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Quaderni della Scuola elementare di scrittura emiliana quinto quaderno maggio 2010


Sono qui raccolii alcuni dq;li esercizi liscili dalla Scuola clenicniarc ili .scrittura emiliana che si e mima alla libreria M( )l )( ) infosliop lineino \a il mese di Icliluaio r il mese di mar/o dell'anno , ' ( ) l ( l OUI-MI. (|uiuio quinterno MU u d ì a un piim» quaderno uscito nel .'()()/ a cura dell'Ani di KIJ-J;IU Immilla, tisxoi la/Ione |'n •.-,.» l i ijimle xl .HOIIII leiiuii, nel .'OOd, i primi coni della Stillila elementare di « i l i i u n i enilllunu, e a un sei nudo a un lei/o e a un quarto quaderno, usi il i nel gennaio e nell'api ile del /(M) 1 ) e nel gennaio del 2010, .sempre a cura della MODO infcmhnp.


Compito dell'inizio del romanzo:

scrivete l'inizio di un romanzo

C

he se un giorno al telegiornale dicessero che la lemonsoda fa male, io mica ci dormirei bene perché io la lemonsoda la uso un po' per tutto, mi fa mal la testa prendo la lemonsoda, non ho digerito prendo la lemonsoda, mi giran le balle bevo una lemonsoda. Che poi fa bene anche quando in macchina ti viene sonno, ti fermi all'autogrill, ti bevi una lemonsoda e stai sveglio fino a casa, che però anche lì devi stare attento perché mica in tutti i bar e in tutti gli autogrill c'è la lemonsoda in boccetto o in lattina. Quella nelle nuove bottigliette di plastica se la bevon loro, la fanta lemon se la bevon loro, la schweppes lemon non sa di niente. Che se un giorno al telegiornale dicessero che chi ha bevuto più di cento lemonsode nell'ultimo anno è in pericolo di vita chiamerei l'ambulanza, più di duecento chiamerei l'ambulanza, più di trecento chiamerei l'ambulanza, più di trecentosessanta dovrei mettermi lì e pensare se ci sono stati giorni d'astinenza. Ma sarebbe certo un falso allarme figurati se la lemonsoda fa male. A volte per dire la bevo anche quando c'ho sete. Che se questa cosa qui, l'avessi raccontata quindici anni fa avrei già detto almeno trenta o quaranta figa. Figa com'è buona la lemonsoda, figa che rutti mi fa fare la lemonsoda, figa cos'è il gin-lemon con la lemonsoda, ah figa io senza la lemonsoda sto male. È stata una mia amica, la Serena, a farmi conoscere la lemonsoda, l'ha fatto per tenermi sveglio, che poi per il mio modo di parlare mi aveva detto Voi di Parma avete sempre la figa in bocca e allora mi ricordo che io avevo pensato figa me lo dici proprio te che in due settimane che usciamo non ti ho ancora vista in faccia. E niente dopo una decina d'anni ci siamo ribeccati ad un matrimonio e mi fa, ho smesso di uscire con te perché eri ingestibile. Era la stessa cosa che avevo pensato io di lei. Con la Serena ero andato a vedere Vasco Rossi in cittadella a Parma e se oggi qualcuno chiedesse a Vasco Rossi qual è stato il tuo concerto più triste, son convinto che direbbe quello in cittadella a Parma. Invece a quello di Ligabue, non il pittore, non eravamo mica andati anche se il suo disco, il suo primo disco, ci piaceva anzi gli era venuto talmente bene che il secondo infatti l'ha fatto uguale uguale al primo. Il terzo non lo so, non l'ho mica più comprato. (Giovanni Giva)

S

e non fosse il figlio di uno dei soci fondatori dell'azienda che mi paga a fine mese, se di quei soldi non avessi un bisogno maledetto, lo manderei a quel paese seduta stante. Che non mi piace essere volgare a me. Manderei a farsi friggere lui, la sua bellezza e la sua aria da principe azzurro perennemente deluso da tutti i dipendenti che sfruttano la magnificenza e la magnanimità della sua famiglia per rubare uno stipendio che da soli non saprebbero guadagnarsi in nessuno modo.


Da quando gli ho detto di essere incinta, ha preso a trattarmi come una pezza da piedi. Mi chiama almeno una volta al giorno dalla sede di Genova, sempre intorno alle diciassette, per ordinarmi di procurargli, dall'oggi al domani, ogni cosa di cui scopre di avere un bisogno impellente per proseguire i lavori. Se provo a obbiettare che ho altre urgenze, lui sbuffa e sgarbatamente mi ordina di passargli il mio capo. E pensare la corte sfrenata che mi ha fatto per mesi. I sussurri al telefono, i bigliettini che mi faceva trovare sulla scrivania, nonostante i miei continui rifiuti a concedergli un appuntamento. E seduto di fronte a me. Siamo in ufficio da soli. Non ne abbiamo mai parlato, ma io so che lui sa della mia situazione personale. Ne ho parlato col capo e il mio capo gli altri colleghi, lo chiamano "II resto del Carlino"! Gli stessi colleghi che il Resto del Carlino lo chiamano bugiardone, per altro. È qua, con faccia di bronzo, e dico di bronzo che non mi piace essere volgare a me, e aria sicura, che mi fa domande sul bambino, sulla presunta data di nascita, persino sulla nuova casa. Io rispondo educatamente, cercando di negargli la soddisfazione di un pianto isterico. «E dimmi ben.... Come è pure che si chiama il tuo uomo? Diego vero?» «Esatto...» «E dimmi ben... sta bene Diego?» «Sì grazie», rispondo. E penso, non s-orridere brutto figlio di papa, e dico papa perché tua madre non ne ha colpa se sei cosi, non sorridere perché sai che io non ho la minima idea di che fine ha fatto quel mostro di Diego. Sorride. «E dimmi ben, è contendo Diego del bambino?» «Spaventato, ma contento. E normale credo...» «E dimmi ben...» E dimmi ben sti due gran maroni! vorrei urlargli in faccia con le sinapsi in pappa per lo stress accumulato. Per un attimo penso di farlo davvero. Poi arriva lo squillo salvifico del telefono a distrarmi e farmi desistere. (Simone Salomoni)


Compito della parola inventata:

inventate una parola e scrivetene la definizione. I O ENURESI PSICHICA: Dal greco "urinare in testa" ovvero pensarsi JL addosso, è una forma di incontinenza mentale che coinvolge un altissimo numero di individui. Viene diagnosticata un'enuresi psichica quando si ha un volontario o involontario rilascio ripetuto di pensieri all'interno del cervello, ma può accadere anche sotto forma di parole proferite ad alta voce (enuresi verbale o logorrea). La maggior parte dei bambini raggiunge il controllo degli sfinteri mentali di giorno e di notte all'età di 5 anni, grazie soprattutto alla scuola e all'attività genitoriale. Questa forma di incontinenza mentale può essere primitiva (non c'è raggiungimento del controllo degli sfinteri) o secondaria (regressiva). ARRUSSIRE: Venire svegliati dal proprio russare, Es: arrussire in luogo pubblico, "ieri in stazione ho arrussito". Traslato: provare un certo imbarazzo, "Io nel pensiero m'arrusso Ove per poco il cor non si spaura" Leopardi. ATUTTTIRE, ATUTTIRSI: Contrario dì annichilire e annichilirsi. 1. Aumentare la propria massa corporea oltre i limiti segnati dalla pubblica decenza con deliberati intenti provocatori. 2. Ingrassare deliberatamente con lo scopo di occupare il maggior spazio possibile. 3. Trasl. Fare dell'ingrassare un'arte, una filosofia o una disciplina di vita. "Così ei s'intuita" Dante, a proposito di una persona molto grassa o forse di Dio. MISOLOGIA: Contrario di Filologia. La misologia, dal greco: "odio per la parola", è un insieme di discipline che si prefigge di distruggere i testi antichi al fine di rendere impossibile ogni tentativo da parte dei filologi di ricostruirli nella loro forma originaria. I più abili misologi agiscono fingendosi professori universitari e in questo modo riescono ad impossessarsi dei manoscritti antichi che distruggono subito. La Misologia si divide in tre branche: Pirologia, la più diffusa e praticata, consiste nel bruciare il manoscritto e lasciarne la cenere davanti allo studio di un filologo, con scopo derisorio, Temnologia, consiste nel tagliuzzare la carta di manoscritti antichi fino a renderli illeggibili, mescolare i brandelli, e poi lasciare il prodotto davanti allo studio di un filologo, con scopo derisorio, Ubrizologia, la più innocua delle tre branche, consiste nell'imbrattare il testo antico con una serie di parole oscene e di falli disegnati a margine per poi lasciare il prodotto davanti allo studio di un filologo, con scopo derisorio.


TRICOFOBIA: Paura di chi ha i capelli. Più comune nelle sue varianti: 1. Ortotricofobia: Terrore di chi porta i capelli con la riga in mezzo 2. Geltricofobia: Terrore di chi porta i capelli trattati con gel o pasta. 3. Atricofobia: Terrore di chi non ha capelli. 4. Chiericotricofobia: Terrore di chi non possiede i capelli al centro della testa. PINOFOBIA: Paura di chi beve rumorosamente. GERONTOFOBIA: Paura dei vecchi. (Alessandro Brunazzo) T)ISTOLARE: verbo intransitivo molto in voga nella provincia di Modena, in parti-L colare nel comune di Carpi, strettamente legato all'uso inconsulto delle nuove tecnologie, la cui introduzione nel linguaggio comune si riconduce solitamente al tecnico elettronico Marco Torricelli, detto Marcene. Si può pistolare, generalmente, con tutto ciò che ha dei tasti o simili, non si pistola con un libro, né con un capo d'abbigliamento. "Cosa fai?" "Mah, sto pistolando col telefono..." "E ieri?" "Ho pistolato col computer." Descrive l'atto di armeggiare senza uno scopo ben preciso con qualcosa di elettronico che comporta l'uso, anche minimo, delle dita e da questo riconducibile, forse, al gesto di premere il grilletto di una pistola. Si pistola più frequentemente nel tempo libero, la domenica pomeriggio quando piove e nelle serate invernali coperte di nebbia della pianura padana. "Mi fanno male gli occhi ho pistolato tutta sera..." II pistolare è un'azione che, solitamente, si attua in solitudine cercando di creare un collegamento viscerale tra le proprie falangi e l'apparecchio. Dal verbo ha origine il sostantivo: PISTOLATORE. Il pistolatore è colui che è riuscito a concretizzare un rapporto tra sé stesso e il proprio strumento e che dedica, in maniera continuativa e regolare, tempo al pistolamento. Il pistolatore per eccellenza è abbastanza giovane, ma non troppo, un po' asociale, uno che non ha più tanta voglia di uscire e pensare dove andare e cosa fare e che, appunto, preferisce starsene a casa a pistolare. II pistolatore però ha anche una forte valenza sociale: è colui che trova i filmati più interessanti su Youtube, che scarica la musica più d'avanguardia, che conosce il funzionamento di ogni applicazione anche se inutile e che condivide con il proprio gruppo di amici virtuali e non le sue scoperte o conoscenze senza scopo di lucro. "Ma come si fa a usare queso programma?" "È facile, ci devi pistolare un po'..." (Maddalena Caliumi)


Compito della sbobinatura:

sbobinate una conversazione e trascrivetela

N

o beh adesso, ascoltami mo un attimo a me. Che parlando di imbecilli posso dir la mia. Come quella volta che decidiamo di andare a giocar al casinò a Nuova Gorizia. Mi trovo al bar e comincio ad aspettar Giovanni Baldassarri. Che arriva con mezz'ora di ritardo, azidenta a lò e tot al so gnoc, accidenti a lui e a tutte le sue donne. Che io poi capisco che lui è bello tipo Brigliatore, ma voglio dir bella fatica. Ei disen che Brigliator l'è un ciavador, dicon che Brigliatore è un amatore. Bella fatica andar con quella nera là eia per na fotomodella, che sembra una fotomodella. Perché non prova a svegliarsi tutte le mattine vicino a mia moglie Marineria, pò avden, poi vediamo. Me deg ca son piò ciavdor me che lò. Comunque. Partiamo e passiamo a prendere Pierone, che non aveva ancora fatto la dieta e pesava centosessanta chili mica come adesso che sembra un figurino, e Giugi. Pò dop arriv zò in Via Tuschena, arrivo giù in via Toscana, che ci aspettava il Secco, che è lì fuori sulla strada che quando l'ho visto, cosi alto, con quella barba nera che sembra uno di quei preti di quegl'arabi, tutto bianco in faccia, am so ciàpè pora, mi son preso paura. Insomma partiamo e mi faccio tutto il viaggio io che non ho mai capito com'è che mi tocca sempre di guidare a me che a son l'onic con na peza in tun och, che sono l'unico guercio. Partiamo e chiedo, avete tutti il documento? Siiìiiiiiiiiiiiii, mi fanno tutti in coro, neanche fossero l'Antoniano. Difatti arriviamo al confine, ci fermano, mi chiedono: «avete i documenti?» «Certo che li abbiamo», rispondo. Invece Giugi us'è scurdè ei documint, Giugi si è scordato il documento. Torniamo indietro, come facciamo come non facciamo, salta su Pierone e fa: «ma se noi quattro col documento ci scambiarne di posto e mettiamo Giugi nel baule, che è anche piccolo, vuoi dire che non riusciamo a passare di là?» Pensiamo un attimo e dico: «Scolta, dalla via che siamo qua, apsen pruver, possiamo provare.» Giovanni Baldassarri, eie un eia studié, è uno che ha studiato, dice: «Queste qua sono cose che non si fanno, però io vengo che la faccia del doganiere non me la voglio perdere.» Allora Pierone viene a guidare, che lui dietro non ci sta, Giovanni va al suo posto e io vado dietro col Secco. Giugi al mitten in tei bavoll, Giugi lo mettiamo nel baule, con sopra tutte le giacche. Torniamo là, oh ci ferma un'altra volta lo stesso doganiere. A sen o no di bei sfighé, siamo o non siamo degli sfigati. Ci guarda e dice «e quell'altro dove lo avete messo?» Me deg, io dico, quale altro, non c'è mica nessun altro qua. Noi non siamo mai passati


da qua prima. Il doganiere si mette a ridere, ci fa smontare, apre il baule, ei scita fora Giugi, salta fuori Giugi, che i dis, che dice, allora agi' aven fata a passer la dughena? Va ben a fèr dal pugnett Giugi! (Simone Salomoni)


Compito dell'elogio funebre:

scrivete un elogio funebre di una persona magari anche viva

M

io zio è stata una figura fondamentale per la mia crescita spirituale, sebbene fosse la pecora nera della famiglia, posso dire che senza di lui non sarei per nulla quello che sono, sarei, senza di lui, mio zio, del tutto differente. Mio zio sebbene sia stato ritenuto da mia madre, da mio padre, dall'intero nucleo familiare, dai conoscenti, e dalla gente del quartiere, nient'altro che un mentecatto, un debole di mente, un'imbecille, io l'ho sempre ritenuto uno dei più grandi pensatori del novecento, mio zio, uno di quei pensatori dimenticati che magari saranno riscoperti tra qualche secolo, anche se il suo insegnamento è stato un insegnamento orale, esposto particolarmente in luoghi chiusi, il che penso renderà più complessa una fama postuma. Nella vita, mi diceva mio zio, se non vuoi fare niente ed essere felice devi prima di tutto fare in modo che non ti rompano i maroni. Non farsi rompere i maroni, diceva mio zio, è la cosa più difficile che un uomo possa ottenere, una delle arti più complesse e raffinate. L'arte di non farsi rompere i maroni è un'arte che dura per una vita intera. Soprattutto, per fare in modo che non ti rompano i maroni, diceva, devi fare la faccia di uno che lavora tutto il giorno, si fa un culo grande come una casa, ed è tremendamente infelice, l'importante è la faccia, diceva mio zio qualche volta anche a tavola di fronte a mia mamma, ma non trascurare nemmeno i gesti, devi sembrare in tutto e per tutto l'essere umano più lavoratore e l'essere umano al quale sono accadute più disgrazie in assoluto, l'essere umano, diceva sempre mio zio, che è un passo dall'annientamento e dalla distruzione. Solo cosi, diceva, la gente non ti romperà i maroni. Quando vedi qualcuno che si vede benissimo che è un piantagrane, magari un vicino di casa che è lì pronto a lamentarsi, tu fai subito la faccia di uno che vuole farla finita e mettiti ad elencare le tue disgrazie, magari digli pure che stai andando a fare il turno di notte in fabbrica, diceva sempre mio zio, e invece ti infili nella prima osteria a berti un'ombra. Se invece ti chiamano al telefono, diceva mio zio, tu non lasciarli nemmeno il tempo di parlare, mettiti subito a raccontare che ti ha lasciato la moglie, che non riesci a. pagare l'affitto anche se non è vero niente, e quelli finiranno per lasciarti in pace, vedrai come ti attaccheranno la cornetta all'istante, racconta, diceva mio zio, che oggi hai comprato due scatolette di sonniferi per farla finita una volta per tutte con questa vita di merda, che stai malissimo, anche se non è vero niente, e quelli vedrai come non romperanno più i maroni. Funziona con tutti, diceva, anche con i politicanti e i cosiddetti funzionari dell'ordine, funziona con tutti, perché non appena attacchi con le disgrazie anche loro, anche i cosid-


detti funzionari dell'ordine spariscono subito per il disgusto. L'importante è che non capiscano che sei felice, diceva mio zio, ricordati che non appena hanno anche solo il sospetto che sei felice quelli faranno di tutto per rovinarti la vita e ce li avrai sempre attorno a romperti i maroni. Mio zio poi si è ucciso ingerendo due scatolette di sonniferi e lasciando una lettera vicino al tavolo. Nella lettera vicino al tavolo era scritto, Sto malissimo, e io lo sapevo che era la sua beffa finale quella di far credere a tutti di star male che invece non era vero niente. Nella lettera c'era anche scritto Bruciate tutti i miei scritti. Allora noi cercammo i suoi scritti ma non si trovò nulla da nessuno parte. Bruciammo così la lettera in cui era scritto Sto malissimo, e basta. (Alessandro Brunazzo) i' 1 adesso cari fratelli, come richiesto dalla famiglia, raccogliamoci in un minuto di silenJ_/zio, per dare l'ultimo saluto a Claudia. Che possano i ricordi dei bellissimi momenti vissuti assieme e le nostre preghiere per la sua anima, accompagnarla nella casa del Signore. "Addio Claudia, ti amerò per sempre" "Bambina mia... " "Se non fa smettere subito i bambini di strillare mi alzo e la prendo a sberle" "Non riesco neanche a piangere, Dio mio" "Altro che la casa del Signore, brutta troia, spero tu possa bruciare all'inferno" "Ma guarda Arrigo, si può venire ad un funerale con un cappotto giallo. È sempre stato un deficiente" "Mi mancherai, amica mia" "... un tempo almeno qualcuno si alzava e faceva un elogio funebre. Oggi no, neanche due parole. E il padre? E la madre? Una zia lontana? Nessuno che senta il bisogno di ricordarla davanti a tutti... si smette di fare le messe in latino, poi non si fanno neppure gli elogi funebri,... Vedrai, vedrai. Tra poco faremo i funerali in casa, ognuno per conto suo e poi ci manderemo delle email di cordoglio. Mah ." "Veglia su di noi, dolce angelo" " ...piena di grazia il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto..." "Custodirò il nostro segreto per tutta la vita, angelo mio, solo io saprò quanto ci siamo amati" "Polvere siamo e polvere torniamo..." "Sto sudando come un maiale, e se pezzo la giacca? Si vedrà?" "Mi sento svenire" "Dio mio, me la sto facendo addosso" "Sento ancora l'odore del mare di Capri, ti amo." "Cos'avrà da sorridere Luca con quella faccia da beota?" "Ma quanto è invecchiato Padre Gianni..."


"Sono una cretina, possibile che non riesca a ricordarmi se ini sono venute il 10 o il 17 Febbraio. Ma chi voglio prendere in giro. Sono sicuramente incinta. Oddio. Come faccio? Come lo dico a Pietro?" Il Silenzio che aveva avvolto la chiesa, fu interrotto dal pianto nervoso di Serena, la collega di Claudia. A nulla servirono gli abbracci e le parole del suo fidanzato, che cercarono inutilmente di rassicurarla. Più lui la stringeva a sé e più lei si disperava, nell'imbarazzo generale. E anche quando era lì 11, sul punto di calmarsi, subito ripensava "cazzo, sono incinta" e giù a piangere di nuovo. (Daniele Israelachvili)


Compito del riassunto:

scrivete un riassunto

R

iassunto di una bugia

Non mi piaci più. (Silvia Tortane)

C

aro Diario Ti scrivo perché ho le idee molto confuse. Quest'anno a catechismo Padre Tullio mi ha insegnato la "storia dell'origine del mondo", e mi ha chiesto di fare il riassunto di quello che ci aveva raccontato. Questo è il riassunto che ho fatto : Tutto era Buio poi Dio accese la luce e creò la terra, i laghi, tutti gli animali e poi l'uomo. Per creare l'uomo prese della polvere, fece una formina di un uomo e poi soffio nel suo naso. La donna invece aveva bisogno di una cestola dell'uomo per nascere. L'uomo si chiamava Adamo e la donna Èva e vivevano felici. Poi Èva disse ad Adamo di cogliere la mela e Dio li cacciò via. Poi arrivano i figli Caino e Abele. Caino che era cattivo uccise Abele e da Caino discende tutta l'umanità, ma proprio tutta, quindi anche i fenici, gli egiziani, i babilonesi. Come sai al papa non piace che io vada a catechismo perché è sempre arrabbiato con i preti. La mamma invece dorme con il calendario dei santi di fianco al letto e prima di addormentarsi, da la buonanotte al santo del giorno. Il papa, la settimana scorsa, ha letto il mio riassunto e mi ha raccontato un'altra storia su questa questione dell'origine del mondo, facendomi giurare che non l'avrei detto alla mamma. Questo è il riassunto della storia di mio padre: C'è stata una grande esplosione più di 4 miliardi di anni fa, che non so quanti sono ma sono tantissimi anni, molto più di 6000. Poi piano piano siamo passati da piccoli animaletti fino ad arrivare a grandi animali, come i dinosauri. Poi i dinosauri si sono estinti e piano piano siamo arrivati noi umani. Siccome avevo molta confusione, ma non potevo dire niente a mia madre perché lo avevo promesso a mio padre, allora sono andato da lei e le ho chiesto: Mamma, quando due persone ti dicono cose diverse, come fai a sapere chi ha ragione. E lei mi ha detto una cosa che non mi ha aiutato mica molto. Mi ha detto: la verità sta nel mezzo, a volte hanno tutti ragione. Poi sono venuto qui a scriverti e a cercare di riordinare le idee. Quindi, se ho capito bene cosa ha detto mia madre, deve essere andata così: Dio non fece luce ma lanciò una bomba che fece una grande esplosione. L'uomo e la donna erano


piccoli ammalerei, grossi come inserri, che poi con il passare degli anni sono cresciuti fino a raggiungere l'alrezza attuale. Dio si arrabbiò con Adamo ed Èva perché come due bruchi gli bucherellavano tutte le mele del suo frutteto e li cacciò a vivete in un posto squallido abitato da mostri, che sono i dinosauri. Poi, dopo che sono morti i dinosauri, sono arrivati i fenici, gli egiziani, i babilonesi, e poi via, fino ad arrivare a me, che sono bolognese. (Daniele Israelachvilì)

D

a bambini dopo pranzo si guardano i cartoni animati. Ecco, a me piacevano tanto, rna quel pomeriggio d'estate che ero sola con mio cugino Stefano ho trovato qualcosa che mi piaceva di più. Credo fosse il 1991 e su Raidue appariva per la prima, indimenticabile, volta Stephany Forrester. Stephany, la matriarca, è sposata con Eric Forrester e sono a capo della più grande, famosa e prestigiosa casa di moda di Los Angeles e del mondo, la Forrester Creation, appunto. Ridge, il figlio preferito, il mascellone sciupa femmine, unico stilista etero a memoria d'uomo, sta con Caroline figlia di Bill Spencer, altro magnate della moda; poi conosce Brooke Logan, la povera ma bella e si innamora di lei ricambiato. Stephany però la odia, perché deve essere cosi e Ridge sposa Caroline che poi muore e allora sposa Taylor, il dottore, che è la sua psichiatra e Brooke per ripicca va con Eric che divorzia da Stephany che odia ancora di più Brooke. Ma Brooke ci prova ancora con Ridge, perché lei è una donna passionale e segue il suo cuore ma resta incinta e nascono Rie e Bridget che lei spera sian di Ridge ma invece son figli di Eric e Ridge fa tre figli, un maschio e due gemelle, con Taylor e poi c'è Sheela che è la pazza maniaca assassina che va prima con Eric e poi spara a Taylor e poi a Stephany. Taylor sparisce e la rapisce un sultano indiano, Sandokan, che lei ha perso la memoria e Brooke può stare con Ridge ma poi fa una figlia col moroso di sua figlia Bridget e poi si innamora di Thorne, il fratello sfigato di Ridge e poi di Nick, il marinaio, che è il fratellastro di Ridge che si scopre non essere figlio di Eric ma di Massimo Marone, l'armatore di Portofino, primo amore di Stephany. Taylor nel frattempo torna, muore e risorge. Nick, vittima di un naufragio si innamora prima di Bridget che lo cura e poi sposa Brooke e poi anche Taylor che vuole un figlio ma le impianto l'ovulo di Brooke e partorisce e si alcolizza e va con Rie, il figlio grande di Brooke che prima stava con una delle gemelle poi la uccide e poi si mette con l'altra. Brooke e Ridge si sposano prima a casa Forrester in piscina, al mare sulla spiaggia, nella cappella privata, sul lago di Carda e di nuovo al mare, a cavallo, e Stephany è sempre più arrabbiata perché Eric nel frattempo si sposa con Donna che è la sorella di Brooke. E poi c'è Sally Spectra che è la padrona della casa di moda, scadente, rivale dei Forrester che fa spionaggio industriale con Darla e Clarck Garrison, il mandrillo, e tormenta Stephany ma alla fine si vogliono bene e si ubriacano al Caffè Rouge, ma Sally purtroppo muore sul serio, nella realtà e con lei la Spectra che la rileva Jackie, la madre di Nick, che prima faceva la prostituta al porto e cerca di rovinare la Forrester e Ridge lascia Brooke perché è andata a Big Bear con Taylor che gli è morta una gemella che l'ha uccisa, senza volere Rie e Ridge lo odia e Brooke lo difende. Vicende drammatiche, relazioni promiscue e amori travolgenti: in Beautiful la vita è meravigliosa, "finché morte non li separi". (Maddalena Caliumi)


T a Silvia quando arrivava te ne accorgevi. Passava e lasciava nell'aria una sorta di odore JL_/di umido che ti entrava nel naso e ti inebetiva il cervello. Gran bella donna la Silvia, e lo sapeva, te lo dico io, eccome se lo sapeva. Lo conoscevo bene Lui, fin dai tempi del club 37 di strada maggiore. Era uno che sinceramente non gli avresti dato un soldo all'epoca. Sl,bravino a mettere i dischi, anche a cantare, non male, ma era uno scoppiato quello lì. Fuori di testa ai tempi dello snoopy di Modena. Lui l'ho visto poche volte innamorato come con lei. Diceva che se la sarebbe sposata se solo lei avesse voluto. In realtà non lo sapeva neanche Lui se era serio oppure no. Erano stati anche amici e amanti. Ma poi la Silvia si era rotta le palle. Aveva perso come interesse. E Lui dietro a romperle i coglioni, a tampinarla, non se ne faceva una ragione. Perché poi va bene che era finita, ma a lui gli è rimasta dentro nello stomaco tutta la vita quella lì. Sono cose che succedono e quando succedono c'è poco da ridere. Lei non ne voleva mezza. Faceva la vaga, un po' ci stava ed un po' no, prendeva tempo. Si inventava delle scuse o robe così. Poi c'era anche Jonatan. questo ragazzo eritreo, di una bellezza. Era bello Jonatan, ma bello, ma così bello. Jonatan lavorava alla radio, aveva una carnagione color sabbia scura, sabbia bagnata della spiaggia ma un colore po' più carico, più caldo, non so che fine ha fatto dopo- però bello, bellissimo, ma di un bello, con questa faccia perfetta e i capelli enormi, alla Jimi Hendrix, dicevano. Non parlava bene l'italiano Jonatan, ma alle donne piaceva un bel po'. Anche Jonatan veniva al club 37. Veniva anche allo Snoopy di Modena se per questo, ma non molto spesso. Alfredo invece veniva quasi sempre allo Snoopy. Non è che mi abbia mai fatto impazzire di simpatia, era uno che non scherzava molto e poi francamente mi sembrava un po' un coglione. Però Lui e Alfredo erano culo camicia. Era una sorta di cosa di cui non poteva fare a meno, cacciarsi nei casini, Lui. Alfredo lo difendeva quando necessario, ma soprattutto nel novanta per cento dei casi gli faceva la predica oppure tentava di tranquillizzarlo. Per questa sera basta, dai. Smettila mò. Da qualche anno poi gli era venuto il pallino di scrivere. Vammi te a dire. Un pezzo di uomo alto uno e novanta che improvvisamente se ne girava con un quaderno, la faccia per aria, e poi ti ascoltava e prendeva appunti. Una pena infinita Alfredo, poi se la tentava ogni tanto con qualche perla di saggezza, o citazione di gente che francamente. Boh. Certi nomi sparava e balbé o ramblè e damblè. Secondo me gli uomini di un metro e novanta dovrebbero andare a lavorare, mica sparare tutte quelle cagate sulla vita. O no? La Silvia Lui Jonatan e Alfredo quella sera vanno allo Snoopy. La Silvia l'aveva invitata lui, e, fino all'ultimo lei aveva detto che non sarebbe venuta, però poi era arrivata, e anzi, gli si era avvicinata. Mi puoi portare a casa questa sera? Abito fuori Modena. E Lui non ci aveva potuto credere dalla contentezza. Aveva fatto tutti i suoi progetti. L'avrebbe portata al baracchino a bere un altro po' e poi magari a quella curva, o a casa

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A quel punto Jonatan dal palco rialzato la Silvia, aveva già cominciato a svestirla da un pò con gli occhi. Quant'era bello Jonatan, bello, ma di un bello. Pensava lei che l'aveva notato non appena si era seduta a un tavolo di conoscenti. Quello là, quello che sembrava Jimi Hendrix, la svestiva con gli occhi, lo sentiva la Silvia. La svestiva con gli occhi e a lei era venuta voglia di togliersi la giacca almeno, per facilitargli un po' il gioco ma non troppo. Non era mica scema la Silvia, o una che ci cascava come una pera. Sapeva il fatto suo. O no? Lui la guardava, lei non lo guardava, che guardava l'altro. Io avevo capito, di fianco a Lui, stavo zitto. Lui vicino a me beveva al bancone, con Alfredo. Alfredo che gli parlava di varie robe, ed era un po' pesante con tutte quelle sue cose incomprensibili. Spalle rubate all'agricoltura. A quello là piaceva dare aria alla bocca, altroché. Cambio sulla predella dei disc jockey. Jonatan scende dal palco rialzato nell'angolo del locale, parla un po' con qualche amico, poi si avvicina come senza farlo apposta alla silvia. Lei sorride. La stronza sorride. E allora anche Lui dall'altro lato della stanza, forse si rende conto. Alfredo intanto. Vedi, tu non capisci. Il mio personaggio. Miseria, II mio personaggio. Vedi ancora non c'è. Io lo cerco e lo cerco eppure. Ho letto un libro di un maestro di scrittura di Ravenna, come imparare a scrivere in dieci mosse di yoga. Lui dice che per lasciarsi andare a un personaggio bisognerebbe ispirarsi al metodo Stanislavski come quell'attore che doveva fare una maratona e quindi correva che correva. E Lui invece che pensa. Eritreo di merda. Quella troia ha colto subito la palla al balzo. Puttana di una stronza figlia di cane. Perché secondo Stanislavski. Tu lo devi sentire, il personaggio. Per cui questo maestro di Ravenna dice. Se scrivi di un uomo depresso. Ecco se scrivi di un uomo così- comincia a consultare uno psicanalista. Prova psicofarmaci . Passa le giornate a letto a guardare un muro. E soprattutto, cosa molto interessante, resta fermo, venti minuti al giorno almeno, nella posizione ashtanga yoga del cane risplendente. Ma mi senti? Lui. Guarda lì che allunga le mani l'africano, quello zulù del diavolo, Che gli venisse. Bene. Ora io vado là e lo distruggo. Allora lui si alza ma è troppo sbronzo E Alfredo lo placca mettendogli una mano sulla spalla per fermarlo e gli dice. Perché il personaggio e il cane risplendente. Anzi è. II personaggio è dentro. Fuori, attorno. In inglese ho letto su un altro manuale di scrittura. Che il personaggio: E AROUND. E tu, lo devi captare, trovare, ascoltare, capire. E io sono a un passo. Io da quando Sara mi ha lasciato, io ci sono, lo tocco, lo massaggio il personaggio. Lei non mi capiva. Lei assorbiva tutta la mia energia creativa con le sue preoccupazioni da donna e la casa e l'affitto e i soldi. Lei mi bloccava, te lo dico io, lei ostruiva il percorso del personaggio, dentro-liquido amniotico- fuori, SPAZIO. Libertà. Around, ricordatelo sempre. AROUND. E intanto lui vede che Silvia e l'altro si sorridono e vorrebbe andare li e spaccare il muso a quel figlio di ladro di merda di finto Jimi Hendrix del cazzo, e intanto Alfredo ma insomma che cos'hai. Addirittura lo abbraccia e si mette a piangere. Vedi questa stretta, è molto importante per me. Il maestro dice che per trovarlo, ho bisogno di calore, di sciogliermi e ritrovare la mia energia, nel personaggio. Per il personaggio. 13


Lui si distrae un attimo. Alza la testa. E' andata a casa con il negro la troia. Colpa d'Alfredo. che coi suoi discorsi seri gli fa perdere tutte le occasioni. Miseria di un deficiente rincoglionito e ebete che sfigato. Alfredo sei uno sfigato, che ti venga un chencher. io prima o poi ti uccido. Hai capito? Ti uccido. Lui. Ma poi gli voleva troppo bene forse. Lui lo vedo ancora ogni tanto in Mazzini. Mi guarda in faccia e mi dice. Certo Beppe che guardaci. Siam proprio degli sfigati, alla nostra etĂ , ridotti cosĂŹ. E io allora rido e penso che se c'era la Silvia. Poi, chissĂ . (Ester Romani)

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) )


Compito della finestra:

descrivete quello che si vede dalla vostra finestra il 6 febbraio 2010 alle ore 15

O

ggi come oggi se io dovessi dire cosa vedo fuori dalla finestra io ora dovrei dire una tapparella. E anche non volendo io non posso far altro che vederla, questa tapparella qui di fronte a me. E io lo so che potrei dire di vedere i pioppi, che ne ho tre di pioppi, anzi due perché uno poi è stato abbattuto per malattia, oppure i Colli in lontananza ormai cupi, ma come potrei falsificare cosi i fatti? Io, siccome sono una persona del tutto attaccata alla verità, dico che potrebbe essere sabato e domenica e le cinque di sera e pure le sei del mattino che questa starebbe sempre qui a fare la tapparella rotta. È anche piuttosto brutta come tapparella, arancione sporco, e divisa da questi rettangoli orizzontali che sembrano delle rughe di sofferenza e di sforzo, per lo starsene sempre così mai del tutto abbassata e mai del tutto alzata. Potrei anche guardare attraverso i numerosi forellini che ha la tapparella, che il mondo fuori, filtrato da questa rete di plastica spessa, sembra composto da minuscoli puntini di luce. Se mi avvicino e ci guardo dentro, ad un singolo forellino, magari qualcosa ci vedo, penso, e qualcosa infatti ci vedo, un specie di macchia di luce verde chiara, che secondo me dovrebbe essere il pioppo che mi sta davanti, su un altra fessura vedo del giallo che senza dubbio è il giallo del condominio, c'è pure del rosso sparso un po' ovunque tra i forellini ma non saprei da dove venga questo rosso. Tapparella, che poi si potrebbe dire anche serranda, o magari avvolgibile. Da qualche parte poi ho sentito dire persiana, e veneziana, pure. Tapparella io non so chi l'abbia inventato, ma mi pare un nome del tutto ridicolo, mi fa pensare a una donna molto bassa, sui quarant'anni abbondanti, e anche di facili costumi, una di quelle che schiamazzano sguaiate la notte con il trucco tutto colante e una bottiglia di vino scadente in mano, appese a qualche uomo da bassifondi che ogni tanto le dice "Passami il vino Tapparella". Invece persiana o veneziana sono tutt'altra musica. La persiana secondo me si chiama cosi perché ha preso il nome da qualche donna orientale che voleva conquistare il suo amante e convincerlo a sposarla. Cosi aveva inventato questa sorta di danza dei sette veli più moderna, e di notte, quando l'amante stava sotto la finestra a guardarla di nascosto, lei alzava la persiana appena un pochino, magari solo fino alle caviglie, un'altra notte invece 15


la alzava poco sopra le ginocchia. E allora si sentiva l'amante gridare per l'eccitazione da sotto la finestra di questa donna di Persia, mentre lei per aumentare la tensione erotica la riabbassava subito mostrando appena una punta dell'alluce, e l'amante che non ne poteva più si metteva a scampanellare e pregare la donna di scendere. Immagino che con questa tecnica sia riuscito a sposarlo, questo ricco amante, la persiana dico. Forse questa usanza, di eccitare gli amanti apparendo dalle finestre con grandissima lentezza e per piccoli pezzi, si è diffusa anche a Venezia, ma non saprei dire con quali risultati. (Alessandro Brunazzo)

S

e ne sta tutto proteso, faccia al sole. È un ombrello rovesciato. O arabesco malriuscito contro il rosso di un palazzo. Un palazzo, sei finestre, due le scarpe al davanzale. Sei finestre quattro sopra due di sotto. Due di sotto al piano terra, ai due lati del portone. Il portone, legno scuro, due finestre un po' blindate e un'idea di sicurezza e di prigione. Due finestre ed una aperta, quella a destra. Guardo dentro è tutto buio. Sopra quattro di finestre, due di aperte, due di chiusi scuri i panni che stan stesi ad asciugare. In alto a destra, lo dicevo già da prima, la finestra delle scarpe. Due le scarpe, un appoggiata mollemente, orizzontale, l'altra ritta, in verticale, guarda un angolo. Un rumore mi distrae dalle scarpe al lato opposto A sinistra un uomo fuma. Due di occhi, uno di naso e di capelli sulla testa, due le mani; il maglione uno e blu. Lui mi guarda, io lo guardo, due secondi e poi ancora, io lo guardo lui mi guarda, due di nuovo sconosciuti. Tre secondi e abbassa gli occhi. Io lo seguo. Strada, vuota, io che aspetto, sempre vuota, per un po'. L'uomo guarda, me e il bidone dal mio lato della strada. 10 lo guardo, quel bidone, vagamente, come un parallelepipedo dalla forma un po' ammaccata. Prima macchina. Un bambino piange in lontananza. Seconda macchina. 11 bambino ancora piange, Terza macchina. Una strada come un'altra, ciottolato livellato, poca luce da ambo i lati. Doppia fila di palazzi troppo grandi, su una strada troppo piccola. Una donna con un cane millerazze spelacchiato. Un sacchetto della spazzatura blu. Un cappotto di cammello ad occhio e croce, tacchi alti. Poggia il piede sul pedale del bidone, II bambino piange 16


ancora. Una donna un cappotto ed un cane millerazze. un uomo due occhi e uno di naso, al secondo piano o forse il primo, un portone sei finestre, quattro sopra e due di sotto, due di due di scuri chiusi, una aperta, due le scarpe, due maschili al davanzale. Io e il bidone sulla strada. (Ester Romani)

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Compito del Mi ricordo:

sul modello del libro di E Perec Mi ricordo, scrivete una serie di Mi ricordo.

M

i ricordo che c'erano dei pupazzetti a forma di scatola di nesquik dentro a ogni scatola di nesquik. Mi ricordo die in via Verga i miei genitori tenevano la mia culla di fianco al loro letto. Mia mamma dormiva dal mio lato e così io, piangevo pestavo i piedi e non mi addormentavo se lei, sporgendo il braccio fino alla mia culla, non mi teneva di norre per mano. Mi ricordo che una volta mi svegliai di soprassalto e, terrorizzato, scoprii che anzi che quella di mia mamma, la mia mano sinistra stringeva la mia mano destra. Mi ricordo la prima volta che mi hanno fatto mangiare della zucca con l'inganno. Credevo fosse un risotto con le patate americane. Mi ricordo che mia sorella Giusy la chiamavo Tata; mia sorella Anna, invece, la chiamavo Anna. Mi ricordo che mi piaceva guardare la Pantera Rosa. Mi ricordo che avevo un pupazzo col paracadute. Lo lanciavi dal terzo piano e gli si apriva il paracadute. Ricordo che però una volta non gli si è aperto. Mi ricordo che andare a fare la spesa alla standa, con mia madre, era una festa, quando ancora c'era la standa. Riempivo sempre il carrello di tartarughe ninja soldatini e acchiappafantasmi; solo che poi, tornati a casa, andando a rovistare nei sacchetti tutto contento, non li trovavo mica. Mi ricordo che vicino alla villa vendevano delle pipe di plastica, gialle o rosse, che dentro avevano il gelato. Mi ricordo che a un carnevale mi vestirono da topolino, che avevo la coda lunga lunga. Ricordo che dei bambini cattivi mi legarono a una sedia per la coda. Mi ricordo che avevo delle difficoltà a pronunciare determinati fonemi. Anzi che Giovanni, ad esempio, dicevo Zovanni. Mi ricordo che seguivo tantissimo il calcio e sapevo tutte le formazioni delle squadre a memoria. Ricordo che nei dopopranzo estivi, dopo gelato e carré, me le facevano recitare con la voce di Sandro Ciotti. Mi ricordo che un mio vicino di casa, al mare, aveva piantato un albero di caramelle Polo. Ricordo che mi diceva Vuoi una caramella? Poi si alzava sulle punte dei piedi, e mi staccava dai rami una caramella Polo. Mi ricordo che tifavo per lìnter. Poi per il Milan. Poi per la Juventus. Poi per il Milan e 18


poi di nuovo per la Juventus. Poi per il Perugia. Mi ricordo che una mia compagna di classe, alle medie, una volta mi disse, Hai i capelli che pari uno dei Beatles. Tornato a casa, telefonai di corsa a Radio Nostra, che il pomeriggio Roberto aveva un programma che passava pezzi a richiesta, e gli chiesi di mettere un pezzo dei Beatles, a piacer suo, che io non li conoscevo mica. Ricordo che mise She loves you. Mi ricordo la prima volta che suonai dal vivo ubriaco lercio di amarettodisaronno. Non ricordavo più dove erano le note e per lunghi tratti del concerto feci finta di suonare, col volume al minimo. Mi ricordo la prima volta che sboccai l'amarettodisaronno. Mi ricordo che con Pino, il mio cinquantino, o con Lanfranco, quello di Giovanni, ci sparavamo d'estate anche settanta chilometri, di sera, carichi di gel, acne e adolescenza, per andare a passeggiare sul lungomare di San Vito, così, perché ci sembrava che la vita si svolgesse là. O solo perché là c'era più fica. (Andrea Bruccoleri)

M

i ricordo che un anno a mio fratello gli regalarono l'Allegro chirurgo, che il pezzo più facile da estrarre dal corpo del pagliaccio, per me era l'osso, mentre quello più difficile era il cestello. Mi ricordo che vinceva sempre lui e che a me quindi mi piaceva giocarci anche da sola. Mi ricordo quando il sangue non bastava. Cominciò all'improvviso a inaridirsi nelle vene. Mi ricordo che sul muretto Silvio mi dava un bacio dopo che era stato dal dentista, io lo sentivo il gusto di medicina. Mi ricordo che lui mi piaceva perché era l'unico maschio che avevo conosciuto che si chiamava come me e perché aveva le lentiggini. Mario perché andava già alle superiori e aveva le sopracciglia unite che sembrava un gabbiano. Antonio perché si faceva le canne. Marcelle perché mi portava due merende e ai concerti del primo maggio. Guglielmo perché mi piaceva solo lui, perché era altissimo e aveva i mocassini. Mi ricordo che ho pianto quando hanno catturato King Kong sopra il grattacielo con gli elicotteri, e che rni vergognavo a farmi vedere piangere. Mi ricordo i capelli che cadevano nel lavandino quando mi chiese di rasarla a zero. Mi ricordo quando prima si faceva la tinta e l'odore acido dell' henne. Mi ricordo che diventava ogni giorno più bianca e che teneva i lividi coperti. Mi ricordo che quando tornava dalle vacanze estive tutta abbronzata era bellissima, soprattutto dentro casa con i vestiti leggeri a fiori. Mi ricordo che mi piaceva stare con lei mentre si preparava, si truccava, si sistemava i capelli poi spruzzava un po' di lacca. Mi piaceva anche mentre si faceva il bagno nella vasca, e io me ne stavo lì seduta sulla tazza del cesso a guardarla.con le gambe incrociate. Mi ricordo che quando da sola non ce la faceva.una volta l'ho aiutata io, e l'ho lavata bene, anche tra le dita dei piedi. Mi ricordo che dopo aver letto Zazie nel metrò ho comprato un pappagallo e l'ho chiamato Verdura. Mi ricordo che tra i cowboy e gli indiani io sceglievo sempre gli indiani. 19


Mi ricordo che avevo una cugina bionda che una volta andò a Londra ed era tornata con un paio di scarpe viola e le calze a righe. Mi ricordo che dopo anche io volevo essere punk. Mi ricordo quando a me e i miei fratelli,dopo che era già passato qualche anno dalla prima comunione, ci diceva che eravamo tre atei. Mi ricordo che quando in chiesa vedevo il corpo imbalsamato di Santa Gemma mi dicevano che i capelli erano veri, e che io, i boccoli non li volevo. Mi ricordo l'ultimo gelato che mangiò seduta sul letto,era un Cucciolone Algida. Mi ricordo che a me la vignetta che era disegnata sul biscotto non mi faceva ridere per niente. Mi ricordo che pensai che forse per quel motivo aveva mangiato solo la parte alla vaniglia e allo zabaione, quella al cioccolato no. Mi ricordo che al bar dove mio nonno andava a giocare a carte con gli amici,i gelati si pagavano a fiducia. Vicino al frigo c'era una scatola trasparente,ti prendevi il Cremino e ci mettevi dentro 500 lire. Mi ricordo che la 500 lire è l'unica moneta che poi somigliò all'euro. Mi ricordo che poi quel bar col terremoto è crollato tutto. Mi ricordo che volevo ridare sangue al suo corpo. Mi ricordo che non so se da sola qualche volta ha pianto. Mi ricordo che la vorrei proreggere se penso che aveva paura. Mi ricordo che una volta per non pensare, andai da Guglielmo,avevo una canottiera gialla un po' di pizzo. Mi ricordo che abbiamo fatto l'amore con le finestre aperte e che da fuori si sentivano gli spari della festa del paese. Ora penso che anche se fossero stati spari di guerra, l'avremmo fatto lo stesso. L'amore. Mi ricordo che io in un altro periodo ci riprovai anche a pregare, ma non sapevo bene cosa dire, giacché ero atea. Mi ricordo che l'unica sera durante la settimana che potevamo andare a letto alle 11 era quando c'era il film della Walt Disney alla rv. Io me li ricordo tutti quei film della Walt Disney. Mi ricordo che morte per me è come una parola valigia, la svuoto e la riempio poi me la porto sempre dietro. Mi ricordo che avevo una maglietta della ragazze delle fragole. Mi ricordo che a un certo punto dovevo liberare casa dei suoi oggetti,che aprivo gli armadi e il suo profumo dagli abiti usciva come anima. Mi ricordo che lo spazzolino lo lasciai nell'armadietto del bagno per molto tempo, mi sembrava naturale che restasse lì. Mi ricordo quella volta che andai a giocare su una gru arancione e si era fatto tardi,che io non me n' ero accorta perché era ancora giorno, mi ricordo che quella sera per cena c'erano i fiori di zucca fritti e l'odore dell'estate. Mi ricordo che in quel letto di legno un po' sembrava lei e un po' no. Mi ricordo che a volte mi riconoscono solo perché le somiglio, allora io, quando succede, io di nascosto mi sento contenta. Mi ricordo tutto di mia madre, anche le cose che ho dimenticato. Mi ricordo i battiti di ferro che poi sigillavano il letto di legno. Mi ricordo che quel giorno non voleva i fiori, ma io adesso qualche volta glieli compro lo stesso perché lo so che gli piacevano le margherite. E anche a me, insieme ai tulipani e ai papaveri. (Silvia Torlone) 20


M

i ricordo il volto di mia nonna. La sua immensa faccia sopra di me. Sorridente e confortante. Mi ricordo i passerotti che prendono il volo tutti insieme, come per magia, e la mia meraviglia. Mi ricordo la strada dei nonni, quella della mia infanzia, che si chiama Strada delle Ortensie, che quando ero piccola io era in periferia e adesso è nel centro di Bucarest. Mi ricordo la convivenza con due giovani mamma e babbo e il primo animale che mi hanno concesso di tenere in casa: dei pesci grigiastri che si moltipllcavano a vista d'occhio. Che sono morti a causa del mio poco senso del dovere. Che l'ultimo mia mamma l'ha buttato nel cesso e poi, sentendosi in colpa a vedermi piangere, l'ha ripescato e l'ha rimesso in quel brutto aquario rettangolare. Mi ricordo la strada dal mio palazzo alla fermata del maxi taxi, un pulmino adibito a mezzo di trasporto pubblico, in cui entravano poco più di 15 persone e mi sedevo sulla panchina accanto al conducente e guardavo la strada. Mi ricordo che spesso nel maxi taxi cantavo canzoni in tedesco imparate all'asilo. Le parole non le capiva nessuno e io le cantavo un po' a orecchio e tutti ridevano. Mi ricordo che all'asilo tedesco tutti avevano un simbolo tutto loro nello spogliatoio e che quello rimasto per me era la cipolla. E che il compito era quello di saperlo dire in tedesco il giorno dopo. Che i miei dovettero comprare un dizionario perché il tedesco non lo sapevano. Mi ricordo un grande cartello affisso in classe, dove ogni bambino riceveva punti neri o rossi, in base al comportamento. Mi ricordo che a Educazione Fisica bisognava vestirsi tutti con una maglietta bianca e pantaloncini neri. E i miei erano blu elettrico e che la maestra mi rimproverò perché anziché fare l'aerobica, rni scaccolavo. Mi ricordo che durante la recita tiravo il grembiule ad un ragazzine e mio padre si arrabbiò molto e mi tenne una predica sul senso di responsabilità. E mia mamma a dirgli che avevo solo 3 anni, che questi erano discorsi da adulti e mica li capivo. Mi ricordo che nella cucina c'era sempre puzza di fumo perché i miei dopo cena fumavano e chiudevano la porta. E adesso mica ci fumano più in casa. Mi ricordo che acanto al nostro palazzo c'era un fiume e in fondo una palude. Mi ricordo che la sera mi addormentavo col gracidare delle rane e che la notte i miei si alzavano per uccidere le zanzare con le ciabatte, attaccandole ai muri. Anche se c'avevano messo la rete alle finestre, le zanzare s'intrufolavano lo stesso. Mi ricordo le visite al lavoro di mia madre e le sue colleghe che mi esortavano a recitare una poesia. E l'imbarazzo nel salire sul tavolo, come su un palcoscenico. Mi ricordo la collega più anziana di mia madre che mi offriva le caramelle ricoperte di zucchero. Mi ricordo che giocavo al computer un gioco che si chiamava 111 principe di Persia! e che quando il principe sbagliava ad attraversare una ghigliottina sul suo percorso, veniva tagliato a metà, si vedevano le budella ed era Game Over. (Oana Parvan)

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Compito del mi son dimenticato:

sul modello dij'ai oublié di J. Bens, scrivete una lista di cose che avete dimenticato.

I

miei piedi, maledetti, si sono dimenticati quando io e mio fratello, sdraiati a terra, uno di fronte all'altro, giocavamo a fare la bicicletta. Le nocche della mia mano, queste stupide nocche, si sono dimenticate il piacevole fastidio quando sfregavano all'impazzata sui suoi capelli, dopo che era caduto in una mia imboscata. Le mie guance, già prima che la barba le ricoprisse, si erano dimenticate il numero delle volte che hanno avuto il dispiacere di imbattersi nella mano dei miei genitori mentre ripetevano come un mantra: "Sei il fratello grande, devi lasciar perdere" "Sei il fratello grande, devi lasciar perdere"... Le mie braccia, ora inutilmente forti, si sono dimenticare quanto pesante fosse mio fratello, quando lo sollevavo in occasione delle feste, o nei pochi momenti in cui ci ricordavamo di essere fratelli. Il mio cuore, per non impazzire, si è dimenticato come ha fatto a rimanere fermo per tutti quegli attimi, quando mi hanno detto che era all'ospedale. Le mie orecchie si sono volure dimenticare i pianti e le grida di mia madre. I miei occhi, per non spegnersi, si sono imposti di dimenticare la prima e unica volta che hanno visto mio padre piangere. Infine, anche quell'inetto del mio naso si è dimenticato l'odore di mio fratello. E dal momento che lo sapevo, sapevo che se lo sarebbe dimenticato, avevo messo in una busta sigillata la felpa che indossava il giorno che l'hanno portato all'ospedale. Ma è stato inutile. Quando anni dopo ho riaperto la busta, il suo odore era comunque svanito. Anche la felpa si era dimenticata di lui. (Daniele Israelachvili)

H

Ho Ho Ho Ho 22

o dimenticato di non dire bugie. Ho dimenticato la prima volta che ho preso l'autobus. dimenticato se sono gelosa oppure no. dimenticato se ero felice o triste quando finivo di fare un puzzle. dimenticato una strada di notte a Lisbona. dimenticato di scordare certe cose.


Ho dimenticato le leggi di Gauss. Mi scoppia la testa anche se cerco di dimenticare. Ho dimenticato quali dolori avesse Werther da giovane. Ho dimenticato qualcosa che aspettavo all'alba di un espresso per Reggio Emilia, era settembre. Ho dimenticato di fare la pulizia dei denti a gennaio. Ho dimenticato quando ho iniziato a odiare le invasioni, il perché lo conosco. Ho dimenticato di andare a Madrid. Ho dimenticato perché volevo avere uno scoiattolo. Ho dimenticato di essere ricca. Ho dimenticato perché Dafne rifiutò Apollo per diventare una pianta di alloro. (Silvia Torlone)

O

ggi ho accompagnato mio padre all'ospedale, osservavo la sua nuca pelata mentre faceva la fila e mi son resa conto che mi son dimenticata di com'era coi capelli. Mi son dimenticata anche di quando rumava la pipa, so solo che ha smesso a causa delle mie lamentele, "fumare fa male!" mi ripetevano a scuola, mi son dimenticata anche di mia madre più giovane, a volte penso che fossero uguali trent'anni fa, ma non lo erano. A pensarci bene di quel periodo mi son dimenticata un sacco di cose tipo l'asilo che non ci sono mai andata tranne tre o quattro e di quelle nulla, le fàcce delle mie babysitter, una si chiamava Pierà ed era una testimone di Geova cattivissima, delle altre non ricordo neppure i nomi. Mi son dimenticata con chi stavo in banco alle elementari, medie e buona parte del liceo. I nomi li so ancora tutti ma le disposizioni no. Mi son dimenticata anche la fàccia del mio morosino del mare, si chiamava Mauro, capelli lunghi e maglietta dei Nirvana, ma non lo riconoscerei più. Mi son dimendcata tutta la matematica tranne il teorema di Pitagora, il pi greco e poco altro, la fisica direi interamente per non parlare di chimica e biologia. Mi son dimenticata l'esame di storia della filosofia uno e due, perché a mio parere il programma mancava di senso logico, con quelli ho rimosso anche quello di estetica musicale, una vera tragedia. Mi son dimenticata di come mi sentivo quando tutti intorno a me stavano bene e non ci si preoccupava di esami e malattie. Mi son dimenticata tuta i nodi imparati agli scout, il nodo piano no ma è il più fàcile e spesso non mi riesce lo stesso. Mi son dimenticata il sapore del caffè cioccolatato di mia zia e di preciso anche da cosa era composto. Mi son dimenticata Pinete, dove andavamo al mare e Chiavar!, Sirmione e le gite delle medie. Mi son dimenticata la fàccia di Bryan di Belfàst che si voleva tatuare una tigre sul petto, e anche di quei due conosciuti a New York che mi han quasi fatto arrestare, in ogni caso meglio cosi. Mi son dimenticata la nonna Alice e la zia Maria e quasi tutti i vari pranzi di Pasqua/Natale. La settimana scorsa mi son dimenticata il compleanno della Nina e a dicembre anche quello della Lisa, gran figura di merda. Mi son dimenticata dei miei viaggi quasi tutto ciò che non è impresso nelle fotografie e mi riprometto di farne di più ma poi mi scoccio. Mi son dimenticata di imparare a memoria per bene almeno due citazioni filosofiche per far bella figura, visto che sono un filosofo e l'unica che mi viene in mente è sempre "cogito ergo sum" e dire che Cartesio micca mi piace tanto. Mi son dimenticata tante volte di pensare prima di agire e sbagliare, mi ripeto sempre di prendere le cose con calma e molto spesso, ad essere sincera, fingo di dimenticarmene. (Maddalena Caliumi) 23


Compito libero:

scrivete quello che volete

S

ignori io sono una caffettiera, ma non è per questo che sono infelice. Il problema è che mia moglie non mi capisce. Io sono uno che è sempre stato sopra il fornello del gas, che mi bruciava i piedi, Signori, e che aspettava di farsi salire il cafre dall'alto. Oggidì invece non succede più nulla, anche se ci sto delle ore sul fornello del gas, non succede più nulla e ormai dall'alto non mi esce che questo senso di nausea e di sentirmi bruciare i piedi. Mia moglie intanto mi guarda e dice Ma cosa stai facendo sul fornello, brutto pezzo di coglione? Mia moglie è donna rusticana, non come me e Voi, cari Signori. E io lo dico sempre a chi mi ferma per strada, che sono una caffettiera, e che non c'è niente di peggio che non essere presi per quello che si è. E lo dico anche a mia moglie, cari Signori, Mara, dico sempre, guarda che è inutile, che credi di aver sposato un uomo quando invece hai sposato uno caffettiera, che da una caffettiera, le dico, non si può mica pretendere chissà cosa. Voi, ad esempio, Illustrissimi Signori, vi mettereste a dire a una caffettiera che non vi ama? Che non è più come allora? Che un tempo le portava i fiori tutti i giorni, e che veniva perfino a prenderla al lavoro? Che un rempo sì che era romantica? Ma io tesoro, cerco di spiegarle, sono una caffettiera. Ma quale caffettiera, tu non sei altro che un coglione, dice lei, e poi dice, Che se lo avessi saputo, che avrei sposato un coglione del genere, lo so io cosa avrei fatto, cosa avrei! Mia moglie è donna rusticana, non finisce nemmeno le frasi che comincia, non come me e Voi, cari Signori, che siamo gente di altra origine. Guarda che stai parlando di un altro, le dico, di uno con le gambe e con la testa sul collo. Io cos'ho sul collo mi sembra del tutto evidente, Egregi Signori miei, cos'ho sul collo io, io ho questo brico che si avvita, e pure a fatica, ormai, che con l'età non si avvita più tanto bene. Lo dicevo sempre a Mara, che ormai è qualche giorno che non si fa vedere e quindi lo dico a voi Signori che mi capite di più e siete persone d'intelletto, le dicevo che magari come caffettiera non sarò una macchina Espresso, una di quelle macchine velocissime e moderne che appena si chiede: Caffè!, ecco che già l'hai sul banco, ed è un cafre concentrato che quando uno lo beve fa pure schioccare la lingua per il gusto, magari non produrrò un espresso, Signori miei, cercate di capirmi, con tutti gli aromi e i sapori condensati nella schiuma, sono piuttosto una moka, certo lo ammetto, dicevo a Mara, ma ad amarmi di più, a non bruciarmi la guarnizione lasciandomi troppo sul fuoco, a lavarmi con cura, a mettermi il caffè giusto e non quelle sottomarche di cui mi riempivi, dicevo a Mara, Signori carissimi, solo per risparmiare, e senza avere nessuna cura di me


che sono un macchinario nell'intimo fragile, anche se all'esterno sembro d'acciaio, io se fossi stato più capito e curato, con appena un po' d'amore un cafre l'avrei fatto, un caffè anche dignitoso. Quella invece aveva già deciso che al primo malfunzionamento mi avrebbe cambiato e mi diceva, Ma che caffettiera! Tu sei un mentecatto e un coglione, tu sei al massimo uno sturalavandini, ecco cosa sei. Mia moglie era così, diceva tutto quello che pensava e per lo più pensava cose volgari che mi ferivano nell'orgoglio. E poi non si venga a dire che il matrimonio è una cosa semplice (Alessandro Brunazzo)

P

aolo detesta ballare. E se al mondo esiste qualcosa che Paolo detesti maggiormente dell'andare a ballare, questo è senza dubbio alcuno il prepararsi, l'acconciarsi come un pagliaccio per andare a ballare. Viola invece adora tutto ciò che è: danza, scuotimento sensuale di membra, ressa sudata di volti e di braccia. Adora insomma le feste, le balere e le piste da ballo. Paolo si sente estremamente ridicolo con addosso i pantaloni di vigogna regalatigli da Viola per il suo compleanno. Ciononostante, per vedere sorridere la sua donna, per farle piacere ritiene proprio che valga la pena patire in silenzio un lieve accenno di irritazione cutanea. E d'altronde, avendo indossato le scarpette basse da frufrù, capisce quanto sia assolutamente inutile ormai mettersi a considerare quisquilie come la dignità, l'autostima o il libero arbitrio. Mentre vagano nel parcheggio del locale alla ricerca della loro automobile, Viola gli mette un braccio attorno alla vita. Non è stata ferma un attimo per tutta la sera; non si è persa coro inneggiato da vocalist o prodigio alla console di disc-jokey. È riuscita persine a coinvolgere Paolo in un paio di trenini; sebbene stesse rigido sulle gambe peggio di un vecchio, il suo uomo era pur sempre avvinghiato dalle grida e l'euforia di un trenino carnevalesco A E I O U Y PAM PAM PAM AE I O U Y PAM PAM EEEE IL MIO AMICO CHARLIE BROWN EEEEEE IL MIO AMICO CHARLIE BROWN, CHARLIE BROWN... BRI-GI-TTE BAR-DOT BAR-DOT BRI-GI-TTE... Paolo detesta ballare. Forse detesta le discoteche tanto quanto detesta le chiese. Ma del resto, se per far contenta la madre s'accolla a natale, pasqua e ferragosto di sorbirsi un'ora di tiritere parrocchiali, non disdegnando nemmeno di fare la sacra comunione, non vede perché non dovrebbe sacrificarsi un paio di volte all'anno per portare la sua donna a ballare. Pertanto, per le feste comandate Paolo si sacrifica e porta la sua donna a ballare. Paolo ha i piedi tartassati, la testa che gli scoppia. Entra in macchina sedendosi adagio adagio. Pochi giorni prima ha avuto le emorroidi e, benché si sentisse un bastone ficcato su per il culo, non ha potuto esimersi dai trenini e le macarene di circostanze. Per vedere sorridere Viola, per farle piacere. Viola poggia la borsa sul cruscotto. Sputa il chewingum nel posacenere. Poi con mossa furtiva apre la patta dei pantaloni di Paolo. Si china; comincia a lavorare di bocca, di lingua. Più tardi, a casa, lavandosi i denti penserà che sia stata una bella serata. Penserà anche


che lo sperma del futuro padre dei suoi figli abbia lo stesso sapore delle fave. Viola si laverà i denti, e penserà che la sborra sa di fava. Viola pompa, stantuffa di mandibola. Paolo sorride, sembra che le premure della sua donna gli procurino piacere. Arriva l'orgasmo e per un attimo sente il culo bruciargli un po' di meno. (Andrea Bruccoleri)

M

i ricordo che per tutta la città c'era aria di festa per il Parma che andava per la prima volta nella sua storia in serie A e anche quelli che non gliene fregava niente di calcio ne erano contagiati. Io, invece, ero in giro a dare a tutti dello stronzo. Sì è vero, a volte questo clima mi tirava un po' su di morale, ma in quei giorni c'era poco da fare, erano tutti stronzi. Era stronzo quello che metteva la bandiera fuori dal balcone, era stronzo chi girava con la sciarpa del Parma ma era stronzo anche chi guidava la macchina e non parliamo dell'autista dell'autobus. Era stronzo il pedone, era stronzo il padrone del cane che cagava e raccogli lo stronzo, stronzo! Era stronza la vecchietta con il bastone, era stronza la bionda in bicicletta con quella minigonna che ad ogni pedalata se la tirava sulle gambe con la mano, che cazzo ti metti la minigonna per andare in bici, stronza! Per dirla tutta, avevo una coscienza che mi sussurrava che forse anch'io ero un filino stronzo ma come facevo a vivere il mio dolore in mezzo a tutta questa festosa indifferenza? Figurati se quello stronzo dell'edicolante non sapeva che era morto mio padre, c'era la sua foto in tutte le copie della Gazzetta di Parma che vendeva e lui era 11 impassibile, le vendeva svogliatamente come tutti gli altri giorni, lo stronzo. Era stronzo anche il prete che al suo rosario e al suo funerale aveva detto cose che, anche se ora non le ricordo bene, allora mi fecero incazzare ma il più stronzo di tutti era quello che aveva permesso e orchestrato magistralmente tutto questo, portando via, ad uno che amava la matematica, il padre proprio il tre giugno del millenovecentonovanta, tre sei novanta. Sì, sì, in quei giorni era stronzo anche dio anzi in quei giorni, lo ricordo bene, dio era proprio il più stronzo di tutti. Che a vederlo stronzo era vederlo sotto una nuova luce, un uomo come tutti gli altri. E me lo ricordo bene perché i miei amici mi portavano a quelle feste estive che dalle nostre parti basta salire in macchina e guidare a caso per una decina di chilometri che ne trovi una diversa tutte le sere e spessissimo ci ritrovavamo a sentire un concerto di quello stesso gruppo, che io trovavo triste, con quegli stessi fans che io trovavo tristissimi, che una bella sera non ne potevo più, perché anch'io ero triste ma lo ero e volevo esserlo a modo mio, e gli ho detto ai miei amici che erano gli unici del pubblico che movimentavano un po' le serate Sentite ma siete voi che seguite loro o sono loro che come sanno dove andate voi a portare un po' di vita, vengono a fare un concerto? Come dicevo, me lo ricordo bene perché anche il loro repertorio era triste, canzoni come Noi non ci saremo, La canzone della bambina portoghese, Io vagabondo, Canzone per un'amica, II pilota di Hiroshima e il loro altro cavallo di battaglia che era Dio è morrò che io, nel coro globale, cantavo con tutto il trasporto possibile nella mia versione rivista Dio è stronzo. Poi quel lutto mi ha cambiato la vita, chiudendo completamente con quella vecchia, quella degli stronzi per intenderci, anche se ho continuato a convivere con loro. È come se avessi vissuto questi venti anni e passa ignorandoli, gli stronzi. Dio compreso. Ma circa un mesetto fa si è rifatto vivo, stavolta 26


senza festa attorno, solo vestito da medico con quel fare gentile, quasi da stronzo ora che ci penso, Se non ve l'hanno ancora detto è il posto migliore dove possa venire un tumore è come se stesse dicendo Se non ve l'hanno ancora detto il Mar Rosso è il posto migliore per vedere i pesci. E pensare che solo poche settimane prima avevo conosciuto un prete, qualcuno mi ha anche detto che è famoso come prete operaio o forse proprio come il prete operaio visto che anni fa oltre a fare il parroco faceva i turni alla Bormioli, che aveva sconvolto l'unica certezza cattolica che pensavo di avere. La chiesa non si basava sul credo, ma partiva tutto dal simbolo del crocefisso o lo si capiva o era inutile andare avanti con il catechismo sia dei bambini che di noi genitori. E aveva anche spiegato il significato del crocefisso che ora non ricordo bene ma che era il peggior modo di essere giustiziato, cioè sollevato da terra perché Gesù si era macchiato di reati allora gravissimi, aveva offeso dio dicendone di esserne il figlio, per lo stesso motivo aveva offeso i suoi stessi genitori, non aveva figli e quindi nessuno lo avrebbe ricordato dopo la sua morte e poi altre cose che appunto non ricordo. Aveva anche detto, il prete operaio, che a tradire Gesù non era stato Giuda ma tutti gli apostoli e che si sapeva benissimo che erano tutti d'accordo. Ecco già arrivati lì, per uno che ha fatto le elementari dalle suore, le poche rovine della mia certezza che erano rimaste, sono state rase al suolo. Poi uno gli aveva fatto una domanda che credo tutti si siano fatti almeno una volta per disastri del genere, ma a sentirla fare da un adulto ad un prete mi era sembrata molto ingenua, quasi imbarazzante Perché dio ha permesso il terremoto ad Haiti? Ma la risposta era stata un pugno nello stomaco, a dire il vero un bellissimo e sorprendente pugno nello stomaco II terremoto ad Haiti è colpa dei movimenti della terra, di chi ha permesso di costruire quelle case in quei posti, di chi le ha progettate in quel modo, di chi le ha costruite in quel modo e se c'è, dico se c'è, anche di dio. Bè io a quelle parole, a quel se c'è detto e ripetuto da un prete, il prete opetaio, avevo visto per qualche giorno dio, se c'è, un po' meno stronzo. (Giovanni Giva)

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Esercizio della presentazione:

presentatevi in cinque righe

I

o vivo di periodi ipotetici. Se infatti si presentassero quelle condizioni, farei questo, o meglio ancora quest'altro. Alla fine però non faccio niente. Il Condizionale poi, se fosse donna lo sposerei. Scriverei pure in libro, se Svevo non lo avesse già scritto. (Andrea Bruccoleri)

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Alessandro Brunazzo Andrea Bruccoleri Daniele Israelachvili Ester Romani Giovanni Giva Maddalena Caliumi Oana Parvan Silvia Torlone Simone Salomoni

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quinto quaderno:maggio 2010