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Copertina: REUTERS/Darrin Zammit Lupi (courtesy of INSP) - Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art.1, comma 1, LO/MI

L’INTERVISTA

MINÀ: «CHE RICORDI, QUELL’INTERVISTA DI DODICI ORE A FIDEL»

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strada

L’INCONTRO A TAVOLA CON GIANNI MURA PER PARLARE DI JANNACCI, VIOLA E TANTE CANZONI

www.scarpdetenis.it giugno 2017 anno 22 numero 212

Prendere o lasciare QUANTO MALE FANNO LE ACCUSE ALLE ONG CHE SALVANO LE PERSONE IN MARE? COME FUNZIONANO I CORRIDOI UMANITARI DI CARITAS E SANT’EGIDIO? L’INCHIESTA DI SCARP E UN RACCONTO ESCLUSIVO DI ERRI DE LUCA


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EDITORIALE

Prendere o lasciare Uno schiaffo all’ipocrisia

LA PROVOCAZIONE

Caritas e pedagogia dei fatti. La ragione dei corridoi umanitari di Luciano Gualzetti direttore Caritas Ambrosiana

di Stefano Lampertico [

@stefanolamp ]

Va bene, la copertina è molto forte. Quella mano che chiede aiuto, che reclama soccorso, che chiede di essere affrancata a una certezza, a una sicurezza, è uno schiaffo all’ipocrisia. Abbiamo scelto di dedicare la copertina e il dossier di apertura al dibattitto che si è creato intorno alle organizzazioni non governative che da tempo, ormai, sostituendosi alle istituzioni, soccorrono i migranti, i richiedenti asilo, nel mare di Sicilia. L’abbiamo fatto, come sempre, allargando l’orizzonte e le voci. In chiave culturale, con un incisivo racconto di Erri De Luca sul tema dell’abitare, raccontando l’approccio Caritas e la proposta – intelligente – dei corridoi umanitari, sentendo le organizzazioni che con le loro navi hanno accolto centinaia, migliaia di profughi in questo anno record di sbarchi sulle coste italiane. I lettori più affezionati sanno che, su questi temi, Scarp è da sempre in prima linea. Sanno anche da che parte stiamo. Non certo dalla parte di chi genera e fomenta odio contro i sindaci della

provincia milanese che hanno firmato di recente un protocollo per l’accoglienza gestita nei Comuni dell’hinterland. Non stiano neppure dalla parte di chi, in maniera subdola, getta discredito sulle cooperative dell’accoglienza e su chi presta i soccorsi. Caritas Italiana e Sant’Egidio hanno aperto il primo corridoio umanitario per far arrivare direttamente i richiedenti asilo nel nostro Paese. Senza che abbiano da pagare scafisti, trafficanti, mediatori. Senza rischi di perdere la vita in mare. Aprire canali rego-

I lettori di Scarp sanno bene che non stiamo certo dalla parte di chi genera e fomenta odio contro l’accoglienza

lari di immigrazione per gestire meglio i flussi. Questa è la via. I richiami in copertina vi invitano a leggere, cambiando verso, il racconto di due grandi giornalisti della nostra epoca, che in comune hanno il nome di battesimo. Gianni Minà e Gianni Mura. Con il primo abbiamo parlato delle sue storiche interviste, a Fidel Castro, a Diego Armando Maradona, abbiamo parlato della sua amicizia con Cassius Clay e delle sue battaglie per la libertà d’informazione. Con Gianni Mura invece, lo spunto arriva dal suo ultimo libro, ritroviamo storie e aneddoti che ci riportano alla canzone italiana d’autore, a Jannacci, Gaber, Endrigo. Un tuffo nel passato, che fa bene.

contatti Per commenti, idee, opinioni e proposte: mail scarp@coopoltre.it facebook scarp de tenis twitter @scarpdetenis www.scarpdetenis.it instagram scarpdetenis

Tira una brutta aria per coloro che aiutano i migranti. Prima si è cercato di screditare il mondo delle cooperative che si occupano di accoglienza. Ora si tenta di attribuire alle ong impegnate nei soccorsi in mare, improbabili complicità con le organizzazioni criminali, proprio mentre suppliscono alle istituzioni. Questo mutamento nell’opinione pubblica ha un’origine culturale precisa. Prima si è cominciato a considerare i poveri una minaccia al decoro; poi si è stabilita l’odiosa equazione “migrante uguale clandestino”, cioè fuori legge a prescindere. Non si può allora gettare la spugna o peggio, rinchiudersi in un complice silenzio. Caritas ha scelto un metodo: la pedagogia dei fatti. Mentre nelle scorse settimane divampava la polemica sui “taxi del mare”, si concludeva la prima missione congiunta tra Caritas e Sant’Egidio per l’apertura del corridoio umanitario tra il nostro Paese e l’Etiopia, il paese con il maggiore numero di profughi. Il progetto consentirà a profughi eritrei, somali, sud sudanesi di arrivare direttamente a casa delle famiglie o negli appartamenti delle parrocchie che hanno aderito alla rete di accoglienza diffusa, presente su tutto il territorio nazionale. I richiedenti asilo, che hanno già ottenuto il riconoscimento da parte dell’Unhcr, arriveranno nel nostro Paese con normali voli di linea, senza dover pagare, prima, i trafficanti sudanesi per passare il deserto e poi gli scafisti libici per attraversare il Mediterraneo. Il progetto, finanziato dalla Cei con i fondi dell’8 per mille, è una goccia nell’oceano: è vero. Ma ha il merito di provocare, attraverso i fatti appunto, una riflessione: per gestire meglio i flussi occorre aprire canali regolari di immigrazione. giugno 2017 Scarp de’ tenis

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SOMMARIO

Prendere o lasciare. Non c’è spazio per l’ipocrisia sulla cover del nuovo numero Prendere o lasciare. Cosa fareste voi? Li lascereste affogare? Non si placa la bufera sulla persone che salvano i migranti, accusate di essere dei veri e propri taxi del mare. Save the Children e Medici senza frontiere replicano: «Tutto falso. Agiamo solo su indicazione della

Guardia costiera». Intanto, grazie a Comunità di Sant'Egidio e Caritas Italiana è stato aperto il primo corridoio umanitario con l'Etiopia: 500 profughi arriveranno in Italia con un volo di linea per essere accolti da famiglie e parrocchie. «Bisogna superare la Bossi-Fini – dice Oliviero Forti di Caritas Italiana – e rivedere le politiche dei flussi. Solo così si eviteranno le morti in mare e si finirà di ingrassare i trafficanti di uomini». All'interno del giornale parliamo anche dell'altra carità, quella messa in pratica

dalle tante Chiese non cattoliche che operano nel nostro Paese. Un universo sconosciuto ai più ma molto attivo. E poi raccontiamo di Immaginaria, una web radio fatta e pensata solo ed esclusivamente da ragazzi e ragazze dagli 11 ai 17 anni e la storia di Elena, un'ostetrica di 25 anni che è arrivata a un passo dalla morte a causa dell'anoressia. Ora sta meglio e le piace «Stringere la vita tra le mani». Due storie da Scarp. Storia di innovazione e creatività, da una parte. Storia di ripartenza dall’altra. Storie che ci piace raccontare.

Lettera da lontano. Lettera da seguire le parole con l’indice d Lettera senza firma, lettera con pochi argomenti. Lettera dal c

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rubriche

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servizi

PAG.9 (IN)VISIBILI di Paolo Lambruschi

PAG.22 L’INTERVISTA Gianni Minà: «Che ricordi quell’intervista a Fidel»

PAG.11 IL TAGLIO di Piero Colaprico

PAG.24 COPERTINA Soccorsi ai migranti. Voi, li lascereste affogare?

PAG.13 PIANI BASSI di Paolo Brivio

PAG.32 DOSSIER L’altra carità. La solidarietà secondo le Chiese non cattoliche

PAG.14 LA FOTO di Alaa Al-Faqir/REUTERS

PAG.36 L’INCONTRO Gianni Mura: «Confesso che ho stonato»

PAG.20 LE DRITTE di Yamada

PAG.38 LA STORIA Immaginaria, la Radio fatta dai ragazzi

PAG.21 VISIONI di Sandro Paté

PAG.40 MILANO Mauro, che produce il miele di città

PAG.55 VOCI DALL’EUROPA di Ronnie Convery

PAG.44 TORINO La Casa nel Parco. Mirafiori si scopre solidale

PAG.61 CALEIDOSCOPIO

PAG.47 VICENZA Ernesto e la strada: «Con la pensione sarò un uomo libero»

PAG.65 SCIENZE di Federico Baglioni

PAG.48 VERONA Una mostra racconta un quartiere con l’anima

PAG.66 IL VENDITORE DEL MESE

PAG.50 RIMINI Storia di Elena, che ha battuto l’anoressia PAG.52 SUD Il paese dipinto che racconta la propria anima PAG.56 VENTUNO Muore il mare. La plastica soffoca gli oceani PAG.62 NAPOLI Le storie “velate” tra pappagalli e pizze sospese PAG.64 COMO Spazio Natta. In mostra una Como (non) molto accogliente

Scarp de’ tenis Redazione di strada e giornalistica via degli Olivetani 3, 20123 Milano tel. 02.67.47.90.17 fax 02.67.38.91.12 scarp@coopoltre.it

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Scarp de’ tenis giugno 2017

Direttore responsabile Stefano Lampertico Redazione Ettore Sutti, Francesco Chiavarini, Paolo Brivio

Segretaria di redazione Sabrina Montanarella Responsabile commerciale Max Montecorboli

Redazione di strada Roberto Guaglianone, Antonio Mininni, Lorenzo De Angelis, Alessandro Pezzoni

Foto Insp, Reuters, Caritas Italiana, Romano Siciliani Disegni Sergio Gerasi, Gianfranco Florio, Luca Usai, Loris Mazzetti, Angelo Fiombo


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da

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Il men

aforisma di Merafina L’ALTRA MILANO A Milano non si esiste... si resiste

Il tweet di Aurelio [Il bonazza

@aure1970 ]

Cos’è

ANSA - Traffico illegale passeggeri bus Albania. Fermate “fantasma” al casello A14 Pesaro e in città Fermate fantasma. Le nuove frontiere dello schiavismo

e di una mano. Lettera scritta fuori dai denti. l carcere. Lettera scritta da un minore Lettera da lontano - tributo a Enzo Jannacci

Scarp de’ tenis è un giornale di strada noprofit nato da un’idea di Pietro Greppi e da un paio di scarpe. È un’impresa sociale che dà voce e opportunità di reinserimento a persone senza dimora o emarginate. È un’occasione di lavoro e un progetto di comunicazione.

Dove vanno i vostri 3,50 euro Vendere il giornale significa lavorare, non fare accattonaggio. Il venditore trattiene una quota sul prezzo di copertina. Contributi e ritenute fiscali li prende in carico l’editore. Quanto resta è destinato a progetti di solidarietà.

Per contattarci

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Progetto grafico Francesco Camagna Sito web Roberto Monevi Editore Oltre Soc. Coop. via S. Bernardino 4, 20122 Milano Presidente Luciano Gualzetti

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Registrazione Tribunale di Milano n. 177 del 16 marzo 1996 Stampa Elcograf Spa Verona Arretrati Su richiesta al doppio del prezzo di copertina

Direzione e redazione centrale - Milano Cooperativa Oltre, via degli Olivetani 3 tel. 02.67479017 scarp@coopoltre.it Redazione Torino Via San Massimo 31/C, presso Spazio Laboratorio tel. 3200454758 scarptorino@gmail.com Redazione Genova Fondazione Auxilium, via Bozzano 12 tel. 010.5299528/544 comunicazione@fondazioneauxilium.it Redazione Verona Il Samaritano, via dell’Artigianato 21 tel. 045.8250384 segreteria@ilsamaritanovr.it Redazione Vicenza Caritas Vicenza, Contrà Torretti 38 tel. 0444.304986 scarp@caritas.vicenza.it Redazione Venezia Caritas Venezia, Santa Croce 495/a tel. 041.5289888 info@caritasveneziana.it Redazione Rimini Settimanale Il Ponte, via Cairoli 69 tel 0541.780666 rimini@scarpdetenis.net Redazione Firenze Il Samaritano, via Baracca 150/e tel. 055.3438680 samaritano@caritasfirenze.it Redazione Napoli Cooperativa sociale La Locomotiva via Pietro Trinchera 7, tel. 081.446862 scarp@lalocomotivaonlus.org Redazione Sud Caritas diocesana, Salita Corpo di Cristo, Teggiano (Sa) tel.0975 79578 info@caritasteggianopolicastro.it

Consentita la riproduzione di testi, foto e grafici citando la fonte e inviandoci copia. Questo numero è in vendita dal 3 al 30 giugno

www.insp.ngo giugno 2017 Scarp de’ tenis

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IL PREMIO

La cerimonia di premiazione si terrà a Sorrento a fine giugno, nel corso di una serata che sarà trasmessa da Rai 1. Nella foto sotto la giuria del Premio

Un prestigioso riconoscimento. A Scarp de’ tenis il Premio Biagio Agnes

E insomma, ne abbiamo vinto un altro. Anche questo è prestigioso e di lunga tradizione. Fateci essere un poco orgogliosi di aver vinto il premio speciale Biagio Agnes che celebra le stelle del giornalismo italiano e internazionale. Il riconoscimento è presieduto da Simona Agnes, figlia di Biagio che fu Direttore Generale della Rai nel 1982, nonché fondatore e direttore del Tg3. Oggi Simona Agnes si occupa di comunicazione ed è Presidente della Fondazione che porta il nome del padre.

Sono sedici i vincitori della IX edizione della manifestazione, che si preannuncia ricca di firme di primissimo piano del mondo della comunicazione, con un’attenzione sempre maggiore alle eccellenze straniere e ai giornalisti italiani con esperienze internazionali di successo. Scarp de’ tenis, come detto, ha ricevuto il premio speciale 2017 della giuria presieduta da personalità eccellenti della comunicazione e del giornalismo nostrano, che vale la pena di elencare: il presidente è Gianni Letta. Gli altri membri della giuria sono: Giulio Anselmi, Virman Cusenza, Stefano Folli, Paolo Ga-

rimberti, Roberto Gervaso, Giampiero Gramaglia, Roberto Iadicicco, Paolo Liguori, Pierluigi Magnaschi, Giuseppe Marra, Antonio Martusciello, Roberto Napoletano, Mario Orfeo, Antonio Polito, Marcello Sorgi, monsignor Dario Edoardo Viganò e, di diritto, Antonio Campo Dall’Orto in qualità di Direttore Generale della Rai, e i Presidenti dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino, e della Regione Campania (la terra che ospita la premiazione) Vincenzo De Luca. Presidente onorario del Premio è Monica Maggioni, in qualità di Presidente della Rai.

La motivazione del premio speciale assegnato al nostro giornale è la seguente: “Scarp de’ tenis, mensile di impegno sociale, dedicato alle persone senza dimora o che soffrono forme di esclusione sociale, per ridare loro dignità con assistenza burocrati-

ca ed economica attraverso le vendite del mensile”. Fra gli altri premiati ricordiamo: John Micklethwait, direttore di Bloomberg News, Gianni Clerici, Maurizio Molinari, Giorgio Mulè, Alberto Angela, Carmela Giglio, Mario Ajello, Massimo Gramellini, Carla Massi; per la categoria Under 35 è stata premiata, inoltre,

Caterina Dall’Olio. E ancora, per le nuove frontiere del giornalismo il riconoscimento è andato a Fiorello. Uno dei premi speciali, inoltre, è quello in memoria di Ettore Bernabei, storico Direttore Generale Rai, scomparso nell’agosto scorso. Gli altri premi speciali sono andati alla trasmissione Uno Mattina, a Carlo Conti, ed a El Correo de Andalucia, secondo giornale più antico di Spagna. Inoltre, la giuria ha assegnato un premio per la categoria Turismo e Cultura. Il riconoscimento quest’anno è stato assegnato a tre giornalisti specializzati nel settore: Silvestro Serra, direttore delle riviste del TouringClubItaliano; Ettore Mocchetti, storico direttore di AD e di Traveller; Giuseppe Cerasa, direttore delle Guide ai sapori e ai piaceri d’Italia, di Repubblica. La cerimonia di premiazione si terrà sabato 24 giugno nella splendida Sorrento: sul palco ci saranno le eccellenze del giornalismo nazionale e internazionale. Compresi noi, di Scarp de’ tenis. giugno 2017 Scarp de’ tenis

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(IN)VISIBILI

Fango sulle ong. Quando la politica attinge alla scuola della propaganda

di Paolo Lambruschi

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità. Lo diceva Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del terzo reich. E lui sì che se ne intendeva. Trovo spesso riscontri con questa frase. Ad esempio guardando l’attacco cui da dicembre scorso sono sottoposte le ong le cui navi vanno in mare a soccorrere i migranti lasciati sui gommoni. Fango partito da un dossier di Frontex lasciato filtrare sul Financial Times che ha investito chi va a salvare i migranti in mare. Attacchi via via saliti di tono nei media e sui social e rilanciati dai politici di quasi tutti gli schieramenti con dichiarazioni a volte improvvide della magistratura, più di una volta uscita dallo schema più elementare della civiltà giuridica occidentale per cui le accuse vanno supportate da prove. Invece di

prove finora non ce n’è uno straccio, solo inchieste aperte e audizioni in Senato che non hanno portato a nessun riscontro contro le ong, difese anzi dalla Guardia costiera, a sua volta coperta di fango come se salvare uomini, donne e bambini in mare

La verità è che non si può mettere la mano sul fuoco per nessuno, nemmeno per le ong che non saranno popolate solo da santi e benefattori, ci mancherebbe. Ma finora i complici dei trafficanti sulle navi delle ong non sono saltati fuori

scheda Paolo Lambruschi è nato a Milano nel 1966. Lavora ad Avvenire, come capo degli interni, dopo essere stato per tanti anni inviato. Ha diretto Scarp de’ tenis e il mensile di finanza etica Valori. Nel 2011 ha vinto il prestigioso premio giornalistico “Premiolino” per le inchieste sul traffico di esseri umani nel Sinai.

fosse una colpa. Anche l’accu-

sa è vaga, brutta: non meglio precisati contatti tra ong e trafficanti che non possono non esserci perché loro sono sempre lì al posto giusto, a salvare i migranti come se si presentassero a un appuntamento fornendo una sorta di servizio taxi a chiamata. Peccato che da gennaio siano già morte 1.360 persone, forse non sono sempre puntuali. La va-

ghezza lascia spazio ai peggiori sospetti. Davvero si pensa che chi salva questi disgraziati dalla morte in mare lo fa perché complice dei criminali che riducono in schiavitù i migranti in Libia e lucrano milioni di dollari trasportandoli in Europa? Eppure grazie alla ripetizione di una bugia da più voci, oggi ,ong è diventato “termine” assimilabile a una parolaccia esattamente come solidarietà e accoglienza sono legate a business. Ma pensare male non è difficile. Ad esempio, Frontex ha sede a Varsavia e – scrive Repubblica – sarebbe molto sensibile alle sollecitazioni dei quattro Paesi Ue del gruppo di Visegrad (Polonia Repubblica, Ceca, Slovacchia e Ungheria), tra i più contrari ai salvataggi in mare. E dove ha sede in Italia Frontex? A Catania, dove avrebbe fornito un dossier a una procura molto loquace. La verità è che non si può mettere la mano sul fuoco per nessuno, nemmeno per le ong che non saranno popolate solo da santi e benefattori, ci mancherebbe. Ma

canti sulle navi delle ong non sono saltati fuori. E se ci sono, sia fatta pulizia e chiarezza in fretta perché finora si è fatto solo un gran parlare. Ad esempio perché non utilizzare i tanti agenti dei nostri servizi attivi in Libia per scovare i trafficanti libici e farli arrestare? Quanto alle ong, ricordiamo che fino alla fine del 2014 erano le navi italiane di Mare nostrum a salvare vite. Poi l’Ue ci chiese di ritirarci e mise in acqua le navi di Frontex – sempre loro –meno numerose e motivate e con un mandato diverso, di pattugliamento meno spinto verso le coste libiche, tanto che le morti in mare ripresero. Allora il Moas prima e poi altre navi di ong internazionali misero gli scafi in acqua salvando migliaia di vite, anche se la maggior parte dei salvataggi è tuttora appannaggio della Guardia costiera italiana (che sta facendo uno sforzo monumentale anche di regia chiamando le ong al soccorso) e della Marina.

Si illude chi pensa che giocare sulla pelle dei migranti fermi questo esodo. Ci vuole altro, ad esempio la Politica e una visione strategica che l’Europa non ha. E allora la piccola, miserabile politica che imperversa in questi tempi ricorre alle bugie attingendo alla vecchia scuola della propaganda.

finora i complici dei traffigiugno 2017 Scarp de’ tenis

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IL TAGLIO

L’invasione da combattere? Quella contro i parolai. E non è facile L’anello è sparito, così le banconote nel cassetto del comodino. Involati. Chi sarà

Ci sono i fatti, e le rappresentazioni dei fatti. Ci sono i profughi Una mamma e il suo pic- e la rappresentazione colo bimbo sono stati ammazzati. A coltellate. Un massa- dei profughi

stato? I soliti ladri? No, è stato il nipote in visita. Povero nonno. Il furto in casa è più grave se lo commette un parente o una persona di cui ci fidiamo.

di Piero Colaprico

cro. Tutto il paese li piange. All’inizio sono stati gli albanesi, ovvio. Poi si scopre un’altra verità, più grave: sono stati uccisi dalla figlia, aiutata dal suo ragazzo.

Un bambino ha subito violenza. Gravissimo, atroce, solo il pensiero mette paura all’intero quartiere, i telefoni impazziscono. Ci sono sospetti vari, poi si scopre che ad abusare del piccolo è stato l’allenatore della squadra di calcio, al quale era stato affidato per le trasferte: non è più odioso che se ne sia approfittato proprio lui? Nel codice esistono, quando si parla di reati, le attenuanti e le aggravanti. E funziona così, almeno nel diritto sbocciato nel Mediterraneo, da migliaia di anni.

Ci sono i fatti. E poi ci sono le rappresentazioni dei fatti. Ci sono i profughi. E la rappresentazione dei profughi.

scheda Piero Colaprico (Putignano 1957), giornalista e scrittore, vive a Milano dal 1976. È inviato speciale di Repubblica, si occupa di giustizia e di cronaca nera. Ha scritto alcuni romanzi, tra cui Trilogia della città di M. (2004), vincitore del Premio Scerbanenco. Una penna tagliente. Come questa rubrica che cura per Scarp.

E, come dice la presidente della Regione Friuli, Deborah Serracchiani, Pd: «La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese». Per questa frase l’hanno molto attaccata Roberto Saviano, Matteo Salvini, i fascisti di Casa Pound e la cosiddetta «rete», e cioè quel manipolo di persone, spesso senza la minima competenza, che su qualsiasi

argomento sente il bisogno di far sentire la propria voce. Certo, si può obiettare, un politico di rilievo, e di sinistra, quindi aperto all’accoglienza, avrebbe potuto fare a meno di pronunciare una frase così divisiva. Ma questo è un modo di ragionare che va bene a chi vuol nascondere la polvere sotto il tappeto. In questo caso la polvere sono esseri umani e il tappeto è il politically correct, il modo equilibrato e non offensivo di parlare, specie in pubblico. Ma noi, dentro di noi,

possiamo chiederci come stanno le cose. Sappiamo che aggredire sessualmente qualcuno è gravissimo. Possiamo solo immaginare la devastazione della vittima. E delle persone che sono intorno a lei, che la amano, la proteggono. Ed è con grande rispetto, e pensando a questa vittima, che domandiamo: quanto è grave se è stato il vicino di casa? Quanto è grave se è stato uno sconosciuto che l’ha attesa nel portone? Quanto è grave se è stato un familiare? Quanto se un gruppo di sbandati? Non ce lo siamo mai chie-

sto. Mai. Tale è l’orrore, al solo pensiero, che restiamo ammutoliti. Adesso ce lo chiediamo in base all’ipotesi che questo stupro sia «socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese». E il punto è: come mai ce lo siamo chiesto? Come mai anch’io ci penso, a questa frase?

Forse perché noi «giudichiamo» il profugo ogni giorno, perché ogni giorno sul profugo, sul migrante, sul naufrago, sui bambini morti tra le onde o sulla sabbia viene costruito un racconto con ampi spazi di disonestà. Èstata usata la parola invasione. L’invasore stupra. È stata usata la parola accoglienza. L’accolto tradisce e stupra chi l’ha aiutato. Il nemico è alle porte, che attacca. L’amico è in casa, ma è un finto amico. Perché tra invasione e

accoglienza scorre un fiume invalicabile e perché le due parole non funzionano allo stesso modo nella pratica oggettiva della nostra vita quotidiana. Siamo seri. È accoglienza stipare gli immigrati in un centro gestito da uomini di ‘ndrangheta che rubano i soldi dello Stato? Èinvasione il canotto di gente affamata e tenuta in scacco dai criminali? A volte, queste parole che usiamo continuamente si sperdono nella nebbia e nella nebbia non vediamo più l’uomo e la donna: non vediamo. Parliamo. Anche a vanvera, perché no? Ognuno, nel dibattito, dice la sua, poi si dimentica, e si passa ad altro: c’è sempre qualcuno da pestare, da innalzare, da sfottere, da servire. È un’invasione di idioti parolai, quella contro cui dovremmo combattere, e non è facile, per niente. giugno 2017 Scarp de’ tenis

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PIANI BASSI

La strada è la casa, conviene a tasche e coscienza

C’è solo una strada: la casa. Slogan accattivante, volto a di Paolo Brivio

certificare che l’homelessness si può battere davvero, solo garantendo il diritto all’abitare. Chi è rimasto senza casa, deve prioritariamente e normalmente essere messo in condizione di colmare quel vuoto. Le altre soluzioni (dormitori, centri di accoglienza, comunità, alloggi protetti) dovrebbero costitui-

re un valido e specifico complemento alle politiche di housing first. Non la risposta usuale, come invece, da sempre, le si considera e le si pratica.

nue sperimentazioni e da farne uno dei perni delle politiche di settore. Non è l’istituzione totale Tra i tanti motivi di orgoglio che, nel suo piccolo, il nostro giornale può accampare, vi è anche l’aver guardato con simpatia, sin dagli inizi, al radicamento dell’housing firstin Italia. Scarp cominciò a parlarne all’esordio di questo decennio. E oggi non può che condividere passione e ambizione con cui il Network housing first Italia (Nhfi), lanciato dalla Federazione Italiana or-

La casa, insomma, come diritto umano primario. E come bene materiale, il cui godimento consente di affrontare con maggiore serenità, e con superiori chance di successo, le svariate forme di disagio che possono segnare un’esistenza. Concreta prospettiva di lavoro, o

l’autore Paolo Brivio, 50 anni, si è appassionato ai giornali ai tempi dell’università. E ha coniugato questa passione-professione con l’esplorazione dei “piani bassi” della nostra società. Direttore di Scarp dal 2005 al 2014, oggi fa il sindaco: pro tempore, perché rimane “giornalista sociale” in servizio permanente effettivo

impostazione utopistica, da sognatori privi di piedi agganciati al terreno? Esperienze sparse qua e là per il mondo, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia a diversi paesi europei, evidenziano che l’housing first, ovvero l’inserimento di persone senza dimora direttamente in un alloggio, saltando la scalinata ascensionale delle frequentazioni di istituti di prima, seconda e successiva accoglienza, funziona in buona parte dei casi, sul versante dell’efficacia del reiserimento, e consente alle casse pubbliche consistenti risparmi. Anche l’Unione

europea se ne è da tempo resa conto, tanto da incoraggiare conti-

L’approccio housing first si va radicando anche in Italia. La casa come diritto umano primario, senza passare per accoglienze intermedie: se applicato senza integralismi, il metodo consente positivi percorsi di inclusione. Senza appesantire le casse pubbliche

ganismi persone senza dimora (fio.PSD), consolida e diffonde il proprio raggio d’azione nel Paese. A fine 2016, a due anni dal suo varo, la rete contava 54 organi-

smi aderenti in 10 regioni, promotori di 35 progetti capaci di insediare in appartamenti ben 556 persone (tra cui 77 famiglie). Numeri ancora minoritari, rispetto all’esercito degli oltre 50 mila homelessd’Italia. Ma numeri già più che residuali, in grado di attestare la bontà di un’intuizione e la percorribilità di una direzione. L’errore da evitare, in casi simili, è l’integralismo manicheo: non

tutto quanto è stato fatto sinora va demonizzato, e anzi i due approcci possono contaminarsi in varie forme. Ma non v’è dubbio che l’housing firstrappresenti il futuro. E che attualizzi una rivoluzione culturale già vista all’opera, in Italia, negli anni Settanta, quando preparò il campo, nell’ambito della psichiatria, alla legge Basaglia. Non è infatti un’istituzione “totale”, anche nel caso dell’homelessness, a poter rispondere, in maniera efficace e civile, a parabole di esclusione sociale e di smarrimento individuale. La cura e la presa in ca-

rico devono essere percorsi personalizzati, forieri di effettiva integrazione nel corpus sociale, non di segregazione alienante, sia pure a fini terapeutici e assistenziali. La strada è la casa: non è facile cambiare paradigma. Ma farlo conviene. Alle tasche dei cittadini. Per non dire della loro coscienza e umanità. giugno 2017 Scarp de’ tenis

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LA FOTO

di Alaa Al-Faqir

scheda Il parkour è una disciplina nata in Francia nella metà degli anni ottanta. La Gran Bretagna è stata la prima nazione a riconoscerlo come disciplina sportiva a tutti gli effetti. Credit: REUTERS / Alaa Al-Faqir (courtesy Reuters/INSP)

Ibrahim al Kadhiri, coach di parkour, insieme con Muhannad al-Kadiri, volteggia sopra gli edifici danneggiati dai bombardamenti della città di Inkil, a occidente di Deraa, in Siria. Ibrahim ha scoperto questa attività, nata in Francia nella metà 14 Scarp de’ tenis giugno 2017


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degli anni ’80, in Giordania, dove si era rifugiato scappando dalla guerra. Tornato nella sua città, nel 2015, ha creato un gruppo di quindici giovani che si dedicano a questa disciplina: «Mi piace sfidare i miei amici, a chi salta più in alto» giugno 2017 Scarp de’ tenis

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IN BREVE

europa Quale Europa sociale? di Enrico Panero L’Unione europea si interroga sul suo futuro. Dopo la presentazione, nel marzo scorso, di un Libro bianco dedicato al tema, recentemente la Commissione ha affrontato la questione sociale presentando il Pilastro europeo dei diritti sociali e avviando una discussione sulla dimensione sociale, rivolta a cittadini, parti sociali, istituzioni europee e degli Stati membri. Tre le opzioni proposte per il futuro sociale dell’Ue da qui al 2025: Limitare la dimensione sociale alla libera circolazione: l’Ue manterrebbe le norme sulla circolazione delle persone, come quelle sulla sicurezza sociale dei cittadini mobili, il distacco dei lavoratori, l’assistenza transfrontaliera e il riconoscimento dei diplomi, ma senza standard minimi riguardanti sicurezza e salute dei lavoratori, tempi di lavoro e di riposo o congedi di maternità/ paternità. Inoltre l’Ue non promuoverebbe più lo scambio di buone prassi su istruzione, sanità, cultura e sport. Europa sociale a più velocità: gruppi di Paesi potrebbero decidere di fare di più in ambito sociale. Ad esempio i Paesi dell’euro o qualsiasi altra configurazione di Paesi membri, concentrandosi su alcune questioni. I 27 approfondiscono insieme la dimensione sociale dell’Europa: mantenendo un centro di gravità per gli interventi sociali ai livelli nazionali e locali, l’Ue potrebbe dare ulteriore sostegno all’azione degli Stati membri; oltre a fissare standard minimi, la normativa europea potrebbe armonizzare i diritti dei cittadini in alcuni settori, per concentrarsi sulla convergenza dei risultati sociali. Info https://ec.europa.eu

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Green A Vicenza a fine giugno c’è Festambiente Dal 28 giugno al 2 luglio torna Festambiente, in un’area di 30 mila metri quadrati concerti, dibattiti, laboratori e ristorazione a chilometro zero. Al centro della sedicesima edizione c’è la rigenerazione dei materiali. Centinaia di cittadini volontari sono già pronti a entrare in azione a Campo Marzo per organizzare e gestire il festival sempre più seguito dal pubblico, non so-

lo vicentino. Nella forum area, lo spazio dedicato alle conferenze ed ai workshop, si terranno ogni giorno momenti di approfondimento su diversi temi tra i quali La rigenerazione e l’Innovazione 4.0 per un futuro sostenibile, Dai cambiamenti climatici alle emergenze umanitarie, è l’elettrico il futuro delle nostre città? Musica, incontri, workshop, animazione per bambini, associazionismo, ristorazione green, e tanto altro nel festival dove è vietato distribuire plastica. Info www.festambientevicenza.org

street art Al Macro di Roma va in scena la street art Al Macro di Roma va in scena la street art, che compie 40 anni. Cross the streets, il titolo dell'esposizione, è ospitata nella capitale fino al primo ottobre 2017. La mostra capitolina ha voluto dare una prospettiva diversa al racconto della nascita della street art lavorando sull'evoluzione di un fenomeno artistico e sociale che ancora oggi naviga fra il lecito e l'illecito. Ma non solo. Da qualcuno, ancora oggi e malgrado tutto, è considerata uno sfogo vandalico. E, ancora, da molti operatori la sua dimensione artistica è vista come minoritaria rispetto all'impatto sociale di questo movimento che nasce dal basso, dalla strada. Il Macro espone un percorso che racconta questo lungo processo culturale restituendo però ai protagonisti la dimensione di arte che gli appartiene. Un allestimento quello romano, che è stato pensato su due piani con più di 40 artisti rappresentati.

on

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Teatro in carcere, l’Italia fa scuola negli Stati Uniti

Solidarietà, la sfiducia è dietro l’angolo

Approda oltreoceano l’esperienza italiana dei palcoscenici in carcere veicolata dalla tradizione delle marionette. Da Urbino al Massachusetts, negli Usa: incontri e conferenze rivolti a educatori e operatori sociali statunitensi, tenuti da Vito Minoia, presidente del Coordinamento nazionale Teatro in Carcere, e dal maestro burattinaio, Mariano Dolci, docente di Teatro e Animazione all’Università di Urbino. La formazione ha indagato il rapporto tra il teatro educativo e inclusivo e i contesti di diversità. Nel corso delle conferenze, Minoia ha presentato il lavoro sviluppato negli ultimi 20 anni all’Università di Urbino e nel carcere di Pesaro, coinvolgendo detenuti, detenute e studenti universitari nell’allestimento di spettacoli di teatro di animazione ispirati, tra gli altri, a Gramsci, Garcia Lorca e Kafka. Info www.teatroaenigma.it

Il festival italiano del volontariato, a Lucca, ha fatto emergere una fotografia dell’Italia perbene, quella che si impegna per gli altri e al servizio del prossimo, che diventa sempre più sottile. All’interno della manifestazione sono stati presentati i risultati di un’indagine sugli italiani e il volontariato realizzata in collaborazione con la Fondazione Volontariato e Partecipazione. I dati confermano una tenuta dell’impegno volontaristico, per quanto non brillante: l’11,3%. Ma solo per il 2,4% l’impegno è quotidiano. Il grado d fiducia dei cittadini nei confronti del volontariato e delle donazioni benefiche barcolla: il 63,8% degli italiani non ha mai partecipato all’attività delle associazioni, nemmeno attraverso un minimo sostegno economico e la maggioranza degli italiani si fida poco della solidarietà. Più della metà (52%) ritiene che i soldi delle donazioni benefiche vengano raramente utilizzati secondo i fini dichiarati.


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[ pagine a cura di Daniela Palumbo ]

Ambasciatori migranti alla scoperta di Milano

Lucca. Cercasi fumettisti per omaggio a Munari

L’associazione Baobab ha formato, grazie al finanziamento di Fondazione Cariplo, venti giovani fra i 18 e i 35 anni, migranti di diverse nazionalità, per diventare guide nella città di Milano. Porteranno i turisti a scoprire il territorio dove sono arrivati da migranti. Un’occasione di lavoro che potrà continuare in seguito per accogliere i turisti dei loro rispettivi Paesi. Un ruolo importante perché potranno conversare nella lingua di origine. Il progetto è stato supportato da Città Metropolitana. Info associazionebaobab.it

Il festival Lucca Comics si terrà dal primo al 5 novembre presso il Family Palace, a ingresso gratuito. Ma nel frattempo si può partecipare al concorso aperto a tutti gli illustratori e disegnatori interessati. Il titolo scelto per il “Concorso per Illustratori e Fumettisti. Lucca Junior 2017”, giunto alla sua undicesima edizione, è Rose nell’insalata: omaggio a Bruno Munari. La scelta del soggetto da rappresentare è libera purché si ispiri all’arte di Munari, alle sue opere, ai suoi libri. Il concorso diventa così il modo per rendere omaggio all’artista milanese nell’anniversario della sua nascita. I vincitori avranno l’onore di vedere le proprie opere in mostra a Lucca, nonché nel catalogo; mille euro per il primo classificato. Bando completo sul sito. Iscrizioni entro il 15 settembre. Info www.luccacomicsandgames.com

Bibli-os’ Libri per bambini in ospedale

mi riguarda Moda e design a favore delle ong

pillole homeless A Verona la cittadella per le persone in grave stato di emarginazione Nasce a Verona una vera e propria Cittadella dedicata alle persone in grave stato di emarginazione. Grazie all'associazione onlus Ronda della Carità-Amici di Bernardo. Una Cittadella che è diventata anche la nuova sede della stessa associazione che dal 1995 aiuta i senza dimora e le persone in difficoltà. I lavori di ristrutturazione dei locali esistenti, presi in affitto dalla Ronda della Carità, sono stati effettuati grazie a importanti sponsor privati, banche e fondazioni. La nuova sede diventerà, oltre che un grande centro operativo e amministrativo dell'associazione, anche un punto di riferimento cittadino nell'ambito degli interventi e dei servizi dedicati alle persone senza dimora. Gli interventi di ristrutturazione hanno previsto infatti, oltre agli uffici della onlus, anche un ambulatorio medico, alloggi e altri servizi di prima accoglienza e accompagnamento. L'obiettivo è quello di far emergere situazioni di degrado e di povertà che, come in tante città italiane, anche a Verona sono in aumento. Info www.rondadellacaritaverona.org

Thraedable è un’impresa sociale che cerca di dare visibilità a fenomeni sociali poco conosciuti e di generare fondi per le piccole organizzazioni che offrono soluzioni a lungo termine. Secondo Cristina Orsini, co-fondatrice di Thraedable, «senza l’attenzione dei media le piccole organizzazioni locali fanno fatica a raccogliere fondi per le loro attività». Thraedable cerca di colmare questo divario in modo singolare: con dei vestiti. Produce delle linee di moda etica che nascono dalla collaborazione con piccole ong e dai loro laboratori artistici in cui le persone assistite si esprimono tramite l’arte. I disegni che emergono da questi laboratori sociali sono l’ispirazione per le magliette e le borse di Thraedable, e i profitti generati dalla vendita dei capi sono condivisi 50/50 con le organizzazioni partner. Ogni capo racconta una storia, ed ogni linea corrisponde a una pagina informativa sulle realtà sostenute. Thraedable lancerà una campagna di crowfunding che darà la possibilità di preordinare i capi della collezione: l’obiettivo è di raccogliere 12 mila euro per lanciare la produzione e iniziare a sostenere le organizzazioni partner. Info www.thraedable.com

Esperienze da copiare. Come quella che esiste dal 2010 nel reparto Pediatria d’Urgenza del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. A farla nascere e crescere è stata Ilaria Gandolfi, ex libraia esperta di testi per bambini e ragazzi che sette anni fa ha creato una biblioteca per i bambini ricoverati nel reparto. A oggi Bibli-os’ conta oltre 2 mila titoli grazie a donazioni di editori e privati, ed è diventata un’associazione di volontariato che ha come finalità quella di realizzare, organizzare e gestire un servizio di biblioteca all’interno del presidio ospedaliero, rivolto principalmente ai pazienti in età pediatrica e ai loro familiari, offrendo loro conforto, sostegno e solidarietà attraverso lo strumento della lettura. Molti i volontari all’interno dell’ospedale, ma non solo. I volontari sono fondamentali perché Bibli-os’ ha una caratteristica molto importante per il luogo in cui si trova: infatti all’occorrenza viaggia su ruote spostandosi nelle stanze dei piccoli pazienti.

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IN BREVE

A Danzica si parla di #homelesszero Michele Ferraris A Danzica, in Polonia, la città simbolo delle lotte operaie di Solidarnosc, a maggio si sono ritrovati i rappresentanti di tutti gli Stati europei per partecipare alla conferenza europea promossa da Feantsa dal titolo “La lotta contro la homelessness: solidarietà in azione”. In questa occasione è stata presentata la campagna europea Be fair Europe, che ha l’obiettivo di rimettere al centro dell’interesse dell’Unione Europea il tema delle persone senza dimora, affinché tutti gli stati dell’Unione affrontino questo problema in modo strutturale, adottando delle specifiche leggi e stanziando dei finanziamenti dedicati. Anche fio.PSD ha aderito a questa campagna, e proprio a Danzica ha presentato il Piano di Azione Nazionale di Lotta alla Povertà. Infatti l’Italia è uno degli Stati più impegnati nel contrasto alla povertà: si sono promosse diverse attività coordinate tra di loro con l’obiettivo di provare ad affrontare questo tema in modo strutturato. Il finanziamento della Sia e del Rei successivamente, i fondi europei messi al servizio di azioni su ogni territorio che vedano i Comuni e le Regioni adottare specifici interventi per le persone senza dimora, con una particolare attenzione al tema dell’abitare e alla metodologia dell’Housing First, l’affrontare i temi della povertà infantile e della dispersione scolastica… Tutto questo compone il Piano Nazionale e porta l’Italia a diventare un esempio anche per gli altri Stati.

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Vincenzo Tancredi con il Presidente Sergio Mattarella

5 DOMANDE

Il poliziotto antitruffa amico degli anziani di Daniela Palumbo

Vincenzo Tancredi è un poliziotto di 53 anni. Nel 1955 è salito a Torino da San Marco in Lamis, un piccolo centro in provincia di Foggia. E a Torino, dopo tanti anni di Squadra Volante e di routine è passato alla sezione Fasce Deboli (minori anziani disabili). Era il suo posto questo, Vincenzo lo ha capito subito. E ha

cominciato a lavorare sodo per il bene, in particolare, di una fascia debole: gli anziani. Il poliziotto, lo scorso anno, ha ricevuto l’Onorificienza al Merito da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per l’impegno nella solidarietà e la legalità e per il contrasto alla violenza. Lo abbiamo intervistato dopo che è uscito il libro Io non Abbocco, Edizioni Gruppo Abele, il cui ricavato è interamente devoluto alla Fondazione Specchio dei Tempi. A Torino e provincia qual è l’andamento delle truffe agli anziani? Il totale dei delitti contro la persona (i reati di cui fanno parte anche le truffe agli anziani) sono diminuiti di circa il 26% in questo ultimo anno. Erano 10.017, e sono diventati 7.415. Tra il marzo 2016 e il febbraio 2017 la pattuglia Fasce Deboli ha redatto a domicilio dei richiedenti oltre 445 denunce di truffe, o tentativi. A proposito di denunce. Di fatto tanti reati non vengono denunciati. Marco Bertoluzzo ha scritto nella prefazione al suo libro che

uno dei motivi è la scarsa fiducia dei cittadini negli organi istituzionali. Purtroppo è vero. Non è la divisa che fa l’uomo. A volte il cittadino si sente lontano dalle istituzioni o da chi dovrebbe proteggerlo perché crede che la richiesta di aiuto non venga eseguita o presa in considerazione nel modo dovuto. Altre volte pensa di essere lasciato da solo e di non avere un riscontro positivo dopo la denuncia. Però il servizio delle Fasce Deboli rappresenta una risposta. Il primo consiglio che dà agli anziani? Prendere tempo con chi non si conosce, diffidare, e nel dubbio chiedere aiuto a un parente e contattare le forze dell’ordine. Come scelgono le vittime i truffatori? Preferibilmente persone anziane sole, residenti in zone ricche della città. Quando i raggiri non avvengono in casa, di solito le vittime sono viste uscire da un istituto bancario o postale, da un notaio, ferme davanti a un bancomat o da poco giunte sotto casa dopo aver fatto degli acquisti al mercato. Le seguono e attendono il momento giusto. Che profilo psicologico hanno solitamente questa tipologia di truffatori? Chi truffa è un grande attore, ogni volta utilizza un travestimento diverso. Alle spalle ha reati contro il patrimonio. Oggi è un tecnico del gas o dell’acqua, domani sarà un poliziotto o carabiniere giunto per accertare il furto (mai) subito in casa. Solitamente i truffatori o le truffatrici vestono a tono, eleganti, sono cortesi, a volte autoritari, soprattutto convincenti e preparati.


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IN BREVE

Porta Cicca e il Ticinese nella guida dei Gatti di Milano

I Gatti di Milano non toccano terra Le info C

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I GATTI DI MILANO NON TOCCANO TERRA

«Alla fine del corso di Porta Ticinese la piazza XXIV maggio merita una sosta. È un’ampia piazza appena ristrutturata dalla quale si accede alla storica città dei navigli e alle case di ringhiera molto diffuse nel ticinese e in tutta Milano» (Tratto da I gatti di Milano non toccano terra edito da

Nove itinerari narrati dal popolo della notte A cura di ines lettera

oltre

Caritas Ambrosiana, Farsi Prossimo e Coop. Oltre)

Porta Cicca e la Bovisa così recitava il ritornello di Lassa pur ch’el monde el disa, canzone milanese scritta da Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi. Porta Cicca, termine di derivazione spagnola che significa piccola, è l’attuale Porta Ticinese. Sorge su piazza XXIV maggio e fu costruita in stile neoclassico agli inizi del 1800 da Luigi Cagnola. È una delle sei porte principali di Milano. Sulla sua sommità si può ancora leggere: capaci populorum sospitae, che significa “alla pace liberatoria dei popoli”, la scritta fu incisa nel 1815, dopo la disfatta di Napoleone a Waterloo, quando Milano passò sotto la dominazione austriaca. Era una porta di acceso alla città molto importante, i canali fluviali e la Darsena, l’antico porto di Milano, hanno da sempre favorito lo scambio, il commercio e il transito sia di merci che di persone provenienti da sud. Per far entrare le merci in città era previsto il pagamento di un dazio, per questo erano frequenti i ten-

tativi di far passare di nascosto le merci. E c’era un termine che indicava queste persone: gli sfrosador. La zona era anche considerata un po’ di malaffare e poco raccomandabile e la liggera, la cosiddetta criminalità milanese, mise al ticinese le sue radici. Alcune scene del film Ladri di biciclette di Vittorio de Sica è stato girato in zona. Ma c’è un’altra porta a Milano con lo stesso nome ed è l’antica Porta Ticinese, situata all’incrocio tra corso di Porta Ticinese e via De Amicis, fu costruita attorno all’anno mille e, con quella di Porta Nuova in via Manzoni, è l’unica porta medievale rimasta. [ma.c.]

Questa e altre curiosità si possono leggere sulla guida. Questo itinerario è il numero 9 e si snoda tra Porta Cicca e il Ticinese. La guida costa 10 euro e può essere acquistata: - chiamando in redazione al numero 0267479017 (mail: scarp@coopoltre.it) - presso la sede di Scarp de’ tenis, in via degli Olivetani 3 a Milano - presso la sede di Caritas Ambrosiana in via San Bernardino 4 a Milano - presso il Centro Diurno La Piazzetta in viale Famagosta 2 a Milano - presso le librerie Ancora di Milano e Monza

LA STRISCIA

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LE DRITTE DI YAMADA

Le nostre anime di notte Elogio della tenerezza

E in una dolce sera di maggio, «appena prima che facesse buio», accade che Addie Moore telefoni a Louis Waters, suo vicino di casa, settantenne, vedovo come lei da tanti anni, e come lei dedito alla medesima quotidianità, rodata e solitaria. Comincia con una sorprendente telefonata e prosegue con un ancor più sorprendente proposta, questo romanzo postumo di Kent Haruf uscito alla fine del 2016 per i tipi di Enne Enne Editore, un regalo per i lettori italiani già presi al lazo dalla bellezza della sua precedente Trilogia della Pianura. Già solo lo splendido titolo del romanzo –Le nostre anime di notte – mette in subbuglio l’aspettativa magica del lettore che subito a pagina due apprende “la proposta di Addie”: «Siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene nel letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono il momento peggiore, non trovi?». Quando leggiamo qualcosa che ci diventa caro, il nostro orizzonte quotidiano si deforma, si arricchisce di altre possibilità spazio-linguistico-temporali. Nel caso leggeste Haruf, abitereste un pochino anche a Holt, cittadina

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Una struggente storia postuma di Kent Haruf, che ha come protagonisti due anziani, soli, vicini di casa. Che decidono insieme nelle loro notti di raccontarsi l’un all’altro in un sentiero di parole, attenzioni e tenerezze

il libro Le nostre anime di notte di Kent Haruf

Oumoh, Gift, Precious, Marcella, Rossana e Cristina: storie di donne protagoniste loro malgrado di migrazioni forzate, viste da due prospettive: da una parte la ricerca di una vita diversa; dall’altra il soccorso e l'accoglienza a chi sta cercando una nuova casa. Introduzione di L'altrodiritto Onlus.

“inventata” del Colorado, tutta villette, fattorie e fienili, e delimitata, prima dell’aperta campagna, da filari di alberi frangivento. Faceva scuro, tornavo a casa dopo il lavoro, ma percorrevo anche un po’ Cedar Street: arrivavo a casa di Addie,vedevo da fuori le luci del suo soggiorno; giravo allora sul giardino del retro, bussavo, si accendeva la luce sulla veranda e lei usciva ad aprirmi. Mi aspettavano in cucina – lei e Louis – dove c’era sempre una birra fresca anche per me. A quel punto l’occhio di bue su di me si spegneva e diventavo una loro spettatrice. Loro si alzavano e salivano in camera da letto. Respirando nel buio

AA.VV Viste dal mare. Racconti di donne che arrivano e di donne che accolgono Pacini editore, 8 euro

Il prete che lotta contro i narcos Padre Alejandro Solalinde è il sacerdote messicano candidato al Nobel per la pace 2017 per le sue battaglie contro i narcos in difesa dei migranti. Ogni anno in Messico transitano mezzo milione di persone che dal Centroamerica tentano di raggiungere gli Stati Uniti. Ma sulla loro strada trovano la ferocia dei narcos che si arricchiscono sulla loro pelle.

ascoltavo il racconto dei tanti momenti delle loro vite, svelati reciprocamente, scandagliati fin nei dolorosi anfratti, baciati un’ultima volta e finalmente riposti nella notte per creare spazio all’inaspettato e urgente tempo insieme. Che, in ogni modo possibile, è osteggiato dalla piccola comunità di Holt, schierata di traverso a bloccare i pochi passi di Louis verso la casa di Addie, ogni sera. Il libro è la cronaca della noncurante ostinazione di Louis e Addie nel costruire questo sentiero con parole, attenzioni e tenerezze. Si prova rispetto per come hanno vissuto le loro vite e per la felicità che ancora vogliono vivere insieme. Non rivelo null’altro, solo più che l’ho finito troppo in fretta. E che le musiche di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto dal cd Vrioon sono state per me il suono perfetto di questa struggente storia.

A. Solalinde - L. Capuzzi I narcos mi vogliono morto Emi editore, euro 15

Una giornalista e un insolito paradiso

[ a cura di Daniela Palumbo ]

di Yamada (aka Grazia Sacchi)

Immigrazione al femminile

Al porto di Stoccolma vengono ritrovati i corpi di due uomini assassinati. Annika Bengtzon fiuta lo scoop e indaga. E mentre le indagini parlano di contrabbando di sigarette, la giornalista si imbatte nella Fondazione Paradiso, un’istituzione che promette di cancellare il passato delle persone minacciate offrendo loro una nuova identità. Liza Marklund Fondazione Paradiso Marsilio, euro 18,50


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VISIONI

Un fotogramma di Quello che so di lei. Splendido incontro tra due attrici in stato di grazia, Catherine Frot e Catherine Deneuve

Al Bar Mario Da oltre 70 anni a Bolzano il Bar Mario rappresenta un punto d’approdo per un gruppo di affezionati clienti che qui ha trovato una seconda famiglia. Lo gestisce Marina, che ha un figlio, Paolo, con un deficit psicomotorio per un’operazione mal riuscita. Entrare nel Bar Mario è come entrare in casa di amici. Un racconto corale e tragicomico, divertente e poetico.

Quello che so di lei Inno alla solidarietà tra persone

In concorso all’ultimo festival del cinema di Berlino, Quello che so di lei ha colpito l’attenzione del pubblico per la bravura delle attrici, Catherine Frot e Catherine Deneuve. Soprattutto però il film di Martin Provost è un grande inno alla solidarietà tra le persone. Da una parte c’è Claire, un’ostetrica meravigliosamente dotata, con un talento naturale nel mettere al mondo i neonati. Dall’altra, Béatrice, stravagante e frivola amante del compianto padre di Claire. Tutte le persone che incontriamo nella vita sono capaci di stupirci, riescono a regalarci insegnamenti fondamentali e possono salvarci nei momenti di difficoltà.

È proprio Martin Provost a raccontare come è nata questa chicca cinematografica. «Io stesso – ha dichiarato il regista di Brest – sono stato salvato alla nascita da un’ostetrica. Mi ha donato il suo sangue e questo suo gesto mi ha permesso di sopravvivere. Lo ha fatto con incredibile discrezione e umiltà. Quando mia madre mi ha raccontato la verità su questa vicenda, un

Martin Provost, maestro nel raccontare personaggi femminili, dirige una commedia deliziosa. Una favola moderna che racconta l’amicizia tra due donne completamente diverse ma con la stessa voglia di libertà.

il film Quello che so di lei Regia di Martin Provost. Un film con Catherine Frot, Catherine Deneuve, Olivier Gourmet, Quentin Dolmaire Genere Drammatico - Francia, 2017, durata 117 minuti

Aspettando il Re Alan Clay è un uomo d'affari in difficoltà che cerca di rifarsi una vita in una città dell'Arabia Saudita per pagare l'università alla figlia e tentare il colpo grosso. Si trova ad affrontare un mondo completamente diverso da quello dal quale è fuggito, l'America. Ma lui sente che non ha niente da perdere e si butta a capofitto nelle nuove sfide. Tratto da un romanzo di Dave Eggers.

Il coraggio degli ultimi

[ a cura di Daniela Palumbo ]

di Sandro Paté

po’ più di due anni fa, mi sono immediatamente messo a cercarla, senza neanche conoscere il suo nome. Poiché gli archivi dell’ospedale dove sono nato vengono distrutti ogni vent’anni, di quell’evento non resta alcuna traccia. Mia madre si ricordava che non era giovanissima, quindi mi sono convinto che l’ostetrica sia morta. Così ho deciso di renderle omaggio a modo mio, dedicandole questo film, per tributare un riconoscimento a tutte queste donne che lavorano nell’ombra, dedicando le loro vite agli altri, senza aspettarsi nulla in cambio. Poi è successa una cosa incredibile. Qualche mese fa per il mio matrimonio ho avuto bisogno di richiedere un atto di nascita. Avevo quasi completato il montaggio del film e con mio immenso stupore ho scoperto che era stata quell’ostetrica, e non mio padre, ad essere andata in comune a dichiarare la mia nascita. Dunque non solo aveva passato tutta la notte con me e mi aveva salvato la vita donandomi il sangue per la trasfusione: era persino andata a denunciare la mia nascita, come per certificare che ero sano e salvo. Ho trovato questo gesto magnifico e da allora ripeto incessantemente il suo nome: Yvonne André. Le devo moltissimo».

La Grande Depressione,1933. London è uno dei tanti lavoratori che vuole lavorare in un campo di mele con la famiglia. Ma con 1 euro al giorno non si vive. In questo contesto Mac e il nuovo arrivato Jim sono attivisti del partito (marxista-leninista), pronti ad infiltrarsi tra i raccoglitori per convincerli a scioperare e a rifiutare l'assenza di diritti e i soprusi che stanno subendo. giugno 2017 Scarp de’ tenis

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Nel 1976, dopo 17 anni di precariato, Minà è stato assunto al Tg2 diretto da Andrea Barbato. In questa foto è ritratto con Fidel Castro, che Minà ha intervistato per dodici ore di fila

Gianni Minà «Che ricordi quell’intervista a Fidel» di Daniela Palumbo foto di Stefano Torrione

I ricordi del grande giornalista. L’intervista di dodici ore al leader cubano a casa Marquez, l’amicizia con Maradona e Cassius Clay, il ricordo di Jannacci e la stima per il Papa 22 Scarp de’ tenis giugno 2017

Le sue interviste con i potenti della Terra – da Fidel Castro a Maradona, Muhammed Alì, Gabriel Garcia Marquez e tanti altri – sono dentro la Storia. Evocano un immaginario che resta potente anche se il mondo sembra cambiato. Sessant’anni di onorato servizio alla Rai da dove però, come racconta lui stesso, «sono stato epurato, senza nemmeno diventare sergente maggiore». Aveva il difetto di raccontare il mondo dalla parte degli oppressi Gianni Minà. E a un certo punto si trovò solo, fuori dal coro delle celebrazioni del libero mercato. Lo ha raccontato anche nel libro, Così va il mondo, edizioni Gruppo Abele. Rifarebbe tutto, Minà? Sì, non mi dispiace che la mia vita sia andata così. Ho fatto delle cose


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che altri colleghi non sono riusciti, non a fare, ma neanche a pensare. Sono contento di aver sempre raccontato la verità. Senza censura. Sulla mia pelle ho vissuto questo sistema di comunicazione falso, non ho difficoltà a dire che ci vendono democrazia marcia. Però l’inviato me lo facevano fare. Anche perché ho avuto grandi maestri: Maurizio Barendson, Sergio Zavoli. Uno come Zavoli che a 90 anni tutte le mattine si alza presto per andare al suo posto di lavoro in Senato, mi insegna cosa vuol dire essere coerenti con se stessi. Veniamo all’oggi. I migranti. Il refrain è: qui non li vogliamo. E allora dove? In fondo al mare, forse. Abbiamo creato una società di mercato che se ne fotte di chi vicino a lui sta peggio. La figura che ha fatto la Comunità europea in questa situazione è fra le più squallide della storia dell’uomo. Stiamo assistendo al più grande atto di egoismo mai visto negli ultimi cento anni. Esiste però una parte di persone che a tutto questo si è ribellata, l’isola di Lampedusa ad esempio, dove evidentemente la vita umana vale più di qualunque altra cosa. I suoi leggendari incontri. Muhammad Ali. Il campione di pugilato morto lo scorso anno. Attualissimo, con le sue battaglie contro il razzismo negli Usa. Pagava un prezzo per tutto questo. Gli hanno anche bruciato casa. Ma lui continuò a dire che c’era un’ingiustizia quotidiana in America, dei bianchi verso i neri. Era un uomo intelligente e coerente. Poco tempo dopo l’11 settembre 2001, il presidente americano George W. Bush chiamò Muhammad e gli disse: «Io so che tu non voti

Ho rispetto per Maradona. Ebbe il coraggio di mettere la faccia per dire no agli Usa che volevano far passare l’accordo a favore delle multinazionali repubblicano, e so che ti sei convertito all’Islam. Ma so anche che ami il tuo Paese e ti chiedo di partire subito e andare nelle città a parlare con la gente. A mettere pace”. Lui lo fece. Andò in viaggio a pacificare l’America: un pugile nero che aveva fatto obiezione di coscienza in Vietnam. Muhammad capì che c’era una situazione pericolosa in quel momento: gli Usa hanno dieci milioni di musulmani, tutti cittadini americani. Ali scriveva tutto su pezzetti di carta, il Parkinson lo aveva già minato, aveva paura di non ricordare. Andava in questi luoghi affollati a dire che l’Islam è una religione di pace e che uccidere donne, uomini e bambini innocenti non è da musulmani osservanti del Corano. E poi l’incontro con Maradona. Ho grande rispetto per lui. Maradona ebbe il coraggio di mettere la sua faccia per dire no agli Usa che volevano far passare l’Alca (Area del Libero commercio delle Americhe): un accordo commerciale a favore delle multinazionali americane. Nel novembre del 2005 Maradona era a Buenos Aires, a Mar del Plata, insieme agli ex presidenti del Venezuela, Chavez, all’argentino Kirchner e al brasiliano Lula, per dire no all’Alca. Contro i potenti Stati Uniti. Un campione fragile, controverso. Sì, ha rischiato di morire due volte per abuso di cocaina. Nella vita pubblica però è un uomo coraggioso. L’ho visto a gennaio al Teatro San Carlo, ha voluto che lo in-

L’INTERVISTA tervistassi per i trenta anni dallo scudetto a Napoli. E si è commosso. Lui ricorda sempre quando gli dissi: «Io non ti rapinerò mai dei tuoi sentimenti». Diego mi aveva confessato pezzi della sua vita, le difficoltà, la fragilità. Io non scrivevo. Ma non registri Gianni? Mi chiese. E io gli risposi: No. Chi sono io per avere il diritto di penetrare nella tua vita privata, ed esporti al giudizio di tutti? So che ha grande stima del Papa. Ha rotto gli schemi. Quando dice: «Chi sono io per giudicare te?» E lo dice ai divorziati, a tutte le persone che erano fuori dalla Chiesa ufficiale. Lui non giudica, non condanna. Io sono un uomo credente e finalmente vedo un Papa che ha coraggio. Io spero ancora nell’umanità e questa speranza, oggi, me la danno pochissime persone. Papa Francesco è fra queste. Il suo attacco frontale all’egoismo e il coraggio di parlare chiaro ai potenti, ha una eco potente nel mondo. Con Fidel Castro come andò? Presentavo la richiesta per poterlo intervistare all’ambasciata di Cuba a Roma. Mi dicevano sempre no. Dopo due anni di continue

scheda Gianni Minà (Torino, 17 maggio 1938) è un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano. Ha collaborato con quotidiani e settimanali italiani e stranieri, ha realizzato centinaia di reportage per la Rai, ha ideato e presentato programmi televisivi, girato film documentari su Che Guevara, Muhammad Ali, Fidel Castro, Rigoberta Menchú, il subcomandante Marcos, Diego Maradona.

richieste Castro mi concesse l’intervista. Andai all’Havana nel periodo del Festival del Cinema a Cuba. In giuria c’era Gabriel Garcia Marquez e Jorge Amado. Incontrai Fidel a casa di Marquez, all’Havana. Fu una lunga notte quella. E scoprii un Fidel diverso da quello che raccontavano le cronache occidentali. Era un intellettuale, curioso e attento ai segnali della società. Succ e s s i v a m e n te , quando sapeva che ero all’Havana mi cercava, ci si incontrava, mi chiedeva. Era molto curioso di quello che accadeva in Europa e in Occidente. Ogni giorno gli arrivavano oltre duemila lettere da consolati e ambasciate cubane sparse nel mondo, con le notizie del giorno prima. Voleva sapere. E un giorno che io e mia moglie eravamo a Cuba per il Festival del libro, ci invitò da lui. Gli raccontai di Bossi, la Lega era all’inizio, in modo anche folcloristico. Lui disse serio: «Non sottovalutate il leader della Lega, quell’uomo condizionerà la vostra vita». Ha conosciuto Jannacci. Ho vissuto momenti bellissimi con Enzo. Mi ricordo di quella volta che cantò con Dario Fo e Giorgio Gaber , Ho visto un re. Lui era molto “più grande” di quello che la gente gli ha riconosciuto, è stato il cantautore più innovativo che la musica leggera italiana moderna abbia prodotto. Era strambo Enzo, per questo ha ottenuto pochi riconoscimenti. In realtà era il grande genio dei cantautori italiani. Dario Fo un giorno mi disse: «Enzo è il più avanguardista dei nostri cantautori».

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Aperto il primo corridoio umanitario con l’Etiopia: grazie a Comunità di Sant’Egidio e Caritas Italiana 500 profughi provenienti da Stati in guerra arriveranno nel nostro Paese su un regolare volo di linea per essere accolti e supportati da una rete di famiglie e parrocchie.

©REUTERS/Darrin Zammit Lupi (courtesy of INSP)

Un gommone carico all’inverosimile rischia di rovesciarsi per l’eccitazione causata dalla vista di una nave dei soccorsi. Nei primi quattro mesi del 2017 sono stati oltre 1.200 i morti e i dispersi nel Mediterraneo

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Intanto non si placa la bufera sulle ong che salvano le persone in mare: «Agiamo su indicazione della Guardia Costiera» – spiegano Save the Children e Medici senza frontiere. «Accuse che fanno male – dice Oliviero Forti di Caritas Italiana – a tutti coloro che operano nella carità»

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di Francesco Chiavarini

Mai-Aini è uno dei venti campi profughi presenti in Etiopia, il paese che in Africa accoglie il numero più alto di richiedenti asilo e rifugiati. Collocato nella regione nord orientale, ospita 15 mila persone, tutte di nazionalità eritrea per la stragrande maggioranza minorenni, che passano il vicino confine per fuggire dalla paranoica dittatura militare del presidente Isaias Afewerki. Mai-Aini è solo la tappa di un viaggio più lungo e alimentato da ben altre attese. Chi ci arriva, spera prima o poi di essere ricollocato altrove. Tuttavia, da qualche tempo, i programmi di resettlement coi paesi occidentali hanno subito un forte rallentamento. E con l’avvento di Donald Trump alla Casa

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Bianca quelli con gli Stati Uniti si sono completamente bloccati. Così ai profughi eritrei in cerca di un futuro migliore non resta che tentare la fortuna, affidandosi ai trafficanti sudanesi per superare il deserto e, poi, agli scafisti libici per attraversare il Mediterraneo. Se vogliamo evitarlo davvero, possiamo fare subito una sola cosa: andarli a prendere. Da Mai-Aini è appena tornato Daniele Albanese, 34 anni, giovane operatore della Caritas di Biella, che ha partecipato alla missione congiunta di Caritas Italiana con la Comunità di Sant’Egidio per l’apertura del primo corridoio umanitario tra l’Italia e un Paese africano: un progetto, fortemente voluto dalla Conferenza Episcopale italiana (che lo ha finanziato con i fondi dell’8 per mille), e realizzato d’intesa con i Ministeri

dell’Interno e degli Affari Esteri. «Potrei dire che Mai-Aini è un inferno di fango e lamiere, ma sarebbe retorica a buon mercato – racconta Albanese –. La verità è che le condizioni di vita del campo, autorizzato dal governo, non sono peggiori di quelle dei villaggi di contadini e pastori etiopi che si trovano non troppo distanti. I servizi igienici sono una buca scavata per terra. Il personale del presidio sanitario fa fatica a curare i tanti bambini che si ammalano di malaria. Eppure, nonostante tutto, la vita trova lo stesso il modo di farsi largo. Tra le casupole, costruite con tende logore e ondulati, gli stessi profughi hanno creato piccole attività commerciali: bazar, empori, negozi di parrucchieri. Il cibo è assicurato perché gli operatori dell’Unhcr distribuiscono periodicamente le derrate alimenta-


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L’INTERVENTO

Abitare. (il Mediterraneo non è una barriera)

Un operatore di Caritas Italiana nel campo profughi di Mai-Aini in Etiopia. Da qui arriveranno i primi 500 profughi che entreranno in Italia grazie ai corridoi umanitari

ri. Un’associazione umanitaria locale che si chiama Gandhi fa quello che può per aiutare i più piccoli a ricevere comunque un’istruzione. Manca, però, drammaticamente una prospettiva di futuro. Il centro più grande, Shire, è distante parecchi chilometri ed è praticamente impossibile da raggiungere. L’unica prospettiva è andarsene». Arriveranno in 500 I profughi che potranno arrivare nel nostro Paese con il corridoio umanitario aperto dai vescovi italiani non partiranno tutti da qui. I 500 beneficiari saranno scelti da una lista fornita dalle autorità etiopi composta dagli ospiti di diversi campi. In ogni caso, in base all’accordo firmato a gennaio con il governo italiano, dovranno provenire da Eritrea, Somalia e Sud Sudan, tutti paesi segnati da con-

L’Italia è un Paese di abitanti che non sono più tanti, perché diminuiscono. Si trasferiscono all’estero, per lo più sono giovani. Il loro numero supera quello degli stranieri che vengono ad abitare in Italia. Perciò l’Italia è un Paese in via di disabitazione. I suoi cittadini all’estero, quattro milioni e mezzo, dovrebbero definirsi disabitanti. Su questo dato di fatto è ancora più incomprensibile l’ostilità verso chi si stabilisce sul nostro territorio. Oltre alla dovuta gratitudine per la preferenza accordata, c’è il tornaconto in termini di manodopera, di studenti in scuole che senza di loro chiuderebbero licenziando il personale scolastico, di nuove imprese che contribuiscono al Pil e al gettito delle previdenze sociali. Nessuna di queste evidenze positive attenua il sentimento di rigetto. Ci sarebbe anche in assenza di fenomeno. Gli Ebrei in Polonia costituivano un quarto della popolazione totale. L’avversione contro di loro aveva una base numerica sulla quale far leva. Dopo lo sterminio resisteva l’antisemitismo anche senza oggetto. Ci fu un pogrom. Il 4 luglio del 1946 nella città di Kielce furono uccisi quaranta Ebrei, sui duecento sopravvissuti rientrati in città. Da noi si riproduce ostilità e risentimento anche di fronte al saldo passivo tra espatriati nostri e im-

Eritrea, Somalia e Sud Sudan, tutti paesi segnati da conflitti. Questi i Paesi d’origine dei profughi che, grazie ai corridoi umanitari, saranno imbarcati su un volo di linea e giunti in Italia saranno assegnati alla rete Pro-tetto a casa mia

migrati, dunque anche in assenza di sovrappopolazione. Alcuni rappresentanti politici istigano a percepire il flusso migratorio in termini spropositati. Disturbati, istigano allo stesso disturbo della percezione. Parlano d’invasione, quando si tratta d’insufficiente rabbocco. Di recente sono arrivati alla bizzarria di accusare i salvatori di naufraghi. Per loro il mare deve fare da fossa comune, molto di più di quanto faccia adesso. Invece questi salvatori si permettono addirittura di recuperare i corpi degli annegati e di portarli a terra. Per dare loro un nome e una sepoltura in terraferma, perché un congiunto possa ritrovare la persona cara. Gli sfruttatori dei peggiori sentimenti contro gli stranieri poveri, si rodono il fegato perché il mare non si presta ai loro scopi. I salvatori evidentemente impediscono il regolare svolgimento dei naufragi. Perciò guai a chi salva. Per inciso: salvare in mare non è un atto di carità o facoltativo, è un obbligo di legge. Questo Mediterraneo nostro non si presta a fare da frontiera e da barriera. Non è stato mai il fossato intorno al castello, da farci sguazzare i coccodrilli. Il mare che accoglie il nostro territorio nel suo grembo e ci rende penisola, continua a essere la pista da viaggio delle civiltà. Erri De Luca

flitti. Una volta individuati, saranno imbarcati ad Addis Abeba su un normale volo di linea e giunti in Italia saranno assegnati alle parrocchie e alle famiglie della rete di accoglienza diffusa Pro-tetto a casa mia. Per un anno verranno aiutati a imparare la lingua, trovare un impiego e a inserirsi nelle nostre comunità.

Molti ormai ritengono che proprio corridoi umanitari, come questo, possano essere un’alternativa ai barconi nel Mediterraneo e ai viaggi della speranza gestiti dai trafficanti di esseri umani. Il primo progetto pilota realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, firmato dal Governo italiano nel 2015, ha già permesso si-

no ad ora di far arrivare regolarmente 700 siriani dei mille previsti. L’iniziativa è stata presa ad esempio in altri Paesi europei. A marzo, con una cerimonia ufficiale all’Eliseo alla presenza dell’allora presidente François Hollande, il governo francese ha sottoscritto un accordo proprio con la Comunità di Sant’Egidio, la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti che permetterà l’ingresso nel Paese di 500 profughi, in maggioranza siriani, in un anno e mezzo, proprio sul modello dei corridoi umanitari già attivati verso l’Italia. Anche Spagna e Polonia hanno già mostrato interesse. Proprio l’ingresso legale e sicuro dei rifugiati attraverso programmi di reinsediamento realizzati con il sostegno di privati cittadini e comugiugno 2017 Scarp de’ tenis

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COPERTINA nità (private sponsorship) è tra le modalità indicate dall’Unhcr ai governi per superare l’attuale crisi europea dell’asilo. Rivedere i flussi migratori «Certo i beneficiari dei nostri progetti sono ancora pochissimi rispetto a tutti quelli che scappano – riconosce Manuela De Marco, dell’ufficio immigrazione centrale a Roma di Caritas Italiana –. Ma siamo convinti che i corridoi umanitari possono essere un modo più civile, umano, e a conti fatti persino meno dispendioso economicamente per affrontare il fenomeno dei richiedenti asilo». Da qui potrebbe partire anche un ripensamento complessivo del sistema di gestione dei flussi migratori. Gli operatori del settore appartenenti a organismi di diversa ispirazione ed origine culturale sono concordi su un punto: occorre aprire canali regolari di immigrazione, se si vuole smantellare un sistema di pattugliamento e soccorso in mare costosissimo e inefficace, che non riesce né ad evitare lo scandalo dei morti, né a prosciugare il mercato dei trafficanti di esseri umani di cui gli scafisti sono solo una delle tante atroci figure. Certo, va detto che i corridoi umanitari, realizzati con i Paesi di origine o di primo approdo sull’altra sponda del Mediterraneo, possono essere una soluzione solo per chi cerca di mettersi in salvo da guerre e persecuzioni e, pertanto, ha titolo per ottenere il riconoscimento di rifugiato. Per tutti gli altri, quelli che sono in cerca di un lavoro, invece la risposta deve essere diversa. Per quanto riguarda l’Italia, per esempio, occorrerebbe superare l’attuale legge sull’immigrazione. Ma questa è un’altra storia...

Il campo di Mai-Aini nella regione nord orientale dell’Etiopia ospita 15 mila persone di nazionalità eritrea, per la stragrande maggioranza minorenni

Screditare le ong, un danno per la carità di Francesco Chiavarini

Oggi appare sempre più necessario superare la Bossi-Fini e rivedere in maniera seria le politiche dei flussi 28 Scarp de’ tenis giugno 2017

«La storia dei taxi del mare? Una colossale fake news, che sta creando danni purtroppo per nulla fake ma molto reali». Lo sostiene Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas Italiana. Cosa pensa delle accuse del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro alle ong che soccorrerebbero i migranti in combutta con gli scafisti? Fino a quando non saranno mostrate prove di comportamenti di natura penale nell’attività di soccorso in mare da parte delle ong, respingiamo le accuse. Nel giorno in cui vedremo qualche evidenza, allora ne prenderemo atto, ovviamente salvo restando tutte le garanzie perviste dal nostro ordinamento giudiziario. Fino ad allora non ha senso discutere.


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LA PROPOSTA

“Ero straniero - L’umanità che fa bene”, una nuova legge per superare la Bossi-Fini Cambiare le politiche sull’immigrazione in Italia, per governare in modo efficace e nel rispetto dei diritti il fenomeno dei flussi migratori, puntando su accoglienza, lavoro, inclusione e trasformandolo in opportunità per il Paese. Questi gli obiettivi di “Ero straniero - L’umanità che fa bene”: la legge di iniziativa popolare per superare la Bossi-Fini e la campagna culturale che la sostiene, promossa da Radicali Italiani con Emma Bonino, Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, A Buon Diritto, Cild, con il sostegno di numerose organizzazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione, tra cui Caritas Italiana, Fondazione Migrantes e Sant'Egidio, e il supporto di una rete che conta già 100 sindaci. La proposta di legge, dal titolo «Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell’inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari”, si compone di 8 articoli che prevedono: l’introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione e attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri non comunitari; la reintroduzione del sistema dello sponsor; la regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”; nuovi standard per riconoscere le qualifiche professionali; misure per l'inclusione attraverso il lavoro dei richiedenti asilo; il godimento dei diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati; l’uguaglianza nelle prestazioni di sicurezza sociale; maggiori garanzie in materia sanitaria; l’effettiva partecipazione alla vita democratica col voto amministrativo e l’abolizione del reato di clandestinità. Notizie, informazioni, aggiornamenti sulla campagna: www.facebook.com/lumanitachefabene/

L’INTERVISTA

Il punto però è che se ne è già molto discusso... È quello che ci preoccupa. Quello che condanniamo sono le modalità. Una vicenda nata per motivi oscuri è stata portata così frettolosamente all’onore delle cronache, contaminando l’opinione pubblica al punto che oggi dobbiamo quasi difenderci per l’attività umanitaria non solo in mare ma anche a terra. La strumentalizzazione è dilagata in modo tale che si è tutti complici: chi soccorre e chi accoglie. Questa modalità di enfatizzare fatti che non esistono solo perché fa comodo farlo, molto in voga quando si parla di immigrazione, produce un danno, questo sì, reale e pesantissimo su chi opera. Ed è inaccettabile. Insomma pura strumentalizzazione politica? Il primo rapporto Frontex, citato

Se vogliamo togliere dal Mediterraneo i barconi e gli scafisti, non c’è altra soluzione che aprire canali regolari per l’immigrazione. Corridoi umanitari, nuove politiche dei flussi: i mezzi ci sono. La politica dovrebbe lavorare su questi temi

dal procuratore di Catania, è stato smentito dal portavoce della stessa agenzia europea. Le massime autorità hanno detto che tutte le operazioni di soccorso sono coordinate dalla centrale di Roma, il che rende improbabile che vi possano essere contatti diretti tra gli scafisti e le navi delle ong e che, in ogni caso, non esistono evidenze che possano fare pensare diversamente. Nonostante questo si continuano a fare illazioni, supposizioni, ipotesi che, per quanto mi riguarda, non sono vere fino a prova contraria e che pertanto non andrebbero accreditate. Questa fantomatica storia dei taxi del mare è un esempio classico, da manuale, di come le fake news possono creare problemi a 360 gradi. Ora fare attività umanitaria vuol dire fare soldi: non è più possibile pensare che ci sia un impegno disinteressato.

Non crede che la gente sia solo spaventata da flussi migratori ingenti e pensa di non farcela più ad accogliere? Sono anni che l’Africa è in crisi, che la Libia è ridotta a un colabrodo e che la Siria e il Medio Oriente sono in guerra. E sono ormai anni che si scappa da quei Paesi. Rispetto al 2016 abbiamo avuto solo 10 mila arrivi in più. Se fosse il numero a spaventare, avremmo avuto reazioni di questo tipo prima. Quello che è davvero cambiato è il clima politico. Da quando si è insediato al ministero dell’Interno Minniti, c’è stata una svolta: prima i nuovi centri d’identificazione ed espulsione, poi il decreto sicurezza. Quando non si ha più un governo che fa argine, gli imprenditori della paura hanno gioco facile a sguazzare tre la ansie e le preoccupazioni dei cittadini. Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi nel Mediterraneo? Credo che anche quest’anno, i flussi si attesteranno tra 150 e 200 mila ingressi, a patto che la situazione internazionale non muti. Una quota di persone che siamo in grado di accogliere. E se tutti gli 8 mila Comuni italiani – non solo i 2 mila che già hanno avviato progetti – facessero la loro parte, potremmo farlo anche in un clima più sereno. Esiste un modo migliore per gestire gli sbarchi di migranti? Se vogliamo togliere dal Mediterraneo i barconi e gli scafisti, non c’è altra soluzione che aprire canali regolari per l’immigrazione. Oggi si pensa che sia un tema politicamente insostenibile, ma è il solo modo razionale per affrontare la questione. Pensa ai corridoi umanitari come quelli aperti di recente con la Siria e l’Etiopia, dalla Comunità di Sant’Egidio anche con Caritas Italiana? Corridoi umanitari, programmi di resettlement, visti umanitari: sono tanti gli strumenti che potrebbero contribuire a governare meglio i flussi dei profughi, evitando soprattutto le morti in mare. Portare coloro che hanno diritto d’asilo nei paesi di accoglienza in modo sicuro, giugno 2017 Scarp de’ tenis

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Questi strumenti possono valere per chi scappa da guerre e persecuzioni. Per quelli che non possono essere riconosciuti come rifugiati, che fare? La migrazione economica la si affronta rimuovendo le condizioni di povertà dalle quali si fugge e quindi agendo con programmi seri di cooperazione internazionale. Ma è un lavoro lungo, un investimento che potrà dare frutto tra 20, 30 anni. Prima però, se non si vogliono fabbricare clandestini, si possono riaprire le quote dei decreti flussi bloccati da troppo tempo e, più in generale, si deve dare la possibilità ai nostri imprenditori di assumere manodopera straniera in modo più facile, riformando la legge Bossi-Fini, come da anni sosteniamo e come ora vuole fare la proposta di legge d’iniziativa popolare promossa dal Partito Radicale e da diverse sigle del non profit e che noi sosteniamo».

©REUTERS/Darrin Zammit Lupi (courtesy of INSP)

dopo averli identificati, sarebbe un vantaggio per tutti: per chi parte e per chi ospita.

«Salviamo vite su indicazione della guardia costiera» di Generoso Simeone

Save the Children Italia e Medici senza frontiere sono presenti con diverse navi nel Mediterraneo grazie alle quali hanno salvato decine di migliaia di vite 30 Scarp de’ tenis giugno 2017

Nel 2016 sono morte o disperse nel Mediterraneo 5 mila persone. L’anno prima 3 mila 700. È semplicemente questa la motivazione che ha spinto le organizzazioni non governative a intraprendere missioni di salvataggio in mare di profughi e migranti. Te lo dicono con disarmante chiarezza appena glielo chiedi. «Noi – racconta Michele Trainiti coordinatore del progetto di ricerca e salvataggio di Medici senza frontiere–abbiamo cominciato nel 2015, dopo il naufragio in aprile di un barcone con 800 persone, delle quali 150 persero la vita. Era finita l’operazione Mare nostrum e in quel caso intervenne un mercantile che non era preparato al salvataggio, anzi peggiorò la situazione. La nostra decisione di stare in mare deriva dall’assenza di meccanismi di ricerca e soccorso coordinati dalle

istituzioni. Operiamo con due navi, la Aquarius in collaborazione con SOS Mediterranée e la Prudence». Anche l’altra ong italiana attiva nel Mediterraneo, Save the Children, ha cominciato per lo stesso motivo. «L’anno scorso – dice Giovanna Di Benedetto, la portavoce – è stato il più letale di sempre. Inoltre, nei primi quattro mesi del 2017 sono oltre mille e 200 i morti o dispersi. Tra le persone che sbarcano 1 su 4 è donna o minore. Riteniamo che, tra le vittime, questo rapporto possa aumentare perché donne e minori sono le categorie più vulnerabili. Alla luce di questa situazione Save the Children, da settembre 2016, è in mare con la nave Vos Hestia». A contatto con le istituzioni Entrambe le ong operano in stretto contatto con la Guardia costiera italiana, come spiega Trainiti di Medici senza frontiere: «Salpiamo dal-


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LA STORIA

Ibrahim arrivato col barcone a Lampedusa fa il pizzaiolo: «In Italia mi sento a casa. Sogno una casa e una famiglia»

Tra le persone che sbarcano 1 su 4 è donna o minore. Tra le vittime questo rapporto aumenta perché sono le categorie più vulnerabili

«Qualunque lavoro, purché possa essere indipendente». Non aveva molte pretese Ibrahim, ivoriano, quando è arrivato in Italia ormai sei anni fa, ma su quelle si è dato da fare. E infatti oggi un lavoro ce l'ha, fa il pizzaiolo, e può mantenersi, pagarsi un affitto e sognare anche una famiglia. In Italia ci è arrivato con un barcone, attraversando il Mediterraneo dalla Libia fino a Lampedusa, durante l'inizio di quel flusso di migranti che abbiamo iniziato a chiamare “emergenza profughi”, quella dal Nord Africa. All'epoca aveva 21 anni, e quel viaggio in mare lo ha segnato tanto da non volerlo raccontare. «È durato trenta ore», è l'unica cosa che ha mai raccontato agli operatori che gli chiedevano, senza voler aggiungere nient'altro. Dopo tre giorni a Lampedusa, lo imbarcarono su un aereo e arrivò a Milano, dove lo caricarono su un pullman e lo trasferirono a Lecco. È così che è arrivato alla casa di accoglienza di via dell'Isola, centro gestito da L'Arcobaleno, cooperativa del Consorzio Farsi Prossimo della rete Caritas. Insieme a lui e ad altri richiedenti asilo, in via dell'Isola, sono accolti una trentina di uomini adulti in difficoltà sociale ed economica. Nei diciotto mesi di permanenza al centro Ibrahim non è stato con le mani in mano: prima il corso di italiano al Cpia (il Centro permanente di formazione per adulti), poi il corso di scuola guida. Ma il suo obiettivo era poter lavorare.

La porta di ingresso alla sua nuova vita è stata l'Accademia italiana della pizza, la scuola di riferimento per chi vuole diventare pizzaiolo professionista. E così ha frequentato due corsi: il “pizza classica” a Milano e quello di “pizza napoletana” a Como. E poi la fortuna di trovare subito un lavoro, con tutta la gavetta del caso: prima sei mesi di borsa lavoro, poi un contratto a chiamata, poi ancora uno di apprendistato. «Non avevo mai pensato di fare il pizzaiolo, ma il campo della ristorazione mi attirava e quando mi hanno proposto i corsi ho accettato volentieri», racconta Ibrahim, che ora ha 27 anni e sente di appartenere al Paese in cui vive. Oggi ha un contratto a tempo indeterminato alla pizzeria Soqquadro di Lecco «anche se part time, e sto cercando un altro lavoro per il resto del tempo per poter arrivare a uno stipendio pieno», e abita insieme ad altri ragazzi migranti in un appartamento a Pescarenico, proprio la frazione di Lecco resa celebre da Renzo e Lucia dei Promessi Sposi. Chissà se conosce la loro storia, quando dichiara che gli piacerebbe conoscere una ragazza e costruire qui una sua famiglia... Marta Zanella

LE ONG

le coste siciliane e aspettiamo indicazioni dal centro di coordinamento e soccorso in mare della Guardia costiera. Sono loro a ricevere le chiamate di emergenza e sono loro che ci dicono quali sono e dove sono le imbarcazioni da salvare. I nostri avvistamenti diretti, che comunichiamo sempre alle autorità, sono rari. Ci muoviamo nel rispetto delle convenzioni internazionali che regolano i salvataggi in mare».

Una volta a bordo le persone vengono immediatamente assistite con personale socio sanitario che affianca l’equipaggio. «Riforniamo i profughi con acqua, cibo e coperte – racconta Di Benedetto –. I nostri medici entrano subito in azione per capire se ci sono particolari difficoltà. Le emergenze, che riguardano soprattutto donne incinte, vengono gestite attraverso trasferimenti in elicottero.

Spesso più delle ore in mare trascorse bagnati e al freddo, i problemi di salute di chi soccorriamo derivano dalle condizioni cui erano costretti prima di salpare. Nei centri di detenzione subiscono diverse violenze

La nostra organizzazione si focalizza poi sui minori, con programmi dedicati e operatori specializzati. A bordo, infatti, ci sono dei mediatori culturali che entrano in relazione con i più piccoli e tentano di far vivere loro, da subito, una dimensione che li riconduca il più possibile alla loro condizione di bambini o adolescenti». Salvate migliaia di vite Il quadro clinico di molti è peggiorato da quanto vissuto nei centri di detenzione in Libia. «Spesso – aggiunge Trainiti di Medici senza frontiere–più che dalle ore trascorse bagnati e al freddo in mare, i problemi di salute derivano dalle condizioni cui erano costretti prima di salpare. Nei centri di detenzione subiscono diverse violenze». Save the Children in pochi mesi ha salvato 3 mila e 500 persone, di cui 500 minori. La loro nave è stata

ferma durante l’inverno e fino ad aprile 2017 per migliorare la sicurezza e aumentare la capacità operativa. Medici senza frontiere, in poco più di due anni, ha tratto in salvo più di 60 mila persone. «Una volta portati sulle nostre navi – argomenta Trainiti di Medici senza frontiere – è sempre la Guardia costiera che ci dice dove portare i profughi. A volte recuperiamo dei corpi senza vita o sul fondo dei barconi o sulla scena di un naufragio. Lo facciamo perché, tra i sopravvissuti, possono esserci dei famigliari in grado di riconoscere il morto e permettere di processare il lutto e di avere una sepoltura dignitosa. Sono sempre operazioni difficili perché dobbiamo concentrarci soprattutto sul salvare vite, per questo quando incontriamo cadaveri alla deriva evitiamo di ripescarli perché l’identificazione risulterebbe impossibile». giugno 2017 Scarp de’ tenis

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DOSSIER

L’altra carità La solidarità secondo le Chiese non cattoliche di Generoso Simeone

Viaggio di Scarp tra le iniziative di carità messe in campo da alcune delle Chiese cristiane non cattoliche presenti a Milano e nel Nord Italia. Ne esce un quadro ampio che racconta tutta la bellezza della solidarietà 32 Scarp de’ tenis giugno 2017

È il sentimento umano che dispone a soccorrere chi ha bisogno del nostro aiuto materiale. Secondo il concetto cristiano è l’amore che unisce gli uomini con Dio e gli uomini, tra loro, attraverso Dio. È la carità, una delle virtù teologali, esaltata da San Paolo nel celebre Inno alla carità tratto dalla Prima lettera ai Corinzi. Questo amore attivo per il prossimo, che si esplica soprattutto attraverso le opere di misericordia, ha accompagnato la storia del cristianesimo per duemila anni. Oggi le Chiese cristiane, intese sia come comunità di fedeli sia come strutture organizzate, continuano a vivere quotidianamente di atti concreti ispirati dalla carità. Ed è praticamente impossibile contare le iniziative di assistenza e solidarietà di cattolici, protestanti, ortodossi e anglicani. Scarp ha voluto fare un piccolo viaggio in alcune delle Chiese cristiane non cattoliche con l’intento di testimoniare come esse sia-


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GENOVA

Veri amici, un luogo accogliente aperto a chiunque si trovi in difficoltà

Il Cccm a Roma è stato in visita alla Comunità di Sant'Egidio e incontrato le persone arrivate grazie ai corridoi umanitari. Qui sopra alcuni volontari di Veri Amici

scheda Il Consiglio delle Chiese cristiane di Milano (Cccm) è stato fondato nel 1998 con l’intento di promuovere il dialogo e le attività ecumeniche tra le diverse confessioni religiose cristiane presenti a livello locale. Sorto su iniziativa di alcune Chiese è andato espandendosi nel corso degli anni fino ad abbracciare le 18 ora presenti in assemblea. Alla presidenza del Cccm si sono avvicendati esponenti delle diverse aree confessionali. Oltre a testimoniare insieme il Vangelo, il Cccm coltiva nelle Chiese una mentalità ecumenica, favorisce la conoscenza reciproca, studia, sostiene e diffonde attività ecumeniche.

no attive nel prendersi cura di sofferenti e bisognosi. Il quadro è ampio e diversificato. A presenze storiche e più strutturate si affiancano realtà più recenti. Tutte sono composte da comunità di fedeli che, se non proprio numerose, sono quanto meno vivaci. Chiesa metodista La Chiesa evangelica metodista è presente in città dal 1859. Dal 1973 opera nella sede di via Porro Lambertenghi al quartiere Isola. Negli ultimi 25 anni la comunità si è aperta all’accoglienza di persone evangeliche di origine straniera, soprattutto filippini, ghanesi e indiani. Forte è anche l’attenzione verso gli ultimi come dimostra il progetto Breakfast time. Tutto l’anno, la domenica mattina verso le 7 e 30, i fedeli diventano volontari nella distribuzione, vicino la stazione Centrale, di colazioni calde a circa cinquanta senzatetto. A loro vengono distribuiti anche kit di biancheria e prodotti per l’igiene personale. La Chiesa evangelica metodista realizza anche un progetto di scuola d’italiano per minori stranieri appena arrivati in Italia perché ricongiunti ai genitori e mette in pratica i cosiddetti prestiti fraterni. Si tratta di concessioni di finanziamenti, senza interessi, per famiglie in difficoltà appartenenti alla loro comunità. I soldi vengono prestati soprattutto per operazioni mediche e per spese di studio dei figli.

Sono le sette di sera. Al numero civico 43 rosso di via Prè, nel cuore pulsante del centro storico genovese, si apre la porta di Veri Amici onlus. Si tratta di un’associazione di volontariato, di esplicita impostazione cristiana evangelica, che ha come mission il recupero e la prevenzione dal disagio fisico, psichico e sociale. Tra i vari scopi si prefigge quello di aiutare persone con problemi di dipendenza da sostanze affiancandoli, insieme alle relative famiglie, nel loro percorso di riabilitazione. Quello di via Prè è un punto di primo contatto e ascolto, collegato con diverse comunità di recupero a regime residenziale sparse sul territorio nazionale. L’azione dei Veri Amici è improntata su un forte legame tra la strada e le comunità stesse. Daniele Marzano, pastore della Chiesa evangelica della Riconciliazione, coordina le attività dell’associazione e mi introduce, con sguardo e parole accoglienti, all’interno del locale che il lunedì e il venerdì sera ospita chiunque si presenti per la cena. Non si tratta solo di un pasto caldo. Viene offerto uno spazio di relazione, si prega insieme, e durante la cena vengono portate avanti piccole condivisioni. L’ambiente è caldo, sereno. Chi entra respira una sensazione di rassicurante semplicità e tranquillità. La sala è aperta sino alle 21, talvolta sino alle 22 se la situazione lo richiede. Daniele racconta la sua conversione, avvenuta attraverso le testimonianze di ex tossicodipendenti. Un cambiamento radicale, una metamorfosi. Che ha come centro l’incontro con Dio. Così è avvenuto per lui, che è stato prima muratore e poi, in seguito agli studi, geometra. Da quest’ultimo lavoro si è licenziato. Ha iniziato a girare nei vicoli di Genova, colpito da una frase – pronunciata da persone che vivevano in strada – che da quel momento lo ha sempre accompagnato: «non mi puoi capire, non sei stato dove sono stato io». Il cambiamento fa paura. Ma Veri Amici vuole offrire, da subito, una possibilità. L’accoglienza è immediata. L’associazione infatti collabora con il centro Kades, i centri Teen Challenge, i centri Betel, i centri R.E.T.O. e Remar; comunità (di impronta cristiana, ma che accolgono gli individui indipendentemente dal loro credo religioso) che intendono riabilitare la persona considerandola dal punto di vista fisico, psicologico e spirituale. E che coinvolgono le persone stesse in lavori d’ogni sorta (tipografia, falegnameria, trasporti, mercatini dell’usato…). L’associazione porta avanti anche un’importante opera di prevenzione, programmando incontri con gli studenti di vari istituti scolastici genovesi, sul tema della dipendenza da sostanze. Ha una filiale anche a Savona, dove periodicamente si svolgono eventi, corsi, conferenze. Ed ha un appoggio ad Aosta, dove in estate vengono organizzati campi estivi rivolti a famiglie. Mi congedo salutando e ringraziando Daniele e il gruppo di volontari. Sono stato in un luogo dove ci si sente un po’ come in famiglia. Dove la porta è aperta sulla città. Stefano Neri Dove ci si sente a casa.

Chiesa ortodossa armena La Chiesa apostolica armena ortodossa è una piccola comunità di giugno 2017 Scarp de’ tenis

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SOSTEGNO DEL VOLONTARIATO E DELLE ALTRE ORGANIZZAZIONI NON LUCRATIVE DI UTILITA’ SOCIALE, DELLE ASSOCIAZIONI DI PROMOZIONE SOCIALE E DELLE ASSOCIAZIONI E FONDAZIONI RICONOSCIUTE CHE OPERANO NEI SETTORI DI CUI ALL’ART. 10, C. 1, LETT A), DEL D.LGS. N. 460 DEL 1997

FIRMA

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Codice fiscale del beneficiario (eventuale)

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Due volontarie dell’Esercito della salvezza di Milano mentre offrono il proprio supporto a una senza dimora. Diverse le attività in favore dei senza tetto

DOSSIER vare loro regali di Natale o in occasione di altre feste. Chiesa ortodossa rumena La Chiesa ortodossa rumena è a Milano dal 1975 quando fu costituita la prima comunità ecclesiale del Patriarcato rumeno in Italia. Le attività di stampo sociale sono diverse. Ogni domenica viene offerto alle persone povere, senza distinzione di credo religioso, un pranzo di solidarietà. La comunità organizza inoltre raccolte fondi per finanziare il rimpatrio in Romania delle salme dei defunti in stato di indigenza. È attiva anche una collaborazione con il Banco alimentare per la distribuzione di viveri soprattutto a famiglie numerose. E poi ci sono progetti di adozioni a distanza di minori che vivono in Romania in condizioni di difficoltà socioeconomica.

circa 500 fedeli, discendenti di quarta generazione dei sopravvissuti del genocidio degli armeni del 1915-1916. Si riuniscono nella chiesa di via Jommelli, costruita nel 1958. Oggi i fedeli milanesi aiutano i giovani che vivono in patria a venire a studiare in Italia sostenendo i loro percorsi universitari. Inoltre, vengono promosse raccolte fondi per aiutare profughi di origine armena in fuga dalla Siria pagando biglietti aerei per i paesi scandinavi. Chiesa ortodossa russa La Chiesa ortodossa russa ha istituito una propria parrocchia a Milano nel 1985. Svolge attività assistenziale inviando vestiario e prodotti alimentari agli orfanotrofi e alle carceri dell’Ucraina. Apposite raccolte fondi, attraverso vendita di oggetti fatti a mano, sono organizzate per sostenere i ricoveri di bambini in ospedali oncologici sia in Ucraina che in Moldova. Infine, i fedeli promuovono raccolte di medicine e vestiti per i rifugiati in transito da Milano.

Esercito della salvezza L’Esercito della salvezza si trova nel capoluogo lombardo dal 1898. Questo movimento internazionale evangelico, sorto a Londra nel 1865, nasce proprio per aiutare i più bisognosi. Da sempre presenti in ospedali, orfanotrofi, case di riposo, scuole, centri per i senzatetto e gli immigrati, a Milano i componenti dell’Esercito della salvezza, pur non essendo numerosi, sono molto attivi. Nella sede di via Sarpi è allestita una periodica distribuzione di generi alimentari rivolta a famiglie in difficoltà finanziaria, che arrivano segnalate dal Consiglio di municipio. L’assistenza a queste famiglie si concretizza anche nell’ascolto dei loro bisogni e, dove necessario, nell’indirizzamento a servizi quali patrocini legali o servizi medici gratuiti. Sempre in sede vengono organizzati pranzi e cene solidali per famiglie o persone sole. Infine, ci sono iniziative specifiche rivolte ai bambini di famiglie meni abbienti per far arri-

La Chiesa valdese è molto attiva sul fronte dell’accoglienza: in collaborazione con la diocesi valdese di Melegnano, mette infatti a disposizione alloggi per persone arrivate in Italia grazie ai corridoi umanitari attivati dalla Comunità di Sant’Egidio

Chiesa valdese La Chiesa valdese è una presenza più che storica a Milano. La loro esistenza nel capoluogo lombardo è documentata già dal 1173. Oggi è molto attiva su diversi fronti sociali. Particolare attenzione viene rivolta alla questione rom. Da sei anni è istituito un apposito gruppo che segue alcune famiglie nei loro percorsi di integrazione. La comunità elargisce inoltre piccoli aiuti economici a persone in difficoltà, anche non valdesi, con l’obiettivo di sostenere l’uscita dall’emergenza e non creare dipendenza. La Chiesa valdese si occupa anche di accoglienza con due progetti. Il primo, portato avanti da 20 anni, prevede l’ospitalità di una quindicina di stranieri, in regime di seconda accoglienza, per periodi che vanno da sei mesi a un anno. Il secondo, in collaborazione con la diocesi valdese di Melegnano, mette a disposizione alloggi per persone arrivate in Italia grazie ai corridoi umanitari attivati dalla Comunità di Sant’Egidio.

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Gianni Mura «Confesso che ho stonato» di Stefano Lampertico

Una confessione, un acronimo, un’invettiva, l’omaggio alla fisarmonica e tanti ricordi. Abbiamo incontrato Gianni Mura per parlare del suo ultimo libro che è anche la sua colonna sonora di una vita. Che parte da Endrigo e finisce nella Milano di Viola e Jannacci 36 Scarp de’ tenis giugno 2017

«Una mattina che tornavo in macchina da Sanremo, dove ero stato al premio Tenco, guidavo con Giovanna Marini, appisolata dietro. Mi sono messo a canticchiare canzoni politiche e popolari. Appena lei ha aperto gli occhi ho chiuso la bocca. Lei mi ha detto: “Hai un tuo modo di cantare, diatonico, che sarabbe piaciuto a Luigi Nono”. Quando sono rientrato a Milano, ho chiesto a Corrado Sannucci, giornalista e cantautore, cosa volesse dire diatonico. “Sei stonato, Gianni. Stonato”». L’episodio raccontato da Gianni Mura nelle pagine iniziali serve un assist, per usare il linguaggio del calcio, al titolo del suo ultimo libro, Confesso che ho stonato, edito da Skira, che apre, proprio con Mura, la collana Note d’autore. Un libro, questo, di un grande giornalista sportivo, non sul calcio, non sul ciclismo, non sul cibo, ma sulla musica. Perché tutti abbiamo una colonna sonora personale, fatta di ascolti solitari o condivisi. Perché tutti abbiamo ricor-


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LA STORIA

Gianni Mura è l’autore di Confesso che ho stonato (Skira). A fianco una foto di Enzo Jannacci al Cral Aem di Milano negli anni Sessanta (grazie a Fondazione Aem)

di della musica di quando eravamo giovani, perché tutti siamo stati a un concerto dal vivo. Il più francese di tutti Un pranzo con Mura, risotto alla milanese e Bonarda fresca (per i più curiosi), è l’occasione speciale per parlarne. «Questo libro è il mio omaggio alla musica che ho amato e che amo. Ho scritto in totale libertà. Ecco, innanzitut-

to è un indennizzo a un grande della canzone, Sergio Endrigo, il più francese tra tutti. È il mio omaggio a

Mi diceva Beppe Viola: «Io scrivo canzoni, ma il vero genio del gruppo è Enzo Jannacci». Surreale, ironico, spiazzante

Edith Piaf, la più grande voce del Novecento, ma anche alla dimenticata Anna Identici. È il mio omaggio a Chico Barque De Hollanda, alla canzone popolare e dialettale. È il mio omaggio alla fisarmonica, uno strumento dimenticato ma straordinario. E infine, e non poteva essere altrimenti visto il rapporto d’amicizia, è il mio omaggio a Beppe Viola e a Enzo Jannacci, a quella Milano che non c’è più, la Milano neorealista, di Zavattini, per capirsi». C’è qualcosa che non stupisce nelle scelte di Mura. Che non sorprende, conoscendo il suo stile. Quelle raccontate nel libro sono storie di grandi autori che hanno nelle loro canzoni una solidità narrativa come pochi altri. Le storie. Storie da raccontare, anche in musica. «In Francia hanno risolto tutto con il termine chansonnier. La canzone d’autore, da Brassens a Brel, sta tutta in quella definizione. In Italia non abbiamo un termine simile. Ma abbiamo delle unicità. Come Paolo Conte, per esempio».

Non trovi che, deformazione professionale la mia, forse, la strada sia un elemento comune che attraversa le scelte musicali che descrivi? «Forse sì. Perché la strada ti conduce all’essenziale, ti costringe a raccontare storie che sono tutta sostanza, anche quando si canta di sentimenti». La strada, allora, è lo spunto per tornare a Jannacci e Viola. «Beppe Viola mi diceva. “Io scrivo testi di canzoni”, ma il genio è quello di Enzo. Surreale, ironico. Spiazzante. Tra le tante sono due le canzoni di Jannacci che mi piacciono particolarmente: Dona che te durmivet e Ti te sé no. Alla fine della sua carriera lo trovo declamatorio, anche se nella canzone El me indiriss, c’è il ringhio del vecchio leone». E nelle pagine su Enzo, l’inchiostro della penna di Mura si scioglie sulle pagine. «Il dottor Jannacci Enzo era in chiesa, nella cassa, e io fuori collezionavo facce che sembravano uscite dalle sue canzoni, personaggi, ben più di sei, in cerca di un posto vicino all’autore. Gli ultimi, i penultimi, con o senza scarp del tenis cambia poco. Le vecchie puttane e i loro protettori, quelli senza una lira, pardon senza un euro, quelli senza mille lire, i piantati, gli spiantati, i sognatori, i poco adattati, i dispersi, gli imbranati, quelli reduci da una guerra, anche non di-

chiarata, o da un amore, i nomadi, i senza voce, i disperati, i vecchi che si ostinano a non morire, quelli che hanno male ai piedi ma non ne possono più, quelli che più di così non possono fare, gli umili, quelli usciti da galera». La sua gente. Nessuno canta più Insieme a questi grandi c’è anche Betty Zambruno. «L’ho sentita al matrimonio di Gigi Garanzini a Monforte d’Alba. Grandissima voce». E poi c’è Pinuccio Sciola. «Pinuccio mi ha letteralmente impressionato. L’ho conosciuto, sono stato da lui. Faceva suonare le pietre. Certo nella mia vita ne ho incontrati tanti. Nella Milano delle canzonacce c’era uno che suonava i bicchieri alla Magolfa. Ho visto far uscire note da carote usate come flauti. Ma le pietre, mai. Questa musica a cielo aperto, mi ha colpito e impressionato». Siamo al caffè doppio, nel senso che dopo il primo ce ne vuole un altro subito. Gianni, ma perché nessuno canta più? «Perché ci sono gli auricolari. E tutti hanno la musica nelle cuffie. Nessuno canta e nessuno fischietta più». E la maglietta del tuor di Capossela che indossi? «Sono stato anche al suo concerto. Tra i “contemporanei” è quello che mi piace di più».

LA SCHEDA

Il karaoke fatelo a casa vostra Da poche settimane in libreria, Confesso che ho stonato (Skira editore), è la colonna sonora, in parole e in un acronimo, di Gianni Mura. Un viaggio nella canzone d’autore, ma non solo, che parte dall’omaggio a Sergio Endrigo («Nella tomba di famiglia della moglie, a Terni, per Endrigo ci sono tre parole: musicista, compositore, autore. Che abbracciano, ma anche escludono la canzone. Continuerò a vederlo come un uomo che canta. E incanta, spesso»), passa da Edith Piaf, dalla Sardegna di Pinuccio Sciola, che si ferma a riflettere nei versi della canzone politica e finisce nella Milano di Viola e Jannacci. Con una invettiva, anche. «Ma perchè quando De Gregori nel suo concerto attacca Buonanotte Fiorellino, mezzo palazzetto si alza in piedi e canta insieme con lui? Mi stanno rovinando la canzone». Il karaoke insomma, fatelo a casa vostra. giugno 2017 Scarp de’ tenis

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Immaginaria La radio fatta dai ragazzi di Stefania Culurgioni

Si chiama Radio Immaginaria ed è una web radio fatta, pensata, registrata e gestita soltanto da adolescenti in tutta Italia. Nata nel 2012 da un piccolo paesino in provincia di Bologna ha colonizzato tutta Italia ma anche l’estero, dando voce e speranza a centinaia di giovanissimi 38 Scarp de’ tenis giugno 2017

«Ciao a tutti, oggi parliamo dei genitori che ti spiano i whatsapp facendo finta di niente quando siete seduti sul divano davanti alla televisione. A proposito. Ehi mamma, volevo dirti che lo so benissimo che ci provi anche tu». Elisabetta attacca così la sua mezzora di trasmissione. È una puntata di sua invenzione e l’ha intitolata “Mamma non ti impicciare”, racconta con ironia quello strano mondo familiare degli adulti visti dagli occhi di una adolescente. È la voce di una ragazza di sedici anni, un timbro che brilla di ironia e vita, qualcosa di incontaminato, molto diverso dai giovani che vedi nei talent in tv. È un racconto spontaneo e divertito che non ambisce a diventare niente né a sfondare da nessuna parte, se non il muro che separa un po’ troppo questi due mondi, quello dei grandi e quello dei ragazzi. Il luogo dove metterà la sua mezzora di puntata si chiamaRadio Immaginariaed è una web radio fatta, pensata, regi-


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LA STORIA

Due redazioni di Radio Immaginaria, la web radio fatta e pensata interamente da ragazzi e ragazze dagli 11 ai 17 anni sparsi in giro per l’Italia e il mondo

All’inizio pensavo che nessuno là fuori ci ascoltasse invece ci siamo resi conto che le nostre voci le ascoltano eccome. Ma non solo. Che possiamo anche essere influenti e dire la nostra sui temi che ci riguardano: la scuola, il bullismo, il lavoro o il futuro

strata e gestita soltanto da adolescenti in tutta Italia (ma anche un po’ all’estero). Il fondatore si chiama Michele Ferrari, ha 57 anni, è regista e autore (ha scritto Diario di un ragazzo italiano, la biografia di Gianni Morandi) ed è stato lui ad inventarsi questo progetto nel 2012. A Castel Guelfo di Bologna, un paesino di neanche 5 mila abitanti, un giorno incontrò durante un festival del cinema alcuni ragazzini. Si rese conto per la prima volta che avevano dentro un mondo ma che nessuno gli chiedeva mai di raccontarlo. Una radio per i ragazzi «Avevo 15 anni e in paese c’era ben poco. Campo da calcio se eri maschio, campo da pallavolo sei eri femmina. Michele ci propose di fare la radio. All’inizio fu strano, la ascoltavo solo in macchina, poi fu una scoperta bellissima. Mi resi conto subito che potevamo far sentire la nostra voce». A parlare è Giulia che oggi ha 21 anni e studia lettere moderne. Insieme a Ludovica, sua coetanea e studentessa di lingue, è stata una delle prime speaker di Radio Immaginaria. Le trasmissioni sono partite così: qualche microfono, un mixer, un pc allestiti negli spazi della ex Pesa Pubblica del Comune. Poi l’esperimento ha cominciato ad allargarsi. «Da allora la Radio ha cominciato ad espandersi – racconta Ludovica – oggi è diventata un network che abbraccia tutta Italia ma ci sono redazioni anche in Spagna e a Parigi.

Gli speaker sono 230, hanno tra gli 11 e i 17 anni, sono loro a scegliere gli argomenti, la musica, gli eventi da pubblicizzare, chi intervistare. Sono loro a gestire le apparecchiature. Ogni redazione si trova una volta alla settimana per due ore e produce mezzora di registrato. Noi grandi facciamo da coordinamento e carichiamo il file in podcast su internet». Le voci arrivano dai luoghi più disparati e Radio Immaginaria sembra davvero una street radio. Ad Acquasanta Terme nelle Marche i ragazzi della redazione hanno tutti undici anni e trasmettono da una roulotte. Amano parlare di record. Per esempio, raccontano i ristoranti da sogno e si inventano con sorprendente fantasia i loro ristoranti ideali. A Cremona trasmettono dal municipio, a Torino da un b&b, a volte qualcuno non sa dove andare e allora va a registrare al parco, d’estate, e dalla sua stanza in inverno. A Gijon, nelle Asturie, nord della Spagna c’è una redazione di dieci ragazzi che registra le puntate dal bar dei genitori di uno di loro (si sono conosciuti al Giffoni Film Festival ndr). Di cosa parlano? «C’è la rubrica di Francesca che racconta “i tipi”: ecco com’è il tipo da verifica, quello da cinema, quello che viene sempre

senza merenda e te la scrocca all’intervallo, quello che invece ce l’ha ma non te la offre mai». Un luogo di confronto Qualcuno parla di qual è il modo migliore per chiedere ai genitori di potersi fare un piercing, qualcuno racconta i segreti delle serie tv, un ragazzino che vive al Nord ha rivelato che i genitori della sua ragazza l’hanno costretta a lasciarlo perché lui ha origini siciliane e allora lui si è messo con la migliore amica di lei; si svelano al microfono esperienze di bullismo che non si sarebbero dette mai davanti a nessun adulto, ci si confronta sul concetto di essere friendzonati, ovvero quando sei innamorata del tuo migliore amico e glielo confidi e da allora entri nella Friendzone cioè quel limbo da cui non uscirai mai più. «Quando un adolescente parla per la prima volta ad un microfono, per la prima volta si sente importante – dice Giulia – capisce che la sua opinione conta qualcosa. Ed è solo quando qualcuno ti ascolta che puoi sperare di avere un futuro». «All’inizio pensavo che nessuno là fuori ci ascoltasse – continua Ludovica – invece ci siamo resi conto che le nostre voci le ascoltano eccome. Che possiamo essere influenti e dire la nostra sui temi che ci riguardano. La scuola, il bullismo, il lavoro, il futuro».

LA SCHEDA

Tutti possono diventare giovani speaker Radio Immaginaria è la radio degli adolescenti. Il logo è una faccina con gli occhi curiosi che guardano all’insù, come quando non si conosce ma ci si immagina il futuro. Chiunque può unirsi e diventare inviato oppure mettere insieme una redazione, basta che abbia dagli 11 ai 17 anni. Si deve versare una piccola quota associativa (è un modo per innescare una forma di responsabilizzazione). Se si è da soli è sufficiente registrare con un cellulare, se si diventa una redazione gli strumenti sono forniti dai coordinatori. Oggi ci sono 32 redazioni e 230 speaker. Le puntate in podcast vengono pubblicate su www.spreaker.com, sulla pagina Facebook e sul sito della radio. www.radioimmaginaria.it giugno 2017 Scarp de’ tenis

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di Alberto Rizzardi

Sapessi com’è strano far l’apicoltore a Milano si potrebbe dire, prendendo in prestito e modificando un po’ il brano che Memo Remigi e Alberto Testa regalarono a Ornella Vanoni nel 1965. «Senza fiori, senza verde» continuava, però, la canzone: a Milano, in realtà, oggi il verde c’è – addirittura è cresciuto negli ultimi anni – e nelle oasi che ancora (r)esistono vivono le api di Mauro Veca. «Io non ho terra – spiega –

Mauro Veca fa l’apicultore a Milano: ha più di cento alveari sparsi per la città e l’hinterland, quello più centrale è a Cadorna. Da qualche anno produce Mielemilano, un millefiori buonissimo a detta di chi lo ha assaggiato. «Le api sono un patrimonio»

quindi vado da chi mi ospita: al momento gli alveari, più di cento, sono distribuiti tra Parco delle Cave, Parco delle Risaie, in una cascina del Distretto agricolo milanese, a Gudo Visconti e a Gaggiano nell’hinterland, impossibile sintetizzarli tutti. Sto cercando, però, di portare sempre più le api a Milano: il più centrale è a Cadorna, dove già da un paio d’anni faccio didattica grazie a Honey Factory, installazione dell’amico e designer milanese Francesco Faccin. Recentemente ho portato anche tre alveari in una scuola in zona Lambrate, sempre per la didattica». Eh sì, perché, accanto all’aspetto produttivo, c’è anche da

Mauro, che a Milano produce il miele

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MILANO

Nella foto a sinistra Mauro alle prese con un telaio pieno di api milanesi. Qui sopra Honey Factory l’installazione didattica posizionata vicino a Cadorna

Mauro ha la sua azienda agricola, Apicoltura Veca in zona ovest a Milano, ma ha anche gli apiari urbani, sparsi per la città e l’hinterland, e quello didattico al Centro Nocetum, all’interno della Cascina Borgo San Giacomo, dove vengono organizzate lezioni e visite e in cui si tiene anche un corso pratico di apicoltura urbana dove s’impara a maneggiare le api

sempre un marcato accento culturale nel lavoro di Mauro. Già, ma chi è Mauro? Oggi quarantasette anni, una laurea in Agraria, nel 1998, pochi giorni dopo la nascita del suo primo figlio, Elia, riceve una proposta di lavoro come tecnico nel settore apistico. Parte tutto da qui: niente tradizioni familiari alle spalle o un sogno coltivato fin da piccolo, piuttosto una fortunata coincidenza diventata ben presto una passione. Partendo da zero, Mauro crea la sua azienda agricola, Apicoltura Veca: il centro operativo e organizzativo, con il laboratorio per la produzione del miele, è in zona Ovest a Milano, ma ci sono anche gli apiari urbani, sparsi per la città e l’hinterland, e quello didattico al Centro Nocetum, all’interno della Cascina Borgo San Giacomo, dove vengono organizzate lezioni, visite ed eventi speciali. Annoiarsi? Impossibile: Mauro fa, infatti, anche consulenze in Italia e all’estero, partecipa a mercatini e farmer market e tiene pure un corso pratico di apicoltura urbana (l’edizione 2017 è iniziata a marzo e andrà avanti fino a novembre) dove s’impara a maneggiare le api, si segue tutto il ciclo di sviluppo. Tutto complicato Far l’apicoltore a Milano non è strano. È solo complicato. «Le api ancora oggi fanno paura a tantissimi – spiega Mauro – per cui o si trovano le condizioni per garantire la massima sicurezza per farle stare in città o nessuno si prende la responsabilità di ospitare degli alveari. Quando c’è uno sciame a Milano

c’è il panico: arrivano Polizia locale, vigili del fuoco e si blocca tutto. È il sintomo di un’errata percezione e di una mancata conoscenza dell’insetto ape e dei suoi comportamenti. Le api non sono un pericolo, anzi: sono il modo per entrare in contatto con un mondo straordinario, peraltro molto democratico, dove le decisioni vengono prese dal basso. Le api sono portatrici di un grande messaggio educativo: sono formidabili “sentinelle” per l’ambiente e amiche degli agricoltori, perché con il loro lavoro contribuiscono a diffondere i pollini e a creare la fecondazione incrociata. Bisogna solo conoscerle e sapere come approcciarsi al loro mondo».

Ecco allora l’importanza dell’aspetto didattico, dalle lezioni ai bambini ai corsi pratici: «La risposta finora è sempre stata molto positiva». Seconda grande criticità è lo stato di salute delle api, che da tempo desta non poche preoccupazioni a varie latitudini: gli impollinatori gialloneri sono messi seriamente a rischio dall’impatto della chimica nell’agricoltura intensiva, dalla scarsa biodiversità delle campagne, ma anche da patologie sempre nuove, oltre naturalmente ai cambiamenti climatici. «C’è un’alta mortalità invernale – spiega Mauro – e una scarsa produttività dei singoli alveari, con raccolti sempre più esigui negli ultimi

anni». Altro ostacolo niente male da superare sono i pregiudizi che accompagnano un miele prodotto in una metropoli come Milano, che, nell’immaginario comune, è quella del cielo perennemente grigio e del traffico caotico. Sappiamo che non è così, non è solo così, ma tanto basta perché molti si chiedano perché acquistare un miele fatto a Milano, quando si può optare per uno che arriva dalle colline dell’Oltrepò Pavese o dalla Maremma. A Milano un ottimo miele «Tutti pensano che il miele di Milano sia inquinato: non è così e chi ha il coraggio di assaggiarlo rimane sbalordito dalla sua bontà. Io produco IlmielediElia, un omaggio a mio figlio, cui da qualche anno ho aggiunto il marchio MieleMilano – Il miele della tua città: è un millefiori, espressione della zona in cui vivono le api, caratterizzato dalla presenza di essenze botaniche ornamentali, che magari non si trovano più fuori città, ma che a Milano sono state introdotte negli anni per abbellire e colorare vie, piazze e parchi». Una Milano multietnica, insomma, anche da questo punto di vista. «Con il miele prodotto a Milano non rischiamo nulla – chiosa Mauro –. Con l’aria che respiriamo in città ogni giorno sì». Sapessi com’è buono il miele che viene fatto a Milano.

LA SCHEDA

Bee Happy Family, un punto vendita dove trovare miele e ortaggi a filiera corta Curiosi di assaggiare il miele prodotto da Mauro Veca e dalle sue instancabili operaie a Milano? È possibile acquistarlo ogni sabato mattina (10.00-13.00) a Bee Happy Family, punto vendita alla Cascina Corte del Proverbio in via Fratelli Zoia, all’interno del Borgo Linterno nel Parco delle Cave: qui si possono trovare anche ortaggi a filiera corta, grazie ad altre aziende agricole del territorio. Avete bimbi piccoli? Portateli a conoscere Apepè, simpatico Cicerone cartoon creato dallo stesso Mauro: a giugno è in programma Impara l’arte nella natura del Parco delle Cave, un campus estivo di due settimane. www.ilmieledielia.it giugno 2017 Scarp de’ tenis

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MILANO

La chiesa di Santa Maria del Rosario di Milano. Sotto le docce dell’oratorio fatte risistemare per offrire una doccia ai senza dimora

I ragazzi di don Marco, docce e panini per aiutare gli ultimi di Daniela Palumbo

Santa Maria del Rosario è una chiesa parrocchiale di Milano, in zona Solari. Un quartiere con la movida, il parco, tante scuole: mediamente un quartiere con famiglie agiate e ragazzi che vanno al liceo. Ma, evidentemente, non sono fuori dal mondo. E, anzi, vanno a cercare chi non ha più niente, per dedicargli un po’ di tempo, una parola, un sorriso. Magari insieme a un panino e dell’acqua. Per qualcuno non è poco. Sono i ragazzi del gruppo Adelphoi (una cinquantina in tutto, fra i 16 e i 25 anni) della chiesa Santa Maria del Rosario appunto, che tutti i venerdì sera vanno in Duomo. Qui

Un piccolo aiuto per aiutare le persone che vivono in strada: la sfida di una cinquantina di ragazzi tra i 16 e i 25 anni

hanno appuntamento con quelli dei cartoni, delle coperte nude sul pavimento, quelli che bevono per stare caldi e non pensare alla vita dentro le case: i senza dimora. E le ragazze e i ragazzi Adelphoi, ovvero fratelli, si ritrovano accanto a Valerio e Mohammed a chiacchierare e a scherzare, a fare amicizia, intanto che gli portano un panino o dell’acqua. Incontro a chi non ha nulla Don Marco Borghi, da due anni parroco in Santa Maria del Rosario, li accompagna: «Le storie che ascoltiamo sono tante. Tutte diverse. C’è chi ha perso il lavoro. Chi ha avuto un passato burrascoso e ha perso i contatti con la famiglia. Chi ha problematiche diverse, di dipendenza, da alcol soprattutto. E poi ci sono le persone straniere, che non avevano niente e che non hanno avuto fortuna venendo qui. Il 60% sono stranieri, il 40% italiani. Molti sono giovani. Anche sotto i 30 anni».

Ascolto significa anche capire di cosa avrebbero bisogno (oltre alla casa e a un lavoro, certo) le persone che incontrano il venerdì sera. Il don e i ragazzi hanno recepito come prioritaria una richiesta comune a tutti. «Fare una doccia – spiega don Marco Borghi –. Almeno una volta a settimana. E allora ci è venuta l’idea degli spogliatoi dell’oratorio dove i bagni e le docce ci sono. Ma diversi erano inutilizzabili. Così li abbiamo fatti ristrutturare, solo tre per ora, e li usiamo per dare un servizio ai senzatetto. Due giorni a settimana, il venerdì e il sabato mattina, ci sono trenta nostri volontari che accolgono le persone; le registriamo, anche per tenere i conti dell’affluenza e dei bisogni. Quando escono i volontari distribuiscono un cambio di indumenti: uno slip, un paio di calze e una maglietta. Il primo giorno sono arrivate due persone, il secondo quattro e il terzo sei. Adesso siamo a quindici. Il nostro tetto massimo è di quindici docce al giorno, trenta persone a settimana».

Ma nella parrocchia Santa Maria del Rosario questo non è un caso isolato. Sono trenta anni infatti che c’è anche un servizio guardaroba per le persone in difficoltà. Don Marco ha pensato anche alla formazione. Per i ragazzi del venerdì e per gli adulti che prestano servizio alle docce. Alessandro Pezzoni, operatore di Scarp de’ tenis e responsabile dell’area Grave Emarginazione di Caritas Ambrosiana, li ha incontrati entrambi. «Prima ho introdotto il tema della grave emarginazione e ho dato il numero delle persone che dormono in strada, a Milano, siamo a 500 circa. Sia i ragazzi che incontrano i senza dimora che gli adulti delle docce, sono persone consapevoli, che vogliono mettersi in gioco al di là del piccolo aiuto che prestano. Si sono subito resi conto che panino e docce diventano un pretesto con il quale entrare in contatto e creare una relazione. Chi è in strada di questo ha bisogno per sentirsi vivo. Di sapere che l’altro, quando ti tende la mano, è davvero in ascolto». giugno 2017 Scarp de’ tenis

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La Casa nel Parco anche Mirafiori si scopre solidale di Enrico Panero

Attivata La Casa nel Parco, casa di quartiere che mette a disposizione diversi servizi gratuiti a chi abita nella zona: spazi di incontro e di lavoro, doposcuola, attività culturali ma anche una mensa a costi contenuti per i meno abbienti 44 Scarp de’ tenis giugno 2017

La giornata di sole primaverile rende suggestivi i contrasti di colori e di forme: dietro al verde brillante del prato appena tagliato si stagliano i palazzoni bianchi e grigi che spiccano sullo sfondo del cielo azzurro. Sono palazzi simbolo di una periferia torinese profondamente cambiata negli ultimi quattro decenni, di quella via Artom nota ai più per i vari progetti cinematografici e letterari che hanno raccontato il quartiere della fabbrica, Mirafiori. La trasformazione è più sostanziale che architettonica: a parte alcuni abbattimenti simbolo, i palazzi e i capannoni sono sempre gli stessi, è il tessuto sociale ad essere decisamente diverso. La grande fabbrica non è più il cuore pulsante, le caratteristiche torri senza balconi non sono più abitate da giovani famiglie operaie ma prevalentemente da anziani, la numerosa popolazione immigrata non giunge più dal sud del Paese ma da altri Paesi. I giovani ora si trasferiscono a Mirafiori non tanto per lavorare quanto per studiare:


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TORINO

Due immagini de La Casa nel Parco, luogo di incontro e coesione sociale attivato grazie alla Fondazione della Comunità di Mirafiori

A La Locanda c’è un menù con tre fasce di prezzo: un prezzo pieno a 7 euro, uno ridotto per studenti e disoccupati a 5 euro e soprattutto, uno ridottissimo a 1 euro per persone in difficoltà segnalate da associazioni e parrocchie del quartiere, che accedono tramite una tessera

una parte degli stabilimenti ex Fiat ospita da qualche anno la Cittadella Politecnica del Design e della Mobilità Sostenibile. Una Casa nel Parco Come nel resto della città, anche a Mirafiori è attiva una casa di quartiere. Si trova all’interno di una struttura realizzata nell’ambito del Programma di recupero urbano di via Artom, proprio sul confine tra i palazzoni e l’ingresso di un grande parco (Parco Colonnetti). La gestione de La Casa nel Parco è stata affidata alla Fondazione della Comunità di Mirafiori onlus, che la mette a disposizione del quartiere come spazio di lavoro, di incontro, di condivisione per le organizzazioni locali e per proposte che stimolino il tessuto socio-culturale. «La Casa offre vari servizi gratuiti agli abitanti del quartiere – spiega Maurizio, della Fondazione Mirafiori e coordinatore de La Casa nel Parco –. Si va dal doposcuola rivolto ai ragazzini gestito dall’associazione Asai e utile per prevenire la dispersione scolastica, ai corsi di italiano per donne straniere proposti dallo Spi Cgil che rappresentano importanti momenti di socializzazione e partecipazione di donne, prevalentemente maghrebine, altrimenti chiuse in casa. Poi ci sono varie attività rivolte agli anziani, popolazione prevalente nel quartiere». Nel corso degli anni sono stati attivati anche vari sportelli gratuiti: uno sportello sociale, uno legale e giuridico, uno per donne vittime di

violenza, uno sportello per problemi diabetici e uno di sostegno psicologico. «Ospitiamo anche gruppi non strutturati, che supportiamo nell’organizzazione di iniziative e progetti o nella costituzione di associazione: il quartiere è piuttosto povero di associazionismo e quindi la Casa sostiene iniziative sociali che partono dal basso». Pranzo a 1 euro L’unica attività commerciale de La Casa nel Parco è quella di ristorazione, di cui una parte dei proventi va a finanziare la Casa. La gestione de La Locanda nel Parcoè stata affidata alla cooperativa sociale Patchanka, che sta sperimentando un progetto solidale. Il coinvolgimento di volontari del quartiere sia per il servizio di ristorazione sia per il recupero di invenduto alimentare, permette un abbattimento dei costi con un’offerta di menù a tre fasce per il pranzo: un prezzo pieno a 7 euro, uno ridotto per studenti e disoccupati a 5 euro e soprattutto uno ridottissimo a 1

euro per persone in difficoltà segnalate da associazioni e parrocchie del quartiere, che accedono attraverso una tessera. Particolarmente interessante la miscellanea di clientela, come racconta Serena che coordina La Locanda: «Nessuno sa quanto pagano gli altri. I clienti da un euro sono persone singole e famiglie, poco meno di una decina in media ogni giorno, irriconoscibili perché clienti come gli altri; solo chi sta alla cassa de La Locandasa chi ha la tessera. Possono pranzare due volte a settimana i singoli e una volta le famiglie numerose, che generalmente scelgono il sabato o la domenica». Al valore sociale dell’iniziativa si aggiunge la sua sostenibilità economica: tutto avviene senza contributi esterni ma solo grazie al volontariato e agli altri clienti che pagano prezzo pieno, oltre che al recupero alimentare che permette di abbassare del 20% l’incidenza della materia prima sul prezzo del pranzo. Pur essendo solo all’inizio la risposta del quartiere è buona, spiega Serena: «Crediamo nel passaparola, nella quotidianità e non negli eventi; la gente viene perché si trova bene e mangia bene, poi sa che contribuisce al fatto che altre persone meno abbienti possano fare lo stesso». www.casanelparco.it

LA SCHEDA

Fondazione della Comunità di Mirafiori, una realtà al servizio del quartiere La Fondazione della Comunità di Mirafiori onlus non ha fini commerciali e reperisce fondi dalle aziende del territorio per sostenere iniziative di riqualificazione e rigenerazione sociale». Oltre alle attività de La Casa nel Parco, supporta vari progetti nel quartiere. Tra questi il progetto Alloggiami, che permette a residenti soprattutto anziani di ospitare studenti del Politecnico in cambio di un piccolo affitto. Poi il progetto Mirafiori Solidale, che attiva tirocini formativi in aziende per ragazzi di 15-29 anni che hanno abbandonato gli studi. Più recenti i progetti Mirafiori OnAir, centrato sulla formazione professionale dei giovani e Mirafiori Up sull’arte e bellezza, che coinvolge associazioni nella riqualifica fisica e strutturale di alcuni spazi del territorio. www.fondazionemirafiori.it giugno 2017 Scarp de’ tenis

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VICENZA

L’intervento dell'unità di strada della Caritas ai container del Comune per le persone senza casa

Ernesto e la strada: «Con la pensione sarò un uomo libero» di Carlo Mantoan

Ernesto, classe 1944, nato a Costozza in provincia di Vicenza, è una persona pacata, calma e molto lucida. Gira per le strade di Vicenza portandosi appresso tutta la sua “casa”, stipata in un carrellino per la spesa e nel portapacchi della bicicletta. Lo si può incontrare nei dintorni della stazione dei treni al mattino, è lì che riesce a fare un po’ di colazione con i pochi spiccioli racimolati qua e là. Poi sale in groppa alla bicicletta e parte. Ci ha provato Ernesto a rivolgersi alla Caritas per avere un posto caldo e sicuro dove dormire. Ma poi se n’è andato: sta meglio a

Un lavoro, la famiglia e una vita normale. Poi il tradimento della moglie, il buco nero e la strada. In attesa del futuro

dormire in strada, secondo lui, perché si sente se stesso e il suo orgoglio non ne risente. «Aspetto la pensione sociale con molta fiducia – dice – quando arriverà potrò finalmente sistemarmi a modo mio, senza chiedere niente a nessuno». Ha lavorato tanto, Ernesto, ma non ha mai versato i contributi né messo qualcosa da parte, così ora che è invecchiato e non lo chiamano più per lavorare, è rimasto senza niente. I figli lo aiu-

tano un po’, ma una casa non può certo permettersela. Anzi, Ernesto non ha mai un euro in tasca, nemmeno per le sigarette che chiede ai passanti. Eppure, se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto daccapo. «Quante cose ho imparato col mio lavoro – spiega – ho girato il mondo». Una vita difficile Eh sì, perché anche se la sua vita e stata difficile e piena di sofferenza, lui ne è orgoglioso. Cresciuto in una famiglia molto povera comincia a lavorare alla fine delle scuole elementari. A 17 anni fa il pizzaiolo e gira come stagionale al mare e in montagna e a 23 incontra l’amore della sua vita. Alla mamma quella donna non piace, ma lui la sposa lo stesso. Uno dietro l’altro arrivano i tre figli e Ernesto continua a fare lo stagionale per mantenere la numerosa famiglia. A 27 anni, un triste giorno, torna a casa e trova la moglie con un altro. Un bruttissimo colpo da cui non si riavrà mai più completamente. E allora parte, se ne va via, lontano. Anzi, per mettere più distanza possibile si arruola nella Legione straniera dove conoscerà anche l’attore Alain Delon (dice lui). Quando torna a casa non trova più la moglie, se n’è andata lasciando i bambini con la nonna che li accudisce con amore. Ernesto si reintegra, riprende a lavorare come stagionale a Vicenza. Ma si sente tanto a disagio, ferito e umiliato. Qualche anno fa la moglie è venuta a mancare e nonostante la rottura Ernesto ne è rimasto molto colpito. Ora la sua vita in strada è fatta di solitudine e di rapporti sporadici, ma ancora ha voglia di sognare e di credere nel futuro. «Quando mi arriverà la pensione – conclude – potrò tornare a vivere da uomo libero».

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Verona sud, un quartiere con l’anima di Elisa Rossignoli

Per i 60 anni di fondazione il circolo fotografico Veronese ha voluto fare un omaggio al quartiere che lo ospita raccontandone con una mostra la multietnicità, la coesistenza fra tradizione e modernità, le diverse generazioni che utilizzano, vivono e animano gli spazi 48 Scarp de’ tenis giugno 2017

Il circolo fotografico Veronese ha deciso di festeggiare i 60 anni di fondazione con un’iniziativa che abbraccia un quartiere intero e il mondo che esso racchiude. Ènata così la mostra Verona Sud, l’altro cuore della città, inaugurata lo scorso 13 maggio nel parco San Giacomo Vecchio, anima storica di quest’area alla periferia di Verona. Un progetto che racchiude un anno di lavoro appassionato, ha incontrato il volto poliedrico del quartiere e ne ha catturato le vibrazioni, le armonie, i contrasti, le voci e le storie e li ha scritti con la luce. La mostra sintetizza 93 immagini delle 300 selezionate per diventare, speriamo a breve, un libro fotografico. «È stato il nostro modo per ricambiare la circoscrizione e il quartiere per l’ospitalità che da due anni ci offre la sala civica in cui è allestita la mostra – racconta il presidente del circolo, Giuseppe Patera. Qui si è aperta una fase nuova per la nostra associazione: abbiamo iniziato ad organizzare incontri, eventi culturali, corsi di fotografia cercando di coinvolgere sempre più persone.


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VERONA

Tre bellissimi scatti scelti tra gli oltre 10 mila che fanno parte della mostra dedicata a Borgo Roma inaugurata al parco San Giacomo Vecchio

Per noi coinvolgere il territorio significa anche continuare la collaborazione con le realtà sociali che abbiamo incontrato grazie a questo progetto

In due anni da 30 soci siamo diventati 120. Questo luogo è l’espressione della volontà di crescere culturalmente. Da qui l’idea di allestire un progetto che coinvolgesse tutti i soci». «Siamo il secondo circolo fotografico in Italia – dice Diego Speri, uno dei soci –, esistiamo da 60 anni e per 15 anni abbiamo organizzato il Premio Verona, la più importante manifestazione di fotografia artistica nazionale. Eppure restavamo un mondo chiuso, ci mancava qualcosa: il respiro più ampio che ora viviamo e che speriamo traspaia dalle immagini di questo progetto». Oltre 10 mila scatti Un lavoro lungo e articolato. «Ci siamo divisi in gruppi – spiega Giuseppe – assegnando un tema e un tutor in sintonia con il tipo di tematica prescelta. Tra le quasi 10 mila foto scattate una commissione ha scelto le 300 che compariranno nel libro e le 93 che formano la mostra. Le selezioni sono state realizzate con criteri artistici ed etici rigorosissimi. La novità, che abbiamo do-

cumentato sui pannelli appesi nella sala, è stato il processo partecipativo e comunitario con cui si è svolto il tutto». La grande maggioranza degli autori non vive nel quartiere. Alcuni di loro non vivono neppure a Verona. E anche chi abita qui, ma che non ha mai vissuto il quartiere come “luogo del cuore”, in quest’occasione l’ha osservato con lo sguardo della prima volta, ed ora si accorge di apprezzarlo in modo del tutto diverso e nuovo. Un racconto per immagini La mostra si sviluppa su quattro nuclei tematici: Le persone, Il borgo, Il rapporto territorio e paesaggio e L’ambiente produttivo. Le immagini che raccontano le persone e la loro relazione con i luoghi di aggregazione e di coesione sociale (circoli parrocchiali, strutture sportive, parchi, bar, cinema, università e luoghi di culto) fanno emergere,

chiaramente, la multietnicità del quartiere, la coesistenza fra tradizione e modernità, le diverse generazioni che utilizzano, vivono e animano gli spazi. Particolare anche il rapporto fra territorio e paesaggio, dominato da luoghi di produzione industriale: qui infatti sorgeva la Zai, Zona industriale di Verona, e che ora sta subendo la trasformazione forse più profonda. «Una decina di anni fa –conclude Alfredo Manfron, altro socio del circolo – due capannoni industriali sono diventati una rifugio per i senza dimora: la casa di accoglienza Il Samaritano. Alcune foto della mostra sono state scattate lì, ed il progetto è stato presentato in una serata pubblica in quella sede. Per noi coinvolgere il territorio significa anche continuare la collaborazione con le realtà sociali che abbiamo incontrato grazie al progetto». Allora sta per cominciare una nuova storia, tutta da scrivere. Ovviamente, con la luce.

IL QUARTIERE

Da zona operaia e industriale a quartiere commerciale e multietnico Borgo Roma, e per estensione tutta l'area di Verona Sud, è un luogo estremamente interessante ed in forte trasformazione. Ardigò Giomarelli, vive qui da 15 anni. «In questi anni sono stato testimone delle profonde trasformazioni di questo luogo. Accanto alla crescente multietnicità e alla sempre più forte presenza degli studenti universitari, l'elemento più forte è dato dal fatto che questo quartiere, nato con una vocazione marcatamente produttiva, sta subendo un mutamento radicale verso il settore commerciale. È sorto un numero di supermercati impensabile vent'anni fa e gli spazi dell'archeolgia industriale inutilizzati (le ex cartiere, l'area dei magazzini generali e le celle frigorifere) si stanno riqualificando in senso produttivo. Nel tempo, con tutta la loro augusta fatiscenza, erano stati vissuti in modo creativo (ospitavano un circolo culturale e una compagnia di teatro amatoriale), altri, come le ex cartiere, erano divenuti rifugi informali per persone senza dimora, ma non trasmettevano soltanto, come può sembrare, degrado e fatiscenza. Ad ogni modo, c’è anche una trasformazione molto positiva di altri luoghi abbandonati, ad esempio l’area incolta vicino al Policlinico Unversitario che da qualche anno è diventata il nuovo parco S. Giacomo. Credo sia l’esempio di come la cittadinanza, vivendo uno spazio, gli abbia donato un’identità positiva, di cui possiamo beneficiare tutti». giugno 2017 Scarp de’ tenis

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Storia di Elena, che ha battuto l’anoressia di Angela De Rubeis

Difficile dire come sia cominciato. Elena Morigi, riminese, aveva 15 anni, frequentava il liceo con ottimi risultati. Ha sempre mangiato di tutto sin da piccola e sempre con molta serenità. Non c’è un big bang ma Elena, improvvisamente, finisce in un vortice. Avvolgente. Si chiama anoressia, un disturbo alimentare che la prende alla gola e rischia di portarla alla morte. Ci sono voluti quattro anni per riconoscere la malattia e intraprendere un percorso di salvezza. Oggi Elena, 26 anni, è una persona nuova, ostetrica e con la vita nelle sue mani.

Tutto è iniziato per voler perdere qualche chilo prima dell’estate poi la malattia si è impossessata di lei fino a portarla quasi alla morte. Ma Elena non ha mollato. Si è fatta e continua a farsi aiutare e oggi è un’ostetrica che accoglie la vita. «Oggi so che vale la pena lottare» 50 Scarp de’ tenis giugno 2017

Quando è iniziato tutto? Nessun evento scatenante. Solo il desiderio di perdere qualche chiletto in vista dell’estate. E così mi sono ammalata. Sì, perché l’anoressia, come gli altri disturbi alimentari è una vera e propria malattia anche se mi ci sono voluti anni di terapie per riuscire a darle questo nome. Come si finisce per non mangiare più? In principio piccoli cambiamenti alimentari, ho eliminato i dolci e i cibi


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RIMINI Arriva il primo ricovero... Tra alti e bassi siamo ad inizio 2009 e si avvicina l’esame di maturità. La scuola è sempre proseguita regolarmente. Arriva la diagnosi: “anoressia nervosa di tipo restrittivo”. Inizia un percorso all’interno dell’Ausl di Rimini che prevede incontri con dietista, psichiatra, internista e incontri di terapia familiare.

Due belle foto di Elena Morigi, 26 anni: dopo essere arrivata a un passo dalla fine sta vincendo la sua battaglia contro l’anoressia

i dati 3.240 vittime di anoressia in Italia nel 2016

3 milioni i malati entrati nel circuito delle cure

3,3% popolazione italiana affetta da anoressia o bulimia

7% popolazione italiana affetta da obesità

5% popolazione italiana affetta da disturbo alimentare incontrollato

80% percentuale dei malati donne

12-25 anni fascia d’età più colpita

8-12 anni fascia d’età del 20% dei malati

3 anni tempo medio che intercorre tra inizio della malattia e cure

800180969 Numero Verde SOS Disturbi Alimentari

più calorici. Nessun digiuno assoluto, nessun pasto saltato. Non vomito. Inizio a perdere qualche chilo e poi anche qualcuno di troppo, ma così lentamente che chi vive con me fatica ad accorgersene. Nel frattempo mi faccio più silenziosa, più chiusa, inizio ad evitare gli amici e le uscite del sabato sera. Camminare inizia a piacermi, o meglio non posso farne a meno. Nei giorni festivi, poi, il tempo dedicato all’attività fisica aumenta. Il ciclo mestruale scompare. Pensieri non sani, che si traducevano in azioni non sane, si stavano impossessando di me. Più passava il tempo e più i tratti patologici peggioravano. Eri consapevole di quanto ti stava accadendo? Ero sempre meno lucida, sempre meno me. Ogni giorno ero costretta a camminare un po’ di più del giorno precedente, ogni settimana a pesare un po’ meno della precedente. Dentro di me c’era un’altra me che mi stava schiacciando, limitando, soffocando, che mi ha chiuso gli occhi e rapito la mente obnubilando qualsiasi forma di ragionevolezza. E io non me ne rendevo conto. Mangi meno, cammini di più, cambi abitudini. Intorno a te nessuno ha notato nulla? Parenti, amici, insegnanti si rendono conto che la situazione mi sta sfuggendo di mano e cominciano, ciascuno a modo suo, a farmelo capire: chi diventa opprimente e indagatorio (tipico ruolo del genitore), chi mi guarda storto, chi mi ignora, chi fa battutine sgradevoli. Devo sempre elaborare sotterfugi e inventare scuse.

Poi la situazione precipita... Arrivo a pesare 38 kg. In tre anni ne ho persi oltre 20. Mai un cedimento, mai neanche un banale svenimento. Mi convincono a un breve ricovero (10-15 gg) all’ospedale di Riccione per fare della nutrizione parenterale. Obiettivo: poter affrontare più in forze l’esame di maturità. Cosa hai provato in quei giorni? Mi sentivo in gabbia. Mi viene impiantato un catetere venoso centrale dal quale vengono infuse le sacche di nutrizione parenterale. Subisco in silenzio, ma per fortuna questa tortura dura poco. Cateteri occlusi e rimossi (sono libera), ma le cicatrici le conservo tutte. Però poi hai ceduto... Inizio l’università e, dopo un anno di Farmacia, riesco a superare il test di ammissione a Ostetricia. Grande felicità. Non desideravo altro. Ostetrica, come la mia nonna. Ho 20 anni. In casa credono di avere un fantasma. La pelle è secca, i capelli cadono, ma le analisi del sangue sono perfette. Sono adrenalinica. Poi, all’improvviso, getto la spugna. È una sera di inizio

Oggi sono rinata e faccio un lavoro che mi permette di tenere in mano la vita. Mi sento fortunata perché «Un solo raggio di sole è sufficiente per cancellare milioni di ombre»

settembre. Riesco a dire basta a questo inferno: e ricovero sia. La mia situazione è così grave che se mi avessero messo in lista di attesa non so se sarei mai arrivata al ricovero. Via per un viaggio lungo cinque mesi. Destinazione: ospedale psichiatrico “Villa Maria Luigia” a Monticelli Terme. Mai pentita della scelta? Il percorso lontano da casa è stato duro. I medici possono fare di tutto per curarti, ma se tu non collabori tutti gli sforzi restano vani. Se sono viva il merito è dell’équipe della clinica specializzata che ha accettato di prendermi in carico. Sei “tornata” nel mondo. Con quale spirito? Dopo due mesi di ricovero e tre mesi di day hospital vengo dimessa. Sono rinata. Attenzione, non sono guarita, ma mi sono regalata la possibilità di vivere ancora. E questo è il regalo più bello che potessi farmi. Mi sono laureata, sono un’ostetrica e ne vado fiera: una professione di cui sono innamorata, e che per me rappresentata una potente medicina. Osservare quotidianamente “la vita”, accarezzarla, prendermene cura, capire che e qualcosa di tangibile. E la tua famiglia? Ho riallacciato relazioni che con il tempo erano andate sgretolandosi, ho viaggiato, vissuto nuove esperienze, ma non ho mai smesso di farmi aiutare e non intendo farlo. La psicoterapia è stata – ed è – fondamentale per continuare il lavoro su di me, per imparare l’importanza del prendersi cura ogni giorno. Miracolo nel miracolo: un’amicizia più forte della malattia... Anche V. ha combattuto la sua battaglia contro i disturbi del comportamento alimentare. Ci siamo incontrate tre anni fa e presto per lei è arrivata la gravidanza tanto attesa. Lei sapeva che se avesse voluto io ci sarei stata. E così è stato. Oggi so qual è il cammino che voglio percorrere, so per cosa vale la pena lottare. Come dice San Francesco «Un solo raggio di sole è sufficiente per cancellare milioni di ombre». giugno 2017 Scarp de’ tenis

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Il paese dipinto che racconta la propria anima di Stefania Marino

Piano Vetrale, frazione del Comune di Orria in provincia di Salerno, da oltre quarant’anni ha messo a disposizione di artisti di tutto il mondo le pareti del borgo per raccontare la storie della gente del luogo. Viaggio di Scarp in un luogo magico 52 Scarp de’ tenis giugno 2017

Lo chiamano il paese dei murales. Si chiama Piano Vetrale ed è un piccolo borgo nel cuore del Cilento, dove negli anni i murales hanno arricchito con colori, senso e significato tutto il paese. Un patrimonio artistico che parte dall’idea di celebrare l’arte e la figura di Paolo De Matteis, chiamato anche Paoluccio della Madonnina, pittore di spicco del Seicento napoletano, allievo di Luca Giordano e qui nato il 9 febbraio 1662. Tutto ebbe inizio nel 1977 grazie alla volontà del Circolo culturale Paolo De Matteis e grazie ai primi artisti che decisero di essere parte di questo progetto. Tra questi, il pittore siciliano Pino Crisanti. Fu l’inizio di un viaggio alla ricerca delle proprie radici di comunità. Questa idea di arte diffusa, fu poi fatta propria dalla Pro Loco che ha


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SUD

Nelle foto tre degli oltre cento murales che costellano l’abitato di Piano Vetrale, una frazione del Comune di Orria, in provincia di Salerno

Anche l’emigrazione va raccontata. Ed è così che i murales diventano lo specchio della nostalgia, del dolore del distacco di un uomo e di una donna, diventano anche la testimonianza di un passato spesso solo conservato nei libri di storia

poi negli anni seguìto ogni singola iniziativa e che ha portato, in quarant’anni, ad avere un centinaio di murales. «Vogliamo che Piano Vetrale – spiega il presidente della Pro Loco, Giuseppe Sica – diventi un museo a cielo aperto». Tante le tematiche che negli anni sono state riproposte attraverso i murales. Una scelta ben precisa di far riemergere la vita sociale del borgo, mettere in luce in una sorta di libro figurato i volti degli uomini e delle donne, i loro gesti quotidiani, legati al lavoro e alla famiglia. Murales che raccontano Ed è così che i muri iniziano a parlare. Storia e sociologia racchiuse nei colori a raccontare la gente, le sue fatiche, i suoi sogni. Spazio anche alla mitologia e all’attualità. Nel 2012, Mauro Trotta, artista di Capizzo, frazione di Magliano Vetere, autore di diversi murales oltre che del restauro di altri, rende “viva” nella scenografia del paese, l’immagine di una donna d’altri tempi, intenta a filare la lana. Nel 2011 lo stesso artista dedica un murale al fumettista Sergio Bonelli.

Anche l’emigrazione va raccontata. Ed è così che i murales diventano lo specchio della nostalgia, del dolore del distacco di un uomo e di una donna, la testimonianza di un passato spesso solo conservato nei libri di storia. Qui, il passato, diventa invece palese, pubblico, a disposizione della memoria collettiva. È questo il valore aggiunto. Negli anni, a Pia-

no Vetrale, frazione del Comune di Orria, arrivano artisti da ogni parte. A luglio tre nuove opere Guy Jullien è francese e nel 1980, in via delle Regioni, realizza un murale che tutti chiamano La disperazione. Nel 2011 , l’artista Marilena Cilione lascia a Piano Vetrale il ricordo del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Nel 2015, proprio di fronte alla Chiesa di Santa Sofia, viene realizzata su un’intera parete laterale di un’abitazione La piazza come testimonianza del lavoro contadino da Antonio Loffredo, Enzo Baldi, Antonino

Izzo e Salvatore Damiano. Altra singolare opera artistica di Francesco Autuori è il mosaico in ceramica raffigurante Sant’Elia e il rito del “Cinto” esercitato un tempo dalla popolazione nei momenti di siccità. La storia dei murales di Piano Vetrale, viene raccontata da Massimo Sica nel libro “La vita dipinta”. Ogni anno, da 37 anni, a Piano Vetrale si svolge Il Pennello d’Oro. L’appuntamento per quest’anno è dal 28 al 30 luglio. Tre giorni per dare spazio ai nuovi murales ma anche per accogliere quegli artisti che vorranno calarsi nella sezione estemporanea e nella fumettistica.

IL PROGETTO

Due nuovi murales grazie alle scuole: studenti ospiti delle famiglie del luogo Da pochi giorni Piano Vetrale ha due nuovi murales: li hanno realizzati nei primi giorni di maggio gli studenti della terza E del liceo artistico Marco Polo di Venezia nell’ambito di un progetto di alternanza scuola-lavoro. Circa trenta studenti, accompagnati dai loro docenti, hanno realizzato nella sala comunale ad Orria due grandi murales, uno rappresenta un portale del centro storico del paese che accompagna il cammino di un uomo e di un bambino, l’altro il volto sorridente di una donna con il grano, simbolo del territorio. Un’esperienza didattica ma anche umana e sociale che ha visto per una settimana i giovani studenti ospiti di alcune famiglie del luogo. Una felice permanenza che gli ha permesso di conoscere anche il territorio del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Non è la prima volta che il mondo della scuola incontra i murales di Piano Vetrale. Nel 2014 a realizzare i murales furono gli studenti dei Licei artistici Levi di Eboli e Sabatini-Menna di Salerno. giugno 2017 Scarp de’ tenis

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aforismi

POESIE

di Emanuele Merafina

La vita Ah, quel bagaglio ricolmo di esperienze che trasciniamo quasi appreso al cuore! Angoscia, rabbia, fragile dolore si annidano negli angoli remoti tra i minuscoli spazi delle cose, dove lo sguardo fuga l’attenzione. C’è ancora posto, eppure per la vita! Per quella forza a ogni altra superiore che rende meno dura la salita. Non più quell’ansia, quella frustrazione ma l’indomita voglia, ineguagliata che sconfessa

Poesia è gelosia La gelosia blocca le ali della poesia. Vivere nel timore di sempre sbagliare fa sanguinare il cuore. La poesia nasce dall’amore, viene dalla gioia e spesso dal dolore. Ma se la gelosia infuria sull’amore soffoca la poesia che lentamente muore.

ogni ipotesi e ragione. Quell’abito pesante e consumato

Gaetano “Toni” Grieco

Fuoco amore Un mare da amare, nessuno è escluso, nessuno straniero è libero, come i buoni e i cattivi La pasta e la pizza Sono unite da profonda amicizia e a casa la gente ne va matta

Giustizia e amore La tua giustizia è una cosa con la tua misericordia com’una cosa è il calore del fuoco e la sua luce, o Re incontrastato dell’ampia terra della vita. Non abolita è la legge ma è innalzata al cielo come ramo che dall’ombra si protende verso il sole perché i suoi germogli alla bellezza s’aprano, al frutto della sapienza che genera l’amore. Pietro Pizzichemi

che indossiamo con gioia ogni momento malgrado mostri assai più di un rammendo. Aida Odoardi

Divino mio amore Siam materia infinita in frazioni di tempo con la grazia di un corpo. E un’ingiusta coscienza che vivere il bello sia question d’apparenza. Ma sostanza è volare in carezze alla mano tu che sfiori il mio volto nel ripetermi il nome sei assoluta Bellezza sei il Divino mio Amore. Mino Beltrami

Pietà Queste pseudo volpi con piccoli colpi t’accarezzano tentano (magari?) accontentano e poi pensano come mangiarti, condirti, tradirti, ferirti con tanta infedeltà e crudeltà, beltà possibilmente non lascian dinanzi avanzi senza un briciolo di pietà.

L’idea di un giovane volontario della Ronda della carità di Milano: una App contro lo spreco alimentare Giovanni Ricciardi

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VOCI DALL’EUROPA

Glasgow capitale del mentoring, garantire futuro ai meno fortunati

di Ronnie Convery

Una decina di anni fa, durante una cena tra accademici, giornalisti, educatori e uomini d’affari, si parlò di come arginare il problema dell’abbandono scolastico nei quartieri periferici di Glasgow. Da quella discussione nacque l’idea di un progetto (poi realizzato), rivolto agli adolescenti e legato all’istruzione scolastica e all’ambiente circostante. Nei quartieri periferici di Calton, Possil e Shettleston sono numerosi gli adolescenti che vivono in povertà e che a causa delle condizioni economiche e ambientali, non riescono a cogliere le opportunità che a volte hanno per cambiare la loro vita. Il progetto prevede l’obbligo per gli studenti che frequentano l’università Strathclyde di Glasgow, una delle più prestigiose business school d’Europa, di fare da mentori ai giovani studenti delle periferie della città. Il loro compito è quello di stabilire con loro relazioni e legami, supportarli e consigliarli, al fine di far emergere e di mostrare loro che possono esserci altre vie percorribili.

scheda Ronnie Convery, nato nel 1965, è giornalista, scrittore, personaggio televisivo e traduttore in UK. È stato uno dei pionieri per le nuove connessioni culturali tra Scozia e Italia. Ronnie mostra un particolare interesse per emigrazione, religione e scambi culturali, e contribuisce sui media di entrambe le nazioni.

Esperienza utile a tutti Promotore di questa iniziativa è un vulcanico professore, David Hillier 47enne di Glasgow, decano della Strathclyde Business School e adjunct professor al Politecnico di Milano e all’Università di Bologna. «Per gli studenti universitari non si tratta di andare nelle periferie urbane per fare un po’ di beneficienza per poi ritornare al privilegiato ambiente accademico –racconta Hillier –. Questo impegno rappresenta un elemento fondamentale per la loro formazione umana e professionale. I futuri uomini e donne d’affari devono conoscere le di-

Gli studenti che frequentano l’università Strathclyde di Glasgow, una delle più prestigiose business school d’Europa, sono stati coinvolti in un progetto che prevede facciano da mentori ai giovani studenti delle periferie più depresse della città. Prima di questa iniziativa solo il 48% dei giovani proseguivano gli studi, ora la percentuale è salita all’82%

verse sfaccettature della società e l’esperienza che fanno con i ragazzi delle periferie lascia in loro un solco profondo. Sono in molti a pensare che è un elemento significativo del loro percorso universitario». Un progetto che funziona Ultimamente l’iniziativa ha avuto un nuovo sviluppo, e in accordo con un organismo benefico il progetto è stato esteso ai docenti di una quindicina di scuole scozzesi, l’obiettivo è quello di coinvolgere il 20% del personale in servizio. Ogni docente si fa carico di seguire uno studente facendo da guida e mentore per un’ora la settimana. «Nella mia classe – racconta un insegnante – nessuno dei parenti, amici o vicini dei miei studenti è andato all’università, per questo non riescono ad immaginare per loro un futuro diverso. Ricordo bene un mio studente: era brillante, intelligente e con grandi doti umane. Un giorno gli chiesi cosa avrebbe voluto fare al termine della scuola. La risposta fu: trovare un lavoro nel negozio di scarpe del centro commerciale. I suoi orizzonti erano così limitati che l’idea di frequentare l’università non lo aveva sfiorato.Ecco perché penso che l’iniziativa della Strathclyde sia importante».

Da una recente ricerca si è visto che prima dell’attuazione di questo progetto solo il 48% dei giovani proseguivano gli studi, ora la percentuale è salita all’ 82%.

Il professor David Hillier, anima del progetto di mentoring

Nel 1990 Glasgow fu capitale europea della cultura, una scelta, a detta di molti, poco appropriata. Oggi ha un nuovo primato: capitale europea di mentoring, ossia di guida per i giovani delle periferie disagiate. Esempio concreto di giving something back, ossia restituire parte di ciò che abbiamo avuto in dono. giugno 2017 Scarp de’ tenis

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VENTUNO

L’allarme degli esperti: tra 33 anni la quantità di plastica che galleggia negli oceani sarà superiore alla quantità di pesce presente. Milioni di tonnellate di rifiuti plastici – buste, scatole, bicchieri, piatti – finiscono nelle acque del mare

di Andrea Barolini

Più di 150 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica già galleggiano nei mari di tutto il mondo. Una massa di rifiuti immensa, che entro il 2050 potrebbe raddoppiare. La fondazione Ellen MacArthur ha infatti lanciato da tempo l’allarme: uno studio pubblicato nel gennaio del 2016 ha spiegato che tra 33 anni la quantità di

plastica presente negli oceani sarà maggiore perfino rispetto a quella di pesce. «L’uti-

scheda Ventuno come il secolo nel quale viviamo, come l’agenda per il buon vivere, come l’articolo della Costituzione sulla libertà di espressione. Ventuno è la nostra idea di economia. Con qualche proposta per agire contro l’ingiustizia e l’esclusione sociale nelle scelte di ogni giorno.

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lizzo di prodotti di plastica si è moltiplicato per venti nella seconda metà del Ventesimo secolo e un ulteriore raddoppio è previsto nei prossimi venti anni», si legge nell’analisi, i cui autori spiegano che – spinta dalla facilità di fabbricazione e dei costi particolarmente bassi –la produzione mondiale è passata da un valore pari a 15 milioni di tonnellate nel 1964 a 311 milioni nel 2014. Il mondo, dunque, è ricolmo di buste, bottiglie, imballaggi, scatole, bicchieri, piatti, posate e numerosissimi altri prodotti di plastica. Che possono risultare utili per le attività quotidiane, ma hanno un effetto ne-

© Creative Commons / Tobias Abel

Muore il mare La plastica soffoca gli oceani

LA STORIA

Il petroliere pentito che vuole «restituire alla società» la sua fortuna Per anni ha sfruttato a piene mani il business della pesca e quello degli idrocarburi, e così è diventato il decimo uomo più ricco della Norvegia. Kjell Inge Røkke era considerato un imprenditore di successo, ma di certo non un ambientalista. Attraverso la holding Aker, che possiede al 66,7%, il miliardario controlla infatti la Aker BP (che si occupa di produzione petrolifera), la Aker Solutions (servizi), la Kvaerner (ingegneria e costruzione meccanica) e la Aker Biomarine (pesca). Eppure l’uomo ha deciso di cambiare rotta: ha finanziato la costruzione di una nave da 181 metri, che potrà ospitare 30 membri dell’equipaggio e una sessantina di scienziati. L’imbarcazione sarà utilizzata per effettuare ricerche oceanografiche, e sarà dotata per questo delle più moderne strumentazioni. «Voglio restituire alla società la maggior parte della ricchezza che ho accumulato – ha spiegato Røkke –. Questa nave rappresenta solo il primo elemento». Il progetto è stato messo a punto grazie ad una collaborazione con il Wwf norvegese: la segretaria generale dell’associazione, Nina Jensen, ha spiegato che «in questo modo la ricerca scientifica potrà effettuare un importante salto di qualità». In particolare per quanto riguarda la ricerca di microplastiche: «Un problema che è diventato quantomai urgente», ha concluso la militante.


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fasto sull’ambiente, sulla fauna e sulla catena alimentare. La maggior parte della plastica, circa il 95%, viene infatti utilizzata solo per pochissimo tempo, finendo immediatamente nella spazzatura. Si spreca così una cifra compresa tra 80 e 120 miliardi di dollari all’anno. Il 32% degli imballaggi, inoltre, viene gettato dove capita, e ogni anno almeno 8 milioni di tonnellate finiscono nel mare: «Nel 2030 arriveremo ad un camion della spazzatura scaricato negli oceani ogni minuto e quattro camion nel 2050». Già oggi, questa immensa massa di rifiuti viene trasportata dalle correnti e converge in una serie di “isole di plastica” che, messe assieme, coprono ormai una superficie pari a 3,5 milioni di chilometri quadrati (tanto che c’è chi parla ormai di “settimo continente”). Ma quali sono le con-

Per il navigatore francese Deixonne, «rispetto ai milioni di tonnellate di plastica presenti seguenze sulla fauna, sulla flora e sugli esseri umani di negli oceani, tale fenomeno? Il magazine se il mondo francese Sciences et Avenir ha riferito non agirà ce ne l’esperienza di Patrick Deixonne, navigatore-esploratore che tra il 15 saranno più maggio e il 15 giugno del 2016 si è re- di 450 nel 2025»

cato nell’Atlantico settentrionale per visitare e studiare l’immensa isola presente nel mare dei Sargassi. «Questi materiali chimici, poco biodegradabili, si frammentano in particelle di dimensioni infinitesimali, creando una sorta di “zuppa”, capace di resistere all’azione dell’acqua di mare e ai raggi ultravioletti anche per mille anni». L’estensione di questi agglomerati di plastica è immensa: basti pensare che l’isola presente nel Nord dell’oceano Pacifico copre una superficie pari a dodici volte quella di un Paese come l’Italia.

L’80% del materiale presente nei mari arriva dai continenti, drenato dalle piogge, trasportato dai venti e instradato dai corsi d’acqua dolce. «Rispetto ai 300 milioni di tonnellate presenti oggi negli oceani, se il mondo non agirà ce ne saranno oltre 450 milioni nel 2025», ha sottolineato Deixonne, che con un catamarano di 18 metri ha percorso 2.500 chilometri per raggiungere l’area e prelevare dei campioni da analizzare. «Si è trattato – ha raccontato – di una missione pericolosa. Eravamo in

dieci, in un abitacolo di appena 20 metri quadrati, a più di duemila chilometri dalla costa più vicina, in mezzo ad un mare oleoso con onde alte 5 metri». I risultati hanno permesso di stimare la presenza di circa 200mila detriti per chilometro quadrato: nella maggior parte si tratta di frammenti il cui diametro non supera i due millimetri. Ma non è tutto: i ricercatori hanno anche scoperto che le “isole di plastica” fungono da Dcp, ovvero “dispositivi di concentrazione dei pesci”, un sistema utilizzato dai pescatori per aggregare gli animali. Questi ultimi ingeriscono le micro-plastiche e le nano-plastiche – dapprima colonizzate da microrganismi, quindi assimilate nel plancton – che in tal modo sono ormai entrate a far parte della catena alimentare. Ciò si riverbera evidentemente su tutte le altre specie che si nutrono di pesce, a cominciare dagli uccelli marini, fino ad arrivare agli esseri umani. Inoltre i micro e macro detriti galleggianti rappresentano nuovi “ponti” per alcuni insetti marini che stanno infestando in mogiugno 2017 Scarp de’ tenis

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VENTUNO

Cosa fare concretamente? Certamente occorre partire dalla riduzione del “consumo di plastica” a partire dai sacchetti della spesa

bando la plastica, appare di fatto una soluzione non praticabile. Tuttavia, non tutta la plastica che usiamo è davvero necessaria. Un conto, ad esempio, è la pellicola per alimenti, che consente di diminuire il quantitativo di cibo sprecato. Un altro sono invece le buste della spesa, il cui utilizzo può essere evitato, semplicemente prendendo l’abitudine di uscire di casa con una borsa riutilizzabile, magari di stoffa. Ancora, c’è chi propone di fare in modo che i detriti non finiscano nel mare. L’operazione sarebbe certamente utile, ma applicata all’intero pianeta appare titanica. Basti pensare che, in Francia, ogni anno una ong lancia un’operazione di ripulitura della Senna, raccogliendo un quintale di rifiuti ogni

Russia e Cina puntano a sfruttare l’oceano Artico

La fusione della calotta glaciale, che per gli ambientalisti sarebbe una catastrofe, per la Russia potrebbe rivelarsi occasione di business 58 Scarp de’ tenis giugno 2017

Ci sono 300 milioni di tonnellate di plastica che galleggiano nelle acque dei mari del pianeta. Tonnellate destinate ad aumentare in misura considerevole se non si cambiano alcune abitudini, anche nel quotidiano

© Creative Commons / Vaidehi Shah

Di fronte a tale problema, cosa si può fare, concretamente? Immaginare di mettere al

100 metri. Oppure si può puntare alla strada indicata dall’olandese Boyan Slat, che ha immaginato l’installazione di una sorta di diga per bloccare le plastiche trasportate dalla corrente. L’associazione The Ocean Cleanupsi è impegnata nella costruzione di un prototipo, ma il sistema non risolve il problema dei frammenti più piccoli (le nano-particelle) e rischia di creare problemi alla fauna marina. In alternativa, più concretamente, si può scegliere di utilizzare unicamente plastiche biodegradabili, come quelle prodotte dall’azienda italiana Novamont (il Mater-bi), a partire da materiali naturali e scarti come il mais (il che consente tra l’altro di alimentare un’economia virtuosa e “circolare”). A condizione però che non solo gli shopper, ma anche tutti (o quasi) gli altri prodotti a base di plastica di largo consumo siano proposti anche in “versione ecologica”.

Nonostante un ambiente estremamente delicato e nonostante i giganteschi rischi ambientali, i mari continuano ad essere considerati una fonte di business da multinazionali e governi di tutto il mondo. Ultimo in ordine di tem-

di business che garantisce il Circolo Polare Artico, infatti, sono già nel mirino di alcuni tra i più potenti oligarchi russi, compreso l’uomo più ricco del

po, è l’interesse manifestato dalla Russia di Vladimir Putin e dalla Cina per il più vulnerabile di tutti gli oceani: quello Artico. Al termine del Forum annuale dell’Artico, che si è tenuto ad Arkhangelsk, il leader moscovita ha spiegato senza mezzi termini quali sono le mire del suo Paese sul Grande Nord. Dapprima ha confermato a tutti il suo giudizio sulla questione del riscaldamento globale: «È cominciato negli anni Trenta, quando non esistevano emissioni e impatto antropico. Si tratta di normali cicli della Terra». Il che, tradotto, significa che le attività antropiche non hanno avuto a suo dire alcuna incidenza, e gli studi di migliaia e migliaia di scienziati di tutto il mondo sono carta straccia. Un punto di vista

Paese, Leonid Mikhelson, che ha già avviato investimenti nel progetto di sfruttamento di gas naturale “Yamal Lng”, al quale partecipano anche due gruppi cinesi e la francese Total. Putin ha infine avviato la costruzione di quindici gigantesche metaniere rompighiaccio. Mosca prevede infatti di investire nell’area la bellezza di 210 miliardi di rubli, che equivalgono a circa 3,75 miliardi di euro, con l’obiettivo di edificare porti, fondare nuove città e sfruttare nuovi terminali marittimi per la movimentazione delle merci. I primi nove terminal sono già stati individuati, tra le città di Mourmansk e Anadyr, nel distretto di Chukotka. Putin sa infatti che la fusione della calotta glaciale, che per gli

che per Putin equivale a fornire carta bianca alle grandi aziende russe, pubbliche e private. Le possibilità

© Creative Commons / Christopher Michel

do sempre più importante alcune aree del pianeta.


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SCHEDA Il terminal merci del porto di Murmansk, nel Circolo Polare Artico

ambientalisti di tutto il mondo rappresenta una minaccia gigantesca per la stabilità ecologica (e non solo) globale, per la Russia potrebbe rivelarsi invece una manna dal cielo dal punto di vista finanziario. Il riscaldamento globale sta infatti provocando l’apertura di un nuovo “passaggio a Nord-Est”: una nuova rotta marittima polare che consentirebbe di risparmiare una quantità enorme di denaro a tutti gli esportatori di merci. Come nel caso di quelle che dalla Cina devono raggiungere l’Europa. Anche Pechino ne è perfettamente cosciente e non a caso ha inviato ad Arkhangelsk una delegazione estremamente nutrita, compreso il vice-primo ministro Wang Yang. Per rendersi conto di cosa significherebbe per l’economia cinese, basti pensare che la distanza tra Amburgo e Shanghai diminuirebbe di circa 2.800 miglia nautiche, rispetto alla rotta tradizionale, che comporta l’attraversamento del Mediterraneo e del Canale di Suez.

Le possibilità di business che garantisce il Circolo Polare Artico sono già nel mirino dei potenti oligarchi russi. E Mosca prevede di investire in quell’area più di 3,75 miliardi di euro in strutture, porti e terminal merci

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INCONTRI

LABORATORI

AUTOBIOGRAFIE

CALEIDOSCOPIO

Misia e Tissì musicisti e improvvisatori che impostano i propri spettacoli “sentendo” i gusti del pubblico.

Misia e Tissì e la buona onda della musica Tissì viene dallo Sri Lanka, da piccolo era sempre circondato dalla musica e all’età di 13 anni, trasferitosi in Italia, ha continuato a suonare. Prima il piano, poi basso e batteria anche se si sente più a suo agio e libero di esprimersi con la chitarra (al momento una Fender) e qualche volta anche il violino. Tissì suona prevalentemente pezzi reggae o li arrangia in quello stile. Misia ha incontrato Tissì circa tre anni fa: «Lui era stato in tournée in Europa, io tornavo dal Mozambico. Ci siamo piaciuti. Così abbiamo deciso di provare a suonare insieme. Ci piace improvvisare e la “buona onda” gira per questo: lui suona e io canto. Poi io suono e così via». L’improvvisazione è l’essenza della loro arte: «Cerchiamo di capire chi abbiamo davanti – continua Misia – e gestiamo il momento. E la gente apprezza perché ha sempre più voglia di semplicità, di musica, di danza, delle cose primordiali che sentiamo tutti». Chiedo infine a Tissì quale sia la cosa più bella capitata da quando si esibisce in strada. Lui, raggiante, risponde: Antonio Vanzillotta «Che mi sono innamorato di Misia e per questo quando suono regalo ancora più energia al pubblico» . giugno 2017 Scarp de’ tenis

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PAROLE

Augusto, poeta e lustrascarpe che scappa di casa per mangiare dolci Le “foto velate” di Oreste Pipolo ci raccontano di Gennaro all’opera nella sua bottega e, qui sotto, di Augusto e il suo bastone. A destra don Gennaro mentre gioca a carte e sotto il locale che ha inventato la pizza sospesa

Gennaro, storia di un pittore e del suo pappagallo Sprink Gennaro 50 anni, fa il pittore, un mestiere nato insieme a lui. La sua passione innata l’ha scoperta un giorno a una mostra: capì che quell’arte faceva parte della sua vita. Decise così di affittare una bottega nei pressi di Piazza di Spagna a Roma. Gennaro trascorreva tanto tempo seduto su una sedia e davanti a lui aveva una piccola lavagnetta con colori, tempere, pennelli e, a fargli compagnia, il pappagallino Sprink, amico di una vita. Molti lo conoscevano, non solo per il suo lavoro ma anche per il carattere aperto alla vita, un uomo che esprimeva le sue emozioni. È sempre stato capace di farsi voler bene da tutti, chiacchierava con chiunque e, soprattutto, era molto affabile con le persone del vicinato. Non a caso la sua bottega era sempre piena di gente visto che le persone del quartiere, tra un un’incombenza e l’altra, facevano visita a Gennaro e a Sprik. Gennaro, col tempo e la pazienza, aveva insegnato a Sprik a pronunciare delle parole. Al mattino quando entravano le persone diceva: “Buongiorno, entrate, entrate”. Tra i due si era instaurata una bella amicizia e Gennaro con la sua compagnia riusciva a dipingere. Così, il tempo, i giorni, le ore, trascorrevano spensieratamente e serenamente. Al pomeriggio Sprik aspettava l’ora in cui i bambini, usciti da scuola, passavano per salutarlo e lui si divertiva a giocare e scherzare con loro. Era talmente abituato al loro arrivo che riusciva a capire con un po’ di anticipo il momento in cui arrivavano i suoi piccoli amici. La bottega di Gennaro, rimasta aperta per tanti anni, è stata una tra le più visitate della città. Perché era un pittore apprezzato, ma Marianna Palma anche per il suo piccolo pappagallo colorato. 62 Scarp de’ tenis giugno 2017

Oggi è il mio compleanno e compio 71 anni e i miei figli mi hanno regalato un ritratto. Mi chiamo Augusto ho cinque figlie e da un paio d’anni ho scoperto di non stare tanto bene. Ho il diabete e mia figlia Luisa, che è la più piccola e vive con me, mi priva delle mie delizie: i dolci, il babà e la Coca Cola. Sono miope e ho l’osteoporosi per colpa del diabete. Con i soldi della pensione ho comprato un bastone e un bel paio di occhiali. Ho lavorato per tanti anni come lustrascarpe, pulivo le scarpe ai signori e incontravo tante persone diverse, il lavoro mi piaceva. Ogni mattina prendo il bastone e vado girando per la mia città. Anzi, diciamola tutta, faccio il giro del palazzo perché c’è la pasticceria, mi compro un bel dolce, mi siedo sulla panchina e me lo gusto. Un giorno mia figlia Luisa mi ha sgamato. Cioè mi ha scoperto: avevo preso una bella graffa piena di zucchero ma mi sono dimenticato di pulirmi la bocca e così lei se n’è accorta e mi ha sgridato. La foto che mi hanno fatto è bella ma non mi piace: la guardo e penso ai vecchi tempi, quando correvo e vedevo bene e avevo tanti capelli in testa. Non sono nato bello e neppure alto. Mia moglie Maria l’ho conquistata con la mia simpatia e con le mie poesie. I miei nipoti e le mie figlie ogni volta che c’è una festa mi fanno dire una poesia. Ridono. Hai voglia a spiegare che sono versi malinconici. La gioventù tratta noi anziani come bambini. Adesso vi saluto perché è mezzogiorno e io ho un po’ fame. Maria Esposito


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NAPOLI

Gennaro e Italia, sposi felici, due cuori e un basso ai Vergini Dato in affido da ragazzo a un famiglia di Cesena, Gennaro ha scoperto le sue radici e la sua città grazie alla zia Filomena Don Gennaro ormai è in pensione e passa il tempo a giocare a carte. Vive ai Vergini, in un basso, dopo aver passato la vita a fare il bidello. A scuola i suoi occhi hanno visto bambini passare tante vite diverse. Il suo hobby preferito era giocare a carte ma, purtroppo, il lavoro gli portava via tutto il tempo. Da quando è andato in pensione può seguire il suo hobby anche se, con il passare degli anni, la sua vista si è abbassata ed è peggiorata. Ha dovuto mettere gli occhiali, non voleva, lo ha convinto la moglie Italia. Il volto di don Gennaro è segnato dalla vita: dopo aver perso i genitori da bambino ha dovuto lottare contro tutto e tutti. Affidato a una famiglia di Cesena, a 18 anni se ne è andato a Bologna a cercarsi un lavoro. Dopo diversi tentativi si è messo a fare il salumiere. Lì, in quel negozio ha conosciuto Italia, più grande di lui di 2 anni e faceva la cassiera. Un giorno gli arrivò una lettera da Napoli in una busta bianca, Gennaro non sapeva chi fosse, visto che della sua città natale aveva solo un vago ricordo. Nella lettera c’era scritto: “Caro Gennaro è morta tua zia Filomena”. Gennaro decide di andare al funerale della zia, lì conosce i parenti che non aveva mai visto prima e scopre, rimanendone colpito, che la zia Filomena gli aveva lasciato in eredità un basso ai Vergini. Il richiamo della sua città, dei suoi luoghi e le sue origini fu molto forte: chiamò la fidanzata e la fece venire giù a Napoli. Italia non era convinta di lasciare Bologna dove

aveva un lavoro, ma l’amore fu più forte di ogni cosa e prese il primo treno per Napoli. Alla stazione c’era Gennaro che la aspettava con un fiore. Un rosa rossa, lo stesso colore forte e sanguigno del suo amore per Italia. Si sposarono nella chiesa del Carmine ed andarono a vivere ai Vergini e così realizzarono il loro sogno d’amore da cui è nato Antonio, unico e amato figlio. Poi Gennaro vinse il concorso da bidello e, così, oltre all’amore trovò anche un lavoro onesto e rispettabile. Ora è qui, in questo locale dove si trovano tutti i pensionati a giocare a carte. Ma don Gennaro la sua partita l’ha vinta già: quella della vita. Luciano D’Aniello

PAROLE

Pizza sospesa, il piacere donato a chi non può Al rione Sanità va in scena il vero cuore di Napoli Chi non ha mai sentito parlare del caffè sospeso? A Napoli è tradizione, storia, costume, cultura. Ma oggi c’è una novità. Dopo il caffè arriva anche la pizza sospesa. Una nota pizzeria del rione Sanità, ha avuto l’idea. Persone che non hanno problemi economici, o semplicemente con una grande sensibilità ai problemi degli altri, pagano una o più pizze per offrirle a chi ne ha bisogno. Un bel gesto in un mondo che affonda nell’egoismo. Molti pensano di vivere bene pensando solo a se stessi. Un inganno colossale. Un campo non irrigato secca e non produce più frutti. Allo stesso modo chi pensa solo a sé inaridisce la sua anima. La vita è una strada a doppio senso di circolazione. Di amore bisogna riceverne ma anche darne. L’idea della pizza sospesa è bella, forte, toccante. Nasce dal grano che poi diventa farina. In più la fantasia per condirla. Valori, genuini, veri, sono concentrati in questo cerchio di pasta. Il lavoro nei campi, la vita all’aria aperta, la natura, l’odore della legna che brucia. La pizza restituisce agli occhi e all’anima la vera dimensione dell’uomo e della sua assistenza. E se a questo aggiungiamo il pensiero di aiutare il prossimo, creiamo un mix dal valore straordinario. La pizza sospesa regala il piacere a chi non se la può permettere. Anche questo è il cuore di Napoli. Giuseppe Del Giudice giugno 2017 Scarp de’ tenis

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CALEIDOSCOPIO

A contatto con la scure Sentire in ogni momento sempre lo stesso lamento finché non sale lo sgomento tornare a casa con un treno che sferraglia lento e il giorno dopo ti svegli con la testa di cemento e sopporti ancora lo stesso tormento. Ma chi te lo fa fare di stare ad ascoltare chi non sa nemmeno parlare sanno solo gridare e non se ne vogliono andare nemmeno quando le parole diventano come il canto delle zanzare e solo di una cosa ti accorgi che nella loro stessa melma sanno remare e questo dovrebbe farli tremare. Ma se c’è qualcuno che una poesia ti sa sussurrare corri da lui non farlo aspettare. Ferdinando Garaffa

Allo Spazio Natta in mostra una Como (non) molto accogliente di Salvatore Couchoud

È dal 2016 che la città di Como ha acquisito uno spazio di rilievo nella mappa delle rotte dei migranti verso l’Europa, posizionandosi accanto a luoghi da tempo famosi come Idomeni, Lesbo, Lampedusa e Ventimiglia. Le immagini delle aberranti condizioni di vita a cui sono stati per lungo tempo costretti i migranti respinti alla frontiera elvetica e accampati davanti alla stazione ferroviaria San Giovanni, rimbalzate su tutti i canali d’informazione e all’origine di polemiche spesso strumentali, sono state riproposte nella mostra fotografica allestita nello Spazio Natta della via omonima a Como, dal 6 al 21 maggio. Immagini forti che sono valse da un lato a riattizzare malumori mai sopiti e pacificati ma, dall’altro, a ridestare le coscienze sui problemi dei richiedenti asilo. In questo senso si può dire che la mostra ha colto nel segno, centrando l’obiettivo che gli organizzatori si erano prefissati in sede di progettazione. A cominciare da don Giusto Della Valle, parroco della comunità di Rebbio, ormai da anni in prima fila nell’impegno

sul fronte dell’accoglienza. «Una città di frontiera come Como –spiega don Giusto – necessita di mentalità, servizi e strutture che la rendano tale, ma a tutt’oggi la città di Como e la sua amministrazione non si rendono conto o non vogliono rendersi conto della realtà mutata. La Parrocchia di Rebbio e i tanti cittadini comaschi e ticinesi che a Rebbio hanno trovato un laboratorio aperto all’accoglienza stanno contribuendo insieme a tanti altri cittadini e realtà associate a costruire un pezzetto di città aperta e conviviale. Ma questo lavoro di accoglienza non è un “di più”, non è misericordia: è un dovere di giustizia. È un diritto dell’uomo ad ogni latitudine essere accolto in un paese in cui è forestiero e accogliere chi viene straniero nel suo paese». Se un risultato è stato centrato dalla mostra fotografica di questo maggio lariano, questo è sicuramente il risveglio di consapevolezza attorno a un tema di estrema attualità su cui occorre mantenere alta l’attenzione, perché i futuri sviluppi dell’emergenza sono al momento imprevedibili. Ma è certo che in assenza di interventi strutturali la situazione non potrà che aggravarsi, ed è esattamente questa la preoccupazione di don Giusto e di quanti a Como continuano a battersi per una giusta accoglienza.

Che cosa c’è Che cosa c’è, non è tempo di emigrare, ma gli uccelli vanno via. Ed io resto qui a guardare. Ho visto già un vecchietto che scavava nelle immondizie della sua città. E voleva da mangiare. Non c’è rispetto in questo mondo, per qualche strana idea. Le nuvole si fanno scure per piangere sopra di noi. Che cosa c’è, che la camorra oggi ci uccide scherza con le nostre vite, scherza con la libertà. Che cosa c’è, e abituiamoci a questo mondo. Che giorno dopo giorno, e sempre più bambino, ha voglia di giocare con tante storie amare. Giovanni Ricciardi 64 Scarp de’ tenis giugno 2017

Luogo Sacro Meta di svago ai più, ma all’emigrante Anelo e tomba di speranze infrante. Rema lontano il mondo, incongruente; E l’onda viene e va, indifferente. Nostro da sempre, bello ed ospitale, Ora più sporco e dal fetor letale: Sotto ci stanno con la melma i morti Tratti d’inganno ai più felici porti. Ricorda eventi di passata gloria Un mar che primattor fu nella storia; Mondo incivil ne lede or la memoria. Lodovico Grimoldi


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SCIENZE

Lo Space Shuttle Atlantis fotografato dalla stazione spaziale internazionale durante la fase di avvicinamento

Missioni spaziali inutili? Soldi spesi per il nostro bene di Federico Baglioni

scheda Federico Baglioni Biotecnologo, divulgatore e animatore scientifico, scrive sia su testate di settore (Le Scienze, Oggi Scienza), che su quelle generaliste (Today, Wired, Il Fatto Quotidiano). Ha fatto parte del programma RAI Nautilus ed è coordinatore nazionale del movimento culturale “Italia Unita Per La Scienza”, con il quale organizza eventi contro la disinformazione scientifica.

Vi sarete sicuramente chiesti perché si spendono cifre molto elevate per missioni spaziali che sembrano superflue. Perché cercare di andare su Marte, quando milioni di persone non hanno l’acqua? Negli anni Settanta il direttore della Nasa, Ernst Stuhlinger aveva proposto di avviare le prime ricerche per una missione spaziale con esseri umani verso Marte. Suor Mary, una missionaria attiva in Zambia, gli inviò una lettera, chiedendogli come potesse proporre qualcosa del genere e di così costoso mentre sulla Terra ogni anno milioni di persone pativano la fame. Lui rispose con una lunga e argomentata lettera in cui raccontava come in un paese tedesco sconvolto dalla peste i cittadini ritenevano un spreco di soldi e tempo i

soldi che un ricco signore garantiva a uno studioso locale per lo sviluppo di particolari lenti per osservare oggetti molto piccoli. Quegli studi, in realtà, portarono poi all’invenzione del microscopio, strumento che ha permesso di scoprire cosa provocano le malattie e come contrastarle. Al servizio dell’umanità Allo stesso modo, la ricerca spaziale può sembrare un miscuglio di ricerche superflue e apparentemente inutili, ma è la fonte di continue nuove scoperte che facilitano la vita a tutti noi. Infatti anche se inizialmente le nuove scoperte sono pensate per risolvere questioni legate alla messa in orbita o alla sopravvivenza nello spazio di materiali e persone, esse poi diventano facilmente adattabili per la vita di tutti i giorni e per risolvere grandi problemi. Quasi tutte le scoperte di materiali che sono oramai di uso co-

mune, come le lenti antigraffio, gli abbigliamenti termici o il memory foam, sono stati inizialmente pensati per proteggere gli astronauti durante le missioni. Moltissime applicazioni riguardano il campo commerciale e industriale, come i moderni sensori delle macchine fotografiche e perfino i sistemi di impacchettamento delle patatine. Non dobbiamo poi dimenticarci di tutti i dispositivi medici e tecnologici, a partire dalle protesi e le risonanze magnetiche. A tutte queste applicazioni, vanno poi aggiunti gli studi sulla salute, sulla gravità, per non parlare della realizzazione di satelliti sempre più potenti, utili per le comunicazioni, gli spostamenti, le rilevazioni ambientali e tanto altro ancora.

Quanto costa tutto questo? Considerate che una missione in grande stile può costare più di un miliardo di euro nel corso di 20 anni. Potrà sicuramente sembrare una cifra esagerata, ma per dare un’idea è il costo di soli 4 grandi aerei di linea o circa 600 volte meno del budget annuale della difesa degli Stati Uniti. Inoltre si è calcolato che la spesa di tali missioni per singolo cittadino europeo sono di circa 20 centesimi all’anno. Un costo irrisorio se si considera la quantità di applicazioni e tecnologie che la ricerca spaziale è in grado di produrre, spesso silenziosamente, ogni anno. Che vale certamente la pena di essere spesa. «La sofferenza umana – concludeva Stuhlinger nella sua accorata lettera a Suor Mary– potrebbe essere evitata dalle nazioni, se invece di competere con il lancio di bombe dagli aeroplani e dai razzi ci fosse una competizione per viaggiare verso la Luna, le stelle o altri pianeti».

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Le persone in stato di difficoltà a cui Scarp de’ tenis ha dato lavoro nel 2017 (venditori-disegnatori-collaboratori). In 20 anni di storia ha aiutato oltre 800 persone a ritrovare la propria dignità

IL VENDITORE DEL MESE

Tommaso e suo fratello Giovanni grazie alla vendita del giornale hanno un tetto sopra la testa e riescono ad aiutare la madre

Tommaso Dormivo in Centrale: «Scarp mi ha dato speranza» di Anna Luchetta

info Sono 49 i venditori di Scarp presenti in Diocesi di Milano. Nel primo trimestre 2017, ogni venditore di Scarp a Milano ha avuto due occasioni di vendita in più dell’anno precedente: crescono le disponibilità dei parroci ad accoglierne la presenza (323, +56 sul 2016).

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MILANO

Mi chiamo Tommaso Cascarino, ho 45 anni e da 10, grazie ad Antonio (Mininni, responsabile della redazione di strada, ndr) e alle vendite di Scarp de’ tenis ho potuto sopravvivere e rivedere la luce dopo anni di buio. Lo stesso vale per mio fratello Giovanni, che ha 38 anni. Le nostre vite sono sempre state in sincronia: abbiamo iniziato con il vendere frutta e verdura a Caserta ma il lavoro era sempre più scarso così ci siamo trasferiti prima in Svizzera, poi in Germania e infine siamo tornati in Italia. E qui è cominciata una discesa dolorosa. Rimasti senza lavoro e senza una casa, io e mio fratello siamo finiti al dormitorio di viale Ortles, poi a quello di Fratel Ettore; abbiamo anche dormito in stazione Centrale. Solo da poco viviamo in casa di nostra madre, a Varese. Lei prende la pensione minima, ha 68 anni e molti acciacchi ma almeno abbiamo un tetto sulla testa, anche se vorremmo una casa nostra. Ho anche provato a lavorare in una cooperativa per il Comune di Mila-

no ma anche questa è fallita e mi sono ritrovato un’altra volta a spasso. Con l’impegno della vendita di Scarp de’ tenis sul sagrato delle parrocchie riusciamo ad avere una vita dignitosa e a non far mancare niente a nostra madre che dei suoi 480 euro al mese di pensione ne deve destinare 200 alle spese. L’esperienza di vivere nei dormitori è stata mortificante e dura per noi che eravamo abituati a lavorare sempre e ad avere la nostra indipendenza. Ora che ci siamo risollevati sarebbe il momento giusto per poter tornare ad avere un lavoro autonomo. Non è la voglia di lavorare quella che ci manca. Mi piacerebbe vendere frutta e verdura ma occorre la licenza e il frigorifero, solo pensarci per il momento è un’utopia. Il mio sogno è la normalità: una casa e un lavoro sicuro per arrivare senza stress alla fine del mese. Sicuramente Scarp mi sta aiutando tanto, mi ha ridato dignità, riesco a mangiare tutti i giorni. Sono dieci anni che manco da Caserta, mi piacerebbe tornarci. Ho sempre avuto una fidanzata ora sono anni che sono solo. Chissà…


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Copertina: REUTERS/Darrin Zammit Lupi (courtesy of INSP) - Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art.1, comma 1, LO/MI

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