volte di seguito, ancora e ancora, sempre. Divenne un mantra, la mia vertigine, la mia consapevolezza, la mia difesa, la mia rivincita. Lo ripetevo ad ogni occasione, e anche se a ripensarlo oggi mi sembra quantomeno strano immaginare un bambino di tre anni che cammina e gioca ripetendo cacciatorpediniere, al tempo mi sembrava normale e se qualcuno mi chiedeva come ti chiami? Io rispondevo Enrico e distrattamente mentre mi voltavo dicevo cacciatorpediniere. (Enrico Grilli)

P

apuasia: In geografia sono una frana. Infatti che la Papuasia esiste davvero l'ho scoperto solo poco tempo fa. Prima pensavo fosse un nome inventato, un posto di fantasia, come Vattelappesca. La prima volta che ho sentito questa parola è stato al liceo, da Michela. Mi ha sorriso e mi ha detto: "Che noia qui, ce ne andiamo in Papuasia?". E mi ha fatro cosi ridere come lo ha detto, e allora adesso ho quesro imprinting positivo e ogni volta che dico 'Papuasia' mi viene da sorridere. La verità è che esistono parole antipatiche, come 'mestruazioni', e parole simpariche, e 'Papuasia' è troppo una bonacciona. La Papuasia è il posto assurdo in cui vanno a finire tutte le mie tughe. E se non trovo lavoro, sai che faccio? Me ne vado in Papuasia. Ma sì, ma che m'importa, tanto io mo me ne vado in Papuasia. Sai che ti dico? Basta, emigriamo in Papuasia. Ma adesso che so che esiste veramente non so se ci andrei davvero. (Viviana Vignola)

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Compito dell'inizio di un romanzo:

scrivete l'inizio di un romanzo.

I

l Reno, ima volta mi è venuto da pensarci, è un nume orgoglioso, come la terra elle attraversa. Ci vuoi dell'orgoglio ad essere l'unico che piuttosto che hn l'affluente del Po, lui ci arriva vicino poi da una sterzata e si butta nel mare da solo. Se ci guardi, là nel ferrarese, sembra dire pitost mugn 'na merda, ta una gobba poi prende la sua strada e se ne frega di essere uno dei tanti. L'Emilia è una terra di originali. Anche i fiumi. Per dire, io avevo un nonno, Binda gli elicevano alla cava sul Reno dove lavorava. Binda come Alfredo Binda il ciclista, che lui si chiamava Alfredo, mio nonno. Il nonno, quando è andato in pensione, dopo 40 anni di cava che con una scheggia in un piede ci aveva anche rimesso il mignolo, ha ripreso a lavorare la campagna e ha smesso di tenere le scarpe nei piedi. E me la ricordo bene quella questione perché io ini fissavo a guardargli i piedi sempre sporchi, callosi e senza un dito. Lui mi diceva che il dito lo teneva in un vasetto sotto il letto. Non ci ho mai creduto, ma non son mai andato a vedere, che mi faceva senso anche solo pensarci. Non so cos'era quella mania di girar scalzo, ma lui le scarpe non se le è più messe fino al 2000 che poi è morto e ci siamo accorti che non gli andavano più le scarpe, non si infilavano. Alla fine l'han seppellito scalzo. Ma non l'han mica seppellito che la nonna non ha voluto metterlo in terra, il nonno, ma nel loculo al primo piano del cimitero perché credeva che per terra avesse freddo, senza scarpe. Poi, sempre per dire, avevo un altro nonno, che dei nonni ce ne son massimo due, i miei eran tutti e due originali. Questo, dopo che è andato in pensione, non si è più tolto il pigiama. Stava delle ore nel bagno a leggere i libri gialli e se lo andavi a trovare, che non è più uscito di casa dopo la pensione, lui a tutte le ore, se non era in bagno, era in giro in pigiama con la camicia e la cravatta. Si chiamava Rinaldo e di lui mi è rimasto solo questo ricordo e il cognome. Anche io sono emiliano, ma per diventare originale bisogna che aspetti la pensione. Per adesso vado a lavorare.


Lavoro a Borgo, un posto originale anche quello, dove hanno fatto il centro commerciale di fianco al cimitero. Borgo è poi un quartiere, un quartiere antico, nel senso che ci abitano i vecchi. Per questo, cimitero e centro commerciale stan così vicini. D'estate porti i vecchi a rinfrescarsi al centro commerciale, il Centro Borgo, poi se non ce la fanno, senza tanta fatica, li allunghi al cimitero. C'era nel piano regolatore. A Borgo però c'è anche il ponte sul fiume Reno, il ponte con le statue, perché un ponte su un fiume di un quartiere di una città che si rispetti, se non ha le statue non conta un cazzo. Infatti ci son le statue, tristissime, che quasi nessuno lo sa o se le ricorda che tanto il ponte non è in un punto dove si fa la passeggiata dopo il gelato. L'ufficio è li da quelle parti, comodo a venirci col treno d.i Porrctta, scomodo se ci devi parcheggiare. Ci occupiamo di immobili, di servizi, di servizi per gii immobili infatti una volta abbiam montato gli antipiccione su un cornicione e un'altra volta ho pulito la cucina di un ristorante di pesce. Si fa quel che serve, per campare. Oggi per esempio, arrivo e c'è il bastone di una scopa di traverso sulla porta. Una roba del genere non la vedevo dalle elementari, quando le bidelle davano lo straccio al refettorio. Io però di bidelle, in ufficio, non ne ho mai viste. Infatti, piegato sul mocho, slip da piscina, ciabatte e torso nudo, grondante sudore diesiamo in giugno inoltrato, c'è lui, l'ennesimo originale, il mio Capo. Io c'ho il titolare che alle 8.00 della mattina, da lo straccio al pavimento in costume da bagno. (Matteo Comastri)

L

e scarpe con la suola bianca io non le avevo proprio. Allora avevo pensato che uno come me poteva andare in barca a vela anche senza scarpe con la suola bianca. In più non avevo mai sentito dire che Cristoforo Colombo per andare a scoprire l'America, e lui ci era andato in barca a vela, aveva le scarpe con la suola bianca. Avrà avuto quelle scarpe del millequattro tipo galosce o come si chiamavano. Se Colombo era arrivato in America con le galosce io potevo arrivare in Corsica con le scarpe da ginnastica anche senza suola bianca. Era successo che in inverno la sorella di Mirco, Nicoletta, la Nico, aveva fatto un corso di vela dove aveva conosciuto due tipe e erano rimaste d'accordo di noleggiare assieme una barca l'estate successiva. Solo che l'unica barca che avevano trovato, che sembrava che fossero in grado di guidare, o come si dice, era da cinque persone, allora Mirco aveva detto a sua sorella: — Veniamo io e Pavlov - cioè Paolo, cioè io. A me questa idea della barca mi faceva proprio cagare, però l'unica opportunità di andare 20


in vacanza era di andare con Mirco, perché tra i miei amici era il solo non l i < l . n i / . m > . o n n me, aveva la macchina e farsi qualche cannetta non gli dispiaceva. Appena saputo della cosa, avevo provato a convincerlo: - Mirco, senti quest'estate facciamo come gli anni scorsi, partiamo io e ir , < > n 1.1 m.i punto e andiamo in Puglia a bere delle birre e cannoneggiarci in spiaggia belli trauiiullll Perché ci dobbiamo fare una traversata del tirreno, con tua sorella che è una rompi. . i / / n e due tipe che non abbiamo mai visto, magari sono pure loro rompicazzo. .m/i se- '.111111 amiche di tua sorella lo sono sicuramente, magari sono anche due cessi e quasi m u n u - i i te lesbiche. Perché perché? Eh me lo dici perché? -Tranquillo non sono due cessi, mia sorella dice che una sembra Lady Oscar UHI Ir i< M I grosse. -Chi? - Lady Oscar quella del cartone animato in Francia che tutti pensano che è un uomo invece era una donna. - Una donna che sembra un uomo adesso sì che mi hai convinto! Figuriamoci l'.ilu.i amica... - No no, dice che è a posto. - A posto, che cazzo vuoi dire a posto? - A posto che non è lesbica, cioè normale insomma, a posto. Come dici tu? - Senti a me non me ne frega niente se è lesbica o se è un cavallo, basta che non mi M I M I pano il cazzo! Che non mi rompano il cazzo! - Tranquillo Paolino che ci divertiamo. - Tranquillo eh! Sai cosa ti dico, Tranquillo è morto. Però poi a ripensarci questa storia di Lady Oscar tettona mi aveva un po' smosso, diciamo cosi; a casa avevo preso un'immagine di lady Oscar da internet e con Photoshop le avevo gonfiato la giubba davanti, così per avere un'idea. E sai che non era mica male. Eh no, non era male proprio per niente! (F.doardo ( i.mi)

S

ono belle le stazioni, soprattutto quelle piccole, quelle dove non c'è mai I I C S S I I I K I , come quella dove mio nonno mi portava da bimbo a veder passare i treni, dove-1'ci.11 io solo le biciclette legate alla staccionata di cemento, che erano piccole ma avevano n u l o , il chiosco dei giornali, il bar, la biglietteria, il capo stazione, la staccionata ili cemcnio i un le biciclette legate e il binario morto. Non so se hanno tolto prima la biglietteria, il i.ipo stazione o il chiosco dei giornali, ma adesso c'è solo il binario morto, al posto del bai una macchinetta per il cafre finto, al posto della biglietteria un'altra macchinetta, e le biciclette sono legate tutte in fila nelle rastrelliere. Una volta c'era anche il treno Jic .niiv.iv.i. ili solito abbastanza puntuale, e forse è per questo che hanno chiuso il chiosco dei giornali, perché non ci si doveva passare il tempo aspettando il treno in ritardo, adesso invece- c l i c il giornale lo leggerei volentieri visto che non c'è il treno, beh, pazienza. La prima volta che l'ho incontrato, saranno stati si e no otto anni fa, era dietro al canee-Ilo di una scuola, e teneva per mano una bambina, forse la figlia. C'era nebbia quella mattina ed era molto freddo, ero molto in ritardo e quella none ave


vo dormito poco e male, non avevo sentito la sveglia, mi ero svegliato col pianto di mia figlia e, senza neanche prendere un caffè ero uscito di corsa, con mio figlio per mano, per accompagnarlo a quella stessa scuola. Mentre attraversavo il cortile, guardando quell'uomo, ho provato una sensazione improvvisa e forte; mi sono sentito leggero e vuoto, come dopo un sospiro profondo; ho osservato le querce, con la brina sui rami avvolte nella nebbia, e mi sembrava di vederle per la prima volta, e sentivo che quella persona che non conoscevo, quella persona con quello sguardo cosi pacato, rassegnato, quasi sconfitto, voleva dirmi qualcosa. Ci siamo incrociati sulla porta, uscendo, e mi ha guardato con noncuranza, quasi con sufficienza. Non ricordavo di averlo mai visto da queste parti, il quartiere è piccolo e lui molto particolare, lo avrei scnz'altro notato; forse era venuto ad abitarci da poco. Nei mesi successivi è capitato diverse volte che ci incontrassimo, e ogni volta sembrava sempre più infastidito, quasi turbato, e io, ogni volta, cercavo di capire chi fosse quella persona e perché sembrava mi volesse parlare ed evitare allo stesso tempo. Era ormai primavera, marzo mi pare, una di quelle stupide mattine di pioggia fine e fastidiosa, quella pioggia che mio nonno diceva che ti entra dritta nelle ossa, e che io dico che serve solo a rompere le balle, soprattutto se ti hanno fregato l'ombrello mentre portavi tuo figlio in classe, e la sera prima avevi anche finito le sigarette e non avevi fatto in tempo a compratle, che me lo sono trovato improvvisamente di fronte; mi fissava, spostandosi con una mano che sembrava finta il ciuffo che gli copriva un occhio, e mi porse una sigaretta, con un semplice cenno. Un metro e novantacinque di altezza, spalle latghe e profilo imponente, andatura claudicante, capelli lunghi e radi, legati con la coda, barba folta e ben curata, imbiancata dal tempo. Il naso imporrante sopra i baffi cadenti, l'orecchino ad anella e gli occhi stretti, sembrava un vecchio combattente, un mercenario. Dingo lo chiamano, e molti il suo vero nome non lo conoscono neppure; capita a volte che a forza di chiamarti in un modo ci si dimentichi il tuo nome, fino al punto che quasi non ti giri nemmeno quando lo senti. Abbiamo camminato e parlato per ore, in un modo strano per due sconosciuti, parlavamo delle stesse cose, partivamo da discorsi che parevano già iniziali e mai finiti, come fossimo sempre stati amici, a ridere, a fumare, a camminare, come legati da una amicizia un po' folle o, almeno, strana, che in qnel momento faticavo a capire. H guardavo gli alberi del viale, e come tutti i viali mi sembrava un portico, con tutti i tronchi alla stessa distanza, che anche se sono storti mi sembravano delle colonne, che non so perché ogni volta che vedo un viale non mi viene subito da dire che è un viale, ma mi viene da dire che è un portico. Dopo il mio ragionamento sui viali mi guardò in un modo strano, con una espressione assente, quasi cattiva, aggrottò la fronte e scosse la testa dicendo che era ora di tornare a casa. Cercavo di capire, di ricordare, di trovare un nesso fra me e quell'uomo, cercavo di immaginarmelo da ragazzo, magro ed elegante, ben pettinato e senza un filo di barba, penso che non avesse neanche l'orecchino, dovrei chiederglielo, oppure era già simile a come è adesso. Già, perché doveva essere così diverso da ragazzo? Perché doveva proprio essere magro ed elegante, ben pettinato e senza barba, cosa me lo fa pensare? (Marco Cacciari)

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L

a gamba gli formicolava: probabilmente ci aveva dormito sopra l u n a 1.1 none, .ISMI mendo una di quelle posizioni improbabili che solo il sonno sembra potei (olleiaie. Al risveglio, insistente come la bocca impastata, si affacciava la netta scusa/unir di .ivn sognato qualcosa, qualcosa che sicuramente aveva a che hi re con la sua lami|',li.i MI.i moglie sicuramente - ma non riusciva a ricordare se erano coinvolti anche i suoi ligli: sicuramente c'era lui nella tenuta da dottrina del sabato pomeriggio: i cai/ini i l i e pungi vano all'altezza del ginocchio - ma sul dietro, dove si piegano le gambe q u r l l i i In- su.i madre gli infilava tenendolo seduto sul letto, spesso troppo in I rena pel evii.nc .ilnu no all'inizio quell'effetto costrizione che l'avrebbe poi accompagnato pel le me ili .min o e nuovo testamento, di ave maria e padri nostri. Più volte, si ricordava solo .ulesso e Milo per effetto del sogno, aveva tentato di ribellarsi tirandoli giù, ma no: le Mitm lo .ivi v.inu sgridato a ripetizione e poi, indignate dalla sua mancan/a ili ortodossi.i. .ivev.uio i m i vocato sua madre, che, stanca e spenta forse più del solilo, riportandolo a i.is.i gli .iveva somministrato quasi controvoglia - a lui sembrava - più per prassi i he pel i otwin/ioiie, l'unico metodo rieducativo che la vedova di un minatore con 4 ligli ila i HAI eie .ivev.i 111.11 conosciuto: un metodo che, a dire la verità, almeno quella volt.i .ivev.i MH l i l o i SUDI e l i e t t i . Altro del sogno non si ricordava. Anzi, sì: si ricordava che ad un certo pillilo era ilivem.iio così angosciante che si era svegliato urlando, remando ili tirarsi MI .i sedere sen/a riusi i n i , e una voce a lui vicinissima lo aveva rassicurato: dormi, gli aveva detto, non tompeie. l;. smettila di muoverti. Con il risveglio era svanito tutto, anche la possibilità di oiiiip.ne la veglia q u o t i d i a n a nell'esercizio del ricordo e, per una volta latito, non nella prospettiva ilei l u t i n o . Non si era svegliato da solo: qualcosa, qualcuno, un rumore forse lo aveva strappalo al sonno laticosamente riguadagnato, e come succede in questi casi, una parentesi di divaga/ione si era offerta tra l'apertura degli occhi e la presa di coscienza: per S o 10 m i n u t i - ultimamente opponeva sempre più resistenza al ritorno nel mondo reale- la mente aveva potuto vagatelibera e pianificare la solita giornata: caffè, sveglia dei bambini, saluti, lavoro, chiacchiere con i colleghi sul bus, curve, spogliatoi e poi ancora lavoro, chiacchiere al buio, rumore assordante, densità umana e pranzo al sacco. Poi ancora lavoro e poi di nuovo alla luce, per una sosta al bar se qualcuno aveva un'occasione speciale o andava bene anche una semplice inclinazione d'animo per offrire a tutti un bicchierino e un conseguente alibi per rimandare il ritorno alle scocciature da capifamiglia. Poi di nuovo a casa, e di nuovo buio. E poi magari sognare, sognare, sognare. Fu l'odore a strapparlo dal ripasso mentale della routine: un odore forte di pipì, e di alitosi mattutina. A seguire, delle voci ancora roche dal sonno ma non abbastanza da non imprecare l'una contro l'altra e lo strappo delle confezioni di cibo: quel cibo, che a primo acchito a tutti era sembrato la salvezza, adesso lo odiava, privo di sapore, di odore, di colore com'era, che avrebbe mangiato mille volte più volentieri il peggior piatto del menu familiare, quel purè che a sua moglie non veniva mai della densità giusta, e più si allontanava dalle sembianze del purè più spesso lei ci provava e chiedeva conto del risultato a lui e ai bambini, ormai stanchi di essere diplomatici. Eppure, anche oggi avrebbe di buon grado sopportato di peggio pet colazione: il cibo liofilizzato che voci sconosciute, voci senza volto, voci solidali ma lontane avevano mandato


giù. Anche oggi gli sarebbe toccato trascorrere la giornata intrappolato nella sua tenuta di lavoro ormai rutt'una con gli umori del corpo, costretto ad incastrarsi con altre gambe già affiancate in passato, con altre braccia già cinte tante volte in occasione di battesimi e matrimoni, con altre mani che, ormai tutti lo avevano capito, non sarebbero mai più state altrettanto pronte ad offrire un bicchierino al bar. Un'altra giornata a 500 metri sottoterra, una in meno delle 60 ancora da trascorrere. O, almeno, così avevano comunicato quelle voci quel tetribile giorno di un mese prima. Ma, senza una bocca, quanto attendibile può essere una voce — si chiedeva? (Liù Palmieri)

S

i capiva che Livio era uno inquieto. Eppute aveva studiato per non sembrarlo, cercava di essere per gli altri quello che avrebbe voluro che almeno qualcuno fosse per l u i . E non era mai così: gli altri, quelli più vicini, ma anche i conoscenti o i quasi esttanci gli mettevano costantemente l'ansia, pet un motivo o per l'altro. Non è bello, no, non è bello sentirsi sempre così e, visto che lo sapeva, provava a comportarsi diversamente con gli altri. Lui era il tranquillone, lui era quello rassicurante. Così voleva, credeva, di apparire. Anzi, il farro che pochi facessero il suo stesso sforzo gli sembrava ingiusto, lo faceva incazzare. Pensava di nuovo a questo, mentre camminava a passo svelto per il freddo. Con un certo fastidio notò l'abbinamento sbagliato della sua sciarpa a tighe colorare (troppo colori!) con la giacca di velluto blu. Roba da tornare indietro, ma forse non era il caso di dare spazio alle proprie fissazioni proprio oggi. Che poi, sono gli altri che dicono che sono fissazioni. Non aveva fretta, ancora un paio d'ore prima dell'appuntamento, ma la situazione gli sembrava dover essere incorniciata, se così si può dire. Quella mattinata, così presto e così freddo, se la doveva ricordare tutta, quindi pensava, più dettagli ci metto in mezzo, più tempo ho "prima" (oltre che durante, ovviamente) meglio me la ricorderò. Allora la colazione al solito bar, a godersi la faccia stupita di Marco a vederlo in giro così presto. E poi, il giornale: quello locale, che per leggere i quotidiani nazionali c'era internet. Ah già, oggi al lavoro non ci sarebbe mica andato, non avrebbe potuto. Né oggi né forse mai più. Sperava. E temeva. Quindi niente ore passate a spulciare corriere.it, repubblica.it, messaggero.it, giornale.it, fattoquotidiano.it, Iiberonews.it. Perché bisogna leggerli un po' tutti (di questo si era convinto) per avere quella brillante conversazione con la quale da ormai troppi mesi età costretto a competere e convivere quasi ogni sera. Lui, Livio sulle nuvole, Livio lo svagato, Livio il timido (ma timido a chi? non mi piace prevaricare, è diverso). Col cappuccino davanti, (la schiuma non era proprio come avrebbe dovuto) pensò di divertirsi un po' a fare il suo gioco con i forzati della mattina ptesto che erano già al bar come lui. Lo rilassava scegliere una persona e partire con il "chiècosafacomesta", e poi ritagliargli addosso una storia. Quella ragazza in piedi col cappello con le orecchie, per esempio era perfetta. L'aveva colpito subito. Neanche tanto ragazza in verità... Ma stamattina proprio non riusciva. Inutile prendersi in giro, non aveva tempo né testa per


divagare come suo solito. Non aveva ancora stabilito come procederi-, solo un.i v.i|',.i uli-.i. E mezz'ora era già passata. (Cln.n.i D . i v i m - l l i )

E

poi improvvisamente mi accorsi che gli ultimi anni li avevo vissuti nel ( i l l u n i - di diventare vecchio porco e puttaniere. Un timore continuo, un costante sottofondo .1 tutti i miei rapporti. Che non era tanto per il vecchio, vecchi ci si deve pur diventare. Anche porco mi stava bene, porco lo sono sempre stato, a modo mio. A d i r l a l u t i . i nr.in che puttaniere rendeva l'idea, non che la cosa mi riguardi, ma almeno non c ' è m e n u - ili meno ambiguo di un rapporto con una puttana. A un certo punto avevo smesso di sognare di essere Ken Parker o Ism.K-l o l'Kliot.i e avevo iniziato solo a temere di diventare come uno di quelli là, come quel politico o .un IH- t|url suo fratello, insomma di avere quella cosa lì. Questo poi, di non sapere neanche definire quello che io tcnu-vo, mi d.iv.i mollo d.i pensare. Di sicuro aveva a che tare con quell'aurea di squallore d i p i n t a in ex-ite Morie da i m i giornali. E questa era un'altra cosa che mi faceva pensare. Che di persona, di geme t-lu- i e l'avesse, quella cosa, mica conoscevo nessuno, e invece a slale a sentire i r a i i o n i i delle mie amiche o dei giornali, in giro ce n'era pieno. Di sicuro ce l'aveva Alessio, l'amico di Sara, che ogni tanto spediva lo stesso sins ,i t u l l e le fighe in rubrica e quella che rispondeva se la scopava. C ) t e l'aveva quello u n i le M .i i [te, come l'avevo letto in un libro. Oh, ho mandato anch'io i miei sins, ma era un altra roba. I 1 , vivevo nel timore incontessato che mi scambiassero per Alessio, o per quello delle scarpe, che chi li conosceva, anche come me per sentito dire, non ci vedesse alcuna differenza tra quelli lì e me. E non era neanche l'ipocrisia, tutto quel parlare di famiglia e di valori. Io certo ci stavo molto lontano da questo, dicevo scopare sempre, anche quando era qualcosa di grande e sacro, fare l'amore mi è sempre sembrato un eufemismo ipocrita, un invocare il nome invano. Come la Sara, che chiama amore tutti. Non è neanche questo, perché quell'altro, il registra grasso con il naso rosso e il sigaro, con tutto il suo parlare di culo e di culi, valori zero, mi ta comunque sellilo, lui e i suoi film. Che a me le donne mi sono sempre piaciute, ma in un altro modo, e quella cosa lì a me sembra di non avercela mai avuta, e vivevo nel terrore che mi arrivasse all'improvviso da vecchio, così, pat. E invece, paf, è arrivata lei. Lei in macchina in autostrada, quel nostro primo gioco insieme, inventato senza parlare, lei sdraiata su di me che mi morde il petto, io che prendo a scusa quei morsi per colpirla sempre più forte a mano aperta sul culo. Speravo non finisse mai, ci ho messo quattro ore per arrivare a Parma. Lei non si è seduta per due giorni, io per una settimana mi faceva male il cuore a toccarlo. 11 suo imbarazzo divertito quando l'ho sorpresa al teletono che raccontava a un amico come avevamo rotto tre doghe del letto.


II bacio sotto l'Albero. L'abbraccio, stretto ancora più del solito, per non farle vedere le lacrime che piangevo per tutta quella bellezza, cazzo, il grano la luna e lei. I rintocchi del campanone a mettere un sigillo di grazia. Il suo respiro. Forse quello che mi manca di più è il suo respiro. Quella volta che la tenevo così stretta e la guardavo dormire, gli occhi miei negli occhi suoi chiusi, le nostre bocche così vicine che ogni suo respiro era mio respiro, è così, e pensavo preoccupato, ma non ci farà male tutto questo, tutto questo respirare la stessa aria, non ci farà male? Che sembrava impossibile che qualcosa di cosi trascendente e bello non facesse male. Respiro attento, come quella sera. Uno, due, tre respiri. E l'unica cosa che vorrei è che fossero pieni ancora del suo fiato. (Alex Gasperoni)

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Compito del registro:

scrivete un pezzo in cui si incrocino due registri.

P

er dirvela un po' alla vecchia, della serie c'è 'sto tipo, cioè p r i m a c'è [ 1 1 1 1 , 1 un.i l u n i c l l . i sul ramo, sulla sega, vabbè, ma poi c'è 'sto tipo, che poi è nn pivie, v.i in j' ( iio ion un bagaglio, che poi lo sgami che non è la prima volta che lo la penile O J M I I i.imo |>u.nd.i la strada e ogni tanto legge 'sto bagaglio e continua a c a m m i n a l e . Regolare, l'<n . I I M V . I .1 un incrocio dove c'è una baracchina, ma di tipo religioso, dove vedi- din- in.ii.ij'Ji i he li boccheggi che non son tranquilli perché son conciati in modo s i t a n o , (ipo l ' l i . i n n o 1.1 leuin testa, un gran bulbo, delle fanghe strane tipo un po' come Beppe Maniglia, pelò in più e'hanno anche dei rerri. Allora, a questo p u n t o se sei una cartola skippi s u b i t o al 1.1 ioni In sione che son mandati da un boss, se sei un giandone invece c'è una gnu piiglieli.! su i l n erano e cosa facevano a quei tempi. K bona le. A quel p i l l i l o lo i.i pi si e ani he il pi eie i he si prepara una gran pogna e che gli stanno facendo la p i n n a a l u i , allora si laga in m.mo, anche se sa di non aver rotto i maroni a nessuno. Slum.i in giro se l'è q u . i k u n o ina /ero, deserto come il Matis il martedì sera, e allora è cosi scemo che gli va i n u m i l o n>n un gran sorriso e loro gli chiedono se è lui che deve sposare i due sbarbi e lui comincia a tirare delle gran ciozze, che son o loro a costringerlo, che non può far niente, insomma una gnola che i due, che adesso è chiaro a tutti che son tipo due tunni, non ne vogliono mezza e allora gli dicono il nome del loro capo e il prete capisce che non c'è pezza. E riga. A quel p u n i o i tizi van via tirando due madonne che con un prete davanti non è mai subito bello. I )opo un vallo di parole ti fan capire che il prete è un po' un geppo, uno che ha paura di tirare una crepa proprio adesso per colpa dei due sbarbi, e dire che è già decrepito: a 60 anni è riuscito a non prendere mai battelli di noci, anche se vive come al Garibaldi 2. Però adesso ti comincia un po' a scendere la catena, perché lui non è uno tranquillo, è uno che come dice tipo Frankie Hi NRG è arrogante coi più deboli e zerbino coi potenti. E comincia a starti ancora più sui maroni quando capisci che è da lui che parte il gran malippo. (l.iù Palmieri)

L

a seppia a prezzi folli Ho comperato e il salela sotto al padellarne Mi metto a ricercar; ma per sfumare il polpo e i pochi moscardini io stappo prima i vini


per farli decantar girano intanto i risi il brodo sbollentando via via vado aggiungendo per farlo mantecar metto alla fine i sughi grartugio grani neri, il vino è nei bicchieri possiamo ormai cenar. (Enrico Grilli)


Compito delle cose dimenticate:

sul modello di J'ai oublié di Jacques Bens, scrivete una serie di cose che vi siete dimenticati.

M

i sono dimenticata i lineamenti di Fìulìn, il mio primo bambolotto, jM.ipponrv. Mi sono dimenticata il sapore del succo dì fuma per i ni .uni.ivo p.i//.i. I o i lii.im.i vo 'la b rum ma', ne bevevo anche 1 5 al giorno. Mi sono dimenticata il nome del lupo de l..t Moria i n f i m i . i , q i u ! l o ( h e il N u l i . i .uw.i ingaggiato per eliminare Atrciu. hi,i un numi. 1 i osi Urlio, u-i i i l u ,mu Mi sono dimenticata il seguito ti i l 'I'.rat i trecento, ci a M IMOY.MH r Ini 11 rppm si MIO n u m i . . . ". Mi sono dimenticara la preghiera che la mai-sn.i u l.ui-v.i i n t u i r Li n i . i n m . i r .1 I m i lezione. Mi sono dimenticata le filastrocche che usavamo per iaie l.i i o n i a e dui u l n e < l n dmvv.i nascondersi e chi doveva trovare. Mi sono dimenticata se sono mai andata davvero a fare le frasche per il limi o di San Giuseppe o se ci andava solo mio fratello e a me, a furia di ascoltare i suoi tacconi i, mi sembra di averlo fatto pure io. Mi sono dimenticata di che sapeva la neve fresca con il cotto di fichi sopra che mia madre ci fece assaggiare una volta dicendoci: "Questo era il dolce, quando ero piccola io". Mi sono dimenticata se quelle tute da ginnastica che sono andate di moda per un po' quelle fatte di acetato, orrende, tutte colorate - erano almeno comode oppure no. Mi sono dimenticata il viso della madre adottiva di Anna dai capelli rossi; ini ricordo solo che era più fredda di un garage d'inverno e aveva una taccia fatta ili t r a t t i n i e linee rette. Mi sono dimenticata quel gioco che facevamo alle elementari sui retri delle copertine ilei quaderni. Come facevamo a ottenere la percentuale di successo amoroso tra imi bambine e ciascun maschio della classe a partire dai nostri nomi? Io e ( liuscppe ( lalabre.se eravamo intorno al'80%. Mi sono dimenticata dove vivono il tasso e lo stambecco, quali sono gli affluenti ilei Po, e la montagna più alta d'Italia, i nomi dei colli ili Roma e mi mania sempre ali appello una delle quattro repubbliche marinare. Mi sono dimenticata il nome della bambina che ha abitato per un paio di a n n i sotto casa mia. Giocavamo alle bambole e sua madre a merenda ci dava una caramella Kos-sana, la


caramella dei vecchi. Mi sono dimenticata quello che scrissi nel tema "La vita è una dono di Dio che non va rifiutato". Quella mattina si era suicidato un ragazzo del paese, il giorno delle nozze, e la maestra allora ci aveva dato da fare questo tema. Era un amico delle mie zie, le avevo viste piangere prima di andare a scuola. Mi sono dimenticata cosa scrissi ma ricordo bene che me ne vergognai molto e sperai di dimenticare ogni singola parola, e cosÏ è stato. Anche se all'esame di quinta elementare portai i polmoni, mi sono dimenticata come funzionano nello specifico e tutti i nomi precisi. (Viviana Vignola)


Compito della fotografìa:

descrivete una fotografia. £É^t Tlsto che non c'hai un cazzo da fare, perché non ti vai a fare un bel girello al Mu-tp' V Prendi su la tua macchinina, vai lì, fai un bel giretto tra gli slanci, semi ( i r .1 quattro tipi, ti fai raccontare su come va e come non va e fai giù il pcz/o. Scss.im.i sci i.mi.i righe. Un settantine. Se salta fuori qualcosa di bellino magari ci apriamo". Il Mu&Ap and revamping. La fiera delle macchine utensili e delle . n i i v i t à p i o d u i i i v c . L'appuntamento principe del calendario fieristico di Monlichiari. Un.i lici.i vei.i, i (in visitatori anche dall'estero. Mica come Aliment&Attrezzauirc, ihc e picn.i M > | < > penile i fornai e i pasticceri danno via le pizzcftc gratis. Mica come l'ulchi.i KiJcsia, Li liei.i degli arredi e dei paramenti sacri, che non si capisce bene perché la lai ciano .incora. Il Mu&Ap and revamping! Non so se mi spiego. Quella mattina pensavo di staimene bello tranquillo alla mia scrivania, al giornale, davanti al mio computer, e invece il mio capo si inventa questo tour tra macchine a controllo numerico e t o r n i . Sai che spettatoli): una carrellata di gabbiceli colorati pieni di pulsami che asporiano il truciolo, tagliano, ilici dono, Incidano, fanno qualsiasi cosa. F. poi cataloghi e d e p l i a n t , c.naloghi e depli.im con biro omaggio, cataloghi e depliant con biro omaggio e portachiavi omaggio, c.naloghi e depliant con biro omaggio, portachiavi omaggio e caramella omaggio, borsinc piene di cataloghi e depliant con biro omaggio, portachiavi omaggio e caramella omaggio. I lostess carine poi non ce ne sono: non siamo mica al Motor Show, qui si lavora, mica si va in fiera per vedere le belle ragazze. Quel giorno non mi aspettavo proprio di dovere andare fuori, nel mondo, all'esterno. Non ero preparato, non ero in giacca e cravatta e soprattutto, grave, gravissimo errore, non mi ero fatto la barba. Cosa che, anche oggi, provoca sempre in mia madre commenti acidi, a metà tra il rimprovero e la delusione. "Sembra che c'hai su il cali" (cioè la cenere), è la frase più gettonata. Ma dice anche che sembro strusinat, cioè bruciacchiato. Nel suo immaginario sono "come Renato Curcio" oppure come il non meglio precisato "bandito còrso" (in questo caso soprattutto per via delle basette lunghe). Mia madre pensa che le redazioni siano popolate da righetti rampami impinguinati elegantissimi. Sbaglia ufficio, quelli lì sono quelli che vendono la pubblicità. Comunque vado a Montichiari, giù nella Bassa, e dopo pochi metri dall'ingresso del MuòcAp and revamping (la prima &C commerciale non si pronuncia, non so perché) incontro Ennio Franceschetti. Un simpatico vecchietto che ha creato dal nulla la Gcfran (fran sta per franceschetti, e sta per Ennio, g deve essere suo fratello, Giovanni, Giuseppe, non so, comunque è Ennio quello che comanda). La Gerran è un'azienda che produce, recito a memoria, "sensori e trasduttori". Delle cose complicate che hanno a che fare con l'elettronica. Franceschetti lo conosco da tempo, da prima che la Gerran si quotasse in Borsa. Nonostante la confidenza, però, probabilmente mi giudica male conciato così, non in giacca e cravatta, con la barba lunga, strusinat, ne net ne spurch (né pulito né sporco),


come avrebbe detto mia mamma. Fortuna che lo conosco, altrimenti, magari, mi avrebbe scambiato per uno che voleva vendergli qualcosa, un albanese, un pakistano. A volte mi capita: quando ho la barba un po' lunga, avvicino delle signore per chiedere informazioni, per chiedere la strada, e queste prima mi guardano con un faccia ostile e prevenuta. Dopo cambiano espressione, ma prima... Confesso che a volte lo faccio apposta: chiedo indicazioni anche se non ne ho bisogno. E disturbo solo le signore. Comunque, per farla breve, Franceschetti ha un'azienda elettronica e a Brescia, dove esistono solo metalmeccanici, è giudicato un originale, un visionario. Qualunque cosa dica fa titolo. Per questo mi fiondo su di lui sicuro che anche questa volta porterò a casa qualcosa. Sessanta-settanta righe. Un settantino. Se salta fuori qualcosa di bellino, magari ci apriamo. (Matteo Meneghello)

C

'è una foto di mia nonna ragazzina, durante dei Ludi Juvcniles a Roma, in cui rimane sospesa nell'atto di girarsi, e sorride. Ha i capelli sciolti, le arrivano poco sotto le spalle, guarda in camera e sorride. Sta per raggiungere le altre ragazze in fila, forse si affretta perché è l'ultima. E sorride. Ha una camicetta bianca e una gonna scura, probabilmente è in divisa da piccola italiana. Sorride, guarda dritto, si volta veloce. Credo che quella sia stata l'unica volta in cui ha visto Roma. Non viaggiava, mia nonna. Viaggiava leggendo, conosceva l'Unter den Liden, il Trocadcro, Sfromboli e Procida, tutto senza spostarsi dalla sua casa. Se io viaggiavo, mi seguiva sulle mappe dell'atlante. Sedute sul divano verde tipo stile impero, il divano della sala che non si usava mai, mi raccontava che non amava quelle kermesse romane tronfie e celebrative. Eppure, sorrideva. Avrà avuto quindici anni. Sarà stato al massimo il 1935. Ed era leggera. Non la ricordo così in altre foto. Neppure quelle del suo matrimonio, dove le sue sorelle piccole sorridono più di lei, che è dritta come un fuso con il suo minuscolo bouquet di mughetti in mano. Altera, composta. Inespugnabile. Non so cosa le sia successo in mezzo. E non so cosa le sia successo dopo. Mi raccontava di quando lei, con gli uomini nascosti in cantina, andava incontro ai tedeschi e ai fascisti tranquilla, accarezzando un gatto nero che teneva in braccio. Aveva allora poco più di vent'anni, mia nonna. Ventitré o ventiquattro. Sposata da poco e arrivata a Bologna da Reggio. Mi raccontava questo e mi raccontava degli uomini in cantina, la cui porta era nascosta da uno scaffale e l'unico accesso era dato da una botola sotto un angolare della sala da pranzo, dove ora c'erano i miei giochi. Sul fondo della cantina partiva un cunicolo stretto, nero, la cui bocca continuava a guardarmi quando scendevo a prendere il vino per il pranzo o la marmellata di arance o le prugne sciroppate. Non ci avrebbe messo mai più piede, mi diceva mia nonna, in quel cunicolo buio che portava a una stanza sotterranea, tra i campi, dove si rifugiavano, grazie ad altri accessi, anche i vicini. Non ci sono mai entrata neppure io. Aveva dei lunghi capelli neri e ondulati, mia nonna. Se in quella foto, ragazzina, li portava sciolti, con una mollettina dal lato opposto alla riga, da nonna li teneva sempre raccolti in un concio di mille forcine. Ma era bellissimo quando li lavava e li asciugava al sole, seduta su una sedia in mezzo al prato. E aveva gli occhi grigi, mia nonna, grandi. Ed era alta, con dei lunghi piedi, per i quali le avevano fatto spesso le scarpe su misura. A dodici anni,


l'unica volta che andò a Venezia, non la fecero entrare in San M.IH o |n M l i . .i\ \1 i . . i l / i m corti e la gonna al ginocchio. E un'aria grande, già in quella Ioni i n o u l c i di u n v i . i | ' y i . . Siccome sembrava una donna fatta, non la fecero entrare, per dcioiu. Nnn M . I I ' J M . H . I . mia nonna. Non sapeva nuotare. Non amava farsi fotografare. E non ho p i l i m v.inu MI.i Fotografia. Queste, tra fasti romani, piccioni veneziani e nozze reggiane, Ir l n > vr.u .nln una volta, cinque anni fa. (Ele.i.i l ' n . i / / , , l i l

L

t occhio percepisce l'insieme, e gli da senso. L'uomo percepisce l'insieme, i j ' I i il.i senso. Così, con le persone. Che ti pare di aver capito tutto, e si, se lo I O I I O M O '»i prendono tre p u n t i fermi, si incrociano ire rette. Fatto. Un altro nome nella r u l i i u . i . i lu è mio amico. Marco. Poi, cosa so. Dimensioni a spanne, alto quamo me, mi p.nr. ( ,rn mena, o dottore, t ili piace l'autunno, ha detto. Sorride dì niente. Ha f r e n a , srm|nr 11 c a f f è senza zucchero. Solo musica italiana. Cosa so. Colori caldi, di barba, t . i p r l l i . I - I U M , gli occhiali. Marco, il mio amico, dopo la Lche ne ha pochi, di nomi. Macchina spomv.i, grigia, mocassino. Cosa so. Che mi ha detto andiamo in un posto una volta. I1', io: m i o che ci andiamo in un posto, una volta, lo e Marco, in un posto. Ire rette e tre imi-, r la ribolla, gialla. La gente non esiste, esistono solo porzioni, di gente, piani scomposti, e rette, e altre torme. H poi riflessi, e proiezioni, e illusioni da poco, limiate, liscile. Ami.ne, io e Marco, in un altro posto, un'altra volta. Altri punti, io e Marco. Ha i jeans, a volle. L'orologio al polso destro. Ma e' l'insieme che percepisce, l'uomo. E gli da' senso. Mano, lettera M, nella rubrica. Ma io, cosa so. (Anna I n f a m i )

I

I nonno Pietro, campestre e ballerino in visita alla casa con veranda del figlio, t u b a n o e bancario, arriva con una borsa logora da cui escono barattoli, boccacci si chiamano, di capperi sotto sale raccolti nei dirupi, e di marmellate, fatte bollire mentre torse il nonno intratteneva la cuoca, un'amica perché di mogli lui ne ha sotterrate già due. F.' anziano, ha sani principi: non lavarsi troppo, vivere eia solo, in perfetta autonomia, nel paese di Ko dolto Valentino, con due tartarughe che vivono dietro al portaombrelli. Dai tigli, in CULI solo in visita; dal barbiere solo quando costretto. Ai bambini, alle bambine, alla bambina più piccola, racconta le storie, di Commare volpe e Compare lupo, che sono .sempre al tamari, sempte a pancia vuota, e si aggrediscono l'uno con l'altra, è il lupo che p i n m p ù m salta addosso alla volpe, all'inizio di ogni storia, per mangiarsela, poi lei, messa alle snelle, propone sempre delle strategie alternativa e allora vai, con il fuscello della ricolta al collo, a pescare (ma il lupo ch'è fesso prende un secchio grande e m e n i l e la volpe lo guardava e mangiava lo guardava e mangiava il lupo andava sempre più giù e annegava) oppure dal massaro, entrando da tuia finestrella piccola piccola a mangi.usi caciocavalli e provoloni, fino ad avete la pancia cosi piena e gonfia da rimanere h u a s i i . u o , il lupo naturalmente, e venire infatti sparato dal massaro, all'alba. Così lui racconta, analfabeta e narratore, ad una bambina che sono io che ora scrivo. (Marcella Temisi)


Compito della sbobinatura:

registrate una conversazione e sbobinatela.

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a a lei non le pare che questo sia l'inferno? Questa vita è un inferno, dico bene? Io fino a 82 anni ci sono arrivata e, parlo piano, ma un po' di purgatorio me lo sono anchemeritato, ma l'inferno è questo, che io ho tenuto mio marito in un letto per sette anni e poi prendevo la macchina blu per portarlo a far le visite perché i tasisti non ti vengono mica ad aprire la porta poi vogliono che gli allunghi i soldi davanti, con l'auto blu è tutto un altro viaggiare, dico bene? A mio tiglio, lei ini ricorda mio nipote sa? Ecco, a mio figlio ho insegnato che se uno fa il suo dovere poi dorme tranquillo... solo che ho questa nuora che le faccio anche dei regali da soldi per Natale ma lei è proprio un'erba cativa che quando son stata all'ospedale non mi ha neanche chiamato. Ma io son fatta così, vede? Faccio i regali, dei bei regali, dei regali da soldi, Io stesso. L'Adriana ha lavorato per 30 anni nella cucina di un conte e i figli del conte non eran mica come i giovani di oggi che metton tutti i piedi sul tavolo, i miei bambini, come dico io e loro non si offendono mica, sa? I miei bimbi anche adesso che son 22 anni che ho la pensione, mi chiamano e dicono Dadona, ci sei che ti accompagniamo al cimitero? Voglion così bene alla loro Dadona, dico bene? Adesso mio figlio mi deve venire a prendere che andiamo ;t lare gli esami, son qui che aspetto e mi piace stare a far salotto. Sa che mio figlio ha 4 negozi e poi due attici qui di dietro? Però io quando è morto il mio povero marito son voluta rimanere nella nostra casa, sempre qui di dietro, mica male, 2 belle camere, il tinello che adesso le case nuove non han mica più il tinello. Dico bene? Mio figlio ha due attici ma non ha il tinello. Poi ho due bagni e una bella cantina tutta piastrellata che la fece mio marito, sa? Ho anche viaggiato il mondo prima con la roulotte poi avevamo comprato il camper che a me non mi piace andare nelle stanze che le donne non puliscono! Non pulisce più nessuno, se n'è accorto lei? Allora io avevo il mio camper e andavo in giro per il mondo: Marina di Ravenna, la Calabria, un anno in Liguria.. Adesso mi vede così, ma ero una che era abituata a servire con la crestina e i guanti bianchi ma con la pensione ho detto basta, adesso l'Adriana, ha capito che sono io l'Adriana? Ecco, adesso sto solo in tuta, che è tanto comoda, dico bene? Ma lei ci andrà in pensione? 34


Mio figlio dice che per andarci gli toccherà vendere uno degli a u i i i, lei invr» r:' Se aspetta glielo presento mio figlio, che gliel'ho delio che mi passa a p t e n d e i e i In .m diamo a far le visite?

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I '50, per esempio il 'SO noi siamo sposati con mio m a t i l o e siamo p a t i n i m I i . u n 1. 1. l'osi abbiamo p a r l i l i . Mio marito lavorava nella m i n i e r a , a 700 i m - t i i s o n a t e l i . i In adesso t he ho visto i| i le i m i n a t o r i e he sono s a l v a l i , ho seni pie p i a n i t i a nomi . Mio M u n i 1 1 1. 1 vn i. iv. i .1 '00 t u r i 1 1 sol I . il e 1 1 ! l'i 'i 1 1 tirsi o 1 1 ir ne so' Ini t i , 1 1. 1 dalla I i a l i i l a . i", pt n hr l i t u i iloveva p i l i tavolali 1 , n i n i i n a i i l o , -.t it i ,n ri i , t a p i ' I i i i (levano una h.u ai t .1 | M i si a i e. M' no 1 1.11 n M i i t i l i i i | » 1 1 M i M I U M ; t hanno l . n i o M . I H .1 noi M; I Ir baiai « IH ( r 1. 1 1 io 1 . 1 1 1 1 1 l a l i a i n , i t i '.o 1. 1 1 1, i v « u n )-.( ( n / , i . ( i n ( . u n i pt i M u n < OM un. i poIoiK'M 1 , t hr si ubi lai a v a , i ome si u l ì i i . u a v . i lineila poloni-se! I i Via a i u l i e una M , - n o i . , said..|',nol.i t h è usano la polenta. Su un pe/./o di tavolo Li 1 1 i r l i e va no. Loro tosi usano, non i è da 1 1 i i k are, ognuno usa la, la sua. Allora ogni t a n t o si usciva ma io non capiva il francese, E quando si usciva qualche volt, nelle vetrine si vedevano sempre 'sii cos beli, lante cose, oppuramente i dolci. . . tante belle cose. E noi non ne potemmo comprare perché non sremm tanta comodi. Ma dato che io era incinta della prima figlia, allora ho detto: «Ma come è bello quel dolce lì!». Si vedeva... sai quei dolci con la crema, coi ricami sopra, rutto bello aggiustato. «Eh», dice mio marito, «te lo compro». Me l'ha comprato. Ma non l'ho mangiato lì, me Io so' portato a casa, dove si steva. Sono andata per mangiare il dolce ma quello era burro, non era un dolce! Io non Io mangio il burro! Si vedeva che era un dolce, io non sapevo che era burro. Allora non sapevamo parlare francese, abbiamo fatto segno col dito e ci hanno dato quel pezzettino lì, e era burro, e così so' lasciata delusa del dolce. E una volta ni' è successo col prezzemolo. Sono andata a comprare, eh, dovevo andare a, a compra - ... non c'avevo il prezzemolo. Allora elico vado a- ...c'era un negozio che vendevano pane, vendevano pasta... tutto, nel campo dove c'erano iTaliani, nelle baracche... quello era un campo, non era nel paese. E allora c'era questo che vendeva tutto. Allora dico a mio marito: «(ionie laccio a andare a comprare un po' di prezzemolo qui?». «Eh», dice «dove lo vedi, lai segno col dito». Mah! E sono anelata al negozio, ma io non lo vedevo il prezzemolo che... non ce n'era in giro. Erano i primi giorni, io non sapeva parlare. Allora ha detto la, la signora: «Qu est te que vous volile/ madame?». Adesso lo so parlare, meglio, eheh. Dice, elico: «dn persil», an l i a i u c s e , cosi si chiama. Allora ìl 'persi!1 è i! Persil, per lavare la roba! Aah! E m ha ilaio u n pai i o di polvere per lavare la roba. Ma io non ho voluto fare quella b r u i t a lignea eli e non eio t a pi i o, t a p i V L'ho preso lo stesso e me ne sono andata a casa senza prezzemolo. E I ho usalo pel lavate. Invece un'altra volta volevo fare della verdura, volevo l a t e dei t avoli. (Duello, sì, mi ricordo che si chiamava sciù, lo sciù. Allora sono, eia esposta, q u i in I t a l i a non si vendevo l'insalala che c'è adesso, quell'insalata a cappuccio, bella t u i i a piena, tome un tavolo. Eh, invece lì c'era, ma io non sapevo che era l'insalala. Io pensavo t h è quello era il cavolo. Allora ho fatto segno col dito. Dico: «Madame mi dai un chilo di questa», ho detto, un t l n l o ili cavoli. Oh, dice, dice l'altra sorella: «An chilo!». Eh ma io non capivi) i h e voleva dire. E risposto un'altra, in francese: «E che ne sai tu, e se quella t ' h a l a n t i i n v i t a l i e li serve t a n t a


insalata...», hai capì?. Io non ho capito, io l'ho preso che era cavoli! Allora sono andata a casa, l'ho pulito e l'ho cotto. Ed è diventato niente a nonna! Proprio un pugno di... che ti voglio dire, proprio niente! Allora ho preso, c'era anche il fratello di mio marito lì, che gli dovevo fare da mangiare, quando veniva da lavorare. E mi so' messa a piangere. Dico «Madonna e che faccio oggi da mangiare». E c'era mia madre in Francia e dice: «E bili i patat», fai le patate. Ho preso un po' di, di salsa, di, dentro i, i cosi di vetro, come si chiamano, i buatt' di vetro, un cucchiaio di salsa, ho fatto un sughetto così e ho buttato le patate, e ho fatto le patate, un po' di pane, ci abbiamo bagnato del sugo, pane e patate e abbiamo mangiato. L'ho raccontato a mio marito. «Vedi, io volevo fare la verdura ma non sapevo qual era il cavolo e questa si è trovata insalata». tSi hanno ratto una risa, tutti e due, i fratelli, e, e tutto qui. (Viviana Vignola)

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Edoardo Gatti Filippo Balestra Anna Infanti Marcella Temisi Alcx Gasperoni Matteo Meneghello Elisabctta Radicali Roberto Saponi Marco Cacciar! Elena Pira/./oli Chiara Oavinclli Chiara Foddis Viviana Vignola Enrico Grilli Matteo Comasi ri

Liti Palmieri

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sesto quaderno: gennaio 2011