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Scorretto Magazine Fuoriserie n.3 – Amori Scorretti

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Scorretto Magazine Fuoriserie n.3 – Amori Scorretti

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Scorretto Magazine Fuoriserie n.3 – Amori Scorretti

Scorretto Magazine Fuoriserie n.3|Amori Scorretti

DIRETTORE (NON) RESPONSABILE Fabio Martellini REDAZIONE SCORRETTA Aldo Bagnoni, Amelia Rossi, Artanis Naanìe, Claudio Ricci, Donato Alfonso Sedàan, Edward Dwight Eugene Navarro, Fabio Martellini, gian marco griffi, Gianluca Dario, Helenio Ferrante, Lollo, Roberta Pagnoni, Svetlana Svetla, Silvia Perosino HANNO COLLABORATO GRAFICA E IMPAGINAZIONE Lestath87, Artanis Naanìe, Silvia Perosino DIRETTORE CREATIVO Andrea Andereassen (Port Huron High School) COPERTINA Silvia Perosino CONTROCOPERTINA Lestath87 (digital art)

Pubblicazione casuale scorrettomagazine.wordpress.com redazionescorretta@gmail.com

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Scorretto Magazine Fuoriserie n.3 – Amori Scorretti

INDICE

pag. 5

Editoriale

di Fabio Martellini

pag. 6

E la luna è una faccina ed il cielo una palestra di Brett Sawyer

pag. 8

Storia d'amore e di saluti ai tempi

di gian marco griffi

di Roberto Bolaño

pag. 12

Gypsie Raleigh

di Silvia Perosino

pag. 13

Il profumo della tua pelle

di Svetlana Svetla

pag. 15

Stanamore

di Alfonso Donato Sedàan

pag. 19

Bonjour, je m'appelle Charles

di Artanis Naanie

pag. 21

Amore letterariamente scorretto

di Fabio Martellini

pag. 25

Jerry è pazza

di Roberta Pagnoni

pag. 27

La lettera

di Alez

pag. 29

Perché sei innamorato di tua moglie?

di Helenio Ferrante

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Scorretto Magazine Fuoriserie n.3 – Amori Scorretti

EDITORIALE di Fabio Martellini Una volta passò in redazione un collaboratore dello Scorretto e sentendo una storia d'amore che non poteva essere vissuto commentò dicendo che “la vita amorosa è roba triste, per lo più”. Probabilmente è proprio così, è una bolla, è un'illusione, è la carta rosa con cui impacchettare sogni altrimenti invendibili. L'ammaliante confezione di un prodotto che ammorba, come il luccichio della carta di un cioccolatino, il profumo invitante del cacao, il gusto inebriante delle creme e la minaccia recondita della carie. Amore è per lo più una fuga, un'idea di meta, un approdo immaginario dove placare gli ardori dell'animo; è un concetto astratto che fatica sempre più a trovare il suo spazio in una società divenuta pseudo pragmatica, tutt'altro che metalogica, affetta da nichilismo passivo, orientata all'accumulo. Di amore rischia di rimanere solo una definizione sul dizionario, una voce da valutare con le stelline nell'oroscopo, un intrattenimento – magari programmato – tra impegni più importanti. Nel magazine ne abbiamo dato una lettura nostra, ovviamente, guardando il mondo dalle vetrine del Café e leggendo i comportamenti delle persone che ci passano davanti o che si fermano a “buttar giù” uno scorretto. E una lettura licenziosa, fatta ad amici da un amico intemperante, è il breve passaggio che vi riporto come saluto e augurio per un felice ♥sanvalentino♥ “Non stanno molto insieme, non più come una volta. Non sanno nemmeno come definirlo, ma forse nemmeno importa. Ogni tanto un sorriso, ogni tanto un saluto, e ogni tanto succede. Poco ritmo, poca partecipazione, poca condivisione e i pensieri altrove, tra altre braccia, in altre bocche. Ma insieme, contemporaneamente, fanno ancora qualcosa. Pigramente, quando hanno finito, con una giustificazione nel cuore e il culo sul bidet, whatsappano agli amanti.”

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e la luna è una faccina ed il cielo una palestra di Brett Sawyer "Per San Valentino preferisci sushi o pizza? Che ho idea sia meglio prenotare" La Riccia pensò che avrebbe preferito una sorpresa, ma non lo disse. Ormai, alle due di notte, era già San Valentino e lei credeva fosse già tutto deciso. Dopo otto mesi assieme ormai avrebbe dovuto conoscerla meglio, però non poteva certo lamentarsi. Premuroso, galante, di quelli che piacciono alle amiche. A lei non era piaciuto proprio da subito, con quel chiodo fisso, e fesso, in testa: ma aveva avuto la giusta dose di sfrontatezza nel momento adatto, quando era più insicura. Dopo mesi passati a lanciare segnali e a interpretare silenzi, cedere era stato liberatorio, ed in effetti non poteva negare che le avesse fatto bene. Perché doveva pretendere sempre la sorpresa, quel qualcosa in più? Ok che era tardi, ma forse farla scegliere era una premura. Si sentiva ingrata ed ingiusta. "Andiamo a quel giappo nuovo in centro, così poi se non piove possiamo fare due passi, che ne dici?" "Certo, amore. Buonanotte" Amore. Lei mica lo sapeva se era innamorata. Non sapeva neanche se gli piaceva davvero, il rosso: le erano sempre piaciuti di più i mori. Ma del resto forse è normale non capire un cazzo, a vent'anni. A ventiquattro forse era meno normale, ma alla fine di cosa poteva lamentarsi? C'era tutto, il romanticismo, le attenzioni, poi innegabile che fosse carino, quando non faceva lo sguardo bovino. Doveva anche pensare al regalo, un dvd, una sciarpa di quelle che vanno adesso, o che profumo usa pure? Possibile non ricordarlo, dopo otto mesi? Poteva farsi stirare i capelli, per stupirlo. Voleva anche passare dalla palestra. Doveva studiare. Doveva dormire. Doveva rifare il letto. Rispondere all'amica in chat. Aveva voglia di un cappuccino o di una birra, aveva fame ed un esame imminente. Così si mise al pc e aprì la pagina Facebook, l'automatismo solito del "vaffanculo ci penso dopo", e si mise a spulciare le notifiche. Il video orrendo di San Valentino preimpostato vuoi condividerlo? Ma colcaz che è da sfigati. Gli auguri del rosso, anche qua: una cartolina virtuale, brrrr, almeno aveva spremuto due frasi ed evitato la bacheca pubblica. L'invito all'evento dell'artista di nicchia, metti il forse così mi ricordo, questo piaceva a lui. L'ennesima iscrizione a chissà che cazzo di gruppo, salta. Notifica da quel cazzo di gruppo, ma che è? Salta. Ed un tag ad un post di quel gruppo da parte di una sconosciuta, e a questo punto impossibile non andare almeno a curiosare. 6


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Ore dopo stava ancora leggendo le centinaia e centinaia di commenti. Nel frattempo si era alzata per prendersi la birra, e poi dei kleenex, e poi di nuovo era andata alla finestra blu per finire di capire. C'erano mesi di lei, ma come non si era vista mai; come quei filtri che diventi strafiga pure appena sveglia. C'erano le spiegazioni ai silenzi, alle impressioni intuite e mai confermate, in quella che era diventata una sorta di telenovela di gruppo: le zie premurose, i vaffanculo spassionati, un'infinità di consigli dallo spassosissimo al serio, tutti mai seguiti. Nell'appartamento silenzioso passava dalla risata incontrollabile alle lacrime, con qualche venatura di rabbia, ma poi una ramanzina particolarmente azzeccata tornava a farla ridere. L'ennesima risposta sdolcinata di lui la tornava a commuovere. Tutti questi sconosciuti che da mesi speravano avvenisse quel che lei aveva smesso di aspettare, che si permettevano di giudicare senza sapere, la facevano incazzare ma più leggeva più li capiva, più si capiva. Più capiva tutto, i silenzi a fine allenamento, gli sguardi nelle serate in compagnia, persino quelle odiatissime faccine che ridono alle lacrime, quanti vaffanculo repressi, più tutto finalmente trovava una spiegazione. Ormai era mattina, chissà a che ora apriva la palestra. Aveva una sorpresa da ricambiare.

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Storia d’amore e di saluti ai tempi di Roberto Bolaño di gian marco griffi

Mi ha telefonato e ha detto che stava partendo, io gli ho chiesto per andare dove. Lui ha detto se poteva passare a salutarmi prima di partire, io ho detto certo che no, non ci pensare neppure; ha chiesto se mio marito era in casa e io ho detto sì, lui mi ha chiesto perché non era a lavoro, io gli ho detto che non erano affari suoi. Mi ha chiesto se potevamo incontrarci in un bar per bere qualcosa e per salutarci, come sempre. Gli ho chiesto dove andava, lui ha detto ciao e ha riattaccato. Quello stronzo pezzo di merda. Ogni volta che telefona (per fortuna negli ultimi tempi capita piuttosto raramente) penso alla notte con lui e mi sembra che sia passato un secolo. Un secolo buio e lacrimevole, un secolo di guerra e terrore, un secolo di poesia e tristezza. Quando lo conobbi mi sembrava la persona più triste che avessi incontrato in vita mia e scriveva le cose più divertenti che avessi letto in vita mia. Ci incontrammo a una festa, eravamo in casa di un’amica comune, dopo cena lui fece un sorriso che mi sembrò il sorriso più triste e disperato nella storia dell’umanità e io mi innamorai subito, lui mi raccontò del suo lavoro con la fotografia, io gli chiesi se fosse un buon lavoro, lui disse che nessuno lo pagava; ci chiudemmo in bagno perché il letto era occupato e avremmo certamente fatto l’amore sul lavandino o nella vasca o che so io, ma non gli si rizzò l’uccello e così restammo rinchiusi lì dentro per quasi tre ore, durante le quali mi raccontò la storia di un tizio che veniva pagato per dare la buonanotte ai vecchi di un ospizio (quando veniva il momento di spegnere le luci delle stanze, lui faceva il giro dei vecchi per dar loro la buonanotte. Se avevano voglia di parlare li ascoltava, e i vecchi avevano sempre voglia di raccontare, soprattutto quelli che avevano fatto la guerra o quelli che pensavano di avere qualcosa da farsi perdonare), poi bussarono e lui disse occupato, io provai a farglielo rizzare senza successo, lui mi raccontò di guerre e viaggi, e mentre parlava notai che aveva un accento strano, lo ascoltavo come fossi stata una donna preistorica accanto al primo fuoco acceso, mentre un uomo preistorico raccontava la prima storia dell’umanità in un linguaggio comprensibile solo a loro. Mi raccontò del Movimento Aceh Libero e dell’esercito indonesiano, della guerra etnica del Burgundi, della Guerra Mondiale Africana e della Siria, della Costa d’Avorio e del Fronte di Liberazione Islamico dei Moro nelle Filippine, bussarono alla porta e io dissi occupato, lui raccontò del Kurdistan, del Nepal e della Nigeria, io provai a prenderglielo in bocca ma non successe niente, lui mi raccontò del Kashmir e della Somalia e dell’Uganda dove aveva incontrato la donna della sua vita, io mi ingelosii senza motivo e gli domandai che fine avesse fatto, lui disse chi, io dissi la donna della tua vita, lui disse che era in Uganda, io chiesi se fosse ugandese, lui disse che era francese e che aveva gli occhi strani come un 8


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dipinto di Arcimboldo, io gli chiesi come facevano gli occhi di una persona ad assomigliare a un dipinto di Arcimboldo, lui disse che non assomigliavano a un dipinto di Arcimboldo ma erano strani come un dipinto di Arcimboldo, erano brillanti e gioiosi se li guardavi da un lato ed erano spenti e pieni di dolore se li guardavi da un altro, io provai a immaginare quegli occhi brillanti e gioiosi e spenti e pieni di dolore, e mentre lo facevo ero rosa dalla gelosia per il fatto di avere occhi normali come gli occhi di tutti; bussarono alla porta, lui disse occupato, a me venne una voglia irrefrenabile di baciarlo ma poi decisi di no, gli chiesi cosa facesse la donna della sua vita in Uganda, lui tolse la camicia perché faceva molto caldo e disse che fotografava uomini morti e cani a tre zampe coi suoi occhi brillanti e spenti, gioiosi e perduti nei paesaggi africani. Ci fu un attimo di silenzio, potevo sentire le tubature dell’acqua gorgogliare e una canzone risuonare al di là della porta. Lui si lavò le ascelle nel lavandino e i miei pensieri si fecero buffi come una poesia declamata a voce alta su un autobus il lunedì mattina, il conducente intento a comprendere i gorghi del mare che sfuggono alla morte nel vento dormendo un sonno monumentale, gli studenti che fanno pernacchie ai sudori del sonno e i lavoratori che permettono a lune infuriate e palcoscenici d’avorio di intrufolarsi nelle loro vite. Gli dissi che dovevo fare pipì e lui si voltò, io calai le mutandine alzando la gonna e mi sedetti sulla tazza, mentre sentivo scendere l’urina ero imbarazzata e lui raccontò delle repressioni, di una bambina illuminata dalla luce delle contraeree sul tetto di un edificio diroccato e di un massaggio cardiaco sull’asfalto rotto di una città incagliata nelle lamiere di automobili rincagnate e distrutte, bruciate e abbandonate, le ultime gocce di urina mi imbarazzavano al contatto con l’acqua e lui raccontava di meli sradicati da una bomba che continuavano a fiorire mezzi morti, di tigli che profumavano di polvere da sparo le strade di una città africana qualsiasi, dove combattere era come fare la spesa e morire in un parcheggio era come baciare la propria madre. Bussarono alla porta, io dissi occupato, me ne stavo seduta sulla tazza con le mutandine che mi ammanettavano le caviglie e lo guardavo mentre parlava rivolto al muro delle strade sconfinate della Patagonia, dove la bordura erano pietre ammonticchiate dal passaggio dei tir e il silenzio era simile a quello che dovette provare il primo organismo unicellulare comparso al mondo, o al silenzio perfetto del paradiso terrestre o a quello che udirono gli astronauti sulla luna, e raccontò di pasti consumati sul cofano di una Peugeot in quel silenzio enorme come tutto il Sudamerica, scattando fotografie e immaginando la propria anima come una pietra pesantissima che non può galleggiare sul pelo dell’acqua, destinata a colare a picco come una trireme persiana durante la battaglia di Salamina o una donna africana nel canale di Sicilia. Sentimmo delle risate in giardino, lui accese una sigaretta, io mi ricomposi e guardai dalla finestra badando di non farmi vedere, guardai il prato inglese e i miei amici che giocavano a rubabandiera mezzi nudi e ubriachi, guardai gli scalini che conducevano in una cappella e che sembravano i gradoni di un antico teatro greco, se almeno ne avessi visto uno, e mi sentii inspiegabilmente inadeguata, come se non appartenessi a questo continente o a questo mondo, lui appoggiò la sigaretta sul lavandino e mi cinse i fianchi, aveva braccia per niente robuste e le mani poco curate, io pensai di voltarmi e baciarlo poi decisi di no, pensai di essere triste, poi pensai di essere felice, infine immaginai la possibilità di sentirmi 9


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triste e felice nel giro della stessa emozione, lui indicò il cielo e disse che gli ricordava il cielo di Baghdad, io dissi per forza, il cielo è sempre quello, lui disse no, il cielo del Monferrato assomiglia soltanto al cielo di Baghdad, e cominciò a cercare affinità e differenze tra tutti i cieli sotto i quali aveva soggiornato e che gli era capitato di guardare, dalla California a Saigon, dalla Terra del fuoco a Sidney; io dissi che di notte il cielo di una qualunque città dell’emisfero boreale era uguale al cielo di una qualunque altra città dell’emisfero boreale, e la stessa cosa si poteva dire per il cielo delle città dell’emisfero australe, mentre di giorno, dissi, il cielo è uguale dappertutto, lui disse che mi sbagliavo, che il cielo era diverso in ogni città del mondo e che quando trovavi una città col cielo gemello assistivi a un evento straordinario, da festeggiare, cosa che infatti fece quando si accorse che il cielo di Baghdad era il cielo gemello del cielo del Monferrato. Provai a farglielo rizzare, avevo pensato di fare l’amore mentre lui stava seduto sulla tazza, ma quando appurai che non aveva un’erezione, e quando compresi che quella notte non gli sarebbe rizzato qualunque cosa avessi tentato, provai quasi vergogna, gli dissi che mi era venuta fame, lui rinfilò la camicia, mi prese per mano e uscimmo dal nostro luogo eterno, un bagno padronale con una vasca in pietra, una finestra e una litografia della Tournée du Chat Noir alla parete, e fuggimmo a piedi, nell’afa buia delle lucciole monferrine e nel profumo delle banchine stradali tagliate di fresco, verso un bar aperto all’alba di una domenica mattina di luglio. Ci conoscemmo così, io e quel brutto stronzo, nel cesso di una villa in campagna, e conversammo davvero per tre ore sui suoi viaggi tra le guerre di mezzo mondo, dei suoi viaggi nelle guerre dell’anima e sugli occhi di una donna francese strani come un dipinto di Arcimboldo. Facemmo colazione e mi diede appuntamento a casa sua quella sera (disse che abitava in città, scrisse l’indirizzo su un tovagliolo di carta). Nel pomeriggio mi telefonò e disse che voleva salutarmi, io pensai che fosse un ragazzo molto romantico e gli dissi che mi faceva piacere sentirlo, lui disse che era all’aeroporto, io dissi come all’aeroporto, lui disse sto partendo, volevo salutarti, io domandai per andare dove, lui disse ciao, e riattaccò. Dopo una settimana conobbi mio marito (che quando lo conobbi non era ancora mio marito) e lui cominciò a spedirmi le sue fotografie; non mandava e-mail o messaggi o whatsapp, non utilizzava Instagram o Facebook, ma spediva fotografie sviluppate, come un secolo fa. Le fotografie raffiguravano quasi sempre luoghi distrutti, città bruciate, chiese diroccate, campagne e fiumi, e sul retro di ogni fotografia c’era una storiella che mi faceva ridere, quattro o cinque righe al massimo, e mentre ridevo mi odiavo perché in realtà non odiavo me stessa, bensì odiavo lui, e pensando a lui l’ultima cosa che avrei voluto fare era ridere, eppure ridevo, ridevo come si ride soltanto di se stessi (e sono le risate migliori), ridevo senza preoccuparmi del suono della mia risata, ridevo senza il timore che un momento dopo sarei stata incredibilmente infelice. In tre anni lo rividi cinque volte; ogni volta giurai che non lo avrei mai più incontrato e ogni volta mi diede appuntamento per il giorno dopo, ogni volta gli dissi che ero sposata e avevo mille impegni, ogni volta disse ci vediamo domani e ogni volta dissi no, non ci vedremo (e ogni volta mentii), ogni volta mi telefonò poche ore dopo per dirmi che stava partendo, che mi voleva salutare, ogni volta chiedevo per andare dove, ogni volta diceva 10


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ciao, io non dicevo niente o lo mandavo al diavolo, ogni volta diceva ti mando le fotografie, ogni volta dicevo ciao, e a forza di salutarci ci siamo innamorati del nostro reciproco salutarci e nient’altro, che comunque non è poco.

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Il profumo della tua pelle di Svetlana Svetla

“Voglio dirti una cosa: sono felice che tu venga. Ho pensato a questo tutto il giorno. Non vedo l’ora che tu sia qui, non vedo l’ora di stare con te tutto il giorno, non vedo l’ora di sentire il profumo della tua pelle.” Il profumo della mia pelle. Ha detto così, ho letto bene. Il profumo della mia pelle. Io pure ho il profumo della mia pelle. Certo, sì, anche la mia pelle profuma. Ogni pelle profuma, anche la mia. Anche la mia pelle ha il suo profumo. Basta adesso, non devo pensarci ora. Sì, l’ha detto. Ok, l’ha detto, non me l’aveva mai detto nessuno, ma ora devo dormire. Basta col profumo della mia pelle. Dormire…di certo non dormirò in quel letto. Dovrò rimanerci ma non dormirò. Come si fa a dormire in due in una piazza e mezzo con una montagna di uomo? Non dormirò, ma va bene così. Non è la stanchezza il mio primo pensiero adesso, e poi io odio dormire con gli altri che non conosco, e per come sono fatta io anche dormire con qualcuno dopo averci fatto l’amore per la prima volta non fa differenza, resta un estraneo. Quindi va bene così, chi se ne frega di dormire, ammesso poi che ci riesco a dormire. Il profumo della mia pelle… si è proprio sbilanciato, non l’aveva mai fatto in questo modo… ha capitolato… era ora. La mia pelle con la sua in quel letto. Che mi metto addosso? Il reggiseno nuovo nero e lo slip di pizzo di sicuro, mi sembra la cosa migliore, quello bianco lo escluderei. Ora però non devo pensarci, devo cercare di dormire, non so come, la testa va troppo veloce, ma devo provarci. Devo far finta di niente. Io domani non faccio niente di speciale, vado giusto un po’ a Milano far l’amore con lui, come ci siamo detti decine di volte. Niente foto, niente messaggi niente telefonate, di persona stavolta. Ok. Ora però basta, devo dormire. Voglio arrivare in stazione con calma, quindi mi devo alzare presto però un minimo devo dormire. Domani si pensa. Allora, treno preso, posto trovato, trolley sistemato senza equilibrismi, per fortuna i miei vicini non danno fastidio, che ore sono? Siamo partiti in orario, meno male. Peccato gli abbiano cambiato il turno e non venga a prendermi in stazione, imbranata come sono chissà dove vado a finire. Va be', starò attenta. Arrivo, mi sistemo in albergo con calma e poi stasera mi viene a prendere e andiamo a casa sua a sentire il profumo della mia pelle. Stiamo per arrivare, un quarto d’ora e siamo in stazione, che agitazione, lo sapevo, più emotiva di me non ce n’è, ma come potrei restare indifferente in questa situazione, l’ho aspettata così tanto… Tra poco comincio a chiudere tutto, libro, auricolari, bottiglina, penna, agenda… Il cellulare, mi stavo dimenticando il cellulare Vediamo, ci sono notifiche… mi son messa a leggere e non ci ho guardato più. Ah sì, chi è? Lui? A quest’ora? Strano, ma che succede? Ho paura a leggere, vedrai che salta tutto. Un respiro profondo, ok, ci sono, apro il messaggio. 13


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“Volevo dirti che ci ho ripensato e non ci vedremo. Non verrò a prenderti in albergo, non andremo a casa mia, non dormiremo insieme. Soprattutto non faremo l’amore. So che sono un pezzo di merda a far così, ma non ero convinto dall’inizio”. Ma come? Non eri convinto dall’inizio? Ma se hai progettato questo viaggio con me, ti sei fatto mille problemi per il letto da una piazza e mezza perché saremmo stati stretti, perché casa tua non era grande, perché non avevi potuto prenderti giorni al lavoro… ”Se potessi scegliere non ti incontrerei nemmeno, ma so di doverti almeno quello, perciò ci vedremo domani. So che mi odi, ma io ho deciso. Ho in testa un’altra. Non so chi sia, da dove venga, cosa faccia, è solo un volto che ho visto una volta, ma devo riuscire a trovarla. Devo girare per il mondo, trovarla, bussare alla sua porta e dirle che la amo, che voglio vivere con lei, che voglio fare l’amore con lei, che voglio sentire il profumo della sua pelle…”. “Milano. Stazione di Milano Centrale!.”

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STANAMORE

di Alfonso Donato Sedàan

Rita non era convinta dell'invito arrivato così senza nessuna richiesta da parte sua. C'è da dire che non avevano mai vinto niente, nemmeno quando partecipavano spontaneamente, figurarsi se venivano poi estratti a sorte tra migliaia – se non milioni – di sconosciuti: ad un certo punto si perdono speranza e fiducia. Eppure i biglietti erano lì, con tanto di logo, timbri e firme: la Signoria vostra etc etc... è invitata il giorno etc etc... alla registrazione della prima puntata di Stanamore etc etc... presentarsi alle ore etc etc... cancello etc etc... Uno per lei e uno per suo marito. «Hai visto? Tu che dicevi che siamo sfortunati e non avremmo mai vinto niente? Ci hanno invitati ad una trasmissione. Ok non è vincere un televisore, ma è un po' una vacanza, una camera d'albergo e la colazione, quelle che piacciono a me con il caffè, le marmellate, le torte e i panini... che se è un albergo che ospita anche i crucchi possiamo farcire due tramezzini col salame e così abbiamo il pranzo al sacco per il viaggio di ritorno.» Egisto era sicuramente più entusiasta della cosa, non gliene fregava molto della televisione, probabilmente non aveva mai nemmeno visto la trasmissione, ma l'idea di evadere dalla routine lo eccitava parecchio. Così come già pregustava il sapore di quella vittoria al bar non appena avrebbe annunciato agli amici che sarebbe partito per Milano, per assistere alle registrazioni della prima puntata di Stanamore. Invece le domande di Rita erano molte, a iniziare da quel nome: Umberto Riccio, il giornalista morto diversi anni fa. Come era possibile un errore così grossolano? Ma nulla diede seguito ai suoi dubbi e l'unica soluzione pareva proprio quella di assecondare il destino. La mattina della partenza Egisto era incontenibile, tanto che arrivarono in stazione quasi un'ora prima della partenza del treno per Milano. E poi quante cose nuove li aspettavano: si erano informati e a Milano c'era questo treno che correva sottoterra, la metropolitana, e che li avrebbe portati dritti in albergo e successivamente agli studi di registrazione. Ma se Egisto sembrava tornato bambino, quando le meraviglie gli riempivano gli occhi durante le gite scolastiche, Rita era sempre più perplessa. Dapprima temeva uno scherzo: sarebbero arrivati in albergo e avrebbero scoperto di essere vittime di qualche burla dei compaesani, magari proprio gli amici del bar di Egisto. Ma tutto pareva proprio essere in regola. Naturalmente arrivarono in anticipo anche alla registrazione, o almeno così parve a Rita, visto che fuori dai cancelli degli studi televisivi non c'era nessuno. «Egisto, ma come mai non c'è nessuno? Avremmo mica sbagliato qualcosa?» 15


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«Macchè! L'indirizzo è questo, il giorno è oggi e – guardando l'orologio – mancano dieci minuti. Senti, io provo a suonare...» Non ce ne fu bisogno, con uno scatto metallico il cancello si aprì e i due coniugi si diressero verso un cubo di vetro a specchio con sopra la scritta STUDIO 2/A illuminata da un neon rosso. «Hai visto? Te e le tue paure... Ci stavano aspettando, saremo anche in ritardo.» Affrettarono il passo ed entrarono nello studio. Il teatro era già gremito; nella penombra scorsero sulla destra due sedie con due cartoncini e il loro nome. «Vieni, i nostri nomi, sediamoci qui.» Nel silenzio della sala si sentiva solo il ronzare delle ventole e il sibilo intermittente di un fumo spray. Ogni tanto un mugugno o un colpo di tosse, che a Rita pareva di più un rantolare diffuso. «Maremma cara, Egisto, ma non senti una strana puzza?» «No, non sento niente.» «Sento odore di... sembra carogna.» «Boh, io non la sento, non sarà mica quel fumo che buttano sul palco?» «Ma che ne so, sembra che venga da 'sti qui seduti davanti!» SIGNORE E SIGNORI, BENVENUTI ALLA REGISTRAZIONE DELLA PRIMA PUNTATA DI STANAMORE. DA QUESTO MOMENTO SIETE PREGATI DI SPEGNERE I TELEFONI CELLULARI E NON ALZARVI DAI VOSTRI POSTI. Fu l'annuncio proveniente da enormi casse posizionate lungo il perimetro del teatro, al termine del quale iniziò una sigla arrangiata su una nota canzone d'amore di una band anglosassone. In quello stesso momento entrò il conduttore, in tutto e per tutto uguale ad Umberto Riccio se non per l'incedere sciancato e trascinato, e un respiro carico di affanno. Dalle enormi casse posizionate lungo il perimetro del teatro, questa volta provenne un applauso registrato, mentre in sala si sentì un rumore come di stracci bagnati che sbattono tra loro. «Eppure ero convinta fosse morto.» «Magari ti confondi. In televisione continuano a cambiare rete e il programma di uno lo conduce un altro. Di certo non è messo bene, senti come parla... poraccio!» “Amuici caari, benvenuti ghrgr...” Ad ogni parola la bocca era distorta in un'apertura imperfetta che massacrava tutte le vocali. «Ma tu dici che lo mandano in onda così o lo doppiano? O è qua dietro che si sente così male?» “Anche m-quest anno, Stanamore stanerà il vostro amore, grgghhh.” «Non lo so, ma io non capisco una parola!»

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“La prima s-storia è quellah di... Ruuitaa!” Un faro si accese in quel momento sopra la poltrona di Rita, mentre dalle enormi cassi posizionate lungo il perimetro del teatro fuoriusciva il gingle registrato che recitava come l'unica cosa di cui si abbia bisogno sia l'amore. “M-vieni m-quih: un applouuso a Ruuitaa!” E questa volta dalle enormi casse posizionate lungo il perimetro del teatro venne diffuso identico a prima - un applauso, mentre la sala si riempiva dello stesso rumore di stracci bagnati sbattuti tra loro. «Ah be' sei la protagonista, non l'ospite... vai vai che ti aspettano!» Egisto era un po' geloso della scena, pensare che un altro uomo potesse corteggiare sua moglie gli faceva ribollire il sangue. Ma al tempo stesso era curioso di vedere chi fosse e come sarebbe andata a finire. Rita scese con attenzione gli scalini fino al palco, e nell'incedere l'odore di carogna diventava sempre più nauseabondo. Arrivò dinnanzi a Riccio accompagnata dal solito applauso che si ripeteva in sequenza, sempre uguale. “Ruuitaaa!” La presentò al pubblico Umberto Riccio, poi mimò un baciamano. Rita non seppe reagire, la mano dell'anchorman era simile a cartapesta, un liquido giallastro era colato sul suo polso dalla fronte del presentatore e non sapeva come fare a pulirsi senza darlo a vedere. “Allu-ora, Ruuuitaa. Ghhrr. Um..chi pensi ti abbia s-stanato?” Rita era inorridita dallo spettacolo devastato di quell'uomo, della puzza davvero nauseante che emanava il suo corpo e da quelle gocce giallastre che gli colavano dal viso. «Ma non saprei... Ormai sono una donna anziana, sono sposata da oltre quarant'anni. Non credo proprio che qualcuno possa cercarmi!» “Eppuuuurehhh...” Umberto Ricco indicò con la sua cartelletta il videowall a destra. Nello schermo, immenso agli occhi di Rita, apparve la fotografia di un uomo. “Lo ricuonoscih?” «Sì, è una foto di Loris. Lo ricordo molto bene: eravamo compagni di borgata, abitava di fronte casa mia; sua moglie è una mia carissima amica. Ma Loris è morto più di venticinque anni fa.» “Benee... ghrrg perchè Lu-oris u-èqui!” Rita scattò in piedi dallo spavento nel vedere Loris comparire alle sue spalle dietro una porta scorrevole. Si portò le mani alla bocca per soffocare un urlo mentre l'amico defunto protese le braccia verso di lei afferrandola e addentandole la pelle grinzosa del collo e staccandone un pezzo grande come un pugno. Egisto si alzò e corse in soccorso della moglie, ma decine di mani lo afferrarono facendolo cadere rovinosamente a terra. A quel punto centinaia di denti affondarono nelle sue carni straziandole. 17


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“E anche questa volta, nghrrgh, abbu-iamo riporta-ato in vita lammu-ore!” Dalle enormi casse lungo il perimetro del teatro proveniva la registrazione di un applauso lunghissimo, mentre un gruppo anglosassone cantava come l'unica cosa di cui si abbia bisogno è l'amore.

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Scorretto Magazine Fuoriserie n.3 – Amori Scorretti

Bonjour, je m'appelle Charles di Artanis Naanìe

È iniziato tutto con una lettera. Non si ricevono più lettere, oggigiorno. Al massimo e-mail, ma nella stragrande maggioranza dei casi il massimo a cui si può ambire è un messaggio su facebook o su whatsapp. Avevo infatti sviluppato una certa fobia del prendere la posta, poiché conteneva solo bollette e pubblicità. Bollette, fatture, richiami, multe. Aprivo la cassetta una volta a settimana, il lunedì sera, imprecando in molte lingue. Quella sera, in mezzo alla bolletta del telefono e una pubblicità per il fioraio di sotto, trovai una busta elegante, di carta spessa zigrinata, che emanava un leggero profumo di mughetto. Rimasi interdetto per un momento, prima di vedere che il nome sulla busta non era il mio; era indirizzata a un certo Frederic Berliet, e io mi chiamo Charles. E non Berliet. Salii a casa, fissando la busta. La calligrafia era curata, tracciata con mano sicura con una penna stilografica. Chi diavolo usa ancora le penne stilografiche? Arrivato a casa, posai la giacca sul divano e mi sedetti ad osservare ancora quella lettera. Sul retro il nome della mittente era scritto con la stessa grafia: Capucine Campion, ed un indirizzo normanno. Qualsiasi persona sana di mente avrebbe lasciato lì la lettera ed avrebbe cercato di spedirla al giusto destinatario, o almeno l'avrebbe ignorata. Aprire la corrispondenza altrui è un reato, ma quel profumo di mughetto stava diventando testardo e quella calligrafia mi ballava davanti alle palpebre chiuse mentre, più tardi, cercavo di addormentarmi. Alle 2, dopo ore di inutili tentativi, mi alzai. Presi un coltello e, con delicatezza, aprii la busta: non era di quelle buste che si possono strappare senza precauzioni, ma di quelle che van lasciate quasi intatte, con appena un taglietto su un lato. Una di quelle buste che, da sola, giustifica il tagliacarte. L'odore di mughetto si fece più intenso. Tirai fuori dalla busta tre fogli piegati in quattro, scritti serrati serrati in quella stessa grafia assurdamente retrò che avevo trovato sulla busta. Una lettera d'amore. Una lettera che sembrava uscire direttamente dall'ottocento, sia come stile che come contenuto. Una giovane donna, innamorata persa del suo corrispondente, lo accusava di averla abbandonata. Le linee erano state tracciate a matita e poi cancellate, affinché la scrivente fosse certa di scrivere dritta. Mi sono innamorato subito. Un colpo di fulmine nei confronti di una lettera: che cosa romantica, per me che romantico non sono mai stato. Mi sono innamorato della forma delle parole, dei lacci delle g e delle l, delle maiuscole curate, della scrittura un po' inclinata. Mi sono innamorato della sbavatura lasciata da una goccia sul foglio, tra una frase e l'altra, una lacrima forse? Mi sono innamorato del profumo che emanava prepotente dal foglio, fresco e femminile. Mi sono innamorato di qualche cancellatura, riscrittura, tratti nervosi di penna sulle parole sbagliate che sono uscite male dalla mente e dalla penna. C'era qualche errore di ortografia, qualche 19


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costruzione grammaticale bizzarra, ma globalmente era una lettera ben scritta. Il contenuto era grazioso senza essere alla ricerca di un'immensa originalità; la storia era chiara, il classico esempio di sedotta e abbandonata, ma alcune scelte lessicali datate rendevano il testo scorrevole ed affascinante e lo preservavano dalla sensazione di sbrodolamento di buoni sentimenti che a volte appare evidente nelle lettere d'amore. Un paragrafo sulla loro notte d'amore mi fece arrossire, come se stessi spiando una coppia dalla serratura per sbaglio ed al contempo per volontà. La mia corrispondente per errore dimostrava in quelle parole un carattere forte seppur piegato dall'amore, una dignità ferita che mi colpì come un pugno nel petto. Quante donne avevo conosciuto che non avrebbero retto il confronto con quella semplice lettera.. L'ultimo paragrafo mi inquietò: la donna avrebbe aspettato l'amante domenica mattina, sulla scogliera dove si erano conosciuti. Se egli non fosse arrivato, diceva, si sarebbe gettata in acqua. A gennaio il mare normanno non è una passeggiata di salute, ma non pareva quello lo scopo della scrittrice. Mi prese il panico: domenica? Mancavano 7 giorni. Era pochissimo. Avrei potuto cercare di contattare il destinatario della lettera ma ne ero geloso, geloso marcio, e poi non se la meritava quella lettera. Mi bruciava il petto. Esaminai diverse opzioni, quella di rispondere alla lettera, di cercare il numero di telefono della donna, di andare a casa sua. Nulla mi sembrava giusto, quindi feci l'unica cosa giusta. La domenica mattina presto presi il treno per Etretat e cominciai a fare, in una solitudine ghiacciata e ventosa malgrado il sole, i mille passi avanti e indietro lungo il bordo della scogliera. E se avessi sbagliato scogliera? Il dubbio mi stringeva lo stomaco e i pugni, al relativo tepore delle tasche del giaccone. Per due ore nessuno mi raggiunse. Furono due ore lunghe, infinitamente lunghe, durante le quali mi ripetei la lettera molteplici volte -l'avevo imparata a memoria-. Mi girai per tornare indietro per l'ennesima volta, i piedi congelati. Cominciavo a perdere le speranze, quando una figura si stagliò contro il cielo terso. Un berretto nero tratteneva a stento una massa di capelli biondi portati via dal vento, un cappotto avvolgeva una figura morbida, tondeggiante soprattutto sotto al seno. Mentre mi avvicinavo i dettagli si facevano più precisi: il naso dritto, lo sguardo fiero perso sul mare, le spalle rigide, gli stivali bassi. Si girò a guardarmi quando ormai ero a solo qualche passo da lei; non dimenticherò mai lo sguardo assolutamente smarrito che mi rivolse. Non ero chi aspettava, non ero chi l'abitante del suo ventre aspettava.. ma ero pur sempre qualcuno. -Bonjour Capucine, je m'appelle Charles et j'ai une histoire à vous raconter.*-

*Trad: -Buongiorno Capucine, mi chiamo Charles e ho una storia da raccontarle-

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Amore letterariamente scorretto di Fabio Martellini

È stato necessario attendere il 1995 per sdoganare l'amore, anno in cui i “Neri per caso” hanno portato alla ribalta “Le ragazze”. Fino ad allora siamo sempre stati indotti a guardare l'amore con diffidenza, come qualcosa di deleterio, di mortale! La letteratura classica è colma di storie in cui l'amore è un sentimento tanto scorretto da uccidere chiunque lo provi. Romeo e Giulietta sono probabilmente l'esempio lampante: due ragazzini di quattordici e sedici anni che, per protesta nei confronti delle proprie famiglie, inscenano un suicidio che provocherà dolore solo a loro stessi al punto che dalla finzione passeranno alla realtà. In fondo guardare mio figlio che chatta su Facebook con il cellulare mi rende un genitore molto più tranquillo: non gli vieto nessuna frequentazione, al massimo si prenderà una denuncia per stalking. In Cime tempestose invece l'amore e la gelosia sono armi letali. La giovane ed educata Catherine se la tira un po' con il rozzo e scapestrato Hitchcliff, finchè facendo la smorfiosa non viene morsa da un cane e trascorre la convalescenza dai vicini. Qui incontra Edgar e confessa alla madre di lui che vorrebbe sposarlo per i suoi modi gentili e principeschi, ma che in cuor suo ama Hitchcliff. Hitchcliff origlia e perde parte del discorso, soprattutto quello dove Catherine dice di essere innamorata di lui, cosicché decide di partire. Al ritorno, ricco, ripulito ed educato, sposa la cognata, la sorella di Edgar per fare i dispettini a Catherine. Catherine intanto muore di parto e da quel momento Hitchcliff perde la testa avendo come unico scopo diventare padrone di tutti i beni delle famiglie. E naturalmente - tormentato dal fantasma di Catherine - morirà lasciando come desiderio quello di essere sepolto vicino al suo amore impossibile. Cambia l'ambientazione ma non la morale: l'amore uccide. A farne le spese questa volta è Maria, personaggio di Verga, che rimasta orfana di madre si vede allontanare dalla matrigna per andare in convento e lasciare il padre libero di... Be' capito, no? Siccome non c'è mai un limite alla sorte avversa, scoppia il colera in convento e Maria 21


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viene fatta tornare a casa. Qui incontra Nino, suo compagno di giochi nell'infanzia e se ne innamora. Ma... la matrigna vuole Nino per Giuditta (sua figlia legittima) e rispedisce Maria in convento, dove prende sì i voti, ma si lascia morire. Cyrano e Roxanne. Anche questo è un amore che porta sfiga...! Cyrano è brutto, ha un naso enorme, ed è fin da piccolo innamorato di sua cugina Roxanne (non c'è cosa più divina che farsi... ehm!) Roxanne però è innamorata del bel Cristiano, tanto bello quanto ignorante - pare sia da imputare a lui il diffondersi di termini come pultroppo e propio. Cristiano chiede un aiuto a Cyrano per conquistare Roxanne e siccome sono due cavalieri, Cyrano non si tira indietro dal soccorrere l'amico e scrivere versi e poesie che Cristiano reciterà a Roxanne. Un giorno Cyrano e Cristiano sono sul campo di battaglia e lì arriva anche Roxanne, che pare non vedesse l'ora di dire a Cristiano che l'avrebbe amato anche se fosse stato un cesso, poiché la bellezza era insita nel suo animo. Cristiano, che ricordiamo essere un cavaliere, si sente in colpa e decide di dire tutto all'amico brutto, ma... Cristiano viene ucciso! Roxanne si ritira in convento (Joe d'Amato, negli anni 80, ci spiegherà perché erano tanto gettonati i conventi a quei tempi) e Cyrano tutte le settimane va a trovare la cugina... fin quando non cade in un'imboscata. Finisce così? Macchè! Siccome tira più ...la cugina, Cyrano morente raggiunge comunque Roxanne un'ultima volta e le recita una delle poesie che aveva scritto per lei. Roxanne riconosce i versi e capisce, ma... Cyrano muore in quel momento! Oltre cortina sono molto più pratici. Il dottor Zivago e Lara si amano: lui scrive poesie di cui lei ne è musa ispiratrice, ma non potendo stare insieme costruiscono vite diverse: nonostante il loro amore impetuoso riescono a generare figli con altri (sarà Freud in seguito a demolire i pudori e svelare che quando si tromba si è sempre almeno in quattro). Intanto scoppia la prima guerra mondiale, Zivago viene arrestato nel mentre organizza l'espatrio di Lara (che è incinta... ma dai?!). Finita la guerra Zivago sta viaggiando a bordo di un tram quando per la strada gli pare di scorgere Lara: infarto fulminante e muore. Al funerale, Lara si presenta con una ragazzina che lascia intendere essere la figlia del dottore. Non chiedetemi se è la stessa delle tre civette sul comò! Nel 1200 Dante invece narra di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta. In un'epoca dove era consuetudine il matrimonio per procura, le due famiglie decidono di unirsi e far 22


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sposare i rispettivi rampolli. In realtà Francesca viene ingannata, conosce Paolo che però ha già una moglie, ma di sicuro più figo del fratello rozzo, cinico, zoppo e con un nome di merda: Gianciotto (cosa ti potrà mai aver fatto un bambino per dargli quel nome?) La povera donna scopre l'inganno solo all'altare, ma non può fare nulla se non accettare le nozze ob torto collo. Nonostante un figlio con Gianciotto (vedi Freud poco sopra), Francesca accetta le visite quotidiane del cognato figo; ma proprio durante un incontro di questi, il terzo fratello che rispondeva al nome di (udite, udite) Malatestino, scopre i due amanti e allerta Gianciotto. Sorpresi in flagranza di effusioni Gianciotto sfodera la spada, Paolo scappa per una botola ma vi rimane incastrato, Francesca si para davanti al marito e viene uccisa prima dell'amante. E dove li mette, Dante, quali morti per amore? Appunto! Torniamo al XVII secolo dove Hester sogna una vita nuova con il marito e lascia l'Europa per il Nuovo Mondo. Hester però si trova sola – il marito è sparito - e non resiste alle braccia (e altro) del Reverendo Dimmensdale. Siccome la Durex era di là da venire per i prossimi trecentotrent'anni ma Dimmensdale no, Hester rimane incinta della piccola Pearl. Tutto ciò in un paese bigotto dove una donna sposata non può che essere marchiata a fuoco con la lettera A di adultera. Il reverendo Dimmensdale tace la sua responsabilità e rimane insignito del suo bel titolo di santo. Intanto il marito di Hester, liberatosi dalla prigionia dei pellerossa, diventa il medico del reverendo e passa sette anni (ripeto: set-te-an-ni!)a meditare la vendetta cercando l'amante della moglie... o padre di Pearl, come più vi aggrada. Hester prende in mano la situazione, pianifica la fuga con il reverendo che alla vigilia, mosso da sensi di colpa, fa coming out in pubblico e per l'emozione muore. Hester parte e tornerà solo in vecchiaia per essere sepolta vicino al reverendo. Che poi... che ci farai mai da cadavere?! Un altro caso è quello di Violetta e Alfredo. Violetta fa la bella vita a Parigi, mantenuta dal Barone Douphol. Nel jet set parigino incontra Alfredo e se ne innamora, decide di scappare con lui e dice addio al Barone. Giorgio, il padre di Alfredo, accusa Violetta di puntare alle ricchezze del figlio, ma la donna – carte alla mano – dimostra al vecchio padre che è lei a mantenere la baracca. Giorgio non si arrende e chiede a Violetta di andarsene perché la relazione con il figlio danneggerebbe il futuro matrimonio della figlia.

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Insomma vuoi per generosità, vuoi perché è sempre colpa dei suoceri, Violetta lascia Alfredo e torna dal Barone Douphol. Alfredo, col cuore spezzato, parte (per gli uomini il convento non ha le stesse proprietà lenitive come per le donne: è sempre Joe d'Amato a spiegarne i motivi). Giorgio si pente e si ravvede, torna da Violetta, chiama Alfredo che rientra giusto in tempo per l'ultimo abbraccio con Violetta. Perché ultimo? Perchè Violetta ha la tisi e muore! Insomma l'amore rischiava davvero di diventare la principale causa di morte: innamoratevi a vostro rischio e pericolo! Fu grazie ai sei ragazzi di Salerno che cambiò la tendenza: si può amare da morire, ma morire d'amore no. AIDS a parte!

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Jerry è pazza di Roberta Pagnoni

Stavolta funzionerà, ne è certa. Non andrà come col rosso, che era tutto parole di miele e lodi e carezze e poi era scappato via con tutti i suoi risparmi. Certo, ne era valsa la pena, quelle mani forti, quelle risate complici. Ma quando le prendeva la malinconia per quei lunghi silenzi, per l'apparente indifferenza e freddezza, faceva il paragone col rosso traditore e si diceva "vedi che le parole non contano niente" e subito si consolava. Non come con l'ex marito, che si era risposato con una ragazzina imbellettata dicendo che gli mancava il sesso spensierato, perché dire che gli mancava la giovinezza era troppo banale. Lui può stare ore ed ore a guardarla, accoccolato sulla sedia, lei nuda sul letto, o vestita con robe provocanti che compra apposta. Ha scoperto che ama giocare con le calze, ed i reggicalze, ed ormai ne hanno una collezione, con frequenti ricambi perché quando finalmente lui si lascia andare, poi non si controlla... E questo a lei piace da impazzire, non può negarlo. Stavolta sarebbe durata, nonostante le lunghe ore di distanza, e quella strana freddezza ad ogni rientro, che si stemperava solo al momento di cenare assieme, con gusto, spesso dallo stesso piatto. Non come con l'ex atleta per cui non era mai magra abbastanza, quando mangiare era una preoccupazione e non un piacere, e dalla danza al letto erano solo prestazioni: a lui piace il morbido calore di corpo vissuto, si capisce dalle rare volte in cui dormono assieme, dividendo il cuscino, e nel sonno è come se si abbandonasse sulle sue carni, in una mollezza condivisa che la colma e commuove. Non come con l'imprenditore di successo, autonomo e pieno di "amiche", impossibile da imbrigliare; lui ha bisogno di lei, ed è forse uno dei motivi di quella distanza che ristagna in maniera irritante anche dopo mesi, ma è un prezzo che paga volentieri in cambio della certezza di non vederlo andare via. Farebbe qualsiasi cosa per conquistarlo, compra il cibo che preferisce, gli legge a voce alta poesie dimenticate, mentre lo sfiora dove a lui più piace, sul collo, la schiena, se è in vena persino la pancia, e lei si sente così felice che vorrebbe non finisse mai. Ma finisce, finisce sempre troppo presto, e a lei manca sempre qualcosa che non riesce a definire, però lo scoprirà. E stavolta andrà bene e sarà un grande amore, col suo Jerry. 25


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Jerry sta dormendo quando sente aprire il cassetto delle calze, apre un occhio: lei lo sta guardando con quell'espressione che preannuncia solo cose belle. Si scrolla di dosso l'indolenza e le si avvicina, così languido che ad entrambi si rizzano i peli sulla nuca. Non le dirà mai che una volta la chiamavano Daphne, non perché non può parlare, non perché ha bisogno di lei, non perché in quanto gatto se ne frega per definizione: ma perché nessuno è perfetto.

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La lettera di Alez

Cara mia, è difficile per me rivolgerti ora la parola, dopo tutto quello che c'è stato, dopo le cose che sono successe e che hanno distrutto il nostro rapporto, dopo il tuo continuare a zittirmi e non ascoltarmi. Non voglio certo addossare a te la colpa di quanto accaduto, credo sia una colpa da dividere tra tutti: come recita il proverbio? Quando un amore finisce è colpa di tutti e tre. E allora mi ci metto in mezzo anche io, metto in mezzo anche lei e non giustifico nessuno: abbiamo colpa tutti. Lo so che avrei dovuto parlartene, magari elencarti i miei disagi, la mia difficoltà a stare con te e a sentirmi privato di quella vita che ogni uomo dovrebbe avere; privato di quei diritti che spettano ad ogni marito. E non li sto, di contro, definendo obblighi della moglie... non siamo mica nel Medioevo! Però è innegabile che la nostra passione (e ancora una volta metto in mezzo anche me) fosse arrivata ad un punto morto, la sua assenza (ma questa volta mi escludo dal discorso), fosse un ostacolo impossibile da superare da soli e senza un aiuto. Non so cosa sono diventato per te negli anni, come mai non riuscissi più ad accendere le tue fantasie con le mie. Ma io sono ancora un uomo giovane, sono ancora attivo, e ho ancora i miei desideri ed è per questo che nella mia vita ho voluto anche lei. Non mi sto giustificando e non sto giustificando il fatto che tra noi abbia lasciato entrare dell'altro. Invece mi rammarico, mi dispiace per il tuo rientro improvviso e di averla dovuta nascondere sotto al letto: un nascondiglio troppo comune per celare un segreto così importante. Ho ancora negli occhi la tua rabbia, il tuo sgomento, la tua camminata isterica attraverso le stanze mentre mi urlavi che ero un porco e di falla sparire da casa nostra (che poi a voler ben vedere è solo mia)... Non so perché ti stia scrivendo questa lettera, forse perché dentro di me sento ancora il bisogno di renderti partecipe della mia vita e di quello che provo per te. Ti scrivo, probabilmente, anche per non farti stare male, per non lasciare che i sensi di colpa ti distruggano. Le tre coltellate che le hai inferto non sono state così gravi come sembrava. Ha shockato anche me vederla affievolirsi tra le mie braccia dopo aver subito la tua furia. Ha shockato anche me vedere quelle tre ferite aperte che lasciavano sfuggire la sua essenza, la sua vitalità. 27


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Oggi Layla è tornata come nuova: tre toppe e un po' di mastice hanno riparato ogni danno. Certo la bocca non è più stretta come una volta, ma abbiamo scoperto un nuovo gioco da fare dietro. Spero che ora tu possa comprendere meglio me e le ragioni del mio gesto, e se vorrai tornare nel mio nostro letto, chissà: magari te la posso far conoscere meglio.

Tuo marito.

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Perché sei innamorato di tua moglie? di gian marco griffi

E così ero al Centro Recupero Nichilismo, e mi sono sorbito le solite quattro ore di esempi e lezioni. Ieri era la vigilia di San Valentino e naturalmente si parlava di amore, quando è arrivato il momento dell'esercitazione finale il docente ha chiamato a turno tutti i presenti sulla piccola pedana predisposta per queste cose. Per decidere chi avrebbe rotto il ghiaccio una ragazza bionda ha tirato a sorte. È toccato subito a me. Di solito durante queste esercitazioni dobbiamo raccontare le ragioni per cui riteniamo la nostra vita interessante, cosa facciamo per confermare ogni giorno il nostro interesse per l'esistere e le sue derivazioni. Ma era la giornata dell'amore, per cui ci è toccato rispondere alla domanda “Perché sei innamorato di tua moglie? (E perché la ami ancora?)”. E allora sono salito sulla pedana. È una pedana di legno alta venticinque centimetri. Quando mi sono sistemato ho guardato gli altri; ci saranno state più o meno venticinque persone. Per alcuni di loro era la prima volta, altri avevano quasi terminato il percorso di recupero; cose del tipo che ormai erano in grado di emozionarsi per una stella cadente ed esprimere un desiderio. E comunque ero lì, sulla pedana, e guardavo quella gente. Avevo letto da qualche parte che per fare un buon discorso in pubblico, senza esitazioni o imbarazzi, bisogna fissare un punto preciso della sala e non spostare mai lo sguardo. Fino a quel momento avevo pensato che fosse una stronzata, non ero neppure certo che la modalità descritta fosse proprio quella, ma lì per lì non avevo idea di come procedere, per cui ho deciso che in mancanza di meglio avrei seguito quel suggerimento. E così ho scrutato la sala e ho attaccato a fissare un tizio grasso in quarta fila; aveva un doppio mento sgradevole e un maglione frusto. Poi ho bevuto un sorso d'acqua. Stavo prendendo tempo per cercare le parole adatte a svolgere l’esercitazione. Quando ho finito di bere ho ripreso a fissare il tizio col doppio mento e ho iniziato a parlare. Mi sono innamorato di mia moglie il ventuno febbraio duemilauno. Poi mi sono innamorato di lei anche gli altri giorni (per es. ieri, o una settimana fa) perché ha un buon odore. Sono innamorato di mia moglie perché si emoziona per la neve, per un armadillo, per una collina disseminata di vigne. Sono innamorato di mia moglie perché è una donna buona, perché la posso sfidare a chi conosce più canzoni di Lloyd Cole and the Commotions, perché mi ha fatto conoscere i concerti rock. Amo mia moglie perché è riservata, e alla presentazione di un libro non ha il coraggio di alzare la mano per fare una domanda; amo 29


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mia moglie perché con la gonna è bellissima, perché mi redarguisce quando dico e scrivo puttanate, perché ha delle magnifiche fragilità. Ho fatto una pausa per bere un sorso d’acqua. Ho distolto lo sguardo dal tizio col doppio mento e ho guardato il professore per cercare la sua approvazione. Sapevo di dover essere il più terra terra possibile; a quelli del Centro Recupero Nichilismo piacciono le cose semplici, quasi banali. Lui mi ha fatto cenno di proseguire con la mano. Ho messo troppi perché? Gli ho chiesto. Questa non è una scuola di scrittura, ha risposto. Ma non ci saranno troppe ripetizioni? Non preoccuparti della forma, a noi interessano i contenuti, ha detto lui. Stai andando forte. Ho ripreso a fissare il tizio col doppio mento e ho proseguito. Amo mia moglie perché mi batte a tennis, perché è intelligente e colta, perché corregge gli strafalcioni grammaticali delle persone. Ho fatto una pausa. Gesù, ho detto, quanto serve qualcuno che corregga gli strafalcioni grammaticali delle persone. Qualcuno ha approvato, altri mi hanno guardato storto. Amo mia moglie perché si cruccia per il fatto che io non parli mai di lei nei miei racconti. Ma se riflettesse si accorgerebbe che nei miei racconti io parlo del male, delle bassezze dell'umanità, le depravazioni, le miserie delle persone, e allora come potrebbe entrarci lei, che è la cosa più bella di questo mondo? Fine. Quando ho pronunciato la parola ‘fine’ nessuno ha applaudito, perché fa parte delle regole. Il Centro Recupero Nichilismo non è il circo, non facciamo spettacolo. La gente ascolta, assorbe, interiorizza. Sono sceso dalla pedana. Sono pochi centimetri, ma mi è sembrato di ridiscendere la parete rocciosa di una montagna. Ho fatto qualche passo per tornare al mio posto. Come tutte le volte che parlavo per più di un minuto, avevo una voglia pazzesca di fumare una sigaretta. Un paio di persone mi sono venute incontro per complimentarsi. Bravo, mi ha detto un tizio in giacca e cravatta. Sei quasi al termine del percorso, mi ha detto una donna. Tua moglie è una persona fortunata, ha detto il tizio in giacca e cravatta. Non sono sposato, gli ho risposto. Mi hanno guardato male. 30


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Come sarebbe a dire che non sei sposato? Mi ha chiesto la donna. Gli scrittori mentono in continuazione, gli ho detto. Davvero non sei sposato? Mi ha chiesto uno dei tizi. No, davvero, ho risposto. Avevo appena mentito di nuovo. Del resto non sono neppure uno scrittore. Ci vediamo domenica prossima, mi ha detto la donna, imbarazzata. Poi sono uscito a fumare, finalmente.

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Scm fuoriserie 3 - Amori scorretti  

Magazine letterario a tema, gratuito.

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