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LA STORIA

ATTACCABOTTONE. LE DONNE ROM SALGONO IN CATTEDRA

Copertina: Francesco Camagna - - Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art.1, comma 1, LO/MI

#RABBIA#NOIA strada

ESCLUSIVA INTERVISTA A JON BON JOVI: «CHI FINISCE IN STRADA NON È PER SCELTA DI VITA»

#INTERNET la le del i s n e Il m

#FIDUCIA#FAMIGLIA#SCUOLA

#SMARTPHON www.scarpdetenis.it maggio 2017 anno 22 numero 211

SOCIAL NETWORK #CYBERBULLISMO Le parole che fanno male IL 5,9% DEGLI ADOLESCENTI HA SUBÌTO ATTI INTIMIDATORI TRAMITE CHAT, MESSAGGI O SOCIAL NETWORK. VIAGGIO DI SCARP NELLA GENERAZIONE LIKE. DISPOSTI A TUTTO PUR DI PIACERE, ANCHE A BULLIZZARE ALTRI COETANEI

#OMERTA#VITTIME

#PAURA#VERGOGNA #DEPRESSIONE#SUICIDIO


PariniAssociati

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EDITORIALE

La scure della “sicurezza” che colpisce i più poveri

LA PROVOCAZIONE

Finalmente una legge che tutela i minori non accompagnati di Luciano Gualzetti direttore Caritas Ambrosiana

di Stefano Lampertico [

@stefanolamp ]

Due decreti che portano lo stesso nome. Quello del Ministro dell’Interno Marco Minniti. Il primo è sulla “sicurezza urbana”; il secondo è quello sul “contrasto all’immigrazione illegale”. Proviamo a fare qualche riflessione, partendo dal secondo dei due. Dopo alcuni anni

torna alla ribalta il binomio sicurezza-immigrazione. Va fatta certamente una premessa, di carattere quantitativo: rispetto all’anno scorso gli arrivi e gli sbarchi in Italia sono aumentati. Nonostante gli accordi bilaterali, le flotte, i controlli, c’è

un’umanità che dall’Africa spinge ancora oggi in maniera pressante per arrivare in Italia e in Europa. Questo è una realtà. E se si chiude una via se ne trova subito un’altra. Dunque la necessità di regolare il flusso pare una cosa sensata. Proviamo però a essere obiettivi. E ci chiediamo: cosa dovrebbe fare lo Stato di fronte a quei migranti che dopo l’iter della protezione internazionale si ritrovano con un diniego in tasca? Perché uno

Stato deve prevedere dei Centri per il rimpatrio? I Cie, e questo è un dato di fatto, non riescono a svolgere la funzione per cui sono nati, sono molto costosi e sono spesso oggetto di comportamenti fortemente lesivi dei diritti delle persone. Pensare di distribuirli per tutto il territorio con centri più piccoli, non pare certamente la soluzione adeguata per far fronte a un tema che è quello della presenza di molti irregolari che andrebbe affrontata partendo da serie politiche di immigrazione ed eventualmente anche di regolarizzazione, come sostiene Caritas. Qualche parola invece sul primo dei due decreti, che, sui contenuti ha provocato la presa di posizione sdegnata di tante persone, tra le quali padre Alex Zanotelli. Cosa si dice nel de-

creto sulla “sicurezza urbana”? In parole semplici, in nome del “decoro” e della “tranquillità” dei cittadini si dà ai sindaci il potere di sanzionare, multare ed espellere i poveri e i senza fissa dimora dai centri storici. Roba da non credere. Il barbun in scarp de’ tenis, con lo sguardo malinconico e che parlava da solo, sul vialone che porta all’idroscalo, si rivolta nella tomba. Non a torto.

In nome della sicurezza, del decoro e della tranquillità dei cittadini si colpiscono i più deboli, gli inermi, le persone senza dimora

contatti Per commenti, idee, opinioni e proposte: mail scarp@coopoltre.it facebook scarp de tenis twitter @scarpdetenis www.scarpdetenis.it instagram scarpdetenis

Per la prima volta il diritto di protezione di un minorenne straniero viene riconosciuto con una legge dedicata; inoltre si mette ordine nelle procedure di accoglienza e se ne riequilibrano gli oneri tra Enti locali e Stato centrale; infine, ma non da ultimo, si riconosce un ruolo ai cittadini e alle famiglie. Lo scorso 29 marzo la Camera ha approvato in via definitiva la legge per la protezione dei minori stranieri non accompagnati. Tra i diversi punti positivi della nuova normativa, va sottolineata l’importanza del divieto di respingimento per il minore straniero non accompagnato in virtù dello stato di particolare vulnerabilità dovuto proprio al periodo della vita in cui si trova il soggetto. Un altro passo significativo della norma riguarda inoltre il fatto che si preveda una prima accoglienza in un ambiente idoneo e si definisca una procedura di identificazione e accertamento dell’età realizzata da professionisti adeguatamente formati e alla presenza di mediatori culturali. Infine, la nuova legge incentiva l’affido come strumento di accoglienza. Si tratta di un passaggio decisivo, perché riconosce nella famiglia il luogo ideale per la crescita dei minori – quindi anche di quelli stranieri che hanno dovuto lasciare le famiglie naturali nel Paese di origine – a seguito di una adeguata valutazione condivisa. In conclusione possiamo dire che la nuova legge rappresenta senza dubbio un avanzamento generale dei diritti per una categoria particolarmente vulnerabile. Un passo in avanti che ora attende le adeguate coperture finanziarie perché possa proseguire in percorsi concreti. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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SOMMARIO

In copertina le parole del cyberbullismo. Per la prima volta una cover “grafica” Una prima volta per Scarp de’ tenis. Scarp si presenta infatti ai suoi lettori con una cover che tecnicamente chiamiamo “grafica” e che, nella sostanza, si differenzia da tutte le altre perché non c’è un disegno o una fotografia, ma solo parole. E sono parole forti, come

forte è il tema che trattiamo nel nostro dossier: il cyberbullismo. Nell’era digitale, nell’era dei social, la violenza, soprattutto sui più giovani, corre veloce sulle linee della fibra ottica. E lo smartphone si trasforma in oggetto di ricatto e di sopruso. Vi raccontiamo questo fenomeno con le voci di chi è impegnato a contrastarlo. All’interno del giornale vi proponiamo come sempre tante altre storie. A partire dall’intervista realizzata dai colleghi londinesi di The Big Issue, che hanno incontrato

la rockstar Jon Bon Jovi, personaggio da sempre impegnato nella lotta contro la fame e contro l’homelessness. Gianni Mura invece, con il suo incredibile stile da maestro, ci racconta la storia di Mamadou Coulibaly, talento senegalese arrivato in Italia a bordo di un barcone, tesserato dal Pescara in serie A. E infine una storia curiosa, che è frutto della fantasia e dell’ingegno che ci caratterizza: siamo andati a scoprire chi produce zafferano in Pianura Padana, e lo fa, anche, con sfumature sociali.

Come te che fai schifo e non lo sai mentre inneschi il mercato g della mia gente; come te che fai schifo perché non hai mai p

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rubriche

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servizi

PAG.7 (IN)VISIBILI di Paolo Lambruschi

PAG.22 L’INTERVISTA Bon Jovi: «Chi finisce in strada non è per una scelta di vita»

PAG.9 IL TAGLIO di Piero Colaprico

PAG.24 COPERTINA Cyberbullismo. Se i cattivi sono online

PAG.11 PIANI BASSI di Paolo Brivio

PAG.32 REPORTAGE Un viaggio in Turchia, Paese accogliente

PAG.13 LE STORIE DI MURA di Gianni Mura

PAG.35 MOSTRA La luna è (sempre) una lampadina

PAG.14 LA FOTO di Suhaib Salem/REUTERS

PAG.36 LA STORIA Isabella, l’Indiana Jones degli alberi

PAG.20 LE DRITTE di Yamada

PAG.38 MILANO Com’è strano lo zafferano a Milano

PAG.21 VISIONI di Sandro Paté

PAG.40 LAVORO Tullia e le altre, un lavoro grazie alle Job station

PAG.55 VOCI DALL’AFRICA di Anna Pozzi

PAG.42 GENOVA Mura amiche, una casa per tornare a vivere

PAG.61 CALEIDOSCOPIO

PAG.44 MILANO Attaccabottone. Le donne rom salgono in cattedra

PAG.65 SCIENZE di Federico Baglioni

PAG.45 VICENZA Carlo e i suoi amori: storia di una vita che poteva finire male

PAG.66 IL VENDITORE DEL MESE

PAG.46 TORINO Emergenza casa, mancano 10 mila alloggi popolari PAG.48 VERONA I nostri figli che vengono da lontano PAG.56 VENTUNO Yemen. Due anni di guerra dimenticata PAG.62 NAPOLI Napoli velata. In mostra l’arte di Oreste Pipolo

Scarp de’ tenis Redazione di strada e giornalistica via degli Olivetani 3, 20123 Milano tel. 02.67.47.90.17 fax 02.67.38.91.12 scarp@coopoltre.it

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Scarp de’ tenis maggio 2017

Direttore responsabile Stefano Lampertico Redazione Ettore Sutti, Francesco Chiavarini, Paolo Brivio

Segretaria di redazione Sabrina Montanarella Responsabile commerciale Max Montecorboli

Redazione di strada Roberto Guaglianone, Antonio Mininni, Lorenzo De Angelis, Alessandro Pezzoni

Foto Insp, Reuters, Unicef, Children of the Street Society, R. Siciliani Disegni Sergio Gerasi, Gianfranco Florio, Luca Usai, Loris Mazzetti, Angelo Fiombo


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da

lla stra sile de

Il men

aforisma di Merafina NON È TEMPO PER NOI Urlo al cielo quando sono triste, il tempo non fa sconti, non è tempo per noi Il tweet di Aurelio [Il bonazza

@aure1970 ]

ANSA - Disabili: cacciati da una pizzeria nel catanese, «Ci sentiamo offesi». A cena in un altro locale Storia di clienti a rotelle e di un ristoratore a cui piace avere il locale vuoto.

Cos’è

o globale al posto dell’altruismo per l’umiliazione ai provato né odio né amore personalmente Come gli aeroplani - tributo a Enzo Jannacci

Scarp de’ tenis è un giornale di strada noprofit nato da un’idea di Pietro Greppi e da un paio di scarpe. È un’impresa sociale che dà voce e opportunità di reinserimento a persone senza dimora o emarginate. È un’occasione di lavoro e un progetto di comunicazione.

Dove vanno i vostri 3,50 euro Vendere il giornale significa lavorare, non fare accattonaggio. Il venditore trattiene una quota sul prezzo di copertina. Contributi e ritenute fiscali li prende in carico l’editore. Quanto resta è destinato a progetti di solidarietà.

Per contattarci

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Progetto grafico Francesco Camagna Sito web Roberto Monevi Editore Oltre Soc. Coop. via S. Bernardino 4, 20122 Milano Presidente Luciano Gualzetti

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Registrazione Tribunale di Milano n. 177 del 16 marzo 1996 Stampa Elcograf Spa Verona Arretrati Su richiesta al doppio del prezzo di copertina

Direzione e redazione centrale - Milano Cooperativa Oltre, via degli Olivetani 3 tel. 02.67479017 scarp@coopoltre.it Redazione Torino Via San Massimo 31/C, presso Spazio Laboratorio tel. 3200454758 scarptorino@gmail.com Redazione Genova Fondazione Auxilium, via Bozzano 12 tel. 010.5299528/544 comunicazione@fondazioneauxilium.it Redazione Verona Il Samaritano, via dell’Artigianato 21 tel. 045.8250384 segreteria@ilsamaritanovr.it Redazione Vicenza Caritas Vicenza, Contrà Torretti 38 tel. 0444.304986 scarp@caritas.vicenza.it Redazione Venezia Caritas Venezia, Santa Croce 495/a tel. 041.5289888 info@caritasveneziana.it Redazione Rimini Settimanale Il Ponte, via Cairoli 69 tel 0541.780666 rimini@scarpdetenis.net Redazione Firenze Il Samaritano, via Baracca 150/e tel. 055.3438680 samaritano@caritasfirenze.it Redazione Napoli Cooperativa sociale La Locomotiva via Pietro Trinchera 7, tel. 081.446862 scarp@lalocomotivaonlus.org Redazione Sud Caritas diocesana, Salita Corpo di Cristo, Teggiano (Sa) tel.0975 79578 info@caritasteggianopolicastro.it

Consentita la riproduzione di testi, foto e grafici citando la fonte e inviandoci copia. Questo numero è in vendita dal 6 maggio al 2 giugno

www.insp.ngo maggio 2017 Scarp de’ tenis

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(IN)VISIBILI

Quanto fango sulle ong che in mare salvano i migranti sui gommoni

di Paolo Lambruschi

Due buone notizie. Anzitutto il Papa, che continua a dare l’esempio, con l’apertura di una lavanderia gratuita offerta dall’Elemosineria Apostolica a poveri e senza fissa dimora come segno concreto del Giubileo della Misericordia. La gestirà la Comunità di Sant’Egidio presso l’antico complesso ospedaliero del San Gallicano a Roma.

Dopo mafia capitale tutto si tiene agitato, mescolato e fomentato da politici di diversi schieramenti a cui il lavoro delle ong dà fastidio perché con motivazioni disparate devono fermare il flusso di migranti a ogni costo

La seconda viene dal Parlamento, che ha approvato – come auspicavamo nello scorso numero di Scarp – la legge che mi-

gliora la tutela dei minori stranieri non accompagnati, sempre più numerosi da tre anni a questa parte in arrivo sul territorio italiano. Una normativa che ci pone all’avanguardia europea e che si presume possa arginare il fenomeno delle fughe e, in molti casi, delle sparizioni degli under 18 che arrivano senza genitori via mare perlopiù dalla Libia. Anche a loro non vengano risparmiati gli orrori, le angherie, le violenze cui vengono sottoposti dai trafficanti i migranti che passano dall’ex quarta sponda. Ma questi passi avanti vengono offuscati dal fango schizza-

scheda Paolo Lambruschi è nato a Milano nel 1966. Lavora ad Avvenire, come capo degli interni, dopo essere stato per tanti anni inviato. Ha diretto Scarp de’ tenis e il mensile di finanza etica Valori. Nel 2011 ha vinto il prestigioso premio giornalistico “Premiolino” per le inchieste sul traffico di esseri umani nel Sinai.

to sulle ong che in mare salvano i migranti sui gommoni. L’attacco è partito lo scorso dicembre, quando il Financial Times pubblicò un rapporto riservato di Frontex, l’agenzia europea che controlla le frontiere, contenente riserve e dubbi sull’operato di alcune di loro. Dubbi di diversa natura, a volte in contraddizione: hanno contatti diretti o addirittura ricevono fondi dai trafficanti di esseri umani per salvare i profughi, oppure la crescita dei morti in mare sulla rotta (oltre 5 mila nel 2016) del Mediterraneo centrale è colpa loro perché si avvicinano troppo alle coste libiche, non portano i migranti salvati in Tunisia o a Malta, ma nei porti siciliani. Su questi punti ha aperto un fascicolo la procura catanese, senza, però, emettere avvisi di garanzia o trovare reati. Il non detto, instillato senza tanti giri di parole nell’opinione pubblica dai paraguru dei social è che in fondo salvare vite è niente meno che il primo step del businessdell’accoglienza. Do-

po mafia capitale tutto si tiene agitato, mescolato e fomentato da politici di diversi schieramenti a cui il lavoro delle ong dà fastidio perché con motivazioni disparate devono fermare il flusso di disperati a ogni costo – l’“invasione” – anche perdendo molte vite umane e di ignorare le guerre, i conflitti e le dittature da cui fuggono. E le ong sono anzitut-

delle crudeltà patite dai migranti sull’altra sponda. Dove non abbiamo uno sguardo doppio che possa documentare cosa accade e solo i video delle organizzazioni in mare possono darci una pur vaga idea sulla mostruosità del traffico gestito da gang spietate che in Libia possono contare sull’appoggio della Guardia costiera nazionale, da noi italiani ben foraggiate.

Poi le ong suppliscono all’arretramento europeo in mare, se Marina italiana e Guardia costiera fanno la loro parte negli interventi o ne hanno la regia, le navi europee di Frontex sono sparite e questo è scandaloso. Quanto alla questione dei porti di approdo, è la centrale della Guardia costiera da Roma a coordinare le operazioni nel supremo interesse della salvezza di vite umane, tra le quali ci saranno anche terroristi, perché no. Ma non è

compito di chi salva accertarne l’identità, bensì delle forze di polizia. Le ong sono private, si finanziano in vari modi. Se il pm Zuccaro che sta indagando a Catania ha prove di reati è bene che le mostri e dica chi eventualmente ha agito male (pur salvando vite umane in grande quantità) e chi invece è corretto. Altrimenti taccia, perché non fa bella pubblicità alle ong e neppure a se stesso.

to testimoni scomodi da far tacere maggio 2017 Scarp de’ tenis

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IL TAGLIO

Questo derby cinese a Milano segno di profonda trasformazione Un derby a mezzogiorno. Le inquadrature dei tifosi cinesi con le magliette nerazzurre e rossonere. La tribuna

di Piero Colaprico

d’onore, con i nuovi proprietari (pare che quelli dell’Inter non abbiano salutato quelli del Milan, ma non per ragioni sportive, vai a capire allora perché). I servizi dei telegiornali «orientati a Oriente», con l’immancabile giro dei cronisti in quelle che vengono chiamate, forse un po’ arbitrariamente «Chinatown», visto che sono abitate e frequentate da italiani. Largo uso dell’aggettivo «storico» riferito all’incontro di calcio. E, nella testa, l’impressione che servisse un avverbio, «finalmente».

Finalmente anche i più ottusi, i più ciechi e sordi, i più ignoranti, grazie al «derby della Madonnina» hanno capito che esiste un’economia mondiale in forte trasformazione. Non importa che

scheda Piero Colaprico (Putignano 1957), giornalista e scrittore, vive a Milano dal 1976. È inviato speciale di Repubblica, si occupa di giustizia e di cronaca nera. Ha scritto alcuni romanzi, tra cui Trilogia della città di M. (2004), vincitore del Premio Scerbanenco. Una penna tagliente. Come questa rubrica che cura per Scarp.

la banca della Cina fosse già qui da tempo, non importano le bufale da campagna elettorale («I cinesi in massa hanno votato per Beppe Sala»), non importano le polemiche sui grossisti e i dettaglianti della zona di via Paolo Sarpi. Sembrava che i cinesi vivessero in un universo cinese e, invece, eccoli entrare nel pantheon laico, nel tempio di San Siro, ed entrarci da padroni, non da ospiti, la Cina è vicina, così vicina non lo era mai stata.

C’è chi ci vede un male e chi un bene, ma la globalizzazione è come Internet, c’è del bene e c’è del male, come in moltissime cose, in moltissime azioni, in moltissime scelte. È anche vero che qualsiasi cosa ci aspetti, e non solo come tifosi dell’Inter e del Milan, non solo come italiani e come cinesi,

Finalmente si torna a parlare di Stati Uniti d’Europa, un concetto che a Trump non piace, e nemmeno a Putin, e non si sa se piace o meno al colosso cinese

solo in piccola parte dipende da noi, singoli esseri umani disorganizzati. Ma più passano i giorni, più diventa importante «vedere» un po’ meglio come stanno le cose, sia quelle belle, che ci piacciono, sia quelle brutte, che non ci piacciono. Il derby ha portato i ricchissimi cinesi a Milano. Ci sono ricchissimi russi a Londra. Ricchissimi arabi dovunque. Finalmente li possiamo «vedere» questi ricchi. E più ve-

diamo loro, più ci rendiamo conto che queste ricchezze globali ci stanno sfuggendo di mano, che l’Italia è nel G8, ma ha perso moltissimi treni: decenni e decenni di politiche industriali sballate, di appalti con il trucco, di scuole lasciate alla «buona volontà». In che cosa eccelliamo, oggi, noi italiani? Cioè, togliamo moda, artigia-

nato di lusso, cibo, turismo, quale imprenditore italiano può competere con i colossi stranieri? E, a parte la Fiat che non si chiama più Fiat, di che cosa stiamo parlando quando parliamo di eccellenza italiana? Finalmente, dopo il derby InterMilan dell’aprile 2017, per pura coincidenza, si torna a parlare degli Stati Uniti d’Europa, un concetto che a Trump non piace, e nemmeno a Putin, e non si sa se piace o non piace al colosso cinese. C’è un proverbio, antico come il mondo, dice che pesce grosso mangia pesce piccolo: qualcuno l’aveva dimenticato? Imprenditore grosso e multinazionale, come il cinese, mangia imprenditore piccolo, come Silvio Berlusconi, che ha il monopolio delle tv, ma tv che oggi come oggi possiamo definire «locali». Stato grosso, questa sembra un po’ l’intenzione, mangia, per ora solo metaforicamente, Stato piccolo. Un’Unione euro-

pea, che dal Portogallo arriva agli Urali, con le sue materie prime, la sua storia, la sua cultura, i suoi cervelli, la sua ricerca di pace dopo l’orrore della Seconda guerra mondiale, la sua vocazione a non alzare muri ma ad aprire le porte, non solo è difficile da mangiare, ma non sarebbe magnifica? Forse troppo. Forse ai pesci grossi piace che i pesci da mangiare restino piccoli. Forza Inter, forza Milan, il derby è finito 2-2, un pareggio emozionante, Icardi piangeva, alla fine, e le lacrime dei disoccupati, dei precari, degli sconfitti, degli stranieri poveri, dei naufragati, degli esuli, dei bombardati vediamole stasera, al telegiornale, come sempre, come se non ci riguardassero, faccende lontane. Come la Cina. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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PIANI BASSI

Il Rei arriva tardi ma va di fretta: raggiungerà anche gli estremi?

di Paolo Brivio

Non solo la legge, ora pure il Memorandum. Troppa grazia, santi parlamentari e ministeriali? Per una volta apprezziamo la celerità. Senza cadere in eccessi di entusiasmo. Ché –conviene non dimenticarlo – abbiamo aspettato decenni. Durante i quali eravamo tra le poche, poi a un certo punto l’unica nazione d’Europa a non disporre di una tale misura di civiltà... Le risultanze della cronaca politica, ad ogni modo, per una volta sono incoraggianti, anche compulsate da chi sta ai piani bassi. Il Reddito d’inclusione, varato dal parlamento il 15 marzo con la legge 33/17,

che solo le regioni e gli enti locali più strutturati riescano ad affrontare la complessa gestione del Rei. Il duplice obiettivo è dare vita a erogazioni economiche calibrate e potenziare i servizi sociali che stenderanno i progetti e stabiliranno i percorsi di inclusione cui i beneficiari del reddito dovranno aderire, per dimostrare un’effettiva e positiva volontà di attivazione. L’im-

postazione è globalmente condivisibile. E va difesa dalle critiche di chi vorrebbe un’indiscriminata estensione del reddito

assume forme più definite grazie al Memorandum che il

l’autore Paolo Brivio, 50 anni, si è appassionato ai giornali ai tempi dell’università. E ha coniugato questa passione-professione con l’esplorazione dei “piani bassi” della nostra società. Direttore di Scarp dal 2005 al 2014, oggi fa il sindaco: pro tempore, perché rimane “giornalista sociale” in servizio permanente effettivo

Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha sottoscritto il 14 aprile, insieme all’Alleanza contro la povertà, “cartello” di 35 sigle (le principali dell’associazionismo sociale italiano) che da anni studia e fa proposte per dimostrare che un reddito di inclusione sociale non è chimera, anche in un Paese dalle finanze claudicanti come il nostro.

Il 15 marzo la legge, il 14 aprile il Memorandum che ne definisce i criteri applicativi. Il Reddito d’inclusione, strumento principe La grande domanda di contrasto Il Memorandum (firmato dal capo del governo!) stabilisce che venga della povertà, superato l’utilizzo esclusivo non è più chimera. dell’Isee, al fine di valutare la con- E va difeso dalle dizione economica effettiva e contingente dei richiedenti la presta- critiche. Ma, zione (verrà considerato anche l’Isr in prospettiva, – Indicatore della situazione reddi- deve raggiungere tuale); inoltre prevede un esplicito sostegno ai servizi territoria- l’intera platea li per l’inclusione, per evitare dei poveri assoluti

concesso dallo stato non solo ai poveri assoluti, ma a ogni cittadino in quanto cittadino. E di chi teme uno spreco di risorse, per dare vita a una nuova burocrazia dell’assistenza. La repubblica, in effetti, ricorda la Costituzione, deve “rimuovere gli ostacoli” che limitano libertà e uguaglianza dei cittadini, non apparecchiare “rendite di stato”: c’è un

principio di responsabilità che va sollecitato anche in chi va doverosamente assistito e sostenuto. D’altro canto, il varo del Rei può rappresentare una buona occasione per am-

modernare il nostro sistema di welfare: non basta un reddito per fare inclusione, se il povero che ne beneficia non può contare su servizi che lo sappiano ascoltare, accompagnare, orientare, inserire. Resta però, sullo sfondo, la grande domanda: il Rei formato ristretto di cui celebriamo la nascitadiventerà mai uno strumento universalistico di contrasto della povertà assoluta? Bisogna darsi delle priorità, anche in chiave di prevenzione, ed è dunque giusto che si parta individuando i beneficiari tra le famiglie povere con prole. Ma poi bisogne-

rà gradualmente allargare i cordoni della borsa e del sistema, per raggiungere tutti i poveri assoluti. Perché in strada di nuclei con figli ce ne sono, ma per fortuna pochini. E sarebbe un paradosso, se lo strumento principe di contrasto della povertà non arrivasse, un giorno, a dare respiro anche ai poveri estremi... maggio 2017 Scarp de’ tenis

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SOSTEGNO DEL VOLONTARIATO E DELLE ALTRE ORGANIZZAZIONI NON LUCRATIVE DI UTILITA’ SOCIALE, DELLE ASSOCIAZIONI DI PROMOZIONE SOCIALE E DELLE ASSOCIAZIONI E FONDAZIONI RICONOSCIUTE CHE OPERANO NEI SETTORI DI CUI ALL’ART. 10, C. 1, LETT A), DEL D.LGS. N. 460 DEL 1997

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LE STORIE DI MURA

Mamadou Coulibaly Vale più il calcio del curriculum «Mi hanno detto barcone, forse per insultare, ma io non ho mai risposto» (Mamadou Coulibaly). C’è barcone e barcone. Quelli per i padri, quelli per i figli. Quelli relativamente tranquilli, di Gianni Mura

quelli che vanno a fondo e sono costati centinaia e centinaia di morti. Il barcone su cui salì nel 1999 in signor Mjeshtri sulla costa albanese era relativamente tranquillo, a basso rischio, non come quelli che arrivano dal Nordafrica. Di comune c’è la speranza di un lavoro, di vivere una vita migliore. Il lavoro lo trovò a Genova, custode del prestigioso Tennis Club Genova 1893. Grazie a un po’ di risparmi accumulati lo raggiunsero la moglie e il figlio Elbi, che cresce in un mondo di racchette. A 3 anni palleggia contro il muro, a 5 comincia a giocare. A 16, il mese scorso, è stato convocato dal ct Fatos Nailani per la sfida in Coppa Davis con la Bulgaria.

Il barcone del figlio è più azzardato. Anche perché il figlio

scheda Gianni Mura è nato a Milano nel 1945. Giornalista e scrittore. Su Repubblica cura la rubrica Sette giorni di cattivi pensieri, nella quale – parlando di sport, s’intende – giudica, con voti da uno a dieci, il mondo intero. In questa rubrica racconta invece le storie di sport che, altrove, faticherebbero a trovare spazio.

non scappa dalla miseria, dalla guerra. Thiès, città collocata una settantina di km a est di Dakar, ha molte industrie ed è famosa per la bellezza dei suoi arazzi. Il padre di Mamadou insegna educazione fisica, è milanista ma di pallone non vuole sentir parlare , almeno finché il figlio non ha ultimato gli studi. Mamadou non ha voglia di aspettare e nemmeno di studiare. In testa ha solo il pallone. Così un giorno di due anni fa se ne va di casa, senza dire nulla a nessuno se non a un suo amico. Con regolare biglietto di pullman viaggia da Dakar al mare del Marocco. Dorme al porto in attesa di una buona occasione. Gli offrono un passaggio gratis per Marsiglia su una nave che trasporta derrate alimentari. Non è un barcone pericolante, però Mamadou non sa nuotare ed è tranquillo

Pogba è semplicemente assurdo.

Nessuno era mai arrivato a giocare in serie A senza essere mai stato tesserato. Mamadou aveva giocato al calcio solo nelle strade della sua città, a Thiès, in Senegal solo quando torna a sentire la terra sotto ai piedi. La prima tappa italiana è Livorno. Èsenza documenti e senza soldi. Gli dicono che a Pescara c’è una robusta presenza di senegalesi. Prende il treno ma per errore scende una fermata prima, a Roseto degli Abruzzi. Dorme al campo sportivo. Dove lo pescano i carabinieri, che lo portano prima in caserma poi a una casa-famiglia di Montepagano, dove una psicoterapeuta, Nadia Mazzocchitti, ha in affido altri sette giovani migranti. Altri volontari aiutano Mamadou nell’iter burocratico: documenti, richieste di provino a club calcistici. Per Roma, Cesena, Ascoli e Sassuolo il ragazzo non è pronto, mentre Oddo, allenatore del Pescara, lo aggrega alla prima squadra. Licenziato Oddo, è Zeman a lanciare Mamadou in serie A, proprio contro il Milan, ai primi d’aprile. Tifoso di Yaya Touré, Mamadou aveva chiesto la maglia numero 42, ma era già assegnata. La 33 è un ripiego. E che nella grande stampa (piccola di fantasia ma anche di buon senso) qualcuno lo abbia già paragonato a Paul

Ma un’impresa eccezionale, forse unica (io credo unica, senza precedenti) Mamadou l’ha già firmata. Nessuno era mai arrivato a giocare in serie A senza essere stato tesserato. A calcio aveva giocato solo nelle strade di Thiès. A 18 anni, compiuti in febbraio, ha già due agenti: Donato Di Campli e Marino Camaioni. Con il Pescara ha firmato in marzo un contratto triennale. Il futuro, non si sa dove, è suo. Thiès ha fornito alla nazionale senegalese Issa Ba, Mame N’Diaye, Dame N’Doye e Khouma el Boubacar. Combinazione, anche Boubacar, atualmente attaccante della Fiorentina, è passato per la casa-famiglia di Montepagano, che si chiama I Girasoli.

La fortuna bisogna meritarsela. E innegabilmente Mamadou ne ha avuta, ma ha avuto anche il coraggio di tenere vivo il suo sogno finché non l’ha visto diventare realtà. L’ha tenuto vivo a costo di fare cose che un bravo ragazzo non farebbe: tenere spento per mesi il suo cellulare, tant’è che la famiglia lo credeva morto. Adesso anche il padre sì è arreso. «Mi ha chiesto scusa», ha dichiarato Mamadou. Non capisco perché. Benedetto ragazzo, mai pensato neanche di sfuggita che fosse più giusto il contrario? Questa storia sembra dare ragione al ministro Poletti, noto gaffeur: “Vale più il calcetto del curriculum”. Calcetto, calcio, siamo lì. La fortuna di Mamadou è di aver trovato persone di buona volontà che si sono prese cura di lui. E spero ne abbia ancora, intorno, a spiegargli che non è il momento di montarsi la testa. Poi rimane un dubbio: avrebbe avuto gli stessi appoggi se avesse cercato un lavoro da muratore o da cameriere? Essendo un dubbio, non ho la risposta. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Hanyeih Ibraheem, 45 anni, ha perso il marito nella guerra del Golfo degli anni ’80. In questa foto è con la sua famiglia, in una tenda allestita nel campo profughi di Hammam al-Alil dove è arrivata, camminando per 48 ore, alla metà del mese 14 Scarp de’ tenis maggio 2017


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LA FOTO

REUTERS/Suhaib Salem

scheda Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni oltre 302 mila persone hanno lasciato Mosul, la seconda città più grande dell'Iraq, da quando, nel mese di ottobre, ha avuto inizio la campagna militare contro lo Stato islamico. (foto Reuters/courtesy of Insp)

di marzo, dopo aver lasciato la città di Mosul. Al campo, le famiglie sono tornate ad una parvenza di normalità. I bambini frequentano la scuola al mattino, le donne svolgono i lavori domestici mentre gli uomini cercano lavoro e cibo. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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IN BREVE

europa Mediterraneo: meno arrivi ma più vittime di Enrico Panero Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), nei primi tre mesi di quest’anno sono giunte nell’Ue attraverso il Mediterraneo 29.369 persone, mentre 663 sono morte durante il viaggio. La netta maggioranza ha attraversato il Mediterraneo centrale arrivando sulle coste italiane: 24.513 migranti, con una stima di 602 morti o dispersi; sulla rotta orientale che porta in Grecia i migranti sono stati 3.856 e 14 i morti; la rotta occidentale verso la Spagna ha invece registrato mille arrivi e 47 morti. Nello stesso periodo del 2016 gli arrivi sulle coste dell’Ue erano stati ben 172.089, con 749 vittime, ma 152.137 erano giunti in Grecia rispetto ai soli 3.856 del primo trimestre 2017, conseguenza degli accordi tra Ue e Turchia. Il dato rilevante nel raffronto tra i primi trimestri 2016 e 2017 è però l’incremento percentuale del numero di vittime: mentre infatti gli arrivi nei primi tre mesi del 2017 sono stati circa un sesto di quelli dello stesso periodo di un anno fa, l’incidenza delle vittime sul totale degli arrivi è quintuplicata passando dallo 0,4% del 2016 al 2% del 2017. Chiusure e inasprimenti dei controlli, dunque, riducono gli ingressi nell’Ue ma aumentano i rischi per tutti coloro che affrontano comunque la migrazione. Un numero più o meno stabile tra il 2015 e il 2016 ma invece più che raddoppiato in due anni, giudicando dalle domande d’asilo presentate nell’Ue: 1.204.300 richieste nel 2016 e 1.257.000 nel 2015, rispetto alle 562.700 del 2014. Richieste giunte soprattutto in Germania (722.300 domande, 60% del totale Ue) e Italia (121.200, 10%). info www.italy.iom.int

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I luoghi del cuore sulla piattaforma digitale Storie di città è una piattaforma nata per dare visibilità a quegli scrittori o aspiranti tali che raccontano un luogo del cuore. Il sito raccoglie infatti racconti e poesie originali e geolocalizzate. Chi pubblica deve indicare una via, un quartiere, una città, e poi scrivere una storia o una poesia con un riferimento preciso allo stesso luogo. Il lettore potrà ricercare nella piattaforma i suoi luoghi del cuore e leggere le storie ambientate nello stesso contesto. Il racconto resterà im-

presso nel luogo scelto come se fosse un murales. Un viaggio letterario online da leggere, ad esempio, anche da turista, passeggiando nel luogo che le ha ispirate. Due regole da rispettare per gli scrittori: le storie devono essere inedite e ambientate in un luogo preciso che chi scrive dovrà indicare. Inoltre, solo per chi pubblica su Amazon, Storie di città garantisce un banner pubblicitario gratuito che rimanda all’acquisto del proprio libro. Seconda condizione: che lo scrittore regali un racconto per Storie di città. info www.storiedicittà.it

street art Ferrara, la mappa della rigenerazione urbana Sul portale MuseoFerrara c'è una vera e propria mappa per seguire il lavoro di rigenerazione urbana fatto dai writer ferraresi. La città infatti, per quanto lontana dalle metropoli dov’è nata la street art, è stata la prima insieme a Bologna a partecipare alla trasformazione che ha coinvolto sia l’ambiente hip hop che il volto della città contemporanea. Si tratta di un percorso circolare, che si snoda a partire dal piazzale della stazione lungo dieci tappe che mostrano l'evoluzione della street art nella cittadina di provincia. Licia Vignotto è la curatrice del progetto Ferrara Street Art che nasce in sinergia con il progetto FM street map, ideato dal Servizio Giovani del Comune di Ferrara.

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Un aiuto psicologico per i traumi stradali

Il potere dei selfie

Approda anche a Milano, all’ospedale Niguarda, il Pronto soccorso psicologico per le vittime di incidenti stradali e i loro familiari. Cento psicologi a disposizione che garantiranno assistenza 24 ore su 24.Nella preparazione degli specialisti del trauma ha avuto un ruolo di primo piano Ania Cares, la fondazione costituita dalle compagnie di assicurazione con lo scopo di affrontare l’emergenza degli incidenti stradali, che naturalmente andavano a pesare sulle casse stesse delle assicurazioni. Ma un buon contributo arriva anche dall’ospedale Niguarda, grazie all’impegno dei suoi neuropsicologi che operano con una équipe altamente specializzata per la gestione dell’emergenza-urgenza. Nel 2016 il team di Niguarda si è occupato di oltre 700 pazienti con traumi maggiori, di cui il 60% dovuti a un incidente stradale.

C’è chi non si può dare pace per il fatto di avere una vita sociale striminzita. Sui social sente di avere selfie tristi, senza groufie (ovvero autoscatti di gruppo). Una vita senza amici, senza niente da raccontare. Impensabile al tempo dei social. Ci si potrebbe ammalare di depressione. E allora, ecco che dal Giappone arriva in aiuto ai disperati del selfie, Real Appeal, un servizio a pagamento: paghi 32 euro l’ora per noleggiare amici che serviranno per arricchire il book degli amici, fasulli certo, ma buoni per scattare decine di selfie (quanti se ne possono scattare in un’ora?) e sorridere a chi ti osserva, con invidia, sui social network. Gli affari di Real Appeal vanno benissimo, sembra. Anche cento richieste al mese. Possibile?!! Possibile.


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[ pagine a cura di Daniela Palumbo ]

Un pane, simbolo del fare accoglienza

Ci sarà anche Scarp de’ tenis al Festival Biblico del Veneto

Dal 18 al 28 maggio si celebrerà la tredicesima edizione del Festival Biblico: un ritorno alle origini, come indica il sottotitolo “un modo nuovo per incontrare la Bibbia”. Più di 200 appuntamenti in 22 città, tutti a ingresso gratuito. Dieci giorni di conferenze, dialoghi, preghiera, arte, cibo, cinema, itinerari, laboratori, letture, mostre, concerti, spettacoli teatrali. Sei le diocesi coinvolte: Vicenza, Verona, Padova, Adria-Rovigo, Trento, Vittorio Veneto. I numeri lo confermano il più importante Festival del Veneto. Il tema di quest’anno è il viaggio. Al Festival Biblico sarà presente anche la redazione vicentina di Scarp de’ tenis in occasione di alcune iniziative in cui si parlerà di richiedenti asilo, povertà e disagio delle persone. info www.festivalbiblico.it

pillole homeless A Milano c’è Mia aiuto prezioso per le persone senza dimora

mi riguarda La solidarietà è anche nello scaffale relazionale All'Emporium di Montagna Piano (Sondrio) le famiglie trovano, accanto ai barattoli di pomodori e ceci, opuscoli di associazioni, enti e privati che offrono iscrizioni gratuite ad attività di svago, sportive, culturali per i loro figli. Si chiama scaffale relazionale ed è proposto alle famiglie che pur non avendo bisogno di cibo, non hanno abbastanza denaro per far frequentare ai figli attività sociali e sportive. Negli opuscoli si possono consultare le scuole-calcio, i corsi di danza e di musica, le associazioni che offrono doposcuola, ma anche l'ottico per il cambio di occhiali e servizi come le consulenze psicologiche. Il pensiero di chi ha progettato questo scaffale è andato subito alle famiglie con bambini che altrimenti non potrebbero avere relazioni sociali che a quell'età sono importanti come e più del cibo. È quanto ha sostenuto Valentina Bertola, operatrice di Più segni positivi, progetto promosso dalle cooperative Solco Sondrio, Intrecci e dal Csv, le stesse associazioni a cui si deve l'apertura dell'emporio nel novembre del 2015.

Mia è sinonimo di Milano in Azione Onlus: l’associazione di volontariato è nata nel 2012 per dare assistenza alle persone gravemente emarginate di Milano, con particolare attenzione a chi è senza dimora. La mission è il reinserimento sociale delle persone. Ma tutto questo ha inizio con una relazione di fiducia. Per questo chi è in Mia è costantemente accanto a chi ha bisogno, sulla strada soprattutto, portando generi di prima necessità, ascoltando le storie delle persone e cercando insieme possibili soluzioni. I servizi messi in campo sono diversi: unità di strada, assistenza burocratica, consulenza lavorativa. Infine, l’accoglienza: chi intraprende un percorso di reinserimento con l’associazione può contare su una soluzione alloggiativa a medio-lungo termine. info www.milanoinazione.org

Sabato 20 e domenica 21 maggio torna l’iniziativa di sensibilizzazione e di raccolta fondi di Opera San Francesco per i Poveri Onlus, giunta ormai alla sua nona edizione: Il pane di Osf. Anche quest’anno, i volontari dell’Opera offriranno al pubblico una pagnottella, simbolo di fratellanza e condivisione, a fronte di una donazione libera, per garantire un pasto completo ai poveri e ai bisognosi e sostenere le sue attività. Il pane di Osf si svolgerà nelle piazze delle principali città lombarde - Milano, Bergamo, Como, Lecco, Lodi, Monza, Pavia, Varese - oltre che a Novara, e presso alcuni punti vendita Esselunga dove i volontari di Osf informeranno il grande pubblico sulle attività che l’associazione svolge ogni giorno. Nell’ultimo anno l’Opera ha distribuito 746.705 pasti, 66.497 ingressi alle docce, 12.277 cambi d’abito, 33.985 visite mediche e 8.165 nuovi accessi ai servizi.

I diritti di chi è dietro le sbarre I detenuti piemontesi hanno una guida dove è spiegato loro quali diritti hanno e come esercitarli. Il libretto è stato realizzato dagli studenti di Giurisprudenza dell’Università di Torino (insieme a una rappresentanza dei reclusi) e stampato in quattro lingue. La guida, oltre a elencare diritti e modalità per esercitarli, chiarisce ruoli e competenze delle figure che lavorano in carcere e di coloro che tutelano i detenuti, a cominciare da volontari e avvocati. Lo strumento è stato realizzato in collaborazione con il Provveditorato dell’Amministrazione penitenziaria delle regioni Piemonte e Valle d’Aosta e con la Fondazione Crt. Dopo tre anni di lavoro la guida è nelle celle dei detenuti. Diversi gli approfondimenti sulle misure alternative, come l’affidamento ai servizi sociali, gli arresti domiciliari o le misure di semilibertà. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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IN BREVE

Un concorso per scuole primarie e secondarie Le Little Free Library sono mini biblioteche dove prendere e portare libri in libero scambio. L’Italia è il Paese in Europa che ne ha il maggior numero. Le piccole biblioteche possono diventare, e in alcuni casi lo sono nei quartieri, punti di aggregazione sociale e occasioni di letture e scambi. Il Centro per il libro e la lettura ha lanciato un concorso a tema, dedicato alle scuole elementari e medie, con l’obiettivo di incentivare la costruzione di casette per i libri. I ragazzi devono immaginare un luogo dove collocarla, disegnarla e poi spedire a ilmaggiodeilibri@cepell.it. I dodici disegni finalisti saranno pubblicati sul calendario 2018 del Centro per il libro e la lettura. Per il primo premio ci sarà in regalo una Little Free Library. Inoltre, i primi tre classificati riceveranno un kit di libri ciascuno.

Tuttaunaltrafesta Spazio al commercio equo e solidale Tuttaunaltrafesta torna anche quest’anno per dare spazio al mondo del commercio equo e solidale, da venerdì 19 a domenica 21 maggio nei giardini del Pime, in Via Mosè Bianchi 94 a Milano. La manifestazione, da 18 anni organizzata dai missionari del Pime, è a ingresso libero e propone, oltre agli stand del commercio equo, tanti concerti, spettacoli, eventi, laboratori e animazioni per bambini e adulti. L'apertura della Fiera è dedicata ai migranti: ci sarà infatti lo spettacolo Bilal-nessun viaggiatore è straniero, tratto dal libro di Fabrizio Gatti. Tra gli ospiti delle giornate di festa anche Padre Alejandro Solalinde, religioso messicano, candidato al Premio Nobel per la pace 2017 per le sue battaglie contro i narcos. Presenterà il libro scritto con Lucia Capuzzi, I narcos mi vogliono morto, Emi editrice. info www.tuttaunaltrafesta.it

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Alex Corlazzoli è l’autore di Tutti in classe edito da Einaudi

TRE DOMANDE

La scuola che educa è una scuola senza cattedra di Daniela Palumbo

Il libro di Alex Corlazzoli (Tutti in classe, Einaudi, 12 euro) inquadra una scuola che non sta riuscendo, se non in pochi esempi ancora isolati, a stare al passo con la complessità del mondo. Sono cambiate le famiglie, gli orari di lavoro delle stesse, le condizioni sociali, è cambiato il modo in cui un bambino può immaginare il futuro con i mezzi della tecnologia. Ma la scuola no. Come si fa a mettersi in ascolto dei bambini? È necessario chinarsi alla loro altezza, spostare la cattedra e stare seduti accanto a loro. Non è un caso che nella “Casa del bambino” di Maria Montessori gli arredamenti fossero a misura degli scolari così come va ricordato che nelle aule del maestro Mario Lodi la cattedra non esisteva. Partiamo da lì, eliminiamo le barriere fisiche e psicologiche che ci sono tra noi e loro. Non deve più esistere una sola classe dove c’è un professore o un maestro seduto da una parte e i ragazzi di fronte. Chi è un buon maestro oggi? Serve essere degli educatori di strada, avere alle spalle un’esperienza che ti permetta di non spaventarti quando ti dicono: «Maestro, oggi Riccardo sul computer ha cercato la parola tette» oppure quando ti arriva Camilla con un “pizzino” di carta con un ricatto da un compagno. Abbiamo bisogno di un esercito di educatori non solo di maestri e professori! Nella mia esperienza ciò che più mi ha aiutato a diventare “maestro” è stato l’aver svolto

sei mesi di volontariato tra i ragazzi di strada di Palermo e dieci anni dietro le sbarre delle carceri di Cremona e Lodi ad insegnare ai detenuti. Lì ho imparato ad educare. Nella scuola italiana non ho imparato nulla, se non dai bambini. Nelle tue classi eleggete un sindaco. La Costituzione non è un libro per vecchi. Nelle mie classi la Costituzione è sui banchi e ogni volta che accade una discussione tra noi, la usiamo, la leggiamo, andiamo a vedere che dice “Il Grande Libro”. Ogni anno chiedo ai miei ragazzi: chi di voi a casa ha la Costituzione? Sono davvero poche le famiglie che ne hanno una nella loro libreria. Ripartiamo da qui: deve tornare nelle famiglie, nelle scuole. Così come la democrazia va vissuta. Spesso in classe facciamo delle vere e proprie elezioni, con tanto di campagna elettorale, candidati sindaci, comizi, seggi per poi eleggere il nostro “primo cittadino”. Ma non basta. Andiamo a fare i consiglieri e gli assessori in una vera aula consiliare: siamo stati a Lodi, a Milano. Educare all’affettività in classe, si può? Io parlerei di educazione all’affettività e alla sessualità. Raccolgo sempre i “pizzini” dei miei ragazzi, quelli che trovo sotto i banchi o quelli che mi lasciano dopo una lezione su questo argomento o su un altro. Sono il mio “materiale pedagogico”. Uno dei più simpatici diceva: «Maestro ma tutti i genitori l’hanno fatto? È difficile la procedura?». A queste domande la scuola ha il dovere di dare una risposta. Ora, non domani. Purtroppo l’Italia è uno dei Paesi che ancora non ha una legge in tema di educazione sessuale così tutto è lasciato alla bontà o conoscenza o disinformazione dell’insegnante di scienze o di religione.


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LA GUIDA/3

Con i Gatti di Milano al Lazzaretto di Milano

I Gatti di Milano non toccano terra. Le info

«Dalla zona della stazione ci dirigiamo verso corso Buenos Aires, dove si possono visitare due luoghi storici di Milano: i resti del Lazzaretto e i Bastioni di Porta Venezia» Tratto da I gatti di Milano non toccano terra edito da Caritas Ambrosiana, Farsi Prossimo e Coop. Oltre

Tre furono le grandi epidemie che colpirono Milano dalla metà del 1500 agli inizi del 1600 e che portarono, alla fine del 1400, alla costruzione del Lazzaretto. Edificato tra il 1489 e il 1509, era il luogo preposto ad accogliere le persone colpite dall’epidemia. Fu costruito fuori le mura cittadine e lontano dal centro abitato, perché allora si pensava che l’aria respirata dagli appestati fosse “ammalata” e potesse contagiare le persone sane. La costruzione era formata da un grande recinto quadrato con al centro una chiesa e, a ridosso delle mura interne, furono costruite numerose abitazioni adibite al ricovero degli ammalati e al personale preposto alla loro cura. Durante l’epidemia del 1630 il Lazzaretto di Milano, che causò la morte di quasi metà della popolazione, ospitò fino a 16 mila persone

È quest’ultima l’epidemia di peste più conosciuta e lo si deve ad Alessandro Manzoni che parla del Lazzaretto ne I promessi sposi, ed è al suo interno che, dopo lunghe e travagliate vicende, fa rein-

contrare Renzo e Lucia, i protagonisti del romanzo. Oggi della costruzione originale, che nel corso degli anni cambiò spesso destinazione d’uso, rimangono poche tracce; demolita quasi interamente nella seconda metà del 1800 solo in Via San Gregorio si possono ancora vedere alcune stanzette facenti parte dell’antico Lazzaretto, mentre nella vicina via Palazzi si trova la chiesa di San Carlo che, all’epoca, sorgeva al centro del Lazzaretto.

Questa e altre curiosità si possono leggere sulla guida. Questo itinerario è il numero 5 e si snoda tra i quartieri di Porta Garibaldi, Centrale e Isola. La guida costa 10 euro e può essere acquistata: - chiamando in redazione al numero 0267479017 (mail: scarp@coopoltre.it) - presso la sede di Scarp de’ tenis, in via degli Olivetani 3 a Milano - presso la sede di Caritas Ambrosiana in via San Bernardino 4 a Milano - presso il Centro Diurno La Piazzetta in viale Famagosta 2 a Milano - presso le librerie Ancora di Milano e Monza

LA STRISCIA

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LE DRITTE DI YAMADA

C’è il rumore della pioggia in Un grande giorno di niente

Un consiglio: in libreria avvicinatevi allo scaffale dei libri illustrati, sentireste il bel rumore di pioggia battente provenire da uno dei volumi. Ecco... scovatelo e scoprireste che bella è la storia scritta e illustrata da Beatrice Alemagna – autrice e illustratrice tra le più importanti, amata e premiata ad ogni latitudine – nel suo ultimo titolo Un grande giorno di niente, uscito per Topipittori. Il libro comincia con due figurine sotto la pioggia, ciascuna col suo trolley: una mamma e il suo bimbetto di sette-otto anni stanno arrivando nella loro casa di vacanza, circondata da una gigantesca foresta. I giorni, in quel posto, scorrono tutti uguali: la mamma scrive al computer in silenzio mentre il bimbetto, sdraiato sul divano, uccide marziani col suo videogioco. I pensieri del bambino, tra un marziano e l’altro, corrono al padre: non è lì con loro e non ci è dato sapere se o perché non può (più). Dopo poche pagine vediamo la madre sbottare col figlio: non gli vede far niente, e dunque gli sequestra il giochino. Il figlio se ne riappropria di nascosto, arraffa la sua mantellina arancione ed esce, per bloccarsi subito dopo pochi passi, sotto il portico: il muro impastato dalla pioggia e dalla noia gli sembra invalicabile; gli preclude persino lo sguardo sulla ridondante natura che si sta abbeverando tutt’intorno: alberi, cespugli, arbusti, foglie, rami, danzano felici, riverbe-

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Avvicinatevi in libreria allo scaffale dei libri illustrati. Ci sono piccoli gioielli come questo bel volume di Beatrice Alemagna

il libro Un grande giorno di niente di Beatrice Alemagna

Il ritratto di una Francia messa in ginocchio dalla disoccupazione, dai debiti e dai traffici di droga. Wollaing è una cittadina dove il venticinque per cento degli abitanti è disoccupato e il cinquanta alcolista; i giovani sognano di diventare calciatori o star della televisione. In questa miseria umana e materiale Paoline viene trovata morta. Ma il caso è più complicato di quel che sembra.

rando lampi di verde ovunque. Si decide, il bimbo e, messo al riparo il suo prezioso videogioco nella tasca, scende lungo una piccola collina. Trova un laghetto con dei sassi che sbucano: sembrano proprio le teste dei marziani mazziate col suo giochino! Ci salta sopra, passando da un sasso all’altro quando – “tragedia delle tragedie!” –il suo videogioco esce dalla tasca e plof!, finisce in acqua.

Emmanuel Grand I bastardi dovranno morire Neri Pozza, euro 18

Questo è il punto più triste del libro: l’angoscia che assale il bambino gli paralizza le gambe che, nel toccante disegno a doppia pagina, prendono le venature e le fattezze di due tronchi.

Anoressia, se ne può uscire Cecilia, Serena, Diego, Alessia e Matilde a un certo punto della loro giovane vita si ritrovano a fare i conti con un pensiero fisso che li sovrasta e li “possiede”, svuotandone i corpi, minandone la giovinezza e sconvolgendo le loro famiglie: l’anoressia. Un medico, con un’energia al servizio dei pazienti, e determinato a salvarli, racconterà le loro storie facendo intravedere il vero volto di questa malattia.

«Le gocce mi picchiavano sulla schiena come sassi. Mi sentivo un albero perso nella tempesta». Goccia dopo goccia, il bimbo si scuote: si rialza seguendo una piccola processione di lumache, apre lo sguardo, gli arriva un ricordo, tocca la terra e l’erba, annusa l’aria, vede la luce squadernarsi in un arcobaleno, raccoglie sassetti lucidi e riflettenti, beve la pioggia che sgocciola da un ramo. Sente il suo cuore battere, è fradicio e pieno di cose da raccontare, e torna a casa da sua madre. Che esce dal silenzio della sua scrittura, e asciuga suo figlio: pare cambiato, dalla figurina sparuta dei disegni iniziali. Ora i suoi occhi sono più dolci e agganciati, in un silenzio complice, a quelli sereni della mamma, tra gli sbuffi profumati di una cioccolata calda in cucina.

Ho taciuto su un passaggio bellissimo e cruciale,che ha rapito la mia tenerezza. Lo lascio trovare a voi...

Stefano Vicari, Ilaria Caprioglio Corpi senza peso Edizioni Erickson, euro 16.50

Cittadini del mondo? Solo per ricchissimi

[ a cura di Daniela Palumbo ]

di Yamada (aka Grazia Sacchi)

E tutto diventò un deserto

La cittadinanza, ovvero il “diritto ad avere diritti” come l’ha definita Hannah Arendt, oggi è un miraggio per milioni di persone sulla terra. Nel suo reportage la giornalista Atossa Araxia Abrahamian, racconta come la cittadinanza sia preclusa a milioni di persone. Per pochi fortunati, al contrario, i passaporti sono beni di lusso da collezionare. Atossa Araxia Abrahamian Cittadinanza in vendita La nuova frontiera, euro 15.50


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VISIONI

Un fotogramma del film diretto da Asaph Polonsky, regista classe 1983, nato a Washington ma cresciuto in Israele

Ritratto di famiglia con tempesta Ik regista giapponese Hirokazu Kore-Eda racconta la storia di un padre che sembra perdere il legame con la sua famiglia, ma servirà una tempesta a scongiurare il disastro. Ryoto era uno scrittore che aveva tutto, fama, famiglia, figli. Ma non se ne accorge, fino a quando non sta per perdere tutti gli affetti.

Una settimana e un giorno

Ottima accoglienza in Croisette per Una settimana e un giorno, commedia di Asaph Polonsky, che riesce nel sempre difficile compito di commuovere, divertire e impartire una piccola grande lezione di vita. Non è molto semplice tutto ciò quando si racconta una storia per il grande schermo. Il

messaggio di vita di questo film è legato al rituale della tradizione ebraica dello Shiv’ah ed è tutto giocato sul diritto e il dovere di ricominciare a vivere dopo un grande lutto. Del regista di questa delicata opera prima ne sentiremo parlare anche in futuro.Eyal e Vicky hanno perso il loro figlio. Tra visite dei vicini di casa e un controllo dal dentista, lentamente e con tanta fatica cercano le forze per andare avanti o almeno superare il tempo dello Shiv’ah. Durante la settimana successiva al funerale, secondo un rito religioso particolarmente sentito nella comunità ebraica di Israele, nell’abitazione di chi ha subito il lutto si ritrovano infatti parenti e amici per offrire il loro supporto. Peccato che Eyal, personaggio che nel film è interpretato da Shai Avivi, noto attore comico particolarmente bravo a ge-

Esce il 18 maggio uno dei film più interessanti dell’ultimo Festival di Cannes, un piccolo gioiello che diverte e aiuta a superare le difficoltà

il film Una settimana e un giorno Un film di Asaph Polonsky Con Uri Gavriel, Tomer Kapon, Sharon Alexander. Commedia drammatica, Israele 2016

modo supererà il proprio dolore e ritroverà anche solo per un istante la gioia di un sorriso. Come diceva Enzo Jannacci: «A volte la pena di vivere è anche peggio della pena di morte». Altre volte, invece, è solo questione di tempo.

7 minuti dopo la mezzanotte La fantasia per i bambini è una risorsa importante ma quando diventa l'unico mondo nel quale si vuole vivere è pericolosa. Il bambino del romanzo di Patrick Ness, che nel 2012 è stato giudicato il miglior libro per ragazzi, in Inghilterra, è bullizzato dai compagni. E poi la madre si ammala di tumore. E' troppo per lui. Cercherà conforto nella fantasia.

Libere. La Resistenza delle donne

[ a cura di Daniela Palumbo ]

di Sandro Paté

stire la parte di un padre che sopravvive al proprio figlio maschio, in attesa del mattino del settimo giorno non ha voglia proprio di vedere nessuno. Le piccole discussioni quotidiane, le solite con i vicini di casa per i rumori molesti e, viceversa, tutto ciò che è lontano dalle proprie abitudini si mischia confusamente durante il periodo di superamento del lutto: Una settimana e un giorno racconta di questo strano tempo in cui nulla ha più senso o, meglio, tutto ne acquista uno completamente nuovo. Eyal, travolto dal proprio sconforto e alla ricerca di un modo per non pensare troppo alla propria tristezza, finirà per passare del tempo con il figlio dei propri odiosissimi vicini di casa, strambo pony express con poca voglia di lavorare. La coppia di nuovi amici imparerà a recuperare, a preparare e, ovviamente, anche a fumare marijuana. Vicky, insegnante, per colpa di questa settimana che sembra non passare mai, a un certo punto torna in classe e pretende di cacciare il supplente durante una lezione. Ognuno a suo

Rossella Schillaci firma la visione di un coro di voci di donne che si raccontano nella Resistenza partigiana, l'emancipazione, la conquista della libertà e il ritorno forzato alla casa dopo la Liberazione. Attraverso il recupero delle testimonianze d'archivio di donne e partigiane, la regista ricostruisce quello che è stato considerato il primo passo verso il femminismo in Italia. Con un contributo di Milva. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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La rockstar ha fondato la Jon Bon Jovi Soul Foundation con l’obiettivo di combattere l’homelessness e la fame

Jon Bon Jovi «Chi finisce in strada non è per una scelta di vita» di Terri White courtesy of INSP/The Big Issue (trad. Translators without borders; adattamento Sabrina Montanarella)

The Big Issue ha incontrato la rockstar americana. Il cantante parla del suo impegno a favore dei senza dimora che parte dall’amicizia con una suora americana 22 Scarp de’ tenis maggio 2017

Jon Bon Jovi ha venduto oltre 130 milioni di dischi. In questa intervista con The Big Issue, Bon Jovi parla apertamente della propria eredità musicale, dello scioccante abbandono del chitarrista Richie Sambora e della sua opera di beneficenza per combattere l’homelessness e la mancanza di cibo. Lo incontriamo all’Hotel Savoy. Siamo qui per parlare del suo nuovo album This House is Not for Sale, ma parleremo anche delle sue attività benefiche che a settembre 2016 gli hanno valso il Global Citizen Award conferitogli da Bill Clinton. Infatti, dieci anni fa ha fondato la Jon Bon Jovi Soul Foundation con l’obiettivo di combattere l’homelessness e la fame negli Stati Uniti offrendo al-


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loggi e aiuti tramite la sua JBJ Soul Kitchen che ha alla base un principio semplice: mangia qui e fai una donazione, oppure fai il volontario in cucina. Ti va di parlare dei cambiamenti nella band avvenuti negli ultimi anni? È stato un periodo difficile, colmo di agitazione, imprevisti e disastri a non finire. Ma prima forse dovrei dire a me stesso: per favore, sto parlando con The Big Issue, dove le persone vendono la rivista agli angoli della strada, non c’è spazio per l’autocommiserazione. Ecco le difficoltà di una rockstar. Non è proprio questo il messaggio che intendo lanciare, ma ho avuto alcune brutte sorprese: Richie Sambora che ci abbandona all’improvviso, io e la casa discografica ai ferri corti riguardo all’industria musicale. È stato un periodo unico nella mia vita in cui mi sono sentito vulnerabile, e l’ho messo in versi. Rappresenta una rinascita. Non credo comunque di aver raggiunto la luce in fondo al tunnel ma per la prima volta in tre anni riesco a vederla. Coming home è uno dei temi principali dell’album, ma è anche un lascito. La tua eredità è qualcosa su cui hai pensato a lungo? Che cosa vuoi lasciare di te? Chi sei veramente? Scrivere canzoni è ciò che faccio, non quel che sono. Mi sono detto che a 50 anni non mi sarei scritto “stronzo” sulla pancia e messo lo smalto nero sulle unghie. Non potevo essere un cliché. Non è rock and roll dare vita a una fondazione che nutre i senza tetto. Pensi che la musica sia un’eredità sufficiente? Io non sono solo musica, è solo il

Signore e signori nessuno si è mai alzato al mattino e si è detto: «Ho in mente una brillante carriera: voglio fare il barbone per strada»

mio biglietto da visita. Sono molto fiero del lavoro svolto dalla Fondazione. Il tipo di ristorante che abbiamo creato non esisteva neanche, è stato l’ago nel pagliaio. Abbiamo fatto qualcosa di concreto, non solo stare davanti a un microfono per raccontare di come sfamare chi non ha cibo o non ha una casa. Io sono lì, a lavare quei fottuti piatti. I tuoi primi album rappresentavano i colletti blu, ma ormai il mondo è cambiato in modo significativo, soprattutto per loro. È cambiato drasticamente, il che ti fa capire che una certa parte della popolazione, proprio quella sui cui Trump fa leva (l’intervista è stata pubblicata prima delle elezioni presidenziali americane, ndr) è rappresentata dall’uomo anziano, bianco, un po’ istruito, preoccupato e deluso perché non ha trovato la pentola d’oro, il lavoro in fabbrica non c’è più e il mutuo è rimasto lì dov’era. Dall’altra parte della medaglia ci sono invece i millenials che votano Bernie (Sanders, candidato alle primarie, ndr) consapevoli che non avranno mai una casa e che quindi devono iniziare a pensare di più al loro futuro. Questi sono i due poli opposti, sono cambiamenti accaduti nel corso della mia vita ma quando politica e avidità si mettono in mezzo a questo cammino, ostacolandolo, è doloroso. Chiunque dotato di razionalità è a conoscenza che

L’INTERVISTA soldi e avarizia sono una combinazione malvagia. Come si può iniziare a risolvere il problema? Parte del lavoro della JBJ Soul Foundation è concentrata sul programma Employment and Empowerment Team, un team di professionisti e volontari qualificati in grado di aiutare quei 50enni che stanno cercando di rientrare nel mondo del lavoro e non sanno usare il computer come i loro figli adolescenti, non sanno come compilare una candidatura per un impiego, o spiegare quali siano le proprie abilità e quali servizi possono offrire. È una situazione spaventosa quella in cui si ritrovano perché il mondo è cambiato molto. Io non so come fare. Ci vogliono persone più intelligenti di me per capirlo. Ma finché non saremo in grado di riconoscere che quello che ci separa è ciò che dovrebbe unirci, questa diversità così marcata non migliorerà in tempi brevi. Lo scopo della Fondazione è restituire dignità di sé. Qual è l’origine di questa filosofia? Arriva attraverso l’esperienza. Mi trovavo a New York un gior-

scheda Jon Bon Jovi, nome d'arte di John Francis Bongiovi Jr (Perth Amboy, 2 marzo 1962), è un cantante, musicista e attore statunitense, leader dei Bon Jovi, noto gruppo rock del New Jersey. Famoso anche per il suo impegno sociale: Il 21 settembre 2005 ha donato un milione di dollari ad Oprah Winfrey, conduttrice di un famoso talk-show negli Stati Uniti, per la sua fondazione di beneficenza Angel Network. Nel 2011 ha inaugurato un ristorante dove i meno abbienti possono pagare anche con lavori socialmente utili; tramite la sua fondazione ha costruito anche abitazioni per i più poveri.

no e mentre guardavo fuori dalla finestra notai un tizio che dormiva su una grata in pieno inverno. Mi sono detto che questo non poteva essere quello a cui George Washington e Ben Franklin, gli uomini che hanno camminato su queste strade, avevano pensato. All’improvviso mi è sembrato tutto chiaro: ci sono, il problema dei senza dimora. Non importa che tu sia bianco, nero, giovane, vecchio, repubblicano o democratico; può colpirti in qualunque momento. Così ho incontrato un esperto nel campo, una suora: la rockstar e la suora sono diventati amici in fretta. Quando siamo andati a Washington, le sue competenze e il mio bel faccino ci hanno fatto entrare in molte stanze. Così abbiamo creato i ristoranti. E ancora una volta l’audacia ci ha dato la forza di riunire le persone. Gli oppositori dicevano: “Non lo sosterremo”. Perché? Per paura. Va bene, ma paura di cosa? “Non voglio sedermi accanto a un senzatetto”. Davvero? Guarda che quel tizio ti ha appena cucinato il pranzo. È questa la nostra missione: colmare questa lacuna di educazione. Così, lentamente, stiamo insegnando alla comunità che la condivisione, e nel nostro caso il cibo, ti dà l’opportunità di conoscere il tuo vicino. Così, dopo 55 mila pasti somministrati in un ristorante da 33 posti pensi “wow, sta funzionando”. Il mio obiettivo è fare la cosa giusta e ridare una chance, che superi l’elemosina. Signore e signori, nessuno si è mai alzato al mattino e si è detto: “Ho in mente una brillante carriera: voglio fare il barbone per strada”. No, chi cavolo vorrebbe farlo? Qualsiasi cosa li abbia portati a questa disperazione, non è certo stata la loro prima scelta di vita.

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Oltre il 92 per cento degli adolescenti dichiara di non separarsi mai dallo smartphone e molti di loro sono connessi 24 ore su 24. Senza la consapevolezza che tutto ciò che finisce online ci resterà per sempre e potrà essere usato contro di loro

Se i cattivi so Il 5,9 per cento degli adolescenti italiani ha denunciato di avere subìto atti intimidatori tramite sms, mail, chat o social network. Vittime, più di tutti, sono le ragazze: il 7,1% contro il 4,6 dei ragazzi. Se consideriamo poi il sexting , quando due o più minorenni si 24 Scarp de’ tenis maggio 2017


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CYBERBULLISMO

sono online

scambiano, foto, messaggi, video a contenuto sessuale, le percentuali crescono ancora. Viaggio di Scarp nella generazione social in cui per avere un like in più sulla propria pagina si è disposti a tutto. Anche a bullizzare altri ragazzi. Mentre i genitori, terrorizzati, stanno a guardare maggio 2017 Scarp de’ tenis

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di Generoso Simeone

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In Italia i ragazzi tra i 14 e i 17 anni sono 2 milioni e 293 mila secondo gli ultimi dati Istat. Di questi il 92,6 per cento dichiara di non separarsi quasi mai dal telefonino. Il 67,8 per cento lo utilizza ogni giorno già tra gli 11 e i 13 anni. Il 23,6 tra le 2 e le 4 ore giornaliere. Le femmine più dei maschi. Il 5,9 per cento ha denunciato di avere subìto azioni vessatorie tramite sms, mail, chat o social network. Vittime, più di tutti, sono le ragazze: il 7,1% contro il 4,6 dei ragazzi. Se consideriamo poi il sexting (quando due o più minorenni si scambiano, foto, messaggi e video a contenuto sessuale) le percentuali crescono ancora. Secondo un’indagine del 2016 di Censis e Polizia postale il 10 per cento dei dirigenti scolastici italiani

ha dovuto gestire episodi simili. E il 25,5 per cento di loro ha riscontrato difficoltà nel rendere i genitori consapevoli della gravità dell’accaduto. *** I conigli hanno il pelo lungo e arruffato. Se ne stanno tranquilli nella loro casetta dentro la grande gabbia che li ospita. Più tardi riceveranno la visita di un ragazzino che li accarezzerà, li prenderà in braccio e li accudirà. Quella con i conigli è una delle attività svolte dagli adolescenti ospiti del Centro nazionale prevenzione bullismo e cyberbullismo creato presso la Casa pediatrica dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano diretta dal professor Luca Bernardo, uno dei massimi esperti del fenomeno bullismo. «L’attività di pet therapy – spiega il professore che è anche responsabile del Centro –fa molto bene ai no-

stri ragazzi perché riduce lo stress e li tranquillizza. Nel nostro Centro proponiamo alle vittime di bullismo e cyberbullismo diverse attività per aiutarli a superare i traumi e a riacquisire fiducia in se stessi». Nei corridoi della Casa pediatrica si aggirano tanti bambini, pre-adolescenti e ragazzini più grandi. Sono quasi tutti in compagnia di famigliari o assistiti da personale infermieristico, ognuno con un piccolo o grande problema di salute da risolvere. L’impressione, anche grazie alle pareti e agli arredi colorati e ai vari giochi e ai libri sparsi tutt’intorno, è quella di non stare in un ospedale. Tra gli ospiti, anche loro, i bullizzati del web ovvero quelli che hanno subito aggressioni e violenze attraverso i social network. «Stiamo parlando – dice Bernardo –di un fenomeno in continua crescita. Lo scorso anno su 1.520 casi curati da noi, l’80 per cento ha riguar-


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Il 23 per cento dei ragazzi italiani tra gli 11 e 13 anni dichiara di essere on line tra le 2 e le 4 ore al giorno. Spesso senza controllo e alla mercè di chiunque

dato vittime di cyberbullismo. L’utilizzo delle tecnologie per fare del male è più grave rispetto al bullismo tradizionale. Anzitutto perché si è due volte vittima: la prima al momento dell’aggressione, fisica o psicologica che sia. La seconda, quando il video o il post vengono condivisi in Internet. E poi perché il cyberbullismo non ha mai fine. Infatti, mentre il minore bullizzato quando rientra a casa può rifugiarsi in un ambiente tranquillo, chi ha subito atti violenti messi poi onlinevive costantemente l’incubo. La vittima non smette mai di essere tale». Non ci sono pillole Nel Centro vengono proposte quelle che il professor Bernardo chiama cure di prossimità. «Possiamo definire il cyberbullismo, così come il bullismo tradizionale –argomenta –malattie croniche perché il numero di chi ne soffre è impressionante e per-

L’INTERVENTO

Forze dell’ordine in prima linea per combattere gli abusi on line: «Lavoriamo su ragazzi e genitori per creare una rete educativa» Nonostante i ragazzi siano ormai collegati alla rete 24 ore su 24 ancora non esiste una normativa di settore specifica che riguarda il cyberbullismo. «Credo che su questo sia doveroso fare una riflessione – spiega Marco Cadeddu, dirigente della squadra mobile della questura di Lecco (a destra) –: per poter intervenire Polizia e Magistratura devono far riferimento a una serie di reati diversi (dallo stalking alle lesioni personali, dall’estorsione alla diffamazione). Buona parte dei ragazzi dalla prima media in su hanno tra le mani uno smartphone che permette loro di collegarsi alla rete senza alcun tipo di filtro o protezione. Credo che tutti noi, e per noi intendo tutte le agenzie educative che operano con i ragazzi, dalla famiglia alla scuola, dalla forze dell’ordine agli oratori, dovremmo porci il problema di che tipo di risposta dare all’uso distorto della rete». Purtroppo quando le forze dell’ordine sono chiamate a intervenire spesso significa che la situazione è scappata di mano. «Noi interveniamo in seguito a denuncia – continua Marco Cadeddu – e questo vuol dire che le conseguenze del comportamento in rete sono diventati gravi. Casi gravissimi dai quali i ragazzi fanno molto fatica ad uscire e che spesso sfociano nella malattia mentale o nel tentativo di suicidio.

Se non si agisce su tutte le persone che fanno parte dell’ambiente intorno al minore, il programma non funziona. L’obiettivo è scardinare, con un apposito percorso, le convinzioni che hanno generato la patologia

Per questo stiamo puntando moltissimo sulla prevenzione, intensificando la nostra presenza nelle scuole». Lavorando con i ragazzi ma anche con i genitori. «Quello che cerchiamo di far capire – continua Cadeddu – è che non esiste un software in grado di proteggere i ragazzi dai pericoli della rete. Quello che serve è invece lavorare sulla consapevolezza e sulla fiducia tra le persone. Perché se un genitore è attento ai segnali che i propri figli gli lanciano riuscirà ad intervenire in maniera tempestiva e risolverla. E se i ragazzi capissero che la rete non è qualcosa di diverso dalla vita reale, avremmo risolto gran parte dei problemi». Sono in molti a non comprendere che una foto o un commento postato in rete rimarrà lì per sempre e potrà essere sempre usato contro chi l’ha fatta. «Andando nelle scuole – conclude Marco Cadeddu – ci si rende conto come i dati ufficiali intercettino solo la parte più superficiale del problema. Un’indagine anonima compiuta due anni fa su 5 mila ragazzi delle scuole superiori della provincia di Lecco ha evidenziato come il 55% dei ragazzi abbia inviato almeno una volta immagini personali di carattere intimo. Un problema enorme. Che può essere affrontato solo creando una grande allenza educativa». Ettore Sutti

ché non c’è una pillola che risolve. Il nostro approccio prevede una presa in carico da parte di un’équipe formata da diversi specialisti: il pediatra, l’adolescentologo, lo psicologo, lo psicoterapeuta, l’educatore e, in alcuni casi, anche uno psichiatra e un neuropsichiatra infantile. Il metodo attuato è quello dei colloqui, che però non riguardano solo la vittima, ma anche i genitori, la famiglia nel complesso e la scuola. Se non si agisce su tutte le persone che fanno parte dell’ambiente intorno al minore, il programma non funziona. L’obiettivo è scardinare, con un apposito percorso, le convinzioni che hanno generato la patologia. Il bullizzato prova vergogna per non essere riuscito a difendersi, pensa di aver fatto qualcosa per cui essersi meritato il trattamento subito. La sua autostima affonda ed emergono disturbi di relazione. È frequente la dispersione scolastica mentre in alcuni casi si re-

gistrano depressione e autolesionismo fino a tentativi di suicidio».

Più del 90 per cento dei ragazzi che passano dal Centro risolve i suoi problemi. «Fanno parte delle cure di prossimità – racconta il professore –anche le diverse attività che proponiamo. Oltre alla pet therapy ci sono i corsi dell’Accademia di Belle Arti, dove i nostri adolescenti usano materiali duttili e trasformabili per capire che anche loro possono prendere forma, e le ore trascorse nella Palestra dell’autostima dove, con appositi esercizi, si impara a usare il tono della voce e ad assumere una certa postura. Poi c’è il tempo trascorso a fare compagnia e a giocare con i bambini ricoverati nella Casa pediatrica. Dedicarsi agli altri fa sentire utili le nostre vittime di cyberbullismo e anche questo contribuisce all’autostima». Tutte le attività vengono svolte all’interno del Centro, dove è anche maggio 2017 Scarp de’ tenis

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COPERTINA possibile frequentare le lezioni scolastiche. Gli ospiti vivono qui per un periodo che va da sei mesi a un anno. La struttura prende in cura anche i cyberbulli. «Per noi – spiega Bernardo – anche loro sono delle vittime. Quasi sempre hanno a che fare con un modello famigliare fallimentare caratterizzato da violenza fisica o psicologica. Il bullo, anche quello che usa il web, agisce per noia o per una rabbia inespressa che esplode nell’aggressione agli altri, verso i quali non prova alcuna empatia. Curiamo anche loro con apposite attività. Ad esempio, in palestra facciamo in modo che incanalino la rabbia e, mettendoli al fianco dei bambini ricoverati in pediatria, cerchiamo di stimolare in loro il rispetto del prossimo. Il problema è che il cyberbullo non viene spontaneamente da noi perché non ritiene di dover farsi curare e anche la famiglia è spesso assente. Per cui ci arrivano o tramite segnalazioni delle forze dell’ordine oppure in regime di messa alla prova a seguito di condanna».

Nella foto la campagna lanciata in rete dalla ong canadese Children of the Street Society: l’idea è quella di mettere in guardia i ragazzi contro i pericoli del sexting

Degenze lunghe

Secondo Luca Bernardo la strada da fare è ancora molta. «In Italia – dice – manca una cultura della prevenzione. Spesso si lascia campo alla buona volontà e al sentito dire, invece occorrono specialisti. Così come è fondamentale la presa di responsabilità delle aziende gestori dei social network. Non è possibile che con il web chiunque voglia, possa qualsiasi cosa. Così come non è ammissibile che il controllo sia demandato solo ai genitori. È necessaria una grande alleanza che metta insieme le imprese del web, la scuola, le istituzioni, le forze dell’ordine e gli specialisti. La mia personale proposta è creare un Centro come il nostro in tutte le regioni d’Italia. Non è possibile, come è capitato, che dei ragazzini debbano venire a curarsi a Milano dalla Sicilia».

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Lombardia: approvata una legge anti bullismo di Alberto Rizzardi

I consiglieri Fabio Pizzul e Jari Colla in prima linea sulla questione: 300 mila euro per le iniziative di prevenzione

Anche la Lombardia, dopo il Lazio, ha una legge anti bullismo e cyberbullismo: lo scorso gennaio il Consiglio regionale ha approvato la proposta presentata in materia già a fine 2014 dal consigliere Pd Fabio Pizzul, relatore con il collega della Lega Nord, Jari Colla. La legge 142/2017 consta di sette articoli e prevede, tra l’altro, lo stanziamento di 300 mila euro per il sostegno a iniziative di contrasto al bullismo e la creazione di un’apposita consulta, che avrà il compito di raccogliere informazioni e valorizzare le iniziative anti bullismo, agendo sia sul fronte delle vittime, sia per il recupero dei bulli. Con una clausola valutativa biennale che dirà se le cose si stanno facendo per bene. I punti di forza? «Fare rete – spiega Pizzul – e de-


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LA STORIA

La morte di Carolina Picchio diventa un monito per tutti Il padre: «Serve una legge specifica sul cyberbullismo» Carolina è morta suicida. A 14 anni. Buttandosi dalla finestra della sua camera, dopo che in rete venne diffuso un video a sfondo sessuale in cui lei era (inconsapevole) protagonista. È successo a Novara, nel gennaio del 2013. Le cose erano andate più o meno così: a una festa Carolina (nella foto a destra) beve, si sente male, va in bagno barcollando; in sei, tutti coetanei, la raggiungono, la molestano e filmano il tutto, mettendo poi il video su Facebook, dove raccoglie 2.600 like, insulti e volgarità miste vomitate dall’anonimato di Internet. Il papà di Carolina è una delle persone incontrate dai consiglieri lombardi durante l’iter di costruzione della legge: Paolo Picchio, da quel maledetto gennaio 2013, non smette di alzare la voce sul tema del bullismo. Lo ha fatto anche di recente, dopo i raccapriccianti fatti di Vigevano, con una baby gang che per mesi ha vessato, umiliato e molestato sessualmente un quindicenne, mettendo le foto online: Picchio ha scritto alla pre-

sidente della Camera, Laura Boldrini, per chiedere che la legge sul bullismo diventi al più presto realtà. Quella legge che, dopo i via libera del Senato, proprio alla Camera è di nuovo ferma per la quarta lettura, dopo un iter parlamentare piuttosto travagliato iniziato nel 2014 e che, a Montecitorio, ha visto il disegno di legge a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo, proposta nata in seno alla Commissione diritti umani già nel 2013 grazie la senatrice del Pd Elena Ferrara (insegnante di musica alle medie di Carolina), abbinato a proposte di legge sul cyberbullismo più su piano sanzionatorio, che hanno allungato i tempi e reso il tutto più farraginoso. Il Centro nazionale prevenzione bullismo e cyberbullismo di Milano presto sarà intitolato alla sua memoria e si chiamerà Centro Carolina. Alberto Rizzardi

LA LEGGE

finire la Regione, che non ha competenze dirette in materia, come soggetto che si mette al fianco delle vittime e delle realtà che lavorano ogni giorno nel contrasto del bullismo». Il tutto con un aspetto anche culturale, determinante per aggredire una piaga come quella del bullismo, fenomeno che ha coinvolto almeno 70 mila ragazzi tra i 15 e i 24 anni in Lombardia. Forza alle associazioni Importante, nel percorso di costruzione delle legge, il confronto con le realtà che ogni giorno operano su questi temi, per capire meglio il fenomeno e rendersi conto che una rete già c’è, ma va coordinata e resa più efficace. «Gli attori – spiega Pizzul – sono quelli tradizionali del mondo educativo: le famiglie, in primis, spesso impreparate di fronte a figli che sono molto più avanti

dei genitori, soprattutto a livello di Internet e social network, e il mondo della scuola, con linee guida emanate dal Ministero dell’Istruzione, che il territorio sta recependo, per creare delle reti di istituti con docenti-referenti in tema di prevenzione e contrasto a bullismo e cyberbullismo. C’è poi un ricchissimo tessuto di realtà associative, che dimostrano anche grande creatività nell’intervento su queste tematiche e nell’invitare i giovani a mantenere alta la guardia». Già, la guardia va tenuta alta, da tutti, perché il bullismo è un fenomeno magmatico, una medaglia con tante facce, un mostro dalle mille teste. I numeri, sì, possono indicarne la portata e l’incidenza, ma non bastano, da soli, a spiegare cosa sia il bullismo: dietro ogni numero c’è una storia e le singole storie vanno conosciute, non per voyeurismo

La superficialità con cui finora ci si era accostati al fenomeno del cyberbullismo nasconde l’incapacità di mettersi nei panni di coloro che sono vittime, i quali, nel loro microcosmo, vivono questi fatti come un attacco alla loro dignità

giornalistico, assai di moda negli ultimi tempi ma piuttosto di bassa lega, ma per sapere e capire. C’è ancora tanto da fare, insomma, e velocemente, recuperando il tempo perso: «C’è stata una sottovalutazione a livello istituzionale e sociale – sottolinea Pizzul – con un’alzata di spalle generale, pensando che, in fondo, queste cose sono sempre successe e che, anzi, un po’ di sano confronto con la realtà e con gli altri non può che far crescere; in realtà, scavando un po’, ci si accorge che la superficialità nasconde un’incapacità di mettersi nei panni di coloro che sono vittime, i quali, nel loro microcosmo, vivono questi fatti come un attacco alla loro dignità. Mi ha colpito, però, in parallelo l’incredibile capacità di reazione, spesso nascosta, dei ragazzi, che per primi si mettono in gioco, alzando un argine contro il cyberbullismo». maggio 2017 Scarp de’ tenis

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PROGETTI

Pepita: «Un format per aiutare le vittime a chiedere aiuto» È Adesso parlo io è un format tv andato in onda su Real Time. Dieci puntate sul bullismo curate dall'associazione Pepita, la cooperativa sociale che da dieci anni affronta con i ragazzi il bullismo, cyberbullismo, sexting. «Il programma – racconta Ivano Zoppi presidente di Pepita – è nato dal fatto che più del 50% dei ragazzi che abbiamo incontrato negli ultimi anni (quasi 50 mila) alla nostra domanda: se fossi vittima di bullismo o cyberbullismo, ne parleresti con qualcuno? Rispondevano di no. I motivi? Paura e vergogna. Omertà: non denuncio, resto spettatore. E poi il più sconcertante: sto zitto perché non ho nessuna figura di riferimento con cui parlarne». Attraverso il format, Pepita ha voluto dire ai ragazzi: tornate ad avere fiducia negli adulti accanto a voi. «Chi ci seguiva poteva raccontare, attraverso Whatsapp, la propria esperienza. In un mese ci sono arrivate 300 storie di bullismo. E non erano tutte vittime. Con 100 di questi adolescenti sono ancora in contatto, l'obiettivo è tirarli fuori dalla situazione dentro cui si sentono prigionieri». Finito Real Time il format continua a girare nelle scuole con i professionisti dell'educazione di Pepita. La scarsa fiducia nel mondo genitoriale e adulto, da parte dei ragazzi, non è un caso. «Ne incontro tanti – sostiene Zoppi –. Sono attraversati da un concetto di deresponsabilizzazione che è devastante per i ragazzi. L'hanno fatto tutti ma è solo un gioco. Invece non è un gioco. Qualche domanda i genitori se la devono porre oggi. Hai messo in mano a tuo figlio lo smartphone a 9 anni? Allora interrogati su quale strumento gli stai dando. Assurdo che gli adulti continuino a postare foto dei loro figli. Ma lo sai che restano per sempre? Che quando sottoscrivi un contratto con un social network lo autorizzi a usare le foto come vuole? Rispondono: ma io lo invio solo ai nonni. A chi conosco. Non avvertono la gravità del loro esempio sui ragazzi. È innaturale che un ragazzino stia connesso dalle 7 alle 12 ore. Si svegliano di notte, rispondono a 150 messaggi al giorno. Adulti e ragazzi si riconoscono se esistono nella rete. Ci sono troppi adolescenti quarantenni in giro. Bisogna tornare a educare i figli». Daniela Palumbo

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Vietare l’uso di pc e smartphone è inutile: molto meglio mettere regole chiare per l’utilizzo ed essere sempre pronti a intervenire

Prevenzione, unica cura per ragazzi e genitori di Ettore Sutti

Pedagogisti di Caritas Ambrosiana e legali di Avvocati per niente alleati per lavorare nelle scuole: «I genitori devono tornare a fare il loro lavoro»

Pedagogisti e avvocati uniti in un progetto per contrastare l’uso distorto della rete. Questa la scommessa messa in campo da Caritas Ambrosiana e Avvocati per niente per cercare di arginare fenomeni, come quelli del cyberbullismo e del sexting, in costante aumento tra gli adolescenti. «Lo spostamento delle relazioni dal piano reale a quello virtuale ha spiazzato i genitori – spiega Francesca Gisotti di Caritas Ambrosiana – che, sempre più spesso, non sanno come relazionarsi con i propri figli su questi temi. Gli approcci classici sono due: o la proibizione dell’utilizzo del mezzo o l’assoluto liberta di entrare in rete come e quando si vuole. Questo significa però abdicare dal ruolo genitoriale senza cercare di capire le dinamiche che sottendono alla costante presenza in rete dei re-


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LA SCHEDA

Cuore e parole: «Bisogna educare gli adulti. Ancora troppa omertà nelle nostre scuole» «È aumentata la percezione del fenomeno. Se ne parla molto di più. E di conseguenza ci sono più vittime che chiedono aiuto. Ma il fenomeno in sé, non è aumentato»: lo sostiene Paola Brodoloni, presidente dell'associazione Cuore e parole che dal 2004 è impegnata nel contrasto del disagio giovanile, in particolare del fenomeno del bullismo e cyberbullismo con iniziative, formazione e workshop. Fra questi il progetto per le scuole: Scelgo io, con percorsi di consapevolezza. Per Paola Brodoloni spesso sono gli adulti il soggetto da educare. «La nostra associazione cinque anni fa iniziò i primi laboratori di conoscenza di Internet per bambini della scuola primaria, con i genitori. Ne sapevano meno dei figli. I bambini raccontavano di essere entrati in chat con degli sconosciuti attraverso dei giochi che gli lasciavano usare i genitori. E poi la geolocalizzazione. Un bambino ci ha raccontato che era in vacanza con i genitori, in un villaggio al mare. Stava giocando con un'applicazione del cellulare paterno quando si è aperta una conversazione e a un certo punto la persona gli ha detto: “Ma tu sei in questo albergo?”. I bambini sono lasciati soli con strumenti potenzialmente pericolosi». La presidente di Cuore e Parole vede in alcuni atteggiamenti delle figure di riferimento adulte un’altra deriva pericolosa. «I genitori sono tanto preoccupati solo se si tratta di una situazione che coinvolge il proprio figlio. Altrimenti, non se ne preoccupano. Ma il bullismo non coinvolge solo la vittima e il carnefice perché il bullo senza il suo pubblico non è nessuno. Quando c'è un bullo, solitamente c'è anche un pubblico complice». Ma l'omertà non è solo fra i ragazzi. «Nelle scuole assistiamo al fenomeno dell'omertà da parte dei responsabili di istituto. Io mi trovo a combattere una battaglia assurda: passo dal Ministero a questa scuola nel torinese dove una ragazza è bullizzata da quattro anni. Ma il preside nega il problema e non interviene. Di fatto questi presidi sono diventati agenti di marketing: se nella sua scuola ci sono atti di bullismo perde possibili iscrizioni. Sono convinta che l'omertà sia colpevole quanto chi commette l'atto del bullismo». Daniela Palumbo

IL PROGETTO

gazzi di oggi». Altro problema che ragazzi e genitori sembrano non comprendere è che la rete non è qualcosa di avulso dalla vita di tutti i giorni. Le conseguenze di quello che si posta o si scrive dentro uno schermo non sono relegate lì, ma hanno delle conseguenze ben precise. I social sono la vita reale «In pochi comprendono davvero – spiega Marina Ingrascì, presidente di Avvocati per niente – che con i social si commettono reati, anche gravi. Certo il fatto che non esista una reato specifico legato al cyberbullismo non aiuta ma questo non giustifica la scarsa conoscenza del problema. Reati penali, per cui il minorenne risponde personalmente ma anche civili per cui, e su questo le famiglie paradossalmente sembrano diventare improvvisamente attente, a rispondere e a pagare i danni tocca alla fa-

miglia. Il problema vero è che sono tanti a bollare come semplice scherzo qualcosa che, invece, di scherzoso non ha proprio nulla. Per ragazzi che frequentano le medie o primi anni delle superiori essere presi di mira sul web significa subire un danno non tollerabile. Abbiamo ragazzi che non vogliono andare più a scuola, che palesano problemi alimentari, di autolesionismo o che tentano il suicidio. E chi commette il reato è spesso altrettanto fragile e debole quanto chi lo subisce. Infatti molti commettono reato solo per dire sono qui: guardatemi. I genitori non si rendono conto che potrebbe essere un’occasione importante per il ragazzo ma, nella maggior parte dei casi scatta o la protezione totale oppure il disinteresse per la vicenda. Così si perdono i ragazzi». L’arma vincente, resta però la prevenzione.

Siamo noi adulti che mettiamo nelle mani dei nostri figli gli smartphone e tocca a noi dettare delle regole che siano quanto più condivise con loro. Che devono vedere nell’adulto non colui che vieta ma qualcuno a cui chiedere aiuto

«Centrale resta la questione educativa – spiega ancora Francesca Gisotti –: siamo noi adulti che mettiamo nelle mani dei nostri figli gli smartphone e tocca a noi dettare delle regole che siano quanto più condivise con loro. Che devono vedere nell’adulto non colui che vieta ma qualcuno a cui ti puoi rivolgere in caso di bisogno. Certo bisogna mettersi in ascolto e lavorare molto sull’autostima dei ragazzi per i quali i like e i follower che si ottengono sui social sono strettamente legati all’autostima e alla percezione del se. Ed è lì che bisogna intervenire per far comprendere che si può stare bene anche se nessuno mette un “mi piace“ alla tua pagina. E che si può vivere anche bene senza stare per forza attaccati alla rete 24 ore su 24. Mettendo dei confini dell’uso e fissando delle regole. Insomma tornare a fare i genitori anche per quanto riguarda i social». maggio 2017 Scarp de’ tenis

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REPORTAGE

Profughi Un viaggio in Turchia, Paese accogliente di Roberto Guaglianone

Operatori italiani in visita alle ong turche di Gaziantep, città vicino al confine con la Siria che ospita più di 500 mila profughi. Dove nonostante l’entità dei numeri e i “buchi” del sistema, l’integrazione e l’accoglienza funzionano bene 32 Scarp de’ tenis maggio 2017

Quando la cultura lenisce le ferite della guerra. Si potrebbe sintetizzare così l’esperienza di alcune ong turche, che operano nella città di Gaziantep, ad una manciata di chilometri dal confine con la Siria (sono 100 da Aleppo). Visitiamo i loro progetti con una delegazione di operatori comunali (di Milano, in particolare) e del terzo settore. Tutto avviene dentro un contenitore chiamato Un ponte sul Mediterraneo, un progetto cofinanziato da Unione Europea e Repubblica di Turchia per il dialogo tra le società civili dei due Paesi. La visita di studio contraccambia quella fatta da analogo gruppo di operatori turchi nel campo dei rifugiati, avvenuta nello scorso novembre in Italia, tra Milano e Savona. Lo scopo è visitare sul campo servizi di accoglienza, integrazione


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struttura, aperta dal 2015, accoglie decine di famiglie ogni giorno. Persone che, in mancanza di un sistema di centri di accoglienza, affitta di tutto: case, cantine e garage dove vivono intere famiglie. L’arte, del resto, è tutt’uno con Gaziantep. A tre quarti d’ora di auto da qui si trova Zeugma che, dopo Ravenna, è il secondo sito archeologico mondiale per presenza di mosaici. E il mosaico è anche una delle discipline artistiche presenti nei centri Peace and art, dove si svolge la vita quotidiana di molte famiglie siriane.

La città di Gaziantep ospita 500 mila profughi provenienti dalla vicina Siria. A destra il mercato dei pistacchi una delle eccellenze della città

Accoglienza e integrazione dei rifugiati (ve ne sono anche 300 mila non siriani), da queste parti, non sono garantite – se non in minima parte: il 10% di tutti i siriani vive in strutture simili a campi profughi. Il resto si arrangia affittando case e appartamenti privati

e tutela dei rifugiati nei due Paesi. Alla fine del progetto è stato stilato un rapporto che descrive i rispettivi sistemi e un pamphletdi raccomandazioni ai due Paesi e all’Unione europea in tema di rispetto del diritto d’asilo. Gaziantep si trova nel sud-est del Paese nel “Kurdistan turco”. Un tempo era borgo fiorente sulla via della seta, di cui l’eredità di un’industria tessile fiorente, oltre alla coltivazione del pistacchio, di cui è capitale mondiale riconosciuta dall’Unesco. Fino al 2011 aveva poco meno di due milioni di abitanti, oggi sono circa due milioni e mezzo, considerati i 500 mila profughi siriani che vi si sono nel frattempo riversati. Accoglienza che funziona «Ècome se a Milano –dicono i colleghi turchi – arrivassero 300-350 mila persone in pochi giorni: eppure qui le tensioni sociali non ci sono state». Non che manchino i problemi: affitti saliti alle stelle, esplosione del lavoro nero e minorile, nonostante lo status di protezione temporanea abiliti al lavoro i rifugiati siriani, che in tutta la Turchia sono tre milioni. Ma non per questo vi sono le crisi di rigetto cui spesso assistiamo da noi. Accoglienza e integrazione dei rifugiati (ve ne sono anche 300 mila non siriani), da queste parti, non sono garantite – se non in minima parte: il 10% di tutti i siriani vive in strutture simili a campi profughi. Due cose ci colpiscono entrando nel centro Peace and art dell’associazione Mudem: il suono della

musica di diversi strumenti e la presenza di bambini anche in età scolare. «Le scuole aperte dal governo per i siriani, dove si insegna loro la lingua turca, hanno turni di apertura anche pomeridiani». Questa piccola ma accogliente

Attenzione ai più piccoli Peace and art, non a caso, è anche il nome di un altro centro di attività diurne per rifugiati siriani, gestito dall’ong Asam in un altro quartiere della città. Anche quando entri qui, hai proprio la netta sensazione di lasciarti il mondo per un attimo dietro le spalle: il luogo, con un ampio cortile, circondato da due stabili pieni di luoghi vitali: la bibliote-

LA STORIA

Mehmet, mosaicista sopraffino sogna di poter visitare Ravenna Un’età compresa tra i 50 e i 60 anni, presenza dignitosa, eloquio fluente. Così ci si presenta Mehmet, che sarà la nostra guida allo Zeugma Museum di Gaziantep. Storia curiosa: Zeugma si trova a un’oretta di auto dalla metropoli. I suoi mosaici sono frutto di una scoperta occasionale durante la realizzazione di una diga sull’Eufrate. Il sito archeologico è stato trasferito in blocco dentro il museo, costruito ad hoc: il progresso non deve fermarsi. L’immagine dei mosaici di Zeugma, come erano in loco, resta su una gigantografia, su una parete all’ingresso del museo. Parte da qui, Mehmet, a raccontarci quello che viene considerato, dopo Ravenna, il principale sito di mosaici al mondo. Già nel I secolo a.C., la presenza del fiume e la sua collocazione lungo la via della seta e le sue fortificazioni hanno reso Zeugma la capitale dell’area. Vi si afferma una borghesia commerciale, le cui abitazioni sono giunte fino a noi: le loro pareti, ma soprattutto i loro pavimenti, sono il tesoro di Zeugma. Conosce ogni centimetro quadrato di questo sito, Mehmet, ogni tessera. La sua spiegazione è ineccepibile. Alla fine della visita, chiacchierando con lui, arrivano anche gli aneddoti. Da quelli più faceti: ha costruito un mosaico di baklava, il dolce tipico di mezzo Medioriente che, con i pistacchi di Gaziantep, raggiunge una qualità altissima. Ai più seri: Mehmet è impegnato nella diffusione dell’arte del mosaico nella sua città, Gaziantep. C’è una scuola, dove è insegnante. Ma anche diversi progetti sociali, come alcuni centri Peace and art aperti in città, prima per persone autoctone in difficoltà, oggi anche per i numerosissimi profughi siriani presenti. Solo alla fine, l’espressione di Mehmet si fa improvvisamente malinconica, mentre ci dice, sapendo che siamo italiani, di non aver mai avuto la possibilità di visitare Ravenna. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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REPORTAGE ca, la sala musica, dove assistiamo ad un concerto improvvisato, le aule della scuola di lingue, la cucina didattica e tanto altro. Il personale è locale, ma si avvale anche di persone del Servizio Civile Internazionale, tra cui una ragazza italiana. Operatori, bambini, ragazzi, adulti: si respira un clima sereno. Asam gestisce anche un centro di servizi socio-sanitari, in pieno centro. Vi accedono, dopo l’accurato controllo di sicurezza all’ingresso, 200 persone al giorno, rifugiate dalla Siria regolarmente registrate in Turchia. È bene specificarlo, dato che le stime parlano anche di un 10% di profughi non ufficialmente presenti sul territorio turco. Gli uffici sono ordinati, i servizi sociali e sanitari, spesso dedicati ai bambini traumatizzati dalla guerra, sono puliti e coloratissimi: pur in un contesto di servizi, si respira la stessa calorosa accoglienza del centro Peace and art. Tornando alla cultura, anzi alle culture, visitiamo l’associazione Kirkayak Kultur, presente a Gaziantep dal 2011. Qui ci si occupa di superamento dei pregiudizi attraverso la conoscenza e la valorizzazione delle culture del Medio Oriente. Presidente a parte, il giornalista e antropologo Kemal, si tratta di un’associazione al femminile: le operatrici lavorano sulle tradizioni che soprattutto le donne di una vasta area geografica (che va dalla Turchia alla Siria, passando per il Libano, l’Iraq e altri territori) tramandano sul fronte della tessitura e della cucina.

In particolare quelle della popolazione Dom, equivalente, per così dire, ai nostri Rom, sono loro le portatrici di pratiche oramai perdute con l’industrializzazione del tessile. È qui, non a caso, che ritorniamo a gustare un ottimo baklava, il dolce tipico della città, ovviamente al pistacchio. Così come il kebap originale turco è universalmente attribuito a questa città. I campi sono pericolosi Dei campi profughi turchi, che so34 Scarp de’ tenis maggio 2017

no 26 in tutto il paese (5 nella provincia di Gaziantep) riusciamo ad avere una descrizione istituzionale da parte di Afad, che in Turchia è l’equivalente della nostra Protezione Civile. E anche dall’Unhcr, l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati. Ne emerge una descrizione rassicurante della situazione nei centri. Una descrizione che non combacia con il racconto che ci farà il referente di una municipalità esterna a Gaziantep, incontrato al seminario finale di presentazione della

ricerca sui sistemi d’asilo in Italia e Turchia: nella sua provincia i servizi sociali stanno incontrando numerosi casi di donne vittime di violenza («in un campo, una donna non esce dalla propria tenda dalle tre del pomeriggio in avanti, per paura di stupri»), di minori con disabilità psichiche dovuti a rapporti intrafamiliari e di discriminazioni per motivi di genere. Questo e molto altro ancora è Gaziantep, città turca d’arte e di profughi al confine con la martoriata Siria.

Alcune bambine siriane giocano in uno dei tanti centri di accoglienza aperti dalle ong turche nella cittadina di frontiera

I DATI

Sono più di 3 milioni i rifugiati accolti in Turchia: solo il 10 per cento entra in strutture governative Circa 3,3 milioni di rifugiati. La guerra siriana ha trasformato la confinante Turchia nel Paese con più rifugiati al mondo. Si tratta del 2,1% di tutti quelli censiti dall’Alto commissariato delle nazioni unite (Unhcr). A differenza dell’Italia, in cui esiste un sistema di accoglienza diffusa per dare ospitalità a tutti coloro che chiedono asilo, la Turchia accoglie in strutture governative il 10% scarso di queste persone: sono infatti 280 mila i profughi siriani ospitati in 26 veri e propri campi profughi presenti in alcune province del Paese. La capienza media di ogni tendopoli è di circa 10 mila persone. Il resto dei rifugiati vive in città, dove trova sistemazioni alloggiative in affitto. I servizi messi a disposizione dallo Stato sono quelli specifici per i cittadini siriani, che godono di una “protezione temporanea” (per alcuni temporanea ormai da diversi anni), come le scuole, in cui si punta molto sull’insegnamento della lingua turca. Diverso trattamento giuridico, simile a quello

dei nostri richiedenti asilo, hanno invece le 300 mila persone non-siriane presenti sul suolo turco: afghani, pakistani, somali, iracheni per la maggior parte. E questo avviene nonostante in Turchia viga ancora una riserva geografica nell’accoglimento delle istanze d’asilo, come accadeva in Italia fino al 1990. Da noi si accoglievano solo domande d’asilo da cittadini di Paesi dell’ex cortina di ferro, in Turchia la richiesta d’asilo sarebbe riservata ai soli cittadini europei. Ma le recenti leggi sull’immigrazione hanno colmato questo vuoto normativo. Il godimento dei diritti fondamentali è per loro simile al nostro: resta però l’enorme precarietà abitativa che costringe molti siriani ai circuiti del lavoro nero e anche minorile. Infine, pende su Europa e Turchia non solo la legittimità, ma anche l’applicazione dei famigerati accordi bilaterali per chiudere la rotta balcanica. Che daranno anche i loro frutti, ma a quale prezzo per i diritti delle persone?


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MOSTRA

Un dettaglio dell’illustrazione di Ale Ambro per la mostra La luna è una lampadina, a Milano dal 12 al 27 maggio

La luna è (sempre) una lampadina di Sandro Patè

Le canzoni sono importanti. “Roba minima”, avrebbe detto Enzo Jannacci. Invece, hanno dei poteri. Un brano musicale può trasformarsi in una macchina del tempo. Attraverso un ritmo già sentito si torna al passato oppure si arriva da soli in posti in cui di solito non si va mai. Per esempio, si finisce sotto un portone, a tarda notte, urlando a una donna o alla luna, quando “il 31 inteso come tram è già passato” e tocca andare a casa piedi. Grazie alla celebre La luna è una lampadina, prima canzone che, su musica di Fiorenzo Carpi, il maestro Dario Fo scrisse per l’allievo Enzo Jannacci, si fa un viaggio nella Milano di una volta. Il viaggio sta per partire. Questa volta a chi dice “Vengo

Una nuova mostra per omaggiare Jannacci e i suoi amici creativi e un po’ folli come Fo, Gaber, Cochi e Renato

anch’io”, nessuno risponderà: “No, tu no!”.

Da venerdì 12 a venerdì 26 maggio 2017, presso gli spazi della Casa dell’Energia e dell’Ambiente, sede della Fondazione Aem, in Piazza Po 3 a Milano, saranno esposti disegni, illustrazioni e tavole ispirate alle canzoni di Enzo Jannacci e alcune fotografie mai mostrate al pubblico. Oltre ai brani cantati e spesso improvvisati con Giorgio Gaber, Massimo Boldi, Cochi e Renato, che sono stati messi su carta dai migliori artisti italiani nel campo dell’illustrazione e del fumetto, sono in programma nuovi omaggi. I milanesi potranno rivedere il meglio delle due mostre “La mia gente. Enzo Jannacci, canzoni a colori” e “Gente d’altri tempi. Enzo Jannacci, nuove canzoni a colori” che Scarp de’ tenis insieme a Caritas Ambrosiana ha organiz-

zato e fatto circolare in molte città d’Italia. Grazie alla Fondazione Aem e Craem Milano, sembrerà davvero di avere a pochi centimetri artisti come Adriano Celentano, Dario Fo e Franca Rame. In parallelo alla mostra organizzata negli spazi della Casa dell’Energia e dell’Ambiente, infatti, verrà mostrata per la prima volta in pubblico una sezione di fotografie completamente inedite gentilmente offerte dall’archivio storico di Fondazione Aem. Testimonianze di eventi pubblici e momenti culturali che già negli anni Cinquanta e Sessanta il Craem, circolo ricreativo, organizzava per i propri dipendenti. Ecco le date più importanti di queste settimane all’insegna della creatività. Venerdì 12 maggio – ore 18 Inaugurazione con musica e realizzazione di disegni dal vivo di Alessandro Ambrosoni, Ale Ambro, caricaturista e fumettista. Introduzione di Davide Barzi e Sandro Paté curatori delle mostre, Alberto Martinelli presidente Fondazione Aem, Stefano Lampertico direttore della rivista Scarp de’ tenis, Maurizio Pacciarini presidente Craem. Domenica 14 maggio – ore 16 Presentazione di “Peccato l’argomento. Biografia a più voci di Enzo Jannacci” di Sandro Paté e di “Come nascono i comici. Dal Derby allo Zelig, 60 anni da ridere” di Francesco Carrà e Marcello Zuccotti. A seguire proiezione del film Il ragazzo di campagna di Castellano e Pipolo con Renato Pozzetto in accordo con Videodue, Mustang Entertainment e CG Entertainment. Sabato 20 maggio – ore 17 Concerto di Claudio Sanfilippo, autore di canzoni per Mina, Eugenio Finardi, Cristiano De André, Pierangelo Bertoli e Cecilia Chailly. La luna è una lampadina Mostra tributo a Enzo Jannacci. Casa dell'Energia e dell'Ambiente Piazza Po, 3 - Milano dal 12 al 26 maggio 2017 maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Isabella, l’Indiana Jones degli alberi di Alberto Rizzardi

Di mestiere fa l’agronoma, anzi, archeologa arborea che va alla ricerca di frutti e piante “dimenticate”, quelle che facevano parte della nostra storia ma sono state accantonate per la scarsa produttività. «Tornare alla terra è importante, per riscoprire le proprie radici» 36 Scarp de’ tenis maggio 2017

«Perdere il passato significa perdere il futuro»: a dirlo l’architetto cinese Wang Shu, che nel 2012 si portò a casa il Prizker Price, una sorta di Nobel dell’architettura, grazie alla sua ricerca sull’attualizzazione e sulla sopravvivenza delle tecniche costruttive e della cultura architettonica cinese. Qui non parliamo, però, di architettura ma di frutti (dimenticati) della terra: parliamo di Isabella Dalla Ragione, l’Indiana Jones degli alberi. Isabella è agronoma, anzi, archeologa arborea. Più che di lavoro, però, bisognerebbe parlare di passione, quasi di missione. «Ero un po’ strampalata – confida – mentre tutte le bambine volevano fare le parrucchiere o le ballerine, io da piccola volevo fare la guardaboschi; poi, siccome all’Università di Perugia non c’era Scienze forestali, ho optato per Scienze agrarie, ma ho comunque mantenuto in parte fede alla mia promessa». Ha fatto un po’ di tutto da giovane Isabella, pure l’attrice, sul-


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LA STORIA

Isabella nel giardino della sua casa ha piantato alberi da frutto che molti davano ormai per estinti. Per il suo lavoro ha ottenuto il Premio Nonino

La biodiversità è un’assicurazione per il nostro futuro. In questo momento l’agricoltura, così semplificata e impoverita di varietà, si affida a un grande apporto della chimica: la diversità era, invece, un’ottima garanzia perché le varietà selezionate nei secoli erano le migliori per quei specifici territori

l’esempio di suo padre, Livio, scomparso dieci anni fa, che nella vita era stato, tra l’altro, partigiano pluridecorato. Da lui Isabella ha ereditato la passione per la terra, diventando una dei maggiori esperti di piante e frutti antichi. Questo fa un’archeologa arborea: va a caccia di frutti, ma non quelli che siamo abituati a conoscere, quelli dimenticati, che facevano parte del nostro tessuto e della nostra storia, salvo poi scomparire sotto il peso dell’agricoltura seriale e della produzione industriale, ma anche di una certa tendenza moderna a chiudere in un cassetto il passato, quasi rigettandolo. Una ricerca attenta La sua è ricerca fisica, fatta sporcandosi le mani e girando da mattina a sera nei campi ma anche ricerca culturale, fatta raccogliendo testimonianze, spulciando archivi, leggendo vecchi manuali latini di agricoltura o scrutando i quadri rinascimentali. Così sono stati riportati in vita il fico rondinino, quello permaloso e il fiorone dei frati zoccolanti, la susina scoscimonaca e la pera marzola, la mela “a muso di bue”, la pesca sanguinella e la ciliegia limona, che sembrano maschere di Carnevale o personaggi delle favole di Rodari, ma sono, invece, parte di noi, del nostro essere, di un’unicità colpevolmente dimenticata. Isabella gira tutto il mondo per fare consulenze, tenere conferenze e ricevere riconoscimenti, ultimo in ordine di tempo il Premio Nonino, sezione Risit d’aur, dedicato alla civiltà conta-

dina. Nella tenuta di famiglia di San Lorenzo di Lerchi, poco fuori Città di Castello, nel Perugino, coltiva alberi da frutto che molti davano per estinti. Isabella li ha invece recuperati e, per poterli mantenere, ha creato assieme ad altri la Fondazione Archeologia arborea, facendo adottare gli alberi a persone sensibili alle colture biologiche e alla sopravvivenza delle specie arboree. «Con piccole donazioni s’impegnano a farli crescere – racconta – e a volte li vengono anche a trovare per vedere come stanno e per assaggiare la frutta». Nell’incantevole archeo frutteto da collezione passano anche, per lavoro o per piacere, i divi di Hollywood, come Bill Pullman o Gerard Depardieu, che ha adottato la pera briaca (non poteva essere altrimenti). È un’operazione culturale, ma non solo: «Culturale e colturale – precisa Dalla Ragione – con tante sfaccettature e valenze. I frutti sono solo la punta dell’iceberg: sotto ci sono territori, tradizioni, storie e saperi locali della tradizione rurale contadina che hanno uno straordinario valore e che è delittuoso perdere. Queste varietà rappresentano una biodiversità importante per la nostra sicurezza alimentare: sono un’assicurazione per il nostro futuro. In questo mo-

mento l’agricoltura, così semplificata e impoverita di varietà, si affida a un grande apporto della chimica: la diversità era, invece, un’ottima garanzia perché le varietà selezionate nei secoli erano le migliori di quegli specifici territori in cui venivano coltivate e, quindi, più resistenti». Tornare alla terra Un passo indietro, a buone pratiche agricole, è ancora possibile? «Non è solo una speranza, è una necessità: l’agricoltura attuale, industriale e di rapina, non è più sostenibile dal punto di vista ambientale. Tornare indietro non si può ma è fondamentale ritornare anche a una piccola agricoltura, più familiare e locale: possono coesistere, non si escludono a vicenda. Sarebbe importante anche per riappropriarsi delle conoscenze: un tempo tutti sapevano quando fosse la stagione di un determinato frutto. Oggi non si sa più nulla». Un messaggio rivolto ai giovani visto che si parla tanto di un loro ritorno alla terra. «Un ritorno che è al momento più auspicato che reale – afferma Isabella –. Quello che manca è il legame proprio con il passato, con la stratificazione storica dei territori, con le radici. Poco importa: se c’è la voglia, si ricreeranno nuove radici».

LA SCHEDA

Fondazione Archeologia arborea: il frutteto è aperto per le visite State già progettando una gita al magico frutteto della Fondazione Archeologia arborea? Bravi, bella idea. La collezione è aperta al pubblico su appuntamento, per gruppi di almeno dieci persone. Un museo naturale a cielo aperto a San Lorenzo di Lerchi, nell’Alta Valle del Tevere, vicino a Città di Castello (PG), con quattro ettari di bosco e quattro di frutteto, che ospitano 440 piante e 150 varietà di frutti, racchiudendo quattro secoli di storia. Tra le pubblicazioni di Isabella Dalla Ragione: Tenendo innanzi frutta. Vegetali coltivati, descritti e dipinti tra ‘500 e ‘700 nell’Alta Valle del Tevere (Petruzzi Editore, 2009), Frutti ritrovati. 100 varietà antiche e rare da scoprire (Mondadori, 2010) e Archeologia arborea. Diario di due cercatori di piante (Ali&no Editrice, 2011). Info www.archeologiaarborea.org. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Com’è strano lo Zafferano a Milano di Stefania Culurgioni

Aumenta il numero dei giovani che tornano alla terra, nonostante le difficoltà e la fatica. ZafferanaMi e Zafferano Padano sono due imprese nate per coltivare la preziosa spezia nel profondo Nord. Una scommessa vinta 38 Scarp de’ tenis maggio 2017

Ovidio racconta che la ninfa Smilace si era innamorata di Krocus, giovane guerriero. Gli dei contrastarono però la relazione dato che lei era immortale e lui no. La storia finì male e gli dei trasformarono i due in piante: lei in Smilax aspera, dalle foglie a forma di cuore e i rami spinosi, lui in Crocus sativus, fiore viola come la passione superba (aveva osato innamorarsi d’una divinità), ma dal cuore color del sole. E proprio dai tre stimmi che formano il cuore del croco si ricava la polverina chiamata zafferano. Lo za’hafaran, come lo chiamano gli arabi, è originario dell’Asia Minore ma l’oro rosso delle spezie, il re dei sapori, ha trovato inaspettatamente patria anche nelle piatte e nebbiose terre del nord Italia. È successo infatti che un gruppo di giovani ha deciso di provare ad impiantarlo in Pianura Padana. Una scommessa coraggiosa: il fiore viola che insaporisce risotti e paste è coltivato per il 90% in Iran e in Italia soltanto in Sardegna, Abruzzo e nelle Marche. Da manuale infatti la coltivazione dello zafferano è per-


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MILANO

Qui sopra Marco, Alessandra e Fabio, i fondatori di Zafferano Padano. A destra Guido Borsani di ZafferanaMi. A sinistra un campo di zafferano

La coltivazione dello zafferano è faticosa ma ripaga, emotivamente e anche economicamente: in realtà bisognerebbe aggiungerci un’altra attività, perché da sola non basta. Non a caso tradizionalmente le famiglie vivevano di agricoltura e, a margine, avevano i fiori viola della spezia

fetta nelle aree montane a 500-700 metri sul livello del mare, con media piovosità nel periodo invernale e con periodo estivo secco. «E invece – racconta Marco Cogliati, 33 anni, di Zafferano Padano – io, mia sorella Alessandra e mio cugino Fabio ci abbiamo provato, e lo zafferano è venuto su». Era il 2011 quando fecero la prima prova sui terreni di Ronco Briantino, un paese di neanche 3.500 abitanti in provincia di Monza e Brianza. «Avevamo tutti e tre meno di trent’anni e studiavamo all’università. Per mantenerci facevamo dei lavoretti di giardinaggio, taglio dell’erba, manutenzione delle piante. Solo che poi ci siamo resi conto che ci piaceva. Ci siamo chiesti: cosa potremmo piantare? Ci è venuto in mente lo zafferano». La sfida di tre ragazzi L’impianto dello zafferano lo si fa tra luglio e agosto, i bulbi li devi mettere giù a mano perché il ciuffetto deve stare sulla parte superiore: è da lì che a settembre usciranno i germogli. Poi si aspetterà novembre per vedere il fiore. Quando arriva il momento della raccolta, il lavoro è tutto di mani e schiena: tutti i giorni si va in campo e si raccoglie il fiore, lo si mette nelle ceste, poi lo si porta in laboratorio, si apre la parte rossa interna dove c’è un filamento che si divide in pistilli. Un gran lavoro. «Per fare un chilo di spezia – racconta Marco –vanno raccolti e lavorati dai 150 ai 200 mila fiori. Uno bravo raccoglie circa mille fiori all’ora e ne monda sui 350. Noi lo vendiamo a 20 euro al grammo: con un grammo fai anche 40 porzioni di risotto».

Lo zafferano di Varedo Come loro ci sono i ragazzi di ZafferanaMi, che invece hanno i terreni a Varedo, sempre in provincia di Monza Brianza. Questa è una storia curiosa: Guido Borsani, 40 anni, aveva un nonno che credeva di coltivare lo zafferano e invece coltivava il cartamo (succedaneo dello zafferano, molto meno pregiato ndr). «Tutti in casa abbiamo mangiato per anni risotto colorato con il cartamo – racconta –, mio padre un giorno, di ritorno da un viaggio in Abruzzo portò alcuni bulbi di zafferano vero. Il nonno, incredulo, lo sistemò nella parte meno produttiva dell’orto. Solo quando assaggiò i pochi stimmi prodotti si convinse: il sapore era ottimo e la pianta, di anno

in anno, sotto terra, si moltiplicava». Guido, che coltiva la spezia con suo cugino Dario Galli di 33 anni, di mestiere ha sempre fatto l’ingegnere gestionale. «Ma ad un certo punto non ce la facevo più – confida – mi sembrava di viaggiare nell’iperuranio: la mia vita era così lontana dalla concretezza delle cose. Avevo bisogno di tornare alla terra e quando l’ho fatto mi ha dato una sensazione di ricchezza interiore. Il contatto con la natura ti riporta su ritmi e logiche di vita più sostenibili. Quest’anno mi sembra di vivere la primavera per la prima volta: come se prima non mi fossi mai accorto della sua esistenza». La coltivazione dello zafferano è faticosa ma ripaga, emotivamente e anche economicamente: «In realtà bisognerebbe aggiungerci un’altra attività, perché da sola non basta – dicono entrambi – e infatti tradizionalmente le famiglie vivevano di agricoltura e, a margine, avevano i fiori viola della spezia». Ma è anche vero che sono in tanti a volerci provare. ZafferanaMi fa corsi di formazione per detenuti del carcere di Trento e presto partirà una collaborazione con un altro carcere milanese.

LA SCHEDA

Due aziende fatte da giovani: dove trovare lo zafferano lombardo La coltivazione di Zafferano Padano si trova nei territori di Ronco Briantino in provincia di Monza e Brianza. Ci si arriva infilandosi in via Bragatti: Marco, Alessandra e Fabio si trovano quasi sempre lì, ad occuparsi delle loro piantine. La sede dell’azienda però è a Casatenovo, in provincia di Lecco: prima di andarci, meglio contattarli al telefono al 349.2903461 oppure al 328.6575514 oppure scrivere una mail a info@vogliadiverde.it. Da giugno i giovani produttori cominceranno a vendere i bulbi di zafferano. Chi vorrà potrà comprarli e provare a ripiantarli. Info www.ricominciamodazero.eu I due cugini di ZafferanaMi invece, Guido e Dario insieme agli altri quattro soci Camilla, Davide, Gino, Vanessa, hanno i terreni a Varedo, anche loro in provincia di Monza e Brianza. Li si può contattare via mail scrivendo a zafferanami@gmail.com oppure chiamando il 377.6795110. Info www.zafferanami.tumblr.com maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Tullia e le altre, un lavoro grazie alle Job station di Marta Zanella

«Io non potrei vivere senza lavorare. Il mio lavoro mi piace, è importante, se dovessi perderlo davvero non saprei che fare». Tullia ha quasi 31 anni e da sei mesi è andata a vivere da sola, con la sua cagnolina. Ha iniziato a sognare una casa propria da quando ha questo lavoro, e quando il rinnovo del contratto le ha permesso di contare su uno stipendio stabile, ha cercato un affitto e ha preso il volo.

Garantire un lavoro ai disabili psichici grazie a luoghi che conoscono e in cui si sentono protetti. Questo l’obiettivo delle Job station di Progetto Itaca, una sfida che oggi garantisce un lavoro part time a 30 persone

È la storia di molti suoi coetanei, ma quello che rende il passo di Tullia così speciale è il fatto che lei soffre di disturbi psichiatrici, per cui le è stata riconosciuta un’invalidità al 60%. «Per fortuna è così bassa, perché se da una parte non mi dà diritto ad alcun sussidio, dall’altra mi permette di lavorare». Certo quello di Tullia è un lavoro speciale, “protetto” per così dire: lavora, insieme ad altre persone con un disagio psichico, in un ufficio attrezzato per lo smart working da Progetto Itaca, associazione che da vent’anni a Milano lavora con persone con una malattia mentale.

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LAVORO

A sinistra una delle Job station di Progetto Itaca. Qui sopra Tullia, che oggi lavora part time e che sogna di avere un lavoro a tempo indeterminato

Per chi convive con una malattia mentale il tasso di occupazione è stimato tra l’1,5 e il 10%, una percentuale che tra le persone con disabilità fisica sale a oltre il 20%. Obiettivo delle Job station è far lavorare le persone in un luogo in cui stanno bene. Poi, con chi è in grado, si cerca di accompagnarli a entrare in azienda

«Da tempo osservavamo che tra le persone con una disabilità psichica la disoccupazione è più alta di quella di persone con altri tipi di disabilità – spiega Francesco Baglioni, direttore generale di Progetto Itaca Milano –. Circa il 20% delle persone con una disabilità fisica ha un lavoro, mentre per chi convive con una malattia mentale il tasso di occupazione è stimato tra l’1,5 e il 10%». Difficoltà di relazione Secondo Progetto Itaca, che da quasi vent’anni – oggi sono presenti in una decina di città italiane – lavora con queste persone e con le loro famiglie, offrendo accompagnamento, formazione, supporto e prevenzione, questo scarto tra chi vorrebbe e chi riesce effettivamente a lavorare è legato alle difficoltà di relazione. A relazionarsi con un ambiente di lavoro diverso dal proprio, con i colleghi e con i datori di lavoro, con i cambiamenti delle mansioni da una parte e, dall’altra, per l’azienda che assume una persona con disagio psichico, a capire, a spiegare la disabilità. «Noi abbiamo iniziato nel 2005 a occuparci anche di inserimento lavorativo, ma diverse persone non hanno retto e non sono riuscite a mantenere il lavoro – continua Baglioni –. Abbiamo così pensato che portare il lavoro fuori dalla dimensione dell’azienda e creare un ambiente su misura potesse essere una buona soluzione per aiutarli a esprimere tutto il potenziale individuale e professionale». Nell’ottobre del 2012, in alleanza con Fondazione italiana Accenture, partono quindi con un progetto pi-

lota chiamato Job station, che permette alle prime sei persone selezionate, dopo un periodo di formazione, di ottenere un contratto di lavoro a tempo determinato con le prime tre aziende: si tratta della stessa Accenture, di Fondazione Humanitas e della società di consulenza Boston Consulting Group. «Una delle critiche che sono state mosse a questo progetto è che non favorisca l’inclusione sociale. Certo è un punto critico, però il nostro principale obiettivo, in questo caso è permettere alle persone di lavorare, e lavorare in un posto in cui stanno bene. Poi, con chi è in grado, il passaggio successivo è cercare di accompagnarli a entrare in azienda. Tre di loro, ad esempio, hanno avuto un contratto a tempo indeterminato all’interno della sede della società per cui lavorano». Oggi le postazioni di Job station, nella sede di Progetto Itaca, permettono due turni di lavoro part time, con 15 persone per turno. I trenta lavoratori sono uomini e donne, tra i 28 e i 50 anni, e soffrono di patologie molto diverse: disturbi psicotici, della personalità, oppure disturbi cronici dell’umore. Dodici sono le aziende coinvolte: oltre ad alcune società di consulenza ci sono una fondazione, due società

che lavorano in campo medico, una casa editrice, un’agenzia per il lavoro. Le mansioni richieste ai lavoratori in Job station sono di segreteria amministrativa e di gestione e controllo di database. Sognando un tempo pieno Non tutto viene fatto da remoto. In ogni stanzetta, piccola ma accogliente come uno studio casalingo, ci sono quattro o cinque scrivanie, alcune riservate ai tutor del gruppo. I tutor sono educatori professionali che hanno avuto esperienze nel settore profit e sono formati come consulenti aziendali specializzati nel collocamento mirato. Tullia ha la sua scrivania e il suo computer in una di queste stanze, dove ogni pomeriggio, dalle 13.30 alle 17.30, lavora in supporto all’amministrazione che si occupa della gestione dei permessi, delle pause pranzo, dei buoni pasto, «e poi una volta al mese ho il “giro posta”: invece che venire qui devo andare nelle tre sedi a ritirare la posta, consegnare e archiviare i documenti del mese nei faldoni che devo gestire in quelle sedi. Allora mi sposto e vado prima ad Assago, poi a Lampugnano, infine in via Quadrio. E giro tutta la città. Il mio sogno? Firmare un contratto a tempo indeterminato».

LA SCHEDA

Sono tre i centri attivi oggi in Italia, a Monza presto una quarta postazione Il primo centro Job station è nato nel 2012 da una collaborazione tra Club Itaca di Milano, il programma per l'autonomia socio-lavorativa di persone con una storia di disagio psichico messo in campo dall'associazione Progetto Itaca, e la Fondazione Accenture. Oggi in Italia sono 3 i centri attivi di questo tipo: oltre a quello di Club Itaca a Milano, ne hanno un altro a Roma. A Milano invece un terzo è gestito dalla Fondazione Bertini Malgarini, mentre un quarto è in fase di apertura a Monza e sarà gestito dalla cooperativa Novo Millennio del Consorzio Farsi Prossimo. In totale sono una cinquantina i posti di lavoro disponibili con questo progetto. L'85% delle persone che in questi anni ha avuto accesso al progetto è riuscita a mantenere il proprio contratto di lavoro, mentre cinque di loro – tre a Milano e due a Roma – hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato direttamente all'interno dell'azienda. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Mura amiche, una casa per tornare a vivere di Stefano Neri

Un appartamento a disposizione per i detenuti con una pena inferiore ai 18 mesi di reclusione in cui far partire percorsi di attivazione lavorativa e sociale. Questa la sfida lanciata a Genova dalla cooperativa Il Melograno in cui, in molti, si rifanno una vita 42 Scarp de’ tenis maggio 2017

La porta di casa è aperta. Appena fuori, nella rampa di scale che conduce all’appartamento, trovo Giovanni, in attesa. Fuma una sigaretta, appoggiato al davanzale della finestra, scrollando la cenere in un improvvisato posacenere artigianale: «non si butta via niente, tutto serve» dice, regalando un sorriso verace. La porta è spesso aperta, e dà un forte senso di casa e di accoglienza. Giovanni, con spiccato accento pugliese, racconta: «Siamo fatti per stare insieme agli altri, parlare, condividere un piatto di pasta. Qui in casa il frigo è suddiviso in scomparti, uno per ciascuno. A volte uno di questi è vuoto, perciò cerchiamo di unire le forze». Originario di Altamura, in provincia di Bari, per le sue vicissitudini di vita ha girovagato negli ultimi anni nel nord Italia dove si è ritrovato detenuto a Marassi, la casa circondariale di Genova. Giovanni è una persona semplice, genuina, con un basso livello di scolarizzazione ma molto attiva, amante del lavoro e con un grande desiderio di comunicare. «Buongiorno, come va? Posso


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GENOVA

Un appartamento in cui poter scontare la detenzione ai domiciliari è un luogo in cui ricominciare. Qui sopra Giovanni sulla porta di casa

Il progetto che prevede l’accoglienza e il mantenimento della persona detenuta in un appartamento con la possibilità di poter cucinare e svolgere riunioni di gruppo con gli educatori. Previsti anche percorsi di attivazione lavorativa, con valenza di reinserimento e riparazione sociale, per i quali viene corrisposta una quota mensile

offrirle un caffè?» è la sua frase di rito, il suo moodrelazionale, che, condito da straripante allegria, contagia i presenti. Percorso di vita Vive nell’appartamento da febbraio 2017 quando, dopo un percorso con gli educatori della cooperativa Il Melograno(svoltosi con colloqui effettuati all’interno del carcere), è stato selezionato per Mura Amiche, un progetto che prevede l’accoglienza e il mantenimento della persona detenuta in un appartamento con la possibilità di poter cucinare e svolgere riunioni di gruppo con gli educatori. Questi ultimi sono presenti nell’alloggio con passaggi concordati e random. Le persone mantengono, nel contempo, il contatto con l’Ufficio esecuzione penale esterna (Uepe) e lo Sp.In (sportello informativo del ministero). Il progetto prevede anche percorsi di attivazione lavorativa, con valenza di reinserimento e riparazione sociale, per i quali viene corrisposta una quota mensile che permetta alla persona di mantenersi. Giovanni sta portando avanti una borsa-lavoro, con mansioni di carico-scarico merci alla cooperativa sociale Emmaus, di Genova. «Cosa potrei fare in casa, guardare il muro? Ho bisogno di muovermi, svagare il cervello, svolgendo un lavoro utile che dà soddisfazione». Giovanni sembra non fermarsi mai. La mattina, prima dell’alba, è già in piedi. Subito in cucina a preparare un buon caffè, una sciacquata e poi una bella pulita ai pavimenti. «Ci diamo il cambio, puliamo a turno gli spazi comuni, i bagni, la cu-

cina e il corridoio». Indossa la tenuta da lavoro ed esce. Ma non prima delle 6 e 45. Questo è l’orario fissato dal magistrato, e bisogna attenersi al minuto. Giovanni è infatti in regime di detenzione domiciliare speciale, secondo la legge 199 del 2010. Le disposizioni della legge consentono ai condannati con pena detentiva (anche residua) non superiore a diciotto mesi, di scontarla presso la propria abitazione o un altro luogo che lo accolga. Giovanni ha ancora “un annetto”, come dice lui. Ma un conto è stare ristretto in una sezione affollata dove gli altri tendono spesso ad approfittare di un carattere docile e disponibile. Un conto è vivere in un appartamento, con i propri spazi, le proprie abitudini, con la possibilità di vivere relazioni sane. Giovanni non vede l’ora di espiare per intero la sua pena, per potersi muovere libero; ma cerca di essere paziente,

non può permettersi di “commettere altri errori”. Nel frattempo dedica anima e corpo al lavoro; vorrebbe lavorare anche sabato e domenica. Rientra a casa entro le 14 e 30, una doccia ristoratrice, un po’ di riposo. Ha acquistato una Tv, che ha messo a disposizione anche degli altri coinquilini, nella sala comune. Vive in un quartiere tranquillo, in mezzo al verde. «Si respira aria buona qui, e dalla finestra si vede il mare». Il riferimento è significativo, dopo due anni attorniato da sbarre di acciaio la vista sembra aprirsi verso l’infinito. Giovanni sta facendo la domanda per un alloggio di edilizia residenziale pubblica: «un giorno avrò un posto tutto mio. Quello stesso giorno inviterò tutte le persone che mi sono state vicino, sarà una grande festa. Ma non mi dimenticherò mai delle Mura Amiche, che mi hanno salvato la vita».

LA STORIA

Il viaggio dei rugbisti dietro le sbarre

Una grande avventura all’insegna dello sport e della solidarietà quella vissuta lo scorso febbraio da quattro detenuti della casa di reclusione di Porto Azzurro (Emanuele, Nino, il tunisino Helmi e l’albanese Fidajet), accompagnati dai volontari della società Elba Rugby e dell’associazione Amatori Rugby Toscana e dal funzionario Paolo Maddonni. Due giorni di trasferta a Roma per poter assistere alla partita di rugby Italia-Irlanda, del torneo delle Sei nazioni 2017. Ma non solo. Grazie a uno scambio attivato con la società Rugby 2000, che nel 2015 andò all’Elba a giocare in carcere, i quattro rugbisti si sono potuti anche allenare insieme ai giocatori della Roma Rugby 2000. Una due giorni resa possibile anche grazie all’Isola Solidale di Roma che ha ospitato gratuitamente i quattro rugbisti in trasferta. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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MILANO

Una bella foto di Mara, una delle due donne rom impegnate nel progetto, al lavoro con i ragazzi in classe

Attaccabottone Le donne rom salgono in cattedra di Daniela Palumbo

Si chiama Attaccabottone. E non è un modo di dire. Il progetto pilota della Caritas Ambrosiana è basato sull’arte del cucire che le donne rom della sartoria Taivé hanno trasmesso ai bambini di una scuola di Milano. La primaria in questione è l’istituto milanese Thouar Gonzaga, di via Brunacci – una scuola speciale, ideata dal professore Marco Orsi - (www.senzazaino.it/ a-scuola-senza-zaino)–che ha accolto il programma di sensibilizzazione. Ma soprattutto lo hanno accolto e condiviso i bambini: «Siamo rimasti sorpresi dall’abilità manuale e dalla passione che hanno messo gli

Le donne rom che gestiscono la stireria Taivé di Milano sono andate a scuola a insegnare ai bambini come si cuce 44 Scarp de’ tenis maggio 2017

alunni di quarta nel cucire. Qualcuno non voleva più smettere. Mentre lavoravano con precisione sul cartamodello, attaccavano bottone con le donne rom chiedendo da dove venissero, del loro abbigliamento, dei figli, dei campi, del lavoro. E intanto si concentravano con l’ago e il filo», racconta Ileana Montagnini, dell’area Carcere e Giustizia di Caritas, che ha assistito agli incontri anche in qualità di genitore. Il bello dell’integrazione Il progetto Attaccabottone – la responsabile è Matilde Bornati –nasce dal desiderio di lavorare con le donne rom della stireria sartoria Taivé un filo per l’integrazione, che opera da diversi anni nel capoluogo lombardo offrendo riparazioni, stiro e piccoli progetti di cucito. Proprio dal lavoro sul campo è emersa l’esigenza e l’urgenza di coinvolgere la cittadinanza in questo processo di narrazione, sensibilizzandola di fronte ad

alcune problematiche incontrate, primo fra tutti il cristallizzarsi di stereotipi e pregiudizi verso l’universo rom. Le donne sinti e rom, infatti, incorrono spesso in percorsi di deprivazione e di isolamento, legato alla stigmatizzazione sociale. Gli obiettivi di Attaccabottone risiedono nella volontà di queste donne di insegnare le loro abilità sartoriali, ma a questo il progetto ha affiancato il racconto di sé che ha lo scopo di ridurre le distanze. «Per ora lo abbiamo intrapreso nella scuola primaria, con due classi – spiega ancora Ileana Montagnini –: sei incontri in totale e poi l’incontro finale tutti insieme. L’obiettivo è di portarlo in quante più scuole possibili, anche nelle medie. Ma occorre uno sponsor, anche con una piccola cifra perché l’unica spesa viva è quella dei voucher per le donne rom che hanno diritto a un piccolo rimborso. E’ anche un modo per qualificare il loro intervento». I bambini hanno imparato in poche ore a tenere in mano l’ago e il filo, a ritagliare un cartamodello, a fare piccole cuciture e orli. E naturalmente ad attaccare bottoni. Le chiamavano maestre «I bambini a questa età non hanno particolari pregiudizi – conclude Ileana –; dunque si sono confrontati con le donne rom con curiosità, con spontaneità e spesso le chiamavano “maestre”. Questo ha fatto molto scalpore fra le donne impegnate nel progetto perché vedersi riconosciuta un’abilità e un ruolo sociale, per quanto nel breve tempo, è stata una sorpresa piacevole. Abbiamo parlato anche con i genitori per introdurre la programmazione. Nessuna obiezione, naturalmente i pregiudizi fra gli adulti ci sono eccome, ma hanno accettato di buon grado di far partecipare i propri figli perché hanno letto Attaccabottone come un segno di riscatto sociale attraverso il lavoro per le donne che spesso faticano a stare dentro i progetti di integrazione per le resistenze degli uomini rom». E adesso comincia la ricerca di sponsor. Piccole cifre cercasi per attaccare bottoni di speranza.


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VICENZA

Un bella immagine di Carlo con il penultimo numero di Scarp de’ tenis. Dopo un periodo difficile ora si prende cura di se stesso

qua sotto i ponti. La rividi negli occhi di una sconosciuta che incrociai. Mi fermai, la guardai, poteva essere lei, pensai. La salutai e questa, gentilmente, mi rispose. Me ne andai contento; era bello sapere che era viva e stava bene, per lo meno nei miei sogni».

Carlo e i suoi amori: storia di una vita che poteva finire male di Paolo Furlan

Carlo lo puoi vedere camminare leggero per le vie del centro sorretto da un bastone decorato da lui stesso. Ha 67 anni, è parte della redazione giornalistica di Scarp Vicenza. È un ex ospite dell’Albergo Cittadino, ricovero notturno per persone in difficoltà, ma è specialmente un uomo. Un uomo che ha vissuto su di sé quasi tutte le stagioni della vita e il suo incedere zoppo non nasconde che queste, nel loro procedere, sono state dure e crudeli, a volte. Carlo, artista per temperamento e illustratore per passione, ama raccontare gli incontri con le donne della sua vita. «Lily è stata la donna più importante della mia vita – co-

Carlo si era perso nell’alcol e nel gioco ma oggi vive in una casa del Comune e collabora con la redazione di Scarp

mincia –. Avevo 23 anni, un ragazzo, lei non era più giovane, ma era bella». Nata in Francia, picchiata dal padre violento e alcolizzato (dal quale tornò poco dopo che le loro strade si erano incrociate), ancora diciassettenne scappò in Italia, lasciando una madre malata che aveva problemi di mente. Lavorava in un hotel a Legnago, verso Verona. Mi innamorai di lei e, dopo sei mesi che ci frequentavamo, presi il coraggio a due mani e le dissi cosa provavo nei suoi confronti, non successe nulla, rimanemmo lì fermi, inebetiti, in silenzio. In un certo modo mi sentii rifiutato. Poco dopo ricevette una telefonata dalla Francia. Il padre stava male, e se ne andò». Un destino tragico Ma il destino, a volte, lavora per strade misteriose. «Un giorno – ricorda Carlo – stavo camminando in corso Palladio (a Vicenza, ndr). Erano passati molti anni da allora, e tanta ac-

Della seconda donna della sua vita Carlo non vuole parlare, non la chiama nemmeno per nome, ed è deciso quando dice: «A 27 anni mi sono sposato. A 31 avrei voluto scappare ma non lo feci. A quarant’anni mia moglie fu colpita da un ictus, tornò dalla famiglia perché la aiutassero a riprendersi, e tutto finì lì. È stato il momento più buio della mia vita». Poco prima che si separassero, per prendersi cura di lei, Carlo dovette abbandonare il lavoro. Mesi dopo perse anche la casa, e cercò conforto nell’alcol e nel gioco d’azzardo per sconfiggere la solitudine che lo attanagliava. Solo la sua forza di volontà gli ha permesso di rialzarsi una volta toccato il fondo. L’amore lo ha salvato Della madre parla invece volentieri, forse ritornando con piacere ai momenti più felici della sua infanzia. Con il lato destro del corpo paralizzato a causa di un cancro al cervello, era una donna tenace, forte e di gran carattere. «Mi insegnò una tenerezza riservata – racconta – come era normale a quei tempi, e tanto di quello che sono ora lo devo a lei. Qualche anno fa, quando ancora lottavo contro le difficoltà della vita, mi apparve in sogno: non ti preoccupare, mi disse, tutto si sistemerà». Così è stato. Ora Carlo vive in una casa popolare del Comune di Vicenza. Nell’arte e nelle sue illustrazioni ha trovato la forza per uscire dalle difficoltà in cui sembrava impantanato. Si prende affettuosamente cura della quarta donna della sua vita, Franca, una signora della sua stessa età e con un trascorso non dissimile al suo. Possiamo essere sicuri che ogni tanto, quando lei è stanca, le dica: «non ti preoccupare, tutto si sistemerà». maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Emergenza casa: mancano 10 mila alloggi popolari di Enrico Panero

Crisi e trasformazioni sociali hanno accresciuto i bisogni abitativi della città che prova a sopperire con politiche innovative alla cronica mancanza di fondi, ma non basta. Sono oltre 13 mila le persone in lista di attesa per poter ottenere un alloggio popolare 46 Scarp de’ tenis maggio 2017

A Torino ci sono 17.799 alloggi di edilizia sociale, pari al 3,6% del totale delle unità abitative. 16.700 famiglie vivono nell’edilizia residenziale pubblica gestita dall’Agenzia territoriale per la casa (Atc). Di queste, il 78% si colloca nelle fasce reddituali definite di “sostegno” (fino a 6 mila euro annui, con canone da 54 euro mensili) e “protezione” (fino a 20 mila euro; canone 94 euro). Oltre la metà dei nuclei familiari residenti nelle case popolari torinesi presenta un Isee inferiore ai 6 mila euro l’anno. Ad un alloggio di edilizia sociale si può arrivare attraverso il bando generale (che ha cadenza quadriennale), con la domanda per emergenza abitativa o su segnalazione dei servizi socio-assistenziali, nei casi di nuclei familiari o singoli ospiti di strutture o dormitori. Nel 2015 le assegnazioni da bando generale sono state il 52%, il 25% a titolo di emergenza abitativa, il 22% in seguito a segnalazione pervenuta dai servizi socio-assistenziali. Negli ultimi 20 anni il Comune ha assegnato poco più di 11 mila alloggi, con una media di 555 all’anno,


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TORINO

Tempi di attesa lunghissimi per avere un alloggio popolare a Torino. In crescita, invece, gli sfratti per morosità: ben 4 mila lo scorso anno

Le richieste per emergenza abitativa sono quasi raddoppiate in quindici anni e hanno superato il migliaio annuo, mentre si registrano almeno 4 mila procedimenti di sfratto all’anno di cui il 93% dovuti a morosità, numero elevato rispetto ad altre città italiane. Questi dati sono indice di un disagio abitativo grave in fase di espansione

a fronte però di oltre 13 mila in attesa. Le richieste per emergenza abitativa sono quasi raddoppiate in quindici anni e hanno superato il migliaio annuo, mentre si registrano almeno 4 mila procedimenti di sfratto all’anno di cui il 93% dovuti a morosità, numero elevato rispetto ad altre città italiane. I dati sull’emergenza abitativa sono «indice di un disagio abitativo grave in fase di espansione a livello cittadino» sostiene l’Osservatorio sulla condizione abitativa della Città di Torino. Poche risorse Gli enti locali, spiega l’Osservatorio che redige un Rapporto annuale, hanno oggi la maggior parte delle competenze in materia di politiche per la casa, ma non ci sono più le risorse in un contesto generale di crisi economica. L’impegno finanziario dello Stato sulle politiche per la casa è fortemente diminuito, mentre sono aumentati i bisogni abitativi generati da trasformazioni sociali quali l’immigrazione, l’invecchiamento della popolazione, le diversificate strutture familiari, la mobilità legata alla flessibilità del lavoro. La crisi economica e occupazionale ha poi fortemente aumentato il numero di persone in difficoltà, non più in grado di sostenere i costi di canone e utenze legati alla casa. Tutti bisogni abitativi che «non trovano risposte adeguate nel mercato e ripropongono la necessità di un’azione pubblica» nota l’Osservatorio, che si propone di «potenziare e coordinare tutti gli strumenti finalizzati al monitoraggio del sistema abitativo». Il Comune di Torino cerca allora «nuove ed

innovative politiche per la casa», al fine di costruire un sistema alternativo a quello tradizionale dell’edilizia residenziale pubblica, guardando al mercato privato. Si va dal tentativo di favorire l’incontro tra domanda e offerta all’acquisto di immobili, dalla creazione di un “fondo salva sfratti” finanziato da fondazioni bancarie a politiche di sostegno al reddito, da progetti sperimentali di ristrutturazioni di immobili degradati (auto-recupero dell’inquilino) alla promozione di condomini solidali e progetti di housing sociale in partenariato con soggetti del terzo settore, fondazioni bancarie e investitori privati. Tredicimila in attesa Si tratta però di tentativi interessanti ma insufficienti a risolvere il pro-

blema casa in città. «Ragionando in termini umani decorosi bisognerebbe dire che a Torino servono 10 mila alloggi popolari domani» dichiara il direttore della divisione edilizia sociale del Comune di Torino, Giovanni Magnano, che descrive in modo chiaro la situazione torinese dell’emergenza abitativa e i pochi strumenti pubblici a disposizione. «Sulle circa 13.500 persone che hanno i requisiti per ottenere una casa di edilizia sociale noi riusciamo ad accontentarne poco più di 500 all’anno. Dovendo dare risposte con quanto abbiamo a disposizione non si può fare altrimenti, e non c’è previsione di avere finanziamenti per incrementare il patrimonio pubblico. Possiamo solo reinventarci delle cose che però sono palliativi: quando riusciamo ad acquistare 30 alloggi all’anno reinvestendo i soldi delle vendite è evidente la sproporzione, sono 30 contro 13 mila». Info: www.comune.torino.it/informacasa

LA STORIA

Riccardo finalmente ha un casa: «Sto tornando a vivere sereno» Dopo tanta fatica fisica e mentale, la strada, i dormitori, finalmente sono in casa, non mi sembra vero. Mi sembra di aver vissuto un incubo, ma non è così: è stato tutto vero. Ora che sono in un alloggio popolare subentrano i pensieri rivolti a quello che sarà. Sai che mantenere la casa non sarà facile con il poco denaro dell’assistenza economica, il cosiddetto reddito di inserimento di 181 euro mensili elargito dal Comune di Torino attraverso i servizi sociali, e sai anche che se hai debiti che non sei riuscito a pagare gli “avvoltoi” torneranno all’attacco. In me prevale il prendere atto di questa situazione: la recessione economica non l’ho certo causata io. La prima cosa che devi fare è pagare regolarmente un minimo di canone d’affitto mensile all’Atc (40 euro circa), questo per evitare di tornare in mezzo a una strada. Per fortuna è un importo sostenibile e per chi è povero le agevolazioni non mancano, anche per l’energia elettrica e per il gas con i bonus da richiedere al proprio Caf. Questa situazione può diventare insopportabile per coloro che in passato hanno avuto tanto dalla vita: io provengo da una famiglia povera e quindi la povertà non mi spaventa più di tanto. È chiaro però che si vive sempre come un equilibrista sulla fune, sperando nel frattempo che il mercato del lavoro possa tornare a offrire un posto e uno stipendio dignitoso. Riccardo Allori maggio 2017 Scarp de’ tenis

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«I nostri figli che arrivano da lontano» di Elisa Rossignoli

Da un anno la comunità parrocchiale di Isola della Scala, in provincia di Verona, sta accogliendo quattro richiedenti asilo del Gambia. Quattro ragazzi che dopo le iniziali difficoltà si sono subito inseriti nel contesto sociale. E sono benvoluti da tutti 48 Scarp de’ tenis maggio 2017

Lo scorso 12 febbraio Krubally e Bakary, due giovani richiedenti asilo originari del Gambia, per festeggiare il primo compleanno di un’avventura che ha cambiato e sta cambiando le vite di molte persone, hanno voluto ringraziare la comunità di Isola della Scala leggendo, con la voce rotta dall’emozione, un messaggio di ringraziamento dall’altare della parrocchia. Bakary, Juldeh, Krubally e Tamsir sono quattro giovani richiedenti asilo provenienti dal Gambia. Accolti dalla casa Il Samaritano (Caritas diocesana di Verona), da poco più di un anno vivono ad Isola della Scala, in provincia di Verona, accolti dalla comunità parrocchiale. Don Roberto, il parroco, ci racconta com’è iniziata l’esperienza. «La nostra disponibilità viene da due radici. La prima, esserci interrogati di fronte alla situazione di emergenza che è sotto gli occhi di tutti. Come comunità ci siamo sentiti chiamati a rispondere con la solidarietà a chi bussava alla nostra porta. La seconda, la voce del


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VERONA

I giovani ospiti di Isola della Scala con la loro nuova famiglia allargata. Qui sopra Mario, uno dei volontari, insieme a Tamsir

La presenza in piccoli nuclei nelle comunità parrocchiali è un veicolo di inclusione migliore rispetto a quello effettuato nelle strutture. Isola è stata una delle prime comunità in cui si è realizzato il progetto dopo l’appello lanciato da Papa Francesco. A distanza di un anno le parrocchie accoglienti sono 19 e continuano ad aumentare

Vangelo attraverso l’appello di Papa Francesco alle parrocchie per l’ accoglienza di un richiedente asilo. Noi abbiamo risposto. Come prima cosa, abbiamo formato il gruppo di famiglie che avrebbe accompagnato i ragazzi come punto di riferimento, una sorta di famiglia allargata che li sta aiutando ad inserirsi qui». Ormai veri isolani Claudia, Mario e Maurizio sono fra i volontari del gruppo. «I ragazzi vivono in un appartamento in affitto, che sosteniamo con il contributo di 25 famiglie. Il Samaritano ci ha accompagnati nella preparazione dell’esperienza e continua a farlo attraverso la presenza di un operatore che ci affianca. Noi ci occupiamo di aiutare i ragazzi ad inserirsi nella nostra comunità. Alcuni si sono resi disponibili per facilitarli nella gestione della casa – cosa via via sempre meno necessaria -, nell’accompagnarli al supermercato per le provviste alimentari di base, per affiancarli nello studio della lingua italiana, che dalla scuola de Il Samaritano è continuato con i volontari, in famiglia e nel Centro per l’istruzione adulti locale». Mario affianca i ragazzi in un’attività che ha portato alla riqualificazione di un terreno abbandonato nelle vicinanze. «Era tutto incolto. Con i ragazzi abbiamo ripulito il terreno e piantato 130 alberi. Sono stati bravissimi, non si sono mai tirati indietro davanti al lavoro. Insieme ad uno di loro ce ne prendiamo ancora cura. All’inizio il loro tempo libero era di

più, ora sono più occupati, appena c’è la possibilità lavorano, ma ancora danno una mano in tutte le iniziative della comunità, sono sempre disponibili». Mario si dedica con loro anche ad attività tipiche del territorio e della cultura locale. «Ci sono 3 fiumi qui nella zona. Abbiamo condiviso anche l’esperienza della pesca, confrontando le nostre esperienze. E siamo andati insieme in cerca di bruscanzoli (piante spontanee commestibili tipiche del territorio, ndr) nei campi qui intorno. Hanno imparato a riconoscerli, li abbiamo raccolti e abbiamo fatto il risotto. Proprio da veri isolani». Ora serve un lavoro vero «L’accoglienza nelle parrocchie è il presente e sempre di più il futuro del nostro intervento – spiega Michele Righetti, direttore de Il Samaritano –. La presenza in piccoli nuclei nella realtà delle comunità parrocchiali è un veicolo di inclusione ineguagliabile, e stiamo lavorando perché superi in modo de-

finitivo l’accoglienza nelle strutture. Isola è stata una delle prime comunità in cui si è realizzato il progetto, a distanza di un anno le parrocchie accoglienti sono 19 e continueranno ad aumentare». Con l’accordo di tutti, il progetto è stato rinnovato per un altro anno. «La prossima sfida per i ragazzi, e per noi al loro fianco – dice Maurizio –, sarà riuscire a trovare un lavoro per renderli autonomi. Ora Bakary sta lavorando come tirocinante e apprendista in una cooperativa che produce abbigliamento ed in contemporanea studia per la licenza media. Anche gli altri continuano a studiare l’italiano. Si danno molto da fare, ma non hanno ancora un impiego stabile. Uno di loro ha di recente ottenuto il permesso di soggiorno. Speriamo che si realizzi anche il prossimo passo. Lo speriamo come lo speriamo per i nostri figli, perché, e su questo concordano tutti: «Sono diventati figli nostri. I nostri figli venuti da lontano».

LE STORIE

Krubally e Bakary ora sono felici e si sentono come in una famiglia Mi chiamo Abdoulie Krubally, ho 20 anni, vengo dal Gambia. Nel mio paese sono andato a scuola per 6 anni, ma sono rimasto senza genitori molto presto e ho lasciato il Gambia quando avevo 16 anni. Sono arrivato in Italia e poi a Verona dove ho studiato l’italiano e preso la licenza di scuola media. A marzo 2016 sono venuto a Isola della Scala e qui ho conosciuto tante persone. Ho cercato di impegnarmi in diverse attività e con gli amici che ho incontrato qui ho fatto molte cose belle. Anche a nome dei miei compagni Bakary, Tamsir e Juldeh, sono qui oggi per ringraziare tanto la gente di Isola della Scala e la parrocchia che ci ha ospitato. Tutti noi siamo felici di poter continuare questa bella esperienza insieme a voi. Sono Bakary Suso, ho 19 anni, e sono qui oggi per dirvi quello che abbiamo pensato tutti assieme: io, Tamsir, Krubally e Juldeh. È un anno che siamo ospiti nella vostra comunità e cominciamo a sentirla un po’ anche nostra. Ci troviamo bene in paese. Ci avete permesso di imparare tante cose, di lavorare, di andare a scuola e di integrarci. Abbiamo anche piantato delle piantine che abbiamo regalato agli amici e alla Casa di Riposo. Nelle telefonate alle nostre famiglie raccontiamo tutto questo e anche i nostri parenti ci dicono sempre di ringraziarvi e di dare a tutti un abbraccio. Grazie di cuore a tutti voi. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Bambini e stress: come aiutarli a vincere l’ansia di Angela De Rubeis

Cresce il numero di bambini che soffrono di ansia o di crisi di panico. A causa della personalità e del contesto familiare ma anche e soprattutto del cambiamento di fattori sociali e ambientali. La ricerca della perfezione e della prestazione è una scatenante. I genitori possono essere un porto sicuro 50 Scarp de’ tenis maggio 2017

Mamma, che ansia. Paura di provare qualcosa di nuovo, paura del buio, paura dell’acqua, paura degli altri. Sono molti i bambini bloccati, terrorizzati dall’idea di rimanere soli e di sbagliare. Come fare? Come combattere contro l’ansia dei nostri figli che diventano sempre più impacciati, irrequieti, goffi, nervosi e rigidi? La dottoressa Antonella Cagnoli, Psicologa psicoterapeuta riminese, specializzata in psicologia dell’età evolutiva, fa luce su un fenomeno con cui sempre più genitori devono confrontarsi quotidianamente: l’ansia dei bambini. Da dove arriva l’ansia dei bambini? È in qualche modo legata al mondo delle paure? L’ansia è un’emozione funzionale all’adattamento del nostro organismo all’ambiente, le emozioni di base infatti sono la paura e la preoccupazione da cui scaturisce la risposta dell’organismo (che parte da amigdala e ippocampo)


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RIMINI

Ansia, attacchi di panico, stress: sono sempre di più i bambini che soffrono di queste patologie. I genitori sono il fulcro per una cura efficace

Il genitore è la base sicura da cui tornare ma anche la persona che spinge verso l’esplorazione graduale, stando ben attento alle esigenze del bambino. Quando si parla di ansia e blocchi l’approccio vincente è quello di creare la motivazione nel bambino e quindi sottolineare i successi a scuola e fuori, premiando ogni piccolo risultato

il quale attiva i meccanismi base per la sopravvivenza e la protezione: attacco/fuga o congelamento. Questa ansia permette ad ognuno di noi di distinguere i pericoli e di difenderci da essi. Esiste un identikit del bimbo ansioso? Non esiste l’identikit del bambino ansioso, ma si devono tenere in considerazione diversi fattori: la personalità, la storia familiare (fattori genetici), i fattori sociali e ambientali, gli eventi traumatici a cui si è stati esposti. Esistono ansie diffuse? Alcuni dei pensieri più comuni riguardano la salute, la scuola, le catastrofi, l’abbandono, la perdita dei genitori, i brutti voti a scuola, il giudizio negativo degli altri. Quando queste preoccupazioni si trasformano in angoscia, diventano costanti e la propria vita viene vissuta in funzione di queste. Si innesca così la risposta patologica, fonte di grave disagio. I disturbi più frequenti tra i bambini e gli adolescenti sono il disturbo d’ansia da separazione, la fobia specifica, la fobia sociale, il disturbo di panico, il disturbo ossessivo-compulsivo e il disturbo post traumatico da stress e il mutismo selettivo. Cosa cerca il bimbo che ha un disturbo d’ansia? Le paure si associano spesso alla tendenza al perfezionismo, alla ricerca spasmodica di rassicurazione o controllo sugli altri (necessità di avere la sensazione di riuscire a gestire ogni situazione con la conseguente consapevolezza che questo non è possibile e quindi l’inizio del nuovo circolo vizioso dell’ansia). Molti bambini hanno grosse difficoltà di relazione con gli altri, tendono al-

l’isolamento sociale, rimandano attività e così facendo creano sempre meno situazioni in cui mettersi alla prova. L’ansia si può trasformare in disturbo fisico? L’intolleranza dell’incertezza e l’impossibilità di controllare tutte le possibili conseguenze degli eventi futuri sono il soggetto della paura. Ci sono sintomi fisici che spesso sono i campanelli d’allarme: mal di testa, mal di stomaco, stanchezza e dolori muscolari, disturbi del sonno, sensazione d’irrequietezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria.

In contesti di questo tipo che ruolo ha il genitore? I genitori possono fare moltissimo: è importante dare un nome a queste preoccupazioni, spiegare al bambino cosa è l’ansia, a cosa serve e come funziona, dirgli che non è pericolosa e che nonostante sia qualcosa di eccessivamente fastidioso, ha una durata limitata nel tempo. Mai sminuire la paura che ci viene raccontata, in quel momento essa è vera e pesante per il bambino; anche in situazioni difficoltose bisogna comunque dire la verità e saper stare nell’incertezza. È fondamentale mantenere la calma, dare quindi una risposta diversa, di protezione e accoglienza per permettere un buon rispecchiamento. La classica frase: “Ma non è niente” non funziona, allora. I bambini devono avere lo spazio

mentale per poter elaborare strategie di gestione dello stress e della paura. Il genitore è la base sicura da cui tornare ma anche la persona che spinge verso l’esplorazione graduale, stando ben attento alle esigenze del momento del bambino. Quando si parla di ansia e blocchi davanti a certe esperienze l’approccio vincente è quello di creare la motivazione nel bambino e quindi sottolineare i successi grandi e piccoli a scuola e fuori, premiando ogni piccolo risultato. Quando i genitori devono passare la palla ad uno specialista? Nel caso in cui l’ansia sfugga di mano e diventi eccessiva e disfunzionale è necessario rivolgersi ad uno specialista che indaghi le cause sottostanti e lavori sia con i genitori sia con il bambino per individuare e ridurre i pensieri negativi, aumentare l’autostima e la resilienza (capacità di affrontare e superare uno stress), regolare gli stati emotivi. Cosa può dirci rispetto alle prognosi? L’insorgenza precoce che non compromette troppo l’inserimento sociale, ha una prognosi migliore del disturbo ad insorgenza tardiva, che si manifesta con il rifiuto della scuola o di altri contesti sociali. Ciò che rende la prognosi più negativa in età evolutiva è la compresenza della depressione. Sono bambini che potrebbero avere problemi, da adulti? Il disturbo d’ansia nell’infanzia e nell’adolescenza si associa a successive difficoltà di separazione nella vita adulta, a disturbi d’ansia e depressione nevrotica, a difficoltà ad andarsene di casa o a cambiare lavoro e all’agorafobia. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Richiedenti asilo, i piccoli comuni accolgono di più di Stefania Marino

Atena Lucana, piccolo comune di 2.300 abitanti in provincia di Salerno ospita 8 minori stranieri non accompagnati, 15 richiedenti asilo in un progetto Sprar, un centro di accoglienza per famiglie per un totale di 80 persone. Tutte ben inserite. Lo stesso accade nel vicino paese di Polla 52 Scarp de’ tenis maggio 2017

Accoglienza sì. Accoglienza no. L’emergenza immigrazione con i suoi flussi di migranti che nel 2017 hanno già raggiunto cifre record – circa 27 mila alla data del 7 aprile – continua ad essere oggetto di dibattito e di scontro politico. Ma quanti sono i Comuni che accolgono? Dagli ultimi dati dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) cabina di regia per i progetti di accoglienza integrata, si evince che sono 546 gli enti locali titolari di progetto, di questi 482 sono Comuni. Ad oggi, in Italia, attraverso 640 progetti, sono circa 25 mila i posti finanziati, di cui 23 mila cosiddetti “ordinari”, 2 mila per minori stranieri non accompagnati e circa 600 per persone con disagio mentale o disabilità. Molti dei progetti Sprar sono al sud: 2.997 posti in Calabria, 1.731 in


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SUD miliari con minori. Sono circa 80 in totale i migranti presenti. Sergio Annunziata è attualmente vicesindaco di Atena Lucana. Ha rivestito il ruolo di primo cittadino dal 2003 al 2013. Da qualche tempo, si parla di Atena Lucana come esempio di buona accoglienza. «È un momento in cui si sente la crisi economica – dice Annunziata – ma malgrado questo c’è tanta solidarietà e integrazione». I bambini e i ragazzi frequentano sia la scuola dell’infanzia che la scuola elementare. Qui, vive anche qualche migrante arrivato negli anni scorsi durante l’emergenza Nord Africa che ha trovato casa e lavoro. Alcuni dei minori accolti a Polla durante l’inaugurazione del centro di accoglienza Sprar del piccolo paese in provincia di Salerno

Atena Lucana è un esempio di buona accoglienza. Nonostante la crisi economica c’è solidarietà e integrazione. I bambini e i ragazzi stranieri frequentano la scuola dell’infanzia e le elementari. Qui, vive anche qualche migrante arrivato durante l’emergenza Nord Africa che ha trovato casa e lavoro

Campania, 2.576 in Puglia, 4.536 in Sicilia, 550 in Basilicata. Le altre regioni dove il numero supera quota mille sono il Lazio con 4.160, la Lombardia con 1.580 posti, l’Emilia Romagna con 1.297 e il Piemonte con 1.369. I progetti Sprar rappresentano però solo un canale dell’accoglienza. Dagli ultimi dati forniti dal Ministero dell’Interno, dove convergono anche le presenze dei centri di accoglienza straordinaria, Lombardia, Campania, Lazio, Piemonte e Veneto sono le regioni che registrano le presenze più alte di richiedenti asilo e rifugiati. Spesso sono i piccoli Comuni ad essere territorio di accoglienza. Paese accogliente Accade così per esempio ad Atena Lucana, un comune di 2.300 abitanti al confine con la Basilicata. Qui, l’accoglienza non è più solo un fenomeno emergenziale ma un elemento stabile della vita quotidiana. Il primo gruppo di profughi arrivò nel 2009. Attualmente, sul territorio comunale, sono presenti un centro di accoglienza straordinario per richiedenti asilo gestito dall’Esercito della Salvezza, una comunità alloggio per 8 minori stranieri non accompagnati gestita dalla cooperativa sociale L’Opera di un Altro che insieme alla cooperativa Il Sentiero gestisce un progetto Sprar di 15 posti. Una struttura che vede la presenza di nuclei fa-

A pochi chilometri c’è lo Sprar di Polla. Un altro comune di circa 5 mila abitanti dove pure ci sono 2 comunità alloggio per minori stranieri non accompagnati e una struttura Sprar di 35 posti gestito dalla cooperativa Tertium Millennium. È que-

sto uno Sprar che si è aperto al territorio. Diversi i tirocini formativi attivati con il Comune di Polla, retto dal sindaco Rocco Giuliano. Progetti mirati Da qualche mese è in atto un progetto di intercultura e di integrazione che porta la firma del Rotary Club Sala Consilina Vallo di Diano retto da Pasquale Gentile. Si chiama La nostra Africa e vede come protagonisti richiedenti asilo e rifugiati dello Sprar provenienti sia dall’Africa sub sahariana sia da alcuni paesi asiatici come Pakistan e Afghanistan. Nel programma generale attuato dal Rotary Club e curato da Alfonsina Medici sono previste lezioni di lingua italiana ma anche attività formative volte alla conoscenza dei diritti di cittadinanza, focalizzando l’attenzione sulle modalità di accesso al sistema sanitario nazionale, alla pubblica amministrazione e al mondo del lavoro.

I NUMERI

I ragazzi accolti dallo Sprar di Polla ”fanno lezione” ai coetanei italiani Abbattere i pregiudizi. I muri. Le paure. Sensibilizzare le giovani generazioni al tanto attuale e dibattuto fenomeno dell’immigrazione. Accade a Polla dove, da dicembre ad aprile scorso, si è svolto presso l’Istituto omnicomprensivo un progetto di intercultura che ha visto 7 incontri tra i richiedenti asilo e rifugiati dello Sprar di Polla e gli studenti delle scuole secondarie di primo grado e dell’istituto professionale per i servizi socio sanitari. Accompagnati dagli operatori della struttura Sprar e dalla coordinatrice Rosa De Maio, i ragazzi migranti provenienti dalla Somalia, dall’Afghanistan, dal Pakistan, dall’Egitto, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal e dal Ghana, sono entrati nelle aule per dare agli studenti una testimonianza diretta della loro storia, delle cause e dei motivi che li hanno spinti a lasciare il proprio Paese, la loro famiglia, i loro amici e ad affrontare un drammatico viaggio attraverso il deserto e il mare per raggiungere l’Europa. Il progetto Sprar è stato curato dalla referente intercultura dell’Istituto omnicomprensivo Teresa Amodeo. Gli studenti durante gli incontri hanno potuto affrontare diverse materie, dalla geografia alla storia, ai diritti umani. E soprattutto hanno potuto porre domande e lasciarsi coinvolgere dal racconto dei protagonisti del viaggio, ragazzi poco più che ventenni che oggi cercano in Italia il loro nuovo futuro. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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aforismi

POESIE

di Emanuele Merafina

L’amore è L’amore è nel silenzio di un ricordo. L’amore è in uno sguardo senza meta. L’amore è lo stupore d’un fanciullo. L’amore è una favola più vera del quotidiano passo del postino, del volo delle nuvole leggere, del ghigno senza eco della morte. L’amore non conosce mai confini, l’amore non conosce preferenze di razze, di colori, di misure. L’amore sa solo di se stesso. Sottile è più di un raggio nel ciel limpido, vibrante più d’un suono di campana. L’amore non si veste di diamanti, non stringe nella mano neanche un’ombra, l’amore non condanna nessun cuore. L’amore non è opera vistosa, non ha sul petto il marchio della gloria, eppur ha in suo potere tutti mondi. E’ l’infinito vuoto che accoglie l’infinito esserci per sempre. Pietro Pizzichemi

Acqua divina Acqua gaia, nitida, trasparente mi specchio rannicchiata prima d’immergere la mia immagine e imprigionarmi nel fresco dei tuoi flutti per fuggire dal mondo malato e perdermi nel profumo della sera. Perché fugge il mio Dio oltre l’orizzonte? Laggiù dove il sole appare al tramonto e si vedranno più tardi splendide stelle sospese sul silenzioso abisso. Per lasciarmi sola e ringraziarlo del dono naturalmente salutare in un improvviso turbamento. Che mi allontana finalmente da questo inferno materiale in un turbinio paradisiaco di sogni, chimere malinconie e visioni. Fino a quando lui vorrà riaccogliermi per sempre tra le tue braccia e carezzarmi i capelli, le mani, il volto, la pelle, i piedi affaticati e consolarmi per sempre.

Se fossi l’angelo custode Tu sei il mio Angelo custode? No quello è mio fratello gemello, cosa vuoi? Avrei voluto che tu esistessi e nulla più Fiore di mamma Quando sono nato ero un fiore per te, dal tuo seno suggevo la vita e qualsiasi intemperie affrontavi per me. Durante la vita in ogni campo ho vissuto, fiori gialli, bianchi, rossi ho mietuto, uno solo mi accorgo è il più bello, sei tu fiore di mamma che io amo. Il tuo seno ho tanto straziato e sei tu che sempre mi hai salvato, l’ultima linfa ancora vuoi darmi, che bel fiore sei tu, dolce mamma. Gaetano “Toni” Grieco

Silvia Giavarotti

Giovani e anziani Siam in un’era moderna, non ci manca nulla (almeno così pare?) Abbiamo computer, internet online, robot, digitale, virtuale, telefonino, si ha qualche soldino si mangia un panino. Però non c’è casino è tutto dentro a ogni oggettino. Vai così fratello ganzo, è bello noi anziani viviam in codesti tempi e non odiamo codeste cose odierne. Ai nostri tempi non c’era niente ma si era più sereni, avevam i freni e si sudava e faticava per aver il materiale, la roba naturale e normale. Convivevam con qualche animale il quale ci faceva viver degnamente pur se esisteva (come ora) tanto male. Adesso c’è il progresso ma non ci sono valori, ognuno pensa per se (stesso), tien la distanza, si rintana nella propria stanza e va da solo in vacanza. Sicché evviva la mia era che anche se non c’era si era….

L’idea di un giovane volontario della Ronda della carità di Milano: una App contro lo spreco alimentare Giovanni Ricciardi

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VOCI DALL’AFRICA

Joy venduta e sfruttata in strada sta cercando di ricominciare a vivere Trafficata, venduta, sfruttata, messa su una strada e costretta a prostituirsi. E poi, invece di essere riconosciuta come vittima –e dunque protetta –viene accusata di clandestinità, rinchiusa in un Cie e deportata in Nigeria. Joy ha poco più di vent’anni, ma ha già vissuto una vita d’inferno. di Anna Pozzi

scheda Anna Pozzi, giornalista e scrittrice, si occupa da molti anni di questioni legate all’Africa, continente in cui ha vissuto e a cui ha dedicato numerosi reportage. L'ultimo libro Mercanti di schiavi (San Paolo, 2016) - racconta le storie di coloro che sono costretti a lasciare le proprie case, finendo nelle mani di trafficanti e sfruttatori.

Come molte altre ragazze nigeriane era partita del suo Paese, inseguendo il sogno semplice di un lavoro da baby sitter e soprattutto di un mondo migliore. Niente poteva essere peggio di quel villaggio in Edo State nel sud della Nigeria, di una famiglia disgregata, di quella madre con tanti uomini e nessun padre, di non sapere, giorno dopo giorno, se lei e i suoi fratelli avrebbero potuto mangiare. E così parte. Destinazione Grecia, ma lei non lo sa e, in fondo, non fa differenza. L’Europa, il Paradiso, l’attendono. Finalmente un lavoro vero e un po’ di soldi, per vivere meglio lei e, soprattutto, per aiutare la famiglia. Ma Joy non sa un’altra cosa: sin dal momento in cui ha lasciato il suo villaggio, il suo destino era segnato. L’Europa, sì, ma quello che l’aspettava era una vita da schiava, ridotta a merce, comprata e venduta dai trafficanti, comprata e usata dai “clienti”. Le nuove schiave Il meccanismo – lo scoprirà molto dopo – è semplice e consolidato: i suoi sfruttatori le tolgono i documenti, le impongono un debito enorme da rimborsare e, per farlo, la mettono su una strada. Lei è lì perché siano loro a fare i soldi. E a farli sulla sua pelle, sul suo corpo di ragazzina che diventa un oggetto

Lasciata la Nigeria per cercare di rifarsi una vita in Grecia, Joy viene messa in strada da una banda di sfruttatori. Ma lei non si arrende: riesce a scappare in Italia, dove, però, viene rinchiusa in un centro di identificazione ed espulsione per essere rimpatriata. Tornata a casa, grazie all’aiuto dell’associazione Slaves no More, ha aperto una sua attività e sta cercando di rifarsi una vita

Un piccolo negozio può diventare il simbolo di una nuova vita

nelle mani di chiunque a pochi euro per il sesso a pagamento. Joy è costretta a subire centinaia di prestazioni sessuali, violenze e abusi. Il suo sogno di una vita migliore si infrange in una squallida strada di periferia. Dove perde tutto. L’identità, la libertà e la dignità. Dalla Grecia riesce a fuggire. Si imbarca, un’altra esperienza traumatica. Lei il mare non lo aveva mai visto, così grande, così minaccioso… Arriva in Italia, terrorizzata, ma felice. Spera – di nuovo – in una vita migliore. Ma anche la polizia non riesce a vedere in lei nient’altro che una giovane straniera senza documenti, una clandestina. Rinchiusa in un Cie Per questo la spedisce nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, nei pressi di Roma. A nulla sono serviti gli interventi di organizzazioni specializzate che hanno avviato le procedure previste dalla legge, perché venisse riconosciuta come vittima di traffico a scopo di sfruttamento sessuale. Nonostante fosse in attesa di un provvedimento da parte della Procura di Roma, Joy, insieme ad altre due persone, viene imbarcata su un aereo e deportata in Nigeria. Come fosse una criminale. Solo grazie all’intervento tempestivo dell’associazione Slaves no More, che opera in Italia e in Nigeria per la protezione delle vittime di tratta, Joy è stata accolta all’aeroporto di Lagos dai responsabili di una casa di accoglienza che le hanno proposto di cominciare una vita nuova. Questo percorso di accompagnamento fa parte di un progetto più ampio di rimpatri volontari e di reinserimento socio-lavorativo che ha permesso di far tornare in Nigeria trenta donne e dieci bambini, che ora – come Joy –stanno ricostruendo le loro vite in libertà e dignità. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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Zahra è sulle macerie della casa dei suoi vicini. È il 7 agosto 2016. I bombardamenti hanno distrutto le case di Lahj, nella parte occidentale dello Yemen

VENTUNO

Gli occhi del mondo sono, giustamente, sulla Siria. Eppure esistono altri conflitti che stanno colpendo bambini, donne, civili. E che sono dimenticati. È il caso dello Yemen, sgretolato in mille pezzi da una guerra cominciata nel 2015 di Andrea Barolini

Gli occhi del mondo sono concentrati soprattutto sulla guerra in Siria, che dura ormai dal 2011 e dalla quale ci continuano a giungere storie e immagini di atroce drammaticità. Eppure, esistono altri conflitti che stanno assumendo contorni meno ampi in termini di dimensioni ma non per questo meno tragici. Situazioni di crisi sulle quali i riflettori mediatici della comunità internazionale vengono accesi solo a tratti.

scheda Ventuno come il secolo nel quale viviamo, come l’agenda per il buon vivere, come l’articolo della Costituzione sulla libertà di espressione. Ventuno è la nostra idea di economia. Con qualche proposta per agire contro l’ingiustizia e l’esclusione sociale nelle scelte di ogni giorno.

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La guerra nello È il caso dello Yemen, Pae- Yemen è iniziata se nel quale le bombe non nel marzo 2015, cessano di esplodere da ormai più di due anni. La nazione con l’avvio appare ormai in preda al caos: né le di un’azione forze militari dei vari schieramenti, militare né i ribelli, né le autorità (ancora) presenti sembrano in grado di rista- internazionale bilire l’ordine. Come si è arrivati a (alla quale questo punto? E cosa si può fare per restituire una speranza alla pace? partecipano anche Per comprenderlo occorre ripercor- gli Stati Uniti), rere le tappe che hanno portato a far il cui comando precipitare la situazione. La guerra è iniziata ufficialmente è stato affidato nel mese di marzo del 2015, con l’av- all’Arabia Saudita

© UNICEF/UN057324/Kamal

Yemen Due anni di guerra dimenticata

vio di un’azione militare internazionale (alla quale partecipano anche gli Stati Uniti), il cui comando è stato affidato all’Arabia Saudita. Proprio a tale coalizione è stata attribuita la responsabilità di circa il 60% degli oltre 10 mila morti causati finora dal conflitto (la stima è delle Nazioni Unite). Un caso eclatante è stato quello del bombardamento effettuato nel mese di ottobre del 2016: gli aerei sauditi hanno preso di mira una cerimonia funebre nella capitale Sana’a, uccidendo in un colpo solo 140 persone e ferendone più di 500. Una strage che ha provocato indignazione e critiche da quasi tutto il mondo (Washington inclusa). Ma contro chi si battono l’aviazione di Riad e gli Usa? Prima della guerra, lo Yemen ha vissuto una rivoluzione, nel 2011, che ha portato alla caduta del presidente Ali Abdallah Saleh, dopo ben 34 anni di regno ininterrotto. La “primavera araba” yemenita, nata sulla scia delle rivolte esplose in quei mesi in numerosi stati del Maghreb e del Medio Oriente è sfociata inizialmente in una transizione po-


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litica promettente. Successivamente, però, si è entrati in una lunga fase di stallo, fino ad un vero e proprio vicolo cieco, raggiunto nel settembre del 2014. È in quel momento che i ribelli sciiti houti, diretti dal leader Abdel Malik Al-Houthi, hanno deciso di passare all’azione, presentandosi come salvatori della patria e marciando dapprima sulla capitale, quindi sull’insieme del Paese, sostenuti dall’ex presidente Saleh (che non si è mai rassegnato alla propria destituzione). Ne è nata una fase estremamente delicata, che ha portato il governo di transizione guidato da Abd Rabo Mansour Hadi a ritirarsi in esilio in Arabia Saudita, nel marzo del 2015: un vuoto di potere che coincide con l’inizio delle ostilità. Da una parte i ribelli e i lealisti di Saleh, dall’altra il governo di Hadi sostenuto da Riad e dalla coalizione internazionale. A due anni di distanza da quegli avvenimenti, lo scacchiere della nazione mediorientale vede i ribelli houti ormai cacciati dal Sud-Ovest e dalla città di Aden. Ma quest’ultima, importante scalo portuale, non

Gruppi e bande lavorano affinché la guerra possa durare a lungo, portando con sè fiumi di denaro dall’Arabia Saudita. Il risultato è che lo Yemen oggi è sgretolato in mille tasselli

ha potuto riprendere a vivere in condizioni accettabili: oggi il centro urbano risulta infatti in mano a bande mafiose e ad estremisti islamici, ben più potenti della precaria amministrazione locale. Nel frattempo, però, il governo Hadi, benché legittimamente eletto, ha perso gran parte del sostegno da parte della popolazione, che non ha perdonato il sostegno ai raid aerei internazionali (e dunque anche la distruzione di vite umane ed infrastrutture) nonché al gruppo dei Fratelli musulmani AlIslah (di ispirazione salafita), ad alcune milizie tribali (guidate da un vecchio generale, Ali Mohsen, nemico giurato di Saleh) e infine a numerosi “signori della guerra” locali. Una parte di questi gruppi, tra l’altro, non lavora affatto per la pace: riceve finanziamenti dalla coalizione saudita e dunque spera che la guerra – e con essa il flusso di denaro – possano durare il più a lungo possibile. Il risultato è che lo

Yemen appare oggi sgretolato in mille tasselli sempre più difficili da rimettere assieme. E in mille interessi. A cominciare da

quello saudita che nella guerra contro i ribelli houti vuole combattere indirettamente il nemico di sempre: l’Iran sciita, sostenitore di Saleh.

Un contesto nel quale il prezzo più caro è pagato, come sempre accade in questi casi, dalla popolazione. Prima della guerra, infatti, la nazione mediorientale era dipendente al 90% dalle importazioni: oggi per mol-

tissimi abitanti non c’è abbastanza cibo, non ci sono medicinali né strutture sanitarie, le scuole si svuotano e l’economia è ridotta ad un immenso mercato nero. Il che rappresenta una delle cause della crescita esponenziale del numero di profughi (arrivati a quota tre milioni ormai). A tale quadro si ag-

giungono poi le cifre agghiaccianti riportate dall’Unicef: secondo l’agenzia dell’Onu sono circa 1.400 i bambini che hanno perso la vita a causa dei combattimenti. La rappresentante dell’agenzia nello Yemen, Meritxell Relano, ha aggiunto che «circa duemila scuole nel paese maggio 2017 Scarp de’ tenis

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VENTUNO

La guerra alimenta le grandi crisi alimentari

Quanto alle armi, le associazioni internazionali hanno ricordato che dall’inizio del conflitto ad oggi, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno trasferito all’Arabia Saudita ordigni e munizioni per un valore di più di 5 miliardi di dollari: «Si tratta di dieci volte il totale degli aiuti versati o previsti nello stesso periodo per lo Yemen, pari a 450 milioni di dollari. Le armi sono state utilizzate per commettere palesi violazioni dei diritti umani e hanno accelerato la catastrofe umanitaria», ha affermato Amnesty International. Per lo Yemen, insomma, l’uscita dalla crisi appare ancora molto lontana.

Sudan del Sud, Yemen, Nigeria, Somalia. Le quattro più gravi crisi alimentari identificate nel 2017 dalle Nazioni Unite hanno un denominatore comune: rappresentano la conseguenza diretta di conflitti armati. Il che significa che nel 2017 sono state, almeno finora, le azioni umane e non le catastrofi naturali o le epidemie, a provocare la fame. Un dossier del quotidiano francese Libération ha analizzato la situazione dei quattro Paesi, partendo dallo Yemen, nel quale ormai 19 milioni di persone hanno bisogno di assistenza, secondo le stime delle associazioni umanitarie (vedi articolo nella pagina precedente, ndr). Più circoscritta in termini quantitativi, ma non per

Le Nazioni Unite hanno identificato le quattro più grandi crisi alimentari del pianeta: Sudan del Sud, Yemen, Nigeria e Somalia. Tutti territori segnati da conflitti 58 Scarp de’ tenis maggio 2017

© UNICEF/UN050312/Farid

Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno trasferito all’Arabia Saudita ordigni dalle stesse Nazioni Unite e munizioni nell’aprile del 2015. Immaginato per un valore come un argine all’ingresso di armi di più di 5 milardi nel teatro di guerra, il provvedimento si è trasformato in breve in un di dollari, dieci blocco aereo e marittimo pressoché volte la cifra totale. Le organizzazioni non goverstanziata per gli native, non a caso, hanno denunciato la situazione di «ormai almeno 19 aiuti allo Yemen, di persone che necessitano pari a 450 miliardi milioni nel Paese di aiuti umanitari e di prodi dollari tezione – come spiegato al quotidia-

no francese Le Mondedalla direttrice generale della ong Action contre la faim, Véronique Andrieux -. A Hodheida (città di 400 mila abitanti affacciata sul Mar Rosso) un bambino su tre è malnutrito. E malgrado le apparenze, sono le decisioni politiche che affamano la popolazione».

© UNICEF/UN055428/Modola

non sono più agibili in quanto danneggiate o completamente distrutte». Oggi vengono utilizzate per fornire un riparo a famiglie di profughi, nel migliore dei casi, oppure a scopi militari. Eppure, i luoghi adibiti all’istruzione, ha aggiunto la diplomatica, «dovrebbero essere sacri. Zone di pace nelle quali i bambini possono imparare, crescere, giocare. E farlo in sicurezza». Come se non bastasse, poi, a rendere ancor più problematica la situazione per i civili ci sono le conseguenze dell’embargo imposto

questo meno grave è la situazione del Sudan del Sud, dove lo stato di emergenza alimentare è stato proclamato dall’Onu nella regione di Unité, nella quale 80 mila cittadini non sanno più come nutrirsi. Si tratta delle provincia natale dell’ex vice-presidente Riek Machar, alla testa di una ribellione ar-


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Un cargo di medicinali e vaccini dell’Unicef atterra all’aeroporto di Sana’a, nello Yemen. Nessun volo a carattere commerciale può atterrare nello Stato yemenita

SCHEDA Un elicottero dell’Unicef e di World Food Programme atterra nel Sudan del Sud

mata che dal dicembre del 2013 sta mettendo in ginocchio il Paese.

Quello del Sudan del Sud rappresenta uno dei conflitti più cruenti del mondo, che ha messo in fuga già 1,5 milioni di persone (la metà di tale imponente massa di esseri umani si è rifugiata in Uganda). La guerra, tra l’altro, non ha risparmiato la porzione meridiona-

Nel Sudan del Sud più di 5 milioni di persone soffrono e patiscono la fame. È il 42% della popolazione della regione

le del territorio, considerata il “granaio” della nazione: le organizzazioni non governative si sono così viste costrette ad utilizzare gli elicotteri per paracadutare aiuti alla popolazione, soprattutto nelle aree più remote e difficilmente raggiungibili con altri mezzi: «A mancare non sono i campi, ormai, ma i coltivatori», ha raccontato Michael Mangano, responsabile locale dell’associazione Acted. Il risultato è che a patire la fame sono quasi 5 milioni di persone, ovvero il 42% della popolazione nazionale.

In Nigeria, poi, la situazione di crisi riguarda lo stato del Borno, estremamente popolato, nei pressi del lago Ciad. Milioni e milioni di persone hanno abbandonato i loro villaggi saccheggiati dalle violente scorribande dei miliziani del gruppo islamista radicale Boko Haram. Qui il numero di persone che non può contare su un quantitativo sufficiente di cibo sfiora gli 11 mi-

lioni, ovvero il 12% del totale degli abitanti della Nigeria.

Infine, la Somalia resta una delle regioni del mondo più precarie dal punto di vista alimentare. Nel 2017 i raccolti sono stati particolarmente magri (per il quarto anno consecutivo), e la guerra – che fa parte della quotidianità della nazione africana ormai da più di venti anni – rende la situazione catastrofica. Il governo ha dichiarato alla fine dello scorso mese di febbraio lo stato di “catastrofe nazionale”, anche perché una quota importante del territorio è fuori dal controllo delle istituzioni. In particolare, nel Sud del Paese gli jihadisti del gruppo alShebab bloccano regolarmente i tentativi delle ong di distribuire aiuti umanitari. Il risultato è

che a patire la fame sono quasi 3 milioni di persone, il 24% dell’intera popolazione somala. maggio 2017 Scarp de’ tenis

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FRATELLI DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

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La Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi Onlus, offre accoglienza e assistenza alle persone in stato di bisogno e VHQ]DÀVVDGLPRUDDGXOWLDQ]LDQLHPLQRULSURPXRYHQGRQHODORURGLJQLWj In un anno abbiamo offerto un letto a  persone, distribuito  SDVWL, offerto DFFRJOLHQ]D D  PLQRUL, forniti  VHUYL]L ad anziani, offerto  SUHVWD]LRQLPHGLFKH, incontrato con l’XQLWjPRELOHQRWWXUQDSHUVRQH, effettuatiVHUYL]LGLGRFFHHJXDUGDURED ed offerto corsi di italiano, di informatica, orientamento al lavoro, assistenza legale e previdenziale, supporto psicologico e sociologico. BONIFICO BANCARIO Intestato a Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi Onlus IBAN: IT41C0521601614000000007463

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INCONTRI

LABORATORI

AUTOBIOGRAFIE

CALEIDOSCOPIO Angelo e la sua chitarra artigianale prodotta sullo stile di Django Reinhardt. Insieme ammaliano il pubblico a colpi di jazz

 

Angelo, l’ingegnere con la passione per il jazz L’amore per il jazz può far accantonare una laurea in ingegneria in un cassetto e sostituirla con una chitarra. Incrociamo Angelo in un parco a Milano, accompagnato da Felice con la sua inseparabile tromba. «La mia chitarra è del liutaio Luigi Bariselli e riproduce il modello in voga negli anni Trenta –racconta –: ha le corde in acciaio e una costruzione che permette di ottenere un suono forte, capace di farsi sentire anche in un’orchestra. Un modello simile a quello che utilizzava Django Reinhardt, genio gitano che ha fatto la storia del jazz». Un genere non certo semplice da suonare per strada. «Il pubblico segue il ritmo e, spesso, rigrazia per aver ascoltato qualcosa di originale. Mi piace riuscire a trasmettere entusiasmo per questo genere musicale che passa per essere difficile e poco orecchiabile». La sfida di Angelo è quella di portare i suoni della sua chitarra per le strade delle città. «A me piace suonarla in strada, così senza filtri. E vedere l’effetto che fa sulla gente. Ci credo così tanto che, per Antonio Vanzillotta il momento ho messo in un cassetto la mia laurea da ingegnere. Per ora preferisco dedicarmi alla musica». maggio 2017 Scarp de’ tenis

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PAROLE

Nella semplicità di uno scatto coglie l’anima di una città

I ragazzi della scuola di teatro ritratti davanti al murales di Agoch dedicato a Eduardo de Filippo. A destra le figlie di Oreste Pipolo con una modella

La bellezza di Napoli Velata in mostra l’arte di Oreste Pipolo La mostra di Oreste Pipolo è stata nominata Napoli Velata. È come un ricordo che non muore mai: ci sono i lavori, l’arte, la passione di Oreste Pipolo scomparso 2 anni fa. La mostra è ospitata nella chiesa di San Severo al Pendino, vicino al negozio di famiglia. L’abbiamo visitata insieme a Miriam, la figlia di Oreste che ci ha fatto da guida. Oreste con la sua arte usava un velo che dava significato ad ogni foto. Pipolo ha voluto dare voce ai disagi mettendoli in primo piano con ironia e leggerezza, mettendo in risalto cose, monumenti e persone in maniera genuina e leggera. La foto che più mi ha colpito è stata quella dove ritrae il murales di Agoch con le tre immagini di Eduardo de Filippo – un grande della storia napoletana – dipinte sulle saracinesche del suo teatro. Nella foto ci sono tanti giovani ragazzi e ragazze, alunni di una scuola di recitazione seduti a terra e sopra di loro un velo bianco trasparente. In questa foto Oreste Pipolo voleva invitare i giovani a fare teatro invece di stare per strada, dove il pericolo è in ogni parte, in ogni angolo pronto a catturarti. Oreste Pipolo è cresciuto a Napoli nel periodo del dopoguerra. Armato solo di licenza elementare e buona volontà cominciò a fare il fotografo prima con macchine analogiche per poi, nonstante le difficoltà ad aggiornarsi a un mondo che non andava ai suoi passi, passare alle digitali. Oreste è stato e sempre sarà ricordato come il fotografo delle spose, lui le faceva sentire importanti, come delle star. Il ricordo del suo lavoro, della mostra è stato raccolto nel libro Napoli Velata con una presentazione piena di amicizia e stima, del giornalista Domenico Iannacone che lo aveva avuto tra i protagonisti del documentario Spaccanapoli nella seMarianna Palma rie I Dieci Comandamenti. 62 Scarp de’ tenis maggio 2017

PAROLE

Il mare Il mare è senza strade, senza casa, mare agitato profondo e salato, sei azzurro come il cielo sei il mare senza strade che non finisce mai. Dammi tu un po’ di felicità portami tu nelle strade di casa mia. Massimo De Filippis

Oreste Pipolo è stato un grande fotografo, faceva belle fotografie e tutti lo conoscono e lo ricordano come il fotografo delle spose. Oreste era una persona semplice, nato in un quartiere popolare. Da giovane, non potendosi permettere uno studio fotografico, prendeva gli appuntamenti con gli sposi offrendogli il caffè agli chalet di Mergellina. Poi piano piano è riuscito ad aprire uno studio in via Carbonara e poi, quando questa strada molto centrale e frequentata che collega la stazione con la zona di via Forìa si è degradata ha deciso di spostarsi in via Duomo che è una via di negozi dove vendono tutto quello che serve per un matrimonio: vestiti, scarpe eleganti, bomboniere, viaggi di nozze e servizi fotografici. Fotografare le spose per tanti anni lo ha reso famoso in tutta Napoli e avere avuto un suo servizio è una cosa importante e artistica. Il velo da sposa è fondamentale e lui ha deciso di metterlo ai monumenti, come la testa di Marianna a Caponapoli che è uno dei simboli della nostra città o al leone vicino al colonnato di Piazza Plebiscito che con la sua maestosità sembra che faccia la guardia al Palazzo Reale ed è pronto ad intervenire e a ruggire in caso di pericolo. Anche io se avessi un velo velerei tutte le statue di Napoli per rispettarle e non far sapere la grande sofferenza che portano dentro. Bruno Limone


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NAPOLI

Oreste, il fotografo delle spose che ha messo il velo a tutta la città Velare per svelare e raccontare storie. Questa la scommessa di un grande artista della fotografia Strana idea velare cose e persone. Strana perché noi umani abbiamo l’istinto, quasi il bisogno di svelarle le cose. Siamo curiosi, vogliamo sapere tutto, sempre; dobbiamo scoprire, non amiamo i dubbi. Da bambini rompiamo i giocattoli per sapere cosa c’è dentro e per tutta la vita non smettiamo di imparare, di svelare quello che fino a ieri ci era nascosto. Quando il prete dall’altare dice “puoi baciare la sposa”, si alza il velo ed è come un atto di appartenenza senza segreti. Oreste Pipolo un po’ ce lo spiega perché ha voluto coprire con un velo tutte le persone e cose che ha fotografato come a proteggerle e a preservarne la memoria. Anche la memoria di guerra. Ogni guerra è terribile e ogni dopoguerra è un dramma. Per Napoli il secondo dopoguerra è stato un disastro, il suo grande porto era ambito da tutti: tedeschi e alleati, le conseguenze sono stati più di 100 bombardamenti, troppi per qualsiasi città. Oreste è nato nel ’49 e, negli anni ’50 c’erano sì ancora le macerie ma si pensava a ricostruire, a tornare alla normalità; normale era fare il ragazzo di bottega, l’apprendista, figura oggi scomparsa. Lui incominciò in una specie di foto-stamperia e in breve si innamorò della fotografia, anzi dell’arte fotografica visto che ha sempre dichiarato di ispirarsi alla pittura e in particolare all’amato Caravaggio. Ci hanno ricordato, le figlie, di come agli inizi, lui andasse a procurarsi il lavoro nei modi più diversi, quasi da porta a porta, da ri-

storante a ristorante, per avere qualche matrimonio da immortalare. E ne ha fatti di matrimoni da allora, tanti da meritarsi la stima dei suoi stessi concorrenti. L’occhio all’arte lo ha sempre conservato, è stato anche insegnante all’Accademia di Belle Arti, e ha sviluppato l’idea della Napoli Velata la mostra conclusa dopo la sua morte. L’idea è quella di coprire persone e cose con un velo bianco o nero: il bianco serve a conservare, preservare, quasi proteggere dall’azione del tempo e dell’uomo; quello nero è invece la resa, il fallimento, l’amara constatazione che non tutto può essere protetto e conservato. In ogni caso il bianco e nero fotografico è eterno. Come l’arte. Bruno Limone

Sfizzicariello: parmigiane e polpette per battere l’isolamento dei sofferenti psichici

IL PROGETTO

Per Pasqua hanno venduto casatielli e pastiere, i must napoletani, salati e dolci. Li hanno preparati i soci della cooperativa Arte Musica e Caffè che, da alcuni anni, lavorano nella gastronomia sociale Sfizzicariello. La cooperativa (che tiene insieme operatori, familiari e persone sofferenti) è la risposta all’urgenza di uscire dalla solitudine della malattia mentale. Isolamento che non ricade solo sulla persona afflitta dalla sofferenza psichica ma, anche e soprattutto, sulla famiglia che si trova sola e impreparata ad affrontare la fatica e il dolore di un familiare ingabbiato dal disagio. Un percorso che ha portato Carlo Falcone, ingegnere, a fondare la cooperativa Amc per provare a dare risposte alternative al semplice contenimento con farmaci e all’isolamento in casa. Oggi, i partecipanti sono una ventina e frequentano laboratori di teatro terapia, discipline olistiche, alfabetizzazione digitale e sessuologia. Alcuni di loro lavorano come banconisti, aiuto cuoco a Sfizzicariello: fanno la spesa al vicino mercato della Pignasecca, cucinano ogni giorno i piatti della tradizione gastronomica napoletana – parmigiana, gattò di patate, pasta al gratin, polpette, ragù –, organizzano la vetrina e il negozio e si occupano della vendita, organizzano e servono ai catering di convegni e feste. Arte Musica e Caffè che è diventato un modello studiato anche nel dipartimento di Psicologia Sociale dell’Università federiciana, organizza tanti momenti di confronto per le famiglie che sono le prime a contattare la cooperativa per trovare uno spazio di conforto e risposte alternative alla medicalizzazione e alla solitudine. Laura Guerra

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CALEIDOSCOPIO

Ciao papà Son sull’attenti Sergente di ferro esempio di una classe ormai scordata di vero guerriero, colonna della mia vita che hai fatto miracoli con la tua sola forza. Penso ch’era proprio bello volare con quei calcioni ben assestati quando insistevo a sbandare. Ora sono qui fermamente a pensare a tutto l’amore non sol meritevole che m’hai tanto donato, di quanto nel retro delle tue medaglie era inciso quel gran Cuore d’oro che tanto mi amava. E non è stato tardi pensare non è tardi per dirti che avevi ragione sul Mino ribelle. Quei principi e valori m’han formato ad Amare nell’abbraccio d’Amore alle mie figlie, nella generosità che ho guadagnato vorrei averti qui a poter gustare questa gioia in cui tanto speravi. E se è vero che mi vedi e mi senti già lo saprai ma qui te lo scrivo: ti voglio tanto bene e… Eh beh, sai, mi manchi. Mino Beltrami

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Comuni del comasco insieme per aiutare le zone terremotate di Salvatore Couchoud

È ormai da tempo in azione la macchina della solidarietà lariana a sostegno delle zone terremotate dell’Italia centrale, con la Caritas in prima fila. Ma è proprio in quest’ultimo periodo che si sta registrando una significativa accelerazione delle iniziative da parte di amministrazioni comunali, associazioni ed enti di varia origine e composizione, senza escludere dal contesto generale la generosità di piccole aziende e singoli privati. Eppure può accadere che per aiutare fattivamente le popolazioni in difficoltà a volte non basta raccogliere le risorse se poi non si riesce a incanalarle verso obiettivi strategicamente mirati, tali cioè da centrare il bersaglio dell’intervento strutturale e ponderato, scongiurando il rischio sempre incombente di sprechi e dispersioni. Ed è questa la ragione per la quale i comuni di Cernobbio, Maslianico e Moltrasio hanno voluto mettere a punto una nuova forma di coordinamento degli aiuti da destinare ai paesi sconvolti dal sisma, sollecitando le associazioni di volontariato e le organizzazioni che operano sul territorio delle tre amministrazioni locali a unificare le operazioni di raccolta in un fondo comune da destinare a un progetto definito.

«Chiusa la fase dell’emergenza immediata – afferma il sindaco di Maslianico Tiziano Citterio –, quella cioè delle operazioni di soccorso relative all’invio di viveri, medicinali, coperte e generi similari, alla quale abbiamo a suo tempo fisicamente partecipato con i Lupi della nostra Protezione Civile, siamo ora entrati in quella a sostegno delle attività sociali ed economiche che potranno permettere ai Comuni di quelle regioni di tornare un po’ alla volta in regime di normalità. In quest’ottica occorre segnalare l’attiva collaborazione che la nostra associazione degli agricoltori del Bisbino sta già realizzando con i coltivatori di quelle aree, essendo evidente che senza una ripresa economica effettiva di quelle province difficilmente si potrà ottenere un reale superamento dell’emergenza». L’obiettivo dell’iniziativa congiunta dei tre Comuni rimane quello di orientare la somma raccolta (attualmente salita a 18 mila euro, anche per effetto del ricavato della cena a base di amatriciana organizzata dall’Auser del Basso Lario e svoltasi domenica 26 marzo all’oratorio di Maslianico, ndr) verso soluzioni tali da avviare un concreto percorso di ricostruzione senza disperdersi in mille diversi rivoli che non farebbero che complicare la ripresa. I soldi andranno a coprire le esigenze di una struttura che avrà bisogno di ciò che quegli stessi soldi consentiranno di realizzare. Semplice come l’uovo di Colombo, ma a volte è nella semplicità che si trova la chiave del successo.


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SCIENZE

E adesso?

In calo la percentuale di bambini vaccinati contro il morbillo. Questo mette a rischio i soggetti senza copertura

Vaccinarsi contro il morbillo per far scomparire la malattia di Federico Baglioni

scheda Federico Baglioni Biotecnologo, divulgatore e animatore scientifico, scrive sia su testate di settore (Le Scienze, Oggi Scienza), che su quelle generaliste (Today, Wired, Il Fatto Quotidiano). Ha fatto parte del programma RAI Nautilus ed è coordinatore nazionale del movimento culturale “Italia Unita Per La Scienza”, con il quale organizza eventi contro la disinformazione scientifica.

Nelle ultime settimane è esplosa la polemica sui reali rischi del morbillo e sul relativo vaccino. Avrete sicuramente sentito dire che il morbillo è una malattia blanda, che non ha bisogno di cure e che tutto sommato “abbiamo preso tutti”. D’atra parte vi è un netto aumento dei casi negli ultimi mesi ed è scattato l’allarme. Dove sta la verità? Diciamo subito che il morbillo non è uno scherzo. Un tempo, effettivamente, c’erano malattie molto più pericolose come il vaiolo che però è stato fortunatamente eliminato grazie a un intenso programma di vaccinazioni. Anche per questo il morbillo viene spesso sottovalutato. Purtroppo il morbillo, a dispetto di quanto si dica, è tutt’altro che innocuo. Ancora oggi nel mondo muoiono ogni anno per il morbillo circa 100 mila persone, soprattutto per le complicanze collegate al virus. In Italia fortunatamente i morti sono pochissimi, ma ci sono tante complicanze pericolose come otiti, polmoniti ed encefaliti. Cosa fare allora? Il morbillo è

un virus per cui, purtroppo, non esistono ancora cure, motivo per cui un tempo si faceva in modo che i bambini prendessero il morbillo da bambini per evitare che venissero contagiati da adulti, con rischi molto peggiori. Oggi però fortunatamente esiste un efficace sistema di prevenzione: il vaccino. Sicuro ed efficiente il vaccino impedisce al virus di circolare proteggendo i soggetti più deboli e anche coloro che non possono vaccinarsi. Ultimamente molti genitori sono spaventati dai vaccini, spesso a causa di notizie false che girano in rete, e decidono di non vaccinare i propri bambini. Questa può sembrare una scelta “personale” e ragionata, ma rappresenta un pericolo per tutti perché il morbillo è un virus estremamente contagioso. Se la copertura vaccinale, cioè la percentuale di persone vaccinate, non è sufficientemente alta, il virus può circolare e diffondersi. Se invece continuiamo a vaccinarci, il virus avrà sempre meno spazio e sparirà pian piano, fino alla definitiva sconfitta. Questo però lo possiamo fare solo se non abbassiamo mai la guardia. Lo dobbiamo fare per noi. E per chi ci sta intorno.

Erano le rondini lo stupore di aprile l’immagine perfetta del ritorno alla vita il logo classico della primavera. Circonduzioni euforiche nel cielo senza grinze quasi un lenzuolo azzurro appeso ad asciugare. Qua e là bianchi dispetti di cotone esuberanti e lievi fantasie di forme assoggettate ad Eolo. Fotografia nostalgica da un vecchio calendario sussidio scolastico vintage. Adesso dove sono le rondini? I loro voli impressi nelle iridi, nei cuori affaticati dagli eventi. Era bello aspettarle, aquiloni garruli di carne, lo sparato candido sotto il nero frac. Altri tempi, altre storie, altri momenti! E noi, altri noi, nutriti di speranze. Verdi corolle, pulviscolo di sole, attimo ludico di bimbi alle altalene, incertezze canore di passeri inesperti. Pochi istanti di quiete a ridosso del giorno. Un palloncino rosa dalle forme imprecise sfugge a una piccola mano e sale, sale, sale a cercare i compagni. Aida Odoardi

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Le persone in stato di difficoltà a cui Scarp de’ tenis ha dato lavoro nel 2016 (venditori-disegnatori-collaboratori). In 20 anni di storia ha aiutato oltre 800 persone a ritrovare la propria dignità

IL VENDITORE DEL MESE

Stan al lavoro nella gelateria in Germania. Appena conclusa la pena tornerà a produrre gelati

Stan Da detenuto a gelataio: «Scarp mi ha ridato speranza» di Stan Nicusor

info Il lavoro di reinserimento attraverso le parole a Vicenza continua e in questo mese di aprile si concretizza nel laboratorio tenuto per SdT dall'attrice Stefania Carlesso: Le parole che curano. Persone in difficoltà e utenti gomito a gomito in biblioteca Bertoliana

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FIRENZE

Mi chiamo Stan Nicusor, sono nato a Braila in Romania, il 16 marzo 1979. Sono venuto a Roma per lavorare. Il primo aprile 2008 sono iniziate le mie peripezie con la giustizia: ho incontrato una persona che mi ha fatto credere che se lo avessi pagato 700 euro mi avrebbe messo in regola con i documenti mentre un suo amico mi ha venduto la sua auto che in realtà era rubata. In seguito a un controllo di polizia ho consegnato i documenti che però sono risultati essere falsi. Mi hanno portato al penitenziario di Arezzo. Al primo giorno di arresto mi si è presentato da me l’avvocato B., mi ha chiesto i soldi per pagarlo, nonostante fosse un avvocato di ufficio. Dopo 2 mesi e 24 giorni, sono uscito. Sono andato a casa, in Romania. A gennaio 2011, appena rientrato in Italia, sono stato fermato dai carabinieri per un controllo. Mi hanno portato in caserma. Lì mi hanno comunicato che dovevo scontare una pena di 3 anni, 9 mesi e 6 giorni. Il 18 aprile sono stato scarcerato per mancanza di notifica, poiché l’avvo-

cato B. era stato radiato dall’albo. Io ero senza soldi e senza casa e sono tornato in Romania a lavorare. A febbraio 2014, grazie a mia sorella, ho iniziato a lavorare in una gelateria in Germania. Il primo agosto 2014 sono stato arrestato per il reato del 2008: era la revoca della sospensione della condanna per cui ero stato scarcerato nel 2012. Ho passato 4 mesi e 23 giorni al penitenziario di Francoforte. Poi sono stato trasferito a Roma e a Prato per avvicinamento a mia zia. Poiché mi mancava poco da espiare ho ottenuto i domiciliari. A maggio 2016 sono stato portato al penitenziario di Sollicciano. Qui ho conosciuto Francesco e con lui ho iniziato il mio percorso a Il Samaritano dove faccio il volontario e, il fine settimana, vendo Scarp de’ tenis.Vendere Scarpmi permette di stare con le persone, di pregare con loro e mi rende sereno, un modo diverso per uscire dalla routine della limitazione della libertà alla quale sono sottoposto. Tra poco finisco la mia pena. Appena libero tornerò al mio posto di lavoro in Germania. Vi aspetto per offrirvi una bella coppa di gelato.


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Copertina: Francesco Camagna - - Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art.1, comma 1, LO/MI

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